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Tavistock e l’ingegneria sociale: dove finisce la scienza e dove comincia il controllo?

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L’IMPERIUM DELLA MENTE

Non occorre immaginare uomini in uniforme per parlare di potere. Nel Novecento psicologia, comunicazione, propaganda e studio dei gruppi sono entrati stabilmente nell’arsenale degli Stati, delle imprese e delle istituzioni. Al centro di questa storia compare anche un nome diventato, nel tempo, quasi leggendario: Tavistock. Ma quanto c’è di documentato e quanto appartiene alle interpretazioni più radicali di autori come John Coleman, Daniel Estulin e Lyndon LaRouche?

Il potere più sofisticato non è necessariamente quello che ordina. È quello che riesce a modificare il quadro entro il quale scegliamo.

È questa la domanda fondamentale che attraversa la storia della propaganda moderna, delle relazioni pubbliche, della psicologia delle masse e dell’ingegneria sociale: quanto delle nostre convinzioni nasce realmente da una scelta autonoma e quanto, invece, viene influenzato dall’ambiente informativo nel quale siamo immersi?

Il Tavistock Institute of Human Relations occupa un posto importante — e controverso — in questo dibattito.

L’istituto esiste realmente. Fu fondato formalmente a Londra nel 1947 e affonda le proprie radici nelle esperienze psicologiche e psichiatriche sviluppatesi durante le due guerre mondiali. La sua storia ufficiale parla di ricerca sulle relazioni umane, dinamiche di gruppo, organizzazioni, cambiamento sociale e sistemi complessi.

Fin qui siamo sul terreno della storia documentata.

Poi comincia un’altra storia.

Quella raccontata da autori come John Coleman, Daniel Estulin e Lyndon LaRouche, secondo i quali Tavistock sarebbe diventato qualcosa di enormemente più importante: uno dei laboratori intellettuali attraverso i quali le tecniche elaborate per comprendere il comportamento collettivo sarebbero state trasformate in strumenti per modificarlo.

Ed è precisamente qui che occorre separare documenti, interpretazioni e accuse.

Dalla guerra alla società

Le radici del Tavistock sono interessanti proprio perché incrociano guerra, psichiatria e organizzazione sociale.

Durante la Seconda guerra mondiale diversi studiosi legati all’ambiente Tavistock lavorarono su problemi riguardanti morale delle truppe, selezione del personale, leadership, comportamento dei gruppi e adattamento psicologico.

Non si tratta di una ricostruzione fantasiosa.

La letteratura accademica sulla storia del Tavistock documenta il ruolo di figure come John Rawlings Rees e altri specialisti che operarono a contatto con l’apparato militare britannico. Da quell’esperienza nacquero successivamente applicazioni civili nel campo delle organizzazioni e delle relazioni industriali.

Nel 1947 nacque formalmente il Tavistock Institute of Human Relations.

Ed è proprio il passaggio dal soldato all’organizzazione, dalla guerra alla fabbrica, dal morale militare alle dinamiche sociali ad aver alimentato una domanda destinata a diventare esplosiva:

se possiamo studiare scientificamente il comportamento di un gruppo, possiamo anche modificarlo?

La risposta, almeno in parte, è ovviamente sì.

Marketing, pubblicità, propaganda politica, nudging, comunicazione strategica e campagne elettorali contemporanee si fondano precisamente sull’idea che conoscere il comportamento umano permetta anche di influenzarlo.

La vera questione è un’altra:

chi utilizza queste conoscenze, con quali obiettivi e con quali limiti?

Coleman: la teoria della grande rete

John Coleman porta questa domanda alla sua conclusione più radicale.

Nella sua ricostruzione, Tavistock non sarebbe semplicemente un istituto di ricerca, ma uno dei nodi centrali di una rete internazionale comprendente think tank, università, fondazioni, centri di ricerca e strutture politiche.

In questa interpretazione, istituzioni differenti finirebbero per concorrere alla costruzione di tecniche capaci di orientare il comportamento collettivo.

È una tesi enorme.

E proprio perché enorme necessita di prove altrettanto enormi.

L’esistenza di rapporti fra università, fondazioni, istituti di ricerca e apparati governativi è perfettamente documentabile. Ciò che non risulta dimostrato dalle fonti istituzionali e accademiche disponibili è l’esistenza di un’unica cabina di regia Tavistock capace di dirigere organicamente la trasformazione politica e culturale dell’Occidente.

Questa distinzione è essenziale.

Contestare l’idea di una centrale onnipotente non significa negare l’esistenza dell’ingegneria sociale.

Significa, al contrario, affrontarla senza trasformare un fenomeno reale in una spiegazione universale.

Estulin e la fabbrica della percezione

Daniel Estulin compie un ulteriore salto interpretativo.

Nel suo libro Tavistock Institute: Social Engineering the Masses presenta l’istituto come epicentro di una vasta operazione di condizionamento sociale.

Secondo Estulin, il bersaglio sarebbe triplice: individuo, famiglia e Stato nazionale.

L’individuo dovrebbe essere progressivamente separato dalle proprie strutture identitarie; la famiglia perderebbe la propria funzione di trasmissione culturale; lo Stato nazionale cederebbe progressivamente sovranità a strutture sovranazionali.

La conclusione è quella di una società sempre più atomizzata: milioni di individui formalmente autonomi ma sempre più dipendenti da grandi apparati economici, informativi e burocratici.

Anche qui bisogna distinguere.

Il libro di Estulin esiste e formula esplicitamente queste accuse. Google Books descrive infatti l’opera come un libro che sostiene che Tavistock sarebbe un centro mondiale di social engineering e condizionamento delle masse.

Ma il fatto che un autore formuli una tesi non costituisce automaticamente la prova della tesi stessa.

Ed è proprio qui che l’indagine diventa più interessante.

Perché alcune delle dinamiche descritte — atomizzazione sociale, manipolazione pubblicitaria, profilazione comportamentale, propaganda, polarizzazione algoritmica — possono essere studiate oggi senza ricorrere all’ipotesi di un unico centro occulto.

Il punto più controverso: televisione e onde cerebrali

Una delle affermazioni più frequentemente associate alla letteratura critica sul Tavistock sostiene che televisione e immagini audiovisive possano essere utilizzate per spostare sistematicamente l’attività cerebrale dalle onde Beta alle Alpha, rendendo lo spettatore più passivo e suggestionabile.

Qui occorre essere particolarmente prudenti.

È vero che differenti stati cognitivi sono associati a differenti pattern elettroencefalografici e che attenzione, rilassamento e sonno producono configurazioni diverse.

Ma da questo non discende automaticamente che la televisione possa trasformare sistematicamente milioni di persone in soggetti neurologicamente programmabili.

Questa versione forte della teoria non dispone delle prove necessarie per essere presentata come fatto scientificamente acquisito.

Il problema della manipolazione mediatica è però reale anche senza questa scorciatoia.

Ripetizione, framing, selezione delle notizie, pressione del gruppo, immagini emotivamente potenti, paura, indignazione e saturazione informativa possono modificare la percezione degli eventi.

Non serve un telecomando neurologico.

Basta controllare sufficientemente l’ambiente informativo.

Kurt Lewin e il potere del cambiamento

Il nome di Kurt Lewin è centrale nella storia della psicologia sociale.

A lui viene comunemente attribuito il celebre schema:

Unfreezing → Change → Refreezing.

La realtà storica è leggermente più complessa.

Nel suo lavoro del 1947 Lewin parlò di unfreezing, moving e freezing: scongelare una situazione esistente, spostarla verso una nuova configurazione e stabilizzare successivamente il nuovo equilibrio.

Il modello divenne in seguito uno dei concetti più conosciuti del change management.

Ma trasformarlo automaticamente in un manuale segreto per traumatizzare intere popolazioni sarebbe un salto non giustificato dalle fonti.

Ciò non toglie che il principio sia politicamente affascinante.

Una società attraversata da una crisi può diventare più disponibile al cambiamento.

Guerre, collassi finanziari, terrorismo, pandemie, crisi energetiche o emergenze istituzionali modificano inevitabilmente ciò che una popolazione considera accettabile.

Misure politicamente impossibili in condizioni normali possono diventare possibili durante un’emergenza.

Questo fenomeno merita di essere studiato.

Ma dimostrare che una crisi viene sfruttata non equivale a dimostrare che quella crisi sia stata creata appositamente per produrre una determinata trasformazione sociale.

È una distinzione decisiva.

Lo shock permanente

Esiste tuttavia una caratteristica della società contemporanea che rende straordinariamente attuale il problema.

Non viviamo più semplicemente dentro l’informazione.

Viviamo dentro l’emergenza permanente.

Una crisi sostituisce l’altra prima ancora che la precedente sia stata metabolizzata.

Pandemia. Guerra. Inflazione. Energia. Clima. Migrazioni. Terrorismo. Intelligenza artificiale. Nuove guerre. Nuove emergenze.

Il cittadino non possiede quasi più il tempo necessario per elaborare un evento prima che un altro occupi interamente il suo campo percettivo.

Il risultato può essere una società psicologicamente esausta.

Ed è proprio una popolazione esausta a diventare più vulnerabile alle semplificazioni.

Non necessariamente perché qualcuno abbia progettato ogni singolo evento, ma perché chi controlla istituzioni, piattaforme, media o strumenti comunicativi possiede un vantaggio enorme nel definirne il significato.

Il vero potere contemporaneo potrebbe quindi non essere la capacità di creare la realtà.

Potrebbe essere la capacità di interpretarla per primo.

LaRouche e la battaglia epistemologica

Lyndon LaRouche collocava il problema all’interno di una contrapposizione ancora più ampia.

Da una parte una concezione prometeica dell’uomo: sviluppo scientifico, industrializzazione, sovranità nazionale, progresso tecnologico e aumento della capacità produttiva.

Dall’altra una concezione che egli definiva oligarchica e malthusiana: controllo delle risorse, limitazione della crescita, riduzione della capacità industriale e amministrazione tecnocratica delle popolazioni.

Nella lettura larouchiana, Tavistock diventava uno degli strumenti culturali di questa seconda visione.

Anche questa rimane un’interpretazione politica, non una conclusione storica universalmente accettata.

Eppure pone una questione che merita di essere affrontata indipendentemente da LaRouche:

chi decide quali idee diventano socialmente rispettabili e quali vengono espulse dal perimetro del dibattito?

Il controllo del linguaggio

È forse questo il punto nel quale la discussione sull’ingegneria sociale diventa più concreta.

Il linguaggio non serve soltanto a descrivere la realtà.

Serve a delimitarla.

Cambiare il significato delle parole significa cambiare il perimetro entro cui può avvenire una discussione.

Se un’opinione viene definita prima ancora di essere discussa come estremista, complottista, disinformativa, pericolosa oppure, sul fronte opposto, traditrice, globalista o propagandistica, la parola smette di descrivere e comincia a funzionare come strumento di interdizione.

Non occorre censurare formalmente qualcuno.

È sufficiente rendere socialmente costoso ascoltarlo.

Questa è una delle forme più sofisticate del controllo contemporaneo: non impedire fisicamente alle persone di parlare, ma costruire un ambiente nel quale determinate domande diventino impronunciabili.

Dalla televisione all’algoritmo

Ed è proprio qui che il dibattito sul Tavistock supera Tavistock.

Nel 1947 nessuno avrebbe potuto immaginare una società nella quale miliardi di persone avrebbero portato volontariamente in tasca un dispositivo capace di registrarne interessi, relazioni, posizione, consumi, ricerche, paure e preferenze.

Oggi quel mondo esiste.

La questione dell’ingegneria sociale non appartiene quindi soltanto ai libri di Coleman o Estulin.

È diventata un problema concreto dell’era digitale.

Gli algoritmi decidono quali contenuti mostrarci. Le piattaforme misurano ciò che cattura la nostra attenzione. La pubblicità comportamentale utilizza enormi quantità di dati per prevedere interessi e consumi. Le campagne politiche sperimentano messaggi differenti su segmenti differenti della popolazione.

La tecnologia non deve necessariamente convincerci di qualcosa.

È sufficiente che stabilisca che cosa vediamo abbastanza frequentemente da considerarlo importante.

Questa è una capacità di influenza enormemente più concreta delle ricostruzioni che attribuiscono a un singolo istituto il controllo della società mondiale.

Il rischio dell’onnipotenza

C’è infine un paradosso che chiunque voglia criticare seriamente il potere dovrebbe considerare.

Attribuire a Tavistock, RAND, alle fondazioni o a qualsiasi altra struttura la capacità di programmare quasi ogni trasformazione sociale rischia di produrre esattamente ciò che si vorrebbe combattere:

l’impotenza.

Se tutto è pianificato, ogni opposizione è prevista.

Se ogni ribellione è controllata, ogni dissenso diventa sospetto.

Se qualsiasi fenomeno culturale è il prodotto di un laboratorio, l’individuo cessa di essere un soggetto storico e diventa soltanto una pedina.

È una visione che finisce paradossalmente per attribuire alle élite un potere quasi sovrumano.

La realtà può essere contemporaneamente meno ordinata e più inquietante.

Esistono interessi.

Esistono apparati.

Esistono tecniche di persuasione.

Esistono propaganda, intelligence, lobbying, marketing politico e manipolazione.

Esistono strutture capaci di esercitare un’influenza enorme.

Ma esistono anche conflitti fra élite, errori, conseguenze impreviste, resistenze sociali e processi storici che nessuno controlla completamente.

L’imperium della mente

Il vero insegnamento del caso Tavistock non consiste quindi nell’accettare ciecamente la tesi di una gigantesca centrale mondiale della manipolazione.

Consiste nel comprendere qualcosa di più importante.

La mente è diventata territorio politico.

L’attenzione è una risorsa.

La percezione è una risorsa.

Il linguaggio è una risorsa.

La paura è una risorsa.

I dati personali sono una risorsa.

E chi possiede gli strumenti per orientare queste risorse dispone di una forma di potere che i vecchi imperi potevano soltanto sognare.

Per questo la sovranità del XXI secolo non riguarda esclusivamente confini, moneta, eserciti ed energia.

Riguarda la sovranità cognitiva.

Essere capaci di distinguere un fatto da un’interpretazione.

Una fonte da una suggestione.

Una correlazione da una prova.

Una campagna persuasiva da una decisione autonoma.

E persino una teoria critica da una teoria che pretende di spiegare tutto.

Perché l’ultima difesa contro qualsiasi forma di ingegneria sociale non è credere automaticamente alla versione ufficiale.

Ma non è nemmeno credere automaticamente alla versione alternativa.

È qualcosa di molto più difficile:

continuare a pensare.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Tavistock Institute of Human Relations — Our Story
https://tavinstitute.org/our-story

Tavistock Institute of Human Relations — Company Information
https://tavinstitute.org/company-information

Tavistock and Portman — storia della Tavistock Clinic
https://tavistockandportman.ac.uk/about-us/our-history/

Business History — The Tavistock’s 1945 invention of Organization Development
https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/00076791.2013.790368

Daniel Estulin — Tavistock Institute: Social Engineering the Masses
Google Books

Daniel Estulin — edizione italiana, L’Istituto Tavistock
Macro Edizioni

Approfondimento sul modello di cambiamento attribuito a Kurt Lewin
Unfreezing, Moving and Freezing

11 SETTEMBRE, LE CARTE CHE ACCUSANO WASHINGTON: gli allarmi c’erano, perché nessuno fermò la strage?

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Venticinque anni dopo, nuovi documenti declassificati mostrano una sequenza impressionante di avvertimenti su Bin Laden, attentati negli Stati Uniti e dirottamenti aerei. Non dimostrano che Washington conoscesse il piano dell’11 settembre. Dimostrano però qualcosa di altrettanto imbarazzante: il pericolo era sul tavolo da anni.

Ci sono documenti che cambiano la storia e documenti che costringono a rileggerla.

Le carte sull’11 settembre rese pubbliche nel venticinquesimo anniversario degli attentati appartengono soprattutto alla seconda categoria.

Non provano che il governo degli Stati Uniti conoscesse in anticipo data, obiettivi e modalità precise dell’operazione dell’11 settembre 2001. Affermarlo significherebbe andare oltre ciò che oggi consentono le prove.

Ma permettono di demolire una rappresentazione molto più comoda: quella di un’America colpita da un fulmine completamente imprevedibile.

Perché i segnali c’erano.

Ed erano inquietanti.

1998: l’idea dell’aereo era già sul tavolo

Bisogna tornare indietro di tre anni.

Il 4 dicembre 1998 un President’s Daily Brief destinato al presidente Bill Clinton aveva un titolo che oggi, dopo ciò che sarebbe successo nel 2001, fa impressione:

“Bin Ladin Preparing to Hijack US Aircraft and Other Attacks.”

