Home Blog Page 2

CHI CONTROLLA DAVVERO LA FINANZA MONDIALE?

0

La leggenda del “denaro ebraico”, il peso gigantesco della finanza occidentale e asiatica e l’ascesa dei capitali islamici

Per oltre un secolo una delle teorie politiche più resistenti sostiene che dietro banche, mercati finanziari, grandi aziende e governi esisterebbe una sorta di regia ebraica internazionale.

È una rappresentazione enormemente suggestiva, ma quando si abbandonano cognomi, genealogie e supposizioni e si cominciano a seguire bilanci, attivi, partecipazioni societarie, banche centrali, fondi pensione, fondi sovrani e flussi finanziari transfrontalieri, quella rappresentazione si dissolve.

La finanza mondiale non è organizzata intorno a una religione.

È organizzata intorno al capitale.

E i principali centri di accumulazione del capitale contemporaneo sono Stati Uniti, Europa, Cina, Giappone, grandi economie asiatiche e, con un peso crescente, monarchie petrolifere e finanziarie del Golfo.

Attribuire tutto questo agli “ebrei” non costituisce un’analisi economica.

È precisamente uno dei più antichi miti politici dell’antisemitismo moderno.

L’United States Holocaust Memorial Museum ricorda che i falsi Protocolli dei Savi di Sion costruivano precisamente questa immagine: un’organizzazione ebraica occulta capace di controllare politica, stampa, economia e finanza mondiale. Il documento fu smascherato come falso già all’inizio del Novecento, ma continua ancora oggi a circolare.

IL PRIMO ERRORE: CONFONDERE PERSONE E SISTEMA

Che nella storia della finanza siano esistiti importantissimi banchieri ebrei è evidente.

Come sono esistiti giganteschi banchieri cattolici, protestanti, musulmani, cristiano-ortodossi, induisti, buddhisti, agnostici e atei.

Ma una cosa è trovare personaggi appartenenti a una determinata comunità.

Un’altra è dimostrare che quella comunità controlli il sistema.

Per farlo occorrerebbe dimostrare una proprietà coordinata degli attivi finanziari mondiali.

I dati disponibili mostrano invece tutt’altra struttura.

Alla fine del 2025 le attività bancarie internazionali transfrontaliere rilevate dalla Bank for International Settlements avevano raggiunto circa 46 mila miliardi di dollari. Le statistiche BIS coprono circa il 95% dell’attività bancaria internazionale transfrontaliera.

Ma perfino concentrarsi sulle banche è ormai insufficiente.

Il Financial Stability Board calcola che nel 2024 il settore della Non-Bank Financial Intermediation, cioè fondi d’investimento, assicurazioni, fondi pensione, money market funds, società finanziarie e altri intermediari non bancari, disponesse di circa:

256.800 miliardi di dollari di attivi.

Il 51% degli attivi finanziari mondiali rilevati dal FSB.

Una cifra che da sola rende quasi grottesca l’immagine ottocentesca di alcune famiglie di banchieri che controllerebbero il pianeta.

LA FINANZA MONDIALE NON È PIÙ SOLTANTO “BANCA”

Il vero potere finanziario contemporaneo deve essere cercato almeno in sei grandi categorie:

  • banche commerciali e d’investimento;
  • banche centrali;
  • fondi pensione;
  • compagnie assicurative;
  • asset manager e fondi d’investimento;
  • fondi sovrani controllati dagli Stati.

A questi devono essere aggiunti hedge fund, private equity, private credit, family office e grandi patrimoni industriali.

Il capitale quindi non possiede una sola cabina di comando.

Possiede una rete di centri di potere spesso concorrenti fra loro.

Nel solo settore europeo, gli istituti di credito con sede nell’Unione Europea avevano circa 33.440 miliardi di euro di attivi nel settembre 2025.

Nella sola area euro, inoltre, il settore finanziario non bancario aveva raggiunto circa 58.700 miliardi di euro di attività a metà 2025.

Dove sarebbe quindi il presunto monopolio finanziario ebraico?

I bilanci non lo mostrano.

IL PARADOSSO DELLA TESI DEL “CONTROLLO EBRAICO”

Storicamente gran parte delle maggiori istituzioni finanziarie moderne è nata o si è sviluppata in paesi culturalmente prevalentemente cristiani:

Stati Uniti.

Regno Unito.

Germania.

Francia.

Italia.

Svizzera.

Paesi Bassi.

Canada.

Australia.

Non significa però che la finanza mondiale sia “controllata dai cristiani”.

Significa semplicemente che la rivoluzione industriale, il capitalismo finanziario moderno e i principali mercati dei capitali si svilupparono soprattutto nell’Europa e nel Nord America storicamente cristiani.

Trasformare questa constatazione geografica in una teoria religiosa sarebbe metodologicamente sbagliato esattamente come attribuire Wall Street agli ebrei.

Oggi poi il quadro è ancora più complesso perché Cina, Singapore, Corea del Sud, Giappone, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar sono diventati protagonisti imprescindibili della finanza internazionale.

L’ASCESA DELLA FINANZA ISLAMICA

Ed è qui che emerge una parte della storia quasi completamente assente dalle narrazioni complottiste occidentali.

Esiste oggi un enorme sistema finanziario esplicitamente costruito secondo principi islamici.

Non è un’invenzione.

Non è una teoria.

Si chiama Islamic finance.

Comprende:

Islamic banking,

sukuk,

fondi islamici,

takaful,

mercati finanziari conformi alla Sharia.

Secondo l’Islamic Financial Services Board, gli attivi complessivi dell’industria finanziaria islamica hanno raggiunto circa 4.400 miliardi di dollari nel 2025.

Nel 2024 erano circa 3.880 miliardi.

La crescita annuale era stata del 14,9%.

Circa il 70% dell’intero settore è costituito dall’Islamic banking.

Quattro trilioni e mezzo di dollari sono una potenza finanziaria gigantesca.

Ma bisogna anche mantenere le proporzioni.

Non significa che la finanza islamica domini il pianeta.

Messa a confronto con le centinaia di migliaia di miliardi di attività del sistema finanziario globale, rappresenta ancora una componente minoritaria.

La sua importanza deriva soprattutto da un altro fattore.

I FONDI SOVRANI

Il XXI secolo ha visto crescere enormemente una categoria di investitori che nelle vecchie teorie sul “potere dei banchieri” quasi non compare:

gli Stati stessi.

I Sovereign Wealth Funds sono fondi di investimento controllati direttamente o indirettamente dai governi.

Il loro capitale può derivare da:

petrolio,

gas,

avanzi commerciali,

riserve valutarie,

rendite pubbliche.

Una ricerca della Banca Mondiale osservava già come gli investitori controllati dagli Stati fossero diventati la terza maggiore categoria di detentori di attività finanziarie mondiali dopo banche e assicurazioni.

Ed è impossibile comprendere il sistema contemporaneo senza considerare il Golfo.

Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Kuwait controllano enormi masse di capitale attraverso i propri fondi sovrani.

Il FMI sottolinea oggi il ruolo degli investimenti transfrontalieri e dei Sovereign Wealth Funds nella strategia economica dei paesi del Gulf Cooperation Council.

Negli Emirati la dimensione è particolarmente impressionante.

Un’analisi del FMI pubblicata nel 2025 stimava che le attività dei fondi sovrani degli Emirati superassero complessivamente il 1.200% del PIL, con Abu Dhabi e Dubai sede dei principali veicoli sovrani.

Questi capitali investono nelle stesse economie occidentali che secondo le teorie complottiste sarebbero controllate esclusivamente da qualche dinastia ebraica.

Tecnologia.

Immobiliare.

Banche.

Private equity.

Infrastrutture.

Energia.

Sport.

Industria.

Mercati obbligazionari.

La realtà è quindi molto più interessante della caricatura.

IL PETRODOLLARO HA CAMBIATO LA FINANZA MONDIALE

Dagli anni Settanta un’enorme quantità della ricchezza generata dalla vendita di petrolio e gas del Medio Oriente è stata riciclata attraverso i mercati finanziari occidentali.

È uno dei processi fondamentali per comprendere la globalizzazione finanziaria.

Le monarchie petrolifere non hanno costruito un sistema separato dall’Occidente.

Sono diventate parte del sistema finanziario mondiale.

Investono nei mercati americani ed europei.

Comprano titoli.

Finanziano aziende.

Partecipano a fondi.

Acquistano infrastrutture.

Creano joint venture.

Finanziano grandi operazioni internazionali.

Contemporaneamente sviluppano Dubai, Abu Dhabi, Doha e Riyadh come poli finanziari internazionali.

Non esistono quindi due mondi finanziari completamente separati.

Esiste un sistema globale fortemente interconnesso.

MA ALLORA PERCHÉ CONTINUA LA STORIA DEGLI “EBREI CHE CONTROLLANO LE BANCHE”?

Qui entriamo nel terreno della propaganda.

La risposta non nasce dall’economia moderna.

Nasce dalla storia politica europea.

Il mito dell’ebreo finanziere internazionale precede ampiamente la nascita dei moderni movimenti islamisti.

L’Europa cristiana produsse per secoli stereotipi antiebraici; nel XIX e XX secolo questi furono trasformati nelle moderne teorie razziali e finanziarie del complotto.

I Protocolli dei Savi di Sion, comparsi nella Russia zarista, ne rappresentano l’esempio più famoso.

Quella propaganda fu successivamente esportata anche fuori dall’Europa.

Ed è qui che avviene un fenomeno importante.

QUANDO LA PROPAGANDA ANTISEMITA ENTRA NEL MEDIO ORIENTE

Una parte della propaganda politica araba, islamista e iraniana ha adottato nel corso del Novecento alcuni degli stessi miti prodotti originariamente dall’antisemitismo europeo.

Questo punto è documentabile.

Ma bisogna essere precisi.

Non significa “i musulmani”.

Significa determinati governi, organizzazioni, televisioni, propagandisti e movimenti politici.

L’Holocaust Memorial Museum documenta, per esempio, la diffusione dei falsi Protocolli nel Medio Oriente.

Nel 2003 una copia fu esposta alla Biblioteca di Alessandria.

Nel 2004 la televisione iraniana araba Al-Alam trasmise una serie che riprendeva elementi dei Protocolli e sosteneva l’esistenza di un controllo ebraico di Hollywood.

Un’edizione siriana del 2005 arrivò ad attribuire gli attentati dell’11 settembre a una cospirazione sionista.

Il Dipartimento di Stato americano ha inoltre documentato per anni la circolazione in Medio Oriente delle teorie secondo cui gli ebrei controllerebbero i media americani o il sistema bancario mondiale.

Questo è un fatto politico importante perché produce un gigantesco diversivo.

IL CAPRO ESPIATORIO È PIÙ FACILE DELL’ANALISI

Se si convince una popolazione che dietro ogni crisi economica esiste “il banchiere ebreo”, non bisogna più spiegare:

la corruzione interna,

la gestione delle rendite petrolifere,

le oligarchie locali,

i patrimoni delle famiglie regnanti,

le società statali,

i fondi sovrani,

le banche controllate dagli Stati,

la fuga dei capitali,

le reti clientelari,

la distribuzione della ricchezza.

Il complotto diventa una spiegazione universale.

Ed è precisamente questo uno dei problemi delle narrazioni identitarie sulla finanza.

NON È CORRETTO DIRE CHE “GLI ISLAMICI OPERANO NELL’OMBRA”

Anche questa affermazione deve essere corretta.

Una parte enorme della finanza del Golfo non opera affatto nell’ombra.

Banche islamiche, sukuk, fondi sovrani e società d’investimento operano normalmente nei mercati internazionali, pubblicano bilanci, emettono titoli, partecipano a società quotate e sono monitorati da autorità finanziarie nazionali e internazionali.

L’Islamic Financial Services Board produce addirittura statistiche specifiche sull’intero settore.

Il problema della trasparenza esiste, soprattutto quando si parla di fondi sovrani, strutture societarie, private equity e investimenti indiretti.

Ma non è un problema islamico.

È un problema dell’intera finanza internazionale.

Private credit, hedge fund, società offshore, trust, family office e veicoli societari occidentali possono essere altrettanto opachi.

Lo stesso Financial Stability Board riconosce ancora importanti limiti nella disponibilità di dati sul private credit globale.

Questa è la vera “zona d’ombra” da investigare.

LA DOMANDA GIUSTA NON È “DI CHE RELIGIONE SONO?”

Se vogliamo realmente capire chi controlla la finanza mondiale, le domande da porre sono altre.

Chi possiede gli attivi?

Chi esercita i diritti di voto?

Chi controlla le società attraverso partecipazioni incrociate?

Quali governi controllano i fondi sovrani?

Chi controlla le banche centrali?

Chi gestisce i fondi pensione?

Quali asset manager votano nelle assemblee delle grandi multinazionali?

Dove vengono custoditi i titoli?

In quali valute viene denominato il credito internazionale?

Quest’ultimo punto è particolarmente interessante.

Secondo la BIS, alla fine del terzo trimestre 2024 circa il 90% del credito bancario internazionale diretto era denominato soltanto in cinque valute:

dollaro statunitense,

euro,

yen,

sterlina,

franco svizzero.

Questo racconta molto più del potere finanziario mondiale di qualunque albero genealogico.

Non è una religione.

È una architettura monetaria.

IL VERO SISTEMA DI POTERE

Il sistema finanziario mondiale assomiglia quindi più a una rete multipolare che a una piramide etnica.

Al centro troviamo:

Stati Uniti e dollaro;

Europa ed euro;

centri finanziari britannici e svizzeri;

Giappone;

Cina e Hong Kong;

Singapore;

grandi asset manager occidentali;

fondi pensione;

assicurazioni;

fondi sovrani asiatici;

fondi sovrani del Golfo;

banche islamiche;

banche centrali;

mercati obbligazionari;

private equity;

hedge fund.

Tutti collegati fra loro.

Ed è proprio questa interdipendenza a rendere poco credibile qualsiasi teoria secondo cui un’unica comunità religiosa avrebbe conquistato segretamente il sistema.

LA CONCLUSIONE CHE DISTURBA ENTRAMBE LE PROPAGANDE

La leggenda secondo cui “gli ebrei controllano la finanza mondiale” non sopravvive all’esame dei dati.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato sostituirla con:

“sono i cristiani”,

oppure:

“sono i musulmani”.

Le economie occidentali storicamente cristiane hanno costruito una porzione enorme dell’architettura finanziaria moderna.

Le economie asiatiche hanno conquistato un peso gigantesco.

Le monarchie musulmane del Golfo hanno accumulato patrimoni sovrani immensi.

La finanza islamica ha superato i 4.400 miliardi di dollari di attivi.

E contemporaneamente alcuni governi, media e movimenti politici del Medio Oriente hanno effettivamente diffuso la vecchia teoria europea del complotto finanziario ebraico.

Ma questi due fatti non devono essere confusi.

Il primo riguarda il capitale.

Il secondo riguarda la propaganda.

La vera inchiesta quindi non dovrebbe chiedere:

“Quale religione controlla il mondo?”

Dovrebbe chiedere:

“Chi possiede realmente il capitale mondiale, attraverso quali istituzioni, con quali partecipazioni, attraverso quali Stati e con quale grado di trasparenza?”

Seguendo questa strada spariscono quasi immediatamente le leggende razziali.

E comincia finalmente l’analisi del potere.

Financial Stability Board – Global Monitoring Report on Non-Bank Financial Intermediation 2025 — dimensioni e struttura della finanza non bancaria mondiale. FSB – 256,8 trilioni di dollari nella finanza non bancaria — dati su fondi d’investimento, hedge fund, assicurazioni, fondi pensione e altri intermediari. FSB – Database e visualizzazioni sulla finanza non bancaria mondiale — utile per confrontare paesi e categorie di intermediari. Bank for International Settlements – International Banking Statistics — statistiche ufficiali sulla struttura geografica e valutaria dell’attività bancaria internazionale. BIS – International Banking Statistics, dicembre 2025 — mostra circa 46 trilioni di dollari di attività bancarie transfrontaliere a fine 2025. BIS – Global Liquidity Indicators — dati sul ruolo internazionale di dollaro, euro e yen nel credito globale. Banca Centrale Europea – dati consolidati sulle banche UE — le banche con sede nell’UE avevano circa 33,5 trilioni di euro di attivi a fine 2025. ECB Data Portal – attività delle banche sistemiche — database per approfondire gli attivi delle istituzioni finanziarie sistemicamente importanti.

COME MAI I RIPORTER DELLA CONTROINFORMAZIONE PARLANO SOLO DI “IMPERIALISMO AMERICANO” MA POI SOSTENGONO L’ISLAMIZZAZIONE? LA STORIA DIMENTICATA DI 1.400 ANNI DI CONQUISTE

0

C’è una parola che una certa controinformazione italiana pronuncia praticamente ogni giorno: imperialismo.

Imperialismo americano. Imperialismo occidentale. Imperialismo britannico. Imperialismo europeo. Colonialismo. NATO. Washington. Israele.

Su questo si producono ore di trasmissioni, articoli, conferenze, post, libri e interminabili sermoni contro il cosiddetto “Occidente collettivo”.

Poi, però, basta porre una domanda elementare per assistere a un improvviso blackout storico:

l’imperialismo è esistito soltanto quando a praticarlo erano europei e americani?

Perché se conquista militare, occupazione di territori stranieri, imposizione di tributi, deportazione, schiavitù, espansione politica e assoggettamento di altri popoli costituiscono imperialismo, allora è semplicemente impossibile raccontare la storia mondiale cancellando le gigantesche espansioni dei califfati, dei sultanati e degli imperi musulmani.

Non si tratta di accusare “i musulmani” di oggi per quello che fecero eserciti vissuti mille anni fa. Sarebbe storicamente assurdo quanto attribuire a un italiano contemporaneo le guerre di Giulio Cesare.

Si tratta di qualcosa di completamente diverso: applicare lo stesso metro storico a tutti.

Ed è proprio qui che una certa narrazione ideologica comincia a scricchiolare.

PRIMA DI TUTTO UNA PRECISAZIONE: L’ISLAM NON È UN IMPERO

Parlare genericamente di “imperialismo musulmano” rischia di confondere categorie differenti.

L’Islam è una religione mondiale praticata oggi da popolazioni diversissime. Nella storia sono invece esistiti califfati, emirati, sultanati e imperi governati da dinastie musulmane, spesso in guerra persino tra loro.

Arabi, berberi, persiani, turchi, curdi, afghani, mongoli islamizzati e altri popoli hanno costruito entità politiche profondamente differenti.

Inoltre, non ogni guerra combattuta da un sovrano musulmano fu una “guerra religiosa”: potere, territorio, tasse, commercio, rivalità dinastiche e controllo delle rotte strategiche furono motivazioni fondamentali, esattamente come negli imperi cristiani, europei, asiatici e premoderni in generale.

Fatta questa distinzione, rimane però un fatto enorme:

dal VII secolo in avanti alcune delle più spettacolari espansioni imperiali della storia furono realizzate da potenze governate da musulmani.

E cancellarle perché disturbano la favola dell’“Occidente unico conquistatore della storia” significa fare propaganda, non storia.

VII SECOLO: L’ESPANSIONE CHE CAMBIA IL MONDO

Quando Maometto morì nel 632, il nuovo movimento politico-religioso era concentrato soprattutto nella penisola arabica.

Pochi decenni dopo la situazione era completamente diversa.

Gli eserciti dei primi califfati travolsero due grandi potenze dell’epoca: sottrassero enormi territori all’Impero bizantino e provocarono il collasso dell’Impero sasanide.

Caddero o passarono sotto dominio musulmano territori corrispondenti, in tutto o in parte, agli attuali:

Arabia Saudita, Yemen, Oman, Emirati, Iraq, Siria, Giordania, Israele/territori palestinesi, Libano, Egitto, Iran e vaste zone dell’Asia centrale.

Non fu una lenta diffusione esclusivamente missionaria.

Fu anche conquista militare.

Bisogna avere il coraggio intellettuale di chiamarla con il suo nome.

Se un esercito europeo entra in un territorio, sconfigge il potere esistente, incorpora quella regione e impone una nuova autorità politica, lo definiamo conquista.

Per quale ragione dovremmo cambiare vocabolario quando i conquistatori provengono dalla penisola arabica?

IL CALIFFATO OMEYYADE: DALL’ATLANTICO ALL’ASIA CENTRALE

Con gli Omayyadi l’espansione raggiunse dimensioni impressionanti.

Il Nord Africa venne progressivamente conquistato.

Le armate musulmane attraversarono poi lo stretto di Gibilterra nel 711 e abbatterono il regno visigoto nella penisola iberica.

In pochi decenni il dominio omayyade arrivò a comprendere territori che oggi appartengono a:

Spagna, Portogallo, Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Medio Oriente, Iran, Afghanistan, Pakistan e parti dell’Asia centrale.

A est l’espansione raggiunse il bacino dell’Indo.

A ovest penetrò nella penisola iberica e successivamente oltre i Pirenei.

Nel 732 avvenne la celebre battaglia tradizionalmente chiamata di Poitiers o Tours, nella quale le forze franche di Carlo Martello affrontarono un esercito proveniente da al-Andalus.

Possiamo discutere per secoli sull’importanza strategica attribuita successivamente a quella battaglia.

Non possiamo però cancellare il contesto:

un impero nato in Arabia aveva raggiunto in circa un secolo l’Europa occidentale e l’Asia meridionale.

Se questa non è espansione imperiale, allora la parola “imperialismo” ha perso qualsiasi significato.

SICILIA, MEDITERRANEO E ITALIA

Anche l’idea che l’espansione musulmana non abbia riguardato direttamente l’Italia appartiene a una conoscenza estremamente superficiale della storia.

La Sicilia fu progressivamente conquistata dagli Aghlabidi a partire dal IX secolo e rimase sotto diversi domini musulmani fino alla conquista normanna.

Esistettero inoltre incursioni, basi e insediamenti musulmani in varie zone del Mediterraneo e dell’Italia meridionale.

Bari ebbe persino un emirato nel IX secolo.

Roma stessa subì nell’846 un’incursione durante la quale furono saccheggiate le basiliche di San Pietro e San Paolo, allora esterne alle mura cittadine.

Questo non significa naturalmente che “l’Islam conquistò l’Italia”.

Significa qualcosa di molto più semplice: il Mediterraneo medievale fu teatro di espansioni, incursioni, guerre, commercio, pirateria e schiavitù provenienti da entrambe le sponde.

La storia vera è enormemente più complicata della caricatura “Occidente aggressore contro resto del mondo vittima”.

LA PENISOLA IBERICA: QUASI OTTO SECOLI DI PRESENZA MUSULMANA

La conquista iniziata nel 711 produsse al-Andalus, una delle realtà politiche e culturali più importanti del Medioevo.

Ridurre al-Andalus a una semplice storia di oppressione sarebbe falso.

Fu anche un grande centro urbano, economico, scientifico e culturale.

Ma sarebbe altrettanto falso trasformarlo nella favola di una presenza arrivata pacificamente.

Al-Andalus nacque da una conquista militare.

Nel corso dei secoli i rapporti tra musulmani, cristiani ed ebrei cambiarono radicalmente secondo dinastie, periodi e territori.

Ci furono fasi di relativa tolleranza e altre di repressione.

