Home Blog Page 5

NON SANNO FARE ALTRO CHE MISTIFICARE LE INFORMAZIONI PER SOSTENERE LE LORO IDEOLOGIE MARXISTE

0

Gaza, le macerie e la trasformazione di un’accusa in una “verità” già confezionata

C’è un metodo propagandistico che ormai si ripete con una regolarità impressionante: prendere un fatto reale, eliminare tutto ciò che potrebbe complicarne l’interpretazione, aggiungere un’intenzione non dimostrata e presentare il risultato finale come una certezza.

È esattamente ciò che accade nella nuova narrativa sulle macerie della Striscia di Gaza.

Il punto di partenza è reale e drammatico: Gaza è stata devastata dalla guerra, milioni di tonnellate di detriti ricoprono il territorio e una parte enorme del patrimonio edilizio e delle infrastrutture è stata distrutta o danneggiata.

Da questo fatto, però, si passa improvvisamente a una conclusione completamente diversa: Israele starebbe rimuovendo le macerie “nel tentativo di occultare le prove dei crimini commessi durante il genocidio”.

Fermiamoci alle parole.

Non “potrebbe”.

Non “secondo Euro-Med esiste il rischio”.

Non “l’organizzazione chiede un’indagine”.

La formulazione viene rilanciata come se la finalità dell’operazione fosse stata già provata: Israele rimuove le macerie per nascondere le prove.

Ed è proprio qui che informazione e propaganda prendono due strade differenti.

Il fatto: le macerie vengono movimentate

Euro-Med Human Rights Monitor sostiene di aver osservato quasi cento camion al giorno uscire dalla Striscia trasportando detriti verso località in Israele e Cisgiordania.

L’organizzazione parla inoltre di centinaia di mezzi pesanti impiegati nelle demolizioni, nello spianamento del terreno e nella movimentazione delle macerie.

Questo è ciò che viene denunciato e dovrebbe essere verificato in maniera indipendente.

Ma anche ammettendo integralmente questa ricostruzione, rimane una domanda semplicissima:

dove sarebbe la prova che lo scopo dell’operazione sia cancellare le tracce di crimini di guerra o di un genocidio?

Vedere un camion carico di detriti dimostra che un camion sta trasportando detriti.

Non dimostra automaticamente perché li stia trasportando.

È una distinzione elementare, eppure fondamentale.

Fatto e intenzione non sono la stessa cosa

Per sostenere seriamente che esista un’operazione finalizzata alla distruzione delle prove servirebbe dimostrare almeno quali siti di possibile interesse forense siano stati alterati, quali reperti siano stati distrutti, chi abbia ordinato di intervenire proprio su quei luoghi, quale fosse la consapevolezza della loro rilevanza investigativa e quale documentazione dimostri l’intenzione di impedire future indagini.

Questi elementi trasformerebbero un sospetto in un’accusa documentata.

Senza questo passaggio, invece, abbiamo un’interpretazione.

Può essere investigata.

Può persino rivelarsi fondata.

Ma non può essere venduta al pubblico come un fatto già dimostrato semplicemente perché esistono camion, bulldozer e macerie.

Questa distinzione dovrebbe essere particolarmente importante proprio quando si parla di accuse enormi come genocidio, esecuzioni sommarie e uccisioni deliberate di civili.

Più grave è l’accusa, maggiore dovrebbe essere il rigore probatorio.

Nella propaganda avviene spesso esattamente il contrario.

Il dettaglio che rovina la narrativa: le macerie devono essere rimosse

Qui emerge la contraddizione più evidente.

Le macerie di Gaza non rappresentano soltanto il risultato materiale della guerra. Costituiscono esse stesse un gigantesco problema umanitario, ambientale e logistico.

Parliamo di decine di milioni di tonnellate di cemento, ferro, vetro, materiali contaminati e potenzialmente pericolosi.

Sotto le macerie possono trovarsi ordigni inesplosi.

Possono esserci resti umani.

Possono esserci sostanze nocive.

E soprattutto le macerie bloccano strade, edifici, reti idriche, infrastrutture e terreni necessari alla ricostruzione.

Per questo la gestione dei detriti è inevitabilmente una delle questioni centrali della ricostruzione.

Ed ecco il cortocircuito.

Per mesi ci viene raccontato che Gaza è ricoperta da una quantità immensa di macerie e che questa situazione rende impossibile tornare alla normalità.

Quando qualcuno comincia a movimentarle, improvvisamente la movimentazione stessa diventa “prova” della volontà di cancellare le prove.

Delle due l’una.

Se le macerie costituiscono un’emergenza, prima o poi devono essere rimosse.

La questione seria non è quindi se debbano essere movimentate, ma come debba avvenire la rimozione.

La domanda corretta che la propaganda evita

Esiste infatti una questione perfettamente legittima.

