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I soliti riporter della propaganda raccontano che l’America ha attaccato l’Iran «senza motivo»: quasi mezzo secolo di attacchi racconta un’altra storia

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Una delle narrazioni più ripetute sulla guerra tra Stati Uniti e Iran è estremamente semplice: Washington avrebbe improvvisamente deciso di attaccare un Paese che non aveva mai fatto nulla contro gli americani.

La storia documentata racconta qualcosa di molto più complesso.

Questo non significa che ogni operazione militare americana contro l’Iran sia automaticamente giusta, né che Washington sia esente da responsabilità per decenni di interventi in Medio Oriente. Significa una cosa molto più precisa: la tesi secondo cui non esisterebbero precedenti attacchi iraniani o filo-iraniani contro cittadini, militari e strutture statunitensi è falsa.

La contrapposizione dura da quasi mezzo secolo.

Dal 1979: ostaggi, attentati e guerra clandestina

Il 4 novembre 1979 militanti iraniani occuparono l’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran, prendendo in ostaggio diplomatici e cittadini americani. La crisi durò 444 giorni.

Negli anni successivi il confronto si spostò soprattutto sul terreno della guerra indiretta.

Nel 1983, un attentato contro l’ambasciata americana di Beirut provocò 63 morti, tra cui 17 americani.

Il 23 ottobre dello stesso anno un camion bomba devastò la caserma dei Marines a Beirut: morirono 241 militari statunitensi.

Washington attribuì questi e altri attentati dell’epoca a organizzazioni sciite legate all’Iran e successivamente a Hezbollah.

1984-1985: diplomatici, intelligence e militari americani nel mirino

Nel settembre 1984 venne colpito nuovamente il complesso diplomatico americano a Beirut.

Nello stesso periodo fu rapito William Francis Buckley, capo della stazione CIA nella capitale libanese, che morì durante la prigionia.

Nel giugno 1985 arrivò il dirottamento del TWA Flight 847, durante il quale venne assassinato il militare della U.S. Navy Robert Stethem.

Anche questi episodi fanno parte della lunga storia dello scontro tra gli Stati Uniti e la rete militante sostenuta dall’Iran.

1987-1988: Iran e Stati Uniti arrivano allo scontro diretto

Durante la Tanker War, le forze iraniane utilizzarono mine nel Golfo Persico.

Nel settembre 1987 gli americani intercettarono la nave iraniana Iran Ajr durante un’operazione di posa di mine.

Il 14 aprile 1988 la fregata USS Samuel B. Roberts colpì una mina iraniana e rischiò di affondare.

Quattro giorni dopo Washington rispose con Operation Praying Mantis, uno dei più importanti scontri navali tra Stati Uniti e Iran.

La guerra tra i due Paesi, quindi, non è nata nel 2026.

1996: Khobar Towers

Il 25 giugno 1996 un enorme camion bomba esplose davanti alle Khobar Towers in Arabia Saudita.

Morirono 19 aviatori americani e centinaia rimasero feriti.

L’indagine statunitense incriminò membri di Saudi Hezbollah e individuò collegamenti con elementi iraniani.

Qui occorre precisione: l’esatta responsabilità decisionale di Teheran è stata oggetto di controversia e non va trasformata in una certezza superiore alle prove disponibili.

Ma eliminare completamente il collegamento iraniano dalla ricostruzione significa commettere l’errore opposto.

Iraq: almeno 603 militari americani uccisi da gruppi sostenuti dall’Iran

È probabilmente il dato più pesante dell’intera storia.

Secondo una valutazione resa pubblica dal Pentagono, almeno 603 militari statunitensi morti in Iraq tra il 2003 e il 2011 furono uccisi da gruppi sostenuti dall’Iran.

Teheran, attraverso soprattutto la Quds Force dell’IRGC, sostenne diverse milizie sciite fornendo addestramento, finanziamenti e armamenti.

Tra le armi più pericolose comparvero gli EFP, ordigni esplosivi progettati per perforare mezzi corazzati.

Non stiamo quindi parlando soltanto di retorica antiamericana.

Stiamo parlando di centinaia di militari americani morti.

2007: Karbala

Nel gennaio 2007 un sofisticato attacco a Karbala provocò la morte di cinque soldati americani.

Anche questo episodio venne collegato dagli Stati Uniti alle reti militanti sciite sostenute dall’Iran.

2019: ancora morti americani

Il 27 dicembre 2019 una base nei pressi di Kirkuk venne investita da una salva di razzi.

Un contractor americano venne ucciso e quattro militari statunitensi rimasero feriti.

Washington attribuì l’attacco a Kata’ib Hezbollah, organizzazione sostenuta dall’Iran.

Gli Stati Uniti reagirono bombardando strutture della milizia.

Ancora una volta la cronologia conta:

attacco → vittime americane → rappresaglia americana.

Mostrare solamente l’ultimo passaggio significa raccontare soltanto metà della storia.

2019: assalto all’ambasciata americana di Baghdad

Pochi giorni dopo, sostenitori delle milizie filo-iraniane assaltarono il complesso dell’ambasciata americana a Baghdad.

Questa escalation costituisce una parte indispensabile del contesto nel quale, il 3 gennaio 2020, gli Stati Uniti uccisero Qassem Soleimani.

La legalità e l’opportunità dell’operazione americana possono essere discusse.

Descriverla come un fulmine a ciel sereno significa invece cancellarne il contesto.

2020: questa volta è direttamente l’Iran a lanciare i missili

L’8 gennaio 2020 la distinzione tra Iran e proxy scomparve completamente.

Le forze iraniane lanciarono missili balistici direttamente dal territorio iraniano contro le basi di Al-Asad ed Erbil, che ospitavano personale statunitense.

Numerosi militari americani subirono successivamente diagnosi di lesioni cerebrali traumatiche.

Questa volta non si può nemmeno ricorrere alla discussione sui proxy.

Fu l’Iran ad attaccare direttamente installazioni nelle quali erano schierate forze americane.

2021-2024: la guerra dei droni e dei razzi

Negli anni successivi le milizie sostenute dall’Iran continuarono a colpire installazioni statunitensi in Iraq e Siria utilizzando:

droni, razzi, missili e mortai.

Dopo il 7 ottobre 2023 la frequenza aumentò enormemente.

Tra ottobre 2023 e l’inizio del 2024 furono registrati oltre 160 attacchi contro le forze americane in Iraq e Siria.

2024: Tower 22

Il 28 gennaio 2024 un drone esplosivo colpì Tower 22, installazione statunitense in Giordania.

Morirono tre militari americani:

Sgt. William Jerome Rivers, Spc. Kennedy Ladon Sanders e Spc. Breonna Alexsondria Moffett.

Decine di altri militari rimasero feriti.

L’attacco venne attribuito a una milizia appartenente alla rete della Islamic Resistance in Iraq, sostenuta dall’Iran.

Gli Stati Uniti risposero colpendo decine di obiettivi collegati alle milizie e alla Quds Force.

Di nuovo:

attacco → americani morti → rappresaglia.

Gli Houthi e il Mar Rosso

A questa cronologia bisogna aggiungere gli Houthi dello Yemen, che hanno ricevuto dall’Iran sostegno militare e tecnologico fondamentale per lo sviluppo delle loro capacità missilistiche e dei droni.

Gli Houthi hanno ripetutamente attaccato il traffico navale e ingaggiato unità militari americane.

Anche qui, però, bisogna evitare una semplificazione: essere sostenuti dall’Iran non significa necessariamente ricevere da Teheran l’ordine operativo per ogni singolo attacco.

I proxy hanno propri interessi e proprie strutture decisionali.

È precisamente questa distinzione che rende più forte, non più debole, la ricostruzione storica.

I presunti piani di assassinio negli Stati Uniti

La guerra clandestina non si è limitata al Medio Oriente.

Nel 2022 il Dipartimento di Giustizia americano incriminò Shahram Poursafi, indicato dalle autorità statunitensi come membro dell’IRGC.

Secondo l’accusa avrebbe tentato di organizzare l’assassinio dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, offrendo 300.000 dollari per l’omicidio.

Le autorità americane hanno investigato anche altri presunti complotti collegati all’Iran contro ex funzionari statunitensi.

La cronologia che i soliti riporter della propaganda dimenticano

Basta mettere gli eventi in ordine:

1979 — ambasciata americana occupata e ostaggi detenuti per 444 giorni.

1983 — ambasciata USA a Beirut: 17 americani morti.

1983 — caserma dei Marines: 241 militari americani morti.

1984-1985 — attentati, sequestri e TWA 847.

1987-1988 — mine iraniane e guerra navale USA-Iran.

1996 — Khobar Towers: 19 militari americani morti.

2003-2011 — almeno 603 militari statunitensi uccisi in Iraq da gruppi sostenuti dall’Iran secondo il Pentagono.

2007 — cinque soldati americani uccisi a Karbala.

2019 — attacco di Kirkuk e morte di un contractor americano.

2019 — assalto al complesso dell’ambasciata USA a Baghdad.

2020 — missili balistici iraniani contro basi che ospitano forze americane.

2021-2024 — decine e poi centinaia di attacchi contro installazioni americane.

2024 — Tower 22: tre militari americani uccisi.

A tutto questo si aggiungono gli attacchi degli Houthi e le operazioni clandestine attribuite dall’intelligence e dalla giustizia americana all’IRGC.

Criticare Washington è legittimo. Cancellare la storia no.

Niente di tutto questo dimostra automaticamente che qualsiasi attacco americano contro l’Iran sia legittimo.

È necessario distinguere tre domande:

L’Iran e le organizzazioni da esso sostenute hanno attaccato gli Stati Uniti?
Sì, numerose volte.

Questo significa che ogni attacco dei proxy sia stato ordinato direttamente da Teheran?
No. Le prove devono essere valutate caso per caso.

Questa storia rende automaticamente legittima qualsiasi futura operazione americana?
No. Legalità, necessità e proporzionalità di ogni intervento devono essere giudicate separatamente.

Ma proprio per questo la formula secondo cui «gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran senza motivo perché l’Iran non aveva mai fatto nulla all’America» non regge alla verifica storica.

Il vero problema della narrazione

Il trucco comunicativo è semplice: iniziare il film dall’ultima scena.

Si mostra il bombardamento americano.

Si mostra la risposta iraniana.

Poi si elimina tutto ciò che viene prima.

Scompaiono Beirut, i Marines, le mine, gli EFP iracheni, Kata’ib Hezbollah, i missili del 2020, Tower 22 e centinaia di attacchi contro installazioni americane.

A quel punto lo spettatore vede inevitabilmente un aggressore e una vittima.

Ma la geopolitica non funziona così.

La guerra tra Stati Uniti e Repubblica Islamica iraniana non è iniziata nel 2026. È un conflitto politico, militare, terroristico e clandestino che attraversa quasi mezzo secolo.

Si può essere contrari all’intervento americano.

Si può contestare Washington.

Si può discutere del diritto internazionale.

Ma prima bisogna raccontare tutta la cronologia.

Perché la propaganda comincia esattamente nel momento in cui si decide arbitrariamente da quale giorno far iniziare la storia.

Fonti e link

I soliti riporter della propaganda marxista colpiscono ancora: persino i soccorsi israeliani in Colombia diventano un caso politico

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Quando una tragedia naturale diventa materiale per una battaglia ideologica, il primo a essere sepolto sotto le macerie rischia di essere il contesto.

È quanto sta accadendo intorno alla missione israeliana arrivata in Colombia dopo il devastante terremoto di magnitudo 7,4 del 10 agosto 2026. Sui social e in alcune ricostruzioni fortemente politiche, fotografie e filmati dei soccorritori israeliani sono stati trasformati nella presunta prova di una gigantesca operazione propagandistica: militari che sarebbero arrivati non per aiutare, ma per scattarsi fotografie tra le macerie e “ripulire l’immagine di Israele”.

Una narrazione efficace sul piano emotivo. Molto meno convincente quando la si confronta con i fatti disponibili.

DAL TERREMOTO ALLA BATTAGLIA POLITICA

Il punto di partenza è una tragedia reale.

Il 10 agosto un terremoto di magnitudo 7,4 ha colpito la Colombia occidentale, provocando gravissime distruzioni, morti, feriti e dispersi. Le autorità colombiane hanno mobilitato enormi risorse e ricevuto assistenza internazionale.

Tra le squadre straniere arrivate nel Paese c’era anche una delegazione israeliana di circa 80 persone.

Ed è qui che comincia la trasformazione della cronaca in propaganda.

Il fatto che molti appartenenti alla missione provenissero dalle Forze di Difesa Israeliane è stato utilizzato per descrivere la presenza come quella di “soldati di guerra”, quasi che un reparto militare fosse stato inviato in Colombia con finalità oscure.

Si dimentica però un dettaglio fondamentale: Israele dispone all’interno del suo apparato militare di strutture specializzate nella protezione civile, ricerca e soccorso e intervento in caso di catastrofi.

La missione comprendeva personale del Home Front Command, soccorritori, tecnici e specialisti in grado di valutare edifici danneggiati e operare nelle strutture collassate.

Non erano in Colombia per combattere una guerra.

Erano lì per una missione di emergenza.

NON È STATA ISRAELE A “INVADERE” LA COLOMBIA

C’è poi un elemento ancora più importante.

La presenza israeliana non risulta essere stata un’iniziativa imposta unilateralmente da Gerusalemme. La Colombia aveva richiesto assistenza internazionale dopo il terremoto e il governo colombiano aveva autorizzato e accolto la delegazione.

Questo cambia completamente il quadro.

Non abbiamo un esercito straniero che decide autonomamente di presentarsi in una zona terremotata.

Abbiamo uno Stato colpito da una catastrofe che accetta assistenza internazionale e una squadra specializzata che arriva per collaborare con le strutture locali.

Eppure una parte della polemica ha preferito concentrare l’attenzione sull’uniforme dei soccorritori piuttosto che sul lavoro che erano stati chiamati a svolgere.

“FACEVANO SELFIE TRA LE MACERIE”

È l’immagine perfetta per un post virale.

Si prende una fotografia o un breve filmato di un membro della delegazione che utilizza uno smartphone e lo si trasforma nella rappresentazione dell’intera missione:

“Sono venuti a fare turismo tra le macerie.”

Ma un’immagine non dimostra una simile conclusione.

Una missione internazionale documenta normalmente le proprie operazioni attraverso fotografie, video, comunicati e materiale destinato sia alle autorità sia alla comunicazione pubblica.

Si può naturalmente discutere sull’opportunità di una determinata fotografia.

Si può trovare un selfie in un luogo di tragedia fuori luogo.

Si può criticare il modo in cui una missione comunica il proprio intervento.

Ma da questo a sostenere che 82 persone siano volate dall’altra parte del mondo esclusivamente per realizzare materiale propagandistico c’è un salto logico enorme.

E soprattutto ci sono altri fatti da considerare.

COSA STAVANO FACENDO GLI ISRAELIANI

Le fonti disponibili documentano attività operative della delegazione.

Gli specialisti israeliani hanno effettuato valutazioni di strutture danneggiate, compreso l’Hospital Universitario del Valle, e hanno lavorato in coordinamento con autorità colombiane, vigili del fuoco, personale sanitario e altre organizzazioni presenti nell’area.

Il sindaco di Cali Alejandro Eder ha parlato pubblicamente della collaborazione con la squadra israeliana e delle attività condotte insieme ai soccorritori colombiani.

Sono state documentate operazioni nelle aree colpite e attività finalizzate alla localizzazione e al recupero delle persone rimaste sotto le strutture collassate.

Questo non significa che ogni componente della missione abbia trascorso ogni minuto scavando tra le macerie.

Nessuna grande operazione di soccorso funziona così.

Ci sono tecnici, coordinatori, ingegneri, personale logistico, comunicatori e specialisti con mansioni differenti.

Ma significa che la tesi secondo cui la delegazione sarebbe stata semplicemente una “gita turistica” non è sostenuta dalle evidenze disponibili.

LE CRITICHE DI PETRO SONO POLITICA, NON UNA PERIZIA SUI SOCCORSI

L’ex presidente Gustavo Petro ha alimentato la polemica chiedendo pubblicamente se fossero arrivati “aiuti umanitari o soldati di guerra”.

È una dichiarazione politica perfettamente legittima.

Ma rimane una dichiarazione politica.

Non costituisce una prova che la delegazione non stesse svolgendo attività di soccorso.

Ed esistono dichiarazioni di autorità colombiane direttamente coinvolte nella gestione dell’emergenza che descrivono invece la collaborazione con gli israeliani.

Il metodo corretto dovrebbe essere semplice:

prima si stabilisce cosa abbia effettivamente fatto la missione e successivamente si formula un giudizio politico.

Nella propaganda avviene spesso l’esatto contrario.

Prima viene stabilita la conclusione ideologica.

Poi vengono selezionate le immagini capaci di sostenerla.

LE 72 ORE NON SONO UN INTERRUTTORE

Un altro argomento utilizzato contro la missione sostiene che gli israeliani sarebbero arrivati troppo tardi perché fossero ormai trascorse le famose “72 ore”.

Anche qui c’è un pezzo di verità trasformato in una conclusione eccessiva.

Le prime 72 ore dopo un terremoto sono fondamentali per massimizzare le probabilità di trovare persone vive sotto le macerie.

Ma non esiste un cronometro biologico che allo scoccare della settantaduesima ora renda automaticamente inutile qualsiasi squadra di ricerca e soccorso.

Esistono casi documentati di persone recuperate vive dopo quattro, cinque o più giorni.

Inoltre le squadre USAR non svolgono esclusivamente il recupero di superstiti: possono contribuire alla ricerca delle vittime, alla valutazione degli edifici, alla sicurezza strutturale e al coordinamento tecnico dell’emergenza.

Utilizzare le 72 ore per affermare che qualsiasi intervento successivo sia automaticamente inutile significa trasformare una regola operativa in uno slogan.

POI ARRIVA GAZA

Ed ecco il passaggio che rivela maggiormente la costruzione narrativa.

Dopo aver parlato del terremoto colombiano, il racconto introduce Gaza.

Il ragionamento diventa sostanzialmente questo:

gli israeliani sono tra le macerie in Colombia mentre esistono macerie a Gaza, dunque la loro presenza in Colombia sarebbe ipocrita o propagandistica.

Ma una cosa non dimostra l’altra.

Si può discutere delle operazioni militari israeliane a Gaza, delle responsabilità israeliane, di Hamas, delle vittime civili, del diritto internazionale e delle decisioni del governo Netanyahu.

È un dibattito enorme e legittimo.

Ma nessuno di questi argomenti dimostra che un ingegnere israeliano non abbia realmente ispezionato un ospedale colombiano o che un soccorritore non abbia realmente lavorato accanto ai vigili del fuoco colombiani.

Inserire Gaza serve soprattutto a modificare la reazione emotiva del lettore.

Non aggiunge una prova sull’attività della missione in Colombia.

ANCHE “STATO GENOCIDA” VIENE PRESENTATO COME SE FOSSE UN DATO TECNICO

La stessa tecnica appare quando Israele viene definito semplicemente “Stato genocida”.

È possibile sostenere politicamente o giuridicamente l’accusa di genocidio e discuterne le argomentazioni.

Ma una pubblicazione che pretende di informare dovrebbe distinguere tra accusa, interpretazione politica e sentenza definitiva.

La Corte internazionale di giustizia non ha emesso una sentenza definitiva che stabilisca la responsabilità di Israele per genocidio a Gaza.

Il procedimento internazionale non può quindi essere trasformato giornalisticamente in una sentenza già pronunciata.

Quando una qualificazione controversa viene presentata come fatto incontrovertibile, il lettore non viene informato del dibattito: gli viene consegnata direttamente la conclusione.

CRITICARE ISRAELE NON È ANTISEMITISMO

Occorre però mantenere una distinzione importante.

Criticare Israele, il governo Netanyahu o persino accusare la missione colombiana di propaganda non costituisce automaticamente antisemitismo.

L’antisemitismo riguarda ostilità, discriminazione o pregiudizi nei confronti degli ebrei in quanto ebrei.

Confondere qualsiasi critica a Israele con antisemitismo sarebbe sbagliato quanto utilizzare stereotipi antisemiti nascondendoli dietro una critica politica.

Qui il problema dimostrabile è soprattutto un altro: la selezione ideologica dei fatti e l’utilizzo della tragedia colombiana per costruire una narrazione politica anti-israeliana.

Ed è già abbastanza grave senza bisogno di attribuire etichette che devono essere dimostrate.

IL METODO DEI SOLITI REPORTER DELLA PROPAGANDA MARXISTA

Il meccanismo comunicativo è riconoscibile.

Si parte da fatti veri:

  • c’è stato un terremoto;
  • è arrivata una delegazione israeliana;
  • molti componenti appartengono all’IDF;
  • sono stati realizzati video e fotografie;
  • Petro ha criticato la missione.