Ci furono alleanze tra cristiani e musulmani contro altri cristiani o musulmani.

La storia medievale non conosce le categorie propagandistiche semplicistiche che oggi vengono applicate retroattivamente.

La Reconquista cristiana fu a sua volta una lunghissima successione di guerre, conquiste e riconquiste.

Ed è precisamente questo il punto:

perché le conquiste cristiane vengono raccontate come conquiste mentre quelle musulmane vengono spesso trasformate esclusivamente in “espansione culturale”?

L’INDIA: UN ALTRO ENORME CAPITOLO QUASI SEMPRE DIMENTICATO

L’espansione di dinastie musulmane nel subcontinente indiano costituisce un altro gigantesco capitolo.

La conquista araba del Sindh iniziò nell’VIII secolo.

Nei secoli successivi arrivarono le campagne dei Ghaznavidi e dei Ghuridi.

Alla fine del XII e all’inizio del XIII secolo le conquiste nel nord dell’India prepararono la nascita del Sultanato di Delhi, che avrebbe governato ampie parti del subcontinente attraverso diverse dinastie.

Successivamente arrivò l’Impero Mughal.

Anche in questo caso occorre evitare la storia da tifoseria.

I rapporti tra governanti musulmani e popolazioni hindu, sikh, jainiste e appartenenti ad altre comunità variarono enormemente.

Vi furono persecuzioni, distruzioni e guerre, ma anche collaborazioni, amministrazioni miste, alleanze matrimoniali, compromessi e lunghi periodi nei quali sovrani musulmani governarono popolazioni prevalentemente non musulmane.

L’India contemporanea porta ancora le tracce culturali, architettoniche, linguistiche e politiche di quella storia.

Ma rimane un dato impossibile da cancellare:

ampie regioni del subcontinente passarono sotto dinastie musulmane attraverso guerre e conquiste militari.

Perché questo capitolo dovrebbe scomparire quando si discute della storia dell’imperialismo?

ARRIVANO I TURCHI: L’IMPERO OTTOMANO

Poi esiste il gigantesco elefante nella stanza: l’Impero ottomano.

Per secoli fu una delle principali potenze imperiali del pianeta.

Gli Ottomani conquistarono territori bizantini, balcanici, arabi, mediterranei e nordafricani.

Nel 1453, Mehmet II conquistò Costantinopoli, ponendo definitivamente fine all’Impero bizantino.

L’espansione ottomana proseguì nei Balcani e nell’Europa centrale.

Belgrado cadde nel 1521.

La vittoria di Mohács nel 1526 distrusse gran parte dell’assetto politico del Regno d’Ungheria.

Vienna venne assediata nel 1529 e nuovamente nel 1683.

Per lunghi periodi gli Ottomani controllarono territori appartenenti oggi, integralmente o parzialmente, a:

Turchia, Grecia, Bulgaria, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Albania, Kosovo, Macedonia del Nord, Romania, Ungheria, Croazia, Montenegro, Cipro, Siria, Libano, Israele/territori palestinesi, Giordania, Iraq, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria e altre aree.

Era un impero.

Riscuoteva tributi.

Combatteva guerre.

Conquistava territori.

Perdeva territori.

Deportava popolazioni.

Utilizzava schiavi.

Organizzava sistemi amministrativi differenziati secondo appartenenza religiosa.

Combatteva altre potenze musulmane e cristiane.

E praticava una politica imperiale esattamente nel senso storico del termine.

Eppure ascoltando alcuni professionisti dell’“anti-imperialismo” sembrerebbe quasi che gli imperi siano stati inventati a Washington nel 1945.

LA SCHIAVITÙ: L’ALTRO GRANDE BUCO NERO

Lo stesso meccanismo selettivo emerge parlando di schiavitù.

La tratta transatlantica europea è giustamente studiata, documentata e condannata.

Ma esistettero anche vastissime reti schiavistiche nel Mediterraneo, nel Medio Oriente, nell’Africa settentrionale, nell’Oceano Indiano e nei territori governati da potenze musulmane.

Africani subsahariani, europei, slavi, caucasici e popolazioni di altre regioni finirono all’interno di sistemi schiavistici differenti nel corso di molti secoli.

I corsari barbareschi catturarono anche europei.

L’Impero ottomano utilizzò differenti forme di schiavitù.

Il sistema del devşirme, pur non essendo semplicemente equivalente alla tratta atlantica, prevedeva il reclutamento coatto di ragazzi cristiani, soprattutto balcanici, destinati al servizio dello Stato ottomano, inclusi i giannizzeri.

Ancora una volta: studiare questi fenomeni non assolve minimamente la tratta europea.

La completa.

La storia non è un tribunale nel quale bisogna scegliere quale civiltà dichiarare innocente.

QUANTI MORTI? QUI BISOGNA SMONTARE UN’ALTRA FORMA DI PROPAGANDA

Arriviamo alla domanda più delicata: quanti morti provocarono complessivamente quattordici secoli di conquiste compiute da imperi e movimenti politico-militari musulmani?

La risposta seria è:

non lo sappiamo.

E chi vi offre un numero unico e preciso — 20 milioni, 50 milioni, 100 milioni, 200 milioni — senza spiegare metodologia, periodo, territori e categorie utilizzate vi sta probabilmente vendendo propaganda invece di ricerca storica.

Per gran parte della storia medievale non possediamo registrazioni demografiche sufficientemente accurate per costruire un contatore globale affidabile.

Inoltre bisogna decidere che cosa contare:

morti sul campo di battaglia?

Civili massacrati?

Morti durante gli assedi?

Careste provocate dalle guerre?

Epidemie conseguenti alle campagne militari?

Rivolte represse?

Guerre civili tra potenze musulmane?

Schiavi morti durante il trasporto?

Le moderne banche dati sui conflitti mostrano quanto sia difficile determinare le vittime persino delle guerre contemporanee. Our World in Data sottolinea che UCDP, PRIO, Correlates of War e altri database utilizzano criteri differenti e possono arrivare a risultati diversi a seconda della definizione di “morte da conflitto”.

Pretendere quindi un totale scientificamente certo dal VII secolo a oggi sarebbe metodologicamente irresponsabile.

Ma questa incertezza numerica non cancella l’esistenza delle conquiste.

È possibile documentare la gigantesca estensione geografica degli imperi anche quando non possiamo determinare quante persone morirono complessivamente per costruirli.

LA MAPPA DELLE CONQUISTE È ENORME

Se mettiamo insieme, senza fingere che costituissero un unico impero continuo, i territori controllati in periodi diversi da grandi potenze musulmane nate attraverso processi di conquista, troviamo una fascia impressionante:

dalla penisola iberica al Nord Africa;

dal Mediterraneo ai Balcani;

dall’Anatolia al Caucaso;

dal Levante alla Mesopotamia;

dalla Persia all’Asia centrale;

dall’Afghanistan al subcontinente indiano.

Non significa che questi territori siano stati contemporaneamente sotto lo stesso governo.

Non significa che tutti siano stati convertiti con la forza.

Non significa che quattordici secoli di storia possano essere ridotti a una singola guerra religiosa.

Significa semplicemente che l’espansione imperiale non fu affatto un monopolio occidentale.

E OGGI? ATTENZIONE A NON CONFONDERE IMMIGRAZIONE E CONQUISTA

Qui occorre essere ancora più precisi.

Definire automaticamente l’immigrazione musulmana in Europa una “conquista militare” sarebbe storicamente scorretto.

Un immigrato marocchino che lavora a Milano non è un soldato omayyade.

Un cittadino musulmano francese non è l’Impero ottomano.

Una moschea costruita legalmente non equivale all’assedio di Vienna.

Se vogliamo criticare seriamente fenomeni contemporanei come islamismo politico, separatismo comunitario, radicalizzazione, imposizione della sharia da parte di gruppi estremisti o terrorismo jihadista, dobbiamo chiamarli con il loro nome invece di trasformare centinaia di milioni di persone in un unico soggetto politico immaginario.

Ma esiste davvero, ancora oggi, una forma armata di espansionismo jihadista.

E non è un’invenzione della “destra”.

DALLO STATO ISLAMICO AL SAHEL: L’ESPANSIONISMO JIHADISTA ESISTE DAVVERO

Nel 2014 lo Stato Islamico proclamò un “califfato” controllando territori in Iraq e Siria.

Non chiedeva semplicemente libertà religiosa.

Conquistava città, amministrava territori, riscuoteva tasse, imponeva la propria interpretazione della legge islamica, schiavizzava appartenenti a minoranze, perseguitava oppositori e cercava esplicitamente un’espansione territoriale.

Quello era un progetto politico-imperiale jihadista contemporaneo.

Il suo dominio territoriale in Iraq e Siria è stato successivamente distrutto, ma il jihadismo territoriale non è scomparso.

Oggi uno dei fronti più preoccupanti è l’Africa.

Le Nazioni Unite hanno documentato l’espansione delle aree operative di JNIM, affiliato ad al-Qaeda, e la persistente attività dello Stato Islamico nel Sahel. Un rapporto ONU del 2026 segnala significativi guadagni delle affiliate di al-Qaeda e ISIS nell’Africa occidentale e nel Sahel e l’espansione di JNIM verso gli Stati costieri e la Nigeria nord-occidentale.

Il Counter-Terrorism Committee dell’ONU descrive una minaccia terroristica estremamente elevata nell’Africa occidentale e segnala l’espansione di JNIM e dello Stato Islamico nel Grande Sahara attraverso vaste zone di Mali, Burkina Faso e Niger.

Nel 2025 le Nazioni Unite indicavano inoltre che l’Africa subsahariana rappresentava circa il 59% delle morti legate al terrorismo nel mondo, mentre il Sahel superava le 6.000 vittime legate al terrorismo per il terzo anno consecutivo.

Il problema quindi esiste.

Ma proprio perché esiste non abbiamo bisogno di inventarlo o gonfiarlo.

IL VERO SCANDALO È IL DOPPIO STANDARD

Ed eccoci al punto politico.

Non c’è assolutamente nulla di sbagliato nel criticare l’imperialismo americano.

Gli Stati Uniti hanno sostenuto colpi di Stato, combattuto guerre controverse, appoggiato regimi autoritari, effettuato interventi militari e perseguito brutalmente i propri interessi geopolitici.

Studiamolo.

Denunciamolo.

Discutiamolo.

Ma allora facciamolo con tutti gli imperi.

Parliamo dell’imperialismo britannico.

Di quello francese.

Di quello spagnolo.

Di quello portoghese.

Di quello russo.

Di quello sovietico.

Di quello giapponese.

Delle espansioni mongole.

Dell’imperialismo ottomano.

Dei califfati arabi.

Delle dinastie conquistatrici dell’India.

Della Persia imperiale.

Dell’espansionismo jihadista contemporaneo.

Altrimenti non stiamo studiando l’imperialismo.

Stiamo scegliendo un colpevole.

L’“IMPERIALISMO” COME PAROLA D’ORDINE

Ed è proprio questo uno dei problemi di certa controinformazione.

La parola “imperialismo” non viene sempre utilizzata come categoria storica.

Viene utilizzata come parola d’ordine ideologica.

“Imperialismo americano”.

“Imperialismo occidentale”.

“Colonialismo occidentale”.

“Egemonia occidentale”.

Dopodiché interi secoli di espansione di altre potenze vengono ridimensionati, relativizzati o semplicemente ignorati.

È un modo estremamente comodo di costruire la storia.

Si sceglie prima la tesi e poi si selezionano i fatti che la confermano.

Il risultato non è controinformazione.

È propaganda speculare.

Cambiano le bandiere, ma il metodo rimane identico.

E L’ISLAMIZZAZIONE DELL’EUROPA?

Anche qui bisogna distinguere due questioni che troppo spesso vengono mischiate.

L’aumento della popolazione musulmana attraverso immigrazione e natalità non è automaticamente imperialismo.

Ma l’esistenza di movimenti islamisti che vogliono trasformare istituzioni, diritto e società secondo una concezione politico-religiosa dell’Islam è invece un fenomeno politico reale e perfettamente legittimo da analizzare e criticare.

Difendere la libertà religiosa dei musulmani europei è compatibile con l’opposizione più netta all’islamismo politico.

Le due cose non sono in contraddizione.

Una democrazia liberale dovrebbe poter dire contemporaneamente:

un musulmano ha gli stessi diritti di qualsiasi altro cittadino; nessun movimento religioso ha il diritto di imporre le proprie regole alla società.

Il problema nasce quando una parte dell’area “anti-sistema” interpreta qualsiasi politica occidentale come imperialismo, ma considera automaticamente qualsiasi movimento anti-occidentale una forma di “resistenza”.

È qui che l’analisi geopolitica viene sostituita dalla tifoseria.

Essere nemici degli Stati Uniti non trasforma automaticamente nessuno in liberatore.

IL PARADOSSO DELLA CONTROINFORMAZIONE

Ed ecco allora la domanda che molti reporter della cosiddetta controinformazione dovrebbero finalmente affrontare:

perché siete ossessionati dall’imperialismo occidentale ma quasi muti davanti agli imperialismi prodotti dalle altre civiltà?

Perché Washington viene analizzata dal 1776 fino all’ultimo drone lanciato ieri mattina, mentre se si ricordano le conquiste omayyadi, ottomane o dei sultanati islamici improvvisamente bisogna “contestualizzare”?

Contestualizziamo tutto.

Benissimo.

Ma allora contestualizziamo anche l’America.

Contestualizziamo l’Europa.

Contestualizziamo le Crociate.

Contestualizziamo il colonialismo.

Contestualizziamo Israele.

Oppure smettiamo di usare la contestualizzazione come assoluzione selettiva.

LA STORIA NON HA UNA SOLA DIREZIONE

Il mondo non è mai stato diviso semplicemente tra “Occidente colonizzatore” e “resto del pianeta colonizzato”.

Questa è una caricatura ideologica.

La storia reale è infinitamente più scomoda.

Gli imperi hanno conquistato altri imperi.

Popoli precedentemente conquistati sono diventati conquistatori.

Cristiani hanno combattuto cristiani.

Musulmani hanno combattuto musulmani.

Cristiani e musulmani si sono alleati contro altri cristiani e musulmani.

Africani hanno ridotto in schiavitù altri africani.

Europei hanno schiavizzato africani.

Potenze musulmane hanno comprato, venduto e utilizzato schiavi africani ed europei.

Imperi asiatici hanno conquistato altri popoli asiatici.

Nessuna grande civiltà possiede il monopolio storico dell’innocenza.

E nessuna possiede il monopolio della colpa.

IL NUMERO CHE NON POSSIAMO INVENTARE

Per questo un’inchiesta seria sulle conquiste compiute da potenze musulmane dovrebbe rifiutare una tentazione molto diffusa sui social: inventare il “totale definitivo delle vittime dell’Islam”.

Quel numero scientificamente affidabile non esiste.

Possiamo ricostruire singole campagne.

Possiamo confrontare fonti.

Possiamo indicare intervalli quando gli storici li considerano attendibili.

Possiamo documentare città distrutte, massacri, deportazioni e popolazioni ridotte in schiavitù.

Ma sommare quattordici secoli di guerre diversissime e presentare il risultato come se provenisse da un moderno registro anagrafico sarebbe una manipolazione.

Persino per il periodo 1989-2024, per il quale disponiamo di strumenti enormemente migliori, UCDP calcola circa 3,9 milioni di morti dirette nei conflitti armati mondiali, specificando che il dato non comprende le morti indirette per fame e malattie e che le metodologie possono cambiare considerevolmente i risultati.

Figuriamoci stabilire con precisione matematica quanti morirono tra Damasco nel VII secolo, la Spagna nell’VIII, l’India medievale e i Balcani ottomani.

La differenza tra ricerca e propaganda consiste anche nel saper pronunciare tre parole:

non lo sappiamo.

CONCLUSIONE: SE CONDANNIAMO L’IMPERIALISMO, CONDANNIAMOLO TUTTO

Questo è il punto che una parte della controinformazione continua a evitare.

Non serve riscrivere la storia contro i musulmani.

Serve smettere di riscriverla a favore della propria ideologia.

L’espansione dei califfati arabi è storia.

La conquista della Persia è storia.

La conquista del Nord Africa è storia.

La conquista della penisola iberica è storia.

Le guerre nel Mediterraneo sono storia.

Le conquiste dei sultanati nel subcontinente indiano sono storia.

L’espansione ottomana nei Balcani è storia.

La conquista di Costantinopoli è storia.

Gli assedi di Vienna sono storia.

La schiavitù praticata nel mondo islamico è storia.

Il colonialismo europeo è storia.

La tratta atlantica è storia.

L’imperialismo russo è storia.

L’espansionismo americano è storia.

Il jihadismo territoriale contemporaneo è storia presente.

Non si cancella un imperialismo per condannarne un altro.

E soprattutto non si può costruire per decenni una narrativa nella quale qualsiasi movimento ostile all’Occidente diventa automaticamente “resistenza”, mentre qualsiasi azione occidentale diventa automaticamente “imperialismo”.

Quello non è pensiero critico.

È semplicemente la vecchia lettura binaria del mondo con un vestito nuovo.

La domanda quindi rimane sul tavolo:

se l’imperialismo è davvero il problema, perché raccontarne soltanto uno?

Perché indignarsi per Washington e dimenticare Costantinopoli?

Perché ricordare ogni colonia europea e ignorare l’espansione ottomana?

Perché raccontare giustamente la tratta atlantica e dedicare molto meno spazio alle altre gigantesche reti schiavistiche della storia?

Perché parlare continuamente di egemonia americana e molto meno dei movimenti jihadisti che ancora nel 2026 cercano concretamente di conquistare territorio e imporre il proprio ordinamento politico-religioso nel Sahel?

Nel febbraio 2026 un rapporto delle Nazioni Unite continuava a segnalare guadagni significativi delle affiliate di al-Qaeda e dello Stato Islamico nell’Africa occidentale e nel Sahel.

Quindi no: la storia delle conquiste non appartiene esclusivamente al passato.

Ma soprattutto non appartiene esclusivamente all’Occidente.

Chi vuole combattere l’imperialismo deve avere il coraggio di guardare tutti gli imperi.

Chi ne vede soltanto uno non sta facendo storia.

Sta facendo propaganda.

FONTI E APPROFONDIMENTI

Espansione islamica, primi Califfati e conquiste arabe

Encyclopaedia Britannica – Caliphate
https://www.britannica.com/place/Caliphate

Encyclopaedia Britannica – Umayyad dynasty
https://www.britannica.com/topic/Umayyad-dynasty-Islamic-history

Encyclopaedia Britannica – Abbasid Caliphate
https://www.britannica.com/topic/Abbasid-caliphate

Encyclopaedia Britannica – History of Arabia: The rise and expansion of Islam
https://www.britannica.com/place/Arabia-peninsula-Asia

World History Encyclopedia – Early Muslim Conquests
https://www.worldhistory.org/Early_Muslim_Conquests/

Conquista della Persia e scomparsa dell’Impero sasanide

Encyclopaedia Britannica – Sasanian dynasty
https://www.britannica.com/topic/Sasanian-dynasty

Encyclopaedia Iranica – Arab Conquest of Iran
https://iranicaonline.org/articles/arab-ii

Conquista islamica del Nord Africa

Encyclopaedia Britannica – North Africa: The Arab conquest
https://www.britannica.com/place/North-Africa

Conquista della Spagna e al-Andalus

Encyclopaedia Britannica – Al-Andalus
https://www.britannica.com/place/Al-Andalus

Encyclopaedia Britannica – Spain: Muslim Spain
https://www.britannica.com/place/Spain/Muslim-Spain

Battaglia di Tours/Poitiers

Encyclopaedia Britannica – Battle of Tours
https://www.britannica.com/event/Battle-of-Tours-732

Sicilia e presenza musulmana nell’Italia medievale

Encyclopaedia Britannica – Sicily: History
https://www.britannica.com/place/Sicily

Treccani – Emirato di Bari
https://www.treccani.it/enciclopedia/emirato-di-bari/

Espansione musulmana nel subcontinente indiano

Encyclopaedia Britannica – Delhi Sultanate
https://www.britannica.com/place/Delhi-sultanate

Encyclopaedia Britannica – Mughal dynasty
https://www.britannica.com/topic/Mughal-dynasty

Encyclopaedia Britannica – India: The early Muslim period
https://www.britannica.com/place/India

Impero Ottomano ed espansione nei Balcani e in Europa

Encyclopaedia Britannica – Ottoman Empire
https://www.britannica.com/place/Ottoman-Empire

Encyclopaedia Britannica – Mehmed II
https://www.britannica.com/biography/Mehmed-II-Ottoman-sultan

Encyclopaedia Britannica – Fall of Constantinople
https://www.britannica.com/event/Fall-of-Constantinople-1453

Encyclopaedia Britannica – Battle of Mohács
https://www.britannica.com/event/Battle-of-Mohacs

Encyclopaedia Britannica – Siege of Vienna
https://www.britannica.com/event/Siege-of-Vienna-1683

Schiavitù, tratta mediterranea e mondo islamico

Encyclopaedia Britannica – Slavery
https://www.britannica.com/topic/slavery-sociology

Encyclopaedia Britannica – Barbary pirate
https://www.britannica.com/topic/Barbary-pirate

Encyclopaedia Britannica – Janissary e sistema devşirme
https://www.britannica.com/topic/Janissary

Terrorismo jihadista e conquista territoriale contemporanea

United Nations Security Council – Counter-Terrorism Committee: West Africa
https://www.un.org/securitycouncil/ctc/content/west-africa

United Nations – Rapporto sulla minaccia di ISIL/Da’esh, Al-Qaeda e gruppi associati
https://digitallibrary.un.org/record/4102624/files/S_2026_44-EN.pdf

United Nations – Terrorism in Africa and the Sahel
https://www.un.org/sg/en/content/deputy-secretary-general/statements/2025-01-21/deputy-secretary-generals-remarks-the-security-council-maintenance-of-international-peace-and-security-countering-terrorism-africa-delivered

U.S. Department of State – Islamic State of Iraq and Syria (ISIS)
https://www.state.gov/foreign-terrorist-organizations/

Vittime delle guerre e problemi delle stime storiche

Our World in Data – How do researchers measure armed conflicts and their deaths?
https://ourworldindata.org/conflict-data-how-do-researchers-measure-armed-conflicts-and-their-deaths

Our World in Data – War and Peace
https://ourworldindata.org/war-and-peace

Uppsala Conflict Data Program – UCDP
https://ucdp.uu.se/

Per approfondire il jihadismo e i conflitti contemporanei

United Nations Office of Counter-Terrorism
https://www.un.org/counterterrorism/

United Nations Security Council – ISIL (Da’esh) and Al-Qaida Sanctions Committee
https://main.un.org/securitycouncil/en/sanctions/1267

Council on Foreign Relations – Global Conflict Tracker
https://www.cfr.org/global-conflict-tracker

KUSHNER, DROGA E ALBANIA: QUANDO IL WALL STREET JOURNAL TRASFORMA UN’INDAGINE SU UN ALTRO UOMO IN UN CASO CONTRO IL GENERO DI TRUMP

0

C’è un sistema molto semplice per costruire una storia politicamente esplosiva senza dover dimostrare l’accusa che il lettore finirà per ricordare.

Si prende Jared Kushner.

