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Cosa sappiamo del caso Charlie Kirk

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Da quanto riportato:

  • Charlie Kirk è stato colpito al collo durante un evento pubblico all’Università Utah Valley. The Guardian+1
  • Il proiettile non è uscito: è rimasto “nella parte superiore del collo” / “just beneath the skin” (sotto la pelle) secondo il chirurgo. New York Post
  • È stato riferito che l’osso (“bone”) era molto denso, sano, e che questo ha probabilmente impedito al proiettile di uscire. New York Post
  • Il tipo di arma era un Mauser vintage, bolt-action, calibro potente, sparato da una certa distanza/dalla cima di un edificio. ABC News+1

Cosa non si sa ancora / limiti delle informazioni

  • Non ci sono finora resoconti clinici dettagliati su quanto profondamente il proiettile ha penetrato, se ha toccato strutture vertebrali (vertebre, lamina, artropatie vertebrali), né se è entrato nel canale vertebrale.
  • Non è chiaro se il proiettile abbia deviato, rimbalzato, oppure “scorso” lungo ossa del collo (vertebre cervicali) o superfici ossee. Nessuna fonte che riporti immagini radiografiche o TC che mostrino un percorso del proiettile lungo la colonna vertebrale.
  • I giornali parlano di “colpo al collo”, “danno al collo”, “non ha attraversato”, “sotto pelle”, ma non dettagli anatomici (vertebre coinvolte, midollo, canale vertebrale).

Analisi: può essere un caso di proiettile che “corre lungo la spina”?

Basandosi su cosa si sa:

  • Il fatto che il proiettile non abbia attraversato il corpo (“no exit wound”) è coerente con casi in cui un proiettile può essere fermato da osso o rallentato sufficientemente da rimanere interno. Questo potrebbe includere scenari di contatto osseo o deviazione.
  • Però per dire che “ha corso lungo la spina” servirebbe evidenza che il proiettile abbia interagito con le vertebre cervicali e abbia percorso un tragitto lungo quelle ossa o vicino ad esse, cioè aderente o subperiostale o che abbia seguito la superficie vertebrale. Non abbiamo attualmente fonti che affermano ciò.

Quindi: è possibile, ma non ci sono prove pubbliche sufficienti per confermare che questo sia uno di quei casi. In termini forensi: sembra più probabile che il proiettile abbia colpito il collo, danneggiato tessuti molli, magari laringe, vasi, muscoli, ma non ci sono dettagli che suggeriscono coinvolgimento della colonna vertebrale (ossa vertebrali, etc.), né che abbia “scivolato” lungo di esse.

Proiettili che “corrono lungo un osso”: meccanismi, evidenze cliniche e forensi

Meccanismi principali


Evidenza clinica e casi


Imaging e diagnosi


Complicanze ossee


Il comportamento di un proiettile 5,56 NATO (ma anche di altri calibri) in contatto con l’osso può determinare traiettorie anomale, deviazioni, e veri e propri percorsi di “scorrimento” lungo la corticale. Questi casi hanno ricadute cliniche (diagnosi e chirurgia complessa, rischio di infezioni e non-union) e forensi (ricostruzione delle traiettorie e dinamiche di sparo).

Casi con proiettili / frammenti lungo la spina vertebrale

Titolo / fonteLocalizzazioneDettagli di traiettoria / rilevanza “lungo l’osso/spina”Link
Bullet Fragment of the Lumbar Spine: The Decision Is More than Removal (Moisi MD et al., 2015)Colonna lombareIl proiettile/frammento è ritenuto nello spazio intratecale a livello lombare dopo ferita da arma da fuoco. Questo suggerisce che non abbia attraversato “a vista” i tessuti, ma sia rimasto intrappolato nel canale vertebrale o adiacente. Non è specificato che “scorra lungo l’osso”, ma è un esempio di corpo estraneo ritenuto nel contesto vertebrale. PMC
Upper cervical spinal cord gunshot injury without bone (Seçer M, et al., 2014)Cervicale altaCaso raro in cui il proiettile è interno, intradurale, nella regione cervicale, ma non c’è distruzione ossea. Ciò implica che il proiettile si è posizionato vicino o accanto alla colonna vertebrale senza necessariamente distruggere vertebre. Potrebbe aver “scorretto” lungo strutture vicine all’osso. PMC
Case Report: Successful Removal of a Bullet from the Spinal Column at L5 (Pourhajshokr N et al., 2022)Spina lombare, livello L5Descrive un caso di proiettile che ha colpito la colonna vertebrale, lodato in loco, e che è stato rimosso chirurgicamente. Il fatto che sia “della colonna” indica interazione ossea/vertebrale, e probabilmente uno scenario in cui il proiettile ha fatto contatto o percorso vicino all’osso. ScienceDirect
Spinal canal bullet embolus causing paraplegia (Benfield R, 2009)Canale spinaleÈ un caso in cui un proiettile è migrato o è localizzato nel canale spinale, causando paraplegia. Non esplicitamente “scorrimento lungo la spina”, ma è un caso di corpo estraneo all’interno del canale vertebrale. ScienceDirect
Gunshot wound to the spine (Nature / Spinal Cord, Barros Filho et al., 2014)Vari livelli della colonnaStudio sulla variabilità delle traiettorie nei colpi spinali, come il percorso del proiettile nel corpo (tra tissutI molli, osso, canale), e come queste influenzino gli outcome neurologici. Alcune traiettorie implicano contatti vertebrali o coinvolgimento osseo ma non sempre descrivono “scorrere lungo l’osso”. Nature
A firearm bullet lodged into the thoracic spinal canal without vertebral destruction (Hossin J, 2011)Canale toracolombare28enne, proiettile non passa attraverso il corpo (non si vede uscita), causa paraplegia; il proiettile è lodato nel canale vertebrale toracolombare e non ha distrutto le strutture ossee vicino — dunque ha attraversato tessuti molli e penetrato nel canale spinale, dopo aver bypassato o “aggirato” l’osso senza distruzione massiva. Questo è un esempio molto vicino all’idea di “corsa lungo la spina” in quanto la distruzione ossea è minima. BioMed Central
Surgical removal of a migrating intraspinal bullet (de los Cobos et al., 2021)Canale lombare / cauda equinaFerita da arma da fuoco, proiettile ritenuto che migra all’interno del canale spinale, causando sintomi (problemi neurologici). L’aspetto “migrazione” indica che il proiettile non è fissato esattamente dove è entrato, ma si muove all’interno del canale, possibilmente seguendo superfici ossee o spazi tra dura mater/ossa. The Journal of NeuroScience

Analisi: quanto sono vicini questi casi all’idea di “il proiettile corre lungo la spina”

Nei casi trovati:

  • Molti proiettili risultano intracanale vertebrale o intradurali (cioè all’interno del canale che ospita il midollo/spina dorsale), ma non sempre con descrizione che il proiettile segua la corticale vertebrale (la superficie dell’osso vertebrale).
  • In alcuni casi, come “A firearm bullet lodged into the thoracic spinal canal without vertebral destruction” il proiettile ha penetrato nel canale senza fratturare vertebre — suggerisce che potrebbe aver “scivolato” o percorso un tragitto molto vicino all’osso piuttosto che distruggerlo. BioMed Central
  • Casi di migrazione intraspinale implicano che il proiettile non sia rimasto completamente inserito in un tessuto molle, ma possa muoversi lungo spazi anatomici con superficie dura (ossa, lamina vertebrale, faccette articolari) che possono fungere da guide o ostacoli. The Journal of NeuroScience
  • Alcuni studi riguardano la traiettoria rispetto alla colonna vertebrale (ossia quanto la vicinanza dell’osso abbia influenzato il danno), ma non sempre si parla esplicitamente di “scorrere lungo la spina dorsale” come se fosse una guida ossea.

Aleksandr Dugin l’ innominabile uomo dei Rothschild?

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https://truereport.net/

Aleksandr Dugin é uno dei bersagli preferiti del media mainstream. Ne sono state scritte di ogni genere e risma.

Ma c’è sempre un quid in più da aggiungere in questa narrativa. Tanto da portarci oggi a dire che sí, Diavolo d’un Putin, ce l’hai fatta ancora una volta. Altro che nuovo Zar della Russia, altro che minaccia per l’Occidente con la sua smania di conquistare, a colpi di vanga s’intenda, ogni millimetro di terreno della vecchia, flaccida Europa. C’è chi dice che voglia arrivare sino a Lisbona. Per poi passare, magari, anche oltre. Vladimir Putin non sarebbe altri che un agente provocatore del New World Order, assoldato e schierato nelle falangi ultraglobaliste che fanno riferimento a quell’1 per cento di magnati della Finanza in grado di controllare il mondo e disegnarne gli assetti futuri. Ultrasionisti, sia chiaro.

Ovviamente, Putin agirebbe per interposta persona, poiché sarebbe soltanto un pupazzo manovrato da quel Satrapo quasi innominabile che risponde al nome di Aleksandr Dugin. Les jeux son fait: possiamo morire tranquilli, perché lo sterminio prossimo venturo è inevitabile. Siete avvertiti, di parodia in parodia, anche quel barlume di speranza chiamato Brics è definito come somma impostura messa in atto da chi vuole dominare il genere umano a colpi di transumanesimo, controllo sociale e sterminio di massa. Al confronto, i sostenitori della cosiddetta dottrina Kalergi – sempre che ve ne sia una – sono dei dilettanti allo sbaraglio.
Le inoppugnabili prove di questo complotto planetario – che recherebbe in calce la firma di Vlad e Aleks – sono state rese note grazie alla diffusione di una serie di articolesse pubblicate dal sito “fox-allen.com”. Testi destinati a rimanere scolpiti nella storia futura, sempre che l’abominevole piano Dugin/Putin – eterodiretti dalla famiglia Rothschild, va da sé – venga sventato, anche se non si capisce bene chi si possa opporre a tale orrifico disegno.


Ma veniamo alle cosiddette prove inoppugnabili. Non ce vogliano gli autori di fox-allen se tenteremo, con umili strumenti, di demolire alcune, alcune soltanto, delle loro tesi, appoggiandoci al principio popperiano del falsificazionismo. Primo punto: la simbologia. La contestazione mossa al Professore Dugin è quella di aver utilizzato per il movimento eurasiatico una stella ad otto frecce. Secondo gli estensori degli scritti, quel simbolo è una chiara evocazione dello stemma dei Rothschild, cinque frecce raggruppate con la punta verso il basso.

In realtà, lo stemma Rothschild contiene un pugno chiuso con cinque frecce che simboleggiano le cinque dinastie stabilite dai cinque figli di Mayer Rothschild, in un riferimento al Salmo 127: “Come frecce nelle mani di un guerriero”.

Cosa abbia a che fare con le otto frecce eurasiatiche non viene spiegato. Deve essere accettato come atto di fede. In fondo, sempre di frecce si tratta. A Popper l’ardua sentenza.
Dal punto di vista gerarchico, poi, i testi spiegano chiaramente la gerarchia che intercorre tra il filosofo e il politico. Dugin da “filosofo” di Putin viene elevato a “cervello” del presidente russo. Chissà come la prenderebbe quel ragazzaccio cresciuto in vicolo Baskov a Leningrado se lo venisse a sapere.
La storia personale del professore, poi, viene passata al setaccio nel suo complesso percorso, sottolineando ovviamente le spigolature più gustose per farlo passare se non come un criminale, almeno come uno psicopatico incoerente. E’ un metodo che conosciamo bene. Se l’avversario non si piega, allora deve essere prima deriso e poi demonizzato. Una lettera scarlatta perpetua che lo renda assolutamente incompatibile con il consesso civile. Nota a margine: è impossibile non ricordare come il tentativo di piegare Dugin si sia spinto sino al gesto estremo. Per chi non lo ricordasse, Darya Dugina è rimasta uccisa da un attentato terroristico ad agosto del 2022. Come conciliare l’aggressione a Dugin ed alla sua famiglia con l’appartenenza all’elitè globalista che pianifica i destini del mondo?


La polpa dell’inchiesta che pone Dugin e Putin ai vertici del complotto globalista si condensa, infine, sull’analisi delle teorie filosofiche del professore russo. Nel decifrare in poche decine di righe la complessa opera di Dugin si riesce a definirlo “fascista”, “comunista”, “totalitarista”, “antiliberale”, per poi passare alle sue “tentazioni” da suprematista nero, “sionista”, “cabalista” e probabilmente anche adepto della tremebonda setta fondata da Shabati Zevi. Insomma, un cavaliere dell’Apocalisse o poco ci manca. Qualche riferimento a un passato in un ordine dedito a orge e satanismo, perché si sa, un po’ di sesso e droga non guasta. Un colpo di Baphomet qua e là, per dipingerlo come acuto sostenitore del satanismo.(D’altronde, professore, ha scritto “I Templari del proletariato”, in fondo se l’è andata un po’ a cercare). La zuppa di duginismo non finisce mica qui. Serve il tocco da maestro, il colpo da fuoriclasse per stendere definitivamente l’avversario. Ed eccolo qua: molte riflessioni vengono spese per sciogliere il concetto di Dasein, l’esserci postulato da Heidegger. Ovviamente è un anello necessario per poter dare del nazista a Dugin. Lo spirito di Hannah Arendt, che seppe perdonare l’amato Maestro, li perdoni. E se di filosofi vogliamo parlare, allora peccato che nessun riferimento venga fornito rispetto al confronto, profondo quanto verticale, operato dal filosofo russo nel rapportarsi a Giorgio Agamben, piuttosto che a Massimo Cacciari o a Toni Negri, nella sua dimensione “imperiale, tanto per restare tra i confini di casa nostra.


In realtà, a voler essere pignoli, la teoria di autori, filosofi e intellettuali citati nelle opere di Dugin è talmente vasta da poter colmare un intero volume. Un po’ come fece Ernst Kantorowicz quando decise di pubblicare le note della sua monumentale opera su Federico II, lo Stupor Mundi.
Di Geopolitica, nonostante quella disciplina (sdoganata dall’apparentamento col fascismo soltanto in epoca recente, per colpa o per merito di Carl Schmitt, dipende dai punti di vista) rappresenti un asset fondamentale nella visione di Dugin, gli articoli di fox-allen ne parlano poco e in maniera non del tutto profonda, sorvolando qua e là su strategie, assetti e impostazioni di un possibile, e forse imminente, nuovo mondo multipolare.
Per non essere troppo pedanti, e volendo comunque riconoscere la buona fede e il “merito” agli autori di quegli scritti, rivolgiamo un umile appello. Si può fare di più, contro un uomo, contro un padre che ha già subito il martirio della figlia; si può essere ancora più incisivi, ancora più determinati nell’abbatterlo, nel demonizzarlo e nel ridicolizzare il suo pensiero. Attendiamo con ansia le prossime puntate. E’ una guerra metafisica, d’altronde. Ogni arma è legittima.

Di Piero Messina e Veleno Q.B.

Strana la scelta del Nome Fox Allen noto attivista DEM e sostenitore dei diritti LGBTQ+ e sostenitore dell’ Ucraina

Articolo Pubblicato di Fox Allen “PDF”

UFO, il Pentagono apre gli archivi: 80 anni di casi irrisolti e il mistero delle sfere sul Golfo dell’Oman

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Per decenni il dibattito sugli UFO è rimasto intrappolato fra due estremi: da una parte chi vedeva extraterrestri dietro qualsiasi luce nel cielo, dall’altra chi liquidava l’intero fenomeno come fantasia, suggestione o folklore.

Nel 2026 questa contrapposizione è diventata molto più difficile da sostenere.

Non perché il governo degli Stati Uniti abbia annunciato l’esistenza degli extraterrestri. Non lo ha fatto.

Non perché sia stata dimostrata l’origine non umana degli oggetti osservati. Non è stata dimostrata.

È accaduto però qualcosa di altrettanto importante dal punto di vista storico: l’amministrazione americana ha iniziato a pubblicare sistematicamente documenti governativi relativi agli UAP — Unidentified Anomalous Phenomena — compresi casi che lo stesso governo continua ufficialmente a classificare come irrisolti.

Ed è proprio questa parola a meritare attenzione.

Non “alieni”.

Non “astronavi extraterrestri”.

Ma nemmeno necessariamente “palloni”, “droni”, “illusioni ottiche” o “fenomeni atmosferici”.

Irrisolti.

Il materiale fornito alla base di questa ricostruzione descrive una lunga sequenza di episodi militari e testimonianze ufficiali, dal secondo dopuerra fino al 2026.

Il portale ufficiale PURSUE conferma inoltre che il governo considera i materiali pubblicati casi nei quali non è stato possibile raggiungere una determinazione definitiva sulla natura del fenomeno osservato. La stessa amministrazione precisa che ciò può dipendere anche dalla mancanza di dati sufficienti.

È una distinzione fondamentale.

Ma ciò che emerge dagli archivi è comunque abbastanza interessante da porre una domanda molto semplice:

che cosa hanno osservato, per decenni, militari, piloti, operatori radar e personale dell’intelligence americana?


PURSUE: l’operazione di trasparenza voluta da Trump

Il programma si chiama PURSUE — Presidential Unsealing and Reporting System for UAP Encounters.

Sul portale ufficiale compare una dichiarazione di Donald Trump del 19 febbraio 2026 nella quale il presidente dispone l’avvio del processo per individuare e rendere pubblici documenti governativi riguardanti vita extraterrestre, UFO e fenomeni anomali non identificati.

Il Department of War, con il supporto dell’Office of the Director of National Intelligence, dichiara di essere impegnato a individuare, riesaminare, declassificare e pubblicare documenti UAP distribuiti nell’amministrazione federale.

Non si tratta di qualche fotografia tirata fuori da un vecchio archivio.

Secondo il Dipartimento, l’operazione richiede il coordinamento di decine di agenzie e l’esame di decine di milioni di documenti, alcuni conservati esclusivamente in formato cartaceo e risalenti a molti decenni fa.

La pubblicazione è avvenuta progressivamente:

  • Release 01 — 8 maggio 2026
  • Release 02 — 22 maggio 2026
  • Release 03 — 12 giugno 2026
  • Release 04 — 10 luglio 2026
  • Release 05 — 7 agosto 2026

La quinta tranche è quindi reale ed è ufficialmente presente nel portale governativo.

Ed è proprio qui che compare uno dei casi più interessanti dell’intera operazione.


Il caso del Golfo dell’Oman

La notte dell’8 settembre 2021 un AC-130J delle forze speciali statunitensi era impegnato in un’esercitazione a fuoco reale nella regione del Golfo dell’Oman.

L’AC-130 non è un normale aereo da trasporto.

È una vera e propria cannoniera volante, equipaggiata con sensori elettro-ottici e infrarossi e sistemi d’arma destinati all’appoggio delle forze a terra.

Secondo il rapporto descritto nel materiale pubblicato, durante l’esercitazione venne sganciato in mare un dispositivo illuminante utilizzato come bersaglio.

L’aereo iniziò quindi a orbitare intorno al bersaglio.

Quando l’operatore riportò il sensore infrarosso verso il punto, comparvero due oggetti.

Il rapporto li descrive come “cold orbs”, sfere fredde, del diametro di circa quattro piedi — poco più di 1,2 metri — sospese a bassissima quota sull’acqua. Il materiale fornito descrive gli oggetti come immobili sopra il dispositivo per circa quindici secondi.

Già questo sarebbe sufficiente per rendere l’episodio interessante.

Ma è quello che avviene immediatamente dopo ad aver attirato maggiormente l’attenzione.


Il grilletto viene premuto. Gli oggetti si allontanano

Secondo il rapporto militare, l’operatore decide di sparare.

Fra la pressione del grilletto e il rinculo effettivo del cannone esiste naturalmente un breve intervallo meccanico.

Ed è durante quell’intervallo che, secondo quanto riportato nel documento, gli oggetti reagiscono.

Le due sfere si allontanano rapidamente dal bersaglio e abbandonano il campo del sensore senza una variazione evidente della quota.

Questo dettaglio è importante perché la sequenza temporale descritta nel rapporto colloca il movimento dopo l’azionamento del comando ma prima del rinculo dell’arma.

Naturalmente ciò non dimostra che gli oggetti “sapessero” che qualcuno stava per sparare.

