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Cosa sappiamo del caso Charlie Kirk

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Da quanto riportato:

  • Charlie Kirk è stato colpito al collo durante un evento pubblico all’Università Utah Valley. The Guardian+1
  • Il proiettile non è uscito: è rimasto “nella parte superiore del collo” / “just beneath the skin” (sotto la pelle) secondo il chirurgo. New York Post
  • È stato riferito che l’osso (“bone”) era molto denso, sano, e che questo ha probabilmente impedito al proiettile di uscire. New York Post
  • Il tipo di arma era un Mauser vintage, bolt-action, calibro potente, sparato da una certa distanza/dalla cima di un edificio. ABC News+1

Cosa non si sa ancora / limiti delle informazioni

  • Non ci sono finora resoconti clinici dettagliati su quanto profondamente il proiettile ha penetrato, se ha toccato strutture vertebrali (vertebre, lamina, artropatie vertebrali), né se è entrato nel canale vertebrale.
  • Non è chiaro se il proiettile abbia deviato, rimbalzato, oppure “scorso” lungo ossa del collo (vertebre cervicali) o superfici ossee. Nessuna fonte che riporti immagini radiografiche o TC che mostrino un percorso del proiettile lungo la colonna vertebrale.
  • I giornali parlano di “colpo al collo”, “danno al collo”, “non ha attraversato”, “sotto pelle”, ma non dettagli anatomici (vertebre coinvolte, midollo, canale vertebrale).

Analisi: può essere un caso di proiettile che “corre lungo la spina”?

Basandosi su cosa si sa:

  • Il fatto che il proiettile non abbia attraversato il corpo (“no exit wound”) è coerente con casi in cui un proiettile può essere fermato da osso o rallentato sufficientemente da rimanere interno. Questo potrebbe includere scenari di contatto osseo o deviazione.
  • Però per dire che “ha corso lungo la spina” servirebbe evidenza che il proiettile abbia interagito con le vertebre cervicali e abbia percorso un tragitto lungo quelle ossa o vicino ad esse, cioè aderente o subperiostale o che abbia seguito la superficie vertebrale. Non abbiamo attualmente fonti che affermano ciò.

Quindi: è possibile, ma non ci sono prove pubbliche sufficienti per confermare che questo sia uno di quei casi. In termini forensi: sembra più probabile che il proiettile abbia colpito il collo, danneggiato tessuti molli, magari laringe, vasi, muscoli, ma non ci sono dettagli che suggeriscono coinvolgimento della colonna vertebrale (ossa vertebrali, etc.), né che abbia “scivolato” lungo di esse.

Proiettili che “corrono lungo un osso”: meccanismi, evidenze cliniche e forensi

Meccanismi principali


Evidenza clinica e casi


Imaging e diagnosi


Complicanze ossee


Il comportamento di un proiettile 5,56 NATO (ma anche di altri calibri) in contatto con l’osso può determinare traiettorie anomale, deviazioni, e veri e propri percorsi di “scorrimento” lungo la corticale. Questi casi hanno ricadute cliniche (diagnosi e chirurgia complessa, rischio di infezioni e non-union) e forensi (ricostruzione delle traiettorie e dinamiche di sparo).

Casi con proiettili / frammenti lungo la spina vertebrale

Titolo / fonteLocalizzazioneDettagli di traiettoria / rilevanza “lungo l’osso/spina”Link
Bullet Fragment of the Lumbar Spine: The Decision Is More than Removal (Moisi MD et al., 2015)Colonna lombareIl proiettile/frammento è ritenuto nello spazio intratecale a livello lombare dopo ferita da arma da fuoco. Questo suggerisce che non abbia attraversato “a vista” i tessuti, ma sia rimasto intrappolato nel canale vertebrale o adiacente. Non è specificato che “scorra lungo l’osso”, ma è un esempio di corpo estraneo ritenuto nel contesto vertebrale. PMC
Upper cervical spinal cord gunshot injury without bone (Seçer M, et al., 2014)Cervicale altaCaso raro in cui il proiettile è interno, intradurale, nella regione cervicale, ma non c’è distruzione ossea. Ciò implica che il proiettile si è posizionato vicino o accanto alla colonna vertebrale senza necessariamente distruggere vertebre. Potrebbe aver “scorretto” lungo strutture vicine all’osso. PMC
Case Report: Successful Removal of a Bullet from the Spinal Column at L5 (Pourhajshokr N et al., 2022)Spina lombare, livello L5Descrive un caso di proiettile che ha colpito la colonna vertebrale, lodato in loco, e che è stato rimosso chirurgicamente. Il fatto che sia “della colonna” indica interazione ossea/vertebrale, e probabilmente uno scenario in cui il proiettile ha fatto contatto o percorso vicino all’osso. ScienceDirect
Spinal canal bullet embolus causing paraplegia (Benfield R, 2009)Canale spinaleÈ un caso in cui un proiettile è migrato o è localizzato nel canale spinale, causando paraplegia. Non esplicitamente “scorrimento lungo la spina”, ma è un caso di corpo estraneo all’interno del canale vertebrale. ScienceDirect
Gunshot wound to the spine (Nature / Spinal Cord, Barros Filho et al., 2014)Vari livelli della colonnaStudio sulla variabilità delle traiettorie nei colpi spinali, come il percorso del proiettile nel corpo (tra tissutI molli, osso, canale), e come queste influenzino gli outcome neurologici. Alcune traiettorie implicano contatti vertebrali o coinvolgimento osseo ma non sempre descrivono “scorrere lungo l’osso”. Nature
A firearm bullet lodged into the thoracic spinal canal without vertebral destruction (Hossin J, 2011)Canale toracolombare28enne, proiettile non passa attraverso il corpo (non si vede uscita), causa paraplegia; il proiettile è lodato nel canale vertebrale toracolombare e non ha distrutto le strutture ossee vicino — dunque ha attraversato tessuti molli e penetrato nel canale spinale, dopo aver bypassato o “aggirato” l’osso senza distruzione massiva. Questo è un esempio molto vicino all’idea di “corsa lungo la spina” in quanto la distruzione ossea è minima. BioMed Central
Surgical removal of a migrating intraspinal bullet (de los Cobos et al., 2021)Canale lombare / cauda equinaFerita da arma da fuoco, proiettile ritenuto che migra all’interno del canale spinale, causando sintomi (problemi neurologici). L’aspetto “migrazione” indica che il proiettile non è fissato esattamente dove è entrato, ma si muove all’interno del canale, possibilmente seguendo superfici ossee o spazi tra dura mater/ossa. The Journal of NeuroScience

Analisi: quanto sono vicini questi casi all’idea di “il proiettile corre lungo la spina”

Nei casi trovati:

  • Molti proiettili risultano intracanale vertebrale o intradurali (cioè all’interno del canale che ospita il midollo/spina dorsale), ma non sempre con descrizione che il proiettile segua la corticale vertebrale (la superficie dell’osso vertebrale).
  • In alcuni casi, come “A firearm bullet lodged into the thoracic spinal canal without vertebral destruction” il proiettile ha penetrato nel canale senza fratturare vertebre — suggerisce che potrebbe aver “scivolato” o percorso un tragitto molto vicino all’osso piuttosto che distruggerlo. BioMed Central
  • Casi di migrazione intraspinale implicano che il proiettile non sia rimasto completamente inserito in un tessuto molle, ma possa muoversi lungo spazi anatomici con superficie dura (ossa, lamina vertebrale, faccette articolari) che possono fungere da guide o ostacoli. The Journal of NeuroScience
  • Alcuni studi riguardano la traiettoria rispetto alla colonna vertebrale (ossia quanto la vicinanza dell’osso abbia influenzato il danno), ma non sempre si parla esplicitamente di “scorrere lungo la spina dorsale” come se fosse una guida ossea.

Aleksandr Dugin l’ innominabile uomo dei Rothschild?

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https://truereport.net/

Aleksandr Dugin é uno dei bersagli preferiti del media mainstream. Ne sono state scritte di ogni genere e risma.

Ma c’è sempre un quid in più da aggiungere in questa narrativa. Tanto da portarci oggi a dire che sí, Diavolo d’un Putin, ce l’hai fatta ancora una volta. Altro che nuovo Zar della Russia, altro che minaccia per l’Occidente con la sua smania di conquistare, a colpi di vanga s’intenda, ogni millimetro di terreno della vecchia, flaccida Europa. C’è chi dice che voglia arrivare sino a Lisbona. Per poi passare, magari, anche oltre. Vladimir Putin non sarebbe altri che un agente provocatore del New World Order, assoldato e schierato nelle falangi ultraglobaliste che fanno riferimento a quell’1 per cento di magnati della Finanza in grado di controllare il mondo e disegnarne gli assetti futuri. Ultrasionisti, sia chiaro.

Ovviamente, Putin agirebbe per interposta persona, poiché sarebbe soltanto un pupazzo manovrato da quel Satrapo quasi innominabile che risponde al nome di Aleksandr Dugin. Les jeux son fait: possiamo morire tranquilli, perché lo sterminio prossimo venturo è inevitabile. Siete avvertiti, di parodia in parodia, anche quel barlume di speranza chiamato Brics è definito come somma impostura messa in atto da chi vuole dominare il genere umano a colpi di transumanesimo, controllo sociale e sterminio di massa. Al confronto, i sostenitori della cosiddetta dottrina Kalergi – sempre che ve ne sia una – sono dei dilettanti allo sbaraglio.
Le inoppugnabili prove di questo complotto planetario – che recherebbe in calce la firma di Vlad e Aleks – sono state rese note grazie alla diffusione di una serie di articolesse pubblicate dal sito “fox-allen.com”. Testi destinati a rimanere scolpiti nella storia futura, sempre che l’abominevole piano Dugin/Putin – eterodiretti dalla famiglia Rothschild, va da sé – venga sventato, anche se non si capisce bene chi si possa opporre a tale orrifico disegno.


Ma veniamo alle cosiddette prove inoppugnabili. Non ce vogliano gli autori di fox-allen se tenteremo, con umili strumenti, di demolire alcune, alcune soltanto, delle loro tesi, appoggiandoci al principio popperiano del falsificazionismo. Primo punto: la simbologia. La contestazione mossa al Professore Dugin è quella di aver utilizzato per il movimento eurasiatico una stella ad otto frecce. Secondo gli estensori degli scritti, quel simbolo è una chiara evocazione dello stemma dei Rothschild, cinque frecce raggruppate con la punta verso il basso.

In realtà, lo stemma Rothschild contiene un pugno chiuso con cinque frecce che simboleggiano le cinque dinastie stabilite dai cinque figli di Mayer Rothschild, in un riferimento al Salmo 127: “Come frecce nelle mani di un guerriero”.

Cosa abbia a che fare con le otto frecce eurasiatiche non viene spiegato. Deve essere accettato come atto di fede. In fondo, sempre di frecce si tratta. A Popper l’ardua sentenza.
Dal punto di vista gerarchico, poi, i testi spiegano chiaramente la gerarchia che intercorre tra il filosofo e il politico. Dugin da “filosofo” di Putin viene elevato a “cervello” del presidente russo. Chissà come la prenderebbe quel ragazzaccio cresciuto in vicolo Baskov a Leningrado se lo venisse a sapere.
La storia personale del professore, poi, viene passata al setaccio nel suo complesso percorso, sottolineando ovviamente le spigolature più gustose per farlo passare se non come un criminale, almeno come uno psicopatico incoerente. E’ un metodo che conosciamo bene. Se l’avversario non si piega, allora deve essere prima deriso e poi demonizzato. Una lettera scarlatta perpetua che lo renda assolutamente incompatibile con il consesso civile. Nota a margine: è impossibile non ricordare come il tentativo di piegare Dugin si sia spinto sino al gesto estremo. Per chi non lo ricordasse, Darya Dugina è rimasta uccisa da un attentato terroristico ad agosto del 2022. Come conciliare l’aggressione a Dugin ed alla sua famiglia con l’appartenenza all’elitè globalista che pianifica i destini del mondo?


La polpa dell’inchiesta che pone Dugin e Putin ai vertici del complotto globalista si condensa, infine, sull’analisi delle teorie filosofiche del professore russo. Nel decifrare in poche decine di righe la complessa opera di Dugin si riesce a definirlo “fascista”, “comunista”, “totalitarista”, “antiliberale”, per poi passare alle sue “tentazioni” da suprematista nero, “sionista”, “cabalista” e probabilmente anche adepto della tremebonda setta fondata da Shabati Zevi. Insomma, un cavaliere dell’Apocalisse o poco ci manca. Qualche riferimento a un passato in un ordine dedito a orge e satanismo, perché si sa, un po’ di sesso e droga non guasta. Un colpo di Baphomet qua e là, per dipingerlo come acuto sostenitore del satanismo.(D’altronde, professore, ha scritto “I Templari del proletariato”, in fondo se l’è andata un po’ a cercare). La zuppa di duginismo non finisce mica qui. Serve il tocco da maestro, il colpo da fuoriclasse per stendere definitivamente l’avversario. Ed eccolo qua: molte riflessioni vengono spese per sciogliere il concetto di Dasein, l’esserci postulato da Heidegger. Ovviamente è un anello necessario per poter dare del nazista a Dugin. Lo spirito di Hannah Arendt, che seppe perdonare l’amato Maestro, li perdoni. E se di filosofi vogliamo parlare, allora peccato che nessun riferimento venga fornito rispetto al confronto, profondo quanto verticale, operato dal filosofo russo nel rapportarsi a Giorgio Agamben, piuttosto che a Massimo Cacciari o a Toni Negri, nella sua dimensione “imperiale, tanto per restare tra i confini di casa nostra.


In realtà, a voler essere pignoli, la teoria di autori, filosofi e intellettuali citati nelle opere di Dugin è talmente vasta da poter colmare un intero volume. Un po’ come fece Ernst Kantorowicz quando decise di pubblicare le note della sua monumentale opera su Federico II, lo Stupor Mundi.
Di Geopolitica, nonostante quella disciplina (sdoganata dall’apparentamento col fascismo soltanto in epoca recente, per colpa o per merito di Carl Schmitt, dipende dai punti di vista) rappresenti un asset fondamentale nella visione di Dugin, gli articoli di fox-allen ne parlano poco e in maniera non del tutto profonda, sorvolando qua e là su strategie, assetti e impostazioni di un possibile, e forse imminente, nuovo mondo multipolare.
Per non essere troppo pedanti, e volendo comunque riconoscere la buona fede e il “merito” agli autori di quegli scritti, rivolgiamo un umile appello. Si può fare di più, contro un uomo, contro un padre che ha già subito il martirio della figlia; si può essere ancora più incisivi, ancora più determinati nell’abbatterlo, nel demonizzarlo e nel ridicolizzare il suo pensiero. Attendiamo con ansia le prossime puntate. E’ una guerra metafisica, d’altronde. Ogni arma è legittima.

Di Piero Messina e Veleno Q.B.

Strana la scelta del Nome Fox Allen noto attivista DEM e sostenitore dei diritti LGBTQ+ e sostenitore dell’ Ucraina

Articolo Pubblicato di Fox Allen “PDF”

QUANDO L’INTELLIGENCE ENTRA IN POLITICA

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Il problema non è Trump. È un apparato capace di sorvegliare, classificare, filtrare informazioni e trasformare un sospetto in una verità politica

C’è qualcosa di molto più grave della battaglia fra Donald Trump e i suoi avversari.

Ed è la domanda che quella battaglia ha lasciato dietro di sé:

che cosa accade a una democrazia quando gli apparati creati per proteggere lo Stato cominciano a intervenire nella lotta politica?

Il punto non dovrebbe interessare soltanto chi sostiene Trump.

Dovrebbe interessare soprattutto chi Trump lo detesta.

Perché FBI, CIA, NSA e gli altri apparati di sicurezza non appartengono a un presidente, a un partito o a un’ideologia. Dispongono di strumenti che un normale cittadino non possiede: intercettazioni, informatori, intelligence classificata, cooperazione internazionale, accesso a enormi quantità di dati e la possibilità di presentare informazioni segrete che il pubblico non può verificare direttamente.

Quando strumenti simili vengono utilizzati male, il problema non è più soltanto chi sia il bersaglio. Il problema diventa il potere stesso dell’apparato.

Ed è proprio qui che il Russiagate merita di essere riletto senza gli slogan di entrambe le tifoserie.


IL DOSSIER STEELE E LA MACCHINA DEL SOSPETTO

Per anni una parte del dibattito pubblico ha fuso insieme due questioni profondamente diverse.

La prima era reale: la Russia tentò di interferire nelle elezioni americane del 2016.

La Commissione Intelligence del Senato, in un’indagine bipartisan, concluse che Mosca condusse operazioni informatiche e campagne di influenza durante quelle elezioni.

Ma da questo non discende automaticamente la seconda affermazione:

che Donald Trump o la sua campagna avessero organizzato quell’operazione insieme al governo russo.

L’indagine Mueller non stabilì infatti che membri della campagna Trump avessero cospirato o coordinato con il governo russo nelle sue attività di interferenza elettorale.

È una distinzione gigantesca.

Russia interferisce nelle elezioni: una cosa.

Trump cospira con la Russia: un’altra.

La seconda proposizione, nonostante anni di titoli, talk show, indiscrezioni e accuse, non fu dimostrata dall’indagine Mueller.

Ed è precisamente nello spazio fra queste due affermazioni che si sviluppò una delle più controverse operazioni investigative della storia politica americana recente.


CROSSFIRE HURRICANE

Nel 2016 l’FBI aprì l’indagine denominata Crossfire Hurricane sui possibili collegamenti fra persone associate alla campagna Trump e la Russia.

Anni dopo il procuratore speciale John Durham avrebbe descritto in termini durissimi il modo in cui l’inchiesta era stata avviata.

Secondo il rapporto Durham, l’FBI aprì rapidamente un’indagine completa partendo da informazioni non ancora adeguatamente analizzate e corroborate, senza effettuare preventivamente una serie di controlli che Durham considerava essenziali.

Il rapporto sottolinea inoltre che, al momento dell’apertura dell’inchiesta, l’FBI non disponeva nei propri archivi di informazioni che indicassero contatti fra membri della campagna Trump e funzionari dell’intelligence russa.

Questo non significa che fosse illegittimo investigare qualunque informazione relativa a una possibile interferenza straniera.

Significa qualcosa di diverso e politicamente molto più importante:

quando il bersaglio di un’indagine è una campagna presidenziale, la soglia di prudenza dovrebbe essere altissima.

Perché un errore dell’intelligence durante un’elezione non rimane confinato negli uffici dell’intelligence.

Può diventare politica.

Può diventare giornalismo.

Può diventare propaganda.

Può diventare percezione collettiva.


IL CASO CARTER PAGE: QUI NON SERVONO TEORIE

È soprattutto sulle autorizzazioni FISA relative a Carter Page che le ricostruzioni smettono di essere semplicemente materia di scontro politico.

Qui esiste un rapporto dell’Inspector General del Dipartimento di Giustizia.

E quello che documentò è pesantissimo.

L’Inspector General individuò 17 errori o omissioni significative nelle domande originali e nei successivi rinnovi per la sorveglianza FISA di Page.

Ancora più importante: secondo l’Inspector General, l’FBI non riuscì a corroborare le specifiche accuse sostanziali riguardanti Carter Page contenute nei rapporti Steele utilizzati nelle richieste FISA.

Alcune informazioni emerse durante l’indagine risultavano addirittura incompatibili con parti di quei rapporti.

Questo è il punto sul quale dovrebbe fermarsi qualsiasi democratico, repubblicano, progressista, conservatore o libertario:

un sistema di sorveglianza segreta aveva ricevuto informazioni problematiche mentre l’apparato investigativo continuava a operare su un terreno politicamente esplosivo.

Non serve chiamarlo “golpe”.

Non serve inventare una cospirazione mondiale.

I fatti documentati sono già abbastanza gravi.


QUANDO UN DOSSIER DIVENTA REALTÀ MEDIATICA

Ed è qui che nasce un secondo problema.

L’intelligence dispone di qualcosa che un normale attore politico non possiede: l’autorità del segreto.

Una frase come:

“secondo fonti d’intelligence”

possiede un’enorme forza narrativa.

Il cittadino non può vedere la fonte.

Non può interrogare l’informatore.

Non può controllare il documento classificato.

Non può verificare autonomamente il contesto.

Deve fidarsi.

Se poi frammenti di quelle informazioni entrano nel circuito mediatico attraverso fughe di notizie, briefing, dichiarazioni anonime e indiscrezioni, nasce una macchina difficilissima da fermare.

L’intelligence alimenta il giornalismo.

Il giornalismo amplifica il sospetto.

La politica cita il giornalismo.

L’apparato osserva il dibattito politico che esso stesso ha contribuito indirettamente a creare.

Ed ecco il cortocircuito.

Non occorre immaginare una stanza segreta dove dieci uomini decidono il destino del mondo.

Basta una struttura nella quale incentivi burocratici, convinzioni politiche, informazioni classificate, errori investigativi e amplificazione mediatica finiscano per rafforzarsi reciprocamente.

È persino più pericoloso, perché può funzionare senza un unico regista.


UNA RETE CHE SUPERA I CONFINI

Il problema contemporaneo, inoltre, non riguarda più intelligence puramente nazionali.

Le agenzie occidentali collaborano continuamente.

Condividono informazioni.

Collaborano sul terrorismo.

Sulla criminalità internazionale.

Sulla cybersecurity.

Sul controspionaggio.

Sulle interferenze straniere.

Ed è necessario che lo facciano.

Ma proprio questa cooperazione crea una questione democratica enorme:

chi controlla una rete di intelligence che attraversa le frontiere quando le informazioni prodotte da quella rete entrano nella politica interna di uno Stato?

Il rischio è quello di creare una sorta di sovranità informativa parallela.

I governi cambiano.

I presidenti cambiano.

I parlamenti cambiano.

Gli apparati rimangono.

E soprattutto rimangono le relazioni costruite durante decenni fra intelligence, diplomazie, apparati militari, contractor, centri di ricerca e strutture di sicurezza alleate.

Questo potere permanente necessita quindi di controlli ancora più forti, non più deboli.


“HANNO RUBATO LE ELEZIONI DEL 2020”?

Qui bisogna essere altrettanto netti.

Non esistono prove pubbliche sufficienti per affermare come fatto che l’intelligence americana abbia rubato le elezioni presidenziali del 2020.

L’Intelligence Community Assessment pubblicato nel marzo 2021 dichiarò di non avere indicazioni che attori stranieri avessero alterato gli aspetti tecnici del processo elettorale: registrazione degli elettori, voto, conteggio o comunicazione dei risultati.

Trasformare quindi questa accusa in un fatto accertato indebolirebbe proprio la critica agli apparati.

Perché permette di confondere ciò che è documentato con ciò che è soltanto sostenuto politicamente.

Ed è esattamente il metodo che si dovrebbe contestare all’intelligence politicizzata: trasformare un’ipotesi in una certezza prima di possedere le prove.


GLI ATTENTATI CONTRO TRUMP

Lo stesso principio vale per il tentato assassinio di Butler del 13 luglio 2024.

Trump fu realmente bersaglio di un tentativo di assassinio.

Su questo non esiste discussione.

Esistettero inoltre gravissime falle nella sicurezza.

Un rapporto del Senato concluse che problemi nella pianificazione, nelle comunicazioni, nella condivisione delle informazioni e nella sicurezza contribuirono alla possibilità per Thomas Matthew Crooks di compiere l’attacco.

Ma questo non equivale a dimostrare che l’intelligence americana abbia organizzato l’attentato.

L’FBI dichiarò di non avere trovato prove credibili di complici di Crooks nell’indagine resa pubblica nel 2024.

Le falle possono e devono essere investigate.

Le responsabilità possono e devono essere individuate.

Ma un fallimento della sicurezza non può automaticamente diventare la prova di una cospirazione dell’intelligence.

Altrimenti si sostituisce un dossier indimostrato con un altro dossier indimostrato.