I luoghi potenzialmente rilevanti per future indagini dovrebbero essere documentati prima di interventi irreversibili.

Eventuali resti umani dovrebbero essere trattati secondo procedure adeguate.

La provenienza e la destinazione dei materiali dovrebbero essere registrate.

Quando possibile dovrebbe esserci una supervisione indipendente.

E se esistono prove concrete che un sito sia stato deliberatamente distrutto proprio per impedire un’indagine, quelle prove devono essere pubblicate e sottoposte a verifica.

Questo sarebbe giornalismo.

Ma evidentemente è meno efficace, sul piano propagandistico, di una frase semplicissima:

“Israele cancella le prove del genocidio.”

Una frase perfetta per i social.

Terribile per un’analisi seria.

I numeri utilizzati per impressionare il lettore

Euro-Med sostiene che almeno 10 milioni di tonnellate di detriti sarebbero già stati rimossi, frantumati o spostati dai luoghi originari.

Contemporaneamente viene enfatizzata l’immagine di circa cento camion che ogni giorno lascerebbero Gaza.

Facciamo un semplice esercizio matematico.

Supponendo una capacità media di 25 tonnellate per camion:

100 camion × 25 tonnellate = 2.500 tonnellate al giorno.

Per trasportare 10 milioni di tonnellate esclusivamente a quel ritmo sarebbero necessari:

10.000.000 ÷ 2.500 = 4.000 giorni.

Quasi undici anni.

Naturalmente questo non dimostra che la cifra dei 10 milioni sia falsa, perché la stessa organizzazione include nel conteggio materiale frantumato o semplicemente movimentato all’interno della Striscia e parla di centinaia di mezzi pesanti.

Ma dimostra qualcosa di importante: l’immagine dei “100 camion al giorno” non costituisce da sola la prova quantitativa dei “10 milioni di tonnellate”.

Sono due elementi differenti che, messi uno accanto all’altro, producono un enorme effetto comunicativo.

Ed è proprio per questo che i numeri vanno analizzati e non semplicemente ripetuti.

E poi arriva la parola magica: “genocidio”

Il meccanismo comunicativo raggiunge il massimo dell’efficacia quando una conclusione controversa viene inserita direttamente nella premessa.

Non si scrive:

“Euro-Med sostiene che la rimozione possa compromettere le indagini relative a presunti crimini.”

Si scrive che Israele starebbe occultando le prove dei crimini commessi “durante il genocidio”.

La parola non viene quindi presentata come qualificazione giuridica contestata o come accusa sostenuta da determinate organizzazioni.

Diventa parte della descrizione stessa degli eventi.

Il lettore viene così portato a ragionare partendo da una conclusione già stabilita.

È un meccanismo retorico estremamente efficace:

prima stabilisci linguisticamente la colpevolezza;

poi interpreti ogni evento successivo come ulteriore conferma della colpevolezza iniziale.

Le macerie esistono?

Prova del genocidio.

Le macerie vengono rimosse?

Prova che stanno cancellando le prove del genocidio.

Vengono utilizzati bulldozer?

Stanno distruggendo le prove.

Vengono trasportati detriti?

Stanno facendo sparire le prove.

A quel punto la tesi diventa praticamente impossibile da falsificare, perché qualsiasi comportamento viene interpretato come conferma della stessa conclusione.

Questa non è una metodologia investigativa.

È un sistema narrativo chiuso.

La devastazione di Gaza non deve essere negata

Ed è proprio qui che bisogna essere intellettualmente più seri della propaganda che si critica.

Gaza ha subito una devastazione enorme.

Un numero gigantesco di edifici è stato distrutto o danneggiato.

La popolazione civile ha pagato un prezzo terribile.

Milioni di persone hanno subito sfollamenti.

Le infrastrutture idriche, sanitarie, energetiche e civili sono state pesantemente compromesse.

Negarlo sarebbe assurdo.

Ma riconoscere questi fatti non significa automaticamente accettare qualsiasi interpretazione politica costruita sopra di essi.

Anzi.

Proprio perché la tragedia è reale, dovrebbe esserci ancora meno spazio per manipolazioni, semplificazioni e conclusioni presentate come fatti prima che siano state dimostrate.

Le fotografie non dimostrano le intenzioni

Lo stesso problema riguarda le immagini utilizzate per accompagnare queste narrazioni.

Una fotografia di bulldozer che demoliscono un edificio può documentare una demolizione.

Una fotografia di camion può documentare il trasporto di materiale.

Una fotografia di un edificio distrutto documenta la distruzione.

Nessuna di queste immagini, presa isolatamente, dimostra automaticamente l’intenzione giuridicamente rilevante che viene attribuita a chi compie l’azione.

Questo è un principio elementare dell’analisi delle fonti.

L’immagine documenta ciò che mostra.

Non necessariamente la spiegazione politica scritta nella didascalia.