Poi arrivano le interpretazioni:

“gita turistica”, “farsa”, “affronto”, “speculazione sulla sofferenza”, operazione per “ripulire l’immagine”.

Infine le interpretazioni vengono raccontate in modo tale da sembrare la naturale conseguenza dei fatti iniziali.

Ma sono proprio quei passaggi intermedi che avrebbero bisogno di prove.

Questo è il problema della propaganda: non deve necessariamente inventare tutto.

Molto più efficace è prendere cinque fatti autentici, eliminare il contesto scomodo e collegarli attraverso una conclusione ideologica.

IL PARADOSSO

Se la delegazione israeliana non fosse arrivata, qualcuno avrebbe probabilmente accusato Israele di indifferenza davanti alla tragedia colombiana.

È arrivata?

Allora diventa “propaganda”.

Documenta l’intervento?

“Selfie sulle macerie.”

È composta anche da militari?

“Soldati di guerra.”

Collabora con le autorità colombiane?

“Operazione di immagine.”

È uno schema retorico nel quale qualsiasi comportamento conduce alla conclusione stabilita in partenza.

Ed è precisamente per questo che servono i fatti.

CONCLUSIONE: LE IMMAGINI NON CANCELLANO IL LAVORO SVOLTO

Nessuno è obbligato ad apprezzare Israele.

Nessuno è obbligato a sostenere Netanyahu.

Nessuno è obbligato a considerare elegante ogni fotografia scattata da un soccorritore israeliano.

Ma il giornalismo dovrebbe cominciare da una domanda molto più semplice:

che cosa ha realmente fatto quella delegazione?

Le informazioni disponibili mostrano una squadra internazionale richiesta e autorizzata dalla Colombia, composta anche da personale specializzato in ricerca, soccorso e ingegneria, impegnata in attività operative e coordinata con strutture colombiane.

Questo non rende Israele immune dalle critiche.

Rende semplicemente insostenibile trasformare automaticamente qualche fotografia in prova che l’intera missione fosse una messinscena.

Quando persino una squadra di soccorso arrivata dopo un terremoto deve essere filtrata attraverso Gaza, Netanyahu e la battaglia ideologica contro Israele, non stiamo più leggendo soltanto la cronaca di un disastro naturale.

Stiamo osservando la costruzione di una narrazione politica.

E per smontarla non servono slogan opposti.

Servono documenti, testimonianze verificabili, cronologia e contesto.

Fonti

Caracol Radio – Bilancio e conseguenze del terremoto:
https://caracol.com.co/2026/08/14/las-victimas-por-el-terremoto-en-colombia-alcanzan-los-285-muertos-y-3975-heridos-segun-la-ungrd/

Infobae Colombia – Arrivo e attività della delegazione israeliana:
https://www.infobae.com/colombia/2026/08/15/asi-fue-la-llegada-de-la-delegacion-israeli-para-apoyar-el-rescate-de-personas-tras-el-terremoto-israel-con-colombia/

Infobae Colombia – Polemica con Gustavo Petro e risposta della delegazione:
https://www.infobae.com/colombia/2026/08/15/delegacion-humanitaria-israeli-que-viajo-a-colombia-para-apoyar-rescates-tras-el-sismo-desmintio-senalamiento-de-gustavo-petro-con-todo-respeto/

El Espectador – Polemica sui video di Roni Kaplan:
https://www.elespectador.com/mundo/america/lavado-de-escombros-el-video-de-roni-kaplan-revive-un-viejo-debate-sobre-israel/

Jerusalem Post – Composizione e partenza della missione israeliana:
https://www.jpost.com/israel-news/article-905555

Jerusalem Post – Missione del Home Front Command in Colombia:
https://www.jpost.com/israel-news/article-905499

INSARAG – Linee guida e documentazione internazionale sulle operazioni USAR:
https://insarag.org/

Organizzazione Mondiale della Sanità – Documentazione su ricerca, soccorso e sopravvivenza dopo terremoti:
https://iris.who.int/bitstream/10665/204734/1/B0149.pdf

Corte internazionale di giustizia – Documentazione ufficiale sul procedimento South Africa v. Israel:
https://www.icj-cij.org/case/192

Quando l’analisi geopolitica diventa propaganda: fatti, omissioni e teorie presentate come certezze

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Nel dibattito geopolitico contemporaneo c’è un problema che riguarda tanto i grandi media quanto una parte della cosiddetta controinformazione: confondere un fatto documentato con un’interpretazione e, successivamente, trasformare quell’interpretazione in una certezza.

È un metodo particolarmente efficace perché raramente parte da una notizia completamente inventata. Al contrario, utilizza eventi realmente accaduti, documenti autentici, precedenti storici e contraddizioni effettive della politica occidentale. Poi, però, aggiunge collegamenti causali per i quali spesso non viene fornita alcuna prova.

Il risultato è una narrazione apparentemente solidissima perché costruita sopra pezzi di realtà.

Ma mettere insieme dieci fatti veri non rende automaticamente vera l’undicesima conclusione.

Ed è proprio qui che il fact-checking diventa indispensabile.

Ceuta: dalla crisi reale alla teoria del Mossad

La crisi migratoria di Ceuta è un fatto enorme e impossibile da minimizzare.

Tra la fine di luglio e agosto 2026 decine di migliaia di persone hanno tentato di raggiungere l’enclave spagnola, provocando morti, sovraffollamento, enormi problemi di ordine pubblico e una crisi politica tra Madrid, Rabat e Bruxelles.

Reuters ha documentato un elemento particolarmente grave: i sindacati delle forze impegnate alla frontiera avevano inviato diversi avvertimenti alle autorità spagnole prima della grande ondata.

Secondo Reuters, furono almeno sei.

La stessa ricostruzione parla di reti criminali, messaggi diffusi sui social network, percezione di una maggiore facilità di ingresso e ritardi nella risposta delle autorità.

Questi sono fatti.

Ma da qui qualcuno compie un salto enorme: la crisi sarebbe stata una rappresaglia israelo-americana contro la Spagna, organizzata perché Madrid non avrebbe sostenuto sufficientemente Israele e Stati Uniti nel confronto con l’Iran.

A questo viene aggiunto un ulteriore elemento: dietro l’operazione ci sarebbe addirittura il Mossad.

Il problema non è che una simile operazione di guerra ibrida sia teoricamente impossibile.

Il problema è molto più semplice:

dove sono le prove?

Una cosa è sostenere che i movimenti migratori possano essere utilizzati geopoliticamente. È successo nella storia e continuerà probabilmente a succedere.

Altra cosa è sostenere che una determinata crisi sia stata organizzata da un determinato servizio segreto.

Per fare quest’ultima affermazione servono documenti, intercettazioni, operazioni finanziarie, testimonianze verificabili, rapporti d’intelligence autenticati o almeno una convergenza significativa di fonti indipendenti.

In assenza di tutto questo abbiamo una ipotesi, non un fatto.

Presentarla come certezza significa sostituire l’analisi con la narrativa.

Zelensky sarebbe un presidente «illegittimo» dal 2024?

Altro argomento utilizzato frequentemente: il mandato presidenziale di Volodymyr Zelensky sarebbe terminato nel 2024 e quindi il presidente ucraino sarebbe diventato automaticamente illegittimo.

Il problema è che basta leggere la Costituzione dell’Ucraina.

L’articolo 108 stabilisce che:

il Presidente dell’Ucraina continua a esercitare i propri poteri fino all’insediamento del presidente neoeletto.

La questione delle elezioni durante la guerra rimane politicamente discutibile.

Si può contestare la decisione di non indire elezioni.

Si può sostenere che una guerra estremamente lunga produca inevitabilmente un problema democratico.

Si può discutere di pluralismo politico, libertà di stampa, opposizione, partiti sospesi e concentrazione dei poteri.

Sono tutti argomenti legittimi.

Ma dire semplicemente:

«il mandato è scaduto, quindi Zelensky non è più presidente legittimo»

taglia via proprio la disposizione costituzionale che disciplina la continuità della carica presidenziale.

Non è fact-checking.

È selezione dei fatti.

Romania: le elezioni furono annullate perché aveva vinto il candidato «sbagliato»?

Anche il caso della Romania merita molta più precisione.

Le elezioni presidenziali furono effettivamente annullate.

Ed è assolutamente legittimo considerare quella decisione gravissima, discutibile e potenzialmente pericolosa per il precedente che crea.

Ma è un’altra cosa sostenere come fatto che:

«siccome aveva vinto un candidato non gradito alla NATO, hanno annullato le elezioni».

Questa è una spiegazione politica.

Non è ciò che stabiliscono gli atti ufficiali.

Prima dell’annullamento furono declassificati documenti dell’intelligence rumena relativi a una massiccia campagna online, attività coordinate sui social network, finanziamenti poco trasparenti e possibili operazioni di influenza straniera.

Reuters documentò inoltre l’intervento dell’Unione Europea nei confronti di TikTok, con l’ordine di preservare i dati relativi alla campagna elettorale proprio per consentire ulteriori accertamenti.

Si può contestare la forza delle prove.

Si può sostenere che le istituzioni abbiano reagito in maniera sproporzionata.

Si può perfino sostenere politicamente che dietro l’annullamento vi fossero anche considerazioni geopolitiche.

Ma questo deve essere presentato come tesi da dimostrare, non come fatto accertato.

È una distinzione enorme.

Iran e bomba atomica: una fatwa non sostituisce le ispezioni dell’AIEA

Un’altra affermazione ricorrente sostiene che l’Iran non avrebbe mai voluto produrre la bomba atomica perché esisterebbe una fatwa religiosa iraniana che vieta le armi nucleari.

La fatwa è un elemento reale del discorso politico e religioso iraniano.

Ma da sola non dimostra la natura esclusivamente pacifica di un programma nucleare.

Ed è qui che entra in gioco l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

In un rapporto del 2025, l’AIEA scriveva che rimanevano irrisolte importanti questioni relative alle salvaguardie nucleari iraniane.

Il direttore generale sottolineava che l’Iran non aveva fornito spiegazioni tecnicamente credibili sulla presenza di particelle di uranio in siti non dichiarati.

La conclusione era particolarmente significativa: fino alla soluzione di quelle questioni, l’Agenzia non era nella posizione di garantire che il programma nucleare iraniano fosse esclusivamente pacifico.

Questo non significa affermare automaticamente:

«L’Iran stava costruendo la bomba».

Sarebbe un altro salto logico.

Significa però che non è scientificamente corretto sostenere l’opposto:

«Sappiamo che l’Iran non l’ha mai voluta perché esiste una fatwa».

Le intenzioni dichiarate da uno Stato e le verifiche tecniche internazionali sono due cose completamente differenti.

La Cina ha già superato gli Stati Uniti?

Anche questa frase viene spesso utilizzata come se avesse un significato univoco:

«La Cina è ormai la prima economia mondiale».

Dipende dalla misura utilizzata.

Se consideriamo il PIL calcolato a parità di potere d’acquisto, la Cina ha effettivamente superato gli Stati Uniti.

Se invece utilizziamo il PIL nominale espresso in dollari correnti, gli Stati Uniti rimangono davanti.

Entrambe le misurazioni hanno una loro utilità.

Il problema nasce quando si utilizza soltanto quella favorevole alla propria tesi senza specificarlo.

Dire:

«la Cina è prima per PIL PPP»

è informazione.

Dire:

«la Cina ha già superato gli Stati Uniti come economia mondiale»

senza spiegare la metrica produce invece un’affermazione molto più ambigua.

Ed è esattamente attraverso queste piccole omissioni che nasce una grande narrazione.

L’Occidente vuole smembrare la Russia e rubarne il petrolio?

Qui arriviamo a una delle interpretazioni geopolitiche più spettacolari.

Secondo questa narrativa, il vero obiettivo statunitense in Ucraina non sarebbe soltanto impedire una vittoria russa o contenere Mosca.

Il progetto sarebbe molto più ampio:

rovesciare Putin, frammentare la Federazione Russa, riportarla nelle condizioni degli anni Novanta e infine mettere le mani sulle risorse energetiche russe attraverso le multinazionali occidentali.

Il problema non è che gli Stati Uniti perseguano i propri interessi.

Lo fanno.

Così come li perseguono Russia, Cina, Iran, Turchia, Arabia Saudita e qualsiasi altra potenza.

Gli Stati Uniti hanno inoltre utilizzato innumerevoli volte pressioni economiche, sanzioni, operazioni clandestine e interventi militari per difendere la propria posizione internazionale.

Tutto documentabile.

Ma da questo non deriva automaticamente l’esistenza di un piano operativo occidentale finalizzato a smembrare la Russia per appropriarsi del suo petrolio.

Una simile affermazione richiederebbe prove straordinarie.

Documenti strategici.

Decisioni politiche.

Piani operativi.

Prove finanziarie.

Non basta dire che Washington avrebbe economicamente interesse a una Russia debole.

Gli interessi geopolitici non sono automaticamente la prova dell’esistenza di un piano segreto.

Siria: qui una parte della denuncia è vera

La questione siriana è molto più interessante perché dimostra anche il rischio opposto: respingere automaticamente qualsiasi critica agli Stati Uniti significa fare propaganda uguale e contraria.

Washington e i suoi alleati hanno realmente sostenuto gruppi ribelli siriani.

Non è una teoria.

Il programma clandestino americano conosciuto come Timber Sycamore è ampiamente documentato.

Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita collaborarono nell’addestramento e nell’armamento di formazioni ribelli, mentre altri Stati della regione finanziavano e sostenevano ulteriori gruppi.

Le guerre civili, però, producono ecosistemi estremamente complessi.

Combattenti cambiano schieramento.

Armi vengono rivendute.

Organizzazioni si dividono.

Coalizioni si formano e si dissolvono.

Materiale fornito a un gruppo può finire nelle mani di un altro.

Per questo è corretto parlare del rischio di blowback e delle enormi responsabilità occidentali e regionali nella destabilizzazione siriana.

Ma anche qui bisogna evitare il salto successivo:

«Gli Stati Uniti hanno sostenuto alcuni ribelli»

non equivale automaticamente a:

«Tutto il jihadismo internazionale è una creazione o uno strumento controllato dagli Stati Uniti».

Tra le due affermazioni c’è un oceano di prove che dovrebbe essere attraversato.

Turchia, Pakistan e Arabia Saudita: esiste davvero un nuovo patto militare

Anche qui bisogna separare realtà e interpretazione.

Il 7 agosto 2026 Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno effettivamente sottoscritto un importante accordo di difesa con una clausola secondo cui un attacco contro uno dei membri viene considerato un attacco contro tutti.

Questo è un fatto estremamente importante.

Pakistan è una potenza nucleare.

Turchia possiede uno degli eserciti più importanti della NATO.

Arabia Saudita dispone di enormi risorse economiche e mantiene un ruolo centrale negli equilibri mediorientali.

Ma chiamare automaticamente quell’accordo una:

«NATO sunnita con ombrello nucleare pakistano»

significa andare oltre ciò che il documento permette di affermare con certezza.

Gli stessi firmatari hanno insistito sulla natura difensiva dell’accordo e hanno negato che esso rappresenti un blocco settario diretto contro un determinato Paese.

Inoltre la presenza del Pakistan non equivale automaticamente a una garanzia nucleare formalmente estesa agli altri due Paesi.

Può diventare una forma di deterrenza implicita.

È geopoliticamente importantissima.

Ma deterrenza implicita e garanzia nucleare formale non sono sinonimi.

Il metodo della propaganda sofisticata

La propaganda più efficace non è quella che inventa tutto.

Quella è relativamente semplice da smontare.

La propaganda sofisticata funziona diversamente.

Prende un fatto vero.

Poi un secondo fatto vero.

Poi un terzo.

Li mette in sequenza.

Aggiunge un’interpretazione plausibile.

Trasforma l’interpretazione in causalità.

E infine presenta quella causalità come fatto dimostrato.

Il procedimento diventa:

fatto → fatto → fatto → ipotesi → certezza.

È qui che il lettore deve fermarsi.

Perché una ricostruzione geopolitica seria dovrebbe invece utilizzare categorie differenti:

fatto accertato;

fatto contestato;

ipotesi plausibile;

interpretazione politica;

affermazione priva di riscontri.

Mescolare queste cinque categorie significa costruire propaganda.

Criticare l’Occidente non significa dover assolvere i suoi avversari

Questo è forse il punto più importante.

Gli Stati Uniti hanno commesso errori enormi.

Hanno sostenuto colpi di Stato.

Hanno intrapreso guerre disastrose.

Hanno collaborato con dittature.

Hanno sostenuto gruppi armati quando coincideva con i loro interessi geopolitici.

Hanno utilizzato sanzioni economiche come strumento di pressione.

Israele può essere criticato.

La NATO può essere criticata.

L’Unione Europea può essere criticata.

L’Ucraina può essere criticata.

Ma da tutto questo non deriva che Russia, Iran o Cina abbiano automaticamente ragione.

L’Iran rimane una Repubblica Islamica autoritaria.

La Russia rimane uno Stato con una fortissima concentrazione del potere politico.

La Cina rimane un regime a partito unico con un sistema di controllo politico e sociale enormemente penetrante.

Il fatto che Washington abbia mentito in Iraq non rende vera qualsiasi dichiarazione iraniana.

Il fatto che l’Occidente abbia sostenuto gruppi discutibili in Siria non dimostra automaticamente che ogni attentato jihadista sia una false flag occidentale.

Il fatto che esistano operazioni del Mossad non significa che dietro ogni crisi europea ci sia il Mossad.

Questo non è essere filoamericano.

È utilizzare lo stesso standard probatorio per tutti.

Il cortocircuito della cosiddetta controinformazione

Una parte della controinformazione nasceva con una missione utile:

contestare il potere.

Con il tempo una sua componente ha però trasformato quella missione in qualcosa di completamente diverso:

credere automaticamente al nemico del potere occidentale.

E così accade un paradosso.

Chi accusa quotidianamente i media occidentali di propaganda finisce per assumere come attendibili le narrative provenienti da Mosca, Teheran o Pechino quasi esclusivamente perché sono antioccidentali.

Non è controinformazione.

È semplicemente cambiare il ministero della propaganda al quale si decide di credere.

La verifica dovrebbe funzionare esattamente al contrario.

Se Washington afferma qualcosa, verifichiamola.

Se Mosca afferma qualcosa, verifichiamola.

Se Israele afferma qualcosa, verifichiamola.

Se Teheran afferma qualcosa, verifichiamola.

Se Pechino afferma qualcosa, verifichiamola.

Nessuno dovrebbe ricevere un lasciapassare ideologico.

Il caso delle «false flag»: quando l’ipotesi diventa immunizzata dalla prova

Una delle formule più pericolose del dibattito contemporaneo è:

«potrebbe essere una false flag».

Naturalmente le false flag esistono storicamente.

I servizi segreti esistono.

Le operazioni clandestine esistono.

Le provocazioni esistono.

Il problema comincia quando l’assenza di prove viene trasformata essa stessa in prova.

Se chiedi:

«dov’è la documentazione?»

la risposta diventa:

«Non può esserci, perché è un’operazione segreta».

A quel punto l’affermazione diventa impossibile da falsificare.

Qualunque evento conferma la teoria.

Qualunque smentita conferma la teoria.

L’assenza di documenti conferma la teoria.

La presenza di documenti contrari dimostra che il depistaggio funziona.

Questo non è più metodo storico.

È una struttura logica chiusa.

La geopolitica non è un romanzo con un unico burattinaio

La realtà internazionale è molto più complicata delle grandi teorie totalizzanti.

Gli Stati hanno interessi differenti.

I ministeri litigano tra loro.

I servizi d’intelligence commettono errori.

Gli alleati competono.

I governi cambiano strategia.

Le operazioni falliscono.

Le multinazionali perseguono interessi che talvolta divergono da quelli dei governi.

I militari possono avere priorità differenti dai diplomatici.

Pensare che dietro ogni crisi esista un solo centro di comando capace di coordinare tutto produce una rappresentazione della geopolitica quasi cinematografica.

La storia reale è molto più caotica.

Ed è proprio questo caos a renderla interessante.

Conclusione: non serve una nuova propaganda per combattere quella vecchia

La critica alla propaganda occidentale è necessaria.

Ma una propaganda non si combatte costruendone un’altra.

Si combatte con documenti, date, fonti primarie, verifiche indipendenti e soprattutto con una regola semplicissima:

non affermare come certo ciò che le prove consentono soltanto di ipotizzare.

Ceuta esiste.

La crisi migratoria esiste.

Gli errori del governo spagnolo esistono.

Le operazioni clandestine dei servizi segreti esistono.

Ma questo non dimostra automaticamente il Mossad.

La guerra in Ucraina esiste.

Il problema delle elezioni durante la legge marziale esiste.

Ma questo non cancella l’articolo 108 della Costituzione ucraina.

Le interferenze politiche internazionali esistono.

Ma questo non dimostra automaticamente che la NATO abbia annullato le elezioni rumene.