Gli si mette accanto un uomo accusato di riciclaggio.

Si aggiungono cocaina, criminalità organizzata, terreni contestati e oltre cento milioni di euro.

Si costruisce il titolo.

E il gioco comunicativo è fatto.

Il problema è che, quando si abbandona il montaggio narrativo e si cominciano a separare indagati, società, compratori, venditori, accuse e prove, la storia assume contorni molto differenti.

Il personaggio al centro dell’indagine penale non è Jared Kushner.

È Artur Shehu.

E questa non è una sottigliezza.

È la differenza fondamentale che dovrebbe separare un’inchiesta giornalistica rigorosa dalla colpevolezza per associazione.

Secondo i documenti della SPAK esaminati da Reuters, Shehu è sospettato di essere coinvolto nel traffico di cocaina sudamericana verso l’Europa, nel riciclaggio dei relativi proventi attraverso il settore immobiliare e nell’utilizzo di documentazione immobiliare presumibilmente falsificata.

Sono accuse gravissime.

Ma sono rivolte a Shehu e ai suoi presunti complici.

L’avvocato di Shehu le respinge.

E soprattutto Reuters precisa un particolare devastante per chi vuole trasformare questa storia nel “caso Kushner”: non risultano accuse di illecito nei confronti di Jared Kushner, delle società del progetto o degli altri investitori.

Non solo.

Reuters riferisce di non aver trovato indicazioni che gli investitori fossero a conoscenza delle accuse penali contro Shehu quando venne acquistato il terreno.

E allora bisogna fare la domanda che dovrebbe fare qualsiasi lettore:

DOV’È IL REATO DI KUSHNER?

Dov’è l’accusa della procura?

Dov’è il mandato di arresto?

Dov’è l’accusa di riciclaggio?

Dov’è l’accusa di traffico di droga?

Dov’è la prova che Kushner conoscesse le presunte attività criminali attribuite a Shehu?

Dov’è la prova di una partecipazione consapevole a quelle attività?

Allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, non c’è.

Eppure il nome che rende internazionale la storia non è quello dell’uomo accusato di riciclaggio.

È quello di Jared Kushner.

Perché?

Perché “uomo d’affari albanese indagato per riciclaggio e falsificazione immobiliare” è una storia.

“Jared Kushner, Albania, droga e 120 milioni” è tutta un’altra storia.

Ed è infinitamente più vendibile.

LA TECNICA È L’ASSOCIAZIONE

Il meccanismo comunicativo è potentissimo perché non richiede necessariamente di scrivere:

“Kushner riciclava denaro della droga.”

Sarebbe un’affermazione enorme da dimostrare.

È molto più efficace costruire invece una sequenza mentale:

KUSHNER → SHEHU → COCAINA → RICICLAGGIO → TERRENI → 120 MILIONI.

Poi lasciare che sia il lettore a completare inconsciamente il collegamento.

Questo è precisamente il punto sul quale la narrativa del Wall Street Journal deve essere contestata.

Perché un conto è documentare che una società collegata al progetto immobiliare abbia acquistato terreni da una persona successivamente finita al centro di un’indagine gravissima.

Un altro è trasformare quella circostanza nell’ennesima nube di sospetto attorno alla famiglia Trump.

Sono due cose completamente diverse.

ANCHE LA FORMULA “KUSHNER HA COMPRATO” SEMPLIFICA LA REALTÀ

C’è poi un altro particolare che viene facilmente sacrificato sull’altare della narrativa.

Reuters identifica l’acquirente come Albania Land Development, collegata agli sviluppatori del progetto e ad altri investitori.

Sazan Real Estate Development ha confermato che Kushner è un investitore, mentre l’esatta dimensione della sua partecipazione non è stata resa pubblica.

Tradotto:

non stiamo parlando necessariamente del semplicistico scenario nel quale Jared Kushner incontra personalmente Shehu, gli consegna cento milioni e compra il suo terreno.

Esiste una struttura societaria e finanziaria.

Se si vuole attribuire una responsabilità personale a Kushner bisogna quindi dimostrarla, non ricavarla semplicemente dal fatto che il suo nome sia associato al progetto.

E I FAMOSI 110 MILIONI?

Anche qui c’è un particolare enorme.

Secondo i documenti SPAK citati da Reuters, il terreno sarebbe stato venduto per circa 110 milioni di euro.

Ma la stessa procura avrebbe ordinato il congelamento del denaro sul conto del notaio.

Il denaro, quindi, secondo questa ricostruzione non sarebbe arrivato a Shehu.

Questo non cancella minimamente il problema della provenienza dei terreni.

Non cancella l’indagine.

Non cancella l’eventuale frode.

Ma cambia completamente la rappresentazione semplicistica secondo cui “il genero di Trump ha versato oltre cento milioni a un narcotrafficante”.

Non è ciò che risulta dai documenti disponibili.

LA QUESTIONE DEI TERRENI È REALE. ED È PROPRIO PER QUESTO CHE NON SERVE MANIPOLARLA

Qui bisogna essere rigorosi.

Esiste una vera controversia sulla proprietà dei terreni.

Esistono abitanti che rivendicano quelle proprietà.

Esistono accuse di falsificazione.

Esiste un’indagine SPAK.

Esistono questioni ambientali molto serie.

E il Wall Street Journal riferisce inoltre che alcuni abitanti avrebbero avvertito in precedenza Kushner dell’esistenza della controversia immobiliare.

Questa è una questione legittima.

Anzi, è probabilmente la domanda più seria da rivolgere agli investitori:

quali verifiche furono effettuate sulla proprietà prima dell’operazione?

Se gli investitori erano stati informati dell’esistenza di una controversia civile sulla titolarità dei terreni, perché decisero comunque di procedere?

Questa è un’inchiesta giornalistica.

Ma attenzione al salto logico.

Sapere che esiste una controversia sulla proprietà non significa sapere che il venditore sia presumibilmente coinvolto nel traffico internazionale di cocaina.

Sono due livelli completamente diversi.

Ed è precisamente qui che bisogna impedire alla narrativa di mescolarli.

“ERA STATO AVVERTITO” NON SIGNIFICA “SAPEVANO DELLA DROGA”

Questo passaggio è fondamentale.

Se Kushner o i suoi collaboratori hanno ricevuto comunicazioni dagli abitanti che contestavano la proprietà di Shehu, questo può diventare rilevante per valutare la due diligence dell’operazione.

Ma non dimostra automaticamente che conoscessero le successive accuse di narcotraffico e riciclaggio.

Confondere le due cose permette di produrre una suggestione potentissima:

“Kushner era stato avvertito e ha comprato lo stesso.”

Avvertito di cosa?

È questa la domanda.

Della controversia immobiliare?

Oppure delle presunte attività di traffico internazionale di droga?

Sono affermazioni enormemente differenti.

Reuters, dopo aver esaminato la documentazione SPAK, scrive che non risultano accuse di illecito contro Kushner e che non ha trovato indicazioni che gli investitori conoscessero i sospetti penali contro Shehu al momento dell’acquisto.

Questo dovrebbe campeggiare in caratteri enormi in qualsiasi ricostruzione seria.

IMMAGINATE LA STESSA TECNICA APPLICATA A CHIUNQUE ALTRO

Una multinazionale acquista un immobile.

Anni o mesi dopo il venditore viene accusato di evasione, riciclaggio o narcotraffico.

Il titolo diventa:

“La multinazionale e il narcotrafficante.”

Sarebbe sufficiente?

Naturalmente no.

La domanda sarebbe immediatamente:

la società sapeva?

Se non lo sapeva, il reato del venditore non diventa magicamente il reato dell’acquirente.

E se esistono prove che lo sapesse, allora quelle prove devono essere pubblicate.

È così che dovrebbe funzionare il giornalismo.

IL COGNOME TRUMP CAMBIA IMMEDIATAMENTE IL VALORE MEDIATICO DELLA STORIA

Kushner non è un investitore qualsiasi.

È il marito di Ivanka Trump e genero del presidente Donald Trump.

Il suo nome trasforma automaticamente una controversia immobiliare albanese in una storia politica internazionale.

Ed è precisamente per questo che il giornalismo dovrebbe applicare più cautela, non meno.

Perché l’enorme forza politica del nome rende ancora più facile trasformare fatti separati in un’unica suggestione.

Shehu è sospettato di determinati reati?

Si racconti.

I terreni venduti sono contestati?

Si racconti.

Gli abitanti avevano avvertito gli investitori?

Si racconti.

La due diligence potrebbe essere stata insufficiente?

Si indaghi.

Il governo albanese ha favorito il progetto?

Si documenti.

Le norme ambientali sono state modificate?

Si approfondisca.

Ma se si vuole insinuare che Jared Kushner abbia consapevolmente fatto affari con denaro o proprietà provenienti dal narcotraffico, allora bisogna portare la prova.

Non una fotografia.

Non una concatenazione di nomi.

Non una suggestione.

Una prova.

PERCHÉ REUTERS È PARTICOLARMENTE INTERESSANTE

Il confronto con Reuters è illuminante proprio perché Reuters racconta praticamente gli stessi elementi esplosivi.

Shehu.

Cocaina.

Riciclaggio.

Falsificazione.

Terreni del resort.

110 milioni di euro.

Kushner.

Ma contemporaneamente introduce la distinzione che impedisce al lettore di confondere i ruoli:

nessuna accusa di illecito contro Kushner o gli investitori e nessuna indicazione trovata da Reuters che conoscessero le accuse contro Shehu al momento dell’acquisto.

Questa frase cambia completamente la percezione della vicenda.

Ed è precisamente la differenza tra raccontare un collegamento commerciale e suggerire una complicità criminale.

NON È UNA DIFESA DI SHEHU

Vale la pena chiarirlo.

Contestare la narrativa non significa difendere Artur Shehu.

Se le accuse della SPAK saranno provate, dovrà risponderne davanti alla giustizia.

E se i documenti immobiliari sono stati falsificati, bisognerà determinare chi siano i veri proprietari e quali operazioni debbano essere annullate.

Analogamente, se emergerà che gli investitori conoscevano attività criminali, documenti falsificati o provenienza illecita dei beni, allora la valutazione dovrà cambiare immediatamente.

Ma questa è precisamente la differenza tra analisi e propaganda:

si giudicano le persone sulla base delle prove disponibili, non sulla base della vicinanza fotografica o commerciale con qualcuno accusato di un reato.

IL VERO TITOLO DOVREBBE ESSERE MOLTO MENO ESPLOSIVO

Se volessimo eliminare completamente il valore politico del nome Trump, la vicenda potrebbe essere sintetizzata così:

“Uomo d’affari albanese che ha venduto terreni a una società immobiliare internazionale indagato per riciclaggio e presunta falsificazione dei titoli di proprietà.”

Notizia grave.

Notizia importante.

Ma decisamente meno esplosiva.

Aggiungiamo:

“progetto sostenuto da Jared Kushner”.

Improvvisamente la storia diventa globale.

Aggiungiamo droga, Trump e cento milioni.

Ed ecco costruito il prodotto mediatico perfetto.

LA DOMANDA CHE SMONTA TUTTO IL CASTELLO

Alla fine basta una domanda.

Quale reato viene contestato a Jared Kushner in questa indagine?

Allo stato delle informazioni pubbliche disponibili: nessuno.

Seconda domanda:

quale prova dimostra che Kushner conoscesse le presunte attività di narcotraffico e riciclaggio attribuite a Shehu quando venne effettuata l’operazione?

Reuters afferma di non aver trovato indicazioni in questo senso.

Terza:

esiste invece una controversia immobiliare della quale gli investitori potrebbero essere stati informati?

Sì.

Ed è su questo che bisogna indagare.

Questa distinzione distrugge la parte più suggestiva della narrativa senza bisogno di nascondere un solo fatto.

IL GIORNALISMO NON DOVREBBE FUNZIONARE PER CONTAMINAZIONE

Il principio dovrebbe essere elementare:

il reato di A non diventa il reato di B perché B ha acquistato qualcosa da A.

Per trasformarlo in responsabilità di B servono altri elementi:

conoscenza,

partecipazione,

accordo,

consapevolezza,

occultamento,

beneficio illecito,

o altre prove concrete.

Altrimenti siamo davanti alla più antica tecnica di manipolazione politica:

la colpevolezza per associazione.

Ed è proprio questo che bisogna tenere a mente leggendo l’ennesimo titolo nel quale compaiono contemporaneamente le parole Kushner, Trump, droga, riciclaggio e milioni di dollari.

La storia albanese merita un’indagine durissima.

Ma proprio perché è seria, non ha bisogno di essere trasformata in una sceneggiatura.

Se emergeranno prove contro Kushner, si pubblichino.

Se emergerà che conosceva la provenienza fraudolenta delle proprietà, si documenti.

Se emergerà che conosceva le attività criminali attribuite a Shehu, diventerà uno scandalo completamente diverso.

Fino ad allora, però, rimane un principio che il giornalismo dovrebbe ricordare soprattutto quando di mezzo c’è qualcuno che politicamente detesta:

le responsabilità penali sono personali.

E mettere Jared Kushner nella stessa frase con cocaina e riciclaggio cento volte non costituisce la centounesima volta una prova.

FONTI

Wall Street Journal – Jared Kushner’s Albania Deal Is Entangled With an Accused Gangster
https://www.wsj.com/world/europe/jared-kushner-albania-shehu-drug-investigation-95391263

Reuters – Businessman who sold land for Kushner resort in Albania suspected of faking the deeds
https://www.reuters.com/world/europe/businessman-who-sold-land-kushner-resort-albania-suspected-faking-deeds-2026-07-11/

I MISERABILI RIPORTER PARLANO SEMPRE DI “UCCIDENTE”, MA DIMENTICANO 1.300 ANNI DI SCHIAVITÙ NEL MONDO ISLAMICO

0

C’è una parola che una certa controinformazione italiana sembra conoscere a memoria: Occidente.

Anzi, molto spesso non dice nemmeno Occidente. Dice ironicamente “Uccidente”.

Colonialismo occidentale. Imperialismo occidentale. Schiavismo occidentale. Capitalismo occidentale. Crimini occidentali. Sfruttamento occidentale.

Una cantilena ripetuta quotidianamente da sedicenti analisti, influencer geopolitici e reporter che pretendono di raccontare la storia liberandola dalla propaganda, salvo poi utilizzare una lente selettiva che illumina ossessivamente alcuni crimini e ne lascia altri nell’ombra.

E proprio la storia della schiavitù rappresenta uno degli esempi più evidenti.

Perché la tratta atlantica degli africani deve essere studiata, ricordata e condannata senza attenuanti. Ma esiste anche un’altra storia, durata per molti secoli, che attraversò Sahara, Mar Rosso, Oceano Indiano, Nord Africa, Medio Oriente e parte dell’Asia.

È la storia delle diverse tratte che alimentarono i sistemi schiavistici del mondo islamico.

Una storia che non cancella minimamente le responsabilità europee.

Dimostra, invece, quanto sia intellettualmente disonesto trasformare la schiavitù in un peccato esclusivamente occidentale.

UNA STORIA MOLTO PIÙ GRANDE DELLA NARRAZIONE SOCIAL

La deportazione di africani verso il Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Asia precedette di secoli la tratta transatlantica.

La General History of Africa patrocinata dall’UNESCO ricorda che l’esportazione significativa di schiavi dall’Africa nera verso il Mediterraneo, il Medio Oriente e parti dell’Asia risale almeno al IX secolo e continuò, attraverso forme e intensità differenti, per molti secoli, arrivando in alcuni contesti fino all’inizio del Novecento.

Non stiamo quindi parlando di qualche episodio marginale.

Stiamo parlando di sistemi commerciali sviluppatisi lungo un arco temporale enorme.

Le rotte erano molteplici.

Attraversavano il Sahara verso il Nord Africa.

Passavano attraverso il Mar Rosso.

Partivano dall’Africa orientale attraversando l’Oceano Indiano.

Rifornivano mercati situati in territori che oggi appartengono a numerosi Stati africani, mediorientali e asiatici.

L’UNESCO stessa documenta come l’Africa centrale e orientale fosse una delle principali zone nelle quali operavano cacciatori e mercanti di schiavi, molti dei quali arabi. Le vittime venivano trascinate per centinaia o persino più di mille chilometri verso la costa, Zanzibar e successivamente altri mercati dell’Arabia, della Persia e dell’India.

Questa storia esiste.

È documentata.

E non diventa islamofobia semplicemente perché qualcuno decide di raccontarla.

MA DAVVERO FURONO “14 MILIONI”?

Qui occorre fare esattamente ciò che molti propagandisti non fanno: distinguere la denuncia storica dallo slogan.

In rete circola frequentemente la cifra di 14 milioni di africani deportati attraverso la cosiddetta “tratta araba”.

Il problema è che non esiste un registro equivalente alla documentazione relativamente abbondante disponibile per la tratta atlantica che permetta di stabilire con precisione un’unica cifra definitiva.

Le stime cambiano enormemente a seconda di cosa venga incluso: tratta transahariana, Mar Rosso, Oceano Indiano, Africa orientale, periodi considerati, persone morte durante le marce e altri circuiti.

La scarsità e frammentarietà delle fonti rende quindi necessario parlare di stime, non di un numero matematicamente accertato.

Ed è proprio questa precisione che rende l’argomento più forte, non più debole.

Non abbiamo bisogno di gonfiare un numero per riconoscere l’enormità del fenomeno.

SCHIAVI AFRICANI VERSO IL MONDO ISLAMICO

Le vittime non erano soltanto uomini destinati ai lavori più pesanti.

Donne e bambini furono deportati in quantità enormi.

Gli schiavi potevano essere impiegati come domestici, lavoratori agricoli, soldati, concubine, servitori di corte e in molte altre funzioni.

La composizione della domanda cambiava inoltre enormemente secondo il luogo e l’epoca.

Ed esiste anche un capitolo particolarmente raccapricciante: quello degli eunuchi.

La castrazione di ragazzi e uomini destinati a determinati mercati schiavistici è una realtà storica.

Era una mutilazione devastante, effettuata in condizioni primitive e con rischi altissimi di morte.

Ma qui bisogna impedire alla propaganda di segno opposto di rovinarci un argomento storicamente serio.

POSSIAMO DIRE CHE TUTTI GLI SCHIAVI VENISSERO CASTRATI?

Sui social circola una spiegazione tanto semplice quanto impressionante:

“Non esistono discendenti degli schiavi africani nel mondo arabo perché tutti gli uomini venivano castrati.”

Presentata così, non è storicamente sostenibile.

Esistette un importante commercio di eunuchi e la castrazione fu praticata su una parte delle vittime. Ma gli eunuchi costituivano una categoria particolare all’interno di sistemi schiavistici enormemente più complessi.

Milioni di persone non possono essere ridotte a quella sola categoria.

E soprattutto è falsa l’idea che nel Nord Africa e nel Medio Oriente non esistano popolazioni con ascendenza africana subsahariana.

Esistono eccome.

La questione demografica è molto più complessa e riguarda, tra le altre cose, manomissione degli schiavi, matrimoni, assimilazione nelle popolazioni locali, struttura della schiavitù domestica, differenze nel rapporto tra uomini e donne deportati e assenza, in molti territori, di comunità segregate secondo il modello razziale sviluppatosi nelle Americhe.

Questa precisazione è fondamentale.

Perché denunciare una pagina dimenticata della storia non significa sostituire una propaganda con un’altra.

LA CASTRAZIONE RESTA UNA PAGINA TERRIBILE

Correggere l’esagerazione non significa cancellare il fenomeno.

Il commercio degli eunuchi esistette e rappresenta uno degli aspetti più brutali della storia della schiavitù.

La castrazione significava mutilare deliberatamente il corpo di un essere umano trasformato in merce.

E spesso il processo avveniva prima dell’arrivo sul mercato finale.

Questo permette anche di comprendere perché parlare genericamente di “arabi che castravano gli schiavi” sia storicamente troppo semplicistico: le reti comprendevano intermediari, mercanti e operatori appartenenti a popolazioni differenti.

La responsabilità storica va ricostruita, non trasformata in responsabilità collettiva degli arabi o dei musulmani contemporanei.

Esattamente come nessun europeo contemporaneo dovrebbe essere considerato personalmente responsabile della tratta atlantica.

ZANZIBAR: QUELLA STORIA CHE DISTURBA LA NARRAZIONE

Basta guardare all’Africa orientale.

Zanzibar diventò uno dei grandi centri del commercio regionale degli schiavi.

Dall’interno dell’Africa uomini, donne e bambini venivano catturati e costretti ad affrontare marce estenuanti verso la costa.

La documentazione UNESCO relativa alla Central Slave and Ivory Trade Route ricorda che alcuni percorsi raggiungevano 1.200 chilometri e conducevano verso Bagamoyo, Zanzibar e successivamente Arabia, Persia e India.

Pensiamo per un momento a cosa significa.

Essere catturati.

Separati dalla famiglia.

Incatenati.

Costretti a camminare centinaia di chilometri.

Vedere morire altri prigionieri durante il percorso.

Essere portati su un mercato.

Essere esaminati.

Comprati.

Venduti.

Trasportati nuovamente.

Ridotti legalmente e materialmente alla condizione di proprietà di un’altra persona.

Se una vicenda simile riguarda una potenza europea, giustamente viene definita per quello che è: una tragedia umana e un crimine storico.

Per quale ragione dovrebbe cambiare il giudizio quando gli attori appartengono a un’altra civiltà?

IL PROBLEMA NON È PARLARE DEI CRIMINI OCCIDENTALI

Qui arriviamo al vero bersaglio di questo articolo.

Il problema non è raccontare la tratta atlantica.

Bisogna raccontarla.

Bisogna insegnare cosa fecero portoghesi, britannici, francesi, spagnoli, olandesi e gli altri protagonisti del sistema.

Bisogna raccontare anche il ruolo delle élite e dei regni africani coinvolti nella cattura e vendita di altri africani.

La stessa UNESCO sottolinea come la schiavitù e il commercio di esseri umani abbiano avuto manifestazioni precedenti e differenti, ricordando esplicitamente sistemi presenti nell’antica Grecia, a Roma e nel mondo arabo.

La storia diventa propaganda quando si decide prima chi deve rappresentare il carnefice eterno e poi si selezionano esclusivamente i fatti compatibili con quella conclusione.

Ed è esattamente qui che una parte della cosiddetta controinformazione mostra tutta la propria ipocrisia.

“UCCIDENTE”: LA PAROLA MAGICA CHE SOSTITUISCE L’ANALISI

Apriamo certi canali.

Leggiamo certi account.

Ascoltiamo certi sedicenti geopolitici.

Il vocabolario è quasi sempre identico.

“Uccidente”.

“Colonialismo”.

“Imperialismo”.

“Suprematismo”.

“Capitalismo predatorio”.

“Nord globale”.

Poi però proviamo a pronunciare altre parole.

Tratta transahariana.

Silenzio.

Zanzibar.

Silenzio.

Schiavitù nel mondo islamico.

Improvvisamente arrivano mille distinguo.

Eunuchi africani.

Argomento scomodo.

Schiavitù nell’Oceano Indiano.

Pagina saltata.

È curioso.

Quando il colpevole è occidentale, la responsabilità sembra poter attraversare cinque secoli e arrivare direttamente fino all’uomo europeo contemporaneo.

