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I CANI DA RIPORTO DELLA PROPAGANDA ITALIANA VEDONO IL MOSSAD OVUNQUE. ADESSO INVENTANO LA “BALLA CINESE” SU CEUTA, MA LE RIVENDICAZIONI MAROCCHINE NON LE VEDONO. COME MAI?

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Quando parlano i diretti interessati cala improvvisamente il silenzio. Perché ascoltare Rabat rischia di smontare una narrazione costruita sempre intorno agli stessi nemici?

C’è qualcosa di profondamente grottesco nel modo in cui una parte della cosiddetta controinformazione italiana racconta la crisi di Ceuta.

Prima il Mossad.

Poi gli americani.

Adesso spunta persino la pista cinese.

Cambiano i protagonisti, cambiano le teorie, cambiano le ricostruzioni, ma il copione rimane sorprendentemente stabile: bisogna trovare a ogni costo un grande burattinaio esterno che permetta di ricondurre qualsiasi crisi alla solita rappresentazione dell’Occidente manipolatore.

Nel frattempo, però, c’è un piccolo problema.

I diretti interessati parlano. E dicono cose che sembrano interessare molto meno.

L’ex primo ministro marocchino Saadeddine El Othmani ha infatti ribadito una posizione che in Marocco non rappresenta affatto una stravaganza marginale:

Ceuta e Melilla vengono considerate, nella narrativa nazionalista marocchina, città marocchine sotto sovranità spagnola.

El Othmani aveva già provocato una crisi diplomatica nel dicembre 2020 sostenendo pubblicamente che, dopo il Sahara Occidentale, sarebbe arrivato il momento di discutere di Ceuta e Melilla.

Madrid reagì allora convocando l’ambasciatrice marocchina.

Quindi la domanda è inevitabile:

perché, quando si discute delle tensioni intorno a Ceuta, questo elemento viene spesso relegato sullo sfondo mentre proliferano ricostruzioni molto più speculative?


IL MAROCCO RIVENDICA CEUTA E MELILLA DA DECENNI: NON SERVE INVENTARE COMPLOTTI

Per comprendere il problema bisogna partire da un fatto elementare.

La rivendicazione marocchina su Ceuta e Melilla non nasce nel 2026.

Non nasce con Israele.

Non nasce con il Mossad.

Non nasce con Washington.

E certamente non nasce con qualche misteriosa operazione cinese.

Fa parte da decenni del nazionalismo territoriale marocchino.

Settori importanti della politica marocchina considerano Ceuta e Melilla territori da recuperare. Il tema attraversa partiti, dichiarazioni politiche e dibattito pubblico del Paese.

Naturalmente questo non dimostra automaticamente che Rabat abbia organizzato ogni singolo episodio migratorio verificatosi alla frontiera.

Questa distinzione è fondamentale.

Ma dimostra qualcosa di altrettanto importante: esiste un interesse politico marocchino autonomo sulla questione di Ceuta e Melilla.

Ed è precisamente questo interesse che dovrebbe essere analizzato prima di cercare registi dall’altra parte del pianeta.


QUANDO IL MAROCCO PARLA, LA CONTROINFORMAZIONE DIVENTA SORDA?

È qui che la vicenda diventa politicamente interessante.

Se un ex primo ministro marocchino sostiene apertamente che Ceuta e Melilla appartengono al Marocco, perché questo elemento dovrebbe essere meno importante delle teorie su intelligence straniere?

Perché interrogarsi immediatamente sul Mossad, sugli Stati Uniti o sulla Cina e dedicare molto meno spazio alla politica dichiarata dello Stato che si trova letteralmente dall’altra parte della frontiera?

La risposta potrebbe essere molto semplice.

Perché riconoscere l’esistenza di interessi geopolitici autonomi di Rabat complica tremendamente una narrativa ideologica già pronta.

Una certa lettura geopolitica sembra infatti funzionare attraverso un algoritmo elementare:

crisi internazionale = Stati Uniti;

destabilizzazione = CIA;

Medio Oriente = Israele;

operazione clandestina = Mossad;

migrazioni = globalismo occidentale.

Tutto ciò che non entra nello schema viene ridimensionato, ignorato oppure reinterpretato.

Ma questa non è analisi geopolitica.

È una griglia ideologica applicata alla realtà.


IL “MOSSAD OVUNQUE”: QUANDO IL SOSPETTO DIVENTA UN METODO

Il problema non consiste nel discutere l’eventuale attività dei servizi israeliani, americani, cinesi, russi, iraniani o di qualsiasi altra potenza.

Le intelligence esistono precisamente per influenzare scenari internazionali.

Indagarne le attività è perfettamente legittimo.

Il problema nasce quando l’ipotesi viene trasformata in spiegazione universale.

Se esistono documenti, intercettazioni, atti giudiziari, rapporti d’intelligence verificabili o dichiarazioni ufficiali che dimostrano una determinata operazione, bisogna pubblicarli e discuterli.

Altrimenti bisogna chiamare le cose con il loro nome:

ipotesi.

E un’ipotesi non può cancellare i fatti documentati soltanto perché questi ultimi risultano politicamente scomodi.

Nel caso di Ceuta, uno dei fatti documentati è precisamente l’esistenza della storica rivendicazione marocchina sulle due città spagnole.

Ignorarla significa amputare deliberatamente una parte essenziale del contesto.


ADESSO ARRIVA LA “PISTA CINESE”

Ed ecco comparire un nuovo capitolo.

Dopo settimane nelle quali sono state avanzate interpretazioni che chiamavano in causa Israele, Stati Uniti e apparati occidentali, adesso circolano ricostruzioni che introducono anche interessi o interferenze cinesi.

Benissimo.

Dove sono le prove?

Non le suggestioni.

Non le concatenazioni associative.

Non il classico schema “questo conosce quello, quello ha incontrato quell’altro, quindi dietro c’è Pechino”.

Le prove.

Se esistono, vanno pubblicate.

Se non esistono, la pista cinese deve essere presentata come un’ipotesi da verificare, non come una spiegazione acquisita.

Perché altrimenti accade qualcosa di paradossale: quelli che accusano continuamente i media tradizionali di costruire narrazioni finiscono per utilizzare esattamente lo stesso metodo che contestano.

Prima viene scelta la conclusione.

Poi vengono selezionati gli elementi utili a sostenerla.

Quelli incompatibili vengono ignorati.


EL OTHMANI ROVINA IL COPIONE

Ed è proprio qui che le dichiarazioni di Saadeddine El Othmani diventano fastidiose.

Perché ricordano una realtà molto semplice:

il Marocco possiede una propria agenda geopolitica.

Non è una comparsa passiva nella guerra tra altri imperi.

Non è una pedina senza volontà.

Rabat possiede interessi territoriali, economici, diplomatici e strategici propri.

Il Sahara Occidentale ne rappresenta l’esempio più evidente.

Ceuta e Melilla costituiscono un altro dossier storico.

La pressione migratoria rappresenta inoltre da anni un elemento delicatissimo nei rapporti tra Marocco, Spagna e Unione Europea.

Basta ricordare quanto accadde nel maggio 2021, quando migliaia di persone entrarono a Ceuta in pochissimo tempo durante una gravissima crisi diplomatica tra Madrid e Rabat.

Anche allora il rapporto fra controllo marocchino della frontiera e pressione migratoria divenne immediatamente una questione politica internazionale.

Non serviva il Mossad.

Non serviva la CIA.

Non serviva Pechino.

Esisteva già un conflitto diplomatico concreto tra Spagna e Marocco.


CEUTA E MELILLA: LA STORIA CHE DISTURBA LA PROPAGANDA

Esiste poi un’altra realtà che merita di essere ricordata.

La sovranità spagnola sulle due città ha radici molto anteriori alla nascita del moderno Regno del Marocco.

Melilla passò sotto la Corona di Castiglia nel 1497.

Ceuta, dopo essere stata conquistata dal Portogallo nel 1415, passò definitivamente alla Corona spagnola nel XVII secolo, con il riconoscimento portoghese sancito dal Trattato di Lisbona del 1668.

Il Marocco moderno ottenne invece l’indipendenza dai protettorati francese e spagnolo nel 1956.

Rabat contesta politicamente questa situazione e rivendica le due città.

Madrid respinge la rivendicazione.

Questo è il conflitto politico reale.

Si può discutere di tutto il resto, naturalmente.

Ma cancellare questo contesto per sostituirlo con una successione di complotti stranieri significa raccontare soltanto la parte della realtà compatibile con la propria ideologia.


E MADRID? IL SILENZIO POLITICO È PARTE DEL PROBLEMA

Poi esiste la responsabilità del governo spagnolo.

Pedro Sánchez ha formalmente ribadito la sovranità spagnola su Ceuta e Melilla.

Ma la politica adottata verso Rabat negli ultimi anni — dal cambiamento della posizione spagnola sul Sahara Occidentale alla crescente centralità della cooperazione migratoria con il Marocco — ha prodotto critiche durissime all’interno della stessa Spagna.

Il problema politico è evidente.

Quando la sicurezza della frontiera dipende fortemente dalla cooperazione di un Paese che mantiene contemporaneamente una rivendicazione territoriale sulle città situate dietro quella frontiera, si crea inevitabilmente una vulnerabilità strategica.

Madrid dovrebbe quindi pretendere chiarezza assoluta.

Non mezze frasi.

Non ambiguità diplomatiche.

Non silenzi convenienti.

Ceuta e Melilla sono territorio spagnolo e frontiera esterna dell’Unione Europea.

La loro sovranità non dovrebbe diventare una variabile negoziale dei rapporti con Rabat.


LA DOMANDA CHE LA CONTROINFORMAZIONE DOVREBBE FARSI

La questione, dunque, non è stabilire preventivamente che dietro gli eventi di Ceuta ci sia esclusivamente il Marocco.

Sarebbe commettere lo stesso errore metodologico che contestiamo agli altri.

La domanda seria è diversa:

perché alcune narrazioni cercano immediatamente responsabilità lontanissime mentre dedicano così poca attenzione agli interessi apertamente dichiarati dell’attore direttamente coinvolto?

Perché il Mossad dovrebbe essere sempre la prima spiegazione?

Perché Washington?

Perché improvvisamente Pechino?

E perché Rabat, che rivendica pubblicamente Ceuta e Melilla, dovrebbe diventare quasi un elemento secondario della storia?

È questo cortocircuito che merita di essere denunciato.


FORSE PERCHÉ LA REALTÀ SMONTA IL VECCHIO SCHEMA IDEOLOGICO?

C’è infine una questione più profonda.

Una parte della controinformazione italiana sostiene di avere superato destra e sinistra, ma continua frequentemente a leggere la geopolitica attraverso categorie riconducibili alla vecchia tradizione anti-imperialista: l’Occidente come centro strutturale della dominazione e i suoi avversari interpretati prevalentemente come reazione a quella dominazione.

Il problema è che il mondo reale è molto più complicato.

Russia, Cina, Iran, Turchia, Marocco, Arabia Saudita, Pakistan e le altre potenze regionali possiedono strategie, interessi, apparati d’intelligence, ambizioni e sfere d’influenza proprie.

Non tutto ciò che accade nel mondo è una reazione all’America.

Non ogni crisi conduce a Israele.

Non ogni operazione porta al Mossad.

E non ogni evento incompatibile con questo schema può essere risolto inventando un nuovo burattinaio.

La geopolitica seria comincia precisamente quando si smette di dividere il mondo fra un unico imperialismo onnipotente e una serie di attori apparentemente privi di proprie ambizioni.


CONCLUSIONE: PRIMA I FATTI, POI LE TEORIE

La dichiarazione di El Othmani è interessante proprio perché costringe a tornare alla realtà.

Il Marocco rivendica Ceuta e Melilla.

Questa posizione ha precedenti pubblici.

Madrid la conosce perfettamente.

Esiste una lunga storia di tensioni diplomatiche e migratorie fra Rabat e Madrid.

Esiste quindi un contesto geopolitico concreto che deve essere analizzato.

Se qualcuno possiede prove verificabili di un ruolo operativo cinese, israeliano, americano o di qualsiasi altra intelligence nella crisi del 2026, le presenti.

Saranno analizzate come qualsiasi altro documento.

Ma fino a quel momento non si può sostituire un fatto documentato con una teoria semplicemente perché la teoria aderisce meglio alla propria visione politica.

La domanda finale resta quindi quella più scomoda:

come mai alcuni sedicenti analisti vedono il Mossad a migliaia di chilometri di distanza, scorgono improvvisamente la Cina dietro Ceuta, ma sembrano diventare miopi quando un ex primo ministro marocchino parla apertamente delle rivendicazioni del proprio Paese?

Forse perché, ascoltando davvero ciò che dicono i protagonisti, la vecchia propaganda ideologica comincia a perdere pezzi.

E quando i fatti disturbano la narrativa, il metodo più antico della propaganda rimane sempre lo stesso:

non confutarli.

Smettere semplicemente di parlarne.

FONTI E DOCUMENTI

1. Ministero degli Affari Esteri spagnolo – Convocazione dell’ambasciatrice marocchina per le dichiarazioni di El Othmani su Ceuta e Melilla

Documento ufficiale del governo spagnolo del 21 dicembre 2020. Madrid convocò d’urgenza l’ambasciatrice del Marocco chiedendo chiarimenti sulle dichiarazioni dell’allora primo ministro Saadeddine El Othmani e ribadendo il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale spagnola.

https://www.exteriores.gob.es/es/Comunicacion/Comunicados/Paginas/2020_COMUNICADOS/20201221_COMU097.aspx

2. Europa Press – El Othmani: Ceuta e Melilla «sono marocchine come il Sahara»

Ricostruzione delle dichiarazioni dell’allora premier marocchino e della conseguente convocazione dell’ambasciatrice da parte del governo spagnolo.

https://www.europapress.es/nacional/noticia-gobierno-convoca-embajadora-marruecos-decir-primer-ministro-ceuta-melilla-son-marroquies-20201221221141.html

3. El País – Madrid protesta dopo il riemergere delle rivendicazioni marocchine su Ceuta e Melilla

Approfondimento sulla crisi diplomatica provocata dalle dichiarazioni di El Othmani.

https://elpais.com/espana/2020-12-21/exteriores-protesta-tras-resucitar-marruecos-la-reivindicacion-de-ceuta-y-melilla.html

4. El País – La crisi di Ceuta del maggio 2021

Ricostruzione dell’ingresso di circa 8.000 persone a Ceuta durante la crisi diplomatica tra Spagna e Marocco, nel contesto dello scontro provocato dall’ospitalità concessa dalla Spagna al leader del Fronte Polisario Brahim Ghali.

https://elpais.com/espana/2021-05-19/que-esta-pasando-en-ceuta-claves-de-la-crisis-entre-espana-y-marruecos.html

5. Reuters/Euronews – Sánchez accusò il Marocco di avere allentato i controlli alla frontiera

Nel maggio 2021 Pedro Sánchez definì inaccettabile il comportamento marocchino durante la crisi di Ceuta e parlò di un attacco ai confini nazionali, mentre Rabat collegava la crisi diplomatica alla questione del Sahara Occidentale.

https://www.euronews.com/2021/05/31/us-europe-migrants-spain-sanchez

6. Reuters – La posizione ufficiale marocchina sulla nuova crisi di Ceuta del 2026

Il 3 agosto 2026 un alto funzionario marocchino ha attribuito parte della responsabilità della nuova ondata migratoria alle conseguenze di una decisione giudiziaria spagnola, negando che Rabat avesse deliberatamente allentato i controlli. È una fonte importante perché permette di distinguere le accuse politiche dalle responsabilità effettivamente dimostrate.

https://www.reuters.com/world/morocco-says-spain-should-have-foreseen-migration-impact-court-ruling-2026-08-03

DOCUMENTI CHIAVE

Il documento più importante resta quello del Ministero degli Esteri spagnolo del 21 dicembre 2020: dimostra che le rivendicazioni di El Othmani su Ceuta e Melilla non sono una ricostruzione giornalistica recente. Furono considerate abbastanza serie dal governo spagnolo da provocare la convocazione urgente dell’ambasciatrice marocchina.

La crisi del maggio 2021 costituisce inoltre un precedente fondamentale: circa 8.000 persone raggiunsero Ceuta nel pieno di una crisi diplomatica tra Madrid e Rabat. Lo stesso Pedro Sánchez accusò allora il Marocco di avere allentato i controlli alla frontiera.

IL VERO PROBLEMA DELL’IRAN NON È ISRAELE: È CHE ISRAELE BLOCCA IL SUO PROGETTO DI POTENZA REGIONALE

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Per decenni ci hanno raccontato il conflitto Iran-Israele attraverso una formula elementare: da una parte la Repubblica Islamica che difenderebbe i palestinesi e guiderebbe la cosiddetta “resistenza”, dall’altra Israele, presentato come il nemico assoluto.

Ma questa lettura rischia di confondere la propaganda con la strategia.

La domanda più interessante non è infatti soltanto perché la Repubblica Islamica sia ostile a Israele.

