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La conquista del mondo senza eserciti

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La conquista del mondo senza eserciti

Finanza, diritto e ideologia come strumenti di dominio globale

Dalla matrice britannica all’Unione Europea

Confronto strutturale con il Sistema Americano di Hamilton e Lincoln


Introduzione generale

La forma del potere globale contemporaneo non ricalca più quella degli imperi classici.
Non si manifesta tramite annessione territoriale, occupazione militare o sovranità dichiarata.
Opera invece attraverso meccanismi indiretti ma strutturalmente vincolanti:

  • il potere bancario e monetario,
  • il diritto sovranazionale,
  • la produzione ideologica e normativa.

In questo sistema, l’Europa — e in particolare l’asse britannico-continentale — rappresenta il centro regolatore dell’ordine globalizzato, mentre gli Stati-nazione risultano progressivamente amministratori subordinati.


1. La riconversione dell’Impero britannico

La conquista del mondo senza eserciti
La conquista del mondo senza eserciti
La conquista del mondo senza eserciti

Con la fine dell’Impero coloniale formale, il Regno Unito non perde egemonia: la trasforma.

La City of London:

  • è una corporazione giuridica autonoma,
  • possiede status legale distinto dal Regno Unito,
  • funge da snodo globale per:
    • banche,
    • assicurazioni,
    • fondi,
    • paradisi fiscali.

Qui nasce il principio imperiale moderno:

Il controllo del credito è più efficace del controllo del territorio.

Lo Stato debitore diventa:

  • formalmente sovrano,
  • sostanzialmente vincolato.

2. La nascita del progressismo tecnocratico britannico

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Il progressismo moderno non nasce come forza popolare, ma come progetto elitario di riforma sociale.

Il centro ideologico è la Fabian Society (1884).

Principi chiave:

  • gradualismo (riforma lenta e irreversibile),
  • rifiuto della rivoluzione,
  • uso della legge e della burocrazia,
  • gestione tecnocratica della società.

I fabiani fondano e influenzano direttamente:

  • la London School of Economics,
  • interi apparati amministrativi anglosassoni ed europei.

Non si mira a rovesciare il capitalismo, ma a renderlo governabile dall’alto.


3. Think tank, psicologia sociale e consenso

La conquista del mondo senza eserciti
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Con il XX secolo il potere si sposta:

  • dal parlamento,
  • alla produzione di consenso.

Il ruolo centrale è svolto da istituti come il Tavistock Institute:

  • psicologia delle masse,
  • dinamiche di gruppo,
  • comunicazione persuasiva,
  • gestione del cambiamento sociale.

Il principio è chiaro:

le persone non vanno convinte politicamente, ma adattate psicologicamente.


4. L’Unione Europea come impero normativo

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La conquista del mondo senza eserciti

La Unione Europea rappresenta la massima espressione storica di governance sovranazionale.

Caratteristiche strutturali:

  • monopolio dell’iniziativa legislativa (Commissione),
  • primato del diritto UE sugli ordinamenti nazionali,
  • vincoli fiscali e monetari irreversibili,
  • corti non elette con potere sanzionatorio.

L’UE non governa popoli, ma sistemi.


5. Il cuore giuridico-finanziario globale in Europa

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Le principali leve del potere globale sono concentrate in Europa:

  • Corte Internazionale di Giustizia – L’Aia
  • Corte Penale Internazionale – L’Aia
  • Banca dei Regolamenti Internazionali – Basilea
  • SWIFT – Belgio
  • Organizzazione Mondiale del Commercio – Ginevra

Queste istituzioni:

  • non sono elette,
  • non rispondono ai cittadini,
  • producono regole globali vincolanti.

6. Il Sistema Americano: l’alternativa storica

La conquista del mondo senza eserciti
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Il Sistema Americano nasce come opposizione strutturale al modello britannico.

I suoi architetti:

  • Alexander Hamilton
  • Abraham Lincoln

Principi:

  • sovranità monetaria nazionale,
  • credito pubblico produttivo,
  • protezionismo industriale,
  • infrastrutture strategiche,
  • subordinazione della finanza allo Stato.

I Greenbacks dimostrano che:

la moneta può essere strumento della Repubblica, non del debito.


7. Confronto strutturale finale

Modello anglo-UESistema Americano
Finanza dominanteEconomia reale
Debito disciplinareCredito produttivo
GovernanceSovranità
TecnocraziaRepubblica
Norme irreversibiliDecisione politica

Conclusione

Il globalismo non è un’ideologia astratta, ma un’architettura concreta di potere.

  • La City muove il capitale
  • L’UE scrive le regole
  • Le corti puniscono la deviazione
  • I think tank producono legittimazione

Il Sistema Americano resta l’ultima grande alternativa storica:

sovranità contro amministrazione,
politica contro finanza,
democrazia contro governance.


Documenti e riferimenti (link)

Fabian Society
https://fabians.org.uk

London School of Economics – History
https://www.lse.ac.uk/about-lse/history

Tavistock Institute
https://tavinstitute.org

Bank for International Settlements (BIS)
https://www.bis.org

SWIFT
https://www.swift.com

World Trade Organization
https://www.wto.org

EU – Primacy of EU Law
https://eur-lex.europa.eu

Alexander Hamilton – Report on Manufactures (1791)
https://founders.archives.gov/documents/Hamilton/01-10-02-0001-0007

Abraham Lincoln – Greenbacks
https://www.loc.gov

L’uniformità ideologica italiana: quando mainstream e controinformazione parlano la stessa lingua

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L’uniformità ideologica italiana: quando mainstream e controinformazione parlano la stessa lingua
L’uniformità ideologica italiana: quando mainstream e controinformazione parlano la stessa lingua
L’uniformità ideologica italiana: quando mainstream e controinformazione parlano la stessa lingua

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In Italia si assiste a un fenomeno anomalo ma strutturale: la convergenza ideologica tra commentatori mainstream e controinformativi su alcuni temi chiave della geopolitica contemporanea.
Il caso di Donald Trump e del Venezuela è emblematico: cambiano i registri linguistici, ma le categorie interpretative restano identiche.

L’apparente conflitto tra “sistema” e “dissidenza” si rivela spesso una divergenza superficiale, interna a un’unica cornice ideologica egemone.


1. Le categorie retoriche ricorrenti: una grammatica condivisa

L’uniformità ideologica italiana: quando mainstream e controinformazione parlano la stessa lingua
L’uniformità ideologica italiana: quando mainstream e controinformazione parlano la stessa lingua
L’uniformità ideologica italiana: quando mainstream e controinformazione parlano la stessa lingua

Il commentariato italiano utilizza un insieme stabile di frame retorici, che funzionano come riflessi condizionati.

a) L’“imperialismo americano” come mito fondativo

È una categoria atemporale e morale, non storica.
Serve a:

  • concentrare la colpa geopolitica su un unico attore
  • rimuovere il ruolo dell’imperialismo britannico-finanziario
  • evitare l’analisi delle strutture transnazionali di potere

Il risultato è un capro espiatorio permanente che impedisce ogni lettura sistemica.


b) Populismo e autoritarismo come diagnosi clinica

Ogni rottura del consenso viene medicalizzata:

  • populista
  • autoritaria
  • illiberale

Non è una critica politica, ma una squalifica antropologica del dissenso.


c) Diritti e valori come dogma

“Valori europei”, “democrazia”, “stato di diritto” vengono invocati senza definizione, come verità autoevidenti.
La loro funzione non è descrittiva, ma disciplinare.


d) Il Sud globale come vittima permanente

Nel caso venezuelano:

  • si cancella la responsabilità delle élite locali
  • si infantilizza il soggetto politico
  • si trasforma il fallimento in prova morale

È una forma di neo-colonialismo simbolico.


2. Trump come anomalia sistemica, non come imperatore

L’uniformità ideologica italiana: quando mainstream e controinformazione parlano la stessa lingua
L’uniformità ideologica italiana: quando mainstream e controinformazione parlano la stessa lingua
L’uniformità ideologica italiana: quando mainstream e controinformazione parlano la stessa lingua

Trump non viene mai analizzato come:

  • prodotto di un conflitto interno statunitense
  • reazione alla deindustrializzazione
  • tentativo (goffo ma reale) di ri-sovranizzazione

Viene trattato come eresia morale.
Questo spiega perché mainstream e controinformazione convergano nel rifiuto: entrambi difendono la stessa ortodossia ideologica, anche quando fingono di combatterla.


3. L’Europa come sub-impero normativo

L’uniformità ideologica italiana: quando mainstream e controinformazione parlano la stessa lingua
L’uniformità ideologica italiana: quando mainstream e controinformazione parlano la stessa lingua
L’uniformità ideologica italiana: quando mainstream e controinformazione parlano la stessa lingua

L’Europa contemporanea non è un impero classico.
È un sub-impero normativo.

La Unione Europea non esercita potere tramite:

  • forza militare
  • espansione territoriale

Ma tramite:

  • regolamenti
  • standard
  • condizionalità
  • sanzioni morali

La Commissione Europea agisce come autorità etica, non come soggetto sovrano.

L’Europa:

  • non crea l’ordine globale
  • lo traduce
  • lo moralizza
  • lo legittima

4. Perché la controinformazione italiana replica gli stessi frame

L’uniformità ideologica italiana: quando mainstream e controinformazione parlano la stessa lingua
L’uniformità ideologica italiana: quando mainstream e controinformazione parlano la stessa lingua
L’uniformità ideologica italiana: quando mainstream e controinformazione parlano la stessa lingua

Qui emerge la contraddizione decisiva.

La controinformazione italiana:

  • rifiuta le conclusioni del mainstream
  • ma non rifiuta le sue categorie

Continua a usare:

  • antiamericanismo riflesso
  • moralismo geopolitico
  • narrazioni vittimistiche

Perché?

a) Perché è una dissidenza interna, non alternativa

È cresciuta dentro la cultura progressista europea.
Ha rotto con il potere, non con la sua visione del mondo.

b) Perché criticare Londra, finanza e UE costa troppo

L’antiamericanismo è a basso rischio simbolico.
Mettere in discussione:

  • architettura europea
  • subalternità normativa
  • imperialismo finanziario

significa uscire dal perimetro della legittimità culturale.


5. La verità scomoda: non serve pagarli

Ed eccoci al punto finale, quello che raramente viene detto in modo esplicito.

Non serve corrompere i commentatori.
Non serve pagarli.
Basta fornirgli un’ideologia.

Un’ideologia:

  • coerente
  • moralmente gratificante
  • socialmente riconosciuta

Chi la interiorizza:

  • si autocensura
  • si auto-legittima
  • riproduce il sistema gratuitamente

È il trionfo dell’imperialismo culturale interiorizzato:
non domina con la forza,
ma con il senso di appartenenza morale.