Eppure il meccanismo propagandistico funziona proprio perché fotografia e interpretazione vengono fuse nella mente del lettore.

L’emozione sostituisce la dimostrazione

La propaganda moderna raramente inventa tutto dal nulla.

È molto più sofisticata.

Parte da elementi reali.

Li seleziona.

Li ordina.

Elimina il contesto scomodo.

Introduce una relazione causale non dimostrata.

Infine utilizza parole emotivamente potentissime per impedire al pubblico di fermarsi a verificare il passaggio logico.

È così che:

“vengono rimosse delle macerie”

diventa

“stanno cancellando le prove”

e infine

“stanno cancellando le prove del genocidio”.

Tre frasi apparentemente consecutive.

Ma tra la prima e l’ultima esiste un abisso probatorio.

La domanda che dovrebbe fare qualsiasi giornalista

Non serve essere filoisraeliani.

Non serve essere propalestinesi.

Non serve essere di destra o di sinistra.

Serve soltanto fare la domanda che dovrebbe essere alla base di qualsiasi informazione degna di questo nome:

QUAL È LA PROVA?

Quali documenti dimostrano l’ordine di cancellare le prove?

Quali specifici siti forensi sono stati deliberatamente distrutti?

Quali investigatori indipendenti avevano chiesto di preservarli?

Quali reperti risultano scomparsi?

Chi ha impartito gli ordini?

Qual è la catena di comando?

Quale documentazione dimostra la finalità dell’operazione?

Se queste prove esistono, devono essere mostrate.

E se dimostrano un crimine, i responsabili devono risponderne.

Ma se non vengono mostrate, non è accettabile sostituire le prove con un titolo emotivamente devastante e pretendere che il pubblico consideri conclusa l’indagine.

È esattamente così che si costruisce una narrativa ideologica

Il problema non è criticare Israele.

Israele può e deve essere criticato quando esistono fatti che lo giustificano.

Il problema nasce quando il risultato dell’analisi è deciso prima dell’analisi stessa.

La struttura ideologica diventa allora semplicissima:

Israele è il colpevole.

Ogni evento deve quindi confermarne la colpevolezza.

Se qualcosa sembra contraddire la narrativa, viene reinterpretato fino a farlo rientrare nella narrativa.

Questo modo di leggere la realtà ricorda la vecchia impostazione ideologica marxista nella quale il dato concreto interessa soprattutto nella misura in cui può essere inserito nella struttura interpretativa prestabilita: oppressore contro oppresso, dominatore contro dominato, colpevole contro vittima.

La complessità diventa fastidiosa.

Le contraddizioni vengono eliminate.

E persino una montagna di cemento può essere trasformata nell’ennesimo tassello della lotta ideologica.

Non è una smentita di Euro-Med. È una richiesta di prove

Vale la pena precisarlo chiaramente.

Non possiamo affermare che sia impossibile che durante la rimozione delle macerie vengano alterati luoghi rilevanti per future indagini.

È possibile.

Ed è precisamente per questo che servono procedure trasparenti e controlli indipendenti.

Ma “potrebbe accadere” e “sta accadendo deliberatamente per occultare un genocidio” sono due affermazioni radicalmente differenti.

La seconda richiede prove molto più forti della prima.

E questa è la parte che troppo spesso scompare dalla comunicazione militante.

Conclusione: prima la sentenza, poi i fatti

Il caso delle macerie di Gaza rappresenta perfettamente il problema dell’informazione ideologizzata.

Il fatto reale è enorme: decine di milioni di tonnellate di detriti devono essere gestite in un territorio devastato dalla guerra.

La domanda investigativa è legittima: le operazioni vengono effettuate preservando eventuali prove e garantendo sufficiente documentazione?

La propaganda compie invece un passo ulteriore e trasforma la domanda in risposta:

Israele sta cancellando le prove del genocidio.

Ed eccoci nuovamente al punto di partenza.

Non sanno fare altro che mistificare le informazioni per sostenere le loro ideologie marxiste.

Prendono un fatto.

Lo decontestualizzano.

Gli attribuiscono un’intenzione.

Inseriscono la conclusione ideologica nella premessa.

E infine presentano l’intero pacchetto come “informazione”.

No.

L’informazione funziona esattamente al contrario.

Prima vengono i fatti.

Poi le verifiche.

Poi le prove.

E soltanto alla fine arrivano le conclusioni.

Quando invece la conclusione viene scritta prima ancora di aver dimostrato i fatti, non siamo più davanti a un’inchiesta.

Siamo davanti a una narrativa.

E quando quella narrativa viene ripetuta abbastanza volte da trasformare un’accusa in una certezza nella mente del pubblico, ha un nome molto più semplice:

propaganda.

