Tra storia, potere e narrazioni in competizione
Le origini: una costruzione politica, non un destino inevitabile
Il conflitto israelo-palestinese non è un’eredità immutabile della storia, ma il risultato di decisioni politiche precise maturate nel contesto del colonialismo europeo e del crollo dell’Impero Ottomano dopo la Prima guerra mondiale. La regione della Palestina passò sotto controllo britannico con il Mandato del 1920, mentre già si consolidava il progetto sionista di creare uno Stato ebraico.
La Dichiarazione Balfour rappresentò un punto di svolta: Londra promise una “casa nazionale per il popolo ebraico” senza risolvere la contraddizione con la popolazione araba già presente.
Nel 1947, le Nazioni Unite proposero la divisione del territorio in due Stati. La leadership ebraica accettò, quella araba rifiutò. Nel 1948 nacque lo Stato di Israele, dando origine alla prima guerra arabo-israeliana.
Per i palestinesi, questo evento coincide con la Nakba: centinaia di migliaia di persone furono espulse o fuggirono. Questo passaggio storico è fondamentale perché introduce una frattura mai sanata: due popolazioni con rivendicazioni incompatibili sullo stesso territorio.
Dalla guerra del 1967 all’occupazione permanente
Un secondo momento decisivo è la Guerra dei Sei Giorni. In pochi giorni Israele occupò Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est, Sinai e Golan. Da allora, la questione palestinese non è più solo una disputa territoriale, ma una condizione strutturale di occupazione.
La Cisgiordania è diventata un mosaico frammentato, con la crescita continua degli insediamenti israeliani. Gaza, invece, è sottoposta a un blocco che ne limita drasticamente economia, mobilità e accesso alle risorse.
Organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch hanno descritto questa situazione come una forma di dominio sistemico, mentre Israele continua a presentarla come necessaria per la propria sicurezza.
Questo doppio registro – sicurezza vs. occupazione – è uno degli elementi centrali della controversia.
Palestina: tra frammentazione politica e radicalizzazione
La leadership palestinese non è mai stata unitaria. Dopo gli accordi di Oslo degli anni ’90, che avrebbero dovuto portare alla creazione di uno Stato palestinese, il processo si è arenato.
Oggi esistono due poli principali:
- l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania
- il movimento Hamas a Gaza
Hamas, considerato terroristico da molti paesi occidentali, si è rafforzato anche grazie al fallimento dei negoziati e alla percezione di inefficacia della diplomazia.
Questo ha alimentato una dinamica perversa:
la radicalizzazione palestinese rafforza la narrativa securitaria israeliana, che a sua volta giustifica politiche sempre più dure.
L’Iran e la trasformazione in conflitto regionale
Il conflitto assume una dimensione più ampia dopo la Rivoluzione iraniana. Con la nascita della Repubblica Islamica, l’Iran si posiziona come principale oppositore di Israele.
Teheran non combatte direttamente, ma costruisce una rete di alleanze:
- Hezbollah in Libano
- Hamas nei territori palestinesi
Questa strategia di “guerra per procura” consente all’Iran di esercitare pressione senza esporsi a un conflitto diretto su larga scala.
Israele, dal canto suo, risponde con operazioni mirate, attacchi indiretti e una crescente pressione diplomatica e militare contro l’Iran, soprattutto in relazione al programma nucleare.
Il ruolo delle potenze globali
Nessuna analisi è completa senza considerare gli attori esterni.
Gli Stati Uniti sono il principale alleato di Israele, garantendo supporto militare, economico e diplomatico. Allo stesso tempo, mantengono una posizione ambigua: sostengono formalmente la soluzione a due Stati, ma nei fatti non riescono (o non vogliono) imporla.
La NATO e altri attori occidentali si allineano in gran parte alla posizione americana.
Dall’altro lato, l’Iran si inserisce in un asse che include Russia e, in misura crescente, Cina, ridefinendo gli equilibri globali.
Il Medio Oriente diventa così uno dei principali teatri di competizione geopolitica globale, dove il conflitto israelo-palestinese è solo una componente di un sistema più ampio.
Narrazione, consenso e perpetuazione del conflitto
Un elemento spesso sottovalutato è il ruolo delle narrazioni.
Ogni attore costruisce una propria legittimazione:
- Israele come democrazia sotto minaccia
- i palestinesi come popolo sotto occupazione
- l’Iran come difensore della causa anti-occidentale
I media internazionali contribuiscono a questa dinamica, spesso semplificando o polarizzando.
Il risultato è una percezione pubblica distorta, che rende sempre più difficile qualsiasi soluzione politica.
Una stabilità fondata sull’instabilità
Il punto più controverso riguarda la natura stessa del conflitto. Nonostante decenni di violenza, negoziati falliti e crisi umanitarie, non si è mai arrivati a una soluzione definitiva.
Questo solleva una questione scomoda:
il conflitto, in una certa misura, funziona.
- Israele mantiene il controllo strategico del territorio
- le leadership palestinesi conservano rilevanza politica
- l’Iran rafforza il proprio ruolo regionale
- le potenze globali gestiscono equilibri e alleanze
- il settore militare continua a prosperare
Non si tratta di una cospirazione lineare, ma di un sistema di interessi convergenti che rende la pace meno conveniente della sua assenza.
Conclusione
Il conflitto tra Israele, Palestina e Iran non è una guerra eterna per natura, ma una costruzione storica e politica che si è evoluta nel tempo.
Ridurre tutto a uno scontro tra “buoni e cattivi” significa rinunciare a comprenderne la complessità. Le dinamiche reali coinvolgono territorio, sicurezza, identità, potere e geopolitica globale.
Finché questi elementi resteranno intrecciati in modo così profondo, ogni soluzione sarà fragile. E ogni tregua, probabilmente, solo temporanea.
Fonti e approfondimenti
- Nazioni Unite – documenti sul piano di partizione del 1947
- ISPI – analisi geopolitiche
- Amnesty International – report su occupazione e diritti umani
- Human Rights Watch – rapporti su Gaza e Cisgiordania
- BBC – cronologie storiche
- Al Jazeera – copertura regionale e analisi