Tradotto:

“Bin Laden si prepara a dirottare aerei statunitensi e ad altri attacchi.”

Non è una ricostruzione giornalistica postuma.

È un documento dell’intelligence.

Il rapporto indicava che Bin Laden e i suoi alleati stavano preparando operazioni negli Stati Uniti e contemplavano anche il dirottamento di un aereo.

La Commissione sull’11 settembre avrebbe successivamente riportato quel documento nel proprio rapporto finale.

Ma c’è di più.

Un rapporto d’intelligence del 3 dicembre 1998, poi collegato al PDB del giorno successivo, riferiva che membri della struttura operativa avevano effettuato quello che veniva descritto come un “trial run”, una prova, riuscendo a superare i controlli di sicurezza in un aeroporto di New York.

Fermiamoci un momento.

Siamo nel 1998.

Non nel settembre 2001.

L’intelligence americana disponeva già di informazioni riguardanti:

  • Bin Laden;
  • operazioni contro gli Stati Uniti;
  • ipotesi di dirottamento di aerei americani;
  • uomini collegati alla rete operativa presenti o attivi negli Stati Uniti;
  • verifiche pratiche della sicurezza aeroportuale.

Naturalmente, questo non significa che fosse già noto il progetto che sarebbe stato realizzato tre anni dopo.

Ma significa che il binomio Al Qaeda–aerei–territorio americano non nacque nella mente degli investigatori dopo l’11 settembre.

Esisteva già nei dossier.

Un aereo carico di esplosivo contro una città americana

Un altro elemento oggi tornato al centro dell’attenzione è ancora più inquietante.

Secondo i documenti declassificati riportati dalla stampa americana, nel settembre 1998 l’intelligence aveva ricevuto informazioni sulla possibilità che Bin Laden potesse utilizzare un aereo carico di esplosivo contro una città statunitense.

Anche qui occorre essere rigorosi.

Non era il piano dell’11 settembre.

Non era necessariamente un aereo di linea trasformato in missile.

Non indicava World Trade Center, Pentagono, data o numero dei dirottatori.

Ma il punto storico rimane enorme:

anni prima dell’11 settembre l’eventualità di utilizzare un velivolo contro un obiettivo americano era entrata nell’orizzonte dell’intelligence.

E allora diventa sempre più difficile rifugiarsi dietro la formula secondo cui nessuno avrebbe potuto immaginare qualcosa del genere.

Qualcuno lo aveva immaginato.

Qualcuno lo aveva scritto.

Qualcuno lo aveva portato fino ai massimi livelli dello Stato.

Poi arriva il 2001

Con l’avvicinarsi dell’estate del 2001, il quadro diventa ancora più grave.

Al Qaeda non era più una minaccia remota.

Osama Bin Laden era diventato una delle principali ossessioni dell’intelligence americana.

Le informazioni arrivavano continuamente.

La CIA seguiva la rete.

Gli allarmi aumentavano.

I nuovi documenti mostrano quanto frequentemente Bin Laden comparisse nei briefing presidenziali e quanto seriamente fosse considerata la possibilità di una grande operazione terroristica.

Tra luglio e agosto 2001 diversi PDB segnalarono l’aumento della minaccia.

Poi arriva il documento diventato simbolo di tutto il fallimento.

6 agosto 2001: “Bin Ladin Determined to Strike in US”

Cinque settimane prima della strage, il presidente George W. Bush ricevette un President’s Daily Brief dal titolo:

“Bin Ladin Determined to Strike in US.”

“Bin Laden determinato a colpire negli Stati Uniti.”

Anche questo documento era già noto da anni, essendo stato declassificato nel 2004.

Ma riletto dentro la sequenza completa degli avvertimenti precedenti assume un peso ancora maggiore.

Il PDB ricordava che Bin Laden voleva portare la guerra sul territorio americano.

Parlava di una struttura di sostegno di Al Qaeda negli Stati Uniti.

Richiamava precedenti informazioni riguardanti l’interesse per i dirottamenti.

Faceva riferimento ad attività considerate compatibili con preparativi per dirottamenti o altre forme di attentato.

Nessuna data.

Nessun numero di volo.

Nessuna indicazione “11 settembre”.

Questo va ripetuto.

Ma davvero l’unico criterio accettabile per parlare di fallimento sarebbe stato possedere anticipatamente l’intero piano operativo?

È una pretesa assurda.

L’intelligence esiste precisamente per collegare informazioni frammentarie prima che diventino cadaveri.

Il problema non è una singola informazione: è la sequenza

Preso isolatamente, ogni rapporto poteva sembrare incompleto.

Un possibile dirottamento.

Una minaccia.

Un aeroporto.

Una struttura presente negli Stati Uniti.

Un attentato ipotizzato.

Un aereo.

Bin Laden.

Ancora Bin Laden.

Poi ancora Bin Laden.

È guardando l’insieme che il quadro diventa devastante.

Perché il problema dell’11 settembre non fu necessariamente l’assenza totale di informazioni.

Fu anche l’incapacità del sistema di mettere insieme ciò che differenti apparati già possedevano.

CIA, FBI, FAA, Casa Bianca, National Security Council: pezzi diversi di un mosaico che non vennero trasformati in tempo in un’immagine operativa sufficientemente chiara.

Ed è proprio questo uno dei punti centrali già individuati dalla Commissione 9/11: insufficiente condivisione delle informazioni, barriere burocratiche, difficoltà nel trasformare intelligence strategica in prevenzione operativa e, soprattutto, quella che la Commissione definì una carenza di “immaginazione”.

Ma venticinque anni dopo quella parola appare quasi troppo indulgente.

Perché quando l’intelligence parla di Bin Laden, di Stati Uniti e di dirottamenti, il problema non è più soltanto immaginare.

È agire.

Nessuna prova del “lasciar fare”. Ma il fallimento resta colossale

Qui bisogna tracciare una linea netta.

Questi documenti non provano che l’amministrazione Clinton o quella Bush abbiano deliberatamente lasciato compiere gli attentati.

Non provano che CIA o Casa Bianca conoscessero il piano dei 19 dirottatori.

Non dimostrano che qualcuno sapesse che quattro aerei sarebbero stati sequestrati la mattina dell’11 settembre.

Confondere le due cose servirebbe soltanto a indebolire la questione realmente documentata.

Ed è già abbastanza grave.

Gli Stati Uniti furono avvertiti ripetutamente che Bin Laden voleva colpirli.

L’ipotesi dei dirottamenti era conosciuta.

La possibilità di operazioni sul territorio americano era conosciuta.

L’interesse terroristico per gli aerei era conosciuto.

E il 6 agosto 2001 il presidente degli Stati Uniti ricevette un briefing intitolato esplicitamente:

“Bin Laden determinato a colpire negli Stati Uniti.”

Trentasei giorni dopo, l’America bruciava.

Quasi 3.000 morti dopo, “non lo sapevamo” non basta più

Alle 8:46 dell’11 settembre 2001, il volo American Airlines 11 colpì la Torre Nord del World Trade Center.

Alle 9:03 United Airlines 175 entrò nella Torre Sud.

Alle 9:37 American Airlines 77 colpì il Pentagono.

Alle 10:03 United Airlines 93 precipitò in Pennsylvania dopo la rivolta dei passeggeri.

Morirono 2.977 vittime, senza contare i 19 terroristi.

Il mondo cambiò.

Seguirono Afghanistan, guerra globale al terrorismo, Patriot Act, Guantanamo, programmi di sorveglianza, operazioni segrete, torture, Iraq e una trasformazione gigantesca dell’apparato di sicurezza americano.

E proprio per questo la domanda sugli anni precedenti non può essere liquidata come archeologia.

Perché prima di chiedere ai cittadini di accettare guerre, sorveglianza e limitazioni delle libertà in nome della sicurezza, uno Stato dovrebbe essere disposto a spiegare fino in fondo come sia stato possibile fallire quando gli allarmi erano già arrivati sulle scrivanie più

IL SOCIALISMO HA FALLITO OVUNQUE: ECCO PERCHÉ CONTINUANO A VENDERCI UN’IDEA CHE LA STORIA HA GIÀ CONDANNATO

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Da Mises a Hayek fino a Sowell: prima ancora dei disastri economici, delle carestie e della repressione, il problema era già scritto nella teoria. Il socialismo non fallisce soltanto quando viene applicato male: secondo i suoi critici più radicali, contiene nel proprio meccanismo le condizioni del fallimento.

Il socialismo possiede una straordinaria capacità di sopravvivenza: sopravvive persino ai propri fallimenti.

Quando un esperimento socialista precipita nella scarsità, nella stagnazione, nell’autoritarismo o nel collasso, la risposta dei suoi difensori è quasi sempre la stessa: quello non era vero socialismo.

L’Unione Sovietica? Una degenerazione stalinista.

La Cina di Mao? Errori di applicazione.

Cuba? Colpa dell’embargo.

Il Venezuela? Corruzione, petrolio, sanzioni.

La Germania Est? Circostanze storiche particolari.

E così, dopo ogni fallimento, l’idea viene separata dalle conseguenze prodotte in suo nome e restituita immacolata alla generazione successiva.

Ma esiste una domanda molto più scomoda:

e se il problema non fosse soltanto negli uomini che hanno applicato il socialismo, ma nel suo stesso meccanismo economico?

È esattamente la questione sollevata da tre giganti del pensiero economico del Novecento: Ludwig von Mises, Friedrich A. Hayek e Thomas Sowell.

Tre percorsi differenti, una conclusione convergente: eliminare il mercato dei fattori produttivi e affidare a un’autorità centrale il compito di decidere cosa produrre, quanto produrre, dove investire e come distribuire le risorse significa privare l’economia proprio degli strumenti necessari per compiere razionalmente quelle scelte.

MISES: SENZA PREZZI IL PIANIFICATORE VOLA ALLA CIECA

Nel 1920 Ludwig von Mises pubblicò Economic Calculation in the Socialist Commonwealth.

L’Unione Sovietica era appena nata e buona parte dell’intellighenzia europea guardava alla pianificazione come alla possibile alternativa scientifica al caos del capitalismo.

Mises attaccò il problema alla radice.

Se i mezzi di produzione appartengono allo Stato e non vengono realmente comprati e venduti tra proprietari indipendenti, come si forma il loro prezzo?

E se non esiste un prezzo di mercato autentico, come può il pianificatore sapere se sia economicamente più razionale costruire una ferrovia, una strada, una centrale elettrica oppure utilizzare quelle stesse risorse altrove?

Un computer può calcolare miliardi di operazioni.

Ma deve sapere che cosa calcolare.

Il problema di Mises non era quindi la potenza matematica disponibile. Era l’assenza dell’informazione economica prodotta dallo scambio.

Senza mercato dei beni capitali vengono meno i prezzi monetari generati dalle transazioni. Senza quei prezzi diventa estremamente problematico confrontare impieghi alternativi di risorse eterogenee.

Il ministero può stabilire un numero.

Ma stabilire amministrativamente un prezzo non significa aver scoperto il valore economico che emergerebbe dalle decisioni di milioni di soggetti che rischiano realmente il proprio capitale.

È questa la bomba teorica di Mises:

il pianificatore pretende di sostituire il mercato dopo aver distrutto il processo che produce le informazioni di cui avrebbe bisogno per sostituirlo.

HAYEK: NESSUN MINISTERO PUÒ SAPERE QUELLO CHE SA UNA SOCIETÀ

Hayek approfondì ulteriormente il problema.

L’errore della pianificazione non consiste soltanto nel credere che un’autorità possa fare meglio del mercato.

Consiste nel presumere che l’autorità possa possedere tutte le informazioni necessarie.

Non può.

La conoscenza economicamente rilevante è frammentata.

È nella testa dell’imprenditore che conosce i propri clienti, dell’agricoltore che vede cambiare il terreno, del commerciante che registra improvvisamente una nuova domanda, dell’operaio che conosce una macchina meglio del dirigente, del consumatore che cambia preferenze da un giorno all’altro.

Nessun ufficio centrale dispone simultaneamente di questa conoscenza.

E soprattutto una parte enorme di essa non è contenuta in un database.

Hayek spiegò che il sistema dei prezzi svolge precisamente questa funzione: condensa conoscenze disperse in segnali utilizzabili da persone che non hanno bisogno di conoscere l’intera catena degli eventi.

Se una materia prima diventa improvvisamente scarsa, il suo prezzo tende a salire.

Migliaia di imprese cominciano così a risparmiarla, sostituirla o cercarne di nuova senza che un ministro debba telefonare a ciascuna di loro.

Il mercato coordina informazioni che nessun singolo soggetto possiede integralmente.

La pianificazione centrale pretende invece di raccogliere quell’oceano di conoscenza, trasferirlo verso il vertice, elaborarlo e restituirlo sotto forma di ordini.

Quando l’ordine arriva, spesso il mondo che pretendeva di descrivere è già cambiato.

QUANDO IL PREZZO SPARISCE, ARRIVA IL POLITICO

Qui la questione economica diventa politica.

Se il mercato non decide più quali progetti ricevano risorse, qualcuno deve decidere al suo posto.

Chi?

Il pianificatore.

E con quali criteri?

Qui comincia il problema che Hayek sviluppò in The Road to Serfdom.

Una società contiene milioni di obiettivi differenti e spesso incompatibili.

Uno vuole una casa più grande.

Un altro preferisce risparmiare.

Uno vuole automobili.

Un altro ferrovie.

Uno investirebbe nell’acciaio.

Un altro nella tecnologia.

Nel mercato queste preferenze competono continuamente.

Nella pianificazione integrale, invece, qualcuno deve costruire una gerarchia politica dei bisogni.

Chi controlla l’intera economia finisce quindi per controllare una parte enorme dei mezzi attraverso i quali gli individui perseguono i propri fini.

E quando il piano non funziona?

La tentazione politica diventa gigantesca.

Ammettere che il sistema non possiede le informazioni necessarie significa mettere in discussione il sistema stesso.

È molto più conveniente trovare un colpevole.

Il sabotatore.

Lo speculatore.

L’accaparratore.

Il traditore.

Il nemico straniero.

Il controrivoluzionario.

Il fallimento economico può così trasformarsi in una domanda di maggiore controllo.

Il piano non funziona? Serve più piano.

La produzione cala? Servono più ordini.

Le persone resistono? Servono più controlli.

Ed è qui che l’utopia rischia di trasformarsi nella coercizione necessaria a mantenerla in vita.

SOWELL: ALLA FINE ARRIVA IL CONTO

Thomas Sowell aggiunge un elemento ancora più elementare: gli esseri umani reagiscono agli incentivi.

È possibile approvare una legge che stabilisca come debba comportarsi l’economia.

Non è possibile approvare una legge che cancelli il comportamento umano.

Se togli sistematicamente il beneficio derivante dal produrre di più, non puoi semplicemente presumere che tutti continueranno a produrre esattamente come prima.

Se proteggi un’impresa dalle conseguenze dei propri errori, riduci la pressione che la obbliga a correggerli.

Se il produttore non beneficia dell’efficienza e non paga realmente l’inefficienza, profitto e perdita cessano di svolgere la loro funzione disciplinante.

Il mercato è brutale proprio perché l’errore costa.

La pianificazione può nasconderlo.

Un’azienda privata che produce qualcosa che nessuno vuole prima o poi rischia di fallire.

Un apparato pubblico può continuare a produrlo perché una decisione politica gli garantisce risorse.

Il consumatore smette così di essere il giudice finale.

Il burocrate prende il suo posto.

POI ARRIVÒ LA STORIA

Il dibattito potrebbe restare confinato nelle università se il Novecento non avesse trasformato queste teorie in giganteschi esperimenti sociali.

La collettivizzazione sovietica coincise con devastanti carestie e repressioni.

Il Grande Balzo in Avanti di Mao produsse una delle più catastrofiche carestie della storia.

La Germania venne divisa in due sistemi economici contrapposti.

La Corea subì una divisione ancora oggi visibile persino nelle immagini satellitari notturne.

La Cina stessa cominciò la propria spettacolare crescita dopo le riforme avviate da Deng Xiaoping, con l’introduzione progressiva di maggiori spazi per mercato, incentivi, iniziativa privata e investimenti.

Non significa che ogni economia capitalista prosperi automaticamente.

Né significa che guerre, sanzioni, geografia, qualità delle istituzioni e leadership politica siano irrilevanti.

Significa però che il confronto storico pone una domanda alla quale i sostenitori della pianificazione devono rispondere:

quante volte un esperimento deve fallire prima che smettiamo di attribuire ogni fallimento esclusivamente alle circostanze?

LA SCAPPATOIA SCANDINAVA

Quando gli esempi storici diventano troppo ingombranti, compare spesso l’ultima linea difensiva:

“E allora Svezia, Danimarca e Norvegia?”