L’Iran possiede una fatwa contro le armi nucleari.

Ma questo non cancella i problemi di verifica rilevati dall’AIEA.

Gli Stati Uniti hanno sostenuto gruppi armati in Siria.

Ma questo non trasforma automaticamente ogni jihadista in un agente della CIA.

Questa è la differenza fondamentale tra inchiesta e propaganda.

L’inchiesta cerca di scoprire se la propria ipotesi è vera.

La propaganda parte dalla conclusione e cerca soltanto i fatti che possono essere utilizzati per sostenerla.

E quando si applica veramente il metodo storico — fonti, prove, contraddittorio e distinzione tra fatti e supposizioni — molte narrazioni apparentemente granitiche diventano improvvisamente molto più fragili.


Fonti e link

Crisi di Ceuta e avvertimenti precedenti alla grande ondata migratoria
Reuters – Spain disregarded Ceuta warnings before migrant rush

Nuovi tentativi di attraversamento e operazioni delle autorità marocchine e spagnole
Reuters – Morocco arrests migrants headed for Spain’s Ceuta

Costituzione dell’Ucraina – Articolo 108
Verkhovna Rada – Constitution of Ukraine

Elezioni rumene, TikTok e documenti sull’interferenza elettorale
Reuters – EU orders TikTok to freeze Romanian elections data

Programma nucleare iraniano e questioni irrisolte sulle salvaguardie
IAEA – GOV/2025/10, Verification and monitoring in Iran

Economia mondiale e prospettive economiche di Stati Uniti e Cina
World Bank – Global Economic Prospects

Programma CIA/Saudita Timber Sycamore e sostegno ai ribelli siriani
U.S. Congress – documentazione sul programma Timber Sycamore

Accordo di difesa tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan del 7 agosto 2026
Associated Press – Saudi Arabia, Turkey and Pakistan sign defense agreement

Precisazioni pakistane sulla natura del nuovo patto militare
Associated Press – Pakistan says defense pact is purely defensive

I soliti reporter della propaganda marxista mistificano i fatti: Colombia e Israele, cosa c’è davvero dietro l’accordo sui visti, sempre a sventolare lo spettro Israele.

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La Colombia cambia politica estera dopo gli anni di Gustavo Petro e ristabilisce i rapporti con Israele. L’esenzione reciproca dai visti diventa però il pretesto per costruire una narrazione che mescola fatti reali, omissioni, un clamoroso errore sul ministro degli Esteri e giudizi ideologici presentati come cronaca.

C’è un metodo propagandistico particolarmente efficace perché non richiede necessariamente di inventare una notizia da zero. È sufficiente prendere alcuni fatti autentici, eliminare il contesto che li rende comprensibili, aggiungere una serie di associazioni emotive e accompagnare tutto con un lessico politicamente orientato.

È esattamente il problema della narrazione circolata sul riavvicinamento tra Colombia e Israele.

Il fatto di partenza esiste: dal 1° settembre 2026 Colombia e Israele ripristineranno l’esenzione reciproca dal visto per i rispettivi cittadini.

Ma da questo dato viene costruita una storia molto più ampia: il nuovo governo colombiano sarebbe impegnato in una sorta di conversione ideologica filo-israeliana, l’apertura delle frontiere servirebbe implicitamente a favorire israeliani — con un riferimento particolare ai militari — e tutto dovrebbe essere letto attraverso Gaza, il Golan e il Sahara Occidentale.

Il problema è che, una volta separati i fatti dalle opinioni, il quadro diventa molto diverso.

Primo dettaglio: l’esenzione è reciproca

La prima omissione riguarda la natura stessa della misura.

Non è semplicemente la Colombia che “apre le porte agli israeliani”.

Israele elimina l’obbligo nei confronti dei colombiani e la Colombia fa altrettanto nei confronti degli israeliani.

È precisamente il principio di reciprocità che aveva avuto un ruolo anche nella precedente introduzione dell’obbligo di visto.

Presentare quindi il provvedimento esclusivamente come una concessione colombiana agli israeliani significa descrivere soltanto metà della decisione.

La reciprocità cambia completamente il significato politico dell’accordo: non stiamo parlando di un privilegio unilaterale concesso da Bogotá, ma della normalizzazione delle condizioni di viaggio tra due Paesi che stanno ricostruendo le loro relazioni diplomatiche.

La storia dei visti non comincia nel 2026

C’è poi un elemento storico ancora più importante.

La documentazione ufficiale della Cancelleria colombiana registra un accordo per la soppressione dei visti turistici tra Colombia e Israele risalente al 12 giugno 1966.

Sessant’anni fa.

Questo particolare rende molto meno suggestiva la rappresentazione secondo cui il nuovo governo avrebbe improvvisamente spalancato la Colombia a Israele.

I rapporti diplomatici tra i due Paesi risalgono infatti al 1957 e, nel corso dei decenni, Bogotá e Gerusalemme hanno costruito relazioni diplomatiche, commerciali, turistiche e di sicurezza ben prima dell’arrivo di Gustavo Petro o di Abelardo de la Espriella.

Esistono inoltre accordi economici risalenti agli anni Ottanta, accordi turistici e un trattato di libero scambio firmato nel 2013.

La vera anomalia storica, quindi, può essere letta anche al contrario: non necessariamente il riavvicinamento del 2026, ma il profondo deterioramento delle relazioni avvenuto durante la presidenza Petro.

C’è persino un errore sul nome del ministro

La narrazione presenta inoltre un problema fattuale difficilmente liquidabile come semplice sfumatura.

Viene scritto che la decisione sarebbe arrivata dopo i colloqui tra il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar e Álvaro Leyva Escobar.

Ma l’interlocutore colombiano del nuovo governo è Omar Bula Escobar.

La differenza è enorme.

Álvaro Leyva è stato ministro degli Esteri proprio durante il governo di Gustavo Petro.

Attribuirgli il negoziato del nuovo corso diplomatico significa confondere due figure appartenenti a contesti politici completamente differenti.

Quando un articolo pretende di spiegare una svolta geopolitica e sbaglia persino l’identità di uno dei protagonisti della trattativa, la verifica delle altre affermazioni diventa ancora più necessaria.

Poi compaiono Gaza, i militari israeliani e l'”apartheid”

A questo punto il racconto abbandona progressivamente il provvedimento sui visti e introduce Gaza.

Viene sottolineato che tra i turisti israeliani vi sarebbero “molti militari in servizio” e immediatamente dopo vengono richiamate le accuse di genocidio e apartheid.

Ma quale sarebbe il rapporto giuridico tra queste accuse e l’accordo sui visti?

L’esenzione riguarda i cittadini dei due Paesi. Non risulta essere un programma speciale per i membri delle Forze di Difesa Israeliane, né un corridoio costruito appositamente per militari israeliani.

Naturalmente si può criticare politicamente l’accordo.

Si può sostenere che la Colombia non dovrebbe normalizzare i rapporti con Israele. Si può appoggiare la politica di Petro. Si possono contestare le operazioni militari israeliane a Gaza.

Ma sono opinioni politiche distinte dal contenuto dell’accordo.

Inserire nella stessa sequenza “turisti israeliani”, “militari”, “genocidio” e “apartheid” produce invece una precisa associazione emotiva.

Non dimostra un rapporto causale.

Lo suggerisce.

Ed è proprio questa la differenza tra informazione e framing politico.

Le accuse contro Israele vanno attribuite correttamente

Lo stesso problema riguarda termini estremamente pesanti come “genocidio” e “apartheid”.

Esistono organizzazioni, governi, esperti e procedimenti internazionali che hanno formulato accuse di questo genere contro Israele. Esistono contemporaneamente contestazioni giuridiche e politiche di tali qualificazioni da parte israeliana e di altri soggetti.

Un’informazione rigorosa dovrebbe quindi spiegare chi sostiene cosa.

Scrivere che Israele è accusato di genocidio è una cosa.

Trasformare automaticamente l’accusa in un fatto giudiziariamente definitivamente accertato è un’altra.

Il giornalismo dovrebbe distinguere fatti, accuse, sentenze, procedimenti ancora aperti e opinioni.

Petro aveva realmente rotto le relazioni con Israele

Un altro elemento del testo è invece sostanzialmente corretto.

Il governo di Gustavo Petro interruppe le relazioni diplomatiche con Israele nel maggio 2024, nel pieno dello scontro politico sulla guerra di Gaza.

Il nuovo governo di Abelardo de la Espriella ha scelto una linea diametralmente opposta.

Questa è una svolta politica reale.

Ma chiamarla “estrema destra” e accompagnare ogni singolo provvedimento con una lettura morale predeterminata non sostituisce l’analisi delle ragioni geopolitiche della scelta.

Colombia e Israele possedevano relazioni profonde molto prima di Petro.

La restaurazione di quelle relazioni può quindi essere descritta anche come ritorno alla tradizionale cooperazione bilaterale dopo la rottura dell’era Petro.

È una formulazione meno militante, ma storicamente molto più completa.

Il Golan: il fatto è vero, ma va spiegato

Anche il riconoscimento colombiano della sovranità israeliana sulle Alture del Golan rappresenta una svolta reale.

Il nuovo governo colombiano si è allineato alla posizione degli Stati Uniti riconoscendo la sovranità israeliana sul territorio.

Qui bisogna però essere altrettanto precisi dalla parte opposta: la posizione prevalente delle Nazioni Unite e della comunità internazionale non riconosce l’annessione israeliana del Golan.

Nascondere questo elemento sarebbe scorretto quanto nascondere il resto.

La differenza tra analisi e propaganda consiste proprio in questo: riportare anche i fatti che non aiutano la propria tesi.

Il punto interessante dovrebbe allora diventare un altro: perché il nuovo governo colombiano ha deciso di modificare così radicalmente la propria posizione?

È una domanda geopolitica.

Ridurre tutto all’etichetta “estrema destra filo-israeliana” è invece una risposta ideologica già confezionata.

Anche sul Sahara Occidentale esiste una svolta

Bogotá ha modificato anche la politica sul Sahara Occidentale, abbandonando la linea seguita da Petro e avvicinandosi al Marocco.

Anche questo è un fatto.

Ma inserirlo semplicemente in una presunta catena “Israele-USA-Marocco-Colombia” rischia di eliminare le motivazioni diplomatiche specifiche della scelta colombiana.

Il Marocco sta conducendo da anni un’intensa offensiva diplomatica internazionale per ottenere sostegno al proprio piano di autonomia per il Sahara Occidentale.

Il cambiamento colombiano va quindi analizzato anche all’interno di questa strategia e della ridefinizione complessiva delle alleanze internazionali di Bogotá.

Il trucco narrativo: mettere tutto nella stessa frase

Ed eccoci al cuore del problema.

Osserviamo la sequenza:

visti → israeliani → militari → Gaza → genocidio → apartheid → estrema destra → Golan → Sahara Occidentale → Stati Uniti.

Quasi tutti questi elementi possono essere discussi separatamente.

Il problema nasce quando vengono concatenati per produrre nel lettore l’impressione che rappresentino le diverse parti di un unico piano già dimostrato.

Non funziona così.

Una correlazione politica non dimostra automaticamente una relazione causale.

Un accordo turistico non diventa un accordo militare perché alcuni cittadini israeliani hanno prestato servizio nelle IDF.

Il ripristino delle relazioni diplomatiche non dimostra da solo la subordinazione politica della Colombia a Israele.

Il riconoscimento del Golan non dimostra che l’accordo sui visti sia stato stipulato per favorire militari israeliani.

Il riconoscimento della posizione marocchina sul Sahara Occidentale non trasforma automaticamente Bogotá in una pedina di Gerusalemme.

Per dimostrare queste tesi servirebbero documenti, accordi, dichiarazioni o prove concrete.

Non basta mettere gli eventi uno accanto all’altro.

Quello che la narrazione dimentica: quasi settant’anni di rapporti

La parte forse più importante è proprio quella che rischia di scomparire dal racconto.

Colombia e Israele non si sono conosciuti nell’agosto 2026.

I rapporti diplomatici risalgono al 1957.

L’accordo sull’esenzione dei visti turistici risale al 1966.

Nel corso dei decenni sono seguiti accordi economici, commerciali, turistici e di cooperazione.

Il trattato di libero scambio è stato firmato nel 2013.

Raccontare quindi il riavvicinamento attuale senza questa cronologia produce l’impressione di un’alleanza appena costruita dal nuovo governo colombiano.

Storicamente è molto più corretto parlare della ricostruzione di una relazione bilaterale pluridecennale gravemente deterioratasi durante la presidenza Petro.

Poi ciascuno è libero di giudicare positivamente o negativamente quella scelta.

Ma prima vengono i fatti.

Criticare Israele non significa automaticamente antisemitismo

Serve infine una distinzione importante.

Una posizione anti-Netanyahu, anti-israeliana o fortemente filo-palestinese non è automaticamente antisemita.

L’antisemitismo riguarda ostilità, discriminazione o generalizzazioni rivolte agli ebrei in quanto ebrei.

Confondere sistematicamente cittadini israeliani, governo israeliano, esercito e popolazione ebraica mondiale può invece diventare estremamente problematico.

Proprio per questo il linguaggio dovrebbe essere preciso.

Si può contestare duramente la politica del governo israeliano senza attribuire responsabilità collettive agli israeliani o agli ebrei.

La propaganda più efficace non inventa tutto: seleziona

Questo caso rappresenta bene una caratteristica della comunicazione ideologica contemporanea.

Non serve necessariamente creare una fake news completa.

È molto più efficace utilizzare:

un fatto vero + un’omissione + un errore + un’etichetta politica + una serie di associazioni emotive.

Il risultato appare credibile proprio perché una parte consistente degli elementi è autentica.

L’esenzione dai visti è vera.

Il riavvicinamento con Israele è vero.

La rottura di Petro era vera.

Il cambio di posizione sul Golan è vero.

La svolta sul Sahara Occidentale è reale.

Ma da questi fatti non discendono automaticamente tutte le conclusioni suggerite dal racconto.

E soprattutto rimangono fuori informazioni decisive: la reciprocità dell’esenzione, l’accordo storico del 1966, decenni di cooperazione Colombia-Israele e persino la corretta identità del ministro colombiano coinvolto nei colloqui.

È qui che il lettore dovrebbe iniziare a diffidare.

Non perché debba diventare filo-israeliano, filo-colombiano o sostenitore di De la Espriella.

Ma perché l’informazione dovrebbe permettergli di costruirsi un’opinione, non costruirgliela preventivamente attraverso la selezione dei fatti.

Conclusione

La storia Colombia-Israele dimostra ancora una volta quanto sia importante distinguere una notizia dalla cornice ideologica utilizzata per raccontarla.

Il nuovo governo colombiano ha effettivamente operato una svolta rispetto a Petro. Ha ristabilito i rapporti con Israele, modificato la posizione sul Golan e cambiato linea sul Sahara Occidentale.

Sono fatti.

Ma anche il resto sono fatti: Colombia e Israele intrattengono rapporti diplomatici dal 1957; l’esenzione dai visti ha precedenti che risalgono al 1966; la misura del settembre 2026 è reciproca; e attribuire i colloqui ad Álvaro Leyva invece che a Omar Bula significa confondere il ministro del governo Petro con l’esponente del nuovo corso.

La critica politica è legittima.

La mistificazione comincia quando opinioni, omissioni e associazioni vengono confezionate come se fossero tutte fatti della stessa natura.

Ed è precisamente lì che finisce il giornalismo e comincia la propaganda.


Fonti e documenti

Iran, IRGC e Hezbollah: il fronte mediorientale dentro l’ecosistema criminale transnazionale

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A questo punto manca un attore fondamentale per comprendere la dimensione internazionale del problema:

la Repubblica Islamica dell’Iran e la rete di organizzazioni che Teheran sostiene all’estero.

Qui bisogna essere estremamente precisi.

Non esistono prove pubbliche sufficienti per affermare che Iran, cartelli latinoamericani, guerriglie marxiste e ogni altra organizzazione descritta in questo articolo rispondano a un’unica centrale di comando.

Esiste però qualcosa di molto concreto e molto più difficile da liquidare come teoria politica: una lunga documentazione giudiziaria, finanziaria e di intelligence relativa alle attività internazionali dell’IRGC, della sua Forza Quds e soprattutto di Hezbollah, organizzazione libanese sostenuta dall’Iran.

Il Congressional Research Service americano continua a descrivere Hezbollah come uno dei principali strumenti della politica regionale iraniana e segnala le preoccupazioni delle autorità statunitensi circa la presenza in America Latina di appartenenti a Hezbollah e operatori della Forza Quds.

Il punto, quindi, non è sostenere che Teheran controlli ogni narcotrafficante sudamericano.

Il punto è comprendere come reti criminali, finanziarie e logistiche possano diventare infrastrutture utilizzabili anche da organizzazioni terroristiche e apparati legati a uno Stato.

Ed è precisamente ciò che rende questo sistema così pericoloso.


Hezbollah non è semplicemente un’organizzazione libanese

Hezbollah rappresenta il caso più evidente.

La sua relazione con Teheran è strutturale e storica. La legislazione statunitense richiama esplicitamente il ruolo della Forza Quds dell’IRGC nel sostegno alle attività militari, paramilitari e terroristiche di Hezbollah.

Questo significa che quando analizziamo le reti internazionali di Hezbollah non possiamo trattarle come un fenomeno completamente scollegato dall’architettura strategica iraniana.

Allo stesso tempo bisogna evitare il salto logico opposto: non ogni operazione criminale attribuita a un individuo collegato a Hezbollah può automaticamente essere definita un’operazione ordinata direttamente da Teheran.

La distinzione è essenziale.

Ma la relazione strategica Iran–IRGC–Hezbollah è documentata.


Dalla droga sudamericana al riciclaggio internazionale

Le indagini americane mostrano inoltre quanto il confine tra criminalità organizzata e reti collegate a Hezbollah possa diventare sottile.

Nel 2015 il Dipartimento di Giustizia statunitense annunciò l’arresto di due presunti associati di Hezbollah accusati di una cospirazione per riciclare proventi del narcotraffico.

Secondo gli atti giudiziari, gli indagati discussero la possibilità di utilizzare collegamenti internazionali per consentire ad aerei provenienti dal Sud America e carichi di diverse tonnellate di cocaina di raggiungere l’Africa, dalla quale la droga avrebbe potuto proseguire verso Europa o Stati Uniti.

La rete descritta dagli investigatori attraversava Libano, Iran, Europa, Africa e America.

Questa vicenda è importante perché dimostra concretamente ciò che abbiamo sostenuto lungo tutto questo articolo:

il terrorismo transnazionale non deve necessariamente produrre direttamente la cocaina per beneficiare dell’economia della cocaina.

Può offrire servizi.

Riciclaggio.

Intermediazione.

Protezione.

Logistica.

Contatti.

Accesso finanziario.

Il narcotraffico genera denaro e il denaro cerca continuamente strutture capaci di nasconderne l’origine.


La Triple Frontera: dove America Latina e Medio Oriente si incontrano

Un altro territorio fondamentale è la Triple Frontera tra Brasile, Paraguay e Argentina.

Il programma Rewards for Justice del Dipartimento di Stato americano sostiene che Hezbollah mantenga una presenza nell’emisfero occidentale dagli anni Ottanta e indica proprio quest’area come uno dei principali centri delle sue attività finanziarie.

Secondo Washington, membri, sostenitori e facilitatori collegati all’organizzazione sono stati associati nella regione a:

riciclaggio commerciale, narcotraffico, contrabbando, movimento clandestino di contante, falsificazione di documenti e contraffazione.

Ancora una volta, attenzione:

questo non significa criminalizzare le grandi comunità libanesi o musulmane dell’America Latina, la stragrande maggioranza delle quali non ha nulla a che vedere con il terrorismo.

Significa colpire specifiche reti sulle quali esistono investigazioni, sanzioni e procedimenti.

Confondere una comunità religiosa con un’organizzazione terroristica sarebbe tanto sbagliato quanto ignorare l’esistenza di reti terroristiche perché operano all’interno di comunità molto più grandi e perfettamente legali.


Buenos Aires: il precedente che non può essere cancellato

L’interesse iraniano ed Hezbollah per l’America Latina non nasce ieri.

L’Argentina porta ancora le cicatrici degli attentati degli anni Novanta.

Nel 1992 venne colpita l’ambasciata israeliana a Buenos Aires.

Il 18 luglio 1994 un attentato devastò la sede dell’AMIA, causando 85 morti.

Le autorità argentine hanno attribuito responsabilità a Hezbollah e a funzionari iraniani; Teheran ha sempre negato il proprio coinvolgimento.

Il programma antiterrorismo del Dipartimento di Stato americano continua a indicare Hezbollah come responsabile dell’attentato AMIA e collega Iran e Hezbollah anche all’attacco del 1992.

Questi precedenti spiegano perché la presenza delle reti iraniane nell’emisfero occidentale non possa essere trattata esclusivamente come una questione commerciale o diplomatica.