Quando il fenomeno riguarda altre civiltà, improvvisamente scopriamo la complessità storica.

Eppure la complessità dovrebbe valere sempre.

LA SCHIAVITÙ NON HA UNA SOLA BANDIERA

Questa è forse la verità più semplice e contemporaneamente più indigesta per chi interpreta la storia attraverso un’ideologia.

La schiavitù non è stata inventata dagli europei.

Non è stata inventata dagli arabi.

Non è stata inventata dai musulmani.

È un’istituzione antichissima comparsa, con caratteristiche differenti, in moltissime società umane.

Grecia.

Roma.

Africa.

Medio Oriente.

Asia.

Americhe precolombiane.

Europa.

Imperi islamici.

Imperi coloniali europei.

Regni africani.

Trasformare questa storia gigantesca nella favola elementare “Occidente carnefice, resto del mondo vittima” non è storiografia.

È propaganda politica applicata retroattivamente alla storia.

E LA TRATTA ATLANTICA?

Naturalmente esiste immediatamente l’obiezione:

“State cercando di minimizzare la tratta atlantica.”

No.

È esattamente il contrario.

Riconoscere contemporaneamente due atrocità non significa dimezzare la gravità di ciascuna.

La tratta transatlantica deportò milioni di africani e contribuì alla costruzione di economie coloniali fondate sullo sfruttamento umano. L’UNESCO sottolinea sia le dimensioni gigantesche del fenomeno sia le conseguenze sociali e razziali che continuarono molto dopo l’abolizione.

Riconoscerlo non obbliga nessuno a cancellare ciò che avveniva contemporaneamente o precedentemente sulle altre rotte.

La memoria non è un gioco a somma zero.

Possiamo ricordare le navi dirette verso le Americhe e le carovane attraverso il Sahara.

Possiamo ricordare le piantagioni caraibiche e i mercati di Zanzibar.

Possiamo ricordare gli schiavi nelle Americhe e quelli deportati verso Nord Africa, Arabia, Persia e India.

Anzi, dovremmo farlo.

IL VERO DOPPIO STANDARD

Ed eccoci quindi all’ipocrisia.

Non quella degli storici seri, che da decenni studiano queste tratte.

Non quella dell’UNESCO, che attraverso il progetto sulle Routes of Enslaved Peoples cerca esplicitamente di ampliare e preservare la memoria mondiale della schiavitù.

Parliamo invece di quella controinformazione ideologica che seleziona dalla ricerca storica soltanto ciò che può essere trasformato in un atto d’accusa contro l’Occidente.

Gli stessi reporter che pretendono di insegnarci ogni giorno quanto sia criminale leggere la geopolitica attraverso categorie semplicistiche utilizzano poi uno schema semplicissimo:

Occidente = imperialista.

Avversario dell’Occidente = resistente.

Occidente = colonialista.

Avversario dell’Occidente = vittima.

Occidente = carnefice storico.

Mondo non occidentale = eterna vittima.

La storia reale manda in frantumi questa caricatura.

NON ESISTONO CIVILTÀ SENZA PAGINE OSCURE

La maturità di una società si misura anche dalla capacità di guardare i propri crimini.

L’Europa deve farlo.

Gli Stati Uniti devono farlo.

Il mondo arabo deve farlo.

Il mondo islamico deve farlo.

L’Africa deve affrontare anche il ruolo svolto da regni, commercianti e intermediari africani nelle differenti tratte.

Nessuno dovrebbe avere un lasciapassare ideologico.

Nessuno dovrebbe essere trasformato nel male assoluto.

E nessuno dovrebbe essere assolto perché utile alla battaglia politica del momento.

LA STORIA NON È UN TRIBUNALE CONTRO L’OCCIDENTE

Forse è proprio questo che irrita maggiormente certi professionisti della controinformazione.

La storia vera è complicata.

Non rispetta gli slogan.

Non divide l’umanità tra “imperialisti occidentali” da una parte e innocenti “popoli resistenti” dall’altra.

Contiene conquistatori europei e conquistatori arabi.

Schiavisti bianchi e schiavisti neri.

Mercanti cristiani, musulmani e appartenenti ad altre culture.

Imperi europei e imperi islamici.

Vittime e carnefici che cambiano attraverso epoche e territori.

È precisamente questa complessità che la propaganda non sopporta.

Perché se raccontassimo tutta la storia della schiavitù, diventerebbe molto più difficile utilizzare il passato come una clava politica esclusivamente contro l’Occidente.

Ed ecco allora la domanda che dovremmo rivolgere ai miserabili reporter che parlano continuamente di “Uccidente”:

perché siete così interessati ai crimini di una civiltà e così poco interessati a quelli delle altre?

Se volete raccontare la schiavitù, raccontatela tutta.

Raccontate l’Atlantico.

Raccontate il Sahara.

Raccontate il Mar Rosso.

Raccontate l’Oceano Indiano.

Raccontate Zanzibar.

Raccontate i mercati degli schiavi.

Raccontate gli eunuchi e le mutilazioni.

Raccontate le responsabilità europee.

Raccontate quelle arabe, ottomane, persiane e africane.

Raccontate soprattutto le vittime, invece di utilizzarle come munizioni per le vostre battaglie ideologiche.

Perché quelle persone non erano occidentali, orientali, multipolariste o imperialiste.

Erano esseri umani.

E meritano memoria anche quando la loro storia non serve alla vostra propaganda.


FONTI E APPROFONDIMENTI

UNESCO – The Routes of Enslaved Peoples: 30 Years of Dedicated Work for Peace and Social Justice
https://www.unesco.org/en/articles/routes-enslaved-peoples-30-years-dedicated-work-peace-and-social-justice

UNESCO World Heritage Centre – The Central Slave and Ivory Trade Route
https://whc.unesco.org/en/tentativelists/2095/

UNESCO – Slave Routes: A Global Vision
https://www.unesco.org/archives/multimedia/document-1637-eng-2

UNESCO – Slave Trade Archives
https://www.unesco.org/en/articles/slave-trade-archives

UNESCO – The Deep Legacy of Slavery
https://www.unesco.org/en/articles/deep-legacy-slavery

UNESCO – General History of Africa
https://unesdoc.unesco.org/

I CANI DA RIPORTO DELLA CONTROINFORMAZIONE ITALIANA: ESALTANO L’“IRAN RESISTENTE”, MA QUANDO TEHERAN IMPICCA I DISSIDENTI QUESTI FATTI SEMBRANO NON ESISTERE

0

La retorica dell’“Asse della Resistenza” racconta una Repubblica Islamica eroica perché sfida Stati Uniti, Israele e Occidente. Ma c’è un Iran che questa narrazione troppo spesso lascia fuori dall’inquadratura: quello dei manifestanti arrestati, dei dissidenti condannati, delle donne represse e delle persone mandate al patibolo. Ora l’allarme arriva direttamente dalle Nazioni Unite.

C’è un cortocircuito che attraversa una parte della cosiddetta controinformazione italiana.

Quando si parla dell’Iran sulla scacchiera internazionale, improvvisamente tutto diventa “resistenza”.

Resistenza all’imperialismo.

Resistenza all’Occidente.

Resistenza agli Stati Uniti.

Resistenza a Israele.

Resistenza all’ordine unipolare.

Resistenza al globalismo.

Il vocabolario cambia pochissimo e il copione ancora meno.

La Repubblica Islamica viene rappresentata soprattutto come una potenza accerchiata che combatte contro un sistema occidentale aggressivo. Ogni sanzione diventa imperialismo, ogni operazione militare occidentale diventa aggressione, ogni mossa iraniana viene reinterpretata nel grande racconto dell’“Asse della Resistenza”.

Ma proviamo a spostare per qualche minuto la telecamera.

Non verso Washington.

Non verso Tel Aviv.

Non verso Hormuz.

Non verso Gaza.

Portiamola dentro l’Iran.

Perché lì esiste una realtà molto meno comoda da inserire nella mitologia dell’“Iran resistente”.

Quella delle prigioni.

Delle condanne capitali.

Delle proteste represse.

Dei processi contestati dalle organizzazioni internazionali.

E delle esecuzioni.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk ha lanciato nell’agosto 2026 un allarme difficilmente liquidabile come propaganda americana o israeliana: almeno 56 persone sono state giustiziate dal 19 marzo per accuse legate alla sicurezza nazionale, comprese 27 persone coinvolte in casi collegati alle proteste antigovernative dell’inizio dell’anno.

E oltre cento persone rischierebbero ancora la pena capitale per accuse analoghe.

Türk è arrivato direttamente al cuore del problema: secondo l’Alto Commissario, la pena capitale continua a essere utilizzata per instillare paura nella popolazione e reprimere il dissenso.

Questa volta non lo dice Washington.

Non lo dice Netanyahu.

Non lo dice il Mossad.

Lo dice l’ONU.

Ed è precisamente qui che diventa interessante osservare il comportamento di una parte dell’informazione alternativa occidentale.

Perché se il criterio utilizzato per giudicare un governo cambia completamente a seconda della sua collocazione geopolitica, non siamo più davanti a informazione indipendente.

Siamo davanti a un’altra forma di selezione ideologica delle notizie.

QUANDO L’IRAN È “RESISTENTE”, GLI IRANIANI SCOMPAIONO

Il paradosso più evidente della narrazione filo-Teheran è proprio questo.

Si parla continuamente dell’Iran.

Molto meno degli iraniani.

Si parla dell’Iran che resiste agli Stati Uniti.

Dell’Iran che sfida Israele.

Dell’Iran che sostiene Hezbollah.

Dell’Iran che appoggia l’“Asse della Resistenza”.

Dell’Iran che combatte l’egemonia occidentale.

Ma che cosa accade quando a “resistere” sono gli iraniani contro il proprio governo?

Qui il significato politico della parola sembra improvvisamente cambiare.

Quando il manifestante combatte contro un governo occidentale è un resistente.

Quando protesta contro un governo considerato antioccidentale rischia invece di diventare, nella propaganda del regime, un provocatore, un agente straniero, un sabotatore o una pedina dell’imperialismo.

È una contraddizione enorme.

La libertà politica non può dipendere dalla bandiera che sventola sopra il palazzo presidenziale.

Un manifestante non acquista o perde dignità sulla base dell’alleanza geopolitica del governo contro cui protesta.

I NUMERI NON SONO UNA COSTRUZIONE DELLA “PROPAGANDA SIONISTA”

Il problema diventa ancora più evidente osservando la tendenza degli ultimi anni.

Già nell’agosto 2025 l’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani denunciava almeno 841 esecuzioni dall’inizio dell’anno.

Solo nel luglio 2025 erano state eseguite cento persone, più del doppio rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Le Nazioni Unite parlavano apertamente di un possibile modello sistematico di utilizzo della pena capitale come strumento di intimidazione statale e repressione del dissenso.

E non si trattava di una novità.

Già nel gennaio 2023 Volker Türk aveva denunciato la trasformazione delle procedure penali in uno strumento contro persone che esercitavano diritti fondamentali, parlando di esecuzioni utilizzate per terrorizzare la popolazione e reprimere le proteste.

Le denunce riguardavano anche problemi gravissimi nel funzionamento della giustizia: disposizioni penali formulate in maniera vaga, difficoltà nell’accesso a un avvocato scelto dall’imputato, confessioni presumibilmente ottenute attraverso torture e limitazioni del diritto effettivo di appello.

È quindi difficile sostenere seriamente che il problema sia nato ieri.

Esiste una continuità.

LA MORTE DI MAHSA AMINI E QUELLA PAROLA CHE DISTURBA: LIBERTÀ

La grande frattura contemporanea è diventata evidente dopo la morte di Mahsa Amini nel settembre 2022.

Una giovane donna curda iraniana di 22 anni fermata dalla polizia morale perché accusata di aver violato le regole sull’abbigliamento.

La sua morte contribuì a scatenare una delle più grandi ondate di protesta nella storia recente della Repubblica Islamica.

Lo slogan diventò:

Donna, Vita, Libertà.

Tre parole che dovrebbero essere universali.

E invece persino quelle proteste sono state talvolta raccontate attraverso il filtro ossessivo della geopolitica.

CIA.

Mossad.

Washington.

Occidente.

Rivoluzione colorata.

Destabilizzazione.

Naturalmente nessuna analisi seria dovrebbe escludere che potenze straniere cerchino di sfruttare le crisi interne dei propri avversari.

È geopolitica elementare.

Ma riconoscere l’esistenza di interferenze straniere non significa automaticamente cancellare le ragioni autentiche della protesta.

Altrimenti qualsiasi governo autoritario avrebbe già trovato la formula perfetta per eliminare politicamente ogni opposizione:

chi protesta lavora per lo straniero.

L’ETERNA SCUSA DEL NEMICO ESTERNO

È una tecnica antichissima.

Quando il consenso diminuisce, si identifica un nemico esterno.

Quando esplode una protesta, la si attribuisce al nemico.

Quando emerge un dissidente, lo si collega al nemico.

Quando qualcuno mette in discussione il sistema, diventa una minaccia alla sicurezza nazionale.

Ed è proprio per questo che bisogna osservare con particolare attenzione l’utilizzo di categorie come “sicurezza nazionale” nei procedimenti che possono portare alla pena capitale.

Il problema non è negare che l’Iran possa realmente subire attività di spionaggio, sabotaggio o infiltrazione.

Naturalmente può accadere.

Il problema nasce quando la linea che separa nemico dello Stato e oppositore del governo diventa troppo sottile.

Perché allora il diritto penale può trasformarsi in un’arma politica.

QUANDO IL PATIBOLO DIVENTA COMUNICAZIONE POLITICA

La pena capitale possiede una caratteristica particolare.

Non punisce soltanto il condannato.

Comunica qualcosa a tutti gli altri.

Una persona viene giustiziata.

Ma migliaia osservano.

Famiglie.

Studenti.

Attivisti.

Giornalisti.

Donne.

Minoranze.

Manifestanti.

Potenziali manifestanti.

Il messaggio è semplicissimo:

guardate quale può essere il prezzo della ribellione.

È precisamente per questo che l’affermazione dell’Alto Commissario ONU è così grave.

Türk sostiene che la pena capitale venga utilizzata anche per instillare paura e reprimere il dissenso.

Se questa valutazione è corretta, non siamo semplicemente davanti a una discussione filosofica sulla pena di morte.

Siamo davanti alla possibile utilizzazione della morte come strumento di governo.

MA NELLA NARRAZIONE DELL’“ASSE DELLA RESISTENZA” QUESTO DISTURBA

Ed eccoci al problema della controinformazione.

Perché raccontare questi fatti costringerebbe a rompere uno schema narrativo molto comodo.

Se l’Occidente è sempre l’impero e chiunque gli si opponga rappresenta automaticamente la resistenza, diventa difficilissimo ammettere che una potenza antioccidentale possa contemporaneamente reprimere il proprio popolo.

Ma la geopolitica reale non funziona come un film.

Non esistono automaticamente i buoni da una parte e i cattivi dall’altra.

Un Paese può subire un’aggressione internazionale e contemporaneamente violare i diritti dei propri cittadini.

Un governo può essere vittima di sanzioni e contemporaneamente reprimere dissidenti.

Uno Stato può essere minacciato militarmente e contemporaneamente utilizzare quella minaccia per rafforzare il controllo interno.

Le due realtà possono esistere nello stesso momento.

CRITICARE L’IRAN NON SIGNIFICA DIFENDERE ISRAELE

Questo punto deve essere chiarissimo.

Denunciare le esecuzioni iraniane non significa giustificare automaticamente Israele.

Denunciare la repressione iraniana non significa sostenere qualsiasi politica americana.

Criticare la Repubblica Islamica non significa sostenere una guerra contro l’Iran.

Si può condannare contemporaneamente un bombardamento illegale e un’esecuzione politica.

Si possono criticare contemporaneamente Netanyahu e Khamenei.

Si possono denunciare contemporaneamente gli abusi israeliani, quelli americani e quelli iraniani.

Anzi, dovrebbe essere precisamente questo il significato dell’indipendenza intellettuale.

Altrimenti non abbiamo superato la propaganda.

Abbiamo soltanto cambiato propagandista.

L’ANTI-OCCIDENTALISMO NON È AUTOMATICAMENTE INFORMAZIONE INDIPENDENTE

Questo è forse il grande equivoco di una parte della controinformazione italiana.

Essere contro Washington non rende automaticamente indipendenti.

Essere contro la NATO non rende automaticamente liberi.

Essere contro Israele non rende automaticamente imparziali.

Ripetere sistematicamente la versione dei governi avversari dell’Occidente non significa aver sconfitto la propaganda occidentale.

Significa semplicemente rischiare di sostituire una lente ideologica con un’altra.

L’indipendenza consiste nel mantenere lo stesso criterio davanti a tutti.

Se denunci la repressione quando avviene in Occidente, devi denunciarla quando avviene in Iran.

Se difendi il diritto alla protesta in Europa, devi difenderlo a Teheran.

Se denunci la violenza della polizia americana, devi poter denunciare quella delle forze di sicurezza iraniane.

Se difendi le donne palestinesi, devi poter difendere anche quelle iraniane.

Altrimenti non stai difendendo un principio.

Stai difendendo una squadra.

L’IRAN NON È KHAMENEI

Esiste poi un altro errore concettuale gigantesco.

Confondere l’Iran con la Repubblica Islamica.

L’Iran esiste da millenni.

La Repubblica Islamica dal 1979.

Il popolo iraniano non coincide automaticamente con il proprio governo.

Esattamente come gli americani non coincidono con Trump, gli israeliani con Netanyahu, gli italiani con il presidente del Consiglio o i russi con Putin.

Difendere il popolo iraniano significa quindi riconoscere anche il diritto degli iraniani a contestare chi li governa.

Paradossalmente, chi identifica qualsiasi critica alla Repubblica Islamica come un attacco all’Iran finisce per adottare proprio uno dei principi fondamentali della propaganda autoritaria:

lo Stato, il governo e il popolo diventano una cosa sola.

Non lo sono.

IL VERO IRAN “RESISTENTE”

Se proprio vogliamo utilizzare la parola resistenza, allora utilizziamola fino in fondo.

Resistono anche le donne che sfidano imposizioni che considerano oppressive.

Resistono gli studenti che manifestano.

Resistono gli avvocati che difendono gli oppositori.

Resistono i giornalisti che raccontano ciò che il potere preferirebbe non raccontare.

Resistono le famiglie dei detenuti.

Resistono le minoranze.

Resistono gli iraniani che chiedono libertà senza essere automaticamente agenti di Washington.

Perché la resistenza non può essere considerata eroica soltanto quando punta un missile contro il nemico geopolitico preferito.

QUANDO LA CONTROINFORMAZIONE DIVENTA CONTRO-PROPAGANDA

Ed è qui che i cani da riporto della controinformazione italiana dovrebbero finalmente rispondere a una domanda.

Dov’è l’Iran reale nei vostri racconti?

Dove sono i prigionieri?

Dove sono i condannati?

Dove sono i manifestanti?

Dove sono le donne?

Dove sono le minoranze?

Dove sono le famiglie di chi rischia il patibolo?

Se si dedicano ore a raccontare ogni dichiarazione dell’“Asse della Resistenza”, perché questi dati non meritano almeno la stessa attenzione?

Se ogni operazione israeliana viene analizzata fotogramma per fotogramma, perché le denunce delle Nazioni Unite sulle esecuzioni iraniane dovrebbero diventare secondarie?

La risposta non può essere semplicemente:

“Ma gli Stati Uniti…”

“Ma Israele…”

“Ma la NATO…”

Quello è whataboutism, non analisi.

IL SILENZIO È UNA SCELTA EDITORIALE

Nessuna redazione può raccontare tutto.

Nessun giornalista può occuparsi contemporaneamente di ogni evento mondiale.

Ma quando una linea editoriale racconta sistematicamente una potenza attraverso la sua immagine geopolitica positiva e trascura sistematicamente i fatti che contraddicono quella rappresentazione, il problema non è più la singola omissione.

Diventa il metodo.

Ed è proprio il metodo che deve essere discusso.

La propaganda non consiste necessariamente nell’inventare una notizia falsa.

La forma più sofisticata di propaganda consiste spesso nel selezionare accuratamente quali fatti mostrare e quali lasciare fuori dall’inquadratura.

Tutto può essere vero.

Ma mostrando soltanto metà della realtà si può costruire una rappresentazione completamente deformata.

56 ESECUZIONI CHE ROMPONO LA FAVOLA

Ed eccoci nuovamente ai numeri.

Almeno 56 persone giustiziate dal 19 marzo 2026 per accuse legate alla sicurezza nazionale.

Ventisette casi collegati alle proteste.

Oltre cento persone che rischiano la pena capitale per accuse analoghe.

Un Alto Commissario ONU che denuncia l’utilizzo delle esecuzioni per generare paura e reprimere il dissenso.

Questi fatti non dimostrano automaticamente che ogni condannato iraniano sia innocente.

Non dimostrano che ogni processo sia politico.

Non dimostrano che qualsiasi accusa di spionaggio sia inventata.

Ma dimostrano qualcosa che dovrebbe essere sufficiente a pretendere attenzione:

esiste un gravissimo problema di diritti umani e garanzie processuali dentro la Repubblica Islamica.

Ignorarlo perché Teheran appartiene al fronte geopolitico considerato “resistente” significa subordinare i diritti umani all’ideologia.

NON ESISTONO CARNEFICI BUONI

È questo il punto conclusivo.

Se i diritti umani valgono soltanto quando vengono violati dai nostri avversari, allora non stiamo difendendo i diritti umani.

Stiamo utilizzando i diritti umani come arma politica.

Se la repressione è scandalosa soltanto quando arriva da un governo filoamericano, non è più un principio.

Se una donna merita solidarietà soltanto quando il suo oppressore appartiene allo schieramento geopolitico sbagliato, non è femminismo.

Se un prigioniero politico merita attenzione soltanto quando il suo carceriere è occidentale, non è libertà.

E se una pena capitale diventa irrilevante perché viene pronunciata da un regime considerato parte della “resistenza”, allora la controinformazione ha smesso di essere controinformazione.

È diventata semplicemente la propaganda dell’altro blocco.

L’Iran merita di essere raccontato interamente.

Anche quando la realtà manda in frantumi la favola dell’“Iran resistente”.

Soprattutto allora.

Fonti e approfondimenti

IL DESTINO DEI COMUNISTI EUROPEI SE L’ISLAM POLITICO PRENDESSE IL POTERE: LA LEZIONE DIMENTICATA DELL’IRAN

0

C’è una pagina della storia contemporanea che una parte della sinistra europea farebbe bene a studiare con molta attenzione: l’Iran rivoluzionario e la sorte riservata alla sinistra comunista dopo la caduta dello Scià.

Non perché Iran ed Europa siano realtà automaticamente sovrapponibili. Non lo sono. E nemmeno perché la storia sia destinata a ripetersi meccanicamente.

Ma perché l’esperienza iraniana mostra qualcosa di politicamente molto importante: un’alleanza tattica costruita attorno a un nemico comune non implica affatto la compatibilità tra i progetti politici degli alleati.

Comunisti e islamisti potevano trovarsi dalla stessa parte contro la monarchia dello Scià e contro l’influenza occidentale. Una volta conquistato il potere, però, rimaneva una domanda decisiva:

chi avrebbe stabilito le regole del nuovo Stato?