La domanda è:

perché Teheran ha investito per decenni enormi risorse militari, finanziarie e politiche nella costruzione di una rete armata che attraversa il Medio Oriente?

Ed è qui che Hezbollah, milizie irachene, gruppi palestinesi e Houthi assumono un significato molto più grande.

ISRAELE COME OSTACOLO STRATEGICO

La mia tesi è semplice: Israele rappresenta uno dei principali ostacoli alla capacità iraniana di trasformarsi nella potenza dominante del Medio Oriente.

Questo non significa negare la componente ideologica dell’ostilità iraniana.

Esiste ed è profondissima.

La leadership della Repubblica Islamica ha costruito per decenni una parte della propria legittimazione rivoluzionaria sull’opposizione agli Stati Uniti e a Israele. Anche documenti politici statunitensi continuano a indicare esplicitamente le minacce iraniane contro Israele come elemento strutturale della politica regionale di Teheran.

Ma fermarsi all’ideologia significa perdere metà della storia.

Perché Israele non è solamente un simbolo.

È una potenza militare, tecnologica e d’intelligence collocata esattamente nel cuore dello spazio geopolitico nel quale l’Iran cerca da decenni di proiettare la propria influenza.

Ed è questo che rende lo scontro strutturale.

LA VERA ARMA DELL’IRAN: COMBATTERE SENZA COMBATTERE

La Repubblica Islamica ha sviluppato qualcosa di molto più sofisticato di un esercito convenzionale.

Ha costruito una rete.

La Forza Quds dell’IRGC ha addestrato, finanziato, consigliato e armato organizzazioni e milizie in diversi teatri regionali.

Secondo una dettagliata analisi del CSIS, l’intervento iraniano nelle guerre in Siria, Iraq e Yemen ha progressivamente ampliato la portata dell’“Asse della Resistenza”, creando basi militari, partner locali e influenza politica permanente.

Questo modello offre a Teheran un vantaggio gigantesco:

proiettare potenza senza dover occupare direttamente un Paese con l’esercito iraniano.

È guerra a basso costo.

È influenza politica protetta dalle armi.

È deterrenza distribuita geograficamente.

Ed è soprattutto profondità strategica.

Il CSIS descrive infatti l’approccio iraniano come essenzialmente paramilitare: la Quds Force addestra, consiglia e abilita attori locali, ottenendo effetti operativi molto superiori alla dimensione relativamente limitata della presenza iraniana diretta.

Questa è una delle chiavi per comprendere l’IRGC.

HEZBOLLAH NON SERVIVA SOLTANTO A “DIFENDERE IL LIBANO”

Prendiamo Hezbollah.

Per l’Iran il Libano offre qualcosa di strategicamente straordinario: una posizione direttamente confinante con Israele.

Hezbollah è stato per decenni il partner militare e ideologico più importante di Teheran.

Ma la sua funzione strategica supera enormemente il Libano.

Significa poter esercitare pressione su Israele senza schierare divisioni iraniane.

Significa creare deterrenza.

Significa costringere Israele a considerare un fronte settentrionale in qualsiasi confronto con Teheran.

Significa, soprattutto, portare il perimetro difensivo iraniano migliaia di chilometri oltre i confini dell’Iran.

Questa è profondità strategica.

IRAQ: IL PONTE

Poi c’è l’Iraq.

Dopo l’ascesa dello Stato Islamico, Teheran sostenne diverse componenti delle Popular Mobilization Forces.

La lotta all’ISIS offriva una motivazione immediata e reale.

Ma, una volta ridimensionato lo Stato Islamico, gli obiettivi iraniani andarono oltre.

Il CSIS osservava già anni fa come alcuni partner iraniani cercassero contemporaneamente di limitare la presenza statunitense e di consolidare il controllo verso il confine siriano, contribuendo alla formazione di un collegamento terrestre tra Iran e Siria.

Guardate una cartina:

Iran → Iraq → Siria → Libano.

E alla fine della catena?

Israele.

Non serve immaginare un fantomatico ordine segreto per capire l’importanza di questo corridoio.

È geografia.

SIRIA: IL CORRIDOIO VERSO IL MEDITERRANEO

La Siria è stata per questo fondamentale.

Quando il governo di Bashar al-Assad rischiava il collasso, Iran e Hezbollah intervennero massicciamente per preservare un alleato essenziale.

Salvare Damasco significava salvare il collegamento con Hezbollah.

Significava conservare accesso al Levante.

Significava impedire che uno degli anelli più importanti della presenza regionale iraniana venisse spezzato.

Secondo l’analisi del CSIS, dopo aver contribuito alla sopravvivenza del governo Assad, l’Iran cercò anche di migliorare la posizione dell’asse nei confronti di Stati Uniti e Israele e di ampliare le capacità disponibili sul fronte israeliano.

Questa non è semplice solidarietà ideologica.

È strategia militare regionale.

YEMEN: PRESSIONE DALL’ALTRO LATO

Poi arriviamo allo Yemen.

Qui diventa ancora più difficile sostenere che tutto ruoti semplicemente attorno alla Palestina.

Gli Houthi si trovano a migliaia di chilometri da Israele.

Ma lo Yemen domina uno degli snodi marittimi più importanti del pianeta: Bab el-Mandeb e l’accesso meridionale al Mar Rosso.

Il sostegno iraniano agli Houthi ha quindi permesso a Teheran di ampliare indirettamente la propria capacità di pressione anche sulla Penisola Arabica e sulle rotte marittime.

Il CSIS osservava già che lo sviluppo delle capacità Houthi aveva esteso la portata sia del movimento sia dell’Iran intorno alla Penisola Arabica.

Ed ecco apparire nuovamente il modello.

Non occupare.

Influenzare.

Non conquistare necessariamente territori con soldati iraniani.

Costruire attori armati locali capaci di modificare gli equilibri regionali.

NON CHIAMATELI TUTTI “PROXY”

Qui però bisogna essere precisi.

La parola proxy viene utilizzata troppo facilmente.

Non tutte queste organizzazioni ricevono ordini telefonici da Teheran prima di ogni operazione.

Esistono livelli differenti di autonomia.

Hezbollah è storicamente molto più integrato nell’architettura iraniana rispetto agli Houthi, che hanno propri interessi, propria leadership e capacità decisionale.

Lo stesso CSIS descrive un continuum che va dal vero proxy al partner relativamente autonomo e sostiene che l’“Asse” possa essere interpretato più correttamente come un’alleanza guidata dall’Iran piuttosto che come una semplice collezione di marionette comandate da Teheran.

Questa distinzione rende il sistema iraniano ancora più interessante.

Perché una rete di organizzazioni autonome ma strategicamente convergenti può essere più resistente di una catena di comando rigidamente centralizzata.

IL CAPOLAVORO STRATEGICO DELL’IRGC

Ed eccoci al punto centrale.

L’IRGC non ha avuto bisogno di conquistare formalmente Beirut, Baghdad, Damasco o Sana’a.

Ha perseguito qualcosa di diverso:

la capacità di influenzare ciò che accade in quelle capitali e di trasformare territori lontani dall’Iran in profondità strategica iraniana.

È una forma di imperialismo?

Se per imperialismo intendiamo necessariamente colonie amministrate direttamente da Teheran, no.

Se invece intendiamo la costruzione sistematica di sfere d’influenza militari e politiche oltre i propri confini, allora la questione merita certamente di essere posta.

Ed è curioso quanto raramente venga posta da una parte della cosiddetta controinformazione occidentale.

Perché molti commentatori vedono immediatamente l’imperialismo quando agiscono Washington o Israele.

Quando invece Teheran finanzia organizzazioni armate a migliaia di chilometri dai propri confini, improvvisamente tutto diventa “resistenza”.

Due pesi e due misure.

PERCHÉ ISRAELE È IL PROBLEMA

Adesso possiamo tornare alla domanda iniziale.

Perché Israele?

Perché Israele può colpire questa architettura.

Può distruggere depositi.

Può interrompere corridoi logistici.

Può eliminare comandanti.

Può colpire infrastrutture militari iraniane e dei suoi alleati.

Può impedire che il fronte iraniano si consolidi lungo i propri confini.

Ed è alleato degli Stati Uniti, altra potenza che Teheran vuole vedere drasticamente ridimensionata nella regione.

Per questo la presenza di Israele rappresenta non soltanto una sfida ideologica, ma un limite concreto all’espansione dell’influenza iraniana nel Levante.

Israele rompe la continuità strategica.

Israele impedisce all’“Asse” di trasformare la propria espansione geografica in predominio incontrastato.

Israele può colpire proprio quelle infrastrutture che l’IRGC ha impiegato decenni a costruire.

L’“ASSE DELLA RESISTENZA” È ANCHE UNO STRUMENTO DI POTENZA

Ed è qui che la propaganda mostra il proprio limite.

Chiamarlo semplicemente “Asse della Resistenza” significa accettare automaticamente la definizione politica dei suoi stessi protagonisti.

Una definizione più fredda sarebbe:

una rete politico-militare attraverso la quale l’Iran moltiplica la propria capacità di deterrenza e proiezione regionale.

Hezbollah crea pressione dal Libano.

Le milizie irachene estendono l’influenza iraniana in Iraq e verso la Siria.

La presenza iraniana e dei suoi alleati in Siria ha creato profondità strategica nel Levante.

Gli Houthi permettono di esercitare pressione sul Mar Rosso e sulla Penisola Arabica.

Gruppi palestinesi hanno rappresentato un ulteriore fronte contro Israele.

La stessa letteratura strategica americana sottolinea quanto denaro, armamenti e sostegno iraniano siano stati investiti in questa rete regionale.

Non è beneficenza rivoluzionaria.

È politica di potenza.

IL PARADOSSO CHE LA CONTROINFORMAZIONE NON VUOLE VEDERE

Ed ecco il paradosso.

Chi interpreta qualsiasi presenza americana nel Medio Oriente come imperialismo spesso descrive l’espansione dell’influenza iraniana come liberazione.

Ma uno Stato non smette di perseguire interessi geopolitici soltanto perché si definisce “anti-imperialista”.

Teheran ha interessi.

Washington ha interessi.

Ankara ha interessi.

Riyadh ha interessi.

Israele ha interessi.

Mosca ha interessi.

Pechino ha interessi.

La geopolitica comincia precisamente quando smettiamo di credere agli slogan con cui ogni potenza giustifica le proprie azioni.

NON È UNA GUERRA TRA BUONI E CATTIVI

Questo è probabilmente il punto che dà più fastidio.

L’Iran non sostiene la propria rete regionale esclusivamente per altruismo verso i palestinesi.

La Palestina offre alla Repubblica Islamica una potentissima causa ideologica e politica.

Ma dietro quella bandiera esiste una strategia molto più grande:

deterrenza, profondità strategica, espulsione o riduzione della presenza americana, pressione sugli avversari regionali e ampliamento dell’influenza iraniana.

Israele è contemporaneamente nemico ideologico e ostacolo strategico.

Ed è proprio questa sovrapposizione a rendere il conflitto così difficile da risolvere.

LA DOMANDA CHE RESTA

Se domani Israele sparisse dalla carta geografica, l’IRGC smetterebbe improvvisamente di cercare influenza in Iraq?

Abbandonerebbe Hezbollah?

Rinuncerebbe alla Siria?

Interromperebbe i rapporti con gli Houthi?

Accetterebbe tranquillamente una forte presenza militare americana nel Golfo?

È difficile sostenerlo.

Ed è proprio questo esperimento mentale a mostrare quanto sia riduttivo interpretare l’intera strategia iraniana come semplice “resistenza a Israele”.

Israele non spiega l’intero progetto regionale iraniano.

Ne rappresenta uno dei principali ostacoli.

E forse è proprio questa la parte della storia che decenni di propaganda hanno cercato di nascondere.

L’IDEOLOGIA ANTI-ISRAELIANA: LA GRANDE ARMA PER MOBILITARE LE MASSE

Ed è qui che bisogna separare l’ideologia dichiarata dalla funzione geopolitica che quell’ideologia svolge.

La Repubblica Islamica presenta da decenni lo scontro con Israele come una battaglia morale, religiosa e rivoluzionaria: Palestina, Gerusalemme, “resistenza”, lotta al sionismo e opposizione all’Occidente diventano parole capaci di trasformare una strategia di potenza in una causa apparentemente universale.

La mia tesi è che l’ideologia anti-israeliana funzioni anche come una formidabile arma di mobilitazione delle masse.

Perché nessun governo dice al proprio popolo:

“Vogliamo aumentare la nostra influenza in Iraq, Siria, Libano e Yemen, costruire profondità strategica e diventare una delle potenze dominanti del Medio Oriente.”

È molto più efficace dire:

“Stiamo difendendo la Palestina e combattendo Israele.”

La differenza è enorme.

Nel primo caso si parla apertamente di interessi nazionali e competizione geopolitica.

Nel secondo si costruisce una missione morale.

Ed è proprio questa trasformazione che rende l’ideologia così potente.

LA PALESTINA COME MOLTIPLICATORE DI LEGITTIMITÀ

La questione palestinese possiede una capacità di mobilitazione che supera enormemente i confini iraniani.

Permette a Teheran — uno Stato persiano e a maggioranza sciita — di parlare a popolazioni arabe e prevalentemente sunnite presentandosi non semplicemente come potenza regionale, ma come guida della lotta contro Israele.

È un vantaggio politico gigantesco.

L’Iran può così presentare Hezbollah non come uno strumento della propria profondità strategica, ma come “resistenza libanese”.

Può presentare il sostegno ai gruppi palestinesi come solidarietà rivoluzionaria.

Può inserire gli Houthi nello stesso fronte ideologico.

Può descrivere le milizie alleate in Iraq e Siria come componenti di un unico “Asse della Resistenza”.

La parola decisiva è proprio questa:

resistenza.

Perché chi si definisce “resistenza” assegna automaticamente all’avversario il ruolo dell’aggressore.

La geopolitica scompare.

Rimane la morale.

TRASFORMARE L’ESPANSIONE DELL’INFLUENZA IN “RESISTENZA”

Provate invece a eliminare per un momento gli slogan e osservare solamente la carta geografica.

Iran.

Iraq.

Siria.

Libano.

Yemen.

Territori palestinesi.

In tutti questi teatri Teheran ha cercato, con modalità e intensità differenti, rapporti con governi, movimenti politici, organizzazioni armate o milizie.

Questo non significa che ogni attore sia una marionetta iraniana. Sarebbe una semplificazione.

Significa però che l’IRGC ha costruito una rete capace di moltiplicare l’influenza iraniana molto oltre i confini nazionali.

E qui l’ideologia diventa indispensabile.

Perché permette di presentare quella rete non come uno strumento della politica estera iraniana, ma come una spontanea coalizione dei popoli oppressi.

È una narrazione straordinariamente efficace.

ISRAELE DIVENTA IL NEMICO PERFETTO

Israele svolge quindi contemporaneamente due funzioni.

La prima è reale e strategica: rappresenta uno dei principali ostacoli militari alla proiezione iraniana nel Levante.

La seconda è propagandistica: rappresenta un nemico attorno al quale è possibile costruire consenso e legittimazione.

Ed è questa combinazione che rende l’ostilità verso Israele così utile alla Repubblica Islamica.

Israele permette di unificare battaglie completamente differenti sotto una sola bandiera.

Libano?

Israele.

Siria?

Israele.

Palestina?

Israele.

Presenza americana nella regione?

Israele e Stati Uniti.

Milizie regionali?

“Asse della Resistenza”.

A quel punto qualsiasi avanzamento dell’influenza iraniana può essere raccontato non come avanzamento dell’Iran, ma come avanzamento della “resistenza”.

È qui che propaganda e geopolitica si fondono.

NON È UNA TECNICA ESCLUSIVAMENTE IRANIANA

Naturalmente sarebbe ingenuo sostenere che soltanto l’Iran utilizzi ideologia e propaganda per legittimare i propri interessi.

Lo fanno praticamente tutte le potenze.

Gli Stati Uniti hanno spesso presentato le proprie guerre attraverso democrazia, sicurezza e libertà.

La Russia utilizza sicurezza nazionale, accerchiamento e difesa delle popolazioni russofone.

La Turchia combina nazionalismo, sicurezza e richiami al mondo turco e musulmano.

Le monarchie del Golfo utilizzano religione, sicurezza e stabilità.

Israele presenta molte delle proprie operazioni attraverso la necessità della sicurezza nazionale e della sopravvivenza dello Stato.

L’Iran utilizza rivoluzione, Palestina, anti-sionismo e anti-imperialismo.

Cambiano le bandiere.

Il meccanismo politico rimane sorprendentemente simile:

trasformare l’interesse strategico dello Stato in una causa morale capace di mobilitare la popolazione.

ED È QUI CHE LA CONTROINFORMAZIONE CADE NELLA TRAPPOLA

Il paradosso è vedere una parte della controinformazione occidentale ripetere quasi letteralmente il vocabolario politico prodotto dalla Repubblica Islamica.

