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PRIMA ANCORA DELL’IRAQ C’ERA GIÀ IL PETROLIO

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Londra e Parigi si spartivano il greggio prima che esistesse lo Stato: mezzo secolo di accordi, monarchie, compagnie e guerre per arrivare al 1972

PARTE I — LO STATO ARRIVÒ DOPO. IL PETROLIO ERA GIÀ SUL TAVOLO

C’è una data dalla quale conviene cominciare questa storia: 24 aprile 1920.

E c’è un luogo: Sanremo.

L’Iraq come Stato moderno non esiste ancora nella forma che conosceremo successivamente. Non esiste ancora una monarchia irachena consolidata, la questione di Mosul è aperta e l’assetto politico dei territori sottratti all’Impero ottomano è ancora in costruzione.

Eppure il petrolio è già oggetto di un accordo internazionale.

Questo è il primo elemento necessario per comprendere ciò che accadrà nei successivi cinquant’anni.

Non bisogna immaginare infatti una sequenza lineare nella quale nasce prima uno Stato sovrano, quello Stato scopre di possedere petrolio e successivamente decide come sfruttarlo.

La sequenza storica è quasi rovesciata.

Prima arrivano gli interessi strategici.

Poi gli accordi petroliferi.

Poi la costruzione dell’assetto politico.

Infine, molto più tardi, il pieno controllo iracheno della produzione.

Il documento anglo-francese firmato a Sanremo il 24 aprile 1920 è straordinariamente esplicito.

L’articolo 7 stabiliva che, qualora lo sviluppo petrolifero della Mesopotamia fosse stato affidato a una compagnia privata, la Francia avrebbe ottenuto una partecipazione del 25%.

Ma il passaggio politicamente più interessante è quello successivo.

L’accordo prevedeva infatti che quella compagnia sarebbe rimasta sotto “permanent British control”, controllo britannico permanente.

E poi arrivava l’articolo 8.

Il futuro governo locale — oppure altri interessi locali — avrebbe potuto partecipare al capitale della compagnia fino a un massimo del 20%, qualora lo avesse desiderato.

Il testo originale conservato negli archivi diplomatici americani non lascia molti margini interpretativi.

Il petrolio della Mesopotamia era già entrato nel sistema delle relazioni fra le grandi potenze europee.

Il futuro Stato locale, invece, disponeva di una possibilità condizionata di partecipazione.

Non era una quota automaticamente assegnata.

Era un’opzione.

Ed è proprio dentro quella differenza apparentemente tecnica che comincia una storia lunga mezzo secolo.

IL PETROLIO PRIMA DELLO STATO

Per comprendere Sanremo bisogna però tornare ancora indietro.

All’inizio del Novecento la potenza britannica poggiava in larga parte sulla Royal Navy. E la Royal Navy stava attraversando una trasformazione destinata a modificare l’intera geopolitica del secolo: il passaggio dal carbone al petrolio.

La nafta offriva vantaggi enormi.

Maggiore autonomia.

Maggiore velocità.

Rifornimenti più efficienti.

Minore necessità di uomini impegnati ad alimentare continuamente le caldaie.

Ma esisteva un problema strategico fondamentale.

La Gran Bretagna possedeva carbone.

Non possedeva quantità comparabili di petrolio sul proprio territorio.

L’accesso al greggio diventava quindi qualcosa di più di una questione commerciale.

Diventava sicurezza nazionale.

Nel 1914 il governo britannico acquistò una partecipazione di maggioranza nell’Anglo-Persian Oil Company.

Lo Stato britannico entrava direttamente nel capitale della compagnia che controllava importanti risorse petrolifere persiane.

La distinzione fra interesse commerciale e interesse strategico diventava sempre più sottile.

Quando nello stesso anno scoppiò la Prima guerra mondiale, la regione del Golfo acquistò conseguentemente un’importanza enorme.

La raffineria di Abadan, in Persia, costituiva un’infrastruttura essenziale.

Le forze britanniche provenienti dall’India sbarcarono nell’area di Bassora.

L’operazione iniziale aveva obiettivi relativamente circoscritti.

Ma le guerre hanno una caratteristica ricorrente: raramente rimangono circoscritte agli obiettivi con cui cominciano.

L’avanzata britannica risalì progressivamente la Mesopotamia.

Dopo la durissima sconfitta di Kut, le forze britanniche ripresero l’offensiva e nel marzo 1917 entrarono a Baghdad.

Alla fine del conflitto Londra si ritrovò così davanti a un problema gigantesco.

Aveva conquistato un territorio vastissimo, politicamente complesso e costoso da amministrare.

E quel territorio conteneva qualcosa destinato a diventare sempre più importante per l’economia e per la guerra moderna.

Il petrolio.

L’IRAQ NON FU INVENTATO DAL NULLA

Qui occorre evitare una semplificazione molto diffusa.

Dire che l’Iraq fu semplicemente “inventato dagli inglesi” significa comprimere una realtà storica assai più complessa.

La Mesopotamia possedeva naturalmente una storia millenaria.

Il termine Iraq aveva radici precedenti alla creazione dello Stato moderno.

Esistevano le province ottomane di Bassora, Baghdad e Mosul.

Esistevano grandi città, reti commerciali, strutture tribali, comunità sciite e sunnite, popolazioni curde, comunità cristiane ed ebraiche e centri religiosi come Najaf e Karbala.

Quello che le potenze europee contribuirono decisivamente a determinare non fu l’esistenza delle popolazioni o della regione.

Fu il nuovo assetto statale e internazionale successivo alla dissoluzione dell’Impero ottomano.

E proprio qui petrolio, sicurezza imperiale e costruzione politica cominciano a sovrapporsi.

1920: LA RIVOLTA CHE CAMBIÒ IL MODELLO BRITANNICO

Nell’estate del 1920 esplose una grande insurrezione contro l’occupazione britannica.

Gruppi sciiti, nazionalisti sunniti, tribù e altri soggetti con motivazioni differenti finirono temporaneamente per convergere contro il sistema di amministrazione straniera.

Londra represse la rivolta.

Ma la vittoria militare produsse una conclusione politica scomoda.

Il controllo diretto costava troppo.

Occorrevano truppe.

Occorrevano funzionari.

Occorrevano risorse.

Occorreva reprimere periodicamente le resistenze.

La soluzione britannica divenne quindi progressivamente diversa: diminuire la presenza diretta costruendo istituzioni locali capaci di governare il territorio mantenendo contemporaneamente una relazione privilegiata con Londra.

Ed è qui che entra in scena Faisal ibn Hussein.

IL RE CHE ARRIVÒ DALLA SIRIA

Faisal era figlio dello sceriffo Hussein della Mecca ed era stato una delle figure principali della Rivolta araba contro gli ottomani.

Nel 1920 era diventato re della Siria.

Per pochissimo.

La Francia, alla quale era stato attribuito il mandato sulla Siria, non accettò quell’assetto.

Le truppe francesi sconfissero le forze arabe e Faisal dovette lasciare Damasco.

Per Londra, tuttavia, quell’uomo possedeva caratteristiche interessanti.

Era arabo.

Apparteneva alla dinastia hascemita.

Possedeva prestigio derivante dalla guerra contro gli ottomani.

Ma contemporaneamente aveva costruito rapporti profondi con gli inglesi.

Nel marzo 1921 la Conferenza del Cairo, alla quale parteciparono figure come Winston Churchill, Percy Cox, T. E. Lawrence e Gertrude Bell, contribuì a definire il nuovo assetto britannico della regione.

Faisal divenne la soluzione per l’Iraq.

Il problema era evidente.

Faisal non era iracheno e non disponeva nel paese di una propria struttura politica consolidata.

La sua forza iniziale dipendeva quindi inevitabilmente anche dall’appoggio britannico.

Ed esistevano concorrenti locali.

Uno dei più importanti era Sayyid Talib al-Naqib, potente notabile di Bassora ed ex deputato ottomano.

Nell’aprile 1921, dopo aver espresso posizioni considerate minacciose dall’amministrazione, Talib venne arrestato dalle autorità britanniche ed esiliato.

Pochi mesi dopo la strada verso il trono era sostanzialmente libera.

Nell’agosto 1921 Faisal diventò re dell’Iraq.

Ed è qui che bisogna tornare al petrolio.

Perché quando il nuovo sovrano arrivò al trono, le potenze europee discutevano del petrolio mesopotamico già da anni.

SANREMO AVEVA ANTICIPATO BAGHDAD

Il futuro dell’industria petrolifera non cominciò dunque con il governo iracheno.

A Sanremo britannici e francesi avevano già stabilito principi fondamentali.

La Francia avrebbe ricevuto il 25%.

La compagnia privata prevista dall’accordo sarebbe rimasta sotto controllo britannico.

Gli interessi locali avrebbero potuto partecipare fino al 20%.

Non significa che ogni sviluppo successivo fosse già scritto nel 1920.

Sarebbe storicamente scorretto sostenerlo.

Gli Stati Uniti, per esempio, contestarono duramente l’impostazione anglo-francese.

Washington invocava il principio della Open Door, cioè la parità di accesso alle opportunità economiche nei territori sottoposti a mandato.

La corrispondenza diplomatica americana mostra chiaramente lo scontro.

Il governo britannico sosteneva che Sanremo non introducesse un monopolio e che il futuro Stato arabo avrebbe conservato libertà di azione.

Washington rispondeva invece di avere difficoltà a conciliare quelle rassicurazioni con un accordo che attribuiva una posizione privilegiata a Francia e Gran Bretagna.

È un passaggio importante perché impedisce di trasformare la storia in una caricatura.

Non esisteva un unico blocco occidentale che decideva tutto senza contrasti.

Esistevano interessi britannici, francesi, americani, italiani e successivamente quelli dello stesso Stato iracheno.

E spesso erano concorrenti.

MOSUL: “NON È PER IL PETROLIO”

La questione di Mosul divenne uno dei grandi dossier diplomatici del dopoguerra.

La Turchia di Mustafa Kemal rivendicava la provincia.

Londra sosteneva la sua permanenza nell’Iraq.

Mosul possedeva però anche un’altra caratteristica.

Le sue prospettive petrolifere erano considerate estremamente promettenti.

Durante la Conferenza di Losanna del 1923, il ministro degli Esteri britannico Lord Curzon respinse pubblicamente l’idea che la posizione britannica su Mosul fosse determinata dal petrolio.

Londra insisteva su considerazioni territoriali, strategiche e demografiche.

E certamente quelle considerazioni esistevano.

Ma parallelamente il petrolio aveva assunto un’importanza strategica documentata.

È proprio la sovrapposizione dei due livelli — dichiarazioni pubbliche e documentazione interna — a rendere la vicenda storicamente interessante.

Ridurre Mosul esclusivamente al petrolio sarebbe semplicistico.

Pretendere che il petrolio fosse irrilevante lo sarebbe altrettanto.

E SPUNTA ANCHE L’ITALIA

In questa vicenda compare anche un attore spesso dimenticato: l’Italia.

Roma non aveva ottenuto a Sanremo la posizione attribuita alla Francia.

Ma cercò successivamente uno spazio nel sistema petrolifero mesopotamico.

Durante le trattative internazionali venne presa in considerazione anche la possibilità di utilizzare partecipazioni petrolifere come strumento diplomatico nella sistemazione della questione di Mosul.

Il fatto è importante perché mostra la vera natura geopolitica della partita.

Il petrolio non era semplicemente una merce.

Era moneta diplomatica.

Era sicurezza militare.

Era capacità industriale.

Era influenza internazionale.

Ed era soprattutto una risorsa sulla quale si stavano prendendo decisioni mentre la sovranità irachena era ancora incompleta.

1925: ARRIVA LA CONCESSIONE

Nel marzo 1925 il governo iracheno concesse alla Turkish Petroleum Company diritti di esplorazione e sfruttamento petrolifero per un periodo lunghissimo.

Il nome può trarre in inganno.

La società aveva origine nel periodo ottomano, da cui “Turkish”, ma la struttura proprietaria era ormai internazionale.

Ed è qui che la distinzione fondamentale diventa quella fra royalty e proprietà azionaria.

L’Iraq avrebbe ricevuto pagamenti collegati alla produzione.

Ma non diventava automaticamente uno dei grandi azionisti della compagnia.

La differenza è enorme.

Chi riceve una royalty guadagna dalla produzione.

Chi possiede la società partecipa invece, secondo i meccanismi societari, anche alle decisioni che determinano quella produzione.

Quanto estrarre.

Dove investire.

Quando sviluppare un giacimento.

Come organizzare la rete commerciale.

L’Iraq possedeva la risorsa.

Ma non controllava ancora completamente il meccanismo industriale attraverso il quale quella risorsa diventava potere economico.

SASSOON ESKELL E LA BATTAGLIA DELL’ORO

Uno dei protagonisti più interessanti di questa fase fu il ministro delle Finanze iracheno Sassoon Eskell, ebreo di Baghdad ed ex parlamentare ottomano.

Eskell cercò di migliorare le condizioni dell’accordo.

Non riuscì a trasformare l’Iraq nell’azionista che avrebbe potuto essere secondo l’impostazione di Sanremo.

Ma ottenne una protezione finanziaria importante: il collegamento delle royalties a una base aurea.

Può sembrare un dettaglio.

Non lo era.

Significava proteggere almeno in parte il valore reale delle entrate irachene dalle oscillazioni monetarie.

È una lezione che ritorna continuamente nella storia del petrolio.

Gli accordi più importanti non sono necessariamente quelli contenenti le parole più solenni.

A volte sono le clausole apparentemente tecniche a determinare miliardi di valore nei decenni successivi.

POI, FINALMENTE, IL PETROLIO USCÌ DAVVERO DALLA TERRA

Fino a quel momento gran parte della battaglia aveva riguardato aspettative.

Geologi, diplomatici, governi e compagnie discutevano di una ricchezza che non era ancora stata sviluppata commercialmente su grande scala.

Poi arrivò il 1927.

A Baba Gurgur, nei pressi di Kirkuk, una perforazione raggiunse un grande giacimento.

Il petrolio esplose dal pozzo con enorme pressione.

Le aspettative accumulate per anni diventavano improvvisamente realtà.

A quel punto non si trattava più di discutere su ciò che forse si trovava sotto la Mesopotamia.

Il petrolio c’era.

E ce n’era moltissimo.

1928: QUATTRO BLOCCHI DA 23,75% E UN UOMO CON IL 5%

La riorganizzazione della Turkish Petroleum Company produsse una struttura destinata a entrare nella storia.

Quattro gruppi ottennero ciascuno il 23,75%.

Fra loro figuravano gli interessi legati all’Anglo-Persian, Royal Dutch Shell, la Compagnie Française des Pétroles e il gruppo americano riunito nella Near East Development Corporation.

Restava il 5%.

Quel 5% apparteneva a un uomo.

Calouste Gulbenkian.

Il celebre “Mr. Five Percent”.

Gulbenkian era stato uno degli intermediari fondamentali nella costruzione del sistema societario precedente alla guerra e difese la propria partecipazione attraverso ogni successiva trasformazione.

La fotografia societaria è impressionante.

Il governo iracheno non possedeva una partecipazione equivalente.

Gulbenkian possedeva il 5%.

Ma bisogna essere precisi.

Questo non significa che l’Iraq non ricevesse denaro dal proprio petrolio.

Riceveva royalties.

Il punto è un altro.

Incassare dal petrolio e controllare la compagnia che decide la strategia petrolifera sono due cose completamente differenti.

LA LINEA ROSSA

Nel 1928 venne inoltre formalizzato il celebre Red Line Agreement.

Una linea tracciata sulla carta racchiudeva gran parte degli ex territori ottomani.

I partecipanti alla compagnia si impegnavano a non sviluppare autonomamente interessi petroliferi all’interno dell’area senza coinvolgere gli altri soci.

Era una gigantesca clausola di non concorrenza.

Serviva a tenere uniti gli interessi.

Ma con il passare del tempo quella stessa regola cominciò a trasformarsi in un ostacolo.

Quando alcune compagnie americane guardarono con crescente interesse alle immense riserve dell’Arabia Saudita, scoprirono che il sistema creato per proteggerle poteva limitarle.

La lezione era evidente.

Gli accordi petroliferi non erano eterni.

Venivano difesi quando risultavano convenienti.

Venivano reinterpretati o rinegoziati quando cambiavano gli interessi.

Per Baghdad questa era una lezione importante.

Perché dimostrava che i vincoli presentati come inevitabili erano, in realtà, prodotti di rapporti di forza.

1929: NASCE L’IRAQ PETROLEUM COMPANY

Nel 1929 la Turkish Petroleum Company cambiò finalmente nome.

Divenne Iraq Petroleum Company, IPC.

Il nome adesso era iracheno.

Il controllo societario molto meno.

Ed è proprio da qui che la storia entra nella sua fase più importante.

Perché l’Iraq stava per ottenere la prima delle sue tre grandi conquiste.

La sovranità politica.

Ma avrebbe presto scoperto che essere uno Stato indipendente non significava automaticamente controllare la propria principale ricchezza.


ENERGIA / UNIONE EUROPEA: Hanno scelto la guerra. Il conto arriva alla pompa

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L’Europa ha trasformato la sicurezza energetica in una variabile della strategia geopolitica. Il diesel vola, le raffinerie russe bruciano, Mosca limita le esportazioni e contemporaneamente Bruxelles costruisce un sistema industriale della difesa destinato a durare ben oltre la guerra ucraina.

C’è un dato che ormai è difficile nascondere dietro i comunicati diplomatici: la geopolitica ha un prezzo e quel prezzo sta arrivando alla pompa.

Nel settembre 2026 il mercato mondiale del diesel è entrato in una fase di tensione eccezionale. I future europei sul gasolio hanno più che raddoppiato il loro valore rispetto all’inizio dell’anno, mentre le quotazioni internazionali hanno raggiunto livelli record.

Le cause sono molteplici: la guerra che coinvolge l’Iran e le conseguenti difficoltà delle esportazioni mediorientali, la riduzione dell’offerta russa, gli attacchi ucraini contro le raffinerie della Federazione Russa, le limitazioni alle esportazioni decise da Mosca e una capacità mondiale di raffinazione che dispone ormai di margini ridotti per compensare rapidamente gli shock.

Non siamo quindi davanti a un semplice movimento speculativo.

Il collo di bottiglia dell’energia mondiale non è più soltanto il petrolio. Sono le raffinerie.

Ed è qui che la politica europea incontra direttamente il distributore sotto casa.


DALLE RAFFINERIE RUSSE ALLA POMPA EUROPEA

Il 20 settembre un attacco con droni ha colpito la raffineria di Mosca gestita da Gazprom Neft.

Secondo fonti industriali raccolte da Reuters, l’impianto ha dovuto interrompere la lavorazione del greggio dopo che gli incendi hanno interessato importanti unità produttive.

Non si tratta di una struttura marginale.