Esistono possibili variabili tecniche da analizzare: segnali elettromagnetici, modificazioni nell’assetto dell’aereo, sincronizzazione imperfetta degli eventi, limiti della registrazione secondaria e altri fattori.

Ma è precisamente il genere di circostanza che rende il caso degno di un’analisi tecnica seria.

Soprattutto perché non si sarebbe trattato di un singolo avvistamento.


Circa 25 osservazioni durante la stessa missione

Il rapporto parla di circa 25 istanze di oggetti anomali durante la sortita.

Alcuni sarebbero apparsi come oggetti “freddi” nei sensori infrarossi.

Il documento descrive inoltre una coppia di oggetti che si sarebbe mossa in maniera coordinata, salendo e scendendo con un movimento ondulatorio.

Il paragone utilizzato nel rapporto è particolarmente curioso: il movimento ricordava quello dei delfini che nuotano insieme.

Nel materiale viene riportato anche il commento secondo cui gli oggetti sembravano consapevoli di volare in formazione.

Sempre secondo la ricostruzione contenuta nei documenti, non sarebbero stati osservati sistemi di propulsione convenzionali evidenti.

Niente pennacchi di scarico chiaramente riconoscibili.

Niente ali identificabili.

Niente motori visibili.

Questo, ancora una volta, non dimostra un’origine extraterrestre.

Significa semplicemente che sulla base dei dati disponibili non è stata prodotta un’identificazione definitiva.

Ed è esattamente per questo che il governo continua a classificare il caso come unresolved.


Attenzione: i filmati hanno un limite importante

Qui bisogna evitare una trappola nella quale cade spesso sia chi vuole dimostrare gli UFO sia chi vuole demolirli.

I video pubblicati relativi all’episodio non rappresentano necessariamente i dati grezzi originali del sensore.

Nel materiale viene specificato che si tratta di riprese realizzate con un dispositivo rivolto verso il display del sistema di bordo.

È una limitazione enorme dal punto di vista dell’analisi scientifica.

Una registrazione del display può introdurre:

  • artefatti;
  • perdita di risoluzione;
  • problemi di frequenza dei fotogrammi;
  • distorsioni;
  • riflessi;
  • difficoltà nella determinazione delle dimensioni;
  • problemi nella ricostruzione della velocità apparente.

Per questo sarebbe sbagliato prendere qualche secondo di video compresso e pretendere di ricostruire con certezza assoluta la fisica dell’oggetto.

Ma sarebbe altrettanto scorretto ignorare il rapporto militare che accompagna le immagini.

Il video non è l’intero caso.

È soltanto una parte del dossier.


Il punto fondamentale: il governo americano non dice “sono alieni”

Questo concetto deve essere chiarissimo.

Il governo degli Stati Uniti non sta certificando l’esistenza di astronavi extraterrestri.

Sul sito PURSUE viene scritto esplicitamente che i documenti raccolti riguardano casi irrisolti, cioè episodi nei quali il governo non è riuscito a determinare definitivamente la natura dei fenomeni osservati.

E aggiunge qualcosa di ancora più importante:

la mancata identificazione può essere dovuta anche semplicemente a dati insufficienti.

È il punto che separa una ricerca seria dalla propaganda.

UAP non significa alieno.

Significa fenomeno anomalo non identificato.

Ma vale anche il ragionamento opposto:

non identificato non significa automaticamente insignificante.

Se un fenomeno viene osservato da personale militare, registrato da sensori, inserito in rapporti dell’intelligence e rimane senza spiegazione definitiva, la domanda sulla sua natura è perfettamente legittima.


Dal Golfo dell’Oman all’Afghanistan

La quinta pubblicazione non riguarda soltanto sfere sul mare.

Nel materiale fornito viene descritto anche un verbale relativo a un ex pilota militare che racconta un episodio avvenuto nel giugno 2002 presso la base aerea di Bagram, in Afghanistan.

Sono circa le 4:30 del mattino.

Il pilota si trova all’esterno insieme a un collega.

A un certo punto nota che alcune stelle sembrano scomparire.

La ragione, secondo la testimonianza, sarebbe stata un enorme oggetto che attraversava il cielo.

La forma descritta?

Un triangolo equilatero nero.

Silenzioso.

Senza luci.

A quota apparentemente costante.

Le dimensioni vengono stimate in circa 500 piedi, cioè circa 150 metri.

Anche il secondo pilota avrebbe osservato l’oggetto.

Non abbiamo quindi una dimostrazione fisica dell’esistenza di un velivolo triangolare di 150 metri.

Abbiamo una testimonianza formalizzata in un verbale ufficiale.

La differenza è enorme e va mantenuta.

Ma proprio il fatto che testimonianze del genere siano entrate negli archivi federali spiega perché il fenomeno meriti di essere studiato senza pregiudizi.


I triangoli neri ricompaiono

Il caso di Bagram non sarebbe isolato.

Il materiale cita segnalazioni successive negli Stati Uniti e testimonianze provenienti da persone diverse che descrivono strutture triangolari.

Un episodio del 2023 a Colorado Springs coinvolgerebbe un ex dipendente del Dipartimento e un civile.

Un altro verbale del 2026 riguarda invece un gruppo di luci osservato nell’Ovest degli Stati Uniti.

Secondo la deposizione, da lontano apparivano come singoli punti luminosi.

Osservandoli più attentamente, ciascun punto sarebbe apparso composto da tre luci disposte a triangolo.

Ancora una volta: testimonianze non equivalgono a prove della natura extraterrestre degli oggetti.

Ma la ricorrenza di determinate geometrie attraverso epoche e luoghi differenti costituisce una pista investigativa legittima.


Il controverso “missing time”

Uno degli elementi più insoliti della quinta tranche riguarda presunte anomalie temporali.

In un verbale citato nel materiale, dopo l’avvistamento uno dei testimoni confronta il proprio orologio con altri dispositivi.

L’orologio analogico risulterebbe avanti di circa 25 minuti, mentre telefoni, orologio digitale e sistema del veicolo mostrerebbero un’altra ora.

Il particolare viene riportato nel verbale.

Il materiale sostiene inoltre che una circostanza analoga sarebbe presente in due testimonianze distinte.

Qui occorre essere particolarmente prudenti.

Un orologio fuori sincronia non dimostra una dilatazione temporale.

Per dimostrare un fenomeno relativistico servirebbero misurazioni strumentali controllate, sincronizzazione precedente, verifica tecnica dell’orologio e una quantità di informazioni che una semplice testimonianza non può fornire.

Il valore del documento è quindi un altro:

mostra che persino questo particolare, tradizionalmente confinato nella letteratura ufologica, è stato formalmente riportato da un testimone alle autorità.

Non significa che l’interpretazione ufologica sia corretta.

Significa che l’anomalia dichiarata esiste nel verbale e può essere sottoposta ad analisi.


Il fenomeno non nasce nel 2026

Ed è qui che la storia diventa ancora più interessante.

Il materiale pubblicato porta indietro la cronologia fino agli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale.

Un documento del 3 novembre 1948 attribuito all’intelligence dell’Aeronautica americana prendeva in considerazione perfino l’ipotesi che gli oggetti segnalati potessero essere veicoli provenienti da un altro pianeta.

Attenzione alle parole.

“Prendere in considerazione” una possibilità non significa concludere che quella possibilità sia vera.

L’intelligence deve, per definizione, esaminare ipotesi alternative.

Ma il documento dimostra qualcosa di storicamente rilevante:

l’ipotesi extraterrestre era già presente nelle valutazioni militari americane nel 1948.


Il problema tecnologico degli anni Quaranta

Qui emerge una delle domande più difficili.

Oggi è relativamente semplice invocare droni, sistemi autonomi, velivoli stealth, guerra elettronica o programmi militari classificati.

Ma cosa fare delle segnalazioni degli anni Quaranta e Cinquanta?

Il materiale ricorda documenti nei quali l’origine e l’identificazione di alcuni fenomeni non risultavano determinabili e analisi di filmati che non riuscivano a ricondurre quanto osservato a fenomeni naturali conosciuti.

Questo non elimina spiegazioni convenzionali.

Gli anni della Guerra fredda furono anche quelli di programmi aeronautici segretissimi, palloni stratosferici, ricognizione ad alta quota e sperimentazioni militari sconosciute al pubblico.

Molti UFO storici potrebbero certamente essere spiegati in questo modo.

Ma rimane una domanda:

tutti?


La lettera Twining e la realtà del fenomeno

Uno dei documenti storici più frequentemente citati nella storia degli UFO è il memorandum associato al generale Nathan F. Twining.

Nel materiale fornito viene interpretato come una conferma del fatto che il fenomeno osservato fosse considerato reale dall’apparato militare dell’epoca.

Anche qui bisogna distinguere due concetti.

Affermare che esiste un fenomeno reale significa riconoscere che persone e strumenti stanno effettivamente registrando qualcosa.

Non significa averne determinato l’origine.

Questa distinzione è fondamentale ancora oggi.

Possiamo avere contemporaneamente due affermazioni vere:

1. Esistono osservazioni UAP autentiche e non immediatamente spiegabili.

2. Non possediamo prove pubbliche sufficienti per attribuirle a civiltà extraterrestri.

Non c’è alcuna contraddizione.


Il radar cambia tutto

C’è poi una coincidenza storica affascinante.

Il radar viene sviluppato e utilizzato massicciamente durante la Seconda guerra mondiale.

Negli anni immediatamente successivi esplodono le segnalazioni di oggetti anomali nei cieli.

Il testo fornito propone quindi una lettura suggestiva: nel momento in cui l’umanità ha costruito strumenti capaci di osservare sistematicamente il cielo, ha cominciato a registrare anomalie che prima sarebbero potute passare inosservate.

Non dimostra che qualcosa sia “arrivato” in quel momento.

Potrebbe semplicemente significare che la nostra capacità di osservazione è migliorata.

Ed è proprio questo il punto.

Il problema UAP non deve necessariamente essere interpretato come:

“Quando sono arrivati?”

Potrebbe essere formulato diversamente:

“Quando abbiamo cominciato ad avere strumenti abbastanza sofisticati da accorgerci sistematicamente di questi fenomeni?”


Ottant’anni dopo siamo ancora alla stessa domanda

Ed eccoci al paradosso.

Nel 1948 l’intelligence militare discuteva fenomeni aerei di origine non determinata.

Nel 2002 un pilota racconta un gigantesco triangolo sopra Bagram.

Nel 2021 un AC-130 registra oggetti anomali durante un’esercitazione nel Golfo dell’Oman.

Nel 2026 gli Stati Uniti aprono un portale governativo dedicato alla pubblicazione di documenti UAP.

E sul sito ufficiale continuano a comparire casi classificati come:

UNRESOLVED.

Non significa che ottant’anni di indagini non abbiano spiegato nulla.

Al contrario: moltissimi casi UFO sono stati spiegati.

Palloni.

Aerei.

Satelliti.

Droni.

Fenomeni atmosferici.

Errori dei sensori.

Errori di prospettiva.

Ma il problema scientificamente interessante è costituito proprio dal residuo.

Dai casi che, dopo l’analisi disponibile, non ricevono ancora una classificazione definitiva.


Perché pubblicare tutto proprio adesso?

Questa probabilmente è la domanda politica più interessante.

Perché l’amministrazione Trump ha deciso di aprire sistematicamente questi archivi?

Una risposta è dichiarata apertamente dal governo:

trasparenza.

Il segretario Pete Hegseth afferma che documenti rimasti nascosti dietro classificazioni di sicurezza hanno alimentato per molto tempo speculazioni giustificate e che gli americani devono poterli vedere direttamente.

Questa frase merita attenzione.

Il governo non sta dicendo che tutte le teorie nate intorno agli UFO fossero corrette.

Sta riconoscendo però che la segretezza stessa ha alimentato il sospetto pubblico.

Ed è inevitabile.

Se per decenni documenti relativi a fenomeni non identificati vengono classificati, mentre pubblicamente l’argomento viene spesso trattato come una barzelletta, si crea una contraddizione.

Se non c’era nulla di interessante, perché classificare?

La risposta può essere perfettamente convenzionale.

Un rapporto UAP può rivelare:

capacità dei radar;

risoluzione dei sensori;

procedure operative;

posizione delle piattaforme;

metodi dell’intelligence;

capacità di intercettazione;

vulnerabilità delle installazioni militari.

In altre parole, la classificazione di un documento UFO non prova affatto che il governo stesse nascondendo alieni.

Può semplicemente proteggere informazioni militari.

Ma dopo la declassificazione possiamo finalmente separare le due cose.


Il vero scandalo sarebbe smettere di fare domande

Per settant’anni il dibattito UFO è stato spesso avvelenato dal ridicolo.

Chiunque facesse domande veniva facilmente inserito nella categoria dei complottisti.

Ma oggi esiste un portale ufficiale del governo degli Stati Uniti chiamato Presidential Unsealing and Reporting System for UAP Encounters.

Esistono documenti governativi.

Esistono rapporti militari.

Esistono testimonianze di piloti.

Esistono filmati.

Esistono casi risolti.

Ed esistono casi che il governo continua a definire irrisolti.

Questo cambia inevitabilmente il livello della discussione.

Non autorizza a dire:

“Gli alieni esistono e il Pentagono lo ha ammesso.”

Sarebbe falso.

Ma rende altrettanto superficiale affermare:

“Non esiste alcun fenomeno da studiare.”

Il governo americano stesso sta dicendo il contrario.


Tre grandi ipotesi rimangono sul tavolo

Alla fine possiamo ridurre il problema a tre grandi famiglie di spiegazioni.

1. Fenomeni convenzionali non correttamente identificati

È certamente la spiegazione di una parte consistente degli avvistamenti.

Palloni, droni, satelliti, aerei, fenomeni atmosferici, errori percettivi e artefatti dei sensori possono produrre osservazioni apparentemente straordinarie.

2. Tecnologia umana classificata

Una parte degli avvistamenti potrebbe riguardare programmi militari segreti americani oppure sistemi sviluppati da potenze straniere.

Storicamente è già successo che programmi classificati venissero scambiati per UFO.

Ma questa spiegazione diventa più problematica quando viene applicata indiscriminatamente a episodi molto antichi.

Se un oggetto manifestasse realmente caratteristiche tecnologiche enormemente superiori a quelle conosciute negli anni Quaranta, bisognerebbe spiegare chi disponesse di quella tecnologia e perché, ottant’anni dopo, essa non sia emersa chiaramente nella storia aeronautica conosciuta.

3. Un’origine non convenzionale

È l’ipotesi più affascinante e contemporaneamente quella che richiede le prove più forti.

Extraterrestre?

Qualcos’altro?

Non lo sappiamo.

E proprio perché non lo sappiamo, non dobbiamo trasformare un interrogativo in una certezza.


La posizione più razionale: né credulità né negazione

Il punto non dovrebbe essere scegliere una fede.

Credere agli alieni contro non credere agli alieni.

È una falsa alternativa.

La posizione razionale consiste nel prendere i documenti, analizzare i dati e classificare ogni episodio sulla base delle evidenze.

Se è un pallone, chiamarlo pallone.

Se è un drone, chiamarlo drone.

Se è un artefatto del sensore, dimostrarlo.

Se è un velivolo militare classificato e un giorno diventa possibile dirlo, documentarlo.

E se dopo tutto questo rimane qualcosa che non sappiamo spiegare, avere l’onestà intellettuale di scrivere:

NON IDENTIFICATO.

È precisamente ciò che il governo americano sta facendo con almeno una parte dell’archivio PURSUE.


Conclusione: la vera notizia non sono gli alieni, ma l’apertura degli archivi

Forse un giorno scopriremo che tutti i casi più spettacolari avevano spiegazioni perfettamente terrestri.

Forse scopriremo che una piccola percentuale riguardava tecnologie segrete.

Oppure potremmo scoprire qualcosa di molto più importante.

Oggi non possiamo saperlo.

Ma qualcosa è già cambiato.

Il fenomeno UAP non può più essere liquidato semplicemente come folklore da internet.

Esistono documenti ufficiali, rapporti militari, materiale dell’intelligence e testimonianze raccolte dalle autorità federali.

E soprattutto esiste un governo che ha deciso di aprire progressivamente archivi rimasti classificati per decenni.

Nel Golfo dell’Oman, nel 2021, un equipaggio militare americano riferì di aver osservato circa 25 istanze di oggetti anomali durante una missione; due delle cosiddette “cold orbs” vennero osservate vicino al bersaglio e, secondo il rapporto, si allontanarono rapidamente dopo l’azionamento del comando di fuoco.

Cinque anni dopo quel materiale è pubblico.

E il governo non lo presenta come la prova dell’arrivo degli extraterrestri.

Lo presenta come qualcosa di forse ancora più provocatorio per chi pretende risposte semplici:

un caso irrisolto.

Dopo decenni nei quali la questione UFO è stata sospesa fra segretezza, ridicolo, testimonianze, errori, spiegazioni convenzionali e autentiche anomalie, forse la domanda corretta non è più:

“Credete agli UFO?”

La domanda dovrebbe essere:

che cosa mostrano realmente i dati?

E soprattutto:

fra migliaia di casi spiegabili, che cosa rimane quando abbiamo eliminato tutto ciò che sappiamo identificare?

Perché è proprio lì, in quel residuo ancora senza nome, che comincia la parte interessante della ricerca.


Fonti e documenti

Portale ufficiale PURSUE – U.S. Department of War:
Presidential Unsealing and Reporting System for UAP Encounters

Release 05 – 7 agosto 2026: disponibile direttamente attraverso il database e i pacchetti della quinta tranche sul portale PURSUE.

AARO – All-domain Anomaly Resolution Office:
Sito ufficiale AARO

National Archives – documentazione governativa statunitense:
U.S. National Archives

FBI Vault – UFO:
FBI Vault

Piramide di Cheope, il paper Biondi-Malanga ritirato dopo quattro anni: se gli errori sono così gravi, MDPI li mostri

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C’è un modo molto semplice per chiudere una controversia scientifica: mostrare i dati, indicare gli errori, pubblicare le contestazioni tecniche e permettere agli autori di rispondere punto per punto.

Poi c’è un altro modo: dichiarare che esistono “gravi difetti metodologici ed errori statistici”, ritirare un articolo pubblicato quasi quattro anni prima e aspettarsi che la formula dell’autorità editoriale basti a chiudere la questione.

È precisamente qui che nasce il problema del clamoroso ritiro del lavoro di Filippo Biondi e Corrado Malanga sulla Grande Piramide di Giza.

Il 10 agosto 2026 la rivista scientifica Remote Sensing, pubblicata da MDPI, ha formalmente ritirato il paper del 2022 Synthetic Aperture Radar Doppler Tomography Reveals Details of Undiscovered High-Resolution Internal Structure of the Great Pyramid of Giza.

La rivista afferma che un’indagine interna avrebbe confermato problemi metodologici ed errori statistici sufficientemente seri da compromettere le conclusioni dell’articolo.

Benissimo.

Quali?

È questa la domanda che dovrebbe interessare chiunque abbia ancora a cuore il metodo scientifico.


QUATTRO ANNI DOPO SCOPRONO CHE IL PAPER AVREBBE “GRAVI DIFETTI”

Ricostruiamo prima un particolare che qualcuno potrebbe trovare leggermente imbarazzante.

Il paper non è apparso ieri su un blog personale.

È stato pubblicato da Remote Sensing nel 2022.

È rimasto nella letteratura scientifica per quasi quattro anni.

È stato consultato, discusso e citato.

E soprattutto era stato sottoposto al processo editoriale della stessa rivista che oggi lo ritira.

Ora MDPI comunica che nell’articolo esisterebbero “serious methodological flaws and statistical errors”, cioè gravi difetti metodologici ed errori statistici tali da minarne le conclusioni.

La domanda sorge spontanea:

dove erano questi errori quando il paper venne esaminato, revisionato, accettato e pubblicato?

Naturalmente una peer review può sbagliare.

Non sarebbe né il primo né l’ultimo caso.

La scienza procede anche correggendo i propri errori e una retrazione, di per sé, non è uno scandalo.

Ma proprio perché gli errori possono essere scoperti successivamente, quando si arriva alla misura estrema del ritiro sarebbe auspicabile spiegare con estrema precisione che cosa è stato scoperto.

