Prima Parte – Anatomia di una trasformazione della democrazia americana
Nel cuore dell’establishment culturale americano esiste un’istituzione che precede persino la Costituzione degli Stati Uniti. Fondata nel 1780 da John Adams e James Bowdoin, la American Academy of Arts and Sciences nacque durante la Rivoluzione americana con l’obiettivo dichiarato di coltivare conoscenza, virtù civica e leadership intellettuale nella nuova Repubblica.
La sua carta istitutiva, concessa dal Parlamento del Massachusetts il 4 maggio 1780, è più antica della stessa Costituzione federale. Nel corso di quasi due secoli e mezzo, l’Accademia ha accolto figure come George Washington, Benjamin Franklin, Albert Einstein e Charles Darwin. Per lungo tempo ha rappresentato il volto culturale della continuità americana: un luogo di riflessione scientifica, filosofica e politica capace di attraversare le epoche senza alterare la propria missione fondamentale.
Oggi, tuttavia, questa storica istituzione si trova al centro di qualcosa di molto diverso.
Negli ultimi anni, infatti, l’American Academy of Arts and Sciences è divenuta il fulcro di un vasto progetto di ridefinizione della democrazia americana: un processo che intreccia fondazioni filantropiche, think tank, reti civiche, ONG e strutture accademiche attorno a una domanda apparentemente semplice ma dalle implicazioni enormi:
Che cosa deve diventare la democrazia statunitense nel XXI secolo?
Il progetto che meglio incarna questa trasformazione è denominato Our Common Purpose. Presentato ufficialmente come una commissione dedicata al rafforzamento della cittadinanza democratica, esso si è progressivamente evoluto in qualcosa di molto più ambizioso: una piattaforma organica di riforma strutturale delle istituzioni americane.
Per comprendere la reale portata di questo processo, però, bisogna tornare indietro di oltre un decennio.
Le Origini: la “National Purpose Initiative”
Nel settembre del 2013, durante l’Independent Sector Annual Conference, Stephen Heintz pronunciò un discorso dal titolo apparentemente innocuo: Our Common Purpose.
A prima vista sembrava uno dei tanti interventi sulla crisi della coesione sociale americana. Gli Stati Uniti uscivano da anni di polarizzazione crescente, sfiducia nelle istituzioni, paralisi politica e frammentazione culturale. L’obiettivo dichiarato era quello di ricostruire un senso condiviso di identità nazionale.
Ma, osservato retrospettivamente, quel discorso appare oggi come l’inizio di una trasformazione molto più profonda.
Heintz descriveva infatti la propria esperienza nell’Europa orientale dopo la caduta del Muro di Berlino. Parlava di società capaci di “ridefinire se stesse”, animate da un nuovo “scopo comune” e da una missione collettiva in grado di riscrivere il futuro politico delle nazioni. Il riferimento implicito era alle trasformazioni post-sovietiche, dove reti di ONG, fondazioni internazionali e organizzazioni civiche avevano svolto un ruolo centrale nella ricostruzione dell’ordine politico e culturale.
Il messaggio era chiaro: anche gli Stati Uniti avevano bisogno di una nuova rifondazione civile.
Fu in quel contesto che nacque la National Purpose Initiative, una coalizione composta da alcune delle più potenti fondazioni filantropiche del pianeta:
- Rockefeller Brothers Fund
- Rockefeller Foundation
- Open Society Foundations
- Carnegie Corporation
- William and Flora Hewlett Foundation
- MacArthur Foundation
- Mellon Foundation
- W.K. Kellogg Foundation
- David and Lucile Packard Foundation
L’obiettivo ufficiale era produrre, entro il 2016, una nuova “agenda condivisa di priorità nazionali”.
Il linguaggio utilizzato in questa fase era volutamente idealistico. Si parlava di:
- ricostruire la fiducia;
- promuovere il dialogo civico;
- rigenerare la partecipazione democratica;
- superare le divisioni ideologiche;
- creare una nuova cultura del bene comune.
Non si parlava apertamente di riforme costituzionali o di ridefinizione dell’architettura istituzionale americana.
Eppure, già allora, emergevano segnali significativi.
Diana Aviv sosteneva apertamente che il settore nonprofit possedesse la “credibilità necessaria” per affrontare questioni strutturali riguardanti il futuro della democrazia americana. Nei materiali preparatori comparivano riferimenti a “pionieri sociali” capaci di “riscrivere le leggi del paese”.
Dietro la retorica del dialogo civico sembrava dunque emergere un’ambizione più profonda: la costruzione di un nuovo paradigma politico e culturale.
Il Fallimento del Consenso
La National Purpose Initiative non raggiunse mai i risultati annunciati.
La grande agenda nazionale condivisa promessa per il 2016 non vide mai la luce. Nessun documento finale organico, nessuna sintesi conclusiva, nessuna piattaforma comune realmente capace di unificare il paese.
Poi arrivò il terremoto politico del 2016.
L’elezione di Donald Trump rappresentò una frattura decisiva per una parte consistente dell’establishment politico, mediatico, accademico e filantropico americano.
La vittoria trumpiana dimostrava che gli Stati Uniti non erano più una società riconducibile a un consenso culturale condiviso attraverso il semplice dialogo civico. Le divisioni identitarie, territoriali e ideologiche apparivano ormai strutturali.
Fu a quel punto che il progetto cambiò natura.
Il linguaggio dell’unità nazionale lasciò progressivamente spazio a quello della “trasformazione democratica”.
