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PAKISTAN E TURCHIA VOLTANO LE SPALLE ALL’IRAN: CON L’ARABIA SAUDITA NASCE IL NUOVO PATTO DI DIFESA. TEHERAN REAGISCE CON MINACCE E DISPREZZO

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Per anni Teheran ha cercato di presentarsi come uno dei grandi punti di riferimento del mondo musulmano e come il centro di un sistema regionale capace di sfidare Stati Uniti, Israele e monarchie del Golfo.

Oggi, però, dalla Mecca arriva un’immagine politicamente molto diversa.

Pakistan e Turchia scelgono di rafforzare la propria cooperazione militare con l’Arabia Saudita, sottoscrivendo un accordo di difesa collettiva che, pur non indicando formalmente l’Iran come nemico, arriva nel pieno di una crisi regionale nella quale proprio Teheran è uno degli attori centrali.

In termini geopolitici, è difficile non leggerlo come un segnale pesantissimo per la Repubblica Islamica.

Perché questa volta non sono Washington o Israele a costruire un nuovo sistema di deterrenza.

Sono tre grandi Paesi musulmani.

Arabia Saudita, Pakistan e Turchia.

E la risposta proveniente da Teheran mostra quanto il messaggio sia stato recepito.

TEHERAN ATTACCA SUBITO IL NUOVO PATTO

Il parlamentare iraniano Ebrahim Rezaei, membro della Commissione parlamentare per la Sicurezza nazionale e la Politica estera, ha reagito sostenendo che un accordo sulla carta con Turchia e Pakistan non garantirà la sicurezza saudita.

Ma proprio questa reazione rivela il problema.

Se l’accordo fosse davvero irrilevante, perché attaccarlo immediatamente?

La realtà è che il nuovo equilibrio mette insieme tre elementi strategici enormi:

la potenza economica saudita, la forza militare turca e la capacità strategica del Pakistan, unica potenza nucleare musulmana.

E soprattutto introduce un principio inequivocabile:

un attacco armato contro uno dei tre Paesi sarà considerato un attacco contro tutti.

IL BOOMERANG DELLA POLITICA IRANIANA

Teheran può accusare Riyadh di cercare protezione.

Ma dovrebbe chiedersi perché l’Arabia Saudita ritenga necessario costruire una deterrenza sempre più forte.

E dovrebbe soprattutto domandarsi perché Ankara e Islamabad abbiano deciso di farne parte.

La risposta non può essere ridotta alla solita narrativa dell'”imperialismo americano”.

Il nuovo accordo dimostra precisamente il contrario.

Qui non abbiamo Stati Uniti e Israele che impongono un’alleanza.

Abbiamo tre potenze musulmane che stanno costruendo autonomamente un proprio meccanismo di sicurezza.

È questo l’aspetto politicamente più scomodo per Teheran.

PAKISTAN E TURCHIA SCELGONO I PROPRI INTERESSI

Per anni la propaganda geopolitica ha spesso rappresentato Pakistan, Turchia e Iran come possibili componenti di un grande fronte alternativo all’Occidente.

La realtà è molto più pragmatica.

Gli Stati non costruiscono le proprie alleanze sulla propaganda dei social network.

Le costruiscono sugli interessi nazionali.

E oggi Ankara e Islamabad stanno dimostrando che, quando arriva il momento di scegliere come proteggere i propri interessi strategici, l’amicizia retorica con Teheran viene dopo la sicurezza nazionale.

Questo è probabilmente il messaggio più duro per la Repubblica Islamica.

Pakistan e Turchia non hanno dichiarato guerra all’Iran.

Non hanno nemmeno definito ufficialmente Teheran come il bersaglio del nuovo patto.

Ma hanno scelto di costruire con Riyadh una struttura di deterrenza proprio mentre la regione è sconvolta dal confronto con l’Iran.

La differenza è fondamentale.

E proprio per questo il significato politico dell’accordo è enorme.

NON È UN’ALLEANZA “CONTRO L’IRAN”. MA TEHERAN HA CAPITO IL MESSAGGIO

Occorre essere precisi.

Il testo ufficiale presenta l’accordo come difensivo e i firmatari sostengono che non sia rivolto contro un Paese specifico.

Trasformarlo automaticamente in una “NATO anti-Iran” sarebbe quindi una forzatura.

Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il contesto nel quale nasce.

Il Medio Oriente sta attraversando una delle fasi più pericolose degli ultimi decenni.

Gli attacchi iraniani e quelli delle forze alleate di Teheran hanno aumentato enormemente la percezione della minaccia nei Paesi del Golfo.

Ed è precisamente in questo momento che Arabia Saudita, Pakistan e Turchia decidono di affermare:

chi attacca uno di noi dovrà fare i conti con tutti.

Teheran può chiamarlo “pezzo di carta”.

La geopolitica lo chiama deterrenza.

IL VERO FALLIMENTO STRATEGICO DEL REGIME

Ed eccoci al punto fondamentale.

Per decenni la Repubblica Islamica ha cercato di aumentare la propria profondità strategica attraverso missili, droni, milizie alleate e organizzazioni armate distribuite in diversi Paesi della regione.

L’obiettivo era aumentare il costo di qualsiasi confronto con l’Iran.

Ma esiste una conseguenza inevitabile.

Quando costruisci una rete di deterrenza, anche i tuoi avversari iniziano a costruirne una.

Ed è precisamente quello che sta accadendo.

La strategia iraniana rischia quindi di aver prodotto il risultato opposto rispetto a quello desiderato.

Invece di dividere i propri concorrenti regionali, ha contribuito a creare le condizioni affinché questi rafforzassero la cooperazione.

TURCHIA, PAKISTAN E ARABIA SAUDITA: UN SEGNALE CHE TEHERAN NON PUÒ IGNORARE

L’immagine proveniente dalla Mecca vale più di mille comunicati.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan.

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman.

Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif.

Tre leader.

Tre potenze regionali.

Un accordo di difesa.

E soprattutto un principio di sicurezza collettiva.

Per Teheran è un segnale che dovrebbe far riflettere.

Perché questa volta diventa molto più difficile attribuire tutto a Washington.

Ed è ancora più difficile attribuire tutto a Israele.

Sono potenze musulmane che stanno ridisegnando autonomamente i propri rapporti di sicurezza.

TEHERAN STA SCOPRENDO I LIMITI DELLA PROPRIA STRATEGIA

La Repubblica Islamica può continuare a raccontare alla propria opinione pubblica di essere circondata da nemici e complotti.

Ma esiste un’altra interpretazione molto più semplice.

Forse sono state proprio alcune scelte della politica iraniana a spingere i vicini a cercare una maggiore protezione reciproca.

Forse anni di missili, proxy, minacce e competizione regionale hanno prodotto un gigantesco effetto boomerang.

E forse quello che sta accadendo oggi alla Mecca rappresenta qualcosa di ancora più importante:

Pakistan e Turchia non stanno scegliendo l’Iran. Stanno scegliendo i propri interessi strategici e una nuova architettura di sicurezza insieme all’Arabia Saudita.

Teheran può deridere l’accordo.

Può minacciare.

Può accusare.

Ma non può cancellare la fotografia politica del 7 agosto 2026:

Arabia Saudita, Turchia e Pakistan seduti allo stesso tavolo per costruire una deterrenza comune mentre l’Iran osserva dall’esterno.

E per un regime che per anni ha preteso di rappresentare uno dei grandi poli del nuovo ordine regionale, questa è una sconfitta politica che nessuna propaganda potrà facilmente nascondere.

Post originale di Mossad Commentary su XReuters – Arabia Saudita, Turchia e Pakistan firmano il nuovo accordo di difesaReuters – Arabia Saudita teme attacchi di forze sostenute dall’IranAssociated Press – Accordo di difesa tra Arabia Saudita, Turchia e PakistanNDTV – La reazione iraniana e le dichiarazioni di Ebrahim RezaeiEuronews – Il patto trilaterale di difesa

IRAN, IL REGIME CHE GRIDA AL “COMPLOTTO AMERICANO” PER NASCONDERE IL PROPRIO FALLIMENTO: BESSENT SPIEGA LA PRESSIONE USA, MA TEHERAN HA COSTRUITO DA SOLA LA SUA PRIGIONE ECONOMICA

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Per il regime iraniano esiste una spiegazione universale.

L’economia crolla? Colpa degli Stati Uniti.

La moneta precipita? Colpa delle sanzioni.

La popolazione protesta? Complotto straniero.

Le piazze si riempiono? CIA, Mossad, infiltrati, sabotatori.

È una narrativa comodissima perché permette alla Repubblica Islamica di evitare la domanda realmente pericolosa: come ha fatto uno dei Paesi potenzialmente più ricchi del Medio Oriente, con immense risorse energetiche e una popolazione istruita, a trasformarsi in un sistema costretto a costruire reti finanziarie clandestine per muovere i propri soldi?

Le dichiarazioni del segretario al Tesoro americano Scott Bessent sono importanti proprio perché mostrano l’altra metà della storia.

BESSENT: “ECONOMIC STATECRAFT”

All’inizio del 2026 Bessent aveva descritto pubblicamente la strategia americana contro Teheran come “economic statecraft”.

Secondo il segretario al Tesoro, la pressione finanziaria statunitense aveva contribuito alla carenza di dollari, alle difficoltà del sistema bancario iraniano, alla caduta della valuta e alla crisi economica che aveva alimentato le proteste.

Bessent arrivò a sintetizzare la strategia con una frase brutale:

“No shots fired.”

Nessun colpo sparato: utilizzare la potenza finanziaria americana per restringere progressivamente lo spazio economico del regime.

Questa parte non va nascosta.

Le sanzioni americane hanno avuto un ruolo importante nell’aggravamento delle difficoltà iraniane e Washington non ne fa mistero.

Ma da questo fatto una parte della propaganda compie un salto logico enorme: trasformare automaticamente il regime iraniano nella vittima innocente della situazione.

Ed è qui che la narrazione comincia a crollare.

IL PROBLEMA NON È SOLTANTO QUANTO DENARO ENTRA IN IRAN. È DOVE FINISCE

Il Tesoro americano sostiene infatti di avere ricostruito reti finanziarie parallele utilizzate dall’Iran per aggirare le sanzioni e trasferire all’estero i proventi delle esportazioni.

Nel gennaio 2026 OFAC ha colpito 18 persone ed entità coinvolte, secondo Washington, nel riciclaggio dei proventi derivanti dalla vendita di petrolio e prodotti petrolchimici iraniani.

Il documento del Tesoro descrive un sistema composto da società di copertura, intermediari finanziari e aziende distribuite in diverse giurisdizioni.

Non stiamo parlando di qualche bonifico clandestino.

Secondo il Tesoro americano, la rete collegata a Bank Melli avrebbe processato transazioni per miliardi di dollari per soggetti tra cui National Iranian Oil Company, Banca Centrale iraniana e IRGC.

E qui nasce la domanda che dovrebbe interessare chiunque voglia davvero difendere il popolo iraniano:

se miliardi continuavano a circolare attraverso queste reti, perché la popolazione iraniana continuava a impoverirsi?

UN’ECONOMIA PARALLELA PER SALVARE IL SISTEMA

Il problema strutturale della Repubblica Islamica è precisamente questo.

Per decenni Teheran ha sviluppato un’economia nella quale apparato politico, militare, energetico e finanziario sono profondamente intrecciati.

Quando l’accesso ai normali circuiti internazionali viene chiuso, il regime non rinuncia alla propria strategia.

Costruisce circuiti alternativi.

Petrolio.

Società di copertura.

Intermediari.

Navi.

Cambisti.

Banche parallele.

Criptovalute.

Il risultato è una gigantesca infrastruttura economica costruita non per normalizzare l’Iran, ma per consentire al sistema di sopravvivere all’isolamento.

Il Tesoro americano sostiene che il cosiddetto shadow banking iraniano permetta di gestire ogni anno decine di miliardi di dollari di commercio attraverso il sistema finanziario internazionale.

È questo uno degli aspetti che la narrativa antiamericana tende sistematicamente a dimenticare.

NEL 2026 WASHINGTON HA SEGUITO I SOLDI

La campagna americana si è progressivamente spostata proprio su queste infrastrutture.

Nel maggio 2026 Bessent dichiarava che Washington aveva interrotto decine di miliardi di dollari di ricavi petroliferi previsti, congelato quasi mezzo miliardo di dollari in criptovalute collegate al regime e colpito enormi flussi finanziari illeciti attribuiti alle reti iraniane.

Nell’aprile 2026 il Tesoro aveva inoltre colpito reti internazionali coinvolte nell’approvvigionamento dei programmi iraniani di missili e droni.

A maggio è arrivato un nuovo attacco alle reti petrolifere e alla cosiddetta shadow fleet, comprendente decine di società di navigazione e imbarcazioni.

E ancora il Tesoro ha colpito operazioni petrolifere riconducibili all’IRGC.

Il quadro che emerge è quindi molto diverso dal semplicistico:

“gli americani affamano gli iraniani”.

La strategia americana mira certamente a comprimere economicamente Teheran.

Ma il bersaglio dichiarato è soprattutto la capacità del regime di trasformare petrolio, società offshore, banche parallele e intermediari internazionali in denaro utilizzabile dal proprio apparato.

INTANTO GLI IRANIANI PAGANO IL CONTO

Qui emerge la contraddizione fondamentale della Repubblica Islamica.

Un Paese che possiede alcune delle maggiori riserve energetiche del pianeta dovrebbe essere enormemente avvantaggiato.

Invece una parte consistente delle energie dello Stato viene impiegata per aggirare sanzioni generate anche dalle scelte geopolitiche dello stesso regime.

Il cittadino iraniano paga così due volte.

Paga gli effetti delle sanzioni occidentali.

E paga le conseguenze delle politiche della propria classe dirigente.

Ridurre tutto alla prima componente significa assolvere completamente Teheran dalle proprie responsabilità.

Ed è precisamente ciò che fa una parte della propaganda occidentale filo-iraniana.

LE PROTESTE NON POSSONO ESSERE CANCELLATE GRIDANDO “CIA”

Quando gli iraniani protestano, il regime ricorre allo stesso copione.

Non esistono cittadini esasperati.

Esistono agenti stranieri.

Non esiste dissenso.

Esiste destabilizzazione.

Non esiste rabbia sociale.

Esiste il Mossad.

Ma nel gennaio 2026 lo stesso Dipartimento del Tesoro americano ha sanzionato funzionari iraniani accusandoli di responsabilità nella repressione delle manifestazioni iniziate nel dicembre precedente.

Washington sostiene che le forze di sicurezza abbiano utilizzato munizioni vere contro manifestanti e attribuisce a elementi dell’IRGC e delle forze dell’ordine gravi violenze contro civili.

Si può discutere della strategia americana.

Si possono criticare le sanzioni.

Si può persino sostenere che abbiano aggravato le condizioni della popolazione.

Ma nulla di tutto questo cancella la responsabilità di chi decide di reprimere chi protesta.

IL PARADOSSO DELLA PROPAGANDA FILO-TEHERAN

Ed eccoci al paradosso.

Una certa “controinformazione” occidentale pretende continuamente di stare dalla parte dei popoli contro le élite finanziarie.

Poi, quando si parla dell’Iran, improvvisamente diventa l’avvocato difensore di un sistema politico-militare che Washington accusa di utilizzare società di copertura, reti bancarie clandestine e circuiti petroliferi internazionali per muovere miliardi di dollari.

Se una struttura simile fosse attribuita a Washington, Wall Street o Israele, probabilmente verrebbero prodotti documentari di quattro ore sulle “oligarchie finanziarie”.

Quando riguarda Teheran diventa invece “resistenza all’imperialismo”.

Curioso.

NON È “L’IRAN” CONTRO L’AMERICA: È UN REGIME CHE LOTTA PER SOPRAVVIVERE

Bisogna soprattutto smettere di confondere tre cose completamente diverse:

Iran, popolo iraniano e Repubblica Islamica.

Non sono sinonimi.

Criticare il regime non significa essere contro l’Iran.

Al contrario, significa riconoscere che milioni di iraniani non possono essere automaticamente identificati con le decisioni dell’apparato politico e militare che governa il Paese.

Il regime può accusare Washington quanto vuole.

Può denunciare le sanzioni.

Può parlare di guerra economica.

E in parte avrebbe persino argomenti validi: la pressione americana è reale, deliberata e dichiarata apertamente.

Ma rimane una domanda alla quale la propaganda non può rispondere con la parola “imperialismo”:

perché l’Iran si è trovato nella necessità di costruire un gigantesco sistema finanziario clandestino per sopravvivere?

Perché decenni di politica estera aggressiva, programmi militari contestati, sostegno a organizzazioni armate regionali, repressione interna e isolamento internazionale hanno avuto un prezzo.

E quel prezzo non viene pagato principalmente dai vertici.

Viene pagato dagli iraniani.

BESSENT HA CAPITO DOVE COLPIRE: NON LE PAROLE, MA IL DENARO

La vera novità della strategia americana è questa.

Washington sembra avere compreso che la vulnerabilità della Repubblica Islamica non si trova soltanto nei missili o nelle installazioni militari.

Si trova nei flussi finanziari.

Nel petrolio.

Nelle compagnie di copertura.

Nella shadow fleet.

Nelle banche parallele.

Nelle criptovalute.

Negli intermediari internazionali.

Seguire il denaro significa cercare di ricostruire l’architettura economica che consente al sistema di continuare a funzionare nonostante l’isolamento.