La risposta arrivò rapidamente.

IL GRANDE ERRORE DEL TUDEH

Il Partito Tudeh era la principale organizzazione comunista iraniana e aveva una lunga storia alle spalle.

Dopo la rivoluzione del 1979 adottò una linea favorevole alla nuova Repubblica Islamica e collaborò politicamente con il sistema rivoluzionario guidato dall’ayatollah Ruhollah Khomeini.

Il calcolo aveva una sua logica politica.

La rivoluzione veniva interpretata attraverso categorie come antimperialismo, lotta contro l’influenza americana e abbattimento dell’ordine precedente.

Il Tudeh pensava evidentemente di poter trovare uno spazio nel nuovo Iran.

Ma esisteva un problema enorme.

Il progetto comunista e quello della Repubblica Islamica partivano da concezioni radicalmente differenti della società.

Per il marxismo la legittimità politica nasce dall’uomo, dalla storia, dai rapporti economici e dalla lotta sociale.

Per la Repubblica Islamica costruita attorno al principio della velayat-e faqih, l’ordinamento politico doveva invece essere subordinato a un’autorità religiosa.

Era una contraddizione destinata prima o poi a esplodere.

Ed esplose.

1983: GLI ALLEATI DIVENTANO NEMICI

Nel 1983 il regime scatenò una vasta repressione contro il Tudeh.

Secondo Encyclopaedia Iranica, il partito aveva inizialmente accolto favorevolmente e collaborato con Khomeini e con la Repubblica Islamica.

La repressione portò all’arresto della leadership e di circa un migliaio di militanti attivi.

Il partito venne dichiarato illegale.

Alcuni esponenti legati alla struttura militare furono successivamente processati ed eseguiti con accuse di spionaggio per l’Unione Sovietica.

La collaborazione rivoluzionaria non aveva salvato il Tudeh.

Quando il nuovo sistema politico fu sufficientemente consolidato, un’organizzazione comunista indipendente non rappresentava più un alleato necessario: rappresentava un concorrente ideologico e politico.

LE CONFESSIONI TELEVISIVE

Uno degli episodi più emblematici riguarda Nur-al-Din Kianuri, segretario generale del Tudeh.

Venne arrestato nel febbraio 1983.

Nei mesi successivi comparve in programmi televisivi nei quali dirigenti detenuti del partito confessarono presunte attività di spionaggio e tradimento.

Anni dopo Kianuri respinse quelle accuse.

Durante un incontro con l’inviato speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Iran, mostrò anche le proprie braccia e dita spezzate come prova delle torture che sosteneva di avere subito.

Sua moglie Maryam Firuz, importante dirigente comunista e responsabile dell’organizzazione femminile del Tudeh, fu anch’essa arrestata. Encyclopaedia Iranica riferisce che entrambi subirono pesanti torture e lunghi periodi di detenzione.

L’immagine è politicamente devastante.

Gli uomini e le donne che avevano creduto di poter partecipare alla costruzione del nuovo Iran erano diventati prigionieri dello Stato rivoluzionario che avevano sostenuto.

POI ARRIVÒ IL 1988

La repressione politica iraniana raggiunse uno dei suoi momenti più terribili nel 1988.

Amnesty International documentò una gigantesca ondata di esecuzioni politiche.

In un rapporto successivo l’organizzazione affermò di avere registrato i nomi di oltre 2.000 prigionieri politici che sarebbero stati giustiziati durante quel periodo, precisando che altre stime indicavano numeri superiori.

Le vittime appartenevano a differenti organizzazioni dell’opposizione.

La repressione colpì soprattutto i Mojahedin del Popolo, ma raggiunse anche organizzazioni marxiste e della sinistra secolare.

Tra queste c’erano sostenitori del Tudeh e diverse organizzazioni Fedaiyan.

Amnesty documentò inoltre l’esecuzione nel luglio 1988 di tre importanti membri del Tudeh: Kiumarz Zarshenas, Simin Fardin e Sa’id Azarang.

Il significato storico è difficile da ignorare.

Una parte della sinistra che inizialmente aveva appoggiato la Repubblica Islamica era diventata essa stessa bersaglio della repressione rivoluzionaria.

L’ANTIMPERIALISMO NON CANCELLA LE DIFFERENZE IDEOLOGICHE

Qui arriviamo alla questione contemporanea.

In alcuni ambienti della sinistra radicale occidentale esiste ancora la tendenza a interpretare determinate organizzazioni islamiste prevalentemente attraverso la lente dell’antimperialismo.

Il ragionamento può diventare estremamente semplice:

se combatte gli Stati Uniti, Israele o l’Occidente, allora appartiene in qualche modo al fronte della “resistenza”.

Ma questa lettura rischia di confondere un’alleanza geopolitica occasionale con una compatibilità ideologica.

Non sono la stessa cosa.

Un movimento islamista può condividere con un movimento marxista l’avversione verso Washington e contemporaneamente rifiutare quasi tutto ciò che costituisce la visione sociale della sinistra occidentale.

Laicità.

Ateismo.

Libertà di critica religiosa.

Parità giuridica tra uomini e donne.

Libertà sessuale.

Diritti LGBT.

Pluralismo religioso.

Separazione tra religione e Stato.

Sono questioni sulle quali marxismo occidentale e islamismo politico possono trovarsi agli estremi opposti.

IL PARADOSSO DELLA SINISTRA EUROPEA

Qui emerge una contraddizione politica interessante.

Una parte della sinistra europea difende contemporaneamente valori progressisti e movimenti o governi religiosi che non condividono affatto quegli stessi valori.

Naturalmente bisogna evitare una generalizzazione fondamentale: Islam e islamismo politico non sono sinonimi, così come un musulmano europeo non può essere automaticamente identificato con un progetto teocratico.

La questione riguarda precisamente l’Islam politico quando pretende di subordinare istituzioni, diritto e società civile a un ordinamento religioso.

È qui che nasce il conflitto.

Una femminista può difendere il diritto individuale di una donna musulmana a indossare liberamente il velo.

Ma questo principio è profondamente diverso dal sostenere un sistema nel quale sia lo Stato a imporre alla donna come vestirsi.

Un liberale può difendere il diritto dei musulmani a costruire moschee.

Ma difendere la libertà religiosa significa contemporaneamente difendere il diritto di criticare una religione, cambiarla oppure abbandonarla.

La libertà vale nelle due direzioni.

Altrimenti non è libertà: è privilegio politico.

CHE COSA ACCADREBBE DAVVERO IN EUROPA?

Qui bisogna separare storia e scenario.

Non esistono basi serie per affermare che l’Europa sia inevitabilmente destinata a diventare una teocrazia islamista o che retate ed esecuzioni dei comunisti europei siano un futuro già scritto.

Sarebbe propaganda presentarlo come certezza.

Ma possiamo porre una domanda molto più interessante:

che cosa accadrebbe alla sinistra progressista se un autentico movimento teocratico conquistasse realmente il monopolio politico di uno Stato europeo?

La risposta nasce dalla natura stessa dei due sistemi.

Un partito marxista indipendente difficilmente potrebbe conservare libertà politica sotto una teocrazia integralista.

Una femminista che rivendicasse la completa emancipazione della donna entrerebbe inevitabilmente in conflitto con norme religiose discriminatorie.

Un’associazione LGBT diventerebbe incompatibile con un ordinamento che criminalizzasse l’omosessualità.

Un giornale apertamente ateo entrerebbe in collisione con leggi sulla blasfemia.

Un professore universitario che sottoponesse i testi religiosi alla stessa critica storica riservata a qualsiasi altra fonte potrebbe essere considerato sovversivo.

Il paradosso sarebbe evidente:

molti dei progressisti che oggi considerano qualsiasi critica all’islamismo una forma di intolleranza avrebbero bisogno proprio delle istituzioni liberaldemocratiche occidentali per continuare a essere progressisti.

LA DEMOCRAZIA LIBERALE PROTEGGE ANCHE CHI LA DISPREZZA

Questo è probabilmente il punto più importante.

La democrazia costituzionale europea permette contemporaneamente l’esistenza di comunisti, conservatori, musulmani, cristiani, ebrei, atei, femministe, persone LGBT e critici di tutte queste categorie.

Non perché siano d’accordo.

Precisamente perché non devono esserlo.

Il pluralismo nasce dall’impossibilità di un gruppo di imporre completamente la propria visione agli altri.

La vera linea di confine, quindi, non dovrebbe essere tra destra e sinistra oppure tra musulmani e non musulmani.

Dovrebbe essere tra chi accetta il pluralismo costituzionale e chi vuole distruggerlo.

Un islamista che accetta elezioni, libertà religiosa, uguaglianza davanti alla legge, libertà di espressione e possibilità di abbandonare la propria religione deve poter partecipare alla società democratica.

Chi invece vuole utilizzare la democrazia esclusivamente come strumento per arrivare al potere e successivamente cancellarla rappresenta un problema completamente differente.

Esattamente come rappresenterebbe un problema qualsiasi movimento totalitario di altra matrice ideologica.

IL TUDEH CREDEVA DI POTER GESTIRE LA RIVOLUZIONE

Il caso iraniano rimane per questo straordinariamente istruttivo.

Il Tudeh pensava di poter collaborare con il nuovo ordine rivoluzionario.

Condivideva alcuni nemici.

Condivideva parte della retorica antimperialista.

Pensava probabilmente di poter influenzare l’evoluzione politica successiva.

Ma aveva sottovalutato una questione fondamentale:

chi possedeva realmente gli strumenti del potere?

Quando la Repubblica Islamica consolidò apparato giudiziario, servizi di sicurezza, Guardie Rivoluzionarie e istituzioni politiche, il peso negoziale degli ex alleati diminuì drasticamente.

A quel punto la convergenza tattica non significava più nulla.

La rivoluzione aveva stabilito chi comandava.

GLI “UTILI ALLEATI” DURANO FINCHÉ SONO UTILI

Questa dinamica non appartiene esclusivamente all’Iran.

È una caratteristica ricorrente delle coalizioni rivoluzionarie.

Gruppi profondamente differenti possono cooperare durante la fase distruttiva perché condividono il nemico.

Il problema arriva il giorno dopo la vittoria.

Quando bisogna decidere chi governa, quali leggi valgono, quale ideologia educa i bambini, chi controlla esercito e polizia, quali libertà sono consentite e soprattutto chi può contestare il nuovo potere.

È allora che l’alleanza si rompe.

Il caso iraniano dovrebbe quindi essere studiato soprattutto da coloro che ritengono che l’antimperialismo sia sufficiente a creare solidarietà politica permanente.

Non lo è.

Due movimenti possono odiare lo stesso avversario senza desiderare minimamente la stessa società.

LA CONTRADDIZIONE CHE L’EUROPA NON VUOLE AFFRONTARE

L’errore opposto sarebbe considerare ogni musulmano un islamista.

Milioni di musulmani vivono infatti all’interno delle democrazie europee senza perseguire alcun progetto teocratico.

Molti sono precisamente le prime vittime dell’estremismo religioso.

È quindi necessario distinguere.

Difendere i musulmani dalla discriminazione è liberale.

Difendere l’islamismo dalla critica non lo è.

Difendere la libertà religiosa significa proteggere contemporaneamente la moschea e chi critica la moschea.

Significa proteggere chi indossa il velo e chi decide di toglierselo.

Chi crede e chi smette di credere.

Il musulmano praticante e l’ex musulmano.

È proprio questa reciprocità che separa una società pluralista da una società teocratica.

LA LEZIONE DELL’IRAN

La storia del Tudeh non dimostra che domani l’Europa subirà automaticamente il destino dell’Iran.

Dimostra qualcosa di più concreto e quindi più utile.

Quando una forza politica illiberale utilizza un’alleanza tattica per conquistare potere, gli alleati che non condividono il suo progetto finale possono diventare sacrificabili appena smettono di essere necessari.

Il Tudeh imparò questa lezione nel modo più tragico.

Prima sostenne la rivoluzione.

Poi vide arrestare i propri dirigenti.

Vide il partito essere dichiarato illegale.

Vide confessioni televisive dei propri leader.

Vide torture, incarcerazioni ed esecuzioni.

E nel 1988 anche esponenti della sinistra comunista finirono nella gigantesca macchina repressiva che investì le prigioni iraniane.

Per questo chi oggi guarda con simpatia a qualsiasi movimento semplicemente perché si proclama “anti-occidentale” dovrebbe farsi una domanda molto semplice:

quale società costruirebbe quella forza politica se domani avesse realmente tutto il potere?

Non basta chiedere contro chi combatte.

Bisogna chiedere per che cosa combatte.

Perché il nemico del proprio nemico può diventare un alleato temporaneo.

Non necessariamente un amico.

E tantomeno il garante della propria libertà.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Encyclopaedia Iranica – Chronology of Iranian History, repressione del Tudeh nel 1983
https://www.iranicaonline.org/articles/chronology-of-iranian-history-part-4/

Encyclopaedia Iranica – Nur-al-Din Kianuri, arresto, confessioni televisive e torture
https://www.iranicaonline.org/articles/kianuri-nur-al-din/

Encyclopaedia Iranica – Maryam Firuz e la repressione del Tudeh
https://www.iranicaonline.org/articles/firuz-maryam/

Encyclopaedia Iranica – Hostage Crisis, rapporti tra Repubblica Islamica e Tudeh
https://www.iranicaonline.org/articles/hostage-crisis/

Amnesty International – Iran: Political Executions, 1988
https://www.amnesty.org/en/documents/mde13/029/1988/en/

Amnesty International – Biggest wave of political executions since the early 1980s
https://www.amnesty.org/en/documents/mde13/031/1988/en/

Amnesty International – Iran: Death Penalty: Political Executions, agosto 1988
https://www.amnesty.org/en/documents/mde13/013/1988/en/

Amnesty International – Violations of Human Rights 1987–1990
https://www.amnesty.org/en/documents/mde13/021/1990/en/

ISRAELE E PALESTINA: DALLE ORIGINI DEL CONFLITTO ALLA RETE DELL’IRAN. GUERRE, TERRORISMO, OMICIDI E L’“ASSE DELLA RESISTENZA”

0

Per capire il presente bisogna partire dalla storia, non dagli slogan

Il conflitto israelo-palestinese non nasce il 7 ottobre 2023. Non nasce con Hamas. E soprattutto non nasce con l’Iran.

Quest’ultimo punto è fondamentale, perché attribuire alla Repubblica islamica la responsabilità dell’intera storia del conflitto significa commettere un errore cronologico che finisce per indebolire anche le critiche documentabili nei confronti di Teheran.

Quando arabi ed ebrei combattevano nella Palestina mandataria, la Repubblica islamica dell’Iran non esisteva.

Quando venne proclamato lo Stato di Israele nel 1948, la Repubblica islamica non esisteva.

Quando nacque l’OLP, non esisteva.

Quando Settembre Nero compì il massacro delle Olimpiadi di Monaco del 1972, l’Iran era ancora governato dallo Scià Mohammad Reza Pahlavi.

La svolta arriva nel 1979, con la rivoluzione guidata dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini.

È da quel momento che la questione palestinese entra progressivamente all’interno di una strategia iraniana molto più vasta.

Per comprendere questa trasformazione bisogna quindi dividere la storia in due grandi periodi:

prima del 1979 e dopo il 1979.

LE RADICI: SIONISMO, NAZIONALISMO ARABO E IMPERO OTTOMANO

Alla fine dell’Ottocento la Palestina apparteneva all’Impero ottomano.

La popolazione era prevalentemente araba, musulmana e cristiana, con comunità ebraiche presenti da secoli.

Parallelamente, nell’Europa attraversata dall’antisemitismo e dai pogrom, prendeva forma il moderno movimento sionista.

Il suo obiettivo era la creazione di una patria nazionale per il popolo ebraico.

Theodor Herzl divenne una delle figure centrali del sionismo politico e nel 1897 si svolse a Basilea il Primo Congresso Sionista.

Cominciarono diverse ondate migratorie ebraiche verso la Palestina.

Il problema destinato ad esplodere era evidente: due movimenti nazionali cominciavano progressivamente a rivendicare lo stesso territorio.

Non c’era ancora Hamas.

Non c’era Hezbollah.

Non c’era la Repubblica islamica iraniana.

Il conflitto aveva radici locali, nazionali, religiose e geopolitiche completamente precedenti all’Iran khomeinista.

1917: LA DICHIARAZIONE BALFOUR

La Prima guerra mondiale cambia radicalmente la situazione.

Nel 1917 il governo britannico pubblica la Dichiarazione Balfour, dichiarandosi favorevole alla creazione in Palestina di un “focolare nazionale per il popolo ebraico”, precisando però che non avrebbero dovuto essere pregiudicati i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti.

Dopo la sconfitta dell’Impero ottomano, la Palestina passa sotto amministrazione britannica.

Nel 1922 la Società delle Nazioni attribuisce formalmente alla Gran Bretagna il Mandato sulla Palestina.

La tensione cresce.

L’immigrazione ebraica aumenta, mentre una parte crescente della popolazione araba palestinese teme di perdere il controllo politico e demografico del territorio.

Negli anni Venti e Trenta esplodono ripetutamente violenze intercomunitarie.

LE VIOLENZE PRIMA DELLA NASCITA DI ISRAELE

Questo periodo è importante anche perché distrugge una delle semplificazioni più diffuse: la violenza non comincia nel 1948.

Già durante il Mandato britannico avvengono rivolte, massacri, attentati e rappresaglie.

Nel 1929 esplodono violenze particolarmente gravi, comprese quelle di Hebron, dove decine di ebrei vengono uccisi.

Tra il 1936 e il 1939 si sviluppa la grande rivolta araba palestinese contro l’amministrazione britannica e contro l’immigrazione ebraica.

Anche le organizzazioni paramilitari ebraiche diventano progressivamente più aggressive.

Accanto all’Haganah operano organizzazioni come Irgun e Lehi.

Nel luglio 1946 l’Irgun compie l’attentato contro il King David Hotel di Gerusalemme, sede di uffici amministrativi e militari britannici.

Muoiono 91 persone.

La storia del terrorismo nella Palestina mandataria, dunque, non appartiene esclusivamente a una delle due parti.

È un elemento indispensabile per capire la successiva radicalizzazione.

L’EUROPA, LA SHOAH E LA PRESSIONE PER UNO STATO EBRAICO

La persecuzione degli ebrei europei culminata nella Shoah modifica ulteriormente il quadro.

Sei milioni di ebrei vengono assassinati dal regime nazista e dai suoi collaboratori.

Dopo la Seconda guerra mondiale la richiesta di una patria sicura per il popolo ebraico assume una forza politica e morale enorme.

Aumenta anche la pressione migratoria verso la Palestina.

La Gran Bretagna, incapace di trovare una soluzione accettabile per entrambe le comunità, decide infine di trasferire il problema alle Nazioni Unite.

1947: IL PIANO DI PARTIZIONE DELL’ONU

Il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approva la Risoluzione 181.

Il piano prevede la divisione della Palestina mandataria in uno Stato ebraico, uno Stato arabo e Gerusalemme sottoposta a uno speciale regime internazionale.

La leadership sionista accetta sostanzialmente la partizione.

La leadership araba palestinese e gli Stati arabi la respingono.

Comincia immediatamente una guerra civile tra le due comunità.

Secondo la ricostruzione delle Nazioni Unite, il conflitto del 1947-1949 avrebbe provocato la fuga o l’espulsione di oltre 700.000 palestinesi.

È l’origine della Nakba, la “catastrofe” nella memoria nazionale palestinese.

Ma durante la guerra avvengono atrocità e violenze da entrambe le parti.

Uno degli episodi più controversi è Deir Yassin, nell’aprile 1948, quando forze dell’Irgun e del Lehi attaccano il villaggio palestinese provocando numerose vittime.

Questo episodio diventerà uno dei simboli palestinesi della guerra del 1948.

1948: NASCE ISRAELE E COMINCIA LA PRIMA GUERRA ARABO-ISRAELIANA

Il 14 maggio 1948 David Ben-Gurion proclama la nascita dello Stato di Israele.

Subito dopo intervengono gli eserciti di diversi Stati arabi.

Comincia la prima guerra arabo-israeliana.

Alla fine del conflitto Israele sopravvive e controlla un territorio superiore a quello previsto dal piano di partizione.

La Cisgiordania passa sotto controllo giordano.

Gaza viene amministrata dall’Egitto.

Lo Stato arabo palestinese previsto dalla Risoluzione 181 non nasce.

La questione dei profughi palestinesi diventa permanente.

È fondamentale osservare ancora una volta la cronologia:

l’Iran islamico non c’entra nulla con questa fase.

GLI ANNI CINQUANTA: I FEDAYN

Dopo il 1948 il conflitto continua attraverso incursioni transfrontaliere.

Gruppi di fedayn palestinesi entrano in territorio israeliano, spesso provenendo dalle zone controllate dall’Egitto o dalla Giordania.

Israele risponde con operazioni di rappresaglia.

Si instaura un meccanismo che accompagnerà la regione per decenni:

attacco → rappresaglia → escalation → nuovo attacco.

Nel frattempo il conflitto israelo-palestinese diventa parte della più ampia rivalità arabo-israeliana.

1964: NASCE L’OLP

Nel 1964 nasce l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, l’OLP.

Successivamente Fatah, guidata da Yasser Arafat, diventerà la forza dominante dell’organizzazione.

L’obiettivo iniziale non è una soluzione a due Stati come quella che successivamente verrà associata al processo di Oslo.

L’obiettivo è la liberazione della Palestina.

La lotta armata assume progressivamente un ruolo centrale.

Ancora una volta:

non è un progetto iraniano.

La Repubblica islamica dell’Iran nascerà quindici anni dopo.

1967: LA GUERRA DEI SEI GIORNI CAMBIA TUTTO

Nel giugno 1967 Israele combatte contro Egitto, Siria e Giordania.

In appena sei giorni conquista Sinai, Striscia di Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme Est e Alture del Golan.

La guerra cambia radicalmente la natura del problema palestinese.

Da quel momento Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est diventano il centro della disputa territoriale.

Le Nazioni Unite stimano che la guerra abbia provocato un nuovo esodo di circa mezzo milione di palestinesi.

La Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza diventerà uno dei riferimenti diplomatici fondamentali per i successivi tentativi di pace.

IL TERRORISMO PALESTINESE DIVENTA INTERNAZIONALE

Tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta alcune organizzazioni palestinesi portano il conflitto fuori dal Medio Oriente.

Dirottamenti aerei, sequestri e attentati diventano strumenti della lotta.

Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e altre organizzazioni cercano deliberatamente un’enorme visibilità internazionale.

La strategia è evidente: trasformare la questione palestinese in una crisi impossibile da ignorare.

MONACO 1972

Uno degli episodi più famosi avviene alle Olimpiadi di Monaco.

Il gruppo Settembre Nero prende in ostaggio membri della squadra olimpica israeliana.

L’operazione termina tragicamente con la morte di undici membri della delegazione israeliana.

L’attentato produce un trauma enorme in Israele e porta alla successiva campagna israeliana contro gli organizzatori e i responsabili delle reti terroristiche palestinesi.

Anche qui l’Iran non è il regista.

Siamo nel 1972.