Stephen Heintz trasferì l’iniziativa sotto l’egida della American Academy of Arts and Sciences, garantendole una nuova legittimazione istituzionale e storica.
Il progetto non sarebbe più stato presentato come una semplice iniziativa civica.
Sarebbe diventato una commissione nazionale.

Stephen Bechtel e la Nascita di “Our Common Purpose”
Nel 2018 entrò ufficialmente in scena Stephen D. Bechtel Jr..
Bechtel non era un semplice filantropo. Per trent’anni aveva guidato la Bechtel Corporation, uno dei più grandi conglomerati infrastrutturali del pianeta. Donatore storico del Partito Repubblicano ed ex presidente della Hoover Institution, rappresentava una figura simbolica del capitalismo industriale americano tradizionale.
Secondo il rapporto ufficiale della commissione, Bechtel pose all’Accademia una domanda fondamentale:
“Che cosa significa essere un buon cittadino nel XXI secolo?”
Fu Jonathan Fanton — già presidente della MacArthur Foundation e presidente di Human Rights Watch — a trasformare quella domanda in una vera e propria commissione istituzionale.
Nacque così ufficialmente Our Common Purpose.
Ma il risultato finale sarebbe andato ben oltre una riflessione teorica sulla cittadinanza.

Dalla Cittadinanza alla Rifondazione della Repubblica
Quando il rapporto finale venne pubblicato nel 2020, risultò immediatamente evidente che il progetto aveva ormai assunto una dimensione radicalmente diversa rispetto alle origini del 2013.
Il documento conteneva infatti 31 raccomandazioni strutturali per trasformare il sistema politico americano.
Tra le principali:
- ampliamento della Camera dei Rappresentanti;
- limiti di mandato per i giudici della Corte Suprema;
- introduzione del voto classificato (ranked-choice voting);
- emendamento costituzionale sul finanziamento delle campagne elettorali;
- promozione del voto universale;
- integrazione di assemblee civiche permanenti nel processo legislativo;
- espansione del servizio nazionale.
Non si trattava più semplicemente di “rafforzare la fiducia” nella democrazia americana.
Si trattava di ridefinire l’architettura stessa della Repubblica.
Anche il linguaggio cambiò profondamente.
Se nel 2013 Heintz parlava ancora di “rinnovare la promessa americana”, entro il 2019 sosteneva apertamente che la democrazia rappresentativa e il sistema dello Stato-nazione mostrassero “segni di obsolescenza”.
Alla pubblicazione del rapporto, il lessico della commissione evocava addirittura una possibile “quarta fondazione” degli Stati Uniti.
Non più una restaurazione della democrazia americana.
Ma una sua trasformazione strutturale.
Il 2026 e la Simbologia della “Nuova Fondazione”
Uno degli aspetti più significativi dell’intero progetto riguarda la data scelta come orizzonte strategico: il 4 luglio 2026, anniversario dei 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza americana.
La commissaria Carolyn Lukensmeyer dichiarò apertamente:
“La commissione aveva preso di mira il nostro 250° anniversario come momento per piantare un paletto nel terreno.”
Il riferimento non appare puramente celebrativo.
Per i promotori del progetto, il semiquincentenario americano rappresenta la possibilità simbolica di inaugurare una nuova fase storica della democrazia statunitense: una democrazia adattata al XXI secolo, più partecipativa, più decentralizzata e maggiormente integrata con reti civiche e strutture sociali multilivello.
Per i critici, invece, il rischio è differente.
La preoccupazione riguarda l’emergere di una nuova forma di governance tecnocratica e filantropica, nella quale grandi fondazioni private, reti accademiche e ONG assumono un ruolo crescente nella ridefinizione dell’ordine costituzionale senza un mandato popolare diretto.
Ed è proprio questo il nodo centrale dell’intera vicenda.
Non tanto stabilire se le singole riforme siano “giuste” o “sbagliate”.
Ma comprendere chi possiede il potere di ridefinire il futuro di una democrazia.
Conclusione della Prima Parte
La traiettoria che conduce dalla National Purpose Initiative del 2013 a Our Common Purpose del 2020 racconta molto più di un semplice progetto accademico.
Racconta la risposta di una parte dell’establishment americano alla crisi della coesione nazionale, all’ascesa della polarizzazione politica e alla perdita di fiducia nelle istituzioni tradizionali.
Il punto decisivo non è soltanto il contenuto delle riforme proposte.
Il punto decisivo è il metodo.
Fondazioni private, reti filantropiche, ONG, think tank e istituzioni accademiche storiche stanno progressivamente assumendo un ruolo sempre più centrale nell’elaborazione di una nuova visione della democrazia americana.
Ciò che inizialmente era stato presentato come un progetto di dialogo civico si è gradualmente trasformato in una piattaforma di ristrutturazione sistemica.
E questa trasformazione — dal consenso alla rifondazione — potrebbe rappresentare uno dei fenomeni politici e culturali più importanti dell’America contemporanea.
Fonti e Riferimenti
- American Academy of Arts and Sciences
- Our Common Purpose – Official Project
- Our Common Purpose – Final Report PDF
- Rockefeller Brothers Fund
- Stephen Heintz – Our Common Purpose Speech (2013)
- Open Society Foundations
- Carnegie Corporation of New York
- Ford Foundation
- William and Flora Hewlett Foundation
- MacArthur Foundation
- Rachel Kleinfeld – Five Strategies to Support U.S. Democracy
- Carnegie Endowment for International Peace
- Mediators Foundation
- Bechtel Corporation
- Hoover Institution
- Human Rights Watch
- Independent Sector