“Asse della Resistenza”.

“Anti-imperialismo”.

“Resistenza contro il sionismo”.

Come se adottare il linguaggio con cui una potenza descrive se stessa significasse automaticamente averne compreso la strategia.

È esattamente il contrario.

La prima regola della geopolitica dovrebbe essere:

non giudicare una potenza da quello che dice di essere. Guardare quello che fa.

E quello che l’Iran ha fatto per decenni è costruire influenza politica, militare e strategica ben oltre i propri confini.

La Palestina offre una causa.

Israele offre un nemico.

L’“Asse della Resistenza” offre la struttura.

L’IRGC offre uomini, addestramento, tecnologia, finanziamenti e collegamenti.

E dietro tutto questo rimane l’interesse fondamentale di ogni grande potenza:

aumentare il proprio peso e impedire agli avversari di dominarne lo spazio strategico.

Per questo ridurre tutto alla frase “l’Iran vuole distruggere Israele perché difende la Palestina” significa fermarsi alla superficie.

La questione più interessante è un’altra:

quanto dell’anti-israelismo iraniano è convinzione ideologica e quanto, contemporaneamente, è uno strumento indispensabile per legittimare un progetto di potenza regionale?

È questa la domanda che la propaganda preferisce non farci porre.

DELL’“IMPERIALISMO IRANIANO” NON PARLA QUASI MAI NESSUNO

Ed è forse questo uno degli aspetti più paradossali dell’intero dibattito.

Quando gli Stati Uniti proiettano potenza fuori dai propri confini, si parla immediatamente di imperialismo.

Quando Israele interviene militarmente nella regione, si parla di espansionismo.

Quando la Russia costruisce sfere d’influenza, si parla di imperialismo russo.

Ma quando l’Iran finanzia, arma, addestra e sostiene organizzazioni e milizie a migliaia di chilometri dai propri confini, improvvisamente la parola imperialismo scompare.

Al suo posto arriva una formula molto più comoda:

“Asse della Resistenza”.

Ed è proprio qui che si vede il potere della propaganda.

Perché basta cambiare il nome a un fenomeno per cambiarne completamente la percezione.

Se Washington finanzia un alleato, è influenza americana.

Se Teheran finanzia un alleato, è resistenza.

Se gli Stati Uniti costruiscono una rete di basi e partner, è imperialismo.

Se l’Iran costruisce una rete politico-militare dal Golfo al Mediterraneo, viene raccontata come solidarietà tra popoli oppressi.

Ma la geopolitica non cambia a seconda della bandiera che preferiamo.

Una potenza che costruisce sfere d’influenza fuori dai propri confini sta facendo politica di potenza.

E l’Iran non fa eccezione.

Questo non significa sostenere che Teheran abbia costruito un impero coloniale nel senso classico del termine. Significa però riconoscere un dato molto più semplice: la Repubblica Islamica ha perseguito per decenni una strategia di espansione della propria influenza militare e politica regionale.

Iraq.

Siria.

Libano.

Yemen.

Territori palestinesi.

In tutti questi scenari l’Iran ha cercato di creare leve capaci di aumentare il proprio peso strategico e di ridurre quello dei propri avversari.

Se vogliamo chiamare “imperialismo” qualsiasi proiezione di potenza americana, allora dobbiamo almeno avere l’onestà intellettuale di discutere anche della proiezione di potenza iraniana.

Altrimenti non stiamo facendo analisi.

Stiamo semplicemente scegliendo quale imperialismo condannare e quale assolvere.

Ed è curioso che proprio una parte della cosiddetta controinformazione, ossessionata dall’“imperialismo americano”, sembri quasi incapace di pronunciare due parole:

imperialismo iraniano.

Come se l’anti-americanismo rendesse automaticamente innocente qualsiasi altra potenza.

Come se bastasse essere nemici di Washington per diventare, per definizione, “resistenza”.

Ma il Medio Oriente non è una favola morale.

È uno spazio nel quale competono potenze regionali e globali.

Iran compreso.

E finché questa parte della storia continuerà a essere sistematicamente ignorata, continueremo a leggere la strategia iraniana attraverso il vocabolario prodotto dallo stesso apparato che dovremmo invece analizzare criticamente.

LO SCENARIO ESTREMO: SE L’IRAN CONTROLLASSE IL MEDIO ORIENTE, AVREBBE UNA MANO SULLA GOLA DELL’ECONOMIA MONDIALE

Facciamo adesso un esperimento geopolitico.

Non una previsione.

Non l’affermazione che l’Iran sia sul punto di conquistare militarmente tutto il Medio Oriente.

Ma una domanda:

che cosa accadrebbe se il progetto di espansione dell’influenza iraniana arrivasse al suo risultato massimo e Teheran riuscisse a esercitare un’influenza dominante dal Golfo Persico al Mediterraneo e al Mar Rosso?

A quel punto il problema non sarebbe più soltanto Israele.

Il problema sarebbe il rapporto dell’intero pianeta con energia, commercio e libertà di navigazione.

Perché il Medio Oriente non contiene soltanto petrolio e gas.

Contiene alcuni dei punti attraverso i quali petrolio, gas e merci devono necessariamente passare.

E chi controlla i colli di bottiglia non deve necessariamente controllare il mondo.

Gli basta poterlo bloccare.

HORMUZ: IL PRIMO RUBINETTO

Cominciamo dallo Stretto di Hormuz.

È uno dei punti più delicati dell’economia mondiale.

Nel 2025 vi transitavano quasi 20 milioni di barili di petrolio al giorno, circa il 25% del commercio petrolifero mondiale via mare.

Da Hormuz passa inoltre la grande maggioranza dell’LNG esportato dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti: insieme, quei flussi rappresentavano quasi un quinto dell’intero commercio mondiale di gas naturale liquefatto.

Ora immaginate un Iran egemone non soltanto sulla propria costa, ma capace di esercitare pressione politica e militare sull’intero Golfo.

Non avrebbe nemmeno bisogno di chiudere permanentemente Hormuz.

Gli basterebbe poter dire:

“Se volete che il petrolio continui a passare, dovete fare i conti con noi.”

Sanzioni?

Negoziati nucleari?

Supporto militare a un avversario?

Presenza americana?

Riconoscimento di Israele?

Politiche energetiche occidentali?

Ogni dossier potrebbe teoricamente diventare oggetto di pressione.

Il potere non sarebbe semplicemente possedere il petrolio.

Sarebbe possedere il rubinetto attraverso il quale passa quello degli altri.

IL 2026 HA GIÀ MOSTRATO CHE COSA SIGNIFICA

Non serve neppure affidarsi completamente alla fantasia.

La crisi del 2026 ha offerto un assaggio concreto della vulnerabilità del sistema.

Quando i flussi attraverso Hormuz sono stati gravemente limitati, diversi produttori del Golfo hanno dovuto ridurre la produzione perché non riuscivano più a esportarla normalmente.

L’EIA ha stimato ad aprile 2026 oltre 9 milioni di barili al giorno di produzione sospesa in Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati, Qatar e Bahrain.

Il Brent è arrivato fino a 138 dollari al barile il 7 aprile 2026.

Questo significa che non occorre conquistare Londra, Parigi, Tokyo o Pechino per colpirne l’economia.

Può bastare interrompere per qualche settimana una striscia d’acqua larga poche decine di chilometri.

Ecco il vero valore strategico di Hormuz.

NON SOLO PETROLIO: IL GAS

Poi c’è il gas.

Il Qatar è una delle grandi potenze mondiali dell’LNG.

Quasi tutto il suo gas naturale liquefatto esportato via mare deve attraversare Hormuz.

E per questi volumi non esiste una vera rotta marittima alternativa.

Se quella porta si chiude, una parte enorme dell’offerta mondiale di LNG diventa immediatamente problematica.

Nel 2026 la disruption del Medio Oriente ha sottratto temporaneamente quasi il 20% dell’offerta mondiale di LNG, facendo salire fortemente i prezzi in Europa e Asia.

Quindi immaginiamo cosa significherebbe non una crisi temporanea, ma un sistema regionale nel quale una singola potenza disponesse di capacità dominante sui principali accessi energetici del Golfo.

Europa e Asia non discuterebbero più soltanto con un esportatore.

Discuterebbero con un guardiano del passaggio.

POI ARRIVA BAB EL-MANDEB

Spostiamoci verso lo Yemen.

Qui troviamo Bab el-Mandeb.

È la porta meridionale del Mar Rosso.

Nel primo trimestre del 2026 vi transitavano circa 5,4 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti petroliferi.

Da lì si entra nel Mar Rosso.

E dal Mar Rosso si arriva a Suez.

È uno dei corridoi fondamentali che collegano Asia, Medio Oriente ed Europa.

Ed ecco perché gli Houthi assumono un significato strategico enorme.

Un movimento armato radicato nello Yemen non deve conquistare l’Europa.

Non deve occupare l’Arabia Saudita.

Gli basta possedere missili, droni e capacità sufficienti a rendere rischiosa la navigazione.

A quel punto assicurazioni aumentano.

Le compagnie cambiano rotta.

Le navi circumnavigano l’Africa.

Aumentano tempi e costi.

Il prezzo finale arriva sulle fabbriche e sui consumatori europei.

Questa è geopolitica trasformata in inflazione.

HORMUZ A EST, BAB EL-MANDEB A OVEST

Ed eccoci allo scenario più inquietante.

Immaginate una rete regionale sotto forte influenza iraniana capace di esercitare pressione contemporaneamente su:

Hormuz nel Golfo Persico

e

Bab el-Mandeb all’ingresso del Mar Rosso.

A quel punto Teheran avrebbe influenza indiretta sui due lati di una parte essenziale dell’architettura energetica mediorientale.

Non significherebbe poter bloccare tutto il commercio mondiale.

Esistono rotte alternative, oleodotti, riserve strategiche e altri produttori.

Ma significherebbe poter produrre uno shock gigantesco.

E soprattutto poter minacciare di produrlo.

Ed è questa la differenza tra forza e deterrenza.

L’arma più efficace è spesso quella che non devi usare.

IL RICATTO NON SAREBBE: “DATECI SOLDI”

Quando parliamo di ricatto geopolitico non dobbiamo immaginare qualcuno che telefona a Bruxelles dicendo:

“Pagateci oppure chiudiamo il petrolio.”

Funzionerebbe in maniera molto più sofisticata.

Potrebbe significare:

togliere determinate sanzioni;

ridurre la presenza militare occidentale;

non intervenire in determinate crisi regionali;

accettare governi o milizie vicini a Teheran;

rinunciare a colpire determinate infrastrutture;

modificare rapporti diplomatici;

negoziare riconoscimenti politici;

oppure semplicemente evitare qualunque decisione che possa provocare una nuova crisi energetica.

Questa sarebbe la vera arma.

Creare negli avversari la paura delle conseguenze economiche.

Non serve chiudere Hormuz ogni anno.

Basta che tutti sappiano che puoi farlo.

CHI SAREBBE PIÙ VULNERABILE?

Paradossalmente, una simile egemonia non colpirebbe soltanto l’Occidente.

Una parte enorme del petrolio che attraversa Hormuz è diretta verso l’Asia.

Cina, India, Giappone e Corea del Sud hanno enormi interessi nella sicurezza delle rotte energetiche del Golfo.

Questo significa che un Iran realmente egemone avrebbe una leva non soltanto su Washington o Bruxelles.

Avrebbe una leva anche sulle grandi economie asiatiche.

Ed è qui che la retorica “Iran contro Occidente” mostra tutti i suoi limiti.

Il controllo delle rotte energetiche non distingue tra capitalista americano, industria cinese, raffineria indiana o centrale elettrica europea.

Quando il prezzo dell’energia esplode, paga il mondo intero.

E SE SI AGGIUNGESSERO IRAQ, SIRIA E LIBANO?

Poi c’è la dimensione terrestre.

Un arco Iran-Iraq-Siria-Libano offrirebbe a Teheran profondità politica e logistica verso il Mediterraneo.

Non significa necessariamente che esista un piano realistico per trasformare questi Stati in province iraniane.

Ma una forte influenza su questo spazio permetterebbe di collegare il Golfo al Levante attraverso una rete di governi, milizie, infrastrutture e corridoi logistici amici.

In questo scenario Israele diventerebbe ancora più chiaramente l’ostacolo.

Perché si troverebbe esattamente sul fronte occidentale di questa proiezione.

Ed è per questo che guardare Israele soltanto attraverso la questione palestinese rischia di far perdere il quadro più grande.

Israele è anche un blocco geografico e militare contro la trasformazione dell’asse iraniano in un sistema regionale continuo.

PERCHÉ L’ARABIA SAUDITA DIVENTA DECISIVA

Ed ecco un altro elemento fondamentale.

Se l’Iran riuscisse realmente a subordinare o neutralizzare Arabia Saudita e monarchie del Golfo, cambierebbe completamente la struttura energetica mondiale.

Non perché Teheran diventerebbe proprietaria di tutto il petrolio mediorientale.

Ma perché perderebbe forza il principale blocco regionale capace di controbilanciarla.

Arabia Saudita ed Emirati possiedono inoltre alcune delle poche infrastrutture che permettono di esportare parte del greggio evitando Hormuz.

Una regione dominata da un’unica potenza ridurrebbe quindi anche la capacità politica di utilizzare vie alternative come contrappeso.

A quel punto la concentrazione del potere diventerebbe il problema.

IL VERO IMPERO DEL XXI SECOLO NON HA BISOGNO DI COLONIE

Qui arriviamo al punto fondamentale.

Continuiamo spesso a immaginare l’imperialismo con categorie dell’Ottocento.

Bandiere.

Colonie.

Governatori.

Eserciti di occupazione.

Ma nel XXI secolo una potenza può ottenere enormi vantaggi senza annettere formalmente un solo chilometro quadrato.

Può controllare governi amici.

Finanziare organizzazioni armate.

Costruire dipendenze.

Condizionare porti.

Influenzare stretti.

Minacciare infrastrutture.

Creare instabilità controllata.

E soprattutto costruire la percezione che qualsiasi decisione ostile avrà un prezzo energetico.

Questo sarebbe un impero di influenza, non necessariamente di occupazione.

LA VERA POSTA IN GIOCO

Ed ecco perché la discussione sull’Iran non può essere ridotta a:

“Teheran sostiene la Palestina”.

La vera domanda geopolitica è molto più grande.

Che cosa accadrebbe se una singola potenza riuscisse a diventare dominante nello spazio che contiene alcune delle maggiori riserve energetiche del pianeta e contemporaneamente alcuni dei suoi principali colli di bottiglia marittimi?

La risposta è semplice.

Non controllerebbe il mondo.

Ma avrebbe una capacità straordinaria di far pagare al mondo il prezzo delle proprie decisioni.

Petrolio più caro.

Gas più caro.

Trasporti più cari.

Assicurazioni più care.

Produzione industriale più cara.

Inflazione.

Pressione sui governi.

Recessione nei Paesi più vulnerabili.

E ogni crisi regionale diventerebbe automaticamente una crisi internazionale.

Questo è il motivo per cui Hormuz, Yemen, Iraq, Siria, Libano e Israele non possono essere analizzati come dossier separati.

Sono pezzi dello stesso grande scacchiere.

E se guardiamo quello scacchiere soltanto attraverso gli slogan dell’“Asse della Resistenza”, rischiamo di non vedere ciò che una grande potenza vede immediatamente:

rotte, porti, energia, profondità strategica e capacità di condizionare gli avversari.

Forse è proprio questo il punto più importante.

Il vero potere non consiste nel possedere ogni barile di petrolio.

Consiste nel poter decidere quanto sia difficile per gli altri farlo arrivare a destinazione.

UN MONDO COSTANTEMENTE SOTTO RICATTO

Ed è qui che arriviamo alla conseguenza più grave dello scenario.

Se l’Iran riuscisse davvero a costruire un’egemonia regionale capace di condizionare contemporaneamente Golfo Persico, Hormuz, Iraq, Levante, Yemen e accesso al Mar Rosso, il mondo vivrebbe costantemente sotto la minaccia di un ricatto energetico e commerciale.

Non sarebbe necessario chiudere ogni giorno uno stretto.

Non sarebbe necessario affondare continuamente petroliere.

Non sarebbe necessario interrompere permanentemente le esportazioni.

Basterebbe una sola cosa:

che governi, mercati e compagnie sapessero che Teheran possiede la capacità di farlo.

Da quel momento ogni grande crisi con l’Iran avrebbe una domanda implicita:

quanto siamo disposti a pagare in petrolio, gas, inflazione e commercio mondiale per opporci a Teheran?

È questo il vero potere del ricatto strategico.

L’Iran potrebbe teoricamente utilizzare la minaccia di destabilizzare i flussi energetici per aumentare il costo politico di qualsiasi decisione ostile.

Nuove sanzioni?

La minaccia su Hormuz.

Pressioni diplomatiche?

Tensione sulle rotte marittime.

Intervento contro una milizia alleata?

Droni e missili contro il traffico regionale.