FONTI E DOCUMENTI

Banca Mondiale – Gaza Strip Rapid Damage and Needs Assessment, aprile 2026
Il rapporto congiunto World Bank–ONU–UE con le stime aggiornate dei danni e delle necessità di ricostruzione.
Rapporto Banca Mondiale – Gaza RDNA 2026

Rapporto completo RDNA 2026 – PDF
Contiene la stima di oltre 68 milioni di tonnellate di macerie e definisce la loro rimozione una priorità immediata e trasversale.
PDF completo – Gaza Rapid Damage and Needs Assessment 2026

Nazioni Unite – Comunicato congiunto ONU, UE e Banca Mondiale, 20 aprile 2026
Il documento afferma esplicitamente che la rimozione delle macerie e la gestione degli ordigni esplosivi sono prerequisiti della ricostruzione.
ONU – Final Gaza Rapid Damage and Needs Assessment

Nazioni Unite – Rapporto Gaza Strip Rapid Damage and Needs Assessment
Fonte utile anche per i dati sugli oltre 1,9 milioni di sfollati interni e sull’entità complessiva della crisi.
ONU – Gaza Strip Rapid Damage and Needs Assessment

UNEP – Sustainable Debris Management in Gaza
Pagina tecnica dell’ONU dedicata specificamente alla gestione delle macerie. UNEP spiega metodologie di quantificazione, riciclaggio, movimentazione e pianificazione della rimozione dei detriti.
UNEP – Sustainable Debris Management in Gaza

UNEP – Gestione sostenibile delle macerie nei territori colpiti da guerre e disastri
Spiega perché enormi quantità di detriti rappresentano un ostacolo alla ricostruzione e perché servono valutazione, mappatura, rimozione e riciclaggio.
UNEP – Sustainable Debris Management

UNEP – Valutazione ambientale sulla guerra a Gaza
Documenta i rischi derivanti da ordigni inesplosi, amianto, rifiuti industriali e sanitari e altri materiali pericolosi presenti tra le macerie.
UNEP – Environmental Impact of the Conflict in Gaza

UNEP – 61 milioni di tonnellate di macerie nella valutazione del 2025
Il rapporto raccomanda espressamente la rimozione e, per quanto possibile, il riciclaggio dei detriti, oltre allo smaltimento sicuro delle munizioni.
UNEP – Environmental damage in Gaza Strip

Queste fonti permettono di formulare una critica più precisa: non dimostrano che Euro-Med abbia necessariamente torto sull’eventuale alterazione di specifici siti, ma dimostrano che la semplice rimozione delle macerie non può essere presentata, da sola, come prova di un’operazione di occultamento, dato che ONU, UE, Banca Mondiale e UNEP considerano la gestione dei detriti indispensabile per accesso umanitario e ricostruzione.

QUANDO LA PROPAGANDA MARXISTA USA LE TRAGEDIE UMANE PER I PROPRI SCOPI: CHE VERGOGNA

0

Ceuta, morti e dispersi trasformati in una leva emotiva: il dolore delle famiglie merita rispetto, ma non può essere usato per cancellare le domande sul collasso del confine, sulle responsabilità politiche e sul ruolo dei social network

CEUTA, LA PROPAGANDA DELLE LACRIME: QUANDO I DISPERSI DIVENTANO LO SCHERMO PER NASCONDERE IL COLLASSO DEL CONFINE

Il dramma delle famiglie è reale. Ma proprio per questo non può diventare uno strumento per cancellare le domande sulle responsabilità politiche, sulla mobilitazione attraverso i social e sul cedimento di una frontiera europea

C’è un modo molto efficace per impedire che l’opinione pubblica faccia domande scomode: spostare il dibattito dai fatti alle emozioni.

È ciò che sta accadendo intorno alla crisi di Ceuta.

Le immagini provenienti da Fnideq, in Marocco, sono potenti: famiglie che mostrano fotografie dei propri cari, madri che aspettano notizie dei figli, persone che controllano i rimpatriati nella speranza di riconoscere un volto.

Sono immagini drammatiche.

E nessuno dovrebbe deridere o minimizzare il dolore di chi non sa se un figlio sia vivo o morto.

Ma proprio il rispetto per queste persone impone una domanda fondamentale: come siamo arrivati fin qui?

Perché raccontare solamente l’ultimo capitolo della vicenda — i morti, i dispersi, le madri disperate — senza interrogarsi seriamente su ciò che è accaduto prima significa trasformare una tragedia umana in una gigantesca operazione di rimozione politica.

Ed è qui che entra in gioco una tecnica comunicativa ricorrente in una parte della narrazione ideologica sulla migrazione: la sostituzione dell’analisi con l’emozione.

Non si discute più di frontiere.

Non si discute più di responsabilità.

Non si discute più di sicurezza.

Non si discute più del ruolo dei social network.

Non si discute più di come decine di migliaia di persone abbiano potuto concentrarsi contemporaneamente verso una minuscola frontiera europea.

Si mostra una madre.