IL VERO SCANDALO È ABBASTANZA GRANDE

Ed è proprio questo il punto.

Non abbiamo bisogno di aggiungere ciò che non sappiamo a quello che sappiamo.

Quello che sappiamo è già enorme.

Sappiamo che furono utilizzate procedure di sorveglianza FISA contenenti errori e omissioni significativi.

Sappiamo che materiale del dossier Steele utilizzato nelle richieste riguardanti Carter Page presentava accuse che l’FBI non riuscì a corroborare.

Sappiamo che Durham criticò duramente l’apertura e la conduzione di Crossfire Hurricane.

Sappiamo che l’indagine Mueller non stabilì una cospirazione fra la campagna Trump e il governo russo nell’interferenza elettorale.

Sappiamo contemporaneamente che la Russia cercò realmente di interferire nelle elezioni del 2016.

Queste cose possono essere vere tutte insieme.

Ed è proprio questa complessità che la propaganda odia.


IL NEMICO DI OGGI PUÒ DIVENTARE QUELLO DI DOMANI

Chi applaude quando l’apparato colpisce il politico che detesta dovrebbe ricordarsi una regola elementare del potere:

gli strumenti rimangono anche quando cambia il bersaglio.

Oggi Trump.

Domani un democratico.

Poi un giornalista.

Un movimento populista.

Un movimento pacifista.

Un imprenditore.

Un whistleblower.

Una protesta.

Un cittadino.

Il problema non dovrebbe essere stabilire se il bersaglio “meritasse” di essere investigato.

Il problema è stabilire quali limiti debbano esistere quando lo Stato dispone della capacità di sorvegliare segretamente un cittadino e, indirettamente, di influenzarne la reputazione pubblica.

Perché una democrazia nella quale l’intelligence può diventare protagonista della politica contiene una contraddizione fondamentale:

chi dovrebbe operare nell’ombra finisce per possedere un potere enorme sulla luce.


L’INTELLIGENCE NON DEVE SCEGLIERE IL PRESIDENTE

Una comunità d’intelligence è indispensabile a uno Stato moderno.

Deve scoprire spie.

Prevenire attentati.

Contrastare sabotaggi.

Difendere infrastrutture.

Individuare operazioni straniere.

Proteggere la popolazione.

Ma proprio perché dispone di strumenti eccezionali deve essere sottoposta a limiti eccezionali.

L’intelligence non deve scegliere chi sia politicamente accettabile.

Non deve trasformare supposizioni in verdetti.

Non deve utilizzare la classificazione come scudo contro il controllo democratico.

Non deve permettere che materiale non corroborato acquisisca autorità semplicemente perché proviene dal mondo dei servizi.

E soprattutto non può esistere una zona nella quale intelligence, politica e informazione diventino indistinguibili.

Perché quando accade, il primo danneggiato non è Donald Trump.

È il cittadino.


IL PREZZO LO PAGA LA POPOLAZIONE

Ogni volta che un apparato pubblico perde credibilità, la società paga due volte.

La prima quando l’apparato abusa del proprio potere.

La seconda quando, dopo quegli abusi, i cittadini smettono di credere all’apparato persino quando dice la verità.

Ed è forse questo il danno più devastante lasciato dall’intera vicenda.

Se FBI e intelligence vengono percepite come fazioni politiche, persino una futura denuncia autentica di spionaggio straniero verrà interpretata da milioni di persone come propaganda.

Quando un servizio d’intelligence brucia la propria credibilità per entrare nella battaglia politica, distrugge uno degli strumenti necessari alla sicurezza dello Stato.

Per questo la questione supera Trump.

Non si tratta di sostituire un “deep state democratico” con un “deep state repubblicano”.

Non serve conquistare l’apparato.

Serve impedire all’apparato di diventare un potere politico autonomo.

La sicurezza nazionale deve servire la Costituzione, non una fazione.

Le informazioni segrete devono servire a proteggere la popolazione, non a governarne la percezione.

E chi possiede il potere di sorvegliare gli altri deve essere, più di chiunque altro, sottoposto a sorveglianza democratica.

Altrimenti rimane una domanda terribilmente semplice:

se chi controlla l’informazione segreta può investigare il potere politico, influenzare ciò che arriva ai media e operare dietro il muro della classificazione, chi controlla davvero i controllori?


FONTI E DOCUMENTI

U.S. Department of Justice – Rapporto Durham, Report on Matters Related to Intelligence Activities and Investigations Arising Out of the 2016 Presidential Campaigns
Rapporto integrale Durham

U.S. Department of Justice, Office of Inspector General – Review of Four FISA Applications and Other Aspects of the FBI’s Crossfire Hurricane Investigation
Rapporto Inspector General sulle richieste FISA e Crossfire Hurricane

U.S. Department of Justice – Special Counsel Robert Mueller, indagine sull’interferenza russa nelle elezioni 2016
Archivio ufficiale dell’indagine Mueller

Senate Select Committee on Intelligence – Russian Active Measures Campaigns and Interference in the 2016 U.S. Election
Rapporto bipartisan del Senato sull’interferenza russa

Senate Intelligence Committee – revisione dell’Intelligence Community Assessment del 2017
Conclusioni della Commissione Intelligence del Senato

Office of the Director of National Intelligence – Foreign Threats to the 2020 U.S. Federal Elections
Intelligence Community Assessment sulle elezioni 2020

FBI – indagine sul tentato assassinio di Donald Trump a Butler
Aggiornamento ufficiale FBI sull’attentato di Butler

U.S. Senate – indagine sul tentato assassinio e sulle falle nella sicurezza a Butler
Rapporto del Senato sulle falle di sicurezza di Butler

ODNI – documenti declassificati e posizione dell’amministrazione Trump sulla gestione dell’intelligence relativa al 2016
Documenti e comunicato ODNI del 18 luglio 2025

DOJ/CIA – documentazione Durham successivamente declassificata e trasmessa al Senato
Documenti Durham declassificati nel 2025

LA LIBERTÀ CON IL PERMESSO DI BRUXELLES

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Verifica dell’età, identità digitale, contante e criptovalute: il punto non è il singolo regolamento, ma l’infrastruttura che emerge mettendo insieme tutti i pezzi

C’è un errore che rischia di impedire di comprendere ciò che sta accadendo in Europa.

Guardare ogni provvedimento separatamente.

La verifica dell’età viene presentata come protezione dei minori.

L’identità digitale come comodità.

Le limitazioni al contante come lotta al riciclaggio.

La regolamentazione delle criptovalute come contrasto alla criminalità finanziaria.

Il Digital Services Act come tutela degli utenti.

Ognuna di queste misure possiede una propria giustificazione e non dimostra, isolatamente, l’esistenza di un progetto totalitario.

Ma la questione cambia quando le infrastrutture vengono osservate insieme.

Perché quello che sta emergendo è un ecosistema nel quale identità, accesso ai servizi digitali e attività economica diventano progressivamente verificabili attraverso sistemi interoperabili.

Non è necessario inventare complotti.

Basta leggere Bruxelles.


1. PRIMO MATTONCINO: UN’IDENTITÀ DIGITALE EUROPEA INTEROPERABILE

L’European Digital Identity Wallet è molto più di una carta d’identità visualizzata sul telefono.

La Commissione europea spiega che il Wallet consentirà a cittadini e imprese di condividere digitalmente le informazioni necessarie per utilizzare numerosi servizi.

Tra gli esempi ufficiali figurano:

identità personale;
patente di guida;
titoli di studio;
qualifiche professionali;
prescrizioni mediche;
apertura di un conto bancario;
accesso a grandi piattaforme online;
noleggio di un’automobile;
check-in aeroportuale.

Il regolamento europeo impone agli Stati membri di mettere a disposizione almeno un European Digital Identity Wallet.

L’obiettivo dichiarato è costruire un’identità digitale sicura, interoperabile e controllata dall’utente.

Questo è importante: il Wallet europeo non equivale automaticamente a un sistema di sorveglianza e il quadro normativo contiene garanzie sulla privacy.

Ma contemporaneamente viene costruita l’infrastruttura tecnica attraverso la quale un numero crescente di attributi personali potrà essere certificato e presentato digitalmente.

Ed è questo il cambiamento storico.

Per secoli abbiamo avuto documenti differenti destinati a funzioni differenti.

Ora stiamo costruendo un’architettura capace di far dialogare quelle credenziali.

La questione quindi non è semplicemente “avremo una carta d’identità digitale?”.

La domanda è:

quante attività della nostra vita finiranno per dipendere dalla presentazione di una credenziale digitale?


2. SECONDO MATTONCINO: LA VERIFICA DELL’ETÀ ENTRA NELLA STESSA ARCHITETTURA

Qui arriva il passaggio fondamentale.

La soluzione europea per la verifica dell’età non nasce come un sistema completamente separato dall’identità digitale.

La Commissione lo dice esplicitamente.

È costruita sulle stesse specifiche tecniche dell’European Digital Identity Wallet ed è progettata per esservi integrata.

Non è un dettaglio.

Significa che l’Europa non sta costruendo soltanto un’app per impedire ai tredicenni di entrare nei siti pornografici.

Sta sperimentando una tecnologia standardizzata attraverso la quale una persona può presentare una prova digitale certificata di possedere un determinato requisito.

Oggi:

maggiore di 18 anni.

Ma la stessa Commissione spiega che il sistema può essere adattato ad altre fasce:

13+, 18+, 65+.

Ed è qui che bisogna capire la differenza tra identità e attributo.

Non sarà necessariamente necessario comunicare:

«Sono Mario Rossi, nato a Milano il 14 marzo 1985».

Il sistema potrà limitarsi a certificare:

«Questa persona possiede il requisito richiesto».

Dal punto di vista della privacy è un enorme miglioramento rispetto all’invio della fotografia del passaporto a un sito.

Ma dal punto di vista dell’architettura del potere digitale introduce qualcosa di altrettanto importante:

l’accesso può essere subordinato alla presentazione di una credenziale verificabile.


3. DAL DOCUMENTO AL PERMESSO DIGITALE

Questa è probabilmente la trasformazione meno compresa.

Il problema futuro potrebbe non essere quello di mostrare continuamente nome, cognome e numero della carta d’identità.

Potrebbe essere esattamente l’opposto.

Un sistema estremamente rispettoso della privacy può comunque diventare un gigantesco sistema di autorizzazioni.

Immaginiamo una piattaforma che chieda:

18+?

Il Wallet risponde:

SÌ.

Immaginiamo un servizio riservato ai residenti europei.

Residente UE?

SÌ.

Una prestazione pubblica:

possiede il requisito?

SÌ.

Una qualifica professionale:

abilitazione valida?

SÌ.

Tecnicamente è elegante.

Non viene necessariamente trasmessa l’identità completa.

Ma politicamente cambia qualcosa di enorme.

Il mondo digitale passa progressivamente dal modello “entro liberamente salvo divieti” al modello “dimostro automaticamente di possedere i requisiti per entrare”.

Ed è qui che una società liberale dovrebbe cominciare a fare domande molto serie.


4. IL “MINI WALLET” È GIÀ LA PROVA GENERALE

La definizione utilizzata dalla stessa Commissione è significativa.

La soluzione europea di verifica dell’età viene chiamata anche:

“mini wallet”.

Non perché contenga tutta l’identità del cittadino, ma perché utilizza la medesima architettura tecnologica del futuro Wallet europeo.

La prova dell’età può essere ottenuta attraverso documenti elettronici nazionali, carta d’identità, passaporto, applicazioni bancarie o altri soggetti autorizzati.

Successivamente il collegamento identificativo dovrebbe essere interrotto e il sito dovrebbe ricevere soltanto una prova anonima dell’età.

Questo sistema contiene quindi garanzie reali che sarebbe scorretto ignorare.

Ma contemporaneamente dimostra quanto sia avanzata l’infrastruttura.

Non stiamo discutendo di un progetto ipotetico per il 2040.

Ad aprile 2026 la Commissione ha dichiarato tecnicamente pronta la soluzione e ha invitato gli Stati membri ad accelerarne l’introduzione entro la fine dell’anno.

E tra i Paesi coinvolti c’è anche l’Italia.


5. TERZO MATTONCINO: IL CONTANTE VIENE PROGRESSIVAMENTE COMPRESSO

Poi usciamo da Internet ed entriamo nel portafoglio.

Il regolamento europeo antiriciclaggio introduce un limite europeo di 10.000 euro ai pagamenti in contanti nelle transazioni interessate dalla normativa, consentendo inoltre agli Stati membri di mantenere o introdurre limiti inferiori.

La motivazione è esplicita: secondo Bruxelles le operazioni in contanti di importo elevato presentano un rischio maggiore di riciclaggio e finanziamento del terrorismo.

È una motivazione legittima.

Ma esiste anche un’altra realtà.

Il contante possiede caratteristiche che nessun sistema di pagamento elettronico tradizionale possiede contemporaneamente.

Una banconota da 50 euro:

non necessita di account;
non necessita di password;
non necessita di smartphone;
non necessita di banca durante la transazione;
non necessita di connessione Internet;
non può essere “sospesa” da remoto;
non produce automaticamente un registro elettronico della transazione.

Ed è proprio questa autonomia a renderlo contemporaneamente utile ai cittadini e appetibile per chi vuole commettere reati.

La politica deve quindi bilanciare due interessi reali.

Ma sarebbe assurdo fingere che limitare il contante non abbia alcuna conseguenza sulla privacy economica del cittadino rispettoso della legge.


6. IL PASSAGGIO DAL CONTANTE AL PAGAMENTO DIGITALE CAMBIA LA NATURA DEL DENARO

Questo è il punto politico fondamentale.

Il denaro fisico è un oggetto.

Il denaro elettronico è anche informazione.

Quando paghiamo elettronicamente esistono normalmente almeno:

un intermediario;

un conto;

un’identificazione;

una registrazione informatica;

regole antiriciclaggio;

procedure di blocco;

obblighi legali di conservazione dei dati.

Non significa che qualcuno osservi personalmente ogni caffè che compriamo.

Significa che la transazione entra in un’infrastruttura tecnologica radicalmente diversa da quella del contante.

Ed è precisamente per questo che la progressiva marginalizzazione del contante deve essere discussa come una questione di libertà civile, non soltanto di efficienza fiscale.


7. QUARTO MATTONCINO: LE CRIPTOVALUTE

Quando Bitcoin nacque, uno dei suoi principi fondamentali era eliminare la necessità di un intermediario centrale.

Non significava anonimato assoluto — Bitcoin, infatti, possiede una blockchain pubblica — ma significava possibilità di trasferire valore senza chiedere autorizzazione a una banca.

L’Europa sta ora costruendo un quadro regolatorio molto più stringente per gli intermediari delle cripto-attività.

Il regolamento antiriciclaggio stabilisce che i crypto-asset service provider non possano mantenere conti anonimi di cripto-attività né conti che consentano l’anonimizzazione o un maggiore offuscamento delle operazioni, comprese determinate monete orientate all’anonimato.

È importante però dire anche ciò che Bruxelles non ha vietato.

Il regolamento specifica che questa disposizione non si applica ai fornitori di hardware, software o wallet auto-ospitati quando essi non abbiano accesso o controllo sul portafoglio.

Quindi:

non è corretto scrivere che l’Europa abbia vietato i wallet privati.

Ma è corretto affermare che, nel momento in cui si utilizza un intermediario regolamentato, l’anonimato finanziario viene drasticamente ristretto.


8. IL VERO CAMBIAMENTO È L’INTERMEDIAZIONE OBBLIGATORIA

Ed eccoci al filo che collega tutto.

Il problema non è:

identità digitale + verifica dell’età + limite al contante + criptovalute = dittatura.

Sarebbe uno slogan, non un’analisi.

La questione molto più interessante è questa:

quante attività quotidiane possono essere progressivamente spostate verso infrastrutture nelle quali esiste un intermediario capace di verificare una condizione?

Internet:

verifica dell’età.

Identità:

Wallet digitale.

Banca:

Know Your Customer.

Criptovalute presso intermediari:

identificazione del cliente.

Pagamenti elettronici:

intermediario finanziario.

Servizi digitali:

credenziali verificabili.

Nessuna di queste cose significa automaticamente repressione.

Ma tutte insieme aumentano enormemente la capacità tecnica di verificare, autorizzare, registrare o negare determinate operazioni.

Ed è questa capacità, non l’intenzione dichiarata del governo attuale, che dovrebbe interessare chiunque abbia a cuore la libertà.


9. NON CHIEDETE COSA PUÒ FARNE BRUXELLES OGGI. CHIEDETE COSA POTREBBE FARNE DOMANI

È qui che il dibattito diventa adulto.

Una Costituzione non viene scritta immaginando che al governo ci saranno sempre persone buone.

Viene scritta precisamente perché prima o poi potrebbero arrivare persone delle quali non ci fidiamo.

Lo stesso principio dovrebbe essere applicato all’infrastruttura digitale.

La domanda corretta non è:

«La Commissione europea vuole utilizzare domani mattina il Wallet per controllare ogni cittadino?»

Non abbiamo prove per sostenerlo.

La domanda seria è:

«Una volta costruita questa infrastruttura, quali utilizzi tecnicamente possibili dobbiamo impedire per legge?»

Questa è la battaglia che dovrebbe interessare liberali, conservatori, socialisti, anarchici e democratici.

Perché un’infrastruttura sopravvive ai governi che l’hanno costruita.


10. LA DIFFERENZA TRA PRIVACY E LIBERTÀ

Esiste poi una distinzione ancora più sottile.

Privacy e libertà non sono la stessa cosa.

Un sistema può essere perfettamente rispettoso della privacy e contemporaneamente subordinare un’azione a un’autorizzazione.

Pensiamo a un tornello anonimo.

Non conosce il nostro nome.

Non conosce il nostro indirizzo.

Non conosce la nostra data di nascita.

Sa soltanto se possediamo il requisito necessario.

VERDE: PASSA.

ROSSO: ACCESSO NEGATO.

La privacy può essere perfetta.

Ma qualcuno ha comunque definito la regola che decide quando il tornello diventa verde.

Ecco perché concentrarsi esclusivamente sulla protezione dei dati rischia di farci perdere il problema più grande.

Chi stabilisce i requisiti?

Chi può modificarli?

Chi controlla l’infrastruttura?

Quali servizi potranno richiederli?

Esisterà sempre un’alternativa non digitale?

Un cittadino potrà rifiutare il Wallet senza diventare un cittadino di serie B?

Sono queste le domande decisive.


11. LA QUESTIONE VPN DIMOSTRA PERFETTAMENTE IL PROBLEMA

La Commissione ammette nelle proprie FAQ che la verifica dell’età può tecnicamente essere aggirata, per esempio attraverso una VPN.

Questo non significa che Bruxelles voglia vietare le VPN.

Al contrario, oggi non esiste un divieto generale europeo delle VPN.

Ma proprio questo esempio permette di capire il conflitto futuro.

Se uno Stato introduce un requisito territoriale o anagrafico per accedere a determinati contenuti e uno strumento tecnologico permette di aggirarlo, prima o poi nascerà inevitabilmente una discussione sulla regolamentazione di quello strumento.

È già accaduto in altri Paesi.

Ed è per questo che il diritto alla cifratura, alla VPN e alle comunicazioni private dovrebbe essere protetto prima, non dopo che diventa politicamente scomodo.


12. POI ARRIVA L’EURO DIGITALE

A questa trasformazione bisogna aggiungere un altro progetto enorme: l’euro digitale.

Anche qui occorre evitare la propaganda.

Il progetto europeo prevede esplicitamente garanzie sulla privacy e una modalità offline pensata proprio per avvicinare alcune caratteristiche del pagamento digitale a quelle del contante.

Secondo la Commissione, nei pagamenti offline la banca non dovrebbe conoscere i dettagli della singola transazione e né la banca né la BCE dovrebbero poter vedere come vengono spesi quei digital euro.

È una garanzia importante.

Ma anche qui la domanda resta politica.

Se l’euro digitale dovesse affiancare il contante, aumentando la scelta del cittadino, può rappresentare un’innovazione.

Se invece nel lungo periodo il digitale dovesse contribuire alla marginalizzazione del contante, la questione cambierebbe completamente.

Perché una società nella quale esiste il denaro digitale non è necessariamente meno libera.

Una società nella quale esiste soltanto denaro intermediato digitalmente sarebbe invece radicalmente diversa.


13. IL RISCHIO NON È IL GRANDE INTERRUTTORE. È LA CONVERGENZA

Il totalitarismo digitale viene spesso immaginato in maniera infantile.

Una stanza buia.

Un gigantesco computer.

Un funzionario che osserva ogni cittadino.

Probabilmente non funzionerebbe così.

Il rischio moderno è molto più banale.

È fatto di API, wallet, database, credenziali, intermediari, procedure KYC, certificazioni e protocolli interoperabili.

Ogni sistema nasce per risolvere un problema specifico.

Poi i sistemi cominciano a comunicare.

Ed è lì che cambia tutto.

Perché una credenziale digitale non deve necessariamente contenere tutte le informazioni.

Deve soltanto essere riconosciuta dall’altra infrastruttura.

Identità.

Età.

Residenza.

Qualifica.

Autorizzazione.

Pagamento.

Accesso.

Separatamente sono attributi.

Interoperabili diventano infrastruttura.


14. IL VERO CONFINE DELLA LIBERTÀ DIGITALE

Ecco quindi quale dovrebbe essere il principio europeo.

Non impedire l’innovazione.

Non demonizzare l’identità digitale.

Non rinunciare alla protezione dei minori.

Non lasciare campo libero al riciclaggio.

Ma stabilire alcuni limiti invalicabili.

Il Wallet deve rimanere realmente volontario.

Deve sempre esistere un’alternativa non digitale per i servizi essenziali.

La verifica dell’età non deve diventare identificazione generalizzata.

Le credenziali utilizzate su servizi differenti non devono diventare uno strumento per costruire il profilo complessivo del cittadino.

La cifratura deve restare legale.

Le VPN devono restare accessibili.

Il self-custody delle criptovalute deve restare possibile.

Il contante deve continuare ad avere un ruolo reale.

Nessuna autorità dovrebbe poter costruire con un clic una cronologia universale di ciò che una persona legge, compra, possiede e utilizza.

Perché il problema non è la tecnologia.

Il problema è la concentrazione del potere resa possibile dalla tecnologia.


15. BRUXELLES DEVE DECIDERE QUALE EUROPA VUOLE COSTRUIRE

Ed è qui che emerge la contraddizione politica più grande.

Una parte delle forze politiche europee denuncia continuamente il pericolo rappresentato dall’autoritarismo delle destre, dai populismi e dai governi illiberali.

È un dibattito politico legittimo.

Ma proprio chi teme maggiormente l’arrivo al potere di governi autoritari dovrebbe essere il primo a pretendere infrastrutture incapaci di trasformarsi in strumenti di controllo di massa.

Perché c’è una contraddizione evidente nel dire:

«Domani potrebbe arrivare un governo autoritario».

e contemporaneamente costruire oggi sistemi sempre più potenti di identificazione, verifica e intermediazione.

Se davvero temete il tiranno di domani, allora non consegnategli già montato il pannello di controllo.

Questa dovrebbe essere una battaglia trasversale.


16. LA LIBERTÀ NON SI MISURA DALLE INTENZIONI DEL GOVERNO

Il principio fondamentale resta semplicissimo.

Non dobbiamo giudicare un’infrastruttura soltanto sulla base dell’uso benevolo che promette chi la costruisce.

Dobbiamo giudicarla anche sulla base dell’abuso che potrebbe consentire a chi arriverà dopo.

È precisamente questo il significato delle libertà costituzionali.

La libertà di parola non esiste perché ci fidiamo del ministro.

Esiste perché non dobbiamo essere costretti a fidarci del ministro.

La privacy non esiste perché lo Stato promette di non guardarci.

Esiste perché lo Stato dovrebbe disporre soltanto degli strumenti strettamente necessari per farlo nei casi previsti dalla legge.

E la libertà economica non dovrebbe dipendere dalla benevolenza dell’intermediario.