Ed è probabilmente per questo che Teheran teme la pressione finanziaria almeno quanto quella militare.

Perché un missile può distruggere un’installazione.

Seguire il denaro può mostrare come funziona un intero sistema.

E soprattutto può porre una domanda devastante:

se per anni sono circolati miliardi, mentre gli iraniani diventavano sempre più poveri, chi ha realmente beneficiato di quei soldi?

È questa la domanda che la propaganda dovrebbe rivolgere a Teheran.

Ma è molto più semplice continuare a gridare:

“America”.


FONTI E DOCUMENTI

Post di Scott Bessent indicato:
Post del segretario al Tesoro Scott Bessent su X

U.S. Treasury – sanzioni contro funzionari iraniani e reti di shadow banking:
Secretary Bessent Announces Sanctions Against Architects of Iran’s Brutal Crackdown

U.S. Treasury – dichiarazioni di Bessent sulla campagna finanziaria contro l’Iran:
Remarks by Secretary Scott Bessent – maggio 2026

U.S. Treasury – reti iraniane per missili e UAV:
Economic Fury Targets Iranian Missile and UAV Procurement Networks

U.S. Treasury – commercio petrolifero iraniano e shadow fleet:
Economic Fury Targets Global Network Fueling Iran’s Oil Trade and Shadow Fleet

U.S. Treasury – operazioni petrolifere dell’IRGC:
Economic Fury Ramps Up Pressure on Iran’s IRGC Oil Operations

“USRAELE”, “UCCIDENTE”, “IMPERIALISMO”: IL VOCABOLARIO AUTOMATICO DELLA CONTROINFORMAZIONE CHE VEDE UN SOLO NEMICO E DIMENTICA TUTTI GLI ALTRI

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C’è un modo estremamente semplice per riconoscere una certa controinformazione italiana: non serve nemmeno aspettare che finisca il ragionamento. Bastano le prime parole.

“Usraele”. “Imperialismo americano”. “Occidente collettivo”. “Sionismo”. “NATO”. “Colonialismo”. “Neoliberismo”. “Sud globale”. “Resistenza”.

Cambiano la guerra, il continente e i protagonisti, ma il vocabolario rimane sorprendentemente simile.

È una struttura interpretativa che affonda parte delle proprie radici nel tradizionale lessico marxista e anti-imperialista, ma che oggi viene applicata a scenari molto più complessi.

Il problema non è criticare gli Stati Uniti, Israele, la NATO o le politiche occidentali. Una stampa libera deve poterlo fare, anche duramente.

Il problema nasce quando quella critica diventa una lente unica attraverso la quale interpretare praticamente qualsiasi evento mondiale.

A quel punto non siamo più davanti a un metodo di analisi.

Siamo davanti a uno schema ideologico.

IL VOCABOLARIO È GIÀ LA SENTENZA

Il meccanismo è semplice.

Prima ancora di analizzare i fatti vengono assegnati i ruoli.

Da una parte troviamo quasi sempre:

USA, Israele, NATO, capitalismo, finanza occidentale, multinazionali, colonialismo, neoliberismo.

Dall’altra:

popoli oppressi, Sud globale, resistenza, liberazione, antimperialismo, multipolarismo.

Una volta costruita questa divisione morale, diventa estremamente difficile raccontare ciò che non entra nello schema.

Un regime ostile agli Stati Uniti può diventare automaticamente “antimperialista”.

Un movimento armato può essere presentato principalmente attraverso la parola “resistenza”.

Una potenza non occidentale viene analizzata soprattutto attraverso il suo conflitto con Washington.

E qualsiasi iniziativa americana o israeliana rischia invece di essere interpretata preventivamente attraverso concetti come egemonia, imperialismo o colonialismo.

È il vecchio schema oppressore contro oppresso, trasportato dalla lotta di classe alla geopolitica.

Ma il mondo reale è infinitamente più complicato.

“USRAELE”: QUANDO UNA PAROLA SOSTITUISCE L’ANALISI

Uno degli esempi più evidenti è il termine “Usraele”.

La fusione linguistica tra USA e Israele contiene già una conclusione politica: Washington e Gerusalemme vengono rappresentate come parti quasi indistinguibili di un unico sistema di potere.

Non occorre più dimostrare, caso per caso, quali interessi coincidano e quali divergano.

La parola ha già deciso tutto.

È precisamente questo il problema della propaganda politica: trasformare una tesi che dovrebbe essere dimostrata in una premessa che non deve più essere discussa.

Lo stesso accade quando “Occidente” viene utilizzato come se centinaia di milioni di persone, decine di governi e interessi economici spesso concorrenti costituissero un soggetto politico perfettamente unitario.

L’IMPERIALISMO ESISTE SOLTANTO QUANDO È AMERICANO?

Qui emerge una delle contraddizioni più interessanti.

Se davvero il principio fondamentale fosse l’opposizione all’imperialismo, allora bisognerebbe applicarlo a qualsiasi progetto di espansione politica, militare, religiosa o ideologica, indipendentemente da chi lo promuove.

E invece una parte della comunicazione cosiddetta alternativa sembra avere un radar estremamente sensibile quando il protagonista è Washington e molto meno sensibile quando gli attori sono altri.

L’Iran, per esempio, ha costruito per decenni una rete regionale di alleanze e organizzazioni armate.

La Russia possiede propri interessi strategici e proprie aree d’influenza.

La Cina esercita una crescente influenza economica e politica internazionale.

La Turchia persegue apertamente interessi regionali.

Arabia Saudita, Qatar ed Emirati utilizzano capitale, diplomazia, media e investimenti come strumenti di influenza.

Tutto questo può essere discusso senza trasformare automaticamente ciascun Paese in un “impero”.

Ma allora deve valere la stessa cautela anche quando si parla degli Stati Uniti.

O esiste un criterio universale oppure esiste soltanto propaganda selettiva.

E L’ISLAMISMO POLITICO?

Qui arriviamo probabilmente al punto più delicato.

Criticare l’islamismo politico non significa attaccare i musulmani.

Le due cose devono essere tenute rigorosamente separate.

L’islamismo è un fenomeno politico e ideologico e, come qualsiasi ideologia, può e deve essere analizzato criticamente.

Esistono movimenti che perseguono una maggiore islamizzazione dello Stato e della società. Esistono organizzazioni transnazionali. Esistono finanziamenti internazionali destinati a moschee, associazioni, istituzioni religiose e attività culturali. Esistono governi che utilizzano religione, soft power e finanziamenti come strumenti geopolitici.

Perché tutto questo dovrebbe essere meno degno d’indagine dell’influenza americana?

Perché investigare una lobby occidentale sarebbe giornalismo mentre investigare reti di influenza provenienti dal Medio Oriente dovrebbe diventare automaticamente “islamofobia”?

Questa doppia misura sarebbe precisamente il contrario del giornalismo.

LA PAROLA MAGICA: “RESISTENZA”

Anche “resistenza” meriterebbe un’analisi linguistica molto più seria.

È una parola potentissima perché contiene immediatamente un giudizio morale.

Chi resiste sembra necessariamente trovarsi dalla parte giusta.

Ma un’organizzazione non diventa democratica, liberale o rispettosa dei diritti umani semplicemente perché combatte un avversario considerato imperialista.

Bisogna analizzare ciò che quell’organizzazione sostiene, come agisce e quale società vorrebbe costruire.

Essere contro Washington non significa automaticamente essere dalla parte della libertà.

Essere contro Israele non significa automaticamente essere progressisti.

Essere contro la NATO non rende automaticamente democratici.

E definirsi antimperialisti non concede alcuna immunità morale.

IL PARADOSSO DELLA SINISTRA OCCIDENTALE

Esiste poi una contraddizione culturale che merita di essere discussa.

Una parte della sinistra occidentale ha combattuto per decenni battaglie riguardanti la libertà individuale, l’emancipazione femminile, i diritti LGBT, la separazione tra religione e Stato e la libertà di espressione.

Eppure alcuni settori della stessa area politica mostrano una sorprendente indulgenza verso movimenti radicalmente conservatori quando questi vengono collocati nel campo degli “oppressi” o dell’“antimperialismo”.

La contraddizione è evidente.

Un’ideologia non diventa progressista semplicemente perché combatte l’Occidente.

Questo dovrebbe essere un principio elementare.

IL “SUD GLOBALE” COME NUOVO PROLETARIATO GEOPOLITICO

Un’altra espressione diventata onnipresente è “Sud globale”.

È una categoria che può essere utile in determinati studi economici e geopolitici.

Ma quando viene trasformata in categoria morale diventa qualcosa di completamente diverso.

Il vecchio proletariato internazionale viene quasi sostituito da un nuovo soggetto collettivo: i popoli del Sud globale contrapposti all’Occidente capitalista.

Ma dentro il cosiddetto Sud globale troviamo democrazie e dittature, potenze emergenti e Stati poverissimi, governi laici e teocrazie, Paesi alleati degli Stati Uniti e loro avversari.

Trattarli come un blocco omogeneo significa sacrificare la realtà alla teoria.

LE PAROLE CHIAVE DEL COPIONE

Il vocabolario ricorrente è ormai riconoscibile:

Imperialismo americano. Imperialismo occidentale. Egemonia americana. Occidente collettivo. Capitalismo globale. Capitalismo finanziario. Neoliberismo. Oligarchie finanziarie. Complesso militare-industriale. Colonialismo. Neocolonialismo. Sud globale. Popoli oppressi. Resistenza. Asse della Resistenza. Antimperialismo. Anticolonialismo. Multipolarismo. NATO imperialista. Guerre americane. Guerre per procura. Regime change. Rivoluzioni colorate. Stati vassalli. Governi fantoccio. Propaganda occidentale. Media di regime. Sionismo. Lobby sionista. Entità sionista. “Usraele”. Asse USA-Israele. Colonialismo israeliano. Oppressore e oppresso.

Naturalmente utilizzare una di queste espressioni non rende qualcuno marxista e molte descrivono fenomeni realmente studiati dalla geopolitica.

Il problema è l’utilizzo sistematico, selettivo e ideologico del vocabolario.

Se ogni crisi internazionale viene raccontata utilizzando sempre gli stessi colpevoli e sempre gli stessi innocenti, bisogna domandarsi se stiamo ancora osservando i fatti oppure stiamo semplicemente adattando i fatti a una teoria precedente.

ATTENZIONE, PERÒ, ALLA TEORIA OPPOSTA

C’è infine una trappola nella quale non bisogna cadere.

Sarebbe facile rispondere a questa lettura ideologica sostenendo l’esistenza di un’unica regia composta da marxisti, islamisti, sionisti e lobby finanziarie che lavorerebbero insieme per islamizzare l’Occidente e costruire un governo globale.

Ma senza documentazione concreta sarebbe semplicemente la costruzione di un’altra teoria totalizzante.

E commetteremmo esattamente l’errore che stiamo contestando.

Marxismo, islamismo, globalismo, capitalismo finanziario e sionismo non sono sinonimi. Hanno origini differenti, interessi differenti e in numerosi momenti storici sono entrati direttamente in conflitto.

Se esistono convergenze politiche, finanziamenti, organizzazioni comuni o alleanze tattiche, queste devono essere documentate caso per caso.

Nomi.

Documenti.

Finanziamenti.

Organizzazioni.

Date.

Decisioni politiche.

Questo distingue un’inchiesta da una teoria.

LA VERA CONTROINFORMAZIONE NON DOVREBBE AVERE PADRONI

La questione fondamentale è proprio questa.

La controinformazione dovrebbe esistere per mettere in discussione tutti i poteri, non soltanto quelli compatibili con il proprio schema ideologico.

Indagare Washington? Certamente.

Indagare Israele? Certamente.

Indagare NATO, multinazionali e grandi fondi finanziari? Assolutamente.

Ma allora bisogna essere disposti a utilizzare lo stesso metro per Teheran, Mosca, Pechino, Ankara, Doha, Riyadh e qualsiasi rete politica o religiosa transnazionale.

Bisogna poter parlare dell’imperialismo quando non è americano.

Dell’autoritarismo quando è antiamericano.

Dell’espansionismo quando viene giustificato come “resistenza”.

Dell’estremismo religioso quando non proviene dall’Occidente.

E dell’islamismo politico senza trasformare una critica a un’ideologia in un attacco indiscriminato ai musulmani.

Altrimenti la parola “controinformazione” perde progressivamente significato.

Rimane soltanto informazione schierata dall’altra parte.

Link da inserire

  • Marx ed Engels – Manifesto del Partito Comunista, capitolo I (italiano)
    È particolarmente utile perché contiene direttamente la costruzione oppressori/oppressi e la centralità della lotta di classe.
    Manifesto del Partito Comunista – Borghesi e proletari
  • Marx ed Engels – Manifesto del Partito Comunista, capitolo II (italiano)
    Utile per documentare la concezione internazionalista del movimento comunista e il rapporto tra comunisti e proletariato.
    Manifesto – Proletari e comunisti
  • Manifesto del Partito Comunista – testo completo
    Fonte primaria fondamentale per evitare di attribuire genericamente al marxismo concetti che Marx ed Engels non sostenevano.
    Manifesto completo Marx-Engels
  • Lenin – Imperialism, the Highest Stage of Capitalism
    Questa è probabilmente la fonte primaria più importante per il tuo articolo. Lenin collega esplicitamente imperialismo, monopolio, capitale finanziario, oligarchia finanziaria, esportazione dei capitali e spartizione del mondo tra grandi potenze.
    Lenin – Imperialism, the Highest Stage of Capitalism
  • Lenin – “Imperialism as a Special Stage of Capitalism”
    È ancora più mirato se nell’articolo vuoi mettere in evidenza l’origine leninista del collegamento fra imperialismo, monopolio e “finance capital”.
    Lenin – Capitolo VII sull’imperialismo

E sostituire una propaganda con la propaganda opposta non significa essere liberi.

Significa soltanto aver cambiato padrone del racconto.

I CANI DA RIPORTO DELLA CONTROINFORMAZIONE ITALIANA INCOLPANO AMERICA E ISRAELE PER CEUTA, MA LA LINEA SUL SAHARA ERA GIÀ SOSTENUTA DA ZAPATERO NEL 2008

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Altro che regia americana o israeliana: mentre qualcuno cerca ossessivamente Washington e Tel Aviv dietro ogni crisi, la convergenza Zapatero–Sánchez–Marocco sul Sahara Occidentale ha radici politiche molto più lontane e perfettamente documentabili.

ZAPATERO SOSTIENE IL PIANO DEL MAROCCO SUL SAHARA OCCIDENTALE. L’ASSE ZAPATERO–SÁNCHEZ–RABAT È ORMAI ALLA LUCE DEL SOLE: NON CI SONO ALTRE DOMANDE, VOSTRO ONORE

C’è un momento nel quale le coincidenze smettono di essere coincidenze e diventano una linea politica.

Sul Sahara Occidentale quel momento è arrivato da tempo.

José Luis Rodríguez Zapatero non ha nascosto il proprio sostegno al piano di autonomia proposto dal Marocco. Pedro Sánchez ha successivamente trasformato quella posizione in un elemento fondamentale della politica spagnola verso Rabat.

E allora la domanda non è più se esista una convergenza.

La convergenza è pubblica.

La vera domanda è un’altra: perché una parte della politica spagnola sembra così disponibile ad accogliere le priorità strategiche del Marocco proprio sulla questione più delicata dei rapporti tra Madrid e Rabat?

Perché qui non stiamo parlando di una disputa marginale.

Stiamo parlando del Sahara Occidentale.

E soprattutto stiamo parlando di un territorio che, contrariamente a quello che certe semplificazioni politiche vorrebbero far credere, le Nazioni Unite continuano a considerare un territorio non autonomo il cui status definitivo non è stato risolto.

ZAPATERO LO DICE APERTAMENTE: IO SOSTENEVO L’AUTONOMIA GIÀ NEL 2008

Partiamo dai fatti.

Nel marzo 2022 Zapatero ricordò pubblicamente di avere sostenuto già nel 2008 la soluzione dell’autonomia proposta dal Marocco.

Non si tratta quindi di un’interpretazione attribuitagli dai suoi avversari.

Lo ha rivendicato lui stesso.

Secondo Europa Press, l’ex presidente socialista definì quella posizione politicamente “intelligente”, sostenendo la necessità di esplorare la strada dell’autonomia per superare decenni di stallo.

E questo elemento è fondamentale.

Perché significa che la posizione assunta successivamente dal governo Sánchez non nasce nel vuoto.

Esiste una continuità politica evidente all’interno di una parte importante del socialismo spagnolo.

Zapatero sosteneva la soluzione autonomista.

Sánchez arriva al governo.

E nel 2022 Madrid comunica a Mohammed VI di considerare l’iniziativa marocchina di autonomia presentata nel 2007 come “la base più seria, credibile e realistica” per risolvere la controversia.

Altro che illazioni.

Altro che dietrologie.

Sono dichiarazioni politiche pubbliche.

POI ARRIVA SÁNCHEZ. E LA SPAGNA CAMBIA ROTTA

Il passaggio del 2022 rappresentò una svolta enorme.

Per decenni la Spagna aveva mantenuto sul Sahara una posizione molto più prudente, legata al processo delle Nazioni Unite e alla ricerca di una soluzione concordata.

Con Sánchez cambia qualcosa.