Nel 2024 quella raffineria aveva lavorato circa 11,6 milioni di tonnellate di greggio, producendo fra l’altro circa 3,2 milioni di tonnellate di diesel.

Ed è soltanto uno degli impianti russi finiti nel mirino.

Gli attacchi ucraini alle infrastrutture petrolifere russe hanno contribuito a comprimere la capacità di raffinazione e le esportazioni di prodotti petroliferi della Federazione.

Mosca ha reagito privilegiando il mercato interno.

La Russia ha infatti mantenuto restrizioni all’esportazione del diesel verso numerosi mercati esteri, pur continuando a fornire alcuni Paesi legati da accordi intergovernativi.

Il risultato è elementare:

meno diesel russo disponibile significa maggiore competizione internazionale per il diesel prodotto altrove.

E l’Europa è particolarmente esposta.

Per anni il continente ha potuto contare direttamente o indirettamente sui prodotti raffinati russi. Dopo le sanzioni introdotte in seguito all’invasione dell’Ucraina, quelle catene commerciali sono state ridisegnate.

Oggi una parte crescente del prodotto deve percorrere distanze maggiori e arrivare da altri mercati.

Quando contemporaneamente si riduce anche l’offerta proveniente dal Medio Oriente, il sistema entra in tensione.

Reuters segnala che le esportazioni mediorientali di diesel tra marzo e agosto 2026 si sono praticamente dimezzate rispetto all’anno precedente.

A quel punto non serve una teoria politica.

Serve una calcolatrice.


IL DIESEL È DIVENTATO UN PROBLEMA STRATEGICO

Il diesel non è soltanto il carburante dell’automobilista.

Muove camion, macchine agricole, cantieri, logistica, generatori, industria e una parte fondamentale del trasporto commerciale europeo.

Quando aumenta il diesel, aumenta il costo di trasportare quasi tutto.

E quando il costo del trasporto aumenta, una parte di quel rincaro finisce inevitabilmente nel prezzo finale delle merci.

È quindi fuorviante raccontare la crisi come se riguardasse esclusivamente chi possiede un’automobile diesel.

Il diesel è una componente dell’inflazione industriale e logistica.

Gli stessi Stati Uniti, nonostante una capacità di raffinazione molto maggiore rispetto a molti Paesi europei, stanno affrontando tensioni analoghe.

Il problema è diventato talmente politico che negli Stati Uniti alcuni parlamentari hanno chiesto di limitare le esportazioni americane di diesel per proteggere agricoltori e trasportatori.

Washington ha inoltre esercitato pressioni su Kiev affinché riducesse gli attacchi contro le raffinerie russe proprio per il loro effetto sul mercato mondiale dei carburanti.

La questione, dunque, è stata riconosciuta apertamente negli Stati Uniti:

colpire la raffinazione russa può avere conseguenze sul prezzo internazionale del diesel.

Non significa che gli attacchi ucraini siano l’unica causa dell’attuale crisi: non lo sono.

Ma significa che considerarli irrilevanti per il mercato energetico sarebbe altrettanto scorretto.


BRUXELLES E LA SCELTA STRATEGICA

L’Unione Europea ha scelto di sostenere militarmente, finanziariamente e politicamente l’Ucraina.

È una scelta dichiarata e pubblica.

Ma ogni scelta strategica produce conseguenze economiche.

Il problema politico nasce quando queste conseguenze vengono presentate come fenomeni separati dalla decisione che le ha precedute.

Le sanzioni contro la Russia, la ristrutturazione delle forniture energetiche europee, il sostegno militare a Kiev e la progressiva trasformazione dell’economia europea della difesa appartengono alla stessa fase storica.

E i numeri raccontano una trasformazione gigantesca.

Nel 2021 la spesa per la difesa dei Paesi monitorati dall’Agenzia Europea per la Difesa era di circa 214 miliardi di euro.

Per il 2025 l’EDA stimava circa:

381 miliardi di euro.

Un incremento enorme in appena quattro anni.

Ma Bruxelles vuole andare molto oltre.


800 MILIARDI PER IL RIARMO

Il piano ReArm Europe / Readiness 2030 punta a rendere disponibili fino a circa 800 miliardi di euro per rafforzare la capacità militare europea.

Una parte fondamentale dell’architettura è SAFE — Security Action for Europe — che mette a disposizione 150 miliardi di euro di prestiti per investimenti nella difesa.

A questo si aggiunge la possibilità per gli Stati membri di utilizzare maggiore flessibilità fiscale.

La Commissione calcola che l’aumento consentito della spesa per la difesa possa creare circa 650 miliardi di euro di spazio fiscale nell’arco di quattro anni.

Non siamo più davanti a misure emergenziali destinate semplicemente a riempire qualche magazzino svuotato dall’Ucraina.

Stiamo assistendo alla costruzione di una nuova politica industriale europea.

La stessa Commissione parla esplicitamente di rafforzamento della base industriale della difesa, ampliamento della capacità produttiva, maggiore prevedibilità per le imprese e pianificazione di lungo periodo.

È una trasformazione strutturale.


L’INDUSTRIA DELLA DIFESA CORRE

I bilanci delle grandi aziende mostrano chiaramente cosa significa.

Rheinmetall ha chiuso il primo semestre 2026 con ricavi per circa 5,2 miliardi di euro, in crescita del 39%.

Il risultato operativo è passato da 453 a 786 milioni di euro.

Incremento:

+74%.

Le nuove nomine e commesse considerate dalla società hanno raggiunto circa 16,2 miliardi di euro.

Anche Thales ha registrato una fortissima accelerazione.

Nel primo semestre 2026 gli ordini hanno raggiunto circa:

12,47 miliardi di euro.

Crescita:

+21%.

Nel solo comparto Defence gli ordini hanno raggiunto circa 7,35 miliardi, con un aumento del 28%.

Il portafoglio ordini complessivo di Thales è arrivato a circa 52 miliardi di euro.

Sono numeri industriali, non slogan.

La guerra in Ucraina, l’aumento della spesa militare europea e il deterioramento generale della sicurezza internazionale hanno creato una domanda enorme.


IL PUNTO CHE BRUXELLES NON PUÒ ELUDERE

Da questi dati non discende automaticamente che l’industria europea della difesa “voglia la guerra”.

Sarebbe una conclusione che i bilanci, da soli, non possono dimostrare.

Dimostrano però qualcosa di diverso e politicamente rilevante:

l’Europa sta costruendo una capacità industriale militare pensata per funzionare su un orizzonte pluriennale.

Le fabbriche vengono ampliate.

Le linee produttive vengono potenziate.

Gli Stati assumono impegni finanziari.

Le banche tornano a considerare finanziabile la difesa.

L’Unione modifica persino le proprie regole fiscali per consentire maggiori investimenti militari.

Una volta costruita questa infrastruttura economica, essa acquisisce inevitabilmente interessi industriali, occupazionali e finanziari propri.

Non serve immaginare una stanza segreta.

Basta leggere i bilanci.

Il riarmo europeo sta diventando una componente strutturale dell’economia continentale.


KIEV E L’ALTRA FACCIA DEL SACRIFICIO

Esiste poi una contraddizione che Bruxelles dovrebbe affrontare apertamente.

Mentre ai cittadini europei viene chiesto di sostenere economicamente lo sforzo ucraino, le autorità anticorruzione ucraine stanno indagando su uno dei più grandi scandali della storia recente del Paese.

È Operation Midas.

Secondo NABU e SAPO, una presunta organizzazione criminale avrebbe costruito un sistema di tangenti attorno a Energoatom, la società nucleare statale ucraina.

Il meccanismo avrebbe previsto richieste di tangenti pari al 10-15% del valore dei contratti.

Secondo gli investigatori, i fornitori che non accettavano il sistema rischiavano il blocco dei pagamenti o la perdita dello status di fornitore.

Al centro dell’inchiesta compare Tymur Mindich, ex socio d’affari e persona per anni vicina a Volodymyr Zelensky.

Le autorità anticorruzione lo indicano come uno degli organizzatori del presunto sistema.

Tra le persone coinvolte nelle indagini figurano inoltre l’ex ministro dell’Energia Herman Halushchenko e l’ex capo dell’Ufficio presidenziale Andriy Yermak.

Le responsabilità penali individuali devono naturalmente essere stabilite dai tribunali e gli indagati conservano la presunzione d’innocenza.

Ma le dimensioni dell’inchiesta sono già politicamente enormi.


CENTO MILIONI DI DOLLARI

L’indagine Midas riguarda un presunto circuito di tangenti e riciclaggio stimato intorno ai 100 milioni di dollari.

Ed è difficile ignorare il settore interessato:

l’energia.

Proprio mentre l’Ucraina chiede ai partner occidentali miliardi per proteggere e ricostruire le proprie infrastrutture energetiche, gli investigatori ucraini sostengono che attorno alla principale compagnia nucleare pubblica sia stato costruito un sistema destinato a drenare denaro dai contratti.

È uno dei motivi per cui l’inchiesta merita attenzione anche fuori dall’Ucraina.

I contribuenti europei non sono semplici spettatori.

Sono finanziatori.


L’ANTICORRUZIONE ARRIVA VICINO AL POTERE

Nel 2025 Zelensky aveva inoltre firmato una controversa legge che riduceva l’indipendenza di NABU e SAPO.

La decisione provocò proteste nelle città ucraine e fortissime pressioni interne e internazionali.

Il governo fece successivamente marcia indietro e l’indipendenza delle due agenzie venne ripristinata.

Nel 2026 lo scontro istituzionale è continuato.

A settembre il procuratore generale Ruslan Kravchenko ha lasciato l’incarico dopo che investigatori anticorruzione avevano perquisito i suoi uffici nell’ambito di un’altra indagine su un presunto sistema di riciclaggio e protezione di call center fraudolenti.

Kravchenko non era stato incriminato e ha contestato le accuse rivolte al suo ambiente.

Anche questo dettaglio conta.

Perché dimostra contemporaneamente due cose: la corruzione resta un problema serio per l’Ucraina, ma esistono anche istituzioni ucraine che stanno cercando di perseguirla.

Raccontare soltanto una delle due metà significherebbe fare propaganda.


IL CONTO ENERGETICO

Torniamo allora alla pompa.

Il cittadino europeo vede il risultato finale di una catena molto più lunga:

guerre che colpiscono importanti aree produttrici;

raffinerie danneggiate;

esportazioni russe ridotte;

flussi mediorientali compromessi;

mercati internazionali sempre più dipendenti da un numero limitato di grandi raffinatori;

Europa costretta a competere per i prodotti disponibili.

Il risultato è un mercato dei distillati estremamente fragile.

Non tutto dipende da Bruxelles.

Ma Bruxelles non può nemmeno comportarsi come se le proprie decisioni geopolitiche fossero economicamente neutre.

Non lo sono.


LA POLITICA HA UN PREZZO

È perfettamente legittimo sostenere che aiutare militarmente l’Ucraina sia necessario per la sicurezza europea.

È altrettanto legittimo sostenere che l’Europa debba aumentare la propria capacità militare.

Ma una democrazia adulta dovrebbe presentare anche il conto delle proprie decisioni.

Quanto costa?

Per quanto tempo?

Quali conseguenze produce sull’energia?

Quali settori industriali ne beneficiano?

Quali controlli vengono imposti sull’utilizzo del denaro europeo?

E soprattutto: quale parte del costo viene trasferita sulle famiglie e sulle imprese?

Sono queste le domande che dovrebbero accompagnare ogni nuovo pacchetto di spesa.


IL METODO

Il rischio è altrimenti quello di separare artificialmente decisioni che nella realtà appartengono allo stesso sistema.

Da una parte si parla di sicurezza, deterrenza, libertà e difesa dell’Ucraina.

Dall’altra compaiono bollette, carburanti, logistica e inflazione.

Come se non esistesse alcun collegamento.

Il collegamento invece esiste.

Non è esclusivo e non spiega da solo l’intera crisi energetica mondiale, ma ignorarlo significa amputare una parte essenziale della discussione.

Nel frattempo il riarmo europeo avanza.

214 miliardi di spesa per la difesa nel 2021.

Circa 381 miliardi stimati nel 2025.

Fino a 800 miliardi mobilitabili attraverso Readiness 2030.

150 miliardi di prestiti SAFE.

Rheinmetall aumenta il risultato operativo del 74%.

Thales porta gli ordini semestrali oltre 12 miliardi.

Sono numeri che descrivono un continente che sta cambiando priorità industriali.


HANNO SCELTO LA GUERRA. IL CONTO ARRIVA ALLA POMPA

La questione non è sostenere che ogni centesimo pagato in più per il diesel sia responsabilità dell’Unione Europea.

Sarebbe falso.

Iran, Russia, Ucraina, capacità mondiale di raffinazione, commercio internazionale, politiche dei produttori e domanda globale concorrono tutti alla formazione del prezzo.

La questione è un’altra.

L’Europa ha scelto una strategia geopolitica che comporta costi economici e contemporaneamente sta costruendo intorno alla sicurezza un nuovo gigantesco sistema industriale e finanziario.

Questa scelta può essere difesa oppure contestata.

Ma deve essere dichiarata per intero.

Perché mentre i documenti europei parlano di Readiness 2030, capacità industriale, SAFE e centinaia di miliardi di nuovi investimenti, il cittadino incontra quella politica in una forma molto meno sofisticata.

Sul display del distributore.

E lì non compare scritto “geopolitica”.

Compare soltanto il prezzo.


FONTI E DOCUMENTI

  • European Defence Agency — Defence spending 2021 e dati sulla crescita della spesa militare europea.
  • European Defence Agency — Annual Report 2025 e stima della spesa europea per la difesa a circa 381 miliardi di euro.
  • Commissione Europea — ReArm Europe / Readiness 2030.
  • Commissione Europea — SAFE, Security Action for Europe.
  • Rheinmetall — Half-Year Financial Report 2026.
  • Thales — Half-Year Results 2026.
  • Reuters — Global diesel prices hit record highs, 21 settembre 2026.
  • Reuters — Russia boosted diesel exports to Central Asia, 21 settembre 2026.
  • Reuters — Moscow oil refinery output halted after drone attack, 21 settembre 2026.
  • Reuters — Russian seaborne oil-product exports, settembre 2026.
  • Reuters — inchieste ucraine e caso Energoatom/Midas.
  • NABU — Operation Midas.
  • Energoatom — Supervisory Board review sull’intero periodo dell’Operation Midas.
  • High Anti-Corruption Court / Transparency International Ukraine — documentazione giudiziaria sul caso Midas.

MARXISMO 2.0: Il recinto chiamato Umanità

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Come il capitalismo inclusivo concentra potere, regole e morale nelle stesse mani

C’è una trasformazione del capitalismo occidentale che merita di essere osservata senza slogan. Non è la nazionalizzazione dei mezzi di produzione immaginata dal marxismo classico, non abolisce formalmente la proprietà privata e non consegna le fabbriche allo Stato. Il meccanismo è diverso: la proprietà rimane privata, mentre una quota crescente delle condizioni entro cui quella proprietà può essere esercitata viene definita attraverso standard, regolamenti, metriche ambientali e sociali, criteri finanziari e sistemi di certificazione.

È in questo senso — come categoria polemica e interpretativa, non come definizione accademica — che possiamo parlare di “Marxismo 2.0”.

Non più il soviet che possiede la fabbrica, ma una rete di grandi imprese, finanza, regolatori, organismi sovranazionali, fondazioni e istituzioni culturali capace di stabilire quali comportamenti siano economicamente finanziabili, socialmente accettabili e moralmente sostenibili.

Il punto non è sostenere che capitalismo inclusivo e marxismo siano la stessa cosa. Storicamente e teoricamente non lo sono. Il punto è interrogarsi su una possibile convergenza nel metodo: quando il potere di definire l’interesse collettivo si concentra in organismi lontani dal controllo diretto del cittadino, chi decide davvero quali interessi debbano prevalere?


Londra 2014: quando il capitalismo decise di correggere se stesso

Il 27 maggio 2014, alla Mansion House di Londra, si svolse la Conference on Inclusive Capitalism.

Non fu un incontro marginale.

Secondo il comunicato ufficiale dell’evento, vi parteciparono circa 250 delegati provenienti da 37 Paesi e 35 settori economici, rappresentanti di circa 30.000 miliardi di dollari di asset in gestione, all’epoca stimati in circa un terzo degli asset investibili mondiali.

Tra gli intervenuti figuravano Bill Clinton, Christine Lagarde, Mark Carney, il principe Carlo, Lawrence Summers, Eric Schmidt e numerosi protagonisti della grande finanza internazionale.

L’iniziativa era fortemente associata a Lynn Forester de Rothschild.

Christine Lagarde, allora direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, la ringraziò esplicitamente per avere convocato l’evento.

Il messaggio era chiarissimo: dopo la crisi finanziaria del 2008 il capitalismo aveva un problema di legittimità.

Lagarde parlò di eccessi nel rischio, nella leva finanziaria, nell’opacità e nelle remunerazioni. Mark Carney affrontò apertamente il problema della fiducia e della sostenibilità sociale del sistema economico.

Il capitalismo non doveva essere abolito.

Doveva essere rifondato moralmente.

Ed è precisamente qui che nasce il problema politico.

Perché quando coloro che amministrano una parte enorme del capitale mondiale si attribuiscono anche il compito di stabilire quale capitalismo sia moralmente accettabile, la domanda diventa inevitabile:

chi controlla i controllori?


Dal capitalismo degli azionisti al capitalismo degli stakeholder

La trasformazione viene generalmente descritta attraverso l’espressione stakeholder capitalism.

L’impresa non dovrebbe più rispondere soltanto agli azionisti, ma considerare anche lavoratori, comunità, ambiente, fornitori, consumatori e generazioni future.

Il principio, considerato isolatamente, può apparire perfino difficilmente contestabile.

Ma nasconde un problema fondamentale.

Chi rappresenta il “pianeta”?

Chi rappresenta le “generazioni future”?

Chi stabilisce cosa costituisca un comportamento socialmente responsabile?

Chi misura la sostenibilità?

Chi decide quale interesse collettivo debba prevalere quando gli interessi entrano in conflitto?

È qui che il potere ritorna dalla teoria alla realtà.

Perché un azionista possiede almeno un titolo giuridicamente definito. Una “generazione futura”, invece, deve necessariamente essere rappresentata da qualcuno.

Ed ecco comparire manager, agenzie di rating, consulenti, organismi internazionali, regolatori, fondi d’investimento, comitati ESG e standard setter.

La responsabilità verso tutti rischia così di trasformarsi nella responsabilità verso coloro che possiedono il potere di certificare cosa sia il bene di tutti.


La proprietà resta. Ma il regolamento cresce

Il Marxismo 2.0, secondo questa chiave interpretativa, non ha bisogno di abolire formalmente la proprietà privata.

Gli asset rimangono.

Rimangono immobili, piattaforme, brevetti, partecipazioni societarie, infrastrutture digitali, fondi e marchi.

Ma intorno alla proprietà cresce un sistema di condizioni.