IL RECINTO PERFETTO È QUELLO CHE NON SEMBRA UN RECINTO

Questa è quindi la vera questione europea.

Non esiste oggi un gigantesco pulsante rosso a Bruxelles capace di spegnere la vita digitale di 450 milioni di cittadini.

Non esiste un “passaporto obbligatorio per Internet”.

Non esiste un divieto generale delle VPN.

Non sono vietate tutte le criptovalute.

E il contante non è stato abolito.

Affermarlo significherebbe regalare ai sostenitori di questo modello l’argomento perfetto per liquidare qualsiasi critica come complottismo.

La realtà è più interessante.

E forse più importante.

Stiamo costruendo, pezzo dopo pezzo, gli standard tecnici attraverso i quali identità, requisiti personali, accesso ai servizi e transazioni economiche possono essere verificati digitalmente e resi interoperabili.

Bruxelles sostiene che questa architettura sarà decentralizzata, sicura e rispettosa della privacy.

Quelle garanzie devono essere difese.

Ma proprio perché l’infrastruttura sarà potente, non basta promettere che verrà utilizzata bene.

Bisogna renderne impossibile l’abuso.

Perché il confine decisivo del XXI secolo potrebbe non essere più soltanto quello tra pubblico e privato.

Potrebbe essere quello tra:

ciò che possiamo fare liberamente

e

ciò che un sistema deve prima autorizzarci a fare.

E quando quel confine sarà stato superato, probabilmente non sentiremo il rumore di una porta che si chiude.

Sentiremo soltanto un telefono vibrare.

Sul display apparirà una frase:

«VERIFICA RICHIESTA».

Ed è proprio allora che capiremo perché la libertà non avrebbe mai dovuto diventare una credenziale digitale.

DAVID ROSSI, TREDICI ANNI DOPO: ERA UN OMICIDIO. ADESSO QUALCUNO DEVE SPIEGARE

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Per anni ci hanno raccontato il suicidio. Le nuove perizie della Commissione parlamentare descrivono invece un uomo aggredito, trattenuto fuori dalla finestra e precipitato nel vuoto. Il problema, adesso, non riguarda soltanto chi fosse presente quella sera. Riguarda tredici anni di indagini, archiviazioni, errori e occasioni perdute.

SIENA — 29 settembre 2026

C’è una domanda che, dopo tredici anni, pesa quasi quanto quella sull’identità degli assassini di David Rossi:

come è stato possibile non vedere?

Come è stato possibile che la morte dell’allora responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena venisse consegnata per anni alla spiegazione del suicidio, mentre oggi una Commissione parlamentare d’inchiesta arriva a una conclusione radicalmente diversa?

Il 6 marzo 2013 David Rossi precipitò dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni.

Per anni il racconto dominante è stato quello di un uomo che aveva deciso di togliersi la vita.

Oggi quella ricostruzione è stata demolita dalle risultanze tecniche acquisite dalla Commissione parlamentare d’inchiesta.

Non da un blogger.

Non da una teoria circolata sui social.

Non da una suggestione giornalistica.

Da perizie tecniche e da una Commissione parlamentare della Repubblica.

Nella relazione intermedia approvata nel marzo 2026, la Commissione ha scritto che le perizie mostrano come Rossi sia stato vittima di un’azione con l’intervento di terzi, escludendo il suicidio e indicando invece un omicidio.

Ed è qui che il caso cambia definitivamente natura.

NON SI SAREBBE GETTATO. SAREBBE STATO TRATTENUTO NEL VUOTO

Le conclusioni tecniche sono impressionanti.

Secondo la ricostruzione della Commissione, prima della precipitazione Rossi sarebbe stato sospeso all’esterno della finestra del proprio ufficio e trattenuto ai polsi da altre persone.

Le lesioni riscontrate sarebbero compatibili con mani di terzi che stringevano il suo corpo mentre si trovava fuori dalla finestra.

Le successive analisi sulle ferite del volto hanno aggiunto un altro elemento: alcune lesioni non sarebbero conseguenza dell’impatto finale, ma sarebbero state prodotte prima della caduta.

La ricostruzione compiuta il 28 settembre 2026 al Foro Italico ha aggiunto un ulteriore tassello.

È stata riprodotta una finestra delle stesse dimensioni di quella dell’ufficio di Rossi. Alle simulazioni hanno partecipato consulenti della Commissione, RIS, Vigili del fuoco e un atleta dei Carabinieri con corporatura simile a quella di Rossi.

La prima valutazione tecnica descrive una dinamica nella quale Rossi sarebbe stato aggredito rapidamente da più persone, sarebbe rimasto cosciente e avrebbe probabilmente tentato di difendersi.

Secondo questa ricostruzione sarebbe poi finito all’esterno della finestra, avrebbe cercato di aggrapparsi e sarebbe stato trattenuto prima della precipitazione.

Questa non è più la fotografia di un suicidio.

È la fotografia di una possibile scena del crimine.

TREDICI ANNI

Ed eccoci al punto più difficile.

Sono serviti tredici anni.

Tredici.

La prima indagine venne archiviata nel 2014 come suicidio. Una nuova richiesta di riapertura non portò allora al ribaltamento della ricostruzione.

Nel 2022 persino una superperizia della prima Commissione parlamentare era arrivata a conclusioni differenti da quelle emerse oggi, considerando maggiormente compatibile una dinamica nella quale Rossi si sarebbe lasciato cadere volontariamente.

Poi arrivano nuovi approfondimenti.

Nuove analisi.

Una nuova Commissione.

Una ricostruzione della finestra.

L’esame delle lesioni.

L’orologio.

I polsi.

Il volto.

Le simulazioni.

E improvvisamente quello che per anni era stato classificato come suicidio assume una forma completamente diversa.

La domanda è inevitabile:

perché per arrivarci abbiamo dovuto aspettare fino al 2026?

LE ANOMALIE NON SONO NATE IERI

Non si può neppure sostenere che i dubbi siano comparsi tredici anni dopo.

Erano presenti da tempo.

La prima Commissione parlamentare aveva già lasciato sul terreno questioni irrisolte, compreso il problema di materiale video inizialmente non acquisito e successivamente recuperato e altre anomalie riguardanti la scena e la ricostruzione degli avvenimenti.

Non a caso il Parlamento ha istituito una nuova Commissione attribuendole espressamente, tra gli altri, il compito di verificare eventuali atti, condotte, omissioni, ostacoli, ritardi o difficoltà che abbiano interferito con l’accertamento giudiziario delle responsabilità relative alla morte di Rossi.

È un passaggio fondamentale.

Perché adesso non basta più domandarsi:

chi ha ucciso David Rossi?

Occorre domandarsi anche:

che cosa non ha funzionato nelle indagini sulla sua morte?

DAVID ROSSI MORÌ NEL MOMENTO PEGGIORE POSSIBILE

E poi c’è il contesto.

Rossi non era un impiegato qualsiasi.

Era il responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena e lavorava a stretto contatto con i vertici della banca.

Morì nel 2013, mentre intorno a MPS stavano esplodendo alcune delle vicende finanziarie più pesanti della storia bancaria italiana recente.

La stessa Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario avrebbe successivamente descritto la crisi MPS parlando delle operazioni Fresh, Alexandria e Santorini, del ruolo della Fondazione, dei rapporti con la politica e delle anomalie nella gestione della banca.

Nella relazione parlamentare del 2018 la morte di Rossi viene collocata esplicitamente nello stesso periodo in cui emergevano pubblicamente quelle vicende e definita uno degli episodi più gravi e inquietanti della crisi senese.

Questo contesto non dimostra il movente dell’omicidio.

È essenziale dirlo.

Non sappiamo ancora perché Rossi sarebbe stato ucciso.

La stessa relazione della Commissione afferma che resta da individuare con certezza il movente.

Ma proprio per questo diventa indispensabile ricostruire ogni relazione, ogni interesse e ogni informazione di cui Rossi potesse essere a conoscenza.

IL POTERE INTORNO A MONTE DEI PASCHI

Monte dei Paschi non era soltanto una banca.

Per decenni è stata uno dei centri economici fondamentali di Siena e della Toscana, intrecciata alla Fondazione MPS e a un sistema di relazioni istituzionali e politiche che le commissioni parlamentari hanno successivamente analizzato.

La Commissione d’inchiesta bancaria parlò esplicitamente della partecipazione della politica, dell’insostenibilità di determinate acquisizioni, del ruolo della Fondazione e delle debolezze della vigilanza.

Ed è precisamente per questo che bisogna evitare due errori opposti.

Il primo sarebbe continuare a trattare Rossi come il protagonista di un semplice fatto di cronaca.

Il secondo sarebbe dichiarare già dimostrato che la sua morte sia stata ordinata dalla politica, dalla banca o da apparati dello Stato.

Questo, oggi, le prove disponibili pubblicamente non lo dimostrano.

Ma dimostrano qualcosa di sufficientemente grave da imporre un’indagine senza sconti su tutto ciò che circondava Rossi.

DUE ARCHIVIAZIONI. POI LA PAROLA “OMICIDIO”

La Procura di Siena ha riaperto nel marzo 2026 un nuovo fascicolo sulla morte di Rossi sulla base delle risultanze emerse dai lavori della Commissione parlamentare.

È la terza volta in tredici anni che la magistratura torna sulla vicenda dopo due precedenti archiviazioni riconducibili alla ricostruzione suicidaria.

Ed è forse questo il dato istituzionalmente più devastante dell’intera vicenda.

Perché se le conclusioni attuali saranno confermate in sede giudiziaria, significherà che per tredici anni un omicidio è rimasto senza assassini mentre la morte della vittima veniva interpretata come suicidio.

Non significa automaticamente che qualcuno abbia volontariamente depistato.

Ma significa che occorrerà verificare, uno per uno, gli errori, le omissioni, le decisioni investigative, le consulenze, le acquisizioni mancate e le conclusioni che hanno permesso a quella ricostruzione di resistere così a lungo.

NON BASTA PIÙ TROVARE GLI ASSASSINI

Dopo le risultanze del 2026 il caso Rossi ha dunque due livelli.

Il primo è criminale:

chi era con David Rossi quella sera?

Chi lo avrebbe aggredito?

Chi lo avrebbe portato fuori dalla finestra?

Chi lo avrebbe trattenuto?

Chi lo avrebbe lasciato precipitare?

E soprattutto:

perché?

Ma esiste un secondo livello.

Quello istituzionale.

Chi aveva il compito di cercare quelle risposte nel 2013?

Quali elementi erano già disponibili?

Quali furono sottovalutati?

Quali accertamenti non vennero eseguiti?

Perché determinate anomalie non produssero immediatamente ulteriori approfondimenti?

Perché è stato necessario ricostruire una finestra tredici anni dopo per verificare materialmente una dinamica che riguardava la morte di uno degli uomini più vicini ai vertici della banca più antica d’Italia?

SE È STATO UN OMICIDIO, TREDICI ANNI SONO PARTE DEL CASO

La storia di David Rossi non può più essere raccontata soltanto attraverso quel volo da Rocca Salimbeni.

Se la ricostruzione dell’omicidio sarà confermata definitivamente dalla magistratura, dovremo guardare anche a tutto quello che è successo dopo.

Perché tredici anni senza un colpevole non sono un dettaglio.

Due archiviazioni non sono un dettaglio.

Perizie incompatibili tra loro non sono un dettaglio.

Una Commissione parlamentare costretta a ricostruire fisicamente una finestra e simulare nuovamente la dinamica nel 2026 non è un dettaglio.

Sono la storia della storia.

E c’è una frase che oggi appare quasi insostenibile.

Nell’archiviazione del 2014 il giudice aveva ritenuto che sulla morte di Rossi non residuassero punti oscuri o dubbi. La precedente documentazione parlamentare ricostruisce espressamente quella conclusione.

Tredici anni dopo, una Commissione parlamentare scrive:

omicidio.

Tra queste due parole — suicidio e omicidio — c’è un abisso.

Dentro quell’abisso ci sono tredici anni della Repubblica italiana.

ORA SERVONO NOMI

La famiglia Rossi ha aspettato tredici anni perché una conclusione che aveva sempre contestato venisse rimessa radicalmente in discussione dalle istituzioni.

Adesso non può bastare correggere una parola su un fascicolo.

Se David Rossi è stato assassinato, bisogna sapere chi lo ha ucciso.

Bisogna sapere perché.

Bisogna stabilire chi fosse presente.

Bisogna ricostruire quello che Rossi sapeva.

Bisogna verificare se la sua attività professionale e la crisi del Monte dei Paschi abbiano avuto qualche relazione con la sua morte oppure se il movente vada cercato altrove.

E soprattutto bisogna stabilire perché la verità sulla dinamica abbia impiegato tredici anni per emergere.

Senza scorciatoie.

Senza intoccabili.

Senza trasformare sospetti in condanne, ma anche senza permettere che prestigio istituzionale, appartenenze politiche, interessi economici o ragioni di Stato possano diventare uno scudo per chiunque.

Perché dopo tredici anni la questione non è più soltanto:

«Come è morto David Rossi?»

La Commissione parlamentare ha dato una risposta durissima.

La domanda adesso è un’altra:

CHI HA UCCISO DAVID ROSSI?

E subito dopo ne viene una ancora più scomoda:

PERCHÉ CI SONO VOLUTI TREDICI ANNI PER ARRIVARE FIN QUI?

E POI SPUNTA UN NOME POLITICO: MATTEO RENZI

Dentro questa storia compare anche un nome che rende il quadro ancora più delicato:

Matteo Renzi.

Non perché esistano elementi che colleghino l’ex presidente del Consiglio alla morte di David Rossi. Non esistono, allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, prove di un suo coinvolgimento nell’omicidio.

Renzi entra nella storia da un’altra porta.

Ed è una porta che conduce direttamente alla gestione delle prime indagini.

Il nome centrale è quello del magistrato Antonino Nastasi, uno dei pm che si occuparono delle indagini sulla morte di Rossi e delle vicende Monte dei Paschi.

Anni dopo Nastasi diventa anche uno dei magistrati dell’inchiesta sulla Fondazione Open, il contenitore politico-finanziario legato alla stagione renziana.

Ed è proprio allora che Renzi comincia ad attaccare pubblicamente la conduzione delle indagini sul caso Rossi.

Nel maggio 2022, commentando le nuove perizie, Renzi pronunciò parole pesantissime:

«Sono state fatte indagini quantomeno stravaganti».

E puntò direttamente il dito contro Nastasi, sostenendo che il magistrato fosse entrato sulla scena senza averne titolo e ricordando le anomalie emerse attraverso il lavoro della Commissione parlamentare.

La conclusione politica di Renzi fu ancora più dura:

«Ma se per avere giustizia e verità occorre una commissione parlamentare d’inchiesta, che li paghiamo a fare i pm?»

Parole pronunciate quattro anni prima delle risultanze del 2026 che hanno ribaltato radicalmente la ricostruzione della morte di Rossi.

Ma questo passaggio deve essere letto con tutte le sue implicazioni.

Renzi non era un osservatore neutrale.

Nastasi era infatti contemporaneamente uno dei magistrati impegnati nell’inchiesta sulla Fondazione Open, che riguardava direttamente l’ex presidente del Consiglio e il suo ambiente politico.

Esisteva dunque un conflitto giudiziario e politico evidente tra Renzi e quei magistrati.

Questo non rende automaticamente false le contestazioni di Renzi.

Ma impedisce anche di trasformarle retroattivamente nella prova che l’ex premier conoscesse verità nascoste sulla morte di Rossi.

Ciò che oggi interessa è un altro dato:

le anomalie investigative erano diventate talmente rilevanti da entrare apertamente nello scontro politico nazionale.

LA NOTTE NELL’UFFICIO DI ROSSI

Il punto di rottura era arrivato con la testimonianza del colonnello dei Carabinieri Pasquale Aglieco davanti alla Commissione parlamentare.

Aglieco raccontò una scena impressionante.

Secondo la sua versione, alcuni magistrati sarebbero entrati nell’ufficio di Rossi prima dell’arrivo della Polizia scientifica. Sostenne che fossero stati toccati oggetti, il computer, il cestino e la finestra e affermò inoltre che Nastasi avrebbe risposto al telefono di Rossi.

Quelle dichiarazioni provocarono un terremoto.

La Procura di Genova arrivò ad aprire un’inchiesta nei confronti di tre magistrati senesi per falso aggravato.

Ma qui bisogna raccontare anche ciò che accadde dopo, perché è decisivo.

L’indagine sui magistrati venne successivamente archiviata e gli accertamenti sui tabulati misero in discussione parti importanti della ricostruzione di Aglieco. Lo stesso ufficiale sarebbe poi finito sotto processo per false dichiarazioni al pubblico ministero.

Dunque le affermazioni di Aglieco non possono essere presentate oggi come fatti giudiziariamente accertati.

Ma rimane il fatto storico: quella testimonianza fece esplodere pubblicamente il problema della gestione della scena e contribuì a riportare il caso Rossi al centro dell’attenzione nazionale.

Ed è precisamente su quella frattura che intervenne Renzi.

RENZI CONTRO NASTASI

Nel febbraio 2022 Renzi portò lo scontro persino davanti alle telecamere di Porta a Porta.

Parlando dei magistrati che stavano conducendo l’inchiesta Open, indicò Nastasi ricordando proprio le accuse emerse davanti alla Commissione Rossi.

Il caso diventava così un corto circuito quasi perfetto.

Un ex presidente del Consiglio sotto indagine attaccava uno dei propri accusatori utilizzando le anomalie emerse nell’indagine sulla morte di un dirigente di Monte dei Paschi.

Un magistrato dell’inchiesta Open era stato precedentemente coinvolto nelle indagini sulla morte di Rossi.

Una Commissione parlamentare stava mettendo nuovamente sotto la lente una morte che per anni era stata trattata come suicidio.

E quattro anni dopo, nel 2026, una nuova Commissione sarebbe arrivata a una conclusione sconvolgente:

David Rossi non si sarebbe suicidato. Sarebbe stato ucciso.

Questo non prova che Renzi avesse ragione su ogni sua accusa.

Non prova un depistaggio.

Non prova responsabilità politiche.

Ma rende ancora più urgente una domanda:

se oggi la dinamica della morte appare radicalmente diversa da quella sostenuta per anni, quali errori furono commessi nelle prime indagini?

NON È IL “CASO RENZI”. È IL CASO DELLE ISTITUZIONI

Sarebbe troppo facile trasformare tutto questo nell’ennesima guerra tra Renzi e la magistratura.

Il problema è molto più grande.

Perché Matteo Renzi può avere avuto tutti gli interessi politici e giudiziari del mondo nell’attaccare Nastasi.

Ma David Rossi rimane morto.

E se le conclusioni tecniche del 2026 saranno confermate dalla magistratura, rimarrà un fatto gigantesco:

per anni quella morte sarebbe stata interpretata secondo una dinamica completamente sbagliata.

A quel punto non interessa più stabilire chi, tra Renzi e i magistrati, abbia vinto una battaglia politica.

Interessa capire come abbia funzionato lo Stato.

Chi ha acquisito le prove.

Chi le ha interpretate.

Chi ha deciso quali accertamenti effettuare.

Chi non li ha effettuati.

Chi ha stabilito che si trattasse di suicidio.

E soprattutto perché soltanto tredici anni dopo si è arrivati a ricostruire una dinamica completamente differente.

Perché quando un possibile omicidio viene considerato per anni un suicidio, l’indagine sull’omicidio e l’indagine sugli errori commessi per non riconoscerlo diventano due facce della stessa necessità di verità.


FONTI DA AGGIUNGERE

Corriere della Sera – 19 maggio 2022
David Rossi, le nuove perizie e le dichiarazioni di Matteo Renzi sulle indagini e sul pm Antonino Nastasi.
https://www.corriere.it/cronache/22_maggio_19/david-rossi-due-nuove-perizie-potrebbero-riaprire-caso-ferite-lesioni-incompatibili-il-suicidio-21ed6cce-d7b3-11ec-baec-5e239f3efe1e_amp.html

Corriere della Sera – 10 febbraio 2022
Renzi, l’inchiesta Open, Nastasi e il richiamo al caso David Rossi.
https://www.corriere.it/politica/22_febbraio_10/renzi-open-magistrati-7fa637b2-89e6-11ec-ab70-14f9e3dc0d34.shtml

Corriere della Sera – 23 marzo 2023
Caso Rossi, Commissione parlamentare, Aglieco e gli attacchi di Renzi a Nastasi.
https://www.corriere.it/politica/23_marzo_23/david-rossi-colonnello-hammamet-4d532790-c8ef-11ed-85b6-6207f76c958d_amp.html

ANSA – 10 dicembre 2021
Audizione di Pasquale Aglieco davanti alla Commissione parlamentare.
https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2021/12/10/david-rossi-ufficiale-dei-cc-il-pm-rispose-al-suo-telefono_489e56d0-d8be-4afb-979d-dc62ee3ac160.html

ANSA – 21 gennaio 2025
Il successivo procedimento contro Aglieco e l’archiviazione dell’indagine sui magistrati senesi.
https://www.ansa.it/amp/sito/notizie/cronaca/2025/01/21/la-morte-di-david-rossi-a-processo-lex-comandante-cc_20cf9068-f2cd-44da-ac22-e28534adc115.html


FONTI E APPROFONDIMENTI

RaiNews – 28 settembre 2026
“Perizia sulla morte di David Rossi: fu omicidio, aggredito da più persone tentava di difendersi”
Leggi su RaiNews

RaiNews – 3 marzo 2026
“Morte di David Rossi, relazione intermedia della Commissione: escluso definitivamente il suicidio”
Leggi la ricostruzione

Camera dei Deputati – Commissione parlamentare d’inchiesta
Documentazione ufficiale sull’istituzione e i compiti della Commissione.
Documentazione della Camera dei Deputati

Camera dei Deputati – Relazione intermedia 2026
Trasmissione ufficiale della relazione intermedia della Commissione.
Atto parlamentare

RaiNews – 2 marzo 2026
“La Procura di Siena apre una nuova inchiesta”.
Leggi su RaiNews

Corriere Fiorentino – 24 febbraio 2026
Perizia sulle lesioni al volto di David Rossi.
Leggi il Corriere Fiorentino

Senato della Repubblica – Commissione d’inchiesta sul sistema bancario
Relazione su Fondazione MPS, Monte dei Paschi, crisi della banca e morte di David Rossi.
Consulta la documentazione del Senato

Senato della Repubblica – Commissione sistema bancario e finanziario
Monte dei Paschi: Fondazione, politica, operazioni finanziarie, vigilanza e caso Rossi.
Consulta gli atti del Senato

IL PRESTITO DELLA SCONFITTA: Bruxelles finanzia Zelensky per sopravvivere a se stessa

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90 miliardi di euro, un nuovo buco da 27 miliardi di dollari, droni da ordinare prima dell’inverno e l’ombra dell’Operazione Midas. La guerra entra nella sua fase finanziariamente più brutale: non basta più sostenere Kiev. Bisogna impedire che finisca il denaro prima della guerra.

EDITORIALE

C’è un momento nel quale un prestito smette di essere soltanto uno strumento finanziario e diventa una dichiarazione politica.

L’Unione europea quel momento lo ha già superato.

Bruxelles ha costruito per l’Ucraina un Ukraine Support Loan da 90 miliardi di euro per il 2026-2027: circa 60 miliardi destinati alla difesa e 30 miliardi al sostegno di bilancio. Il denaro viene raccolto dall’Unione sui mercati dei capitali e garantito attraverso il margine del bilancio europeo. La formula concordata prevede che Kiev rimborsi il prestito quando avrà ricevuto riparazioni dalla Russia; fino ad allora gli asset russi rimangono immobilizzati e l’UE si riserva la possibilità di utilizzarli per il rimborso, nel rispetto del diritto europeo e internazionale.

Non è un dettaglio contabile. È l’architettura finanziaria di una guerra diventata dipendente dal credito.