Supporto militare a un avversario?

Nuova instabilità nel Golfo o nel Mar Rosso.

Il messaggio implicito diventerebbe sempre lo stesso:

“Potete sfidarci. Ma sappiate che il conto arriverà sulle vostre economie.”

NON SAREBBE SOLO L’OCCIDENTE

Ed è fondamentale capirlo.

Il ricatto non riguarderebbe soltanto Stati Uniti ed Europa.

Coinvolgerebbe Cina, India, Giappone, Corea del Sud e praticamente tutte le grandi economie dipendenti dalle importazioni energetiche del Golfo.

Una crisi regionale potrebbe tradursi immediatamente in:

aumento del petrolio;

aumento del gas;

incremento dei costi di trasporto;

rialzo delle assicurazioni marittime;

inflazione;

riduzione della produzione industriale;

pressione politica sui governi.

In altre parole:

Teheran potrebbe trasformare la geografia del Medio Oriente in una leva negoziale globale.

IL RICATTO PIÙ EFFICACE È QUELLO CHE NON DEVI ESEGUIRE

Ed è forse questo il punto decisivo.

Una potenza realmente dominante non ha bisogno di chiudere Hormuz.

Le basta convincere tutti che potrebbe farlo.

Non ha bisogno di bloccare Bab el-Mandeb.

Le basta rendere credibile la possibilità che quella rotta diventi improvvisamente troppo pericolosa.

A quel punto sono i mercati stessi a reagire.

Le assicurazioni aumentano.

Il petrolio sale.

Gli investitori fuggono.

Le compagnie deviano le rotte.

I governi iniziano a fare pressione perché qualcuno trovi un accordo.

Il ricatto comincia prima ancora che venga sparato un missile.

DAL POTERE REGIONALE AL POTERE SULL’ECONOMIA MONDIALE

Ecco perché l’eventuale egemonia iraniana sul Medio Oriente non sarebbe un problema confinato al Medio Oriente.

Diventerebbe un problema strutturale dell’economia mondiale.

Il mondo si troverebbe periodicamente davanti alla stessa scelta:

opporsi alle richieste iraniane rischiando uno shock energetico,

oppure

cedere terreno politico per mantenere aperte le rotte.

Naturalmente nessun controllo sarebbe assoluto: esistono rotte alternative, riserve strategiche, altri produttori e capacità militari delle grandi potenze.

Ma questo non eliminerebbe la leva iraniana.

La renderebbe semplicemente meno totale.

E anche una leva parziale su una quota enorme dell’energia mondiale sarebbe sufficiente per esercitare una pressione gigantesca.

Questo è il vero scenario da comprendere.

Non un Iran che conquista militarmente il pianeta.

Ma un Iran capace di dire al pianeta:

“Ogni volta che decidete di colpirci, ricordatevi da dove passa la vostra energia.”

E se una singola potenza arrivasse davvero a possedere una capacità simile, il mondo non sarebbe semplicemente dipendente dal Medio Oriente.

Sarebbe costantemente costretto a calcolare la possibile reazione di Teheran prima di prendere qualsiasi decisione strategica.

Questo è il ricatto geopolitico.

E questa sarebbe una delle conseguenze più pericolose di un Medio Oriente dominato da una sola potenza.

L’IRAN E LA RETE TRANSNAZIONALE: LA GUERRA INDIRETTA CHE VIENE DAL NOVECENTO

C’è infine un livello ancora più profondo della strategia iraniana.

La rete costruita intorno alla Repubblica Islamica non dovrebbe essere osservata soltanto attraverso Hezbollah, Hamas, Houthi o milizie irachene considerate separatamente.

Bisogna osservare il metodo.

Finanziamento.

Addestramento.

Armi.

Intelligence.

Organizzazioni locali.

Strutture clandestine.

Negabilità.

Pressione politica.

Operazioni condotte lontano dal territorio dello Stato sponsor.

È il principio fondamentale della guerra per procura.

E questo metodo non nasce con l’Iran.

LA GUERRA FREDDA NON È MAI FINITA DAVVERO

Durante la Guerra fredda Stati Uniti e Unione Sovietica compresero perfettamente che lo scontro diretto tra grandi potenze nucleari sarebbe potuto diventare catastrofico.

La competizione venne quindi trasferita nelle periferie.

Africa.

America Latina.

Asia.

Medio Oriente.

Si finanziavano governi, guerriglie, movimenti rivoluzionari, servizi d’intelligence e organizzazioni paramilitari.

Si combatteva attraverso qualcun altro.

Washington sosteneva i propri alleati.

Mosca sosteneva i propri.

Pechino sosteneva movimenti rivoluzionari.

I servizi segreti costruivano reti clandestine.

La guerra diventava transnazionale.

La Repubblica Islamica nata nel 1979 entra precisamente in questo mondo.

Ma sviluppa progressivamente un proprio modello.

KHOMEINI TRASFORMA LA RIVOLUZIONE IN POLITICA ESTERA

La rivoluzione iraniana non nasce semplicemente come cambio di governo.

Nasce con una vocazione rivoluzionaria.

La nuova Repubblica Islamica pretende di rappresentare qualcosa che supera i confini dell’Iran.

L’idea dell’esportazione della rivoluzione diventa così parte della nuova identità politica.

Ed è qui che l’IRGC assume un’importanza fondamentale.

I Guardiani della Rivoluzione non devono soltanto difendere il territorio iraniano.

Devono difendere la rivoluzione.

La differenza è enorme.

Perché uno Stato possiede confini.

Un’ideologia può attraversarli.

HEZBOLLAH: IL MODELLO CHE FUNZIONA

Il Libano diventa uno dei grandi laboratori di questa strategia.

Negli anni Ottanta, nel caos della guerra civile libanese e dell’intervento israeliano, l’Iran contribuisce alla formazione e allo sviluppo di Hezbollah.

Qui Teheran scopre la potenza di un modello destinato a diventare fondamentale.

Non occorre annettere il Libano.

Non occorre installare formalmente un governatore iraniano.

Non occorre mandare centinaia di migliaia di soldati.

È sufficiente costruire un’organizzazione locale fortemente armata, ideologicamente vicina e capace di diventare contemporaneamente:

forza militare;

movimento politico;

struttura sociale;

apparato propagandistico;

strumento di deterrenza.

Hezbollah diventa così molto più di una semplice milizia.

Diventa la dimostrazione che l’influenza può essere più economica dell’occupazione.

DALLA GUERRA PER PROCURA ALLA RETE

Successivamente il modello si espande e si differenzia.

Iraq.

Siria.

Libano.

Yemen.

Territori palestinesi.

Ma attenzione: parlare genericamente di “proxy iraniani” può essere fuorviante.

Non tutte queste organizzazioni sono controllate allo stesso modo.

Non tutte condividono la stessa ideologia.

Non tutte ricevono ordini operativi da Teheran.

Hamas, per esempio, è sunnita e possiede una propria agenda politica.

Gli Houthi hanno radici, leadership e interessi autonomi nello Yemen.

Diverse milizie irachene hanno differenti livelli di dipendenza dall’Iran.

Hezbollah rappresenta invece storicamente il rapporto più profondo con la Repubblica Islamica.

La vera forza del sistema sta proprio qui:

non è necessario controllare completamente ogni organizzazione perché la rete produca vantaggi strategici.

È sufficiente che gli interessi convergano abbastanza.

DALLA RETE REGIONALE ALLA DIMENSIONE TRANSNAZIONALE

Ed esiste poi un’altra questione che viene discussa molto meno.

Hezbollah non ha sviluppato attività soltanto in Libano.

Nel corso dei decenni autorità giudiziarie e servizi di sicurezza di diversi Paesi hanno attribuito a Hezbollah o a suoi membri attività, cellule, finanziamenti o operazioni molto lontano dal Medio Oriente.

L’attentato del 1994 contro l’AMIA di Buenos Aires rappresenta il caso storicamente più importante: la giustizia argentina ha attribuito responsabilità all’Iran e a Hezbollah, accuse respinte da Teheran.

Questo è importante perché mostra la possibile estensione geografica di una rete nata nel Levante.

Medio Oriente.

Europa.

America Latina.

Africa.

Non significa che esista un’unica gigantesca centrale che controlla automaticamente ogni attività.

Significa qualcosa di strategicamente più interessante:

alcune organizzazioni legate all’architettura iraniana hanno dimostrato capacità operative e logistiche transnazionali.

IL TERRORISMO COME STRUMENTO DELLA GUERRA ASIMMETRICA

Qui bisogna utilizzare le parole con precisione.

Hezbollah è designato organizzazione terroristica dagli Stati Uniti e da altri governi; l’Unione Europea mantiene invece nella propria lista terroristica la sua ala militare.

Hamas è anch’esso designato organizzazione terroristica da Stati Uniti e Unione Europea.

L’IRGC è designato organizzazione terroristica straniera dagli Stati Uniti.

Queste classificazioni non sono identiche in tutto il mondo e non devono essere confuse con una definizione universale accettata da ogni Stato.

Ma mostrano un problema reale:

l’architettura regionale iraniana comprende organizzazioni che numerosi governi considerano terroristiche e che hanno utilizzato terrorismo e violenza contro civili.

Ed è qui che la guerra indiretta raggiunge il suo livello più pericoloso.

Lo Stato sponsor può ottenere pressione strategica senza necessariamente assumersi tutti i costi politici e militari di una guerra convenzionale.

LA LEZIONE DELLA GUERRA FREDDA

Il vero collegamento con la Guerra fredda non richiede quindi una teoria del complotto.

È molto più evidente.

La Guerra fredda insegnò alle potenze che era possibile:

combattere senza dichiarare guerra;

colpire attraverso alleati;

finanziare organizzazioni locali;

costruire reti clandestine;

trasformare ideologia e propaganda in strumenti geopolitici;

negare o rendere ambiguo il proprio coinvolgimento diretto.

La Repubblica Islamica ha portato molti di questi principi nel XXI secolo adattandoli alla propria ideologia rivoluzionaria e alla particolare geografia del Medio Oriente.

L’IRGC COME ARCHITETTO DELLA GUERRA INDIRETTA

Ed è qui che la Forza Quds diventa centrale.

Il suo valore strategico non deriva dalle dimensioni di un esercito convenzionale.

Deriva dalla capacità di creare rapporti.

Addestrare.

Finanziare.

Trasferire tecnologia.

Costruire capacità missilistiche.

Sostenere organizzazioni locali.

Creare collegamenti tra teatri differenti.

In altre parole:

trasformare l’influenza iraniana in capacità militare distribuita.

Un avversario non deve più affrontare soltanto l’Iran.

Può trovarsi davanti Hezbollah dal Libano.

Milizie dall’Iraq.

Gruppi armati dalla Siria.

Houthi dallo Yemen.

E altri attori regionali con differenti livelli di collaborazione con Teheran.

È una forma di deterrenza reticolare.

ISRAELE DIVENTA IL NODO DA SPEZZARE

Ed ecco perché torniamo ancora una volta a Israele.

Israele si trova geograficamente nel punto nel quale questa architettura incontra uno dei suoi principali ostacoli militari.

Un Iran capace di consolidare una sfera d’influenza attraverso Iraq, Siria e Libano otterrebbe una profondità strategica straordinaria verso il Mediterraneo.

Israele impedisce che questo spazio diventi incontrastato.

Può colpire infrastrutture.

Intercettare trasferimenti di armi.

Eliminare comandanti.

Distruggere depositi.

Colpire direttamente capacità iraniane.

Per questo l’ostilità verso Israele può essere contemporaneamente ideologia, propaganda e interesse geopolitico.

IL VECCHIO METODO CON TECNOLOGIE NUOVE

Questa è forse la vera eredità della Guerra fredda.

Non necessariamente un unico “progetto segreto” sopravvissuto immutato per ottant’anni.

Qualcosa di molto più concreto:

un metodo di combattimento.

Solo che oggi quel metodo dispone di strumenti che durante la Guerra fredda non esistevano.

Droni.

Missili balistici relativamente economici.

Missili da crociera.

Cyberwarfare.

Social network.

Criptovalute.

Propaganda digitale globale.

Comunicazioni cifrate.

Una piccola organizzazione può quindi esercitare una pressione che un tempo avrebbe richiesto capacità statali enormemente superiori.

LA RETE È L’ARMA

Questo è il punto finale.

La vera innovazione iraniana non è aver inventato la guerra per procura.

Non l’ha inventata.

È aver costruito nel corso di decenni una propria architettura regionale di guerra indiretta, adattandola alle esigenze della Repubblica Islamica.

E se vogliamo capire il ruolo dell’IRGC dobbiamo smettere di guardare ogni fronte separatamente.

Hezbollah non è soltanto Libano.

Le milizie irachene non sono soltanto Iraq.

Gli Houthi non sono soltanto Yemen.

La Siria non è soltanto Siria.

Nella strategia iraniana questi teatri possono diventare parti di un sistema di deterrenza e influenza molto più vasto.

Ed è proprio questa la caratteristica fondamentale della guerra indiretta moderna:

non conquistare necessariamente il territorio dell’avversario.

Costruire invece una rete capace di circondarlo, condizionarlo e aumentare continuamente il prezzo che deve pagare per contrastarti.

La Guerra fredda ci ha insegnato il metodo.

La Repubblica Islamica lo ha adattato al Medio Oriente del XXI secolo.


Fonti e approfondimenti

Center for Strategic and International Studies — Axis Rising: Iran’s Evolving Regional Strategy and Non-State Partnerships in the Middle East
https://www.csis.org/analysis/axis-rising-irans-evolving-regional-strategy-and-non-state-partnerships-middle-east

Center for Strategic and International Studies — analisi sul sostegno iraniano alla rete regionale di gruppi armati
https://www.csis.org/analysis/what-can-united-states-and-israel-accomplish-iran

Congress.gov — Maximum Pressure Act, riferimenti alla politica statunitense verso IRGC, Hezbollah, Ansar Allah e alle minacce iraniane contro Israele
https://www.congress.gov/bill/119th-congress/house-bill/2570/text

Congress.gov — Risoluzione del Senato USA relativa all’Iran, IRGC e organizzazioni regionali sostenute da Teheran
https://www.congress.gov/bill/118th-congress/senate-resolution/462/text

JOSÉ BONO E LE SUE VECCHIE AMICIZIE: IL MAROCCO TORNA AL CENTRO DELL’ATTENZIONE. COSA C’È DIETRO QUESTA RETE DI RAPPORTI E AFFARI?

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Ci sono coincidenze che possono essere liquidate con una scrollata di spalle. Poi ci sono sequenze di rapporti, viaggi, proprietà, società e frequentazioni politiche che, soprattutto quando riguardano un ex ministro della Difesa ed ex presidente del Congresso spagnolo, meritano qualcosa di più del silenzio.

Il nome è quello di José Bono, storico peso massimo del PSOE.

E il Paese che continua a riapparire sullo sfondo è il Marocco.

Sia chiaro fin dall’inizio, perché in questioni di questo genere la precisione è fondamentale: possedere immobili all’estero non è un reato. Avere amici influenti non è un reato. Fare affari non è un reato. Visitare il Marocco non è un reato.

Ma il giornalismo non dovrebbe limitarsi a domandarsi se qualcosa costituisca già un illecito penalmente dimostrato.

Dovrebbe anche chiedersi chi frequenta chi, quali interessi si incrociano, quali porte rimangono aperte dopo l’uscita dalle istituzioni e quale influenza continuino a esercitare personaggi che hanno occupato alcuni dei posti più delicati dello Stato.

Ed è precisamente qui che il caso Bono diventa politicamente interessante.

DA TANGERI ALLA REPUBBLICA DOMINICANA

Nell’aprile 2026 THE OBJECTIVE ha dedicato un approfondimento agli interessi patrimoniali dell’ex ministro, riferendo che Bono avrebbe acquistato negli ultimi anni cinque immobili contigui a Tangeri, arrivando complessivamente a circa 1.800 metri quadrati di proprietà.

Non stiamo quindi parlando semplicemente di una vacanza occasionale sulla costa marocchina.

Parliamo, secondo quanto pubblicato, di una presenza patrimoniale significativa.

E contemporaneamente emerge un altro asse geografico: la Repubblica Dominicana.

José Bono ha ottenuto nel 2020 la cittadinanza dominicana attraverso una naturalizzazione privilegiata.

Questo non è un’indiscrezione giornalistica: esiste il Decreto 517-20, firmato dal presidente dominicano Luis Abinader, che concede espressamente la cittadinanza dominicana a José Bono Martínez.

Un documento ufficiale.

Successivamente diversi media hanno ricostruito la presenza societaria di Bono nel Paese caraibico.

THE OBJECTIVE ha riferito dell’esistenza di sei società con circa 7,5 milioni di euro di attivi, mentre altre inchieste hanno approfondito collegamenti societari e professionali con persone appartenenti o appartenute all’ambiente socialista spagnolo.

Ancora una volta: avere società non significa aver commesso un reato.