Il presidente del governo spagnolo scrive al re Mohammed VI e attribuisce al piano marocchino una centralità politica che Madrid non gli aveva precedentemente riconosciuto in questi termini.

La reazione di Rabat?

Entusiastica.

Non sorprende.

Era esattamente il tipo di riconoscimento diplomatico che il Marocco cercava.

E infatti pochi mesi dopo Mohammed VI elogiò pubblicamente la nuova posizione della Spagna.

Quando una capitale modifica la propria linea diplomatica e la controparte interessata alla disputa celebra pubblicamente quel cambiamento come un successo, forse qualche domanda è legittima.

MA IL SAHARA OCCIDENTALE NON È SEMPLICEMENTE “MAROCCO”

Ed è qui che tutta la narrazione politica costruita attorno al cosiddetto “realismo” comincia a mostrare le proprie crepe.

Il Sahara Occidentale non è internazionalmente una normale provincia marocchina sulla quale Rabat esercita una sovranità universalmente riconosciuta.

Le Nazioni Unite continuano a inserirlo nell’elenco dei Non-Self-Governing Territories, i territori non autonomi.

Esiste inoltre un principio che non può essere cancellato con una lettera diplomatica: l’autodeterminazione del popolo del Sahara Occidentale.

Lo ha ricordato con particolare forza anche la Corte di giustizia dell’Unione europea.

Nelle sentenze del 4 ottobre 2024 relative agli accordi UE-Marocco, la Corte ha ribadito che l’applicazione di un accordo internazionale UE-Marocco al territorio del Sahara Occidentale deve rispettare il principio di autodeterminazione e richiede il consenso del popolo del Sahara Occidentale.

Questa non è propaganda del Polisario.

È giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea.

Ed ecco l’enorme contraddizione politica.

Da una parte si parla continuamente di diritto internazionale, autodeterminazione, regole internazionali e ordine multilaterale.

Dall’altra, quando si arriva al Sahara Occidentale, improvvisamente la parola magica diventa:

“realismo”.

Realismo per chi?

IL PIANO MAROCCHINO HA UN DETTAGLIO CHE NON PUÒ ESSERE NASCOSTO

Bisogna inoltre spiegare cosa significa concretamente “autonomia”.

Il progetto marocchino non propone l’indipendenza del Sahara Occidentale.

Propone un’autonomia sotto sovranità marocchina.

È questa la questione politica centrale.

Accettare definitivamente quel modello significherebbe sostanzialmente risolvere la controversia territoriale all’interno della cornice della sovranità di Rabat.

È perfettamente legittimo sostenere politicamente che questa sia la soluzione più pragmatica.

Ma allora bisogna dirlo chiaramente.

Non si può contemporaneamente celebrare il principio dell’autodeterminazione come valore universale e poi considerarlo improvvisamente secondario quando entra in conflitto con gli interessi geopolitici di un partner strategico.

Le regole valgono sempre oppure diventano strumenti da utilizzare a seconda della convenienza?

Questa è la questione.

ZAPATERO, SÁNCHEZ, RABAT: TRE PUNTI CHE FORMANO UNA LINEA

Ed eccoci al cuore politico della vicenda.

Zapatero sostiene da anni il piano autonomista marocchino.

Sánchez compie nel 2022 la svolta diplomatica spagnola.

Mohammed VI accoglie favorevolmente la nuova posizione.

Madrid e Rabat ricostruiscono progressivamente i propri rapporti.

Non occorre inventare complotti.

I fatti pubblici sono già sufficientemente interessanti.

Ed è proprio questo che rende la vicenda politicamente esplosiva.

Perché la questione non dovrebbe essere trasformata nell’ennesima caccia alla teoria segreta.

La questione è molto più semplice:

perché la politica estera spagnola sul Sahara Occidentale si è progressivamente avvicinata alla posizione strategica del Marocco?

E soprattutto:

quale prezzo politico, diplomatico e strategico ha pagato o ottenuto Madrid attraverso questa svolta?

Sono domande perfettamente legittime.

Anzi, dovrebbero essere domande obbligatorie.

E POI C’È CEUTA

Il quadro diventa ancora più delicato quando si considera l’importanza che il Marocco riveste per la Spagna nella gestione dei flussi migratori e dei confini di Ceuta e Melilla.

La crisi di Ceuta del 2021 aveva già mostrato quanto il dossier migratorio potesse trasformarsi in uno strumento di pressione nei rapporti bilaterali.

La crisi diplomatica era esplosa dopo che la Spagna aveva accolto per cure mediche Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario.

Poco dopo migliaia di persone attraversarono il confine verso Ceuta mentre i controlli marocchini venivano drasticamente allentati.

Poi arriva il riavvicinamento.

Poi arriva la svolta sul Sahara.

Poi torna la cooperazione con Rabat.

È legittimo sostenere che la normalizzazione dei rapporti con il Marocco fosse necessaria.

Ma è altrettanto legittimo chiedere:

fino a dove è disposta ad arrivare Madrid per assicurarsi la collaborazione marocchina?

Perché questa è una questione di interesse nazionale spagnolo.

IL PARADOSSO DI UNA SINISTRA CHE PARLA DI “COLONIALISMO”

Ed ecco la parte politicamente più imbarazzante.

Per anni una certa sinistra europea ha trasformato parole come colonialismo, autodeterminazione e diritto dei popoli in categorie morali assolute.

Poi arriva il Sahara Occidentale.

Un’ex colonia spagnola.

Un territorio ancora classificato dall’ONU come non autonomo.

Un popolo il cui diritto all’autodeterminazione continua ad avere riconoscimento internazionale.

E improvvisamente una parte importante del socialismo spagnolo scopre il fascino del pragmatismo geopolitico.

Quando conviene, autodeterminazione.

Quando conviene, realpolitik.

Quando conviene, diritto internazionale.

Quando conviene, piano di autonomia marocchino.

Questa non è coerenza istituzionale.

È precisamente la contraddizione che dovrebbe essere discussa.

ATTENZIONE: IL CONSIGLIO DI SICUREZZA HA RAFFORZATO IL PESO DEL PIANO MAROCCHINO

C’è però un fatto recente che un’analisi seria non può nascondere.

Nel 2025 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha dato un peso politico molto maggiore alla proposta autonomista marocchina nel processo negoziale.

Questo rafforza certamente la posizione diplomatica di Rabat e rende scorretto raccontare la situazione come se nulla fosse cambiato negli ultimi anni.

Ma non equivale automaticamente a cancellare il diritto all’autodeterminazione del popolo saharaui né trasforma retroattivamente l’intero Sahara Occidentale in territorio marocchino universalmente riconosciuto.

La disputa internazionale continua.

Ed è precisamente questa distinzione che deve essere mantenuta.

NON SERVONO COMPLOTTI. BASTA LEGGERE LE DICHIARAZIONI

Il punto più interessante dell’intera vicenda è proprio questo.

Non servono documenti misteriosi.

Non servono indiscrezioni anonime.

Non servono ricostruzioni fantasiose.

Zapatero ha dichiarato pubblicamente di sostenere da anni la strada dell’autonomia.

Sánchez ha ufficialmente elevato il piano marocchino a base privilegiata per una soluzione.

Mohammed VI ha pubblicamente apprezzato la posizione spagnola.

La cooperazione Madrid-Rabat è diventata nuovamente centrale.

I fatti sono davanti agli occhi di tutti.

E allora possiamo concludere con una formula semplicissima:

NON CI SONO ALTRE DOMANDE, VOSTRO ONORE.

O, meglio:

ce ne sarebbero moltissime.

Ma sono domande che una parte della politica e dell’informazione spagnola dovrebbe finalmente avere il coraggio di porre.


FONTI E DOCUMENTI

Europa Press – Zapatero ricorda di avere sostenuto la via dell’autonomia del Sahara e la definisce politicamente “intelligente”
https://www.europapress.es/nacional/noticia-zapatero-recuerda-apoyo-via-autonomia-sahara-dice-politicamente-postura-inteligente-20220318233450.html

RTVE – La Spagna appoggia il piano marocchino di autonomia del Sahara Occidentale
https://www.youtube.com/watch?v=ktvrc3ZbqbA

Corte di giustizia dell’Unione europea – Sentenze del 4 ottobre 2024 sugli accordi UE-Marocco e Sahara Occidentale
https://curia.europa.eu/jcms/upload/docs/application/pdf/2024-10/cp240170en.pdf

El País – Mohammed VI elogia la nuova posizione spagnola sul Sahara Occidentale
https://elpais.com/espana/2022-08-20/mohamed-vi-califica-de-responsable-la-posicion-espanola-en-el-sahara.html

Financial Times – Rapporti tra Mohammed VI, Sánchez, Sahara Occidentale e pressione migratoria
https://www.ft.com/content/b2440aa5-be3e-40ae-ad2d-ad5893de79d3

I SOLITI “CANI DA RIPORTO” DELLA CONTROINFORMAZIONE ITALIANA: VOLEVANO FAR CREDERE CHE DIETRO L’ATTACCO A CEUTA CI FOSSERO AMERICA E ISRAELE, AGGRAPPANDOSI A NOTE PARLAMENTARI E IGNORANDO I DOCUMENTI UFFICIALI

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Per giorni una parte della cosiddetta controinformazione italiana ha cercato di costruire una storia già scritta: dietro la crisi di Ceuta ci sarebbero stati gli Stati Uniti e, naturalmente, Israele.

Il metodo?

Prendere una formulazione contenuta in un rapporto parlamentare americano, attribuirle un significato enormemente superiore al suo valore giuridico e politico, collegarla temporalmente alla crisi di Ceuta e presentare il tutto come se fosse la prova di una regia geopolitica.

Il problema è che un indizio non è una prova, una correlazione temporale non dimostra una regia e un rapporto parlamentare non equivale alla politica ufficiale degli Stati Uniti.

Ed è proprio qui che la narrazione comincia a crollare.

IL DOCUMENTO AMERICANO ESISTE. MA NON DICE QUELLO CHE QUALCUNO HA VOLUTO FARGLI DIRE

Partiamo dai fatti, perché negare l’esistenza del documento sarebbe altrettanto scorretto.

Un rapporto collegato al National Security, Department of State and Related Programs Appropriations Act per l’anno fiscale 2027 contiene effettivamente una formulazione politicamente rilevante su Ceuta e Melilla.

Nel testo le due città vengono descritte come amministrate dalla Spagna ma situate in territorio marocchino, facendo inoltre riferimento alla storica rivendicazione di Rabat.

È una formulazione importante?

Certamente.

Merita attenzione?

Assolutamente sì.

Dimostra che l’amministrazione Trump aveva deciso di consegnare Ceuta e Melilla al Marocco?

No.

E soprattutto non dimostra minimamente che Washington abbia organizzato o favorito l’assalto migratorio a Ceuta.

Lo stesso Brussels Signal, che ha dato ampio risalto alla controversa formulazione del Congresso, precisa un particolare fondamentale: i rapporti delle commissioni non hanno forza di legge e non modificano automaticamente la politica ufficiale americana, che continuava a trattare entrambe le città come spagnole.

È esattamente la distinzione che troppe ricostruzioni hanno convenientemente dimenticato.

DA UNA NOTA PARLAMENTARE A UNA REGIA AMERICANA: IL SALTO LOGICO

Ed eccoci al trucco.

Si prende questo:

un rapporto parlamentare contiene una formulazione favorevole alla posizione marocchina.

E lo si trasforma in questo:

gli Stati Uniti hanno autorizzato il Marocco a prendersi Ceuta.

Poi basta aggiungere qualche altro ingrediente.

Trump.

Rubio.

I rapporti USA-Marocco.

Gli Accordi di Abramo.

Israele.

Ed ecco confezionata la grande trama.

Ma manca un particolare non proprio insignificante:

la prova.

Dov’è il documento nel quale l’amministrazione americana ordina, autorizza o incoraggia Rabat a utilizzare decine di migliaia di migranti contro Ceuta?

Dov’è la prova del coinvolgimento israeliano nell’operazione?

Dov’è una direttiva?

Dov’è una comunicazione diplomatica?

Dov’è un documento dell’intelligence?

Dov’è una dichiarazione ufficiale?

Dov’è la catena decisionale?

Se si vuole sostenere una tesi così grave, non basta mettere una serie di avvenimenti uno accanto all’altro.

Bisogna dimostrare il collegamento causale.

E POI ARRIVANO I DOCUMENTI UFFICIALI

Qui la questione diventa ancora più interessante.

Secondo quanto riportato il 7 agosto da The Objective, gli Stati Uniti hanno ribadito in maniera «inequivocabile» il riconoscimento della sovranità spagnola su Ceuta e Melilla.

Ma c’è qualcosa di ancora più importante.

La documentazione ufficiale del Dipartimento di Stato americano colloca Ceuta e Melilla sotto la Spagna.

Quindi esiste una differenza fondamentale tra una formulazione contenuta in un rapporto del Congresso — politicamente significativa e certamente discutibile — e la posizione istituzionale americana.

Questa distinzione avrebbe dovuto essere il punto di partenza di qualsiasi analisi seria.

Per alcuni, invece, è diventata un dettaglio da non raccontare.

IL DOCUMENTO DEL CONGRESSO NON PROVAVA NEMMENO LA REGIA DELLA CRISI

C’è poi un secondo problema, ancora più evidente.

Ammettiamo per un momento che una parte del Congresso americano volesse davvero spingere Madrid verso una trattativa con Rabat sul futuro di Ceuta e Melilla.

Anche in quel caso, come si arriva alla conclusione che Washington abbia organizzato la crisi migratoria?

Sono due affermazioni completamente differenti.

Un parlamentare può sostenere le rivendicazioni territoriali marocchine senza avere alcun coinvolgimento nell’apertura di una frontiera.

Il Congresso può destinare finanziamenti militari al Marocco senza ordinargli di esercitare pressione sulla Spagna.

Washington può considerare Rabat un alleato strategico senza controllare ogni decisione del governo marocchino.

Sono concetti elementari nelle relazioni internazionali.

Eppure sono stati messi nello stesso frullatore narrativo fino a ottenere la storia desiderata.

E ISRAELE? DOVE SONO LE PROVE?

Poi naturalmente compare Israele.

Perché in una certa narrazione geopolitica contemporanea sembra impossibile che accada qualcosa nel Mediterraneo o in Medio Oriente senza trovare, prima o poi, una freccia che porta a Gerusalemme.

Marocco e Israele hanno rapporti diplomatici, economici e militari.

Vero.

Gli Stati Uniti hanno favorito la normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi.

Vero.

Da questo deriva automaticamente che Israele abbia organizzato la crisi di Ceuta?

Assolutamente no.

Per sostenere un’accusa del genere servono prove specifiche.

Non associazioni.

Non diagrammi.

Non coincidenze.

Non “questo conosce quello”.

Non “questo Paese è alleato di quell’altro”.

Altrimenti non siamo più davanti a un’indagine geopolitica.

Siamo davanti alla costruzione di una narrativa.

IL PARADOSSO DELLA “CONTROINFORMAZIONE”

La parte più ironica è che questo metodo assomiglia terribilmente a quello che la controinformazione denuncia da anni nei media tradizionali.

Prima viene stabilita la conclusione.

Poi vengono selezionate le informazioni compatibili.

Quelle che contraddicono la tesi vengono minimizzate.

Una nota diventa una prova.

Una coincidenza diventa una correlazione.

Una correlazione diventa causalità.

E infine una supposizione diventa una certezza.

Esattamente ciò che un’informazione alternativa dovrebbe evitare.

CRITICARE WASHINGTON È LEGITTIMO. INVENTARE LE PROVE NO.

Nessuno sostiene che Washington non persegua interessi strategici in Nord Africa.

Nessuno sostiene che il Marocco non sia un alleato importante degli Stati Uniti.

Nessuno nega che il documento del Congresso rappresenti un segnale politico interessante e persino preoccupante per Madrid.

E nessuno dovrebbe ignorare che all’interno dell’apparato politico americano possano esistere posizioni differenti sulla questione.

Ma proprio per questo bisogna distinguere.

Una posizione parlamentare non equivale automaticamente alla posizione dell’esecutivo.

Una frase in un rapporto non trasferisce la sovranità di due città.

E soprattutto non dimostra che gli Stati Uniti abbiano organizzato una crisi migratoria.

LA CRISI DI CEUTA È ABBASTANZA GRAVE SENZA INVENTARSI IL GRANDE BURATTINAIO

La vera domanda dovrebbe essere molto più semplice:

che cosa è successo al confine marocchino?

Perché una massa enorme di persone è riuscita a dirigersi verso Ceuta?

Quali informazioni possedevano preventivamente le autorità spagnole?

Quale responsabilità hanno avuto le autorità marocchine?

Quanto era preparato il governo Sánchez?

Quali reti sociali hanno contribuito alla mobilitazione?

Quali organizzazioni o trafficanti hanno favorito gli spostamenti?

Sono domande concrete.

Sono verificabili.

E soprattutto riguardano direttamente ciò che è accaduto.

Trasformare invece ogni crisi internazionale nella solita storia dove dietro il sipario compaiono inevitabilmente Washington e Israele rischia soltanto di impedire di individuare le responsabilità realmente documentabili.

LA DIFFERENZA TRA UN’INCHIESTA E UNA NARRATIVA È TUTTA QUI

Un’inchiesta parte dalle prove e arriva alla conclusione.

La propaganda parte dalla conclusione e cerca le prove che le servono.

Nel caso di Ceuta è stata utilizzata una formulazione realmente esistente in un documento del Congresso.