E adesso non basta più neppure quella.

IL BUCO DA 27 MILIARDI

Il 25 settembre Volodymyr Zelensky ha messo sul tavolo un altro numero: 27 miliardi di dollari.

È il fabbisogno aggiuntivo che Kiev cerca di coprire per sostenere la spesa militare e assicurarsi le forniture necessarie nei prossimi mesi.

Il governo ucraino lo ha confermato ufficialmente.

Una parte dovrebbe arrivare da riallocazioni interne. Per il resto Kiev guarda nuovamente all’Europa e agli altri partner.

Zelensky ha spiegato che una quota importante serve per militari, droni e missili. Ma soprattutto ha chiarito il problema temporale: circa un terzo del denaro richiesto riguarda forniture di droni per gennaio, febbraio e marzo 2027.

Gli ordini, però, devono essere pagati prima.

Ottobre e novembre.

Altrimenti, ha avvertito lo stesso presidente ucraino, tra gennaio e febbraio potrebbero emergere «serie difficoltà».

Per questo Zelensky ha chiesto alla Commissione europea di anticipare risorse previste nell’ambito del prestito da 90 miliardi.

È qui che il quadro cambia.

Non siamo più davanti alla semplice promessa politica di sostenere Kiev «per tutto il tempo necessario». Siamo davanti alla necessità di anticipare oggi il denaro di domani perché senza quegli ordini il sistema militare ucraino rischia di trovarsi in difficoltà tra pochi mesi.

Il problema della guerra ucraina, dunque, non è soltanto quanti miliardi l’Europa sia disposta a promettere.

È quando quei miliardi devono arrivare.

IL PRESTITO CHE LEGA IL CREDITORE AL DEBITORE

Il prestito europeo è particolare anche per un’altra ragione.

Il Consiglio europeo ha stabilito che l’Ucraina dovrebbe rimborsarlo soltanto dopo aver ricevuto le riparazioni russe.

Tradotto politicamente: il recupero finale del credito è collegato a un evento futuro il cui ammontare, calendario e concreta realizzazione dipenderanno dall’esito della guerra, da eventuali negoziati e dalle decisioni giuridiche sugli asset russi.

È un’enorme esposizione politica prima ancora che finanziaria.

Più aumenta il credito, più aumenta l’interesse europeo a evitare il collasso del debitore.

E più il debitore dipende dal credito, più diventa difficile separare la decisione militare da quella finanziaria.

Questo è il cortocircuito.

Bruxelles non sta semplicemente finanziando una guerra.

Sta finanziando un sistema che deve continuare a essere finanziato per non rendere problematici i finanziamenti già concessi.

Il meccanismo comincia ad assomigliare alla più antica trappola del credito: quando l’esposizione diventa gigantesca, il problema non appartiene più soltanto al debitore.

Appartiene anche al creditore.

90 MILIARDI NON ERANO ABBASTANZA

Il dato merita di essere osservato senza propaganda.

Il pacchetto europeo è enorme.

90 miliardi di euro.

Eppure, mentre il programma è ancora in corso di erogazione, Kiev dichiara la necessità di trovare altri 27 miliardi di dollari per la difesa.

Il 18 settembre la Commissione aveva appena annunciato altri 3,3 miliardi di euro per droni e missili, portando a quasi 15 miliardi quanto già versato nel 2026 attraverso le diverse componenti del nuovo prestito.

Una settimana dopo Kiev parlava ancora di un buco da 27 miliardi di dollari.

Questo è forse il numero politicamente più importante dell’intera vicenda.

Perché mostra la velocità con cui la guerra divora capitale.

Non stiamo discutendo di un piano Marshall destinato a ricostruire fabbriche, ponti e città dopo la fine delle ostilità.

Stiamo discutendo di denaro che deve trasformarsi rapidamente in droni, missili, munizioni e capacità militare, mentre la guerra continua a consumare uomini, infrastrutture e risorse.

L’INVERNO NON LEGGE I COMUNICATI DI BRUXELLES

La corsa contro il calendario è ormai esplicita.

Le forze russe stanno aumentando la pressione attraverso droni e attacchi a lungo raggio. A settembre l’impiego dei nuovi Shahed a reazione ha messo ulteriormente sotto pressione la difesa aerea ucraina.

La guerra industriale ha una legge brutale: non vince un comunicato stampa.

Servono intercettori.

Servono droni.

Servono missili.

Servono munizioni.

E soprattutto servono scorte.

La stessa Commissione europea ammette che occorre accelerare le consegne attraverso svuotamento delle scorte disponibili, ridefinizione delle priorità degli ordini e aumento della produzione.

Dietro il linguaggio burocratico c’è una realtà molto più semplice:

la produzione deve correre più velocemente del consumo.

E in una guerra d’attrito questo è esattamente il problema.

POI ARRIVA MIDAS

Come se il quadro finanziario non fosse già abbastanza delicato, sull’Ucraina pesa uno dei più grandi scandali anticorruzione della sua storia recente.

Il nome è perfetto:

Operazione Midas.

Nel novembre 2025 il National Anti-Corruption Bureau of Ukraine (NABU) e la Specialized Anti-Corruption Prosecutor’s Office (SAPO) hanno smantellato, secondo l’accusa, una rete che ruotava attorno a Energoatom, l’azienda nucleare pubblica ucraina.

Il meccanismo contestato dagli investigatori era elementare e feroce.

Tangenti tra il 10 e il 15 per cento sui contratti.

Chi non pagava rischiava di vedersi bloccare i pagamenti attraverso quello che gli investigatori hanno chiamato sistema dello “shlagbaum”, la barriera.

Tra i primi sospettati figurava Timur Mindich, uomo d’affari ed ex socio di Zelensky nella società di produzione Kvartal 95.

L’inchiesta non si è fermata lì.

Nel febbraio 2026 l’ex ministro dell’Energia Herman Halushchenko è stato fermato mentre tentava di lasciare l’Ucraina e successivamente posto in custodia cautelare, con possibilità di cauzione.

Poi è arrivato il nome politicamente più pesante.

YERMAK

L’11 maggio 2026 NABU e SAPO hanno notificato un avviso di sospetto all’ex capo dell’Ufficio presidenziale Andriy Yermak, per una vicenda di presunto riciclaggio riguardante 460 milioni di grivne.

Secondo gli investigatori, il denaro sarebbe stato utilizzato attraverso un progetto immobiliare di lusso nell’area di Kozyn, vicino a Kiev.

Il 14 maggio l’Alta Corte anticorruzione ha disposto nei suoi confronti la custodia cautelare con un’alternativa di cauzione da 140 milioni di grivne.

Sono accuse, non condanne definitive.

Ed è essenziale dirlo.

Ma è altrettanto essenziale comprendere la dimensione politica del problema.

Mentre Kiev chiede all’Europa decine di miliardi aggiuntivi per impedire che la macchina militare resti senza carburante finanziario, l’apparato anticorruzione ucraino indaga uomini arrivati ai vertici dello Stato e del settore energetico.

Non è propaganda russa.

Sono NABU, SAPO e l’Alta Corte anticorruzione ucraina.

IL PARADOSSO DI BRUXELLES

L’Unione europea sostiene che il prestito sia sottoposto a condizioni rigorose, comprese quelle relative allo Stato di diritto e alla lotta alla corruzione.

Ed è giusto ricordarlo.

Ma proprio questa condizionalità rende ancora più evidente il problema.

Che cosa succede quando il Paese considerato strategicamente indispensabile diventa anche finanziariamente indispensabile?

Quanto è credibile minacciare la sospensione dei finanziamenti se la conseguenza potrebbe essere una crisi militare sul fronte?

Qui nasce il vero conflitto d’interessi politico.

Bruxelles deve contemporaneamente essere creditore, finanziatore militare, controllore anticorruzione e garante politico dell’Ucraina.

Quattro ruoli che possono entrare in collisione.

Perché un creditore dovrebbe essere severo.

Un alleato militare deve garantire continuità.

Un controllore dovrebbe poter chiudere il rubinetto.

Un attore geopolitico teme le conseguenze di farlo.

LA GUERRA DIVENTA UN’OBBLIGAZIONE

L’Europa ha trasformato progressivamente il sostegno all’Ucraina da decisione emergenziale a struttura finanziaria permanente.

Prima gli aiuti.

Poi i fondi.

Poi i prestiti.

Poi il debito comune.

Poi gli asset russi immobilizzati come possibile fonte futura di rimborso.

Ora l’anticipo delle risorse future perché le armi del prossimo inverno devono essere ordinate oggi.

Ogni passaggio rende quello successivo più difficile da evitare.

Non perché esista necessariamente un piano occulto per prolungare la guerra, ma perché la struttura degli incentivi diventa sempre più vincolante.

È la logica dell’esposizione.

Hai investito cento.

Perdere cento è inaccettabile.

Ne investi altri cinquanta.

A quel punto perderne centocinquanta diventa ancora più inaccettabile.

E così il passato comincia a comandare il futuro.

BRUXELLES HA LEGATO IL PROPRIO DESTINO A KIEV

È questa la parte della storia che raramente compare nelle conferenze stampa.

La guerra in Ucraina non è più soltanto una questione di territorio.

È diventata una componente dell’identità politica costruita dall’Unione europea negli ultimi anni.

Difesa comune.

Debito comune.

Industria militare europea.

Sanzioni.

Politica energetica.

Rapporti con Washington.

Asset russi.

Allargamento dell’Unione.

Tutto converge sull’Ucraina.

Ammettere che gli obiettivi iniziali non siano più raggiungibili nelle forme immaginate significherebbe quindi aprire una discussione molto più grande della guerra stessa.

Significherebbe discutere delle decisioni prese dal 2022 in avanti.

Dei costi.

Dei risultati.

Delle sanzioni.

Dell’energia.

Delle armi.

Del debito.

E soprattutto della strategia.

IL PRESTITO DELLA SCONFITTA

Per questo i 90 miliardi rappresentano qualcosa di più di un prestito.

Sono una cambiale geopolitica.

Kiev deve sopravvivere abbastanza a lungo da mantenere aperta la possibilità di raggiungere condizioni future che rendano sostenibile il debito.

Bruxelles deve continuare a finanziarla perché un collasso ucraino renderebbe drammaticamente evidente l’enorme esposizione politica, militare e finanziaria accumulata.

Nel frattempo Kiev domanda altri 27 miliardi di dollari.

I droni di gennaio devono essere pagati a ottobre.

Le munizioni devono essere prodotte prima di essere sparate.

Gli scandali anticorruzione arrivano fino agli ex uomini più potenti della presidenza.

E l’Europa continua ad aumentare la posta.

Questa non è più soltanto solidarietà internazionale.

È una dipendenza reciproca costruita attraverso il debito.

L’Ucraina dipende dall’Europa per continuare a combattere.

L’Europa dipende dalla capacità dell’Ucraina di continuare a combattere per evitare di affrontare immediatamente il bilancio politico della strategia adottata.

Il rischio è che, alla fine, nessuno sappia più distinguere il mezzo dall’obiettivo.

Si finanzia Kiev perché deve resistere.

Deve resistere perché è stata finanziata.

E bisogna finanziarla ancora perché lasciarla cadere renderebbe insostenibile ciò che è già stato investito.

È così che un prestito può diventare una trappola politica.

E mentre Bruxelles conta i miliardi, l’inverno conta i giorni.


FONTI E DOCUMENTI

Consiglio europeo – decisione sul prestito da €90 miliardi all’Ucraina, 18 dicembre 2025
https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2025/12/19/european-council-18-december-2025-ukraine/

Consiglio UE – approvazione definitiva dello Ukraine Support Loan, 23 aprile 2026
https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2026/04/23/council-finalises-90-billion-support-loan-to-ukraine/

Commissione europea – Ukraine Support Loan
https://defence-industry-space.ec.europa.eu/eu-defence-industry/ukraine-support-loan_en

Commissione europea – pacchetto finanziario per l’Ucraina 2026-2027
https://enlargement.ec.europa.eu/news/commission-presents-financial-support-package-ukraine-2026-2027-2026-01-14_en

Commissione europea – €3,3 miliardi per gli acquisti militari ucraini, 18 settembre 2026
https://defence-industry-space.ec.europa.eu/commission-disburses-eur33-billion-defence-funding-ukraine-2026-09-18_en

Governo ucraino – richiesta aggiuntiva di $27 miliardi per la difesa
https://www.kmu.gov.ua/en/news/serhii-koretskyi-proviv-naradu-z-minoborony-shchodo-zakryttia-dodatkovoho-oboronnoho-zapytu-na-27-mlrd-tsoho-roku

Reuters – Kiev cerca $27 miliardi aggiuntivi e chiede l’anticipo dei fondi europei, 25 settembre 2026
https://www.reuters.com/business/aerospace-defense/eu-imf-understand-need-help-ukraine-finance-budget-gap-zelenskiy-says-2026-09-25/

NABU – Operazione Midas, nuovi sviluppi dell’indagine
https://nabu.gov.ua/en/news/operatciia-midas-nova-pidozra/

Transparency International Ukraine / HACC – fascicolo Operazione Midas
https://hacc-decided.ti-ukraine.org/en/cases/52025000000000472

Interfax-Ukraine – Yermak e l’indagine sui 460 milioni di grivne
https://en.interfax.com.ua/news/general/1166797.html

ORBÁN AVEVA LETTO SOROS: IL PIANO ERA SCRITTO

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Dal “replacement migration” dell’ONU al milione di richiedenti asilo proposto da Soros: anatomia di una visione dell’Europa che Budapest decise di combattere

Per anni è stato liquidato come propaganda ungherese.

Il “piano Soros”, secondo i suoi critici, non sarebbe mai esistito. Sarebbe stato un’invenzione politica di Viktor Orbán, costruita per trasformare George Soros nel volto di un nemico esterno e mobilitare l’opinione pubblica ungherese contro l’immigrazione.

C’è però un problema che rende la storia molto meno semplice.

George Soros quelle proposte le aveva effettivamente pubblicate.

Non in un documento segreto. Non in una riunione clandestina. Non in una carta sottratta da qualche archivio.

Le aveva messe nero su bianco.

E alcune erano straordinariamente ambiziose.

2000: quando l’ONU calcolò la “replacement migration”

Bisogna partire da quindici anni prima della crisi migratoria del 2015.

Nel marzo 2000 la Population Division delle Nazioni Unite pubblicò Replacement Migration: Is It a Solution to Declining and Ageing Populations?

Il titolo, letto oggi, è politicamente esplosivo. Ma occorre essere precisi: il documento non era un programma politico per sostituire gli europei.

Era uno studio demografico.

L’ONU definiva “replacement migration” la migrazione internazionale teoricamente necessaria per compensare il declino e l’invecchiamento delle popolazioni caratterizzate da bassa natalità e mortalità.

L’ONU precisò inoltre che lo studio non formulava raccomandazioni né proponeva una “ricetta demografica”.

Ma i numeri erano enormi.

Per l’Italia, secondo la presentazione ufficiale dello studio, sarebbero stati necessari circa 6.500 immigrati l’anno per ogni milione di abitanti per mantenere la popolazione in età lavorativa. Per la Germania circa 6.000.

Lo studio constatava inoltre qualcosa destinato a diventare centrale nel dibattito europeo: senza immigrazione, l’invecchiamento avrebbe drasticamente ridotto il rapporto tra popolazione attiva e pensionati.

Era un esercizio demografico.

Ma introduceva nel linguaggio delle grandi istituzioni internazionali un concetto destinato a diventare politicamente radioattivo:

compensare attraverso l’immigrazione ciò che la natalità europea non produceva più.

Ed è qui che comincia la questione politica.

Perché mentre si calcolavano quanti immigrati sarebbero serviti all’Europa, molto meno radicale è stata per decenni la risposta alla domanda opposta:

perché gli europei facevano sempre meno figli?

Casa, salari, precarietà, fiscalità, costo dell’infanzia, instabilità occupazionale, rinvio dell’età del primo figlio: il problema demografico europeo è stato trattato troppo spesso come una fatalità statistica.

Prima si constata il vuoto.

Poi si discute di come riempirlo.

2015: Soros mette il milione nero su bianco

Arriviamo al settembre 2015.

L’Europa è nel pieno della più grave crisi migratoria della sua storia recente.

Al 28 settembre UNHCR registrava già 520.957 arrivi via mare dall’inizio dell’anno, contro 219.000 nell’intero 2014.

È in quel momento che George Soros pubblica su Project Syndicate “Rebuilding the Asylum System”.

E qui non servono interpretazioni.

Basta leggere.

Soros presenta sei elementi di un piano globale.

Il primo è inequivocabile:

“L’Ue deve accettare almeno un milione di richiedenti asilo l’anno nel prossimo futuro.”

Un milione.

Ogni anno.

Non una previsione dell’ONU. Non una stima demografica.

Una proposta politica esplicita.

Ed è questo il passaggio che rende impossibile liquidare tutta la successiva polemica di Orbán come se Budapest avesse inventato dal nulla l’esistenza di un progetto sorosiano sull’immigrazione.

€15.000 per ogni richiedente asilo

Il secondo punto riguarda il denaro.

Soros propone che l’Unione europea garantisca 15.000 euro per ogni richiedente asilo per ciascuno dei primi due anni.

La somma dovrebbe contribuire alle spese per:

  • alloggio;
  • assistenza sanitaria;
  • istruzione.

Ma Soros aggiunge esplicitamente un’altra finalità: rendere l’accettazione dei rifugiati più attraente per gli Stati membri.

Questo passaggio è politicamente fondamentale.

L’accoglienza non viene più pensata soltanto come obbligo umanitario. Entra dentro una gigantesca architettura finanziaria europea nella quale Bruxelles dovrebbe creare gli incentivi necessari affinché gli Stati partecipino.

E Soros affronta anche il problema di dove trovare il denaro.

La sua proposta prevedeva di mobilitare la capacità finanziaria dell’Unione, ricorrendo anche all’indebitamento.

Non beneficenza privata.

Politica pubblica europea.

Chi decide dove andare?

C’è poi un terzo punto che tocca direttamente la sovranità degli Stati.

Soros sosteneva che richiedenti asilo e Stati ospitanti dovessero essere abbinati tenendo conto delle preferenze di entrambi e con la minore coercizione possibile.

L’idea era comprensibile nella logica di Soros: diminuire gli spostamenti secondari e aumentare le possibilità di integrazione.

Ma politicamente significava affrontare la migrazione sempre meno come semplice questione di frontiera nazionale e sempre più come un problema da amministrare attraverso un sistema europeo sovranazionale.

Ed era precisamente ciò che Orbán contestava.

Due concezioni dell’Europa cominciavano così a scontrarsi frontalmente.

Da una parte:

frontiera, Stato, sovranità nazionale.

Dall’altra:

gestione europea, redistribuzione, finanziamento comune e mobilità.

Agenzia europea e frontiera comune

Gli altri punti completavano l’architettura.

Soros chiedeva maggiori finanziamenti a Turchia, Libano e Giordania, che ospitavano milioni di rifugiati.

Proponeva inoltre un’unica agenzia europea per asilo e migrazione e una struttura europea per la gestione delle frontiere.

È importante sottolinearlo perché negli anni successivi l’Europa si sarebbe effettivamente mossa verso un rafforzamento delle proprie strutture comuni per asilo e frontiere.

Questo non dimostra che Bruxelles stesse “eseguendo gli ordini di Soros”.

Sarebbe una conclusione che le fonti disponibili non consentono.

Dimostra però qualcosa di politicamente molto interessante: Soros stava sostenendo pubblicamente una precisa concezione dell’integrazione europea che coincideva su diversi punti con una parte del dibattito istituzionale dell’epoca.

E Orbán stava combattendo esattamente quella concezione.

2016: il piano cambia, non scompare

Un anno dopo Soros modifica sensibilmente le cifre.

Non parla più di un milione all’anno.

Nell’aprile 2016 propone un obiettivo stabile di 300.000–500.000 rifugiati l’anno.

E quantifica il costo della politica.

Almeno 30 miliardi di euro all’anno.

Servirebbero, scrive, per finanziare i paesi che ospitano rifugiati, gestire la crisi greca, costruire un’agenzia europea comune per l’asilo, rafforzare le frontiere esterne e uniformare accoglienza e integrazione.

Soros sostiene inoltre che l’Europa abbia pienamente la capacità economica di raccogliere quella cifra.

È un progetto politico di dimensioni continentali.

E soprattutto non è nascosto.

È pubblicato.

Poi arrivò Orbán

Viktor Orbán prende quelle dichiarazioni e costruisce attorno ad esse una delle campagne politiche più aggressive dell’Europa contemporanea.

Nel 2017 il governo ungherese lancia una “consultazione nazionale” sul cosiddetto Soros Plan.

Budapest sostiene che dietro le politiche migratorie europee vi sia un progetto coerente destinato a trasferire stabilmente grandi masse di immigrati verso l’Europa.

Orbán afferma:

“Questo documento esiste.”

E ricorda che Soros aveva pubblicato personalmente una proposta articolata punto per punto.

Ma qui bisogna distinguere due cose.

Che Soros abbia proposto politiche migratorie estremamente ampie è documentato.

Che tutte le affermazioni successivamente inserite dal governo Orbán sotto l’etichetta “Soros Plan” corrispondessero fedelmente alle sue posizioni è contestato.

Soros rispose nel 2017 accusando il governo ungherese di aver deformato alcune sue posizioni e inventato altre affermazioni che non aveva mai sostenuto.

È proprio questo confronto diretto tra i documenti a essere più interessante della propaganda delle due parti.

La rete Open Society

Poi c’è la questione più ampia.

Soros non era soltanto un editorialista che proponeva politiche pubbliche.

Era il fondatore di una delle reti filantropiche politicamente più influenti del mondo.

Le Open Society Foundations dichiarano apertamente di finanziare organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti degli immigrati, nell’assistenza legale ai richiedenti asilo, nella costruzione di politiche migratorie e nelle campagne della società civile.

Negli Stati Uniti Open Society afferma ancora oggi di finanziare organizzazioni che forniscono assistenza legale a persone che chiedono asilo o rischiano la deportazione.

In Europa ha finanziato organizzazioni impegnate nelle procedure di asilo e nella tutela dei migranti, comprese realtà italiane.

Non c’è bisogno di inventare una rete occulta.

La rete è pubblica.

La questione politica legittima è un’altra: quanto potere di influenza sulle politiche pubbliche può accumulare una gigantesca fondazione privata quando finanzia contemporaneamente ricerca, advocacy, assistenza legale, organizzazioni civiche e campagne su una materia politicamente esplosiva come l’immigrazione?

È questa la domanda che dovrebbe interessare una democrazia.

Non la caricatura del burattinaio onnipotente.

Ma neppure la favola opposta del miliardario filantropo completamente estraneo alla formazione delle politiche.

Il punto che Orbán aveva visto

Qui sta probabilmente il cuore della controversia.

Orbán aveva identificato in Soros non semplicemente un uomo ricco, ma il simbolo di una diversa concezione della sovranità europea.

Soros immaginava una risposta continentale alla crisi migratoria: grandi programmi di reinsediamento, finanziamenti comuni, istituzioni europee, frontiere esterne amministrate in maniera coordinata, sostegno ai paesi di transito e canali legali d’ingresso.

Orbán proponeva l’opposto: controllo nazionale, barriere fisiche, diritto degli Stati di decidere chi entra e rifiuto delle quote obbligatorie.

Era uno scontro politico reale.

E proprio per questo non serve aggiungervi complotti che le fonti non dimostrano.

Bastano i documenti.

Dal milione teorico al milione politico

Ed eccoci alla coincidenza che merita di essere discussa senza trasformarla artificialmente in una prova di causalità.

Nel 2000 le Nazioni Unite avevano calcolato scenari di “replacement migration” per compensare declino e invecchiamento delle popolazioni.

Nel 2015 Soros proponeva che l’Europa accettasse almeno un milione di richiedenti asilo ogni anno.

Sono documenti diversi, nati per finalità diverse.