Ma significa che esiste una rete economica concreta che può e deve essere analizzata.

IL NOME DI JUAN SEGOVIA CONTINUA A RIAPPARIRE

Ed è qui che compare un altro personaggio interessante: Juan Segovia, ex deputato socialista nell’Assemblea di Madrid.

THE OBJECTIVE ha documentato nel febbraio scorso che società riconducibili a Bono, Segovia e all’imprenditore Dimas de Andrés in Repubblica Dominicana avrebbero condiviso avvocati e gestori coinvolti nella costituzione e nelle pratiche amministrative delle rispettive strutture societarie.

Non è quindi necessario ricorrere alle fantasie.

Esistono rapporti professionali documentati che meritano semplicemente di essere messi sul tavolo.

Lo stesso giornale ha riferito che la società dominicana Medcap Energy Caribe, collegata a Segovia, opera nel settore fotovoltaico e ha ottenuto importanti concessioni energetiche nel Paese.

Altri media spagnoli avevano già segnalato anni prima che società riconducibili a Bono e Segovia risultavano avere elementi amministrativi e professionali comuni.

La domanda, allora, diventa inevitabile:

quanto è estesa questa rete?

E soprattutto:

dove finiscono i normali rapporti personali e imprenditoriali e dove comincia quella capacità di influenza internazionale che un uomo con il curriculum di José Bono inevitabilmente porta con sé?

POI C’È IL MAROCCO

Ed eccoci al punto politicamente più delicato.

José Bono non è soltanto proprietario, secondo le informazioni pubblicate, di immobili a Tangeri.

Nel novembre 2022 guidò una delegazione spagnola che visitò El Aaiún, nel Sahara Occidentale, sostenendo la posizione marocchina sulla controversia territoriale.

Con lui c’era anche Juan Segovia.

La visita assume particolare rilevanza perché avvenne nell’anno della clamorosa svolta diplomatica del governo di Pedro Sánchez sulla questione del Sahara Occidentale.

Bono non nascose peraltro le proprie posizioni.

Già nel maggio 2022, intervistato dal media marocchino Le360, aveva difeso il sostegno spagnolo alla proposta marocchina di autonomia del Sahara.

Ma c’è un altro particolare che rende tutto politicamente ancora più interessante.

In quello stesso periodo la Spagna era sconvolta dal caso Pegasus e dalle rivelazioni sull’intrusione nei telefoni del presidente Pedro Sánchez e di membri del governo.

Bono intervenne anche su questo.

E prese una posizione molto netta contro chi attribuiva al Marocco la responsabilità dello spionaggio, definendo irresponsabile accusare Rabat senza prove.

Naturalmente quella dichiarazione non dimostra alcun rapporto improprio con il governo marocchino.

Ma descrive inequivocabilmente la posizione politica dell’ex ministro.

NON UN EX MINISTRO QUALSIASI

Ed è proprio questo il particolare che impedisce di liquidare tutta la vicenda come semplice gossip patrimoniale.

José Bono è stato ministro della Difesa della Spagna dal 2004 al 2006.

Durante quel periodo aveva responsabilità politica sul Centro Nacional de Inteligencia.

Nel 2005 era lo stesso ministero della Difesa a ricordare pubblicamente come spettasse a Bono vigilare sull’attività del CNI.

Stiamo quindi parlando di un uomo che ha avuto accesso ai livelli più delicati della sicurezza nazionale spagnola.

Successivamente è diventato presidente del Congresso dei Deputati.

Una carriera istituzionale di questo livello produce inevitabilmente relazioni, conoscenze e contatti internazionali che non evaporano il giorno in cui si abbandona la politica attiva.

Ed è precisamente per questo che la trasparenza dovrebbe essere massima.

Non perché Bono debba essere considerato colpevole di qualcosa.

Ma perché un uomo con quel passato istituzionale non può essere valutato come un anonimo pensionato che compra una casa a Tangeri.

IL PROBLEMA È LA SOMMA DEGLI ELEMENTI

Preso singolarmente, ogni elemento può avere una spiegazione assolutamente normale.

Una proprietà in Marocco?

Perfettamente legittima.

Una cittadinanza dominicana?

Legittima.

Delle società?

Legittime.

Rapporti con ex politici socialisti?

Legittimi.

Un viaggio nel Sahara Occidentale?

Legittimo.

Una posizione politica favorevole alla strategia marocchina?

Legittima.

È quando tutti questi elementi vengono osservati contemporaneamente che nasce una questione di evidente interesse pubblico.

Perché abbiamo un ex ministro della Difesa, già responsabile politico dell’intelligence spagnola, con proprietà segnalate in Marocco, attività economiche internazionali, una rete di rapporti con ex esponenti socialisti e una posizione pubblicamente molto favorevole a Rabat proprio durante una delle fasi più controverse delle relazioni tra Spagna e Marocco.

Questo non è una prova di reato.

È però materiale più che sufficiente per fare domande.

E sorprende semmai che qualcuno possa considerare scandaloso persino formularle.

LE DOMANDE CHE QUALCUNO DOVREBBE FARE

Qual è oggi l’esatta consistenza degli interessi patrimoniali di Bono in Marocco?

Quando sono stati acquisiti gli immobili di Tangeri e attraverso quali strutture?

Esistono rapporti economici, professionali o societari con cittadini, società o intermediari marocchini?

Quali sono stati i contatti dell’ex ministro con rappresentanti politici o imprenditoriali marocchini dopo la sua uscita dalle istituzioni?

Chi organizzò la delegazione del 2022 a El Aaiún?

Perché Juan Segovia ne faceva parte?

Quali rapporti esistono fra la rete imprenditoriale sviluppata nella Repubblica Dominicana e quella delle relazioni internazionali dell’ex ministro?

Sono domande.

Non sentenze.

Ed è una distinzione fondamentale.

Ma trasformare l’assenza attuale di una prova di illegalità nell’obbligo di non fare domande sarebbe esattamente il contrario del giornalismo.

IL VERO POTERE COMINCIA FORSE QUANDO FINISCE LA CARICA?

Esiste infine una questione molto più grande del singolo caso Bono.

Le democrazie occidentali discutono continuamente delle cosiddette revolving doors: politici che lasciano gli incarichi pubblici portandosi dietro qualcosa di immensamente più prezioso dello stipendio percepito durante il mandato.

Contatti. Accesso. Credibilità istituzionale. Informazioni. Relazioni internazionali.

Il problema non consiste necessariamente nell’esistenza di un illecito.

Il problema è capire quanto potere privato possa essere costruito utilizzando il capitale relazionale accumulato attraverso una carriera pubblica.

José Bono ha lasciato da tempo la prima linea della politica spagnola.

Ma osservando la geografia delle sue relazioni, delle sue attività e delle sue apparizioni internazionali, una cosa appare evidente:

il suo nome non appartiene affatto al passato.

E mentre il rapporto tra Madrid e Rabat continua a rappresentare uno dei dossier più delicati della politica spagnola — Sahara, immigrazione, Ceuta, Melilla, intelligence, sicurezza e cooperazione economica — quelle vecchie amicizie meritano forse molta più attenzione di quella ricevuta finora.

Non abbiamo bisogno di inventare complotti.

Non abbiamo bisogno di pronunciare condanne senza prove.

Abbiamo bisogno di qualcosa di molto più semplice:

trasparenza.

Perché la domanda rimane lì, scomoda e ancora senza una risposta completa:

cosa c’è davvero dietro la rete di amicizie, interessi economici e relazioni internazionali costruita intorno a José Bono?

Finché non arriveranno risposte documentate, fare questa domanda non sarà complottismo.

Sarà esattamente ciò che il giornalismo dovrebbe fare.


FONTI E APPROFONDIMENTI

THE OBJECTIVE – José Bono al descubierto: sus propiedades en Marruecos y Dominicana
https://theobjective.com/espana/2026-04-20/objetivo-directo-jose-bono-intereses-marruecos-dominicana/

THE OBJECTIVE – Un equipo jurídico común conecta las empresas de Bono, Segovia y Dimas de Andrés en República Dominicana
https://theobjective.com/economia/2026-02-27/equipo-juridico-bono-segovia-dimas-andres-republica-dominicana/

THE OBJECTIVE – El lucrativo negocio hispano-dominicano-marroquí de José Bono
https://theobjective.com/opinion/2026-07-04/negocio-hispano-dominicano-marroqui-jose-bono/

El Español – Los detalles de la delegación española presidida por Bono para apoyar a Marruecos en el Sáhara
https://www.elespanol.com/eldigitalcastillalamancha/opinion/confidencial/20230201/detalles-delegacion-espanola-presidida-bono-marruecos-sahara/738046197_12.html

EsDiario – José Bono e Juan Segovia nel viaggio in Marocco
https://www.esdiario.com/nacional/260223/180501/jose-bono-juan-segovia-viaje-marruecos.html

Presidenza della Repubblica Dominicana – Decreto 517-20 sulla naturalizzazione di José Bono
Documento ufficiale

Ministero della Difesa spagnolo – José Bono e il CNI
Documento ufficiale del Ministerio de Defensa

SPAGNA, IL GOVERNO CONTRO IL SUO STESSO POPOLO: L’80% VUOLE IL RITORNO DEI MINORI IN MAROCCO, MA SÁNCHEZ PUNTA A DISTRIBUIRLI NEL PAESE

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C’è un momento in cui una scelta politica smette di essere semplicemente controversa e diventa la fotografia della distanza che separa un governo dalla società che pretende di rappresentare.

In Spagna quel momento potrebbe essere arrivato con la crisi di Ceuta.

Secondo l’ultima rilevazione di SocioMétrica per El Español, pubblicata l’8 agosto, l’80% degli intervistati ritiene che i minori stranieri non accompagnati arrivati dal Marocco debbano essere riportati nel Paese vicino, anche introducendo, se necessario, modifiche normative che rendano possibile il ritorno.

Il dato più politicamente devastante per il Governo non arriva però dagli elettori di Vox o del Partido Popular.

Arriva dagli elettori del PSOE.

IL 77,6% DEGLI ELETTORI SOCIALISTI VUOLE IL RITORNO IN MAROCCO

La rilevazione attribuisce alla soluzione del ritorno il sostegno del 77,6% degli elettori del PSOE.

Tra gli elettori del PP la percentuale sale al 92,4%, mentre tra quelli di Vox raggiunge il 96,8%. Persino tra gli elettori dei partiti nazionalisti e indipendentisti il ritorno raccoglie l’81,4%.

Questi numeri rendono difficile liquidare la questione con il solito schema destra contro sinistra.

Non stiamo parlando di una proposta sostenuta esclusivamente dall’opposizione.

Stiamo parlando di una posizione condivisa, secondo il sondaggio, da più di tre elettori socialisti su quattro.

Ed è proprio qui che esplode la contraddizione politica.

Mentre una larghissima maggioranza degli intervistati chiede di privilegiare il ritorno in Marocco, il Governo sta lavorando alle derivazioni dei minori da Ceuta verso la Penisola e alla loro redistribuzione tra le comunità autonome. Secondo i dati riportati dalla stampa, appena l’8,9% degli intervistati considera questa la soluzione preferibile.

SÁNCHEZ HA UN PROBLEMA CHE NON PUÒ PIÙ CHIAMARE “ESTREMA DESTRA”

Per anni una parte della politica spagnola ha trasformato praticamente qualsiasi richiesta di maggiore controllo dell’immigrazione in una questione ideologica.

Ma come si liquida adesso il 77,6% degli elettori socialisti?

Sono diventati improvvisamente tutti estremisti?

Sono tutti xenofobi?

Oppure esiste una spiegazione molto più semplice: una parte enorme della società spagnola considera ormai insufficiente la politica migratoria del Governo?

Il sondaggio mette il PSOE davanti a una contraddizione che nessuna campagna comunicativa può cancellare.

Il problema non è soltanto l’opposizione.

Il problema è il suo stesso elettorato.

Quando quasi otto elettori socialisti su dieci esprimono una preferenza diversa dalla strada intrapresa dall’Esecutivo, la questione diventa eminentemente democratica e politica.

Un governo può naturalmente adottare decisioni impopolari. La democrazia rappresentativa non consiste nel governare attraverso sondaggi quotidiani.

Ma quando la distanza diventa così ampia, il Governo ha almeno il dovere di spiegare perché ritiene sbagliata la soluzione preferita dalla maggioranza e perché considera migliore quella sostenuta da una minoranza così ridotta degli intervistati.

E C’È UN ALTRO PARTICOLARE: UN ACCORDO CON IL MAROCCO ESISTE GIÀ

Qui la vicenda diventa ancora più interessante.

España e Marocco dispongono già di un accordo sulla cooperazione relativa ai minori non accompagnati, firmato nel 2007 ed entrato in vigore nel 2012.

L’accordo non prevede naturalmente deportazioni automatiche: stabilisce un quadro di cooperazione che comprende prevenzione dell’emigrazione irregolare dei minori, protezione e procedure per il loro eventuale ritorno.

Ed è fondamentale chiarire questo punto, perché impedisce di trasformare un problema politico e giuridico complesso in uno slogan.

Un minorenne non può essere semplicemente caricato su un autobus e accompagnato oltre la frontiera.

La normativa impone verifiche individuali, identificazione, garanzie e soprattutto la valutazione dell’interesse superiore del minore. Anche precedenti rimpatri sono finiti davanti alla magistratura proprio per il mancato rispetto delle procedure.

Ma questo non significa affatto che il ritorno sia giuridicamente inconcepibile.

Significa che deve essere organizzato nel rispetto della legge e caso per caso.

Ed è una differenza enorme.

PROTEGGERE UN MINORE NON SIGNIFICA AUTOMATICAMENTE TRASFERIRLO IN SPAGNA

Qui emerge forse la contraddizione più profonda dell’intera discussione.

Se un tredicenne marocchino arriva senza genitori a Ceuta, quale dovrebbe essere l’obiettivo prioritario?

Trasferirlo automaticamente verso Madrid, Catalogna, Andalusia o un’altra comunità autonoma?

Oppure identificare immediatamente la famiglia, verificare le condizioni domestiche e stabilire se esistano le garanzie necessarie perché possa tornare dai propri genitori?

La protezione dell’infanzia non dovrebbe trasformarsi automaticamente in una politica migratoria.

Se la famiglia esiste, è identificabile e può accogliere il minore in condizioni sicure, il ricongiungimento familiare nel Paese d’origine dovrebbe almeno essere seriamente esaminato.

Naturalmente esisteranno casi differenti: minori senza famiglia, vittime di violenza, tratta, abusi, persecuzione o situazioni nelle quali il ritorno potrebbe metterli in pericolo.

Proprio per questo servono procedure individuali.

Ma utilizzare le eccezioni per impedire persino di discutere seriamente del ritorno dei casi nei quali esso sarebbe legalmente e concretamente possibile significa trasformare la tutela del minore in un dogma politico.

CEUTA NON PUÒ DIVENTARE UNA PORTA AUTOMATICA VERSO LA PENISOLA

C’è poi un problema strategico che Madrid dovrebbe affrontare senza paraocchi ideologici.

Se il risultato sistematico dell’ingresso irregolare di un minore a Ceuta diventa il successivo trasferimento nella Penisola, quale messaggio viene inviato dall’altra parte della frontiera?

Il rischio evidente è creare un incentivo.

Ed è precisamente ciò che un governo responsabile dovrebbe cercare di evitare.

Dopo l’ultima crisi, secondo le informazioni pubblicate dalla stampa spagnola, oltre mille minori non accompagnati sono rimasti a Ceuta, costringendo le autorità locali ad approntare strutture straordinarie di accoglienza.

Ceuta non può sostenere indefinitamente emergenze di questa portata.

Ma la risposta non può essere semplicemente:

“Spostiamo il problema nel resto della Spagna.”

Quello non è risolvere un’emergenza.

È distribuirla geograficamente.

E RABAT?

Poi c’è l’elefante nella stanza: il Marocco.

Madrid dovrebbe pretendere dal governo marocchino collaborazione completa nell’identificazione dei minori, nella ricerca delle famiglie e nell’esecuzione dei ritorni quando le condizioni giuridiche lo consentono.

Perché un rapporto diplomatico serio non può funzionare soltanto in una direzione.

La Spagna ha costruito negli ultimi anni una relazione strategica estremamente delicata con Rabat. Proprio per questo dovrebbe avere la forza politica di pretendere responsabilità anche dal proprio partner.

Il Governo Sánchez dovrebbe spiegare pubblicamente quanti dei minori arrivati siano marocchini, quanti abbiano famiglie identificabili, quanti casi siano stati sottoposti a procedure di ricongiungimento e quali impedimenti concreti ostacolino ciascun ritorno.

Numeri. Documenti. Procedure.

Non slogan.

IL SONDAGGIO È UN AVVERTIMENTO POLITICO

Naturalmente un sondaggio non sostituisce né il Parlamento né la legge.

Ma fingere che un risultato dell’80% sia politicamente irrilevante sarebbe altrettanto assurdo.

