C’è una domanda che attraversa come una lama l’intera conversazione tra Tucker Carlson e John Kiriakou: come si arriva davvero a una guerra?
Non attraverso slogan o conferenze stampa, ma attraverso un processo istituzionale preciso. O almeno, così dovrebbe essere.
Secondo Kiriakou, ex ufficiale della CIA e whistleblower noto per aver denunciato il programma di torture dell’agenzia , una decisione di guerra dovrebbe nascere da:
- analisi dell’intelligence,
- valutazioni diplomatiche,
- confronto con alleati,
- e costruzione di consenso internazionale.
Ma nel caso dell’Iran, sostiene, questo processo sarebbe stato bypassato.
Una guerra senza processo: il nodo dell’Iran
Nel febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno avviato operazioni militari contro l’Iran, segnando un’escalation drastica nel conflitto regionale .
Eppure, secondo la ricostruzione emersa nell’intervista, non ci sarebbe stato consenso né tra alleati né all’interno dell’intelligence americana.
Anzi, il punto più controverso riguarda proprio la giustificazione principale:
la minaccia nucleare iraniana.
Kiriakou sostiene che:
- le stime ufficiali dell’intelligence non indicavano un programma nucleare militare attivo,
- l’Iran non rappresentava una minaccia diretta al territorio americano,
- e l’idea di un pericolo imminente sarebbe stata amplificata più da fonti esterne che interne.
Questa tesi si inserisce in un contesto più ampio: lo stesso Carlson ha definito il conflitto come “non una guerra americana”, ma legata a interessi esterni .
L’alleato o il decisore? Il ruolo di Israele
Uno dei passaggi più delicati dell’intervista riguarda il rapporto tra Stati Uniti e Israele.
Secondo Kiriakou:
- storicamente Washington manteneva autonomia decisionale,
- oggi invece le priorità israeliane sembrerebbero integrate nella strategia americana.
Questo tema è centrale anche nel dibattito politico interno USA: la guerra con l’Iran ha infatti diviso profondamente l’area conservatrice e il movimento MAGA .
La domanda implicita diventa quindi sistemica:
una superpotenza può restare tale se delega le proprie priorità strategiche?
La costruzione del nemico e la selezione delle minacce
Un altro punto cruciale riguarda la gerarchia delle minacce.
Kiriakou sostiene che:
- gli Stati Uniti hanno concentrato enormi risorse sul terrorismo islamico,
- mentre fenomeni come il narcotraffico — responsabili di centinaia di migliaia di morti — sono rimasti secondari.
Racconta anche un episodio controverso legato all’Afghanistan:
- nel 2000, sotto i Talebani, la produzione di oppio era azzerata,
- dopo l’intervento USA, il Paese è tornato a produrre oltre il 90% dell’eroina mondiale.
Secondo la sua interpretazione, questa dinamica sarebbe stata tollerata per indebolire Paesi rivali come Iran e Russia.
L’illusione del cambio di regime
Uno degli errori strategici più gravi, secondo Kiriakou, è l’idea che un Paese possa crollare rapidamente dopo un attacco esterno.
L’Iran:
- ha oltre 90 milioni di abitanti,
- una storia millenaria,
- una forte identità nazionale.
In questo contesto, l’effetto di un’aggressione non è la destabilizzazione interna, ma la ricompattazione della popolazione.
È un meccanismo già visto in Iraq:
- l’invasione del 2003 non ha portato a stabilità,
- ma a decenni di conflitto e radicalizzazione.
La crisi interna dello Stato americano
La parte più profonda dell’intervista riguarda però gli Stati Uniti stessi.
Secondo Kiriakou:
- la CIA sarebbe oggi politicizzata,
- il Congresso incapace di controllo reale,
- e l’apparato di sicurezza diventato autoreferenziale.
Un esempio emblematico:
il presidente avrebbe ignorato le valutazioni della propria intelligence, affidandosi a fonti esterne.
Questo, per Carlson, apre una questione fondamentale:
chi controlla davvero le decisioni strategiche degli Stati Uniti?
Diplomazia o escalation: il bivio globale
Secondo Kiriakou, le opzioni militari sono ormai limitate.
L’unica via realistica sarebbe la diplomazia.
Nel frattempo, la guerra avrebbe già prodotto effetti geopolitici:
- rafforzamento dei legami tra Iran, Russia e Cina,
- crescente utilizzo di valute alternative al dollaro,
- progressivo indebolimento dell’egemonia americana.
Segnali già visibili, ad esempio, nel commercio energetico internazionale.
Conclusione: la domanda che resta
Questa intervista non è solo una critica alla guerra in Iran. È una riflessione più ampia sul potere, sulla sovranità e sulla trasformazione degli Stati Uniti.
Nel momento in cui:
- le decisioni non seguono più processi istituzionali,
- gli alleati diventano decisori,
- e l’intelligence perde credibilità,
la domanda finale diventa inevitabile:
quando una superpotenza combatte guerre che non ha realmente deciso, è ancora sovrana?