Ma invece di spiegare al pubblico che tipo di documento fosse, quale valore avesse e come si rapportasse alla posizione ufficiale americana, qualcuno ha preferito utilizzarlo come tassello di una storia molto più grande.

Poi sono arrivati altri documenti.

Ed è emerso che Washington continuava ufficialmente a considerare Ceuta e Melilla territorio spagnolo.

A quel punto sarebbe stato necessario aggiornare la ricostruzione.

Perché questa dovrebbe essere la differenza fondamentale tra informazione e propaganda:

quando emergono nuovi fatti, l’informazione corregge la propria tesi. La propaganda cerca il modo di salvare comunque la narrativa.

Ed è proprio qui che si misura la credibilità di chi pretende ogni giorno di spiegare agli altri come funziona il mondo.


FONTI E LINK

The Objective – 7 agosto 2026
“Estados Unidos defiende «inequívocamente» la españolidad de Ceuta y Melilla”
https://theobjective.com/internacional/2026-08-07/estados-unidos-inequivocamente-espanolidad-ceuta-melilla/

Brussels Signal – rapporto del Congresso su Ceuta e Melilla
https://brusselssignal.eu/2026/08/us-house-report-describes-ceuta-and-melilla-as-moroccan-territory/

U.S. Department of State – Foreign Affairs Manual
https://fam.state.gov/

U.S. Department of State – Spain
https://www.state.gov/countries-areas/spain/

U.S. Department of State – informazioni di viaggio sulla Spagna
https://travel.state.gov/en/international-travel/travel-advisories/spain.html

IRAN, LA CRISI È MOLTO PIÙ PROFONDA: ORA UN AYATOLLAH ULTRARADICALE VUOLE SUPERARE LA REPUBBLICA ISLAMICA E ATTACCA PEZESHKIAN

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Dopo lo scontro tra governo e IRGC su Hormuz emerge un’altra frattura nel cuore del regime. Mohammad Baqer Kharrazi propone di superare l’attuale struttura della Repubblica Islamica per arrivare a un sistema ancora più teocratico. E sostiene di avere un rapporto privilegiato con Mojtaba Khamenei. Ma l’ufficio della Guida ha già contestato pubblicamente le sue affermazioni.

Quello che sta accadendo in Iran non assomiglia più a una normale disputa tra “moderati” e “conservatori”.

E non riguarda soltanto lo Stretto di Hormuz.

La crisi sembra essersi spostata direttamente sulla domanda più pericolosa che possa esistere all’interno di qualsiasi regime:

chi deve governare?

Nel precedente approfondimento abbiamo documentato la crescente tensione tra il governo di Masoud Pezeshkian, la diplomazia guidata da Abbas Araghchi e le componenti più dure dell’apparato militare iraniano.

Abbiamo visto un Araghchi impegnato nei negoziati e contemporaneamente minacciato politicamente in patria.

Abbiamo visto lo Stretto di Hormuz trasformarsi nel terreno sul quale interessi economici, necessità diplomatiche e strategia militare dell’IRGC entrano in collisione.

Adesso arriva un altro segnale.

Ed è forse ancora più inquietante.

Perché questa volta l’attacco al governo non arriva dagli Stati Uniti.

Non arriva da Israele.

Non arriva dagli oppositori iraniani in esilio.

Arriva da un ayatollah iraniano ultraconservatore appartenente a una delle famiglie più integrate nell’establishment della Repubblica Islamica.

Il suo nome è Mohammad Baqer Kharrazi.

E il progetto politico che sta descrivendo non punta a rendere l’Iran più democratico.

Punta esattamente nella direzione opposta.


CHI È MOHAMMAD BAQER KHARRAZI

Prima di analizzare le sue dichiarazioni bisogna chiarire chi sia.

Mohammad Baqer Kharrazi non è la Guida Suprema dell’Iran e sarebbe scorretto presentarlo come tale.

Ma non è nemmeno uno sconosciuto predicatore ai margini del sistema.

È un religioso sciita ultraconservatore, conosciuto come segretario generale di Hezbollah of Iran, una formazione politico-religiosa iraniana da non confondere con l’Hezbollah libanese.

La sua storia politica è documentata da molto tempo.

Nel 2013 annunciò persino la propria candidatura alla presidenza iraniana.

E già allora le sue dichiarazioni provocarono una controversia internazionale.

Kharrazi parlò della possibilità di riportare sotto l’Iran territori oggi appartenenti a Tagikistan, Armenia e Azerbaigian.

Le dichiarazioni furono sufficientemente serie da provocare una reazione ufficiale del ministero degli Esteri tagiko.

Questo particolare è importante perché dimostra che il radicalismo attribuito oggi a Kharrazi non nasce nell’estate del 2026.

Ha radici molto più profonde.


UNA FAMIGLIA DENTRO IL SISTEMA

Ancora più importante è la famiglia alla quale appartiene.

Il padre, l’ayatollah Mohsen Kharrazi, ha fatto parte dell’Assemblea degli Esperti, l’organo costituzionalmente incaricato della scelta della Guida Suprema.

La famiglia Kharrazi possiede inoltre legami matrimoniali con quella Khamenei.

Sadegh Kharrazi è stato diplomatico di alto livello e ambasciatore iraniano in Francia.

Kamal Kharrazi è stato ministro degli Esteri e successivamente presidente dello Strategic Council on Foreign Relations.

E Mohammad Baqer appartiene proprio a questa rete familiare, politica e religiosa.

Non stiamo quindi parlando di un oppositore che osserva il regime dall’esterno.

Stiamo parlando di qualcuno proveniente dall’universo ideologico che ha contribuito a sostenere la Repubblica Islamica.

Ed è proprio questo a rendere le sue parole politicamente esplosive.


NON VUOLE ABBATTERE LA TEOCRAZIA. VUOLE RENDERLA ANCORA PIÙ PURA

Qui bisogna comprendere una distinzione fondamentale.

Quando Kharrazi sostiene che l’attuale Repubblica Islamica avrebbe esaurito la propria funzione, non sta proponendo una democrazia liberale.

Non vuole separare religione e Stato.

Non vuole ridurre il potere del clero.

La sua critica va nella direzione opposta.

L’attuale sistema sarebbe, dal suo punto di vista, ancora troppo compromesso con strutture politiche di natura repubblicana.

Presidenza.

Ministeri.

Parlamento.

Procedure costituzionali.

Elezioni.

Mediazioni istituzionali.

Per Kharrazi la rivoluzione del 1979 non sarebbe quindi il punto finale.

Sarebbe soltanto una fase.

L’obiettivo successivo sarebbe il passaggio dalla “Repubblica Islamica” al “Governo Islamico”.

La differenza terminologica sembra piccola.

Politicamente è enorme.


DALLA “REPUBBLICA ISLAMICA” AL “GOVERNO ISLAMICO”

La Repubblica Islamica iraniana contiene fin dalla nascita una contraddizione.

Da una parte esiste la sovranità popolare, seppure fortemente limitata.

Gli iraniani eleggono un presidente.

Eleggeono il Parlamento.

Esistono istituzioni formalmente repubblicane.

Dall’altra esiste la sovranità religiosa.

La Guida Suprema.

Il Consiglio dei Guardiani.

Gli apparati religiosi.

L’IRGC.

Le strutture poste a protezione della rivoluzione.

L’intero sistema iraniano nasce dall’equilibrio instabile tra queste due dimensioni.

Ed è proprio questo equilibrio che Kharrazi sembra voler spezzare.

La componente “repubblicana” dovrebbe essere progressivamente eliminata.

La componente “islamica” dovrebbe diventare dominante.

Non più una repubblica controllata dal clero.

Ma uno Stato governato direttamente secondo una determinata interpretazione religiosa della legge islamica.


PEZESHKIAN DIVENTA IL BERSAGLIO

È qui che il presidente Masoud Pezeshkian assume un significato simbolico enorme.

Kharrazi lo avrebbe definito sprezzantemente un “buffone”.

Non è soltanto un insulto.

È una dichiarazione politica.

Pezeshkian rappresenta esattamente quella componente istituzionale che il progetto ultrateocratico considera superflua.

Il presidente negozia.

Il presidente amministra.

Il presidente deve rispondere alle necessità economiche della popolazione.

Il presidente deve confrontarsi con il Parlamento.

Il presidente rappresenta, almeno formalmente, il voto popolare.

Tutto questo introduce compromesso.

Per un progetto rivoluzionario integralista, invece, il compromesso può diventare un problema.

Ed ecco perché la battaglia contro Pezeshkian è molto più importante della sorte personale dell’attuale presidente.

La vera domanda è:

serve ancora un presidente?

Kharrazi sembra rispondere di no.


UN “GOVERNO OMBRA” GIÀ PRONTO?

Le dichiarazioni più sorprendenti attribuite a Kharrazi riguardano l’esistenza di un progetto politico già elaborato.

Durante un incontro religioso avrebbe sostenuto che esisterebbe già una sorta di governo ombra, dotato di un programma estremamente dettagliato.

Ha parlato addirittura di decine di volumi contenenti il progetto per trasformare l’attuale Repubblica Islamica in un autentico “Governo Islamico”.

Se questa descrizione corrisponde realmente al progetto della sua organizzazione, siamo davanti a qualcosa di più di uno sfogo religioso.

Siamo davanti alla rivendicazione dell’esistenza di una struttura ideologica alternativa allo Stato attuale.

Un’organizzazione che non dice semplicemente:

“il governo sta sbagliando”.

Dice:

“questo modello di governo deve essere superato”.

Ed è una differenza gigantesca.


LA STRATEGIA DEI 250.000

Ancora più inquietante è il modello organizzativo descritto.

Secondo quanto riportato, Kharrazi avrebbe indicato una struttura di reclutamento progressivo.

Ogni aderente dovrebbe reclutare altri sostenitori.

Il meccanismo dovrebbe moltiplicarsi fino a costruire una massa organizzata nell’ordine delle centinaia di migliaia di persone.

L’obiettivo dichiarato sarebbe arrivare a circa 250.000 mobilitati.

E cosa dovrebbero fare?

Concentrarsi attorno ai ministeri e ai centri del potere.

A quel punto il discorso non riguarda più soltanto teologia.

Riguarda il controllo fisico delle istituzioni.


IRGC E BASIJ: IL PUNTO PIÙ DELICATO

Le ricostruzioni circolate sulle dichiarazioni di Kharrazi attribuiscono al religioso anche appelli rivolti a componenti dell’IRGC e del Basij.

Ed è questo il punto che richiede maggiore cautela ma anche maggiore attenzione.

Perché il Basij non è un movimento politico qualunque.

È una struttura paramilitare integrata nel sistema dell’IRGC.

L’IRGC possiede inoltre una presenza territoriale capillare attraverso i propri comandi provinciali.

Se una battaglia politica interna riuscisse realmente a conquistare una parte significativa di queste strutture, il conflitto cesserebbe immediatamente di essere soltanto istituzionale.

Diventerebbe una lotta per il controllo materiale dello Stato.

Non esistono, allo stato delle informazioni pubblicamente verificabili, elementi sufficienti per sostenere che l’IRGC nel suo complesso abbia aderito al progetto di Kharrazi.

Sarebbe scorretto affermarlo.

Ma il fatto stesso che un religioso ultraradicale cerchi di parlare a quella base è politicamente significativo.


IL PUNTO PIÙ GRAVE: LA LEGITTIMAZIONE DELLA VIOLENZA

Ancora più grave sarebbe l’invito, attribuito a Kharrazi, a confrontarsi con gli apparati dello Stato qualora tentassero di impedire la mobilitazione.

Le versioni più estreme circolate in queste ore gli attribuiscono persino la legittimazione dell’uccisione di chi cercasse di bloccare la presa dei centri istituzionali.

Un’affermazione di questa gravità necessita della verifica sul materiale originale in lingua persiana e non dovrebbe essere trasformata in una citazione letterale senza il filmato integrale.

Ma esiste un elemento storico che rende la questione particolarmente interessante.

Kharrazi è stato associato da anni a una concezione estremamente radicale del rapporto tra autorità religiosa, potere politico e uso della forza.

Analisi pubblicate già molti anni fa collegavano il suo ambiente ideologico alla convinzione che il mantenimento del potere religioso richiedesse nuclei paramilitari capaci di agire in sua difesa.

Quindi il problema non nasce oggi.


E POI C’È MOJTABA KHAMENEI

È qui che la storia diventa ancora più delicata.

Kharrazi sostiene di conoscere Mojtaba Khamenei da circa quarant’anni.

E avrebbe affermato che il pensiero dell’attuale Guida sarebbe addirittura più radicale di quello del padre.

Questa affermazione, se vera, avrebbe conseguenze enormi.

Ma attenzione:

Kharrazi sostiene di parlare conoscendo Mojtaba. Questo non significa automaticamente che Mojtaba approvi Kharrazi.

La distinzione è fondamentale.

Anzi, secondo quanto riportato, l’ufficio della Guida avrebbe già respinto precedenti affermazioni di Kharrazi definendole prive di fondamento.

Questo crea una situazione ancora più interessante.

Un religioso collegato per famiglia all’establishment rivendica una particolare vicinanza alla Guida.

L’ufficio della Guida prende le distanze.

Kharrazi continua a rilanciare il proprio progetto.

È il segnale di un sistema perfettamente compatto?

Evidentemente no.


LA GUIDA SUPREMA È COSTRETTA A PRENDERE LE DISTANZE

Questo elemento merita di essere sottolineato.

Quando l’ufficio della massima autorità iraniana deve intervenire per smentire pubblicamente le affermazioni provenienti da una figura appartenente alla stessa galassia ideologica e familiare, significa che esiste almeno un problema di controllo della narrativa interna.

Kharrazi cerca di utilizzare il nome di Mojtaba per rafforzare la propria legittimità.

La Guida deve impedirgli di farlo.

Questa non è necessariamente la prova di una guerra aperta.

Ma è certamente la prova di una tensione.


MOJTABA E IL PROBLEMA DELLA LEGITTIMITÀ

La successione alla guida della Repubblica Islamica ha inoltre prodotto un problema strutturale.

Mojtaba Khamenei non dispone della stessa storia rivoluzionaria della generazione che costruì la Repubblica Islamica.

Non ha guidato la rivoluzione del 1979.

Non possiede l’aura fondativa di Ruhollah Khomeini.

E non possiede nemmeno i decenni di consolidamento del potere del padre.

Deve quindi costruire la propria autorità in un momento eccezionalmente difficile.

Guerra.

Sanzioni.

Crisi economica.

Hormuz.

Scontro con gli Stati Uniti.

Conflitti interni all’establishment.

Pressione dell’IRGC.

E adesso persino un religioso ultraconservatore che pretende di sapere quale sia il suo vero progetto politico.


KHARRAZI POTREBBE ESSERE IL SINTOMO, NON LA CAUSA

Questo è probabilmente il modo più corretto di interpretare la vicenda.

Kharrazi potrebbe non possedere la forza necessaria per realizzare nulla di ciò che propone.

Il suo movimento potrebbe rimanere marginale.

L’IRGC potrebbe ignorarlo.

Mojtaba potrebbe continuare a prenderne pubblicamente le distanze.

Ma sarebbe un errore concludere che, quindi, le sue dichiarazioni non contano.

Kharrazi è importante soprattutto come sintomo.

Dimostra che dentro l’area più radicale del sistema esiste chi ritiene insufficiente persino l’attuale Repubblica Islamica.

Per costoro il problema non è che l’Iran sia troppo teocratico.

È che non lo sarebbe abbastanza.


LA CRISI DI HORMUZ E LA CRISI ISTITUZIONALE SONO DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

A questo punto possiamo collegare questa vicenda a quanto documentato nella nostra precedente analisi.

Da una parte abbiamo Araghchi.

Il ministro cerca di negoziare.

Una componente parlamentare minaccia di metterlo sotto accusa.

Dall’altra abbiamo Pezeshkian.

Il presidente cerca di mantenere in piedi il governo e affrontare la pressione economica.

L’IRGC difende le proprie prerogative strategiche.

E adesso compare un ayatollah ultraradicale che mette in discussione addirittura l’utilità della presidenza.

Non sono necessariamente parti di un unico complotto.

Ma sono manifestazioni dello stesso problema:

la distribuzione del potere nella Repubblica Islamica è diventata instabile.


TRE IRAN STANNO EMERGENDO

Possiamo semplificare la situazione individuando almeno tre grandi orientamenti.

1. L’IRAN ISTITUZIONALE

È quello del governo, della presidenza, della diplomazia e di una parte del Parlamento.

Non è democratico secondo i parametri occidentali e rimane completamente inserito nella Repubblica Islamica.

Ma vuole utilizzare le istituzioni esistenti.

Vuole negoziare.

Vuole ottenere la riduzione delle sanzioni.

Vuole far ripartire l’economia.

2. L’IRAN MILITARE

È quello dell’IRGC e delle strutture della sicurezza.

Considera la sopravvivenza del sistema e la deterrenza priorità assolute.

Hormuz non è semplicemente un problema commerciale.

È un’arma.

Le reti regionali non sono semplicemente alleanze.

Sono profondità strategica.

Il controllo militare non è un ostacolo alla politica.

È parte della politica.

3. L’IRAN TEOCRATICO-RIVOLUZIONARIO

È l’ambiente del quale Kharrazi rappresenta oggi una delle manifestazioni più rumorose.