Soprattutto quando quel consenso attraversa quasi tutto lo spettro politico.

Il dato del 77,6% degli elettori PSOE dovrebbe suonare come una sirena a Moncloa.

Perché significa che la frattura non corre semplicemente tra Sánchez e Vox.

Corre potenzialmente dentro lo stesso campo socialista.

E forse è proprio questo l’aspetto che dovrebbe preoccupare maggiormente il Governo.

Quando una politica viene contestata dagli avversari, un esecutivo può parlare di scontro ideologico.

Quando viene contestata persino da una larghissima parte dei propri elettori, quella spiegazione non basta più.

NON È “DESTRA CONTRO SINISTRA”: È UNA CRISI DI RAPPRESENTANZA

La domanda che resta sul tavolo è quindi molto semplice.

Perché il Governo spagnolo continua a privilegiare una soluzione che, secondo questa rilevazione, raccoglie appena l’8,9% delle preferenze, mentre l’80% chiede di perseguire prioritariamente il ritorno in Marocco?

Può esistere una risposta giuridica.

Può esistere una risposta umanitaria.

Può esistere una risposta diplomatica.

Ma Madrid deve fornirla.

Perché limitarsi a distribuire i minori tra le comunità autonome senza affrontare il problema alla radice significa soltanto spostare sulle amministrazioni locali le conseguenze di una crisi che nasce alla frontiera internazionale della Spagna.

La vera politica di protezione dovrebbe essere molto più esigente: identificazione immediata, verifica dell’età, ricerca delle famiglie, protezione dei soggetti vulnerabili, cooperazione obbligatoria con Rabat e rimpatrio assistito ogni volta che le condizioni legali e l’interesse superiore del minore lo consentano.

Questa sarebbe una politica.

Il resto rischia di essere soltanto gestione permanente dell’emergenza.

E il messaggio proveniente dal sondaggio di SocioMétrica è difficile da ignorare:

gli spagnoli sembrano averne abbastanza.

Ancora più significativo: sembrano averne abbastanza persino gli elettori del partito che governa la Spagna.


FONTI

La Bandera – “El 80% de los españoles pide devolver a Marruecos a los menores llegados a Ceuta”
Leggi l’articolo

El Español – sondaggio SocioMétrica dell’8 agosto 2026
Leggi l’articolo originale sul sondaggio

Demócrata – analisi del dato relativo agli elettori PSOE
Leggi l’approfondimento

Maldita – accordo Spagna-Marocco sui minori non accompagnati e quadro giuridico
Consulta la verifica sull’accordo bilaterale

ADESSO CHIEDETEVI PER CHI LAVORA LA CONTROINFORMAZIONE CHE SOSTIENE LE STESSE POLITICHE DI ISLAMIZZAZIONE E DISTRUZIONE DELL’OCCIDENTE: AMY POPE E LA MACCHINA DELLA MIGRAZIONE GLOBALE: QUANDO PER L’IOM L’OBIETTIVO NON È PIÙ FERMARE I FLUSSI, MA «REALIZZARE LA PROMESSA DELLA MIGRAZIONE»

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C’è una differenza enorme tra assistere chi fugge da una guerra e costruire un sistema internazionale che considera la mobilità umana uno strumento strutturale di sviluppo economico, sociale e politico.

È precisamente su questa differenza che dovrebbe concentrarsi il dibattito sull’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) e sulla sua direttrice generale, Amy Pope.

Perché, eliminati slogan, caricature e teorie impossibili da dimostrare, rimane qualcosa di molto più interessante: i documenti ufficiali.

E quei documenti descrivono apertamente un’organizzazione che non considera semplicemente la migrazione una crisi da amministrare. La considera anche una forza da organizzare, facilitare e utilizzare.

Non è un’interpretazione dei suoi avversari.

È scritto nero su bianco nel piano strategico dell’IOM.

DA OBAMA ALL’IOM: CHI È AMY POPE

Amy Pope non arriva alla guida dell’IOM dal nulla.

La biografia ufficiale dell’organizzazione ricorda che, prima di entrare nell’IOM, è stata Senior Advisor on Migration del presidente Joe Biden e Deputy Homeland Security Advisor del presidente Barack Obama. Alla Casa Bianca si occupò, tra le altre cose, di strategie relative alla migrazione, al reinsediamento dei rifugiati, alla tratta di esseri umani e alle crisi internazionali.

È quindi sbagliato presentarla semplicemente come una funzionaria umanitaria.

Pope proviene direttamente dal cuore dell’apparato politico statunitense che ha elaborato le strategie migratorie dell’era Obama e, successivamente, ha lavorato come consigliera di Biden sulla migrazione.

Nel 2023 è stata eletta direttrice generale dell’IOM, diventando la prima donna a guidare l’organizzazione. La sua candidatura era stata presentata proprio dagli Stati Uniti.

La continuità politica è evidente.

QUANDO LA MIGRAZIONE DIVENTA UNA «PROMESSA»

Il punto decisivo, tuttavia, non è la biografia di Pope.

È ciò che l’IOM dichiara di voler fare.

Il Piano Strategico IOM 2024-2028, elaborato all’inizio del mandato di Pope, utilizza un linguaggio estremamente significativo.

La visione dell’organizzazione viene sintetizzata così:

“Deliver on the promise of migration”.

Realizzare, cioè, “la promessa della migrazione”.

Il documento contiene persino una sezione intitolata:

“Harnessing the Power of Migration” — sfruttare il potenziale della migrazione.

Secondo l’IOM, la migrazione avrebbe il potere di trasformare positivamente individui, famiglie, comunità e società e sarebbe collegata al raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030.

Qui cambia completamente il paradigma.

Non siamo più soltanto davanti all’organizzazione che interviene quando una guerra produce profughi.

Non siamo più semplicemente davanti a un organismo che porta acqua, tende e assistenza sanitaria nei campi profughi.

La migrazione diventa uno strumento di policy.

TRE OBIETTIVI. IL TERZO È QUELLO POLITICAMENTE PIÙ INTERESSANTE

Il Piano Strategico 2024-2028 stabilisce tre grandi obiettivi:

  1. salvare vite e proteggere le persone in movimento;
  2. trovare soluzioni agli sfollamenti;
  3. facilitare percorsi di migrazione regolare.

Ed è proprio il terzo punto che dovrebbe aprire una discussione politica enorme.

Perché un’organizzazione internazionale nata per occuparsi di migrazione non si limita più alla gestione delle conseguenze delle crisi.

Lavora anche affinché esistano canali permanenti e organizzati di mobilità internazionale.

Si può essere favorevoli.

Si può essere contrari.

Ma fingere che questa dimensione politica non esista significa rifiutarsi di leggere i documenti dell’organizzazione stessa.

LA MIGRAZIONE NON È PIÙ L’ECCEZIONE: DIVENTA INFRASTRUTTURA

Questo è il cambiamento culturale fondamentale.

Per decenni l’immigrazione veniva discussa principalmente come scelta sovrana degli Stati:

chi entra?

quanti entrano?

con quali qualifiche?

per quanto tempo?

chi viene espulso?

chi decide?

Nella nuova architettura della governance migratoria internazionale il problema viene progressivamente rovesciato.

La domanda diventa:

come rendere la mobilità più sicura, ordinata e regolare?

La differenza sembra linguistica.

In realtà è politica.

Perché la prima impostazione parte dalla sovranità dello Stato.

La seconda parte dalla gestione della mobilità.

E non sono necessariamente la stessa cosa.

L’IOM LO DICE APERTAMENTE

Ancora più interessante è la definizione che l’organizzazione dà di se stessa.

L’IOM afferma di essere impegnata nel principio secondo cui una migrazione “umana e ordinata” produce benefici tanto per i migranti quanto per la società.

Il suo piano strategico sostiene inoltre che l’organizzazione deve aiutare gli Stati membri a “seize the opportunities”, cioè cogliere le opportunità offerte dalla migrazione.

Non serve inventare un complotto.

È molto più utile discutere quello che viene dichiarato pubblicamente.

L’IOM considera la migrazione non soltanto un fenomeno inevitabile da amministrare, ma qualcosa che può generare sviluppo e prosperità.

Ed è proprio qui che nasce la domanda politica:

chi ha stabilito che questa valutazione debba diventare il paradigma attraverso il quale affrontare il futuro delle società occidentali?

IL PROBLEMA DEMOCRATICO

La questione non consiste nel sostenere che l’IOM possa obbligare autonomamente Stati Uniti, Italia, Francia o Germania ad aprire le frontiere.

Non può.

Gli Stati continuano ad avere governi, parlamenti, leggi sull’immigrazione e strumenti di controllo delle frontiere.

Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che gli organismi internazionali non abbiano influenza.

Producono standard.

Creano programmi.

Finanziano progetti.

Coordinano reti.

Forniscono consulenza ai governi.

Formano funzionari.

Collaborano con ONG e organizzazioni internazionali.

Producono il linguaggio attraverso il quale determinate politiche vengono progressivamente considerate normali.

È il soft power burocratico.

E può essere potentissimo.

AGENDA 2030 E GLOBAL COMPACT

Il collegamento istituzionale è esplicito.

L’IOM lega la propria strategia sia all’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile sia al Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration.

Il Piano Strategico afferma che gli Obiettivi di sviluppo sostenibile non potrebbero essere raggiunti senza migrazione sicura, ordinata e regolare.

L’IOM ricorda inoltre di essere coordinatore e segretariato della UN Network on Migration, la rete delle Nazioni Unite incaricata di sostenere gli Stati nell’attuazione del Global Compact.

È difficile trovare una dimostrazione più chiara dell’esistenza di una vera governance globale della migrazione.

Governance non significa governo mondiale.

Significa qualcosa di più concreto: istituzioni, programmi, accordi, finanziamenti e organizzazioni che cercano di coordinare le politiche nazionali intorno a principi comuni.

Ed è precisamente questo modello che merita un controllo politico molto più severo.

L’EREDITÀ OBAMA

La traiettoria personale di Pope rende il quadro ancora più interessante.

Nel novembre 2015, mentre lavorava alla Casa Bianca, Amy Pope firmò personalmente un intervento dedicato all’accoglienza dei rifugiati siriani.

Scriveva che gli Stati Uniti non potevano voltare le spalle alle persone che fuggivano dall’ISIS e difendeva il programma statunitense di reinsediamento.

Pochi giorni prima aveva firmato insieme a Cecilia Muñoz un altro intervento della Casa Bianca intitolato “Welcoming with Open Arms”, nel quale l’immigrazione e l’accoglienza dei rifugiati venivano presentate come elementi capaci di rendere l’America più forte e dinamica.

Non c’è bisogno di attribuirle una fantomatica operazione segreta.

La filosofia politica era pubblica.

Ed è rimasta sorprendentemente coerente.

ATTENZIONE PERÒ ALLE FALSE ACCUSE

Proprio perché la critica all’IOM può essere molto forte sulla base dei suoi stessi documenti, è controproducente appesantirla con affermazioni che non risultano dimostrate.

Per esempio, non abbiamo trovato prove affidabili che Amy Pope stia cercando di “rovesciare la Repubblica costituzionale americana”.

È una tesi politica estrema che richiederebbe prove straordinarie.

Non abbiamo trovato neppure elementi sufficienti per affermare che l’IOM finanzi una “vasta rete di organizzazioni terroristiche camuffate da ONG”.

Accuse del genere devono essere dimostrate organizzazione per organizzazione, finanziamento per finanziamento.

Anche l’affermazione secondo cui Pope sarebbe stata personalmente l’“architetta” del programma CVE che avrebbe eliminato Islam e jihad dalla formazione dell’FBI richiede molta cautela: le fonti ufficiali dell’FBI descrivono programmi CVE dell’epoca Obama, ma non dimostrano quella specifica catena di responsabilità personale attribuita a Pope.

La critica seria non ha bisogno di scorciatoie.

E I SOLDI AMERICANI?

Qui emerge una delle contraddizioni politicamente più interessanti.

Per anni Washington è stata il principale finanziatore dell’IOM.

Nel 2025, quando l’amministrazione statunitense ha drasticamente ridotto diversi programmi internazionali, Amy Pope ha dichiarato che gli Stati Uniti rappresentavano oltre il 40% dei finanziamenti dell’organizzazione, non il 67% indicato in alcune ricostruzioni circolate online.

I tagli americani contribuirono a una pesante riduzione delle attività e del personale IOM.

Ed è questo forse il dato politicamente più esplosivo.

Per anni il contribuente americano ha finanziato in misura enorme un’organizzazione internazionale la cui strategia considera la migrazione una forza potenzialmente positiva da organizzare attraverso percorsi regolari.

Washington finanziava quindi una parte importante dell’infrastruttura internazionale della governance migratoria.

È perfettamente legittimo chiedersi se questo corrisponda agli interessi degli elettori americani.

LA DOMANDA CHE L’OCCIDENTE NON VUOLE AFFRONTARE

Il dibattito viene troppo spesso ridotto a una falsa alternativa.

Da una parte:

“Chi critica l’immigrazione odia gli immigrati”.

Dall’altra:

“Chi sostiene l’accoglienza vuole distruggere l’Occidente”.

Sono due semplificazioni.

La vera domanda è molto più seria:

la migrazione deve essere uno strumento permanente di politica economica e demografica oppure una possibilità subordinata agli interessi e alla volontà democratica delle singole nazioni?

Perché milioni di persone che cambiano Paese significano anche trasformazioni del mercato del lavoro, della domanda abitativa, dei servizi pubblici, delle scuole, della sicurezza, delle comunità e inevitabilmente della cultura.

Queste conseguenze non possono essere cancellate utilizzando la parola “opportunità”.

Devono essere misurate.

CHI DECIDE IL FUTURO DI UNA NAZIONE?

Ed eccoci alla questione centrale.

Amy Pope non è il capo di un misterioso governo mondiale.

È qualcosa di molto più concreto: la direttrice di una delle organizzazioni più importanti dell’architettura internazionale della migrazione.

La sua biografia attraversa la Casa Bianca di Obama, l’amministrazione Biden e infine l’IOM.

La sua organizzazione parla apertamente di “harnessing the power of migration”, di realizzare la “promise of migration” e di facilitare percorsi regolari di mobilità internazionale.

Tutto pubblico.

Tutto scritto.

Ed è proprio per questo che il dibattito dovrebbe essere ancora più duro.

La domanda non è se esista una stanza segreta nella quale qualcuno abbia progettato la distruzione dell’Occidente.

La domanda è molto più semplice:

perché la trasformazione demografica delle nostre società dovrebbe essere considerata a priori una “promessa” da realizzare?

E soprattutto:

chi ha dato alle burocrazie internazionali il diritto politico di stabilire quale livello di migrazione rappresenti un beneficio per una nazione?

La risposta, in una democrazia, dovrebbe essere inequivocabile.

Non l’IOM.

Non l’ONU.

Non una rete di ONG.

Non una burocrazia internazionale.

Devono deciderlo i cittadini attraverso gli Stati sovrani e le istituzioni democratiche.

L’assistenza umanitaria è una cosa.

La costruzione di una politica migratoria permanente è un’altra.

Confondere deliberatamente le due significa sottrarre al dibattito democratico una delle decisioni più importanti che una società possa prendere:

chi può entrare, quanti possono entrare e quale Paese vogliamo lasciare alle generazioni successive.


FONTI

I SOLITI CANI DA RIPORTO DELLA CONTROINFORMAZIONE URLAVANO CHE AMERICANI E ISRAELIANI AVEVANO ORGANIZZATO L’INVASIONE DI CEUTA. ADESSO COSA RACCONTERANNO? SÁNCHEZ NASCONDE LE CARTE DEGLI ACCORDI CON IL MAROCCO

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Per giorni ci hanno indicato Washington e Israele. Ora emerge una questione molto più concreta e molto più vicina: Madrid ha firmato 14 accordi con Rabat e il governo Sánchez non chiarisce fino in fondo cosa sia stato concordato sulla gestione delle “avalanchas migratorias”, né su delicati dossier riguardanti Ceuta e Melilla

Per giorni abbiamo assistito al solito spettacolo.

Una parte della cosiddetta controinformazione italiana aveva già trovato i colpevoli: americani e israeliani.

Come da copione.

Quando accade qualcosa nel Mediterraneo, nel Medio Oriente o nel Nord Africa, per certi ambienti non serve aspettare documenti, indagini o ricostruzioni complete. Basta aprire il vecchio manuale ideologico e tirare fuori i soliti responsabili: Washington, Israele, Mossad, CIA, imperialismo americano.

La crisi di Ceuta non ha fatto eccezione.

Sono state costruite interpretazioni e collegamenti presentati come se bastassero a dimostrare una regia americana o israeliana dell’assalto alla frontiera spagnola.

Ma adesso arriva una notizia che costringe a guardare nella direzione che molti sembravano curiosamente poco interessati a esaminare:

Madrid e Rabat.

Secondo quanto pubblicato l’8 agosto da El Debate, il governo Sánchez continua infatti a mantenere riservate informazioni relative alle intese con il Marocco, dopo la firma di 14 accordi durante la XIII Riunione di Alto Livello tra i due Paesi.