Ma qui si cambia argomento.

Le economie nordiche non hanno abolito il mercato.

Possiedono imprese private, mercati finanziari, proprietà privata, concorrenza, commercio internazionale e sistemi dei prezzi.

Hanno costruito ampi Stati sociali finanziati attraverso la tassazione all’interno di economie fondamentalmente di mercato.

Si può discutere infinitamente sull’efficienza, sulla dimensione e sulla sostenibilità del loro welfare.

Ma definirle economie socialiste nel senso classico utilizzato da Mises significa confondere redistribuzione fiscale e pianificazione centrale.

Sono due questioni differenti.

IL SOCIALISMO DI MERCATO: IL PARADOSSO FINALE

Esiste poi il tentativo di salvare il socialismo attraverso il cosiddetto “socialismo di mercato”.

Ma qui emerge un paradosso.

Ogni volta che un sistema pianificato introduce maggiore autonomia delle imprese, prezzi più liberi, proprietà privata, concorrenza e possibilità di profitto, sta reintroducendo proprio i meccanismi che il socialismo classico voleva sostituire.

La Cina post-Mao rappresenta uno degli esempi più impressionanti.

Pechino non è diventata una democrazia liberale e mantiene un enorme intervento statale.

Ma la trasformazione economica avvenuta dopo il 1978 ha incorporato strumenti di mercato che sarebbero stati inconcepibili durante il maoismo più radicale.

Il successo della riforma diventa così un’accusa contro ciò che è stato riformato.

IL GRANDE INGANNO INTELLETTUALE: “NON ERA VERO SOCIALISMO”

Ed eccoci al punto più politicamente esplosivo.

Se un’ideologia può rivendicare ogni promessa e respingere ogni risultato negativo sostenendo che la propria realizzazione non fosse abbastanza autentica, diventa praticamente impossibile falsificarla.

Quando qualcosa funziona: prova della bontà dell’idea.

Quando qualcosa fallisce: tradimento dell’idea.

È un meccanismo intellettuale perfetto perché rende la teoria immune dall’esperienza.

Mises, Hayek e Sowell costringono invece a rovesciare la domanda.

Non bisogna chiedere soltanto:

“Perché quel governo socialista ha fallito?”

Bisogna chiedere:

“Quali informazioni, incentivi e meccanismi di correzione aveva eliminato prima di fallire?”

Ed è qui che i tre autori convergono.

Mises indica il calcolo economico.

Hayek indica la conoscenza dispersa.

Sowell indica incentivi e conseguenze reali.

Tre strade differenti conducono allo stesso muro.

L’UTOPIA PRESENTA SEMPRE IL CONTO

Il mercato non è perfetto.

Produce errori, concentrazioni di potere, crisi e ingiustizie che possono richiedere istituzioni, regole e correzioni.

Ma possiede qualcosa che la pianificazione integrale fatica strutturalmente a riprodurre: un sistema decentralizzato di informazione, sperimentazione, errore e correzione.

Milioni di persone prendono decisioni.

Milioni di errori possono avvenire contemporaneamente.

Ma nessun singolo errore deve necessariamente diventare l’errore dell’intera società.

La pianificazione centrale concentra invece la decisione.

E concentrando la decisione concentra anche le conseguenze dell’errore.

Questo è forse il punto più devastante dell’intera critica.

Il problema del socialismo classico non è soltanto chi governa. È la quantità di conoscenza e di potere che pretende di consegnare a chi governa.

Il Novecento ha fornito abbastanza materiale per prendere seriamente quell’avvertimento.

Eppure l’utopia continua periodicamente a essere riesumata, ripulita dalle proprie macerie e presentata come nuova.

Cambiano le parole.

Cambiano i simboli.

Cambiano le generazioni.

Ma rimane la stessa presunzione: che un gruppo sufficientemente illuminato possa conoscere, decidere e organizzare dall’alto ciò che milioni di individui coordinano continuamente dal basso.

Mises spiegò perché manca il calcolo.

Hayek spiegò perché manca la conoscenza.

Sowell spiegò perché gli incentivi presentano comunque il conto.

La storia ha fatto il resto.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Ludwig von Mises Institute – Economic Calculation in the Socialist Commonwealth
https://mises.org/library/book/economic-calculation-socialist-commonwealth

Econlib – Friedrich A. Hayek, The Use of Knowledge in Society
https://www.econlib.org/library/Essays/hykKnw.html

Encyclopaedia Britannica – Friedrich Hayek
https://www.britannica.com/biography/F-A-Hayek

Nobel Prize – Friedrich August von Hayek
https://www.nobelprize.org/prizes/economic-sciences/1974/hayek/facts/

Hoover Institution – Thomas Sowell
https://www.hoover.org/profiles/thomas-sowell

Encyclopaedia Britannica – Great Leap Forward
https://www.britannica.com/event/Great-Leap-Forward

Encyclopaedia Britannica – Collectivization
https://www.britannica.com/topic/collectivization

World Bank – China: overview e sviluppo economico
https://www.worldbank.org/en/country/china/overview

BRUXELLES PROMETTE LA STRETTA, MA I NUMERI LA SMASCHERANO: IL GRANDE BLUFF DI FRONTEX

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Von der Leyen rilancia Frontex, rimpatri e hub fuori dall’Europa. Ma dietro l’annuncio resta il problema che Bruxelles non riesce a risolvere: espellere davvero chi non ha diritto di restare.

FRONTIERE E SOVRANITÀ — Il trucco di Bruxelles

Trentamila uomini, nuovi poteri, tecnologie avanzate, operazioni oltre i confini dell’Unione e una nuova architettura europea dei rimpatri.

A sentire Ursula von der Leyen, l’Europa starebbe finalmente cambiando passo sull’immigrazione.

Il problema è che, tolta la confezione politica, rimane una domanda molto semplice: quante delle persone destinatarie di un ordine di rimpatrio lasciano effettivamente l’Unione europea?

È qui che la retorica della svolta comincia a scricchiolare.

La stessa Commissione europea ha riconosciuto che il sistema dei rimpatri costituisce uno dei grandi punti deboli della politica migratoria dell’Unione. Nel marzo 2025 parlava di un tasso di rimpatrio intorno al 20%. Nel giugno 2026, annunciando l’accordo politico sul nuovo regolamento europeo, Bruxelles ha indicato per il 2025 un tasso salito al 28%.

Un miglioramento, certamente.

Ma significa anche che più di sette persone su dieci destinatarie di un provvedimento di rimpatrio non venivano effettivamente rimpatriate.

Ed è questo il dato politico che nessun aumento dell’organico di Frontex può cancellare.

33.000 rimpatri. Ma due su tre sono volontari

I numeri più recenti sembrano, a prima vista, confortanti.

Nel primo semestre del 2026 Frontex ha assistito gli Stati membri nel rimpatrio di oltre 33.000 persone verso Paesi extra-UE, contro circa 30.000 nello stesso periodo del 2025.

Ma c’è un dettaglio decisivo.

Circa 21.000 di quei 33.000 rimpatri erano volontari.

In altre parole, quasi due terzi delle operazioni assistite dall’agenzia europea non erano espulsioni forzate, bensì partenze volontarie di persone sottoposte a una decisione esecutiva di rimpatrio.

Non c’è nulla di illegittimo in questo strumento. Al contrario, il rimpatrio volontario può essere meno costoso e più semplice da gestire.

Ma politicamente è scorretto confondere l’aumento complessivo dei “returns” con una gigantesca crescita della capacità coercitiva europea.

La distinzione è fondamentale.

Il problema europeo non è soltanto convincere qualcuno a partire volontariamente. È riuscire a rimpatriare chi deve lasciare il territorio, non vuole farlo e ha esaurito gli strumenti legali per rimanere.

Ed è precisamente su questo terreno che la macchina continua a incontrare enormi difficoltà.

Frontex a 30.000 uomini: il numero magico di Ursula

Von der Leyen aveva già indicato nel 2024 il proprio obiettivo: triplicare il corpo permanente europeo delle guardie di frontiera e costiere portandolo a 30.000 unità.

La proposta è tornata al centro del dibattito sulla nuova riforma dell’agenzia.

Il leader del PPE Manfred Weber è andato persino oltre, arrivando a prospettare durante la crisi di Ceuta una forza di 50.000 uomini.

Numeri impressionanti.

Ma un agente di Frontex non può materializzare un lasciapassare consolare.

Non può obbligare autonomamente un Paese terzo a riconoscere un proprio cittadino.

Non può cancellare un ricorso.

Non può ignorare una decisione giudiziaria.

E non può trasformare automaticamente un ordine amministrativo di rimpatrio in un’espulsione materialmente eseguita.

Triplicare Frontex senza risolvere questi nodi rischia quindi di significare triplicare lo strumento senza correggere il meccanismo che dovrebbe farlo funzionare.

Bruxelles festeggia il calo degli ingressi

Sul fronte degli attraversamenti irregolari, i dati del 2026 sono invece realmente significativi.

Secondo i dati preliminari Frontex diffusi a settembre, nei primi otto mesi dell’anno sono stati rilevati oltre 74.000 attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione, con una diminuzione del 35% rispetto allo stesso periodo del 2025.

Sul Mediterraneo centrale sono stati registrati circa 19.400 arrivi, con un calo addirittura del 55%.

Sono numeri che devono essere riconosciuti.

Ma neppure questi dati risolvono automaticamente il problema strutturale.

Gli attraversamenti rilevati alle frontiere esterne, infatti, non coincidono con il numero complessivo degli stranieri irregolarmente presenti sul territorio europeo e non misurano da soli l’efficacia delle espulsioni.

Sono indicatori differenti.

È possibile contemporaneamente ridurre gli ingressi irregolari e continuare ad avere un sistema di rimpatrio incapace di eseguire una parte consistente delle proprie decisioni.

Ed è proprio Bruxelles ad ammetterlo.

La Commissione riconosce il problema che per anni è stato minimizzato

Il passaggio forse più interessante è proprio questo.

L’Unione europea sta progressivamente adottando molte delle misure che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate politicamente impronunciabili.

Il nuovo sistema comune europeo dei rimpatri prevede infatti procedure uniformi, un European Return Order, riconoscimento reciproco delle decisioni fra Stati membri, obblighi più stringenti per chi non collabora, norme contro il rischio di fuga e maggiore possibilità di ricorrere al rimpatrio forzato.

Soprattutto introduce la possibilità di creare return hubs in Paesi terzi, attraverso accordi compatibili con il diritto internazionale e con il principio di non-refoulement.

Tradotto: Bruxelles ha riconosciuto che il vecchio sistema non funzionava abbastanza bene.

La Commissione stessa, presentando la riforma nel 2025, ammetteva che soltanto circa il 20% delle persone destinatarie di una decisione di rimpatrio lasciava effettivamente l’Europa.

Non è propaganda degli “euroscettici”.

È scritto nei documenti della Commissione europea.

Il vero muro: la riammissione

C’è poi una questione sulla quale nessuna campagna di comunicazione può fare miracoli: la collaborazione dei Paesi di origine e di transito.

Per rimpatriare concretamente una persona occorre identificarla, ottenere la documentazione necessaria e disporre della cooperazione del Paese che dovrà riceverla.

Proprio per questo Bruxelles ha inserito la riammissione direttamente nel nuovo sistema dei rimpatri e intende utilizzare anche politica dei visti, finanziamenti e commercio come strumenti di pressione e incentivazione nei confronti dei Paesi terzi.

È, indirettamente, l’ammissione del problema.

Se uno Stato terzo non collabora, il potenziamento di Frontex risolve soltanto una parte dell’equazione.

Puoi avere uomini.

Puoi avere aerei.

Puoi avere banche dati.

Puoi avere droni e sistemi biometrici.

Ma se manca il documento necessario alla riammissione, la macchina può comunque fermarsi.

Il nodo dei tribunali: il caso Albania

Poi c’è il fronte giudiziario.

Il protocollo Italia-Albania ne rappresenta probabilmente il laboratorio politico e giuridico più evidente.

Le vicende dei centri albanesi sono finite ripetutamente davanti ai giudici italiani e alla Corte di giustizia dell’Unione europea.

Nel 2025 la Corte europea ha stabilito che la designazione legislativa di un Paese come “Paese di origine sicuro” è possibile, ma deve poter essere sottoposta a controllo giurisdizionale effettivo.

Nel 2026 altre cause relative al trasferimento e al trattenimento di cittadini stranieri nei centri albanesi sono arrivate davanti alla Corte di giustizia.

Il punto politico è enorme.

Uno Stato può costruire centri, finanziare strutture, stipulare accordi internazionali e organizzare trasferimenti. Ma l’intero dispositivo deve comunque operare entro il quadro del diritto europeo, del diritto d’asilo e del controllo dei giudici.

Non è un dettaglio burocratico.

È uno dei limiti strutturali entro cui qualsiasi politica europea di espulsione deve funzionare.

Gli hub esterni: svolta vera o prossimo monumento alla burocrazia?

La novità politicamente più esplosiva è rappresentata dai centri di rimpatrio in Paesi terzi.

Il principio è semplice: chi non ha titolo per rimanere nell’Unione e ha ricevuto una decisione definitiva potrebbe essere trasferito in un Paese terzo con cui esista uno specifico accordo.

Sulla carta è una svolta considerevole.

Nella pratica rimangono però domande gigantesche.

Quali Stati accetteranno di ospitare questi centri?

A quale prezzo?

Con quali garanzie?

Chi sarà responsabile della sicurezza?

Quanto durerà la permanenza?

Che cosa accadrà quando il Paese d’origine continuerà a rifiutare la riammissione?

E soprattutto: quanto tempo impiegheranno i tribunali europei e nazionali a delimitare concretamente la portata del nuovo sistema?

Il rischio è evidente: costruire un’altra costosissima infrastruttura amministrativa capace di trasferire il problema senza necessariamente risolverlo.

Bruxelles ha scoperto la fermezza perché gli elettori l’hanno già scoperta

C’è infine il dato politico.

La nuova retorica europea sulle frontiere non nasce nel vuoto.

Per anni il tema migratorio ha alimentato la crescita dei partiti sovranisti, conservatori e della destra radicale in numerosi Stati membri.

Oggi parole come “rimpatri”, “Paesi sicuri”, “hub esterni”, “frontiere”, “rimpatrio forzato” e “strumentalizzazione dei migranti” sono entrate stabilmente nel vocabolario delle istituzioni europee.

Persino il rafforzamento di Frontex viene presentato come risposta alle minacce ibride, cioè all’utilizzo deliberato dei flussi migratori come strumento di pressione geopolitica.

La domanda diventa inevitabile:

se queste misure sono necessarie oggi, perché non lo erano ieri?

Il vero test non sono gli annunci. Sono gli espulsi

Il punto, alla fine, è semplicissimo.

La credibilità della politica migratoria europea non potrà essere misurata dal numero degli agenti annunciati, dai miliardi stanziati, dalle conferenze stampa o dalla quantità di nuovi regolamenti prodotti a Bruxelles.

Dovrà essere misurata sui risultati.

Quante persone entrano irregolarmente.

Quante ricevono un ordine definitivo di rimpatrio.

Quante lasciano volontariamente il territorio.

Quante vengono effettivamente espulse quando rifiutano di partire.

Quanto tempo passa fra la decisione e l’esecuzione.

E quanti Paesi terzi accettano concretamente di riprendersi i propri cittadini.

Il dato più imbarazzante rimane quello riconosciuto dalla stessa Commissione: il tasso europeo di rimpatrio era circa il 20% quando venne presentata la riforma nel marzo 2025 ed è salito al 28% nel 2025.

Nel frattempo Bruxelles promette una Frontex gigantesca, nuovi poteri, hub esterni e un sistema europeo dei rimpatri.

Vedremo se funzionerà.

Perché 30.000 divise non servono a molto se sette ordini di rimpatrio su dieci continuano a non trasformarsi in una partenza effettiva.

E questa volta Bruxelles non potrà nascondersi dietro le parole.

I numeri saranno il verdetto.