Per questa componente persino la Repubblica Islamica sarebbe un compromesso.

La rivoluzione dovrebbe proseguire.

La struttura repubblicana dovrebbe lasciare spazio a un governo islamico più puro.

La legittimità religiosa dovrebbe prevalere definitivamente sulla legittimità elettorale.


ED È QUI CHE CROLLA ANCORA UNA VOLTA LA NARRATIVA OCCIDENTALE

Per mesi ci è stato raccontato:

Iran contro Stati Uniti.

Come se “Iran” fosse una persona.

Come se possedesse una sola volontà.

Come se ogni decisione fosse automaticamente condivisa da Pezeshkian, Araghchi, Parlamento, IRGC, Basij, clero radicale e Guida Suprema.

La realtà è enormemente più complessa.

Quando Araghchi negozia, deve guardarsi alle spalle.

Quando Pezeshkian governa, deve confrontarsi con apparati che possiedono strumenti di potere autonomi.

Quando l’IRGC stabilisce una linea strategica, non è detto che coincida con le necessità economiche del governo.

E quando un religioso come Kharrazi parla di una nuova rivoluzione islamica, persino l’ufficio della Guida deve intervenire per stabilire chi possa parlare in nome del vertice.


ALTRO CHE “ERA TUTTA COLPA DI TRUMP”

Ed eccoci nuovamente alla grande mistificazione di una parte della controinformazione italiana.

Ogni difficoltà nei negoziati veniva attribuita a Washington.

Ogni irrigidimento iraniano era spiegato come risposta.

Ogni fallimento diventava automaticamente responsabilità di Trump.

Ma come si può analizzare seriamente un negoziato ignorando la struttura interna di una delle due parti?

Se un ministro degli Esteri rischia politicamente per ciò che negozia;

se l’IRGC possiede interessi propri su Hormuz;

se il presidente viene attaccato dagli ultraradicali;

se una componente teocratica arriva a proporre il superamento della presidenza;

se persino il nome della Guida Suprema diventa oggetto di una battaglia sulla legittimità;

allora il problema non può essere ridotto a:

“Trump non vuole l’accordo”.


IL VERO PERICOLO PER PEZESHKIAN NON È WASHINGTON

Il paradosso è proprio questo.

Pezeshkian potrebbe trovarsi davanti a una minaccia politica interna più pericolosa di quella americana.

Washington può imporre sanzioni.

Può esercitare pressione militare.

Può chiedere concessioni.

Ma la sopravvivenza politica del presidente dipende dal sistema iraniano.

Se una parte sufficientemente potente dell’establishment decidesse che la presidenza rappresenta ormai un ostacolo alla rivoluzione, la crisi cambierebbe completamente natura.

Non sarebbe più soltanto geopolitica.

Diventerebbe costituzionale.


LA REPUBBLICA ISLAMICA CONTRO IL “GOVERNO ISLAMICO”

Ed è probabilmente questo il punto più importante di tutta la vicenda.

La grande battaglia iraniana potrebbe non essere semplicemente tra riformisti e conservatori.

Potrebbe diventare una battaglia tra due interpretazioni della rivoluzione.

La prima sostiene:

la Repubblica Islamica deve sopravvivere attraverso le proprie istituzioni.

La seconda risponde:

la Repubblica Islamica è stata soltanto una fase e deve essere superata da un autentico Governo Islamico.

Se questa seconda idea guadagnasse realmente terreno nell’IRGC, nel Basij o negli apparati religiosi, le conseguenze sarebbero enormi.


KHARRAZI NON È ANCORA IL NUOVO PADRONE DELL’IRAN

È altrettanto importante non cadere nell’errore opposto.

Non esistono elementi sufficienti per sostenere che Mohammad Baqer Kharrazi stia per prendere il potere.

Non esistono prove che l’intero IRGC sostenga il suo progetto.

Non esistono prove pubbliche che Mojtaba Khamenei abbia approvato la sua agenda.

Anzi, l’ufficio della Guida ha contestato le sue rivendicazioni.

Ma proprio questa precisazione rende l’analisi più forte.

Non serve inventare un colpo di Stato imminente.

La realtà è già abbastanza grave.

Un esponente ultraradicale proveniente dal cuore dell’establishment sta apertamente mettendo in discussione l’architettura politica della Repubblica Islamica.

Ed è questo il fatto politicamente rilevante.


CONCLUSIONE: LA BATTAGLIA NON È PIÙ SOLTANTO PER HORMUZ. È PER LA NATURA STESSA DELL’IRAN

Nel precedente articolo avevamo scritto che la battaglia per Hormuz stava diventando una battaglia per il futuro dell’Iran.

Le dichiarazioni di Mohammad Baqer Kharrazi rendono quella frase ancora più attuale.

Perché ormai la domanda non riguarda soltanto chi controllerà lo Stretto.

Riguarda chi controllerà Teheran.

Il governo?

La Guida Suprema?

L’IRGC?

Il Parlamento?

Oppure una nuova corrente rivoluzionaria convinta che quarantasette anni di Repubblica Islamica siano soltanto il preludio a una teocrazia ancora più radicale?

La risposta non è ancora arrivata.

Ma una cosa dovrebbe ormai essere evidente.

L’Iran non è un monolite.

Dietro la facciata della Repubblica Islamica si muovono interessi, apparati, famiglie, militari, religiosi e istituzioni che non sempre vogliono la stessa cosa.

Pezeshkian cerca di governare.

Araghchi cerca di negoziare.

L’IRGC cerca di preservare la propria capacità di deterrenza.

Kharrazi vuole andare oltre la Repubblica.

E Mojtaba Khamenei deve dimostrare di essere realmente in grado di controllare tutti questi centri di potere.

Questa è la crisi iraniana che merita di essere osservata.

Non la favola raccontata per mesi dai cani da riporto della controinformazione italiana secondo cui esisteva un Iran compatto e pacifico al quale Donald Trump impediva semplicemente di firmare un accordo.

La partita vera si sta giocando anche — e forse soprattutto — dentro Teheran.


DOCUMENTI E FONTI

Radio Farda – Mohammad Baqer Kharrazi e le sue posizioni radicali
Archivio sulla candidatura presidenziale di Kharrazi e sulle sue dichiarazioni territoriali del 2013, che provocarono reazioni diplomatiche internazionali.

Radio Farda – Mojtaba Khamenei e l’ambiente ideologico ultraconservatore
Analisi storica dei rapporti ideologici di Mojtaba Khamenei, che identifica Mohammad Baqer Kharrazi tra le figure religiose che hanno avuto influenza sul suo ambiente formativo.

Reuters / Iran International – La famiglia Kharrazi e Nobitex, 1 maggio 2026
Inchiesta sui legami della famiglia Kharrazi con l’establishment politico-religioso iraniano e sulle transazioni attribuite a entità sanzionate, comprese strutture collegate all’IRGC.

Iran International – agosto 2026
Reporting sulle recenti dichiarazioni di Mohammad Baqer Kharrazi, sul progetto di trasformazione della Repubblica Islamica in “Governo Islamico”, sul piano di mobilitazione dei sostenitori, sugli attacchi a Pezeshkian e sulle rivendicazioni relative al rapporto con Mojtaba Khamenei.

U.S. Marine Corps University – Iran’s Islamic Revolutionary Guard Corps
Studio di background sulla struttura dell’IRGC, sulle sue funzioni interne ed esterne e sul rapporto con il Basij.

IranWire – struttura territoriale delle forze terrestri dell’IRGC
Approfondimento sulla presenza provinciale delle Guardie Rivoluzionarie e sull’integrazione delle strutture del Basij.

Tasnim News Agency – messaggi ufficiali della Guida Suprema
Fonte iraniana utile per distinguere le dichiarazioni ufficialmente attribuite a Mojtaba Khamenei dalle rivendicazioni formulate da altri esponenti dell’establishment.

La vicenda Kharrazi è particolarmente attuale: fonti pubblicate nelle ultime ore lo identificano come segretario generale di “Hezbollah of Iran” e riportano la sua offensiva contro l’attuale assetto istituzionale.

IRAN, LA VERITÀ CHE LA CONTROINFORMAZIONE NON RACCONTA: IL POTERE POLITICO TRATTA, L’IRGC ALZA IL PREZZO E TEHERAN SI SPACCA

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Per mesi ogni fallimento diplomatico è stato attribuito a Trump. Ma dietro Hormuz emerge una realtà molto diversa: il governo iraniano non dispone di un potere assoluto e una parte dell’apparato militare e ideologico considera lo Stretto non semplicemente materia di negoziato, ma uno strumento strategico da preservare

Per mesi una parte della cosiddetta controinformazione italiana ha raccontato il confronto tra Stati Uniti e Iran attraverso uno schema elementare.

Da una parte Donald Trump, dipinto come l’uomo intenzionato a sabotare qualsiasi accordo; dall’altra un Iran sostanzialmente compatto, razionale, disponibile alla diplomazia e costretto continuamente a reagire alle provocazioni americane.

Una rappresentazione comoda.

E soprattutto incompleta.

Gli sviluppi dell’estate 2026 stanno infatti portando in superficie un problema che avrebbe dovuto accompagnare qualsiasi analisi seria fin dall’inizio:

quando Washington tratta con Teheran, con chi sta realmente trattando?

Con il presidente Masoud Pezeshkian?

Con il ministro degli Esteri Abbas Araghchi?

Con il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf?

Con il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale?

Con il Leader Supremo e il suo entourage?

Oppure, sulle questioni militari e strategiche, con una struttura di potere nella quale il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica — l’IRGC — dispone di un peso tale da poter condizionare profondamente ciò che il governo civile può concedere?

È questa la domanda che la narrazione binaria “Trump cattivo, Iran disponibile all’accordo” ha sistematicamente evitato.

E la crisi dello Stretto di Hormuz la rende ormai impossibile da ignorare.


NON ESISTE UN SOLO IRAN

Il primo errore consiste nel parlare dell’Iran come se fosse una normale democrazia presidenziale nella quale il presidente eletto stabilisce la politica estera e le forze armate eseguono.

La Repubblica Islamica è costruita diversamente.

Il presidente possiede poteri reali, il governo gestisce una parte importante dell’amministrazione e il ministero degli Esteri conduce formalmente la diplomazia.

Ma sopra questo livello esiste l’architettura della Repubblica Islamica: Leader Supremo, Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, apparati religiosi, strutture militari e soprattutto IRGC.

E quando si entra nei dossier della sicurezza nazionale, delle forze armate, della deterrenza regionale e dello Stretto di Hormuz, il peso dell’apparato militare diventa inevitabilmente enorme.

Per questo è fuorviante interpretare ogni dichiarazione di Araghchi come se rappresentasse automaticamente l’intera struttura del potere iraniano.

Il ministro può negoziare.

Il problema è capire entro quali limiti può negoziare.

Ed è esattamente questo che gli ultimi sviluppi stanno mettendo in evidenza.


HORMUZ: IL PUNTO NEL QUALE DIPLOMAZIA E POTERE MILITARE SI SCONTRANO

Il 4 agosto il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha confermato pubblicamente che Iran e Oman stavano lavorando alla definizione di rotte sicure per le navi in entrata e in uscita dallo Stretto.

Non si tratta quindi soltanto di indiscrezioni occidentali.

Teheran stessa ha riconosciuto l’esistenza del negoziato tecnico.

Baghaei ha spiegato che le discussioni riguardavano la creazione di percorsi di navigazione capaci di tutelare contemporaneamente i diritti sovrani e le esigenze di sicurezza nazionale di Iran e Oman.

Questo particolare è fondamentale.

Significa che l’idea delle corsie separate per il traffico marittimo è entrata realmente nella discussione diplomatica.

Ma è proprio qui che emerge il conflitto politico.

Per il governo e per la diplomazia, Hormuz può essere utilizzato per costruire un accordo capace di ridurre la pressione internazionale, riattivare il commercio e ottenere contropartite economiche.

Per le componenti più dure del sistema, invece, il controllo dello Stretto rappresenta qualcosa di molto più importante.

È uno strumento di deterrenza.

Un moltiplicatore della forza iraniana.

Un’arma geopolitica.

E un’arma, dal loro punto di vista, non viene consegnata gratuitamente.


L’IRGC NON VEDE HORMUZ COME UNA SEMPLICE PEDINA

Qui si trova probabilmente il cuore dell’intera vicenda.

Lo Stretto di Hormuz non è soltanto una questione commerciale.

Chi riesce a minacciare seriamente la navigazione attraverso quel passaggio possiede uno strumento capace di produrre conseguenze energetiche globali.

E gli eventi del 2026 hanno dimostrato quanto sia enorme questa leva.

Secondo le dichiarazioni riportate all’inizio di agosto dell’amministratore delegato di Saudi Aramco Amin Nasser, i flussi commerciali attraverso Hormuz erano precipitati a circa un decimo dei livelli precedenti alla crisi.

È difficile immaginare una dimostrazione più evidente del potere strategico dello Stretto.

Ed è quindi perfettamente comprensibile — dal punto di vista dell’apparato militare iraniano — perché rinunciare a questo vantaggio senza ottenere enormi contropartite possa essere considerato un errore.

Qui nasce lo scontro.

Il governo ha bisogno di ossigeno economico.

La diplomazia cerca una soluzione.

L’apparato militare vuole evitare che la soluzione diplomatica distrugga la leva strategica conquistata.

Non significa necessariamente che governo e IRGC abbiano obiettivi finali completamente opposti.

Significa però che possono divergere profondamente sui mezzi, sui tempi e sul prezzo dell’accordo.

Ed è una distinzione decisiva.


TRE CORRENTI DENTRO TEHERAN

Una delle analisi più interessanti pubblicate nelle ultime settimane arriva dal Critical Threats Project dell’American Enterprise Institute insieme all’Institute for the Study of War.

La loro ricostruzione individua almeno tre orientamenti nel sistema iraniano.

Il primo sarebbe quello favorevole al negoziato e a una forma di compromesso, associato a figure come:

Masoud Pezeshkian, Abbas Araghchi e Mohammad Bagher Ghalibaf.

Non si tratterebbe necessariamente di una corrente filo-occidentale. Sarebbe più corretto definirla una componente che considera la trattativa uno strumento necessario per salvaguardare gli interessi iraniani.

Il secondo polo sarebbe invece collegato maggiormente all’IRGC e alle figure della sicurezza nazionale.

Anche questa componente potrebbe accettare un negoziato, ma a condizioni molto più rigide e soprattutto senza rinunciare al controllo strategico acquisito su Hormuz.

Infine esisterebbe una terza componente ancora più radicale, contraria sostanzialmente alla trattativa con gli Stati Uniti.

Questa distinzione distrugge la caricatura secondo cui esisterebbero semplicemente “Iran” e “America”.

Dentro Teheran esiste una battaglia sulla strategia.


ARAGHCHI: IL MINISTRO CHE NEGOZIA E RISCHIA L’IMPEACHMENT

Ed eccoci al particolare probabilmente più importante.

Il 4 agosto il parlamentare iraniano Hosseinali Hajideligani, vicepresidente della Commissione parlamentare dell’Articolo 90, ha dichiarato pubblicamente che alcuni parlamentari stavano raccogliendo documentazione per procedere contro il ministro degli Esteri Abbas Araghchi.

Le sue parole sono inequivocabili:

“Stiamo compilando e raccogliendo la documentazione per l’impeachment di Abbas Araghchi, in modo da poterlo avviare al momento opportuno.”

Questa dichiarazione cambia radicalmente il significato politico della vicenda.

Non siamo più soltanto davanti alle supposizioni di qualche analista occidentale.

Esiste un parlamentare iraniano che annuncia pubblicamente la raccolta di materiale per mettere sotto accusa il proprio ministro degli Esteri.

Hajideligani ha inoltre attaccato direttamente il concetto stesso di negoziato durante il cessate il fuoco, sostenendo che parlare di “negoziazione” possa essere interpretato come un segnale capace di preparare una nuova guerra.

Ha poi posto una linea rossa ancora più significativa: qualsiasi accordo che compromettesse la sovranità iraniana o cedesse il controllo su parte delle acque territoriali sarebbe, secondo lui, contrario alla Costituzione.

Questa è la notizia sulla quale dovrebbe concentrarsi chi vuole capire veramente cosa sta succedendo.

Perché se Araghchi deve contemporaneamente trattare con l’esterno e difendersi da un attacco politico interno, la sua libertà negoziale è inevitabilmente limitata.


IL PARADOSSO: WASHINGTON PUÒ RICEVERE UN “SÌ” CHE TEHERAN NON È IN GRADO DI GARANTIRE

Questo introduce il problema centrale.

Un accordo internazionale vale quanto la capacità delle parti di applicarlo.

Supponiamo che Araghchi trovi una formula accettabile.

Supponiamo che Pezeshkian la approvi.

Supponiamo persino che Ghalibaf partecipi alla costruzione del compromesso.

La domanda rimane:

chi garantisce l’applicazione sul terreno?

Chi controlla le strutture militari che operano nello Stretto?

Chi garantisce che le navi possano transitare?

Chi decide le regole operative?

Chi impedisce una nuova escalation?

Ed è qui che il peso dell’IRGC diventa determinante.

La diplomazia può scrivere il testo.

Ma la sicurezza dello Stretto non dipende esclusivamente dal ministero degli Esteri.


L’IRGC E IL DENARO: HORMUZ È ANCHE UNA QUESTIONE ECONOMICA

C’è poi un secondo elemento che viene spesso dimenticato.