E tra le questioni sulle quali vengono richiesti chiarimenti compare proprio la gestione delle cosiddette “avalanchas migratorias”, insieme a dossier delicatissimi riguardanti Ceuta e Melilla.

Ed ecco allora la domanda:

adesso cosa racconteranno?

Continueranno a cercare disperatamente americani e israeliani dietro ogni angolo oppure cominceranno finalmente a occuparsi dei rapporti tra il governo Sánchez e quello marocchino?

Perché qui non servono fantasiose mappe geopolitiche.

Servono semplicemente i documenti.

E soprattutto serve una domanda che dovrebbe interessare chiunque pretenda di fare informazione:

che cosa ha realmente concordato Madrid con Rabat?

Il punto non è affermare, senza prove, che esista un accordo segreto attraverso il quale Sánchez avrebbe organizzato o autorizzato l’assalto di Ceuta.

Questa sarebbe semplicemente un’altra teoria non dimostrata.

Il punto è esattamente l’opposto:

prima di costruire colpevoli internazionali bisogna pretendere trasparenza dagli attori direttamente coinvolti.

Spagna e Marocco condividono la frontiera.

Spagna e Marocco negoziano sulla gestione dell’immigrazione.

Spagna e Marocco hanno costruito negli ultimi anni una relazione strategica sempre più stretta.

Spagna e Marocco hanno firmato 14 accordi nel dicembre 2025.

E poche settimane fa Ceuta è stata investita da una crisi migratoria gigantesca.

È dunque perfettamente legittimo chiedere a Pedro Sánchez:

CHE COSA AVETE CONCORDATO CON RABAT?

E soprattutto:

perché gli spagnoli non possono conoscere integralmente tutto ciò che riguarda la gestione delle crisi migratorie e la sicurezza di Ceuta e Melilla?

Questa è la domanda che dovrebbe dominare il dibattito.

Non le fantasie costruite adattando ogni avvenimento alla stessa ossessione ideologica.

Perché la vera controinformazione dovrebbe fare precisamente questo: controllare il potere, verificare i documenti, seguire il denaro, ricostruire gli accordi e mettere alla prova tutte le versioni.

Non scegliere prima il colpevole e cercare dopo qualcosa che possa confermare la propria narrativa.

Ora abbiamo un’occasione perfetta per vedere chi vuole davvero conoscere la verità e chi invece vuole semplicemente difendere il proprio schema ideologico.

Pubblicate gli accordi.

Pubblicate i protocolli.

Chiarite gli impegni assunti con Rabat.

E poi discutiamo delle responsabilità.

Perché se per accusare America e Israele bastavano supposizioni e collegamenti indiretti, dovrebbe essere ancora più urgente pretendere spiegazioni sul rapporto tra il governo che amministra Ceuta e il Paese dal quale quella pressione migratoria è arrivata.

Questa volta non serve guardare a Washington.

Non serve guardare a Tel Aviv.

Prima bisogna guardare a Madrid e Rabat.

Ed è proprio lì che la propaganda dovrebbe lasciare finalmente spazio ai documenti.

BRUXELLES CONSUMA IL TRADIMENTO: L’EUROPA CELEBRA CEUTA PERCHÉ LA CRISI È RIMASTA IN SPAGNA

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Per Bruxelles il confine ha funzionato perché la pressione migratoria non si è trasferita oltre i Pirenei. Ma è proprio questa interpretazione a rivelare il problema geopolitico: Ceuta rischia di essere trattata non come territorio europeo da difendere, ma come una zona-cuscinetto incaricata di assorbire la crisi per proteggere il resto di Schengen.

C’è qualcosa di profondamente disturbante nel modo in cui Bruxelles sta raccontando la crisi di Ceuta.

Non tanto per quello che l’Unione Europea dice, quanto per il parametro attraverso il quale sembra misurare il successo.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha elogiato la gestione della crisi da parte delle autorità spagnole e marocchine, sottolineando in particolare l’efficacia dei ritorni e la necessità di rafforzare ulteriormente il controllo delle frontiere.

Fin qui potrebbe sembrare normale amministrazione.

Ma dietro questa rappresentazione emerge una domanda politicamente esplosiva:

successo per chi?

Per gli abitanti di Ceuta?

Per la sovranità territoriale spagnola?

Per gli agenti chiamati a controllare una delle frontiere più delicate d’Europa?

Oppure semplicemente per gli Stati del centro e del nord Europa, sollevati dal fatto che la pressione migratoria non si sia trasformata in nuovi movimenti secondari verso Francia, Germania, Belgio o Paesi Bassi?

È qui che la retorica comunitaria rischia di trasformarsi in qualcosa di molto diverso dalla solidarietà europea.

CEUTA NON È IL PARCHEGGIO MIGRATORIO DELL’EUROPA

L’Unione Europea riconosce ufficialmente che gli arrivi irregolari alle frontiere esterne rappresentano un problema non soltanto per gli Stati frontalieri ma, attraverso i cosiddetti secondary movements, per l’intera Unione.

È precisamente questo il punto.

Per Bruxelles il sistema funziona quando il migrante viene identificato, trattenuto, sottoposto alla procedura di frontiera oppure rimpatriato prima che possa spostarsi all’interno dell’Europa.

Dal punto di vista amministrativo è comprensibile.

Dal punto di vista geopolitico, però, nasce una deformazione pericolosissima.

Perché significa che un territorio frontaliero come Ceuta rischia di essere giudicato non sulla base della propria sicurezza, ma sulla base della capacità di assorbire la pressione senza esportarla verso il resto dell’Unione.

In altre parole:

se Ceuta soffre, ma Parigi, Bruxelles e Berlino non ricevono nuovi arrivi, il sistema europeo può comunque dichiararsi soddisfatto.

Ed è precisamente questa logica che Madrid avrebbe il dovere di contestare.

La Spagna non dovrebbe essere il cordone sanitario migratorio dell’Europa settentrionale.

Ceuta non è una camera di compensazione.

È territorio spagnolo.

BRUXELLES PARLA DI SOLIDARIETÀ, MA LA GEOGRAFIA DELLA SOLIDARIETÀ È MOLTO PARTICOLARE

La contraddizione diventa ancora più evidente osservando le stesse politiche europee.

La Commissione riconosce formalmente che la Spagna è sottoposta a pressione migratoria e che, nell’ambito del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, deve poter beneficiare degli strumenti europei di solidarietà.

Il principio dovrebbe essere semplice:

responsabilità alla frontiera, solidarietà all’interno dell’Unione.

Ma nella realtà politica il secondo elemento è sempre quello più fragile.

L’esperienza precedente è eloquente: tra agosto 2022 e febbraio 2024 soltanto 237 richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale erano stati ricollocati dalla Spagna verso altri Paesi europei attraverso i programmi sostenuti da UEAA e IOM.

Una cifra che mostra quanto sia stato storicamente limitato il meccanismo di redistribuzione volontaria.

Il nuovo Patto dovrebbe cambiare questa situazione introducendo forme strutturate di solidarietà, comprendenti ricollocamenti, contributi finanziari e sostegno operativo.

Ma Ceuta mostra quanto rimanga forte un altro istinto politico:

impedire soprattutto che la crisi arrivi a casa propria.

Ed è precisamente questo che trasforma una questione migratoria in una questione geopolitica.

IL CONFINE SPAGNOLO È ANCHE IL CONFINE EUROPEO. SOLO QUANDO FA COMODO?

Bruxelles afferma da anni che la protezione delle frontiere esterne è indispensabile per mantenere Schengen.

La Commissione scrive esplicitamente che avere «frontiere UE forti» e un controllo efficace su chi entra nell’Unione è essenziale per preservare lo spazio Schengen.

Perfetto.

Allora la conseguenza dovrebbe essere inevitabile.

Se Ceuta rappresenta una frontiera esterna strategica dell’Europa, una crisi di Ceuta dovrebbe essere trattata come una crisi europea, non come un problema spagnolo da mantenere geograficamente circoscritto.

Non si può utilizzare Madrid come guardiano quando bisogna fermare i flussi e poi considerare soddisfacente il risultato soltanto perché i migranti non sono arrivati nel cuore dell’Europa.

Questa non è solidarietà.

È esternalizzazione interna della frontiera.

Prima l’Europa esternalizza il controllo migratorio verso Paesi terzi come Marocco, Tunisia o Turchia.

Poi, quando il sistema entra in crisi, rischia di esternalizzarne il costo sui Paesi europei geograficamente più esposti: Spagna, Italia, Grecia, Malta e Cipro.

È una piramide comodissima per chi si trova lontano dal Mediterraneo.

Molto meno per chi vive sul confine.

IL MAROCCO È IL VERO ELEFANTE NELLA STANZA

C’è poi il problema che Bruxelles continua a trattare con estrema cautela: Rabat.

Le frontiere di Ceuta e Melilla non sono semplicemente linee migratorie.

Sono leve geopolitiche.

La storia recente dei rapporti tra Spagna e Marocco dimostra quanto rapidamente il dossier migratorio possa intrecciarsi con Sahara Occidentale, Algeria, commercio, cooperazione di sicurezza e riconoscimento politico.

Durante l’ultima crisi il Marocco ha sostenuto di avere avvertito Madrid in anticipo delle conseguenze che la recente decisione del Tribunal Supremo avrebbe potuto avere sulla cooperazione migratoria. Il governo spagnolo ha contestato l’interpretazione marocchina e ha negato che l’intelligence avesse previsto un evento delle dimensioni poi verificatesi.

Questo scontro dovrebbe allarmare Bruxelles molto più di quanto sembri.

Perché quando la stabilità di una frontiera europea dipende in larga misura dalla volontà politica di uno Stato terzo, quell’accordo non è semplicemente cooperazione:

è anche dipendenza strategica.

Ed è esattamente il tipo di dipendenza che permette alla migrazione di trasformarsi in una leva negoziale.

BRUXELLES COMINCIA FINALMENTE A CAPIRE? LE PAROLE DI BRUNNER

Nelle ultime ore è emerso almeno un segnale di cambiamento.

Il commissario europeo alla Migrazione Magnus Brunner ha sostenuto che l’UE dovrebbe utilizzare tutta la propria capacità negoziale — comprese politica commerciale e politica dei visti — per ottenere una cooperazione effettiva dal Marocco sul controllo migratorio.

È probabilmente la questione centrale che Bruxelles avrebbe dovuto affrontare fin dall’inizio.

L’Europa possiede enormi strumenti economici.

Mercato interno.

Tariffe.

Visti.

Aiuti.

Accordi commerciali.

Investimenti.

Accesso preferenziale.

Il problema non è l’assenza di strumenti.

È la volontà politica di utilizzarli.

Perché continuare a finanziare la cooperazione senza stabilire conseguenze credibili quando quella cooperazione fallisce significa trasformare l’incentivo europeo in una rendita geopolitica permanente.

LA SENTENZA DEL SUPREMO HA COMPLICATO IL CONTROLLO DEL CONFINE

Un altro elemento deve essere analizzato senza propaganda.

L’8 luglio il Tribunal Supremo spagnolo ha stabilito che il cosiddetto rechazo en frontera non può essere applicato automaticamente alle persone intercettate in mare mentre cercano di raggiungere Ceuta o Melilla a nuoto. La procedura speciale è applicabile in particolare a chi tenta di superare materialmente gli elementi di contenimento frontaliero.

La conseguenza operativa è evidente.

Madrid si è trovata costretta ad adeguare fisicamente il dispositivo di frontiera.

Il governo ha successivamente installato una barriera galleggiante nell’area del Tarajal proprio per creare un elemento materiale di contenimento compatibile con la nuova interpretazione giuridica.

Questo è un fatto.

Ma da qui a sostenere che esista una prova pubblica di un ordine politico generalizzato agli agenti di «non intervenire» c’è una distanza che, allo stato delle fonti disponibili, non può essere colmata.

La domanda politica, tuttavia, rimane legittima:

perché una frontiera tanto vulnerabile è arrivata impreparata a una crisi annunciata da settimane attraverso segnali politici, giudiziari e migratori sempre più evidenti?

È questo che Madrid dovrebbe spiegare.

IL BLACKOUT POLITICO È PEGGIORE DEL BLACKOUT INFORMATIVO

Il problema non è necessariamente che le informazioni non esistano.

Il problema è come vengono selezionate.

Il governo Sánchez insiste sull’efficienza della risposta.

Bruxelles enfatizza il contenimento.

Il Marocco rivendica la cooperazione.

Ma nella narrazione istituzionale rischia di sparire l’elemento fondamentale:

una frontiera spagnola ed europea è entrata in una situazione gravissima di pressione.

Trasformare tutto questo in una prova di buona gestione perché la crisi non si è propagata verso il continente equivale a cambiare arbitrariamente la domanda.

La domanda non dovrebbe essere:

«Quante persone sono riuscite ad arrivare nel resto dell’Europa?»

La domanda dovrebbe essere:

«Come è stato possibile che una frontiera europea si trovasse in questa situazione?»

Sono due cose completamente diverse.

IL VERO RISCHIO: TRASFORMARE LA SPAGNA IN UNO STATO-CUSCINETTO

La questione più importante non riguarda però soltanto Ceuta.

Riguarda il futuro dell’Unione Europea.

La politica migratoria europea sta progressivamente creando una gerarchia geografica.

Gli Stati sulla frontiera devono:

controllare,

identificare,

registrare,

ospitare,

processare,

respingere quando possibile,

rimpatriare quando possibile.

Gli Stati interni devono soprattutto evitare i movimenti secondari.

Il risultato può diventare una struttura estremamente sbilanciata.

Europa periferica come contenitore.
Europa centrale come beneficiaria del contenimento.

Se questo modello diventa permanente, il principio di solidarietà europea viene svuotato dall’interno.

Perché la sicurezza collettiva non può significare che alcuni Paesi sopportano permanentemente il costo geografico della frontiera affinché altri mantengano intatto il proprio spazio interno.

MADRID HA UNA RESPONSABILITÀ ENORME

Sarebbe troppo facile scaricare tutto su Bruxelles.

Il governo Sánchez ha una responsabilità altrettanto pesante.

Un governo nazionale dovrebbe essere il primo a ricordare all’Unione che la sicurezza di Ceuta non è negoziabile.

Dovrebbe pretendere cooperazione europea.

Dovrebbe pretendere impegni verificabili dal Marocco.

Dovrebbe pretendere strumenti straordinari per il controllo della frontiera.

E dovrebbe mettere sul tavolo conseguenze economiche e diplomatiche qualora Rabat non garantisse una collaborazione effettiva.

Invece Madrid rischia di accontentarsi degli elogi provenienti dalla Commissione.

Ed è forse questo l’aspetto politicamente più inquietante.

Perché ricevere una pacca sulla spalla da Bruxelles dopo una crisi di questa portata non dovrebbe essere considerato un successo diplomatico.

Dovrebbe essere considerato insufficiente.

CEUTA HA SVELATO LA VERA GERARCHIA EUROPEA

La crisi ha quindi fatto emergere qualcosa che va molto oltre l’immigrazione.

Ha mostrato la geografia del potere europeo.

Finché una crisi resta a Ceuta, Lampedusa, Lesbo o Cipro, può essere amministrata.

Quando rischia di attraversare i confini interni, improvvisamente diventa emergenza europea.

Questa asimmetria non può più essere ignorata.

Perché l’integrità territoriale di uno Stato membro non dovrebbe valere meno della tranquillità politica di un altro.

E un abitante di Ceuta non dovrebbe avere meno diritto alla sicurezza di un abitante di Bruxelles, Monaco o Parigi.

CONCLUSIONE: UNA «PROVA SUPERATA» PER BRUXELLES PUÒ ESSERE UNA SCONFITTA PER L’EUROPA

Il paradosso finale è tutto qui.

Bruxelles può considerare positiva una crisi se i movimenti secondari vengono impediti.

Ma un’Europa che misura il successo esclusivamente sulla capacità di confinare il problema ai propri margini territoriali non sta risolvendo la crisi: la sta semplicemente spostando politicamente sui Paesi più esposti.

Ceuta non può diventare il prezzo pagato dalla Spagna per mantenere tranquillo Schengen.

La Spagna non può essere utilizzata come zona-cuscinetto tra Africa ed Europa.

E il Marocco non può trasformarsi contemporaneamente in partner indispensabile, beneficiario della cooperazione europea e potenziale leva di pressione sulla frontiera senza che Bruxelles costruisca strumenti credibili di deterrenza.

Se l’Europa vuole davvero parlare di «frontiere comuni», deve finalmente assumersi anche responsabilità comuni.

Altrimenti la formula diventa molto più brutale:

la frontiera è europea quando bisogna difendere il nord Europa; diventa spagnola quando arriva il conto.

Ed è esattamente questa contraddizione che Ceuta ha portato alla luce.