ESG.

Tassonomie ambientali.

Disclosure climatica.

Due diligence.

Tracciabilità delle filiere.

Standard sociali.

Rating reputazionali.

Obiettivi di sostenibilità.

Ognuno di questi strumenti può avere una propria giustificazione economica, ambientale o sociale. Sarebbe scorretto considerarli automaticamente parti di un unico piano coordinato.

Il problema strutturale è un altro.

Ogni nuovo obbligo introduce un costo.

E un costo fisso non pesa allo stesso modo su tutti.

Una multinazionale con decine di migliaia di dipendenti può permettersi uffici ESG, consulenti, avvocati, auditor e specialisti della compliance.

Un’impresa con venti dipendenti molto meno.

La grande corporation può persino trasformare la compliance in vantaggio competitivo.

Il piccolo concorrente deve pagarla.

Da qui nasce un paradosso che merita di essere discusso seriamente: regole concepite per limitare il potere delle grandi imprese possono, quando diventano sufficientemente complesse, aumentare le barriere all’ingresso che proteggono proprio le imprese più grandi.


2019: il capitalismo inclusivo entra in Vaticano

L’11 novembre 2019 avvenne un passaggio simbolicamente molto più importante.

Papa Francesco ricevette in Vaticano i membri del Council for Inclusive Capitalism.

Il documento è tuttora disponibile sul sito ufficiale della Santa Sede.

Francesco ricordò la necessità di modelli economici più inclusivi ed equi e descrisse un capitalismo capace di non lasciare indietro nessuno come una “nobile aspirazione”.

Il Pontefice spiegò inoltre che il Council era uno dei risultati del Fortune-Time Global Forum del 2016.

La convergenza tra grande capitale e dottrina sociale cattolica diventava così pubblica.

L’8 dicembre 2020 arrivò il lancio internazionale del Council for Inclusive Capitalism with the Vatican.

Secondo lo stesso Council, il gruppo centrale dei cosiddetti Guardians for Inclusive Capitalism rappresentava oltre 10.500 miliardi di dollari di asset in gestione, società con più di 2.100 miliardi di capitalizzazione e circa 200 milioni di lavoratori in 163 Paesi.

Numeri enormi.

Ed è proprio la sproporzione tra questa concentrazione economica e il linguaggio utilizzato — inclusione, equità, sostenibilità, bene comune — a rendere il fenomeno politicamente interessante.


Il capitalismo scopre la propria teologia morale

Il capitalismo tradizionale chiedeva essenzialmente una cosa:

profitto.

Il nuovo capitalismo pretende qualcosa di più ambizioso:

legittimità morale.

Non basta più sostenere che un investimento produca rendimento.

Deve essere sostenibile.

Responsabile.

Inclusivo.

Etico.

Socialmente consapevole.

Ed è qui che la relazione con istituzioni morali e religiose assume un valore che va molto oltre l’immagine.

La finanza possiede capitale.

La politica possiede capacità normativa.

Le istituzioni religiose possiedono qualcosa che né la finanza né la burocrazia possono produrre autonomamente: autorità morale.

Il rischio nasce quando questi tre piani diventano troppo permeabili.

Perché una scelta finanziaria può trasformarsi in standard tecnico; lo standard in regolamento; il regolamento in comportamento moralmente desiderabile.

A quel punto dissentire non significa più semplicemente sostenere una diversa politica economica.

Può significare essere dipinti come irresponsabili, insostenibili o contrari al bene comune.


ESG: quando la morale diventa un prodotto finanziario

La grande espansione dell’ESG ha rappresentato uno dei laboratori più evidenti di questo modello.

Environmental, Social and Governance.

Tre lettere capaci per anni di orientare fondi, investimenti, comunicazione aziendale e strategie industriali.

Il principio originario era semplice: valutare un’impresa non soltanto attraverso il rendimento finanziario ma anche considerando rischi ambientali, sociali e di governance.

Il problema arrivò quando una categoria etica divenne contemporaneamente un prodotto commerciale.

Rating ESG.

ETF ESG.

Consulenza ESG.

Indici ESG.

Audit ESG.

Certificazioni ESG.

La virtù diventava misurabile.

E soprattutto vendibile.

Negli anni successivi sono però emersi problemi metodologici, accuse di greenwashing, divergenze tra sistemi di rating, risultati finanziari non uniformi e una crescente politicizzazione del termine ESG.

Il branding può cambiare.

La struttura rimane: chi definisce la metrica può influenzare l’accesso al capitale.


Leone XIV e l’intelligenza artificiale

Con l’elezione di Robert Francis Prevost come Leone XIV, l’8 maggio 2025, la questione tecnologica ha assunto una centralità ancora maggiore.

La prima enciclica del Pontefice, Magnifica Humanitas, firmata il 15 maggio 2026 e pubblicata il 25 maggio, è dedicata alla tutela della persona nell’epoca dell’intelligenza artificiale.

Il testo insiste sulla necessità che l’intelligenza umana, la coscienza e la libertà rimangano superiori alla macchina.

Leone XIV scrive che deve essere l’essere umano a determinare responsabilmente usi e limiti dell’intelligenza artificiale.

Il tema è perfettamente legittimo.

Ma anche qui ritorna la domanda politica fondamentale:

chi stabilirà quei limiti?

Alla presentazione dell’enciclica partecipò anche Christopher Olah, cofondatore di Anthropic e responsabile della ricerca sull’interpretabilità dell’intelligenza artificiale.

Non si tratta di un dettaglio insignificante.

Anthropic è infatti uno dei principali laboratori privati impegnati contemporaneamente nello sviluppo dei modelli di frontiera e nella richiesta di maggiori meccanismi di sicurezza.


Il paradosso Anthropic

Il CEO di Anthropic, Dario Amodei, è diventato nel 2026 uno dei protagonisti del dibattito internazionale sulla necessità di rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale più avanzata.

Amodei ha sostenuto meccanismi di auditing, standard condivisi e cooperazione internazionale sui sistemi più potenti.

È una posizione che può essere sostenuta sulla base di autentiche preoccupazioni di sicurezza.

Ma esiste anche un evidente problema di economia politica.

Quando le imprese che dispongono già di miliardi di capitale, enormi cluster computazionali, personale altamente specializzato e modelli di frontiera chiedono regole più costose per accedere alla frontiera tecnologica, quelle stesse regole possono trasformarsi in barriere all’ingresso.

La sicurezza può essere necessaria.

Ma non è economicamente neutrale.

Un audit da milioni di dollari pesa diversamente su Anthropic e su una startup.

Un regime autorizzativo complesso può essere affrontato da un gigante tecnologico molto più facilmente di quanto possa farlo un nuovo concorrente.

Il principio già osservato nell’ESG riappare nell’intelligenza artificiale:

chi è abbastanza grande da sopportare il regolamento può perfino beneficiare del regolamento.


Lo scontro con Trump

Questa divergenza è diventata anche politica.

Nel 2026 l’amministrazione Trump ha ordinato alle agenzie federali statunitensi di interrompere l’utilizzo della tecnologia Anthropic dopo uno scontro riguardante le condizioni poste dall’azienda all’impiego militare dei propri sistemi.

Anthropic chiedeva limiti relativi, tra l’altro, alla sorveglianza di massa e alle armi completamente autonome.

Il Pentagono contestò tali restrizioni e l’amministrazione arrivò a classificare l’azienda come rischio per la supply chain governativa.

Anthropic ha contestato la decisione.

Il caso mostra due concezioni differenti del rapporto tra tecnologia e potere pubblico: da una parte un’amministrazione che rivendica maggiore libertà operativa nell’impiego militare dell’IA; dall’altra un’azienda privata che sostiene la necessità di limiti preventivi anche sull’utilizzo governativo dei propri sistemi.

La questione non si riduce quindi a “regolazione contro libertà”.

È anche uno scontro su chi possieda l’autorità di fissare il limite.


La Sfera dell’Umanità

Poi arriva il simbolo.

Nel settembre 2026 Leone XIV ha ricevuto la Sphere of Humanity, una sfera verde in vetro di Murano realizzata nell’ambito delle iniziative di Saint Peter for Humanity.

La notizia è documentata.

All’interno della sfera sono stati inseriti passaggi manoscritti della Magnifica Humanitas riguardanti dignità, vulnerabilità, solidarietà, coscienza e intelligenza artificiale.

L’organizzazione ha collegato il simbolo a un progetto ancora più ambizioso: il Codex Humanitatis.

Il 24 settembre 2026 è prevista a New York un’assemblea con circa settanta personalità provenienti da tecnologia, scienza, economia, medicina, diritto, religione e cultura per elaborarne i primi principi.

Secondo il programma pubblicato dall’organizzazione, il percorso dovrebbe proseguire nel 2027 con una cerimonia in Vaticano e una presentazione al World Economic Forum di Davos.

Ed è difficile trovare un’immagine più efficace della trasformazione in corso.

Prima viene il principio morale.

Poi il codice.

Poi le istituzioni.

Poi governi, aziende, università e organizzazioni internazionali vengono invitati ad adottarlo.

La sfera è soltanto un’opera simbolica.

Il processo istituzionale che le sta attorno, invece, è concreto.


Il recinto chiamato Umanità

È qui che la metafora del recinto assume significato.

Non perché esista necessariamente una cabina di regia unica che controlla ogni passaggio.

Una simile affermazione richiederebbe prove che non abbiamo.

Il fenomeno è più interessante proprio perché può funzionare senza un unico centro di comando.

Grandi fondi cercano prevedibilità.

Corporation cercano standard comuni.

Regolatori cercano controllo.

Organizzazioni internazionali cercano coordinamento.

Fondazioni cercano influenza.

Istituzioni religiose cercano una tecnologia compatibile con la dignità umana.

Le esigenze possono essere diverse.

Ma il risultato può convergere:

un sistema nel quale un numero relativamente ristretto di istituzioni acquisisce un peso crescente nel definire ciò che è sostenibile, sicuro, inclusivo e socialmente accettabile.

Il problema non è la parola “umanità”.

Il problema è chi possiede la penna quando viene scritta la sua definizione operativa.


Il soviet senza falce e martello

Chiamarlo Marxismo 2.0 è volutamente provocatorio.

Non significa sostenere che BlackRock, il Vaticano, il World Economic Forum, Anthropic o Bruxelles siano marxisti.

Sarebbe storicamente falso e analiticamente troppo semplice.

L’analogia riguarda invece la struttura del potere.

Nel marxismo-leninismo l’avanguardia sosteneva di conoscere l’interesse storico del proletariato.

Nel managerialismo contemporaneo una classe di esperti, dirigenti, organismi tecnici e istituzioni sostiene sempre più spesso di poter individuare l’interesse dell’ambiente, delle generazioni future, della sicurezza globale e dell’umanità.

Cambiano gli uomini.

Cambiano le istituzioni.

Cambia completamente il sistema economico.

Ma resta una domanda antica:

quanto potere siamo disposti a consegnare a chi sostiene di sapere quale sia il nostro bene?


La nuova lotta non è capitale contro lavoro

Il conflitto del XXI secolo potrebbe non assomigliare affatto a quello immaginato da Marx.

Non necessariamente proletari contro capitalisti.

Potrebbe essere soprattutto una tensione tra centralizzazione e autonomia.

Tra grandi piattaforme e piccoli operatori.

Tra standard globali e legislazioni nazionali.

Tra compliance e libertà imprenditoriale.

Tra algoritmi proprietari e sistemi aperti.

Tra istituzioni che definiscono le regole e cittadini che devono subirne gli effetti.

Il paradosso finale è evidente.

Il capitalismo nato dalla proprietà privata potrebbe arrivare a una situazione nella quale la proprietà rimane formalmente privata, mentre le condizioni sostanziali del suo utilizzo vengono progressivamente determinate altrove.

Non è comunismo.

Non è il marxismo storico.

Ma non è neppure il vecchio capitalismo liberale.

È qualcosa di nuovo.

Ed è precisamente per questo che merita un nome.

Marxismo 2.0?

La definizione resta una tesi polemica.

I fatti sottostanti — la Conference on Inclusive Capitalism, il Council, l’alleanza con il Vaticano, la crescita delle metriche ESG, Magnifica Humanitas, il dibattito sulla regolazione dell’IA e il progetto Codex Humanitatis — sono invece documentabili.

Ed è da questi che occorre partire.

Perché il vero potere non consiste soltanto nel possedere.

Consiste nel definire le condizioni alle quali gli altri possono possedere, produrre, parlare, investire e innovare.

Quando capitale, regolazione e autorità morale cominciano a parlare lo stesso linguaggio, la questione decisiva non è più se quel linguaggio sia bello.

Inclusione.

Sostenibilità.

Sicurezza.

Umanità.

Sono tutte parole difficili da contestare.

La domanda è un’altra:

chi costruisce il recinto mentre pronuncia quelle parole?


FONTI E DOCUMENTI

Conference on Inclusive Capitalism, Londra, 27 maggio 2014 — comunicato dell’organizzazione: 250 delegati, 37 Paesi, circa 30.000 miliardi di dollari di asset rappresentati.
PR Newswire — The Will to Make Capitalism Fairer; The Means to Do It

Christine Lagarde — Economic Inclusion and Financial Integrity, discorso alla Conference on Inclusive Capitalism, 27 maggio 2014.
International Monetary Fund — discorso di Christine Lagarde

Mark Carney — Inclusive capitalism: creating a sense of the systemic, Conference on Inclusive Capitalism, Londra.
Bank of England — discorso di Mark Carney

Papa Francesco — Discorso al Council for Inclusive Capitalism, Vaticano, 11 novembre 2019.
Santa Sede — Consiglio per un Capitalismo Inclusivo

Council for Inclusive Capitalism with the Vatican — lancio dell’8 dicembre 2020, con dati relativi agli asset e ai lavoratori rappresentati dai Guardians.
Council for Inclusive Capitalism — comunicato di lancio

Leone XIV — Magnifica Humanitas, enciclica sulla custodia della persona umana nell’epoca dell’intelligenza artificiale, firmata il 15 maggio 2026.
Santa Sede — testo integrale di Magnifica Humanitas

Presentazione di Magnifica Humanitas, con la partecipazione di Christopher Olah di Anthropic.
Vatican News — presentazione dell’enciclica

Scontro amministrazione Trump–Anthropic sull’utilizzo governativo e militare dei modelli di IA.
Associated Press — Trump ordina alle agenzie USA di interrompere l’uso di Anthropic

Sphere of Humanity, consegnata a Leone XIV nel settembre 2026.
Fox News — Pope Leo XIV receives Sphere of Humanity

Codex Humanitatis — Founding Assembly, New York, 24 settembre 2026, programma ufficiale e percorso previsto verso Vaticano e World Economic Forum nel 2027.
Saint Peter for Humanity — Codex Humanitatis

Saint Peter for Humanity — struttura e missione dell’organizzazione.
Saint Peter for Humanity — sito ufficiale

TERREMOTO IN GERMANIA: CROLLA LA CDU DI MERZ, L’AfD CONQUISTA IL MECKLENBURG-VORPOMMERN

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Due elezioni diverse, un unico sconfitto: il centro politico che governa Berlino

La Germania si è svegliata il 21 settembre davanti a una fotografia politica difficile da ignorare.

A Berlino vince Die Linke. Nel Mecklenburg-Vorpommern arriva prima Alternative für Deutschland. Due forze collocate agli estremi opposti dello spettro politico tedesco, due territori profondamente diversi, ma un elemento accomuna i risultati: la CDU del cancelliere Friedrich Merz subisce una pesantissima battuta d’arresto.

Nel Mecklenburg-Vorpommern l’AfD raggiunge il 38,2% dei secondi voti, davanti alla SPD con il 35,5%. La CDU precipita invece al 4,89%, contro il 13,3% ottenuto nel 2021, non superando la soglia del 5%. È un risultato senza precedenti per il partito nella storia delle elezioni regionali della Repubblica federale.

A Berlino il quadro politico è completamente differente, ma per la CDU il risultato resta negativo: Die Linke arriva al 25,7%, la CDU scende al 18,8%, perdendo 9,5 punti percentuali, mentre l’AfD sale al 16,3%, guadagnandone 7,2. Anche SPD e Verdi arretrano.

Non è quindi corretto leggere le due elezioni semplicemente come uno spostamento uniforme della Germania verso destra. Berlino si muove fortemente verso Die Linke mentre il Mecklenburg-Vorpommern premia l’AfD.

Il dato comune è un altro: la crisi delle forze tradizionali di governo e, soprattutto, il tracollo della CDU di Merz.

Merz pronuncia la parola che riassume tutto: «disastro»

Questa volta non sono gli avversari politici a scegliere il termine più duro.

È lo stesso Friedrich Merz.

Commentando il risultato della CDU nel Mecklenburg-Vorpommern, il cancelliere ha ammesso che non esiste alcun modo per addolcirlo e lo ha definito un «disastro».

I numeri spiegano perché.

Nel 2021 la CDU aveva ottenuto il 13,3%. Cinque anni dopo raccoglie appena il 4,89%.

L’AfD compie il percorso opposto: dal 16,7% del 2021 al 38,2%.

In termini di secondi voti significa un incremento di oltre 21 punti percentuali per AfD e una perdita di oltre 8 punti per CDU.

Ancora più interessante è osservare da dove siano arrivati i nuovi consensi.

Secondo l’analisi elettorale di Infratest dimap riportata da ARD, l’AfD avrebbe guadagnato circa 32.000 voti direttamente dalla CDU, oltre a 48.000 dalla SPD e 66.000 dall’area dell’astensione.

È uno dei dati politicamente più pesanti della giornata.

Non siamo soltanto davanti alla mobilitazione di un elettorato precedentemente astensionista. Una parte dell’elettorato conservatore ha direttamente attraversato il confine tra CDU e AfD.

Il voto contro Berlino

L’analisi di ARD/Infratest dimap individua inoltre un elemento nazionale dietro un’elezione formalmente regionale.

Molti elettori hanno utilizzato il voto nel Mecklenburg-Vorpommern per esprimere insoddisfazione nei confronti del governo federale. Secondo l’analisi di Tagesschau, questa dinamica ha favorito l’AfD e danneggiato pesantemente la CDU.

Ed è qui che il problema diventa direttamente quello di Merz.

Il cancelliere era arrivato alla guida della Germania promettendo rilancio economico, riforme e maggiore forza internazionale. Sedici mesi dopo, Reuters descrive un governo alle prese con crescente insoddisfazione, costi energetici e abitativi e contestazioni sulle riforme fiscali, pensionistiche e sanitarie.

La CDU non può quindi liquidare il risultato come un incidente locale.

Quando il partito del cancelliere precipita sotto il 5% e una parte consistente dei suoi precedenti elettori passa direttamente all’AfD, esiste evidentemente un problema politico nazionale.

La guerra in Ucraina entra nell’equazione

C’è poi un elemento che sarebbe altrettanto sbagliato ignorare: la politica verso Russia e Ucraina.