L’IRGC non è soltanto una forza militare.

Nel corso dei decenni è diventato un gigantesco sistema politico, economico, industriale e finanziario.

Il Dipartimento del Tesoro statunitense ha documentato ripetutamente reti commerciali, società di copertura, strutture finanziarie e operazioni petrolifere collegate alle Guardie Rivoluzionarie.

Nel maggio 2026 Washington ha addirittura sanzionato quella che definisce la “Persian Gulf Strait Authority”, sostenendo che si trattasse di un tentativo collegato all’IRGC di monetizzare il controllo del traffico attraverso Hormuz.

Secondo il Tesoro americano, l’obiettivo sarebbe stato quello di ottenere denaro dalle navi in transito.

Naturalmente questa è la posizione ufficiale dell’amministrazione statunitense e va identificata come tale.

Ma il documento è importante perché mostra che il conflitto su Hormuz non riguarda solamente geopolitica e sicurezza.

Riguarda anche chi controlla le rendite generate dal controllo dello Stretto.

Washington ha inoltre documentato reti attraverso le quali l’IRGC avrebbe ottenuto introiti dalla vendita del petrolio iraniano e utilizzato società di copertura per muovere capitali internazionalmente.

Hormuz, quindi, possiede contemporaneamente tre valori:

militare, geopolitico ed economico.

Pensare che una struttura così potente possa semplicemente consegnarne il controllo alla diplomazia senza pretendere garanzie significa non comprendere la natura del sistema iraniano.


IL GOVERNO PEZESHKIAN E IL PROBLEMA DEL POTERE REALE

A rendere tutto ancora più complicato sono le informazioni che arrivano sul rapporto tra il presidente Pezeshkian e il vertice della Repubblica Islamica.

Qui è necessario distinguere con grande attenzione tra fatti pubblici e informazioni attribuite a fonti anonime.

Iran International ha riferito, citando fonti interne, che Pezeshkian avrebbe ripetutamente cercato un incontro con Mojtaba Khamenei e avrebbe persino minacciato le dimissioni.

La stessa testata sostiene che il presidente avrebbe lamentato il crescente controllo delle Guardie Rivoluzionarie sulla gestione dello Stato.

Sono ricostruzioni che non possiamo trattare come documenti ufficiali.

Ma diventano politicamente interessanti quando vengono confrontate con altri segnali pubblici della progressiva militarizzazione del processo decisionale.

Araghchi stesso avrebbe dichiarato pubblicamente di non aver incontrato Mojtaba Khamenei nel periodo successivo alla successione e che soltanto un numero limitato di persone avrebbe avuto accesso al nuovo Leader.

Se queste informazioni vengono considerate insieme, emerge almeno una domanda legittima:

quanto è autonoma oggi la presidenza iraniana?


IL PARLAMENTO RISCHIA DI ESSERE SCHIACCIATO TRA GOVERNO E APPARATI

La crisi non riguarda soltanto Pezeshkian.

Riguarda anche il Majles.

Diverse ricostruzioni iraniane descrivono un Parlamento sempre più preoccupato per la perdita di influenza nei grandi dossier strategici.

Ed è interessante che proprio mentre una parte del sistema politico lamenta di essere marginalizzata, alcuni parlamentari cerchino di riaffermare il proprio ruolo minacciando l’impeachment del ministro degli Esteri.

È una contraddizione solo apparente.

Se le grandi decisioni vengono trasferite verso strutture di sicurezza e organismi ristretti, il Parlamento possiede pochi strumenti per riaffermare la propria rilevanza.

Uno di questi è proprio il controllo sui ministri.

Araghchi rischia così di trovarsi stretto fra tre pressioni:

Washington e i mediatori che chiedono garanzie;

gli apparati iraniani che impongono linee rosse;

il Parlamento che pretende di non essere escluso.

Non è difficile capire perché un accordo possa diventare fragilissimo.


NON È “MODERATI CONTRO ESTREMISTI”: LA REALTÀ È PIÙ COMPLESSA

Bisogna però evitare un altro errore.

Descrivere Pezeshkian e Araghchi come “buoni moderati” contrapposti ai “cattivi militari” sarebbe semplicistico quanto la propaganda che stiamo criticando.

Anche la componente negoziale vuole tutelare la sovranità iraniana.

Anche Ghalibaf proviene dall’apparato dei Pasdaran.

Anche chi sostiene un compromesso può ritenere strategicamente necessario conservare una qualche forma di controllo iraniano sullo Stretto.

La vera divisione sembra riguardare soprattutto:

quanto concedere;

quando concederlo;

quali garanzie ottenere;

quale controllo conservare;

e soprattutto chi deve avere l’ultima parola.

Questa è la vera battaglia.


PERCHÉ HORMUZ È DIVENTATO L’ARMA DELLA REPUBBLICA ISLAMICA

Per capire la durezza dello scontro bisogna comprendere cosa rappresenta Hormuz.

L’Iran non può competere simmetricamente con gli Stati Uniti sul piano militare convenzionale.

Non possiede una marina globale paragonabile a quella americana.

Non possiede la stessa capacità economica.

Non possiede la stessa rete di basi.

La strategia iraniana ha quindi storicamente puntato sulla guerra asimmetrica.

Missili.

Droni.

Forze proxy.

Piccole unità navali.

Mine.

Minaccia alle infrastrutture energetiche.

E soprattutto la possibilità di rendere estremamente costoso il passaggio attraverso Hormuz.

Lo Stretto è quindi un grande equalizzatore strategico.

È uno dei pochi luoghi al mondo nei quali l’Iran può produrre conseguenze economiche enormemente superiori alle dimensioni della propria economia.

Ecco perché per l’IRGC perderne il controllo operativo significherebbe potenzialmente perdere una delle armi più potenti dell’intero arsenale iraniano.


LA PRESSIONE ECONOMICA SPIEGA PERCHÉ IL GOVERNO VUOLE L’ACCORDO

Dall’altra parte c’è però la realtà economica.

Sanzioni, guerra, isolamento finanziario e difficoltà nell’esportazione del petrolio stanno producendo una pressione gigantesca.

Ed è proprio questa pressione a rendere razionale la posizione di Pezeshkian e Araghchi.

Il governo deve amministrare il Paese.

Deve affrontare inflazione, occupazione, servizi pubblici, infrastrutture e bilancio.

Per un apparato militare, mantenere Hormuz come strumento di deterrenza può essere una priorità.

Per un governo costretto a far funzionare l’economia, riaprire il commercio può diventare altrettanto prioritario.

Da qui nasce la frattura strutturale:

la sicurezza vuole preservare la leva; l’economia vuole monetizzare la pace.


E ALLORA TRUMP ERA DAVVERO L’UNICO OSTACOLO?

Arriviamo alla domanda che una parte della controinformazione italiana dovrebbe finalmente porsi.

Se all’interno dell’Iran esistono componenti che:

contestano le concessioni;

vogliono preservare il controllo strategico di Hormuz;

attaccano politicamente il ministro degli Esteri;

mettono in discussione l’autorità negoziale del governo;

e considerano la pressione sul traffico marittimo uno strumento di deterrenza,

come si poteva sostenere con tanta sicurezza che ogni fallimento diplomatico fosse responsabilità esclusiva di Donald Trump?

Questo non significa assolvere automaticamente Washington.

Gli Stati Uniti hanno proprie condizioni, proprie pressioni, proprie sanzioni e propri interessi strategici.

Trump può irrigidire un negoziato.

Può avanzare richieste che Teheran considera inaccettabili.

Può commettere errori.

Ma una cosa è criticare la politica americana.

Un’altra è fingere che dall’altra parte del tavolo esista un attore perfettamente unitario e libero di firmare qualsiasi compromesso.

Gli eventi iraniani mostrano esattamente il contrario.


LA GRANDE OMISSIONE DELLA CONTROINFORMAZIONE ITALIANA

Ed eccoci al problema dell’informazione.

Una parte della controinformazione italiana ha sostituito l’analisi geopolitica con una struttura ideologica.

Se gli Stati Uniti fanno qualcosa, dietro deve esserci l’imperialismo americano.

Se Israele agisce, dietro deve esserci il progetto sionista.

Se l’Iran reagisce, la responsabilità originaria deve necessariamente appartenere all’Occidente.

In questo schema non c’è spazio per analizzare seriamente le contraddizioni interne della Repubblica Islamica.

Non c’è spazio per l’autonomia dell’IRGC.

Non c’è spazio per gli interessi economici delle Guardie Rivoluzionarie.

Non c’è spazio per il conflitto tra governo, Parlamento, Leader Supremo e apparati militari.

E soprattutto non c’è spazio per ammettere una possibilità molto semplice:

anche Teheran può sabotare un accordo.

O, più precisamente, una componente del sistema iraniano può considerare un determinato accordo contrario ai propri interessi e impedirne l’applicazione.


L’IMPEACHMENT DI ARAGHCHI È IL SEGNALE DA OSSERVARE

Per questo la minaccia contro Abbas Araghchi è molto più importante di quanto sembri.

Se resterà soltanto una minaccia parlamentare, dimostrerà comunque l’esistenza di una forte opposizione interna.

Se diventerà una procedura formale, la crisi salirà di livello.

Se dovesse infine portare alla rimozione del ministro, il significato sarebbe ancora più grave:

il sistema iraniano avrebbe punito uno dei principali protagonisti della diplomazia proprio mentre si tenta di costruire un nuovo equilibrio su Hormuz.

È questo il punto da seguire nelle prossime settimane.

Non le dichiarazioni propagandistiche.

Non gli slogan.

Non le tifoserie italiane.

Araghchi.

Perché il destino politico del ministro degli Esteri potrebbe dirci molto più di cento editoriali su chi possiede realmente il potere negoziale nella Repubblica Islamica.


CONCLUSIONE: IL PROBLEMA NON È SOLTANTO L’ACCORDO. È CHI PUÒ GARANTIRLO

Alla fine tutto ritorna alla domanda iniziale.

Con chi stanno negoziando gli Stati Uniti?

Il governo iraniano può raggiungere un’intesa.

Araghchi può costruire formule diplomatiche.

Pezeshkian può sostenere il ritorno a un memorandum.

Ghalibaf può partecipare alla mediazione.

Ma se l’apparato che controlla gli strumenti militari considera Hormuz un’arma strategica che non deve essere neutralizzata, nessun pezzo di carta sarà sufficiente.

Ed è qui che crolla definitivamente la favola raccontata per mesi.

Il problema non era e non è semplicemente:

Trump vuole o non vuole l’accordo?

La vera domanda è doppia:

Washington è disposta ad accettare le condizioni iraniane?

e soprattutto:

chi, dentro l’Iran, possiede davvero l’autorità per garantire che un accordo venga rispettato?

La crisi di Hormuz sta facendo emergere qualcosa che i reporter ideologizzati e i cani da riporto della controinformazione italiana avrebbero dovuto spiegare molto tempo fa:

la Repubblica Islamica non è un monolite.

Il potere politico tratta.

Il Parlamento protesta.

Gli apparati di sicurezza impongono limiti.

L’IRGC protegge la propria leva strategica.

E il vertice deve impedire che queste contraddizioni facciano esplodere il sistema.

Attribuire tutto a Trump era molto più semplice.

Capire l’Iran richiede invece di guardare dentro l’Iran.

Ed è proprio lì che, oggi, si combatte una delle battaglie più importanti per il futuro dell’accordo.


DOCUMENTI E FONTI

Institute for the Study of War / Critical Threats Project – Iran Update Special Report, 28 luglio 2026
Analisi delle diverse correnti iraniane sulla gestione dei negoziati e dello Stretto di Hormuz.
Iran Update Special Report – 28 luglio 2026

Institute for the Study of War / Critical Threats Project – Iran Update Special Report, 5 agosto 2026
Aggiornamento sulle tensioni tra la componente negoziale e le fazioni contrarie alle concessioni, comprese quelle associate all’IRGC.
Iran Update Special Report – 5 agosto 2026

Iran International – 4 agosto 2026: minaccia di impeachment contro Abbas Araghchi
Riporta la dichiarazione pubblica di Hosseinali Hajideligani sulla raccolta della documentazione necessaria per procedere contro il ministro degli Esteri.
Iranian lawmaker threatens to impeach Foreign Minister Araghchi

Iran International – 4 agosto 2026: negoziati Iran-Oman sulle rotte di Hormuz
Contiene le dichiarazioni del portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei sulle rotte sicure in entrata e uscita e sul negoziato tecnico con l’Oman.
Iran says talks with Oman on safe Hormuz shipping routes making progress

Iran International – 5 agosto 2026: perdita di peso delle istituzioni politiche
Analisi sul progressivo spostamento del processo decisionale verso l’IRGC e gli apparati di sicurezza.
Iran’s parliament fades further from power after the war

Iran International – 4 agosto 2026: Pezeshkian e Mojtaba Khamenei
Ricostruzione basata in parte su fonti anonime interne. Va quindi letta come reporting investigativo, non come documento ufficiale, ma contiene elementi rilevanti sul rapporto tra presidenza, Leader Supremo e IRGC.
Iran’s president met Mojtaba Khamenei in the back seat of a car

U.S. Treasury – 27 maggio 2026: Persian Gulf Strait Authority
Documento ufficiale statunitense sulle accuse relative al tentativo dell’IRGC di monetizzare il controllo del traffico attraverso Hormuz.
Treasury Targets Iranian Maritime Extortion

U.S. Treasury – 11 maggio 2026: operazioni petrolifere dell’IRGC
Documento sulle società e sugli individui accusati dagli Stati Uniti di facilitare la vendita e il trasporto del petrolio per conto delle Guardie Rivoluzionarie.
Treasury Targets IRGC Oil Operations

U.S. Treasury – 25 giugno 2024: shadow banking dell’IRGC e del MODAFL
Documento di background sulle reti finanziarie internazionali attribuite all’apparato militare iraniano.
Treasury Targets Shadow Banking Network Moving Billions for Iran’s Military

U.S. Treasury – 28 aprile 2026: sistema bancario parallelo iraniano
Documentazione sulle reti finanziarie utilizzate, secondo OFAC, dalle forze armate iraniane e dall’IRGC per petrolio, armamenti e finanziamento delle proprie attività.
Economic Fury Targets Iran Shadow Banking Facilitators

U.S. Treasury – 15 luglio 2026: procurement internazionale dell’IRGC
Documento successivo agli attacchi contro naviglio commerciale nello Stretto di Hormuz, relativo alle reti di approvvigionamento delle Guardie Rivoluzionarie.
Treasury Targets Global Network Procuring Weapons for Iranian Regime

CEUTA, ALLA FINE ARRIVA IL CONTO: NUOVI SOLDI UE ALLA SPAGNA. FORTUNA CHE “DIETRO C’ERANO AMERICANI E ISRAELIANI”…

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Alla fine, come troppo spesso accade nell’Unione Europea, una crisi politica e di frontiera rischia di trasformarsi nell’ennesima questione di finanziamenti pubblici.

Ceuta viene travolta da una gravissima emergenza migratoria, esplodono le polemiche sulla gestione del governo di Pedro Sánchez, gli Stati europei litigano sulle conseguenze per Schengen e sulla politica migratoria spagnola e, pochi giorni dopo, Bruxelles annuncia che sta già lavorando a nuovi fondi aggiuntivi per Madrid.

La domanda, quindi, è inevitabile:

quanto costerà tutto questo ai contribuenti europei e, soprattutto, dove finiranno concretamente i soldi?

DALLA CRISI AL FINANZIAMENTO: IL COPIONE È GIÀ PARTITO

Il 6 agosto la Commissione Europea ha confermato di aver ricevuto dalla Spagna una prima valutazione delle necessità finanziarie conseguenti alla crisi di Ceuta.

Il portavoce della Commissione Guillaume Mercier ha spiegato che Bruxelles sta esaminando rapidamente il documento e che Madrid dovrà successivamente presentare una richiesta formale.

Il punto fondamentale è un altro: si parla esplicitamente di supporto aggiuntivo.

Non sappiamo ancora quanto.

Ed è importante dirlo chiaramente: al momento non esiste una cifra ufficiale annunciata per questo nuovo pacchetto.

Sappiamo però già per cosa potrebbero essere utilizzate le risorse: attrezzature, servizi per la gestione delle frontiere, assistenza umanitaria e assistenza medica.

Inoltre Bruxelles ha messo sul tavolo il sostegno di Frontex e dell’Agenzia dell’Unione Europea per l’Asilo.

La macchina europea, insomma, si è già messa in moto.

E CEUTA I SOLDI EUROPEI LI AVEVA GIÀ RICEVUTI

C’è un particolare che merita molta più attenzione.

Secondo la stessa Commissione Europea, alla città di Ceuta erano già stati assegnati 23,3 milioni di euro per affrontare le necessità dell’accoglienza e assistere le persone vulnerabili.

Adesso potrebbero arrivarne altri.

Ed è proprio qui che la questione smette di essere soltanto migratoria e diventa politica.

Perché ogni volta che Bruxelles decide di aprire nuovamente il portafoglio dovrebbe essere obbligatorio rispondere pubblicamente ad alcune domande elementari:

quanti soldi?

A chi verranno materialmente assegnati?

Quali amministrazioni, organizzazioni, strutture e soggetti privati li gestiranno?

Quale quota sarà destinata alla protezione effettiva della frontiera?

Quale all’accoglienza?

Quale all’assistenza sanitaria?