Iran: la guerra finanziaria passa anche attraverso le economie clandestine

Nel maggio 2026 è arrivato un altro segnale importante.

La Financial Crimes Enforcement Network (FinCEN) del Tesoro statunitense ha pubblicato un nuovo allarme destinato alle istituzioni finanziarie per identificare le reti utilizzate dall’IRGC.

Secondo FinCEN, i Guardiani della Rivoluzione utilizzano, tra gli altri strumenti, società di comodo, facilitatori finanziari, vendite clandestine di petrolio e asset digitali per finanziare le proprie attività e aggirare le restrizioni internazionali.

È importante perché amplia enormemente il concetto di economia clandestina.

Non esiste soltanto la cocaina.

Esistono:

petrolio,

armi,

società di facciata,

contrabbando,

criptovalute,

documenti,

triangolazioni commerciali,

riciclaggio,

intermediari finanziari.

Il narcotraffico rappresenta soltanto una componente di un universo molto più vasto.


Il modello iraniano: proiettare potere senza combattere direttamente

La strategia iraniana degli ultimi decenni ha dimostrato quanto possa essere efficace utilizzare attori alleati per proiettare influenza oltre i propri confini.

Hezbollah in Libano ne rappresenta l’esempio storico più evidente.

In Medio Oriente Teheran ha inoltre sostenuto differenti organizzazioni armate e milizie, sebbene il livello di controllo iraniano su ciascun attore sia diverso e non debba essere dato per identico.

È precisamente questa elasticità a rendere il sistema efficace.

Lo Stato sponsor può ottenere profondità strategica senza necessariamente schierare apertamente il proprio esercito regolare.

Finanziamenti.

Addestramento.

Tecnologia.

Armi.

Intelligence.

Supporto politico.

Reti finanziarie.

L’influenza viene proiettata attraverso una costellazione di organizzazioni.


L’America Latina diventa così strategicamente importante

Perché interessarsi a un continente distante migliaia di chilometri da Teheran?

Perché l’America Latina offre qualcosa che nessuna potenza intenzionata a costruire influenza globale può ignorare:

prossimità geografica agli Stati Uniti, enormi economie, risorse energetiche, grandi comunità diasporiche, porti atlantici e pacifici e relazioni politiche con governi ostili o critici verso Washington.

Il Congressional Research Service osserva che l’Iran ha coltivato soprattutto relazioni con governi latinoamericani caratterizzati da rapporti difficili con gli Stati Uniti e identifica Venezuela, Argentina e Cuba tra i Paesi sui quali Teheran ha concentrato particolare attenzione strategica nel corso degli anni.


Venezuela e Iran: molto più di una simpatia ideologica

Il rapporto tra Caracas e Teheran è particolarmente importante.

Non nasce soltanto dalla comune opposizione alla politica statunitense.

Negli anni si è sviluppato attraverso cooperazione energetica, commerciale, diplomatica e strategica.

È precisamente questa convergenza che ha attirato l’attenzione delle autorità americane sulle possibili attività di Hezbollah e delle strutture iraniane nell’area.

Anche in questo caso occorre distinguere tra rapporti politici documentati e accuse specifiche che restano oggetto di controversia.

Ma ignorare completamente la dimensione iraniana della geopolitica venezuelana significa eliminare dal quadro uno dei rapporti strategici più importanti costruiti da Teheran nell’emisfero occidentale.


Marxismo rivoluzionario e islamismo: nessuna fratellanza ideologica

Ed eccoci a un’apparente contraddizione.

Come possono organizzazioni marxiste collaborare o convivere economicamente con strutture islamiste?

La risposta è semplice:

non devono condividere la stessa ideologia.

Marxismo rivoluzionario e islamismo politico hanno origini e finalità profondamente differenti.

Anzi, sotto molti aspetti sono filosoficamente incompatibili.

Ma la criminalità transnazionale non funziona come un seminario universitario.

Funziona attraverso interessi.

Un narcotrafficante può vendere cocaina a qualcuno del quale disprezza completamente l’ideologia.

Un riciclatore può spostare denaro per due organizzazioni nemiche.

Un trafficante d’armi vende al cliente che paga.

Un falsificatore non pretende una dichiarazione politica prima di produrre un passaporto falso.


È questa la vera saldatura

Per questo parlare semplicemente di una gigantesca “alleanza marxista-islamista” rischia persino di sottovalutare il fenomeno.

La realtà può essere più pericolosa.

Non serve un’alleanza.

Serve un mercato.

Serve un’infrastruttura clandestina capace di offrire servizi a soggetti differenti.

Ed è precisamente ciò che decenni di narcotraffico hanno contribuito a costruire tra America Latina, Africa, Europa e Medio Oriente.


Il denaro non ha ideologia

Questa è forse la lezione più importante dell’intera ricostruzione.

Un membro di Hezbollah.

Un narcotrafficante colombiano.

Un riciclatore europeo.

Un intermediario africano.

Un contrabbandiere brasiliano.

Un funzionario corrotto.

Possono avere idee completamente differenti.

Ma quando entrano nello stesso circuito finanziario clandestino parlano tutti la stessa lingua:

denaro.

Ed è proprio questo che rende possibile la trasformazione della criminalità organizzata in infrastruttura utilizzabile anche dal terrorismo transnazionale.


Iran e Hezbollah fanno quindi parte del problema

Non perché esista la prova di un “comando mondiale” che controlli contemporaneamente ogni cartello e ogni guerriglia.

Ma perché esiste documentazione che collega Hezbollah a reti di riciclaggio, narcotraffico, contrabbando e finanziamento operanti nell’emisfero occidentale, mentre Hezbollah è a sua volta storicamente sostenuto dall’Iran e dalla Forza Quds.

La catena documentabile è quindi molto più precisa:

Iran → IRGC/Forza Quds → sostegno a Hezbollah.

E parallelamente:

Hezbollah e suoi facilitatori → reti finanziarie e criminali transnazionali → riciclaggio, contrabbando e casi collegati ai proventi del narcotraffico.

È questa distinzione che rende l’accusa molto più difficile da contestare.


Project Cassandra: quando la DEA seguì il denaro

Uno dei capitoli più importanti fu Project Cassandra, l’iniziativa della DEA nata per ricostruire le reti internazionali di finanziamento illecito associate a Hezbollah.

Le indagini americane produssero procedimenti relativi a traffico di droga, riciclaggio e reti finanziarie internazionali.

Il caso Ayman Joumaa, cittadino libanese-colombiano collegato a Hezbollah secondo le autorità americane, entrò persino nella legislazione statunitense: documenti ufficiali ricordano la sua incriminazione per traffico di cocaina destinata anche ai Los Zetas messicani e riciclaggio dei relativi proventi.

Non stiamo parlando di un post sui social.

Stiamo parlando di atti giudiziari, sanzioni finanziarie e investigazioni federali.


America Latina, Medio Oriente, Africa ed Europa: un’unica geografia criminale

Ed è qui che il quadro dell’intero articolo si chiude.

La cocaina prodotta in Sud America può attraversare l’Atlantico.

L’Africa occidentale può diventare territorio di transito.

Il denaro può essere riciclato attraverso imprese apparentemente legittime.

La droga può raggiungere l’Europa.

Il profitto può attraversare sistemi finanziari differenti.

Una parte può ritornare alle organizzazioni criminali.

Altri circuiti possono finanziare organizzazioni terroristiche.

Non significa che ogni euro della cocaina finanzi Hezbollah.

Significa che la stessa infrastruttura globale può essere utilizzata da soggetti diversi.

Ed è precisamente questa infrastruttura che le operazioni contemporanee devono distruggere.


La guerra ai narcoterroristi è anche una guerra finanziaria

Per questo arrestare il sicario non basta.

Catturare il boss non basta.

Affondare il carico non basta.

Bisogna seguire:

banche, società di comodo, intermediari, criptovalute, commerci internazionali, porti, compagnie di trasporto, documenti falsi, professionisti corrotti e reti di riciclaggio.

Perché dietro il terrorismo moderno esiste inevitabilmente una contabilità.

Dietro ogni missile qualcuno paga.

Dietro ogni arma qualcuno trasferisce denaro.

Dietro ogni organizzazione clandestina qualcuno deve trasformare ricchezza illegale in capacità operativa.

È lì che narcotraffico e terrorismo possono incontrarsi.


Ed è qui che cade definitivamente la favola romantica della “resistenza”

Una parte dell’attivismo occidentale continua a interpretare automaticamente tutto ciò che si definisce “resistenza” o “antimperialismo” come una forza di liberazione.

Ma la storia reale è molto più sporca.

Quando un’organizzazione utilizza reti clandestine, riciclaggio, contrabbando o economie criminali per sostenere la propria macchina militare, la retorica rivoluzionaria non cambia la natura dei mezzi utilizzati.

La stessa considerazione vale per una guerriglia marxista.

Vale per un cartello.

Vale per una milizia religiosa.

Vale per qualsiasi governo.

L’etichetta ideologica non purifica il denaro criminale.


La battaglia vera è contro l’ecosistema

La nuova guerra che attraversa America Latina, Stati Uniti, Europa e Medio Oriente deve quindi essere compresa per quello che è:

non soltanto una guerra contro la droga,

non soltanto una guerra contro il terrorismo,

non soltanto una guerra contro i cartelli.

È una battaglia contro l’infrastruttura economica transnazionale che permette a criminalità, organizzazioni armate e terrorismo di trasformare attività illegali in denaro e denaro in potere.

Ed è per questo che nel quadro devono essere inseriti anche Iran, IRGC e Hezbollah.

Non attraverso teorie indimostrate.

Attraverso ciò che è già sufficiente:

documenti finanziari,

inchieste giudiziarie,

sanzioni,

indagini antidroga,

reti di riciclaggio,

operazioni internazionali.

La propaganda cerca sempre una spiegazione semplice.

La realtà è più complessa.

E proprio per questo è più inquietante.

Fonti aggiuntive

FinCEN – 11 maggio 2026: alert sulle reti finanziarie dell’IRGC
Il documento descrive indicatori relativi a contrabbando petrolifero, società di facciata, facilitatori finanziari e asset digitali utilizzati dalle reti dei Guardiani della Rivoluzione.

Congressional Research Service – Iran’s Foreign and Defense Policies
Ricostruzione aggiornata della politica iraniana, della relazione con Hezbollah e delle preoccupazioni statunitensi riguardanti IRGC-QF e Hezbollah in America Latina.

U.S. Department of Justice – Hezbollah associates, narcotics proceeds and arms trafficking
Procedimento relativo a una rete accusata di riciclaggio di proventi della droga e contatti per traffici di cocaina, armi e munizioni.

U.S. Department of State – Rewards for Justice: Hezbollah Financial Network in the Tri-Border Area
Documentazione sulla rete finanziaria attribuita a Hezbollah nella zona Argentina-Brasile-Paraguay.

U.S. Code / Hezbollah International Financing Prevention Act
Documentazione ufficiale sul rapporto Iran–Forza Quds–Hezbollah e sul caso Ayman Joumaa.

U.S. Department of Justice – Hezbollah Financing and Narcoterrorism Team
Documentazione sulle attività giudiziarie statunitensi contro le reti finanziarie e criminali associate a Hezbollah.

Sud America, la guerra ai narcoterroristi è entrata in una nuova fase: dalle guerriglie marxiste ai cartelli, fino alle reti transnazionali del terrorismo

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Quello che sta accadendo in America Latina non può più essere raccontato semplicemente come l’ennesima “guerra alla droga”.

Il quadro è diventato molto più grande.

Colombia, Ecuador, Venezuela, Brasile, Perù e l’intero sistema logistico che collega Pacifico, Atlantico, Caraibi, Africa occidentale ed Europa sono attraversati da reti nelle quali narcotraffico, guerriglia, terrorismo, riciclaggio, contrabbando, corruzione e criminalità transnazionale possono sovrapporsi e collaborare per convenienza.

Nel 2026 questa guerra ha compiuto un ulteriore salto.

Gli Stati Uniti hanno progressivamente trasformato alcune organizzazioni criminali latinoamericane da semplici obiettivi antidroga a obiettivi della strategia antiterrorismo. E Washington sta estendendo la cooperazione militare con governi della regione.

In Ecuador la situazione è già arrivata a un livello estremo.

Reuters ha documentato come pescatori della costa del Pacifico si trovino schiacciati tra organizzazioni criminali che li reclutano o li estorcono e una campagna militare statunitense contro imbarcazioni sospettate di narcotraffico. Secondo Reuters, dall’inizio dell’operazione americana sarebbero state distrutte 67 imbarcazioni e sarebbero morte più di 220 persone; sulla legittimità e precisione di alcuni attacchi esistono però forti contestazioni.

Contemporaneamente Washington ha annunciato accordi per estendere operazioni congiunte contro organizzazioni criminali anche sul terreno, coinvolgendo tra gli altri Ecuador e Colombia. È una svolta che solleva inevitabilmente questioni di sovranità, diritto internazionale e rischio per i civili, ma testimonia anche qualcosa di politicamente enorme:

la distinzione tradizionale tra guerra alla droga e guerra al terrorismo sta diventando sempre più sottile.

E per capire perché bisogna tornare indietro di oltre mezzo secolo.


La Guerra fredda latinoamericana non è mai scomparsa completamente

Una parte considerevole della violenza politica che ancora attraversa il continente affonda le proprie radici nella Guerra fredda.

Dopo la Rivoluzione cubana del 1959, il modello rivoluzionario castrista diventò un riferimento per numerosi movimenti dell’America Latina.

La convinzione era relativamente semplice: il capitalismo latinoamericano veniva interpretato come un sistema subordinato all’imperialismo statunitense; la rivoluzione armata avrebbe dovuto abbatterlo e sostituirlo con un ordine socialista.

Fu in questo ambiente politico che nacquero o si consolidarono organizzazioni come le FARC e l’ELN in Colombia e, successivamente, Sendero Luminoso in Perù.

Erano organizzazioni differenti per storia, struttura e ideologia.

Ma condividevano un elemento fondamentale:

la rivoluzione attraverso la lotta armata.

La retorica parlava di liberazione.

La realtà della guerra avrebbe prodotto anche sequestri, attentati, assassinii, reclutamento forzato e controllo violento delle popolazioni.


Dalla rivoluzione al narcotraffico

È qui che avviene una delle trasformazioni più importanti.

Una guerriglia ha bisogno di denaro.

Servono armi.

Servono esplosivi.

Servono veicoli.

Servono uomini.

Servono comunicazioni.

Servono territori.

E quando un’organizzazione rivoluzionaria controlla zone nelle quali prosperano economie illegali, il confine tra guerriglia politica e impresa criminale può progressivamente dissolversi.

Il narcotraffico diventa così uno straordinario moltiplicatore finanziario.

La relazione tra alcune strutture armate colombiane e il commercio della cocaina non è una fantasia politica.

Nel maggio 2025 il Dipartimento di Giustizia statunitense ha incriminato un comandante della FARC-EP e un suo collaboratore accusandoli precisamente di aver partecipato a un’organizzazione produttrice di cocaina che avrebbe utilizzato la droga per ottenere armi ed esplosivi destinati alla lotta contro il governo colombiano.

Tra i capi d’accusa compare esplicitamente la cospirazione per narcoterrorismo.

Questa è la saldatura decisiva.

Droga → denaro → armi → capacità militare → controllo territoriale.

Non è più possibile analizzare separatamente criminalità e insurrezione quando la prima finanzia materialmente la seconda.


Le FARC e la metamorfosi della rivoluzione

Le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia nacquero negli anni Sessanta come organizzazione guerrigliera marxista-leninista.

Per decenni combatterono lo Stato colombiano.

La firma degli accordi di pace del 2016 rappresentò un passaggio storico e portò alla smobilitazione della parte principale dell’organizzazione.

Ma non tutti accettarono il processo.

Da quella frattura emersero gruppi dissidenti.

Negli anni successivi sigle come FARC-EP e Segunda Marquetalia continuarono ad essere associate ad attività armate.

I rapporti del Dipartimento di Stato americano hanno indicato FARC-EP, Segunda Marquetalia ed ELN tra le principali minacce terroristiche regionali, attribuendo loro attentati, sequestri, attacchi alle infrastrutture e violenza contro civili e forze di sicurezza.

Il paradosso storico è evidente.

Una struttura nata proclamando la liberazione dei contadini può finire per dipendere economicamente dalle stesse economie clandestine che devastano le comunità rurali.

È una delle contraddizioni più profonde della rivoluzione armata latinoamericana.


ELN: un’altra eredità della rivoluzione

L’Ejército de Liberación Nacional nasce anch’esso negli anni Sessanta.

Marxismo, rivoluzione cubana, antimperialismo e componenti della teologia della liberazione contribuirono alla sua formazione ideologica.

Anche l’ELN è sopravvissuto alla Guerra fredda.

Ed è proprio questo il punto.

L’Unione Sovietica è scomparsa nel 1991.

Il Patto di Varsavia è scomparso.

L’economia mondiale è cambiata.

La Cina stessa ha costruito una gigantesca economia di mercato sotto il controllo politico del Partito comunista.

Ma alcune strutture rivoluzionarie latinoamericane hanno continuato a esistere.

Quando scompare il sistema internazionale che aveva dato origine alla rivoluzione, ma rimangono uomini armati, territori ed economie clandestine, l’ideologia rischia progressivamente di diventare anche strumento di legittimazione di un apparato di potere.


Venezuela: il grande retroterra

Il Venezuela occupa una posizione particolarmente delicata in questa storia.

I rapporti antiterrorismo del Dipartimento di Stato americano hanno accusato per anni Caracas di consentire a organizzazioni armate colombiane di operare in parti del territorio venezuelano.

Il rapporto relativo al 2022 affermava che ELN, FARC-EP e Segunda Marquetalia avevano potuto utilizzare aree venezuelane e descriveva relazioni tra ELN ed elementi delle forze militari e di sicurezza per facilitare attività illegali, comprese rotte del narcotraffico e della tratta di esseri umani.

Naturalmente si tratta della valutazione del governo statunitense e Caracas ha storicamente contestato numerose accuse provenienti da Washington.

Ma il problema documentato delle organizzazioni armate transfrontaliere rimane.

Ed è esattamente questo che rende ormai insufficiente la vecchia categoria di “criminalità nazionale”.


Poi arriva Hezbollah

Ed è qui che la storia diventa ancora più complessa.

Perché l’America Latina non è soltanto collegata alle proprie organizzazioni armate.

Esistono da decenni indagini riguardanti reti di finanziamento legate a Hezbollah.

Il Dipartimento di Stato statunitense descrive Hezbollah come un’organizzazione sostenuta dall’Iran e afferma che suoi sostenitori e finanziatori hanno svolto attività nel continente.

Nei rapporti americani vengono citati Brasile, Cile, Colombia, Panama e Perù.

Il punto importante è evitare due errori opposti.

Il primo sarebbe negare il problema.

Il secondo sarebbe trasformare qualsiasi comunità musulmana o libanese del continente in una rete terroristica.

Sarebbe falso e irresponsabile.

Il problema riguarda specifici individui, finanziatori e organizzazioni, non una religione o un’intera comunità etnica.

E su alcune di queste reti esistono documenti molto concreti.


Il caso Kassem Chams

Nel 2019 il Tesoro statunitense sanzionò il finanziere libanese Kassem Chams.

Secondo OFAC, la sua organizzazione riciclava proventi del narcotraffico per organizzazioni criminali e facilitava movimenti finanziari per Hezbollah.

Il Tesoro indicò operazioni che coinvolgevano:

Colombia, Venezuela, Brasile, Stati Uniti, Francia, Italia, Spagna, Paesi Bassi, Australia e Libano.

Secondo Washington, la rete muoveva decine di milioni di dollari ogni mese.

Questa vicenda distrugge l’idea semplicistica secondo cui narcotraffico e terrorismo internazionale appartengano necessariamente a mondi separati.

Le organizzazioni clandestine non devono condividere la stessa ideologia per fare affari.

Devono condividere un interesse.


La rete Joumaa

Ancora più significativo è il caso di Ayman Joumaa.

Il Tesoro statunitense descrisse la sua organizzazione come una sofisticata rete multinazionale di riciclaggio capace di trattare proventi del narcotraffico e di produrre benefici anche per Hezbollah.

Le autorità americane individuarono collegamenti finanziari tra Colombia, Venezuela e sistema finanziario libanese.

Questo ci porta a una conclusione fondamentale.

Il vero potere della criminalità contemporanea non è necessariamente costruire un’unica organizzazione mondiale.

È molto più efficiente costruire mercati clandestini interoperabili.

Il narcotrafficante vende droga.

Il riciclatore pulisce il denaro.

Il trafficante d’armi vende armi.

Il falsificatore produce documenti.

Il corrotto apre il porto.

L’organizzazione terroristica cerca finanziamenti.

Non serve che tutti leggano lo stesso manifesto politico.