Non esiste, nelle fonti esaminate, la prova che Soros abbia ricavato il suo milione dal rapporto ONU.

Affermarlo come fatto sarebbe scorretto.

Ma la convergenza mette in evidenza qualcosa di più profondo.

Una parte delle élite demografiche, economiche e politiche occidentali aveva ormai incorporato l’idea che grandi flussi migratori sarebbero stati una componente strutturale del futuro europeo.

Soros trasformò quella visione in una proposta politica esplicita.

Orbán la trasformò nel bersaglio della propria battaglia sulla sovranità.

Non serviva un documento segreto

È forse questo l’aspetto più paradossale dell’intera vicenda.

Per cercare il “piano Soros” non serviva violare un server.

Non servivano intercettazioni.

Non serviva un informatore.

Bastava leggere Soros.

Un milione di richiedenti asilo l’anno nel 2015.

15.000 euro a persona per ciascuno dei primi due anni.

Finanziamenti europei.

Sostegno massiccio ai paesi di prima accoglienza.

Una politica comune dell’asilo.

Una struttura europea delle frontiere.

Poi, nel 2016, 300.000–500.000 ingressi programmati e almeno 30 miliardi di euro l’anno.

Sono proposte pubbliche e verificabili.

La discussione seria comincia precisamente qui.

Si può sostenere che fossero politiche umanitarie necessarie davanti alla tragedia siriana.

Si può sostenere, all’opposto, che avrebbero sottratto agli Stati una parte decisiva del controllo sulla propria politica migratoria.

Ma non si può cancellare il fatto che quelle proposte furono formulate.

Soros contestò l’uso che Orbán fece del cosiddetto “Soros Plan”.

Orbán contestò la visione dell’Europa rappresentata da Soros.

Il lettore può decidere chi avesse politicamente ragione.

I documenti, invece, stabiliscono almeno una cosa:

George Soros aveva davvero scritto un piano per una politica europea dell’asilo su scala enorme.

E quando Orbán indicava quelle pagine, non stava indicando un documento immaginario.

Stava indicando parole pubblicate dall’uomo che aveva deciso di combattere.


FONTI E DOCUMENTI

ONU – Replacement Migration, comunicato ufficiale della Population Division (17 marzo 2000)
United Nations – New Report on Replacement Migration

ONU – Presentazione ufficiale dello studio Replacement Migration (21 marzo 2000)
United Nations – Press Briefing by Population Division

George Soros – Rebuilding the Asylum System, 26 settembre 2015
Project Syndicate – Ricostruire il sistema di asilo

George Soros – Bringing Europe’s Migration Crisis Under Control, 10 aprile 2016
George Soros – testo originale

George Soros – Europe: A Better Plan for Refugees, aprile 2016
New York Review of Books – Europe: A Better Plan for Refugees

Viktor Orbán – intervento sul “Soros Plan”, settembre 2017
Governo ungherese – dichiarazioni di Viktor Orbán

George Soros – risposta alle accuse del governo Orbán, dicembre 2017
Project Syndicate – The Hungarian Government’s Failed Campaign of Lies

Open Society Foundations – attività su immigrazione e asilo negli Stati Uniti
Open Society Foundations – United States / Reimagining Immigration

Open Society Foundations – programmi su migrazione e asilo
Open Society Foundations – Migration and Asylum

UNHCR – dati sugli arrivi nel Mediterraneo nel 2015
UNHCR – Mediterranean Sea Arrivals 2015

Commissione europea – evoluzione del sistema europeo comune di asilo
Commissione europea – Asylum in the EU

«AVREBBE DOVUTO RESTARE CLASSIFICATO»: Fauci, l’Ebola aerosolizzata dall’esercito e quella frase che cambia il significato di un’intera storia

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DOSSIER

Per anni Anthony Fauci è stato presentato come il volto della scienza istituzionale americana: l’uomo della competenza, della prudenza, della fiducia nelle autorità sanitarie e della necessità di combattere la disinformazione.

Poi sono arrivati i documenti.

Non un post anonimo. Non una ricostruzione nata sui social. Non la testimonianza di un avversario politico.

Le sue annotazioni. Le comunicazioni interne. I documenti amministrativi.

E dentro quelle carte compare una frase che merita di essere letta senza attenuanti, ma anche senza attribuirle più di quanto dica:

«This should have been a classified experiment that never should have been done in the first place.»

L’esperimento avrebbe dovuto essere classificato. E, secondo la stessa annotazione attribuita a Fauci, non avrebbe dovuto essere fatto.

Il punto politico e istituzionale è devastante proprio perché non richiede di inventare nulla.

Il 28 settembre 2026 la Reading Room del Senate Committee on Homeland Security and Governmental Affairs, presieduto dal senatore Rand Paul, ha pubblicato documenti riguardanti esperimenti condotti dall’U.S. Army Medical Research Institute of Infectious Diseases, l’USAMRIID di Fort Detrick, con il coinvolgimento finanziario e scientifico del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, il NIAID allora diretto da Fauci.

Secondo la documentazione pubblicata dalla commissione, il NIAID finanziò e contribuì alla progettazione di uno studio del 2015 nel quale primati vaccinati vennero esposti a Ebola mediante aerosol.

Non si trattava della normale modalità di trasmissione dell’Ebola.

L’esposizione sperimentale utilizzava particelle capaci di portare il virus profondamente nell’apparato respiratorio. Era un modello costruito per studiare uno scenario di esposizione aerosolica rilevante per la biodefesa.

Ed è proprio qui che il dossier diventa esplosivo.

Perché la domanda non è soltanto: che cosa stavano studiando?

La domanda è:

che cosa accadde quando i risultati cominciarono a creare problemi?

L’ESPERIMENTO CHE, SECONDO FAUCI, NON DOVEVA ESSERE FATTO

Le carte pubblicate dal Senato mostrano che l’esperimento produsse risultati abbastanza preoccupanti da provocare discussioni interne al NIAID.

Le annotazioni attribuite a Fauci descrivono mortalità tra gli animali sottoposti alla challenge aerosolica e una patologia polmonare particolarmente rilevante in alcuni animali vaccinati.

Ma attenzione: questo dato non dimostra che i vaccini Ebola utilizzati nell’uomo fossero pericolosi.

Lo stesso materiale interno evidenzia che l’esposizione aerosolica sperimentale era radicalmente diversa dalla normale infezione da Ebola e che alcuni ricercatori giudicavano lo studio insufficiente, privo di controlli adeguati e bisognoso di essere replicato.

Questo va detto.

Proprio perché, eliminata l’esagerazione, ciò che rimane è forse ancora più grave sul piano istituzionale.

Davanti a un risultato controverso, infatti, Fauci non annotò semplicemente:

ripetiamo immediatamente l’esperimento.

Non scrisse soltanto:

servono più dati.

Scrisse invece che l’esperimento avrebbe dovuto essere classificato.

E aggiunse che non avrebbe dovuto essere fatto.

Il problema non è quindi inventare una fantomatica prova che «il vaccino Ebola uccideva».

I documenti disponibili non dimostrano questo.

Il problema è capire perché il direttore di una delle più potenti agenzie biomediche del pianeta ritenesse che informazioni provenienti da una ricerca finanziata con denaro pubblico dovessero essere sottratte alla pubblicazione.

«CHE IDIOTI QUELLI DELL’USAMRIID»

La frase attribuita a Fauci nei documenti pubblicati è brutale:

«What idiots those guys at USAMRIID are.»

E subito dopo:

«This should have been a classified experiment that never should have been done in the first place.»

Il significato della frase va però ricostruito per intero.

Dalle successive annotazioni emerge che Fauci considerava l’esposizione aerosolica poco rappresentativa dell’Ebola naturale e temeva che i dati potessero essere interpretati come una vulnerabilità nel sistema di biodefesa e creare allarme attorno ai programmi vaccinali.

È precisamente qui che nasce la questione.

Perché un conto è contestare scientificamente l’interpretazione di uno studio.

Un altro è sostenere che lo studio o i suoi risultati avrebbero dovuto essere classificati.

La scienza risponde a un dato debole con altri dati.

La burocrazia può essere tentata di rispondere con un timbro.

Ed è questa seconda dinamica che emerge dalle carte.

IL NIAID LO AVEVA FINANZIATO

C’è poi un particolare difficile da ignorare.

Dalla revisione interna riportata nei documenti risulta che fondi NIAID furono utilizzati per lo studio aerosolico del 2015 e che il disegno sperimentale venne sviluppato anche con input del NIAID.

Eppure dalle annotazioni emerge che Fauci sarebbe rimasto sorpreso nell’apprendere, durante le discussioni ad alto livello, che il proprio istituto aveva contribuito al progetto.

Qui le possibilità sono entrambe istituzionalmente problematiche.

Se Fauci non ne era a conoscenza, significa che sotto la sua direzione un apparato gigantesco poteva contribuire al finanziamento e alla progettazione di esperimenti con Ebola aerosolizzata senza che il direttore ne fosse adeguatamente informato.

Se invece ne conosceva precedentemente i dettagli, occorrerebbe spiegare la sorpresa registrata nelle annotazioni.

In entrambi i casi emerge una domanda legittima sulla catena di responsabilità.

Chi controllava chi?

IL PASSAGGIO AL NATIONAL SECURITY COUNCIL

La storia diventa ancora più delicata quando entra in scena il National Security Council.

Nelle comunicazioni pubblicate Fauci racconta di aver sostenuto che i dati dovessero essere classificati.

Secondo la sua ricostruzione, durante la discussione al NSC la posizione favorevole alla classificazione prevalse nettamente su quella del personale del Dipartimento della Difesa che voleva pubblicare i risultati.

Questo significa che non siamo davanti soltanto a uno sfogo scritto in un diario.

La questione della classificazione arrivò concretamente al livello della sicurezza nazionale.

Ed è qui che il caso supera la figura di Fauci.

Perché pone una questione molto più grande:

quando una ricerca biomedica finanziata dallo Stato produce un risultato politicamente o strategicamente scomodo, chi decide se il pubblico possa conoscerlo?

Lo scienziato?

Il finanziatore?

Il Pentagono?

La Casa Bianca?

Il National Security Council?

E soprattutto: chi controlla il controllore?

IL PROBLEMA È CHE ALL’INTERNO DEL NIAID NON ERANO TUTTI D’ACCORDO

Ed ecco forse il particolare più importante dell’intero fascicolo.

La posizione favorevole alla classificazione non appare essere stata unanimemente condivisa all’interno dello stesso NIAID.

Michael Kurilla, responsabile della biodefesa dell’istituto, mise in discussione proprio l’argomento della «vulnerabilità».

Il ragionamento era sostanzialmente questo: se non esiste ancora un vaccino autorizzato e schierato come contromisura, quale vulnerabilità strategica starebbe rivelando il dato?

Kurilla arrivò successivamente a definire la questione della classificazione, secondo i documenti pubblicati, sostanzialmente una “red herring”, una falsa pista.

Ancora più significativo: la revisione interna rilevava che precedenti dati sugli aerosol erano già stati condivisi e in alcuni casi pubblicati.

Dunque il tentativo di ricondurre improvvisamente quei risultati nel perimetro del segreto non appariva affatto ovvio neppure agli specialisti dell’istituto.

Questo dettaglio rende la vicenda ancora più seria.

Perché impedisce di liquidare tutto dicendo:

«Era materiale militare, naturalmente doveva essere segreto.»

A quanto emerge dalle carte, non era così semplice.

DUAL USE: QUANDO L’OVERSIGHT DIVENTA IL PROBLEMA

Nelle comunicazioni interne compare anche il tema della dual-use research: ricerca scientifica legittima che può produrre conoscenze, tecnologie o metodologie potenzialmente utilizzabili anche in modo dannoso.

È uno dei problemi fondamentali della moderna ricerca sui patogeni.

Se voglio sviluppare una difesa contro un attacco biologico aerosolico, devo comprendere come un agente patogeno si comporta in quelle condizioni.

Ma più perfeziono la conoscenza del fenomeno, più genero informazioni che potrebbero avere anche applicazioni offensive.

È il paradosso della biodefesa.

Proprio per questo esistono procedure di controllo.

Le carte pubblicate mostrano però quanto possa diventare sottile il confine tra controllare il rischio e controllare l’informazione sul rischio.

Sono due cose completamente diverse.

Ed è su questa distinzione che il caso Fauci merita di essere giudicato politicamente e amministrativamente.

DAL SEGRETO ALLA TRASPARENZA: IL PARADOSSO FAUCI

Durante la pandemia Anthony Fauci divenne per milioni di persone l’incarnazione dell’autorità scientifica.

Il suo capitale politico dipendeva essenzialmente da una parola:

fiducia.

Fidatevi delle istituzioni.

Fidatevi degli esperti.

Fidatevi delle agenzie.

Fidatevi della scienza.

Ma la fiducia non può essere un ordine.

La fiducia nasce dalla possibilità di verificare.

E un sistema nel quale l’autorità decide che un risultato problematico sarebbe stato meglio classificato crea inevitabilmente il problema opposto: perché il cittadino dovrebbe credere che gli vengano mostrati anche i risultati scomodi?

Questo non prova automaticamente un complotto.

Non dimostra che Fauci abbia commesso un reato.

Non dimostra che l’esperimento abbia causato epidemie.

Non dimostra che i vaccini Ebola somministrati alla popolazione fossero pericolosi.

Ma documenta qualcosa che, sul piano istituzionale, è già abbastanza grave da meritare un’inchiesta seria:

la tentazione di trattare la segretezza come risposta a un risultato scientificamente e politicamente problematico.

POI ARRIVA IL COVID

Ed è impossibile leggere queste carte nel 2026 senza pensare a ciò che sarebbe accaduto quattro anni dopo.

Durante i primi giorni dell’emergenza COVID, le annotazioni di Fauci pubblicate dalla commissione mostrano discussioni private sull’origine di SARS-CoV-2 molto più articolate di quanto la polarizzazione pubblica successiva avrebbe lasciato immaginare.

Durante l’udienza del 29 luglio 2026, Fauci ha poi invocato ripetutamente il Quinto Emendamento, rifiutando di rispondere alle domande del Senate Homeland Security Committee.

Fauci ha spiegato di agire su consiglio dei propri legali e ha accusato Rand Paul di voler costruire un procedimento penale contro di lui.

Paul sostiene invece che la grazia presidenziale ricevuta da Fauci renda ingiustificato il ricorso al Quinto Emendamento.

La questione giuridica è contestata.

Diversi giuristi hanno osservato che la grazia federale non elimina necessariamente ogni possibile rischio di autoincriminazione, soprattutto rispetto a eventuali procedimenti statali o a condotte non coperte dal provvedimento.

Il punto, quindi, non è affermare che «chi invoca il Quinto è colpevole».

Il Quinto Emendamento è un diritto costituzionale e il suo esercizio non costituisce prova di colpevolezza.

Il punto politico è un altro.

L’uomo che per anni era stato chiamato a fornire risposte al Paese, davanti a una commissione intenzionata a interrogarlo sulle decisioni prese durante una delle più grandi emergenze sanitarie della storia americana, ha scelto di non rispondere.

IL CONTEMPT E LO SCONTRO CON RAND PAUL

Il 6 agosto 2026 la commissione del Senato ha votato per dichiarare Fauci in contempt of Congress e trasmettere la questione al Dipartimento di Giustizia.

Anche questo fatto deve essere raccontato correttamente.

Si è trattato di un voto politicamente diviso della commissione, non di una condanna penale.

Fauci non diventa colpevole perché Rand Paul lo accusa.

E Rand Paul non diventa automaticamente inattendibile perché è da anni uno dei suoi principali avversari politici.

Le accuse vanno confrontate con i documenti.

Ed è proprio questo il punto di forza del dossier Ebola:

qui ci sono documenti da leggere.

LA GRAZIA DI BIDEN

C’è poi un fatto straordinario.

Il 19 gennaio 2025, nelle ultime ore della sua presidenza, Joe Biden concesse ad Anthony Fauci una grazia piena e incondizionata per eventuali reati federali commessi dal 1° gennaio 2014 fino alla data del provvedimento, purché connessi al suo servizio come direttore del NIAID, membro delle task force COVID della Casa Bianca o Chief Medical Advisor.

È essenziale precisarlo:

una grazia non costituisce la prova che il beneficiario abbia commesso un reato.

Biden motivò queste grazie preventive come protezione di funzionari e altre figure da quelle che considerava possibili persecuzioni politiche.

Ma l’ampiezza temporale e materiale della protezione concessa a Fauci rimane politicamente impressionante.

Perché copre precisamente il periodo nel quale ricadono sia l’esperimento Ebola del 2015-2016 sia gran parte delle controversie sulla pandemia.

E una grazia presidenziale federale non può cancellare il dibattito pubblico su ciò che è accaduto.

Può incidere sulla perseguibilità di determinati reati federali.

Non può classificare la storia.

IL CASO MORENS: QUANDO LE E-MAIL DIVENTANO PROVE

Il quadro della trasparenza istituzionale si è ulteriormente aggravato nel 2026 per un’altra vicenda.

David Morens, ex senior adviser di Fauci al NIAID, si è dichiarato colpevole nell’agosto 2026 di una cospirazione volta a occultare documenti federali relativi alla ricerca sul COVID-19, nell’ambito di un procedimento riguardante anche l’utilizzo di account privati e la gestione delle comunicazioni soggette agli obblighi di conservazione.

Questo non dimostra automaticamente alcuna responsabilità penale di Fauci.

Le responsabilità penali sono personali.

Ma distrugge definitivamente l’idea che le preoccupazioni sulla gestione delle comunicazioni e dei documenti all’interno dell’ambiente NIAID possano essere liquidate in blocco come fantasie complottiste.

Almeno in un caso importante, la questione dell’occultamento dei documenti è passata dalle audizioni politiche a una dichiarazione di colpevolezza.

IL VERO SCANDALO È IL MODELLO DI POTERE

Ed è qui che bisogna smettere di ridurre tutto alla domanda infantile:

Fauci buono o Fauci cattivo?

Il problema è molto più grande di un uomo.

Il caso racconta la concentrazione di potere che si verifica quando la stessa struttura:

  • finanzia la ricerca;
  • partecipa alla sua progettazione;
  • seleziona gli esperti;
  • interpreta i risultati;
  • interagisce con gli apparati di sicurezza;
  • influenza la comunicazione pubblica;
  • e partecipa alla definizione delle regole con cui quella ricerca viene controllata.

In un sistema del genere l’errore scientifico rischia di diventare un problema politico.

Il problema politico diventa un problema reputazionale.

Il problema reputazionale diventa un problema di comunicazione.

E il problema di comunicazione può trasformarsi nella tentazione di decidere che cosa il pubblico debba sapere.

È esattamente per evitare questa spirale che l’indipendenza dei controlli non è un dettaglio burocratico.

È una necessità democratica.

IL DOPO-FAUCI

Nel luglio 2026 l’amministrazione Trump ha introdotto una nuova politica federale per fermare il finanziamento pubblico della cosiddetta dangerous gain-of-function research e rafforzare il controllo sulle ricerche biologiche ad alto rischio.

Rand Paul sta parallelamente spingendo il Risky Research Review Act, basato sull’idea che determinate ricerche non possano essere giudicate esclusivamente dalle strutture che le finanziano.

Si può discutere sulla soluzione legislativa.

Si può discutere sulla definizione di gain-of-function.

Si può discutere sulla quantità di ricerca che debba essere limitata senza paralizzare la medicina e la biodefesa.

Ma dopo aver letto queste carte diventa molto più difficile sostenere che il problema dell’oversight non esista.

Perché l’esperimento Ebola offre quasi un caso da manuale.

Un’agenzia finanzia una ricerca.

L’agenzia contribuisce alla progettazione.

Il suo direttore scopre risultati che considera problematici.

E la discussione arriva fino alla possibilità di classificarli.

NON È LA SCIENZA SOTTO ACCUSA. È IL POTERE SENZA CONTROLLO

Questo dossier non dovrebbe essere usato per dichiarare guerra alla ricerca scientifica.

Dovrebbe servire all’esatto contrario.

A separare la scienza dal potere.

La scienza può sbagliare.

Un esperimento può fallire.

Un’ipotesi può essere smentita.

Un vaccino sperimentale può funzionare in un modello e fallire in un altro.

È normale.

Ciò che non dovrebbe essere normale è che l’apparato chiamato a finanziare e controllare una ricerca possa avere anche un interesse istituzionale nel limitarne la conoscibilità quando i risultati diventano imbarazzanti.

Per questo la frase attribuita a Fauci è destinata a rimanere.

Non perché dimostri da sola un crimine.

Non lo fa.

Ma perché condensa una cultura amministrativa in poche parole:

l’esperimento non avrebbe dovuto essere fatto e avrebbe dovuto essere classificato.

E qui si apre una domanda che nessuna grazia presidenziale può cancellare e nessuna battaglia partitica dovrebbe soffocare:

quante volte il cittadino americano ha finanziato esperimenti che non sapeva di finanziare, con rischi che non poteva valutare e risultati che qualcuno avrebbe preferito non fargli conoscere?

Fauci ha il diritto di difendersi.

Ha il diritto al silenzio quando la Costituzione glielo riconosce.

Ha diritto alla presunzione d’innocenza.

Ma il pubblico possiede un diritto altrettanto fondamentale:

leggere le carte.

Perché il vero problema non è che uno scienziato possa commettere un errore.

Il vero problema nasce quando una struttura scientifica diventa abbastanza potente da finanziare il rischio, interpretarlo, amministrarne le conseguenze e discutere contemporaneamente se ciò che è accaduto debba essere conosciuto.

La scienza sopravvive agli errori.

La fiducia, molto meno.

E se c’è una frase che sintetizza il dossier pubblicato il 28 settembre 2026, non viene da Rand Paul, da un giornalista o da un oppositore dei vaccini.

Viene dalle carte attribuite allo stesso Anthony Fauci:

«Avrebbe dovuto essere un esperimento classificato.»

Ed è precisamente per questo che oggi deve essere pubblico.


FONTI E DOCUMENTI

U.S. Senate — Sen. Rand Paul, The Reading Room, documentazione pubblicata il 28 settembre 2026 sugli esperimenti NIAID–DoD con Ebola aerosolizzata:
The Reading Room — Senator Rand Paul

Just The News — Steven Richards e John Solomon, Fauci diary reveals alarm that U.S. had aerosolized Ebola virus: “Never should have been done”, 27 settembre 2026:
Fauci diary reveals alarm over aerosolized Ebola experiment

Associated Press, resoconto dell’audizione del 29 luglio 2026 e dell’invocazione ripetuta del Quinto Emendamento:
Fauci repeatedly invokes the Fifth Amendment in Senate hearing

CBS News, resoconto integrale dell’audizione Fauci–Paul del 29 luglio 2026:
Anthony Fauci invokes Fifth Amendment in Senate hearing

CBS News, voto della Senate Homeland Security Committee sul contempt, 6 agosto 2026:
Senate committee votes to hold Fauci in contempt

Associated Press, analisi della controversia costituzionale sul Quinto Emendamento dopo la grazia presidenziale:
Fauci’s Fifth Amendment claim and the legal debate

U.S. Department of Justice — Office of the Pardon Attorney, registro ufficiale delle grazie concesse da Joe Biden, compresa quella ad Anthony Fauci del 19 gennaio 2025:
DOJ — Pardons Granted by President Joseph Biden

Executive Grant of Clemency — Anthony S. Fauci, testo della grazia presidenziale del 19 gennaio 2025:
Executive Grant of Clemency — Dr. Anthony S. Fauci

Associated Press, procedimento contro David Morens e dichiarazione di colpevolezza relativa all’occultamento di documenti sulla ricerca COVID:
Former Fauci adviser David Morens pleads guilty

U.S. Department of Health and Human Services, nuova politica federale sulle ricerche biologiche ad alto rischio, 28 luglio 2026:
Trump Administration Releases Policy to End Dangerous High-Risk Research

IL BAVAGLIO HA LA CARTA INTESTATA DELL’UNIONE

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Come Bruxelles governa la parola senza proibirla — e perché il vero terreno dello scontro non è ciò che si può dire, ma quanto una voce può circolare

C’è un modo antico di censurare: vietare un libro, chiudere un giornale, sequestrare una tipografia, proibire una frase.