Conclusione

In Italia:

  • mainstream e controinformazione litigano sulle risposte
  • condividono le domande
  • e soprattutto condividono il linguaggio

Per questo sembrano opposti
ma pensano nello stesso modo.


Riferimenti e piste di approfondimento (non esaustivi)

  • Analisi sull’imperialismo britannico e finanziario
  • Studi sul potere normativo europeo
  • Critiche alla monocultura progressista anglosassone
  • Geopolitica classica: Hamilton, List, Lincoln
  • Analisi sul concetto di “dissidenza autorizzata”

Venezuela, “patria libera”: il laboratorio reale della mentalità totalitaria tanto cara alla sinistra europea

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Venezuela, “patria libera”: il laboratorio reale della mentalità totalitaria tanto cara alla sinistra europea
Venezuela, “patria libera”: il laboratorio reale della mentalità totalitaria tanto cara alla sinistra europea
Venezuela, “patria libera”: il laboratorio reale della mentalità totalitaria tanto cara alla sinistra europea

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Introduzione – La libertà proclamata contro la libertà vissuta

Il Venezuela viene celebrato come patria libera solo da chi ha smesso da tempo di credere nella libertà reale.
Dietro la retorica dell’antimperialismo, della sovranità popolare e della giustizia sociale, si cela uno Stato repressivo, fondato su censura sistemica, controllo economico, sorveglianza digitale e punizione metodica del dissenso.

Non siamo di fronte a un fallimento accidentale.
Il modello venezuelano non fallisce per errore: funziona esattamente come progettato.

Ed è proprio questo l’aspetto più inquietante:
il Venezuela non è un’anomalia storica, ma una anticipazione concreta di ciò che una parte significativa della sinistra europea pensa, giustifica e desidera — purché il controllo venga rivestito di un linguaggio “progressista”.


1. Il mito antimperialista come copertura ideologica

Venezuela, “patria libera”: il laboratorio reale della mentalità totalitaria tanto cara alla sinistra europea
Venezuela, “patria libera”: il laboratorio reale della mentalità totalitaria tanto cara alla sinistra europea
Venezuela, “patria libera”: il laboratorio reale della mentalità totalitaria tanto cara alla sinistra europea

Dalla stagione di Hugo Chávez fino all’attuale governo di Nicolás Maduro, il potere venezuelano ha costruito una narrazione potente:
ogni critica interna è “golpismo”, ogni opposizione è “terrorismo”, ogni dissenso è “imperialismo infiltrato”.

Questa struttura narrativa è fondamentale:
👉 se il nemico è ovunque, il controllo diventa una virtù.
👉 se la nazione è sotto assedio permanente, la libertà è un lusso sospetto.

È lo stesso schema ideologico che, in forma attenuata, ritroviamo nei discorsi europei che giustificano limitazioni dei diritti in nome di emergenze indefinite: sanitarie, climatiche, sociali, informative.


2. La distruzione programmata delle istituzioni democratiche

Il Venezuela non è una dittatura “classica”.
È qualcosa di più sofisticato: un autoritarismo elettorale.

Le elezioni esistono, ma:

  • l’opposizione viene esclusa, intimidita o incarcerata
  • i media indipendenti sono neutralizzati
  • la magistratura è completamente subordinata all’esecutivo
  • il Parlamento è svuotato di potere reale

Secondo Freedom House, il Venezuela è classificato come “Not Free”, con un punteggio tra i più bassi al mondo in termini di diritti politici e libertà civili.

Questo modello è particolarmente caro a una certa sinistra europea perché mantiene l’estetica democratica, pur eliminandone la sostanza.


3. Censura, informazione controllata e repressione mediatica

Venezuela, “patria libera”: il laboratorio reale della mentalità totalitaria tanto cara alla sinistra europea
Venezuela, “patria libera”: il laboratorio reale della mentalità totalitaria tanto cara alla sinistra europea
Venezuela, “patria libera”: il laboratorio reale della mentalità totalitaria tanto cara alla sinistra europea

Nel Venezuela contemporaneo:

  • canali televisivi critici sono stati chiusi
  • radio indipendenti revocate
  • siti web oscurati
  • giornalisti arrestati o costretti all’esilio

La famigerata “Ley contra el Odio” consente pene severe per contenuti ritenuti destabilizzanti, con definizioni volutamente vaghe.

Il risultato è un ambiente informativo sterilizzato, dove:

  • la propaganda sostituisce il giornalismo
  • la paura sostituisce il pluralismo
  • il silenzio diventa una forma di sopravvivenza

Chi difende queste misure in Europa le chiama lotta alla disinformazione.
In Venezuela si chiamano controllo del pensiero.


4. Sorveglianza digitale e identità elettronica: il cittadino schedato

Venezuela, “patria libera”: il laboratorio reale della mentalità totalitaria tanto cara alla sinistra europea
Venezuela, “patria libera”: il laboratorio reale della mentalità totalitaria tanto cara alla sinistra europea
Venezuela, “patria libera”: il laboratorio reale della mentalità totalitaria tanto cara alla sinistra europea

Uno degli aspetti più inquietanti — e meno discussi — del modello venezuelano è l’uso sistemico della tecnologia come strumento politico.

Il Carnet de la Patria non è una semplice tessera amministrativa:

  • collega identità, reddito, benefici sociali e fedeltà politica
  • condiziona l’accesso a cibo, sussidi, carburante
  • trasforma i diritti in concessioni revocabili

Il cittadino venezuelano non è libero:
è schedato, tracciato, ricattabile.

Questa architettura è straordinariamente simile alle proposte europee di:

  • identità digitale obbligatoria
  • portafogli digitali statali
  • accesso condizionato ai servizi

La differenza non è di natura, ma di velocità e intensità.


5. Economia come strumento di obbedienza

Venezuela, “patria libera”: il laboratorio reale della mentalità totalitaria tanto cara alla sinistra europea
Venezuela, “patria libera”: il laboratorio reale della mentalità totalitaria tanto cara alla sinistra europea
Venezuela, “patria libera”: il laboratorio reale della mentalità totalitaria tanto cara alla sinistra europea

Nel nome dell’uguaglianza:

  • si è distrutta la moneta
  • annientato il risparmio
  • eliminata l’autonomia economica

Il bolívar digitale non è un’innovazione neutra:
è l’ultimo anello di una catena che rende il cittadino dipendente dallo Stato per sopravvivere.

👉 Chi controlla la moneta, controlla la vita.
👉 Chi controlla l’accesso economico, controlla il comportamento.

Questo non è socialismo solidale.
È ingegneria della dipendenza.


6. Perché la sinistra europea guarda a Caracas con indulgenza

Il punto cruciale è politico e culturale.

Il Venezuela piace a una parte della sinistra europea perché:

  • dimostra che è possibile governare senza limiti reali
  • mostra come reprimere senza rinunciare alla retorica dei diritti
  • legittima il controllo come forma di progresso

Nel nome dell’uguaglianza si impone la dipendenza.
Nel nome della giustizia sociale si distrugge la libertà individuale.
Nel nome della sicurezza si normalizza la sorveglianza.

Chi difende questo modello non è ingenuo.
È coerente.


Conclusione – Non è una distopia: è una prova generale

Il Venezuela dimostra una verità che in Europa si tenta disperatamente di nascondere:

👉 quando la sinistra rinuncia ai limiti del potere, non emancipa: domina
👉 quando promette diritti senza libertà, non crea cittadini: crea sudditi

Questa non è una distopia futura.
È un laboratorio reale.

E chi oggi applaude Caracas,
domani non potrà dire di non sapere.


Dal controllo politico esplicito al controllo infrastrutturale

Perché il caso del Venezuela è uno specchio (distorto ma istruttivo) per l’Europa

Il collegamento tra Venezuela e alcune traiettorie oggi in discussione nell’Unione europea – CBDC (euro digitale), identità digitale, ESG/CSRD, Green Deal e governance algoritmica – non è ideologico, né basato su analogie di regime.
È meccanico e funzionale.

Quando identità, denaro, accesso ai servizi e valutazione automatizzata convergono in un’unica infrastruttura interoperabile, il potere pubblico (o para-pubblico) acquisisce leve di condizionamento comportamentale più efficaci della propaganda, della censura tradizionale o della repressione esplicita.

Il Venezuela rappresenta la forma “dura” e politicamente visibile di questo modello.
L’UE rischia – anche in assenza di volontà autoritaria – una forma “morbida” ma strutturalmente più stabile, perché incorporata nelle regole tecniche.

Leva di potereVenezuela: esito/usoUE: iniziativa/architetturaFunzione comune (rischio)
Identità digitale come chiave d’accessoCarnet de la Patria: identificazione + accesso a sussidi/beni; “diritti” trasformati in benefici condizionatiEuropean Digital Identity Wallet (EUDI Wallet) dentro il quadro eIDAS aggiornato + regolamenti attuativi della CommissioneLa cittadinanza tende a diventare profilo verificabile: chi non “entra” nel sistema resta ai margini. (European Commission)
CBDC / moneta come strumento di policyDigitalizzazione monetaria in contesto di controllo e dipendenza economicaProgetto “digital euro” (fase di preparazione, rulebook, infrastruttura, scelte su privacy/offline ecc.)La moneta digitale, se progettata con regole programmabili e compliance integrata, può diventare strumento di incentivazione/punizione (soft coercion). (European Central Bank)
Accesso ai servizi = premio per conformitàBeni/sussidi erogati in modo selettivo, creando dipendenzaProgressiva digitalizzazione dei servizi pubblici + interoperabilità credenziali (wallet) + adempimenti AML/KYC (specie nei pagamenti)I “diritti” rischiano di diventare accessi revocabili tramite regole tecniche/antifrode/antirischio
Governo per indicatori e “punteggi”Meccanismi informali e clientelari; controllo sociale tramite dipendenzaESG/CSRD: reporting standardizzato su rischi/impatti; classificazioni e “metriche” come linguaggio di governo dell’economiaLa politica si sposta dal voto ai KPI: chi controlla metriche e soglie controlla il comportamento di imprese e filiere. (Finance)
Green Deal come cornice di condizionamentoRetorica e mobilitazione “salvifica” (anti-impero/giustizia) per giustificare eccezioni e controlloGreen Deal (come macro-agenda): target, piani, incentivi, obblighi di transizione; possibile condizionalità su settori/finanzaIl rischio non è “l’ambiente”: è l’uso della transizione come stato d’eccezione permanente (deroghe, urgenze, imposizioni)
Governance algoritmica del potereSorveglianza + repressione (con strumenti digitali)AI Act: quadro per l’AI, con divieti, obblighi e categorie “alto rischio”; timeline applicativaAnche con tutele, lo Stato può spostare decisioni sensibili su sistemi automatizzati: amministrare = classificare. (Strategia Digitale Europea)
Controllo dell’informazioneCensura/repressione esplicitaRegolazione piattaforme e “safety”: moderazione, rimozioni, obblighi di complianceDal controllo poliziesco al controllo procedurale: non serve vietare “tutto”, basta rendere costoso pubblicare certe cose

Controllo “duro” vs controllo “infrastrutturale”

La differenza centrale non è quanto si controlla, ma come.