Il Mecklenburg-Vorpommern non è un Land qualsiasi sotto questo profilo. I rapporti economici ed energetici con la Russia, Nord Stream e la guerra in Ucraina hanno avuto per anni un peso particolare nella politica regionale.

Alla vigilia delle elezioni il Financial Times rilevava proprio come nell’est della Germania persistesse una maggiore diffidenza verso una politica fortemente conflittuale nei confronti di Mosca e come l’AfD stesse capitalizzando anche queste posizioni, insieme al malcontento economico e sociale.

Durante la campagna elettorale l’AfD aveva assunto una posizione nettamente diversa rispetto alla linea federale: fine dell’assistenza militare all’Ucraina, ritorno a relazioni economiche con la Russia e riapertura del dossier energetico russo. CNN indicava esplicitamente questi temi tra quelli utilizzati dall’AfD nella campagna regionale.

Nel confronto televisivo regionale, il candidato AfD Leif-Erik Holm aveva inoltre sostenuto la possibilità, una volta terminata la guerra, di tornare a utilizzare il gas russo attraverso Nord Stream. Il fact-check di NDR ha precisato che, allo stato attuale, la normativa europea impedirebbe una semplice riattivazione e che l’affermazione secondo cui ciò produrrebbe automaticamente gas più economico non può essere dimostrata.

Questo consente di formulare una conclusione più precisa rispetto allo slogan secondo cui «Merz ha perso per la guerra».

Non esistono elementi sufficienti per attribuire il tracollo della CDU a una sola causa.

Ma esistono elementi per affermare che il rapporto con Russia, Ucraina, sicurezza ed energia faceva parte della frattura politica presente nell’elettorato orientale e che l’AfD ha proposto su questi temi una linea nettamente alternativa.

La contraddizione di Merz

Il problema politico per Merz diventa allora evidente.

Se una parte crescente dell’elettorato considera sbagliata la direzione intrapresa dal governo federale, continuare semplicemente sulla stessa strada rischia di non recuperare quegli elettori.

Merz, tuttavia, dopo il voto ha ribadito di voler proseguire con il proprio programma di riforme.

È una scelta politica legittima. Ma saranno le prossime elezioni a misurarne gli effetti.

Perché il segnale arrivato dal Mecklenburg-Vorpommern è difficilmente equivocabile sotto un altro aspetto: la strategia della CDU non sta impedendo la crescita dell’AfD.

Al contrario, nel Land l’AfD è passata dal 16,7% al 38,2%, mentre la CDU è scesa dal 13,3% al 4,9%.

Il muro contro AfD non elimina i suoi voti

Esiste poi il grande paradosso della politica tedesca contemporanea.

AfD può arrivare prima alle elezioni e contemporaneamente restare fuori dal governo perché gli altri partiti rifiutano accordi di coalizione.

È esattamente ciò che potrebbe verificarsi nel Mecklenburg-Vorpommern.

Il partito ha ottenuto il maggior numero di voti, ma le altre forze politiche continuano a escludere coalizioni con esso.

La cosiddetta Brandmauer, il cordone sanitario contro AfD, può dunque impedirle di entrare nell’esecutivo.

Non può però cancellare il dato elettorale.

Ed è proprio qui che CDU e establishment tedesco si trovano davanti alla domanda più difficile: per quanto tempo è possibile contenere politicamente un partito se contemporaneamente continua a crescere nelle urne?

La risposta non dipende soltanto dall’AfD. Dipende dalla capacità degli altri partiti di capire perché milioni di elettori stanno abbandonando le forze tradizionali.

Berlino dimostra che la rivolta non ha un solo colore

Il risultato della capitale impedisce però interpretazioni troppo semplicistiche.

Se il voto fosse esclusivamente una svolta nazionale verso AfD, non si spiegherebbe il 25,7% ottenuto da Die Linke a Berlino.

Nella capitale l’elettorato ha premiato una forza della sinistra radicale e contemporaneamente ha ridimensionato CDU, SPD e Verdi.

Il fenomeno più ampio sembra dunque essere la frammentazione del vecchio centro politico tedesco.

A est ne beneficia soprattutto AfD.

A Berlino ne beneficia soprattutto Die Linke.

In entrambi i casi, però, CDU e SPD perdono terreno.

Il terremoto non è l’AfD. È la crisi del vecchio equilibrio tedesco

Questo è probabilmente il dato politico più importante del 20 settembre.

Per decenni la Germania è stata costruita intorno alla centralità di CDU/CSU e SPD. Cambiavano le coalizioni, cambiavano i cancellieri, ma il baricentro rimaneva relativamente stabile.

Quel sistema appare oggi molto più fragile.

Nel Mecklenburg-Vorpommern l’AfD ha raccolto più del doppio della percentuale ottenuta cinque anni fa.

A Berlino Die Linke ha guadagnato oltre tredici punti.

La CDU perde pesantemente in entrambi i territori.

E il cancelliere è costretto a definire personalmente il risultato del proprio partito un «disastro».

La questione, quindi, supera persino Friedrich Merz.

La Germania sta attraversando una fase di profonda riallocazione del consenso politico.

Economia, immigrazione, costo dell’energia, rapporti con la Russia, guerra in Ucraina, sicurezza e sfiducia nelle istituzioni concorrono in misura diversa a questa trasformazione. Attribuire tutto a una sola causa sarebbe una semplificazione; ignorare il peso della politica estera e della frattura sulla Russia nell’est tedesco sarebbe altrettanto riduttivo.

Il risultato del Mecklenburg-Vorpommern dice però qualcosa di inequivocabile attraverso i numeri: la linea politica della CDU di Merz non ha fermato AfD e non ha conservato il proprio elettorato.

Il 38,2% contro il 4,9% non è più un campanello d’allarme.

È un terremoto politico.


Fonti

Risultati ufficiali Berlino – Landeswahlleiterin Berlin
https://www.wahlen-berlin.de/wahlen/BE2026/Afspraes/agh/ergebnisse.html

Risultati Mecklenburg-Vorpommern – Wahlrecht
https://www.wahlrecht.de/news/2026/landtagswahl-mecklenburg-vorpommern-2026.html

ARD / Tagesschau – Analisi del voto in Mecklenburg-Vorpommern
https://www.tagesschau.de/inland/innenpolitik/analyse-landtagswahl-mecklenburg-vorpommern-100.html

Infratest dimap – Mecklenburg-VorpommernTREND settembre 2026
https://www.infratest-dimap.de/umfragen-analysen/bundeslaender/mecklenburg-vorpommern/laendertrend/2026/september-ii/

Tagesschau – Analisi elettorale CDU
https://www.tagesschau.de/inland/landtagswahlen/mecklenburg-vorpommern/2026/cdu

Tagesschau – Analisi elettorale AfD
https://www.tagesschau.de/inland/landtagswahlen/mecklenburg-vorpommern/2026/afd

Reuters – Risultato e crisi politica di Merz
https://www.reuters.com/world/merz-clings-after-german-election-disaster-2026-09-21/

Reuters – Elezioni Mecklenburg-Vorpommern
https://www.reuters.com/world/germanys-far-right-afd-leads-race-north-east-state-exit-poll-shows-2026-09-20/

Financial Times – Germania orientale, Russia e crescita AfD
https://www.ft.com/content/0aa2e6af-195d-40cc-a813-3e130cbb5553

NDR/Tagesschau – Fact-check del confronto Schwesig-Holm, Nord Stream e Russia
https://www.tagesschau.de/inland/regional/heute-live-der-liveblog-mit-faktencheck-zum-tv-wahlduell%2Cliveblogmittwoch-100.html

DIESEL A 2,41 EURO: LA CRISI DEI CARBURANTI PRESENTA IL CONTO ALL’EUROPA

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Meno capacità di raffinazione, addio al diesel russo e crisi del Golfo: il sistema europeo scopre quanto costa dipendere dall’estero per i prodotti raffinati

20 settembre 2026

Il diesel in Francia ha raggiunto 2,41 euro al litro. Non si tratta del prezzo di una singola pompa autostradale, ma della media nazionale calcolata il 20 settembre sulla base delle quotazioni di oltre 8.700 stazioni di servizio: 2,409 euro al litro, nuovo massimo.

Contemporaneamente, una parte della rete francese sta registrando difficoltà di approvvigionamento. Il 20 settembre risultavano segnalate 901 stazioni senza gasolio, mentre pochi giorni prima il sito governativo francese indicava che l’89% delle stazioni non presentava difficoltà, quindi circa l’11% ne registrava almeno una per benzina o gasolio.

È la fotografia di una crisi internazionale, certamente. Ma è anche il momento di interrogarsi sulle vulnerabilità che l’Europa ha accumulato negli ultimi quindici anni.

Perché il problema non è più soltanto il petrolio.

Il problema è riuscire a trasformarlo in diesel.

IL COLLO DI BOTTIGLIA CHE L’EUROPA HA SOTTOVALUTATO

Per anni il dibattito energetico europeo si è concentrato soprattutto sulla disponibilità del greggio. La crisi del 2026 sta mostrando qualcosa di diverso: puoi avere petrolio disponibile sul mercato e, contemporaneamente, avere troppo poco diesel.

Il collo di bottiglia è la raffinazione.

All’inizio di settembre il crack spread del diesel nell’area Amsterdam-Rotterdam-Anversa — in sostanza il margine tra il valore del prodotto raffinato e quello del greggio da cui viene ottenuto — ha raggiunto livelli eccezionali.

Secondo S&P Global Commodity Insights, il diesel crack europeo ha toccato 98 dollari al barile il 1° settembre, contro una media di 80,50 dollari in agosto, 71,71 in luglio e appena 44,75 in giugno. Successivamente, in alcune aree europee, il premio del diesel sul greggio ha superato perfino quota 100 dollari.

È un segnale inequivocabile: la scarsità riguarda soprattutto la capacità di produrre e distribuire combustibili raffinati.

E qui emerge una delle grandi debolezze strategiche europee.

LE RAFFINERIE CHE L’EUROPA HA PERSO

La rete europea di raffinazione si è progressivamente ridotta.

La banca dati di Concawe documenta anno per anno, dal 2009 al 2025, l’evoluzione delle raffinerie europee, comprese quelle chiuse o riconvertite. Il ridimensionamento è il risultato di una combinazione di fattori: domanda europea stagnante o in diminuzione, impianti relativamente vecchi, concorrenza delle gigantesche raffinerie asiatiche e mediorientali, costi energetici, pressione regolatoria e costi legati alla decarbonizzazione.

Ridurre tutto al Green Deal sarebbe quindi semplicistico.

Ma sarebbe altrettanto semplicistico sostenere che la politica climatica europea non abbia avuto alcun effetto sulla competitività della raffinazione.

La stessa Commissione europea riconosce esplicitamente il fenomeno del carbon leakage: politiche climatiche più severe possono incentivare lo spostamento delle produzioni ad alta intensità energetica verso Paesi nei quali i vincoli sulle emissioni sono inferiori. Proprio per questo l’UE concede quote ETS gratuite ai settori considerati maggiormente esposti.

Il problema strategico diventa allora evidente.

Se l’Europa riduce progressivamente la propria capacità industriale mentre continua ad avere bisogno di diesel, jet fuel e altri distillati, le emissioni possono diminuire sul territorio europeo senza che scompaia la domanda europea di quei prodotti.

La produzione si sposta.

La dipendenza rimane.

IL PARADOSSO DELLA TRANSIZIONE

La Commissione difende una lettura completamente diversa: secondo Bruxelles, l’accelerazione delle energie rinnovabili e la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili aumentano la sicurezza energetica europea.

Nel documento AccelerateEU, pubblicato nell’aprile 2026, la Commissione ricorda però anche un dato impressionante: il 57% dell’energia consumata nell’Unione deriva ancora da combustibili fossili importati. Nel solo 2025 l’UE ha speso circa 340 miliardi di euro per importarli.

La transizione, dunque, non è ancora conclusa.

E proprio questa fase intermedia è quella potenzialmente più pericolosa.

Si riduce l’infrastruttura del vecchio sistema mentre il nuovo sistema non è ancora in grado di sostituirlo integralmente nei trasporti pesanti, nell’aviazione, nell’agricoltura e in numerosi processi industriali.

È qui che una strategia ambientale diventa anche una questione di sicurezza industriale.

IL 40% DEL JET FUEL EUROPEO ARRIVA DALL’ESTERO

La Commissione lo ha ammesso apertamente durante la crisi del Golfo.

Circa il 40% del jet fuel consumato nell’UE viene importato e, prima delle attuali perturbazioni, circa metà di quelle importazioni transitava attraverso lo Stretto di Hormuz.

Nel documento AccelerateEU Bruxelles ha quindi chiesto che la capacità operativa delle raffinerie europee venga “massimizzata” per soddisfare la domanda.

Ed è difficile non notare il paradosso.

Dopo anni nei quali la raffinazione europea ha perso capacità e investimenti, nel momento della crisi l’Europa scopre che le raffinerie rimaste sono diventate un’infrastruttura strategica.

La stessa IEA ha avvertito che diesel e jet fuel sono particolarmente vulnerabili alla perdita prolungata della produzione mediorientale, perché altrove esiste una capacità limitata di aumentare rapidamente la produzione.

PRIMA LA RUSSIA, POI HORMUZ

A questa debolezza industriale si aggiunge quella geopolitica.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione Europea ha deciso di interrompere le importazioni marittime di greggio russo dal dicembre 2022 e quelle di prodotti petroliferi raffinati russi dal 5 febbraio 2023.

Era una decisione politica deliberata, adottata come parte delle sanzioni contro Mosca.

L’Europa ha quindi sostituito una parte delle forniture russe con prodotti provenienti da altri mercati.

Il sistema funziona finché quelle rotte funzionano.

Nel 2026 è arrivato il secondo shock: la crisi mediorientale e le perturbazioni attorno allo Stretto di Hormuz.

Il risultato è stato che due importanti aree esportatrici di prodotti raffinati — Russia e Medio Oriente — hanno contemporaneamente ridotto la propria capacità di alimentare il mercato mondiale.

ANCHE LE RAFFINERIE RUSSE SONO IN CRISI

La situazione russa rende il quadro ancora più teso.

La Russia dispone nominalmente di circa 6,5 milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione, ma secondo l’International Energy Agency il throughput è precipitato a giugno a circa 3,8 milioni di barili al giorno, il minimo da oltre vent’anni e circa il 30% in meno rispetto all’anno precedente.

La produzione russa di diesel è diminuita di quasi il 30%.

Mosca ha reagito limitando le esportazioni.

Il divieto russo all’export di diesel è stato prorogato fino al 30 settembre 2026, mentre gli attacchi ucraini hanno colpito ripetutamente importanti infrastrutture di raffinazione.

Secondo Reuters, la combinazione della guerra russo-ucraina e delle interruzioni mediorientali ha sottratto al mercato circa 1,6 milioni di barili al giorno di esportazioni di diesel provenienti da Russia e Golfo rispetto alla situazione precedente alla crisi.

Questo è il cuore della crisi.

Non manca necessariamente il petrolio.

Mancano i prodotti raffinati nel posto giusto, nel momento giusto e nella quantità richiesta.

IL DIESEL DIVENTA ORO

Il risultato è una gigantesca redistribuzione economica.

Chi possiede capacità di raffinazione funzionante può lavorare con margini eccezionali.

Chi l’ha ridotta deve comprare il prodotto finito sul mercato internazionale proprio mentre tutti gli altri cercano di fare la stessa cosa.

A settembre gli operatori del settore hanno avvertito che l’offerta mondiale di diesel potrebbe restare molto tesa durante l’inverno. I margini di raffinazione hanno raggiunto livelli record e le scorte mondiali sono sotto pressione.

È esattamente il tipo di scenario che trasforma una vulnerabilità industriale in inflazione.

Perché il diesel non serve soltanto agli automobilisti.

Serve ai camion.

Ai trattori.

Alle macchine movimento terra.

Alla logistica.

Alla pesca.

All’industria.

Quando aumenta il diesel, aumenta progressivamente il costo di quasi tutto ciò che viene prodotto e trasportato.

BRUXELLES: «NESSUNA CARENZA IMMEDIATA»

Su un punto occorre essere precisi.

Contrariamente a quanto circola in alcune ricostruzioni, la Commissione europea non ha annunciato un razionamento del diesel.

L’8 settembre l’Oil Coordination Group europeo ha affermato che non esisteva in quel momento un problema immediato di sicurezza dell’approvvigionamento nell’UE.

Diesel e jet fuel continuavano ad arrivare grazie all’aumento della produzione delle raffinerie europee, alle importazioni alternative e alle scorte commerciali e strategiche.

Bruxelles ha però riconosciuto contemporaneamente che l’autunno e l’inverno potrebbero irrigidire ulteriormente il mercato.

La posizione ufficiale della Commissione è quindi: niente emergenza fisica immediata, ma mercato sotto pressione.

Ed è una distinzione fondamentale.

Un carburante può essere disponibile e contemporaneamente diventare economicamente devastante.

«L’ENERGIA PIÙ ECONOMICA È QUELLA CHE NON CONSUMIAMO»

Nella filosofia energetica europea ricorre da anni un principio: “The cheapest energy is the energy we do not use”, cioè l’energia più economica è quella che non consumiamo.

È il principio dell’energy efficiency first, precedente alla crisi attuale e inserito da tempo nella strategia europea.

Anche nella risposta alla crisi del 2026 la Commissione continua a indicare, tra gli strumenti disponibili, misure di riduzione della domanda, precisando però che devono rispettare la libera scelta dei consumatori e citando interventi come ristrutturazione degli edifici e sostituzione delle apparecchiature industriali.

Il confronto politico nasce precisamente qui.

Per Bruxelles la riduzione strutturale dei consumi fossili aumenta l’indipendenza europea.

Per i critici della strategia europea, invece, ridurre troppo rapidamente capacità produttiva e infrastrutture fossili prima che le alternative siano pienamente disponibili significa trasformare la transizione in dipendenza dalle importazioni.

Sono due letture politiche diverse dello stesso problema.

I numeri del 2026 permettono almeno di affermare una cosa: la capacità di raffinazione è tornata improvvisamente a essere considerata strategica.

FRANCIA: 2,41 EURO E STAZIONI IN DIFFICOLTÀ

Il laboratorio politico e sociale più delicato è ancora una volta la Francia.

Il diesel ha raggiunto 2,409 euro al litro il 20 settembre, nuovo record nazionale.

Le difficoltà non riguardano soltanto il prezzo.

Il portale governativo francese registrava già il 18 settembre problemi di approvvigionamento in circa l’11% della rete monitorata; il 20 settembre i dati elaborati dal flusso ufficiale segnalavano 901 stazioni in rottura di stock specificamente sul gasolio.

E inevitabilmente torna alla memoria il 2018.

Il movimento dei Gilet Gialli esplose durante una fase in cui il diesel nella regione parigina costava circa 1,50 euro al litro, dopo un aumento vicino al 20% in un anno e nel pieno dello scontro sull’aumento della tassazione dei carburanti.