L’Iran è ancora governato dallo Scià.

L’ACHILLE LAURO E LA LUNGA STAGIONE DEL TERRORISMO

Il terrorismo palestinese internazionale non termina negli anni Settanta.

Nel 1985 uomini del Palestine Liberation Front sequestrano la nave italiana Achille Lauro.

Il cittadino americano ebreo Leon Klinghoffer viene assassinato e il suo corpo gettato in mare.

Questi episodi mostrano perché sia sbagliato ridurre l’intera storia della violenza palestinese alla successiva influenza iraniana.

Esiste una genealogia autonoma del terrorismo palestinese.

Ma nel frattempo era avvenuto qualcosa destinato a modificare profondamente il Medio Oriente.

1979: LA RIVOLUZIONE KHOMEINISTA

Nel 1979 cade lo Scià Mohammad Reza Pahlavi.

L’Ayatollah Ruhollah Khomeini torna dall’esilio e nasce la Repubblica islamica dell’Iran.

È la grande svolta.

Prima della rivoluzione, Iran e Israele avevano mantenuto importanti rapporti strategici, economici e di intelligence.

Dopo Khomeini tutto cambia.

Israele diventa uno dei principali nemici ideologici della nuova Repubblica islamica.

L’ambasciata israeliana a Teheran viene consegnata all’OLP.

Yasser Arafat viene accolto trionfalmente.

La causa palestinese viene incorporata nella narrativa rivoluzionaria iraniana.

Ma non si tratta soltanto di propaganda.

La nuova Repubblica islamica sviluppa progressivamente strumenti militari, finanziari, ideologici e clandestini per proiettare influenza oltre i propri confini.

NASCE LA FORZA QUDS E LA STRATEGIA DELLA GUERRA PER PROCURA

All’interno dei Guardiani della Rivoluzione iraniana, l’IRGC, si sviluppa quella struttura che diventerà fondamentale per le operazioni esterne iraniane: la Forza Quds.

La logica strategica è estremamente efficace.

Per colpire un avversario non è sempre necessario affrontarlo direttamente.

È possibile finanziare organizzazioni locali, addestrarle, fornire armi, trasferire tecnologia, costruire reti logistiche, finanziare strutture politiche e sociali, creare capacità missilistiche e sostenere propaganda e comunicazione, mantenendo contemporaneamente un certo grado di distanza operativa.

È il modello che diventerà caratteristico della strategia regionale iraniana.

1982: HEZBOLLAH E IL LABORATORIO LIBANESE

L’invasione israeliana del Libano del 1982 crea il terreno sul quale emerge Hezbollah.

Il movimento sciita libanese viene fortemente influenzato dalla rivoluzione khomeinista.

Guardiani della Rivoluzione iraniani vengono inviati in Libano.

Nasce così quello che diventerà il più potente alleato non statale dell’Iran.

Il rapporto tra Iran e Hezbollah è qualitativamente diverso dal rapporto successivamente sviluppato con Hamas.

Hezbollah è molto più profondamente integrato nell’architettura strategica iraniana.

Riceve finanziamenti, addestramento, armi e assistenza tecnologica.

Negli anni successivi svilupperà un enorme arsenale missilistico.

BEIRUT 1983

Il 23 ottobre 1983 due attentati suicidi colpiscono le caserme della forza multinazionale a Beirut.

Nell’attacco contro i Marines americani vengono uccisi 241 militari statunitensi.

Un secondo attentato colpisce le forze francesi.

L’episodio diventa uno dei simboli della nuova stagione del terrorismo mediorientale.

La questione delle responsabilità operative precise è stata oggetto di lunghe indagini e controversie, ma il ruolo dell’ambiente militante sciita sostenuto dall’Iran e la successiva centralità di Hezbollah sono elementi fondamentali della ricostruzione occidentale di quella stagione.

LA JIHAD ISLAMICA PALESTINESE

Un altro tassello essenziale è la Palestinian Islamic Jihad, PIJ.

È un’organizzazione sunnita palestinese, ma sviluppa una relazione particolarmente stretta con l’Iran.

Qui il collegamento è molto più diretto di quanto generalmente si comprenda.

Documenti del Dipartimento del Tesoro statunitense hanno indicato finanziamenti iraniani, addestramento e assistenza alla capacità missilistica della PIJ.

Secondo il Tesoro americano, l’IRGC ha addestrato combattenti della PIJ nello sviluppo e nella costruzione di missili a Gaza.

Questa è una trasformazione strategica fondamentale.

Il conflitto palestinese non è più soltanto un fenomeno locale.

Diventa progressivamente uno dei fronti della competizione regionale iraniana.

1987: NASCE HAMAS

Durante la Prima Intifada nasce Hamas.

E qui bisogna correggere un’altra semplificazione.

Hamas non viene creato dall’Iran.

Nasce dalla branca palestinese della Fratellanza Musulmana.

È sunnita.

L’Iran rivoluzionario è sciita.

Hamas combina nazionalismo palestinese e islamismo.

La sua Carta del 1988 contiene posizioni radicalmente ostili all’esistenza di Israele e anche retorica antisemita.

Successivamente Hamas modificherà parte della propria comunicazione politica, soprattutto con il documento del 2017, senza però riconoscere formalmente Israele.

HAMAS E L’IRAN SI AVVICINANO

È soprattutto negli anni Novanta che la relazione tra Hamas e Teheran diventa strategicamente importante.

Secondo il Congressional Research Service americano, funzionari iraniani incontrano dirigenti di Hamas già nei primi anni Novanta.

Nel 1992 Hamas apre un ufficio esterno in Iran.

Il momento storico non è casuale.

Proprio mentre OLP e Israele si avvicinano alla trattativa diplomatica, l’Iran rafforza i rapporti con forze palestinesi contrarie al processo.

1993: GLI ACCORDI DI OSLO

Nel 1993 Israele e OLP firmano gli Accordi di Oslo.

Yitzhak Rabin e Yasser Arafat diventano i protagonisti di un tentativo storico di riconciliazione.

Nasce l’Autorità Palestinese.

Per la prima volta sembra concretamente possibile arrivare a una soluzione politica.

Ma Hamas e Jihad Islamica respingono il processo.

Comincia una violentissima campagna di attentati.

GLI ATTENTATI SUICIDI DEGLI ANNI NOVANTA

Autobus, fermate, mercati e luoghi pubblici israeliani diventano obiettivi.

Hamas e PIJ utilizzano sistematicamente attentatori suicidi.

Lo scopo non è solamente provocare vittime.

Gli attentati hanno conseguenze politiche.

Ogni massacro alimenta paura e radicalizzazione nell’opinione pubblica israeliana.

Ogni rappresaglia israeliana alimenta a sua volta rabbia e radicalizzazione palestinese.

Il processo di pace viene progressivamente soffocato.

In questo periodo la relazione Iran-Hamas acquista un’importanza crescente.

L’ASSASSINIO DI YITZHAK RABIN

Il 4 novembre 1995 avviene però un evento che dimostra ancora una volta perché la storia non possa essere ridotta a un’unica regia.

Il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin viene assassinato.

Ma l’assassino non è Hamas.

Non è Hezbollah.

Non è iraniano.

È Yigal Amir, un estremista israeliano contrario agli Accordi di Oslo.

La pace viene dunque colpita contemporaneamente dagli estremismi presenti su entrambi i fronti.

Questo è uno dei passaggi fondamentali per comprendere il fallimento di Oslo.

2000: LA SECONDA INTIFADA

Nel 2000 esplode la Seconda Intifada.

È molto più sanguinosa della prima.

Hamas, PIJ, Brigate dei Martiri di al-Aqsa e altre organizzazioni realizzano attentati suicidi, sparatorie e attacchi.

Israele risponde con operazioni militari, arresti, incursioni e uccisioni mirate.

La separazione tra popolazioni aumenta.

Viene costruita la barriera israeliana in Cisgiordania, fortemente contestata dai palestinesi e difesa da Israele come misura contro gli attentati.

2004: ISRAELE ELIMINA LA LEADERSHIP STORICA DI HAMAS

Nel 2004 Israele uccide Sheikh Ahmed Yassin, fondatore e leader spirituale di Hamas.

Poche settimane dopo viene ucciso anche Abdel Aziz al-Rantisi.

Ma Hamas non scompare.

L’organizzazione si trasforma.

Costruisce una struttura militare sempre più sofisticata.

E soprattutto sviluppa capacità missilistiche progressivamente maggiori.

L’assistenza iraniana diventa sempre più importante.

2005: ISRAELE SI RITIRA DA GAZA

Nel 2005 Israele ritira unilateralmente soldati e insediamenti dalla Striscia di Gaza.

L’anno successivo Hamas vince le elezioni legislative palestinesi.

La rivalità con Fatah esplode.

Nel 2007 Hamas assume con la forza il controllo della Striscia.

Da quel momento il sistema palestinese è politicamente spezzato.

Hamas governa Gaza.

L’Autorità Palestinese dominata da Fatah governa parti della Cisgiordania.

È una frattura che dura ancora oggi.

GAZA DIVENTA UNA BASE MISSILISTICA

Negli anni successivi Hamas e PIJ aumentano enormemente la capacità di lanciare razzi contro Israele.

Inizialmente si tratta di sistemi relativamente rudimentali.

Progressivamente aumentano gittata, precisione e potenza.

Il ruolo iraniano diventa fondamentale soprattutto nel trasferimento di tecnologia, competenze, addestramento e finanziamenti.

Il Tesoro statunitense ha documentato ripetutamente reti finanziarie collegate all’IRGC-QF utilizzate per trasferire risorse a Hamas e PIJ.

LE GUERRE DI GAZA

Dal controllo di Hamas sulla Striscia comincia una successione di grandi escalation.

Nel 2008-2009 Israele lancia l’Operazione Cast Lead dopo una fase di intensi lanci di razzi e deterioramento della tregua.

Nel 2012 arriva una nuova escalation con Operation Pillar of Defense.

Nel 2014 Operation Protective Edge diventa una delle guerre più distruttive prima del 2023.

Nel 2021 una nuova guerra vede Hamas lanciare razzi anche verso Gerusalemme e Tel Aviv.

Ogni conflitto dimostra un miglioramento delle capacità militari delle organizzazioni palestinesi.

QUANTO FINANZIA L’IRAN?

Le cifre sono difficili da verificare perché stiamo parlando anche di finanziamenti clandestini.

Ma esistono stime ufficiali.

Il rapporto del Dipartimento di Stato americano sul terrorismo relativo al 2019 indicava che l’Iran forniva fino a 100 milioni di dollari l’anno complessivamente a organizzazioni palestinesi tra cui Hamas, Palestinian Islamic Jihad e PFLP-GC.

Non significa che ogni dollaro utilizzato da Hamas provenga dall’Iran.

Hamas dispone di altre fonti finanziarie.

Ma significa che il sostegno iraniano è strutturale e documentato.

NON SOLO DENARO: ARMI, ADDESTRAMENTO E TECNOLOGIA

Concentrarsi esclusivamente sui finanziamenti sarebbe però un errore.

La parte strategicamente più importante riguarda addestramento, progettazione missilistica, produzione locale di armi, esplosivi, droni, intelligence, infrastrutture sotterranee, trasferimenti tecnologici e reti finanziarie internazionali.

Il Dipartimento del Tesoro statunitense ha identificato funzionari della Forza Quds coinvolti nell’addestramento e nell’assistenza a Hamas, PIJ e Hezbollah.

Ha inoltre documentato meccanismi attraverso i quali denaro dell’IRGC-QF sarebbe arrivato a Hamas e PIJ.

IRAN E HAMAS HANNO AVUTO ANCHE FORTI CONTRASTI

Un’altra cosa che spesso scompare dalla propaganda è che Hamas non è semplicemente una divisione dell’IRGC.

Lo dimostra la guerra civile siriana.

Quando esplode la rivolta contro Bashar al-Assad, Hamas si allontana dal regime siriano.

L’Iran e Hezbollah, invece, intervengono pesantemente a sostegno di Assad.

I rapporti tra Teheran e Hamas si deteriorano.

Successivamente vengono ricostruiti.

Questo dimostra l’esistenza di interessi autonomi.

Un proxy o un’organizzazione sostenuta da uno Stato non è necessariamente telecomandata in ogni singola decisione.

L’“ASSE DELLA RESISTENZA”

Nel frattempo l’Iran costruisce qualcosa di molto più grande della relazione con Hamas.

È la rete successivamente definita “Asse della Resistenza”.

Ne fanno parte, con gradi differenti di dipendenza e autonomia, Hezbollah in Libano, Hamas, Palestinian Islamic Jihad, milizie sciite irachene, gruppi armati presenti in Siria e Ansar Allah/Houthi nello Yemen.

Non è un’organizzazione unica.

Non esiste un unico comando operativo che necessariamente controlli ogni singolo attacco.

È più corretto descriverla come una rete di organizzazioni alleate, finanziate, armate o sostenute dall’Iran in misura differente, accomunate soprattutto dall’ostilità verso Israele e, in molti casi, verso la presenza americana nella regione.

HEZBOLLAH: IL MODELLO PIÙ EVOLUTO

Hezbollah rappresenta il modello più avanzato.

Non è semplicemente una milizia.

È contemporaneamente partito politico, organizzazione sociale, struttura militare, apparato di intelligence, rete finanziaria e forza missilistica.

Per decenni l’Iran ha investito enormemente nella sua crescita.

Il risultato è stato la creazione, direttamente sul confine settentrionale di Israele, di un’organizzazione dotata di decine di migliaia di razzi e missili.

È il modello che Teheran ha cercato, con caratteristiche differenti, di replicare altrove.

IRAQ, SIRIA E YEMEN: L’ACCERCHIAMENTO REGIONALE

Dopo la caduta di Saddam Hussein, l’Iran aumenta enormemente la propria influenza in Iraq.

Diverse milizie sciite ricevono addestramento, finanziamenti o assistenza dalla Forza Quds.

Durante la guerra siriana l’intervento iraniano e di Hezbollah contribuisce alla sopravvivenza del regime di Bashar al-Assad.

In Yemen gli Houthi diventano un altro elemento della rete regionale collegata a Teheran.

Il risultato strategico è evidente osservando semplicemente una carta geografica.

Israele può essere minacciato da Gaza, dal Libano, dalla Siria, dall’Iraq e, attraverso missili e droni a lunga gittata, dallo Yemen.

Questa è una trasformazione enorme rispetto al conflitto palestinese originario.

7 OTTOBRE 2023

Il 7 ottobre 2023 Hamas guida un attacco senza precedenti contro Israele.

Militanti penetrano attraverso il confine dalla Striscia di Gaza.

Vengono attaccate basi militari e comunità civili.

Civili vengono assassinati.

Numerose persone vengono rapite e portate nella Striscia.

La portata dell’attacco sconvolge Israele.

Israele dichiara guerra a Hamas e comincia l’operazione militare su Gaza.

È l’inizio della fase più devastante del conflitto degli ultimi decenni.

L’IRAN HA ORDINATO IL 7 OTTOBRE?

Qui bisogna essere estremamente precisi.

È documentato che l’Iran abbia sostenuto Hamas per decenni.

È documentato il finanziamento.

È documentato l’addestramento.

È documentata l’assistenza militare.

È documentato il rapporto con la Forza Quds.

Ma questo non equivale automaticamente alla prova che Teheran abbia impartito l’ordine operativo del 7 ottobre.

Il Congressional Research Service riportava nell’ottobre 2023 che l’Iran poteva essere considerato “complice in senso ampio” per il sostegno fornito a Hamas, ma ricordava anche che l’amministrazione americana non disponeva allora di prove che dimostrassero il coinvolgimento iraniano nella pianificazione dell’operazione.

La distinzione è fondamentale.

Un’analisi seria deve distinguere tra responsabilità diretta dell’operazione e responsabilità nella costruzione delle capacità dell’organizzazione che la realizza.

Sul secondo punto il ruolo iraniano è ampiamente documentato.

Sul primo non si può affermare come fatto ciò che non è stato dimostrato.

DOPO IL 7 OTTOBRE SI ATTIVA LA RETE REGIONALE

È quello che accade immediatamente dopo a mostrare tutta l’importanza dell’architettura costruita da Teheran.

Hezbollah apre il fronte dal Libano.

Gli Houthi lanciano missili e droni e attaccano il traffico marittimo nel Mar Rosso.

Milizie filo-iraniane in Iraq e Siria attaccano installazioni americane.

PIJ combatte a Gaza insieme ad Hamas.

Per la prima volta diventa evidente al grande pubblico ciò che analisti e governi osservavano da anni:

la questione palestinese è inserita dentro una competizione regionale molto più grande.

LA STRATEGIA IRANIANA: COMBATTERE LONTANO DAI PROPRI CONFINI

Qui si arriva al cuore geopolitico della questione.

Perché l’Iran investe enormi risorse in Libano, Gaza, Siria, Iraq e Yemen?

Una delle spiegazioni principali è la profondità strategica.

Teheran può esercitare pressione sui propri nemici senza necessariamente iniziare una guerra convenzionale dal territorio iraniano.

Può aumentare il costo di qualsiasi attacco contro l’Iran.

Può minacciare Israele da più direzioni.

Può colpire interessi americani.

Può interferire con rotte commerciali.

Può aumentare la propria influenza politica regionale.

La causa palestinese diventa quindi contemporaneamente una causa ideologica, uno strumento di legittimazione, un elemento di propaganda e una leva geopolitica.

IL GRANDE PARADOSSO DEL CONFLITTO

Ed eccoci al paradosso.

La causa palestinese nasce molto prima della Repubblica islamica.

Le rivendicazioni palestinesi non sono un’invenzione iraniana.

L’occupazione iniziata nel 1967 non è un’invenzione iraniana.

La questione dei profughi del 1948 non è un’invenzione iraniana.

Il problema degli insediamenti israeliani non è un’invenzione iraniana.

Ma proprio perché esiste un conflitto reale, Teheran dispone di un terreno straordinariamente fertile sul quale costruire influenza.

È questo il punto che spesso viene completamente perso nelle narrazioni ideologiche.

Non è necessario inventare il conflitto.

È sufficiente alimentarlo, utilizzarlo e inserirlo in una strategia regionale più ampia.

IL CONFLITTO È DIVENTATO PIÙ GRANDE DELLA PALESTINA

Se guardiamo il conflitto originario, troviamo ebrei, arabi palestinesi, territorio, immigrazione, nazionalismo, Gerusalemme, profughi e autodeterminazione.

Se guardiamo la situazione dopo il 1979 e soprattutto dopo gli anni Novanta, dobbiamo aggiungere Iran, IRGC, Forza Quds, Hezbollah, Hamas, PIJ, Siria, milizie irachene, Houthi, missili balistici, droni, rotte marittime, presenza americana, competizione sunnita-sciita e guerra regionale per procura.

È ormai un sistema geopolitico completamente diverso.

LA CONCLUSIONE CHE LA STORIA PERMETTE DAVVERO DI SOSTENERE

Dire semplicemente:

“dietro tutto c’è l’Iran”

è storicamente sbagliato.

E soprattutto regala un argomento facilissimo a chi vuole respingere qualsiasi critica al regime iraniano.

La formulazione molto più difficile da contestare è un’altra:

l’Iran non ha creato il conflitto israelo-palestinese, ma dopo il 1979 la Repubblica islamica ha progressivamente trasformato quel conflitto in uno dei principali fronti della propria strategia regionale.

Non ha creato Hamas, ma lo ha sostenuto.

Non ha creato la Jihad Islamica Palestinese come semplice reparto iraniano, ma ne è diventato uno dei principali sostenitori.

Con Hezbollah il rapporto è ancora più strutturale.

Ha sostenuto milizie irachene.

Ha costruito una profonda presenza in Siria.

Ha sostenuto gli Houthi.

Ha investito nella capacità di queste organizzazioni di utilizzare missili, razzi, droni e reti finanziarie.

Documenti ufficiali statunitensi hanno descritto trasferimenti di denaro dell’IRGC-QF verso Hamas e PIJ e attività di addestramento iraniane.

Il Dipartimento di Stato americano ha stimato in passato fino a 100 milioni di dollari annui complessivi di sostegno iraniano a gruppi palestinesi tra cui Hamas, PIJ e PFLP-GC.

E il Tesoro americano ha continuato dopo il 7 ottobre a colpire reti finanziarie accusate di trasferire risorse dalla Forza Quds a Hamas e PIJ.

Questi sono fatti molto più importanti di qualsiasi slogan.

DAL CONFLITTO PALESTINESE ALLA GUERRA REGIONALE

La storia iniziata più di un secolo fa come scontro tra due nazionalismi per la stessa terra si è progressivamente trasformata.

Prima è diventata una guerra arabo-israeliana.

Poi una lotta palestinese internazionale.

Poi una questione territoriale legata all’occupazione del 1967.

Poi una guerra tra Israele e organizzazioni islamiste.

E infine uno dei teatri principali della competizione tra Israele e Repubblica islamica dell’Iran.

Questa distinzione temporale permette di capire ciò che la propaganda di entrambi gli schieramenti tende a cancellare.

Non tutto ciò che accade ai palestinesi è responsabilità dell’Iran.

Non tutto ciò che Hamas decide viene necessariamente ordinato da Teheran.

Ma sarebbe altrettanto fuorviante raccontare Hamas, PIJ, Hezbollah e gli altri componenti della rete regionale come fenomeni completamente scollegati dalla politica iraniana.

L’esistenza delle reti finanziarie, dell’addestramento, del trasferimento tecnologico e del sostegno militare è documentata.

Ed è proprio qui che si trova la vera questione geopolitica.

La Repubblica islamica ha compreso che per esercitare influenza sul Medio Oriente non era necessario conquistarlo con divisioni corazzate.

Era possibile costruire una rete di alleati armati capaci di esercitare pressione simultaneamente su diversi fronti.

Ed è così che una disputa territoriale nata quando l’Iran era ancora una monarchia è diventata, decenni dopo, uno dei principali campi di battaglia della strategia regionale della Repubblica islamica.

FONTI E DOCUMENTI

Nazioni Unite – History of the Question of Palestine
https://www.un.org/unispal/history/

ONU – Historical Timeline: Question of Palestine
https://www.un.org/unispal/historical-timeline/

ONU – Storia della questione palestinese, 1947-1977
https://www.un.org/unispal/history2/

ONU – Risoluzione 181 e piano di partizione
https://www.un.org/unispal/document/auto-insert-208097/

Congressional Research Service – Hamas: Background, Current Status, and U.S. Policy
https://www.congress.gov/crs-product/IF12549

Congressional Research Service – Israel and Hamas October 2023 Conflict: Frequently Asked Questions
https://www.congress.gov/crs-product/R47754

Congressional Research Service – The Palestinians: Overview, Aid, and U.S. Policy Issues
https://www.congress.gov/crs-product/IF10644

U.S. Treasury – IRGC-QF Support to Hamas and Other Proxy Groups
https://home.treasury.gov/news/press-releases/jy1987

U.S. Treasury – Additional Sources of Support and Financing to Hamas
https://home.treasury.gov/news/press-releases/jy1845

U.S. Treasury – Hamas Financial Networks and Transfers from IRGC-QF
https://home.treasury.gov/news/press-releases/jy2036

U.S. Treasury – Iran-aligned militias in Iraq
https://home.treasury.gov/news/press-releases/jy1921

U.S. Treasury – IRGC-QF and Hezbollah financial network
https://home.treasury.gov/news/press-releases/jy2065

U.S. Treasury – Iran’s support for terrorism / IRGC-QF
https://home.treasury.gov/news/press-releases/tg810

U.S. Treasury – PIJ, Hamas and Iranian support
https://home.treasury.gov/news/press-releases/jy1907

U.S. Department of State – Country Reports on Terrorism 2019
https://2017-2021.state.gov/reports/country-reports-on-terrorism-2019/

COME I REPORTER DELLA PROPAGANDA MARXISTA MISTIFICANO I FATTI: IL CASO RWE, TRUMP E LA FAVOLA DEI “4 MILIARDI SPESI PER DISTRUGGERE L’EOLICO”

0

C’è un metodo molto efficace per fare propaganda senza inventare necessariamente una notizia falsa: prendere alcuni fatti reali, selezionare quelli utili alla propria tesi, eliminare il contesto che li rende comprensibili e infine costruire un titolo capace di suggerire al lettore una conclusione già confezionata.