Non basta agitare la bacchetta magica delle parole “errore metodologico”.


SE GLI ERRORI SONO COSÌ GRAVI, PUBBLICATELI

Qui sta il cuore dell’intera vicenda.

MDPI sostiene che la propria indagine abbia individuato problemi sufficientemente gravi da invalidare le conclusioni scientifiche.

Allora dovrebbe essere semplicissimo rispondere ad alcune domande.

Quale passaggio metodologico è sbagliato?

Quale modello matematico non funziona?

Quale elaborazione SAR produce risultati erronei?

Quale test statistico sarebbe stato utilizzato impropriamente?

Quali risultati non sarebbero riproducibili?

Quali strutture individuate sarebbero artefatti matematici?

Quali conclusioni deriverebbero da assunzioni non valide?

Questo sarebbe estremamente più utile di una formula editoriale generica.

Perché la scienza funziona attraverso argomenti verificabili, non attraverso formule di autorità.

Non dovrebbe bastare dire:

abbiamo indagato e abbiamo stabilito che è sbagliato.

La risposta scientifica dovrebbe essere:

questo passaggio è sbagliato per questa ragione, questi dati non supportano questa conclusione e questo test produce questo risultato.

A quel punto Biondi e Malanga potrebbero rispondere.

E altri ricercatori potrebbero controllare chi ha ragione.

Questo si chiama dibattito scientifico.


TUTTO PARTE DALLA SEGNALAZIONE DI UN LETTORE

C’è poi un elemento che inevitabilmente alimenta la polemica.

Secondo la dichiarazione di retrazione, dopo la pubblicazione un lettore ha portato all’attenzione dell’Editorial Office alcune preoccupazioni riguardanti questioni metodologiche.

Occorre essere precisi: non significa che sia bastata automaticamente la protesta di un lettore per cancellare l’articolo.

MDPI sostiene infatti che la segnalazione abbia dato origine a un’indagine dell’ufficio editoriale e dell’Editorial Board, e che sarebbe stata tale indagine a confermare i problemi.

Ma questo rende ancora più interessante la domanda:

possiamo conoscere nel dettaglio il contenuto tecnico dell’indagine?

Perché un conto è sapere che qualcuno ha segnalato un problema.

Un altro è sapere quale problema, quali verifiche sono state effettuate e attraverso quali argomenti si è arrivati alla conclusione estrema della retrazione.

Se esiste una confutazione scientifica devastante del metodo Biondi-Malanga, perché non renderla il più possibile trasparente?

Sarebbe persino nell’interesse di MDPI.


IL PARADOSSO DELLA PEER REVIEW

La vicenda diventa ancora più interessante ricordando che il paper aveva superato il processo di revisione.

E questo crea un paradosso che MDPI dovrebbe avere tutto l’interesse a chiarire.

Nel 2022:

revisione → correzioni → accettazione → pubblicazione.

Nel 2026:

gravi difetti metodologici → errori statistici → conclusioni compromesse → retrazione.

Possibile?

Certamente.

Ma allora vogliamo sapere cosa è cambiato.

Quale errore fondamentale non venne individuato dai revisori?

Chi lo ha individuato successivamente?

Quale nuova analisi ha dimostrato l’errore?

È stata tentata una riproduzione?

Sono stati riesaminati i dati?

Sono stati rieseguiti gli algoritmi?

Esiste una relazione tecnica?

Perché queste informazioni sarebbero infinitamente più importanti della semplice etichetta RETRACTED piazzata sopra il paper.


IL RITIRO NON DIMOSTRA AUTOMATICAMENTE CHE BIONDI E MALANGA AVESSERO RAGIONE

Bisogna però evitare anche l’errore opposto.

Il fatto che una retrazione possa apparire insufficientemente dettagliata non dimostra automaticamente che il metodo Biondi-Malanga funzioni.

E soprattutto non dimostra che tutte le strutture ipotizzate attraverso quelle elaborazioni esistano realmente.

Questa distinzione è fondamentale.

Biondi e Malanga possono avere ragione.

Possono avere torto.

Possono avere sviluppato una tecnica interessante ma sovrastimato alcuni risultati.

Oppure il metodo può presentare problemi fondamentali.

Ma nessuna di queste possibilità si decide attraverso il tifo.

Si decide attraverso verifica e riproducibilità.

Ed è proprio per questo che una contestazione tecnica dettagliata sarebbe così importante.


GLI AUTORI NON HANNO ACCETTATO LA DECISIONE

Un altro particolare significativo è esplicitamente riportato nella comunicazione della rivista:

gli autori sono stati informati della retrazione e hanno espresso il loro disaccordo.

Non siamo quindi davanti al caso nel quale due ricercatori riconoscono:

“Abbiamo scoperto un errore, ritiriamo il lavoro”.

No.

La rivista ritira.

Gli autori contestano.

Questo significa che esiste una controversia scientifica aperta.

E quando esiste una controversia scientifica, la risposta migliore non è diminuire la quantità di informazioni disponibili.

È aumentarla.


400.000 VISUALIZZAZIONI: UN PAPER DIVENTATO UN CASO MONDIALE

Il lavoro aveva inoltre ottenuto una diffusione fuori dal comune per un articolo scientifico estremamente tecnico.

Secondo le metriche riportate sulla pagina MDPI, il paper aveva accumulato centinaia di migliaia di visualizzazioni.

Non sorprende.

Stiamo parlando della Grande Piramide di Giza e della possibilità di individuare strutture interne sconosciute attraverso tecniche di elaborazione radar.

Era inevitabile che una simile ricerca attirasse enorme attenzione.

Ed è proprio l’enorme visibilità del lavoro che rende ancora più necessaria una spiegazione tecnica estremamente robusta della retrazione.

Più una pubblicazione diventa importante e controversa, maggiore dovrebbe essere la trasparenza utilizzata per correggerla.


“DAVA FASTIDIO A QUALCUNO?”

È la domanda che inevitabilmente molti si stanno facendo.

A chi dava fastidio questa ricerca?

La tentazione di arrivare immediatamente a una risposta è comprensibile.

Ma sarebbe intellettualmente scorretto trasformare un sospetto in un fatto.

Non abbiamo prove che MDPI abbia ritirato il lavoro perché qualcuno volesse impedire determinate scoperte sulla Piramide di Cheope.

Non abbiamo prove di un intervento politico.

Non abbiamo prove di pressioni dell’egittologia ufficiale.

E proprio per questo non serve inventare complotti.

Basta pretendere trasparenza.

Anzi, è una posizione molto più forte.

Non accusiamo nessuno di censura senza prove.

Chiediamo semplicemente:

pubblicate nel dettaglio gli errori.

Se sono devastanti, il caso sarà chiuso.

Se invece gli autori riusciranno a rispondere, il dibattito dovrà continuare.


LA PAROLA “SCIENZA” NON È UN TIMBRO DI AUTORITÀ

Questa storia mette in luce un problema molto più ampio.

Negli ultimi anni siamo stati abituati troppo spesso a una versione caricaturale della scienza nella quale qualcuno proclama:

“La scienza dice…”

e la discussione dovrebbe terminare.

Ma la scienza non è un ministero.

Non è un’autorità religiosa.

Non è un timbro.

Non è nemmeno una rivista scientifica.

La scienza è un metodo.

Ipotesi.

Esperimenti.

Dati.

Riproducibilità.

Critica.

Confutazione.

Nuovi esperimenti.

E persino un articolo sottoposto a peer review può essere sbagliato.

Esattamente come può essere sbagliata una successiva critica allo stesso articolo.

Per questo l’unico arbitro realmente interessante rimane la verifica.


FACCIAMO L’ESPERIMENTO CHE PUÒ CHIUDERE LA DISCUSSIONE

Invece di trasformare questa storia nell’ennesima guerra tra ortodossi ed eretici, perché non organizzare una verifica indipendente?

Prendiamo una grande struttura della quale conosciamo perfettamente l’interno.

Un bunker.

Una miniera.

Una rete di tunnel.

Una costruzione con camere e cavità documentate.

Forniamo i dati satellitari a Biondi e Malanga senza comunicare la posizione delle strutture interne.

Applichino il loro metodo.

Poi confrontiamo il risultato con la realtà.

Se individuano sistematicamente cavità che non esistono, abbiamo un problema enorme.

Se non riescono a individuare quelle esistenti, abbiamo un altro problema enorme.

Ma se ricostruiscono correttamente strutture nascoste di cui non conoscevano preventivamente l’esistenza?

A quel punto avremmo qualcosa di altrettanto enorme.

Questo sarebbe infinitamente più convincente di mille discussioni sui social.


E POI TORNIAMO A CHEOPE

Una volta validato — oppure falsificato — il metodo su strutture note, si potrebbe tornare alla Grande Piramide.

E confrontare i risultati con tecnologie completamente indipendenti.

Tomografia muonica.

Misure geofisiche.

Microgravimetria.

Tecniche sismiche dove applicabili.

Indagini archeologiche autorizzate.

Se tecnologie differenti individuassero anomalie nello stesso punto, la probabilità di trovarsi davanti a una struttura reale crescerebbe enormemente.

Se invece soltanto l’algoritmo Biondi-Malanga mostrasse determinate strutture, mentre tutti gli altri sistemi non rilevassero nulla, la loro interpretazione diventerebbe molto più difficile da sostenere.

Non servono anatemi.

Servono esperimenti.


LA DOMANDA A MDPI È SEMPLICISSIMA

Il punto quindi non è proclamare che Biondi e Malanga abbiano certamente scoperto qualcosa che qualcuno vuole nascondere.

Sarebbe una conclusione che oggi non possiamo dimostrare.

Il punto è molto più semplice e, proprio per questo, molto più scomodo.

MDPI ha pubblicato quel lavoro.

MDPI lo ha mantenuto nella letteratura scientifica per quasi quattro anni.

MDPI oggi sostiene che contiene gravi difetti metodologici ed errori statistici tali da comprometterne le conclusioni.

Perfetto.

Allora mostrateli.

Non genericamente.

Non attraverso una formula burocratica.

Punto per punto.

Metodo per metodo.

Calcolo per calcolo.

Dato per dato.

Consentendo agli autori di pubblicare integralmente la propria replica e alla comunità scientifica di giudicare.

Perché se gli errori sono davvero così macroscopici, documentarli dettagliatamente non dovrebbe rappresentare un problema.

Al contrario, dovrebbe essere il modo migliore per dimostrare che la retrazione era necessaria.


NON CHIAMATELA CENSURA. CHIAMATELA UNA RICHIESTA DI TRASPARENZA

Non abbiamo bisogno di sapere preventivamente chi abbia ragione.

Non abbiamo bisogno di trasformare Biondi e Malanga in martiri.

E non abbiamo bisogno di inventare oscuri burattinai dietro la decisione.

Abbiamo bisogno di qualcosa di molto più elementare:

prove.

La rivista sostiene che esistano errori gravi?

Li documenti dettagliatamente.

Gli autori sostengono che il ritiro sia ingiustificato?

Rispondano tecnicamente.

Altri ricercatori sostengono che il metodo non funzioni?

Lo riproducano sperimentalmente e pubblichino i risultati.

Biondi e Malanga sostengono che funzioni?

Accettino test indipendenti e possibilmente in cieco.

Poi saranno i dati a parlare.

Perché il metodo scientifico dovrebbe funzionare precisamente così.

E finché una decisione tanto drastica viene accompagnata pubblicamente soprattutto da formule generali come “gravi difetti metodologici ed errori statistici”, la domanda rimane inevitabile:

se avete trovato errori tanto gravi da cancellare quattro anni dopo un paper che avevate revisionato e pubblicato, perché non mostrarli nel massimo dettaglio?

Non è complottismo.

È esattamente la domanda che la scienza dovrebbe incoraggiare.


LINK E DOCUMENTI

Paper originale Biondi-Malanga, Remote Sensing (MDPI):
https://www.mdpi.com/2072-4292/14/20/5231

Retractation ufficiale pubblicata da Remote Sensing il 10 agosto 2026:
https://www.mdpi.com/2072-4292/18/16/2679

Pagina MDPI della retrazione e cronologia degli aggiornamenti:
https://www.mdpi.com/2072-4292/18/16/2679/notes

Peer Review Report del paper originale:
https://www.mdpi.com/2072-4292/14/20/5231/review_report

Versione del paper su arXiv:
https://arxiv.org/abs/2208.00811

Pagina delle metriche del paper MDPI:
https://www.mdpi.com/2072-4292/14/20/5231#metrics

I SOLITI RIPORTER MARXISTI MISTIFICANO LE INFORMAZIONI PER FARE PROPAGANDA: SUL TERREMOTO IN COLOMBIA “NON RICHIEDERE” DIVENTA “RIFIUTARE GLI AIUTI”

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Il terremoto di magnitudo 7,4 che il 10 agosto 2026 ha devastato la Colombia occidentale è una tragedia reale, con un bilancio umano che continua purtroppo ad aggravarsi. Il sisma ha colpito duramente soprattutto l’area del Chocó e diverse città dell’ovest del Paese, provocando morti, feriti, dispersi, edifici crollati e gravissimi danni alle infrastrutture.

Proprio per questo sarebbe necessario raccontare con precisione ciò che sta facendo il nuovo governo di Abelardo de la Espriella.

Invece, ancora una volta, una parte della comunicazione politica sembra preferire una formula molto più utile alla polemica: “De la Espriella respinge gli aiuti internazionali”.

Il problema è che questa frase comprime situazioni differenti fino a farle apparire identiche.

La Colombia non ha chiuso le frontiere agli aiuti stranieri. Ha invece privilegiato, almeno in questa fase, forniture e assistenza materiale, sostenendo di disporre di personale sufficiente per alcune operazioni di emergenza. Fonti che criticano apertamente questa scelta riconoscono comunque questa distinzione.

Ed è precisamente qui che comincia la mistificazione.

“NON ABBIAMO RICHIESTO I VOSTRI SOCCORRITORI” NON SIGNIFICA “RIFIUTIAMO GLI AIUTI INTERNAZIONALI”

Partiamo dalla questione fondamentale.

Dopo un terremoto un governo deve coordinare:

  • ricerca e soccorso;
  • protezione civile;
  • forze armate;
  • personale sanitario;
  • logistica;
  • distribuzione degli aiuti;
  • accesso alle zone disastrate;
  • squadre straniere;
  • aeroporti e trasporti;
  • sistemazione degli sfollati.

L’offerta internazionale di una squadra di soccorso non comporta automaticamente che il Paese colpito debba richiederne l’intervento.

Ed è proprio questo che emerge anche dalle dichiarazioni provenienti dall’estero.

Il presidente salvadoregno Nayib Bukele aveva offerto squadre di soccorso, medici, paramedici, forniture e qualsiasi altra assistenza ritenuta necessaria dalla Colombia.

Successivamente El Salvador ha annunciato l’invio di due aerei con circa 100 tonnellate di aiuti.

Fermiamoci qui.

Se la Colombia avesse realmente “respinto la cooperazione internazionale”, come si spiega l’invio degli aiuti salvadoregni?

La spiegazione è semplicissima:

Bogotá ha distinto tra forniture necessarie e personale straniero non richiesto in quella determinata fase.

Si può discutere se questa valutazione sia stata corretta.

Si può persino sostenere che De la Espriella avrebbe dovuto accettare immediatamente tutte le squadre straniere disponibili.

Ma questa sarebbe una critica politica e operativa legittima.

È completamente diverso dal sostenere che la Colombia abbia respinto gli aiuti internazionali.

IL CASO DEL MESSICO DIMOSTRA ESATTAMENTE LA STESSA COSA

Il Messico di Claudia Sheinbaum si è preparato a intervenire.

Secondo le informazioni disponibili, Città del Messico aveva predisposto 255 militari specializzati nella ricerca e nel soccorso, oltre a materiale e aiuti umanitari.

Sheinbaum ha però spiegato che il governo messicano attendeva la richiesta formale colombiana prima della partenza.

La frase riportata è chiarissima nel suo significato:

“Stiamo aspettando la richiesta formale del governo colombiano.”

Il Messico era dunque pronto.

La Colombia non aveva ancora richiesto quel particolare contingente.

Da questo si può legittimamente ricavare:

“La Colombia non ha ancora richiesto l’invio dei soccorritori messicani.”

Trasformarlo invece in:

“La Colombia respinge gli aiuti internazionali”

significa aggiungere alla notizia una conclusione politica che la notizia stessa non dimostra.

LA CINA CHIEDE UN INTERLOCUTORE: È UNA QUESTIONE CHE MERITA ATTENZIONE, NON UNA PROVA DEL “RIFIUTO”

C’è poi il caso dell’ambasciatore cinese a Bogotá, Zhu Jingyang.

L’ambasciatore ha pubblicamente chiesto che venisse individuato rapidamente un referente colombiano incaricato di coordinare l’assistenza proveniente dall’estero.

Questo elemento non deve essere nascosto.

Anzi, pone una domanda seria:

il coordinamento colombiano delle offerte internazionali è stato sufficientemente rapido ed efficiente?

È una domanda perfettamente legittima.

Se Pechino, Città del Messico o altri governi hanno incontrato difficoltà nel capire con chi coordinarsi, il governo colombiano dovrà spiegare perché.

Ma ancora una volta bisogna distinguere tra:

problemi o ritardi nel coordinamento

e

rifiuto della cooperazione internazionale.

Sono concetti diversi.

POI ARRIVANO GLI STATI UNITI E LA NARRAZIONE COMINCIA A CONTRADDIRSI DA SOLA

La contraddizione più evidente riguarda però gli Stati Uniti.

Washington ha annunciato 15,5 milioni di dollari di assistenza, destinati tra l’altro a rifugi d’emergenza, alimenti, protezione e valutazione dei danni.

Ma non è tutto.

Gli Stati Uniti hanno anche attivato un Disaster Assistance Response Team (DART).

Secondo le informazioni diffuse, membri della squadra americana hanno iniziato ad arrivare in Colombia già nelle ore successive al terremoto per sostenere le operazioni, la programmazione e il coordinamento della risposta.

E qui la propaganda finisce in un cortocircuito logico.

Da una parte ci viene raccontato:

“Il governo respinge categoricamente il personale internazionale.”

Dall’altra scopriamo:

personale specializzato statunitense viene accettato e arriva in Colombia.

Le due affermazioni, prese alla lettera, non possono essere entrambe vere.

La formulazione più accurata è quindi molto diversa:

il governo colombiano ha scelto quali forme di assistenza internazionale richiedere o accettare, privilegiando determinate forniture e accettando il supporto americano, senza richiedere almeno inizialmente tutti i contingenti di soccorso offerti dagli altri Paesi.

Questo non significa necessariamente che abbia fatto bene.

Significa semplicemente raccontare correttamente quello che sappiamo.

PERCHÉ GLI AMERICANI SÌ?

Questa è invece una domanda politica interessante.

Perché il DART statunitense è stato accettato mentre altre squadre straniere erano ancora in attesa?

Il governo dovrebbe spiegarlo chiaramente.

Ma esiste anche una differenza funzionale da considerare.

Un DART non è semplicemente l’equivalente di una squadra di vigili del fuoco stranieri mandata a scavare tra le macerie.

Il dispositivo americano serve anche a valutare i bisogni umanitari, programmare l’assistenza e coordinare la risposta.

Quindi anche qui il paragone automatico tra ogni forma di personale straniero rischia di essere semplicistico.

E ARRIVIAMO AI FAMOSI 450 MILIONI DELLA BANCA MONDIALE

Qui la costruzione propagandistica diventa ancora più evidente.

La deputata colombiana Mafe Carrascal ha criticato duramente la scelta del governo di attivare un finanziamento fino a 450 milioni di dollari con la Banca Mondiale, contrapponendola al mancato utilizzo di parte dell’assistenza internazionale offerta.

Il governo ha effettivamente annunciato l’attivazione, nell’ambito dell’emergenza economica, di un credito fino a 450 milioni di dollari.

Il fatto dunque esiste.

Ma è il collegamento retorico a essere discutibile.

Il ragionamento propagandistico è:

“Non vogliono i soccorritori gratis, però vogliono indebitare il Paese per 450 milioni.”