Oggi siamo quasi un euro sopra quei livelli.

Questo non significa automaticamente che il 2026 produrrà una replica del 2018: le condizioni economiche, fiscali e politiche sono diverse.

Ma significa che il carburante è nuovamente diventato un tema socialmente esplosivo.

IL 2027 È DIETRO L’ANGOLO

La Francia voterà per eleggere il prossimo presidente il 18 aprile 2027, con eventuale secondo turno il 2 maggio.

Non si può sapere in anticipo come la crisi energetica influenzerà il voto, ma il costo della vita, il carburante, l’inflazione e la politica energetica saranno inevitabilmente temi del confronto politico.

Una precisazione è necessaria: nel 2027 non si terranno le elezioni europee. Le prossime elezioni del Parlamento europeo sono previste nel 2029.

IL CONTO DELLA DIPENDENZA

Il punto centrale, dunque, va oltre la polemica sul Green Deal.

La crisi del 2026 sta mostrando quanto sia rischioso per una grande economia industriale dipendere da catene globali estremamente lunghe per prodotti energetici essenziali.

La Commissione sostiene che la soluzione definitiva sia accelerare l’uscita dai combustibili fossili.

I critici rispondono che, durante la transizione, sicurezza energetica significa anche mantenere capacità industriale domestica sufficiente a resistere agli shock geopolitici.

La crisi del diesel rende questo secondo problema impossibile da ignorare.

L’Europa ha voluto ridurre contemporaneamente emissioni, consumo di petrolio e dipendenza dalla Russia.

Poi sono arrivati la guerra, gli attacchi alle raffinerie russe, la crisi del Golfo e la vulnerabilità di Hormuz.

E il mercato ha ricordato una regola elementare dell’energia:

un barile di petrolio non è un litro di diesel.

Tra i due c’è una raffineria.

E quando le raffinerie disponibili non bastano, il prezzo della politica energetica arriva direttamente alla pompa.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Commissione europea – Weekly Oil Bulletin, prezzi dei carburanti nell’UE
Weekly Oil Bulletin – European Commission

Commissione europea – Oil Coordination Group, situazione diesel e jet fuel, 8 settembre 2026
Oil Coordination Group – European Commission

Commissione europea – risposta UE alla crisi energetica del 2026
EU action to address the energy crisis

Commissione europea – AccelerateEU, sicurezza energetica e raffinazione
AccelerateEU – Energy Union

Commissione europea – Carbon leakage e competitività industriale
Carbon leakage – European Commission

Commissione europea – sanzioni energetiche contro la Russia
EU sanctions following Russia’s invasion of Ukraine

International Energy Agency – crisi della raffinazione russa
Russian refining sector struggles amid attacks – IEA

International Energy Agency – impatto della crisi di Hormuz sui prodotti raffinati
Global oil supplies after the Hormuz shock – IEA

Concawe – mappa storica delle raffinerie europee 2009-2025
European refinery map – Concawe

S&P Global – record dei margini europei sul diesel
European diesel margins surge

Governo francese – prezzi ufficiali e disponibilità dei carburanti
Prix des carburants – Gouvernement français

Ministero dell’Interno francese – elezioni presidenziali 2027
Élection présidentielle 2027

IL TRADIMENTO DELL’ISLAMO-SINISTRA?

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A Bruxelles esplode il caso Fratellanza Musulmana: l’emendamento Maréchal bloccato nell’aula europea

C’è una scena, consumatasi nel Parlamento europeo a metà settembre 2026, che merita di essere osservata al di là degli slogan.

L’eurodeputata francese Marion Maréchal, appartenente al gruppo ECR, presenta un emendamento orale con una richiesta politicamente molto netta: impedire alle organizzazioni ritenute collegate alla Fratellanza Musulmana — citando espressamente FEMYSO — di ricevere finanziamenti europei e di partecipare a manifestazioni finanziate dall’Unione.

L’intervento dura poche decine di secondi.

Alla richiesta della presidenza dell’aula di verificare l’esistenza di opposizioni alla presentazione dell’emendamento orale, un numero sufficiente di parlamentari si alza. La soglia prevista dalla procedura viene raggiunta e l’emendamento non può essere preso in considerazione.

Maréchal ha successivamente presentato l’episodio come la dimostrazione che «40 deputati di sinistra» avrebbero impedito di colpire le reti islamiste.

La distinzione è importante: formalmente quei parlamentari non hanno espresso un voto sulla Fratellanza Musulmana né approvato finanziamenti a FEMYSO. Hanno impedito che quell’emendamento orale entrasse nella votazione.

Politicamente, però, resta una domanda tutt’altro che marginale:

perché impedire persino che il Parlamento si pronunci sulla possibilità di escludere dai finanziamenti europei organizzazioni sulle quali esistono da anni accuse e rapporti riguardanti i rapporti con l’ambiente della Fratellanza Musulmana?

Ed è qui che il caso diventa molto più grande dei pochi secondi trascorsi nell’emiciclo.

Non è soltanto una polemica della destra europea

Ridurre tutto a uno scontro tra destra e sinistra sarebbe troppo semplice.

La questione delle reti riconducibili o considerate vicine alla Fratellanza Musulmana è da tempo oggetto di analisi da parte di governi, servizi di sicurezza, parlamenti e studiosi europei.

Il Bundesamt für Verfassungsschutz, l’intelligence interna tedesca, nel suo rapporto annuale descrive la Muslimbruderschaft come la più antica e influente organizzazione islamista sunnita e individua come suo obiettivo la costruzione di un sistema politico e sociale fondato sul Corano e sulla Sunna.

Il rapporto tedesco sottolinea inoltre come la Fratellanza dichiari dagli anni Settanta di avere rinunciato alla violenza, fatta eccezione per quella che considera resistenza contro l’“occupazione”, riferimento applicato in particolare al conflitto con Israele.

Questo elemento è fondamentale.

Il problema europeo non riguarda esclusivamente il terrorismo jihadista o la violenza immediata. Riguarda anche quello che diversi apparati di sicurezza europei definiscono islamismo legalista: organizzazioni e ambienti che operano all’interno delle strutture associative, politiche e istituzionali delle democrazie occidentali.

Il rapporto francese che ha cambiato il dibattito

Il 21 maggio 2025 il Ministero dell’Interno francese ha reso pubblico il rapporto Frères musulmans et islamisme politique en France.

Non un pamphlet elettorale.

Non un post sui social.

Un documento commissionato dallo Stato francese a un gruppo di alti funzionari incaricato, a partire dall’aprile 2024, di studiare l’islamismo politico e la sua diffusione sul territorio nazionale.

Il rapporto ha contribuito a portare al centro del dibattito francese il concetto di “entrisme”, cioè una strategia di penetrazione progressiva del tessuto sociale attraverso associazioni, luoghi di culto, istruzione, attività sportive, assistenza e rappresentanza comunitaria.

La questione sollevata dal documento non consiste nell’equiparare i musulmani europei alla Fratellanza Musulmana — equazione falsa e pericolosa — ma nell’individuare specifiche reti politico-religiose capaci di utilizzare gli strumenti della società civile per costruire influenza.

È precisamente questa distinzione che rende il dossier politicamente esplosivo.

Combattere l’islamismo politico non significa combattere l’Islam né milioni di cittadini musulmani europei. Significa chiedere se organizzazioni che perseguono obiettivi politico-religiosi incompatibili con alcuni principi costituzionali debbano contemporaneamente beneficiare di finanziamenti, riconoscimento e accesso alle istituzioni europee.

Il nodo FEMYSO

Al centro della polemica europea troviamo il Forum of European Muslim Youth and Student Organisations, FEMYSO.

L’organizzazione respinge le accuse di essere un’articolazione della Fratellanza Musulmana e sostiene di essere vittima di campagne volte a delegittimare la rappresentanza dei giovani musulmani europei.

Questa posizione va riportata.

Ma devono essere riportate anche le accuse documentate nei dossier politici e istituzionali che hanno alimentato la controversia.

Il rapporto Unmasking the Muslim Brotherhood, pubblicato dal gruppo ECR, dedica ampio spazio proprio a FEMYSO e sostiene che l’organizzazione faccia parte dell’ambiente europeo storicamente sviluppatosi intorno alle reti della Fratellanza.

Il dato finanziario contenuto nel documento è particolarmente interessante.

Secondo il rapporto ECR, tra il 2007 e il 2019 FEMYSO avrebbe ricevuto complessivamente 288.856 euro di finanziamenti europei attraverso diversi progetti.

Lo stesso dossier ricorda tuttavia un elemento che non deve essere omesso: nel luglio 2023 la Commissione europea aveva dichiarato che in quel momento non risultavano più progetti finanziati dall’UE nei quali figurasse FEMYSO.

Il quadro, però, è tornato politicamente controverso nel 2026.

Il 3 settembre alcuni eurodeputati, fra i quali Guillaume Peltier, Charlie Weimers, Nicolas Bay, Marion Maréchal e Laurence Trochu, hanno presentato un’interrogazione alla Commissione sostenendo che FEMYSO avesse pubblicizzato sui propri social diversi progetti cofinanziati dall’Unione, compreso un seminario organizzato in Albania nel gennaio 2026.

Gli eurodeputati hanno quindi chiesto alla Commissione di chiarire l’origine e la tracciabilità di tali finanziamenti.

È precisamente questo il punto sul quale Bruxelles dovrebbe garantire la massima trasparenza.

FEMYSO e il Parlamento europeo: il caso del 2026

Nel luglio 2026 Marion Maréchal annunciò pubblicamente che FEMYSO sarebbe stato escluso dalle attività del Parlamento europeo.

FEMYSO contestò immediatamente quella ricostruzione, affermando di non avere ricevuto, in quel momento, una comunicazione ufficiale e chiedendo chiarimenti all’istituzione.

Una lettera aperta sottoscritta da numerose organizzazioni della società civile contestò inoltre la possibile esclusione, sostenendo che una misura del genere avrebbe sollevato problemi di non discriminazione, libertà associativa e partecipazione democratica.

Questo è l’altro lato della controversia e ignorarlo significherebbe raccontare soltanto metà della vicenda.

Ma la domanda centrale rimane:

quali criteri devono essere applicati dall’Unione europea quando un’organizzazione che accede alle sue istituzioni viene indicata da rapporti governativi, parlamentari o investigativi come appartenente o vicina a reti islamiste?

La risposta non può essere né la colpevolezza automatica né l’indifferenza automatica.

Servono verifiche, trasparenza e tracciabilità.

Francia: il salto politico del gennaio 2026

Il passaggio forse più importante arriva dalla Francia.

Il 22 gennaio 2026 l’Assemblée nationale ha approvato una risoluzione che chiede l’inserimento della mouvance dei Fratelli Musulmani nella lista europea delle organizzazioni terroristiche.

Il voto è perfettamente verificabile.

259 deputati parteciparono allo scrutinio, 258 espressero un voto valido:

157 favorevoli, 101 contrari e un’astensione.

La risoluzione fu quindi approvata.

Non significa che la Fratellanza sia automaticamente diventata un’organizzazione terroristica per l’Unione europea. Significa che una delle principali assemblee legislative europee ha formalmente chiesto alle istituzioni dell’UE di affrontare la questione.

Il 3 febbraio un gruppo di eurodeputati — tra i quali Charlie Weimers — ha interrogato la Commissione proprio sulla richiesta francese.

Il 26 febbraio è stata inoltre depositata un’interrogazione orale sottoscritta da parlamentari appartenenti a diversi gruppi della destra europea, compresa Marion Maréchal, chiedendo alla Commissione se intendesse avviare la procedura.

Il 7 aprile è arrivata anche una proposta di risoluzione al Parlamento europeo.

La questione, dunque, non è più confinata ai rapporti d’intelligence.

È ormai un dossier politico europeo.

Anche il Parlamento olandese si muove

Nel marzo 2026 è arrivato un altro segnale.

Alla Tweede Kamer dei Paesi Bassi è stata presentata una mozione che chiedeva al governo di vietare la Fratellanza Musulmana e le organizzazioni ad essa collegate.

Il governo aveva sconsigliato l’approvazione.

La Camera l’ha invece approvata il 17 marzo con 76 voti favorevoli su 150 seggi.

Anche in questo caso occorre essere precisi: una mozione parlamentare non equivale automaticamente a un divieto già operativo.

Ma Francia e Paesi Bassi mostrano che la questione non può più essere liquidata come un’ossessione di qualche eurodeputato.

Il problema vero: chi riceve il denaro europeo?

La domanda decisiva è molto più semplice delle guerre ideologiche.

Chi riceve i soldi dei contribuenti europei?

E soprattutto:

quali controlli vengono effettuati sui beneficiari finali?

I programmi europei finanziano migliaia di associazioni impegnate nella formazione, nell’antidiscriminazione, nell’integrazione, nella cultura e nelle politiche giovanili.

Questi obiettivi sono perfettamente legittimi.

Ma proprio perché lo sono, l’Unione dovrebbe essere in grado di dimostrare che il denaro destinato alla coesione sociale non finisca direttamente o indirettamente a strutture che perseguono programmi politico-religiosi incompatibili con i principi democratici proclamati dalla stessa Unione.

La questione dovrebbe valere indipendentemente dall’ideologia.

Per organizzazioni islamiste, estremiste di destra, estremiste di sinistra o appartenenti a qualsiasi altra corrente.

La parola decisiva è trasparenza

La polemica sull’emendamento Maréchal rischia altrimenti di trasformarsi nell’ennesima guerra di slogan.

Da una parte chi sostiene che denunciare l’islamismo equivalga ad attaccare i musulmani.

Dall’altra chi rischia di assimilare qualsiasi organizzazione musulmana europea alla Fratellanza.

Entrambe le scorciatoie impediscono di affrontare il problema concreto.

Esistono organizzazioni islamiste.

Esistono organizzazioni musulmane che non sono islamiste.

Esistono rapporti governativi che descrivono strategie di influenza riconducibili alla Fratellanza.

Esistono organizzazioni, come FEMYSO, che contestano fermamente l’attribuzione di legami organici con la Fratellanza e chiedono che le accuse vengano provate.

Lo Stato di diritto serve precisamente a questo: accertare responsabilità specifiche sulla base di fatti verificabili, anziché distribuire colpe collettive.

Tre questioni alle quali Bruxelles dovrebbe rispondere

La vicenda rende inevitabili almeno tre domande.

Primo: l’Unione dovrebbe pubblicare in modo facilmente consultabile l’intera catena dei finanziamenti destinati alle organizzazioni coinvolte in programmi contro il razzismo, per l’integrazione e per la partecipazione giovanile, compresi partner e beneficiari finali?

Secondo: quali conseguenze dovrebbero scattare quando un servizio di sicurezza di uno Stato membro documenta collegamenti significativi tra un beneficiario di fondi europei e organizzazioni estremiste o antidemocratiche?

Terzo: dopo la risoluzione dell’Assemblée nationale francese e le iniziative parlamentari olandesi ed europee, il Consiglio e la Commissione intendono effettuare una valutazione coordinata della Fratellanza Musulmana e delle strutture ad essa effettivamente riconducibili?

Sono domande politiche sulle quali maggioranza e opposizioni possono dare risposte diverse.

Ma una cosa dovrebbe precedere qualsiasi risposta: rendere pubblici i fatti.

Il paradosso di Bruxelles

Ed eccoci nuovamente ai pochi secondi dell’emiciclo europeo.

Il punto politicamente interessante non è sostenere che quaranta parlamentari abbiano formalmente votato “a favore della Fratellanza Musulmana”: non è ciò che proceduralmente è avvenuto.

Il punto è un altro.

Davanti alla richiesta di Marion Maréchal di impedire finanziamenti e partecipazione agli eventi europei alle reti da lei indicate come collegate alla Fratellanza e, in particolare, a FEMYSO, un numero sufficiente di deputati ha impedito che quell’emendamento orale fosse preso in considerazione.

Le motivazioni possono essere diverse: opposizione al contenuto, contestazione della procedura, tutela delle organizzazioni della società civile, rifiuto dell’equiparazione fra FEMYSO e Fratellanza o semplice scontro politico.

Attribuire automaticamente a tutti quei deputati l’intenzione di “proteggere gli islamisti” andrebbe oltre ciò che il voto procedurale permette di dimostrare.

Ma pretendere una risposta sul rapporto tra fondi europei, islamismo politico e organizzazioni accusate di essere vicine alla Fratellanza Musulmana è invece del tutto legittimo.

Perché quei fondi non appartengono alla Commissione.

Non appartengono ai partiti.

Non appartengono alle ONG.

Sono risorse pubbliche.

E quando entrano in gioco organizzazioni sulle quali esistono contestazioni così gravi, la trasparenza non può essere facoltativa.

Prima ancora dello scontro fra destra e sinistra, è questo il principio che Bruxelles dovrebbe difendere.


FONTI E DOCUMENTI

Ministero dell’Interno francese — Rapporto “Frères musulmans et islamisme politique en France”, 21 maggio 2025
Rapporto e documentazione ufficiale del Ministero dell’Interno francese

Bundesamt für Verfassungsschutz — Verfassungsschutzbericht 2024
Rapporto ufficiale dell’intelligence interna tedesca

Assemblée nationale — voto del 22 gennaio 2026 sulla richiesta di inserire la Fratellanza nella lista UE delle organizzazioni terroristiche
Risultati ufficiali dello scrutinio n. 5106

Assemblée nationale — dossier sulla proposta europea relativa alla Fratellanza Musulmana
Documentazione dell’Assemblée nationale

Parlamento europeo — interrogazione del 3 febbraio 2026
National Assembly / Muslim Brotherhood – inclusion on the EU list of terrorist organisations

Parlamento europeo — interrogazione orale del 26 febbraio 2026
Inserimento dei Fratelli musulmani nell’elenco UE delle organizzazioni terroristiche

Parlamento europeo — proposta di risoluzione del 7 aprile 2026
For the inclusion of the Muslim Brotherhood on the EU list of terrorist organisations

Tweede Kamer — mozione del marzo 2026 per vietare Fratellanza Musulmana e organizzazioni collegate nei Paesi Bassi
Testo e risultato ufficiale della votazione olandese

ECR Group — “Unmasking the Muslim Brotherhood”
Dossier completo ECR

FEMYSO — posizione dell’organizzazione sulle accuse e sulla controversia del luglio 2026
Comunicati e lettera aperta FEMYSO

Ricostruzione dell’episodio dell’emendamento orale di settembre 2026
Analisi e ricostruzione della sequenza dell’emendamento Maréchal

ECCO I SOLITI RIPORTER DELLA PROPAGANDA MARXISTA: STRUMENTALIZZARE LE INFORMAZIONI PER SOSTENERE LE LORO IDEOLOGIE

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Accordi di Isacco e America Latina: quando fatti reali vengono selezionati, incorniciati e interpretati per costruire una tesi politica già decisa in partenza

C’è un modo molto semplice per trasformare una notizia geopolitica in propaganda: raccontare una serie di fatti reali e poi scegliere accuratamente quali mostrare, quali ridimensionare e soprattutto quali parole utilizzare per collegarli.