  • Nel Venezuela, il controllo è esplicito, selettivo e politicizzato: chi è fuori dal sistema paga un prezzo immediato.
  • Nell’UE, il controllo potenziale è procedurale, distribuito e normalizzato: non si vieta, si condiziona; non si punisce, si esclude per non-compliance.

In entrambi i casi, la leva decisiva è la stessa:
trasformare diritti in accessi e accessi in privilegi revocabili.


Il blocco critico: quando quattro infrastrutture si incastrano

Il salto qualitativo avviene quando queste quattro componenti diventano interoperabili:

  1. Identità digitale (wallet) → chi sei, cosa puoi dimostrare, con quale livello di affidabilità
  2. Pagamenti digitali / CBDC → cosa puoi comprare, quando, come e con quali vincoli
  3. Metriche ESG + Green Deal → quali comportamenti economici sono ammessi, premiati o penalizzati
  4. Governance algoritmica → decisioni automatizzate o “assistite” su rischio, priorità, accesso

Il Venezuela mostra l’esito finale.
L’UE sta costruendo – pezzo dopo pezzo – l’architettura che rende quell’esito tecnicamente possibile, anche senza repressione.


I quattro pilastri, uno per uno

1) CBDC (euro digitale): dal denaro come libertà al denaro come permesso

Nel lessico europeo, l’euro digitale è presentato come sovranità dei pagamenti e alternativa pubblica ai circuiti privati.
Il punto critico non è l’intenzione, ma la programmabilità potenziale.

Se la moneta è:

  • completamente tracciabile,
  • integrata con identità forte,
  • sottoposta a regole AML/KYC sempre più granulari,

allora il denaro può diventare strumento di policy comportamentale: limitazioni, congelamenti, priorità o esclusioni non richiedono più decisioni politiche visibili, ma regole tecniche “per la sicurezza del sistema”.

Formula di rischio:
identità verificata + pagamenti regolati + compliance automatica = libertà condizionata.


2) ESG/CSRD: governare tramite metriche

La rendicontazione di sostenibilità non usa la forza.
Usa l’accesso al credito, alle assicurazioni, ai mercati e alle filiere.

Chi definisce:

  • gli indicatori,
  • le soglie,
  • i criteri di materialità,

di fatto governa il comportamento economico senza passare dal voto.
La politica si sposta dal Parlamento ai KPI.

Il recente ridimensionamento e rinvio di parti della CSRD (2025–2026) dimostra che questo campo è conflittuale, non neutro: segno che il rischio è percepito anche all’interno delle istituzioni.


3) Green Deal: l’emergenza come struttura permanente

Il parallelo non è sull’ambiente, ma sulla logica dell’eccezione.

  • In Venezuela l’emergenza è “imperialismo e sabotaggio”.
  • In Europa può essere “clima, sicurezza sistemica, transizione non negoziabile”.

In entrambi i casi:

  • l’urgenza giustifica deroghe,
  • la pianificazione sostituisce il pluralismo,
  • incentivi e penalità disciplinano i comportamenti.

Il rischio non è la transizione, ma la normalizzazione dell’emergenza come metodo di governo.


4) Governance algoritmica: amministrare significa classificare

Con l’AI Act e l’uso crescente di sistemi automatizzati nella PA, l’accesso a diritti e servizi tende a dipendere da:

  • modelli di rischio,
  • categorizzazioni,
  • scoring impliciti (anche quando non dichiarati).

Un cittadino “governabile” è, prima di tutto, un cittadino leggibile dai sistemi.
Chi non è leggibile diventa un’anomalia amministrativa.


Chiusura editoriale

Il Venezuela rende visibile l’esito: obbedienza per sopravvivere.
L’Europa rischia un esito diverso ma parentale: conformità per accedere.

Quando CBDC, identità digitale, metriche ESG/Green Deal e governance algoritmica si integrano, la politica non ha più bisogno di repressione esplicita:
può governare con l’architettura.


LINK E FONTI (per approfondire)

Libertà politiche e diritti civili

Libertà di stampa

Sorveglianza digitale e repressione

Identità digitale e controllo sociale

Censura e repressione online

Crisi economica e monetaria

Venezuela: anatomia di uno Stato orwelliano nascente

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CBDC, controllo sociale, repressione e dominio dell’informazione digitale

Il Venezuela contemporaneo rappresenta uno dei casi più emblematici di trasformazione graduale verso un modello di Stato a forte controllo sociale, dove crisi economica, tecnologia digitale e potere politico convergono in una struttura che ricorda sempre più da vicino una distopia orwelliana.
Non si tratta di un totalitarismo improvviso, ma di una deriva sistemica, costruita nel tempo attraverso strumenti apparentemente neutri: moneta digitale, identità elettronica, gestione dell’informazione online.

Come insegna 1984, il controllo moderno non ha bisogno di violenza costante: è sufficiente rendere il cittadino dipendente, tracciabile e isolato.


1. Moneta digitale e dipendenza economica: il caso Petro

Venezuela: anatomia di uno Stato orwelliano nascente
Venezuela: anatomia di uno Stato orwelliano nascente
Venezuela: anatomia di uno Stato orwelliano nascente

Il Petro, la moneta digitale statale lanciata dal governo venezuelano nel 2018 e definitivamente chiusa nel 2024, è stato presentato come simbolo di libertà dal sistema finanziario internazionale.
In realtà, ha incarnato il principio opposto: centralizzazione totale del valore.

Il Petro:

  • era emesso e controllato dallo Stato
  • non era realmente convertibile né verificabile
  • veniva imposto per pagamenti fiscali e stipendi pubblici
  • mancava di fiducia interna ed esterna

Più che una criptovaluta, è stato un embrione di CBDC autoritaria, utile a dimostrare come una moneta digitale, in assenza di garanzie democratiche, possa diventare uno strumento di comando economico.


2. Identità digitale e controllo sociale: il Carnet de la Patria

Venezuela: anatomia di uno Stato orwelliano nascente
Venezuela: anatomia di uno Stato orwelliano nascente
Venezuela: anatomia di uno Stato orwelliano nascente

Il vero cuore del sistema orwelliano venezuelano non è la moneta, ma l’identità digitale.

Il Carnet de la Patria è una tessera elettronica che collega:

  • identità personale
  • accesso ai sussidi alimentari
  • bonus monetari
  • assistenza sanitaria
  • incentivi elettorali

In pratica, chi è fuori dal sistema digitale è fuori dalla sopravvivenza economica.
Questo realizza uno dei pilastri del controllo moderno: non proibire apertamente, ma premiare l’obbedienza e punire il dissenso attraverso l’esclusione.


3. Controllo dell’informazione online e repressione digitale

Venezuela: anatomia di uno Stato orwelliano nascente
Venezuela: anatomia di uno Stato orwelliano nascente
Venezuela: anatomia di uno Stato orwelliano nascente

Ogni Stato orwelliano necessita di un controllo serrato sulla narrazione della realtà. In Venezuela questo avviene attraverso:

  • blocco di siti web economici e informativi
  • censura selettiva dei social network
  • criminalizzazione della “disinformazione” non allineata
  • chiusura o intimidazione dei media indipendenti
  • uso massiccio di propaganda digitale

Il cittadino non viene solo sorvegliato: viene privato degli strumenti per comprendere la realtà economica e politica.
Il risultato è un ecosistema informativo chiuso, dove lo Stato decide cosa è vero, cosa è falso e cosa è punibile.


4. CBDC e controllo sociale: il confronto con Europa e Regno Unito

Venezuela: anatomia di uno Stato orwelliano nascente
Venezuela: anatomia di uno Stato orwelliano nascente
Venezuela: anatomia di uno Stato orwelliano nascente

Il confronto con Unione Europea e Regno Unito è fondamentale per capire che la tecnologia non è neutra, ma neppure automaticamente repressiva.

Unione Europea

Il digital euro è discusso all’interno di:

  • processi legislativi pubblici
  • separazione dei poteri
  • tutele esplicite sulla privacy
  • possibilità di pagamenti offline simili al contante
  • limiti alla detenzione per evitare controllo totale

Regno Unito

Il digital pound segue una logica simile:

  • consultazioni pubbliche
  • mantenimento del contante
  • ruolo centrale del settore privato
  • sperimentazione graduale e reversibile

La differenza chiave rispetto al Venezuela è istituzionale, non tecnica:
in UE e UK la moneta digitale è subordinata al diritto, in Venezuela è subordinata al potere politico.


5. Perché il Venezuela rientra nel modello orwelliano

ElementoVenezuelaUE / Regno Unito
Moneta digitaleCentralizzata, opaca, coercitivaRegolata, dibattuta
Identità digitaleObbligatoria e condizionanteSeparata dai pagamenti
Informazione onlineCensurataPluralismo garantito
PrivacyAssenteTutela legale
DissensoPunitoProtetto

Il Venezuela mostra come CBDC, identità digitale e controllo dell’informazione, se inseriti in un contesto autoritario, producano una società disciplinata, non una società libera.


Conclusione

Il Venezuela non è ancora una distopia compiuta, ma ne percorre chiaramente la traiettoria.
Non attraverso il terrore palese, ma tramite:

  • dipendenza economica
  • sorveglianza normalizzata
  • controllo informativo
  • digitalizzazione forzata

Il messaggio è chiaro e universale:
non è la moneta digitale a creare lo Stato orwelliano
è lo Stato orwelliano a usare la moneta digitale come strumento


FONTI E LINK (tutti raccolti qui)

Venezuela – controllo digitale, repressione, informazione

CBDC, Europa e Regno Unito

Venezuela, l’illusione della libertà finanziaria

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Venezuela, l’illusione della libertà finanziaria

Perché l’assioma “se non c’è la banca Rothschild allora il Paese è libero” è geopoliticamente falso

Nel dibattito critico sul potere finanziario globale circola da anni un assioma tanto semplice quanto seducente: se in un Paese non operano grandi famiglie bancarie internazionali, come i Rothschild, allora quel Paese è libero dal sistema bancario globale.
Applicato al Venezuela, questo ragionamento è diventato una scorciatoia ideologica: l’assenza di determinati attori finanziari occidentali viene letta come prova di sovranità monetaria e indipendenza geopolitica.

La realtà, però, è molto diversa. E molto più dura.


L’assenza non è una scelta, ma un effetto

Venezuela, l’illusione della libertà finanziaria
Venezuela, l’illusione della libertà finanziaria
Venezuela, l’illusione della libertà finanziaria

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In geopolitica, l’assenza non è mai una prova in sé. È quasi sempre una conseguenza.
Il Venezuela non è “fuori” da alcune reti finanziarie perché ha costruito un modello alternativo di sovranità economica, ma perché è stato progressivamente espulso o reso inoperabile all’interno dei circuiti di credito, fiducia e scambio internazionali.