E improvvisamente qualsiasi domanda sul resto rischia di essere dipinta come cinica o disumana.

Ma la politica non può funzionare così.

Il fatto che nessuna fotografia può cancellare

La prima cosa da ricordare è la dimensione assolutamente eccezionale di quanto accaduto.

Secondo Reuters, circa 72.000 persone hanno raggiunto Ceuta nell’arco di una settimana durante la crisi iniziata alla fine di luglio.

Numeri enormi rispetto alle dimensioni della città.

Ceuta ha una popolazione di poco superiore agli 80.000 abitanti.

Significa che nell’arco di pochissimo tempo è arrivato un numero di persone paragonabile quasi all’intera popolazione residente.

Questa non è una normale oscillazione dei flussi migratori.

È un evento straordinario che riguarda direttamente la sicurezza di una frontiera esterna dell’Unione Europea.

Ed è proprio questo il punto che rischia di scomparire dietro il racconto esclusivamente umanitario.

Ceuta non è soltanto una città sulla costa africana.

È territorio spagnolo.

Di conseguenza è territorio dell’Unione Europea.

Quando il suo confine viene attraversato in massa, ciò che accade non riguarda soltanto Madrid o Rabat.

Riguarda l’intero sistema europeo di libera circolazione.

La domanda proibita: come è stato possibile?

Davanti a una mobilitazione di queste dimensioni, la prima domanda dovrebbe essere semplicissima:

come è stato possibile?

Decine di migliaia di persone non compaiono improvvisamente nello stesso punto geografico per coincidenza.

Serve una dinamica di mobilitazione.

Serve la diffusione di informazioni.

Serve la convinzione collettiva che attraversare il confine sia possibile.

Ed è particolarmente significativo che persino le ricostruzioni concentrate sul dramma dei dispersi riconoscano il ruolo avuto dai social network.

Le piattaforme che oggi vengono utilizzate per pubblicare fotografie e appelli alla ricerca degli scomparsi sarebbero state utilizzate precedentemente anche per diffondere informazioni e messaggi sull’opportunità di raggiungere Ceuta.

Questa circostanza dovrebbe essere al centro dell’inchiesta giornalistica.

Chi ha originato quei messaggi?

Quanto rapidamente sono diventati virali?

Erano spontanei oppure amplificati?

Quali informazioni circolavano?

Perché così tante persone hanno creduto contemporaneamente che fosse possibile raggiungere la Spagna attraverso Ceuta?

Sono domande fondamentali.

E porle non significa criminalizzare i migranti.

Significa cercare di comprendere un evento.

Il confine che improvvisamente non esiste più

C’è poi un secondo problema ancora più grave.

Se decine di migliaia di persone sono riuscite a raggiungere Ceuta nell’arco di pochissimo tempo, bisogna interrogarsi sull’efficacia del dispositivo di frontiera.

Il confine tra Marocco e Ceuta è uno dei più sensibili del Mediterraneo.

Non è un sentiero dimenticato in mezzo alle montagne.

È una frontiera sorvegliata, politicamente delicatissima e conosciuta da decenni come uno dei principali punti di pressione migratoria verso l’Europa.

Come può quindi un sistema progettato proprio per controllare quella frontiera trovarsi improvvisamente travolto?

La risposta non può essere semplicemente:

“Guardate le famiglie dei dispersi”.

Le due questioni possono e devono convivere.

Si può provare compassione per una madre marocchina che cerca suo figlio e contemporaneamente chiedere conto alle autorità di quanto accaduto.

Anzi: proprio perché esistono morti e dispersi, quelle domande diventano ancora più necessarie.

Il ruolo del Marocco

Esiste inoltre un’altra questione politicamente esplosiva: il comportamento delle autorità marocchine.

Marocco e Spagna cooperano da anni sul controllo dell’immigrazione irregolare.

Rabat svolge quindi un ruolo essenziale nel contenimento delle partenze e nel controllo della frontiera.

Quando questa cooperazione funziona, la pressione può essere contenuta.

Quando viene meno, le conseguenze possono essere immediate.

È quindi inevitabile chiedersi cosa sia accaduto nei giorni precedenti alla crisi.

Le autorità marocchine disponevano di informazioni sull’enorme concentrazione di persone?

Quando hanno compreso ciò che stava succedendo?

Quali misure sono state adottate?

Madrid era stata informata?

Sono esistiti segnali d’allarme ignorati?

Domande politiche.

Non slogan.

E Madrid cosa sapeva?

La stessa attenzione deve essere rivolta al governo spagnolo.

Una mobilitazione di questa portata difficilmente può essere trattata come un fenomeno completamente imprevedibile.

Quando migliaia di persone iniziano a spostarsi verso una frontiera, esistono intelligence, polizia, Guardia Civil, autorità locali e cooperazione internazionale proprio per intercettare i segnali.