È qui che nasce la differenza tra informazione e narrazione ideologica.

Nel caso dell’“Anno dell’America Latina” e degli Accordi di Isacco, molti degli elementi citati sono reali. Il problema non è necessariamente il singolo fatto: è la cornice nella quale viene inserito.

Israele cerca influenza? Certamente. Come la cercano Stati Uniti, Cina, Russia, Iran, Turchia e Unione Europea.

Ma quando un Paese latinoamericano stringe accordi con determinati attori si parla di “multipolarismo”, “cooperazione” e “autonomia strategica”; quando invece rafforza volontariamente i rapporti con Israele e Stati Uniti, ecco comparire parole come “subordinazione”, “controllo” e “limitazione del dissenso”.

Ed è proprio questo doppio standard che merita di essere smontato.

È esattamente il problema della narrazione secondo cui il cosiddetto “Anno dell’America Latina” e gli Accordi di Isacco rappresenterebbero la costruzione di una nuova area latinoamericana subordinata a Israele e agli Stati Uniti.

Partiamo dai fatti, perché una parte importante del racconto è vera.

Il governo israeliano ha effettivamente indicato il 2026 come un anno di particolare attenzione diplomatica verso l’America Latina. E il 19 aprile 2026 Javier Milei e Benjamin Netanyahu hanno annunciato ufficialmente gli Isaac Accords, concepiti come quadro di cooperazione tra Argentina, Israele e altri Paesi dell’emisfero occidentale. I settori indicati nel documento ufficiale comprendono sicurezza, contrasto al terrorismo, antisemitismo e narcotraffico, ma anche innovazione, tecnologia, commercio e apertura economica. L’Iran viene esplicitamente indicato come una delle principali preoccupazioni sul piano della sicurezza.

Quindi dov’è la manipolazione?

Il primo trucco: trasformare una scelta di politica estera in «subordinazione»

Quando Argentina, Brasile o altri Paesi latinoamericani approfondiscono i rapporti con Cina, Russia o altri attori internazionali, normalmente si parla di multipolarismo, cooperazione Sud-Sud, diversificazione delle partnership o autonomia strategica.

Quando un governo latinoamericano decide invece di rafforzare volontariamente i rapporti con Israele e Stati Uniti, improvvisamente la categoria interpretativa diventa “subordinazione”.

Ma questo non deriva automaticamente dai fatti.

L’Argentina di Milei ha scelto esplicitamente questa collocazione internazionale. Si può approvare o criticare tale scelta, ma definirla subordinazione richiede prove ulteriori: occorrerebbe dimostrare che Buenos Aires sia stata costretta ad adottare politiche contrarie ai propri interessi o abbia ceduto poteri decisionali a Israele o agli Stati Uniti.

Il testo ufficiale degli Accordi di Isacco, invece, descrive un quadro volontario di cooperazione e invita altri governi interessati ad aderire.

La differenza è sostanziale.

Alleanza non significa automaticamente subordinazione.

Il secondo trucco: tecnologia, commercio e sicurezza scompaiono dal racconto

La narrazione critica cita tecnologia e commercio, ma li riduce quasi a elementi ornamentali.

Eppure fanno parte esplicitamente del progetto.

La dichiarazione israelo-argentina parla di cooperazione nell’innovazione, nella tecnologia, nel commercio e nell’apertura economica, oltre alla sicurezza.

E non si tratta soltanto di propaganda diplomatica.

Nell’ambito delle iniziative collegate agli Isaac Accords sono state sviluppate anche collaborazioni sanitarie: in Costa Rica, per esempio, sono stati formati circa 200 professionisti sanitari nei protocolli per traumi ed eventi con molte vittime. Sono state inoltre promosse iniziative legate all’innovazione e alla cooperazione multilaterale.

Si può naturalmente discutere se questi progetti siano convenienti, insufficienti o politicamente interessati.

Ma eliminarli dal quadro per lasciare soltanto la parola “influenza” significa selezionare preventivamente la conclusione.

Il terzo trucco: «formati per contrastare le narrazioni ostili»

Anche questo elemento ha una base reale.

Secondo fonti vicine al progetto, giornalisti, influencer e leader studenteschi provenienti da sei Paesi latinoamericani hanno partecipato a programmi di formazione sulla comunicazione e sul contrasto delle narrative ostili verso Israele.

È perfettamente legittimo interrogarsi sull’opportunità di simili programmi e su chi li finanzi.

Ma da qui a parlare implicitamente di una macchina destinata a controllare l’informazione manca un passaggio fondamentale: la prova del controllo.

Programmi internazionali rivolti a giornalisti, studenti, politici, accademici e opinion leader sono strumenti di soft power utilizzati da moltissimi Stati, fondazioni e organizzazioni internazionali.

Israele sta facendo soft power?

Certamente.

Questo dimostra automaticamente che stia instaurando un sistema di censura?

No.

Le due affermazioni non sono equivalenti.

Il quarto trucco: la definizione IHRA viene presentata come una possibile censura delle critiche a Israele

Questo è forse il passaggio che richiede maggiore precisione.

La definizione IHRA dell’antisemitismo è realmente controversa nella discussione accademica, politica e sulla libertà d’espressione, soprattutto per alcuni degli esempi riguardanti Israele.

Ma c’è un dettaglio fondamentale che spesso scompare.

La stessa definizione IHRA afferma esplicitamente che la critica a Israele analoga a quella rivolta a qualsiasi altro Paese non può essere considerata antisemitismo.

Inoltre, l’IHRA definisce il proprio testo una “working definition” non giuridicamente vincolante.

Perciò è perfettamente legittimo discutere dei rischi derivanti da una sua applicazione troppo estensiva.

È molto meno corretto lasciare intendere che la definizione stabilisca semplicemente:

criticare Israele = antisemitismo.

Non è quello che dice il documento.

Il quinto trucco: i parlamentari diventano automaticamente i loro governi

Il vertice latinoamericano di fine giugno è reale.

I suoi organizzatori hanno dichiarato che parlamentari provenienti da più di dieci Paesi hanno sostenuto i principi degli Isaac Accords, l’adozione della definizione IHRA e iniziative per trasferire ambasciate a Gerusalemme.

Ma bisogna distinguere accuratamente parlamentari, gruppi parlamentari e governi nazionali.

Un parlamentare brasiliano, colombiano o cileno che firma una risoluzione non impegna automaticamente il proprio Stato.

È una distinzione elementare, ma politicamente enorme.

Presentare un’iniziativa parlamentare transnazionale come se l’intera America Latina avesse ricevuto una lista di ordini da Tel Aviv significa ingrandirne artificialmente la portata istituzionale.

«Israele vuole conquistare il voto evangelico»

Anche qui occorre distinguere analisi e fatto.

Le comunità evangeliche sono diventate un’importante forza politica in numerosi Paesi latinoamericani e una parte consistente dell’evangelicalismo conservatore sostiene Israele.

È quindi ragionevole analizzare il fattore evangelico all’interno della strategia politica regionale.

Ma dire che l’intera operazione nasce “per conquistare il voto evangelico” richiederebbe prove specifiche sulle intenzioni dei governi coinvolti.

Altrimenti stiamo passando dalla descrizione alla lettura delle intenzioni.

Un dato che invece la critica coglie correttamente

Esiste però un elemento che non dovrebbe essere nascosto da chi sostiene gli Accordi.

Una parte consistente dell’opinione pubblica latinoamericana ha oggi un’immagine negativa di Israele.

Il sondaggio Pew condotto tra febbraio e maggio 2026 rilevava opinioni sfavorevoli verso Israele nel 60% degli intervistati in Cile, 59% in Messico, 56% in Colombia, 55% in Argentina, 52% in Brasile e 50% in Perù.

Questo crea una reale distanza, in alcuni Paesi, tra determinate scelte delle élite politiche e una parte dell’opinione pubblica.

Ma anche questo dato non dimostra una “subordinazione”.

Dimostra semplicemente che politica estera e opinione pubblica non coincidono necessariamente.

Succede in America Latina come in Europa, negli Stati Uniti, in Israele e praticamente ovunque.

La vera domanda è un’altra

La domanda finale proposta dalla narrazione è suggestiva:

«Israele cerca nuovi alleati o una nuova area di influenza?»

Ma presenta come alternative due cose che in geopolitica possono tranquillamente convivere.

Naturalmente Israele cerca influenza.

Esattamente come la cercano Stati Uniti, Cina, Russia, Unione Europea, Turchia, Iran e qualunque potenza dotata di una politica estera.

Gli Stati stringono alleanze precisamente perché vogliono aumentare sicurezza, commercio, accesso politico e capacità d’influenza.

La questione seria non è dunque stabilire se Israele stia cercando influenza in America Latina.

Lo sta facendo apertamente.

La questione è verificare, Paese per Paese, se quella cooperazione produca vantaggi reciproci, quali obblighi comporti, quanto incida sull’autonomia politica dei governi coinvolti e quali interessi economici e strategici vengano effettivamente soddisfatti.

Ed è proprio qui che la narrazione ideologica diventa insufficiente.

Perché trasforma una normale competizione geopolitica in una storia morale nella quale alcuni attori esercitano legittimamente “influenza”, mentre altri eserciterebbero necessariamente “subordinazione”.

Il paradosso

Israele non sta nascondendo la propria strategia.

Netanyahu ha dichiarato apertamente di voler utilizzare per l’America Latina un modello ispirato agli Accordi di Abramo e di considerare l’Argentina il punto di partenza di un processo più ampio.

Non serve quindi immaginare una cospirazione.

C’è una politica estera dichiarata.

Argentina e Israele cercano di costruire un blocco di Paesi accomunati da interessi economici, sicurezza, contrasto all’Iran e una determinata visione politica e culturale.

La si può contestare.

La si può sostenere.

La si può analizzare nei suoi interessi economici e nelle sue conseguenze geopolitiche.

Ma chiamarla automaticamente “subordinazione agli interessi sionisti e statunitensi” non dimostra la subordinazione.

La presuppone.

Ed è precisamente la differenza tra analizzare un progetto geopolitico e costruire una cornice ideologica dentro cui ogni fatto viene fatto entrare a forza.

FONTI

Ministero degli Esteri israeliano — Dichiarazione ufficiale sugli Isaac Accords, 19 aprile 2026.

Governi di Israele e Argentina — Joint Declaration on the Isaac Accords, Gerusalemme, 19 aprile 2026.

Ministero degli Esteri israeliano — Dichiarazioni di Benjamin Netanyahu sul lancio degli Isaac Accords.

International Holocaust Remembrance Alliance — Working Definition of Antisemitism.

Pew Research Center — Negative views of Israel, low confidence in Netanyahu across 36 countries, giugno 2026.

Genesis Prize Foundation / Israel Allies Foundation — Latin America Chairmen’s Conference, Buenos Aires, 28-30 giugno 2026.

Jerusalem Post — documentazione sul vertice latinoamericano e sulle iniziative collegate agli Isaac Accords.

LA GEOPOLITICA DELLA PAURA

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Perché la sicurezza dell’IA è diventata anche un’arma industriale

Quando la battaglia sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale incontra interessi economici, barriere all’ingresso e competizione strategica tra Stati Uniti e Cina

La domanda non è più soltanto se l’intelligenza artificiale possa diventare pericolosa.

La domanda, ormai, è chi avrà il potere di decidere quanto velocemente potrà svilupparsi, quali aziende potranno continuare a costruirla e quali Paesi controlleranno l’infrastruttura tecnologica del prossimo mezzo secolo.

Negli Stati Uniti il dibattito è esploso in pochi giorni.

Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha chiesto di rallentare il ritmo dello sviluppo dell’IA di frontiera. Sam Altman, Elon Musk e Demis Hassabis hanno espresso sostegno, con sfumature differenti, alla necessità di maggiore cautela e coordinamento. Dall’altra parte Donald Trump ha respinto la nuova ondata di allarmi, mentre JD Vance ha sollevato un interrogativo politicamente esplosivo: perché proprio le aziende che dominano il settore stanno chiedendo al governo di regolamentarle?

È qui che la questione della sicurezza smette di essere esclusivamente tecnologica e diventa economia politica.

L’allarme che scuote Silicon Valley

A riaccendere il dibattito è stato soprattutto Jacob Coxon, ricercatore che ha lavorato sia per OpenAI sia per Anthropic.

Dimettendosi da Anthropic, Coxon ha sostenuto pubblicamente che numerose persone impegnate nello sviluppo dei sistemi più avanzati ritengono realmente possibile che l’IA possa provocare una catastrofe esistenziale entro la fine del decennio.

Non si tratta di una posizione condivisa dall’intera comunità scientifica, né esiste un consenso empirico sulla probabilità di uno scenario di estinzione. Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare l’episodio come una semplice trovata pubblicitaria.

Coxon ha lasciato Anthropic prima che maturasse la propria partecipazione azionaria e altri ricercatori del settore hanno pubblicamente sostenuto che i rischi posti da sistemi sempre più autonomi debbano essere presi seriamente.

Il problema esiste.

Ma dall’esistenza di un rischio non discende automaticamente che qualsiasi regolamentazione proposta per affrontarlo sia neutrale dal punto di vista economico.

Ed è proprio qui che comincia la parte più interessante della vicenda.

Amodei propone di “dosare” la corsa

La proposta di Dario Amodei ruota attorno a un rallentamento coordinato dello sviluppo dei sistemi di frontiera.

Tra le misure discusse figurano un maggiore accesso dei valutatori indipendenti ai modelli, standard condivisi tra le aziende, coordinamento governativo e, progressivamente, accordi internazionali.

È una posizione che può essere interpretata come prudenza di fronte a una tecnologia dalle capacità difficilmente prevedibili.

Ma esiste anche una seconda lettura, sostenuta dai critici della proposta.

Una regolamentazione particolarmente onerosa tende infatti a favorire chi possiede già capitale, infrastrutture computazionali, eserciti di avvocati, personale dedicato alla compliance e rapporti consolidati con Washington.

Il punto non è dimostrare che questo sia necessariamente l’obiettivo di Anthropic.

Il punto è osservare che potrebbe esserne una conseguenza.

Il paradosso Anthropic

Anthropic non è più una startup marginale.

Nel maggio 2026 ha annunciato un finanziamento Series H da 65 miliardi di dollari, con una valutazione post-money di 965 miliardi. La società dichiarava allora un fatturato annualizzato superiore ai 47 miliardi di dollari.

Successivamente il run-rate sarebbe salito ulteriormente, mentre la società ha iniziato concretamente a preparare una possibile quotazione in Borsa.

Secondo il Financial Times, Anthropic avrebbe inoltre comunicato agli investitori di aspettarsi un risultato operativo rettificato positivo per il secondo trimestre consecutivo.

Siamo dunque davanti a una società che si trova contemporaneamente in tre posizioni.

È uno dei protagonisti della corsa tecnologica.

È uno dei principali promotori della necessità di rallentarla.

Ed è un’impresa che potrebbe presto chiedere ai mercati finanziari di attribuirle una delle valutazioni più elevate della storia.

Questa sovrapposizione non dimostra un conflitto illecito. Ma rende legittimo interrogarsi sugli effetti competitivi delle regole proposte dai grandi laboratori.

La sicurezza può diventare una barriera all’ingresso

Immaginiamo una normativa che imponga test estremamente costosi, audit permanenti, valutatori esterni, requisiti computazionali, procedure autorizzative e strutture dedicate alla conformità.

Chi può permettersele?

Anthropic.

OpenAI.

Google.

Microsoft.

Meta.

Forse pochi altri.

Per un nuovo concorrente la situazione sarebbe molto diversa.

Ed è questa la dinamica classica della cosiddetta regulatory capture: una regolamentazione nata formalmente per controllare un settore può finire, volontariamente o involontariamente, per consolidare le aziende già dominanti.

La regolamentazione non elimina necessariamente il mercato.

Può semplicemente alzare il muro necessario per entrarvi.

L’antitrust entra nella partita

La questione diventa ancora più delicata quando i grandi laboratori chiedono di potersi coordinare.

Normalmente un accordo tra concorrenti diretto a limitare produzione, capacità o sviluppo tecnologico solleverebbe immediatamente questioni antitrust.

OpenAI ha infatti cercato chiarimenti sulla possibilità che un rallentamento coordinato dell’industria possa entrare in conflitto con lo Sherman Antitrust Act.

Alvaro Bedoya, già componente della Federal Trade Commission, ha sintetizzato efficacemente la distinzione.

La legislazione antitrust, ha osservato, non impedisce alle aziende di collaborare affinché l’intelligenza artificiale non danneggi le persone.

Impedisce però che le stesse aziende si organizzino per ostacolare l’ingresso di concorrenti più economici.

È una distinzione fondamentale.

Perché tra cooperazione sulla sicurezza e coordinamento del mercato può esistere un confine estremamente sottile.

JD Vance e il “Cavallo di Troia”

Il vicepresidente JD Vance ha portato esattamente questo problema sul piano politico.

Parlando delle grandi aziende dell’IA che chiedono a Washington di regolamentarle, Vance ha detto che la situazione gli sembra un possibile “Trojan horse”, un cavallo di Troia.

Il ragionamento è semplice.

Quando una piccola azienda chiede meno regolamentazione, il motivo economico appare evidente.

Quando una società dominante chiede più regolamentazione su se stessa, invece, bisogna domandarsi quale struttura di mercato nascerà dopo l’introduzione di quelle regole.

David Sacks ha espresso un’obiezione simile, contestando l’idea che le richieste di rallentamento possano essere considerate esclusivamente altruistiche.

Non significa che i rischi denunciati siano inventati.

Significa che rischio tecnologico e interesse industriale possono coesistere.

Ed è precisamente questa sovrapposizione che la politica dovrebbe esaminare.

Sanders e Bannon: l’alleanza impossibile

La vicenda ha prodotto uno dei più curiosi riallineamenti della politica americana.

Bernie Sanders e Steve Bannon, figure collocate su fronti politici profondamente differenti, sono arrivati a condividere il palco della “Pro-Human Assembly” di Washington per chiedere maggiori limitazioni allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Sanders e il deputato Greg Casar hanno annunciato il Ban Artificial Superintelligence Act, che punta a vietare permanentemente lo sviluppo e l’impiego di una superintelligenza artificiale e a sospendere temporaneamente alcune forme di IA avanzata fino alla definizione di regole federali.

Sanders aveva inoltre presentato con Alexandria Ocasio-Cortez una proposta di moratoria sui nuovi data center destinati all’intelligenza artificiale.

Bannon parte da premesse politiche molto differenti, soprattutto nei confronti della Cina, ma arriva anch’egli alla richiesta di maggiori restrizioni.