Suggestivo.

Peccato che si mettano a confronto strumenti destinati a esigenze completamente diverse.

UN SOCCORRITORE NON RICOSTRUISCE UNA CITTÀ

Una squadra internazionale USAR può essere fondamentale nelle prime ore e nei primi giorni successivi a un terremoto.

Può cercare persone sotto le macerie.

Può utilizzare cani, sensori, telecamere, attrezzature da taglio.

Può salvare vite.

Ed è precisamente per questo che sarebbe legittimo chiedere al governo colombiano se avrebbe dovuto accettare più squadre straniere.

Ma un finanziamento da centinaia di milioni serve ad altro.

Dopo la fase immediata arrivano:

ricostruzione delle abitazioni, ospedali, scuole, strade, reti idriche, infrastrutture pubbliche, assistenza agli sfollati e ripristino dell’economia locale.

Le dimensioni economiche della catastrofe potrebbero essere enormi.

El País riporta una valutazione dello US Geological Survey secondo cui le perdite potrebbero raggiungere 10 miliardi di dollari.

Di fronte a una possibile devastazione di queste dimensioni, sostenere che il credito della Banca Mondiale sarebbe contraddittorio perché alcuni Paesi avevano offerto gratuitamente delle squadre di soccorso significa confrontare mele con trattori.

Sono due problemi differenti.

450 MILIONI SONO TANTI, MA POTREBBERO ESSERE SOLO UNA FRAZIONE DEI DANNI

Facciamo anche un semplice confronto.

Se la stima massima dei danni arrivasse davvero a 10 miliardi di dollari, un finanziamento da 450 milioni rappresenterebbe appena il 4,5% di quella cifra.

Questo non dimostra automaticamente che il prestito sia conveniente.

Bisognerà conoscere:

  • condizioni finanziarie;
  • interessi;
  • durata;
  • eventuale periodo di grazia;
  • destinazione precisa dei fondi;
  • controlli sulla spesa;
  • procedure di assegnazione;
  • costi effettivi della ricostruzione.

Queste sono le domande che dovrebbe fare un giornalista.

Dire semplicemente:

“Prima rifiutano gli aiuti gratis, poi corrono dalla Banca Mondiale”

serve invece soprattutto a costruire una narrativa.

IL TERREMOTO DIVENTA COSÌ UN’ARMA CONTRO DE LA ESPRIELLA

Il meccanismo politico è riconoscibile.

Il nuovo presidente deve affrontare una catastrofe enorme.

Qualunque scelta diventa immediatamente materiale per una battaglia ideologica.

Accetta gli americani?

È servo di Washington.

Non richiede immediatamente le squadre offerte da governi latinoamericani?

Rifiuta la solidarietà internazionale.

Chiede risorse alla Banca Mondiale?

Vuole indebitare il Paese.

Se invece accettasse indiscriminatamente centinaia di soccorritori stranieri, probabilmente qualcuno lo accuserebbe di dimostrare che lo Stato colombiano è incapace di gestire autonomamente l’emergenza.

È il classico gioco nel quale la conclusione politica viene stabilita prima e i fatti vengono successivamente selezionati per adattarsi alla conclusione.

QUESTO NON SIGNIFICA ASSOLVERE IL GOVERNO

Sarebbe altrettanto propagandistico sostenere che il governo De la Espriella abbia certamente gestito tutto alla perfezione.

Non lo sappiamo ancora.

La crisi è in pieno svolgimento.

Ci sono almeno tre questioni sulle quali il governo dovrà fornire risposte precise.

Primo: perché alcune squadre internazionali specializzate nella ricerca e soccorso non sono state richieste nelle prime ore?

Secondo: le forze colombiane disponevano davvero di personale e mezzi sufficienti in tutte le aree colpite?

Terzo: perché alcuni governi stranieri hanno lamentato l’assenza di un referente chiaro per il coordinamento degli aiuti?

Queste sono critiche concrete.

E se emergerà che vite avrebbero potuto essere salvate accettando più rapidamente determinate squadre straniere, la responsabilità politica dovrà essere accertata senza sconti.

Ma questa verifica deve essere basata sui fatti.

Non sulle etichette.

ANCHE IL NUMERO DELLE VITTIME IMPONE PRUDENZA

Il bilancio del terremoto è cambiato rapidamente nelle ore successive alla catastrofe.

Le prime notizie parlavano di decine di morti; gli aggiornamenti successivi hanno fatto salire drammaticamente il numero delle vittime e dei dispersi.

È esattamente ciò che accade nelle grandi catastrofi.

Dati, necessità operative e priorità possono cambiare di ora in ora.

Per questo bisogna fare attenzione anche a giudicare una decisione presa alle 10 del mattino utilizzando informazioni disponibili soltanto la sera o il giorno successivo.

LA DISTINZIONE CHE LA PROPAGANDA NON VUOLE FARE

Alla fine tutta la questione può essere riassunta con quattro frasi:

Offerta di aiuto ≠ richiesta di aiuto.

Non richiedere una squadra straniera ≠ rifiutare tutta la cooperazione internazionale.

Accettare forniture ≠ essere obbligati ad accettare ogni contingente straniero.

Finanziare la ricostruzione ≠ finanziare le operazioni di ricerca sotto le macerie.

Quando queste distinzioni vengono eliminate, nasce una storia molto più semplice:

De la Espriella caccia gli aiuti stranieri, accetta soltanto gli americani e poi corre dalla Banca Mondiale a indebitare i colombiani.

È un racconto politicamente efficace.

Ma è molto meno preciso della realtà documentata nelle prime 48 ore dopo il terremoto.

LA REALTÀ È PIÙ COMPLESSA DELLO SLOGAN

Quello che possiamo affermare oggi è che diversi Paesi hanno offerto assistenza alla Colombia.

Il Messico ha preparato personale specializzato ma ha atteso una richiesta formale colombiana.

El Salvador ha offerto personale e materiali e ha poi annunciato l’invio di circa 100 tonnellate di aiuti.

La Cina ha chiesto un coordinamento più chiaro delle offerte straniere.

Gli Stati Uniti hanno stanziato 15,5 milioni di dollari e attivato un DART, con personale arrivato in Colombia per sostenere la risposta.

Il governo colombiano ha inoltre annunciato un credito fino a 450 milioni di dollari con la Banca Mondiale per affrontare l’emergenza economica e la successiva ricostruzione.

Questi sono i fatti disponibili.

Si può discutere duramente ogni singola scelta.

Ma per farlo seriamente bisogna smetterla di trasformare “non richiesto” in “rifiutato”, e soprattutto di presentare un prestito per affrontare danni potenzialmente miliardari come alternativa a qualche squadra internazionale di ricerca e soccorso.

CONCLUSIONE: CRITICARE SÌ, MISTIFICARE NO

La gestione del terremoto rappresenterà inevitabilmente uno dei primi grandi test politici per il governo De la Espriella.

Se sono stati commessi errori, dovranno essere denunciati.

Se squadre straniere indispensabili sono state tenute fuori quando avrebbero potuto salvare vite, bisognerà accertarlo.

Se il prestito della Banca Mondiale avrà condizioni sfavorevoli, bisognerà analizzarle.

Se i 450 milioni saranno gestiti male, bisognerà seguire ogni dollaro.

Ma questo è giornalismo.

Prendere invece un mosaico composto da aiuti accettati, squadre non richieste, personale americano autorizzato, offerte ancora in attesa e finanziamenti destinati alla ricostruzione, cancellare tutte queste differenze e concludere che il governo “respinge la cooperazione internazionale ma corre a indebitarsi con la Banca Mondiale” è un’altra cosa.

È propaganda costruita selezionando pezzi veri e collegandoli attraverso una conclusione che quei pezzi, da soli, non dimostrano.

E ancora una volta il metodo è sempre lo stesso:

non serve inventare completamente i fatti quando basta raccontarli a metà.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Terremoto e situazione generale

RaiNews – Terremoto di magnitudo 7,4 in Colombia e aiuti statunitensi

Euronews – Terremoto di magnitudo 7,4 in Colombia

El País – Prime reazioni e offerte internazionali dopo il terremoto

Aiuti internazionali

Anadolu Agency – Paesi latinoamericani offrono assistenza alla Colombia

Mercopress – Colombia chiede forniture ma non personale straniero di soccorso

Caracol Radio – El Salvador invia 100 tonnellate di aiuti; Cina e Messico attendono richieste

La Jornada – Messico pronto con soccorritori, medicinali e aiuti

Stati Uniti

Ambasciata USA in Colombia – Allerta ufficiale sul terremoto del 10 agosto

Telemundo – Aiuti USA e attivazione della squadra DART

Finanziamento della ricostruzione

Noticias Caracol – Governo colombiano annuncia credito fino a 450 milioni di dollari

Infobae Colombia – Emergenza economica e finanziamento fino a 450 milioni

El País – Stima dei danni e problema finanziario della ricostruzione

FAUCI E L’AMMINISTRAZIONE BIDEN: IN PRIVATO DISCUTEVANO IL RISCHIO DI ABORTO, IN PUBBLICO ARRIVAVANO LE RASSICURAZIONI

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Per anni Anthony Fauci è stato presentato come la voce indiscutibile della scienza americana. Chi sollevava dubbi sulla gestione della pandemia veniva spesso liquidato come irresponsabile, disinformato o pericoloso.

Adesso, però, a parlare non sono i suoi critici.

A parlare sono i messaggi privati dello stesso Anthony Fauci.

I senatori repubblicani Ron Johnson e Rand Paul hanno iniziato a pubblicare materiale recuperato dal telefono governativo dell’ex direttore del NIAID: oltre 34.000 messaggi di testo e 522 messaggi vocali che potrebbero offrire uno spaccato molto più dettagliato di ciò che veniva discusso dietro le quinte durante gli anni della pandemia.

E il primo materiale pubblicato è già politicamente esplosivo.

Nel gennaio 2021, mentre la vaccinazione contro il Covid stava entrando nella sua fase decisiva, Fauci discuteva privatamente con Rochelle Walensky e Vivek Murthy della vaccinazione delle donne incinte.

E scriveva qualcosa che merita di essere ricordato.

FAUCI: “TEORICAMENTE POTREBBE ESSERE ASSOCIATO A UN ABORTO SPONTANEO”

Fauci spiegava che, dopo essersi ulteriormente informato, era emersa un’altra questione della quale i colleghi dovevano essere consapevoli.

Il problema riguardava le reazioni successive alla seconda dose.

Secondo Fauci, febbre e una forte risposta immunitaria:

“theoretically could be associated with miscarriage in the 1st trimester.”

Traduzione:

“teoricamente potrebbero essere associate a un aborto spontaneo nel primo trimestre.”

Attenzione: questo messaggio non dimostra che Fauci sapesse che il vaccino causava aborti.

La parola utilizzata è “teoricamente”.

Ma proprio questo rende la vicenda politicamente devastante sul piano della comunicazione.

Perché dimostra che ai massimi livelli della sanità americana esistevano interrogativi e possibili rischi che venivano discussi privatamente.

Rochelle Walensky, allora direttrice del CDC, rispose:

“Definitely a good point, esp after dose two.”

In altre parole, riteneva quella considerazione degna di attenzione.

Non erano quindi “complottisti di Internet” a discutere possibili problemi.

Erano Fauci e i vertici sanitari americani.

E POI ARRIVAVANO LE RASSICURAZIONI PUBBLICHE

Qui comincia la parte politicamente più imbarazzante.

Poche settimane dopo, nel febbraio 2021, Fauci parlava pubblicamente della vaccinazione delle donne incinte affermando che fino a quel momento non erano emersi:

“no red flags”.

Nessun segnale d’allarme.

Scientificamente le due affermazioni possono convivere: un rischio teorico non equivale a un segnale epidemiologico dimostrato.

Politicamente, però, resta una domanda enorme:

perché il pubblico non riceveva con la stessa chiarezza anche il capitolo delle incertezze?

Perché non dire semplicemente:

“Non abbiamo ancora dati completi sulle donne incinte. Esistono possibili rischi teorici che stiamo valutando e i dati disponibili sono ancora limitati”?

Questa sarebbe stata trasparenza.

Invece oggi scopriamo che dietro le quinte il linguaggio poteva essere molto più prudente di quello utilizzato davanti alle telecamere.

LE DONNE INCINTE NON ERANO STATE ADEGUATAMENTE RAPPRESENTATE NEI TRIAL INIZIALI

Ed è questo il punto che rende ancora più grave il problema della comunicazione.

Le donne incinte non erano state incluse normalmente nei trial clinici iniziali che portarono all’autorizzazione dei vaccini mRNA.

Non esisteva quindi, all’inizio della campagna, la quantità di dati specifici sulla gravidanza che sarebbe stata raccolta successivamente.

Lo riconosceva lo stesso Fauci.

In un altro messaggio spiegava sostanzialmente che, quando mancano dati sulle donne incinte, occorre valutare attentamente rischi e benefici.

Perfettamente ragionevole.

Ma allora perché questa prudenza non diventò il cuore della comunicazione pubblica?

MURTHY TEMEVA L’EFFETTO SULLA “FIDUCIA” DELLE DONNE INCINTE

Ancora più interessante è ciò che emerge dai messaggi di Vivek Murthy, destinato a diventare Surgeon General nell’amministrazione Biden.

Murthy discuteva la posizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sul vaccino Moderna nelle donne incinte e manifestava preoccupazione perché una raccomandazione particolarmente prudente avrebbe potuto risultare:

“quite damaging to public confidence among pregnant women.”

Eccolo, il problema politico.

Non soltanto stabilire cosa si sapeva.

Ma preoccuparsi di come determinate informazioni avrebbero potuto influenzare la fiducia del pubblico.

È una differenza enorme.

Un’autorità sanitaria dovrebbe innanzitutto mettere il cittadino nelle condizioni di conoscere benefici, rischi e incertezze.

Non dovrebbe partire dalla domanda:

“Questa informazione aumenterà o diminuirà la fiducia nella vaccinazione?”

La fiducia non si costruisce selezionando le informazioni più convenienti.

Si costruisce dicendo la verità, compreso ciò che ancora non si conosce.

LA SCIENZA NON È PROPAGANDA

Questo è probabilmente uno degli insegnamenti più importanti dell’intera gestione Covid.

La scienza vera può dire:

“Non lo sappiamo ancora.”

Può dire:

“Esiste un rischio teorico, ma non sappiamo ancora se sia reale.”

Può cambiare posizione quando arrivano nuovi dati.

Può ammettere un’incertezza.

La propaganda istituzionale, invece, ha bisogno di certezze.

Ed è proprio quando la comunicazione scientifica viene subordinata alla necessità di convincere la popolazione che nasce il problema.

Se privatamente discuti rischi e dubbi mentre pubblicamente costruisci una comunicazione molto più rassicurante, non puoi sorprenderti se, quando emergono i documenti, la fiducia crolla.

I DATI SUCCESSIVI NON DIMOSTRANO UN AUMENTO DEGLI ABORTI

Bisogna però essere rigorosi proprio dove la comunicazione istituzionale rischiò di non esserlo abbastanza.

I messaggi non dimostrano che i vaccini Covid provocassero aborti spontanei.

Negli anni successivi sono stati pubblicati studi su numeri molto più grandi di donne incinte che non hanno evidenziato un aumento del rischio di aborto attribuibile alla vaccinazione.

Questo fatto deve essere scritto chiaramente.

Altrimenti si commetterebbe esattamente l’errore che contestiamo: selezionare soltanto le informazioni utili alla propria narrativa.

Ma questo non cancella il contenuto politico dei messaggi.

Anzi.

Lo rende ancora più evidente.

Nel gennaio 2021 non disponevano ancora di tutti quei dati successivi.

Ed è proprio quando i dati sono incompleti che la trasparenza sull’incertezza diventa fondamentale.

IL PROBLEMA NON È AVERE DUBBI. È COME LI COMUNICHI AL PUBBLICO

Fauci non dovrebbe essere criticato perché nel gennaio 2021 si poneva domande sulla sicurezza.

Era esattamente ciò che uno scienziato avrebbe dovuto fare.

Il problema è un altro.

Perché quelle sfumature, quelle cautele e quelle incertezze sembravano molto più evidenti nelle conversazioni interne rispetto alla comunicazione pubblica?

Perché per anni il dibattito sul Covid è stato spesso ridotto a una contrapposizione infantile:

“fidatevi della scienza” contro “disinformazione”.

Ma questi documenti ricordano una cosa fondamentale:

la scienza stessa stava discutendo.

E mentre discuteva, milioni di cittadini erano chiamati a prendere decisioni personali importantissime.

Tra loro c’erano anche donne incinte.

Avevano diritto a conoscere non soltanto ciò che le autorità ritenevano rassicurante, ma anche ciò che ancora non sapevano.

E L’AMMINISTRAZIONE BIDEN?

Questi messaggi risalgono ai primissimi giorni dell’amministrazione Biden e coinvolgono figure centrali della futura macchina sanitaria dell’amministrazione.

Per questo sarebbe sbagliato ridurre tutto alla sola figura di Fauci.

La questione più ampia riguarda il modello di comunicazione sanitaria costruito durante quegli anni.

La Casa Bianca Biden fece della vaccinazione uno dei pilastri della propria politica pandemica.

Proprio per questo aveva una responsabilità enorme: separare la comunicazione scientifica dalla comunicazione politica.

Quando invece il successo della campagna vaccinale diventa anche un obiettivo politico, nasce inevitabilmente il rischio che qualsiasi dubbio venga percepito come un ostacolo da neutralizzare anziché come una domanda alla quale rispondere.

Ed è precisamente per questo che i documenti interni sono così importanti.

Consentono finalmente di confrontare:

ciò che si dicevano tra loro e ciò che veniva raccontato ai cittadini.

34.000 MESSAGGI: QUESTA È SOLTANTO LA PRIMA PORTA CHE SI APRE

E siamo soltanto all’inizio.

Johnson e Paul affermano di avere ricevuto più di 34.000 messaggi e 522 voicemail provenienti dal telefono governativo di Fauci.

La quantità di materiale è enorme.

I senatori hanno annunciato che continueranno a esaminarlo e a pubblicare ciò che riterranno rilevante per l’indagine.

Significa che non bisogna correre a conclusioni prima di vedere il resto.

Ma significa anche che il racconto pubblico degli anni Covid potrebbe essere confrontato, messaggio dopo messaggio, con quello che i protagonisti si dicevano privatamente.

Ed è esattamente ciò che dovrebbe accadere.

ADESSO PUBBLICATE TUTTO

Dopo anni di polemiche, censure, accuse di disinformazione, pressioni politiche e comunicazione emergenziale, non servono altre versioni ufficiali.

Servono i documenti.

Tutti quelli legalmente pubblicabili.

Messaggi.

Email.

Verbali.

Dati.

Comunicazioni tra CDC, NIH, NIAID, FDA e Casa Bianca.

E poi saranno i cittadini a giudicare.

Perché il problema sollevato da questi messaggi non è soltanto il vaccino.

È qualcosa di molto più grande:

il diritto dei cittadini a sapere cosa conosceva davvero il governo mentre chiedeva loro di fidarsi.

Fauci poteva avere dubbi.

Walensky poteva avere dubbi.

Murthy poteva avere dubbi.

La scienza poteva avere dubbi.

Ma allora anche il pubblico aveva il diritto di conoscerli.

La fiducia nelle istituzioni non si pretende.

Non si impone.

E soprattutto non si protegge filtrando ciò che potrebbe risultare “dannoso per la fiducia”.

La fiducia si merita con la trasparenza.

E oggi sono proprio i messaggi privati di Fauci a rendere necessario chiedersi quanta trasparenza ci sia stata davvero durante gli anni dell’amministrazione Biden.