Serve che possano utilizzare la stessa infrastruttura clandestina.


La Triple Frontera

Da decenni l’area nella quale convergono Argentina, Brasile e Paraguay rappresenta uno dei territori maggiormente osservati dalle autorità internazionali.

Contrabbando.

Riciclaggio.

Traffico di droga.

Traffico di armi.

Contraffazione.

Movimenti finanziari.

Le valutazioni statunitensi hanno ripetutamente descritto la Tri-Border Area come un importante nodo di economie clandestine e attività di finanziamento illecito.

Nel 2023 il Tesoro americano ha inoltre sanzionato sette individui ed entità collegati a una rete sudamericana accusata di generare risorse per Hezbollah.

Ancora una volta:

non significa che ogni attività criminale della regione finanzi Hezbollah.

Significa che reti di finanziamento riconducibili all’organizzazione sono state effettivamente individuate nel continente.

La differenza è enorme.


Il Brasile è strategico, ma definirlo semplicemente “l’ultimo baluardo marxista” non basta

Ed eccoci al Brasile.

Il Brasile è essenziale nella geografia criminale sudamericana per ragioni che precedono qualsiasi governo.

Dimensioni continentali.

Confini giganteschi.

Accesso all’Atlantico.

Porti internazionali.

Frontiere con grandi aree produttrici di cocaina.

Connessioni con Africa ed Europa.

Il World Drug Report 2026 dell’UNODC identifica Colombia, Perù e Brasile tra i principali Paesi di partenza delle spedizioni mondiali di cocaina nel periodo 2020-2024 e sottolinea il ruolo brasiliano nei flussi verso Europa, Africa e Asia.

E qui emerge un fatto impressionante.

La coltivazione mondiale illecita di coca ha raggiunto nel 2024 il record di circa 385.100 ettari, quasi tre volte il livello di un decennio prima.

Il mercato non sta morendo.

Sta crescendo.


PCC: il gigante criminale brasiliano

Il Primeiro Comando da Capital, nato nelle carceri di São Paulo negli anni Novanta, è diventato uno degli attori criminali più potenti del continente.

La sua storia è profondamente diversa da quella delle FARC.

Non nasce come guerriglia marxista.

Ed è importante dirlo perché altrimenti si trasforma un’analisi seria in propaganda.

Il PCC è innanzitutto un’organizzazione criminale.

Ma la sua espansione dimostra esattamente perché oggi non sia più possibile dividere nettamente i fenomeni.

Le reti criminali brasiliane hanno progressivamente costruito connessioni internazionali.

Europol ha documentato nel 2025 un’organizzazione brasiliana che utilizzava pescherecci per trasportare carichi di cocaina di diverse tonnellate verso l’Europa, passando anche attraverso l’Africa occidentale.

Le autorità hanno individuato basi operative in Bahia e collegamenti con organizzazioni criminali europee.

Questa è globalizzazione criminale.


Sud America → Africa → Europa

Le vecchie mappe della droga sono ormai insufficienti.

La cocaina può partire dalla Colombia.

Passare dall’Ecuador.

Oppure dal Brasile.

Attraversare l’Atlantico.

Utilizzare l’Africa occidentale come piattaforma logistica.

Entrare nelle Canarie.

Raggiungere Spagna, Portogallo, Belgio, Paesi Bassi, Germania o Italia.

Nel 2026 Europol ha coordinato un’operazione nell’Atlantico che ha portato al sequestro di 11 tonnellate di cocaina e 8,5 tonnellate di hashish, colpendo una rotta tra Canarie e Azzorre.

In un’altra grande indagine, le autorità europee avevano ricostruito spedizioni di cocaina provenienti da Ecuador, Colombia, Suriname, Guyana e Paraguay, destinate ai principali porti dell’Europa occidentale.

Il narcotraffico sudamericano è quindi ormai una questione di sicurezza europea.


Le migrazioni: attenzione a non confondere fenomeni differenti

Qui bisogna affrontare un tema politicamente esplosivo.

Le reti criminali possono certamente sfruttare i movimenti migratori.

Possono controllare passaggi clandestini.

Possono trafficare esseri umani.

Possono estorcere migranti.

Possono falsificare documenti.

Possono utilizzare corridoi clandestini già esistenti.

Ma da questo non deriva automaticamente che le migrazioni verso l’Occidente siano orchestrate complessivamente dai cartelli o da una centrale marxista-terroristica.

Le prove disponibili non consentono una conclusione del genere.

Il punto serio è un altro.

Quando uno Stato perde il controllo dei propri confini, le infrastrutture clandestine diventano utilizzabili contemporaneamente da soggetti completamente diversi.

Migranti economici.

Profughi.

Trafficanti.

Criminali.

Ricercati.

Contrabbandieri.

E potenzialmente terroristi.

Mescolare automaticamente queste categorie sarebbe sbagliato.

Ignorare che possono utilizzare alcune delle stesse infrastrutture clandestine sarebbe altrettanto irresponsabile.


E l’“islamizzazione dell’Occidente”?

Anche qui occorre distinguere ideologia da prova.

Esistono prove di attività finanziarie di Hezbollah in America Latina.

Esistono casi di riciclaggio collegati al narcotraffico.

Esistono indagini su reti terroristiche.

Esistono attività di propaganda iraniana nella regione.

Non esiste invece, sulla base della documentazione pubblica esaminata, la prova di un piano unitario nel quale cartelli sudamericani, marxisti e organizzazioni islamiste finanzino congiuntamente una strategia centralizzata di “islamizzazione dell’Occidente”.

Affermarlo come fatto indebolirebbe proprio l’accusa che invece può essere documentata.

La realtà è meno cinematografica ma forse più pericolosa:

organizzazioni ideologicamente incompatibili possono utilizzare gli stessi mercati clandestini.

Il criminale non chiede al riciclatore quale sia la sua religione.

Chiede quanto costa il servizio.


Marxisti e islamisti: l’alleanza ideologica è davvero necessaria?

No.

Ed è questo l’errore che spesso impedisce di capire il fenomeno.

Una guerriglia marxista e un’organizzazione islamista possono avere concezioni del mondo radicalmente incompatibili.

Il marxismo storico è materialista.

L’islamismo rivoluzionario è religioso.

Uno promette la rivoluzione di classe.

L’altro può perseguire uno Stato fondato sulla religione.

Non serve però un’identità ideologica perché esistano interessi convergenti, intermediari comuni o infrastrutture finanziarie condivise.

Il mercato clandestino crea alleanze che la teoria politica non prevederebbe mai.


Gli “utili idioti” e la grande contraddizione rivoluzionaria

Resta però una questione politica.

Perché una parte dell’Occidente continua a interpretare automaticamente qualsiasi movimento che si definisca “antimperialista” come moralmente superiore?

È una delle eredità più resistenti della Guerra fredda.

Basta proclamarsi contro Washington.

Contro il capitalismo.

Contro Israele.

Contro la NATO.

Contro “l’imperialismo”.

E improvvisamente, per una parte dell’attivismo occidentale, persino governi autoritari o organizzazioni armate possono essere reinterpretati attraverso la categoria romantica della “resistenza”.

Ma essere nemici dell’Occidente non significa automaticamente essere amici della libertà.

È questo l’equivoco fondamentale.

Un movimento può essere antiamericano e contemporaneamente autoritario.

Può essere anticapitalista e corrotto.

Può proclamarsi rivoluzionario e vivere di narcotraffico.

Può denunciare le élite mentre costruisce la propria élite.

Può parlare in nome del popolo mentre impone al popolo obbedienza.


La grande mutazione del comunismo rivoluzionario

Ed eccoci alla questione storica più profonda.

Il comunismo del Novecento prometteva l’eliminazione delle classi.

Ma ogni sistema politico deve comunque amministrare:

la polizia,

l’esercito,

l’economia,

l’informazione,

la giustizia,

le risorse.

Abolire formalmente la proprietà privata dei mezzi di produzione non elimina automaticamente il potere.

Può semplicemente spostarlo.

Se lo Stato controlla tutto e un piccolo gruppo controlla lo Stato, quel gruppo dispone di una concentrazione di potere enorme.

È la contraddizione che attraversò molte esperienze comuniste del XX secolo.

La classe dirigente non scomparve.

Cambiò forma.


Dal proletariato alla nomenklatura

Un partito nato promettendo il governo dei lavoratori può trasformarsi in una struttura nella quale l’accesso a privilegi, informazioni e carriere dipende dalla vicinanza al potere politico.

La rivoluzione crea così una nuova élite.

La nomenklatura sovietica ne fu l’esempio storico più celebre.

Ed è precisamente questo il punto che una certa cultura politica contemporanea continua a non voler affrontare.

La concentrazione del potere non diventa virtuosa semplicemente perché viene esercitata in nome dell’uguaglianza.

Anzi.

Più un sistema dichiara che il potere rappresenta automaticamente “il popolo”, più diventa difficile contestarlo senza essere accusati di essere nemici del popolo stesso.


Il Brasile e la battaglia politica

Il Brasile occupa oggi una posizione decisiva nella competizione geopolitica latinoamericana.

Ma anche qui bisogna evitare caricature.

Il governo brasiliano può essere duramente criticato per le sue scelte politiche, internazionali, giudiziarie o economiche.

Definire però l’intero Brasile una dittatura comunista non descriverebbe correttamente la sua struttura istituzionale.

Il punto più interessante è un altro:

quanto spazio politico concederà Brasilia alla cooperazione internazionale contro organizzazioni criminali transnazionali?

Perché PCC, Comando Vermelho e le reti internazionali della cocaina non sono problemi teorici.

Sono strutture economiche reali.

E l’esclusione o la partecipazione del Brasile alle nuove strategie regionali avrà conseguenze concrete.


La guerra del 2026

Il passaggio fondamentale del 2026 è quindi questo.

Washington non considera più necessariamente tutti questi fenomeni come compartimenti separati.

Droga.

Terrorismo.

Criminalità transnazionale.

Riciclaggio.

Traffico d’armi.

Controllo territoriale.

Stanno entrando progressivamente nello stesso paradigma di sicurezza nazionale.

Il Clan del Golfo colombiano, per esempio, è stato designato dagli Stati Uniti come organizzazione terroristica straniera nel dicembre 2025.

Nel luglio 2026 un suo importante esponente è stato condannato negli Stati Uniti per una cospirazione relativa al traffico di cocaina; il Dipartimento di Giustizia descrive il Clan del Golfo come un’organizzazione paramilitare transnazionale multimiliardaria che utilizza il narcotraffico per finanziare le proprie attività.

Questa è precisamente la definizione operativa del problema.


Ecuador: laboratorio della nuova guerra

L’Ecuador è forse il luogo nel quale questa trasformazione appare più evidente.

Per decenni era considerato relativamente stabile rispetto ai vicini.

Poi è diventato uno dei principali corridoi logistici della cocaina.

Porti.

Container.

Rotte del Pacifico.

Organizzazioni locali.

Cartelli messicani.

Riciclaggio.

Violenza carceraria.

Omicidi.

Europol ha partecipato a una grande indagine contro una struttura ecuadoriana inserita in una rete intercontinentale che spediva cocaina verso l’Europa; l’indagine ha coinvolto 36 arresti e sequestri complessivi collegati per 73 tonnellate di droga.

Questa è la dimensione del fenomeno.


La cocaina finanzia potere

Il punto centrale non è la droga in sé.

È il denaro.

Decine di tonnellate di cocaina significano miliardi.

Quei miliardi possono comprare:

armi,

funzionari,

poliziotti corrotti,

società,

immobili,

trasportatori,

avvocati,

informazioni,

documenti,

tecnologia,

protezione.

La droga non è quindi soltanto un problema sanitario.

È capitale politico clandestino.


Ed è questo che l’Occidente deve comprendere

Una democrazia può sopravvivere a un narcotrafficante.

Può sopravvivere a mille narcotrafficanti.

Diventa molto più vulnerabile quando il denaro criminale penetra stabilmente nelle istituzioni, nell’economia legale e nei sistemi finanziari.

La vera guerra non è quindi contro il ragazzo che trasporta un pacco.

È contro l’infrastruttura.

Contro chi produce.

Contro chi esporta.

Contro chi ricicla.

Contro chi corrompe.

Contro chi vende armi.

Contro chi protegge politicamente.

Contro chi trasforma il denaro criminale in potere legale.


La lezione della Guerra fredda

Per mezzo secolo una parte dell’America Latina è stata devastata dallo scontro fra rivoluzioni marxiste, regimi autoritari, dittature militari, interessi statunitensi, oligarchie locali e movimenti armati.

Ridurre quella storia a “buoni contro cattivi” è intellettualmente infantile.

Gli Stati Uniti hanno commesso errori enormi e sostenuto governi repressivi.

Le dittature latinoamericane hanno commesso crimini.

Ma questo non rende automaticamente democratiche le guerriglie marxiste.

Due cose possono essere vere contemporaneamente.

Ed è precisamente la maturità storica che manca alla propaganda.


Il nuovo nemico non ha necessariamente una bandiera

Oggi il problema è persino più difficile.

Perché il nuovo ecosistema criminale non necessita di una sola ideologia.

Può contenere guerriglieri marxisti.

Cartelli puramente criminali.

Riciclatori.

Mafie europee.

Trafficanti africani.

Finanziatori mediorientali.

Corrotti.

Intermediari.

Tutti possono cooperare senza condividere alcun progetto politico comune.

Il loro vero linguaggio universale è il denaro.

Ed è forse questa la forma più avanzata della minaccia.


Non una cospirazione mondiale, ma un ecosistema mondiale

Non abbiamo bisogno di inventare una stanza segreta nella quale marxisti, narcotrafficanti e islamisti decidono insieme il destino dell’Occidente.

La realtà documentata è già sufficientemente grave.

Esistono:

guerriglie nate dal marxismo che hanno utilizzato economie della droga;

cartelli sudamericani con reti globali;

corridoi della cocaina che raggiungono direttamente l’Europa;

reti di riciclaggio operanti su più continenti;

finanziatori di Hezbollah individuati in America Latina;

organizzazioni criminali capaci di sfruttare confini fragili e corruzione;

Stati che faticano a controllare porzioni del proprio territorio.

Non è necessario trasformare questi fatti in una teoria onnipotente.

Sono già un problema strategico enorme.


Conclusione: la vera guerra è contro il sistema

Quella che si sta aprendo in America Latina non dovrebbe diventare una crociata ideologica.

Dovrebbe diventare qualcosa di molto più efficace:

una guerra contro le infrastrutture del potere criminale e terroristico.

Seguire il denaro.

Distruggere le reti di riciclaggio.

Controllare i porti.

Spezzare le catene logistiche.

Colpire la corruzione.

Impedire il traffico d’armi.

Smantellare le organizzazioni che trasformano droga in potere militare.

Cooperare tra intelligence.

Difendere realmente i confini.

E soprattutto smettere di romanticizzare qualsiasi gruppo armato soltanto perché utilizza le parole “resistenza”, “rivoluzione”, “antimperialismo” o “liberazione”.

La libertà non si misura dal nemico che qualcuno dichiara di combattere.

Si misura dal sistema che vuole costruire dopo aver vinto.

La grande lezione del Novecento è proprio questa.

Chi promette di distruggere ogni élite può semplicemente voler diventare la nuova élite.

E chi finanzia la propria rivoluzione attraverso droga, sequestri, estorsioni, terrorismo o economie clandestine ha già mostrato quale concezione della libertà intende applicare.

Nel 2026 la guerra contro queste strutture sta entrando in una fase nuova.

La domanda decisiva non sarà soltanto quanti boss verranno arrestati o eliminati.

Sarà se le democrazie riusciranno a distruggere l’ecosistema economico, finanziario e politico che permette al narcoterrorismo di rigenerarsi ogni volta che cade un capo.

Perché i nomi cambiano.

Le sigle cambiano.

Le ideologie vengono riciclate.

Le rotte si spostano.

Ma il meccanismo rimane sempre lo stesso:

denaro clandestino che compra violenza; violenza che conquista territorio; territorio che produce altro denaro; denaro che compra potere.

È quel circuito che deve essere spezzato.


Fonti e documenti

UNODC – World Drug Report 2026
Dati sulla produzione mondiale di coca e sulle principali rotte internazionali: Colombia, Perù, Ecuador e Brasile.
World Drug Report 2026 – UNODC

U.S. Department of Justice – FARC-EP e narcoterrorismo
Incriminazione relativa allo scambio di cocaina per armi ed esplosivi destinati alle attività armate in Colombia.
Dipartimento di Giustizia USA – caso FARC-EP

U.S. Department of State – Country Reports on Terrorism
Documentazione su ELN, FARC-EP, Segunda Marquetalia e attività di Hezbollah nell’emisfero occidentale.
Country Reports on Terrorism – Western Hemisphere

U.S. Department of State – Venezuela
Valutazione americana sulla presenza e sulle attività di gruppi armati colombiani nel territorio venezuelano.
Country Report on Terrorism – Venezuela

U.S. Treasury – Hezbollah in Sud America
Sanzioni del 2023 contro operatori e facilitatori finanziari dell’organizzazione.
Treasury – Hezbollah operatives and financial facilitators in South America

U.S. Treasury – Kassem Chams
Documentazione sulla rete internazionale di riciclaggio dei proventi del narcotraffico.
Treasury – Kassem Chams network

U.S. Treasury – rete Ayman Joumaa
Documentazione sui collegamenti tra narcotraffico, riciclaggio internazionale e finanziamento di Hezbollah.
Treasury – Ayman Joumaa money-laundering network

Europol – rotte Brasile-Europa
Operazioni contro reti brasiliane impegnate nel trasporto marittimo di carichi di cocaina verso l’Europa.
Europol – cocaine supply chains from Brazil to Europe

Europol – Atlantic Cocaine Highway, 2026
Operazione internazionale con sequestri di 11 tonnellate di cocaina.
Europol – Atlantic Cocaine Highway

Europol – Ecuador
Indagine internazionale contro una rete ecuadoriana inserita nel traffico di cocaina verso l’Unione europea.
Europol – Ecuador cocaine trafficking network

U.S. Department of Justice – Clan del Golfo, luglio 2026
Documentazione sul rapporto fra traffico di cocaina e finanziamento della struttura paramilitare.
DOJ – Clan del Golfo

Messico, l’Esercito stringe il cerchio sul CJNG: la caccia a “El Tío Lako” e la storia del cartello che ha trasformato il narcotraffico in una macchina da guerra

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Il Cártel Jalisco Nueva Generación (CJNG) torna al centro della guerra che il Messico combatte contro le proprie organizzazioni criminali.

Il 19 agosto 2026 le Forze Speciali dell’Esercito messicano hanno condotto una vasta operazione nelle località di Tinaja de Vargas e Colesio, nei municipi di Tanhuato ed Ecuandureo, nello Stato di Michoacán.

L’obiettivo principale era Heraclio Guerrero Martínez, alias “El Tío Lako”, considerato dalle autorità uno dei principali operatori regionali legati al CJNG e capo della struttura conosciuta come Los Guerreros.

Nelle prime ore successive all’operazione sono circolate indiscrezioni secondo cui Guerrero Martínez sarebbe stato ucciso durante l’intervento. Al momento, tuttavia, questa versione non risulta confermata dalle autorità.

Le informazioni emerse successivamente indicano anzi che Tío Lako sarebbe riuscito ancora una volta a sfuggire alla cattura.

L’operazione ha comunque colpito duramente la sua struttura.

La Secretaría de la Defensa Nacional ha inizialmente comunicato la cattura di nove persone collegate alla cellula; il bilancio è successivamente salito a 12 arrestati. Tra loro figurano Marisol “N” e Lourdes “N”, indicate rispettivamente come figlia e compagna sentimentale di Guerrero Martínez.

Sono inoltre stati sequestrati immobili, decine di veicoli, armi, esplosivi, droga ed equipaggiamento.

Ma per comprendere veramente l’importanza dell’operazione bisogna andare molto oltre la cronaca delle ultime ore.

La storia di Tío Lako porta infatti direttamente dentro l’evoluzione del Cartello Jalisco Nuova Generazione, una delle organizzazioni criminali più potenti, violente e internazionalizzate emerse in Messico negli ultimi decenni.


La reazione del cartello: Michoacán bloccato

La risposta criminale all’operazione è arrivata quasi immediatamente.

Strade bloccate, mezzi incendiati, assi di comunicazione interrotti.

Secondo le ricostruzioni disponibili, sono stati registrati oltre venti blocchi stradali in differenti zone del Michoacán. Alcune fonti ne hanno contati almeno 24.

Non si tratta semplicemente di vandalismo.

I cosiddetti narcobloqueos rappresentano una tattica consolidata delle organizzazioni criminali messicane: servono a rallentare l’arrivo dei rinforzi, complicare gli spostamenti delle forze federali, creare diversivi e dimostrare contemporaneamente alla popolazione e allo Stato la capacità dell’organizzazione di paralizzare rapidamente un territorio.