FONTI

Commissione europea – Sistema europeo comune dei rimpatri, accordo politico del 2 giugno 2026
https://home-affairs.ec.europa.eu/news/commission-welcomes-political-agreement-return-regulation-2026-06-02_en

Commissione europea – Politica europea su rimpatri e riammissioni
https://home-affairs.ec.europa.eu/policies/migration-and-asylum/irregular-migration-and-return/effective-firm-and-fair-eu-return-and-readmission-policy-0_en

Commissione europea – Proposta del nuovo sistema comune europeo dei rimpatri, 11 marzo 2025
https://italy.representation.ec.europa.eu/notizie-ed-eventi/notizie/la-commissione-propone-un-nuovo-sistema-europeo-comune-di-rimpatrio-2025-03-11_it

Commissione europea – Strategia quinquennale europea sulla migrazione, gennaio 2026
https://home-affairs.ec.europa.eu/news/commission-presents-five-year-strategy-migration-2026-01-29_en

Commissione europea – Discorso di Ursula von der Leyen al Parlamento europeo, 18 luglio 2024
https://enlargement.ec.europa.eu/news/statement-european-parliament-plenary-president-ursula-von-der-leyen-candidate-second-mandate-2024-2024-07-18_en

Corte di giustizia UE – Cause Comeri, Sidilli e Sedrata sul protocollo Italia-Albania
https://curia.europa.eu/site/jcms/p1_1000081788/it/udienze-cause-riunite-c-706/25-comeri-e-c-707/25-sidilli-nonche-c-414/25-sedrata

Corte di giustizia UE – Sentenza sui “Paesi di origine sicuri” e controllo giurisdizionale
https://curia.europa.eu/jcms/upload/docs/application/pdf/2025-08/cp250103it.pdf

ANSA – Dati Frontex gennaio-agosto 2026: -35% attraversamenti irregolari, -55% Mediterraneo centrale
https://www.ansa.it/english/news/2026/09/10/sharp-drop-in-illegal-arrivals-down-55-in-central-mediterranean-frontex_6c93a282-2165-48ca-8ad6-47b3b736bdea.html

Agence Europe – Oltre 33.000 rimpatri assistiti da Frontex nel primo semestre 2026, circa 21.000 volontari
https://agenceurope.eu/en/bulletin/article/13933/10/frontex-supported-return-of-33000-illegal-migrants-to-their-countries-of-origin-in-first-half-of-2026

Euractiv – Riforma Frontex, ipotesi 30.000 uomini e proposta Weber da 50.000
https://www.euractiv.com/news/soteu-frontex-primed-for-power-boost/

USA COLPISCONO LA CASSAFORTE DELL’IRAN: TEHERAN SOFFOCA, MA TRUMP STA RISCRIVENDO LA MAPPA MONDIALE DEL PETROLIO

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Cinque petroliere iraniane distrutte, la pressione economica aumenta e il petrolio torna sopra i 100 dollari. Per Phil Flynn la vera battaglia non si combatte soltanto con missili e navi: si combatte togliendo a Teheran il denaro che alimenta il sistema.

C’è un momento, nelle crisi internazionali, in cui economia e strategia militare smettono di essere due dimensioni separate. È precisamente ciò che sta accadendo intorno all’Iran.

Gli Stati Uniti hanno colpito cinque petroliere iraniane: quattro nel Golfo di Oman e una nei pressi di Kharg Island, il cuore storico del sistema di esportazione petrolifera iraniano.

Non si tratta soltanto di navi.

Si tratta della cassaforte di Teheran.

Ed è proprio questa l’espressione scelta dall’analista energetico Phil Flynn, senior market analyst di Price Futures Group e collaboratore di Fox Business, che nel suo Energy Report ha descritto l’operazione come un colpo al “piggy bank” petrolifero iraniano.

La logica è brutale quanto semplice: se il petrolio rappresenta una delle principali fonti di valuta estera dell’Iran, comprimere la capacità di commercializzarlo significa esercitare pressione direttamente sulla capacità finanziaria dello Stato.

KHARG ISLAND: IL PUNTO PIÙ SENSIBILE DEL SISTEMA IRANIANO

Kharg Island non è un luogo qualsiasi sulla carta geografica del Golfo Persico.

Storicamente è il principale terminal petrolifero iraniano e per decenni ha gestito la grande maggioranza delle esportazioni di greggio del Paese. Proprio per questo la presenza di un attacco contro una petroliera nelle sue vicinanze assume un significato strategico molto più ampio della perdita della singola nave.

Il messaggio è evidente: anche l’infrastruttura economica che alimenta il regime è vulnerabile.

Secondo il CENTCOM, i cinque tanker sono stati colpiti dopo nuovi tentativi iraniani di attaccare unità navali americane. Gli equipaggi delle petroliere sarebbero stati avvertiti e fatti evacuare prima degli attacchi.

La risposta iraniana non si è fatta attendere. Teheran ha rivendicato attacchi contro dieci navi nella zona dello Stretto di Hormuz e ha minacciato ulteriori ritorsioni.

La guerra economica e quella militare stanno ormai procedendo sullo stesso binario.

LA STRATEGIA DELL’ASFISSIA

Washington non sta affidandosi esclusivamente alla superiorità militare.

Il 10 settembre l’amministrazione statunitense ha annunciato un nuovo pacchetto di sanzioni contro reti accusate di finanziare Hezbollah, Kataib Hezbollah e altre strutture collegate all’Iran.

È la prosecuzione della cosiddetta Operation Economic Outcast, la campagna con cui Washington punta a isolare finanziariamente il sistema iraniano e a colpire petrolio, finanza, navigazione, approvvigionamenti militari e reti utilizzate per aggirare le sanzioni.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha inoltre annunciato nuove misure contro un’importante banca, ribadendo il principio alla base dell’offensiva economica: rendere sempre più costoso per aziende, intermediari e istituzioni finanziarie fare affari con il regime iraniano.

Questa è la vera partita.

Non necessariamente occupare l’Iran. Non necessariamente distruggere ogni infrastruttura.

Prosciugare progressivamente le risorse che permettono al sistema di funzionare.

FLYNN: COLPIRE IL “SALVADANAIO” DEL REGIME

Phil Flynn ha sintetizzato il concetto senza troppi giri di parole.

Nel suo rapporto del 9 settembre ha scritto che l’attacco alle petroliere rappresenta un altro colpo al “salvadanaio petrolifero iraniano”, cioè alla fonte economica che, nella sua lettura, ha consentito al regime di mantenere il proprio apparato e finanziare la propria proiezione regionale.

La tesi è importante perché sposta completamente il centro della discussione.

La domanda non diventa più soltanto:

“Quante navi può perdere l’Iran?”

La domanda diventa:

“Quanto a lungo può sostenere economicamente questo confronto?”

Ed è qui che la pressione finanziaria assume una dimensione strategica.

Un Paese può sopportare bombardamenti, sanzioni e isolamento per molto tempo. Ma quando diminuiscono contemporaneamente entrate petrolifere, accesso ai circuiti finanziari internazionali, capacità d’importazione e valore della moneta, il problema si trasferisce inevitabilmente dalla politica estera alla stabilità interna.

L’OMBRA DEL MURO DI BERLINO

Flynn aveva già evocato nelle settimane precedenti un’immagine particolarmente potente: la caduta del Muro di Berlino.

Naturalmente Iran 2026 e Germania Est 1989 sono realtà storiche completamente differenti e nessuno può prevedere seriamente data e modalità di un eventuale collasso del sistema iraniano.

Ma il parallelo politico riguarda un altro elemento: i regimi apparentemente immobili possono mostrare una sorprendente fragilità quando la crisi economica incontra una perdita di fiducia nelle istituzioni e una crescente incapacità dello Stato di sostenere il proprio apparato.

È questo il punto sul quale Washington sembra voler esercitare la massima pressione.

Non soltanto sconfiggere militarmente una capacità iraniana, ma aumentare progressivamente il costo della sopravvivenza del regime.

IL PETROLIO, PERÒ, PRESENTA IL CONTO

C’è tuttavia un elemento che sarebbe sbagliato nascondere.

La pressione sull’Iran non è gratuita per l’Occidente.

Il 10 settembre il Brent è balzato del 6,34% a 107,63 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate è salito del 6,69% a 102,48 dollari.

Il mercato sta incorporando un premio geopolitico sempre più consistente.

La situazione è ulteriormente complicata dall’espansione della crisi verso il Mar Rosso, dalle operazioni degli Houthi e dalle minacce contro infrastrutture energetiche saudite.

In altre parole, la teoria secondo cui sarebbe possibile strangolare completamente l’export iraniano senza alcuna conseguenza sui mercati sarebbe irrealistica.

Il vero risultato strategico americano consiste piuttosto nell’avere una capacità produttiva interna enormemente superiore rispetto alle grandi crisi petrolifere del passato.

L’ARMA CHE L’AMERICA NON AVEVA NEGLI ANNI SETTANTA

Ed eccoci alla trasformazione decisiva.

Gli Stati Uniti non affrontano questa crisi nella posizione energetica nella quale si trovavano durante gli shock petroliferi degli anni Settanta.

Sono diventati una superpotenza energetica.

Questa trasformazione modifica radicalmente il rapporto di forza.

Per decenni il principale strumento geopolitico dei grandi produttori mediorientali era evidente: qualsiasi crisi nel Golfo poteva trasformarsi quasi automaticamente in una crisi economica americana.

Oggi quel meccanismo è molto più complesso.

La crescita della produzione statunitense, l’espansione delle esportazioni e la capacità americana di fornire petrolio, prodotti raffinati e gas naturale hanno creato un cuscinetto strategico che semplicemente non esisteva durante le precedenti grandi crisi energetiche.

Ed è proprio su questa leva che insiste Flynn quando parla della politica di “energy dominance”.

TRUMP HA CAPITO CHE L’ENERGIA È POLITICA ESTERA

Qui emerge uno degli elementi centrali della strategia di Donald Trump.

Produrre energia non significa soltanto abbassare il prezzo alla pompa.

Significa potere geopolitico.

Ogni barile prodotto negli Stati Uniti riduce, almeno marginalmente, la capacità di un produttore ostile di condizionare Washington.

Ogni carico americano disponibile sul mercato internazionale offre agli alleati un’alternativa.

Ogni aumento strutturale dell’offerta riduce la capacità dei grandi cartelli produttori di utilizzare la scarsità come arma politica.

L’indipendenza energetica, quindi, non è uno slogan elettorale.

È una componente della sicurezza nazionale.

IL PUNTO DEBOLE: LE RAFFINERIE

Flynn, tuttavia, evidenzia anche un problema che spesso scompare dal dibattito: non basta avere petrolio, bisogna poterlo raffinare.

Nel suo rapporto del 10 settembre ha sottolineato come l’impennata dei margini sul diesel rifletta una carenza di capacità di raffinazione aggravata dalle interruzioni russe, dagli attacchi contro raffinerie e dalle tensioni attraverso Hormuz.

Questo è probabilmente il vero tallone d’Achille occidentale.

Gli Stati Uniti possono produrre quantità enormi di greggio, ma un mercato dei carburanti stabile richiede raffinerie, infrastrutture, oleodotti, terminali e capacità logistica.

La sicurezza energetica del XXI secolo non si misura quindi soltanto in barili estratti.

Si misura nell’intera catena industriale.

L’OPEC NON È PIÙ L’UNICO CENTRO DEL MONDO

Parallelamente sta cambiando anche la geografia del petrolio.

Stati Uniti, Canada, Brasile, Guyana e, potenzialmente, una maggiore integrazione delle gigantesche riserve venezuelane stanno spostando progressivamente il baricentro energetico verso l’emisfero occidentale.

Non significa la fine dell’OPEC.

Significa però che il monopolio geopolitico esercitato per decenni dai produttori mediorientali incontra oggi un sistema molto più diversificato.

Ed è forse questo il cambiamento strutturale più importante.

Perché una politica di pressione contro Teheran diventa molto più credibile se Washington dispone contemporaneamente della capacità energetica necessaria per attenuarne gli effetti collaterali.

LA VERA PARTITA È IL TEMPO

Teheran può continuare a minacciare Hormuz.

Può tentare di colpire il traffico commerciale.

Può utilizzare missili, droni e forze alleate nella regione.

Ma ogni escalation produce anche una reazione.

Nuove sanzioni.

Nuovi controlli finanziari.

Nuove operazioni contro la logistica petrolifera.

Nuovi costi assicurativi.

Nuove difficoltà nell’esportazione.

È una guerra nella quale il tempo diventa un’arma.

E proprio per questo la domanda fondamentale non è chi riesca a lanciare più missili in una settimana.

È chi possieda la struttura economica necessaria per resistere più a lungo.

Da una parte c’è una potenza che dispone di un’immensa capacità produttiva, accesso ai mercati finanziari mondiali, tecnologia, alleati e una valuta di riserva globale.

Dall’altra un regime sottoposto a sanzioni sempre più pesanti, con la propria principale fonte di valuta estera sotto pressione e con una crescente vulnerabilità delle rotte attraverso cui quella ricchezza raggiunge il mercato.

È questo il vero significato delle petroliere colpite.

Non soltanto cinque bersagli nel Golfo.

Cinque colpi contro il modello economico con cui Teheran finanzia la propria sopravvivenza e la propria proiezione regionale.

E se la strategia americana riuscirà a mantenere contemporaneamente pressione sull’Iran e sufficiente offerta energetica sui mercati mondiali, allora il confronto potrebbe essere deciso non soltanto nello Stretto di Hormuz.

Potrebbe essere deciso nei bilanci dello Stato iraniano.

Perché, alla fine, anche le guerre ideologiche hanno bisogno di essere pagate.

E Washington sta cercando precisamente di chiudere il conto.

FONTI

Reuters, 10 settembre 2026 – Oil surges 6%, Brent and US crude both surpass $100 on more tanker attacks
https://www.reuters.com/business/energy/brent-holds-above-100-tanker-attacks-deepen-supply-fear-2026-09-10/

Reuters, 10 settembre 2026 – US slaps new sanctions on networks aiding Iran’s proxies in Middle East
https://www.reuters.com/world/middle-east/us-slaps-new-sanctions-networks-aiding-irans-proxies-middle-east-2026-09-10/

Reuters, 10 settembre 2026 – Trump administration to sanction unnamed ‘large’ bank on Monday, Bessent says
https://www.reuters.com/business/finance/trump-administration-sanction-unnamed-large-bank-monday-bessent-says-2026-09-10/

Reuters, 9 settembre 2026 – Shipping traffic via Strait of Hormuz stays below 10-day average, data shows
https://www.reuters.com/world/middle-east/shipping-traffic-via-strait-hormuz-stays-below-10-day-average-data-shows-2026-09-09/

The Wall Street Journal, 9 settembre 2026 – U.S. Strikes Iranian Oil Tankers in Response to Tehran’s Attacks on Navy Ships
https://www.wsj.com/world/middle-east/iran-launched-undisclosed-second-wave-of-attacks-on-u-s-navy-ships-560f31a1

Phil Flynn / Price Futures Group, 9 settembre 2026 – Hitting the Iran Piggy Bank – The Energy Report
https://blog.pricegroup.com/2026/09/09/hitting-the-iran-piggy-bank-the-energy-report-09-08-2026/

Phil Flynn / Price Futures Group, 10 settembre 2026 – Thank you, President Trump – The Energy Report
https://blog.pricegroup.com/2026/09/10/thank-you-president-trump-the-energy-report-09-10-2026/

Phil Flynn / Price Futures Group, 25 agosto 2026 – Recall When the Berlin Wall Fell
https://blog.pricegroup.com/2026/08/25/recall-when-the-berlin-wall-fell-the-energy-report-08-25-2026/

Fox Business – Phil Flynn, profilo e analisi energetiche
https://www.foxbusiness.com/person/f/phil-flynn

La sinistra che combatte il patriarcato, purché non sia islamico

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Il doppio metro e la memoria corta: Stella Creasy, il Garrick Club e la processione di Walthamstow

C’è un momento nel quale le contraddizioni politiche smettono di essere materia per convegni e diventano un’immagine.

A Walthamstow, nella zona nord-orientale di Londra, quell’immagine è arrivata il 6 settembre 2026.

La deputata laburista Stella Creasy ha celebrato sui social la 46ª processione locale del Milad al-Nabi, la ricorrenza della nascita del profeta Maometto. Nel filmato pubblicato dalla parlamentare si vedevano uomini in corteo, bandiere verdi, rose, cibo e dolci distribuiti durante la manifestazione. A colpire diversi osservatori fu soprattutto ciò che nel video non si vedeva: le donne.

La giornalista del Times Jenni Russell pose pubblicamente la domanda: dove sono le donne e perché non compaiono nella processione?

Creasy inizialmente respinse l’obiezione, invitando Russell a partecipare all’evento l’anno successivo. Successivamente pubblicò un secondo filmato insieme a un gruppo di donne musulmane, alcune con hijab e altre con il volto maggiormente coperto, presentandole come «future optometrist, lawyers, accountants, surgeons and leaders» della comunità e del Paese.

Ma il punto decisivo arrivò dopo.

Di fronte alle ulteriori domande sulla separazione tra uomini e donne, Creasy spiegò che «the women have their own march and event», aggiungendo che molte religioni prevedono eventi e strutture separate.

Ed è precisamente qui che il caso di Walthamstow smette di riguardare una semplice processione religiosa e diventa una questione politica.