Quali saranno i criteri di rendicontazione?

E soprattutto:

chi controllerà euro per euro come verranno spesi?

Non sono insinuazioni. Sono le normali domande che qualsiasi contribuente dovrebbe pretendere quando viene annunciato l’utilizzo di altro denaro pubblico.

FORTUNA CHE “DIETRO C’ERANO GLI AMERICANI E GLI ISRAELIANI”…

E qui arriviamo alla parte quasi grottesca della vicenda.

Nei giorni della crisi abbiamo assistito alla consueta proliferazione di teorie geopolitiche: interessi americani, Israele, Trump, pressioni sul Marocco, grandi strategie internazionali.

Peccato che, quando si passa dalle suggestioni alle prove, il quadro diventi molto meno cinematografico.

Non risultano prove pubbliche sufficienti per affermare che Stati Uniti o Israele abbiano organizzato l’ondata migratoria di Ceuta.

E allora viene quasi da sorridere.

Fortuna che doveva esserci dietro Washington.

Fortuna che doveva esserci Israele.

Perché mentre una parte della controinformazione continua a cercare il Mossad dietro ogni cespuglio, la realtà politica che abbiamo davanti è molto più concreta:

Madrid presenta il conto e Bruxelles prepara nuovi finanziamenti.

Niente spy story necessaria.

Bastano la Commissione Europea, il governo Sánchez e il bilancio comunitario.

SÁNCHEZ TRASFORMA UNA CRISI POLITICA IN UNA RICHIESTA DI RISORSE

Il governo spagnolo dovrebbe innanzitutto rispondere politicamente della gestione della crisi.

Che cosa sapevano le autorità?

Quali informazioni erano disponibili prima dell’ondata?

La frontiera disponeva di uomini e mezzi sufficienti?

Perché la situazione è degenerata?

Quali responsabilità spettano al Marocco?

Quali errori sono stati commessi da Madrid?

Prima di trasformare tutto in un problema finanziario, queste domande meriterebbero risposte precise.

E invece il meccanismo europeo sembra muoversi con impressionante rapidità sul terreno che conosce meglio:

stanziare altre risorse.

La Commissione ha dichiarato di voler procedere molto velocemente.

Benissimo.

La stessa velocità dovrebbe allora essere utilizzata per pubblicare la richiesta integrale della Spagna, l’importo concesso, i beneficiari finali, i progetti finanziati, i contratti assegnati e le relative rendicontazioni.

Perché solidarietà europea non può significare assegni senza un controllo pubblico altrettanto rigoroso.

E BRUXELLES PREMIA MADRID?

La contraddizione politica diventa ancora più evidente considerando che proprio la politica migratoria spagnola è stata criticata dal commissario europeo alla Migrazione Magnus Brunner.

Brunner ha definito la prevista regolarizzazione spagnola degli immigrati irregolari “non un buon segnale” per il resto dell’Europa.

Dunque abbiamo una situazione paradossale.

Da una parte Bruxelles mette in discussione il messaggio politico inviato da Madrid attraverso le regolarizzazioni.

Dall’altra si prepara a concedere alla Spagna ulteriore sostegno finanziario per affrontare le conseguenze della crisi migratoria.

Non significa automaticamente che i finanziamenti siano sbagliati: proteggere una frontiera esterna dell’Unione è interesse di tutta Europa.

Ma proprio per questo i soldi dovrebbero essere vincolati a obiettivi verificabili di sicurezza, controllo delle frontiere e gestione trasparente dell’emergenza.

Non diventare semplicemente l’ennesimo fondo indistinto.

IL CIRCOLO VIZIOSO EUROPEO

Il problema di fondo è ormai strutturale.

L’Europa finanzia la gestione migratoria.

Finanzia l’accoglienza.

Finanzia le strutture amministrative.

Finanzia programmi nei Paesi di origine e transito.

Finanzia il controllo delle frontiere.

Poi arriva una nuova emergenza e servono altri finanziamenti.

È legittimo allora domandarsi se il sistema stia realmente eliminando le cause delle crisi oppure se abbia costruito una gigantesca economia permanente della gestione dell’emergenza migratoria.

Un sistema nel quale ogni crisi genera inevitabilmente nuovi stanziamenti.

E ogni nuovo stanziamento crea apparati, programmi e strutture che avranno bisogno di ulteriori risorse negli anni successivi.

I SOLDI DEI CONTRIBUENTI NON SONO SOLDI DI BRUXELLES

Questo è il punto che troppo spesso scompare dal linguaggio burocratico europeo.

Quando leggiamo:

“l’Unione Europea stanzia”

oppure

“la Commissione finanzia”

bisognerebbe ricordare una cosa banalissima:

sono soldi pubblici.

Non appartengono alla Commissione.

Sono risorse provenienti, direttamente o indirettamente, dai cittadini degli Stati membri.

Per questo la domanda “dove finiranno i soldi?” non è populismo.

È democrazia.

Quando verrà stabilita la cifra destinata alla Spagna, Bruxelles dovrebbe pubblicare una rendicontazione accessibile che permetta a qualsiasi cittadino europeo di sapere:

chi riceve il denaro,

quanto riceve,

per quale progetto,

per quanto tempo,

con quali risultati attesi,

e con quali controlli.

PRIMA LE RESPONSABILITÀ, POI GLI ASSEGNI

Ceuta non può diventare il solito schema europeo:

emergenza → polemica → conferenza stampa → finanziamento → oblio.

Prima dei nuovi milioni occorre stabilire che cosa sia realmente accaduto.

Occorre chiarire le responsabilità politiche.

Occorre capire quali errori siano stati commessi.

Occorre verificare il ruolo del Marocco.

Occorre sapere se Madrid avrebbe potuto prevenire o limitare la crisi.

E soltanto dopo discutere delle risorse necessarie.

Perché altrimenti passa un messaggio devastante:

chi gestisce male una crisi non paga politicamente; presenta semplicemente il conto a Bruxelles.

E Bruxelles, cioè noi, paga.

Altro che americani.

Altro che israeliani.

Altro che Mossad.

Alla fine della storia compare qualcosa di molto meno misterioso:

il portafoglio del contribuente europeo.

E adesso vogliamo sapere fino all’ultimo euro quanto verrà speso, chi lo riceverà e soprattutto per quale risultato concreto.

Perché questa volta la domanda non deve scomparire appena termina l’emergenza:

DOVE FINIRANNO I SOLDI?

FONTI

Adnkronos – 6 agosto 2026
“Ceuta: nuovi fondi Ue alla Spagna per la gestione migranti”

Commissione Europea – Migration Management in Spain
Dati sui finanziamenti europei destinati alla gestione migratoria spagnola e sui 23,3 milioni di euro assegnati a Ceuta.

Euronews – 6 agosto 2026
“EU discusses extra financial support for Spain after record Ceuta migrant surge”

Reuters – 4 agosto 2026
“EU ministers seek tougher migration response after Ceuta influx”

The Guardian – 4 agosto 2026
Dichiarazioni del commissario europeo Magnus Brunner sulla politica spagnola di regolarizzazione.

Adnkronos – “Ceuta: nuovi fondi Ue alla Spagna per la gestione migranti”
Adnkronos – Nuovi fondi UE alla Spagna per CeutaCommissione Europea – Migration Management in Spain — pagina ufficiale sui finanziamenti UE alla Spagna; riporta anche 23,3 milioni di euro concessi a Ceuta per accoglienza e assistenza alle persone vulnerabili.
Commissione Europea – Migration Management in SpainEuronews – “EU eyes extra funds for Spain after record Ceuta migrant surge” — approfondimento sui nuovi finanziamenti discussi dalla Commissione.
Euronews – Nuovi fondi UE dopo la crisi di CeutaReuters – “EU ministers seek tougher migration response after Ceuta influx” — sulla riunione straordinaria dei ministri UE e sulle richieste di rafforzare frontiere, rimpatri e cooperazione con Paesi terzi.
Reuters – La risposta europea alla crisi di CeutaReuters – “EU should use leverage with Morocco after Ceuta crossings” — importante per la parte sulle responsabilità del Marocco: Brunner parla della possibilità di utilizzare anche leve commerciali e sui visti per ottenere cooperazione da Rabat.
Reuters – UE, Marocco e crisi di CeutaEuronews – Il sindaco di Ceuta al Parlamento europeo — Juan Jesús Vivas afferma che Ceuta aveva segnalato alle autorità spagnole l’aumento degli arrivi prima della crisi e definisce la frontiera «porosa e vulnerabile».
Euronews – Le accuse del sindaco di CeutaEuronews – Marocco: avevamo avvertito la Spagna — utile per approfondire la controversia su cosa Madrid sapesse prima dell’esplosione della crisi.
Euronews – Il Marocco sostiene di aver avvertito MadridThe Guardian – crisi di Ceuta e risposta della Spagna — contiene anche la posizione spagnola secondo cui circa 70.000 dei 72.000 entrati sarebbero tornati in Marocco, oltre alla controversia sugli avvertimenti precedenti.
The Guardian – Ceuta, Spagna e rimpatri

TORINO, 17 MILIONI PER LA GRANDE MOSCHEA: SOLDI DALL’ESTERO E POLITICA, LE DOMANDE CHE NESSUNO VUOLE FARE

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Non è la “più grande moschea d’Europa”, ma il progetto di via Bologna è enorme. E soprattutto apre una questione che non può essere liquidata con la solita formula della libertà religiosa: chi finanzia un centro islamico di queste dimensioni e quale influenza accompagnerà quei finanziamenti?

A Torino sta prendendo forma uno dei progetti islamici più importanti della città.

Il progetto riguarda l’area delle ex fonderie Nebiolo, in via Bologna: un complesso destinato a comprendere una grande sala di preghiera, spazi accessori, studentato, palestra e un minareto.

Le cifre circolate sulla stampa parlano di circa 1.300 metri quadrati, una capienza nell’ordine delle 1.000 persone, un minareto di circa 20 metri e soprattutto di un investimento complessivo stimato in circa 17 milioni di euro.

Numeri che meritano attenzione.

Non perché in Italia debba essere messa in discussione la libertà di culto, garantita dalla Costituzione, ma precisamente per il motivo opposto: quando un’organizzazione religiosa realizza un’infrastruttura da milioni di euro con finanziamenti provenienti anche dall’estero, la trasparenza dovrebbe essere assoluta.

La domanda fondamentale: chi mette i 17 milioni?

Questo dovrebbe essere il punto centrale del dibattito.

Non basta sapere chi costruisce materialmente la moschea. Occorre conoscere nel dettaglio chi finanzia l’intera operazione, in quale misura, attraverso quali soggetti giuridici e con quali eventuali vincoli.

Secondo quanto riportato da RaiNews Piemonte, una parte significativa dell’operazione è legata al sostegno economico del re del Marocco Mohammed VI.

Il progetto fa riferimento alla Confederazione Islamica Italiana, realtà storicamente legata alla comunità islamica di origine marocchina.

Ed è proprio qui che dovrebbe iniziare, anziché terminare, il lavoro della politica e dell’informazione.

Se una parte dei finanziamenti proviene dal Marocco, quale percentuale dei 17 milioni arriva effettivamente dall’estero?

Chi copre la parte restante?

Esistono altri finanziatori?

Esistono fondazioni, associazioni o enti stranieri coinvolti?

Chi sosterrà economicamente il centro una volta terminata la costruzione?

Chi sceglierà gli imam?

Chi finanzierà le loro attività?

Quale sarà la governance effettiva della struttura?

Sono domande perfettamente legittime.

Libertà religiosa non significa assenza di controlli

Ogni volta che viene sollevato il problema dei finanziamenti stranieri ai luoghi di culto islamici, una parte della politica tende a trasformare immediatamente la discussione in una questione di libertà religiosa.

È una falsa alternativa.

Si può difendere integralmente il diritto dei musulmani italiani a professare la propria religione e contemporaneamente pretendere la massima trasparenza sui finanziamenti provenienti da governi stranieri.

Le due cose non sono incompatibili.

Anzi.

Un luogo di culto dovrebbe essere innanzitutto espressione della comunità che vive sul territorio. Quando invece entrano in gioco milioni provenienti dall’estero, diventa inevitabile interrogarsi anche sull’influenza culturale, religiosa e politica esercitata dal finanziatore.

Vale per qualsiasi religione e dovrebbe valere ancora di più quando il finanziatore è direttamente o indirettamente collegato a uno Stato straniero.

Il ruolo del Marocco

Il coinvolgimento marocchino è particolarmente interessante perché Rabat conduce da anni una politica religiosa internazionale molto strutturata.

Il Marocco considera infatti la gestione dell’Islam marocchino all’estero anche come uno strumento per mantenere rapporti culturali e istituzionali con la propria diaspora.

Questo non dimostra di per sé l’esistenza di un progetto clandestino o illegale.

Dimostra però qualcosa di molto più semplice: il finanziamento religioso internazionale non è politicamente neutrale.

Gli Stati investono denaro all’estero perché intendono mantenere relazioni, influenza culturale e capacità di interlocuzione.

Per questo sarebbe ragionevole chiedere che ogni euro proveniente dall’estero destinato a un’infrastruttura religiosa di queste dimensioni sia pubblicamente tracciabile.

E la Fratellanza Musulmana?

Su questo punto occorre evitare scorciatoie.

Non risultano, allo stato delle fonti pubblicamente verificabili, elementi sufficienti per affermare come fatto che la moschea torinese sia “costruita dalla Fratellanza Musulmana”.

Fare questa affermazione senza documentazione finirebbe paradossalmente per indebolire le domande più serie.

La questione interessante è un’altra: quali sono esattamente le organizzazioni coinvolte? Quali rapporti nazionali e internazionali hanno? Chi siede nei loro organismi direttivi? Da dove provengono i finanziamenti?

Queste informazioni dovrebbero essere pubbliche e facilmente consultabili.

Se non esistono collegamenti problematici, una completa trasparenza servirebbe innanzitutto agli stessi promotori del progetto.

Torino e il rapporto storico con la sinistra

C’è poi l’aspetto politico.

Bisogna essere precisi: il Piemonte non è oggi una Regione governata dalla sinistra.

Alle elezioni regionali del 2024 Alberto Cirio è stato rieletto presidente con il centrodestra ottenendo oltre il 56% dei voti. Il PD è rimasto all’opposizione.

Ma Torino è un discorso diverso.

Il capoluogo piemontese possiede una lunga storia amministrativa legata alla sinistra e al centrosinistra.

E soprattutto l’attuale sindaco Stefano Lo Russo, in carica dal 2021, proviene dal Partito Democratico.

È quindi sul livello comunale, molto più che su quello regionale, che deve concentrarsi l’analisi politica.

Un progetto attraversato da amministrazioni politicamente diverse

C’è inoltre un particolare che rende la vicenda ancora più interessante.

Il percorso della moschea non nasce interamente con Lo Russo.

Secondo la ricostruzione pubblicata da RaiNews, l’operazione era già partita durante l’amministrazione comunale guidata da Chiara Appendino, esponente del Movimento 5 Stelle.

Successivamente, nel 2022, durante l’amministrazione Lo Russo, è arrivato un importante passaggio urbanistico.

La vicenda attraversa dunque amministrazioni differenti.

Ed è proprio questo che rende troppo semplicistico attribuire l’intera responsabilità a un solo partito.

Ciò non toglie che l’attuale amministrazione debba rispondere politicamente delle decisioni assunte durante il proprio mandato.

La sinistra torinese dovrebbe rispondere nel merito

Il punto politico dovrebbe quindi essere posto in termini molto concreti.

L’amministrazione Lo Russo ritiene sufficiente il livello attuale di trasparenza?

Ha verificato la provenienza completa dei finanziamenti?

Può rendere pubblica la struttura finanziaria dell’operazione?

Può spiegare ai torinesi quale quota dei circa 17 milioni provenga dall’estero?

Può indicare chi sosterrà economicamente la struttura negli anni successivi?

Può garantire che la formazione e la scelta degli imam saranno trasparenti?

Può spiegare quali strumenti esistano per evitare che un grande centro religioso possa diventare strumento di influenza di soggetti esteri?

Queste non sono domande “contro l’Islam”.

Sono domande che una democrazia dovrebbe porre davanti a qualsiasi investimento religioso multimilionario proveniente dall’estero.

Il vero problema è la reciprocità

Esiste poi un tema che in Europa viene affrontato troppo raramente: quello della reciprocità.

L’Europa garantisce una libertà religiosa molto ampia.

Ed è giusto che sia così.

Ma non tutti i Paesi che finanziano attività religiose in Europa garantiscono necessariamente sul proprio territorio lo stesso livello di libertà religiosa, di proselitismo e di costruzione di luoghi di culto alle altre confessioni.

La domanda politica diventa allora inevitabile:

può l’Europa continuare ad accettare senza particolari condizioni finanziamenti religiosi provenienti dall’estero senza pretendere trasparenza e reciprocità?

Non significa vietare moschee.

Significa stabilire regole.

Un investimento da 17 milioni non è una questione privata

Qui sta probabilmente l’errore più grande.

Presentare un’infrastruttura religiosa da circa 17 milioni di euro semplicemente come una normale questione urbanistica significa ignorarne la dimensione sociale.

Una struttura capace di ospitare centinaia o migliaia di fedeli, dotata di studentato, palestra e altri servizi, non rappresenta soltanto un edificio religioso.

Diventa inevitabilmente un centro comunitario, culturale e sociale.