FONTI E LINK

Senato USA – Ron Johnson, pubblicazione ufficiale dei primi messaggi recuperati dal telefono governativo di Fauci:
https://www.ronjohnson.senate.gov/2026/08/10/senators-johnson-paul-release-initial-texts-from-dr-faucis-government-iphone-2/

CBS News – Fauci discussed potential risks and benefits of Covid vaccine for pregnant women:
https://www.cbsnews.com/news/fauci-texts-covid-vaccine-pregnant-women-gop-rand-paul-ron-johnson/

Washington Post – GOP lawmakers release Fauci texts discussing Covid vaccine and pregnancy:
https://www.washingtonpost.com/politics/2026/08/10/gop-lawmakers-release-fauci-texts-discussing-covid-vaccine-pregnancy/

Wall Street Journal – GOP Senators Release Fauci Texts Discussing Covid Vaccine Risk to Pregnant Women:
https://www.wsj.com/politics/policy/gop-senators-release-fauci-texts-discussing-covid-vaccine-risk-to-pregnant-women-ec4eaa12

Forbes – Republican Senators Release Fauci Texts On Safety Of COVID-19 Vaccine For Pregnant Women:
https://www.forbes.com/sites/conormurray/2026/08/11/republican-senators-release-fauci-texts-on-safety-of-covid-19-vaccine-for-pregnant-women/

La Derecha Diario – articolo originale:
https://derechadiario.com.ar/estados-unidos/politica/revelaron-mensajes-texto-secretos-fauci-reconoce-vacuna-covid-es-peligrosa-embarazadas

Trump aveva visto il cambiamento: il sostegno democratico a Israele sta crollando

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Da pilastro bipartisan a linea di frattura: i numeri mostrano quanto il Partito Democratico sia cambiato

Donald Trump lo ha riassunto con il linguaggio che lo contraddistingue: diretto, provocatorio, senza preoccuparsi delle formule diplomatiche.

Parlando del rapporto tra politica americana e Israele, Trump ha sostenuto che uno dei cambiamenti più impressionanti osservati a Washington negli ultimi decenni riguarda proprio il peso politico della causa israeliana e l’atteggiamento dei Democratici.

Il senso delle sue parole è chiarissimo: quello che venti o venticinque anni fa appariva quasi come un pilastro bipartisan della politica estera americana oggi non lo è più.

E, al di là dell’iperbole trumpiana, i dati gli danno un argomento molto difficile da liquidare.

I numeri raccontano un ribaltamento storico

Per capire quanto sia cambiata l’America basta guardare la serie storica di Gallup.

Nel 2001, il 51% degli americani dichiarava maggiore simpatia per gli israeliani e appena il 16% per i palestinesi.

Nel 2013, il divario era diventato enorme:

64% Israele contro 12% palestinesi.

Ancora nel 2020:

60% contro 23%.

Poi il vantaggio ha cominciato a restringersi sempre più velocemente.

Nel 2024 Gallup registrava:

51% israeliani — 27% palestinesi.

Nel 2025:

46% — 33%.

Nel febbraio 2026 è arrivato il dato simbolicamente più importante dell’intera serie storica:

36% simpatizza maggiormente con gli israeliani, il 41% con i palestinesi.

Gallup precisa correttamente che la differenza di cinque punti non è statisticamente significativa considerando il margine d’errore. Ma il dato politicamente rilevante è un altro: per la prima volta nella serie iniziata nel 2001, Israele non gode più del tradizionale vantaggio nella domanda sulle simpatie degli americani.

E non stiamo parlando di impressioni provenienti dai social network. Stiamo parlando della serie storica Gallup.

Ma tra i Democratici il cambiamento è ancora più impressionante

È qui che l’osservazione politica di Trump acquista realmente peso.

Il fenomeno nazionale nasconde infatti una frattura partitica gigantesca.

Già nel 2025 Gallup rilevava che tra Democratici e indipendenti vicini al partito il 59% simpatizzava maggiormente con i palestinesi e soltanto il 21% con gli israeliani.

Un rapporto vicino a tre contro uno.

E pensare che fino al 2022 i Democratici erano sostanzialmente divisi tra le due parti.

Il cambiamento non nasce quindi improvvisamente dalla guerra di Gaza. Era già in corso da anni, ma dopo il 2022 ha subito un’accelerazione impressionante.

Anche Pew Research Center fotografa la stessa trasformazione.

Nel 2025 appena il 18% dei Democratici esprimeva un giudizio favorevole sul governo israeliano, mentre il 77% lo giudicava negativamente.

Allo stesso tempo, il 70% dei Democratici dichiarava un’opinione favorevole del popolo palestinese.

Attenzione, però, a una distinzione fondamentale: criticare Netanyahu o il governo israeliano non significa automaticamente essere contro Israele, e simpatizzare per i civili palestinesi non equivale certo a sostenere Hamas.

Infatti Hamas continua a essere giudicato negativamente dalla stragrande maggioranza degli elettori di entrambi i partiti.

Ma proprio questa precisazione rende il fenomeno ancora più interessante: non serve inventare un Partito Democratico “pro-Hamas” per dimostrare il cambiamento.

Bastano i numeri reali.

Trump provoca, ma individua una trasformazione reale

Trump utilizza Chuck Schumer come simbolo di questa metamorfosi.

La scelta non è casuale.

Schumer non è Alexandria Ocasio-Cortez, non appartiene alla Squad e non proviene dai movimenti radicali dei campus.

È un senatore ebreo di New York e uno degli uomini più importanti dell’establishment democratico americano, storicamente vicino a Israele.

Per questo Trump lo prende di mira.

Il messaggio politico è sostanzialmente: se persino Schumer è arrivato a scontrarsi così duramente con il governo israeliano, immaginate quanto sia cambiato il Partito Democratico.

La provocazione trumpiana non deve essere confusa con una descrizione letterale delle posizioni di Schumer. Definirlo “virtualmente palestinese” è evidentemente un’iperbole politica.

Ma dietro l’iperbole esiste un fenomeno misurabile.

Il baricentro democratico sulla questione israelo-palestinese si è spostato.

Da AIPAC alle vittorie dei candidati contrari agli aiuti a Israele

Nel 2026 il cambiamento non riguarda più soltanto sondaggi e manifestazioni universitarie.

Sta entrando direttamente nelle competizioni elettorali democratiche.

Un esempio particolarmente significativo arriva dal Michigan.

Il progressista Abdul El-Sayed ha conquistato la nomination democratica per il Senato battendo Haley Stevens, candidata molto più vicina all’establishment.

La questione israeliana è stata uno degli elementi centrali della battaglia politica.

El-Sayed ha sostenuto apertamente la fine degli aiuti militari statunitensi a Israele, mentre nella competizione sono entrate enormi quantità di denaro provenienti anche da organizzazioni e gruppi pro-Israele.

Eppure ha vinto.

È difficile immaginare un segnale più evidente del mutamento in corso.

Una posizione che vent’anni fa avrebbe probabilmente rappresentato un enorme problema per un candidato democratico oggi può diventare parte di una piattaforma vincente nelle primarie.

La vecchia coalizione democratica si sta trasformando

Per decenni il Partito Democratico americano ha tenuto insieme progressisti, liberal, moderati, sindacati, minoranze e una parte molto importante dell’elettorato ebraico americano.

Israele rappresentava uno dei dossier sui quali Democratici e Repubblicani potevano litigare sulle modalità, ma raramente sul principio fondamentale dell’alleanza.

Quel mondo sta cambiando.

La nuova generazione progressista interpreta sempre più frequentemente il conflitto attraverso categorie completamente differenti:

colonialismo;

oppressore e oppresso;

identità;

diritti delle minoranze;

anti-imperialismo;

Palestina come causa globale.

Sono categorie provenienti in larga parte dalla nuova sinistra occidentale e particolarmente diffuse nei campus universitari.

È qui che nasce anche la discussa definizione di convergenza “red-green”: settori della sinistra radicale occidentale e movimenti pro-palestinesi, compresi ambienti islamisti, possono ritrovarsi dalla stessa parte della barricata sulla questione israeliana pur partendo da ideologie profondamente differenti.

Ma parlare di una singola alleanza organizzata tra Democratici e islamisti sarebbe una semplificazione. Più corretto parlare di convergenze politiche e mobilitazioni comuni su specifiche battaglie, soprattutto attorno alla Palestina.

Ed è proprio questa convergenza che preoccupa maggiormente la destra americana.

Il paradosso che Trump sfrutta politicamente

Trump può presentarsi così come il difensore dell’alleanza storica tra Stati Uniti e Israele mentre accusa i Democratici di aver abbandonato una posizione che un tempo apparteneva anche a loro.

È una strategia politicamente efficace perché non deve convincere il pubblico che ogni democratico sia diventato anti-israeliano.

Gli basta mostrare la direzione del movimento.

E quella direzione emerge chiaramente dai sondaggi.

Gallup documenta che nel 2026, per la prima volta dal 2001, gli israeliani non sono più davanti ai palestinesi nelle simpatie complessive degli americani.

Pew mostra contemporaneamente una distanza enorme tra elettori democratici e repubblicani.

E le primarie democratiche mostrano candidati molto critici verso Israele capaci di conquistare spazi che soltanto pochi anni fa sarebbero sembrati difficilmente raggiungibili.

Trump può esagerare nei termini.

Ma non ha inventato il fenomeno.

Il vero terremoto non è Schumer: sono gli elettori

Concentrarsi soltanto sulla battuta di Trump contro Chuck Schumer rischia quindi di far perdere di vista la questione principale.

Schumer è il simbolo.

Il fenomeno vero sta sotto.

Sono gli elettori democratici.

Sono le nuove generazioni.

Sono le primarie.

Sono i campus.

Sono i candidati progressisti.

Ed è soprattutto una trasformazione dell’opinione pubblica americana che procede ormai da diversi anni.

Il vecchio consenso bipartisan attorno a Israele non è scomparso dal Congresso e Washington continua ad avere una relazione strategica profondissima con lo Stato ebraico.

Ma politicamente non è più il consenso quasi automatico di venticinque anni fa.

Nel Partito Democratico questo cambiamento è ancora più avanzato.

Ed è esattamente il punto sul quale Trump sta cercando di costruire il suo attacco politico.

Trump guarda indietro di venticinque anni. E il confronto è impietoso

Si può contestare Trump sul linguaggio.

Si può contestare la provocazione contro Schumer.

Si può discutere sulle cause del cambiamento: Gaza, Netanyahu, differenze generazionali, secolarizzazione dell’elettorato democratico, crescita dell’ala progressista o trasformazioni demografiche.

Ma una cosa è ormai molto più difficile da contestare:

il rapporto politico tra il Partito Democratico e Israele è cambiato radicalmente.

E i numeri mostrano una trasformazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata incredibile.

Nel 2013 gli israeliani godevano, nell’intera opinione pubblica americana, di un vantaggio di 52 punti sui palestinesi nella domanda Gallup sulle simpatie.

Nel 2026 quel vantaggio è sparito.

Tra i Democratici il ribaltamento era arrivato ancora prima.

È questo il terremoto politico indicato da Trump.

Non occorre condividere ogni sua parola per riconoscere quello che sta accadendo.

L’America politica che considerava Israele uno dei pochi grandi temi bipartisan sta scomparendo. E il Partito Democratico è il luogo nel quale questa trasformazione è diventata più evidente.

Fonti

Gallup – Israelis No Longer Ahead in Americans’ Middle East Sympathies
Serie storica 2001-2026 e sondaggio febbraio 2026.

Gallup – Less Than Half in U.S. Now Sympathetic Toward Israelis
Analisi delle differenze tra elettori democratici e repubblicani.

Pew Research Center – How Americans View the Israel-Hamas Conflict 2 Years Into the War
Dati sulle opinioni democratiche e repubblicane verso israeliani, palestinesi, governo israeliano, Autorità Palestinese e Hamas.

Pew Research Center – Americans’ views of Israelis have grown increasingly negative
Aggiornamento 2026 sull’ulteriore ampliamento del divario partitico.

Conclusione

Trump ha utilizzato un’espressione volutamente brutale parlando di Schumer.

Ma dietro quella provocazione c’è una domanda politica molto più seria:

che cosa è successo al Partito Democratico americano su Israele?

Vent’anni fa essere saldamente pro-Israele rappresentava quasi la normalità bipartisan di Washington.

Oggi una parte crescente della base democratica simpatizza maggiormente con i palestinesi, considera negativamente il governo israeliano e sostiene candidati disposti a mettere apertamente in discussione gli aiuti militari americani a Israele.

Questa non è propaganda repubblicana.

È una trasformazione politica documentata dai numeri.

Ed è precisamente la trasformazione sulla quale Donald Trump ha deciso di puntare il dito.

Fonti e approfondimenti

E ADESSO COSA DIRANNO I “RIPORTER” DELLA CONTROINFORMAZIONE? I BRICS DISCUTONO DI CBDC E SI INCROCIANO CON LA RIVOLUZIONE DIGITALE DELLE BANCHE CENTRALI, ALLA FINE LAVORANO PER I SIONISTI

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Per anni ci hanno raccontato una favola comodissima.

Da una parte ci sarebbe stato il famigerato “Occidente”: banche centrali, finanza internazionale, moneta digitale, sorveglianza finanziaria, globalizzazione e tecnocrazia.

Dall’altra, quasi per magia, sarebbero comparsi i salvatori: Cina, Russia, Iran e BRICS.

Il “mondo multipolare”.

L’alternativa.

La liberazione dal sistema.

Peccato che oggi arrivi una notizia che dovrebbe creare qualche problema a questa rappresentazione manichea.

L’11 agosto 2026 il governatore della Reserve Bank of India, Sanjay Malhotra, ha confermato che i paesi BRICS stanno discutendo diverse possibilità per collegare i rispettivi sistemi di pagamento rapido e persino le Central Bank Digital Currencies, le famose CBDC.

Avete letto bene.

CBDC.

Proprio quelle valute digitali delle banche centrali che una parte della cosiddetta controinformazione occidentale descrive da anni come uno degli strumenti simbolo del futuro sistema finanziario tecnocratico.

E allora la domanda diventa inevitabile:

ADESSO COSA SI INVENTERANNO?

Perché quando la CBDC viene studiata dalla BCE diventa immediatamente, nella narrativa più estrema, “controllo”.

Quando ne parla la BIS diventa “Grande Reset”.

Quando la digitalizzazione monetaria arriva dall’Occidente diventa “schiavitù digitale”.

Ma quando Cina, India e altri membri BRICS sviluppano CBDC e discutono come renderle interoperabili, improvvisamente rischia di diventare…

“multipolarismo”.

Una contraddizione gigantesca.


NON È UNA SUPPOSIZIONE: LO HA DETTO IL GOVERNATORE DELLA BANCA CENTRALE INDIANA

Bisogna essere precisi.

I BRICS non hanno annunciato una moneta digitale unica e non esiste oggi una “CBDC BRICS”.

Il progetto è ancora in fase di discussione.

Ma proprio questo rende interessante la vicenda.

Malhotra ha spiegato che i pagamenti transfrontalieri sono un settore di particolare interesse per i BRICS perché esiste un grande margine per abbattere i costi.

Tra le opzioni allo studio figurano esplicitamente:

CBDC e collegamento dei sistemi di pagamento rapido.

E non è nemmeno un’idea comparsa improvvisamente questa mattina.

Già nel gennaio 2026 Reuters aveva rivelato che la Reserve Bank of India aveva proposto al governo di inserire nell’agenda del summit BRICS proprio il collegamento delle valute digitali ufficiali dei paesi membri.

L’obiettivo?

Facilitare commercio e pagamenti transfrontalieri e, potenzialmente, ridurre la dipendenza dal dollaro.

Questo è perfettamente comprensibile dal punto di vista geopolitico.

Ma non cambia la natura dello strumento:

stiamo comunque parlando di moneta digitale emessa dalle banche centrali.


IL PARADOSSO CHE LA CONTROINFORMAZIONE NON VUOLE VEDERE

Ed eccoci al punto politicamente più interessante.

Una parte della controinformazione ha costruito per anni un’equazione elementare:

BRICS = anti-globalismo.

Ma questa equivalenza semplicemente non regge.

I BRICS non sono un movimento anarchico contro le banche centrali.

Non vogliono abolire la politica monetaria.

Non vogliono eliminare le infrastrutture finanziarie digitali.

Non stanno progettando un mondo senza Stati, banche centrali e sistemi di regolamento internazionali.

Stanno cercando, semmai, di costruire infrastrutture alternative nelle quali i propri Stati e le proprie banche centrali abbiano maggiore peso.

È una differenza enorme.

Essere contro il predominio americano sul sistema internazionale non significa essere contro il sistema.

Voler ridurre la dipendenza dal dollaro non significa voler abolire la moneta centralizzata.

Voler sostituire un’infrastruttura occidentale con un’infrastruttura BRICS non significa necessariamente decentralizzare il potere.

Significa anche poterlo spostare.


C’È UN ALTRO PARTICOLARE MOLTO IMBARAZZANTE: mBRIDGE

Chi segue realmente l’evoluzione delle CBDC dovrebbe conoscere un progetto chiamato mBridge.

È una piattaforma multi-CBDC progettata per consentire pagamenti transfrontalieri direttamente attraverso valute digitali delle banche centrali.

E chi troviamo nella storia del progetto?

Cina.

Hong Kong.

Thailandia.

Emirati Arabi Uniti.

E successivamente Arabia Saudita.

Ma soprattutto troviamo un nome che dovrebbe provocare qualche cortocircuito nei racconti semplicistici sullo scontro tra “due sistemi”:

Bank for International Settlements — BIS.

La Banca dei Regolamenti Internazionali.

La stessa istituzione che rappresenta uno dei principali centri mondiali della cooperazione tra banche centrali.

La documentazione BIS su mBridge spiega chiaramente l’obiettivo: utilizzare CBDC per rendere i pagamenti internazionali più rapidi, economici e diretti.

E qui la favola del mondo diviso tra “sistema occidentale” e “BRICS antisistema” comincia seriamente a scricchiolare.


LE BANCHE CENTRALI RESTANO BANCHE CENTRALI ANCHE QUANDO PARLANO CINESE

Questo dovrebbe essere il punto elementare.

Se si ritiene che una CBDC presenti potenziali problemi relativi a privacy, controllo, programmabilità o concentrazione del potere monetario, questi problemi devono essere discussi indipendentemente dalla bandiera stampata sopra la valuta.

Una CBDC cinese non diventa automaticamente libertaria perché è cinese.

Una CBDC russa non diventa decentralizzata perché viene utilizzata contro il dollaro.

Una CBDC indiana non smette di essere moneta della banca centrale perché appartiene a un paese BRICS.

E una futura interoperabilità fra CBDC BRICS non diventa “anti-sistema” semplicemente perché aggira parte dell’infrastruttura finanziaria dominata dagli Stati Uniti.

Altrimenti non stiamo facendo analisi.

Stiamo facendo tifo geopolitico.


E INFATTI ANCHE L’OCCIDENTE STA ANDANDO NELLA STESSA DIREZIONE TECNOLOGICA

Qui arriva la parte più interessante.

Mentre India e BRICS discutono dell’interconnessione delle CBDC, altre grandi banche centrali stanno sperimentando infrastrutture per pagamenti internazionali tokenizzati.

Nel maggio 2026 Reuters ha riferito dei progressi del Project Agorá, iniziativa guidata dalla BIS con decine di grandi banche commerciali e diverse importanti banche centrali.

L’obiettivo è sperimentare pagamenti internazionali attraverso riserve di banca centrale tokenizzate e depositi bancari commerciali digitalizzati.

Attenzione però: Agorá e una rete BRICS-CBDC non sono lo stesso progetto.

Non bisogna inventarsi un’unica regia mondiale dove le prove non esistono.

La cosa interessante è un’altra.

Le due aree geopolitiche apparentemente rivali stanno esplorando tecnologie monetarie che presentano alcuni elementi concettualmente simili:

digitalizzazione del regolamento;

interoperabilità;

pagamenti transfrontalieri quasi immediati;

tokenizzazione;

riduzione degli intermediari;

maggiore ruolo dell’infrastruttura digitale delle banche centrali.

La geopolitica può essere completamente diversa.

La traiettoria tecnologica, invece, può convergere.


ALTRO CHE “BRICS CONTRO IL SISTEMA”

Questo è precisamente l’errore della narrazione propagandistica.

I BRICS non sono necessariamente contro la globalizzazione.

Vogliono soprattutto cambiarne gli equilibri di potere.

Persino la comunicazione ufficiale BRICS parla apertamente di cooperazione economica e finanziaria, multilateralismo e riforma della governance globale.