Il Paese:

  • possiede una banca centrale,
  • emette moneta fiat,
  • utilizza strumenti classici di politica monetaria.

Ciò che manca non è il modello, ma la capacità sistemica di sostenerlo: produzione diversificata, accesso ai mercati, credibilità finanziaria, stabilità istituzionale.

Scambiare questa condizione per “libertà” significa confondere l’isolamento con l’indipendenza.


Il potere finanziario oggi non ha un volto, ma un’infrastruttura

Venezuela, l’illusione della libertà finanziaria
Venezuela, l’illusione della libertà finanziaria
Venezuela, l’illusione della libertà finanziaria

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Una delle principali distorsioni analitiche consiste nel continuare a immaginare il potere finanziario come concentrato in singole famiglie o banche “dominanti”.
Nel XXI secolo, il potere è infrastrutturale.

Il controllo geopolitico passa attraverso:

  • standard finanziari internazionali,
  • sistemi di compensazione e clearing,
  • regimi di compliance e antiriciclaggio,
  • assicurazioni sul commercio e sul trasporto,
  • sanzioni multilivello, spesso automatizzate.

Non serve “occupare” un Paese se è possibile interromperne i flussi.


Senza riconoscimento finanziario non esiste commercio globale

Venezuela, l’illusione della libertà finanziaria
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Venezuela, l’illusione della libertà finanziaria

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C’è un dato strutturale che molte narrazioni sovraniste evitano:

Uno Stato che non è pienamente riconosciuto nel sistema finanziario internazionale non può operare stabilmente oltre i propri confini.

Il commercio globale non è uno scambio diretto di merci, ma una catena complessa che richiede:

  • riconoscimento monetario,
  • garanzie finanziarie,
  • copertura assicurativa,
  • interoperabilità bancaria.

L’esclusione da infrastrutture come SWIFT non rappresenta una rottura rivoluzionaria dell’ordine globale, ma una limitazione operativa severa che spinge il Paese verso:

  • triangolazioni opache,
  • mercati paralleli,
  • accordi bilaterali instabili,
  • dipendenza da pochi attori esterni.

Non è sovranità: è adattamento forzato.


Isolamento e propaganda: una confusione funzionale

Venezuela, l’illusione della libertà finanziaria
Venezuela, l’illusione della libertà finanziaria
Venezuela, l’illusione della libertà finanziaria

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In geopolitica, l’isolamento non è mai neutro. È uno strumento.
Confondere l’isolamento con l’indipendenza è funzionale a due narrazioni complementari:

  • quella interna, che trasforma la debolezza in virtù;
  • quella sistemica, che beneficia di Stati auto-marginalizzati.

Uno Stato realmente sovrano:

  • sceglie con chi commerciare,
  • negozia le condizioni,
  • costruisce alternative credibili.

Uno Stato isolato, invece, subisce.


Il paradosso del potere globale contemporaneo

Venezuela, l’illusione della libertà finanziaria
Venezuela, l’illusione della libertà finanziaria
Venezuela, l’illusione della libertà finanziaria

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Il potere geopolitico odierno segue una logica precisa:

  • regole centralizzate,
  • applicazione decentralizzata,
  • responsabilità opaca.

Non serve più un centro visibile del comando. Il sistema funziona perché:

  • gli standard sono obbligatori,
  • l’accesso è condizionato,
  • l’esclusione è tecnica, non militare.

È una forma di governo senza dichiarazione di guerra.


Conclusione: il mito della libertà per assenza

L’assioma “non esiste la banca Rothschild, quindi il Paese è libero” non descrive la realtà venezuelana.
Descrive un mito consolatorio, che sostituisce l’analisi strutturale con il simbolismo.

La vera sovranità economica non consiste nello stare fuori dal sistema, ma nella capacità di incidere sulle sue regole, di costruire infrastrutture autonome, di negoziare da posizioni di forza.

Nel caso del Venezuela, l’assenza di grandi banche occidentali non è un segno di libertà, ma il risultato di sanzioni, marginalizzazione e perdita di capacità operativa.

Non libertà, dunque.
Ma esclusione.


Fonti e link di approfondimento

CONTROLLO INDIRETTO VS CONTROLLO DIRETTO

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CONTROLLO INDIRETTO VS CONTROLLO DIRETTO

Come operano i grandi attori finanziari senza possedere banche venezuelane

CONTROLLO INDIRETTO VS CONTROLLO DIRETTO
CONTROLLO INDIRETTO VS CONTROLLO DIRETTO
CONTROLLO INDIRETTO VS CONTROLLO DIRETTO

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1) Tesi chiarita (per evitare equivoci)

Non esistono prove pubbliche che Rothschild & Co (o la cosiddetta “famiglia Rothschild”) controlli direttamente il sistema bancario venezuelano.

Esiste però un modello operativo ampiamente documentato nella finanza internazionale:
un controllo indiretto dei flussi finanziari, esercitato tramite:

  • advisory sul debito sovrano,
  • reti di banche corrispondenti globali,
  • SPV (Special Purpose Vehicles) e veicoli offshore,
  • fondi, trust e giurisdizioni opache,
  • alleanze temporanee con altre banche e finanziarie.

📌 Questo modello non richiede la proprietà diretta di banche locali.


2) Perché il controllo diretto non è necessario (né conveniente)

In paesi caratterizzati da:

  • sanzioni internazionali,
  • controlli sui capitali,
  • alto rischio politico e giuridico,

possedere banche locali è inefficiente e pericoloso.

È molto più efficace:

  • controllare i flussi, non le strutture (debito, pagamenti, asset esteri),
  • strutturare operazioni da giurisdizioni sicure,
  • usare intermediari globali con accesso ai mercati internazionali.

📌 Questo è lo standard operativo della finanza sovrana contemporanea, non un’eccezione venezuelana.


3) Il ruolo tipico di Rothschild & Co (documentato)

CONTROLLO INDIRETTO VS CONTROLLO DIRETTO
CONTROLLO INDIRETTO VS CONTROLLO DIRETTO
CONTROLLO INDIRETTO VS CONTROLLO DIRETTO

Rothschild & Co opera principalmente come:

  • advisor su ristrutturazioni del debito,
  • consulente strategico tra Stati e creditori,
  • strutturatore di operazioni finanziarie complesse.

Nel caso Venezuela, il suo ruolo è stato associato a:

  • consulenza su debito sovrano in default,
  • analisi delle passività e degli asset esteri,
  • interfaccia tecnica con fondi e banche creditrici.

👉 Advisory ≠ controllo diretto,
ma l’advisory orienta scelte, tempi e architettura finanziaria.


4) Le “altre banche” e le finanziarie: come funziona la catena

Un grande advisor non opera mai da solo. Le operazioni passano attraverso:

CONTROLLO INDIRETTO VS CONTROLLO DIRETTO
CONTROLLO INDIRETTO VS CONTROLLO DIRETTO
CONTROLLO INDIRETTO VS CONTROLLO DIRETTO

Banche globali ricorrenti nei mercati sovrani:

  • JPMorgan Chase
  • Citigroup
  • UBS (che ha assorbito Credit Suisse)

A queste si affiancano:

  • fondi specializzati (distressed debt, litigation finance),
  • trust company e custodian,
  • banche corrispondenti per il clearing in dollari ed euro.

📌 In questo schema:

  • l’advisor progetta e consiglia,
  • altre banche eseguono,
  • i flussi non transitano dal Venezuela, ma da piazze finanziarie estere.

5) Offshore: lo strumento, non il “burattinaio”

5.1 Cosa fanno gli offshore (fatto documentato)

CONTROLLO INDIRETTO VS CONTROLLO DIRETTO
CONTROLLO INDIRETTO VS CONTROLLO DIRETTO
CONTROLLO INDIRETTO VS CONTROLLO DIRETTO

Le giurisdizioni offshore servono a:

  • creare SPV,
  • separare rischio legale e finanziario,
  • gestire asset sequestrabili,
  • schermare identità (entro o oltre i limiti di legge).

Le inchieste come i Panama Papers, condotte dall’International Consortium of Investigative Journalists, hanno dimostrato:

  • uso massiccio di offshore da parte di élite politiche e finanziarie globali,
  • coinvolgimento di molte banche e advisor, non di uno solo.

5.2 Come si inserisce il Venezuela

  • capitali venezuelani e asset collegati (PDVSA, Citgo, bond),
  • gestione fuori dal territorio nazionale,
  • utilizzo di SPV in giurisdizioni offshore,
  • supervisione di advisor e banche globali.

👉 Questo consente gestione e influenza finanziaria senza controllo bancario interno.


6) Schema operativo semplificato (realistico)

CONTROLLO INDIRETTO VS CONTROLLO DIRETTO

Stato in crisi (Venezuela)

Advisor finanziario (es. Rothschild & Co)

Banche globali + fondi (JPMorgan, Citi, UBS, hedge funds)

SPV / Trust / Offshore (Panama, Caraibi, Europa)

Asset esteri / Debito / Flussi finanziari

📌 Nessuna banca venezuelana deve essere “controllata”.


7) Perché questo viene percepito come “controllo occulto”

Perché:

  • il potere non è azionario,
  • agisce su regole, ristrutturazioni e accesso ai mercati,
  • utilizza intermediari,
  • è giuridicamente e tecnicamente complesso.

Ma:

  • non è segreto,
  • non è esclusivo di un solo attore,
  • è strutturale al capitalismo finanziario globale.

8) PROVE vs INTERPRETAZIONI

PuntoValutazione
Rothschild non possiede banche venezuelane✅ Vero
Non serve possederle per influenzare flussi✅ Vero
Usa altre banche e finanziarie✅ Prassi di mercato
Usa strutture offshore✅ Prassi documentata
Questo equivale a “controllo totale”❌ Interpretazione
È un modello sistemico, non dinastico✅ Vero

9) Conclusione netta (pubblicabile)

I Rothschild non hanno bisogno di controllare direttamente il sistema bancario venezuelano.
Come altri grandi attori della finanza globale, operano:

  • a monte (advisory),
  • a lato (banche partner),
  • a valle (offshore, SPV, asset esteri).

👉 Parlare di “controllo diretto” è inesatto.
👉 Parlare di gestione indiretta dei flussi finanziari è corretto, ma non esclusivo né occulto.


LINK E FONTI (per verifica)

Donroe vs Monroe

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Perché la dottrina del governo Trump non ha nulla a che fare con la Dottrina Monroe

e perché il termine “Donroe” nasce come etichetta polemica e dispregiativa

Donroe vs Monroe
Donroe vs Monroe
Donroe vs Monroe

Introduzione – Quando la storia viene usata come marchio politico

Nel dibattito geopolitico contemporaneo, soprattutto in relazione all’America Latina, ricompare ciclicamente un nome carico di peso simbolico: Dottrina Monroe. Il richiamo non è neutro. Evoca fondazione, destino continentale, legittimità storica.