E chi controlla un grande centro comunitario possiede inevitabilmente una capacità di influenza.

Questo non significa che tale influenza sia necessariamente negativa.

Significa però che la cittadinanza ha diritto di sapere chi la finanzia e chi la esercita.

Trasparenza totale, oppure le domande continueranno

La questione della grande moschea di Torino non dovrebbe trasformarsi nell’ennesima battaglia ideologica tra chi considera qualsiasi domanda “islamofobia” e chi vede automaticamente dietro qualsiasi moschea un’organizzazione estremista.

Entrambe le posizioni impediscono di affrontare il punto centrale.

Servono documenti.

Servono bilanci.

Servono nomi.

Serve la provenienza completa dei finanziamenti.

Serve sapere chi controllerà la struttura.

Serve sapere chi sceglierà e finanzierà gli imam.

Serve conoscere gli eventuali rapporti con governi e organizzazioni straniere.

E soprattutto serve una politica capace di rispondere senza nascondersi dietro gli slogan.

Torino ha scelto di consentire la realizzazione di un centro islamico di dimensioni molto rilevanti.

L’amministrazione comunale guidata da Stefano Lo Russo ha quindi una responsabilità precisa: garantire ai cittadini che dietro ogni euro, ogni incarico e ogni rapporto internazionale ci sia la massima trasparenza.

Perché la libertà religiosa è un diritto.

Ma il diritto dei cittadini di conoscere chi finanzia strutture religiose multimilionarie sul territorio italiano non dovrebbe esserlo di meno.

RaiNews Piemonte – Moschea da 1.000 posti nelle ex fonderie Nebiolo
RaiNews – Il progetto della grande moschea di Torino
Fonte particolarmente importante per dimensioni, investimento, finanziamento marocchino e storia del progetto. Comune di Torino – Consiglio comunale e gruppi politici
Comune di Torino – Gruppi consiliari
Conferma l’attuale composizione della maggioranza e il peso del Partito Democratico, con 17 consiglieri. Comune di Torino – Risultati delle elezioni comunali 2021
Comune di Torino – Elezioni amministrative 2021
Il PD risultò la prima lista collegata a Stefano Lo Russo con il 28,56% al primo turno. Partito Democratico Torino – Elezione di Stefano Lo Russo
PD Torino – Stefano Lo Russo sindaco
Fonte dello stesso PD sull’elezione dell’attuale sindaco di Torino. PD Torino – Stefano Lo Russo già capogruppo PD
PD Torino – Lo Russo capogruppo PD in Comune
Documenta direttamente la lunga appartenenza politica di Lo Russo al PD. Comune di Torino – Risultati e coalizioni del 2021
Comune di Torino – Risultati elettorali e coalizioni
Utile per documentare la composizione della coalizione di centrosinistra che ha sostenuto Lo Russo.

LA SOLITA PROPAGANDA MARXISTA VEDE IL SIONISMO OVUNQUE E SOSTIENE L’ISLAMISMO: IL CASO EL-SAYED TRASFORMATO IN UN REFERENDUM CONTRO ISRAELE

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La vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie democratiche per il Senato in Michigan è un fatto politico importante. Ma proprio perché è importante meriterebbe di essere analizzato nella sua complessità, invece di essere immediatamente inserito nella solita narrazione ideologica nella quale, qualunque cosa accada nella politica americana, alla fine compare sempre lo stesso protagonista: Israele, il “sionismo”, AIPAC.

El-Sayed ha effettivamente sconfitto la deputata Haley Stevens nelle primarie democratiche del 4 agosto 2026. È inoltre vero che Stevens ha beneficiato di una quantità enorme di spesa politica esterna e che una parte molto consistente proveniva da organizzazioni legate ad AIPAC.

Fin qui i fatti.

Il problema nasce quando questi elementi vengono assemblati per suggerire una conclusione molto più ampia: El-Sayed avrebbe vinto contro il potere della lobby filo-israeliana e quindi la sua affermazione rappresenterebbe una sorta di ribellione dell’elettorato democratico contro Israele.

È una lettura possibile dal punto di vista politico.

Non è però un fatto dimostrato.

EL-SAYED HA VINTO. MA NON HA VINTO UN REFERENDUM SU ISRAELE

La prima cosa che viene lasciata sullo sfondo è anche la più evidente: gli elettori del Michigan non sono entrati nelle cabine elettorali per rispondere alla domanda:

“Siete favorevoli o contrari a Israele?”

Stavano scegliendo il candidato democratico al Senato.

E Abdul El-Sayed non si è candidato presentando un programma composto esclusivamente da Gaza, Netanyahu e AIPAC.

Al contrario.

La sua piattaforma politica comprendeva Medicare for All, costo della sanità, debito medico, potere delle grandi corporation, finanziamento della politica, costo della vita e investimenti pubblici.

Associated Press descrive la sua campagna come fortemente populista sul piano economico. Il messaggio centrale era sintetizzabile in tre concetti: togliere il denaro dalla politica, mettere più denaro nelle tasche degli americani e realizzare Medicare for All.

Ridurre quindi la sua vittoria alle posizioni su Israele significa selezionare uno dei temi della campagna e trasformarlo arbitrariamente nella spiegazione dell’intero risultato elettorale.

IL VERO SCONTRO: DUE ANIME DEL PARTITO DEMOCRATICO

La lettura più interessante è un’altra.

Le primarie del Michigan hanno mostrato la crescente contrapposizione interna al Partito Democratico americano.

Da una parte Haley Stevens, espressione molto più vicina all’establishment democratico.

Dall’altra Abdul El-Sayed, sostenuto da figure simbolo della sinistra progressista americana come Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez.

Associated Press ha infatti descritto la sua vittoria come un importante successo dell’ala progressista del partito.

Questo è il vero dato politico.

Il risultato parla della trasformazione dei Democratici almeno quanto parla di Israele.

El-Sayed propone Medicare for All, ha sostenuto politiche riconducibili al Green New Deal, ha criticato il ruolo delle corporation nella politica americana e rappresenta una corrente che chiede un’espansione significativa dell’intervento pubblico nell’economia.

Su Israele assume inoltre posizioni radicalmente differenti rispetto alla tradizione bipartisan americana.

Ma Israele è una parte del suo profilo politico, non necessariamente la spiegazione universale della sua vittoria.

I MILIONI DI DOLLARI SPESI CONTRO EL-SAYED

Qui bisogna evitare l’errore opposto.

Sarebbe scorretto sostenere che la questione AIPAC sia completamente inventata.

Non lo è.

La spesa è stata enorme.

Associated Press ha riferito che oltre 50 milioni di dollari di spesa esterna sono confluiti complessivamente a sostegno di Stevens, con AIPAC e le organizzazioni collegate protagoniste della battaglia.

Bridge Michigan ha documentato direttamente l’attività della United Democracy Project, il super PAC affiliato all’American Israel Public Affairs Committee.

A metà luglio UDP aveva già speso oltre 15 milioni di dollari tra opposizione a El-Sayed e sostegno a Stevens.

Alla fine di luglio Bridge Michigan riportava una cifra vicina ai 25 milioni di dollari per pubblicità favorevole a Stevens o contraria a El-Sayed.

È dunque perfettamente legittimo affermare che AIPAC abbia subito una sconfitta politica.

Aveva investito pesantemente nella competizione e il candidato che cercava di fermare ha vinto.

Ma da qui a sostenere che l’intera spesa esterna pro-Stevens fosse semplicemente “50 milioni di AIPAC” oppure che il voto dimostri una rivolta popolare contro Israele c’è un salto logico considerevole.

Sono due affermazioni differenti.

LA DIFFERENZA CHE LA PROPAGANDA CANCELLA

Il meccanismo narrativo è semplice:

AIPAC sostiene Stevens.

El-Sayed attacca AIPAC.

El-Sayed critica Israele.

El-Sayed vince.

Conclusione suggerita:

gli elettori hanno sconfitto AIPAC e il sionismo.

Ma manca un passaggio fondamentale: dimostrare perché gli elettori abbiano votato El-Sayed.

Una correlazione non dimostra automaticamente una relazione causale.

El-Sayed poteva essere preferito per Medicare for All.

Per il costo delle assicurazioni sanitarie.

Per il suo messaggio anti-establishment.

Per il costo della vita.

Per la sua immagine di outsider.

Per Gaza.

Per la combinazione di tutti questi fattori.

Oppure semplicemente perché una parte dell’elettorato democratico del Michigan considera l’ala progressista più convincente di quella moderata.

Attribuire automaticamente la vittoria a Israele significa trasformare un risultato elettorale complesso in uno slogan.

E C’È UN DETTAGLIO CHE RENDE TUTTO ANCORA PIÙ INTERESSANTE

El-Sayed non ha vinto con una valanga di voti.

Associated Press ha descritto il risultato come una vittoria stretta, inferiore al punto percentuale.

Questo particolare cambia parecchio il significato della narrazione.

Se davvero si volesse utilizzare quella primaria come plebiscito sulla politica israeliana, bisognerebbe contemporaneamente riconoscere che praticamente metà dell’elettorato coinvolto ha scelto l’altra candidata.

Il risultato racconta quindi soprattutto un Partito Democratico profondamente diviso.

Ed è proprio questa divisione a essere politicamente interessante.

LE POSIZIONI DI EL-SAYED NON RIGUARDANO SOLO ISRAELE

C’è poi un altro elemento che merita attenzione.

La rappresentazione del candidato esclusivamente attraverso Gaza nasconde altre posizioni che consentono di comprenderne molto meglio l’identità politica.

Bridge Michigan ha documentato, per esempio, le sue precedenti dichiarazioni sul movimento “Defund the Police”.

Nel 2020 El-Sayed scriveva che molte grandi città americane spendevano troppo per i dipartimenti di polizia e troppo poco per scuole, sanità, attività ricreative e abitazioni, spiegando che proprio questo fosse il senso del movimento #Defund.

Negli anni successivi ha preso le distanze dallo slogan.

Anche questo fa parte della sua storia politica.

Così come ne fanno parte Medicare for All, le sue posizioni sull’energia, il Green New Deal e una visione economica molto più interventista rispetto a quella dei Democratici moderati.

Perché allora concentrare quasi tutto il racconto su Israele?

Perché Israele permette di costruire una storia molto più emotiva.

ANCHE SULLA SANITÀ SERVE QUALCHE PRECISAZIONE

El-Sayed ha costruito una parte importante della propria reputazione sulla sanità pubblica e sulla cancellazione del debito sanitario.

La sua campagna ha pubblicizzato un programma da 700 milioni di dollari di debiti medici cancellati nella Wayne County.

Ma un fact-check di Bridge Michigan ha rilevato che, al giugno 2026, il programma aveva effettivamente cancellato circa 57,4 milioni di dollari di debiti per 83.291 residenti.

Il progetto punta potenzialmente alla cancellazione di 700 milioni, ma quel risultato non era ancora stato raggiunto.

È un esempio significativo.

Quando si racconta una campagna elettorale attraverso la lente della propaganda, le informazioni che complicano il personaggio tendono a scomparire.

Rimane solamente la figura simbolica:

El-Sayed contro AIPAC.

La realtà è molto più interessante.

GAZA È COMUNQUE UN ELEMENTO REALE DELLA SUA ASCESA

Naturalmente sarebbe altrettanto propagandistico fingere che Gaza non abbia avuto alcuna importanza.

El-Sayed ha assunto una posizione nettissima.

Ha definito quanto accaduto a Gaza un “genocidio”, ha criticato duramente Israele e ha sostenuto la fine dell’assistenza militare americana.

Questo lo distingue chiaramente dall’ala democratica tradizionalmente favorevole all’alleanza strategica con Israele.

La sua vittoria dimostra quindi almeno una cosa:

oggi un candidato democratico può assumere posizioni estremamente critiche verso Israele e vincere una primaria importante in uno Stato decisivo come il Michigan.

È politicamente significativo.

Ma ancora una volta bisogna distinguere questa constatazione da un’altra affermazione:

“Ha vinto perché è contro Israele.”

Sono due cose completamente diverse.

IL MICHIGAN NON È L’AMERICA INTERA

C’è poi il problema della generalizzazione.

Una primaria democratica riguarda una parte dell’elettorato di uno Stato.

Non rappresenta automaticamente l’opinione dell’intera popolazione americana.

E soprattutto una primaria non equivale alle elezioni generali.

El-Sayed dovrà affrontare a novembre il repubblicano Mike Rogers.

Solo allora vedremo quanto la piattaforma progressista che ha funzionato nell’elettorato democratico riesca a convincere indipendenti, moderati e altri segmenti dell’elettorato del Michigan.

È questa la vera prova politica.

Se vincerà, diventerà inoltre il primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti, un risultato certamente storico.

Ma oggi è il candidato democratico al Senato, non un senatore già eletto.

Anche chiamarlo semplicemente “il senatore El-Sayed”, come talvolta avviene in ricostruzioni frettolose, anticipa un risultato che gli elettori dovranno ancora decidere.

IL PARADOSSO DELLA NARRAZIONE ANTI-LOBBY

La discussione sul peso di AIPAC solleva comunque una questione seria che non dovrebbe essere banalizzata.

Il sistema americano permette ai super PAC e alle organizzazioni politiche di investire quantità gigantesche di denaro nelle campagne.

Criticare questa dinamica è assolutamente legittimo.

Ma dovrebbe esserlo indipendentemente dall’identità della lobby coinvolta.

Se il problema è il potere del denaro nella politica americana, allora bisogna analizzare l’intero sistema: corporation, sindacati, associazioni industriali, organizzazioni ambientaliste, gruppi ideologici, miliardari, PAC e super PAC.

Se invece il problema diventa improvvisamente scandaloso soltanto quando compare una lobby filo-israeliana, allora non stiamo più facendo un’analisi del finanziamento politico americano.

Stiamo selezionando il bersaglio ideologicamente più conveniente.

LA VERA NOTIZIA: IL PARTITO DEMOCRATICO STA CAMBIANDO

La vittoria di El-Sayed merita quindi attenzione per una ragione più profonda.

Una parte crescente dell’elettorato democratico appare disponibile a sostenere candidati economicamente molto progressisti e molto più critici verso Israele rispetto alla tradizione del partito.

Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez non rappresentano più semplicemente una corrente marginale.

La loro area politica è in grado di vincere competizioni importanti.

Il Michigan ne offre un’altra dimostrazione.

Questo processo dovrebbe essere studiato senza bisogno di trasformare ogni risultato elettorale nell’ennesimo capitolo della battaglia contro il “sionismo”.

Perché così facendo si perde proprio la trasformazione più importante: quella che sta avvenendo dentro il Partito Democratico americano.

CONCLUSIONE: I FATTI SONO PIÙ INTERESSANTI DELLA PROPAGANDA

Abdul El-Sayed ha vinto.

L’ala progressista democratica ha ottenuto una vittoria importante.

AIPAC e i gruppi collegati hanno investito milioni contro di lui e hanno perso quella battaglia.

El-Sayed è fortemente critico verso Israele.

Tutto vero.

Quello che non è dimostrato è il passaggio successivo: trasformare automaticamente la sua vittoria nella prova che gli elettori del Michigan abbiano votato principalmente contro Israele o contro il “sionismo”.

La politica americana è più complessa.

Sanità, costo della vita, identità ideologica del Partito Democratico, populismo economico, finanziamento delle campagne, Gaza e politica estera hanno contribuito a creare una delle primarie più interessanti del 2026.

Ridurre tutto a “AIPAC contro El-Sayed” significa prendere una parte della storia e farla diventare l’intera storia.

Ed è precisamente così che funziona la propaganda: non necessariamente inventando i fatti, ma scegliendo accuratamente quali fatti mostrare, quali nascondere e soprattutto quale interpretazione suggerire al lettore.


FONTI E LINK

Associated Press – Abdul El-Sayed wins Michigan Senate primary in major victory for Democrats’ progressive wing
https://apnews.com/article/60c79349b60ffbf24a34d60b76e130ed

Associated Press – The Latest: El-Sayed defeats Stevens to win Democratic Senate nomination in Michigan
https://apnews.com/article/02f387dc32e72a246fe79c3a81aa23c2

Associated Press – Stevens and El-Sayed are in a close race for Michigan’s Democratic Senate nomination
https://apnews.com/article/bd4ed54a2c84db3f95ac27facb715866

Bridge Michigan – Fact check: Abdul El-Sayed’s record on defund the police; Republican meddling
https://bridgemi.com/michigan-government/fact-check-abdul-el-sayeds-record-on-defund-the-police-republican-meddling/

Bridge Michigan – Fact check: Ads take Abdul El-Sayed out of context to claim he “disrespects women”
https://bridgemi.com/michigan-government/fact-check-ads-take-el-sayed-out-of-context-to-claim-he-disrespects-women/

Bridge Michigan – Fact check: Abdul El-Sayed overstates claim he erased $700M in medical debt
https://bridgemi.com/michigan-government/fact-check-abdul-el-sayed-overstates-claim-he-erased-700m-in-medical-debt/

Bridge Michigan – Medicare for All divides Democrats in Michigan’s US Senate race
https://bridgemi.com/michigan-government/medicare-for-all-divides-democrats-in-michigans-us-senate-race/

Bridge Michigan – Michigan Dems clash on campaign cash, health care in heated US Senate debate
https://bridgemi.com/michigan-government/michigan-dems-clash-on-campaign-cash-health-care-in-heated-us-senate-debate/