E poi ce n’è uno perfettamente compatibile con l’era digitale.

Non occorre cancellare formalmente una parola. Basta intervenire sull’ambiente nel quale quella parola deve sopravvivere: algoritmi, pubblicità, raccomandazioni, monetizzazione, fact-checking, valutazioni di rischio, segnalatori qualificati, audit e responsabilità delle piattaforme.

Il Digital Services Act dell’Unione europea non contiene un indice delle opinioni proibite. Ed è proprio questo il punto interessante.

Il nuovo potere non riguarda soltanto la possibilità di parlare.

Riguarda le condizioni nelle quali una parola può circolare.

Ed è qui che il confine tra regolamentazione delle piattaforme e governo dello spazio pubblico diventa politicamente decisivo.


DAL CODICE “VOLONTARIO” AL DIGITAL SERVICES ACT

La storia comincia prima del DSA.

Nel 2018 nasce il Code of Practice on Disinformation, rafforzato nel 2022 attraverso impegni sottoscritti da piattaforme, operatori pubblicitari, fact-checker e organizzazioni della società civile.

Il 13 febbraio 2025 la Commissione europea e lo European Board for Digital Services ne hanno approvato l’integrazione nel sistema del Digital Services Act.

Dal 1° luglio 2025 il vecchio Code of Practice è diventato formalmente il Code of Conduct on Disinformation nell’ambito dell’articolo 45 del DSA.

Qui occorre essere precisi.

L’adesione ai codici previsti dall’articolo 45 rimane formalmente volontaria. Non è quindi corretto sostenere che qualsiasi piattaforma operante nell’Unione sia automaticamente obbligata a sottoscrivere il Codice.

Ma per chi lo sottoscrive — soprattutto quando si tratta delle piattaforme classificate come Very Large Online Platforms (VLOP) o Very Large Online Search Engines (VLOSE) — gli impegni assunti entrano nel sistema di valutazione previsto dal DSA.

E i grandi operatori firmatari sono nomi che costituiscono una parte enorme dell’ecosistema digitale occidentale: Facebook, Instagram, LinkedIn, Bing, TikTok, YouTube, Google Search e altri.

Per le VLOP e VLOSE firmatarie, il rispetto degli impegni assunti nel Codice è inoltre soggetto agli audit previsti dal DSA.

È qui che il significato politico del passaggio cambia.

Ciò che nasce come autoregolamentazione privata entra nell’architettura regolatoria europea.

Il confine tra scelta volontaria e pressione regolatoria diventa quindi molto più interessante della semplice dicotomia “obbligatorio/non obbligatorio”.


LA CENSURA NON HA BISOGNO DI UN ORDINE

Il modello tradizionale della censura presuppone un censore.

Qualcuno ordina:

“Questa frase non può essere pubblicata.”

Il sistema contemporaneo può funzionare diversamente.

Il regolatore stabilisce obblighi di valutazione e mitigazione dei rischi sistemici; le grandi piattaforme devono dimostrare di avere adottato misure adeguate; esistono audit, richieste di informazioni, procedure di vigilanza e, in caso di violazioni del DSA, sanzioni che possono arrivare fino al 6% del fatturato mondiale annuo.

A quel punto entra in scena un principio molto più potente di qualsiasi censore:

l’incentivo economico.

Per una multinazionale digitale la domanda non è soltanto:

Questo contenuto è illegale?

Diventa anche:

Questo contenuto può trasformarsi in un problema regolatorio?

È una differenza enorme.

Quando il rischio potenziale costa miliardi, il comportamento razionale di un’impresa può essere quello di intervenire prima che il confine venga contestato.

Moderare di più.

Ridurre la diffusione.

Limitare la monetizzazione.

Applicare etichette.

Modificare i sistemi di raccomandazione.

Privilegiare determinate fonti.

Cooperare più intensamente con fact-checker e soggetti incaricati di individuare contenuti problematici.

La censura del XXI secolo, quando esiste, non ha necessariamente bisogno di una telefonata del ministro.

Le basta una struttura di incentivi.


IL CIRCUITO DELLA “DISINFORMAZIONE”

Il meccanismo diventa ancora più evidente osservando il sistema di reporting.

Il 24 settembre 2026, i firmatari del Code of Conduct hanno pubblicato il secondo gruppo di rapporti successivo al riconoscimento del Codice nel quadro DSA.

Il periodo analizzato va dal 1° gennaio al 30 giugno 2026.

La stessa Commissione sottolinea che questi rapporti contengono capitoli specifici sulle crisi in corso — in particolare la guerra in Ucraina — e sulle misure adottate per proteggere l’integrità delle elezioni.

Le piattaforme documentano le proprie azioni contro la disinformazione: interventi sulle reti coordinate, pubblicità, account, fact-checking, manipolazioni e altri fenomeni individuati dal Codice.

In sé, molte di queste attività possono avere finalità perfettamente legittime.

Una rete di bot che simula migliaia di cittadini non è equivalente a un cittadino che esprime un’opinione controversa.

Un’operazione coordinata clandestina non è equivalente a un giornalista che contesta la politica europea sull’Ucraina.

Una truffa non è equivalente a un’analisi sbagliata.

Il problema democratico nasce precisamente nella definizione dei confini.

Perché chi stabilisce dove termina l’errore e dove comincia il “rischio sistemico”?

E soprattutto: quanto può essere largo quel confine prima di cominciare a inglobare opinioni perfettamente lecite?


PRIMA CONSEGUENZA: IL POTERE DI CLASSIFICARE

Il potere più importante dell’era digitale potrebbe non essere quello di cancellare.

Potrebbe essere quello di classificare.

Affidabile.

Non affidabile.

Contestato.

Fuorviante.

Manipolato.

Autorevole.

Non autorevole.

La classificazione modifica il comportamento dell’algoritmo, dell’inserzionista e soprattutto dell’utente.

Una società nella quale pochi soggetti possiedono l’infrastruttura attraverso cui miliardi di persone ricevono informazioni deve necessariamente interrogarsi su chi attribuisce queste categorie.

Fact-checker, autorità nazionali, ricercatori, piattaforme, organizzazioni della società civile e istituzioni diventano così parte di un ecosistema che non stabilisce soltanto cosa esiste, ma contribuisce a stabilire cosa viene visto.

È un potere epistemico prima ancora che tecnologico.

Il rischio è trasformare progressivamente il dissenso da argomento da discutere in oggetto da gestire.


SECONDA CONSEGUENZA: L’AUTOCENSURA INDUSTRIALE

Una piattaforma globale non ragiona come un filosofo.

Ragiona come una società per azioni.

Valuta costi, benefici e rischi.

Se una determinata categoria di contenuti produce continuamente contestazioni regolatorie, audit, richieste di chiarimenti e potenziali procedimenti, il sistema avrà un incentivo strutturale a diventare prudente.

E la prudenza algoritmica può facilmente trasformarsi in overblocking.

Meglio bloccare dieci contenuti dubbi che lasciarne passare uno problematico.

Meglio demonetizzare preventivamente.

Meglio abbassare la raccomandazione.

Meglio privilegiare una fonte istituzionale.

Meglio chiedere una verifica aggiuntiva.

Il risultato non deve necessariamente essere una censura ordinata dall’alto.

Può essere qualcosa di più efficiente:

un’autocensura industriale prodotta dalla gestione del rischio.


TERZA CONSEGUENZA: IL CITTADINO DIVENTA UN SOGGETTO DA PROTEGGERE

C’è poi una questione filosofica.

Che idea del cittadino sta dietro un sistema nel quale l’informazione viene progressivamente filtrata per ridurre l’esposizione a contenuti considerati manipolatori?

Naturalmente esistono frodi, campagne coordinate, falsificazioni e operazioni di influenza.

Negarlo sarebbe assurdo.

Ma una democrazia deve affrontare anche una domanda più difficile:

quanto errore siamo disposti a tollerare pur di conservare una società libera?

La libertà di espressione non serve per proteggere ciò che tutti considerano vero.

Serve precisamente quando qualcuno sostiene qualcosa che la maggioranza, il governo, gli esperti o le istituzioni considerano falso, assurdo o offensivo.

Una società adulta risponde all’errore con prove migliori.

Alla propaganda con informazione migliore.

Alla menzogna con la confutazione.

Quando invece il cittadino viene considerato principalmente come soggetto vulnerabile a una narrativa, il rapporto cambia.

Non è più soltanto cittadino.

Diventa utente da proteggere.


QUARTA CONSEGUENZA: L’EFFETTO BRUXELLES

Il problema supera i confini dell’Unione.

Le grandi piattaforme digitali operano su scala mondiale.

Una società può teoricamente mantenere sistemi di moderazione completamente differenti per Europa, Stati Uniti, America Latina, Africa e Asia.

Ma farlo costa.

Norme introdotte in un mercato enorme come quello europeo possono quindi esercitare indirettamente un’influenza sulle politiche globali delle aziende.

È il fenomeno spesso descritto nella letteratura regolatoria come “Brussels Effect”: la capacità dell’Unione europea di esportare di fatto determinati standard attraverso il peso del proprio mercato.

I critici del DSA — fra cui ADF International — sostengono precisamente che questa dinamica possa produrre conseguenze sulla libertà di espressione anche fuori dall’Europa.

È una posizione contestata dalle istituzioni europee, che presentano invece il DSA come uno strumento destinato a rendere l’ambiente digitale più sicuro tutelando contemporaneamente i diritti fondamentali.

Lo scontro, quindi, non riguarda soltanto una legge.

Riguarda due concezioni differenti della libertà digitale.


QUINTA CONSEGUENZA: CHI CONTROLLA IL CONTROLLORE?

Ed eccoci al problema politico fondamentale.

Uno Stato comunica.

Un governo comunica.

La Commissione europea comunica.

Tutte le istituzioni costruiscono inevitabilmente una propria interpretazione degli eventi.

Sull’Ucraina.

Sulla Russia.

Sull’immigrazione.

Sull’economia.

Sulle elezioni.

Sull’integrazione europea.

Sulla sicurezza.

È normale.

La comunicazione politica esiste da quando esiste il potere.

Ma proprio per questo occorre separare il più possibile chi partecipa alla battaglia delle idee da chi stabilisce le regole della battaglia.

Quando l’istituzione che possiede una propria linea politica partecipa anche alla costruzione dell’architettura attraverso cui le piattaforme devono valutare e mitigare determinati rischi informativi, nasce inevitabilmente un problema di fiducia.

Non significa che ogni decisione europea sia censura.

Non significa che ogni fact-check sia propaganda.

Non significa che ogni contenuto rimosso sia stato eliminato per ragioni politiche.

Significa qualcosa di più semplice:

un sistema democratico deve permettere di controllare anche chi afferma di combattere la manipolazione.


NON IL VOCABOLARIO: LA CIRCOLAZIONE

Ed è qui che bisogna abbandonare definitivamente l’immagine novecentesca della censura.

Non cercate necessariamente un elenco di parole vietate.

Potrebbe non esserci.

La questione moderna riguarda la circolazione.

Puoi parlare.

Ma quanti ti vedranno?

Puoi pubblicare.

Ma sarai raccomandato?

Puoi contestare.

Ma sarai monetizzato?

Puoi diffondere un video.

Ma quale etichetta lo accompagnerà?

Puoi essere formalmente libero di pronunciare una frase mentre l’architettura tecnologica decide che quella frase non merita distribuzione.

Ecco perché la libertà di espressione digitale non può essere misurata esclusivamente contando i contenuti cancellati.

Bisogna osservare anche ciò che avviene prima della cancellazione:

la visibilità,

la raccomandazione,

la demonetizzazione,

la classificazione,

la priorità delle fonti,

la possibilità di contestare una decisione,

la trasparenza degli algoritmi,

la pressione regolatoria esercitata sulle piattaforme.


LA LINEA ROSSA

L’Unione europea sostiene che il DSA protegga i diritti fondamentali e che il Code of Conduct combatta i rischi della disinformazione “while fully upholding freedom of speech”.

I critici sostengono l’opposto: che proprio la combinazione tra gestione dei rischi, moderazione privata, codici di condotta e potere regolatorio possa creare un sistema capace di comprimere indirettamente il discorso lecito.

La questione democratica vera sta qui.

Non nella caricatura secondo cui Bruxelles avrebbe preparato un dizionario delle parole vietate.

Sarebbe persino rassicurante.

Un elenco può essere letto, contestato, impugnato.

Un sistema di incentivi è molto più difficile da vedere.

La domanda da porre non è soltanto:

“Posso ancora dirlo?”

La domanda è:

“Chi decide quanto la mia voce potrà circolare, secondo quali criteri e con quali possibilità di ricorso?”

È questa la frontiera della libertà nell’epoca delle piattaforme.

Perché una democrazia adulta deve certamente difendersi dalle operazioni clandestine di influenza, dai bot, dalle frodi e dalle manipolazioni coordinate.

Ma deve difendersi anche da un altro rischio:

che la lotta alla manipolazione diventi essa stessa uno strumento per amministrare il dissenso.

Il vero test del Digital Services Act non sarà quindi il numero di contenuti eliminati.

Sarà la capacità dell’Europa di dimostrare che un cittadino può contestare radicalmente Bruxelles, la sua politica estera, le sue istituzioni, le sue scelte economiche e perfino la sua definizione di “disinformazione” senza essere trasformato, per questo, in un rischio da mitigare.

Perché quando un potere decide di proteggere la democrazia dalla parola, la domanda decisiva rimane sempre la stessa:

chi proteggerà la parola dal potere?


FONTI E DOCUMENTI

Commissione europea — Code of Conduct on Disinformation
https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/library/code-conduct-disinformation

Commissione europea — Codes of Conduct under the Digital Services Act / articolo 45
https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/dsa-codes-conduct

Commissione europea — 2022 Strengthened Code of Practice on Disinformation
https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/library/2022-strengthened-code-practice-disinformation

Commissione europea — Report dei firmatari, gennaio–giugno 2026, pubblicati il 24 settembre 2026
https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/news/platform-signatories-publish-latest-reports-under-code-conduct-disinformation

EUR-Lex — Regolamento (UE) 2022/2065, Digital Services Act
https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:32022R2065

Commissione europea — Due anni di applicazione del Digital Services Act
https://commission.europa.eu/news-and-media/news/two-years-digital-services-act-ensuring-safer-online-spaces-2026-02-17_en

ADF International — critica al Digital Services Act e thread sul Code of Conduct
https://adfinternational.org/news/musk-sets-sights-on-eu-online-censorship-law/

ADF International — Digital Services Act: dossier critico
https://adfinternational.org/resources/digital-services-act

IL TRIBUNALE SENZA POPOLO: Trump, Rubio e la guerra all’Aia: quando uno Stato decide di non farsi processare da chi non ha eletto

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Washington, estate 2026

Marco Rubio non ha scelto il linguaggio prudente della diplomazia. Ha scelto quello dello scontro istituzionale.

Il 13 luglio 2026 il Segretario di Stato americano ha annunciato una campagna contro la Corte Penale Internazionale con una formula destinata a diventare il manifesto della nuova offensiva di Washington contro l’Aia: gli Stati Uniti, ha scritto, intendono smantellare la CPI «mattone dopo mattone, se necessario».

Non si parla più di correggere la Corte, limitarne gli eccessi o negoziare garanzie per Washington. L’amministrazione Trump mette in discussione la legittimità stessa dell’istituzione e contrappone apertamente due principi: sovranità nazionale e giurisdizione penale internazionale.

Rubio ha sintetizzato il messaggio con altrettanta chiarezza: «sovereign states over globalism», gli Stati sovrani prima del globalismo.

È questa la vera battaglia che si sta combattendo intorno all’Aia.

Non soltanto Netanyahu. Non soltanto Gaza. Non soltanto l’Afghanistan.

La domanda è molto più grande: fino a dove può arrivare un tribunale internazionale nei confronti dei cittadini di uno Stato che non ha accettato il trattato che lo ha creato?


UNA CORTE NATA A ROMA, MA SENZA ALCUNE DELLE GRANDI POTENZE

Lo Statuto di Roma venne adottato il 17 luglio 1998 ed entrò in vigore il 1° luglio 2002.

Nel 2026 gli Stati parte sono 125.

Ma nell’elenco delle adesioni continuano a mancare alcune delle principali potenze militari e geopolitiche del pianeta: Stati Uniti, Cina, Russia, India e Israele.

Il problema, quindi, esiste fin dall’origine.

Washington partecipò ai negoziati ma votò contro l’adozione finale dello Statuto nel 1998. Bill Clinton firmò successivamente il trattato il 31 dicembre 2000, senza però sottoporlo al Senato per la ratifica. Nel 2002 l’amministrazione George W. Bush comunicò formalmente alle Nazioni Unite che gli Stati Uniti non intendevano diventare parte dello Statuto.

Da allora il rapporto tra Washington e la CPI è stato caratterizzato da cooperazione selettiva e ostilità strutturale.

Il Congresso approvò nel 2002 l’American Servicemembers’ Protection Act, diventato celebre tra i critici con il soprannome di “Hague Invasion Act”.

Il testo contiene una disposizione straordinariamente esplicita: il Presidente degli Stati Uniti è autorizzato a utilizzare «all means necessary and appropriate» per ottenere la liberazione di determinate persone americane o alleate eventualmente detenute dalla Corte.

Non è dunque Trump ad avere inventato il conflitto.

Trump lo sta portando alle sue conseguenze più radicali.


IL PUNTO CHE WASHINGTON NON ACCETTA

L’argomento americano è apparentemente elementare:

gli Stati Uniti non hanno ratificato lo Statuto di Roma.

Per Washington, dunque, la CPI non dovrebbe poter esercitare autorità sui cittadini americani senza il consenso degli Stati Uniti.

La posizione della Corte è differente.

Secondo l’interpretazione della CPI, infatti, la giurisdizione può derivare non soltanto dalla nazionalità dell’imputato, ma anche dal territorio sul quale il presunto crimine sarebbe stato commesso.

Ed è qui che le due concezioni entrano frontalmente in collisione.

Per i sostenitori della CPI, uno Stato aderente allo Statuto può attribuire alla Corte la possibilità di perseguire determinati crimini commessi sul proprio territorio anche quando il presunto responsabile appartiene a uno Stato non aderente.

Per Washington e per Israele, questa costruzione permette invece di ottenere indirettamente ciò che non è stato ottenuto direttamente attraverso un trattato: sottoporre cittadini di Paesi non aderenti all’autorità della Corte.

È il nodo centrale dell’intera controversia.


DALL’AFRICA ALL’AFGHANISTAN

Per molti anni la reputazione della CPI è stata segnata soprattutto dai procedimenti africani.

L’espansione verso dossier geopoliticamente molto più esplosivi ha cambiato la natura dello scontro.

L’Afghanistan ha aperto la possibilità di investigare anche presunti crimini attribuiti a personale americano.

Poi è arrivata l’Ucraina.

La CPI ha emesso un mandato di arresto contro Vladimir Putin nel marzo 2023.

Infine è arrivata Gaza.

Il 21 novembre 2024 la Corte ha emesso mandati d’arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant, sostenendo che esistessero ragionevoli motivi per ritenere che fossero penalmente responsabili di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Israele ha respinto le accuse e contestato la giurisdizione della Corte.

La CPI ha invece sostenuto che l’accettazione israeliana non fosse necessaria perché la propria competenza deriverebbe dalla giurisdizione territoriale riconosciuta alla Palestina.

È precisamente il principio che Washington considera pericoloso.

Perché, se vale per un cittadino israeliano, potrebbe teoricamente valere anche per un cittadino americano.


IL TRIBUNALE NON ELETTO

È su questo terreno che Rubio ha costruito la propria offensiva politica.

La CPI, sostiene l’amministrazione Trump, eserciterebbe un potere enorme senza possedere una legittimazione democratica diretta nei confronti dei cittadini americani.

I giudici non vengono eletti dagli americani.

Il Congresso non ha ratificato lo Statuto.

La Costituzione americana non riconosce alla Corte un’autorità superiore.

La CPI replica implicitamente con una concezione completamente differente: la sua legittimità non deriva dagli elettori statunitensi, ma dal trattato stipulato dagli Stati che hanno aderito allo Statuto di Roma e dalla competenza territoriale derivante da quell’adesione.

Due sistemi di legittimità.

Due concezioni del diritto.

Ed è proprio questo che rende lo scontro difficilmente componibile.


LE ONG ENTRANO NEL MIRINO

La battaglia non riguarda più soltanto giudici e procuratori.

Il 4 settembre 2025, Rubio annunciò sanzioni contro tre organizzazioni palestinesi:

Al-Haq, Al Mezan Center for Human Rights e Palestinian Centre for Human Rights.

La motivazione ufficiale americana era esplicita: secondo il Dipartimento di Stato, le organizzazioni avevano partecipato direttamente agli sforzi della CPI per investigare o perseguire cittadini israeliani senza il consenso di Israele.

Le tre organizzazioni hanno respinto questa interpretazione, sostenendo invece di essere state colpite per la loro attività di documentazione e cooperazione con la giustizia internazionale.

La differenza non è semantica.

Per i sostenitori della CPI si tratta di organizzazioni della società civile che raccolgono prove e cercano giustizia per presunti crimini internazionali.

Per l’amministrazione americana, il problema nasce quando organizzazioni private contribuiscono a procedimenti giudiziari contro cittadini di Paesi che non riconoscono la giurisdizione della Corte.

È la trasformazione del conflitto in ciò che Washington definisce lawfare: l’utilizzo degli strumenti giudiziari come estensione della lotta politica internazionale.


LA RETE CHE CIRCONDA L’AIA

La CPI, naturalmente, non è finanziata dalla Open Society Foundations o da George Soros.

Il suo bilancio ordinario è sostenuto principalmente dai contributi degli Stati parte.

Questa distinzione è essenziale.

Ma intorno alla Corte esiste effettivamente un vastissimo ecosistema internazionale di organizzazioni non governative impegnate nella promozione della giustizia penale internazionale.

La più importante è la Coalition for the International Criminal Court, nata negli anni Novanta e diventata una rete internazionale composta da migliaia di organizzazioni della società civile.

Ed è qui che compare il mondo delle fondazioni private.

Tra i sostenitori attualmente dichiarati dalla Coalition figurano governi europei e fondazioni quali Open Society Foundations e Wellspring Philanthropic Fund.

Documenti storici della stessa Coalition mostrano che in differenti periodi tra i finanziatori sono comparsi anche Humanity United, Planethood Foundation e numerosi governi europei.

Questo non dimostra che tali soggetti controllino i giudici della CPI.

Dimostra però qualcosa di politicamente rilevante: intorno alla giustizia penale internazionale esiste un’infrastruttura transnazionale di advocacy finanziata contemporaneamente da governi e fondazioni private.

Ed è precisamente quell’infrastruttura che il movimento sovranista americano considera parte del problema.


CHI PAGA L’AIA

Anche il denaro racconta qualcosa.

La proposta complessiva di bilancio della Corte per il 2026, includendo gli oneri relativi alla sede permanente, raggiunge circa 197,55 milioni di euro.

Il finanziamento ordinario proviene essenzialmente dagli Stati aderenti.

La scala contributiva deriva dal modello utilizzato dalle Nazioni Unite, adattato alla composizione degli Stati parte della CPI.

L’assenza di Stati Uniti, Cina e Russia dalla Corte significa inevitabilmente che il peso finanziario ricade sugli aderenti, e in particolare su alcune grandi economie industrializzate.

Europa, Giappone, Canada, Australia e Corea del Sud costituiscono quindi una parte fondamentale della struttura finanziaria dell’istituzione.

Questo non significa che “comprino” le sentenze.

Significa qualcosa di molto più semplice: la Corte può esistere materialmente soltanto finché i suoi Stati membri decidono di finanziarla.