È proprio per questo che, nel contesto della presidenza di Donald Trump, una parte consistente del mondo accademico e giornalistico ha reagito con un termine nuovo, volutamente ironico e svalutativo: “Donroe Doctrine” (Donald + Monroe).

L’obiettivo non è coniare una nuova dottrina, ma smontare una forzatura storica: l’idea che l’approccio trumpiano alla politica estera possa essere considerato una continuazione, o un aggiornamento, della Dottrina Monroe originale.


1. La Dottrina Monroe (1823): un atto difensivo in un mondo di imperi

La Dottrina Monroe nasce nel 1823, all’interno del Seventh Annual Message to Congress del presidente James Monroe.

Il contesto è fondamentale:

  • l’Europa è appena uscita dalle guerre napoleoniche;
  • le potenze della Santa Alleanza valutano una possibile restaurazione coloniale;
  • molte repubbliche latinoamericane hanno da poco conquistato l’indipendenza.

La dottrina afferma tre principi chiave:

  1. Nessuna nuova colonizzazione europea nelle Americhe
  2. Non-intervento reciproco tra Vecchio e Nuovo Mondo
  3. Difesa indiretta delle giovani repubbliche americane

Non si tratta di una dichiarazione di supremazia statunitense, ma di una linea di separazione geopolitica. Gli Stati Uniti non si propongono come potenza imperiale, bensì come attore che rifiuta l’estensione del sistema coloniale europeo nel continente americano.

In altre parole, Monroe è difensiva, non espansiva.


2. Dalla difesa al controllo: il Corollario Roosevelt (1904)

Donroe vs Monroe
Donroe vs Monroe

La vera svolta avviene ottant’anni dopo, con il Corollario Roosevelt del 1904, formulato dal presidente Theodore Roosevelt.

Qui la Dottrina Monroe viene reinterpretata:

  • non solo rifiuto dell’intervento europeo;
  • ma diritto-dovere degli Stati Uniti di intervenire negli affari interni dei paesi dell’emisfero occidentale per “garantire stabilità”.

Nasce la funzione “poliziesca” degli USA:

ordine, debito, sicurezza, proprietà.

È questo passaggio che trasforma Monroe da dottrina difensiva a strumento di legittimazione imperiale. Ed è importante notarlo: molte critiche moderne a “Monroe” in realtà colpiscono Roosevelt, non Monroe.


3. La cosiddetta “dottrina Trump”: un metodo, non una dottrina

Arriviamo al XXI secolo. Parlare di “dottrina Trump” è già, di per sé, problematico. Non esiste un corpus teorico coerente paragonabile alle grandi dottrine geopolitiche americane.

L’approccio trumpiano si caratterizza per:

  • America First come slogan totalizzante
  • bilateralismo aggressivo, ostile al multilateralismo
  • uso sistematico di dazi, sanzioni, minacce economiche
  • personalizzazione estrema della politica estera
  • assenza di una visione strategica di lungo periodo

Questa impostazione non difende l’America Latina da potenze coloniali europee (che non esistono più in quella forma), ma esercita pressione diretta sugli Stati dell’area, trattati come controparti negoziali o pedine geopolitiche.


4. Perché il paragone con Monroe è storicamente falso

Il confronto crolla su più livelli:

  • Monroe è anti-imperiale europeo → Trump è coercitivo globale
  • Monroe separa le sfere → Trump le sovrappone
  • Monroe parla agli imperi → Trump parla ai media e all’elettorato
  • Monroe è una dottrina di Stato → Trump è una strategia personalistica

Non esiste continuità concettuale. Esiste solo una appropriazione simbolica.


5. La nascita del termine “Donroe Doctrine”

Donroe vs Monroe
Donroe vs Monroe

Il termine “Donroe Doctrine” nasce in ambito giornalistico e analitico, non accademico, come strumento critico.

Serve a:

  • ridicolizzare la pretesa di eredità storica;
  • denunciare la trasformazione della geopolitica in branding personale;
  • segnalare l’assenza di profondità teorica.

“Donroe” indica una Monroe svuotata, ridotta a slogan, piegata all’ego e alla comunicazione performativa.

Non è una dottrina.
È una parodia concettuale.


6. Il paradosso Kerry: quando Washington dichiarò Monroe “finita”

Nel 2013, il Segretario di Stato John Kerry dichiarò ufficialmente:

“The era of the Monroe Doctrine is over.”

Questa affermazione segna un punto di rottura simbolico: almeno sul piano retorico, gli Stati Uniti prendevano le distanze da una visione gerarchica dell’emisfero.

Il ritorno di Monroe nel discorso trumpiano appare quindi come un revival regressivo, percepito da molti osservatori come anacronistico e pericoloso. “Donroe” nasce anche come risposta a questo cortocircuito.


7. Monroe, Roosevelt, Donroe: tre logiche inconciliabili

Monroe (1823)Roosevelt (1904)“Donroe” (oggi)
Difesa anti-colonialeIntervento stabilizzatorePrimato muscolare
Separazione delle sfereFunzione poliziescaBranding personale
Dottrina istituzionaleDottrina imperialeEtichetta polemica

Conclusione – “Donroe” come anticorpo linguistico

Il termine “Donroe Doctrine” è dispregiativo per scelta. Serve a impedire che una politica estera frammentaria, coercitiva e personalizzata venga nobilitata attraverso il richiamo a una dottrina storica che nasceva con tutt’altro spirito.

Non è Monroe che ritorna.
È Monroe che viene strumentalizzato.

“Donroe” è il nome dato a questa distorsione.


Addendum – L’origine politico-culturale del termine “Donroe Doctrine”

Demonizzazione, framing e conflitto narrativo

Il termine “Donroe Doctrine” non nasce in un vuoto teorico né come concetto neutro. La sua genesi va collocata all’interno del conflitto politico-culturale statunitense, in particolare negli ambienti liberal, progressisti e dell’area democratica, come strumento di framing polemico volto a delegittimare l’operato dell’amministrazione Trump sul piano simbolico prima ancora che su quello sostanziale.

È importante chiarirlo: Donroe non è un termine descrittivo, ma valutativo.


1. Un’etichetta costruita nel campo della guerra narrativa

Il contesto di nascita del termine è quello della polarizzazione estrema che ha caratterizzato gli anni della presidenza di Donald Trump.

In questo clima:

  • ogni atto di politica estera trumpiana viene letto non come scelta strategica, ma come sintomo di autoritarismo,
  • ogni richiamo al passato americano viene interpretato come revanchismo imperiale,
  • ogni discorso sull’“emisfero occidentale” viene immediatamente associato a una minaccia per l’ordine liberale.

“Donroe Doctrine” nasce esattamente qui: come dispositivo linguistico per:

  • evitare un confronto sul merito delle politiche,
  • spostare il dibattito sul piano morale e simbolico,
  • associare automaticamente Trump a imperialismo, rozzezza, unilateralismo.

2. La funzione politica del termine: continuità con il frame “Trump-is-evil”

Il termine si inserisce in una strategia comunicativa più ampia, già ampiamente utilizzata contro Trump:

  • Trump is fascist
  • Trump is authoritarian
  • Trump is a threat to democracy

“Donroe” diventa una variante storico-geopolitica di questa narrazione.

In altre parole:

se Monroe = imperialismo,
e Trump = Monroe,
allora Trump = imperialismo reazionario.

Il passaggio è retorico, non analitico.


3. Perché l’area dem-progressista ha bisogno di “Donroe”

Dal punto di vista dell’area Democratic Party e dei media ad essa culturalmente vicini, il termine assolve a tre funzioni fondamentali:

a) Neutralizzare ogni possibile legittimità storica

Associare Trump a una dottrina fondativa potrebbe, anche indirettamente, conferirgli spessore storico. “Donroe” serve a impedire questa nobilitazione, riducendo tutto a caricatura.

b) Evitare il confronto sulle discontinuità reali

Alcune politiche trumpiane (rifiuto delle guerre infinite, critica al globalismo finanziario, scontro con apparati multilaterali) creano imbarazzo anche a sinistra. Il termine permette di semplificare: tutto diventa “neo-imperialismo”.

c) Mantenere il monopolio morale della politica estera

L’establishment liberal ha bisogno di presentarsi come:

  • multilaterale,
  • responsabile,
  • civilizzatore.

“Donroe” serve a marcare Trump come deviazione patologica, non come variante del potere americano.


4. Un paradosso: la Monroe usata come spauracchio dopo essere stata “archiviata”

Il carattere strumentale del termine emerge con chiarezza se si ricorda che:

  • nel 2013, l’amministrazione Obama (con John Kerry) dichiarava superata l’era della Dottrina Monroe;
  • oggi, la stessa area politico-culturale resuscita Monroe solo per usarla come arma contro Trump.

Questo rivela un paradosso evidente:

Monroe non è un problema finché governa il campo “giusto”.
Diventa un tabù quando viene evocata dal campo “sbagliato”.


5. “Donroe” come caso di studio di disinformazione soft

Senza cadere in semplificazioni complottiste, “Donroe Doctrine” può essere letto come un esempio di:

  • disinformazione soft,
  • framing selettivo,
  • manipolazione semantica.

Non perché sia “falso” in senso stretto, ma perché:

  • sostituisce l’analisi con l’etichetta,
  • anticipa il giudizio morale,
  • orienta la ricezione del lettore prima dei fatti.

È un termine che dice al pubblico cosa pensare, non cosa capire.


6. Chiusura dell’addendum

In conclusione, il termine “Donroe Doctrine”:

  • nasce prevalentemente in ambienti liberal, progressisti e democratici,
  • non per descrivere una dottrina reale,
  • ma per demonizzare preventivamente l’operato dell’amministrazione Trump,
  • e per impedire qualsiasi lettura non ideologica della sua politica estera.

Non è uno strumento di chiarificazione storica.
È uno strumento di lotta simbolica.

E proprio per questo, va analizzato non come concetto geopolitico, ma come oggetto sociologico e mediatico.

“Donroe Doctrine” come dispositivo di propaganda e guerra cognitiva

Dalla polemica politica alla manipolazione semantica sistemica

Il termine “Donroe Doctrine”, lungi dall’essere una semplice etichetta ironica, costituisce un caso di studio esemplare di come i moderni sistemi mediatici producano senso politico attraverso il linguaggio, anticipando il giudizio e guidando la percezione collettiva.

Per comprenderne la funzione reale, è necessario collocarlo all’interno dei meccanismi classici della propaganda, così come teorizzati da Walter Lippmann, Noam Chomsky e Edward S. Herman.


1. Walter Lippmann: la fabbricazione delle “immagini nella testa”

Nel suo Public Opinion (1922), Walter Lippmann introduce un concetto chiave:

le masse non reagiscono alla realtà, ma a immagini semplificate della realtà.