La New Development Bank dei BRICS è arrivata persino a utilizzare l’espressione:

“sustainable reglobalization”.

Reglobalizzazione.

Non de-globalizzazione.

Questo dovrebbe bastare per comprendere quanto sia infantile rappresentare i BRICS come una specie di esercito rivoluzionario lanciato contro l’intero ordine finanziario internazionale.

Stanno costruendo maggiore autonomia all’interno di un mondo interdipendente.

È qualcosa di molto diverso.


CINA CONTRO OCCIDENTE? SÌ. CINA CONTRO IL POTERE DELLE BANCHE CENTRALI? MOLTO MENO

Ed è qui che arriva il problema per chi trasforma quotidianamente Pechino nella capitale mondiale dell’antisistema.

La Cina può certamente essere antagonista degli Stati Uniti.

Può cercare di ridurre il ruolo internazionale del dollaro.

Può costruire sistemi di pagamento alternativi.

Può contestare il peso politico americano nelle istituzioni internazionali.

Ma nessuna di queste cose significa automaticamente essere contrari a un’economia digitalizzata e governata attraverso infrastrutture finanziarie controllate dalle autorità monetarie.

Anzi.

La Cina è stata uno dei grandi laboratori mondiali delle CBDC.

E mBridge dimostra quanto seriamente Pechino abbia considerato anche la loro dimensione internazionale.

Nel frattempo, secondo il Financial Times, la Cina sta preparando mBridge a una fase commerciale più avanzata dopo che la piattaforma ha già processato volumi considerevoli nelle sue sperimentazioni.

Quindi dov’è esattamente la rivoluzione libertaria?


IL PROBLEMA NON SONO I BRICS. È LA PROPAGANDA SUI BRICS

Chiariamo un punto fondamentale.

Non c’è niente di scandaloso nel fatto che India, Cina o altri paesi sperimentino nuove infrastrutture di pagamento.

Ridurre i costi delle transazioni internazionali può produrre vantaggi economici enormi.

Ridurre i tempi di regolamento può aumentare l’efficienza del commercio.

Creare concorrenza a sistemi finanziari dominanti può persino aumentare la resilienza dell’economia mondiale.

Il problema è un altro.

Il doppio standard.

Se considerate pericolosa una CBDC europea, dovete applicare gli stessi criteri a quella cinese.

Se considerate pericolosa la concentrazione monetaria occidentale, dovete analizzare quella orientale.

Se denunciate la BIS quando collabora con le banche centrali occidentali, non potete cancellarla dalla storia quando la cooperazione tecnologica coinvolge la Cina.

Altrimenti non state combattendo il sistema.

State semplicemente scegliendo quale sistema tifare.


E L’“ASSE DELLA RESISTENZA”?

Qui il cortocircuito diventa ancora più evidente.

Per anni una certa area mediatica italiana ha costruito un’unica grande epopea nella quale BRICS, Cina, Russia, Iran e cosiddetto Asse della Resistenza sarebbero parti di una gigantesca rivolta mondiale contro il sistema occidentale.

Ma geopolitica e infrastrutture finanziarie non funzionano così.

L’Iran stesso fa parte dei BRICS.

La Cina mantiene rapporti economici con l’Occidente.

L’India coopera con gli Stati Uniti in numerosi settori strategici.

I paesi del Golfo possono collaborare contemporaneamente con Washington, Pechino e strutture BRICS.

La stessa composizione dei BRICS dimostra che non siamo davanti a un blocco ideologico uniforme. Il gruppo comprende potenze con interessi, alleanze e sistemi politici profondamente differenti.

Il mondo reale è multipolare proprio perché è pieno di queste sovrapposizioni.

Non perché esistano due squadre perfettamente separate.


MA ALLORA “LAVORANO PER I SIONISTI”?

No.

Questa conclusione non deriva dai fatti.

Ed è precisamente qui che bisogna evitare di cadere nella stessa propaganda che si vuole criticare.

Il fatto che BRICS, Cina o India adottino tecnologie monetarie studiate anche dalle banche centrali occidentali non dimostra che “lavorino per i sionisti”, né dimostra l’esistenza di una cabina di regia occulta comune.

Dimostra qualcosa di molto più concreto e, per certi versi, molto più interessante:

le grandi potenze rivali possono competere ferocemente per il potere geopolitico mentre contemporaneamente sviluppano soluzioni tecnologiche simili per governare moneta e pagamenti.

Non serve nessuna cospirazione per spiegarlo.

Serve comprendere gli interessi degli Stati.


LA VERA DOMANDA CHE LA CONTROINFORMAZIONE DOVREBBE PORSI

La domanda seria quindi non è:

“Le CBDC sono buone se le fanno i BRICS?”

La domanda è:

quali garanzie avrà il cittadino indipendentemente da chi emette la moneta digitale?

Privacy?

Anonimato?

Possibilità di utilizzare contante?

Limiti alla programmabilità?

Possibilità di congelamento?

Tracciabilità?

Accesso delle autorità ai dati?

Interoperabilità internazionale?

Sono queste le domande che dovrebbero interessare chi sostiene di voler difendere la libertà individuale.

Perché la libertà non cambia significato attraversando gli Urali.


OCCIDENTE CATTIVO, BRICS BUONI: UNA FIABA CHE STA DIVENTANDO SEMPRE PIÙ DIFFICILE DA RACCONTARE

La notizia dell’11 agosto dovrebbe quindi servire almeno a demolire una semplificazione.

Non esiste un “Occidente digitale e centralizzatore” contrapposto automaticamente a un “Oriente analogico, sovrano e decentralizzato”.

Esistono grandi potenze.

Esistono banche centrali.

Esistono interessi geopolitici.

Esiste una competizione per stabilire chi controllerà le infrastrutture finanziarie del XXI secolo.

E dentro questa competizione quasi tutti stanno studiando digitalizzazione, pagamenti istantanei, tokenizzazione e nuove forme di moneta.

Cambiano gli equilibri.

Cambiano le alleanze.

Cambiano le valute.

Ma la banca centrale resta.

Ed ecco perché oggi la domanda ai “riporter” della controinformazione è semplicissima:

se la CBDC occidentale era il simbolo del sistema, perché quella dei vostri adorati BRICS dovrebbe rappresentare la liberazione dal sistema?

Vedremo quale acrobazia narrativa verrà utilizzata questa volta.

Perché forse il problema non era mai stato capire cosa facessero realmente Cina, Russia, India o Iran.

Il problema era aver deciso in anticipo chi dovesse interpretare il ruolo del buono e chi quello del cattivo.

E quando i fatti distruggono il copione, alla propaganda rimane una sola possibilità:

riscrivere il copione.

FONTI

Reuters, 11 agosto 2026 — “BRICS nations discuss linking payment systems and CBDCs, RBI chief says”.

Reuters, 19 gennaio 2026 — proposta della Reserve Bank of India per collegare le CBDC dei BRICS.

Bank for International Settlements — documentazione Project mBridge e sperimentazione di pagamenti internazionali multi-CBDC.

Reuters, 27 maggio 2026 — Project Agorá e sperimentazioni internazionali su pagamenti tokenizzati.

BRICS — documentazione ufficiale sulla cooperazione economico-finanziaria e sulla governance multilaterale.

BRICS/New Development Bank — riferimento alla “sustainable reglobalization”.

Reuters – 11 agosto 2026: BRICS discutono il collegamento dei sistemi di pagamento e delle CBDC
BRICS nations discuss linking payment systems and CBDCs, RBI chief says
È la fonte fondamentale: il governatore della Reserve Bank of India conferma che tra le possibilità discusse figurano esplicitamente CBDC e sistemi di pagamento rapido interconnessi. BIS – Project mBridge: piattaforma multi-CBDC
Project mBridge reached minimum viable product stage
Documenta la collaborazione iniziata tra BIS Innovation Hub, banca centrale thailandese, UAE, People’s Bank of China/Hong Kong; l’Arabia Saudita è entrata nel 2024. BIS – Rapporto completo mBridge
Project mBridge: connecting economies through CBDC
Qui la BIS descrive una blockchain costruita appositamente per pagamenti transfrontalieri effettuati tramite CBDC. BIS – Il test con denaro reale
BIS and four central banks complete successful cross-border CBDC pilot
Nel test furono effettuate 164 operazioni di pagamento e cambio per oltre 22 milioni di dollari. BIS – mBridge raggiunge lo stadio MVP
Project mBridge reaches minimum viable product stage
La BIS annunciò nel giugno 2024 il passaggio del progetto allo stadio di “minimum viable product” e l’apertura a un’ulteriore partecipazione internazionale. Reuters – Project Agorá: anche le grandi banche centrali occidentali sperimentano sistemi tokenizzati
Top central banks forge ahead with always-on cross-border payments testing
È particolarmente utile per il confronto: Agorá coinvolge BIS, Fed di New York e altre banche centrali, mentre Reuters lo mette in relazione con l’evoluzione di mBridge e ricorda la proposta indiana di collegare le valute digitali BRICS. BRICS – La New Development Bank
New Development Bank – BRICS
Fonte istituzionale utile per spiegare che la NDB è una vera banca multilaterale di sviluppo e che il sistema BRICS comprende anche il Contingent Reserve Arrangement. BRICS – “Sustainable reglobalization”
BRICS Bank welcomes new members and calls for a sustainable reglobalization
Questo è uno dei link più interessanti per la tesi dell’articolo: in una fonte BRICS ufficiale compare esplicitamente l’espressione “sustainable reglobalization”. BRICS – Riformare il sistema finanziario multilaterale, non semplicemente distruggerlo
BRICS Finance Meeting – multilateralism and IMF reform
Il documento parla di riformare l’IMF rendendolo più rappresentativo e ribadisce l’obiettivo della “sustainable reglobalization”.

I DETRATTORI “ANTIVACCINISTI” DI TRUMP ADESSO CHE FANNO? L’AMERICA RIDUCE IL CALENDARIO INFANTILE E RIMETTE AL CENTRO LA SCELTA DEI GENITORI

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Per anni abbiamo sentito ripetere le stesse parole: libertà di scelta, consenso informato, basta imposizioni, basta pressione delle case farmaceutiche, basta medicalizzazione indiscriminata dei bambini.

Durante il Covid questi concetti sono diventati persino una bandiera politica.

Eppure oggi accade qualcosa che dovrebbe costringere una parte dell’universo anti-Trump a fare i conti con una contraddizione piuttosto evidente.

L’amministrazione di Donald Trump ha intrapreso una profonda revisione del calendario vaccinale pediatrico americano, riducendo il numero delle immunizzazioni raccomandate universalmente e spostandone altre verso categorie basate sul rischio individuale o sulla “shared clinical decision-making”, cioè sulla decisione condivisa fra medico e famiglia.

Non è una voce di Telegram.

Non è un post complottista.

Non è una dichiarazione estrapolata da un’intervista.

È documentato dal governo americano e dal CDC.

Il 5 gennaio 2026 il CDC ha annunciato ufficialmente la revisione del calendario pediatrico dopo l’analisi richiesta dal presidente Trump sulle politiche adottate negli altri Paesi sviluppati.

L’HHS ha spiegato che il precedente calendario raccomandava vaccinazioni universali contro 17 malattie, mentre il nuovo modello mantiene una raccomandazione universale per le immunizzazioni sulle quali l’amministrazione ritiene esista un consenso internazionale, comprendendo complessivamente 11 malattie.

Altre vaccinazioni non vengono necessariamente eliminate o proibite: vengono spostate verso gruppi ad alto rischio oppure verso la decisione condivisa tra medico e genitori.

Ed è una distinzione fondamentale.

NON È “VIETARE I VACCINI”: È CAMBIARE IL PRINCIPIO

Questa è probabilmente la parte che verrà maggiormente deformata sia dai sostenitori sia dagli oppositori di Trump.

Trump non ha vietato i vaccini pediatrici.

Non ha ordinato ai genitori di non vaccinare i figli.

Non ha stabilito che tutti i vaccini siano inutili.

La nuova impostazione distingue invece tra vaccinazioni raccomandate universalmente, vaccinazioni destinate a determinate categorie a rischio e vaccinazioni sulle quali medico e famiglia possono decidere sulla base delle circostanze individuali.

Secondo l’HHS, tra quelle ricondotte alla decisione clinica condivisa figurano rotavirus, Covid-19, influenza, meningococco, epatite A ed epatite B.

E soprattutto l’accesso ai vaccini rimane.

Questa differenza dovrebbe essere elementare, soprattutto per chi per anni ha sostenuto:

“Non sono contro i vaccini, sono contro l’obbligo.”

Bene.

Quando un’amministrazione riduce la pressione della raccomandazione universale e aumenta lo spazio della scelta individuale, la coerenza imporrebbe almeno di riconoscere il cambiamento.

LA QUESTIONE DELLE “72 DOSI”

Anche qui bisogna evitare slogan imprecisi.

La Casa Bianca utilizza esplicitamente il numero 72 shots, cioè 72 somministrazioni/dosi previste nel precedente schema considerato dall’amministrazione.

Non significa che esistessero “72 vaccini diversi”.

Una singola vaccinazione può prevedere più dosi e richiami e alcune vaccinazioni, come quella antinfluenzale, possono essere ripetute negli anni.

La distinzione è importante perché una critica seria non ha bisogno di gonfiare i numeri.

Il punto politico resta comunque considerevole: l’amministrazione Trump sostiene apertamente che gli Stati Uniti fossero diventati un’eccezione rispetto a numerosi Paesi sviluppati per numero di malattie coperte dal calendario pediatrico universale e numero complessivo di dosi raccomandate.

Il CDC ha dichiarato che la revisione ha confrontato gli Stati Uniti con 20 Paesi sviluppati e che nel 2024 gli USA raccomandavano più vaccinazioni pediatriche di qualunque Paese comparabile preso in esame e più del doppio delle dosi previste da alcuni Paesi europei.

Questa è una questione che merita una discussione scientifica seria, non una guerra religiosa tra “pro-vax” e “no-vax”.

STEPHEN MILLER ROMPE UN ALTRO TABÙ

Stephen Miller ha espresso la posizione politica dell’amministrazione in termini molto più aggressivi.

Il suo ragionamento è semplice: bisogna chiedersi se sia realmente necessario sottoporre universalmente tutti i bambini allo stesso numero di somministrazioni e se il sistema americano abbia finito per adottare un approccio eccessivamente standardizzato.

Miller ha inoltre attaccato apertamente l’influenza dell’industria farmaceutica e di parte dell’apparato sanitario.

Sono esattamente gli argomenti che per anni abbiamo sentito utilizzare da moltissimi critici del sistema sanitario americano.

Con una differenza piuttosto imbarazzante:

adesso a pronunciarli è l’amministrazione Trump.

E qui arriva la domanda che molti preferiranno evitare.

Se ieri sostenevi che bisognava ridimensionare il potere di Big Pharma, perché oggi non riconosci almeno questo cambiamento?

Se ieri pretendevi maggiore libertà per i genitori, perché oggi la libertà di scelta diventa improvvisamente irrilevante?

Se denunciavi l’eccessiva medicalizzazione dell’infanzia, perché non discuti nel merito una revisione del calendario vaccinale?

La risposta, in alcuni casi, rischia di essere molto semplice:

perché per qualcuno Trump viene prima dei fatti.

Se lo fa Trump, bisogna essere contrari.

ATTENZIONE PERÒ: NON ESISTEVA UN “OBBLIGO FEDERALE DI 72 VACCINI”

Qui bisogna essere rigorosi.

Dire che Trump avrebbe semplicemente “abolito l’obbligo americano dei 72 vaccini” sarebbe tecnicamente sbagliato.

Negli Stati Uniti i requisiti vaccinali necessari per frequentare scuole e asili sono principalmente stabiliti dalle legislazioni statali.

Lo stesso CDC lo specifica chiaramente.

Il governo federale stabilisce raccomandazioni sanitarie e influenza enormemente assicurazioni, programmi sanitari, medici e politiche pubbliche, ma non esisteva una legge federale che obbligasse indistintamente ogni bambino americano a ricevere “72 vaccini”.

Quello che Trump sta facendo è politicamente più interessante: sta tentando di modificare l’architettura culturale e istituzionale sulla quale il sistema era stato costruito.

Meno automatismo.

Più differenziazione del rischio.

Più comparazione internazionale.

Più spazio alla decisione del medico e della famiglia.

E IL 10 AGOSTO TRUMP È ANDATO ANCORA OLTRE

Il 10 agosto 2026 Trump ha firmato un nuovo ordine esecutivo dedicato alle “Gold Standard Childhood Vaccine Recommendations”.

Il provvedimento rafforza la linea intrapresa dall’amministrazione e interviene anche sulla questione dei vaccini combinati.

Trump ha chiesto, fra le altre cose, di favorire la disponibilità separata delle componenti contro morbillo, parotite e rosolia invece di dipendere esclusivamente dalla formulazione combinata MMR.

Ed è qui che entra il paragone con il Giappone richiamato da Miller.

Il principio politico è ancora una volta quello della possibilità di scelta: perché un genitore dovrebbe necessariamente accettare una determinata combinazione se tecnicamente esistono strategie differenti?

Questo non dimostra che somministrare separatamente i vaccini sia clinicamente migliore.

Ed è importante dirlo.

Le principali organizzazioni pediatriche americane contestano infatti questa impostazione e sostengono che separare o ritardare le somministrazioni possa lasciare il bambino vulnerabile alle infezioni per periodi più lunghi.

Questa obiezione deve essere discussa scientificamente, non censurata.

Ma vale anche il contrario: chiedere prove, confrontare calendari internazionali o discutere numero e tempistica delle somministrazioni non dovrebbe automaticamente trasformare qualcuno in un “antiscientifico”.

IL PARADOSSO DEGLI ANTI-TRUMP CHE ERANO CONTRO GLI OBBLIGHI

Ed eccoci al punto politico.

Una parte della cosiddetta controinformazione ha costruito una parte enorme della propria identità sulla battaglia contro gli obblighi sanitari.

Poi è arrivato Trump.

Ha nominato Robert F. Kennedy Jr. alla guida dell’HHS.

Ha ordinato una revisione internazionale del calendario pediatrico.

La sua amministrazione ha ridotto le vaccinazioni considerate universali.

Ha ampliato il principio della decisione condivisa medico-paziente.

Ha mantenuto l’accesso alle altre vaccinazioni per chi desidera riceverle.

Ha messo apertamente in discussione l’influenza dell’industria farmaceutica.

Ha chiesto maggiore trasparenza.

Ha contestato il numero complessivo delle somministrazioni.

E adesso interviene persino sulle formulazioni combinate.

Che cosa avrebbe dovuto fare ancora per meritarsi almeno un’analisi priva del riflesso automatico anti-Trump?

Il problema non è essere favorevoli o contrari a Donald Trump.

Il problema è la coerenza.

Si può sostenere che alcune decisioni dell’amministrazione siano scientificamente sbagliate.

Si può sostenere che separare l’MMR sia inutile.

Si può contestare la metodologia utilizzata per confrontare gli Stati Uniti con gli altri Paesi.

Si può ritenere pericoloso ridurre alcune raccomandazioni universali.

Sono tutte posizioni legittime.

Ma allora bisogna discuterne nel merito.

Non si può passare per anni da:

“Il sistema vaccinale è dominato da Big Pharma e bisogna restituire libertà alle famiglie”

a:

“Trump sta distruggendo la sanità pubblica”

senza spiegare dove sia finita quella precedente battaglia per la libertà di scelta.

IL CONFRONTO INTERNAZIONALE NON È UNA TEORIA DEL COMPLOTTO

C’è inoltre un punto particolarmente interessante.

Il confronto con gli altri Paesi non nasce da un influencer.

Il CDC stesso ha dichiarato di aver esaminato le politiche di 20 nazioni sviluppate.

Il Giappone dispone nel 2026 di un proprio articolato calendario pediatrico e non rappresenta certamente un Paese “antivaccinista”.

Lo stesso vale per Danimarca e altre nazioni europee che organizzano diversamente le vaccinazioni pediatriche.

Questo dimostra una cosa semplicissima che negli anni della polarizzazione sanitaria sembrava essere diventata indicibile:

essere favorevoli ai vaccini non significa necessariamente sostenere che ogni Paese debba adottare lo stesso calendario, lo stesso numero di dosi e lo stesso grado di obbligatorietà.