Il Garrick era discriminazione. Walthamstow è diversità?

Stella Creasy non è una parlamentare estranea alle battaglie femministe. Si è definita pubblicamente una «proud feminist» ed è stata tra le figure politiche che hanno contestato il carattere esclusivamente maschile del Garrick Club di Londra.

Il Garrick, storico club privato fondato nel XIX secolo, è stato per decenni uno dei simboli più evidenti dell’esclusività maschile dell’establishment britannico. La polemica esplose con particolare forza quando vennero resi pubblici i nomi di importanti esponenti delle istituzioni che ne facevano parte. Anche Creasy criticò quella situazione e contestò chi sosteneva di essere entrato nel club per cambiarlo «dall’interno».

Nel 2024 il Garrick votò infine per consentire l’ammissione delle donne.

Il principio sembrava chiarissimo: quando una struttura sociale separa uomini e donne, occorre interrogarsi sul potere, sull’accesso e sulla discriminazione.

Poi arriva Walthamstow.

E improvvisamente il vocabolario cambia.

La separazione non viene più presentata come qualcosa da sottoporre a critica, ma come una caratteristica religiosa da rispettare: le donne hanno «la loro» manifestazione, gli uomini la propria.

La domanda posta dai critici di Creasy è quindi legittima e politicamente rilevante: perché il principio dell’integrazione tra i sessi dovrebbe essere inderogabile davanti a un club dell’establishment britannico e diventare invece negoziabile davanti a una tradizione religiosa?

Non è necessario essere contrari all’Islam per porre la domanda. Al contrario: proprio l’uguaglianza implica che tutte le tradizioni, maggioritarie o minoritarie, cristiane, islamiche, ebraiche o secolari possano essere sottoposte allo stesso giudizio critico.

Altrimenti non è pluralismo.

È doppio standard.

Il femminismo a geometria variabile

Il caso Creasy mette in luce un problema più ampio della sinistra occidentale contemporanea: il conflitto tra universalismo e multiculturalismo.

Se l’uguaglianza tra uomini e donne costituisce un principio universale, la provenienza culturale di una pratica non dovrebbe modificarne la valutazione.

Se invece ogni comportamento deve essere interpretato esclusivamente all’interno della cultura che lo produce, allora anche il principio di uguaglianza diventa relativo.

È questa tensione che esplode a Walthamstow.

Il problema non consiste nell’impedire a uomini o donne di riunirsi separatamente per libera scelta. In una società liberale esistono associazioni, attività e spazi volontariamente riservati a uno dei due sessi. Il problema politico nasce quando la stessa persona considera la separazione un simbolo di esclusione in un contesto e una manifestazione da celebrare in un altro, senza spiegare quale principio consenta di distinguere i due casi.

È precisamente l’accusa rivolta a Creasy.

Non è l’unica contraddizione.

Una parte della sinistra occidentale ha costruito negli ultimi decenni alleanze politiche con organizzazioni e ambienti culturalmente molto conservatori su famiglia, religione e sessualità, mentre contemporaneamente rivendica in Europa una concezione radicalmente progressista degli stessi temi.

La contraddizione diventa particolarmente evidente sul terreno dei diritti LGBT.

Secondo ILGA World, nel 2026 65 Stati membri delle Nazioni Unite criminalizzano ancora gli atti sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso. In sette la pena di morte è prevista dalla legge; in altri cinque la situazione giuridica sulla pena capitale non è completamente certa.

Tra gli Stati nei quali la pena capitale è prevista figurano Iran, Arabia Saudita, Yemen, Mauritania e Brunei, oltre all’Uganda e ad alcune aree della Nigeria.

La U.S. Commission on International Religious Freedom ha inoltre rilevato il ruolo delle interpretazioni ufficiali della sharia nei Paesi in cui la pena capitale viene associata alle relazioni omosessuali.

È dunque possibile difendere contemporaneamente la libertà religiosa e denunciare queste norme. Anzi, è precisamente ciò che dovrebbe fare un autentico universalismo liberale.

Il problema nasce quando la paura di essere accusati di islamofobia impedisce persino di formulare la critica.

Iran 1979: quando l’alleanza «anti-imperialista» divora i suoi alleati

La storia offre un precedente molto più drammatico.

La rivoluzione iraniana del 1979 non fu inizialmente un movimento ideologicamente omogeneo. Contro lo Scià Mohammad Reza Pahlavi confluirono islamisti, nazionalisti, liberali, comunisti, marxisti e organizzazioni rivoluzionarie di orientamento differente.

Una parte della sinistra iraniana interpretò Khomeini soprattutto attraverso la categoria dell’anti-imperialismo.

Il Tudeh, il Partito comunista iraniano, arrivò a sostenere il nuovo ordine rivoluzionario e per un periodo cercò di collaborare con esso. Anche una componente maggioritaria dei Fedayeen adottò successivamente una linea di sostegno critico al regime considerato anti-imperialista.

Fu un errore storico devastante.

Una volta consolidato il potere, la Repubblica islamica non aveva alcuna intenzione di dividere stabilmente lo spazio politico con i propri compagni di strada rivoluzionari.

Le organizzazioni concorrenti furono progressivamente represse.

Nel 1983 arrivò la grande offensiva contro il Tudeh: dirigenti e militanti furono arrestati, il partito venne distrutto come forza politica legale e alcuni dei suoi esponenti furono costretti a confessioni pubbliche.

La rivoluzione aveva divorato una parte di coloro che l’avevano sostenuta.

E non era ancora finita.

1988: il prezzo finale

Nell’estate del 1988 la Repubblica islamica avviò una delle più terribili campagne di esecuzioni politiche della propria storia.

Il numero esatto delle vittime rimane controverso, ma le organizzazioni per i diritti umani concordano sulla dimensione di massa della repressione.

Amnesty International documentò già nell’agosto 1988 una nuova ondata di esecuzioni e negli anni successivi raccolse i nomi di migliaia di prigionieri politici uccisi.

La maggioranza delle vittime apparteneva ai Mujahedin-e Khalq, ma furono colpiti anche membri e simpatizzanti di organizzazioni di sinistra, compresi Tudeh, Fedayeen e altri gruppi marxisti.

Human Rights Watch ha descritto le esecuzioni del 1988 come un processo sistematico nel quale prigionieri già detenuti vennero interrogati sulle proprie convinzioni politiche e religiose e destinati alla morte attraverso procedure prive delle garanzie fondamentali.

Il paradosso storico è feroce.

Alcuni settori della sinistra iraniana avevano immaginato che la comune opposizione all’Occidente e allo Scià potesse costituire il terreno di un’alleanza con l’islamismo rivoluzionario.

L’islamismo rivoluzionario aveva invece un progetto proprio.

E quando non ebbe più bisogno degli alleati, li eliminò.

La memoria corta dell’Occidente

Naturalmente Walthamstow non è Teheran e una processione religiosa londinese non è una rivoluzione teocratica.

Confondere le due cose sarebbe storicamente assurdo.

Ma il precedente iraniano insegna qualcosa di diverso e più generale: le alleanze fondate esclusivamente sull’esistenza di un nemico comune non cancellano le incompatibilità profonde tra i rispettivi sistemi di valori.

È proprio questo che una parte della sinistra europea sembra non voler affrontare.

Per decenni ha fatto della liberazione della donna, della laicità, della libertà sessuale, dell’autonomia individuale e della separazione tra religione e Stato alcuni dei propri vessilli fondamentali.

Quando però pratiche culturalmente conservatrici provengono da comunità considerate minoritarie, lo stesso apparato critico spesso diventa molto più prudente.

Non sempre, naturalmente. Esistono femministe, progressisti, musulmani liberali ed esponenti della sinistra che denunciano apertamente integralismo e segregazione.

Ma proprio per questo il caso Creasy è interessante: mostra quanto possa diventare difficile applicare lo stesso metro quando entrano in gioco multiculturalismo, identità e consenso politico.

Bonaccini e l’elettore che «ha poco studiato»

Il problema non riguarda soltanto il Regno Unito.

In Italia, nell’agosto 2026, Stefano Bonaccini ha provocato una polemica sostenendo che il consenso alla destra, dalla Brexit a Trump fino a Meloni, Salvini e forse Vannacci, provenga in misura significativa da chi «ha poco studiato», vive nelle aree interne o nelle periferie e si trova in condizioni economiche peggiori.

Dopo le polemiche, Bonaccini ha precisato che il suo ragionamento era rivolto proprio alla sinistra: voleva sostenere la necessità di tornare a occuparsi maggiormente dei ceti popolari e dei diritti sociali.

La precisazione è importante e va registrata.

Ma rimane un problema politico più profondo.

Quando le periferie votano in modo diverso dalle aspettative delle élite progressiste, troppo spesso la spiegazione viene cercata nell’ignoranza, nella disinformazione o nell’incapacità degli elettori di comprendere il proprio interesse.

Molto più raramente ci si domanda se quegli elettori abbiano semplicemente visto qualcosa che la classe politica non vuole vedere.

A Walthamstow non serve una laurea per osservare che nel primo filmato della processione pubblicato dalla parlamentare compaiono uomini e non donne.

Non serve un master per domandare perché.

E soprattutto non serve alcun titolo accademico per accorgersi della contraddizione tra la battaglia contro un club maschile e la difesa della separazione dei sessi in una manifestazione religiosa.

Il principio vale sempre oppure non è un principio

Questo è il punto sul quale Stella Creasy e, più in generale, una parte della cultura progressista dovrebbero rispondere.

La questione non è proibire il Milad al-Nabi.

Non è impedire ai musulmani britannici di celebrare la propria religione.

Non è pretendere che lo Stato stabilisca come uomini e donne debbano organizzare ogni manifestazione religiosa.

La questione è infinitamente più semplice:

l’uguaglianza tra uomini e donne è un principio universale oppure dipende dall’identità culturale di chi la mette in discussione?

Se il Garrick Club deve essere criticato perché l’esclusione femminile perpetua una struttura di potere, allora occorre spiegare perché la separazione tra uomini e donne diventi improvvisamente immune dalla critica quando assume una veste religiosa.

Se invece le comunità devono essere libere di organizzare volontariamente eventi separati, allora bisogna ammettere che anche il giudizio sul Garrick richiedeva argomenti più complessi della semplice presenza di una separazione sessuale.

Non si possono utilizzare contemporaneamente due principi opposti scegliendo quello più conveniente a seconda dell’identità del gruppo coinvolto.

Il vero multiculturalismo non richiede silenzio

Una società pluralista non ha bisogno di cittadini che smettano di giudicare.

Ha bisogno dell’esatto contrario.

Cristianesimo, Islam, ebraismo, tradizioni nazionali, associazioni private, partiti politici e movimenti ideologici devono poter essere criticati con la stessa libertà e secondo gli stessi criteri.

Questa è integrazione.

La rinuncia alla critica per paura di offendere una comunità non è tolleranza: è paternalismo.

Ed è anche profondamente ingiusta verso quelle donne musulmane, dissidenti iraniani, riformatori islamici, laici ed ex musulmani che combattono proprio contro interpretazioni religiose che limitano la libertà individuale.

L’Iran dovrebbe aver insegnato almeno questo.

Nel 1979 una parte della sinistra pensò che l’anti-imperialismo fosse sufficiente a trasformare un movimento teocratico in un alleato politico.

Pochi anni dopo molti comunisti iraniani erano nelle prigioni della Repubblica islamica.

Nel 1988 alcuni finirono davanti ai plotoni d’esecuzione o sulla forca insieme ad altri oppositori.

La storia non si ripete automaticamente e Walthamstow non è Teheran.

Ma le contraddizioni ideologiche non scompaiono semplicemente perché è politicamente sconveniente nominarle.

Le rose, i dolci e le bandiere verdi possono rendere una processione festosa.

Non possono risolvere una domanda politica elementare:

se il patriarcato è sbagliato, perché dovrebbe smettere di esserlo quando cambia religione?


FONTI E APPROFONDIMENTI

The Spectator – Stella Creasy’s gender double standard on parade
https://spectator.com/?edition=us&p=685947

Post e scambio Stella Creasy–Jenni Russell sulla processione di Walthamstow
https://zamantika.com/stellacreasy/status/2096738789766918503

The Times – dimissioni di Simon Case e Richard Moore dal Garrick Club e polemiche sull’esclusione delle donne
https://www.thetimes.co.uk/article/simon-case-richard-more-garrick-club-quit-wl8dzsnx3

ANSA – polemica sulle dichiarazioni di Stefano Bonaccini sul voto alla destra
https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/08/28/botta-e-risposta-meloni-bonacciniper-voi-ignorante-chi-vota-destra-ammonivo_092a3a20-e9cb-487e-a636-538038eadbdd.html

Corriere della Sera – Bonaccini: «Chi vota a destra ha studiato poco» e successiva precisazione
https://www.corriere.it/politica/26_agosto_28/bonaccini-chi-vota-a-destra-ha-studiato-poco-meloni-reagisce-gli-italiani-ci-votano-perche-hanno-studiato-la-sinistra-sulla-loro-61ab8a82-9256-4f8d-9544-25a61078bxlk_amp.shtml

U.S. Department of State, Office of the Historian – Iran e organizzazioni della sinistra dopo la rivoluzione
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1977-80v11p1/d281

Amnesty International – Iran: Political Executions, agosto 1988
https://www.amnesty.org/en/documents/mde13/013/1988/en/

Human Rights Watch – Iran’s 1988 Mass Executions
https://www.hrw.org/news/2022/06/08/irans-1988-mass-executions

Iran Human Rights Documentation Center – Deadly Fatwa: Iran’s 1988 Prison Massacre
https://iranhrdc.org/deadly-fatwa-irans-1988-prison-massacre/

ILGA World – dati 2026 sulla criminalizzazione delle relazioni omosessuali
https://ilga.org/news/pride-month-2026-lgbti-maps-data/

ILGA World Database – Criminalisation of consensual same-sex sexual acts
https://database.ilga.org/criminalisation-consensual-same-sex-sexual-acts

USCIRF – Shari’a and LGBTI Persons
https://www.uscirf.gov/publication/factsheet-sharia-and-lgbti-persons

ELEZIONI REGIONALI TEDESCHE · 6 SETTEMBRE 2026

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Sassonia-Anhalt: la rivolta del 44% contro l’inganno di Bruxelles

Il terremoto tedesco che mette sotto accusa immigrazione, cordone sanitario e establishment europeo

Non è più una protesta marginale. Non è più un voto che può essere liquidato come incidente dell’Est tedesco. In Sassonia-Anhalt è avvenuto qualcosa che investe direttamente il futuro politico della Germania e, indirettamente, quello dell’Unione Europea.

Alle elezioni regionali del 6 settembre 2026, Alternative für Deutschland ha ottenuto il 43,8% dei voti e 39 seggi su 83, sfiorando la maggioranza assoluta fissata a 42 deputati. La CDU è precipitata al 17,2%, mentre l’affluenza ha raggiunto il livello record del 76,5%.

Cinque anni prima AfD aveva raccolto il 20,8%. In una sola legislatura ha quindi più che raddoppiato il proprio consenso.

Non è un dettaglio statistico. È una frattura politica.

La Sassonia-Anhalt ha consegnato alla Germania un messaggio difficilmente equivocabile: una parte enorme dell’elettorato non crede più alla capacità dei partiti tradizionali di governare immigrazione, sicurezza, identità nazionale e rapporti con Bruxelles.

Il voto che manda in frantumi il vecchio equilibrio

Per anni il sistema politico tedesco ha trattato AfD come una forza destinata a rimanere ai margini, isolata dal cosiddetto Brandmauer, il “muro tagliafuoco” con cui gli altri partiti hanno escluso ogni collaborazione.

Il 43,8% cambia completamente la dimensione del problema.

Si può continuare a escludere AfD dalle coalizioni. Si può continuare a definirla radicale, estremista o incompatibile con il sistema politico tradizionale. Ma non si può cancellare il fatto che, in Sassonia-Anhalt, quasi un elettore su due ha scelto quella scheda.

E soprattutto non si può pretendere che un risultato di queste dimensioni non produca conseguenze.

Ulrich Siegmund, candidato dell’AfD alla guida del Land, si trova con 39 deputati, appena tre sotto la maggioranza assoluta. La possibilità di ottenere sostegni esterni, accordi con il BSW o persino defezioni individuali da altri gruppi parlamentari rende il vecchio cordone sanitario molto più fragile.

Il problema per la CDU non è più soltanto come fermare AfD.

È capire perché milioni di elettori non credano più alla CDU quando promette di fare ciò che AfD sostiene da anni.

Immigrazione: il centro politico del terremoto

Ridurre il risultato della Sassonia-Anhalt a un generico “malcontento sociale” significa evitare il punto più scomodo.