Il termine “Donroe Doctrine” agisce esattamente in questo modo:

  • condensa un fenomeno complesso (politica estera trumpiana);
  • lo trasforma in immagine mentale immediata;
  • elimina la necessità di analisi storica o comparativa.

L’effetto è la costruzione di uno pseudo-ambiente:

  • Monroe = imperialismo
  • Trump = rozzezza, autoritarismo
  • Donroe = imperialismo rozzo + Trump

Il pubblico non è invitato a capire, ma a riconoscere l’immagine e reagire emotivamente.

👉 Questo è Lippmann puro: semplificazione cognitiva per governare l’opinione pubblica.


2. Chomsky & Herman: il “modello di propaganda” applicato al linguaggio

Nel celebre Manufacturing Consent, Noam Chomsky e Edward S. Herman descrivono il funzionamento strutturale dei media nelle democrazie liberali attraverso una serie di filtri.

Il termine “Donroe Doctrine” attraversa perfettamente questi filtri:

a) Ownership & Ideology

I grandi media mainstream, culturalmente allineati all’area liberal-democratica, hanno interesse a:

  • delegittimare Trump non solo politicamente, ma storicamente e simbolicamente.

“Donroe” diventa un frame pronto all’uso.

b) Flak

Il termine produce pressione sociale e accademica:

  • chi non accetta il frame viene percepito come “normalizzatore” di Trump;
  • il dissenso interpretativo viene scoraggiato.

c) Anti-ideologia

Se nel Novecento il collante era l’anti-comunismo, oggi il collante è:

  • anti-Trumpismo come ideologia negativa trasversale.

“Donroe” serve a rafforzare questo collante: non importa cosa faccia Trump, è sempre già colpevole.


3. Dalla propaganda alla guerra cognitiva

Qui si compie il salto di paradigma.

Non siamo più nella propaganda classica (messaggi ripetuti), ma nella guerra cognitiva, dove:

  • il campo di battaglia è il linguaggio,
  • l’obiettivo è la struttura interpretativa del pubblico,
  • il risultato è l’automazione del giudizio.

“Donroe Doctrine” è un virus semantico:

  • una volta interiorizzato, filtra ogni informazione successiva;
  • impedisce letture non conformi;
  • rende superflua la verifica storica.

👉 Non si combattono le idee di Trump.
👉 Si combatte la possibilità stessa di pensarle fuori dal frame.


4. La funzione disciplinante del termine

In una guerra cognitiva, i termini non servono solo a convincere, ma a disciplinare.

“Donroe” segnala:

  • chi è dentro il perimetro del discorso accettabile;
  • chi è fuori (revisionista, reazionario, sospetto).

È un marcatore tribale che opera su tre livelli:

  1. Accademico – scoraggia analisi storiche non allineate
  2. Mediatico – favorisce titoli e semplificazioni virali
  3. Psicologico – induce conformismo cognitivo

5. Un esempio di disinformazione sofisticata (non menzognera)

È fondamentale chiarire un punto:
“Donroe Doctrine” non è una bugia nel senso classico.

È qualcosa di più sofisticato:

  • una compressione semantica distorsiva,
  • una iper-semplificazione orientata,
  • una forma di disinformazione non falsificabile, perché opera sul significato, non sui fatti.

Questo la rende particolarmente efficace:

  • non può essere facilmente “smentita”;
  • funziona per associazione emotiva;
  • sopravvive anche a dati contrari.

6. Dal caso Donroe al modello generale

Il caso “Donroe Doctrine” non è un’eccezione, ma un modello replicabile:

  • etichettare,
  • personalizzare,
  • moralizzare,
  • neutralizzare il dissenso.

Lo stesso schema viene applicato a:

  • politica interna,
  • geopolitica,
  • crisi economiche,
  • conflitti internazionali.

È il linguaggio che prepara il consenso, prima della politica.


Conclusione – Donroe come sintomo, non come causa

“Donroe Doctrine” non è il problema.
È il sintomo di una trasformazione più profonda:

👉 dalla politica come confronto di strategie
👉 alla politica come gestione cognitiva delle masse

Lippmann lo aveva previsto.
Chomsky e Herman lo hanno sistematizzato.
Oggi lo vediamo operare in tempo reale, nel linguaggio quotidiano dei media.

Capire “Donroe” significa capire come funziona il potere narrativo nel XXI secolo.

“Donroe” e PNL: persuasione soft, ancoraggi e cornici linguistiche

Premessa necessaria (per rigore)

La PNL in ambito accademico è spesso considerata debole sul piano scientifico come teoria psicologica generale; tuttavia molte sue tecniche (o tecniche attribuitele) coincidono con strumenti reali e studiati di retorica, framing, priming, ancoraggio e psicologia della persuasione. Qui il punto non è “la PNL funziona sempre”, ma: i media usano tecniche di influenza soft che funzionano perché sfruttano scorciatoie cognitive.

1) Etichettamento come “pattern di pre-incorniciamento”

“Donroe Doctrine” è un esempio di label framing:

  • non descrive, valuta;
  • non spiega, classifica;
  • non apre il dibattito, lo chiude.

In termini “PNL-style” è un pre-frame: stabilisce a priori come dev’essere interpretato ciò che segue.

2) Ancoraggio semantico (anchoring)

L’etichetta crea un’ancora immediata:

  • Monroe (nell’immaginario pop) = imperialismo / “cortile di casa”
  • Donroe = Trump + imperialismo + caricatura

Una volta fissata l’ancora, ogni informazione successiva viene valutata rispetto a quel punto di riferimento, anche se i contenuti reali sono più complessi o contraddittori.

3) “Chunking” e compressione cognitiva

Tecnica tipica della persuasione: comprimere fenomeni complessi in una unità mnemonica:

  • invece di discutere 12 scelte diverse di politica estera, le riduci a un meme concettuale.

Questo aumenta:

  • memorizzazione,
  • ripetibilità,
  • viralità,
  • conformismo interpretativo.

4) Presupposizioni e implicature

Dire “Donroe Doctrine” porta presupposizioni implicite:

  • che esista una “dottrina” trumpiana coerente,
  • che sia un ritorno della Monroe,
  • che sia qualcosa di regressivo e pericoloso.

Non devi dimostrarlo: è già “dentro” la parola.

5) Polarità morale e “pacing & leading” mediatico

Nella persuasione soft spesso funziona:

  • pacing (partire da ciò che il pubblico già sente) → “Trump è controverso”
  • leading (guidarlo a una conclusione) → “quindi è imperialismo stile Monroe, ma peggio”

È un percorso emotivo breve, molto efficace nei media.

6) Inoculation / pre-bunking

“Donroe” ha anche una funzione di vaccino narrativo:

  • prima ancora che tu analizzi policy e documenti, hai già interiorizzato la cornice: “è fumo, è propaganda, è imperialismo”.

Questo rende più difficile la revisione critica: il cervello “difende” la prima cornice interiorizzata.


Capitolo comparativo – Russiagate, populismo, “minaccia alla democrazia”: tre casi dello stesso schema

Struttura comune (lo schema ricorrente)

  1. Crea un’etichetta
  2. Moralizza il conflitto (bene vs male)
  3. Riduci complessità in narrazione unica
  4. Trasforma il dissenso in sospetto
  5. Rendi il frame auto-rinforzante (ogni evento lo conferma)

Vediamolo in tre casi.


Caso A) Russiagate: dal fatto investigativo al frame totalizzante

Nucleo reale: indagini su interferenze russe, contatti, disinformazione.
Trasformazione narrativo-mediatica: “Trump = asset/complice”.

Meccanismi chiave:

  • elasticità semantica: “collusion” diventa significante ombrello.
  • presupposizione: chi dubita è “filo-russo” o minimizzatore.
  • auto-conferma: ogni smentita è prova di copertura.

Risultato: la questione smette di essere un’indagine e diventa un metaframe identitario.


Caso B) Populismo: parola-sacco che sostituisce l’analisi

Nucleo reale: crisi di rappresentanza, fratture socioeconomiche, rabbia anti-élite.
Uso mediatico: “populismo” come termine che significa:

  • demagogia,
  • incompetenza,
  • pericolo,
  • irrazionalità delle masse.

Meccanismi chiave:

  • etichetta patologizzante: non discuti le cause (lavoro, disuguaglianze), discuti la “malattia”.
  • depoliticizzazione: trasforma conflitti reali in psicologia collettiva (“gli elettori sono manipolati”).

Risultato: l’etichetta impedisce di distinguere tra populismi diversi e neutralizza la domanda: perché cresce?


Caso C) “Minaccia alla democrazia”: cornice morale che assorbe ogni sfumatura

Nucleo reale: tensioni istituzionali, polarizzazione, episodi concreti (anche gravi).
Uso politico-mediatico: “minaccia alla democrazia” come frame che:

  • delegittima l’avversario come illegittimo,
  • rende “eccezionale” qualsiasi misura contro di lui.

Meccanismi chiave:

  • emergenzialismo: se c’è emergenza, la complessità si sospende.
  • delegittimazione preventiva: ogni critica al sistema diventa attacco al sistema.
  • spirale del silenzio: chi non si allinea teme l’etichetta “anti-democratico”.

Risultato: la democrazia non è più un sistema di regole e conflitti regolati, ma un marchio morale posseduto da una parte.


Sintesi comparativa: cosa cambia, cosa resta uguale

Cambia l’oggetto (Russia, populismo, democrazia, Monroe).
Resta uguale la tecnologia comunicativa:

  • costruzione di cornici,
  • ancore emotive,
  • compressione cognitiva,
  • moralizzazione,
  • controllo del perimetro del dicibile.

“Donroe Doctrine” è quindi un tassello dello stesso repertorio:
un’arma semantica “leggera”, virale, disciplinante.


Paragrafo finale pronto da inserire nell’articolo

Il termine “Donroe Doctrine” va letto come un prodotto della persuasione soft: un’etichetta che ancora l’interpretazione, incorpora presupposizioni e funge da vaccino narrativo contro analisi alternative. Lo stesso schema si ritrova in altri grandi frame contemporanei — Russiagate, “populismo”, “minaccia alla democrazia” — dove la parola non descrive un fenomeno ma ne determina la lettura pubblica, trasformando la politica in gestione cognitiva delle masse.

