Le recenti dichiarazioni di Donald Trump non sono soltanto uno sfogo polemico, ma il sintomo di una trasformazione più profonda negli equilibri interni della Repubblica Islamica. La conferma della marginalizzazione di Mohammad Bagher Ghalibaf dalla squadra negoziale iraniana segna infatti un punto di svolta che va ben oltre il semplice avvicendamento di figure diplomatiche.
Un’assenza che pesa più di una presenza
Fino a pochi giorni fa, Ghalibaf rappresentava il volto “gestibile” di Teheran agli occhi occidentali. Insieme al ministro degli Esteri Abbas Araghchi, era stato protagonista del primo round di colloqui a Islamabad, incarnando quella linea pragmatica che lasciava intravedere margini di trattativa.
Poi, improvvisamente, il cambio di scena.
Trump, spiegando la cancellazione del viaggio di emissari come Witkoff e Kushner, ha parlato apertamente di interlocutori “sconosciuti”, un’espressione che, letta in controluce, suggerisce una perdita di continuità e affidabilità nel canale negoziale iraniano.
Il vero centro di potere: l’IRGC
Dietro questo riassetto emerge con sempre maggiore chiarezza il ruolo dei Pasdaran, in particolare del comandante Ahmad Vahidi. Secondo analisi dell’Institute for the Study of War e fonti diplomatiche, Vahidi avrebbe progressivamente neutralizzato l’influenza dei pragmatici, imponendo una linea più rigida.
Questo non è un dettaglio tecnico, ma una dinamica strutturale:
- Blocco delle aperture negoziali
- Rifiuto di concessioni su dossier sensibili (nucleare, Hormuz)
- Pressione interna sulla delegazione diplomatica
- Inserimento di figure più allineate alla linea dura
La presenza improvvisa di alti ufficiali dell’IRGC durante i colloqui di Islamabad rafforza ulteriormente l’ipotesi di un intervento diretto nel processo negoziale.
Da pragmatismo a massimalismo
Il confronto interno appare ormai delineato:
| Fazione | Figure chiave | Approccio |
|---|---|---|
| Pragmatici | Ghalibaf, Araghchi | Apertura limitata, flessibilità tattica |
| Linea dura IRGC | Vahidi e apparato militare | Pressione, escalation, zero concessioni |
L’esito, almeno per ora, è chiaro: la seconda ha prevalso.
Il segnale colto da Washington
In questo contesto, la reazione di Trump assume un significato più analitico che retorico. Il suo commento riflette la percezione che gli Stati Uniti non stiano più negoziando con gli stessi interlocutori — né, soprattutto, con lo stesso margine decisionale.
Quando cambia chi detiene il potere reale, cambia inevitabilmente anche la natura del negoziato.
Una coesione apparente
Teheran continua a negare qualsiasi divisione interna, parlando di unità e accusando i media occidentali di disinformazione. Tuttavia, la convergenza di fonti indipendenti e gli sviluppi sul campo raccontano un’altra storia.
Non siamo di fronte a una diplomazia compatta, ma a una lotta di potere interna già risolta — almeno temporaneamente — a favore della componente più dura.
Conclusione: un negoziato più fragile e più rischioso
Il risultato di questa trasformazione è un quadro negoziale più instabile:
- meno trasparente
- più militarizzato
- meno incline al compromesso
La marginalizzazione dei pragmatici non è solo un cambio di uomini, ma un cambio di paradigma. E mentre la retorica ufficiale continua a parlare di unità, la realtà suggerisce che il baricentro del potere iraniano si sia definitivamente spostato.
Non verso la diplomazia, ma verso la deterrenza.
Fonti e riferimenti
- Institute for the Study of War
- Iran International (fonti mediatiche e diplomatiche occidentali)
- Dichiarazioni pubbliche di Donald Trump
- Analisi su dinamiche interne dell’IRGC e politica iraniana contemporanea