Il caso dell’accordo tra il governo americano e la società energetica tedesca RWE è un esempio perfetto di quanto sia importante distinguere il fatto dalla cornice ideologica con cui viene raccontato.

La storia viene presentata più o meno così: l’amministrazione Trump starebbe utilizzando miliardi di dollari dei contribuenti americani per pagare le compagnie energetiche affinché abbandonino l’eolico offshore e trasferiscano i propri investimenti nei combustibili fossili.

Un racconto perfetto per alimentare il solito schema: Trump nemico dell’ambiente, petrolieri al comando, rinnovabili sacrificate e miliardi pubblici regalati alle multinazionali.

Peccato che la vicenda reale sia decisamente più complessa.

1. RWE NON RICEVE 1,22 MILIARDI PER “SMETTERE DI PRODURRE ENERGIA PULITA”

Cominciamo dal punto fondamentale.

RWE non sta spegnendo centrali eoliche operative in cambio di un assegno del governo americano.

Le concessioni interessate riguardano aree offshore al largo di New York, California e Louisiana destinate allo sviluppo di possibili futuri impianti eolici.

Sono quindi diritti di sviluppo relativi a progetti futuri, non giganteschi parchi eolici già funzionanti che Trump avrebbe deciso di demolire.

La differenza è enorme.

Secondo Reuters, i progetti erano ancora nelle prime fasi e non sarebbero diventati operativi prima degli anni Trenta.

Eppure, eliminando questa informazione, il lettore può facilmente immaginare miliardi di dollari spesi per cancellare energia già disponibile.

Non è ciò che sta accadendo.

2. QUELLE CONCESSIONI ERANO COSTATE A RWE CIFRE ENORMI

C’è poi un dettaglio ancora più importante.

Quelle concessioni non erano state regalate a RWE.

Le compagnie avevano pagato il governo federale americano per ottenere i diritti sulle aree offshore.

Nel caso della concessione New York Bight, RWE e National Grid avevano presentato nell’asta federale del 2022 un’offerta da circa 1,1 miliardi di dollari.

Questo cambia radicalmente la prospettiva.

Il governo americano non sta semplicemente prendendo 1,22 miliardi dalle tasche dei contribuenti per dire a RWE:

“Ecco i soldi, basta con l’eolico”.

Sta chiudendo un rapporto economico e giuridico riguardante concessioni federali precedentemente acquistate e restituite, insieme al relativo contenzioso.

Si può certamente discutere se l’operazione sia conveniente.

Si può criticare la politica energetica di Trump.

Si può perfino sostenere che l’amministrazione abbia creato deliberatamente condizioni regolatorie ostili all’eolico offshore.

Ma bisogna raccontare tutta la storia.

Altrimenti non è analisi.

È costruzione narrativa.

3. RWE STESSA DICE CHE I PROGETTI NON AVEVANO PROSPETTIVE REALISTICHE

Un altro elemento viene spesso lasciato ai margini.

RWE ha dichiarato di essere arrivata alla conclusione che non esistesse una prospettiva realistica di ottenere le autorizzazioni necessarie per questi progetti nel prossimo futuro.

Questo non significa che Trump non abbia responsabilità.

Al contrario.

L’amministrazione Trump ha assunto una posizione chiaramente ostile all’espansione dell’eolico offshore americano e questa scelta politica ha contribuito pesantemente a creare l’attuale situazione.

Ma proprio per questo bisogna raccontare correttamente la vicenda.

La questione è:

gli Stati Uniti stanno cambiando strategia energetica.

Non:

Trump paga miliardi alle multinazionali affinché distruggano energia pulita già disponibile.

Sono due affermazioni profondamente differenti.

4. I SOLDI VENGONO REINDIRIZZATI VERSO ALTRI INVESTIMENTI ENERGETICI AMERICANI

E arriviamo all’omissione probabilmente più significativa.

RWE non dovrebbe semplicemente incassare il denaro e portarselo in Germania.

L’accordo prevede il reindirizzamento di capitali verso nuovi investimenti energetici negli Stati Uniti.

Reuters riferisce che RWE intende destinare circa 900 milioni di dollari a un progetto LNG in Louisiana e circa 300 milioni di dollari a turbine destinate a 15 centrali elettriche a gas negli Stati Uniti.

Ecco allora apparire il quadro completo.

Non:

1,22 miliardi → RWE → addio eolico.

Ma:

restituzione delle concessioni offshore → chiusura del contenzioso → riallocazione del capitale → investimenti in infrastrutture energetiche americane.

Questo non significa automaticamente che sia una politica corretta.

Significa semplicemente che è questa la politica che bisogna discutere.

5. LA VERA STRATEGIA DI TRUMP È LA SICUREZZA ENERGETICA

L’amministrazione Trump non nasconde affatto la propria strategia.

Vuole aumentare la disponibilità di energia programmabile, sviluppare gas naturale e LNG e ridurre quella che considera una dipendenza eccessiva da fonti intermittenti.

Il segretario dell’Interno Doug Burgum ha infatti parlato esplicitamente di investimenti capaci di rafforzare la sicurezza energetica americana e garantire energia affidabile.

È una scelta politica.

E come qualsiasi scelta politica può essere contestata.

Ma chiamarla semplicemente “guerra alle rinnovabili” significa eliminare deliberatamente dal dibattito il vero problema che Washington sostiene di voler affrontare:

quanto costa garantire energia disponibile 24 ore al giorno, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche?

E soprattutto:

quale mix energetico garantisce contemporaneamente sicurezza nazionale, competitività industriale, prezzi sostenibili e stabilità della rete?

Queste sarebbero le domande interessanti.

Molto più difficile, però, trasformarle in uno slogan ideologico.

6. LA FAVOLA DEI “4 MILIARDI SPESI PER BLOCCARE L’EOLICO”

Poi arriva la cifra perfetta per il titolo:

quasi 4 miliardi di dollari.

La cifra complessiva dei vari accordi è reale.

Il problema è cosa rappresenta.

Presentarla semplicemente come:

“4 miliardi dei contribuenti spesi per bloccare progetti eolici”

è una descrizione enormemente incompleta.

Gli accordi riguardano concessioni federali, restituzione di diritti precedentemente acquistati, chiusura di controversie e riallocazione degli investimenti.

Prendiamo un altro caso.

Il Dipartimento dell’Interno americano ha annunciato un accordo con Invenergy riguardante concessioni offshore per circa 765 milioni di dollari.

Anche in quel caso l’operazione è stata associata all’impegno a effettuare investimenti energetici americani per una cifra equivalente, indirizzati verso gas naturale e geotermia.

Si può criticare la scelta delle tecnologie.

Ma dire che Washington abbia semplicemente “bruciato 765 milioni per cancellare l’eolico” significa eliminare metà dell’operazione dalla narrazione.

7. ESISTE ANCHE UNA CONTROVERSIA LEGALE: E VA RACCONTATA

Per correttezza bisogna riportare anche ciò che non conviene alla narrativa opposta.

La California ha contestato legalmente la politica dell’amministrazione Trump e sostiene che almeno alcuni di questi accordi rappresentino un utilizzo illegittimo delle risorse federali.

È una controversia reale.

Ed è precisamente così che dovrebbe funzionare un’informazione seria:

tesi dell’amministrazione, contestazioni degli avversari, documenti, cifre e contesto.

Non serve nascondere le critiche a Trump per dimostrare quanto sia semplicistica una determinata narrazione.

Anzi.

Presentarle rende l’analisi più forte.

8. RWE NON STA ABBANDONANDO LE RINNOVABILI

C’è poi un fatto particolarmente interessante.

Se RWE avesse improvvisamente scoperto che l’eolico offshore è economicamente insostenibile, ci aspetteremmo che abbandonasse questa tecnologia ovunque.

Non sta succedendo.

RWE continua infatti a sviluppare grandi progetti eolici offshore in Europa.

Nel 2026 la società ha annunciato, per esempio, un accordo con Amazon relativo alla produzione del progetto Nordseecluster B in Germania.

Nordseecluster A, da circa 660 MW, è già in costruzione.

RWE continua inoltre a stipulare accordi di fornitura di lungo periodo basati sull’eolico offshore.

Quindi anche la narrativa opposta sarebbe sbagliata:

“RWE abbandona l’eolico perché ha capito che non funziona.”

No.

RWE sta abbandonando determinate concessioni americane perché il contesto politico, regolatorio ed economico degli Stati Uniti è cambiato.

La differenza è sostanziale.

9. IL PROBLEMA NON È CRITICARE TRUMP: È MISTIFICARE I FATTI

Ed eccoci al punto centrale.

Criticare Trump è assolutamente legittimo.

Contestare la sua politica energetica è legittimo.

Sostenere che gli Stati Uniti dovrebbero investire molto di più nell’eolico offshore è legittimo.

Sostenere che il governo stia privilegiando eccessivamente gas e combustibili fossili è altrettanto legittimo.

Ma un’opinione diventa propaganda quando il contesto viene selezionato in modo da portare inevitabilmente il lettore verso una conclusione prestabilita.

Ed è precisamente questo meccanismo che bisogna imparare a riconoscere.

Il fatto:

RWE riceve 1,22 miliardi nell’ambito di un accordo con il governo americano e rinuncia a concessioni eoliche offshore.

La narrativa:

Trump regala 1,22 miliardi dei contribuenti a una multinazionale affinché distrugga le energie rinnovabili.

Tra queste due frasi esiste un oceano di informazioni.

Ed è proprio dentro quell’oceano che spesso spariscono i dettagli scomodi.

10. IL VERO DIBATTITO CHE NON VOGLIONO FARE

La discussione seria dovrebbe riguardare altro.

Gli Stati Uniti stanno affrontando contemporaneamente crescita dei data center, intelligenza artificiale, rilocalizzazione industriale, elettrificazione e aumento della domanda energetica.

In questo scenario Washington deve decidere quale sistema energetico costruire per i prossimi venti o trent’anni.

Nucleare?

Gas?

LNG?

Eolico?

Solare?

Geotermia?

Sistemi di accumulo?

Probabilmente una combinazione di molte tecnologie.

Ed è proprio qui che dovrebbe concentrarsi il dibattito.

Quanto costa realmente un MWh considerando anche rete, accumulo e capacità di backup?

Quanto rapidamente può essere costruita nuova capacità?

Quali tecnologie garantiscono continuità?

Quanto pesa la dipendenza dalle catene di approvvigionamento straniere?

Qual è il costo industriale dell’energia?

Quale livello di sicurezza energetica deve mantenere una superpotenza?

Queste sono domande molto più complicate di:

“Trump cattivo vuole il petrolio, le multinazionali prendono miliardi e l’energia verde viene distrutta.”

Ma sono proprio le domande che distinguono un’analisi energetica da un volantino politico.

CONCLUSIONE: QUANDO LA NOTIZIA È VERA MA IL RACCONTO È PROPAGANDA

Questo caso dimostra una cosa importante.

La propaganda più efficace non ha bisogno di inventare tutto.

Molto spesso funziona attraverso selezione, omissione e framing.

La cifra da 1,22 miliardi è reale.

L’uscita di RWE dalle concessioni offshore americane è reale.

La politica ostile di Trump verso l’eolico offshore è reale.

Il reindirizzamento degli investimenti verso gas e LNG è reale.

Ma sono altrettanto reali le concessioni precedentemente acquistate, il contenzioso, la natura ancora embrionale dei progetti, gli investimenti energetici alternativi e il fatto che RWE continui contemporaneamente a investire nell’eolico offshore fuori dagli Stati Uniti.

Un’informazione seria mette questi elementi sul tavolo e permette al lettore di giudicare.

La propaganda sceglie quelli utili alla propria ideologia e nasconde gli altri.

Ed è precisamente così che un fatto vero può diventare una storia profondamente fuorviante.


FONTI

Reuters – RWE says reached $1.22 bln deal to cancel US offshore wind leases, invest in gas
https://www.reuters.com/legal/litigation/rwe-says-reached-122-bln-deal-cancel-us-offshore-wind-leases-invest-gas-2026-08-06/

Associated Press – approfondimento sugli accordi dell’amministrazione Trump per le concessioni offshore
https://apnews.com/article/d39aaf20d259d15d0777dcaec7aa3524

U.S. Department of the Interior – accordo energetico con Invenergy
https://www.doi.gov/pressreleases/interior-announces-new-energy-agreement-strengthen-american-energy-security-and-lower

California Attorney General – contestazione legale della politica federale sull’eolico offshore
https://oag.ca.gov/news/press-releases/california-sends-notice-intent-file-suit-challenging-trump-administration%E2%80%99s

RWE – accordo Amazon e Nordseecluster
https://www.rwe.com/en/investor-relations/financial-calendar-and-publications/news-and-ad-hoc-announcements/news/news-2026-02-03/

RWE – fornitura di energia eolica offshore all’aeroporto di Monaco
https://www.rwe.com/en/press/rwe-supply-and-trading/2026-03-10-munich-airport-procures-offshore-wind-power-from-rwe/

QUANDO I RIPORTER SI INDIGNANO PERCHÉ LA SINISTRA PERDE: IL PARADOSSO DI CHI DENUNCIA LE ÉLITE E POI CHIUDE GLI OCCHI DAVANTI AI SISTEMI CHE SCHIACCIANO IL POPOLO TRA PEDOFILIA, TRAFFICO DI DROGA E TEWRRORISMO INTERNAZIONALE.

0

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel modo in cui una parte della cosiddetta controinformazione racconta quello che sta accadendo in America Latina.

Quando avanzano movimenti conservatori, liberali o semplicemente apertamente ostili al socialismo rivoluzionario, improvvisamente non esistono più cittadini che votano, popolazioni esasperate, economie fallite, criminalità, corruzione, insicurezza o desiderio di cambiamento.

Esiste soltanto Washington.

La CIA.

Trump.

L’imperialismo.

Le oligarchie.

Il neoliberismo.

È uno schema talmente prevedibile da essere diventato quasi automatico.

La possibilità più semplice — che milioni di latinoamericani possano essere stanchi delle ricette politiche della sinistra radicale — sembra diventata ideologicamente inaccettabile.

Perché ammetterlo significherebbe affrontare una domanda molto più scomoda:

e se una parte della popolazione non volesse più essere governata nel nome di una rivoluzione permanente che promette di combattere i privilegi e finisce troppo spesso per costruire nuove caste politiche, militari ed economiche?

IL POPOLO È SACRO SOLTANTO QUANDO VOTA COME PIACE A LORO?

La contraddizione comincia qui.

Per decenni ci hanno spiegato che bisogna ascoltare “il popolo”.

Il popolo contro le élite.

Il popolo contro Washington.

Il popolo contro il capitalismo.

Il popolo contro l’imperialismo.

Benissimo.

Ma cosa succede quando quello stesso popolo vota contro la sinistra?

Improvvisamente diventa manipolato.

Disinformato.

Comprato.

Vittima della propaganda americana.

Oppure, peggio ancora, complice delle oligarchie.

È una concezione curiosa della democrazia:

il popolo avrebbe sempre ragione, purché voti dalla parte ideologicamente corretta.

Quando cambia idea, bisogna trovare qualcuno a cui attribuire la colpa.

IL PARADOSSO DELLA RIVOLUZIONE CHE PRODUCE LE PROPRIE ÉLITE

La retorica marxista latinoamericana possiede una straordinaria capacità di presentarsi eternamente come opposizione al potere anche quando il potere lo esercita da anni.

Combatte le élite.

Poi costruisce apparati politici.

Combatte gli oligarchi.

Poi emergono gruppi privilegiati vicini allo Stato, alle forze armate o al partito.

Combatte la concentrazione della ricchezza.

Poi il cittadino comune affronta inflazione, scarsità, svalutazione, servizi inefficienti e insicurezza mentre settori collegati agli apparati continuano ad avere accesso a risorse e privilegi.

Ed è proprio qui che la propaganda diventa indispensabile.

Perché quando la promessa rivoluzionaria si scontra con la realtà quotidiana bisogna trovare un colpevole esterno.

Le sanzioni.

Washington.

Israele.

La CIA.

I mercati.

Gli speculatori.

Il capitalismo internazionale.

Qualunque spiegazione può essere utilizzata purché una domanda rimanga fuori dal tavolo:

quanto delle condizioni prodotte dipende invece dalle scelte del governo?

E POI ARRIVA LA PAROLA MAGICA: “RESISTENZA”

Qui il discorso esce dall’America Latina e diventa internazionale.

Una parte della controinformazione ha costruito negli ultimi anni una categoria quasi religiosa:

la Resistenza.

Basta essere contro gli Stati Uniti o contro Israele per ricevere immediatamente una patente morale.

Regimi autoritari?

Si contestualizzano.

Milizie armate?

Bisogna comprenderne le ragioni.

Economia clandestina?

È conseguenza delle sanzioni.

Traffici illeciti?

Sono presentati come accuse occidentali fino a quando non diventano impossibili da ignorare.

Repressione?

Bisogna capire il contesto geopolitico.

Terrorismo?

Dipende da chi utilizza quella definizione.

È un relativismo impressionante.

Gli stessi commentatori che pretendono purezza assoluta dall’Occidente diventano improvvisamente campioni della contestualizzazione quando devono parlare del campo geopolitico che considerano antagonista dell’Occidente.

NARCOTRAFFICO: QUI GLI SLOGAN NON BASTANO

In America Latina il narcotraffico non è una fantasia inventata dai servizi americani.

È un gigantesco sistema economico criminale internazionale.

Cartelli, guerriglie, gruppi armati e organizzazioni criminali combattono per controllare produzione, territorio, laboratori, rotte e porti.

In Colombia la relazione fra gruppi armati e narcotraffico costituisce da decenni uno dei problemi centrali della sicurezza nazionale.

Questo non significa che ogni guerrigliero sia automaticamente un narcotrafficante.

Non significa neppure che ogni accusa formulata da Washington sia necessariamente vera.

Significa una cosa molto più semplice:

negare o minimizzare l’esistenza dell’economia criminale perché alcune organizzazioni coinvolte possiedono una genealogia rivoluzionaria è ideologia, non analisi.

Un narcotrafficante non diventa moralmente migliore perché cita Marx.

PETROLIO CLANDESTINO, ORO E RISORSE: L’ECONOMIA SOMMERSA DELLE CRISI

Lo stesso vale per le risorse naturali.

Petrolio.

Oro.

Minerali.

Carburanti.

Diamanti.

Materie prime.

Nelle aree caratterizzate da Stati fragili, sanzioni, guerre civili o controllo territoriale frammentato prosperano inevitabilmente reti clandestine.

Queste economie possono coinvolgere criminalità organizzata, intermediari, funzionari corrotti, gruppi armati e operatori economici internazionali.

La domanda seria dovrebbe essere:

chi guadagna?

Chi controlla le rotte?

Chi controlla i territori?

Chi protegge gli intermediari?

Dove finiscono i soldi?

Invece troppo spesso l’analisi viene sostituita dalla tifoseria geopolitica.

Se il traffico finanzia il nemico, è criminalità.

Se permette a un governo o movimento considerato “anti-imperialista” di sopravvivere, improvvisamente diventa aggiramento delle sanzioni.

Stessa operazione.

Vocabolario diverso.

TRAFFICO DI ESSERI UMANI: NESSUNA BANDIERA PUÒ ASSOLVERLO

Ancora più grave è il problema delle reti di traffico e sfruttamento degli esseri umani.

Migrazioni clandestine, prostituzione forzata, sfruttamento lavorativo e sessuale e tratta di minori costituiscono mercati criminali transnazionali.

Qui non dovrebbe esistere alcuna appartenenza politica.

Se esistono prove contro funzionari, organizzazioni, trafficanti, milizie o intermediari, bisogna investigare.

Sempre.

Se le prove non esistono, non bisogna inventarle.

Ma soprattutto non bisogna decidere anticipatamente quali accuse meritino attenzione sulla base della bandiera geopolitica dell’accusato.

Un bambino sfruttato non diventa meno vittima perché il suo carnefice appartiene al campo politico che qualcuno considera “resistente all’imperialismo”.

E SUI MINORI NON PUÒ ESISTERE ALCUN RELATIVISMO

Lo stesso principio deve valere quando si parla di abusi sessuali sui minori, matrimoni infantili, sfruttamento sessuale o normative che non garantiscono adeguatamente la loro protezione.

Sono argomenti troppo gravi per essere utilizzati come slogan.

Proprio per questo devono essere affrontati con documenti, sentenze, rapporti internazionali e legislazioni alla mano.

Niente generalizzazioni contro intere popolazioni.

Niente accuse collettive.

Ma neppure silenzio selettivo quando i fatti riguardano un governo ideologicamente conveniente.

I diritti dei minori sono universali oppure non sono diritti.

RETI ARMATE TRANSNAZIONALI: QUANDO LA GEOPOLITICA DIVENTA UNA SCUSA

Poi arriviamo alle organizzazioni armate transnazionali.

Qui il doppio standard raggiunge livelli quasi grotteschi.

Quando Washington finanzia un alleato:

proxy americano.

Quando un avversario degli Stati Uniti finanzia, addestra, arma o sostiene organizzazioni all’estero:

asse della resistenza.

Notate la magia linguistica.

La relazione strategica è simile.

Cambia il nome.

“Proxy” possiede una connotazione negativa.

“Resistenza” possiede una connotazione eroica.

Ed ecco come il linguaggio sostituisce l’analisi.

Non bisogna neppure dimostrare che un’organizzazione sia moralmente superiore.

Basta collocarla dalla parte geopoliticamente corretta.

LA LOTTA ALL’IMPERIALISMO COME IMMENSO LAVAGGIO MORALE

Questo è probabilmente il cuore del problema.

L’anti-imperialismo è diventato per alcuni una gigantesca macchina di assoluzione.

Se sei contro Washington, tutto il resto passa in secondo piano.

Puoi essere autoritario.

Puoi reprimere oppositori.

Puoi sostenere gruppi armati.

Puoi costruire apparati economici opachi.

Puoi limitare libertà politiche.

Ci sarà sempre qualcuno pronto a spiegare che il vero problema rimane comunque l’Occidente.

È una visione infantile della geopolitica.

Il mondo non è diviso fra un impero malvagio e un insieme di innocenti combattenti per la libertà.