L’immigrazione è stata uno degli elementi centrali della campagna dell’AfD.

Lo stesso Siegmund, dopo la vittoria, ha promesso espulsioni degli immigrati irregolari “dal primo minuto”. Donald Trump ha attribuito pubblicamente il successo dell’AfD anche alla reazione degli elettori tedeschi alle politiche migratorie.

Dietro questo voto esiste una contestazione più profonda: quella della politica inaugurata simbolicamente dalla crisi del 2015.

La Germania di Angela Merkel divenne allora il principale laboratorio europeo della Willkommenspolitik, mentre centinaia di migliaia di richiedenti asilo attraversavano l’Europa.

Da allora Bruxelles e Berlino hanno costruito nuovi strumenti: rafforzamento di Frontex, accordi con Paesi terzi, redistribuzioni, procedure accelerate, controlli alle frontiere e infine il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo.

Per una parte crescente dell’elettorato tedesco, tuttavia, il risultato concreto rimane insufficiente.

Ed è precisamente su questa sfiducia che AfD ha costruito la propria offensiva.

La parola proibita: remigrazione

Il programma dell’AfD della Sassonia-Anhalt non utilizza mezze parole.

Chiede una svolta migratoria di 180 gradi e parla esplicitamente di “Abschiebe- und Remigrationsoffensive”, cioè di un’offensiva di espulsione e remigrazione.

Non è soltanto uno slogan.

Tra le misure indicate nel programma figurano una Task Force per le espulsioni, l’aumento dei posti destinati alla detenzione finalizzata al rimpatrio, l’organizzazione di voli di espulsione a livello regionale, una struttura amministrativa dedicata alla remigrazione e incentivi al ritorno.

AfD chiede inoltre che chi non possiede un diritto di soggiorno lasci effettivamente la Germania e sostiene che i richiedenti provenienti attraverso Paesi terzi sicuri non debbano poter utilizzare la Germania come destinazione finale automatica.

È una piattaforma politica radicalmente diversa dalla gestione dell’immigrazione che ha dominato la Germania dell’ultimo decennio.

Ed è proprio questa chiarezza, più che una generica ribellione antisistema, ad aver intercettato una parte importante dell’elettorato.

Il confine tra remigrazione e Stato di diritto

Qui, tuttavia, occorre essere altrettanto chiari.

Uno Stato democratico può espellere chi non possiede titolo per rimanere, può rafforzare i rimpatri, modificare le proprie politiche migratorie e incentivare il ritorno volontario.

Ma qualsiasi politica di “remigrazione” deve restare dentro i limiti della Costituzione tedesca, del diritto europeo, del principio di non-refoulement e della valutazione individuale dei casi.

Non esiste, in uno Stato di diritto, una licenza per espellere cittadini tedeschi o residenti regolari semplicemente perché culturalmente o religiosamente indesiderati.

La battaglia politica vera sarà dunque proprio questa: stabilire quanto del programma dell’AfD possa essere tradotto in provvedimenti amministrativi e quanto richiederebbe modifiche legislative federali, costituzionali o europee.

Islam e identità tedesca

Anche sul rapporto con l’Islam AfD sceglie lo scontro frontale.

Il programma nazionale del partito afferma esplicitamente:

“L’Islam non appartiene alla Germania.”

La formulazione regionale è ancora più netta: l’Islam, secondo AfD, non apparterrebbe né alla Germania né alla Sassonia-Anhalt e la sua componente politico-giuridica sarebbe incompatibile con la concezione occidentale dello Stato.

Il partito riconosce formalmente la libertà religiosa dei musulmani, ma propone di limitare ciò che considera espansione politica dell’Islam e contesta minareti monumentali, richiami del muezzin e influenza straniera sulle organizzazioni islamiche.

Si può condividere o respingere questa impostazione.

Ma il dato politico è difficilmente contestabile: temi che fino a pochi anni fa avrebbero provocato l’isolamento immediato di un partito hanno accompagnato AfD fino al 43,8%.

Questo significa che il problema non è più confinato alla periferia politica.

La CDU dimezzata: il fallimento della strategia Merz

Il risultato più devastante, dopo la vittoria dell’AfD, è probabilmente quello della CDU.

Nel 2021 i cristiano-democratici avevano ottenuto il 37,1%. Nel 2026 sono precipitati al 17,2%.

Una perdita superiore alla metà del consenso.

Friedrich Merz aveva tentato di spostare la CDU verso posizioni più severe sull’immigrazione senza rompere definitivamente il quadro politico ed europeo tradizionale.

Gli elettori della Sassonia-Anhalt hanno risposto scegliendo in massa l’originale.

Ed è qui che il Brandmauer rischia di trasformarsi da arma contro AfD in una trappola per la CDU.

Se il primo partito raccoglie quasi il 44% e gli altri costruiscono una maggioranza il cui principale collante è impedirgli di governare, la coalizione può essere perfettamente legittima dal punto di vista parlamentare. Politicamente, però, AfD avrà un argomento potentissimo: presentarsi come il partito vincitore escluso dal potere attraverso un accordo fra sconfitti.

È benzina elettorale.

Nessuna prova di un “piano segreto”, ma una scelta politica è esistita

È necessario separare una critica politica durissima da ciò che può essere dimostrato documentalmente.

Non esistono prove sufficienti per affermare come fatto che Bruxelles abbia organizzato un piano segreto per la “sostituzione” dei popoli europei.

Esiste invece qualcosa di molto più concreto e politicamente contestabile: decisioni pubbliche sull’immigrazione, sull’asilo, sulla libera circolazione e sulla gestione delle frontiere che hanno prodotto conseguenze demografiche, sociali ed economiche reali.

È su quelle decisioni che deve concentrarsi il giudizio politico.

Non serve immaginare una cabina di regia clandestina quando governi e istituzioni hanno apertamente sostenuto per anni un modello europeo fondato su immigrazione, integrazione e multiculturalismo molto diverso da quello proposto oggi dall’AfD.

Gli elettori possono giudicare quel modello.

E in Sassonia-Anhalt lo hanno giudicato molto severamente.

Il paradosso del cordone sanitario

La questione adesso diventa democratica prima ancora che ideologica.

AfD ha 39 seggi.

La maggioranza assoluta è 42.

Siegmund ha già iniziato a cercare interlocutori per costruire una maggioranza. Il BSW ha mostrato aperture verso forme di collaborazione, pur ponendo condizioni sulla guida dell’eventuale governo, mentre nella CDU continua a pesare il divieto politico di cooperare con AfD.

È sufficiente che quel muro presenti poche crepe perché l’intero sistema costruito intorno all’isolamento dell’AfD venga rimesso in discussione.

Per anni il Brandmauer ha funzionato perché AfD poteva essere esclusa senza rendere quasi impossibile la formazione di una maggioranza alternativa.

Con il 43,8%, il meccanismo diventa molto più costoso.

Il terremoto arriva a Bruxelles

La Sassonia-Anhalt conta poco più di due milioni di abitanti. Ma sarebbe un errore misurare l’importanza dell’elezione soltanto sulla popolazione del Land.

La Germania è il Paese più popoloso dell’Unione Europea, la maggiore economia del blocco e uno dei principali determinanti degli equilibri nel Consiglio europeo, nel bilancio comunitario e nelle grandi scelte strategiche dell’UE.

Un’AfD stabilmente sopra il 40% nell’Est tedesco e competitiva a livello nazionale modifica inevitabilmente i calcoli della CDU.

Immigrazione, Green Deal, rapporti con Mosca, sostegno all’Ucraina, euro e integrazione europea diventano terreni sui quali Merz deve guardare contemporaneamente a Bruxelles e all’emorragia elettorale sul proprio fianco destro.

La Sassonia-Anhalt può quindi diventare un laboratorio.

Se AfD riuscisse realmente a entrare nel governo del Land e a trasformare almeno parte del proprio programma migratorio in amministrazione concreta, gli altri movimenti sovranisti europei avrebbero un precedente tedesco da indicare.

Se invece AfD venisse esclusa nonostante il 43,8%, utilizzerebbe inevitabilmente quella esclusione come prova della necessità di ottenere la maggioranza assoluta alla prossima occasione.

Per l’establishment è un dilemma senza soluzione facile.

Dalla protesta alla possibilità di governo

Per anni agli elettori europei contrari all’immigrazione di massa è stato spiegato che certe politiche erano inevitabili, che le alternative erano impraticabili o incompatibili con l’Europa.

Il voto della Sassonia-Anhalt dimostra almeno una cosa: una quota enorme dell’elettorato non accetta più questa premessa.

Il 43,8% non rappresenta ancora il potere.

Ma rappresenta qualcosa che, politicamente, può essere persino più destabilizzante: la possibilità concreta del potere.

AfD non è più soltanto il partito che protesta contro il sistema. In Sassonia-Anhalt è arrivata a tre deputati dalla possibilità di governare da sola.

Ed è questo il dato che dovrebbe preoccupare maggiormente CDU, Bruxelles e tutti coloro che hanno costruito la politica tedesca dell’ultimo decennio contando sull’esistenza di un limite invalicabile alla crescita dell’AfD.

Quel limite non esiste più.

Il messaggio uscito dalle urne il 6 settembre è brutale nella sua semplicità: una parte gigantesca dell’Est tedesco pretende un cambio di rotta su immigrazione, identità nazionale e rapporto con l’establishment.

Si può contestare la risposta dell’AfD. Si possono discutere la costituzionalità e la praticabilità delle sue proposte. Si possono denunciare le componenti radicali del partito.

Ma non si può più fingere che la domanda politica alla quale AfD sta rispondendo non esista.

In Sassonia-Anhalt quella domanda ha raggiunto il 43,8%.

E adesso è Berlino — e non soltanto Magdeburgo — a dover decidere come rispondere.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Reuters – 6 settembre 2026: risultati elettorali, crescita dell’AfD e crollo della CDU
Far-right AfD posts historic German state election win, exit polls show

Reuters – 8 settembre 2026: immigrazione, dichiarazioni di Donald Trump e promessa di Siegmund sulle espulsioni
Trump attributes state election win of Germany’s far-right to immigration

Reuters – 11 settembre 2026: 39 seggi su 83, trattative di Siegmund e scenari per la formazione del governo
After election triumph, German far-right seeks allies to form state government

The Guardian – risultati definitivi: AfD 43,8%, CDU 17,2%, 39 seggi e affluenza record del 76,5%
Far-right AfD wins key German state election but falls just short of majority

Alternative für Deutschland – programma nazionale: posizione ufficiale del partito sull’Islam e sull’immigrazione
Programma fondamentale dell’AfD

Programma AfD Sassonia-Anhalt 2026 – analisi e riproduzione dei punti programmatici: Task Force espulsioni, detenzione pre-rimpatrio, voli di espulsione e struttura per la remigrazione
AfD-Regierungsprogramm Sachsen-Anhalt 2026

CEUTA — NO NAME KITCHEN: SOLDI MILITANTI, ARRESTI E L’OMBRA DEGLI ORDIGNI CORROSIVI

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Quando l’“aiuto umanitario” diventa militanza politica sul confine

C’è una domanda che a Ceuta non può più essere liquidata con la solita formula rassicurante dell’“ONG che aiuta i migranti”: che cosa fa realmente No Name Kitchen sul confine spagnolo e dove termina l’assistenza umanitaria per lasciare spazio all’attivismo politico?

La domanda non nasce da una fantasia social.

Nasce da arresti, identificazioni di polizia, un’indagine riportata da importanti testate spagnole, finanziamenti pubblicamente documentati e dalla stessa dichiarazione ideologica dell’organizzazione.

No Name Kitchen non nasconde infatti di considerare insufficiente la semplice assistenza umanitaria. Sul proprio sito afferma esplicitamente che l’aiuto deve comprendere anche “political action to provoke a change”, azione politica finalizzata a produrre un cambiamento.

La Guerrilla Foundation, che ha finanziato No Name Kitchen nel 2023 con una sovvenzione compresa fra 10.000 e 20.000 euro, descrive a sua volta NNK come un movimento che vuole trasformare il sistema europeo delle frontiere attraverso azione politica, advocacy e mobilitazione.

Non sono interpretazioni degli avversari.

Sono le parole e i documenti della stessa galassia che finanzia e sostiene il movimento.

Ed è proprio alla luce di questa natura dichiaratamente politica che quanto accaduto a Ceuta assume una dimensione molto più seria.

SALFUMÁN, ALLUMINIO E ACETONE: CHE COSA STA VERIFICANDO LA POLIZIA

Il punto più grave riguarda gli acquisti effettuati durante i giorni degli scontri.

Il 31 agosto El Español ha riferito, citando fonti della Policía Nacional, che alcuni attivisti identificati come appartenenti a No Name Kitchen erano stati individuati dopo l’acquisto, insieme a gruppi di migranti, di quantità di salfumán, carta d’alluminio e acetone.

Materiali perfettamente legali e liberamente acquistabili.

Ma materiali che, combinati in determinati modi, possono essere impiegati nella costruzione di artefatti corrosivi artigianali.

E il problema è precisamente questo: negli stessi giorni a Ceuta erano stati segnalati artefatti artigianali durante gli scontri.

Secondo El Español, la Policía Nacional manteneva aperta un’indagine sulle persone identificate e sugli acquisti effettuati.

Bisogna però scrivere chiaramente ciò che sappiamo e ciò che ancora non sappiamo.

Gli attivisti non furono arrestati per quegli acquisti perché i prodotti erano di libera vendita e, secondo le fonti citate dal quotidiano, non esisteva in quel momento una prova diretta che collegasse il materiale comprato ai residui degli artefatti lanciati.

No Name Kitchen nega qualsiasi coinvolgimento.

Anche Mercadona ha negato di aver denunciato acquisti anomali e il 31 agosto il ministero dell’Interno dichiarava a RTVE che non risultava un’indagine contro una ONG per aver fornito materiale esplosivo ai migranti.

Questo particolare non cancella però quanto riportato separatamente da El Español: l’identificazione degli attivisti dopo l’acquisto dei materiali e gli accertamenti della polizia sulle persone coinvolte.

La differenza è fondamentale.

Un sospetto investigativo non è una condanna. Ma non è neppure una condanna ciò che serve per porre domande politiche e giornalistiche.

GLI ARRESTI DI PLAYA DE BENÍTEZ

Sul comportamento di alcuni attivisti esistono poi fatti ancora più concreti.

Il 26 agosto il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska ha confermato l’arresto di due attivisti di No Name Kitchen, uno canadese e uno tedesco, durante gli incidenti nella zona di Playa de Benítez.

Secondo quanto riferito dalle autorità, erano accusati di resistenza e di avere incitato gruppi presenti sul posto contro gli agenti.

No Name Kitchen ha fornito una ricostruzione opposta: sostiene che i propri volontari stessero distribuendo cibo e documentando un intervento della polizia e ha denunciato quella che considera una criminalizzazione dell’attività umanitaria.

Ma pochi giorni dopo arriva un altro episodio.

El Español riferisce che nella notte del 28 agosto un’attivista francese collegata a No Name Kitchen fu arrestata e successivamente condannata a una multa di 800 euro per resistenza all’autorità e lesioni lievi nei confronti di un agente.

A quel punto parlare esclusivamente di pentole, coperte e distribuzione alimentare diventa quantomeno riduttivo.

La questione non è criminalizzare il volontariato.

La questione è stabilire quando un volontario smette di assistere una persona vulnerabile e diventa parte attiva di uno scontro politico con le istituzioni incaricate di controllare il confine.

GUERRILLA FOUNDATION: I SOLDI SONO DOCUMENTATI

Poi arrivano i finanziamenti.

E qui non servono indiscrezioni.

Sul sito della Guerrilla Foundation esiste una pagina dedicata direttamente a No Name Kitchen.

La fondazione registra per il 2023 una sovvenzione da 10.000 a 20.000 euro.

La scheda descrive NNK come un movimento impegnato a trasformare quello che definisce il sistema europeo delle frontiere “violento, razzista e sessista”, attraverso azione politica, democratizzazione dell’accesso alle risorse, raccolta di testimonianze e campagne di advocacy.

Non stiamo quindi parlando semplicemente di una mensa finanziata per comprare pasta e scarpe.

Stiamo parlando di un’organizzazione inserita in una infrastruttura politica transnazionale che considera il sistema europeo delle frontiere qualcosa da trasformare.

È perfettamente legittimo sostenere questa posizione.

Ma allora deve essere altrettanto legittimo chiamarla con il suo nome:

militanza politica.

Il termine “umanitario” non può diventare uno scudo semantico capace di rendere intoccabile qualsiasi attività svolta da chi opera sotto la sigla di una ONG.

IL LEGAME CON BORDER VIOLENCE MONITORING NETWORK

C’è poi un secondo livello.