E Washington lo sa.


IL VERO POTERE DELLA CPI È LA COOPERAZIONE DEGLI STATI

La Corte non possiede un esercito.

Non possiede una propria forza di polizia capace di attraversare una frontiera e arrestare autonomamente qualcuno.

Dipende dagli Stati.

Questo è contemporaneamente il suo limite e la sua forza.

Un mandato della CPI non significa automaticamente che una persona verrà arrestata. Ma può modificare radicalmente la sua libertà internazionale di movimento perché gli Stati parte possono essere chiamati a cooperare con la Corte.

Il potere dell’Aia, quindi, non consiste nel mandare agenti in giro per il mondo.

Consiste nel trasformare il diritto internazionale in una rete di obblighi nazionali.

Ed è esattamente questa rete che Washington vuole spezzare.


EXECUTIVE ORDER 14203

Il punto di svolta era già arrivato il 6 febbraio 2025.

Trump firmò l’Executive Order 14203, intitolato Imposing Sanctions on the International Criminal Court.

La Casa Bianca accusò la Corte di avere compiuto azioni «illegittime e infondate» contro gli Stati Uniti e Israele e predispose strumenti economici e migratori contro persone coinvolte in determinate attività della CPI.

Da quel momento le sanzioni si sono allargate.

Giudici.

Procuratori.

Organizzazioni.

Personale della Corte.

Nell’agosto 2026 Washington ha colpito perfino la presidente della CPI, la giudice giapponese Tomoko Akane, insieme al senior trial lawyer Abdoulaye Seye.

La Corte ha reagito sostenendo che le misure rappresentassero un attacco alla propria indipendenza.

Ma il dato politico rimane impressionante: secondo la stessa CPI, nell’agosto 2026 risultavano sanzionati dagli Stati Uniti nove dei diciotto giudici, entrambi i viceprocuratori, l’ex procuratore e un membro dello staff.

Non siamo più davanti a una controversia diplomatica.

Siamo davanti a una strategia di pressione istituzionale.


TAGLIARE L’AIA DAL SISTEMA FINANZIARIO

Il passaggio successivo potrebbe essere ancora più pesante.

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal e da Reuters nel settembre 2026, l’amministrazione Trump sta valutando sanzioni rivolte non soltanto a singoli funzionari, ma alla Corte come istituzione.

Le conseguenze potrebbero essere enormi.

Gran parte della finanza internazionale continua infatti a transitare direttamente o indirettamente attraverso infrastrutture collegate agli Stati Uniti e al dollaro.

Sanzionare l’intera CPI potrebbe complicare pagamenti, contratti, servizi informatici, rapporti bancari e relazioni con fornitori internazionali.

Il paradosso sarebbe clamoroso.

La Corte possiede il diritto di emettere mandati.

Washington possiede uno dei principali snodi del sistema finanziario necessario per far funzionare materialmente una grande organizzazione internazionale.

La battaglia tra diritto e sovranità diventerebbe così una battaglia bancaria.


CHI ASSEVISCE CHI?

È qui che nasce la domanda politica più interessante.

I sostenitori dell’Aia sostengono che senza una Corte internazionale le grandi potenze potrebbero sottrarsi alla responsabilità per i crimini più gravi semplicemente invocando la propria sovranità.

È un’obiezione seria.

Se ogni Stato fosse giudice esclusivo delle azioni dei propri governanti e delle proprie forze armate, il rischio dell’impunità sarebbe evidente.

Ma esiste anche il problema opposto.

Chi controlla il controllore?

Quando una corte internazionale pretende di giudicare cittadini appartenenti a Stati che non hanno aderito al trattato, la questione della responsabilità penale incontra inevitabilmente quella del consenso politico.

E quando attorno al tribunale opera un vasto ecosistema composto da governi, organizzazioni sovranazionali, ONG, fondazioni private e gruppi di advocacy, diventa legittimo chiedersi quale rapporto esista tra giustizia, pressione politica e costruzione dei dossier.

Non significa che ogni indagine sia manipolata.

Significa che nessuna istituzione dotata di potere dovrebbe essere sottratta alla domanda fondamentale:

da dove deriva la sua autorità?


LA RISPOSTA DELL’AIA

La replica della CPI è altrettanto netta.

La Corte sostiene di operare sulla base dello Statuto di Roma e del mandato conferitole dagli Stati parte.

Nel caso palestinese ha stabilito che la propria giurisdizione territoriale comprende Gaza e la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est.

Secondo questa interpretazione, quindi, non occorre che Israele accetti la giurisdizione della CPI affinché la Corte possa occuparsi di presunti crimini commessi sul territorio palestinese rientrante nella sua competenza.

Giuristi critici verso Rubio sottolineano inoltre un punto importante: quando un cittadino entra nel territorio di un altro Stato, normalmente è soggetto alla legge di quel territorio indipendentemente dalla volontà del proprio governo.

Per loro, quindi, l’argomento americano sulla mancata ratifica non chiude affatto la questione.

Washington risponde che una cosa è essere giudicati dal tribunale nazionale del Paese nel quale ci si trova; un’altra è permettere a quel Paese di trasferire una competenza penale a un tribunale internazionale al quale lo Stato dell’accusato non ha aderito.

Ed eccoci nuovamente al punto di partenza.

Sovranità contro universalizzazione della giustizia.


MATTONE DOPO MATTONE

Rubio ha scelto la metafora perfetta.

Non una riforma.

Non una revisione.

Non una trattativa.

Smantellare.

Mattone dopo mattone.

La campagna americana contro la CPI rappresenta quindi qualcosa di più grande della difesa di Netanyahu o dei militari americani.

È un capitolo dello scontro sulla natura stessa dell’ordine internazionale nato dopo la Guerra fredda.

Da una parte c’è l’idea secondo cui determinati crimini devono poter essere perseguiti oltre le frontiere nazionali, perché nessuno Stato dovrebbe poter garantire impunità ai propri governanti.

Dall’altra c’è l’idea secondo cui nessuna struttura internazionale può acquisire un potere penale sui cittadini di uno Stato senza il consenso democratico e costituzionale di quello Stato.

Sono due principi che possono convivere finché gli Stati collaborano.

Quando una grande potenza decide di non collaborare, emerge però la realtà che normalmente resta nascosta dietro il linguaggio giuridico:

il diritto internazionale possiede soltanto la forza che gli Stati sono disposti a riconoscergli.

Ed è precisamente su quel punto che Trump e Rubio stanno colpendo.

La Corte dell’Aia rimane in piedi.

Continua a emettere decisioni.

Continua a rivendicare la propria indipendenza.

Ma Washington sta cercando di dimostrare che esiste una differenza enorme tra avere giurisdizione sulla carta e possedere il potere materiale di esercitarla.

Il vero processo, dunque, potrebbe non essere quello contro Netanyahu, Putin o un futuro cittadino americano.

Potrebbe essere quello contro la stessa idea di una giustizia penale sovranazionale.

E la sentenza non verrà pronunciata all’Aia.

Verrà pronunciata dagli Stati.


FONTI E DOCUMENTI

Wall Street Journal – Marco Rubio, Why We’re Dismantling the International Criminal Court, 13 luglio 2026:
Wall Street Journal – Marco Rubio sulla CPI

Casa Bianca – Executive Order 14203, Imposing Sanctions on the International Criminal Court, 6 febbraio 2025:
White House – Executive Order 14203

International Criminal Court – mandati nei confronti di Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, 21 novembre 2024:
ICC – Situation in the State of Palestine

International Criminal Court – Proposed Programme Budget for 2026:
ICC – Proposed Programme Budget 2026

U.S. Code – American Servicemembers’ Protection Act, autorità presidenziale per ottenere la liberazione di personale detenuto dalla CPI:
U.S. Code – 22 USC §7427

Coalition for the International Criminal Court – sostenitori e finanziatori dichiarati:
Coalition for the ICC – Global Supporters

Coalition for the International Criminal Court – documento storico sulla rete internazionale e sui finanziatori:
Coalition for the ICC – Background Paper

Dipartimento di Stato USA – sanzioni contro Al-Haq, Al Mezan e Palestinian Centre for Human Rights, 4 settembre 2025:
U.S. Department of State – Sanctions on Palestinian NGOs

International Criminal Court – risposta alle sanzioni contro la presidente Tomoko Akane e Abdoulaye Seye, 19 agosto 2026:
ICC – Statement on new U.S. sanctions

Reuters – conseguenze delle possibili sanzioni statunitensi contro l’intera Corte, 21 settembre 2026:
Reuters – How U.S. sanctions would undermine the ICC

Just Security – analisi giuridica critica delle argomentazioni avanzate da Rubio sulla giurisdizione della CPI:
Just Security – Analysis of Rubio’s ICC arguments

IRAN 1953: IL GOLPE DEL PETROLIO

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Quando Londra e Washington rovesciarono Mossadeq. La guerra per il controllo dell’oro nero che cambiò il Medio Oriente

Ci sono date che entrano nei libri di storia e altre che continuano a vivere dentro gli avvenimenti successivi.

Il 19 agosto 1953 appartiene alla seconda categoria.

Quel giorno il governo iraniano guidato da Mohammad Mossadeq cadde dopo una crisi politica culminata in un’operazione clandestina nella quale ebbero un ruolo centrale l’intelligence statunitense e quella britannica. La CIA chiamò l’operazione TPAJAX, più comunemente ricordata come Operation Ajax.

Non si trattava soltanto di comunismo, Guerra fredda e contenimento sovietico. Al centro dello scontro c’era anche qualcosa di molto più concreto: il petrolio iraniano e chi avrebbe avuto il potere di controllarlo.

Per comprendere il 1953 bisogna quindi tornare indietro di oltre mezzo secolo.


1901: QUANDO IL PETROLIO PERSIANO VENNE CONCESSO PRIMA ANCORA DI ESSERE TROVATO

Nel 1901 la Persia della dinastia Qajar attraversava una profonda debolezza finanziaria.

Fu in questo contesto che l’imprenditore britannico William Knox D’Arcy ottenne dallo scià Mozaffar ad-Din Shah una gigantesca concessione petrolifera.

D’Arcy acquisì il diritto di cercare, estrarre e commercializzare petrolio su gran parte del territorio persiano.

All’epoca nessuno poteva sapere con certezza quanto sarebbe diventata importante quella concessione.

Per anni, anzi, sembrò un investimento disastroso.

Le esplorazioni erano costosissime, le condizioni ambientali proibitive e il petrolio continuava a non arrivare. D’Arcy rischiò la rovina finanziaria e dovette appoggiarsi alla Burmah Oil Company per mantenere in vita il progetto.

Poi arrivò il 1908.

A Masjid-i-Suleiman, dopo anni di tentativi, la squadra guidata da George Reynolds trovò finalmente petrolio in quantità commercialmente sfruttabili.

Era l’inizio di una nuova epoca.

Nel 1909 nacque la Anglo-Persian Oil Company, destinata a diventare successivamente Anglo-Iranian Oil Company e, attraverso successive trasformazioni societarie, l’attuale BP.

La stessa BP riconosce nella propria ricostruzione storica che la scoperta del 1908 rappresentò la base sulla quale sarebbe sorta la futura compagnia internazionale.


1914: IL PETROLIO IRANIANO DIVENTA UNA QUESTIONE DI STATO BRITANNICA

La svolta decisiva arrivò alla vigilia della Prima guerra mondiale.

La Royal Navy stava passando dal carbone al petrolio. Le navi alimentate a petrolio offrivano importanti vantaggi strategici, ma l’Impero britannico aveva un problema evidente: aveva bisogno di garantirsi forniture energetiche sicure.

Nel 1914 il governo britannico acquisì una partecipazione di controllo nella Anglo-Persian Oil Company.

Da quel momento la questione cambiò natura.

Il petrolio persiano non rappresentava più soltanto un investimento commerciale britannico. Era diventato parte dell’architettura strategica dell’Impero e della sicurezza energetica della Royal Navy.

La storia aziendale della stessa BP documenta il ruolo assunto da Winston Churchill, allora Primo Lord dell’Ammiragliato, nel legare il futuro della compagnia alle esigenze strategiche britanniche.

Questo passaggio è fondamentale per capire tutto ciò che sarebbe accaduto quarant’anni dopo.

Per Teheran il petrolio era una risorsa nazionale.

Per Londra era ormai anche un interesse strategico.

Le due concezioni erano destinate prima o poi a scontrarsi.


IL PARADOSSO IRANIANO

Con il passare degli anni crebbe in Iran la convinzione che il Paese ricevesse troppo poco dalla propria principale ricchezza naturale.

Non era soltanto propaganda nazionalista.

I documenti diplomatici americani dell’epoca riconoscevano apertamente che gli iraniani ritenevano di non ricevere una quota equa delle entrate petrolifere e accusavano i britannici di utilizzare la propria posizione economica per esercitare influenza negli affari interni iraniani.

Il petrolio diventò quindi qualcosa di più di una questione economica.

Divenne il simbolo della sovranità nazionale.

La tensione aumentò ulteriormente quando, alla fine del 1950, in Arabia Saudita venne adottato con ARAMCO un sistema di ripartizione degli utili molto più favorevole al governo locale.

La domanda degli iraniani diventava inevitabile:

perché l’Iran avrebbe dovuto continuare ad accettare condizioni considerate inferiori su una risorsa estratta dal proprio territorio?

Fu su questo terreno che emerse definitivamente Mohammad Mossadeq.


MOSSADEQ E L’IDEA CHE IL PETROLIO DOVESSE APPARTENERE ALL’IRAN

Mossadeq non era un rivoluzionario comunista.

Era un nazionalista, costituzionalista e parlamentare di lunghissimo corso.

Il suo progetto politico ruotava attorno a un principio semplice e potentissimo:

uno Stato non poteva considerarsi realmente sovrano se una potenza straniera controllava la sua principale risorsa economica.

Alla fine degli anni Quaranta Mossadeq divenne il principale riferimento del Fronte Nazionale, una coalizione eterogenea unita soprattutto dalla battaglia contro il predominio della Anglo-Iranian Oil Company.

Nel marzo 1951 la crisi precipitò.

Il primo ministro Haj Ali Razmara, contrario alla nazionalizzazione immediata, venne assassinato da un militante islamista.

Pochi giorni dopo il Parlamento iraniano approvò la nazionalizzazione dell’industria petrolifera.

I documenti diplomatici statunitensi dell’epoca mostrano quanto ormai il principio della nazionalizzazione fosse radicato nella società iraniana. Washington arrivò a sostenere nei colloqui con Londra che qualsiasi accordo realistico avrebbe dovuto riconoscerlo almeno in linea di principio.

Nell’aprile 1951 Mossadeq diventò primo ministro.

La Anglo-Iranian Oil Company perdeva il controllo diretto dell’industria petrolifera iraniana.

Per Londra era una crisi strategica.


LA RISPOSTA BRITANNICA

La Gran Bretagna reagì su più livelli.

Innanzitutto sul terreno economico.

Le esportazioni iraniane vennero pesantemente colpite e le grandi compagnie petrolifere occidentali evitarono di acquistare il greggio nazionalizzato.

La produzione iraniana crollò.

Per un Paese fortemente dipendente dagli introiti petroliferi fu un colpo devastante.

Parallelamente Londra aprì la battaglia diplomatica e giudiziaria.

Il governo britannico portò la controversia davanti alla Corte internazionale di giustizia, sostenendo che la nazionalizzazione violasse gli obblighi assunti dall’Iran.

Mossadeq si presentò personalmente all’Aia.

Nel 1952 la Corte concluse di non avere giurisdizione sulla controversia.

Ma la vittoria giuridica non risolveva il problema economico.

L’Iran aveva riconquistato formalmente il petrolio.

Ora doveva riuscire a venderlo.


OPERATION BOOT: LONDRA CERCA UN’ALTRA STRADA

Dietro la diplomazia si muovevano i servizi segreti.

L’intelligence britannica lavorò alla possibilità di rimuovere Mossadeq attraverso un’operazione clandestina generalmente associata al nome Operation Boot.

Nel 1952 la situazione divenne però più difficile.

Mossadeq interruppe le relazioni diplomatiche con il Regno Unito ed espulse il personale britannico.

Senza un’ambasciata operativa sul territorio, Londra aveva bisogno degli Stati Uniti.

Ma l’amministrazione di Harry Truman rimase inizialmente riluttante all’idea di un colpo di Stato.

I documenti americani mostrano infatti che Washington aveva cercato una soluzione negoziata e riteneva necessario riconoscere almeno il principio della nazionalizzazione.

Poi cambiò il presidente.

E cambiò tutto.


1953: ARRIVANO EISENHOWER E I FRATELLI DULLES

Nel gennaio 1953 entrò alla Casa Bianca Dwight D. Eisenhower.

John Foster Dulles divenne segretario di Stato.

Allen Dulles assunse la direzione della CIA.

La crisi iraniana venne progressivamente reinterpretata attraverso il prisma della Guerra fredda.

La Gran Bretagna insisteva sul rischio che l’instabilità economica e politica iraniana potesse favorire il Tudeh, il potente partito comunista iraniano, e quindi aumentare l’influenza sovietica.

La documentazione storica della CIA riconosce che l’operazione TPAJAX fu alimentata in larga misura dai timori britannici, presentati all’amministrazione Eisenhower, che l’Iran potesse cadere nella sfera comunista.

Il petrolio non scomparve.

Ma la giustificazione strategica divenne l’anticomunismo.

Era la formula perfetta per trasformare una disputa sulla sovranità economica iraniana in un dossier della Guerra fredda.


TPAJAX: LA MACCHINA DEL GOLPE

La CIA e l’intelligence britannica elaborarono il piano per rimuovere Mossadeq.

L’uomo incaricato dalla CIA di dirigere l’operazione sul terreno fu Kermit Roosevelt Jr., nipote del presidente Theodore Roosevelt.

L’operazione combinava differenti strumenti:

propaganda, finanziamento di reti politiche, contatti con ufficiali militari, mobilitazione di manifestanti, pressione sullo scià e costruzione di un’alternativa governativa.

Una successiva descrizione attribuita all’ex vicedirettore della CIA Ray Cline riassumeva il metodo con notevole chiarezza: la CIA finanziò manifestanti, istruì militari iraniani fedeli allo scià sulla presa della radio e preparò il terreno per il ritorno del monarca.

Era una forma di guerra politica.

Non serviva invadere l’Iran.

Serviva modificare dall’interno i rapporti di forza.


IL PRIMO GOLPE FALLISCE

Lo scià Mohammad Reza Pahlavi era una componente indispensabile del piano.

Servivano decreti reali che rimuovessero Mossadeq e indicassero nel generale Fazlollah Zahedi il nuovo capo del governo.

Lo scià esitò.

Alla fine firmò.

Nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1953, però, il primo tentativo fallì.

Il colonnello Nematollah Nassiri, incaricato di consegnare a Mossadeq il decreto di destituzione, venne arrestato.

La radio di Teheran annunciò che un complotto militare era stato sventato.

Lo scià fuggì.

Prima Baghdad.

Poi Roma.

Sembrava finita.

Anche la ricostruzione storica interna della CIA descrive l’arresto di Nassiri e la fuga dello scià dopo il fallimento della prima fase dell’operazione.

Ma Kermit Roosevelt non abbandonò il terreno.


19 AGOSTO 1953

Nei giorni successivi la situazione nelle strade di Teheran divenne estremamente confusa.

Gruppi favorevoli allo scià, reti organizzate, settori militari e manifestanti entrarono in azione.

La propaganda aveva preparato il terreno.

Il denaro aveva costruito alleanze.

L’apparato militare avrebbe fatto il resto.

Il 19 agosto 1953 manifestazioni favorevoli allo scià attraversarono Teheran mentre reparti militari si schieravano contro Mossadeq.

La radio venne conquistata.

Le forze golpiste avanzarono.

La residenza del primo ministro venne attaccata.

Il governo collassò.

Mossadeq riuscì inizialmente a fuggire, ma si consegnò poco dopo.

Il colpo di Stato era riuscito.

Lo scià poté tornare in Iran.

Decenni più tardi non sarebbe più stato seriamente possibile sostenere che gli Stati Uniti fossero semplici spettatori degli avvenimenti: la documentazione resa pubblica dalla stessa CIA riconosce il ruolo dell’Agenzia nell’operazione.


E POI TORNÒ IL PETROLIO

Se si vuole capire la dimensione economica della vicenda bisogna guardare a ciò che avvenne subito dopo.

Nel 1954 venne costituito un nuovo consorzio internazionale per gestire l’industria petrolifera iraniana.

Formalmente la proprietà degli impianti rimaneva iraniana attraverso la National Iranian Oil Company.

Ma la gestione operativa e commerciale tornava a essere fortemente legata alle grandi compagnie occidentali.

I documenti diplomatici americani descrivono due società operative registrate nei Paesi Bassi, incaricate rispettivamente della produzione/esplorazione e della raffinazione. L’Iran manteneva formalmente la proprietà degli ex beni della Anglo-Iranian, mentre il consorzio otteneva ampi diritti di sfruttamento.

La composizione del consorzio è particolarmente significativa.

La ex Anglo-Iranian, ormai BP, mantenne una quota fondamentale; importanti compagnie americane entrarono massicciamente nel sistema insieme a Royal Dutch Shell e alla francese CFP.

Il vecchio monopolio britannico era terminato.

Ma non era nato il pieno controllo operativo iraniano immaginato da Mossadeq.

Era nato un nuovo equilibrio petrolifero occidentale.


IL PARADOSSO DEL 1953

Qui emerge il punto centrale.

Il golpe può essere letto attraverso due dimensioni che non si escludono.

La prima è quella della Guerra fredda.

Washington temeva l’espansione sovietica e l’ascesa del Tudeh.

La seconda è quella petrolifera e imperiale.

La crisi che aveva portato allo scontro era nata dalla nazionalizzazione della Anglo-Iranian Oil Company e dal rifiuto iraniano di accettare il precedente assetto economico.

Ridurre tutto al petrolio sarebbe semplicistico.

Ma cancellare il petrolio dalla storia del golpe sarebbe altrettanto fuorviante.

Lo dimostrano gli stessi documenti americani: nelle discussioni ufficiali dell’epoca Washington dichiarava esplicitamente di voler evitare che la crisi iraniana danneggiasse il sistema internazionale del petrolio o creasse precedenti negativi per gli investimenti statunitensi all’estero.

Il petrolio era quindi contemporaneamente denaro, sicurezza energetica, influenza geopolitica e potere.


DAL GOLPE ALLA SAVAK

Il successo del 1953 rafforzò enormemente Mohammad Reza Pahlavi.

Negli anni successivi il sistema politico iraniano divenne progressivamente più autoritario.

Nel 1957 nacque la SAVAK, il servizio di sicurezza e intelligence dello scià, sviluppato anche con assistenza straniera.

Oppositori politici, nazionalisti, comunisti e successivamente militanti islamisti subirono repressione, censura e sorveglianza.

Contemporaneamente l’Iran diventava uno dei principali alleati degli Stati Uniti nella regione.

Lo scià modernizzò il Paese, costruì infrastrutture, ampliò l’istruzione, industrializzò settori dell’economia e trasformò le forze armate.

Ma la modernizzazione economica non cancellò il problema politico.

Lo spostò.

La memoria di Mossadeq e del 1953 continuò a sopravvivere.


IL BOOMERANG DEL 1979

Ventisei anni dopo il golpe, il sistema costruito intorno allo scià crollò.

La rivoluzione del 1979 fu il prodotto di molte cause: autoritarismo, disuguaglianze, trasformazioni sociali rapidissime, opposizione religiosa, nazionalismo, repressione politica e crisi della legittimità monarchica.

Ma il 1953 rimase una componente fondamentale della memoria politica iraniana.

Per molti iraniani lo scià non era semplicemente un monarca autoritario.

Era anche l’uomo che era tornato sul trono dopo un’operazione sostenuta dalle potenze straniere.