Esistono potenze.

Interessi.

Regimi.

Servizi d’intelligence.

Milizie.

Corporazioni.

Organizzazioni criminali.

Reti finanziarie.

Tutti perseguono obiettivi.

E tutti devono essere analizzati con lo stesso metro.

LA COLOMBIA È DIVENTATA IMPROVVISAMENTE UN PROBLEMA PERCHÉ HA CAMBIATO DIREZIONE

Ed eccoci alla Colombia.

Quando Gustavo Petro governava e si scontrava con Washington, una parte della controinformazione vedeva una nazione che cercava finalmente la propria autonomia.

Ora che una parte importante dell’elettorato colombiano ha scelto un presidente radicalmente diverso, improvvisamente la Colombia sarebbe diventata un avamposto americano.

Troppo facile.

Si può criticare duramente De la Espriella.

Si possono contestare le sue politiche.

Si deve controllare come verranno utilizzati gli aiuti americani.

Si devono denunciare eventuali violazioni commesse dalle forze di sicurezza.

Ma bisogna anche accettare una possibilità politicamente scomodissima:

che molti colombiani abbiano semplicemente voluto cambiare strada.

La democrazia funziona anche quando perde la parte che ci piace.

IL VERO INCUBO: SCOPRIRE CHE IL POPOLO NON HA PIÙ BISOGNO DEI SUOI INTERPRETI

Forse è proprio questo che irrita tanto alcuni osservatori.

Per anni hanno parlato “in nome del popolo”.

Poi il popolo vota.

E vota diversamente.

A quel punto invece di domandarsi perché, partono immediatamente alla ricerca del complotto.

Ma forse bisognerebbe formulare domande diverse.

Perché gli elettori cambiano?

Perché la sicurezza diventa prioritaria?

Perché la criminalità modifica il comportamento elettorale?

Perché determinate politiche economiche vengono rifiutate?

Perché una parte della popolazione preferisce una partnership con Washington a un allineamento con altri blocchi geopolitici?

Sono domande.

L’ideologia, invece, possiede già tutte le risposte.

NON CHIAMATELA ANALISI SE IL VERDETTO È SCRITTO PRIMA DEI FATTI

La controinformazione dovrebbe servire precisamente a questo:

mettere in discussione le narrazioni dominanti.

Non sostituirle con una narrazione opposta altrettanto dogmatica.

Se Washington mente, bisogna documentarlo.

Se Trump mente, bisogna documentarlo.

Se De la Espriella mente, bisogna documentarlo.

Ma lo stesso deve valere per Petro, Maduro, Teheran, Mosca, Pechino e per qualsiasi organizzazione che venga romanticamente inserita nel grande contenitore della “resistenza”.

Non esistono governi innocenti per definizione.

Non esistono imperi buoni per definizione.

E soprattutto:

non esistono crimini progressisti.

Narcotraffico, tratta di esseri umani, sfruttamento dei minori, terrorismo, corruzione e repressione non diventano moralmente accettabili perché vengono commessi, tollerati o utilizzati da qualcuno che combatte il vostro nemico geopolitico.

Questa non è resistenza.

È doppio standard.

Ed è precisamente ciò che dovrebbe combattere chi pretende di fare informazione indipendente.

IL PROBLEMA NON È CHE LA SINISTRA LATINOAMERICANA PERDA

Il problema, per certi reporter, sembra essere molto più grave:

che possa perdere per volontà degli elettori.

Perché se accetti questa possibilità, crolla un’intera costruzione narrativa.

Il cittadino latinoamericano smette di essere una comparsa nella grande guerra ideologica contro Washington.

Diventa un individuo.

Uno che può essere stufo della criminalità.

Stufo della corruzione.

Stufo dell’inflazione.

Stufo delle promesse.

Stufo delle élite che parlano continuamente in nome dei poveri mentre costruiscono nuovi centri di potere.

E magari decide di votare dall’altra parte.

Non serve necessariamente la CIA.

Non serve necessariamente un golpe.

Non serve necessariamente una gigantesca operazione imperialista.

A volte basta una cosa molto più semplice.

Un elettore entra nella cabina elettorale e decide che ne ha abbastanza.

Ed è forse proprio questa la realtà che una certa propaganda non riesce più ad accettare.

UNODC – Colombia: monitoraggio delle coltivazioni di coca e produzione di cocaina
UNODC Colombia – Coca cultivation surveyDEA – National Drug Threat Assessment: cocaina, cartelli e reti transnazionali
DEA – National Drug Threat AssessmentU.S. State Department – Trafficking in Persons Report: Colombia
Dipartimento di Stato USA – Colombia, tratta di esseri umaniUNODC – Global Report on Trafficking in Persons
UNODC – Global Report on Trafficking in PersonsInterpol – Human trafficking and migrant smuggling
INTERPOL – Human trafficking and migrant smugglingU.S. Treasury – sanzioni e reti legate al commercio illecito di petrolio iraniano
U.S. Treasury – Iran sanctionsU.S. Treasury – Hezbollah e reti finanziarie
U.S. Treasury – ricerca documenti su HezbollahU.S. State Department – Foreign Terrorist Organizations
Dipartimento di Stato USA – Foreign Terrorist OrganizationsONU – Children and Armed Conflict: rapporti sulle violazioni contro i minori
United Nations – Children and Armed ConflictUNICEF – Child marriage: dati mondiali sui matrimoni infantili
UNICEF – Child MarriageCongressional Research Service – Colombia: rapporti con gli USA, narcotraffico e gruppi armati
Congressional Research Service – Colombia: Background and U.S. RelationsU.S. Trade Representative – rapporti economici USA-Colombia
USTR – ColombiaInternational Criminal Court – Venezuela I
Corte Penale Internazionale – Situation in Venezuela IOHCHR – Venezuela: documentazione ONU sui diritti umani
ONU Diritti Umani – Venezuela

I SOLITI RIPORTER: COLOMBIA, LA SOLITA PROPAGANDA ANTI-AMERICANA: DE LA ESPRIELLA “INCASSA UN MILIARDO”? NO, WASHINGTON ERA GIÀ IL PRINCIPALE PARTNER STRATEGICO DA DECENNI

0

C’è un sistema narrativo che funziona sempre allo stesso modo.

Cambiano i Paesi, cambiano i presidenti, cambiano gli avvenimenti, ma lo schema rimane sorprendentemente identico: quando un governo latinoamericano si avvicina politicamente agli Stati Uniti, improvvisamente ricompaiono “Washington”, “l’impero”, i finanziamenti americani e la presunta subordinazione.

Quando invece miliardi, accordi militari, cooperazione economica e programmi di sicurezza attraversano governi progressisti, tutto diventa molto meno interessante.

È esattamente il problema della narrazione proposta da InsideOver nell’articolo intitolato:

“De la Espriella si insedia, spalanca le porte agli Usa e incassa un miliardo: ecco la nuova era della Colombia”.

Un titolo formidabile dal punto di vista propagandistico.

Molto meno formidabile quando lo si mette davanti ai numeri.

Perché il miliardo americano esiste.

Ma la Colombia non ha affatto “spalancato le porte” agli Stati Uniti con l’arrivo di Abelardo De la Espriella.

Quelle porte erano aperte da oltre vent’anni.

E basta leggere i documenti del Congresso degli Stati Uniti per scoprirlo.


IL MILIARDO ESISTE. IL RACCONTO COSTRUITO ATTORNO AL MILIARDO È UN’ALTRA COSA

Cominciamo eliminando qualsiasi possibile equivoco.

L’amministrazione Trump ha effettivamente annunciato l’intenzione di fornire 1 miliardo di dollari di assistenza alla sicurezza alla Colombia.

Reuters lo conferma.

Ma già qui compare la prima differenza sostanziale rispetto al titolo sensazionalistico.

Non stiamo parlando di De la Espriella che arriva al potere e “incassa” un miliardo come se Washington gli avesse consegnato una valigetta per essersi schierato dalla parte giusta.

Reuters riferisce che l’amministrazione americana intende, lavorando con il Congresso, fornire un pacchetto da un miliardo di dollari destinato alla security assistance.

Quindi sicurezza.

Antinarcotici.

Cooperazione strategica.

Contrasto alle organizzazioni armate e criminali.

Non un assegno personale a De la Espriella.

E soprattutto non qualcosa nato dal nulla il 7 agosto 2026.


LA DOMANDA CHE DISTRUGGE IL FRAME: QUANDO SONO ENTRATI DAVVERO GLI STATI UNITI IN COLOMBIA?

Qui la propaganda comincia ad avere qualche problema.

Perché la risposta non è:

“con De la Espriella”.

La risposta è:

decenni fa.

Il Congressional Research Service, organismo di ricerca del Congresso americano, definisce la Colombia un partner fondamentale degli Stati Uniti per la sicurezza e l’economia sudamericana da decenni.

Non da agosto 2026.

Non dall’elezione di De la Espriella.

Da decenni.

La svolta fondamentale risale al Plan Colombia, avviato nell’anno fiscale 2000.

Da allora Washington ha finanziato programmi contro narcotraffico, terrorismo e guerriglia e ha contribuito all’addestramento e all’equipaggiamento delle forze di sicurezza colombiane.

Un precedente rapporto del Congressional Research Service calcolava che dal 2000 la Colombia avesse ricevuto oltre 13 miliardi di dollari di assistenza americana attraverso Dipartimento di Stato, Dipartimento della Difesa e USAID.

Tredici miliardi.

Adesso improvvisamente dovremmo scandalizzarci perché Washington propone un altro miliardo?

Dov’era la scoperta dell’“apertura delle porte agli Stati Uniti” durante i precedenti venticinque anni?


BIDEN AVEVA ADDIRITTURA TRASFORMATO LA COLOMBIA IN “MAJOR NON-NATO ALLY”

C’è poi un particolare ancora più divertente.

Nel maggio 2022 il presidente democratico Joe Biden designò ufficialmente la Colombia:

Major Non-NATO Ally degli Stati Uniti.

Alleato principale extra-NATO.

Non lo fece Trump.

Non lo fece De la Espriella.

Lo fece Joe Biden.

E quella designazione offre alla Colombia accesso privilegiato a programmi di cooperazione militare, addestramento, equipaggiamenti e ricerca nel settore della difesa.

Il Congressional Research Service lo scrive nero su bianco.

Quindi quale porta avrebbe “spalancato” De la Espriella nel 2026?

Quella di una casa nella quale gli Stati Uniti erano già entrati da venticinque anni?


E CON PETRO I RAPPORTI CON WASHINGTON NON ERANO AFFATTO SCOMPARSI

Qui arriva la parte ancora più interessante.

Perché persino durante la presidenza di Gustavo Petro — non certamente accusabile di essere un trumpiano — la cooperazione americana non era sparita.

Il Congressional Research Service riporta che l’amministrazione Biden aveva stanziato per la Colombia 453,1 milioni di dollari di assistenza per l’anno fiscale 2023.

Per il 2024 il Congresso aveva indicato almeno 377,5 milioni di dollari, sottoponendoli a determinate condizioni.

Quindi facciamo una domanda estremamente semplice.

Quando centinaia di milioni di dollari arrivavano durante il governo Petro, perché non raccontare che Bogotá aveva “spalancato le porte agli Stati Uniti”?

Perché il frame cambia improvvisamente quando cambia il colore politico del presidente?

Questa è la domanda che dovrebbe porsi chiunque voglia distinguere l’informazione dall’ideologia.


E POI CI SONO 37,2 MILIARDI DI DOLLARI CHE QUALCUNO SEMBRA DIMENTICARE

Passiamo all’economia.

Perché anche qui la teoria della Colombia improvvisamente conquistata dagli Stati Uniti nel 2026 diventa difficile da sostenere.

Secondo lo United States Trade Representative, nel 2025 il commercio di beni fra Stati Uniti e Colombia valeva circa:

37,2 miliardi di dollari.

Le esportazioni americane verso la Colombia ammontavano a:

19,4 miliardi.

Le importazioni americane dalla Colombia:

17,8 miliardi.

E l’accordo commerciale tra i due Paesi?

Nemmeno quello nasce con De la Espriella.

Lo United States-Colombia Trade Promotion Agreement venne firmato nel 2006 ed entrò in vigore nel 2012.

Quattordici anni prima dell’insediamento dell’attuale presidente.

Altro che porte appena aperte.

Stiamo parlando di due economie profondamente integrate da anni.


PLAN COLOMBIA: LA STORIA CHE MANDA IN FRANTUMI LA NARRAZIONE

Il vero problema della rappresentazione ideologica della Colombia è che bisogna praticamente cancellare dalla memoria Plan Colombia.

Il programma di cooperazione tra Washington e Bogotá fu una delle più importanti operazioni americane di assistenza militare e antinarcotici dell’America Latina contemporanea.

Il Congressional Research Service riconosce che l’assistenza americana contribuì ad addestrare ed equipaggiare le forze colombiane, recuperare territori controllati dai gruppi armati illegali, migliorare la sicurezza e indebolire le FARC fino a contribuire a creare le condizioni che portarono al negoziato.

Naturalmente la storia di Plan Colombia comprende anche controversie gravissime, comprese violazioni dei diritti umani attribuite a forze di sicurezza e paramilitari.

Ma proprio questo dimostra quanto sia assurdo presentare l’attuale cooperazione come l’improvvisa colonizzazione americana della Colombia.

Washington è dentro l’architettura della sicurezza colombiana da un quarto di secolo.


MA C’È UN ALTRO NUMERO CHE VA RICORDATO: 13 MILIARDI

Dal 2000 gli Stati Uniti hanno destinato alla Colombia oltre 13 miliardi di dollari di assistenza secondo un precedente rapporto del Congressional Research Service.

Ripetiamolo:

OLTRE 13 MILIARDI.

E allora il miliardo annunciato oggi assume una prospettiva completamente differente.

Non rappresenta la nascita della presenza americana in Colombia.

Rappresenta semmai un forte rilancio di una cooperazione strategica già esistente dopo il deterioramento dei rapporti verificatosi durante gli ultimi anni della presidenza Petro.

Questa è una lettura politicamente discutibile, naturalmente.

Si può essere favorevoli o contrari.

Ma almeno rispetta la cronologia.


PERCHÉ WASHINGTON STA INVESTENDO NUOVAMENTE NELLA SICUREZZA COLOMBIANA?

Anche qui bisognerebbe raccontare tutto il quadro.

De la Espriella si è insediato promettendo una politica estremamente aggressiva contro narcotraffico, coltivazioni illegali e organizzazioni armate.

Ha annunciato la fine dei negoziati con alcuni gruppi guerriglieri e l’adesione della Colombia allo Shield of the Americas, iniziativa guidata dagli Stati Uniti.

Questa è certamente una svolta politica.

Ed è corretto raccontarla.

Ma contemporaneamente bisogna ricordare cosa sta succedendo sul territorio.

A distanza di appena un giorno dall’insediamento del nuovo presidente, un’autobomba è esplosa lungo la Panamericana vicino a Cali.

L’esercito colombiano ha attribuito l’attacco a dissidenti delle FARC che non hanno aderito all’accordo di pace.

Questa è la Colombia reale con cui deve confrontarsi il nuovo governo.

Narcotraffico.

Guerriglie.

Dissidenze FARC.

Organizzazioni criminali.

Controllo territoriale.

Coltivazioni di coca.

Non esattamente problemi inventati dalla CIA per giustificare un bonifico bancario.


IL FALLIMENTO DELL’ANTIDROGA DURANTE GLI ULTIMI ANNI È UN ALTRO PEZZO DEL PUZZLE

C’è inoltre un precedente che non può essere ignorato.

Nel settembre 2025 l’amministrazione Trump stabilì formalmente che la Colombia aveva “failed demonstrably” nel rispettare i propri obblighi internazionali nella lotta antidroga.

Era la prima volta in quasi trent’anni.

La decisione arrivò dopo anni di divergenze con il governo Petro sulle strategie antidroga.

Paradossalmente, però, Washington stabilì contemporaneamente che continuare l’assistenza americana alla Colombia rimaneva fondamentale per gli interessi nazionali degli Stati Uniti.

Questo passaggio è importantissimo.

Dimostra precisamente che gli aiuti americani non sono semplicemente un premio assegnato al presidente ideologicamente gradito.

Persino quando Washington certificava il fallimento della politica antidroga colombiana sotto Petro, riteneva necessario continuare l’assistenza.


QUINDI COSA È CAMBIATO DAVVERO CON DE LA ESPRIELLA?

Finalmente possiamo porre la domanda corretta.

Non:

“Gli Stati Uniti sono entrati in Colombia?”

Perché c’erano già.

Non:

“Gli Stati Uniti hanno cominciato a finanziare la Colombia?”

Perché la finanziano da venticinque anni.

Non:

“La Colombia è diventata improvvisamente un alleato militare americano?”

Perché Biden l’aveva già designata Major Non-NATO Ally nel 2022.

La vera novità è molto più semplice:

è cambiata la linea politica del governo colombiano.

De la Espriella vuole ripristinare una cooperazione molto più stretta con Washington nella sicurezza, nella lotta alla droga, nella politica energetica e nella strategia regionale.

E Trump vuole sfruttare questa convergenza.

Questa è politica internazionale.

Può piacere oppure no.

Ma non servono caricature.


LA VECCHIA LENTE IDEOLOGICA: SE ARRIVANO SOLDI AMERICANI È “IMPERIALISMO”

Ed eccoci al problema culturale più interessante.

Una parte della lettura geopolitica latinoamericana continua a utilizzare categorie che sembrano provenire direttamente dalla Guerra Fredda.

Gli Stati Uniti non possono avere alleati.

Devono avere “satelliti”.

Non possono finanziare programmi di sicurezza.

Devono “comprare governi”.

Non possono costruire coalizioni.

Devono necessariamente “controllare” qualcuno.

E quando un governo conservatore decide autonomamente di stringere i rapporti con Washington, evidentemente non può farlo perché considera quella scelta conveniente per il proprio Paese.

Deve necessariamente essere diventato una pedina dell’impero.

È il vecchio determinismo ideologico applicato alla geopolitica.


E SE APPLICASSIMO LO STESSO METRO A TUTTI?

Qui sta la questione fondamentale.

Quando la Colombia di Petro decise di aderire alla Belt and Road Initiative cinese, avremmo dovuto dire che Bogotá aveva “spalancato le porte alla Cina”?

Quando governi latinoamericani ricevono investimenti cinesi, dobbiamo automaticamente considerarli governi fantoccio di Pechino?

Quando Russia, Cina o Iran finanziano infrastrutture, cooperazione militare, energia o programmi strategici all’estero, dobbiamo utilizzare automaticamente la parola imperialismo?

Se la risposta è no, allora non possiamo cambiare dizionario esclusivamente quando compare Washington.

Altrimenti non stiamo facendo geopolitica.

Stiamo facendo ideologia.


LA COLOMBIA NON È STATA “COMPRATA PER UN MILIARDO”

Questa è probabilmente la sintesi più importante.

Gli Stati Uniti stanno proponendo un miliardo di dollari di assistenza alla sicurezza.

È vero.

De la Espriella vuole una partnership molto più stretta con Washington.

È vero.

Trump considera il nuovo governo colombiano un partner strategico.

È vero.

Ma da questi fatti non deriva automaticamente che Washington abbia “comprato” Bogotá.

Per sostenerlo servirebbero prove.

Documenti.

Condizioni segrete.

Accordi occulti.

Non semplicemente l’esistenza di un programma di assistenza militare pubblicamente annunciato.


LA REALTÀ È MOLTO PIÙ SCOMODA DELLO SLOGAN

La Colombia è stata uno dei più importanti partner strategici degli Stati Uniti in America Latina per oltre vent’anni.

Ha ricevuto miliardi di dollari di assistenza.

Ha costruito parte della propria capacità militare e antidroga attraverso la cooperazione americana.

Ha un accordo commerciale con Washington operativo dal 2012.

Joe Biden l’ha nominata Major Non-NATO Ally.

Durante Petro ha continuato a ricevere centinaia di milioni di dollari americani.

Nel 2025 Stati Uniti e Colombia hanno scambiato beni per oltre 37 miliardi di dollari.

Poi i rapporti politici si sono deteriorati.

Adesso arriva De la Espriella, cambia radicalmente strategia e Washington decide di rilanciare la cooperazione con un pacchetto di sicurezza da un miliardo.

Questa è la storia.

Tutto il resto è interpretazione.


IL VERO PROBLEMA È RACCONTARE I FATTI SOLO QUANDO SERVONO ALL’IDEOLOGIA

È perfettamente legittimo criticare De la Espriella.

È perfettamente legittimo criticare Trump.

È perfettamente legittimo chiedersi quali interessi strategici abbiano gli Stati Uniti in Colombia.

Anzi: bisogna farlo.

Ma allora bisogna raccontare anche venticinque anni di rapporti USA-Colombia.

Bisogna raccontare Plan Colombia.

Bisogna raccontare gli oltre 13 miliardi di assistenza precedente.

Bisogna raccontare Biden.

Bisogna raccontare la designazione Major Non-NATO Ally.

Bisogna raccontare i finanziamenti arrivati durante Petro.

Bisogna raccontare l’accordo commerciale.

Bisogna raccontare i 37,2 miliardi di commercio bilaterale.

E soprattutto bisogna distinguere un miliardo di security assistance da un miliardo “incassato” personalmente dal presidente colombiano.

Altrimenti non si sta spiegando al lettore quello che sta succedendo.

Gli si sta consegnando una conclusione ideologica già confezionata.

Ed è proprio questo il problema di certa controinformazione: denuncia continuamente la propaganda degli altri mentre continua a interpretare il mondo attraverso lo stesso vecchio schema binario.

USA uguale imperialismo.

Governo alleato degli USA uguale servo.

Aiuti americani uguale corruzione o subordinazione.

La realtà internazionale è infinitamente più complessa.

E in questo caso possiede anche un difetto terribile per la propaganda:

è documentata.


FONTI

Reuters — US says it plans $1 billion security assistance to government of Colombia’s new leader
https://www.reuters.com/world/us/us-says-it-plans-1-billion-security-assistance-government-colombias-new-leader-2026-08-08/

Reuters — New Colombia president pledges robust fight against crime, fiscal austerity in maiden speech
https://www.reuters.com/world/americas/de-la-espriella-take-office-colombia-president-pledges-security-crackdown-2026-08-07/

Congressional Research Service — Colombia: Background and U.S. Relations
https://www.congress.gov/crs-product/R48287

Congressional Research Service — rapporto sulle relazioni USA-Colombia e assistenza dal 2000
https://www.congress.gov/crs_external_products/R/HTML/R47426.web.html

Congressional Research Service — Colombia’s Antidrug Efforts and the “Failed Demonstrably” Designation
https://www.congress.gov/crs-product/IN12610

United States Trade Representative — Colombia
https://ustr.gov/countries-regions/americas/colombia

Associated Press — A car-bomb attack targets southwest Colombia a day after conservative president takes office
https://apnews.com/article/130f812b834295ae3cd591bea8328b09

InsideOver — articolo oggetto della critica
https://it.insideover.com/politica/de-la-espriella-si-insedia-spalanca-le-porte-agli-usa-e-incassa-un-miliardo-ecco-la-nuova-era-della-colombia.html