È possibile essere favorevoli alla vaccinazione contro morbillo, poliomielite o tetano e contemporaneamente discutere se ogni singola raccomandazione debba essere universale.

Sono due questioni differenti.

LA LIBERTÀ DI SCELTA VALE SOLTANTO QUANDO GOVERNA CHI PIACE?

Questa vicenda è quindi molto più grande di Trump.

Riguarda l’incapacità crescente di giudicare una politica indipendentemente dall’identità di chi la propone.

Se Biden avesse ridotto alcune raccomandazioni vaccinali, probabilmente una parte del mondo anti-obbligo avrebbe gridato vittoria.

Se lo fa Trump, una parte di quello stesso ambiente sembra improvvisamente incapace di riconoscerlo.

E dall’altra parte avviene il fenomeno speculare: persone che fino a ieri difendevano il diritto delle autorità sanitarie di modificare le raccomandazioni sulla base dei dati oggi sembrano considerare qualsiasi modifica come un attentato alla scienza semplicemente perché arriva dall’amministrazione Trump.

La scienza non dovrebbe funzionare così.

E nemmeno l’informazione.

NON SERVONO NUOVI DOGMI

La vera occasione offerta dalla revisione americana dovrebbe essere un’altra.

Finalmente discutere seriamente di rischio-beneficio, farmacovigilanza, differenze epidemiologiche, età, condizioni individuali, calendari internazionali, conflitti d’interesse, libertà di scelta e consenso informato senza trasformare immediatamente il dibattito in una guerra tra “vaccinisti” e “antivaccinisti”.

Trump non ha abolito i vaccini.

Non ha cancellato l’accesso alle vaccinazioni.

E non ha magicamente eliminato tutti gli obblighi vaccinali americani, perché molti dipendono dagli Stati.

Ha però contribuito a imprimere una svolta molto significativa alla politica vaccinale federale americana.

E per chi per anni ha chiesto meno imposizioni e più libertà di scelta, fingere che non sia successo nulla soltanto perché il presidente si chiama Donald Trump sarebbe difficile da spiegare.

Ancora più difficile sarebbe continuare ad accusarlo di essere semplicemente il servo delle multinazionali farmaceutiche mentre la sua amministrazione sta conducendo uno degli interventi più controversi degli ultimi decenni proprio sull’architettura delle raccomandazioni vaccinali pediatriche.

Si può essere contrari.

Si può essere favorevoli.

Si può persino ritenere che Trump stia commettendo un grave errore sanitario.

Ma almeno una cosa dovrebbe essere possibile:

guardare quello che è stato realmente fatto prima di decidere cosa pensare soltanto in base al nome di chi lo ha fatto.


FONTI

Casa Bianca – Executive Order, 10 agosto 2026
“Delivering Gold Standard Childhood Vaccine Recommendations for Americans”

Casa Bianca – Fact Sheet, 10 agosto 2026
“President Donald J. Trump Delivers Gold Standard Childhood Vaccine Recommendations for Americans”

CDC – 5 gennaio 2026
“CDC Acts on Presidential Memorandum to Update Childhood Immunization Schedule”

U.S. Department of Health and Human Services – 5 gennaio 2026
“Fact Sheet: CDC Childhood Immunization Recommendations”

CDC – Vaccination Requirements and Laws
Documentazione sulle competenze degli Stati in materia di requisiti vaccinali scolastici.

Japan Institute for Health Security – 2026
Calendario ufficiale delle vaccinazioni in Giappone.

Japan Pediatric Society – 2026
Calendario pediatrico raccomandato dalla Società Pediatrica Giapponese.

I soliti riporter della propaganda marxista vedono sionisti e Kushner ovunque: il caso EA e i numeri che raccontano un’altra storia

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C’è ormai un meccanismo narrativo piuttosto prevedibile in una certa controinformazione politica: quando compare il nome di Jared Kushner, improvvisamente qualsiasi operazione finanziaria diventa una prova di una gigantesca rete politico-economica che collegherebbe Trump, Israele, Arabia Saudita, banche americane, FIFA e grandi multinazionali.

Il caso dell’acquisizione di Electronic Arts (EA) è particolarmente interessante perché permette di osservare quanto facilmente fatti reali possano essere trasformati in una storia molto più grande di ciò che le prove consentono effettivamente di sostenere.

L’operazione esiste.

Jared Kushner è coinvolto.

L’Arabia Saudita è coinvolta.

JPMorgan è coinvolta.

Ma da questi fatti non deriva automaticamente l’esistenza di una fantomatica regia politico-finanziaria trumpiano-sionista sul mondo dei videogiochi e del calcio.

Anzi, basta guardare i numeri per scoprire chi ha veramente messo le mani su Electronic Arts.

L’acquisizione da 55 miliardi è reale

Partiamo dai fatti verificabili.

Nel settembre 2025 Electronic Arts annunciò ufficialmente un accordo per essere acquisita da un consorzio formato da:

  • Public Investment Fund (PIF) dell’Arabia Saudita
  • Silver Lake
  • Affinity Partners, società fondata da Jared Kushner.

Il valore complessivo attribuito a EA era di circa 55 miliardi di dollari.

Agli azionisti furono offerti 210 dollari per azione, con un premio del 25% rispetto alla quotazione precedente all’annuncio.

Non stiamo quindi parlando di una ricostruzione giornalistica o di indiscrezioni: l’operazione è stata annunciata dalla stessa Electronic Arts.

Nell’agosto 2026 l’acquisizione è stata completata e EA è diventata una società privata.

Fin qui nessun mistero.

Il problema comincia quando dal fatto economico si passa alla costruzione politica.

Chi controlla veramente Electronic Arts?

È qui che i numeri diventano devastanti per una certa narrativa.

La nuova struttura proprietaria vede infatti il Public Investment Fund saudita detenere circa il 93,4%.

Silver Lake possiede circa il 5,5%.

Affinity Partners di Jared Kushner circa l’1,1%.

Ripetiamolo:

PIF saudita: 93,4%.

Silver Lake: 5,5%.

Affinity Partners/Kushner: 1,1%.

Allora chi ha realmente preso il controllo di Electronic Arts?

Jared Kushner?

Oppure l’Arabia Saudita?

La risposta matematica è piuttosto difficile da aggirare.

Il protagonista assoluto dell’operazione è il fondo sovrano dell’Arabia Saudita.

Affinity Partners partecipa certamente all’affare e Kushner non è affatto una figura irrilevante. Ma trasformare una partecipazione dell’1,1% nel centro politico dell’intera acquisizione significa spostare l’attenzione dal soggetto che possiede oltre nove decimi della società.

Il dettaglio ancora più importante: i sauditi erano già dentro EA

C’è poi un elemento che rende ancora meno credibile l’idea secondo cui l’ingresso saudita in Electronic Arts sarebbe in qualche modo spiegabile attraverso Kushner.

Il PIF possedeva già circa il 9,9% di Electronic Arts prima dell’acquisizione.

Quando venne annunciato l’accordo, EA specificò infatti che il fondo saudita avrebbe trasferito nella nuova struttura la propria partecipazione preesistente.

Questo significa che l’interesse saudita per EA non nasce con Kushner.

Non nasce con questa acquisizione.

E soprattutto non ha bisogno di Kushner per essere spiegato.

L’Arabia Saudita porta avanti da anni una gigantesca strategia di investimento nei videogiochi, negli esports, nell’intrattenimento e nello sport.

Il PIF dispone di centinaia di miliardi di dollari di attività e rappresenta uno dei principali strumenti economici della strategia saudita di diversificazione.

Pensare che un fondo di queste dimensioni abbia bisogno dell’1,1% di Affinity Partners per “mettere le mani” su EA significa invertire completamente i rapporti di forza.

Il vero elefante nella stanza è l’Arabia Saudita

Qui emerge un curioso paradosso.

Chi vuole vedere Kushner dappertutto rischia di perdere la storia geopoliticamente più importante.

Un fondo sovrano controllato dall’Arabia Saudita possiede oggi oltre il 93% di uno dei più importanti produttori di videogiochi del pianeta.

Electronic Arts controlla proprietà intellettuali e franchise enormi: EA Sports FC, Madden NFL, Battlefield, The Sims e molti altri.

Questo sì che merita un’inchiesta.

Quale ruolo vuole conquistare Riyadh nell’industria mondiale dell’intrattenimento?

Perché sta investendo così pesantemente nei videogiochi?

Come si inserisce EA nella strategia saudita sul gaming e sugli esports?

Quali conseguenze potrà avere una simile concentrazione proprietaria?

Sono domande assolutamente legittime.

Ma forse sono meno utili a chi preferisce raccontare qualsiasi avvenimento attraverso la solita lente ideologica.

Kushner e i sauditi: i rapporti esistono davvero

Naturalmente sarebbe altrettanto scorretto sostenere che fra Kushner e l’Arabia Saudita non esistano importanti rapporti finanziari.

Esistono e sono ampiamente documentati.

Il Senate Finance Committee americano ha indagato su Affinity Partners e sui suoi finanziatori stranieri.

Secondo la documentazione pubblicata dalla commissione, il PIF saudita aveva impegnato 2 miliardi di dollari nel fondo di Kushner.

La commissione ha inoltre riferito che Affinity applicava al PIF una commissione annuale dell’1,25% sul capitale impegnato.

Il senatore democratico Ron Wyden ha formulato accuse molto pesanti riguardo alla natura di questi rapporti.

Ma qui bisogna distinguere accuratamente tra fatti, accuse e conclusioni dimostrate.

È documentato che:

il PIF ha investito miliardi in Affinity Partners.

È documentato che:

Affinity Partners partecipa all’acquisizione di EA.

È documentato che:

Jared Kushner ha rapporti importanti con l’Arabia Saudita.

Ma tutto questo non dimostra automaticamente che l’acquisizione di EA sia parte di una gigantesca operazione politica orchestrata dalla famiglia Trump.

Indagare è legittimo.

Trasformare un collegamento in una prova è un’altra cosa.

Il metodo delle associazioni

È proprio qui che nasce uno dei trucchi narrativi più efficaci.

Si prendono una serie di fatti individualmente veri:

Kushner conosce i sauditi.

I sauditi investono in Affinity.

Affinity investe in EA.

EA produce videogiochi di calcio.

EA ha avuto per decenni rapporti commerciali con FIFA.

Trump conosce Gianni Infantino.

JPMorgan finanzia l’acquisizione.

JPMorgan ha rapporti con moltissimi grandi soggetti economici e politici americani.

A questo punto basta mettere tutti i nomi uno accanto all’altro.

Trump → Kushner → PIF → EA → FIFA → Infantino → JPMorgan.

Graficamente sembra impressionante.

Ma manca la cosa più importante:

la prova che tutti questi rapporti costituiscano un’unica operazione coordinata.

È la vecchia differenza tra correlazione e causalità.

Con lo stesso metodo si potrebbe costruire una gigantesca rete occulta partendo praticamente da qualsiasi acquisizione da decine di miliardi di dollari.

JPMorgan e i 20 miliardi di debito

Anche il ruolo di JPMorgan merita di essere contestualizzato.

Quando EA annunciò l’accordo, specificò che l’operazione sarebbe stata finanziata attraverso circa 36 miliardi di dollari di equity e 20 miliardi di finanziamento tramite debito, impegnato da JPMorgan Chase Bank.

È un finanziamento enorme.

Ma JPMorgan Chase è anche una delle più grandi istituzioni finanziarie del pianeta.

Trovarla coinvolta nel finanziamento di una delle maggiori acquisizioni della storia non rappresenta quindi, da solo, qualcosa di misterioso.

Per trasformare la presenza di JPMorgan nella prova di una rete politica servirebbe dimostrare che la banca abbia partecipato all’operazione per ragioni politiche anziché finanziarie.

Senza quella prova abbiamo semplicemente una grande banca che finanzia una gigantesca acquisizione.

E poi arriva inevitabilmente la FIFA

Electronic Arts e FIFA hanno avuto una delle collaborazioni commerciali più famose della storia dei videogiochi.

Quel rapporto si è concluso e il videogioco precedentemente conosciuto come FIFA è diventato EA Sports FC.

È perfettamente possibile che in futuro FIFA ed EA tornino a discutere una collaborazione.

Nel capitalismo accade continuamente che aziende che hanno interrotto una partnership tornino al tavolo quando cambiano le condizioni economiche.

Ma da qui a sostenere l’esistenza di un progetto politico Kushner-Trump-Arabia Saudita-FIFA esiste una distanza enorme.

Una futura collaborazione FIFA-EA sarebbe un fatto.

La possibilità che possa avvenire è un’ipotesi.

Una regia politica dietro quella collaborazione sarebbe una tesi.

E una tesi richiede prove.

Dire che qualcosa “non può essere escluso” non significa averlo dimostrato.

Praticamente qualsiasi cosa non può essere esclusa finché non disponiamo di informazioni sufficienti.

Il giornalismo dovrebbe funzionare al contrario: prima si trovano le prove e poi si costruisce la conclusione.

Quando compare Kushner, compaiono inevitabilmente anche i “sionisti”

Ed eccoci al riflesso ideologico più curioso.

Jared Kushner è ebreo, ha avuto un ruolo centrale nei rapporti dell’amministrazione Trump con Israele e il Medio Oriente ed è stato uno degli architetti degli Accordi di Abramo.

Da quel momento, per alcuni ambienti, la sua presenza sembra sufficiente per trasformare qualsiasi operazione economica in una storia sul “sionismo”.

Ma l’identità religiosa o etnica di un investitore non costituisce una spiegazione finanziaria.

E soprattutto non dimostra l’esistenza di una regia israeliana.

Nel caso EA la sproporzione diventa quasi grottesca.

Il soggetto dominante non è israeliano.

È saudita.

La quota dominante non appartiene a Kushner.

Appartiene al Public Investment Fund dell’Arabia Saudita.

Se vogliamo discutere l’influenza geopolitica sul settore dei videogiochi, allora discutiamone.

Ma partiamo dai numeri.

93,4% Arabia Saudita.

1,1% Affinity Partners.

Non occorre essere esperti di finanza per capire chi abbia realmente il controllo.

Non bisogna però cadere nell’errore opposto

Tutto questo non significa assolvere Kushner da qualsiasi possibile conflitto d’interesse.

Il rapporto fra Affinity Partners, PIF e governi stranieri merita controllo giornalistico e istituzionale.

Il Congresso americano ha sollevato interrogativi seri.

Sono questioni perfettamente legittime.

Così come è legittimo chiedersi quale influenza l’Arabia Saudita possa esercitare attraverso investimenti enormi nell’intrattenimento occidentale.

Ma un’inchiesta seria deve essere disposta anche ad arrivare alla conclusione che le prove non dimostrano la teoria iniziale.

Altrimenti non stiamo più facendo informazione.

Stiamo cercando elementi utili a confermare una convinzione già stabilita.

La realtà è già abbastanza interessante senza inventare complotti

Il caso Electronic Arts non ha bisogno di essere trasformato nell’ennesima storia di sionisti, Kushner e Trump onnipresenti.

La realtà è già enormemente interessante.

Uno dei maggiori fondi sovrani del mondo ha acquisito il controllo quasi totale di uno dei colossi globali dell’intrattenimento digitale.

L’operazione vale circa 55 miliardi di dollari.

EA è diventata privata.

Il PIF possedeva già quasi il 10% dell’azienda e ora controlla circa il 93,4%.

Silver Lake possiede una quota minoritaria.

Affinity Partners di Kushner una quota ancora più piccola.

Il resto sono domande legittime da investigare.

Ma le domande non sono automaticamente risposte.

Conclusione: prima i numeri, poi l’ideologia

Il problema non è criticare Kushner.

Il problema non è indagare sui rapporti tra Trump, Arabia Saudita, grandi fondi e grandi banche.

Il problema nasce quando ogni rapporto commerciale diventa automaticamente la tessera di una gigantesca cospirazione e quando la presenza di un uomo ebreo viene utilizzata per suggerire una regia “sionista” senza prove specifiche.

Se domani emergeranno documenti che dimostrano un coordinamento politico dietro l’operazione EA, andranno pubblicati e analizzati.

Ma oggi i dati disponibili raccontano innanzitutto un’altra storia:

l’Arabia Saudita ha comprato il controllo di Electronic Arts.

Non Kushner.

Non Israele.

Non una misteriosa internazionale sionista.

Il Public Investment Fund saudita.

E quando un soggetto possiede il 93,4% e quello presentato come protagonista appena l’1,1%, forse prima di costruire gigantesche architetture geopolitiche sarebbe opportuno cominciare dalla matematica.


FONTI E DOCUMENTI

Electronic Arts – annuncio ufficiale dell’acquisizione da 55 miliardi:
https://www.ea.com/news/ea-announces-agreement-to-be-acquired

Electronic Arts Investor Relations – comunicato ufficiale dell’operazione:
https://news.ea.com/press-releases/press-releases-details/2025/EA-Announces-Agreement-to-be-Acquired-by-PIF-Silver-Lake-and-Affinity-Partners-for-55-Billion/default.aspx

Electronic Arts – comunicazione del CEO Andrew Wilson:
https://www.ea.com/security/news/exciting-news-about-our-future

Associated Press – completamento dell’acquisizione nell’agosto 2026:
https://apnews.com/article/e50d653ac4616d063296e2021d826a3c

U.S. Senate Committee on Finance – indagine su Affinity Partners, PIF e finanziamenti stranieri:
https://www.finance.senate.gov/chairmans-news/wyden-investigation-of-kushner-firm-continues-new-letter-outlines-affinity-partners-fee-structure-lack-of-return-to-investors-questionable-deals-with-foreign-governments

Documentazione Senate Finance Committee sui finanziamenti stranieri ad Affinity Partners:
https://www.finance.senate.gov/imo/media/doc/wyden_raskin_kushner_fara.pdf

I SOLITI RIPORTER DELLA PROPAGANDA MARXISTA: MILEI «VENDE L’ARGENTINA AGLI STRANIERI». PECCATO CHE IL CAPITOLO SULLE TERRE SIA STATO ELIMINATO

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Ancora una volta il copione è sempre lo stesso.

Basta pronunciare tre parole — Milei, privatizzazioni, investitori stranieri — e una parte della controinformazione sembra non avere più bisogno di verificare cosa sia realmente accaduto.

La storia viene immediatamente confezionata secondo uno schema ideologico elementare: da una parte il presidente ultraliberista Javier Milei, pronto a «vendere la patria» al capitale internazionale; dall’altra studenti, sindacati, ambientalisti e cittadini che difendono eroicamente il territorio argentino.

Lo slogan è perfetto:

«La patria no se vende».

Il problema è che uno slogan politico non sostituisce l’analisi di una legge.

E soprattutto non dovrebbe consentire di omettere un dettaglio piuttosto importante: il capitolo più controverso sulla liberalizzazione dell’acquisto delle terre rurali da parte degli stranieri è stato eliminato dal provvedimento approvato dal Senato.

Questa omissione cambia parecchio il racconto.

IL PROGETTO ORIGINARIO DI MILEI ESISTEVA DAVVERO

Partiamo dai fatti, perché una confutazione seria non ha bisogno di inventare una realtà alternativa.

Il governo Milei aveva effettivamente presentato una riforma molto aggressiva della normativa argentina sulle terre rurali.

La legislazione vigente limita la concentrazione di terre rurali in mani straniere. Il progetto originario dell’esecutivo puntava invece a liberalizzare fortemente il sistema.

Quindi sostenere che non sia mai esistito un progetto di liberalizzazione sarebbe falso.

Il punto è un altro.

La propaganda prende il progetto originario e continua a raccontarlo come se fosse arrivato intatto fino all’approvazione parlamentare.

Non è ciò che è successo.

Il governo si è scontrato con un’opposizione politica e sociale significativa e, soprattutto, con un problema molto concreto: non aveva i voti sufficienti per approvare il testo nella sua forma originaria.

Il 5 agosto il governo aveva già modificato la proposta, passando dall’idea iniziale di eliminare il tetto alla proprietà straniera a un compromesso che avrebbe innalzato il limite generale dal 15% al 25%. Anche questo compromesso rimaneva contestato.