Per questo bisogna ricostruire una cronologia precisa.

Quando Madrid ha ricevuto le prime informazioni?

Quando è stato compreso che non si trattava di poche centinaia di persone?

Quando sono stati rafforzati i dispositivi di sicurezza?

Erano disponibili uomini e mezzi sufficienti?

Quali comunicazioni sono intercorse tra Spagna e Marocco?

Sono domande che riguardano direttamente la responsabilità politica.

Ed è precisamente questo livello di analisi che rischia di essere soffocato quando tutto viene ridotto alla dimensione emotiva.

I morti: attenzione alla guerra dei numeri

Il capitolo più delicato riguarda inevitabilmente le vittime.

Ed è proprio qui che il giornalismo dovrebbe mostrare la massima prudenza.

Sono circolate cifre differenti.

Reuters ha riferito di almeno 75 morti, mentre altre ricostruzioni hanno indicato bilanci superiori distinguendo tra corpi recuperati nelle acque spagnole e marocchine.

È quindi necessario evitare un errore molto comune: trasformare immediatamente la cifra più alta disponibile nel “numero ufficiale”.

Esistono categorie differenti:

corpi recuperati;

vittime identificate;

segnalazioni delle ONG;

persone dichiarate disperse;

stime delle autorità;

testimonianze delle famiglie.

Non sono la stessa cosa.

Il bilancio può purtroppo aumentare, ma proprio per rispetto dei morti bisogna utilizzare numeri verificabili e attribuire sempre ogni cifra alla fonte che l’ha fornita.

La tragedia non ha bisogno di essere gonfiata.

È già abbastanza grave.

I bambini: la domanda che manca

Uno degli elementi emotivamente più potenti del racconto riguarda i minori.

Secondo le testimonianze raccolte, a Ceuta sarebbero arrivati anche bambini molto piccoli, alcuni dei quali avrebbero chiesto un telefono per chiamare le proprie madri.

È un’immagine devastante.

Ma anche in questo caso l’emozione non può rappresentare la conclusione dell’analisi.

Deve rappresentarne l’inizio.

Se un bambino di dieci o dodici anni attraversa una frontiera internazionale in mezzo a un movimento di massa, bisogna chiedersi:

come è arrivato lì?

Chi lo accompagnava?

Chi gli ha indicato la strada?

Chi gli ha fatto credere che fosse possibile entrare in Europa?

Perché non è stato fermato prima?

Dove erano gli adulti responsabili?

Quale rete di informazioni ha reso possibile una decisione tanto pericolosa?

Limitarsi a mostrare il bambino dopo l’arrivo significa raccontare soltanto metà della storia.

E l’altra metà potrebbe essere quella decisiva per impedire che accada nuovamente.

La propaganda emotiva funziona sempre allo stesso modo

Il meccanismo comunicativo è antico.

Quando un problema politico complesso viene trasformato in una singola storia personale, il cervello umano tende naturalmente a concentrarsi sulla persona.

Una madre che piange produce più coinvolgimento di una tabella sugli ingressi.

La fotografia di un bambino produce più emozione di un rapporto sulla sicurezza delle frontiere.

È perfettamente comprensibile.

Il problema nasce quando questo meccanismo viene utilizzato per suggerire implicitamente che discutere del quadro generale sia moralmente illegittimo.

A quel punto non siamo più davanti all’empatia.

Siamo davanti alla manipolazione attraverso l’empatia.

Si costruisce una falsa alternativa:

o provi compassione per i migranti;

oppure difendi le frontiere.

Ma è un’alternativa assurda.

Si possono fare entrambe le cose.

È possibile salvare chi rischia di annegare e contemporaneamente impedire partenze illegali.

È possibile assistere un minore e contemporaneamente chiedere come sia arrivato illegalmente alla frontiera.

È possibile rispettare una madre che cerca suo figlio e contemporaneamente pretendere responsabilità dai governi.

La reazione italiana dimostra che il problema è europeo

La crisi ha avuto conseguenze anche oltre la Spagna.

L’Italia ha temporaneamente reintrodotto controlli sui collegamenti provenienti dalla Spagna, soprattutto nei confronti dei cittadini extra-UE.

È importante essere precisi.

Non significa che l’Italia abbia “abolito Schengen con la Spagna”.

Il sistema Schengen permette in determinate circostanze il ripristino temporaneo dei controlli.

Ma proprio l’attivazione di questo strumento dimostra la dimensione europea della crisi.

Perché se un’enorme quantità di persone entra irregolarmente in territorio spagnolo, successivamente può tentare di raggiungere altri Stati dell’area Schengen.

Il problema quindi non termina a Ceuta.

Comincia a Ceuta.

Schengen funziona soltanto se funzionano le frontiere esterne

Qui emerge una delle contraddizioni fondamentali della politica migratoria europea.