No Name Kitchen è stata cofondatrice del Border Violence Monitoring Network (BVMN).

Lo conferma la stessa NNK.

Nel dicembre 2023 l’organizzazione annunciò di avere lasciato BVMN dopo denunce interne relative all’ambiente di lavoro, precisando però di esserne stata cofondatrice.

Il rapporto storico tra le due strutture è quindi incontestabile.

Ed è qui che entra nel quadro la galassia Open Society.

Documentazione pubblica sul BVMN indica infatti tra i suoi finanziatori anche Open Society Foundations.

Questo, però, non consente di scrivere automaticamente che “Soros finanzia direttamente No Name Kitchen a Ceuta”: sarebbe un salto logico che le prove disponibili non autorizzano.

La formulazione corretta — e politicamente non meno significativa — è un’altra:

No Name Kitchen ha cofondato una rete che ha ricevuto sostegno da Open Society Foundations.

La stessa No Name Kitchen afferma inoltre di essersi successivamente separata da BVMN.

È dunque una connessione storica e organizzativa documentabile, non la prova di un finanziamento diretto OSF delle operazioni di NNK nella Ceuta del 2026.

ANCHE SOLDI PUBBLICI SPAGNOLI

Il quadro diventa ancora più interessante quando emergono i finanziamenti provenienti dalle amministrazioni locali.

La Vanguardia/El Llobregat ha riportato che il Comune catalano di Esplugues de Llobregat aveva finanziato No Name Kitchen con 8.669 euro per un progetto di assistenza collegato alla precedente crisi migratoria di Ceuta del 2021.

È un dato politicamente rilevante.

Perché mentre No Name Kitchen rivendica la propria autonomia dalle istituzioni europee che considera corresponsabili della “violenza di frontiera”, la sua storia mostra contemporaneamente l’accesso a fondi provenienti da fondazioni militanti, crowdfunding e almeno un finanziamento pubblico locale.

Il problema non è che riceva finanziamenti.

Il problema è sapere che cosa viene finanziato, con quali controlli e con quali risultati sul territorio.

NON UNA MENSA, MA UN PROGETTO POLITICO

La parte forse più significativa dell’intera vicenda è che non occorre attribuire intenzioni segrete a No Name Kitchen.

È l’organizzazione stessa a descrivere la propria missione.

NNK sostiene che l’assistenza umanitaria debba comprendere l’azione politica.

Raccoglie testimonianze contro i pushback.

Produce rapporti.

Fornisce assistenza legale.

Svolge advocacy.

Contesta le politiche europee delle frontiere.

Ha partecipato alla costruzione di reti transnazionali impegnate nello stesso campo.

Opera direttamente nei punti più sensibili delle rotte migratorie.

Questa non è soltanto beneficenza. È un progetto politico applicato alle frontiere europee.

E non c’è nulla di illegale, di per sé, nell’avere un progetto politico.

Ma proprio per questo cade la rappresentazione infantile secondo cui criticare No Name Kitchen significherebbe “attaccare chi porta cibo ai migranti”.

No.

Si sta discutendo di un soggetto politicamente organizzato che utilizza anche assistenza materiale, monitoraggio, comunicazione e strumenti legali per perseguire una precisa concezione delle frontiere e della libertà di movimento.

CEUTA È IL PUNTO IN CUI TUTTE LE CONTRADDIZIONI ESPLODONO

Ceuta rende visibile ciò che normalmente rimane nascosto dietro il linguaggio neutro dell’umanitarismo.

Da una parte c’è uno Stato che ha il diritto e il dovere di controllare il proprio confine.

Dall’altra esiste una rete di attivismo transnazionale che considera molte politiche di contenimento migratorio illegittime, denuncia i respingimenti e lavora per modificarne il quadro politico e giudiziario.

In mezzo ci sono migliaia di migranti, cittadini esasperati, poliziotti, militari e una città trasformata in campo di battaglia politico.

Poi compaiono gli arresti.

Le identificazioni.

Gli acquisti sospetti.

Gli artefatti corrosivi.

Le fondazioni militanti.

Le reti internazionali.

I finanziamenti.

A quel punto liquidare ogni domanda come “criminalizzazione della solidarietà” non basta più.

Serve trasparenza.

LE DOMANDE A CUI NO NAME KITCHEN DEVE RISPONDERE

Chi erano esattamente gli attivisti identificati durante gli acquisti?

Per quale ragione venivano acquistati salfumán, alluminio e acetone?

A cosa erano destinati?

Chi li ha pagati?

Dove sono finiti?

Quali rapporti operativi esistevano tra volontari e gruppi presenti nei luoghi degli scontri?

Qual è oggi il bilancio completo dei finanziamenti di No Name Kitchen?

Quali fondazioni finanziano le sue attività?

Quanto denaro viene destinato all’assistenza materiale e quanto all’advocacy, alle campagne politiche e all’attività legale?

Sono domande legittime.

E dopo quanto accaduto a Ceuta diventano inevitabili.

CONCLUSIONE — L’UMANITARISMO NON PUÒ ESSERE UNA ZONA FRANCA

No Name Kitchen ha diritto alla presunzione d’innocenza rispetto a qualsiasi ipotesi di reato non dimostrata.

Questo principio non è negoziabile.

Ma la presunzione d’innocenza non equivale alla presunzione d’irrilevanza politica.

È documentato il finanziamento della Guerrilla Foundation.

È documentata la precedente partecipazione e cofondazione del Border Violence Monitoring Network.

È documentato il sostegno di Open Society Foundations a quella rete, pur senza che ciò dimostri un finanziamento diretto delle attività di NNK a Ceuta.

È documentato il finanziamento pubblico proveniente da Esplugues.

Sono documentati gli arresti di attivisti.

È stata riportata da El Español, sulla base di fonti di polizia, l’identificazione di membri dell’organizzazione dopo l’acquisto di materiali compatibili con quelli utilizzabili negli artefatti corrosivi che comparivano negli stessi giorni a Ceuta.

Non è invece dimostrato, allo stato delle informazioni pubbliche, che No Name Kitchen abbia fabbricato, consegnato o ordinato di utilizzare quegli artefatti.

Ed è precisamente qui che deve entrare la magistratura.

Ma sul piano politico una cosa è già evidente: No Name Kitchen non è semplicemente una cucina da campo. È un movimento politico transnazionale che opera materialmente e legalmente sulle frontiere europee per modificarne il funzionamento.

Ceuta ha il diritto di sapere chi opera sul proprio territorio, con quali soldi, con quali obiettivi e con quali responsabilità.

Perché aiutare una persona affamata è solidarietà.

Contestare politicamente una frontiera è militanza.

E se un giorno emergesse la prova che qualcuno ha oltrepassato quella linea arrivando a sostenere materialmente la violenza, non saremmo più né nel campo della solidarietà né in quello dell’attivismo.

Saremmo nel campo del diritto penale.

Ed è proprio per questo che su No Name Kitchen bisogna accendere i riflettori, non spegnerli.


FONTI E DOCUMENTI

El Español, 31 agosto 2026 — No Name Kitchen, la ONG investigada por comprar material para artefactos caseros como los usados contra ceutíes
https://www.elespanol.com/reportajes/20260831/no-name-kitchen-ong-investigada-comprar-material-artefactos-caseros-usados-ceuties/1003744367276_0.html

Guerrilla Foundation — No Name Kitchen, scheda ufficiale del beneficiario, grant 2023 da 10.000-20.000 euro
https://guerrillafoundation.org/grantee/no-name-kitchen/

Libertad Digital, 6 settembre 2026 — La ONG No Name Kitchen acusada de dar material corrosivo… recibe dinero de Guerrilla Foundation
https://www.libertaddigital.com/espana/2026-09-06/la-ong-no-name-kitchen-acusada-de-dar-material-corrosivo-a-los-invasores-de-ceuta-recibe-dinero-de-guerrilla-foundation-7455261/

El Periódico de Ceuta, 26 agosto 2026 — conferma degli arresti dei due attivisti
https://www.elperiodicodeceuta.es/marlaska-confirma-la-detencion-en-ceuta-de-dos-activistas-de-una-ong-acusados-de-incitar-a-la-violencia-contra-la-policia/

RTVE Verifica, 31 agosto 2026 — smentita di Mercadona e posizione del Ministero dell’Interno
https://www.rtve.es/noticias/20260831/falso-mercadona-denunciado-ceuta-compra-componentes-explosivos/17207547.shtml

Euronews, 31 agosto 2026 — posizione di No Name Kitchen e assenza, a quella data, di prova diretta tra acquisti e artefatti
https://es.euronews.com/my-europe/2026/08/31/las-ong-continuan-en-el-centro-de-la-tension-migratoria-de-ceuta

La Vanguardia / El Llobregat, 2 settembre 2026 — finanziamento di 8.669 euro da Esplugues de Llobregat
https://www.lavanguardia.com/elllobregat/sociedad/20260902/11624988/esplugues-financio-8-669-euros-ong-denunciada-dar-material-artefactos-invasores-ceuta.html

No Name Kitchen — sito ufficiale e attività
https://www.nonamekitchen.org/

No Name Kitchen, 14 dicembre 2023 — comunicazione sull’uscita dal Border Violence Monitoring Network e conferma del ruolo di cofondatrice
https://www.nonamekitchen.org/no-name-kitchen-and-the-newest-border-violence-special-report-we-present-the-bloody-borders-project/

Border Violence Monitoring Network — sito e rapporti
https://www.borderviolence.eu/

Guerrilla Foundation — Border Violence Monitoring Network
https://guerrillafoundation.org/grantee/border-violence-monitoring-network/

Campagna Donorbox — Emergency Solidarity with Ceuta
https://donorbox.org/emergency-solidarity-with-ceuta

BIBBIANO NON È FINITA: L’APPELLO DELLA PROCURA METTE SOTTO ACCUSA LA SENTENZA DELLE ASSOLUZIONI

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Quando un pubblico ministero arriva a parlare di una «spasmodica e quasi ossessiva ricerca di ragioni assolutorie», il problema non può essere liquidato con un’alzata di spalle

Per mesi una parte dell’opinione pubblica ha ricevuto un messaggio semplice: Bibbiano è finita. Le accuse sono crollate. Caso chiuso.

No.

Il processo sugli affidi della Val d’Enza non è affatto una pagina definitivamente archiviata. La sentenza di primo grado che ha assolto 11 imputati su 14 e condannato gli altri tre a pene molto inferiori rispetto alle richieste dell’accusa è stata impugnata dalla Procura di Reggio Emilia.

E ciò che emerge dall’appello del pubblico ministero Valentina Salvi è uno scontro giudiziario di una durezza eccezionale.

Non siamo davanti alla normale formula burocratica con cui un pm manifesta il proprio dissenso rispetto a una sentenza.

Salvi contesta alla radice il metodo con cui il Tribunale sarebbe arrivato a numerose assoluzioni.

La Procura parla di una sentenza caratterizzata da una:

«spasmodica e quasi ossessiva ricerca di ragioni assolutorie»

con risultati che, secondo l’accusa, sarebbero in alcuni casi «paradossali» e addirittura «disancorati dalla realtà e dalle fonti probatorie in atti».

Parole pesantissime.

E provengono non da un politico, da un blogger o da un giornalista, ma da un magistrato della Repubblica che ha coordinato l’indagine.

IL PROCESSO NON È FINITO

Questo è il primo fatto che dovrebbe essere chiarito senza ambiguità.

Nel luglio 2025 il Tribunale di Reggio Emilia ha pronunciato una sentenza che ha fortemente ridimensionato l’impianto accusatorio: 11 assoluzioni su 14 imputati e soltanto tre condanne, peraltro a pene contenute.

Una parte delle contestazioni è inoltre caduta per prescrizione.

Ma una sentenza di primo grado impugnata non equivale alla conclusione definitiva della vicenda giudiziaria.

La Procura ha deciso di portare una parte consistente del procedimento davanti alla Corte d’Appello.

Secondo le ricostruzioni pubblicate dalla stampa, l’impugnazione di Salvi arriva a circa 2.447 pagine, accompagnate da una mole enorme di documentazione.

Non è quindi una contestazione marginale.

È un attacco frontale a parti fondamentali del ragionamento seguito dal Tribunale.

«CIRCOSTANZE MAI AVVENUTE»

Uno dei passaggi più inquietanti riguarda proprio il modo in cui, secondo la Procura, sarebbero state costruite alcune motivazioni assolutorie.

Salvi sostiene che vi sarebbero passaggi nei quali il Tribunale avrebbe fondato proprie conclusioni su «circostanze mai avvenute».

Non basta.

Secondo l’impugnazione, in alcuni punti i giudici si sarebbero spinti a ricostruire persino ciò che gli imputati avrebbero pensato al momento dei fatti, attribuendo loro stati d’animo e intenzioni che la Procura considera sostanzialmente immaginati.

Il pm parla infatti di interpretazioni «del tutto irrealistiche» e di ricostruzioni «fantasiose».

È difficile immaginare una critica più radicale nei confronti di una sentenza.

Qui non si discute semplicemente se una pena dovesse essere di tre o cinque anni.

Si mette in discussione il percorso logico utilizzato per arrivare alle assoluzioni.

LA DOMANDA CHE NON PUÒ ESSERE CENSURATA: COME È STATO VALUTATO IL MATERIALE PROBATORIO?

Questo è il punto politico e istituzionale sul quale sarebbe irresponsabile tacere.

La magistratura deve essere indipendente.

Ma indipendenza non significa infallibilità.

Un giudice può sbagliare. Un pubblico ministero può sbagliare. Una Corte d’Appello può correggere entrambi.

È precisamente per questo che esistono diversi gradi di giudizio.

E se un pubblico ministero arriva a sostenere che una sentenza contiene ricostruzioni «fantasiose», circostanze «mai avvenute» e una ricerca quasi «ossessiva» di motivazioni assolutorie, la risposta non può essere: non se ne parli perché così si delegittima la magistratura.

È esattamente il contrario.

La magistratura acquista autorevolezza quando accetta che anche il lavoro dei magistrati possa essere sottoposto a una critica rigorosa.

L’indipendenza della toga non può trasformarsi nell’immunità della toga dalla critica.

PERSINO LE PRESCRIZIONI VENGONO CONTESTATE

L’impugnazione tocca anche un altro elemento delicatissimo.

Secondo la Procura, in alcuni casi sarebbero stati commessi errori nel calcolo dei termini di sospensione della prescrizione.

Anche questo dovrà essere valutato dal giudice d’appello.

Ma il punto politico rimane enorme.

Se il calcolo fosse effettivamente sbagliato, non ci troveremmo davanti a una divergenza filosofica sull’interpretazione del diritto, ma a qualcosa di molto più concreto: un errore tecnico capace di incidere direttamente sul destino di un’accusa penale.

È precisamente per questioni come questa che l’appello deve arrivare fino in fondo.

LA REPLICA DEL TRIBUNALE

Per correttezza va riportata anche la posizione opposta.

La presidente del Tribunale di Reggio Emilia, Cristina Beretti, ha respinto nettamente la rappresentazione fornita dalla Procura.

Il Tribunale sostiene di non perseguire né condanne né assoluzioni «a ogni costo» e afferma di avere giudicato esclusivamente sulla base delle prove, del diritto e del contraddittorio.

Beretti ha inoltre ricordato che la critica delle decisioni giudiziarie non dovrebbe trasformarsi nella delegittimazione dell’istituzione.

È una posizione legittima.

Ma non cancella il problema.

Perché adesso abbiamo due ricostruzioni giudiziarie radicalmente contrapposte.

Da una parte il Tribunale sostiene di avere applicato correttamente diritto e prove.

Dall’altra una Procura che descrive alcuni passaggi della stessa sentenza come sorprendenti, irrealistici, fantasiosi e orientati verso una ricerca esasperata delle ragioni per assolvere.

Sarà la Corte d’Appello a stabilire quale delle due letture sia giuridicamente fondata.

Ed è proprio per questo che raccontare Bibbiano come una vicenda definitivamente chiusa è semplicemente prematuro.

NON TRASFORMIAMO LE ASSOLUZIONI IN UNA SENTENZA SULLA STORIA

C’è poi un errore che il giornalismo dovrebbe evitare.

Un’assoluzione penale non autorizza automaticamente a sostenere che ogni fatto denunciato, ogni criticità nella gestione degli affidi e ogni sofferenza delle famiglie coinvolte fossero invenzioni.

Allo stesso modo, l’appello della Procura non trasforma gli imputati assolti in colpevoli.

La presunzione d’innocenza resta un principio fondamentale.

Ma proprio rispettando quel principio bisogna rispettarne un altro: il processo non può essere raccontato come definitivamente concluso quando esiste un’impugnazione di questa portata.

Non servono slogan.