È difficile immaginare una dimostrazione più evidente di quanto il tema dell’IA stia rompendo le tradizionali divisioni ideologiche americane.

Trump sceglie la corsa

Donald Trump ha scelto invece una linea quasi opposta.

Il presidente ha definito le richieste di nuovi controlli parte di una “SICK conspiracy” contro l’intelligenza artificiale e i data center, sostenendo che il principale beneficiario di un rallentamento americano sarebbe la Cina.

Ha riassunto la propria visione con una formula ancora più esplicita:

“Whoever wins AI, wins.”

Chi vince nell’IA, vince.

È una concezione eminentemente geopolitica della tecnologia.

Non più semplicemente software.

Non più semplicemente chatbot.

Ma infrastruttura strategica paragonabile, per importanza geopolitica, ai semiconduttori, all’energia, alle telecomunicazioni e agli armamenti avanzati.

Da questa prospettiva, imporre unilateralmente agli Stati Uniti un rallentamento che Pechino non fosse disposta a rispettare significherebbe concedere al concorrente tempo prezioso.

Il fattore Cina

Ed è qui che la questione diventa ancora più complessa.

La Cina non è semplicemente lo spettatore che approfitta dell’incertezza americana.

Pechino regolamenta già diversi aspetti dell’intelligenza artificiale e le autorità cinesi hanno espresso a loro volta preoccupazioni sulla necessità di mantenere i sistemi sotto controllo umano.

Allo stesso tempo, però, i media e gli ambienti politici cinesi hanno accusato alcune proposte occidentali di sicurezza di trasformarsi in strumenti per preservare il vantaggio tecnologico americano.

È quindi troppo semplicistico descrivere la contrapposizione come “America senza regole contro Cina senza regole”.

Entrambe le potenze vogliono controllare i rischi.

Entrambe vogliono anche evitare che il controllo dei rischi consegni il vantaggio strategico all’avversario.

Ed è questo il vero dilemma.

Una corsa che Washington non può congelare da sola

I modelli cinesi stanno inoltre riducendo parte del divario tecnologico.

Aziende come DeepSeek, Z.ai e MiniMax hanno dimostrato che la scarsità relativa di chip avanzati può spingere verso modelli più efficienti e meno costosi.

La competizione, quindi, non riguarda semplicemente chi possiede più GPU.

Riguarda efficienza, algoritmi, energia, dati, infrastrutture, capitale umano e capacità industriale.

Un rallentamento unilaterale americano avrebbe senso strategico soltanto se potesse essere trasformato in un sistema internazionale verificabile.

Altrimenti nascerebbe un problema evidente:

chi controlla che anche gli altri rallentino?

Il circuito della paura

È qui che la narrazione del rischio assume anche una dimensione industriale.

La paura produce consenso politico.

Il consenso politico produce regolamentazione.

La regolamentazione produce costi di accesso.

I costi di accesso selezionano chi può rimanere sul mercato.

E chi possiede già capitale, infrastrutture, relazioni istituzionali e potenza computazionale parte inevitabilmente avvantaggiato.

Questo non dimostra che gli allarmi sull’IA siano falsi.

Dimostra qualcosa di più interessante: anche un rischio autentico può diventare uno strumento di politica industriale.

La rete della sicurezza

Esiste inoltre un ecosistema economico e culturale cresciuto attorno alla sicurezza dell’intelligenza artificiale.

Uno dei personaggi più importanti è Jaan Tallinn, cofondatore di Skype, investitore storico nel settore e sostenitore delle organizzazioni dedicate allo studio dei rischi esistenziali.

Tallinn è stato anche uno dei primi finanziatori di Anthropic.

È inoltre associato al sostegno di iniziative impegnate nella promozione della sicurezza dell’IA, tra cui ControlAI.

Ancora una volta, questo non dimostra alcuna cospirazione.

Mostra però come capitale finanziario, ricerca sulla sicurezza, lobbying politico e investimenti nei grandi laboratori possano appartenere allo stesso ecosistema.

Un elemento che dovrebbe suggerire trasparenza, non conclusioni automatiche.

Il vero problema: chi scriverà le regole?

Ridurre tutto a una scelta tra “IA sicura” e “IA senza regole” sarebbe fuorviante.

Il problema è molto più difficile.

I sistemi avanzati possono produrre rischi reali: cyberattacchi automatizzati, manipolazione dell’informazione, utilizzo militare, proliferazione biologica, frodi, perdita di controllo di agenti autonomi e concentrazione di enormi quantità di potere economico.

Ignorare questi problemi sarebbe irresponsabile.

Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che chi propone le regole non abbia interessi economici propri.

La domanda decisiva diventa quindi:

chi scriverà quelle regole?

I governi?

Le aziende?

Organismi internazionali?

Valutatori indipendenti?

O un sistema nel quale i grandi laboratori partecipano direttamente alla definizione degli standard che determineranno quali concorrenti potranno sopravvivere?

Sicurezza o consolidamento?

La vera battaglia sull’intelligenza artificiale potrebbe quindi non essere quella che appare in superficie.

Il dibattito pubblico parla di sicurezza.

Sotto di esso scorrono contemporaneamente almeno tre conflitti.

Il primo riguarda il controllo tecnologico: fino a che punto sistemi autonomi potranno diventare potenti prima che l’uomo perda la capacità di governarli?

Il secondo riguarda il controllo industriale: quali aziende potranno sostenere i costi necessari per rispettare le future normative?

Il terzo riguarda il controllo geopolitico: Stati Uniti o Cina, quale sistema tecnologico definirà gli standard mondiali?

Sono tre problemi differenti.

Ma oggi vengono discussi nello stesso tavolo.

Conclusione: la paura non è neutrale

Il rischio più grande sarebbe cadere in uno dei due estremi.

Da una parte considerare ogni allarme sull’intelligenza artificiale una messinscena orchestrata dalle multinazionali.

Dall’altra accettare che le stesse aziende che competono per conquistare un mercato da migliaia di miliardi possano stabilire senza contraddittorio quali regole debbano governarlo.

La sicurezza dell’IA è un problema reale.

Ma la politica della sicurezza non è economicamente neutrale.

Ogni limite produce vincitori e perdenti.

Ogni requisito di capitale restringe il numero dei concorrenti.

Ogni eccezione antitrust modifica gli equilibri del mercato.

Ogni rallentamento imposto a Washington modifica la distanza da Pechino.

Per questo la domanda fondamentale non è soltanto se l’intelligenza artificiale possa diventare troppo potente.

È anche un’altra:

chi acquisirà potere mentre cerchiamo di limitarla?

Perché dietro il dibattito sull’apocalisse tecnologica si sta combattendo una battaglia molto più concreta: quella per stabilire chi potrà costruire l’intelligenza artificiale, chi potrà finanziarla, chi potrà regolamentarla e quale potenza mondiale scriverà le regole dell’era che viene.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Anthropic – Series H, maggio 2026
https://www.anthropic.com/news/series-h

Reuters – Anthropic e prospettive di IPO
https://www.reuters.com/business/anthropic-ipo-valuation-hinges-190-200-billion-2028-revenue-forecast-sources-say-2026-08-15/

Financial Times – redditività e prospettive finanziarie di Anthropic
https://www.ft.com/content/4564e6a5-69e9-40a6-bf0f-a888f2f4f002

Axios – Jacob Coxon lascia Anthropic e rinuncia all’equity
https://www.axios.com/2026/09/09/anthropic-researcher-ai-warning-interview

TechCrunch – le dimissioni di Jacob Coxon e l’allarme sull’IA
https://techcrunch.com/2026/09/09/gambling-with-our-lives-anthropic-researcher-quits-warns-against-self-improving-ai/

Associated Press – divisioni nell’industria sulla proposta di rallentamento
https://apnews.com/article/1d9615931af28a83cb97489178e90f2d

Reuters – Trump e il dibattito sui nuovi “guardrail” dell’IA
https://www.reuters.com/

U.S. Senator Bernie Sanders – Ban Artificial Superintelligence Act
https://www.sanders.senate.gov/press-releases/news-sanders-casar-introduce-legislation-to-ban-artificial-superintelligence-and-temporarily-pause-advanced-ai-development/

U.S. Senator Bernie Sanders – AI Data Center Moratorium Act
https://www.sanders.senate.gov/press-releases/news-sanders-ocasio-cortez-announce-ai-data-center-moratorium-act/

CBS News – Sanders e Bannon alla Pro-Human Assembly
https://www.cbsnews.com/news/bernie-sanders-steve-bannon-bipartisan-ai-pro-human-conference/

The Guardian – dibattito sull’IA, antitrust e regulatory capture
https://www.theguardian.com/technology/2026/sep/14/ai-ceo-safety-slowdown

ControlAI
https://controlai.org/

WIRED – coordinamento tra aziende e problemi antitrust
https://www.wired.com/story/openai-wants-to-know-if-an-ai-industry-slowdown-would-even-be-legal

ORO SENZA REGISTRO: IL FIUME D’ORO CHE SFUGGE AI CONTROLLI E ALIMENTA L’ECONOMIA DELL’OMBRA

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Dalle miniere africane a Dubai, dalle raffinerie svizzere ai circuiti finanziari di Iran e Hezbollah: centinaia di tonnellate di metallo prezioso attraversano ogni anno un sistema nel quale origine, proprietà e destinazione possono diventare estremamente difficili da ricostruire.

C’è un’economia mondiale che compare nei bilanci, nelle statistiche doganali e nei registri delle banche centrali.

E poi ce n’è un’altra.

Corre sulle piste del Sahel, attraversa frontiere scarsamente controllate, arriva negli Emirati, passa attraverso commercianti, società intermediarie e raffinerie, cambia documenti, forma e talvolta perfino nazionalità commerciale.

Al centro di questo sistema c’è uno degli strumenti finanziari più antichi della storia:

l’oro.

Non soltanto riserva di valore. Non soltanto bene rifugio.

In determinate circostanze l’oro diventa qualcosa di molto più importante: una forma di liquidità fisica internazionale capace di muoversi al di fuori dei normali circuiti bancari.

Ed è precisamente questa caratteristica a renderlo prezioso per criminalità organizzata, gruppi armati, reti di riciclaggio e soggetti sottoposti a sanzioni.

IL GRANDE BUCO NERO DELL’ORO AFRICANO

Il primo dato necessario per comprendere le dimensioni del fenomeno arriva da SWISSAID.

Secondo il rapporto On the trail of African gold, ogni anno in Africa vengono prodotte senza essere dichiarate tra 321 e 474 tonnellate di oro artigianale.

Nel solo 2022 almeno 435 tonnellate di oro sarebbero uscite clandestinamente dall’Africa.

Più di una tonnellata al giorno.

E il fenomeno non sta diminuendo: secondo SWISSAID, il contrabbando africano di oro è più che raddoppiato tra il 2012 e il 2022.

Non stiamo quindi parlando di qualche lingotto nascosto dentro una valigia.

Parliamo di una filiera economica parallela da decine di miliardi di dollari.

Il problema fondamentale è la distanza tra ciò che viene estratto, ciò che viene ufficialmente esportato e ciò che i Paesi destinatari dichiarano invece di avere importato.

È proprio confrontando questi dati che emerge l’enorme zona grigia.

LA PORTA DI DUBAI

Uno degli snodi fondamentali è rappresentato dagli Emirati Arabi Uniti.

Secondo SWISSAID, tra il 2012 e il 2022 gli EAU hanno registrato l’importazione dall’Africa di circa 2.596 tonnellate di oro che nei Paesi africani d’origine non risultavano dichiarate all’esportazione.

È un dato impressionante.

Dubai è diventata negli ultimi decenni uno dei grandi crocevia mondiali dell’oro: compravendita, fusione, raffinazione, gioielleria, riesportazione.

Ed è qui che emerge uno dei problemi fondamentali della tracciabilità.

L’oro non conserva un passaporto.

Un lingotto può essere fuso.

L’oro proveniente da miniere differenti può essere mescolato.

Può essere nuovamente raffinato.

E una volta completato il processo, ricostruire fisicamente il giacimento dal quale proveniva diventa praticamente impossibile.

Rimane la documentazione.

Ed è proprio la qualità della documentazione a determinare quanto sia realmente trasparente la filiera.

DUBAI-SVIZZERA: QUANDO L’ORIGINE DIVENTA OPACA

La seconda tappa conduce in Europa.

In Svizzera.

Il Paese rappresenta uno dei maggiori centri mondiali della raffinazione aurifera. Secondo SWISSAID, quattro delle nove maggiori raffinerie mondiali si trovano sul territorio svizzero e una quota enorme dell’oro commercializzato globalmente passa attraverso il Paese.

Ma esiste una particolarità normativa fondamentale.

Secondo la ricostruzione di SWISSAID, la normativa doganale svizzera considera come origine dell’oro il suo ultimo luogo di trasformazione.

Il risultato è paradossale.

Oro estratto in Africa, esportato clandestinamente, arrivato negli Emirati e lì raffinato può entrare successivamente in Svizzera risultando statisticamente di provenienza emiratina.

La provenienza commerciale può quindi non coincidere con la provenienza mineraria.

È una distinzione apparentemente tecnica che diventa invece geopolitica.

Perché se non sappiamo dove è stato estratto l’oro, diventa molto più difficile sapere chi abbiamo finanziato acquistandolo.

L’ORO DEI CONFLITTI

Nel giugno 2026 l’International Institute for Strategic Studies ha pubblicato Mapping Risk and Resilience in the Global Illicit Gold Economy.

Il rapporto analizza dieci Paesi produttori:

Brasile, Burkina Faso, Colombia, Ecuador, Indonesia, Mali, Myanmar, Perù, Filippine e Sudan.

Il quadro che emerge collega l’oro illecito a una costellazione molto più ampia di problemi:

riciclaggio, corruzione, perdita di entrate fiscali, distruzione ambientale, criminalità organizzata, finanziamento di gruppi armati ed erosione dell’autorità dello Stato.

Il meccanismo è relativamente semplice.

Dove lo Stato perde il controllo del territorio, controllare una miniera significa controllare una fonte autonoma di ricchezza.

Un gruppo armato non deve necessariamente possedere direttamente la miniera.

Può tassare i minatori.

Può controllare le strade.

Può imporre pedaggi.

Può pretendere una percentuale sulla produzione.

Può gestire gli intermediari.

L’oro diventa così una sorta di sistema fiscale clandestino.

E rispetto ad altre materie prime presenta un vantaggio enorme: concentra un valore elevatissimo in pochissimo peso.

UN SISTEMA BANCARIO CHE STA IN UNA TASCA

È qui che il problema supera i confini dell’Africa.

Un lingotto non ha bisogno di SWIFT.

Non richiede un bonifico internazionale.

Non necessita necessariamente di una banca corrispondente.

Può essere trasportato, depositato, scambiato, fuso e riconvertito.

Per un soggetto sottoposto a sanzioni finanziarie rappresenta quindi potenzialmente una riserva di liquidità alternativa.

Le vicende dell’Iran e di Hezbollah mostrano quanto questo fenomeno sia diventato importante nelle strategie americane di contrasto alle reti finanziarie parallele.

200 MILIONI DI DOLLARI NASCOSTI TRA POMODORI E MELANZANE

Il 10 settembre 2026 Kharon ha pubblicato un’inchiesta emblematica.

Secondo la società di intelligence, quasi 200 milioni di dollari in oro sarebbero entrati in Iran dalla Turchia attraverso una rete di aziende iraniane formalmente attive soprattutto nel settore ortofrutticolo e delle coltivazioni in serra.

Peperoni.

Pomodori.

Melanzane.

E oro.

Il punto fondamentale è che il settore agricolo iraniano gode di un trattamento sanzionatorio differente rispetto ai comparti direttamente colpiti dalle restrizioni occidentali.

Una struttura commerciale apparentemente ordinaria può quindi costituire, secondo le ricostruzioni investigative, una copertura estremamente efficace per operazioni finanziarie molto più complesse.

L’oro diventa così il ponte tra economia reale, commercio internazionale e circuito finanziario parallelo.

HEZBOLLAH E JOOD SARL

Il caso libanese rende ancora più evidente il funzionamento del sistema.

Il 10 febbraio 2026 il Dipartimento del Tesoro statunitense ha sanzionato Jood SARL, società libanese attiva nel commercio di oro e metalli preziosi.

Secondo OFAC, Jood operava sotto la supervisione di Al-Qard Al-Hassan, struttura finanziaria collegata a Hezbollah e già sottoposta a sanzioni statunitensi.

L’accusa del Tesoro americano è molto precisa: la società avrebbe consentito di convertire le riserve auree di Hezbollah in fondi utilizzabili.

È il punto centrale dell’intero meccanismo.

L’oro non è soltanto ricchezza accumulata.

Può diventare liquidità.

E la liquidità significa capacità operativa.

Nel settembre 2026 anche il Terrorist Financing Targeting Center ha annunciato una nuova azione coordinata contro Jood e Mohamed Nayef Maged, indicato come alto funzionario di Al-Qard Al-Hassan e comproprietario della società.

LA RETE IRANIANA E IL CASO DELLA BANCA TURCA

Il 4 settembre 2026 Washington ha aperto un altro fronte.

OFAC ha sanzionato la turca Golden Global Yatirim Bankasi, insieme ad alcune controllate.

Secondo il Tesoro americano, l’istituto avrebbe facilitato transazioni per decine di milioni di dollari riconducibili alla Forza Qods dei Guardiani della Rivoluzione iraniana e avrebbe fornito accesso bancario internazionale utile a movimentare fondi iraniani.

Il Tesoro sostiene inoltre che la banca fosse stata utilizzata all’interno del cosiddetto shadow banking system iraniano per trasferire in Turchia proventi petroliferi provenienti dalla Cina attraverso oro e contante.

Golden Global Bank ha respinto pubblicamente le accuse, sostenendo di rispettare le normative bancarie e annunciando iniziative legali contro le sanzioni.

Ed è importante sottolinearlo: le contestazioni OFAC rappresentano la posizione ufficiale del governo statunitense, non una sentenza giudiziaria internazionale definitiva sui fatti contestati.

Ma il modello operativo descritto dagli investigatori americani è estremamente interessante.

Petrolio.

Valuta.

Oro.

Società intermediarie.

Banche.

Cambio.

Il sistema finanziario parallelo non sostituisce completamente quello tradizionale.

Gli gira attorno.

VENEZUELA: QUANDO PETROLIO E ORO SI INCONTRANO

Un altro capitolo conduce direttamente in America Latina.

Per anni il Venezuela ha rappresentato uno dei territori più delicati nel rapporto tra oro, petrolio, sanzioni e presenza iraniana.

Il 3 gennaio 2026 l’operazione americana Absolute Resolve ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e di sua moglie e al loro trasferimento fuori dal Venezuela.

La caduta del precedente equilibrio politico ha modificato radicalmente lo scenario regionale.

Ma eliminare un vertice politico non significa eliminare automaticamente un’economia clandestina.