È una forma di controllo criminale dello spazio.

Ed è proprio questa capacità di mobilitazione a spiegare perché figure apparentemente “regionali” come Tío Lako possano assumere un’importanza strategica enorme.

Il potere di un cartello, infatti, non dipende soltanto dal vertice.

Dipende dalla rete.


Chi è “El Tío Lako”

Heraclio Guerrero Martínez è indicato dalle autorità e dalla stampa messicana come uno dei principali operatori criminali nella fascia di territorio compresa tra Michoacán e Jalisco.

La sua area di influenza viene collocata soprattutto attorno a Tanhuato, Ecuandureo e altre località del nord del Michoacán.

Ma il dato più interessante riguarda la natura della sua organizzazione.

Tío Lako non rappresenterebbe semplicemente un “dipendente” del CJNG.

È il capo di una struttura conosciuta come Los Guerreros, radicata territorialmente e successivamente integrata nell’universo criminale del cartello.

Questo particolare è fondamentale per capire come funziona realmente il CJNG.

Non siamo necessariamente davanti a una piramide perfettamente centralizzata nella quale ogni ordine parte dal capo supremo e attraversa ordinatamente tutta la catena di comando.

Il cartello funziona anche attraverso alleanze con gruppi locali, famiglie criminali, capi regionali e cellule armate che mantengono una certa autonomia operativa.

Los Guerreros rappresentano precisamente questo tipo di struttura.

Secondo le ricostruzioni pubblicate dalla stampa messicana, la famiglia Guerrero era attiva nell’area già prima della piena affermazione nazionale del CJNG. Con l’espansione del cartello, il gruppo sarebbe progressivamente entrato nella sua orbita.


Il rapporto con El Mencho

Il nome di Tío Lako diventa ancora più importante quando viene collegato a quello di Nemesio Oseguera Cervantes, “El Mencho”.

Per anni El Mencho è stato il volto più riconoscibile del CJNG.

Nel 2015 il Dipartimento del Tesoro statunitense designò formalmente sia Oseguera Cervantes sia il CJNG nell’ambito delle misure contro le grandi organizzazioni internazionali del narcotraffico.

La struttura criminale costruita attorno a Oseguera è riuscita nel tempo a espandersi ben oltre Jalisco.

Già nel 2015 il Tesoro americano indicava attività del CJNG e delle organizzazioni alleate in Stati quali:

Jalisco, Nayarit, Colima, Michoacán, Guerrero, Estado de México, San Luis Potosí e Veracruz.

Successivamente la rete ha assunto una dimensione internazionale.

Ed è all’interno di questo sistema che Los Guerreros avrebbero consolidato il loro rapporto con El Mencho.

Tío Lako è stato descritto come uno degli uomini regionalmente più vicini al vecchio vertice del cartello.

Il rapporto sarebbe stato tanto criminale quanto personale e familiare.


Los Guerreros: una famiglia trasformata in struttura criminale

Il caso Guerrero permette di comprendere un’altra caratteristica fondamentale del narcotraffico messicano: la dimensione familiare del potere.

Le organizzazioni criminali possono sopravvivere agli arresti dei singoli boss perché attorno ai leader esistono reti di parentela, fedeltà territoriali, soci, intermediari e uomini armati.

Secondo le ricostruzioni disponibili, dopo la morte nel 2011 del fratello Javier Guerrero, Heraclio avrebbe assunto un ruolo sempre più importante alla guida della struttura.

Nel corso degli anni Los Guerreros sono stati collegati a diversi episodi di violenza.

Al gruppo vengono attribuiti legami con l’emboscata del marzo 2015 contro elementi della Gendarmería a Ocotlán, mentre alcune ricostruzioni collegano uomini della struttura anche alla rete criminale coinvolta nell’abbattimento di un elicottero militare nel 2015.

Sono accuse estremamente pesanti e, dove non esiste una sentenza definitiva, devono naturalmente essere presentate come tali.

Ma mostrano il livello di capacità militare raggiunto dalle organizzazioni legate al CJNG.


Il precedente del 22 febbraio 2026

Per comprendere quanto accaduto il 19 agosto bisogna tornare al 22 febbraio 2026.

Quel giorno le forze messicane lanciarono una grande operazione a Tapalpa, Jalisco, contro Nemesio Oseguera Cervantes.

L’operazione portò alla morte di El Mencho.

Ma insieme a lui morì anche un personaggio particolarmente importante per la storia che stiamo raccontando:

Rubén Guerrero Valadez, alias “R1”, figlio di Tío Lako.

La presenza di R1 accanto a El Mencho al momento dell’operazione costituisce un elemento significativo per comprendere la prossimità tra la famiglia Guerrero e il vertice del CJNG.

La morte di Guerrero Valadez è stata confermata anche da fonti giornalistiche messicane e internazionali.

Non era quindi soltanto una vaga alleanza territoriale.

Esisteva una relazione operativa molto stretta.


La morte di El Mencho cambia tutto

La scomparsa di El Mencho ha aperto inevitabilmente una nuova fase.

Ogni grande organizzazione criminale affronta lo stesso problema quando perde il proprio leader storico:

la successione.

Il capo di un cartello non è soltanto il comandante militare.

È spesso il punto di equilibrio tra:

  • comandanti regionali;
  • famiglie criminali;
  • finanziatori;
  • trafficanti;
  • intermediari internazionali;
  • reti di riciclaggio;
  • cellule armate;
  • gruppi alleati.

Quando quella figura scompare, gli equilibri devono essere ricostruiti.

Ed è qui che la vicenda di Tío Lako assume una dimensione ancora maggiore.

Secondo le informazioni più recenti del Dipartimento del Tesoro statunitense, dopo la morte di El Mencho la leadership centrale del CJNG sarebbe passata a Juan Carlos González, alias “Pelón” o Juan Carlos Valencia González.

Ma questo non significa automaticamente controllo assoluto sull’intera organizzazione.

La vera domanda è quanto potere conservino i comandanti regionali.


CJNG: dalle guerre tra cartelli alla superpotenza criminale

Per capire perché Washington e Città del Messico dedicano risorse enormi al CJNG bisogna ricostruirne l’ascesa.

L’organizzazione emerge dall’universo criminale sviluppatosi dopo la frammentazione del Cartello del Milenio e le guerre successive alla morte del potente narcotrafficante Ignacio “Nacho” Coronel nel 2010.

Da quella frammentazione nasce progressivamente il nucleo che diventerà il Cártel Jalisco Nueva Generación.

La sua crescita è rapidissima.

Il CJNG sfrutta contemporaneamente tre elementi:

violenza, controllo territoriale e capacità commerciale internazionale.

Non è soltanto un gruppo di sicari.

Diventa una multinazionale clandestina.


L’alleanza con Los Cuinis

Una parte fondamentale della crescita economica del CJNG deriva dal rapporto con Los Cuinis, organizzazione guidata dalla famiglia González Valencia.

Nel 2015 il Tesoro statunitense descriveva CJNG e Los Cuinis come organizzazioni alleate nel traffico internazionale di droga, in particolare cocaina e metanfetamine.

Il legame era rafforzato dalla parentela.

El Mencho era infatti cognato di esponenti della famiglia González Valencia.

Questa combinazione ha prodotto qualcosa di particolarmente potente:

da una parte una struttura capace di esercitare una violenza estrema sul territorio;

dall’altra reti finanziarie e commerciali capaci di spostare denaro e droga attraverso diversi Paesi.


Dalla cocaina al fentanyl

Nel corso degli anni anche il mercato criminale è cambiato.

Alle tradizionali rotte della cocaina e della marijuana si sono aggiunte sempre più:

metanfetamine e oppioidi sintetici, soprattutto fentanyl.

Le autorità statunitensi considerano da anni il CJNG una delle principali organizzazioni responsabili dell’introduzione negli Stati Uniti di fentanyl, metanfetamina, cocaina e altre sostanze.

Il vantaggio delle droghe sintetiche è evidente dal punto di vista criminale.

Non richiedono necessariamente enormi coltivazioni.

Servono laboratori, precursori chimici, infrastrutture logistiche e accesso alle rotte commerciali.

Ed è proprio qui che la geografia diventa decisiva.


Il porto di Manzanillo e il corridoio del Pacifico

Uno degli elementi strategici dell’espansione del CJNG è la sua presenza nel Messico occidentale.

Jalisco, Colima e Michoacán affacciano o sono collegati al Pacifico.

Il controllo delle infrastrutture logistiche permette di ricevere precursori chimici provenienti dall’Asia e contemporaneamente esportare droga verso altri mercati.

Per questo la guerra dei cartelli non riguarda soltanto quartieri o città.

Riguarda:

porti, autostrade, valichi, campagne, laboratori clandestini e corridoi commerciali.

Il territorio è parte integrante del modello economico criminale.


Non soltanto droga: estorsioni e combustibile

Ridurre il CJNG al narcotraffico sarebbe però un errore.

Le moderne organizzazioni criminali messicane hanno progressivamente diversificato le proprie entrate.

Tra le attività attribuite alle strutture criminali operanti nel Michoacán figurano anche:

  • estorsioni;
  • sequestri;
  • traffico di armi;
  • furto e commercio illegale di carburante;
  • controllo di economie locali;
  • riciclaggio;
  • imposizione di pagamenti a imprese e produttori.

Nel caso di Tío Lako, alcune ricostruzioni lo collegano proprio al controllo di attività di furto e commercializzazione illegale di idrocarburi per conto dell’universo CJNG.

Il narcotrafficante moderno, quindi, non vive necessariamente soltanto della vendita di narcotici.

Può comportarsi come una sorta di autorità economica clandestina.


Quando il cartello diventa un potere territoriale

Questo è forse l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda.

Un’organizzazione criminale raggiunge un livello qualitativamente diverso quando riesce a influenzare la vita economica quotidiana di una regione.

Se può imporre una tassa illegale a un agricoltore, controllare un trasportatore, minacciare un commerciante, presidiare una strada e contemporaneamente mobilitare uomini armati per bloccare le comunicazioni quando arriva l’Esercito, non siamo più davanti al semplice traffico clandestino di stupefacenti.

Siamo davanti a una forma di potere territoriale criminale.

Lo Stato continua formalmente a esistere.

Ma una parte della popolazione può trovarsi costretta a convivere quotidianamente con un secondo potere.

Ed è precisamente per questo che la cattura dei comandanti regionali assume tanta importanza.


Perché Tío Lako è difficile da catturare

Il fallimento dell’operazione nel raggiungere il suo obiettivo principale mostra però anche i limiti dell’approccio puramente militare.

Secondo la ricostruzione pubblicata il 20 agosto da El País, Guerrero Martínez sarebbe riuscito ancora una volta a sfuggire alle forze federali sfruttando proprio il radicamento territoriale della propria organizzazione.

È il vantaggio del capo locale.

Conosce:

il territorio,

le strade secondarie,

le comunità,

le vie di fuga,

gli uomini,

le famiglie,

le reti economiche,

i punti nei quali nascondersi.

Una forza speciale può possedere superiorità militare schiacciante e tuttavia arrivare pochi minuti troppo tardi.


I narcobloqueos come sistema di allarme

Anche i blocchi del 19 agosto devono essere letti sotto questa prospettiva.

Quando decine di uomini riescono rapidamente a sequestrare o incendiare veicoli e bloccare numerose arterie contemporaneamente, emerge l’esistenza di una rete organizzativa.

Non significa necessariamente che ogni uomo coinvolto conosca personalmente il vertice.

Significa che esistono livelli intermedi capaci di trasformare un ordine in azione sul territorio.

È la differenza tra una banda e un’organizzazione criminale strutturata.


Gli Stati Uniti seguono il denaro

Washington combatte il CJNG anche attraverso un’altra arma:

le sanzioni finanziarie.

Dal 2015 l’Office of Foreign Assets Control del Tesoro statunitense ha progressivamente inserito nelle proprie liste individui, società e strutture associate al cartello.

Secondo il Tesoro, nel corso degli anni sono stati colpiti oltre 250 individui ed entità collegati al CJNG, comprendendo operatori del cartello, familiari complici, prestanome, avvocati, commercialisti, funzionari corrotti e società utilizzate dalla rete.

Questo dato mostra qualcosa di fondamentale.

Dietro un esercito di sicari deve necessariamente esistere un esercito finanziario.

Qualcuno deve:

comprare proprietà,

gestire società,

spostare denaro,

acquistare veicoli,

pagare uomini,

riciclare profitti,

trasformare denaro criminale in patrimonio apparentemente legale.

Colpire soltanto gli uomini armati significa intervenire sulla parte visibile della macchina.

Seguire il denaro significa cercare di spegnere il motore.


Il salto politico americano: CJNG come organizzazione terroristica

Negli ultimi anni anche il linguaggio utilizzato dagli Stati Uniti nei confronti dei cartelli messicani è cambiato profondamente.

Nel febbraio 2025 gli Stati Uniti hanno inserito il CJNG tra le organizzazioni terroristiche straniere.

Nel giugno successivo il Tesoro ha utilizzato anche autorità antiterrorismo per sanzionare alcuni dei vertici dell’organizzazione.

È un cambiamento tutt’altro che simbolico.

Significa considerare alcune grandi organizzazioni criminali non più esclusivamente come reti dedite al traffico di stupefacenti, ma come strutture capaci di utilizzare sistematicamente violenza e intimidazione su una scala tale da diventare un problema di sicurezza nazionale.


Febbraio e agosto: due operazioni collegate

Se osserviamo insieme gli eventi del 2026 emerge una sequenza precisa.

22 febbraio: operazione contro El Mencho.

Muore il leader storico del CJNG.

Nella stessa operazione muore Rubén Guerrero Valadez, R1, figlio di Tío Lako.

19 agosto: le Forze Speciali tornano nell’area di influenza della famiglia Guerrero.

L’obiettivo è Heraclio Guerrero Martínez.

Tío Lako riesce apparentemente a fuggire, ma la sua rete viene colpita e vengono arrestate anche persone appartenenti al suo nucleo familiare.

La risposta è una nuova ondata di blocchi stradali e incendi.

È difficile considerare questi eventi come episodi completamente separati.

Rappresentano piuttosto capitoli della stessa offensiva contro la struttura territoriale costruita dal CJNG.


Il vero problema: cosa succede dopo la caduta dei boss?

Qui arriviamo alla questione più importante.

Eliminare o arrestare un capo criminale produce certamente un risultato operativo.

Ma non garantisce automaticamente la scomparsa dell’organizzazione.

La storia messicana lo dimostra ripetutamente.

Quando un leader viene eliminato possono verificarsi almeno tre scenari.

Il primo è la successione ordinata.

Un nuovo capo prende il controllo e la struttura continua a funzionare.

Il secondo è la frammentazione.

Comandanti regionali trasformano le proprie cellule in organizzazioni autonome.

Il terzo è la guerra interna.

Diverse fazioni combattono per ereditare territori, uomini e rotte del vecchio leader.

Ed è proprio la frammentazione uno dei rischi più seri.

Un grande cartello può trasformarsi in numerosi gruppi più piccoli, meno controllabili e potenzialmente ancora più violenti.


Tío Lako rappresenta perfettamente il problema

La vicenda di Heraclio Guerrero Martínez è quindi importante non soltanto per il nome del personaggio.

Rappresenta un modello.

Il cacique criminale regionale.

Un uomo che dispone di una propria rete territoriale ma opera all’interno di una federazione criminale più grande.

Se il vertice centrale si indebolisce, personaggi di questo tipo possono diventare:

successori,

alleati,

rivali,

oppure fondatori di nuove organizzazioni.

Per questo la morte di El Mencho non rappresentava automaticamente la fine del CJNG.

Poteva rappresentare semplicemente l’inizio della fase successiva.


Il CJNG dopo El Mencho

Le informazioni statunitensi più recenti indicano Juan Carlos González, “Pelón”, come nuovo leader dell’organizzazione.

Ma la vera stabilità del nuovo comando dipenderà dalla capacità di mantenere insieme le strutture regionali.

Ed è qui che operazioni come quella contro Los Guerreros assumono valore strategico.

Colpire contemporaneamente:

comandanti,

famiglie,

arsenali,

mezzi,

finanze,

infrastrutture

significa cercare di impedire che la successione criminale avvenga senza conseguenze.


La battaglia decisiva non si combatte soltanto con i fucili

L’immagine spettacolare dell’operazione militare rischia però di nascondere una verità più complessa.

I cartelli non sopravvivono soltanto grazie alle armi.

Sopravvivono perché riescono a inserirsi nell’economia e nella società.

Un’organizzazione capace di muovere enormi quantità di denaro deve necessariamente entrare in contatto con:

imprese,

banche,

professionisti,

trasportatori,

politici corrotti,

funzionari,

amministrazioni locali,

reti commerciali.

La battaglia decisiva contro il narcotraffico non consiste quindi soltanto nel trovare il prossimo boss.

Consiste nel rendere impossibile il funzionamento dell’ecosistema che lo circonda.


Il 19 agosto è un successo, ma non ancora una vittoria

L’operazione di Michoacán rappresenta certamente un colpo alla struttura di Los Guerreros.

Dodici arresti, sequestri e la cattura di persone appartenenti al nucleo familiare di Tío Lako possono produrre informazioni investigative importanti.

Ma bisogna evitare conclusioni premature.

Heraclio Guerrero Martínez non risulta al momento catturato né ufficialmente dichiarato morto.

Le prime indiscrezioni sulla sua eliminazione non hanno trovato conferma nelle comunicazioni successive.

Anzi, le ricostruzioni disponibili indicano che sia riuscito a fuggire.

Questo rende la vicenda ancora più significativa.

Perché mostra contemporaneamente la crescente pressione esercitata dallo Stato messicano sul CJNG e la straordinaria capacità di sopravvivenza delle sue strutture territoriali.


Conclusione: dopo El Mencho, la guerra entra nella seconda fase

La morte di El Mencho nel febbraio 2026 ha chiuso un capitolo della storia del narcotraffico messicano.

Non necessariamente quella del CJNG.

La vera battaglia comincia adesso.

Il problema non è soltanto stabilire chi erediterà formalmente il comando.

Bisogna capire se l’organizzazione resterà unita, se nasceranno nuove fazioni e soprattutto quale ruolo assumeranno i potenti capi regionali cresciuti durante l’era di Oseguera Cervantes.

Heraclio Guerrero Martínez è uno di questi uomini.

Suo figlio Rubén Guerrero Valadez è morto accanto a El Mencho.

La sua famiglia è stata direttamente investita dall’ultima operazione federale.

La sua rete ha dimostrato ancora una volta di poter reagire paralizzando importanti vie di comunicazione del Michoacán.

E lui, almeno per ora, risulta ancora fuori dalla portata delle autorità.

La storia del Cártel Jalisco Nueva Generación insegna precisamente questo: eliminare un uomo è molto più semplice che eliminare il sistema costruito intorno a lui.

Il CJNG è diventato potente perché ha saputo trasformare il narcotraffico in una struttura capace di combinare violenza paramilitare, controllo territoriale, economie illegali, reti familiari, corruzione, logistica internazionale e riciclaggio finanziario.

È questa macchina che Messico e Stati Uniti stanno cercando di smontare.

La caccia a Tío Lako è soltanto uno dei fronti.

Ma è un fronte che permette di osservare molto chiaramente la nuova fase della guerra: dopo la caduta del grande capo, lo scontro si sposta sui signori regionali che hanno costruito il potere reale del cartello sul territorio.


Fonti e documenti

Secretaría de la Defensa Nacional / operazione del 19 agosto 2026 – ricostruzione degli arresti e dell’operazione contro la cellula di Los Guerreros.

El País – “El escurridizo Tío Lako muestra el poderío de los caciques regionales del crimen en México” – ricostruzione dell’operazione e della fuga di Guerrero Martínez.
Leggi la ricostruzione

El País – morte di Rubén Guerrero Valadez durante l’operazione contro El Mencho, febbraio 2026.
Leggi l’articolo

U.S. Department of the Treasury – CJNG e Los Cuinis, designazioni del 2015.
Documento del Tesoro USA

Office of Foreign Assets Control – designazione di Nemesio Oseguera Cervantes e CJNG.
Scheda OFAC

U.S. Treasury – struttura e leadership contemporanea del CJNG.
Documentazione aggiornata del Tesoro USA

U.S. Treasury – sanzioni contro i vertici CJNG e utilizzo delle autorità antiterrorismo.
Comunicato del Tesoro USA

DEA – operazioni coordinate contro il CJNG e ricostruzione della struttura criminale.
Documentazione DEA

I soliti reporter della propaganda marxista mistificano i fatti per la loro ideologia: il caso Santurbán in Colombia

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Quando un problema ambientale complesso viene trasformato in un racconto politico a senso unico

C’è un metodo propagandistico estremamente efficace perché non richiede necessariamente di inventare tutto da zero. Basta prendere alcuni fatti veri, eliminare quelli scomodi, confondere un’accusa con una prova e costruire tra un passaggio e l’altro una catena causale che nessuno ha ancora dimostrato.