Fonti e documenti (link)

Dottrina Monroe

https://millercenter.org/the-presidency/presidential-speeches/december-2-1823-seventh-annual-message
https://www.archives.gov/milestone-documents/monroe-doctrine
https://www.britannica.com/event/Monroe-Doctrine

Corollario Roosevelt

https://www.ourdocuments.gov/doc.php?flash=false&doc=56
https://www.britannica.com/event/Roosevelt-Corollary

Dichiarazioni contemporanee

https://2009-2017.state.gov/secretary/remarks/2013/11/217680.htm
https://www.reuters.com/article/us-usa-latam-tillerson-idUSKCN1G42KJ
https://trumpwhitehouse.archives.gov/briefings-statements/remarks-national-security-advisor-ambassador-john-bolton-administration-policies-latin-america/

Analisi e stampa

https://www.ft.com/content/2a4f8a36-1b8c-11e9-b93e-f4351a53f1c3
https://www.theguardian.com/world/2019/jan/28/trump-monroe-doctrine-latin-america
https://foreignpolicy.com/2019/02/04/trump-is-reviving-the-monroe-doctrine/
https://nypost.com/2025/01/27/us-news/trump-revives-monroe-doctrine/

Groenlandia: la portaerei continentale degli Stati Uniti nel mondo post-NATO

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Groenlandia: la portaerei continentale degli Stati Uniti nel mondo post-NATO
Groenlandia: la portaerei continentale degli Stati Uniti nel mondo post-NATO
Groenlandia: la portaerei continentale degli Stati Uniti nel mondo post-NATO

Introduzione: oltre le risorse, oltre le rotte

Nel dibattito pubblico la Groenlandia viene spesso ridotta a tre elementi: risorse minerarie, scioglimento dei ghiacci, nuove rotte artiche. Tutti fattori reali, ma non decisivi.
Il suo valore centrale non è economico, bensì militare e sistemico.

La Groenlandia è, a tutti gli effetti, una portaerei continentale naturale collocata nel punto di intersezione tra:

  • Nord America
  • Europa
  • Artico
  • Russia

Una posizione che nessuna tecnologia può sostituire e che nessuna alleanza può rendere superflua.


1. La Groenlandia come piattaforma militare assoluta

Dal punto di vista strategico, la Groenlandia consente agli Stati Uniti:

  • Controllo radar e missilistico dell’Atlantico settentrionale
  • Early warning balistico e spaziale su Europa e Russia
  • Proiezione aerea e spaziale (satelliti, intercettori, sensori)

Il fulcro operativo è la Pituffik Space Base (ex Thule Air Base), nodo chiave del sistema di difesa aerospaziale statunitense e integrata nel dispositivo di allerta precoce contro missili balistici intercontinentali.

Non si tratta di una base “NATO” in senso classico, ma di una infrastruttura americana con valore globale, difficilmente negoziabile o condivisibile.


2. Trump e la logica dell’America post-NATO

Groenlandia: la portaerei continentale degli Stati Uniti nel mondo post-NATO
Groenlandia: la portaerei continentale degli Stati Uniti nel mondo post-NATO
Groenlandia: la portaerei continentale degli Stati Uniti nel mondo post-NATO

Quando Donald Trump propose nel 2019 l’idea di “acquistare” la Groenlandia, la narrazione mediatica liquidò la questione come eccentricità personale.
In realtà, l’idea era perfettamente coerente con la dottrina America First.

La logica strategica era chiara:

  • ridurre i costi di difesa dell’Europa
  • mettere in discussione la dipendenza strutturale dalla NATO
  • preparare uno scenario di ridimensionamento delle basi USA in:
    • Germania
    • Italia
    • Regno Unito

In questo quadro, la Groenlandia diventa l’avamposto esterno ideale:
controllare l’Europa senza dipendere politicamente dagli europei.


3. Europa autonoma = Europa da sorvegliare

Se l’Europa evolvesse verso:

  • un esercito autonomo
  • una politica estera indipendente
  • un distacco strategico da Washington

dal punto di vista americano diventerebbe:

  • un alleato meno affidabile
  • un polo di potere concorrente
  • un soggetto da monitorare

La Groenlandia consente agli Stati Uniti di:

  • osservare l’Europa da fuori
  • mantenere superiorità informativa
  • controllare linee di comunicazione e proiezione atlantiche

In altri termini: meno basi dentro l’Europa → più valore delle basi attorno all’Europa.


4. Dal contenimento eurasiatico al cancello artico

Groenlandia: la portaerei continentale degli Stati Uniti nel mondo post-NATO
Groenlandia: la portaerei continentale degli Stati Uniti nel mondo post-NATO
Groenlandia: la portaerei continentale degli Stati Uniti nel mondo post-NATO

La funzione della Groenlandia si inserisce in una continuità dottrinale profonda.

Mackinder e l’Heartland

Halford Mackinder teorizzò l’Eurasia come “isola-mondo” e il suo cuore (Heartland) come perno del potere globale.

Spykman e il Rimland

Nicholas Spykman spostò l’attenzione sulla fascia costiera eurasiatica, vero spazio vitale industriale e demografico.

Nel XXI secolo, però, il contenimento non è più solo terrestre o marittimo: è artico, aereo, spaziale e informativo.

La Groenlandia diventa così:

  • parte del cancello GIUK (Greenland-Iceland-UK)
  • nodo di chiusura del Nord Atlantico
  • piattaforma di sorveglianza sull’asse Eurasia-Atlantico

5. Artico, Russia e Cina: il moltiplicatore strategico

Groenlandia: la portaerei continentale degli Stati Uniti nel mondo post-NATO
Groenlandia: la portaerei continentale degli Stati Uniti nel mondo post-NATO
Groenlandia: la portaerei continentale degli Stati Uniti nel mondo post-NATO

Il valore della Groenlandia cresce esponenzialmente nel nuovo triangolo strategico:

  • Stati Uniti
  • Russia
  • Cina

Con:

  • militarizzazione accelerata dell’Artico
  • apertura della Northern Sea Route
  • competizione su:
    • risorse
    • satelliti
    • missili ipersonici
    • infrastrutture dati

Per Washington, perdere la Groenlandia significherebbe:

cedere il controllo dell’asse Artico-Atlantico, vero cuore strategico del XXI secolo.


6. Crisi dell’ordine atlantico e mondo multipolare

La NATO ha funzionato finché è rimasta:

  • un vincolo interno di allineamento politico-militare
  • un sistema basato su fiducia e asimmetria accettata

Nel mondo multipolare emergente, l’Europa può diventare:

  • un terzo polo
  • oppure un campo di competizione

In entrambi i casi, la Groenlandia funge da:

  • assicurazione geopolitica USA
  • leva di comando sulle rotte euro-atlantiche
  • piattaforma ISR indipendente dal consenso europeo

7. Sintesi finale: la chiave corretta di lettura

✔️ Le risorse contano, ma sono secondarie
✔️ Le rotte artiche contano, ma non spiegano tutto
✔️ Il vero valore è militare, informativo e sistemico

👉 La Groenlandia è la leva strategica che consente agli Stati Uniti di mantenere il controllo sull’Europa anche in uno scenario post-NATO o di autonomia europea.

Se la NATO è il vincolo interno, la Groenlandia è il vincolo esterno.


MAPPA VISIVA – ARCHITETTURA STRATEGICA EURO-ATLANTICA POST-NATO

Groenlandia: la portaerei continentale degli Stati Uniti nel mondo post-NATO
Groenlandia: la portaerei continentale degli Stati Uniti nel mondo post-NATO
Groenlandia: la portaerei continentale degli Stati Uniti nel mondo post-NATO

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🔴 CENTRO DELLA MAPPA

GROENLANDIA

Nodo fisico + informativo + spaziale

Funzioni visive:

  • Radar / early warning
  • Difesa missilistica
  • Proiezione aerea e spaziale
  • Controllo choke point Nord Atlantico
  • “Portaerei continentale”

⬇️ collega direttamente ⬇️

  • USA (comando esterno)
  • GIUK Gap (interdizione)
  • Artico (nuovo teatro primario)

🔵 BLOCCO 1 – ATTORI (lati della mappa)

USA (ovest)

  • Interesse: dominio senza occupazione
  • Strategia: controllo “over-the-horizon”

Europa / UE (sud-est)

  • Interesse: autonomia + sicurezza
  • Problema: dipendenza tecnologica e informativa

Russia (est)

  • Interesse: uscita dall’Artico verso Atlantico
  • Strategia: bastioni + deterrenza nucleare

Cina (sud-est esteso)

  • Interesse: accesso, dati, risorse
  • Strategia: penetrazione economico-tecnologica

🟠 BLOCCO 2 – LEVE STRATEGICHE (cerchi intermedi)

GIUK GAP
(Groenlandia – Islanda – UK)

  • ASW (anti-sottomarino)
  • Controllo traffico navale
  • Interdizione strategica

ARTICO

  • Rotte marittime
  • Risorse
  • Missili, sottomarini, spazio
  • Dominio climatico-logistico

SPAZIO & DATI

  • Satelliti
  • Comunicazioni
  • Intelligence
    👉 Chi controlla dati e spazio controlla la guerra moderna

🟣 BLOCCO 3 – DOTTRINA (livello concettuale)

CONTENIMENTO EURASIATICO (aggiornato)

Non più solo:

  • basi terrestri
  • alleanze stabili

Ma:

  • soglie geografiche
  • choke points
  • controllo informativo
  • interdizione a distanza

📌 Groenlandia = chiave di volta
(se perdi l’Europa come alleato interno, la controlli dall’esterno)


🟡 BLOCCO 4 – SCENARI (parte bassa della mappa)

SCENARIO A – Soft Decoupling

  • NATO formale
  • Groenlandia = assicurazione
  • GIUK = sorveglianza potenziata
  • Artico = cooperazione controllata

🟢 Controllo discreto


SCENARIO B – NATO svuotata

  • Alleanza nominale
  • Europa frammentata
  • Groenlandia = hub centrale USA
  • GIUK = linea di contenimento
  • Artico = competizione dura

🟠 Controllo strutturale


SCENARIO C – Rottura

  • Fine ombrello USA
  • Europa autonoma ma esposta
  • Groenlandia = bastione avanzato
  • GIUK = confine operativo
  • Artico = militarizzazione accelerata

🔴 Controllo coercitivo a distanza


Se la NATO è il controllo politico dall’interno,
la Groenlandia è il controllo geopolitico dall’esterno.

Documenti e link di riferimento (per approfondire)

La Casa dei Saud come dispositivo imperiale: genealogia di un potere eterodiretto

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La Casa dei Saud come dispositivo imperiale: genealogia di un potere eterodiretto
La Casa dei Saud come dispositivo imperiale: genealogia di un potere eterodiretto
La Casa dei Saud come dispositivo imperiale: genealogia di un potere eterodiretto

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1. La cornice imperiale: quando Londra decide il futuro dell’Islam politico

Per comprendere la genesi del potere saudita è necessario partire da un dato spesso rimosso: il Medio Oriente moderno è una costruzione coloniale. Alla vigilia della Prima guerra mondiale, l’area era integrata – con tutti i suoi limiti – nell’Impero Ottomano, che garantiva una unità politica sovra-tribale e un equilibrio tra autorità religiosa e amministrazione statale.

La strategia britannica mirava a:

  • smantellare l’unità ottomana,
  • impedire la nascita di un Islam politico centralizzato,
  • sostituire l’impero con entità frammentate, dipendenti e reciprocamente ostili.