Poi è arrivato un arretramento ancora maggiore.

IL FATTO CHE DISTURBA LA NARRATIVA: IL CAPITOLO SULLE TERRE È STATO TOLTO

Il 6 agosto, mentre davanti al Congresso si manifestava gridando che «la patria non è in vendita», il processo parlamentare aveva ormai prodotto un risultato fondamentale.

Il capitolo che avrebbe liberalizzato la proprietà straniera delle terre era stato eliminato.

Il Senato ha successivamente dato la media sanción alla Ley de Inviolabilidad de la Propiedad Privada con 37 voti favorevoli e 33 contrari, ma senza due delle parti maggiormente contestate: quella relativa alle terre straniere e quella riguardante la modifica dell’uso dei terreni dopo gli incendi.

Questo non significa che le proteste fossero illegittime.

Significa qualcosa di molto più semplice:

se si racconta la vicenda, bisogna raccontarla tutta.

Si può scrivere:

«Il governo Milei ha tentato di liberalizzare fortemente l’acquisto di terre da parte degli stranieri, ha incontrato una forte opposizione politica e sociale, ha cercato un compromesso e infine il capitolo è stato eliminato dal provvedimento approvato dal Senato».

Questa è una descrizione.

Oppure si può costruire il racconto:

Milei vende l’Argentina agli stranieri e il popolo scende in strada per impedirlo.

Questa è propaganda politica.

La differenza sta proprio nelle informazioni che vengono omesse.

ALTRO DETTAGLIO: LA DEMOCRAZIA ARGENTINA HA FUNZIONATO

C’è poi un paradosso che sembra sfuggire ai soliti narratori dell’apocalisse neoliberista.

Che cosa è successo concretamente?

Un governo ha presentato una riforma.

L’opposizione l’ha contestata.

La società civile ha protestato.

Parte delle forze parlamentari che potevano sostenere Milei non ha accettato alcune disposizioni.

Il governo ha scoperto di non avere abbastanza voti.

Ha modificato il progetto.

Il Parlamento ha eliminato alcune delle norme maggiormente controverse.

E alla fine il Senato ha approvato un testo profondamente diverso su quei punti.

Questa non è la fotografia di una dittatura che vende segretamente il territorio nazionale.

È politica parlamentare.

Si può essere favorevoli o contrari a Milei, ma il meccanismo istituzionale ha fatto esattamente ciò che dovrebbe fare un sistema democratico: limitare, negoziare e modificare la proposta dell’esecutivo quando non esiste una maggioranza sufficiente per approvarla.

Curiosamente, però, nella propaganda questo elemento quasi scompare.

Perché distrugge il copione.

COMPRARE UN TERRENO NON SIGNIFICA COMPRARE LA SOVRANITÀ

C’è poi una confusione concettuale che ritorna continuamente.

Permettere a uno straniero di acquistare un terreno in Argentina non significa trasformare quel terreno in territorio straniero.

Un investitore americano, italiano, cinese, brasiliano o spagnolo che possiede un terreno argentino deve comunque sottostare alla legislazione argentina, alla fiscalità argentina e alla giurisdizione argentina.

La sovranità resta argentina.

Questo non significa che non possano esistere problemi seri.

Una concentrazione eccessiva della proprietà fondiaria straniera può sollevare questioni economiche, ambientali, strategiche e perfino di sicurezza nazionale, soprattutto nelle zone di confine o nelle aree ricche di risorse.

Sono argomenti perfettamente legittimi.

Ma sono argomenti diversi dal sostenere che il Paese venga letteralmente «venduto».

Una cosa è discutere quanta proprietà straniera sia opportuno consentire.

Un’altra è confondere deliberatamente proprietà privata e sovranità nazionale.

E POI ARRIVA L’IDROVIA: «MILEI PRIVATIZZA IL FIUME»

Per rafforzare la narrativa viene spesso aggiunta un’altra vicenda: quella della Vía Navegable Troncal, l’asse navigabile collegato al sistema Paraná-Paraguay fondamentale per il commercio argentino.

Il governo Milei ha effettivamente affidato la gestione attraverso una concessione al consorzio Jan de Nul–Servimagnus.

Anche questo è un fatto.

Ma anche qui bisogna leggere cosa sia stato realmente affidato ai privati.

Il governo argentino descrive l’operazione come una concessione della Vía Navegable Troncal e ha formalizzato l’aggiudicazione al consorzio Jan de Nul–Servimagnus dopo una gara internazionale.

Il contratto riguarda attività operative fondamentali quali dragaggio, balizamiento, rilevazioni idrometriche e gestione della navigabilità. Lo Stato argentino mantiene inoltre la propria funzione di autorità di controllo.

Traduzione semplice:

l’Argentina non ha venduto il Paraná a una società belga.

Ha affidato in concessione la gestione di determinati servizi della propria infrastruttura navigabile.

Si può contestare anche questa scelta.

Si può sostenere che un’infrastruttura così strategica dovrebbe essere gestita direttamente dallo Stato.

Si può discutere della durata della concessione, delle tariffe, dei controlli e dei profitti privati.

Ma bisogna chiamare le cose con il loro nome.

E c’è un altro dettaglio storico interessante.

LA GESTIONE PRIVATA DELL’IDROVIA NON L’HA INVENTATA MILEI

La narrazione che presenta Milei come l’uomo che improvvisamente consegna l’arteria fluviale argentina al capitale straniero dimentica un precedente piuttosto ingombrante.

Nel 1995, durante la presidenza di Carlos Menem, l’Argentina approvò già un contratto di concessione per modernizzazione, ampliamento, gestione e manutenzione della Vía Navegable Troncal.

E indovinate quale società figurava già nel consorzio?

Jan De Nul.

Il decreto argentino del 1995 riporta espressamente il consorzio formato da Jan De Nul e altre società per la concessione dell’infrastruttura.

Dunque non siamo davanti all’invenzione improvvisa di Milei.

Siamo davanti alla scelta politica di tornare a un modello di gestione privata attraverso concessione per un’infrastruttura che aveva già conosciuto per decenni una gestione di questo tipo.

Questo non rende automaticamente buona la decisione di Milei.

La colloca semplicemente nella sua corretta dimensione storica.

IL GOVERNO SOSTIENE CHE I COSTI DIMINUIRANNO

C’è infine un elemento che dovrebbe essere riportato almeno per completezza.

Secondo il governo argentino, l’offerta vincitrice dovrebbe produrre una riduzione di circa il 13% dei costi logistici.

È una previsione dell’esecutivo, non un risultato già dimostrato, e come tale deve essere trattata.

Tra qualche anno sarà possibile verificare se quella promessa sia stata rispettata oppure no.

Ma un’informazione corretta dovrebbe riportare entrambe le posizioni:

gli oppositori denunciano i rischi della privatizzazione;

il governo sostiene che la concessione attirerà investimenti, modernizzerà l’infrastruttura e ridurrà i costi logistici.

Il resto lo diranno i risultati.

Questo si chiama giornalismo.

GLI SCONTRI DAVANTI AL CONGRESSO SONO REALI

Anche gli scontri del 6 agosto non devono essere minimizzati.

Durante la manifestazione davanti al Congresso argentino la polizia è intervenuta e ci sono stati arresti e feriti. RTVE ha riferito di più di dodici persone arrestate e almeno cinque feriti.

Sono fatti che devono essere riportati.

Ma neppure le immagini della polizia in tenuta antisommossa dimostrano automaticamente la tesi politica che Milei stia «vendendo la patria».

Per giudicare l’intervento delle forze dell’ordine occorre stabilire cosa sia accaduto durante gli scontri, quali comportamenti abbiano determinato gli arresti e soprattutto se la risposta della polizia sia stata proporzionata.

Altrimenti si sostituisce nuovamente l’analisi con l’immagine emotiva.

IL TRUCCO È SEMPRE LO STESSO

Ed eccoci al cuore della questione.

Il meccanismo della propaganda non consiste necessariamente nell’inventare fatti dal nulla.

È molto più efficace utilizzare fatti veri selezionandoli e concatenandoli in modo da produrre una conclusione predeterminata.

Prendiamo:

una proposta realmente liberalizzatrice;

una manifestazione realmente avvenuta;

una concessione realmente assegnata a privati;

una società straniera realmente coinvolta;

scontri realmente avvenuti con la polizia.

Poi togliamo:

il compromesso dal 15% al 25%;

il successivo ritiro del capitolo sulle terre;

la mancanza dei voti parlamentari;

la differenza tra proprietà privata e sovranità;

la differenza tra vendita di un fiume e concessione dei servizi della via navigabile;

il precedente storico della concessione del 1995;

le motivazioni economiche dichiarate dal governo.

A quel punto resta soltanto una storia:

«Milei vende la patria agli stranieri e reprime il popolo che cerca di impedirglielo».

Perfetta.

Semplice.

Emotiva.

E soprattutto politicamente spendibile.

Peccato che la realtà sia molto più complicata.

MILEI PUÒ ESSERE CRITICATO SENZA INVENTARE UN’ARGENTINA ALL’ASTA

Il governo Milei sta conducendo uno dei più radicali esperimenti di liberalizzazione economica dell’Argentina contemporanea.

Le sue politiche meritano quindi di essere analizzate e criticate con particolare attenzione.

Privatizzazioni, deregolamentazione, investimenti stranieri, gestione delle risorse naturali e concentrazione fondiaria sono questioni enormi.

Proprio per questo non hanno bisogno di caricature.

Il progetto originario sulle terre poteva essere criticato duramente.

Ma il fatto politico fondamentale dell’agosto 2026 è proprio che Milei non è riuscito a far passare quella parte della riforma.

Il governo ha incontrato resistenza.

Ha negoziato.

Ha modificato il progetto.

E il Senato ha approvato la legge senza due dei capitoli più controversi.

Questa è la storia completa.

QUANDO LA REALTÀ NON SERVE PIÙ, RESTA SOLO LO SLOGAN

Ed è precisamente qui che i soliti riporter della propaganda marxista mostrano il loro limite.

Non perché sia illegittimo opporsi a Milei.

Non perché ogni privatizzazione sia automaticamente positiva.

Non perché l’investimento straniero debba essere accettato senza limiti.

Ma perché un’informazione seria dovrebbe distinguere tra ciò che Milei voleva fare, ciò che ha proposto, ciò che è stato modificato e ciò che il Parlamento ha effettivamente approvato.

Sono quattro cose differenti.

Se invece si prende la versione iniziale del progetto, la si congela nel tempo e la si utilizza per descrivere ciò che è successo dopo che quella stessa disposizione è stata eliminata, non stiamo più facendo informazione.

Stiamo costruendo una narrativa.

E allora «La patria non è in vendita» funziona magnificamente come slogan da corteo.

Molto meno come descrizione di ciò che il Senato argentino ha effettivamente votato.

La critica politica è legittima.

La protesta è legittima.

Persino sostenere che Milei rappresenti una visione economica sbagliata è perfettamente legittimo.

Ma prima vengono i fatti.

E i fatti, questa volta, raccontano una storia decisamente meno comoda per i soliti riporter della propaganda.


FONTI

Senato argentino – sito istituzionale
https://www.senado.gob.ar/

El País, 5 agosto 2026 – Milei modifica il progetto sulla proprietà straniera delle terre
https://elpais.com/argentina/2026-08-05/milei-cede-y-modifica-el-proyecto-de-ley-de-extranjerizacion-de-tierras.html

El País, 7 agosto 2026 – approvazione al Senato senza i due capitoli contestati
https://elpais.com/argentina/2026-08-07/la-oposicion-pone-limites-a-milei-en-el-senado-media-sancion-a-la-ley-de-propiedad-privada-sin-dos-capitulos-clave.html

RTVE, 7 agosto 2026 – manifestazione, scontri, feriti e arresti davanti al Congresso
https://www.rtve.es/noticias/20260807/protestas-contra-proyecto-milei-sobre-propiedad-privada-terminan-fuertes-cargas-policiales/17183074.shtml

Governo argentino, 4 giugno 2026 – preaggiudicazione della Vía Navegable Troncal
https://www.argentina.gob.ar/noticias/el-gobierno-preadjudico-la-privatizacion-de-la-navegable-troncal

Governo argentino, 18 giugno 2026 – aggiudicazione Jan de Nul–Servimagnus
https://www.argentina.gob.ar/noticias/con-una-baja-del-13-en-los-costos-logisticos-el-gobierno-completo-con-exito-el-proceso-de

Governo argentino – firma del contratto e attività affidate al concessionario
https://www.argentina.gob.ar/noticias/la-navegable-troncal-inicia-una-nueva-era-de-gestion-privada-con-una-baja-de-costos-la

Normativa argentina – Decreto 253/1995 sulla precedente concessione della Vía Navegable Troncal
https://www.argentina.gob.ar/normativa/nacional/decreto-253-1995-14662/texto

LA SOLITA PROPAGANDA DEI RIPORTER: «HAMAS SI DISARMA, ISRAELE NON SI RITIRA, QUINDI IL GENOCIDIO ERA L’OBIETTIVO». MA COSA DICE DAVVERO IL PIANO DEL BOARD OF PEACE?

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Cosa è vero

È vero che il 9 agosto 2026 Netanyahu ha respinto pubblicamente il documento in 15 punti sostenuto dall’amministrazione Trump. Ha inoltre dichiarato che l’IDF non effettuerà ulteriori ritiri prima di un disarmo effettivo di Hamas. La notizia è confermata, tra gli altri, da Reuters, Washington Post, Guardian e Times of Israel.

Ed è vero che la roadmap del Board of Peace tenta di collegare disarmo progressivo di Hamas e ritiro progressivo israeliano, sotto verifica internazionale. Il piano non prevede semplicemente “Hamas consegna le armi domani e Israele se ne va”, ma un processo articolato con trasferimento dell’amministrazione civile, demilitarizzazione verificata e progressivo ritiro israeliano.

Quindi chi sostenesse che Netanyahu non abbia respinto il piano starebbe semplicemente negando un fatto.

Ma “Hamas ha accettato di disarmarsi” richiede una precisazione enorme

Il 30 luglio Trump ha annunciato un accordo per il “complete disarmament” di Hamas. Reuters riferisce ora che Hamas ha accettato il piano, ma aggiunge una precisazione decisiva: Hamas evita la formulazione “disarmo” e collega la consegna delle armi al ritiro israeliano.

Questo è importante perché appena l’11 giugno Reuters descriveva una situazione molto diversa: Hamas e le altre fazioni avevano accettato 14 punti su 15, mentre proprio il disarmo costituiva il principale punto di rottura. Hamas collegava inoltre il disarmo completo all’apertura di un percorso politico verso uno Stato palestinese.

Ancora il 20 luglio, fonti coinvolte nell’attuazione del piano riferivano che rimanevano forti divergenze sui meccanismi concreti con cui Hamas avrebbe dovuto deporre le armi.

Pertanto:

“Hamas ha accettato una roadmap che contempla il disarmo”

è sostanzialmente corretto.

Ma:

“Hamas si è già disarmato”

è falso.

E persino:

“Hamas ha accettato senza condizioni di consegnare immediatamente tutte le armi”

non descrive correttamente ciò che risulta dalle trattative.

Questa distinzione viene completamente cancellata dalla frase propagandistica.

Ed è proprio qui che nasce lo scontro Netanyahu–Board of Peace

La differenza fondamentale sembra riguardare la sequenza delle azioni.

Il Board of Peace propone sostanzialmente:

disarmo progressivo e verificato ↔ ritiro israeliano progressivo.

Netanyahu pretende invece:

disarmo effettivo di Hamas → poi ritiro israeliano.

Netanyahu ha infatti dichiarato che non vuole un disarmo “fittizio”, specificando di riferirsi alle armi pesanti e a quelle leggere.

Si può giudicare questa posizione eccessiva, politicamente motivata, pericolosa o finalizzata a prolungare la presenza israeliana. È una discussione legittima.

Ma è molto diverso dal sostenere che Israele abbia respinto il disarmo di Hamas.

Israele sta contestando le modalità e soprattutto la sequenza disarmo/ritiro.

Il vero problema per Netanyahu

Qui la critica a Netanyahu ha invece basi concrete.

Il rifiuto israeliano rischia effettivamente di bloccare una delle opportunità diplomatiche più importanti degli ultimi mesi e costituisce una rara divergenza pubblica con Trump. Reuters sottolinea anche le pressioni provenienti dalla coalizione israeliana di destra in vista delle elezioni.

Anche il Guardian interpreta la decisione alla luce delle pressioni elettorali e della destra israeliana.

Quindi sarebbe perfettamente legittimo scrivere:

“Netanyahu rischia di sabotare il piano Trump pretendendo il disarmo completo prima del ritiro.”

È un’interpretazione politica sostenibile.

Ma da questo non deriva:

“Hamas era una scusa.”

Perché il disarmo di Hamas è precisamente uno dei problemi centrali che hanno bloccato per mesi la seconda fase del cessate il fuoco. Un rapporto del Congressional Research Service di luglio ricostruiva proprio le controversie sul disarmo e le condizioni poste da Hamas.

E un rapporto ufficiale del Board of Peace trasmesso alle Nazioni Unite indicava esplicitamente la demilitarizzazione verificata come condizione fondamentale per la ricostruzione.

Non è quindi una “scusa” inventata improvvisamente da Israele.

Ancora più debole: “gli ostaggi erano una scusa”

Questo passaggio non segue proprio dalla premessa.

Il fatto che oggi Netanyahu rifiuti un particolare meccanismo di disarmo e ritiro non dimostra retroattivamente che la questione degli ostaggi fosse falsa o pretestuosa.

Sono due proposizioni completamente differenti.

Per dimostrare che “gli ostaggi erano una scusa” bisognerebbe fornire prove che la leadership israeliana non intendesse realmente recuperarli e utilizzasse consapevolmente la loro prigionia come falso pretesto.

Il rifiuto del piano del Board of Peace non costituisce quella prova.

E il salto finale: “il genocidio è l’obiettivo”

Qui si passa definitivamente dal fatto all’interpretazione.

Che a Gaza vi siano state enormi sofferenze civili, morti e distruzioni è indiscutibile. Anche dopo il cessate il fuoco sono continuati attacchi israeliani e vittime palestinesi; Reuters riferisce oltre 1.250 morti dalla tregua secondo funzionari sanitari di Gaza.

Ma la proposizione:

Netanyahu rifiuta questa roadmap → dunque l’obiettivo della guerra è il genocidio

non è una dimostrazione.

Il termine genocidio ha inoltre un significato giuridico preciso, nel quale l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo protetto è un elemento centrale. La responsabilità giuridica e l’intento genocidario non possono essere dedotti automaticamente dal rifiuto di un accordo diplomatico.

Questo non significa assolvere preventivamente Israele da eventuali violazioni del diritto internazionale. Significa semplicemente non trasformare un’opinione politica in una prova.

La manipolazione retorica

La costruzione del messaggio è efficace proprio perché comprime questioni differenti in quattro frasi:

“Hamas ha accettato di disarmarsi.”
→ vero, ma all’interno di un meccanismo negoziale condizionato e progressivo.

“Israele si è rifiutato di ritirarsi.”
→ incompleto: Netanyahu dice che non vuole ritirarsi prima della demilitarizzazione effettiva.

“Hamas e gli ostaggi erano una scusa.”
→ conclusione non dimostrata.

“Il genocidio è l’obiettivo.”
→ ulteriore conclusione non dimostrata dal fatto precedente.

La critica più solida al governo Netanyahu non ha bisogno di questa scorciatoia: Netanyahu ha realmente respinto una roadmap americana che potrebbe consentire disarmo, ritiro e ricostruzione, e le sue motivazioni possono essere legittimamente sottoposte a durissima critica politica. Ma trasformare quel fatto nella “prova” che Hamas, gli ostaggi e le esigenze di sicurezza siano sempre stati soltanto pretesti significa andare molto oltre ciò che le fonti dimostrano.

In breve: il fatto nuovo è serio e mette Netanyahu in una posizione politicamente difficile; la conclusione “quindi il genocidio è sempre stato l’obiettivo” non è un fatto accertato, ma una tesi politica costruita sopra quel fatto.

Fonti