Schengen elimina normalmente i controlli sistematici alle frontiere interne perché presuppone che le frontiere esterne dell’area siano controllate efficacemente.

È un principio elementare.

Se una frontiera esterna collassa, inevitabilmente aumenta la pressione politica affinché gli Stati ripristinino controlli interni.

In altre parole:

senza frontiere esterne credibili, prima o poi diventano inevitabili nuove frontiere interne.

È questo uno dei grandi paradossi dell’immigrazione incontrollata.

Chi sostiene di voler difendere la libera circolazione europea dovrebbe essere tra i primi a chiedere frontiere esterne efficaci.

La responsabilità non scompare davanti a una fotografia

Il problema del racconto proveniente da Fnideq non sono dunque le fotografie.

Quelle fotografie devono essere mostrate.

Quelle famiglie meritano risposte.

Il problema nasce quando la fotografia diventa un sostituto dell’inchiesta.

Quando una madre che cerca il figlio viene implicitamente utilizzata come argomento politico contro chiunque chieda:

chi ha lasciato collassare il confine?

Chi ha diffuso gli appelli sui social?

Chi sapeva?

Quando lo sapeva?

Perché non è intervenuto?

Qual è stato il ruolo delle autorità marocchine?

Qual è stata la risposta del governo spagnolo?

Quali conseguenze avrà tutto questo sul sistema Schengen?

Sono queste le domande che una democrazia dovrebbe pretendere.

La vera compassione consiste nell’impedire che accada ancora

C’è infine un paradosso che dovrebbe essere evidente.

Se davvero ci preoccupano quelle madri, quei bambini, quei dispersi e quei morti, allora la priorità dovrebbe essere impedire che migliaia di persone tentino nuovamente un attraversamento di massa tanto pericoloso.

Lasciare che si diffonda la convinzione che sia sufficiente raggiungere una frontiera europea in numero abbastanza elevato per superarla crea un incentivo potentissimo.

E quell’incentivo può uccidere.

Può spingere adolescenti verso il mare.

Può convincere bambini a seguire gruppi di adulti.

Può alimentare trafficanti e intermediari.

Può trasformare una voce diffusa sui social in una tragedia.

Per questo il controllo della frontiera non è l’opposto dell’umanità.

Può essere uno degli strumenti necessari per evitare altre vittime.

Conclusione: le lacrime non cancellino le responsabilità

Il dolore delle famiglie di Fnideq è autentico.

I morti sono autentici.

I dispersi sono autentici.

Nessuno dovrebbe utilizzarli come bersaglio politico.

Ma proprio per questo nessuno dovrebbe utilizzarli nemmeno come scudo politico.

La tragedia di Ceuta non può essere raccontata soltanto attraverso fotografie, testimonianze e lacrime.

Bisogna ricostruire ciò che è successo prima.

Bisogna capire il ruolo dei social network.

Bisogna stabilire cosa sapessero le autorità marocchine.

Bisogna stabilire cosa sapesse Madrid.

Bisogna comprendere perché il dispositivo di frontiera sia stato travolto.

Bisogna verificare con rigore il numero delle vittime.

Bisogna stabilire come tanti minori siano riusciti ad arrivare fino a Ceuta.

E bisogna comprendere perché altri Paesi europei abbiano ritenuto necessario reagire.

**L’emozione racconta il dolore.

L’inchiesta stabilisce le responsabilità.**

Una stampa che mostra soltanto la prima e dimentica sistematicamente la seconda non sta raccontando tutta la storia.

E quando l’emozione diventa lo strumento con cui impedire le domande, non siamo più davanti all’informazione.

Siamo davanti alla propaganda.


FONTI

Reuters – Spain’s Ceuta seeks transfer of unaccompanied migrant minors to mainland Spain after mass arrivals, 5 agosto 2026.

The Guardian – Hundreds in Morocco gather near Ceuta border in anxious wait for missing loved ones, 5 agosto 2026.

Cadena SER – Copertura e aggiornamenti sulla crisi di Ceuta e sul recupero delle vittime.

Ministerio del Interior – Gobierno de España – Informazioni istituzionali sul controllo delle frontiere e sulla situazione migratoria.

Guardia Civil – Comunicazioni ufficiali relative alla gestione della crisi e alla ricerca delle persone scomparse.

Commissione Europea – Normativa e informazioni sullo spazio Schengen e sulla possibilità di reintroduzione temporanea dei controlli alle frontiere interne.

UNICEF España – Informazioni e dichiarazioni relative alla situazione dei minori coinvolti nella crisi.