Quando nel novembre 1979 militanti rivoluzionari occuparono l’ambasciata americana a Teheran, il ricordo del 1953 contribuì alla loro convinzione che la sede diplomatica potesse diventare nuovamente il centro di un’operazione contro il nuovo regime.

La crisi degli ostaggi durò 444 giorni.

La storia aveva presentato il conto.


L’AMMISSIONE ARRIVATA DECENNI DOPO

Per molto tempo Washington mantenne una posizione reticente sulla vicenda.

Poi le ammissioni arrivarono gradualmente.

Nel 2000 il segretario di Stato Madeleine Albright riconobbe il ruolo americano nel rovesciamento di Mossadeq e definì comprensibile il risentimento iraniano provocato da quella politica.

Nel 2009 Barack Obama, parlando al Cairo, ricordò pubblicamente che durante la Guerra fredda gli Stati Uniti avevano avuto un ruolo nel rovesciamento di un governo iraniano democraticamente eletto.

La progressiva declassificazione dei documenti rese poi sempre più chiara l’estensione dell’operazione TPAJAX.

Non si trattava più di una teoria.

Era storia documentata.


IL VERO LASCITO DI MOSSADEQ

La figura di Mossadeq continua a essere interpretata in modi differenti.

Per alcuni fu il simbolo del nazionalismo democratico iraniano.

Per altri un leader che contribuì alla radicalizzazione della crisi istituzionale e commise gravi errori politici.

Ma un fatto rimane.

La crisi che portò alla sua caduta nacque dalla domanda fondamentale posta dall’Iran nel 1951:

chi deve controllare le risorse naturali di uno Stato?

Il Paese che possiede il sottosuolo?

Oppure chi dispone del capitale, delle raffinerie, delle petroliere, dei mercati e della forza geopolitica necessaria per trasformarlo in ricchezza?

Era questa la domanda dietro la nazionalizzazione.

Ed è una domanda che non appartiene soltanto al 1953.


IL PRECEDENTE CHE FECE SCUOLA

Il successo dell’operazione iraniana contribuì inoltre a rafforzare a Washington la fiducia nelle operazioni clandestine.

L’anno successivo, nel 1954, la CIA intervenne contro il governo di Jacobo Árbenz in Guatemala.

La stessa documentazione storica dell’intelligence americana colloca Iran 1953, Guatemala 1954 e Indonesia 1957 nella stagione delle grandi operazioni clandestine dell’amministrazione Eisenhower.

L’Iran aveva dimostrato qualcosa di estremamente importante:

un governo poteva essere destabilizzato senza un’invasione convenzionale.

Denaro.

Propaganda.

Media.

Reti politiche.

Manifestazioni.

Intelligence.

Settori militari.

Pressione economica.

Diplomazia.

Tutti strumenti diversi che, combinati, potevano produrre un cambio di regime.

Il 1953 diventò così qualcosa di più della storia dell’Iran.

Diventò parte della storia moderna del regime change.


SETTANT’ANNI DI INTERESSI

Quando oggi si parla di Iran, nucleare, sanzioni, Hormuz, petrolio, Israele, Stati Uniti e guerre per procura, il 1953 non può spiegare tutto.

Sarebbe storicamente sbagliato trasformarlo nell’unica causa di settant’anni di conflitti.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere che non sia accaduto.

La documentazione disponibile dimostra che Stati Uniti e Regno Unito parteciparono a un’operazione clandestina contro Mossadeq nel contesto della crisi aperta dalla nazionalizzazione petrolifera e delle paure occidentali per una possibile espansione comunista.

E ciò che avvenne dopo è altrettanto importante.

Lo scià venne rafforzato.

Le compagnie occidentali tornarono nell’industria petrolifera.

L’autoritarismo monarchico aumentò.

Il risentimento verso Washington e Londra sopravvisse.

Poi arrivò il 1979.

E il passato tornò improvvisamente presente.


CONCLUSIONE – IL PETROLIO NON ERA SOLO PETROLIO

La lezione del 1953 è più profonda della semplice formula «guerra per il petrolio».

Il petrolio iraniano rappresentava contemporaneamente una fonte di profitto, il carburante di una potenza militare, un elemento dell’equilibrio della Guerra fredda e soprattutto il simbolo della sovranità di un Paese che voleva decidere autonomamente che cosa fare delle proprie risorse.

Mossadeq sfidò un sistema costruito quando la Persia era debole e le potenze imperiali potevano trasformare concessioni economiche in strumenti strategici.

Quando tentò di spezzarlo, entrò in collisione con interessi enormemente più potenti del suo governo.

Il 19 agosto 1953 quella collisione terminò con i carri armati nelle strade di Teheran e con la caduta del primo ministro.

Ma la storia non terminò quel giorno.

Continuò sotto la monarchia.

Esplose nel 1979.

Entrò nella crisi degli ostaggi.

Sopravvisse nelle relazioni tra Washington e Teheran.

E ancora oggi rimane una delle chiavi storiche indispensabili per comprendere perché, quando in Iran si parla di interferenze straniere, petrolio e sovranità nazionale, il 1953 non viene percepito come storia antica.

Perché dietro buona parte della lunga ostilità tra Iran e Occidente esiste una ferita precisa.

Una ferita che porta una data:

19 agosto 1953.


FONTI E LINK

CIA – Reading Room, documentazione e ricostruzioni sul golpe iraniano del 1953
https://www.cia.gov/readingroom/document/0005654141

CIA – documentazione storica su TPAJAX
https://www.cia.gov/resources/csi/static/The-Agency-and-Hill.pdf

CIA FOIA – riferimenti al ruolo della CIA nella caduta di Mossadeq
https://www.cia.gov/readingroom/document/cia-rdp91-00587r000100710038-4

U.S. Department of State – Foreign Relations of the United States, Iran 1951-1954
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1951-54IranEd2

U.S. Department of State – documenti sulla nazionalizzazione dell’industria petrolifera iraniana
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1951-54IranEd2/d21

U.S. Department of State – controversia Iran-Anglo-Iranian Oil Company
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1952-54v10/d179

U.S. Department of State – accordo petrolifero e consorzio del 1954
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1951-54IranEd2/d375

U.S. Department of State – analisi strategica del problema petrolifero iraniano
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1951-54Iran/d355

BP – storia della Anglo-Persian Oil Company e delle origini dell’industria petrolifera persiana
https://www.bp.com/content/dam/bp/business-sites/en/global/bp-trading-and-shipping/documents/bp-shipping-centenary-booklet.pdf

PARTE II — INDIPENDENTE SULLA CARTA, DIPENDENTE SUL PETROLIO: LA LUNGA MARCIA VERSO IL 1972

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1932: NASCE L’IRAQ INDIPENDENTE. MA I CONTRATTI RESTANO

Nel 1932 l’Iraq entrò nella Società delle Nazioni.

Il mandato britannico terminò.

Era una conquista autentica.

L’Iraq diventava formalmente uno Stato indipendente riconosciuto dalla comunità internazionale.

Ma la sovranità politica non cancellava automaticamente quanto era stato negoziato negli anni precedenti.

Ed è qui che appare uno dei paradossi più importanti dell’intera storia.

Lo Stato diventava indipendente.

Le concessioni petrolifere continuavano.

E contemporaneamente il trattato anglo-iracheno del 1930 conservava alla Gran Bretagna importanti prerogative militari e strategiche.

Londra manteneva basi e diritti collegati alla difesa e alle comunicazioni.

La sovranità irachena esisteva.

Ma nasceva all’interno di una rete di rapporti costruiti durante il periodo precedente.

Questa distinzione è fondamentale.

Non significa che l’indipendenza fosse “finta”.

Significa che uno Stato può essere giuridicamente indipendente e contemporaneamente possedere margini di autonomia limitati da trattati, concessioni, dipendenze finanziarie e rapporti militari.

È un fenomeno che non appartiene soltanto alla storia irachena.

È una delle grandi costanti della politica internazionale.

L’ITALIA TORNA NELLA PARTITA

Nel frattempo l’Italia tentava nuovamente di entrare nel petrolio iracheno.

L’AGIP partecipò a iniziative esplorative nelle aree non controllate direttamente dall’IPC.

Tecnici italiani arrivarono in Iraq.

Vennero individuate strutture geologiche interessanti.

Ma esisteva un problema che Baghdad conosceva benissimo.

Trovare petrolio non significa automaticamente possederlo economicamente.

Servono capitali.

Tecnologie.

Impianti.

Oleodotti.

Raffinerie.

Navi.

Mercati.

Finanziamenti.

L’Italia dell’epoca non disponeva delle risorse necessarie per competere fino in fondo con i grandi gruppi internazionali.

Il tentativo non produsse quindi l’indipendenza energetica sperata.

Ma produsse qualcosa di diverso.

Esperienza.

Tecnici.

Conoscenza.

Competenze che sarebbero tornate utili nel dopoguerra, quando Enrico Mattei avrebbe costruito una strategia italiana destinata a mettere in discussione il predominio delle grandi compagnie petrolifere internazionali.

IL PETROLIO COME SISTEMA, NON COME POZZO

Ed è questo uno dei punti più importanti dell’intera vicenda.

Possedere petrolio nel sottosuolo non significa possedere automaticamente potere petrolifero.

Il petrolio diventa potere quando esiste una catena completa.

Esplorazione.

Estrazione.

Trasporto.

Raffinazione.

Finanziamento.

Assicurazione.

Vendita.

Mercato.

Tecnologia.

Diplomazia.

Chi controlla soltanto il giacimento controlla soltanto un segmento.

L’Iraq impiegherà decenni per scoprirlo.

1941: GLI INGLESI TORNANO

La fragilità dell’indipendenza irachena emerse drammaticamente durante la Seconda guerra mondiale.

Nel 1941 una crisi politica portò al potere un governo ostile alla presenza britannica e più vicino alle potenze dell’Asse.

La Gran Bretagna intervenne militarmente.

L’ordine politico venne ristabilito in senso favorevole agli interessi britannici.

Era la dimostrazione che l’indipendenza formale del 1932 non aveva eliminato la dimensione strategica dell’Iraq.

La posizione geografica del paese, le vie di comunicazione, le basi e naturalmente il petrolio continuavano a renderlo troppo importante per essere considerato un normale Stato periferico.

GLI ANNI CINQUANTA CAMBIANO TUTTO

Dopo la Seconda guerra mondiale, però, l’intero equilibrio petrolifero cominciò a cambiare.

Gli Stati produttori diventavano più consapevoli del proprio peso.

Il colonialismo europeo entrava nella sua crisi finale.

Il nazionalismo arabo cresceva.

E soprattutto comparivano precedenti capaci di modificare completamente le aspettative.

Nel 1950 l’Arabia Saudita ottenne un nuovo accordo di divisione dei profitti con ARAMCO.

Nel 1951 l’Iran di Mohammad Mossadegh nazionalizzò l’Anglo-Iranian Oil Company.

Era un terremoto.

Per decenni le compagnie avevano trattato le concessioni come architetture destinate a durare generazioni.

Ora un governo produttore dimostrava di poter mettere in discussione l’intero sistema.

La risposta all’Iran fu durissima.

Embargo, crisi economica, scontro internazionale e infine il colpo di Stato del 1953 contro Mossadegh.

Baghdad osservava.

E anche le compagnie osservavano.

La conclusione era semplice.

Meglio concedere qualcosa in più piuttosto che rischiare di perdere tutto.

1952: IL 50 E 50

Nel 1952 arrivò così la seconda grande conquista irachena.

Il sistema di divisione dei profitti venne profondamente modificato.

L’Iraq ottenne condizioni molto più favorevoli.

Le entrate petrolifere dello Stato aumentarono enormemente.

Per la prima volta il petrolio poteva realmente trasformare il bilancio nazionale.

Ma apparve immediatamente un altro problema.

Avere denaro non significa automaticamente produrre sviluppo.

Una parte enorme delle entrate venne destinata al Development Board.

Dighe.

Strade.

Irrigazione.

Scuole.

Ospedali.

Infrastrutture.

Il progetto era ambizioso.

Ma lo Stato iracheno incontrò una difficoltà che moltissimi paesi produttori avrebbero sperimentato successivamente.

Le entrate crescevano più rapidamente della capacità amministrativa di trasformarle in opere.

Servivano ingegneri.

Imprese.

Progettazione.

Burocrazia efficiente.

Controlli.

Formazione.

Tempo.

Il petrolio poteva comprare cemento.

Non poteva comprare istantaneamente istituzioni mature.

LA RICCHEZZA CHE NON SI VEDE

Ed ecco nascere una contraddizione politicamente esplosiva.

Le statistiche dicevano che l’Iraq diventava più ricco.

Ma milioni di iracheni non percepivano quella trasformazione con la stessa velocità.

Nelle campagne, nei quartieri poveri e fra le nuove generazioni urbane cresceva la sensazione che la ricchezza nazionale rimanesse concentrata lontano dalla popolazione.

Contemporaneamente la monarchia manteneva una forte relazione con Londra.

Nel 1955 l’Iraq aderì al Patto di Baghdad, insieme a Gran Bretagna, Turchia, Iran e Pakistan, nel quadro della strategia occidentale di contenimento dell’Unione Sovietica.

Era una scelta geopolitica precisa.

Ma nello stesso momento cresceva nel mondo arabo un’altra visione.

Quella di Gamal Abdel Nasser.

Nazionalismo arabo.

Indipendenza dalle vecchie potenze coloniali.

Controllo delle risorse.

Unità araba.

La crisi di Suez del 1956 trasformò Nasser in un simbolo potentissimo.

E per la monarchia irachena cominciò il conto alla rovescia.

14 LUGLIO 1958: FINISCE LA MONARCHIA

Il 14 luglio 1958 un gruppo di ufficiali rovesciò il regime.

Re Faisal II venne ucciso.

Il principe ereditario Abd al-Ilah venne ucciso.

Nuri al-Said, figura dominante della politica filo-britannica irachena, morì durante il collasso del vecchio ordine.

In poche ore scomparve la monarchia costruita nel 1921.

Trentasette anni dopo l’arrivo di Faisal, il sistema politico nato sotto l’ombrello britannico era finito.

A questo punto sembrerebbe naturale aspettarsi la nazionalizzazione immediata del petrolio.

Non avvenne.

Ed è forse questa la parte più istruttiva di tutta la storia.

PERCHÉ I RIVOLUZIONARI NON NAZIONALIZZARONO SUBITO?

Il nuovo regime era nazionalista.

Era molto più ostile all’influenza occidentale.

Avrebbe potuto semplicemente occupare gli impianti della IPC.

Ma possedere fisicamente un pozzo è facile.

Vendere milioni di barili sul mercato mondiale è molto più difficile.

L’esempio iraniano era ancora freschissimo.

Mossadegh aveva dimostrato che uno Stato poteva nazionalizzare.

Le grandi compagnie avevano dimostrato che potevano cercare di isolarlo commercialmente.

Baghdad dipendeva dalle entrate petrolifere.

Una rottura totale poteva quindi trasformarsi in un disastro finanziario.

Il nuovo governo scelse una strategia molto più sofisticata.

Non prendere immediatamente tutto.

Togliere alla compagnia ciò che non stava utilizzando.

1961: LA LEGGE NUMERO 80

Nel dicembre 1961 arrivò uno dei provvedimenti più importanti della storia petrolifera irachena.

La Law No. 80 sottrasse alla IPC la quasi totalità delle aree comprese nelle vecchie concessioni che non erano state effettivamente sviluppate.

Qui bisogna però evitare un equivoco.

Quel famoso “99%” riguardava essenzialmente la superficie delle concessioni, non il 99% della produzione petrolifera.

I principali giacimenti produttivi restavano ancora alla compagnia.

Era comunque una rivoluzione.

Perché per la prima volta lo Stato iracheno affermava un principio completamente opposto alla logica delle grandi concessioni coloniali.

Una compagnia non poteva bloccare indefinitamente un territorio gigantesco semplicemente perché possedeva un contratto.

Se non sviluppava quelle risorse, lo Stato poteva riprendersele.

RUMAILA: IL PETROLIO CHE CAMBIA IL RAPPORTO DI FORZA

Fra le aree strategiche c’era North Rumaila.

Il governo iracheno cominciò progressivamente a costruire una propria capacità petrolifera nazionale.

E trovò anche partner differenti.

L’Unione Sovietica offrì assistenza tecnica.

Nel frattempo era nata l’OPEC.

E non casualmente era nata proprio a Baghdad, nel 1960.

I paesi produttori cominciavano a coordinarsi.

L’equilibrio internazionale stava cambiando.

La domanda mondiale cresceva.

Le fonti alternative di tecnologia aumentavano.

Il monopolio tecnico-commerciale delle grandi compagnie occidentali diventava progressivamente meno assoluto.

La possibilità di nazionalizzare, che nel 1958 sarebbe stata estremamente rischiosa, diventava ogni anno più concreta.

1° GIUGNO 1972: CINQUANTADUE ANNI DOPO SANREMO

Poi arrivò il giorno.

1° giugno 1972.

Il governo iracheno nazionalizzò le attività settentrionali della Iraq Petroleum Company.

Kirkuk.

Gli impianti.

Le infrastrutture fondamentali.

L’oleodotto.

Il cerchio aperto a Sanremo nel 1920 cominciava finalmente a chiudersi.

Ma anche qui bisogna evitare la mitologia.

Non tutto il settore petrolifero venne acquisito nello stesso istante.

La nazionalizzazione procedette per fasi.

Baghdad stava applicando la stessa lezione imparata nei decenni precedenti.

Il controllo del petrolio non è un interruttore che si accende.

È un processo.

E LA CIA CAPÌ IMMEDIATAMENTE DOVE SAREBBE STATA LA VERA BATTAGLIA

La valutazione americana dopo la nazionalizzazione individuava un elemento fondamentale.

Gli iracheni erano ormai tecnicamente capaci di gestire gran parte degli impianti.

Decenni di attività petrolifera avevano creato ingegneri, tecnici e lavoratori specializzati.

Il problema principale non era più estrarre il petrolio.

Era venderlo.

Le vecchie compagnie possedevano reti mondiali.

Raffinerie.

Navi.

Clienti.

Contratti.

Canali finanziari.

Forniture alternative.

L’Iraq aveva conquistato il pozzo.

Doveva ancora conquistare il mercato.

Ed eccoci davanti alla terza grande lezione di questa storia.

1932: LO STATO

1952: I PROFITTI

1972: I POZZI

Tre date.

Tre conquiste differenti.

Nel 1932 l’Iraq ottenne la sovranità internazionale.

Nel 1952 conquistò una partecipazione economica molto più significativa ai profitti petroliferi.

Nel 1972 acquisì finalmente il controllo diretto di una parte decisiva dell’apparato produttivo.

Cinquantadue anni separano Sanremo dalla nazionalizzazione.

E questa distanza temporale racconta meglio di qualsiasi slogan che cosa significhi davvero la parola sovranità.

LA GRANDE LEZIONE: NON BASTA POSSEDERE UNA RISORSA

La storia irachena smonta una delle illusioni più diffuse della geopolitica.

Si pensa che un paese ricco di petrolio sia automaticamente potente.

Non è così.

Il sottosuolo è soltanto il primo livello.

Poi servono capitali.

Tecnologia.

Competenze.

Oleodotti.

Porti.

Raffinerie.

Assicurazioni.

Finanza.

Clienti.

Mercati.

Relazioni diplomatiche.

Capacità militare.

Stabilità politica.

E soprattutto istituzioni capaci di trasformare una risorsa naturale in potere nazionale.

L’Iraq impiegò mezzo secolo per attraversare tutti questi livelli.

NON SERVE INVENTARE UN COMPLOTTO. BASTA LEGGERE I DOCUMENTI

Ed è forse questo l’aspetto più interessante.

Per raccontare questa storia non serve immaginare una stanza segreta nella quale pochi uomini decidono per cinquant’anni il destino del Medio Oriente.

La realtà documentale è più complessa e, proprio per questo, più interessante.

Britannici e francesi erano concorrenti e alleati.

Gli americani contestarono inizialmente l’esclusione delle proprie compagnie.

Le compagnie collaboravano e contemporaneamente competevano.

L’Italia cercava un proprio spazio.

La Turchia rivendicava Mosul.

Il governo iracheno cercava progressivamente di allargare i propri margini.

Gli interessi cambiavano.

Gli accordi cambiavano.

I rapporti di forza cambiavano.

Ma una costante attraversa l’intero periodo:

chi arrivava al tavolo con capitale, tecnologia, potere diplomatico e capacità militare poteva scrivere le regole iniziali.

Chi arrivava dopo doveva modificarle.

E modificarle poteva richiedere decenni.

L’IMMAGINE FINALE

Torniamo allora al punto di partenza.

Sanremo.

24 aprile 1920.

Due governi europei discutono della futura organizzazione del petrolio mesopotamico.

La Francia ottiene una quota.

La Gran Bretagna tutela il proprio ruolo.

Una clausola lascia spazio a una partecipazione locale.

Lo Stato iracheno moderno deve ancora consolidarsi.

Cinquantadue anni dopo, nel giugno 1972, il petrolio di Kirkuk continua a scorrere.

Attraversa infrastrutture costruite nel sistema delle vecchie concessioni.

Percorre territori contesi per decenni.

Arriva verso il Mediterraneo.

Ma qualcosa è finalmente cambiato.

Il paese sul cui territorio si trovano quei giacimenti ha conquistato il controllo diretto della propria principale industria.

Non significa che l’Iraq sia diventato improvvisamente libero da ogni condizionamento.

Perché resta il mercato.

Restano i compratori.

Restano la tecnologia.

Restano le alleanze.

Restano le grandi potenze.

La sovranità non è mai un singolo atto.

È una catena.

Ed è questa, forse, la vera storia del petrolio iracheno.

Prima venne il petrolio.

Poi venne lo Stato.

Poi arrivarono i soldi.

E soltanto mezzo secolo dopo arrivò il controllo dei pozzi.

La domanda finale, allora, non riguarda soltanto l’Iraq.

Riguarda qualsiasi paese che possieda una risorsa strategica.

Chi possiede davvero una ricchezza nazionale: chi ha il territorio sotto cui si trova, chi possiede la compagnia che la estrae, chi finanzia l’operazione, chi controlla le infrastrutture oppure chi possiede il mercato sul quale quella ricchezza deve essere venduta?

La storia irachena suggerisce una risposta molto meno rassicurante di quella scritta sulle carte geografiche.

Possedere il sottosuolo è soltanto l’inizio.


FONTI E DOCUMENTI

U.S. Department of State – Office of the Historian, testo integrale dell’Anglo-French Petroleum Agreement di Sanremo, 24 aprile 1920:
San Remo Petroleum Agreement – Foreign Relations of the United States, 1920

U.S. Department of State – corrispondenza diplomatica sulla Mesopotamia e sulla posizione britannica rispetto al petrolio:
British Foreign Office correspondence on Mesopotamian petroleum, agosto 1920

U.S. Department of State – documentazione sulla richiesta americana di accesso alla Turkish Petroleum Company e sulla Open Door:
American participation in the Turkish Petroleum Company, 1922

U.S. Department of State – raccolta documentale sull’exploitation of petroleum in Palestine and Mesopotamia:
Foreign Relations of the United States – Petroleum in Palestine and Mesopotamia

U.S. Department of State – risposta britannica alle contestazioni americane sul San Remo Petroleum Agreement:
British position on the San Remo Petroleum Agreement

U.S. Department of State – posizione americana sulle concessioni petrolifere e sul controllo britannico:
U.S. diplomatic objections concerning Mesopotamian petroleum

U.S. Department of State – struttura proprietaria della Turkish Petroleum Company e trasferimento della precedente quota tedesca:
Turkish Petroleum Company shareholdings, 1922

U.S. Department of State – documentazione britannica sulla proprietà della Turkish Petroleum Company:
British memorandum on Turkish Petroleum Company ownership

U.S. Department of State – contestazione statunitense dell’accordo petrolifero anglo-francese di Sanremo:
American diplomatic position on the San Remo oil settlement