📚 David Fromkin definisce questo processo una vera e propria “pace progettata per non durare” (A Peace to End All Peace).


2. Il metodo britannico: creare élite locali, non Stati

Londra aveva già sperimentato con successo questo modello in India e in Africa:

non governare direttamente, ma governare chi governa.

Nel mondo arabo ciò si traduce in:

  • monarchie senza costituzione,
  • confini artificiali,
  • dipendenza economica e militare.

📚 Elie Kedourie parla esplicitamente di “fabbricazione politica” del Medio Oriente (England and the Middle East).


3. Abdulaziz Ibn Saud: da predone tribale a sovrano riconosciuto

All’inizio del Novecento, Ibn Saud non rappresenta una forza storica inevitabile. È un capo tribale sconfitto, in esilio, privo di risorse e marginale rispetto ai centri religiosi dell’Islam.

Il salto di qualità avviene solo dopo l’intervento britannico:

  • Trattato di Darin (1915): Ibn Saud diventa ufficialmente alleato di Londra;
  • finanziamenti regolari (documentati negli India Office Records);
  • armi, munizioni e copertura diplomatica.

📚 Mark Curtis documenta come questi sussidi fossero parte di una strategia sistemica di manipolazione dell’Islam politico (Secret Affairs).

➡️ La “conquista” saudita non è una rivoluzione popolare, ma una campagna militare sponsorizzata.


4. Wahhabismo: teologia della desertificazione politica

L’elemento più sottovalutato – ma cruciale – è l’uso del wahhabismo come strumento di ingegneria sociale.

La Casa dei Saud come dispositivo imperiale: genealogia di un potere eterodiretto
La Casa dei Saud come dispositivo imperiale: genealogia di un potere eterodiretto
La Casa dei Saud come dispositivo imperiale: genealogia di un potere eterodiretto

Il wahhabismo:

  • elimina il pluralismo islamico,
  • distrugge santuari, tombe e memoria storica,
  • riduce l’Islam a codice morale tribale, non a progetto politico.

📚 Madawi Al-Rasheed sottolinea come questa dottrina abbia svuotato l’Islam di qualsiasi potenziale emancipatorio (A History of Saudi Arabia).

➡️ Per una potenza imperiale, è l’Islam perfetto:
radicale contro i fedeli, docile verso il potere esterno.


5. L’eliminazione degli Hashemiti: la legittimità che dava fastidio

Il confronto con gli Hashemiti è rivelatore. Essi possedevano:

  • discendenza diretta dal Profeta,
  • controllo dei luoghi santi,
  • riconoscimento diffuso nel mondo islamico.

📌 Proprio per questo erano incompatibili con il progetto britannico.

La loro estromissione dalla Mecca nel 1925 avviene:

  • con l’appoggio saudita,
  • senza alcuna reazione britannica,
  • seguita dalla loro relegazione in regni secondari.

📚 James Barr evidenzia come Londra abbia deliberatamente sacrificato la legittimità religiosa in favore della controllabilità politica (A Line in the Sand).


6. Uno Stato senza nazione

Il Regno saudita nasce:

  • senza processo costituente,
  • senza sovranità popolare,
  • senza istituzioni rappresentative.

📚 Toby Jones lo definisce “un apparato di sicurezza travestito da Stato” (Desert Kingdom).

Il patto fondativo è chiaro:

repressione interna + fedeltà esterna
in cambio di sopravvivenza dinastica.


7. Dal colonialismo britannico all’egemonia statunitense

Dopo il 1945 cambia il tutore, non il modello:

  • basi militari,
  • protezione del regime,
  • petrolio come moneta geopolitica.

📚 Andrew Scott Cooper mostra come gli Stati Uniti abbiano ereditato integralmente l’architettura britannica (The Oil Kings).

➡️ La Casa dei Saud diventa cerniera tra capitale energetico e ordine imperiale globale.


8. Sovranità apparente, dipendenza strutturale

Definire la Casa dei Saud una “invenzione inglese” è una sintesi polemica, ma storicamente difendibile se intesa così:

  • non come creazione ex nihilo,
  • ma come costruzione guidata, selettiva e assistita.

La sua funzione non è:

  • rappresentare il popolo arabo,
  • ma garantire stabilità imperiale, frammentazione islamica e controllo energetico.

Conclusione: il Medio Oriente come zona cuscinetto permanente

La Casa dei Saud non è un’anomalia, ma il paradigma:

  • di un Medio Oriente senza autodeterminazione,
  • di Stati nati per non essere sovrani,
  • di religioni piegate a tecnologia di dominio.

La vera eredità britannica non sono i confini, ma:

la dipendenza strutturale mascherata da tradizione.


Documenti d’archivio: non “teoria”, ma carta

La prova parlamentare: Londra ammette sussidio e scopo

Nel dibattito alla Camera dei Lord del 7 marzo 1923, riportato negli atti ufficiali di Hansard, un membro del governo britannico risponde in modo diretto su quando e perché Londra iniziò a pagare Ibn Saud:

“a subsidy was first paid to Ibn Saud… during the war. The object of the subsidy was to assist him in his operations against the Turks …”

Questa affermazione, nero su bianco, smonta la narrazione di una nascita “organica” e autosufficiente del potere saudita. Il denaro britannico aveva una funzione dichiarata: sostenere militarmente un alleato locale contro l’Impero ottomano e i suoi aderenti. Non ideologia, ma strategia.

Il passaggio-chiave del modello coloniale: quando l’inglese “prevale”

Nel Treaty of Jeddah del 1927, documento ufficiale pubblicato dal Foreign Office, compare una clausola rivelatrice: in caso di divergenze interpretative tra versione araba e inglese, entrambe sono valide, ma prevale il testo inglese.

Non è un dettaglio tecnico. È una finestra sul rapporto di forza. Le relazioni davvero paritarie non prevedono, per definizione, una lingua che “vince” sull’altra. Qui l’indipendenza è riconosciuta, ma incorniciata da regole scritte da chi esercita il primato giuridico.

Il disegno statunitense degli anni Settanta: politica, sicurezza, investimenti

Nei documenti del United States Department of State, raccolti nella serie Foreign Relations of the United States (1969–1976), emerge con chiarezza la logica della special relationship con Riad:

“If Saudi oil and investment policies… were seen to flow… from a close political relationship… the U.S. role in the world would be greatly enhanced.”

Non si parla di commercio neutro. Si parla di architettura di potere: energia, sicurezza e investimenti come leva sistemica per amplificare l’egemonia globale.


Dal “petrodollaro” al petrodollar-system

Sgombrare il campo dal falso più diffuso

L’idea di un accordo segreto che obbligherebbe l’Arabia Saudita a vendere petrolio solo in dollari è diventata virale. Ma non esiste un singolo trattato pubblico che contenga quella clausola nella forma semplicistica spesso raccontata online.

Il nucleo vero: il meccanismo, non la clausola

Ciò che conta non è un vincolo contrattuale esplicito, ma un sistema. Dopo gli shock petroliferi, Washington lavora affinché gli enormi surplus del Golfo vengano riciclati verso asset occidentali: titoli del Tesoro, banche, commesse militari, joint commissions. Le audizioni e i materiali dell’epoca trattano la relazione USA–Arabia Saudita come un pilastro macroeconomico e geopolitico.

Tradotto in linguaggio non edulcorato: non serve un obbligo scritto quando esistono sicurezza garantita, accesso privilegiato, canali finanziari e convergenza di interessi. È così che il petrolio diventa ordine monetario.


Guerre per procura: il “format” saudita

Yemen: status regionale e gestione del caos

Dal 26 marzo 2015, l’intervento saudita in Yemen è stato analizzato da un’ampia letteratura come parte di una rivalità regionale strutturale, non come un episodio isolato. Le fratture interne al fronte anti-Houthi e la competizione con altri attori del Golfo mostrano che la “stabilità” prodotta non coincide con la pace, ma con una gestione del caos a bassa o media intensità.

Siria: guerra per interposti attori

Nel conflitto siriano, report accademici e giornalistici indicano che Riad, insieme ad altri, ha fornito sostegno a porzioni dell’opposizione armata. La Siria diventa così un teatro di guerra per procura multilaterale, funzionale a impedire l’emergere di un asse politico capace di sfidare l’ordine regionale sponsorizzato dall’esterno.


“Terrorismo geopolitico”: infrastruttura, non slogan

Parlare seriamente di terrorismo geopolitico significa descrivere un fatto documentato: reti di finanziamento, reclutamento e propaganda possono essere tollerate o sfruttate all’interno di strategie di potenza, con frequenti ritorni di fiamma.

Afghanistan anni Ottanta: l’ecosistema

Durante la guerra contro l’URSS, i mujahideen afghani furono sostenuti da una convergenza di attori statali e da flussi finanziari provenienti anche dall’area del Golfo. Una volta creato, quell’ecosistema – combattenti, fondi, predicatori, canali logistici – non scompare: migra e si riconfigura. È l’effetto-serra delle guerre per procura.

Donazioni e supervisione: la zona grigia riconosciuta

Il 9/11 Commission Report osserva che storicamente non esisteva un meccanismo uniforme di controllo sulle donazioni e collega la ricchezza saudita alla diffusione religiosa wahhabita, registrando anche le misure correttive adottate da Riad dopo il 2003.

Il punto non è sostenere che “lo Stato controlla tutto”, ma riconoscere che quando l’ideologia è parte della legittimazione interna e la proiezione religiosa è strumento esterno, le zone opache sono strutturali.


Cucitura finale: dalla fabbricazione imperiale alla funzione contemporanea

Mettendo insieme i livelli storici:

  • 1915–1923: Londra trasforma Ibn Saud in asset politico-militare con sussidi finalizzati.
  • 1927: l’indipendenza è riconosciuta, ma il diritto è scritto in una lingua che prevale.
  • Anni Settanta: Washington esplicita che petrolio e investimenti sauditi rafforzano l’egemonia USA.
  • Anni 2010–2020: Yemen e Siria mostrano la piena maturità della logica “proxy”.
  • Sul jihadismo: documentazione e ricerca descrivono zone grigie reali, non slogan.

Tesi controinformativa, ma sostenibile: la Casa dei Saud è meno “tradizione” e più infrastruttura di ordine regionale: prima britannico, poi statunitense; oggi in dialogo competitivo con nuove potenze, ma sempre dentro una logica di scambio strutturale tra energia, finanza, sicurezza e influenza ideologica.


Link e fonti (tutti alla fine)

Bibliografia critica di riferimento

  • David Fromkin – A Peace to End All Peace
  • Mark Curtis – Secret Affairs
  • Madawi Al-Rasheed – A History of Saudi Arabia
  • James Barr – A Line in the Sand
  • Toby Jones – Desert Kingdom
  • Elie Kedourie – England and the Middle East
  • Andrew Scott Cooper – The Oil Kings