Nell’Arco Minero dell’Orinoco operano da anni gruppi criminali, reti informali e strutture locali che hanno costruito la propria economia sull’estrazione e sulla commercializzazione clandestina del metallo.

È questo uno degli insegnamenti fondamentali della guerra all’oro illegale:

si può cambiare un governo in una notte; molto più difficile è cancellare una filiera clandestina costruita in vent’anni.

LA SVOLTA COLOMBIANA

Anche la Colombia è entrata in una nuova fase.

Abelardo De La Espriella ha assunto la presidenza il 7 agosto 2026, dopo aver costruito la propria campagna anche attorno a una linea molto più rigida sulla sicurezza.

Il nuovo governo ha impartito alle forze armate e alla polizia l’ordine di recuperare il controllo territoriale e contrastare le strutture criminali.

Il problema dell’oro illegale colombiano si inserisce esattamente in questa battaglia.

Perché coca e oro presentano una differenza fondamentale.

La cocaina è illegale praticamente ovunque.

L’oro no.

Una volta introdotto correttamente nel circuito commerciale, l’oro proveniente da un sito clandestino può diventare indistinguibile dall’oro perfettamente legale.

Ed è questa probabilmente la vulnerabilità più importante dell’intero sistema.

IL VERO PUNTO DEBOLE: LA PRIMA FUSIONE

Seguire un lingotto dopo dieci passaggi commerciali può essere quasi impossibile.

La battaglia deve quindi essere combattuta molto prima.

Nel momento nel quale il metallo estratto entra per la prima volta nel mercato.

Servono registri dei produttori.

Licenze.

Identificazione dei beneficiari effettivi delle società.

Documentazione del sito minerario.

Controllo degli intermediari.

Confronto sistematico tra statistiche di produzione, esportazione e importazione.

E soprattutto una modifica concettuale fondamentale:

non basta sapere da quale Paese arriva il lingotto. Bisogna sapere da quale Paese arriva l’oro.

Sono due cose completamente diverse.

LA GEOPOLITICA DELL’ORO SENZA PASSAPORTO

La grande battaglia finanziaria del XXI secolo non si combatte soltanto attraverso dollari, euro, yuan, criptovalute o sistemi di pagamento alternativi.

Si combatte anche attraverso un elemento vecchio di migliaia di anni.

L’oro.

Perché più aumenta la pressione sul sistema finanziario internazionale, più cresce l’interesse verso strumenti che possano esistere indipendentemente da quel sistema.

L’oro possiede precisamente questa caratteristica.

Non può essere spento da un server.

Non necessita di una password.

Non dipende dalla solvibilità di una banca.

Non porta scritto sulla superficie il nome della miniera dalla quale proviene.

Ed è proprio questa combinazione di valore, anonimato, fungibilità e convertibilità a renderlo contemporaneamente un bene rifugio perfettamente legittimo e uno strumento particolarmente appetibile per l’economia sommersa.

Dietro un lingotto perfettamente lucidato possono esserci una miniera industriale regolamentata oppure una buca scavata illegalmente nel Sahel.

Dietro possono esserci tasse regolarmente pagate oppure il pedaggio imposto da un gruppo armato.

Dietro può esserci una banca centrale oppure una rete di contrabbando.

Quando il metallo viene fuso, queste storie scompaiono.

Rimane soltanto l’oro.

Ed è esattamente questo il problema.


FONTI E APPROFONDIMENTI

International Institute for Strategic Studies – Mapping Risk and Resilience in the Global Illicit Gold Economy, 17 giugno 2026
https://www.iiss.org/research-paper/2026/06/mapping-risk-and-resilience-in-the-global-illicit-gold-economy/

IISS – Beyond “blood gold”: understanding the spectrum of illicit gold conflict, 3 luglio 2026
https://www.iiss.org/online-analysis/online-analysis/2026/07/beyond-blood-gold-understanding-the-spectrum-of-illicit-gold-conflict/

SWISSAID – On the trail of African gold
https://www.swissaid.ch/en/articles/on-the-trail-of-african-gold/

Kharon – A Very Convenient Cover: Nearly $200M in Gold Entered Iran Through a Network Selling Vegetables, 10 settembre 2026
https://www.kharon.com/brief/iran-gold-sanctions-amin-exchange-atavita-group

U.S. Department of the Treasury – Treasury Sanctions Operatives Generating Revenue for Hizballah and Exploiting Lebanon’s Cash Economy, 10 febbraio 2026
https://home.treasury.gov/news/press-releases/sb0393

OFAC – Designazione Jood SARL, 10 febbraio 2026
https://ofac.treasury.gov/recent-actions/20260210

Terrorist Financing Targeting Center – Follow-On Designations Targeting Hizballah’s Gold Exchange Network, 10 settembre 2026
https://www.tftc-istehdaf.org/news/terrorist-financing-targeting-center-announces-follow-designations-targeting-hizballah-s-gold-exchange-network/

Presidencia de Colombia – direttive del presidente De La Espriella alle forze armate, 26 agosto 2026
https://www.presidencia.gov.co/prensa/Paginas/Ustedes-tienen-la-mision-de-recuperar-la-seguridad-y-devolverles-la-tranquilidad-a-todos-los-colombianos-260826.aspx

IL GIGANTE E LA MACCHINA

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Majakovskij, l’utopia rivoluzionaria e la gabbia del socialismo reale

Il poeta aveva immaginato la Rivoluzione come una liberazione dell’uomo e della creatività. Si ritrovò invece davanti alla crescita di un apparato burocratico che pretendeva di amministrare non soltanto l’economia e la politica, ma progressivamente anche la cultura. La vicenda di Vladimir Majakovskij rimane così una delle rappresentazioni più potenti della collisione tra utopia rivoluzionaria e potere organizzato.

Ci sono uomini che attraversano un’epoca e uomini che finiscono per incarnarne le contraddizioni.

Vladimir Majakovskij appartiene alla seconda categoria.

Poeta, futurista, agitatore culturale, propagandista della Rivoluzione d’Ottobre, Majakovskij non fu semplicemente un intellettuale capitato nella Russia bolscevica. Credette nella possibilità che la rivoluzione politica coincidesse con una rivoluzione dell’uomo, della lingua, dell’arte, dei rapporti sociali e perfino della percezione della realtà.

Ed è precisamente per questo che la sua parabola conserva una forza straordinaria.

Perché l’uomo che aveva salutato la distruzione del vecchio mondo si trovò progressivamente davanti alla costruzione di una nuova macchina.

Una macchina fatta di uffici, funzionari, autorizzazioni, gerarchie, associazioni, ortodossie e conformismo.

Il gigante della poesia contro la macchina della burocrazia.

Ed è proprio in questo scontro che si manifesta una delle grandi contraddizioni del socialismo sovietico.


LA RIVOLUZIONE COME CREAZIONE

Per comprendere Majakovskij bisogna evitare un errore retrospettivo: immaginare che il mondo rivoluzionario degli anni immediatamente successivi al 1917 fosse già quello perfettamente irrigidito che caratterizzerà successivamente l’URSS staliniana.

Per una parte dell’avanguardia russa, la rivoluzione rappresentava qualcosa di molto più grande di un semplice cambio di governo.

Era la possibilità di rifare il mondo.

Futuristi, costruttivisti e sperimentatori immaginavano una società nella quale arte, tecnologia, industria e trasformazione sociale potessero fondersi.

Majakovskij partecipò direttamente a questa stagione.

La sua poesia rompeva la metrica tradizionale, deformava il linguaggio, trasformava la pagina e la declamazione. Collaborò alla propaganda rivoluzionaria e alle celebri finestre della ROSTA. Successivamente fu una delle figure centrali del LEF, il Fronte di Sinistra delle Arti.

Non osservava la rivoluzione dalla finestra.

Ne faceva parte.

Ed è questo particolare a rendere la sua storia politicamente interessante.

Majakovskij non era un aristocratico nostalgico dello zarismo né un oppositore liberale del bolscevismo.

Era un rivoluzionario.

Il problema nacque quando la rivoluzione cominciò a diventare istituzione.


DALL’UTOPIA ALL’AMMINISTRAZIONE

Ogni rivoluzione deve prima o poi confrontarsi con una domanda elementare: chi amministra ciò che la rivoluzione ha conquistato?

Nel caso sovietico la risposta assunse dimensioni enormi.

Uno Stato che pretendeva di dirigere quote sempre maggiori dell’economia, della produzione, della distribuzione e della vita collettiva aveva inevitabilmente bisogno di un apparato capace di raccogliere informazioni, emanare direttive, distribuire risorse e controllarne l’esecuzione.

La rivoluzione dell’improvvisazione doveva trasformarsi nella rivoluzione dei moduli.

Il rivoluzionario lasciava spazio al funzionario.

L’avanguardia all’apparato.

L’entusiasmo alla procedura.

È uno dei grandi paradossi del Novecento sovietico: un movimento nato promettendo l’abolizione delle vecchie gerarchie finì per produrre nuove gerarchie amministrative.

Il problema non sfuggì agli stessi protagonisti della rivoluzione.

La crescita della burocrazia divenne rapidamente oggetto di conflitto politico all’interno del movimento comunista e sarebbe stata successivamente denunciata con estrema durezza anche da Lev Trotsky.

Ma Majakovskij fece qualcosa di diverso.

La trasformò in teatro.


«LA CIMICE» E «IL BAGNO»: LA RIVOLUZIONE COMINCIA A DIVORARE SE STESSA

Le opere degli ultimi anni di Majakovskij sono fondamentali per comprendere la sua crescente insofferenza.

La cimice, scritta alla fine degli anni Venti, è una satira feroce dell’opportunismo, della piccola borghesia e delle contraddizioni della nuova società sovietica.

Ma è soprattutto Il bagno, scritto nel 1929 e rappresentato nel 1930, ad assumere un significato emblematico.

Al centro dell’opera c’è la burocrazia.

Majakovskij mette alla berlina il funzionario sovietico, l’apparato autoreferenziale, il linguaggio amministrativo, il potere che si giustifica attraverso se stesso.

Il bersaglio non è più semplicemente il vecchio mondo.

Il bersaglio è ciò che sta crescendo dentro il nuovo mondo.

Ed era un bersaglio estremamente delicato.

La commedia incontrò infatti critiche pesanti nella stampa sovietica. A Majakovskij venne contestato anche il modo in cui aveva affrontato il problema del burocratismo.

Il paradosso era quasi perfetto.

Un poeta rivoluzionario denunciava la burocrazia rivoluzionaria e veniva criticato dagli organismi culturali della rivoluzione per il modo in cui denunciava la burocrazia.

La macchina aveva cominciato a giudicare il suo cantore.


QUANDO LA RIVOLUZIONE VUOLE DECIDERE ANCHE L’ARTE

Qui emerge una questione ancora più profonda.

Il potere politico può tollerare un’arte autenticamente libera quando pretende contemporaneamente di organizzare integralmente la società?

L’avanguardia vive di deviazione.

Il potere vive di prevedibilità.

L’artista rompe il linguaggio.

La burocrazia lo standardizza.

L’artista introduce ambiguità.

La propaganda necessita di messaggi comprensibili.

L’artista produce eresia.

L’apparato produce ortodossia.

Prima o poi le due logiche entrano in collisione.

Bisogna però essere storicamente precisi.

Il realismo socialista non era ancora stato formalizzato come dottrina ufficiale quando Majakovskij morì nel 1930. La svolta istituzionale decisiva sarebbe arrivata successivamente, con la riorganizzazione delle organizzazioni artistiche sovietiche nel 1932 e con la progressiva affermazione del realismo socialista negli anni successivi.

Ma le pressioni verso la normalizzazione culturale erano già visibili.

L’ambiente nel quale si muoveva Majakovskij stava cambiando.

Lo sperimentalismo che aveva accompagnato la stagione rivoluzionaria diventava sempre più difficile da conciliare con un sistema politico che stava consolidando strutture, gerarchie e discipline.


IL PARADOSSO DEL SOCIALISMO REALE

È qui che il caso Majakovskij supera la biografia del poeta.

Diventa una questione politica.

Il socialismo rivoluzionario prometteva di liberare l’uomo dalle strutture economiche che lo dominavano.

Ma per amministrare centralmente una società complessa occorreva costruire un enorme sistema di comando.

Chi stabilisce quanto produrre?

Chi decide dove destinare le risorse?

Chi determina le priorità industriali?

Chi controlla il rispetto delle direttive?

Chi decide quali organizzazioni rappresentano realmente gli interessi collettivi?

Chi stabilisce quali deviazioni sono accettabili?

E, infine, chi controlla i controllori?

È il problema fondamentale di ogni sistema fortemente centralizzato.

Sostituendo una moltitudine di decisioni autonome con decisioni amministrative, il centro deve necessariamente acquisire informazioni e poteri sempre maggiori.

La burocrazia smette così di essere un incidente.

Diventa una necessità funzionale del sistema.

E quando il potere economico, politico e culturale tende a concentrarsi nello stesso apparato, la possibilità di sottrarsi alle sue decisioni diminuisce drasticamente.

La promessa dell’uguaglianza rischia allora di produrre una nuova classe dirigente: quella che non possiede formalmente i mezzi di produzione ma amministra l’accesso alle risorse dello Stato.

Il proprietario viene sostituito dal funzionario.

Il capitale privato dall’accesso politico.

Il mercato dalla gerarchia.

E il dissenso economico rischia di trasformarsi immediatamente in dissenso politico.


MAJAKOVSKIJ CONTRO IL FUNZIONARIO

Majakovskij comprese almeno una parte di questa metamorfosi.

La sua satira contro il burocrate non è soltanto una polemica contro l’impiegato inefficiente.

È molto di più.

Il burocrate rappresenta l’antitesi antropologica del poeta futurista.

Majakovskij vuole accelerazione.

Il burocrate produce attesa.

Majakovskij vuole invenzione.

Il burocrate pretende conformità.

Majakovskij vuole distruggere le forme precedenti.

Il burocrate trasforma ogni forma nuova in regolamento.

Uno vive dell’eccesso.

L’altro della procedura.

È lo scontro tra il Gigante e la Macchina.

E la tragedia è che quella macchina era nata dalla stessa rivoluzione nella quale il gigante aveva creduto.


CARMELO BENE: RESTITUIRE MAJAKOVSKIJ ALLA VOCE

Decenni più tardi, Carmelo Bene avrebbe trovato in Majakovskij un materiale straordinariamente congeniale alla propria ricerca teatrale.

Il rapporto di Bene con il poeta russo fu tutt’altro che episodico.

Lo Spettacolo-concerto Majakovskij attraversò infatti una parte considerevole della sua carriera, dalla prima edizione del 1960 fino alle successive riprese, arrivando alla stagione concertistica del 1980.

Bene non costruisce una semplice commemorazione politica del poeta sovietico.

Fa qualcosa di radicalmente diverso.

Lo sottrae alla statua.

Majakovskij torna voce.

Corpo.

Ritmo.

Eccesso.

Suono.

La parola smette di essere documento ideologico e ritorna evento.

La ricerca di Bene sulla voce e sulla futura «macchina attoriale» trova proprio nel materiale poetico russo uno dei suoi territori privilegiati.

Il suo spettacolo attraversa Majakovskij insieme a Blok, Esenin e Pasternak: poeti diversissimi, accomunati però dal rapporto traumatico con un secolo che aveva preteso di trasformare radicalmente l’uomo.

Nella lettura beniana il poeta non può essere ridotto alla funzione di portavoce.

La poesia eccede qualsiasi apparato che pretenda di appropriarsene.

Ed è precisamente questa eccedenza che rende Majakovskij ancora pericoloso.


IL SUICIDIO: ATTENZIONE ALLA LEGGENDA

Il 14 aprile 1930 Vladimir Majakovskij si sparò al cuore.

Aveva trentasei anni.

Sarebbe però troppo semplice — e storicamente scorretto — trasformare automaticamente il suicidio nella prova definitiva di una rottura politica con il comunismo.

La sua morte fu accompagnata da una situazione personale estremamente tormentata, da difficoltà sentimentali, tensioni professionali e crescente isolamento.

Non possediamo una prova che consenta di affermare semplicemente:

«Majakovskij si uccise perché aveva scoperto il fallimento del comunismo».

Sarebbe propaganda speculare alla mitizzazione sovietica.

Ma esiste un fatto difficilmente contestabile.

Negli ultimi anni della sua vita Majakovskij aveva rivolto la propria satira contro fenomeni — burocratizzazione, opportunismo, conformismo — che erano ormai presenti nella società costruita dalla rivoluzione alla quale aveva aderito.

Ed è questo che rende la sua vicenda immensamente più interessante di qualsiasi slogan.


TROTSKY E LA MORTE DEL POETA

La morte di Majakovskij provocò immediatamente una battaglia sulla sua eredità.

Trotsky intervenne nello stesso 1930 con un testo dedicato al suicidio del poeta.

La sua lettura era apertamente politica.

Trotsky denunciava la burocratizzazione della cultura rivoluzionaria e il controllo esercitato sulla produzione artistica, inserendo la tragedia di Majakovskij nel più ampio processo di degenerazione burocratica che, secondo la sua interpretazione, stava soffocando la rivoluzione.

Il punto è importante proprio perché la critica non proveniva dal liberalismo occidentale o dall’anticomunismo.

Proveniva dall’interno della tradizione rivoluzionaria marxista.

La domanda diventava quindi ancora più difficile da eludere:

come può una rivoluzione nata per liberare l’uomo finire per costruire un apparato che pretende di stabilire persino quale debba essere la sua arte?


LA MACCHINA VINCE SEMPRE?

Il dramma di Majakovskij contiene una lezione che supera l’Unione Sovietica.

Ogni utopia politica incontra prima o poi il problema dell’istituzione.

L’utopia promette l’uomo nuovo.

L’istituzione deve compilare il modulo dell’uomo nuovo.

L’utopia immagina spontaneità collettiva.

L’istituzione pretende procedure.

L’utopia vuole distruggere le gerarchie.

L’istituzione deve creare qualcuno che amministri la distruzione delle gerarchie.

È qui che nasce il paradosso.

Più vasto è il progetto di trasformazione della società, maggiore diventa il potere necessario per realizzarlo.

Più numerosi sono gli aspetti dell’esistenza che lo Stato pretende di organizzare, più grande deve diventare l’apparato incaricato di organizzarli.

E più cresce l’apparato, maggiore diventa il rischio che la rivoluzione non elimini il potere ma ne cambi semplicemente i detentori.

La storia sovietica avrebbe mostrato negli anni successivi quanto lontano potesse arrivare questo processo.

Majakovskij non vide il Grande Terrore.

Non vide le purghe della seconda metà degli anni Trenta.

Non vide l’apogeo dello stalinismo.

Morì nel 1930.

Ma vide abbastanza per trasformare il burocrate in una figura grottesca.

Ed è forse questa una delle ironie più amare della sua esistenza.

L’uomo che aveva prestato il proprio talento alla rivoluzione finì per utilizzare quello stesso talento contro uno dei