Fonti

  • Commissione europea, Irregular migration and return: politica europea sulle frontiere esterne, procedure di frontiera e movimenti secondari.
  • Commissione europea, strategia quinquennale sulla migrazione: protezione delle frontiere esterne e salvaguardia di Schengen.
  • Commissione europea, primo ciclo annuale di gestione della migrazione: Spagna riconosciuta tra gli Stati sottoposti a pressione migratoria.
  • Commissione europea, valutazione sull’applicazione del nuovo Patto migrazione e asilo, 16 luglio 2026.
  • Commissione europea, gestione della migrazione in Spagna e ricollocamenti europei.
  • EL PAÍS, sentenza del Tribunal Supremo sulle procedure di respingimento a Ceuta e Melilla.
  • EL PAÍS, crisi di Ceuta e controversia sugli avvertimenti precedenti provenienti dal Marocco e dall’intelligence.
  • Cadena SER, dichiarazioni del governo spagnolo e reazione di Ursula von der Leyen alla gestione della crisi.

Arabia Saudita, Pakistan e Turchia cambiano gli equilibri: non è una “NATO islamica”, ma per Iran e Israele nasce un problema strategico

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Il nuovo accordo di difesa tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia rischia di essere interpretato attraverso due letture opposte e ugualmente semplicistiche.

La prima: starebbe nascendo una sorta di “NATO islamica” pronta a trasformarsi in un nuovo blocco militare contrapposto all’Occidente.

La seconda: si tratterebbe soltanto di una dichiarazione politica priva di conseguenze concrete.

La realtà appare molto più interessante.

Il 7 agosto 2026, Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno firmato alla Mecca un accordo di difesa che introduce un principio politicamente molto significativo: un’aggressione contro uno dei tre Paesi viene considerata un’aggressione contro tutti.

Le informazioni disponibili, tuttavia, non indicano la nascita di una struttura militare paragonabile alla NATO, con comando integrato, procedure automatiche d’intervento e una catena operativa sovranazionale.

Ed è proprio qui che bisogna distinguere tra ciò che questo accordo è oggi e ciò che potrebbe diventare domani.

Perché il vero significato geopolitico del patto non consiste necessariamente nella possibilità che domani soldati turchi o pakistani vadano a combattere una guerra saudita.

Consiste nella comparsa di un nuovo centro di potere regionale.

E questo rappresenta un problema soprattutto per l’Iran.

Non è una NATO musulmana

Definire immediatamente l’accordo una “NATO islamica” o una “NATO sunnita” significa attribuirgli caratteristiche che, almeno sulla base delle informazioni pubblicamente disponibili, non possiede.

La NATO dispone di strutture permanenti, pianificazione militare comune, comandi integrati, procedure operative consolidate e decenni di interoperabilità.

Il nuovo asse tra Riyadh, Ankara e Islamabad è ancora lontanissimo da tutto questo.

Persino il precedente accordo strategico di mutua difesa firmato da Arabia Saudita e Pakistan nel settembre 2025 conteneva una formula estremamente forte — l’aggressione contro uno dei due considerata aggressione contro entrambi — ma lasciava numerosi interrogativi sulle modalità concrete di applicazione.

L’International Institute for Strategic Studies aveva infatti sottolineato come molti dettagli dell’accordo saudita-pakistano rimanessero sconosciuti.

L’ingresso della Turchia aumenta enormemente il peso politico e militare dell’architettura, ma non cancella automaticamente quelle ambiguità.

La domanda decisiva rimane quindi questa:

che cosa accadrebbe quando la solidarietà diplomatica dovesse trasformarsi in un costo militare reale?

È relativamente semplice sottoscrivere il principio della difesa collettiva.

Molto più difficile è decidere di entrare in guerra.

Turchia e Pakistan non vogliono una guerra con l’Iran

Questo punto deve essere chiarito.

Il nuovo accordo non significa che Ankara e Islamabad abbiano deciso di trasformarsi nei nemici militari di Teheran.

Anzi.

Pakistan e Turchia hanno tutto l’interesse a mantenere aperti i rapporti con l’Iran e a presentarsi come potenze capaci di dialogare con entrambi gli schieramenti.

Lo hanno dimostrato anche recentemente.

Nel giugno 2026 Turchia, Pakistan, Arabia Saudita ed Egitto hanno accolto positivamente il memorandum tra Stati Uniti e Iran, sostenendo apertamente il processo di de-escalation regionale.

Quindi sarebbe sbagliato interpretare il nuovo patto come la preparazione di una guerra sunnita contro l’Iran.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato concludere che l’accordo sia irrilevante per Teheran.

È vero esattamente il contrario.

Il problema dell’Iran non è quello che i tre Paesi vogliono fare oggi

Il punto fondamentale è un altro.

L’Iran deve iniziare a preoccuparsi non soltanto delle intenzioni attuali di Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, ma delle capacità che questi tre Paesi potrebbero mettere insieme durante una futura crisi.

Ed è una differenza enorme.

L’Arabia Saudita porta capitale, capacità finanziaria, posizione geografica e influenza sul mercato energetico.

La Turchia porta uno dei più importanti apparati militari della regione, esperienza operativa e soprattutto un’industria della difesa che negli ultimi anni ha compiuto enormi progressi nei droni, nei missili, nell’elettronica, nella cantieristica e nei sistemi terrestri.

Il Pakistan porta forze armate numerose, esperienza militare e soprattutto una caratteristica impossibile da ignorare:

è una potenza nucleare.

Non significa automaticamente che Islamabad abbia esteso un “ombrello nucleare” formale sopra Riyadh e Ankara.

Sarebbe prematuro affermarlo.

Ma la presenza di una potenza nucleare all’interno di un meccanismo di difesa collettiva modifica inevitabilmente i calcoli strategici degli altri attori regionali.

A cominciare dall’Iran.

Teheran scopre che la strategia della pressione ha un prezzo

Per anni la Repubblica Islamica ha costruito una parte importante della propria influenza regionale attraverso una rete di alleati, milizie e organizzazioni armate.

Hezbollah in Libano.

Gli Houthi nello Yemen.

Le milizie sciite irachene.

Altri gruppi inseriti nell’architettura regionale iraniana.

Questa strategia permetteva a Teheran di proiettare potenza ben oltre i propri confini senza dover necessariamente assumere direttamente tutti i costi politici e militari delle operazioni.

Ma esiste un effetto collaterale.

Più l’Iran utilizza questa capacità di pressione, più gli Stati che si sentono minacciati cercano strumenti alternativi di deterrenza.

Il patto tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia può essere letto anche in questo modo.

Non necessariamente come un’alleanza costruita contro l’Iran, ma certamente come una struttura che riduce progressivamente la capacità iraniana di intimidire individualmente i propri vicini.

E gli eventi delle ultime settimane rendono il problema ancora più evidente.

Il 20 luglio il comando della coalizione guidata dai sauditi ha annunciato misure per proteggere le proprie navi commerciali in transito attraverso Bab el-Mandeb, promettendo una risposta alle minacce Houthi contro la navigazione.

Il problema degli Houthi non è quindi teorico.

Tocca direttamente una delle arterie commerciali più importanti del pianeta e gli interessi economici sauditi.

Per Riyadh, aumentare la profondità strategica non è più semplicemente una scelta diplomatica.

Sta diventando una necessità.

Ed è qui che l’Iran rischia di aver ottenuto l’effetto contrario

Teheran ha cercato per anni di aumentare la propria profondità strategica attraverso gli alleati regionali.

Il risultato potrebbe essere quello di spingere i propri concorrenti a costruire una profondità strategica alternativa.

Ed è esattamente ciò che potrebbe rappresentare il triangolo Riyadh-Ankara-Islamabad.

L’Iran non si trova davanti a un nuovo esercito pronto a marciare contro Teheran.

Si trova davanti a qualcosa di potenzialmente più problematico nel lungo periodo:

tre importanti potenze musulmane che cominciano a coordinare sicurezza, industria militare, addestramento, intelligence e deterrenza.

È questo il vero cambiamento.

Israele non può ignorarlo

L’altro Paese che osserverà attentamente questa evoluzione è naturalmente Israele.

Anche qui bisogna evitare conclusioni automatiche.

Il patto non significa che Arabia Saudita, Pakistan e Turchia stiano preparando una guerra contro Israele.

Ma la nascita di un blocco sunnita militarmente più coordinato modifica inevitabilmente l’equazione regionale.

Soprattutto perché Ankara mantiene una politica estremamente critica verso Israele e perché Pakistan e Arabia Saudita non hanno normalizzato pienamente i rapporti diplomatici con lo Stato ebraico.

Riyadh, inoltre, continua a collegare qualsiasi possibile avanzamento della normalizzazione a progressi sostanziali sul dossier palestinese.

Il nuovo accordo non chiude necessariamente quella porta.

Le relazioni saudite con Israele e la costruzione di nuove partnership militari possono procedere su binari differenti.

Se il quadro politico palestinese cambiasse significativamente, Riyadh potrebbe ancora tornare a considerare seriamente la normalizzazione.

Ma Israele dovrà prendere atto dell’esistenza di un interlocutore regionale potenzialmente molto più autonomo.

Non nasce necessariamente un fronte anti-Israele. Nasce qualcosa di più importante

La vera trasformazione potrebbe essere il passaggio da un Medio Oriente organizzato quasi esclusivamente attorno alla contrapposizione:

Iran contro Israele e Stati Uniti

a un sistema più complesso nel quale emerge un terzo polo.

Arabia Saudita, Turchia e Pakistan potrebbero cercare di presentarsi come il nucleo di una sicurezza regionale che non vuole essere subordinata né all’Iran né a Israele.

Ed è probabilmente questa la parte più interessante dell’intera operazione.

Il messaggio implicito potrebbe essere:

la sicurezza del Medio Oriente non può essere determinata soltanto dalle decisioni di Teheran, Gerusalemme o Washington.

Le grandi potenze sunnite vogliono avere un proprio peso.

Ma gli Stati Uniti non scompaiono

Chi interpreta il patto come la fine della presenza strategica americana nel Golfo rischia però di commettere un altro errore.

Gli Stati Uniti rimangono fondamentali.

Sistemi d’arma, intelligence, logistica, basi militari, difesa aerea e cooperazione strategica rendono ancora Washington un attore difficilmente sostituibile nella sicurezza del Golfo.

Il nuovo accordo potrebbe quindi essere visto dagli americani non necessariamente come una minaccia, ma come una forma di burden sharing, cioè una maggiore assunzione di responsabilità militare da parte degli alleati regionali.

Washington chiede da anni ai propri partner di contribuire maggiormente alla propria sicurezza.

Riyadh sembra aver deciso di farlo diversificando contemporaneamente i propri rapporti.

Non significa abbandonare gli Stati Uniti.

Significa evitare di dipendere esclusivamente dagli Stati Uniti.

Il precedente del 2019 pesa ancora

La memoria saudita dell’attacco contro le infrastrutture petrolifere di Abqaiq e Khurais nel 2019 non è scomparsa.

Quell’episodio mostrò quanto potesse essere vulnerabile una delle più importanti infrastrutture energetiche del pianeta.

Secondo l’analisi pubblicata da Chatham House all’inizio del 2026, proprio la percezione dell’insufficiente risposta americana agli attacchi del 2019 contribuì successivamente alla ricerca saudita di nuovi strumenti di sicurezza.

Da questo punto di vista il patto non nasce improvvisamente.

È il risultato di un processo durato anni.

L’Arabia Saudita vuole profondità strategica

Riyadh non vuole trovarsi nuovamente nella situazione di dover affrontare una crisi regionale chiedendosi se Washington interverrà, quando interverrà e fino a che punto sarà disposta a intervenire.

Il ragionamento saudita appare quindi abbastanza semplice:

mantenere l’alleanza americana;

rafforzare le proprie forze armate;

sviluppare l’industria militare nazionale;

costruire rapporti con altre potenze;

creare una rete di sicurezza regionale.

Pakistan e Turchia sono partner quasi ideali per questo progetto.

La vera rivoluzione potrebbe essere industriale

C’è inoltre un aspetto molto meno spettacolare ma probabilmente destinato ad avere conseguenze enormi: la cooperazione nell’industria della difesa.

Turchia e Pakistan hanno sviluppato negli ultimi anni capacità significative nella produzione militare.

L’Arabia Saudita dispone invece di enormi risorse finanziarie e vuole localizzare una quota crescente della propria produzione militare.

La combinazione è evidente.

Capitale saudita.

Tecnologia e industria turca.

Esperienza militare e capacità produttiva pakistana.

Se questa collaborazione dovesse produrre programmi comuni nei droni, missili, difesa aerea, munizionamento, elettronica, cantieristica o aviazione, il risultato potrebbe essere strategicamente molto più importante di qualsiasi dichiarazione diplomatica.

Perché gli accordi politici possono cambiare rapidamente.

Le filiere industriali, invece, creano interdipendenze destinate a durare decenni.

Anche gli Emirati guarderanno con attenzione

C’è infine un altro osservatore importante: gli Emirati Arabi Uniti.

Abu Dhabi e Ankara hanno migliorato considerevolmente i propri rapporti rispetto alle fortissime tensioni del passato.

Ma rimangono differenze profonde.

Gli Emirati hanno storicamente considerato con grande sospetto il rapporto della Turchia con movimenti riconducibili all’Islam politico e in particolare con la Fratellanza Musulmana.

Una presenza turca strutturale nell’architettura della sicurezza del Golfo potrebbe quindi creare nuove tensioni.

Non necessariamente una rottura tra Abu Dhabi e Riyadh.

Ma certamente un nuovo elemento da gestire.

Il vero test arriverà quando qualcuno dovrà pagare il prezzo

Alla fine, tuttavia, ogni alleanza militare viene giudicata nello stesso modo.

Non dalle fotografie delle firme.

Non dai comunicati.

Non dalle dichiarazioni sulla fratellanza.

Ma dal comportamento dei membri quando arriva una crisi.

Se domani gli Houthi dovessero colpire pesantemente infrastrutture saudite, Pakistan e Turchia sarebbero realmente disposti a intervenire militarmente?

Se uno scontro diretto tra Arabia Saudita e Iran dovesse degenerare, Ankara rischierebbe una guerra con Teheran?

Islamabad farebbe altrettanto?

Probabilmente nessuno oggi può rispondere con certezza.

Ed è proprio per questo che sarebbe sbagliato parlare già di “NATO islamica”.

Ma Teheran farebbe un errore ancora più grave sottovalutandolo

Il patto non rappresenta necessariamente la nascita di un’alleanza anti-iraniana.

Ma può rappresentare qualcosa che per la Repubblica Islamica è quasi altrettanto problematico:

la progressiva perdita del vantaggio derivante dalla frammentazione dei suoi avversari regionali.

Finché Arabia Saudita, Pakistan e Turchia agiscono separatamente, Teheran può negoziare, esercitare pressione e calibrare la propria strategia bilateralmente.

Se invece questi Paesi iniziano a coordinare difesa, intelligence, industria militare, sicurezza marittima e deterrenza, il calcolo iraniano cambia completamente.

Ed è questo il punto che rischia di essere sottovalutato.

Il significato dell’accordo non sta soltanto in ciò che Arabia Saudita, Pakistan e Turchia faranno domani mattina.

Sta in ciò che potrebbero essere capaci di fare insieme tra cinque o dieci anni.

Il Medio Oriente potrebbe quindi trovarsi davanti alla nascita non di una “NATO musulmana”, ma di qualcosa di geopoliticamente più realistico:

un terzo polo regionale sufficientemente forte da non voler essere subordinato né all’Iran né a Israele e sufficientemente pragmatico da continuare contemporaneamente a collaborare con gli Stati Uniti.

Per Teheran è un avvertimento.

La politica della pressione permanente, delle milizie e della proiezione indiretta di potenza può produrre risultati nel breve periodo.

Ma alla lunga può ottenere esattamente l’effetto contrario:

convincere gli altri Stati della regione che da soli sono vulnerabili e che insieme possono contenere l’Iran.

Ed è forse questa la conseguenza strategica più importante dell’accordo della Mecca.

Non sappiamo ancora quanto sia forte questa alleanza.

Ma sappiamo già perché è nata.

E soprattutto sappiamo chi dovrà iniziare a fare i conti con la sua esistenza.


Fonti e approfondimenti

Associated Press — Saudi Arabia, Turkey and Pakistan sign key defense agreement
Leggi l’articolo AP

International Institute for Strategic Studies — The Pakistan–Saudi Arabia defence relationship
Analisi IISS

Chatham House — Turkey, Saudi Arabia and Pakistan: strategic implications of the emerging alliance
Analisi Chatham House

CSIS — Could the Pakistani-Saudi Defense Pact Be the First Step Toward a NATO-Style Alliance?
Analisi CSIS

Ministero degli Esteri della Turchia — Dichiarazione congiunta Turchia, Arabia Saudita, Pakistan ed Egitto del 21 giugno 2026
Documento ufficiale

Saudi Press Agency — Protezione della navigazione saudita a Bab el-Mandeb e minacce Houthi
Comunicato ufficiale saudita