Il caso del Páramo di Santurbán, in Colombia, è quasi un manuale di questo meccanismo.

La storia viene raccontata così: il governo progressista di Gustavo Petro avrebbe protetto l’acqua di quasi due milioni di persone; arriva il governo di destra di Abelardo De La Espriella; viene cancellata la protezione; le multinazionali minerarie sono pronte a entrare; l’acqua viene sacrificata sull’altare del profitto.

Perfetto per un manifesto politico.

Molto meno perfetto se l’obiettivo è informare.

Perché tra riesaminare un provvedimento amministrativo e autorizzare una multinazionale a devastare Santurbán esiste un’enorme distanza giuridica, tecnica e fattuale.

Ed è precisamente quella distanza che certa propaganda preferisce far scomparire.

Il particolare che cambia il racconto: la decisione di Petro arrivò alla vigilia dell’uscita dal governo

Partiamo da ciò che spesso viene relegato a una riga.

La Resolución 0994 relativa alla microcuenca La Baja fu adottata il 6 agosto 2026, praticamente alla vigilia del cambio di governo.

La misura interessava circa 1.499 ettari.

Questo non significa affatto che la decisione fosse automaticamente illegittima o ambientalmente sbagliata. Gli studi sull’importanza idrogeologica della zona esistono e Santurbán costituisce realmente un ecosistema estremamente delicato.

Ma politicamente la tempistica è tutt’altro che irrilevante.

Un governo uscente adotta una misura estremamente significativa nell’ultimo giorno utile; il governo successivo ne contesta l’iter e decide di riesaminarla.

Un giornalista dovrebbe partire da qui e chiedere:

la procedura era corretta?

Le contestazioni del nuovo governo sono fondate?

La nuova valutazione manterrà, rafforzerà o ridurrà le protezioni?

Quali attività saranno effettivamente consentite?

La propaganda sceglie invece una scorciatoia molto più efficace:

Petro protegge l’acqua. La destra cancella la protezione. Le multinazionali prendono Santurbán.

Il problema è che l’ultimo passaggio non deriva automaticamente dai primi due.

Riesaminare una risoluzione non significa concedere una licenza mineraria

Questa è probabilmente la mistificazione più importante.

Dal racconto sembra quasi che, cancellata la risoluzione, il giorno seguente possano arrivare le ruspe di Aris Mining.

Non funziona così.

Il controverso progetto Soto Norte non dispone automaticamente di un’autorizzazione ambientale per procedere. Le ricostruzioni disponibili ricordano che il progetto dovrà comunque affrontare i procedimenti di valutazione previsti prima di una sua eventuale realizzazione.

Quindi:

revisione della risoluzione ≠ autorizzazione della miniera.

E ancora:

possibilità di attività mineraria ≠ autorizzazione del progetto Soto Norte.

Sono distinzioni fondamentali.

Eliminarle permette però di costruire un messaggio emotivamente potentissimo: hanno tolto la protezione per consegnare l’acqua alla multinazionale.

È un’accusa politica legittima da formulare come ipotesi e da investigare.

Non è un fatto che si possa semplicemente dare per dimostrato.

Anche la risoluzione di Petro era più complessa dello slogan “vietata la miniera”

C’è poi un’altra semplificazione.

Presentare il provvedimento come una gigantesca barriera attraverso la quale Petro avrebbe semplicemente “vietato l’attività mineraria” nasconde la complessità della disciplina.

La questione riguarda nuovi titoli, autorizzazioni, attività minerarie di diversa dimensione, situazioni giuridiche preesistenti e processi di formalizzazione.

Ed è proprio quest’ultimo punto a essere quasi sempre cancellato dal racconto ideologico.

Perché nella regione il problema della miniera esiste già.

Esistono attività minerarie e una parte fondamentale della discussione colombiana riguarda proprio come sottrarre l’estrazione all’informalità e all’illegalità.

Il dibattito reale quindi non è:

acqua oppure miniera.

È molto più difficile:

quali aree devono essere totalmente protette, quali attività possono essere consentite, quali miniere esistenti devono essere formalizzate, quali standard ambientali devono essere imposti e quali progetti devono invece essere respinti.

Ma un problema così formulato non produce facilmente indignazione sui social.

Fabio Arjona e la frase trasformata in una confessione

Il ministro dell’Ambiente Fabio Arjona è stato molto criticato per avere indicato l’esperienza di Aris Mining in Antioquia come possibile esempio di formalizzazione.

È perfettamente legittimo contestarlo.

Anzi, trattandosi di Santurbán, ogni proposta di espansione dell’attività estrattiva merita un livello eccezionalmente alto di controllo scientifico e pubblico.

Ma Arjona ha parlato della necessità di delimitare il páramo, stabilire quali aree possano eventualmente essere utilizzate e formalizzare l’attività mineraria esistente.

Questo viene trasformato propagandisticamente in:

“Il governo consegna Santurbán ad Aris Mining.”

Non è la stessa affermazione.

Arjona può avere torto.

Il suo modello può essere ambientalmente inadeguato.

Le valutazioni del governo possono essere contestate.

Ma criticare significa confrontarsi con ciò che una persona ha realmente sostenuto, non sostituirlo con la versione più utile alla propria battaglia politica.

I 38.000 “minatori di Aris Mining”: persino qui il linguaggio conta

La frase riportata nella propaganda parla inoltre di una Aris Mining che “impiega 38.000 minatori regolarizzati”.

Anche questa formulazione merita attenzione.

Il riferimento di Arjona è alla formalizzazione di migliaia di minatori, non necessariamente a 38.000 normali dipendenti diretti della multinazionale.

La differenza non è cosmetica.

Formalizzare operatori minerari significa cercare di far entrare attività precedentemente informali dentro un sistema di regole, controlli e rapporti economici legali.

Si può discutere se il modello funzioni davvero.

Si possono verificare i risultati ambientali.

Si può contestare il rapporto di forza creato con una grande impresa.

Ma prima bisogna descrivere correttamente ciò di cui si sta parlando.

Poi arriva Petro e l’accusa diventa immediatamente “verità”

L’ex presidente Gustavo Petro ha accusato De La Espriella di voler consegnare l’area alle multinazionali aurifere, sostenendo inoltre l’esistenza di rapporti societari.

Ed ecco un’altra tecnica classica della propaganda politica:

un avversario formula un’accusa → l’accusa viene incorporata nella narrazione come spiegazione dei fatti.

In realtà esiste un elemento che merita certamente attenzione.

È documentato un rapporto commerciale tra De La Espriella e l’imprenditore Serafino Iácono attraverso un’altra società. Black Swan Finance Corp., riconducibile a Iácono, compare con una partecipazione dell’8% in Dominio De La Espriella.

È quindi assolutamente legittimo chiedere trasparenza.

È legittimo verificare eventuali conflitti d’interesse.

È legittimo pretendere che ogni decisione riguardante Santurbán venga presa con procedure inattaccabili.

Ma da questo non deriva che De La Espriella sia socio di Aris Mining.

Una ricostruzione giornalistica sul caso ha esplicitamente precisato che non risultano prove pubbliche che Abelardo De La Espriella sia azionista o socio della compagnia mineraria.

Inoltre Aris Mining ha dichiarato che Iácono lasciò il proprio consiglio d’amministrazione nel 2024 e ha contestato la descrizione dell’imprenditore come suo azionista di controllo.

Questa è esattamente la distinzione che il giornalismo dovrebbe evidenziare.

Esiste un rapporto commerciale indiretto che giustifica domande?

Sì.

Dimostra che il presidente possiede Aris Mining o che abbia già consegnato Santurbán alla società?

No.

E c’è un’altra cosa che disturba la narrazione: cosa hanno votato gli abitanti della zona?

C’è poi un dato politico particolarmente interessante.

Alle elezioni del 2026, De La Espriella ha ottenuto una larghissima maggioranza proprio nei sei comuni della provincia di Soto Norte: Vetas, California, Suratá, Matanza, Charta e Tona.

Secondo i risultati riportati da Blu Radio, De La Espriella ha ottenuto complessivamente 12.799 voti contro 2.311 di Iván Cepeda in questi comuni.

A Vetas il risultato riportato è addirittura 998 contro 62.

Questo naturalmente non significa che ogni abitante approvi Soto Norte o voglia una grande miniera.

Ma demolisce un’altra comoda rappresentazione: quella secondo cui esisterebbe da una parte “il territorio” compatto contro l’estrazione e dall’altra un governo estraneo che vuole imporre dall’alto gli interessi delle multinazionali.

La realtà locale appare molto più divisa e complessa.

Ed è precisamente la complessità che la propaganda ideologica sopporta meno.

Attenzione: Santurbán deve essere protetto sul serio

Non bisogna però cadere nell’errore opposto.

Sarebbe altrettanto propagandistico sostenere che, siccome il racconto degli avversari è manipolatorio, allora non esista alcun problema ambientale.

Esiste eccome.

Il Páramo di Santurbán è un ecosistema strategico per l’approvvigionamento idrico della regione. La protezione delle sorgenti, delle zone di ricarica e dei sistemi idrologici collegati deve venire prima degli slogan politici.

Proprio per questo bisogna pretendere:

  • valutazioni idrogeologiche indipendenti;
  • pubblicazione integrale degli studi;
  • procedure amministrative trasparenti;
  • controllo rigoroso degli eventuali conflitti d’interesse;
  • valutazioni ambientali serie su qualsiasi progetto;
  • monitoraggio indipendente delle acque;
  • responsabilità economiche chiare per eventuali danni;
  • esclusione dell’attività estrattiva dalle aree nelle quali il rischio ambientale risulti incompatibile con la sicurezza idrica.

Questa è tutela ambientale.

Trasformare invece ogni questione tecnica in una favola morale nella quale la sinistra “difende l’acqua” mentre la destra “la vende alle multinazionali” è propaganda.

Il trucco: partire da fatti veri per arrivare a una conclusione non ancora dimostrata

Ed eccoci al cuore del problema.

La propaganda migliore raramente è composta soltanto da falsità.

È molto più efficace prendere:

un’area ambientalmente delicata + una risoluzione realmente adottata + una revisione realmente controversa + una multinazionale realmente interessata + rapporti commerciali realmente esistenti + dichiarazioni realmente discutibili

e assemblare tutto fino a ottenere:

“Il governo ha consegnato l’acqua di due milioni di persone alle multinazionali.”

Ma questa conclusione necessita di prove ulteriori.

Ed è qui che informazione e propaganda si separano.

Il giornalismo dovrebbe domandare:

Qual è il nuovo regime di protezione?

Quali parti della Resolución 0994 erano proceduralmente contestabili?

Quali studi scientifici giustificano la nuova decisione?

Aris Mining riceverà effettivamente qualche autorizzazione?

Quali condizioni ambientali dovrà rispettare Soto Norte?

Esistono conflitti d’interesse concreti nelle decisioni governative?

Quali aree rimarranno completamente interdette all’attività estrattiva?

La propaganda invece conosce già la risposta prima ancora di terminare l’indagine.

La Colombia merita un dibattito migliore degli slogan ideologici

Santurbán non appartiene né a Petro né a De La Espriella.

E l’acqua non dovrebbe diventare proprietà propagandistica di una fazione politica.

Se il nuovo governo tenterà realmente di sacrificare la sicurezza idrica per favorire interessi privati, dovrà essere denunciato con la massima durezza.

Se emergessero prove di favoritismi verso Aris Mining, dovranno essere pubblicate.

Se gli studi dimostreranno che Soto Norte costituisce un rischio incompatibile con la protezione delle acque, il progetto dovrà essere fermato.

Ma tutto questo deve essere dimostrato.

Non proclamato.

Perché il compito del giornalismo non dovrebbe essere scegliere prima il colpevole e successivamente selezionare i fatti necessari a costruire l’accusa.

Il compito dovrebbe essere esattamente l’opposto:

raccogliere tutti i fatti e lasciare che siano questi a determinare la conclusione.

Quando invece si nascondono le sfumature, si trasformano le accuse politiche in fatti accertati, si confonde un riesame amministrativo con una licenza mineraria e si presenta una relazione commerciale indiretta come prova definitiva di un piano già concordato, non stiamo più leggendo informazione.

Stiamo leggendo militanza politica travestita da cronaca.

Ed è proprio così che i soliti reporter della propaganda ideologica mistificano i fatti: non necessariamente inventandoli, ma scegliendo quali raccontare, quali omettere e soprattutto quale conclusione imporre al lettore prima che abbia avuto la possibilità di farsi un’opinione propria.


Fonti e documenti

La República – Aris Mining chiarisce il ruolo di Serafino Iácono
https://amp.larepublica.co/empresas/aris-mining-aclaro-que-serafino-iacono-no-es-accionista-mayoritario-de-la-compania-4430948

La Silla Vacía – struttura societaria e rapporti imprenditoriali di De La Espriella
https://www.lasillavacia.com/silla-nacional/el-universo-empresarial-de-la-espriella-socios-cuestionados-saldos-en-rojo-y-bienes-raices/

Diario La Libertad – rapporti De La Espriella/Iácono e progetto Soto Norte
https://diariolalibertad.com/2026/07/08/investigacion-revela-vinculo-empresarial-entre-abelardo-de-la-espriella-y-accionista-de-aris-mining/

La Silla Vacía – controversia sulla delimitazione di Santurbán e dichiarazioni di Fabio Arjona
https://www.lasillavacia.com/en-vivo/por-disputas-suspenden-mesa-de-concertacion-de-santurban/

Blu Radio – risultati elettorali nei comuni della provincia di Soto Norte
https://www.bluradio.com/regiones/santanderes/de-la-espriella-gano-en-municipios-ubicados-en-zona-de-influencia-del-paramo-de-santurban-rg10

Vanguardia – politica mineraria ed energetica del governo De La Espriella
https://www.vanguardia.com/politica/2026/08/07/se-autorizara-el-fracking-la-declaracion-de-abelardo-de-la-espriella-que-impacta-a-santander/

CEUTA, SPIE E HACKER: IL DOSSIER CHE RENDE IMPOSSIBILE LIQUIDARE LA CRISI COME SEMPLICE IMMIGRAZIONE

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Jabaroot minaccia di svelare gli uomini dell’intelligence marocchina. Sullo sfondo restano Pegasus, gli agenti individuati tra i migranti e una frontiera europea travolta da decine di migliaia di persone

Quello che sta emergendo intorno alla crisi di Ceuta impone una domanda molto più seria di quella ripetuta ossessivamente nel dibattito sull’immigrazione: che cosa è realmente accaduto alla frontiera tra Marocco e Spagna?

Il 20 agosto arriva un nuovo elemento.

Il gruppo hacker Jabaroot ha minacciato di rendere pubbliche le identità di appartenenti alla Direction Générale de la Surveillance du Territoire (DGST), il potente servizio di sicurezza interna marocchino. Per dimostrare di possedere realmente il materiale, il gruppo ha diffuso campioni contenenti presunti nomi e informazioni personali, comprese date di nascita, identificativi, date di ingresso nei servizi e gradi.

La minaccia sarebbe direttamente collegata alla gestione marocchina della crisi di Ceuta.

Non siamo quindi davanti all’ennesima polemica sui social.

Se il materiale verrà autenticato integralmente, ci troveremmo davanti a una fuga di informazioni estremamente delicata riguardante uno degli apparati più importanti dello Stato marocchino.

E soprattutto arriverebbe nel momento peggiore possibile per Rabat.

L’ultimatum degli hacker

Secondo quanto riportato dalla stampa spagnola, Jabaroot avrebbe rivolto un ultimatum ai vertici della sicurezza marocchina, minacciando ulteriori pubblicazioni qualora i responsabili della gestione della crisi di Ceuta non lasciassero i loro incarichi.

Nel mirino sembra esserci soprattutto Abdellatif Hammouchi, direttore generale della DGST e figura centrale dell’apparato di sicurezza marocchino.

Ma qui bisogna mantenere una distinzione fondamentale.

Il fatto che gli hacker pubblichino documenti non significa automaticamente che ogni documento sia autentico; allo stesso modo, le accuse formulate da un gruppo anonimo non costituiscono una prova giudiziaria.

Ciò che rende la vicenda politicamente esplosiva è il contesto nel quale questa fuga di dati arriva.

Perché Ceuta non è stata attraversata da una normale crisi migratoria.

È stata sottoposta a una pressione di dimensioni eccezionali.

Più di 70.000 ingressi: chiamarlo semplicemente “fenomeno migratorio” non basta più

Alla fine di luglio oltre 70.000 persone sono riuscite a entrare a Ceuta nel giro di pochissimo tempo.

Reuters ha riferito che i sindacati delle forze impegnate alla frontiera avevano inviato sei avvertimenti alle autorità spagnole prima dell’esplosione della crisi.

Gli avvertimenti riguardavano l’aumento degli arrivi via mare e il rischio concreto di una situazione molto più grave.

La macchina dello Stato spagnolo non è riuscita a impedirla.

Il risultato è stato devastante: decine di migliaia di ingressi, morti, dispersi, strutture sotto pressione e una città di appena circa 85.000 abitanti improvvisamente costretta a fronteggiare un numero di arrivi paragonabile alla propria popolazione.

La domanda politica diventa inevitabile:

come può una frontiera internazionale essere travolta da decine di migliaia di persone senza che qualcuno, prima o durante l’evento, abbia perso deliberatamente o colpevolmente il controllo della situazione?

Il punto più grave: gli agenti marocchini individuati tra i migranti

C’è poi un elemento ancora più inquietante.

Secondo ricostruzioni pubblicate dalla stampa spagnola e riprese da altre testate, le forze di sicurezza avrebbero identificato presunti appartenenti all’intelligence marocchina entrati a Ceuta insieme ai migranti.

Se confermato definitivamente dalle autorità spagnole, questo dettaglio cambierebbe radicalmente la natura politica dell’intera vicenda.

Un migrante che attraversa illegalmente una frontiera costituisce un problema di immigrazione e sicurezza.

Un agente di intelligence straniero che attraversa clandestinamente la stessa frontiera è qualcosa di completamente diverso.

È controspionaggio.

È sicurezza nazionale.

È materia diplomatica.

Ed è precisamente per questo che Madrid dovrebbe chiarire pubblicamente che cosa abbia scoperto.

Quanti presunti agenti sono stati individuati?

A quale struttura appartenevano?

Qual era il loro compito?

Perché si trovavano dentro un flusso migratorio irregolare?

Sono stati interrogati?

Sono stati espulsi?

Il governo spagnolo non può pretendere che domande di questa portata vengano archiviate sotto l’etichetta generica di “emergenza migratoria”.

L’intelligence spagnola: Rabat potrebbe aver lasciato fare

C’è però un passaggio che impedisce di trasformare i sospetti in una conclusione già scritta.

Secondo una ricostruzione attribuita ai servizi spagnoli, il Marocco non avrebbe necessariamente organizzato direttamente l’esodo, ma avrebbe deliberatamente consentito alla situazione di degenerare, lasciando che decine di migliaia di persone raggiungessero Ceuta prima di sfruttare politicamente la crisi.

È una distinzione importante.

Organizzare un’operazione e scegliere di non impedirla quando si possiedono i mezzi per farlo non sono la stessa cosa.

Ma dal punto di vista di Madrid entrambe le ipotesi meritano un’indagine estremamente seria.

Perché il Marocco ha dimostrato pochi giorni dopo di essere perfettamente capace di intervenire.

Alla vigilia di nuovi tentativi di attraversamento, Rabat ha dispiegato forze, bloccato spostamenti e arrestato centinaia di persone dirette verso Ceuta.

Associated Press ha riferito dell’arresto di quasi 300 migranti e di altre decine di persone accusate di averne facilitato gli spostamenti.

Reuters aveva già documentato un’altra operazione nella quale erano state arrestate almeno 111 persone dirette verso Ceuta.

Quindi una domanda diventa ancora più difficile da evitare:

se il Marocco può chiudere il rubinetto quando vuole, che cosa accadde il 30 luglio?

Mezzo milione di account e una mobilitazione digitale

Un rapporto della società di intelligence Golden Owl aggiunge un altro livello alla vicenda.

L’analisi avrebbe individuato una rete enorme di account e gruppi social utilizzati per promuovere l’assalto alla frontiera.

Gli investigatori hanno analizzato migliaia di post pubblicati in gruppi Facebook aperti, individuando una struttura decentralizzata capace di diffondere rapidamente istruzioni, slogan e indicazioni.

La campagna avrebbe persino utilizzato parole in codice destinate a cambiare continuamente per sfuggire alla moderazione delle piattaforme.

Non significa automaticamente che dietro questa macchina ci fosse il governo marocchino.

Ma dimostra qualcosa di altrettanto importante:

l’esodo non può essere raccontato esclusivamente come la coincidenza spontanea di migliaia di decisioni individuali.