Servono atti, documenti, sentenze e responsabilità.

VALENTINA SALVI HA SCELTO DI NON ARRENDERSI AL PRIMO VERDETTO

Qualunque sarà l’esito dell’appello, una cosa è evidente: Valentina Salvi ha deciso di assumersi fino in fondo la responsabilità della propria impostazione accusatoria.

Avrebbe potuto prendere atto della pesantissima sconfitta processuale del primo grado.

Non lo ha fatto.

Ha messo nero su bianco migliaia di pagine di contestazioni e ha chiesto a un giudice superiore di verificare nuovamente una parte rilevante del processo.

Questo non significa che abbia necessariamente ragione.

Significa però che la battaglia giudiziaria continua.

Ed è questo che dovrebbe interessare chi pretende di informare anziché distribuire certificati ideologici di colpevolezza o innocenza.

ADESSO NIENTE SCONTI: PARLI LA CORTE D’APPELLO

Bibbiano merita una cosa soltanto: verità giudiziaria fino all’ultimo grado disponibile.

Se il Tribunale di primo grado ha ragione, l’appello lo confermerà e le assoluzioni dovranno essere rispettate.

Se invece la Procura dimostrerà che determinate assoluzioni sono state costruite attraverso errori, ricostruzioni infondate o valutazioni scorrette delle prove, quelle decisioni dovranno essere riformate.

Senza protezioni corporative.

Senza guerre ideologiche.

Senza trasformare la toga in uno scudo contro qualsiasi domanda.

Perché quando sono coinvolti minori, famiglie spezzate, servizi sociali, psicologi e decisioni capaci di cambiare per sempre la vita di un bambino, lo Stato non può permettersi zone d’ombra.

E soprattutto non può chiedere ai cittadini di smettere di fare domande.

Il caso Bibbiano non è finito.

Ora tocca alla Corte d’Appello.


FONTI

ANSA – Appello dei pm sul caso Bibbiano, “ossessiva ricerca di ragioni assolutorie”
https://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2026/04/01/appello-dei-pm-sul-caso-bibbiano-ossessiva-ricerca-di-ragioni-assolutorie_025cf4c1-d7c3-4b6d-8d91-f0248323a3eb.html

RaiNews TGR Emilia-Romagna – Bibbiano, la Procura impugna la sentenza
https://www.rainews.it/tgr/emiliaromagna/articoli/2026/03/bibbiano-la-procura-fa-appello-contro-le-assoluzioni-53a2472c-417c-470c-abde-7f5e95963cc6.html

RaiNews – Caso Bibbiano, ecco perché la Procura ricorre in appello
https://www.rainews.it/tgr/emiliaromagna/articoli/2026/04/caso-bibbiano-la-procura-ricorre-in-appello-fb665dcc-66c7-473c-995f-cb17ffb12839.html

Il Resto del Carlino – Affidi Bibbiano, il ricorso del pm alla sentenza di primo grado
https://www.ilrestodelcarlino.it/reggio-emilia/cronaca/affidi-bibbiano-ricorso-assoluzione-qo5cwfo3

Corriere della Sera / Corriere di Bologna – Bibbiano, il ricorso del pm alla sentenza di primo grado
https://corrieredibologna.corriere.it/notizie/cronaca/26_aprile_02/bibbiano-ricorso-sentenza-primo-grado-fc976c3b-6418-4e41-8cb3-6c64e6e27xlk.shtml

ANSA – Giudici contro pm sul caso Bibbiano, “nessuna assoluzione a ogni costo”
https://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2026/04/03/giudici-contro-pm-sul-caso-bibbiano-nessuna-assoluzione-a-ogni-costo_755aff23-35aa-45f2-91eb-2e2dd307e9e2.html

ANSA – Si disintegra l’accusa sugli affidi di Bibbiano
https://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2025/07/09/il-caso-bibbiano-al-processo-angeli-e-demoni-cadono-quasi-tutte-le-accuse_e5647f1e-6a19-4379-afbf-3d5e364510cb.html

Renzi, Conte e l’Autogrill dei segreti: sei anni dopo, la politica deve ancora spiegare tutto

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Le nuove rivelazioni riaprono il caso dell’incontro tra Matteo Renzi e Marco Mancini. Un ex uomo dell’intelligence compare nella catena che precede il servizio di Report, mentre una fonte sostiene che Giuseppe Conte conoscesse il filmato già quando era a Palazzo Chigi. Non sono sentenze, ma gli interrogativi politici sono ormai troppo pesanti per essere liquidati con battute, amnesie e guerre tra fazioni.

C’è qualcosa di profondamente malsano nella vicenda dell’Autogrill di Fiano Romano. Non perché sia stata dimostrata una gigantesca cospirazione — questo, allo stato degli atti pubblicamente disponibili, non è stato dimostrato — ma perché, a quasi sei anni dai fatti, continuano ad apparire elementi che rendono sempre meno soddisfacente la favola di una storia semplice e lineare.

Al centro ci sono due ex presidenti del Consiglio: Matteo Renzi e Giuseppe Conte.

Il primo incontrò un alto dirigente dell’intelligence in un Autogrill mentre stava combattendo una battaglia politica destinata poche settimane dopo a far cadere il governo.

Il secondo era proprio il presidente del Consiglio che quella battaglia rischiava di travolgere e, nello stesso periodo, aveva direttamente nelle proprie mani la responsabilità politica sul comparto intelligence.

In mezzo c’è Marco Mancini, allora dirigente del DIS.

E attorno a loro compare oggi una trama di telefonate, fonti, giornalisti, ex uomini dei servizi e versioni che meritano una spiegazione pubblica molto più convincente di quelle ascoltate finora.

Il fatto da cui tutto parte

Il 23 dicembre 2020 Matteo Renzi incontrò Marco Mancini nell’area di servizio di Fiano Romano.

L’incontro non è un’ipotesi: è documentato.

Renzi spiegò successivamente che avrebbe dovuto incontrare Mancini altrove, ma che, essendo già in viaggio verso Firenze, il funzionario lo raggiunse all’Autogrill. Renzi ha inoltre sempre negato di avere interferito nelle nomine dell’intelligence e ha contestato duramente la rappresentazione data alla vicenda.

Il problema politico, tuttavia, resta evidente.

In quelle settimane Renzi non era un parlamentare qualsiasi. Era il leader della forza politica che teneva in vita il governo Conte II e che stava preparando lo scontro finale con Palazzo Chigi.

Mancini non era un funzionario qualsiasi. Era un dirigente del DIS.

E Giuseppe Conte non era un osservatore neutrale: era presidente del Consiglio e deteneva direttamente la delega sui servizi.

Un incontro perfettamente lecito può comunque essere politicamente rilevante. Ed è precisamente per questo che, invece delle battute sui biscotti e delle reciproche accuse, sarebbe stato opportuno chiarirne fino in fondo contenuto e contesto.

Poi arriva Report

Il 3 maggio 2021, quando Conte aveva ormai lasciato Palazzo Chigi e Mario Draghi era presidente del Consiglio, Report trasmise le immagini.

La versione resa pubblica era nota: una professoressa presente casualmente nell’area di servizio aveva ripreso Renzi e Mancini senza inizialmente sapere chi fosse l’uomo che parlava con il leader di Italia Viva.

Nel servizio un ex appartenente ai servizi, oscurato in volto e con la voce alterata, identificò Mancini.

Ed è qui che le nuove ricostruzioni diventano esplosive.

Secondo quanto pubblicato nel settembre 2026 da Il Giornale e ripreso dall’ANSA, il 27 aprile 2021 Carlo Parolisi, ex uomo dell’intelligence, avrebbe telefonato a Sigfrido Ranucci.

Circa quaranta minuti dopo il giornalista di Report Giorgio Mottola avrebbe contattato Parolisi.

Nella stessa giornata Mottola avrebbe raggiunto Viterbo, nella zona dove viveva l’insegnante autrice delle immagini, per poi avere ulteriori contatti con Parolisi.

Non è una prova di un complotto.

Ma è un elemento che modifica sensibilmente il quadro pubblico della vicenda e pone una domanda elementare: quale fu esattamente il ruolo degli uomini provenienti dall’intelligence nella ricostruzione giornalistica del caso?

Attenzione: la magistratura non ha certificato il “complotto”

Qui bisogna essere estremamente precisi.

La Procura acquisì anche i tabulati nell’ambito dell’indagine nata dalla denuncia di Mancini. Nel novembre 2025 il Gip di Roma ha archiviato definitivamente la parte relativa alla presunta violazione del segreto di Stato.

La motivazione riportata dalla stampa è importante: l’identità di Mancini non poteva essere considerata segreta in quel senso, perché il funzionario era già comparso pubblicamente in fotografie relative al ritorno in Italia di Giuliana Sgrena.

Dunque sarebbe scorretto trasformare le nuove ricostruzioni giornalistiche in una sentenza che non esiste.

Ma sarebbe altrettanto scorretto utilizzare quell’archiviazione per sostenere che ogni interrogativo politico sulla provenienza delle informazioni sia automaticamente evaporato.

Sono due questioni differenti.

E poi c’è Giuseppe Conte

È questo il punto politicamente più delicato.

Il Giornale, il 6 settembre 2026, ha pubblicato una nuova ricostruzione basata sulla testimonianza di una fonte proveniente dal mondo dell’intelligence.

Secondo questa fonte, Giuseppe Conte avrebbe saputo dell’esistenza del filmato e lo avrebbe visionato quando era ancora presidente del Consiglio.

È necessario ripeterlo: questa è oggi un’affermazione attribuita a una fonte giornalistica, non un fatto accertato da una sentenza.

Ma non nasce nel vuoto.

Già nel dicembre 2022 Conte era stato interrogato sulla possibilità che il filmato fosse arrivato a Palazzo Chigi prima della trasmissione di Report.

La sua risposta conteneva una singolare incongruenza temporale.

Conte negò che i servizi gli avessero mostrato il video, aggiungendo però di ricordare che quando il caso esplose tramite Report lui “stava andando via”.

Il problema è semplicissimo: Report trasmise il servizio il 3 maggio 2021. Conte aveva lasciato Palazzo Chigi a febbraio.

Conte spiegò successivamente di avere confuso le date.

Può accadere.

Ma dopo le nuove dichiarazioni attribuite a una fonte dell’intelligence quella vecchia confusione assume inevitabilmente un peso politico diverso.

Conte deve rispondere a una domanda semplicissima

Nel maggio 2021 Conte chiedeva pubblicamente proprio a Renzi di chiarire.

Diceva che chi rappresenta le istituzioni deve rispondere del proprio operato “in modo trasparente” e sottolineava di avere incontrato Mancini esclusivamente in occasioni ufficiali e sedi istituzionali.

Perfetto.

Applichiamo oggi lo stesso metro a Giuseppe Conte.

Aveva visto o no quelle immagini mentre era ancora presidente del Consiglio?

Non servono comizi.

Non serve accusare i giornali.

Non serve rifugiarsi dietro la lotta politica tra destra e sinistra.

Serve un sì o un no accompagnato, se necessario, da documenti, date e circostanze.

Perché se la nuova testimonianza fosse confermata, il problema sarebbe enorme.

Bisognerebbe capire chi portò il materiale all’attenzione del presidente del Consiglio, quando, attraverso quale canale, per quale ragione e che cosa accadde successivamente all’interno del comparto intelligence.

E la carriera di Mancini?

C’è poi un’altra coincidenza temporale che pretende chiarezza.

Mancini puntava a un avanzamento ai vertici dell’intelligence. Dopo l’esplosione pubblica del caso, quella prospettiva tramontò e il dirigente venne successivamente prepensionato.

Questo non dimostra che il servizio televisivo sia stato organizzato per eliminarlo professionalmente.

Ma rende ancora più necessario ricostruire l’intera sequenza.

Perché quando materiale riguardante un alto funzionario dell’intelligence entra nel circuito politico-mediatico e produce conseguenze sulla sua carriera, la trasparenza non è curiosità giornalistica.

È interesse pubblico.

Renzi non può trasformarsi improvvisamente nello spettatore innocente

Le nuove domande su Conte e sulla provenienza delle informazioni, tuttavia, non cancellano quelle rivolte a Matteo Renzi.

Questo è il rischio della solita politica italiana: trasformare ogni vicenda in una partita di calcio nella quale, se emerge una contraddizione dell’avversario, automaticamente scompare la propria.

No.

Renzi incontrò Mancini.

Accadde il 23 dicembre 2020, nel pieno della crisi politica.

Poche settimane dopo Italia Viva ritirò le proprie ministre e il Conte II cadde.

Renzi ha fornito la propria versione e ha sempre negato manovre sulle nomine dei servizi. Ma proprio perché oggi chiede chiarezza su Conte, dovrebbe essere il primo a pretendere la pubblicazione e la ricostruzione più completa possibile di tutto ciò che può essere legittimamente reso pubblico sull’incontro.

Di che cosa parlarono esattamente?

Perché era necessario incontrarsi?

Mancini informò i propri superiori?

Esistono relazioni di servizio o comunicazioni che possano definitivamente chiudere ogni speculazione?

La risposta non può essere: “fidatevi di me”.

Vale per Conte e vale per Renzi.

Due ex premier, troppe zone grigie

Ed è questo l’aspetto più desolante dell’intera vicenda.

Da una parte Renzi, che incontra un alto funzionario dell’intelligence mentre sta conducendo l’offensiva decisiva contro il presidente del Consiglio.

Dall’altra Conte, che allora aveva la responsabilità politica sul comparto dei servizi e sul quale torna oggi l’accusa — ancora da dimostrare — di avere conosciuto il filmato prima che diventasse pubblico.

Nel mezzo uomini dell’intelligence, ex uomini dell’intelligence, giornalisti, telefonate, nomine, carriere interrotte e una guerra politica feroce.

E noi dovremmo considerare tutto questo normale?

Il vero scandalo è che dopo quasi sei anni dobbiamo ancora fare le stesse domande

La questione non dovrebbe essere stabilire se “vince” Renzi o “vince” Conte.

Se Renzi avesse ragione su Conte, non diventerebbe automaticamente innocuo tutto ciò che riguarda il suo incontro con Mancini.

Se Conte avesse ragione nel negare di aver visto anticipatamente il filmato, rimarrebbero comunque da spiegare le nuove informazioni sui passaggi che precedettero la messa in onda di Report.

La democrazia non funziona scegliendo quale potente credere sulla parola.

Funziona pretendendo documenti, cronologie e responsabilità.

E soprattutto applicando agli uomini che hanno governato l’Italia la stessa regola che loro stessi invocano continuamente per gli avversari: trasparenza.

Conte nel 2021 pretendeva spiegazioni da Renzi.

Oggi deve essere disposto a fornirle lui.

Renzi oggi pretende spiegazioni sulla genesi del caso.

Benissimo: chiarisca fino all’ultimo dettaglio anche il proprio incontro.

Perché l’intelligence della Repubblica non può diventare — neppure nell’apparenza — il terreno sul quale si combattono guerre tra leader politici, fazioni istituzionali e apparati dello Stato.

Se le nuove rivelazioni saranno confermate, qualcuno dovrà spiegare molto più di quanto abbia fatto finora.

Se invece saranno smentite, dovranno essere smentite con fatti verificabili.

Dopo quasi sei anni, agli italiani non servono altre battute, altre amnesie o altri regolamenti di conti.

Serve sapere che cosa è realmente accaduto.


Fonti e approfondimenti

ANSA, 2 settembre 2026 – “Renzi in autogrill e la chiamata dell’ex 007 a Ranucci”
ANSA – ricostruzione dei contatti tra l’ex 007, Ranucci e Report

Il Giornale, 6 settembre 2026 – “La puntata di Report su Renzi in autogrill? Una soffiata degli 007. E Conte la vide prima”
Il Giornale – le nuove dichiarazioni su Conte e il filmato

Il Giornale, 31 agosto 2026 – documenti e nuovi interrogativi sul caso Autogrill
Il Giornale – Report, Autogrill e rapporti con uomini dei servizi

ANSA, 2 settembre 2026 – “Un ex 007 dietro lo scoop di Report”
ANSA – cronologia delle nuove rivelazioni

L’Identità, 6 dicembre 2022 – il giallo sulle dichiarazioni e sulle date di Conte
L’Identità – il video, Palazzo Chigi e la cronologia contestata

Repubblica, 11 maggio 2021 – Conte chiedeva chiarimenti a Renzi sull’incontro con Mancini
Repubblica – le dichiarazioni di Conte del 2021

Rai – trascrizione del servizio “Autogrill dei segreti” di Report
RAI – trascrizione originale del servizio di Report

Repubblica, 19 novembre 2025 – archiviata l’accusa di violazione del segreto di Stato
Repubblica – decisione del Gip di Roma