Esisteva anche una mobilitazione digitale.

Qualcuno diffondeva i messaggi.

Qualcuno amministrava i gruppi.

Qualcuno convinceva migliaia di persone che fosse arrivato il momento di muoversi.

Scoprire chi abbia alimentato quella macchina dovrebbe essere una priorità dell’intelligence europea.

E poi c’è Pegasus

Il problema diventa ancora più delicato osservando i precedenti.

Un’inchiesta pubblicata nel luglio 2026 da Forbidden Stories sostiene che l’intelligence marocchina avrebbe utilizzato Pegasus contro un alto ufficiale dell’intelligence della Guardia Civil spagnola mentre personale spagnolo contribuiva alla formazione di funzionari marocchini.

L’indagine sostiene inoltre che personale spagnolo sarebbe stato sottoposto a sorveglianza.

È un’accusa enorme.

E si inserisce nel più vasto dossier Pegasus che da anni coinvolge il Marocco.

Persino il telefono del presidente del governo spagnolo Pedro Sánchez era stato infettato con Pegasus nel 2021. L’inchiesta giudiziaria spagnola non è riuscita a stabilire pubblicamente chi fosse responsabile dell’operazione.

Proprio per questo bisogna evitare scorciatoie: il fatto che il telefono di Sánchez sia stato compromesso non dimostra automaticamente che l’autore fosse il Marocco.

Ma l’insieme dei precedenti rende ancora più necessario pretendere chiarezza.

Jabaroot non nasce oggi

Anche il gruppo hacker protagonista della nuova fuga di dati ha una storia.

Jabaroot è comparso nel 2025 durante una fase di fortissima tensione tra Marocco e Algeria.

Il gruppo si attribuì un attacco contro la Caisse Nationale de Sécurité Sociale (CNSS) marocchina.

L’istituzione confermò di aver subito un attacco informatico e che erano stati pubblicati documenti contenenti informazioni economiche e lavorative riguardanti circa due milioni di persone, precisando però che parte dei dati diffusi risultava inesatta.

Successivamente Jabaroot si è attribuito altre operazioni contro strutture marocchine, compreso il Ministero della Giustizia, e la diffusione di informazioni riguardanti spese e stipendi collegati alla Casa reale.

Questo precedente è importante per due ragioni.

La prima: il gruppo ha già dimostrato almeno una capacità concreta di ottenere materiale sensibile.

La seconda: proprio perché alcune informazioni pubblicate in passato sono state contestate, ogni nuova fuga deve essere verificata documento per documento.

Il giornalismo serio deve fare esattamente questo: non credere automaticamente né ai governi né agli hacker.

Il problema politico è Madrid

Ed eccoci al punto più scomodo.

Il problema non riguarda soltanto Rabat.

Riguarda Madrid.

Reuters ha documentato che prima dell’ondata erano arrivati ripetuti avvertimenti dagli operatori della frontiera.

L’intelligence spagnola conosceva il rischio di una mobilitazione.

Sui social circolavano appelli.

Esistevano reti organizzate.

Eppure Ceuta è stata travolta.

Soltanto dopo sono arrivati rinforzi, nuove barriere, maggiore presenza delle forze dell’ordine e un coordinamento più duro con il Marocco.

È la classica politica europea dell’emergenza: ignorare il rischio quando prevenirlo costa politicamente, mobilitare uomini e mezzi quando il disastro è già avvenuto.

Ceuta ha pagato il prezzo.

Il Marocco è un partner. Ma proprio per questo deve dare risposte

L’Europa deve evitare due errori opposti.

Il primo consiste nel trasformare il Marocco automaticamente nel colpevole di qualsiasi problema migratorio.

Il secondo, molto più comodo politicamente, consiste nel fingere che Rabat sia semplicemente un partner affidabile al quale delegare la protezione della frontiera meridionale europea senza pretendere spiegazioni.

Il Marocco è un interlocutore fondamentale per Spagna e Unione Europea.

Proprio per questo il rapporto deve essere fondato sulla reciprocità.

Cooperazione significa cooperazione.

Non può significare che la sicurezza di Ceuta dipenda dalla decisione quotidiana di Rabat di aprire o chiudere il rubinetto migratorio.

Se la frontiera europea funziona soltanto quando un Paese terzo decide di proteggerla, allora quella frontiera non è realmente sotto il controllo europeo.

Ceuta è anche una questione di sovranità

Questo è il punto che Bruxelles dovrebbe finalmente comprendere.

Ceuta non è semplicemente il luogo dove termina una rotta migratoria.

È territorio spagnolo e quindi frontiera esterna dell’Unione Europea.

Quando decine di migliaia di persone riescono ad attraversarla contemporaneamente, la questione non riguarda soltanto l’accoglienza.

Riguarda la sovranità.

Quando all’interno di quei flussi vengono segnalati presunti agenti di un servizio straniero, riguarda il controspionaggio.

Quando reti di centinaia di migliaia di account contribuiscono a mobilitare le persone, riguarda la guerra informativa.

Quando hacker minacciano di pubblicare gli organigrammi dell’intelligence del Paese confinante, riguarda la cybersicurezza.

Continuare a separare artificialmente tutti questi elementi significa rifiutarsi di osservare il quadro complessivo.

La domanda alla quale Madrid e Bruxelles devono rispondere

Non serve inventare complotti.

I fatti già documentati sono abbastanza gravi.

Una frontiera europea è stata travolta.

Le autorità erano state avvertite.

Una gigantesca mobilitazione sui social aveva contribuito ad alimentare gli attraversamenti.

Fonti dell’intelligence spagnola sospettano che il Marocco abbia deliberatamente lasciato degenerare la situazione.

Sono stati segnalati presunti agenti marocchini infiltrati tra gli ingressi irregolari.

Esistono precedenti estremamente controversi di sorveglianza digitale attribuita all’intelligence marocchina.

Ora un gruppo hacker sostiene di possedere dati riservati della DGST e collega esplicitamente la propria offensiva alla crisi di Ceuta.

A questo punto la domanda non è più soltanto:

“Quanti migranti sono entrati?”

La domanda è:

“Che cosa è realmente successo a Ceuta, chi lo sapeva, chi poteva impedirlo e perché non è stato impedito?”

Madrid dovrebbe pretendere risposte da Rabat.

Ma prima ancora dovrebbe darle ai propri cittadini.

E Bruxelles dovrebbe capire che una frontiera esterna dell’Europa non può essere amministrata attraverso la speranza che il vicino, quel giorno, decida di collaborare.

Ceuta ha mostrato quanto possa essere fragile questo sistema.

La vicenda Jabaroot aggiunge adesso un altro tassello inquietante.

Non è ancora la prova definitiva di una regia marocchina dietro l’assalto.

Ma è certamente un motivo in più per chiedere qualcosa che, dopo una crisi di queste dimensioni, dovrebbe essere elementare:

un’indagine completa, trasparente e senza sconti diplomatici.


FONTI E APPROFONDIMENTI

El Confidencial – articolo da cui prende spunto l’inchiesta
https://www.elconfidencial.com/mundo/2026-08-20/hackers-marruecos-espias-ceuta-1hms_4408444/

Moncloa – Jabaroot pubblica dati attribuiti ad agenti marocchini e minaccia nuove rivelazioni
https://www.moncloa.com/2026/08/20/hackers-marruecos-espias-ceuta-3417751/

Reuters – gli avvertimenti precedenti alla crisi di Ceuta e la risposta delle autorità
https://www.reuters.com/world/europe/spain-disregarded-ceuta-warnings-before-migrant-rush-say-border-workers-unions-2026-08-15/

Reuters – rafforzamento della sicurezza marocchina e arresti prima dei nuovi tentativi di ingresso
https://www.reuters.com/world/africa/spain-boosts-security-ceuta-calls-appear-online-another-mass-border-rush-2026-08-14/

Associated Press – quasi 300 migranti fermati dalle autorità marocchine mentre tentavano di raggiungere Ceuta
https://apnews.com/article/657264597941c8caeb7f36973cd31739

Forbidden Stories – indagine sull’intelligence marocchina e sulla sorveglianza di funzionari spagnoli
https://forbiddenstories.org/moroccan-intelligence-is-believed-to-have-spied-on-spanish-agents-who-were-training-them/

The Olive Press – rapporto sulla rete social utilizzata per mobilitare gli ingressi verso Ceuta
https://www.theolivepress.es/spain-news/2026/08/04/ceuta-migrant-social-media-campaign-urging-moroccans-to-storm-the-border-fence-and/

The Olive Press – ricostruzione delle valutazioni dell’intelligence spagnola sul comportamento marocchino
https://www.theolivepress.es/spain-news/2026/08/03/spain-ceuta-crisis-morocco-spies/

Accendiamo un ricordo per i nostri reporter marxisti: Saigon 1975 e il volto della “rieducazione” comunista

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Quando la memoria storica diventa selettiva, conviene riaccenderla. Saigon, 1975: la guerra finisce, i comunisti conquistano il Sud e per migliaia di persone comincia l’epoca dei campi di “rieducazione”, delle separazioni familiari, del lavoro forzato e dell’indottrinamento politico.

Una pagina che merita di essere ricordata soprattutto a chi continua a raccontare il comunismo attraverso le intenzioni dichiarate anziché attraverso ciò che diversi regimi comunisti hanno concretamente fatto una volta conquistato il monopolio del potere.

Il 30 aprile 1975 Saigon cadde.

Per i vincitori fu la “liberazione”.

Per molti degli sconfitti cominciò invece la rieducazione.

E dietro quella parola apparentemente innocua si nasconde una delle lezioni più importanti del Novecento: quando un’ideologia pretende di possedere la verità assoluta, il dissidente non deve più essere semplicemente sconfitto. Deve essere trasformato.

Il resto dell’articolo può proseguire con il testo già preparato, mantenendo le sezioni sui campi di rieducazione, il lavoro forzato, le famiglie, le New Economic Zones, i boat people e la repressione politica, fino alla conclusione:

La repressione non diventa giustizia chiamandola “rivoluzione”.
Un campo non diventa umano chiamandolo “rieducazione”.
E una dittatura non diventa libertà soltanto perché sostiene di governare in nome del popolo.

Accendiamo dunque un ricordo per i nostri reporter marxisti: la memoria storica vale anche quando racconta i crimini commessi sotto una bandiera rossa.

Saigon 1975: quando il comunismo smise di promettere la liberazione e cominciò la “rieducazione”

Prima conquistano lo Stato. Poi cambiano il significato delle parole. La prigione diventa “rieducazione”, il lavoro coatto diventa “riedificazione”, la confisca diventa “giustizia sociale” e la repressione degli sconfitti viene presentata come necessità rivoluzionaria.

Il Vietnam dopo la caduta di Saigon offre una delle dimostrazioni più brutali di questo meccanismo.

Il 30 aprile 1975 Saigon cadde. La guerra del Vietnam era sostanzialmente finita e il regime del Vietnam del Sud collassò davanti all’avanzata delle forze comuniste.

Per milioni di persone la pace avrebbe dovuto significare la fine della paura.

Per una parte della popolazione del Sud significò invece l’inizio di un’altra storia: campi di “rieducazione”, lavoro forzato, indottrinamento politico, confische, trasferimenti nelle cosiddette “New Economic Zones”, separazioni familiari ed esodo.

Ed è proprio qui che la retorica rivoluzionaria mostra il suo volto più inquietante.

La parola magica: “rieducazione”

Dopo la vittoria comunista, militari dell’esercito sudvietnamita, funzionari, poliziotti e altre persone legate al precedente governo furono convocati per la cosiddetta “rieducazione”.

Il termine sembra quasi pedagogico.

La realtà poteva essere molto diversa.

Amnesty International documentò che migliaia di persone rimasero detenute senza accusa né processo. Secondo i dati che il governo vietnamita fornì alla stessa Amnesty, circa 40.000 persone erano state trattenute per periodi più lunghi; ancora nel settembre 1980 il governo dichiarava che 20.000 prigionieri si trovavano nei campi.

Questo è il primo capolavoro linguistico dei sistemi totalitari: non chiamare mai le cose con il loro nome.

Non sei un prigioniero politico: devi essere “rieducato”.

Non sei costretto ad adeguarti all’ideologia del vincitore: devi correggere la tua coscienza.

Non vieni privato della libertà senza un normale processo: stai partecipando alla costruzione della nuova società.

È molto più semplice privare qualcuno dei suoi diritti dopo aver convinto la popolazione che quella privazione rappresenti una forma di progresso.

Lavoro duro, fame e indottrinamento

Le testimonianze raccolte decenni dopo tra ex appartenenti alla Repubblica del Vietnam descrivono prigionieri sottoposti a lavoro manuale quotidiano, fame, stanchezza e malattie, con detenzioni che in alcuni casi durarono molti anni. Tra le attività ricordate figurano scavo di canali, abbattimento di alberi, agricoltura e altri lavori pesanti.

Uno studio accademico sulla reintegrazione degli ex combattenti descrive inoltre il lavoro manuale in condizioni estremamente dure, l’insufficienza alimentare, l’assistenza sanitaria inadeguata e le lezioni di ideologia comunista nei campi.

L’uomo doveva essere spezzato materialmente e ricostruito ideologicamente.

Ed è questo l’aspetto del comunismo autoritario che i suoi apologeti preferiscono dimenticare.

Quando un’ideologia sostiene di possedere la spiegazione scientifica della storia, chi la contraddice smette facilmente di essere semplicemente un avversario politico.

Diventa un ostacolo alla Storia.

Un “reazionario”.

Un elemento da correggere.

Da rieducare.

Da neutralizzare.

E le famiglie?

Qui occorre distinguere i fatti documentati dalle formulazioni che circolano oggi sui social.

L’affermazione secondo cui, dopo la caduta di Saigon, “migliaia di bambini furono sistematicamente strappati alle famiglie e mandati in fattorie di lavoro giovanile” richiede prove specifiche e non va trasformata automaticamente in un fatto storico generale.

Quello che invece è ampiamente documentato è già sufficientemente grave.

La detenzione prolungata di padri e altri familiari produsse separazioni familiari che potevano durare anni. Le famiglie collegate al vecchio apparato sudvietnamita subirono inoltre confische e trasferimenti verso le cosiddette New Economic Zones, dove la vita significava spesso duro lavoro rurale.

Già nel 1976 TIME descriveva il gigantesco programma di trasferimento dalle città verso le New Economic Zones e riferiva delle pressioni esercitate anche attraverso il sistema delle tessere per le razioni alimentari.

Non serve quindi gonfiare la storia.

La storia reale è abbastanza dura.

Punire non soltanto l’uomo, ma il suo mondo

Questa è una delle caratteristiche più sinistre della repressione politica: le conseguenze non terminano necessariamente con il dissidente o con il soldato sconfitto.

Colpiscono la famiglia.

La proprietà.

Il lavoro.

L’istruzione.

La possibilità di costruirsi un futuro.

Quando lo Stato diventa padrone dell’economia, dell’istruzione, dell’informazione e della carriera professionale, non deve necessariamente mettere tutti in galera.

Può semplicemente decidere chi può vivere normalmente e chi no.

Ed è precisamente qui che la concentrazione assoluta del potere diventa più pericolosa della semplice repressione poliziesca.

La grande truffa della “liberazione”

Il comunismo rivoluzionario ha costruito gran parte della propria legittimità sulla promessa di liberare gli oppressi.

Ma cosa rimane della liberazione quando lo Stato stabilisce quali idee siano ammissibili?

Che cosa rimane dell’emancipazione quando un uomo può essere detenuto per anni senza un normale processo?

Che cosa rimane dell’uguaglianza quando il Partito decide chi appartiene alla categoria politicamente corretta e chi deve essere “rieducato”?

La risposta è semplice:

rimane il potere.

Cambiano bandiere, slogan e uniformi, ma il principio fondamentale del totalitarismo resta identico: l’individuo non possiede diritti anteriori allo Stato; è lo Stato che decide quali diritti concedergli.

E soprattutto può decidere quando ritirarli.

Il Partito non vuole soltanto governarti

Una democrazia liberale accetta, almeno come principio, una cosa intollerabile per qualsiasi sistema totalitario:

che tu possa pensare che il governo abbia torto.

Il totalitarismo pretende qualcosa di diverso.

Non gli basta l’obbedienza.

Pretende la trasformazione dell’individuo.

Per questo il concetto di “rieducazione” è così importante.

Il prigioniero non viene considerato soltanto qualcuno che ha perso una guerra. È una persona che deve imparare a vedere il mondo attraverso le categorie ideologiche dei vincitori.

La politica entra così nella coscienza.

Ed è il momento nel quale lo Stato smette definitivamente di essere amministrazione e diventa religione secolare obbligatoria.

Il risultato? La fuga

La storia successiva del Vietnam meridionale non fu soltanto quella dei campi.

Fu anche quella dell’esodo.

Una quantità enorme di vietnamiti abbandonò il paese negli anni successivi alla guerra, dando origine al dramma internazionale dei boat people. Famiglie intere affrontarono pirati, fame, tempeste, naufragi e campi profughi pur di cercare una nuova vita altrove.

Anche numerosi ex militari e funzionari sudvietnamiti e le loro famiglie parteciparono a quell’esodo.

È una domanda che dovrebbe accompagnare ogni celebrazione romantica delle rivoluzioni:

se hai appena costruito il paradiso dei lavoratori, perché così tante persone rischiano la vita per andarsene?

Non era soltanto Stalin

Quando si ricordano i crimini commessi da regimi comunisti, arriva puntualmente l’obiezione:

“Quello non era vero comunismo.”

Stalin sarebbe stata una degenerazione.

Mao un errore.

La Cambogia di Pol Pot un’estremizzazione.

La Germania orientale un’anomalia.

Cuba un caso particolare.

Il Vietnam un prodotto della guerra.

A un certo punto, però, la quantità delle “eccezioni” dovrebbe suggerire una domanda più seria.

E se il problema fosse anche nella concentrazione di potere necessaria per costruire la società promessa?

Per abolire rapidamente proprietà privata, pluralismo politico e autonomia economica occorre consegnare a qualcuno un potere enorme.

Quel qualcuno sarà lo Stato.

E quando lo Stato controlla contemporaneamente economia, polizia, informazione e politica, la possibilità concreta di opporsi al potere crolla.

Non occorre credere che ogni socialista sia uno stalinista per riconoscere questa lezione storica.

Occorre semplicemente guardare cosa accade quando non esistono più contropoteri capaci di fermare chi governa.

Il Vietnam di oggi rende la storia ancora più scomoda

Questa non è soltanto archeologia politica.

Il Vietnam contemporaneo resta uno Stato monopartitico guidato dal Partito Comunista del Vietnam.

Amnesty International continua a denunciare repressione del dissenso, arresti arbitrari e maltrattamenti di attivisti incarcerati. Nel suo rapporto più recente descrive pene detentive contro voci dissidenti e punizioni carcerarie comprendenti isolamento e limitazioni delle visite familiari.

Naturalmente il Vietnam del 2026 non è il Vietnam del 1975.

Ma proprio per questo la continuità di alcune caratteristiche autoritarie merita attenzione.

È sempre la stessa tentazione

La lezione di Saigon non consiste nel sostenere che ogni movimento di sinistra conduca automaticamente a un campo di lavoro. Sarebbe una caricatura storicamente insostenibile.

La lezione è molto più importante.

Diffidate di qualsiasi ideologia che prometta il paradiso in cambio della concentrazione del potere.

Diffidate di chi divide l’umanità tra cittadini moralmente legittimi e nemici della rivoluzione.

Diffidate di chi sostiene che la libertà debba essere temporaneamente sospesa per costruire la vera libertà.

Diffidate soprattutto di chi inventa parole rassicuranti per descrivere la coercizione.

Perché un campo non diventa umano chiamandolo “rieducazione”.

La repressione non diventa giustizia chiamandola “rivoluzione”.

La confisca non diventa libertà chiamandola “emancipazione”.

E un regime nel quale un unico partito decide ciò che puoi dire, possedere, insegnare e contestare non diventa democratico soltanto perché sostiene di governare in nome del popolo.

Il Novecento ci ha lasciato montagne di documenti, testimonianze, prigionieri, profughi e tombe per insegnarci questa lezione.

Dimenticarla significa prepararsi a pagarla una seconda volta.


Fonti e documenti

Amnesty International – documentazione sulla “re-education” in Vietnam
Documento Amnesty International sui campi di rieducazione

Amnesty International – Long-term political prisoners in Viet Nam
Rapporto sui prigionieri politici di lungo periodo

Amnesty International – torture e maltrattamenti nelle carceri vietnamite
Prisons within prisons

Studio accademico – reintegrazione degli ex combattenti vietnamiti e condizioni nei campi
War dead, trauma, and care

Studio sulle testimonianze degli ex detenuti nei campi di rieducazione
War Trauma and Strength

Amnesty International – situazione contemporanea dei diritti umani in Vietnam
Rapporto sul Vietnam