FONTI E APPROFONDIMENTI

Reuters – Aggiornamenti sulla crisi migratoria di Ceuta e sui minori non accompagnati
https://www.reuters.com/world/europe/spains-ceuta-seeks-transfer-unaccompanied-migrant-minors-mainland-spain-after-2026-08-05/

The Guardian – Famiglie marocchine alla ricerca dei dispersi dopo gli attraversamenti verso Ceuta
https://www.theguardian.com/world/2026/aug/05/hundreds-in-morocco-gather-near-ceuta-border-in-anxious-wait-for-missing-loved-ones

Reuters – Reintroduzione temporanea dei controlli italiani dopo la crisi di Ceuta
https://www.reuters.com/world/italy-suspends-eu-schengen-free-travel-pact-with-spain-over-ceuta-crisis-2026-07-31/

Cadena SER – Notizie e aggiornamenti dalla Spagna
https://cadenaser.com/

Ministero dell’Interno spagnolo – Informazioni ufficiali su immigrazione, frontiere e sicurezza
https://www.interior.gob.es/

Guardia Civil – Comunicazioni e informazioni ufficiali
https://www.guardiacivil.es/

UNICEF España – Informazioni sulla tutela dei minori
https://www.unicef.es/

Commissione Europea – Schengen, migrazione e gestione delle frontiere
https://home-affairs.ec.europa.eu/policies/schengen-borders-and-visa_en

Frontex – Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera
https://www.frontex.europa.eu/

Gobierno de Ceuta – Portale istituzionale della Città Autonoma di Ceuta
https://www.ceuta.es/

LA SOLITA PROPAGANDA MARXISTA MISTIFICA I FATTI: il caso FIFA diventa una trama Trump-Kushner-Giordania-Iran

0

Accuse reali contro Infantino, rapporti politici realmente esistenti e un salto logico tutto da dimostrare: così una controversia sulla governance della FIFA viene trasformata nell’ennesima narrazione geopolitica contro Donald Trump

🚨 FIFA, TRUMP E GIORDANIA: QUANDO I FATTI FINISCONO E COMINCIA LA NARRATIVA

La tecnica è sempre la stessa: prendere alcuni fatti reali, metterli uno accanto all’altro e trasformare le coincidenze in una trama politica.

Il principe Ali bin Al Hussein ha realmente accusato la FIFA di “ricatto”, sostenendo che gli sarebbe stato comunicato verbalmente che appoggiare la rielezione di Infantino avrebbe aiutato la federazione giordana.

È un’accusa seria e va investigata.

Ma da qui parte il salto mortale della narrativa.

Thrive Capital → Josh Kushner → fratello di Jared Kushner → genero di Trump → quindi Trump.

Peccato che FIFA abbia persino precisato che Jared Kushner non era un investitore nell’operazione.

E non stavano neppure “vendendo il Mondiale”: il progetto riguardava una partecipazione minoritaria in una struttura commerciale controllata dalla FIFA, mentre governance e competizioni sarebbero rimaste sotto il controllo FIFA.

Poi arriva il capolavoro:

Trump sarebbe rimasto in silenzio perché avrebbe bisogno di re Abdullah e della Giordania contro l’Iran.

Prova? Nessuna.

Che USA e Giordania siano alleati strategici è un fatto.

Che Trump abbia rapporti con Abdullah è un fatto.

Che Infantino abbia rapporti con Trump è un fatto.

Che Josh Kushner sia fratello del genero di Trump è un fatto.

Ma mettere quattro fatti veri in fila non rende vera una quinta affermazione inventata per collegarli.

Se esistono documenti che dimostrano che Trump abbia deciso di non sostenere Infantino per non irritare Abdullah, mostrateli.

Altrimenti si chiama speculazione politica, non informazione.

La vicenda FIFA merita un’inchiesta seria.

Proprio per questo non ha bisogno di essere trasformata nell’ennesimo diagramma:

KUSHNER → TRUMP → GIORDANIA → IRAN.

I fatti prima della propaganda.

🚨 FIFA, TRUMP E GIORDANIA: QUANDO I FATTI FINISCONO E COMINCIA LA NARRATIVA

La tecnica è sempre la stessa: prendere alcuni fatti reali, metterli uno accanto all’altro e trasformare le coincidenze in una trama politica.

Il principe Ali bin Al Hussein ha realmente accusato la FIFA di “ricatto”, sostenendo che gli sarebbe stato comunicato verbalmente che appoggiare la rielezione di Infantino avrebbe aiutato la federazione giordana.

È un’accusa seria e va investigata.

Ma da qui parte il salto mortale della narrativa.

Thrive Capital → Josh Kushner → fratello di Jared Kushner → genero di Trump → quindi Trump.

Peccato che FIFA abbia persino precisato che Jared Kushner non era un investitore nell’operazione.

E non stavano neppure “vendendo il Mondiale”: il progetto riguardava una partecipazione minoritaria in una struttura commerciale controllata dalla FIFA, mentre governance e competizioni sarebbero rimaste sotto il controllo FIFA.

Poi arriva il capolavoro:

Trump sarebbe rimasto in silenzio perché avrebbe bisogno di re Abdullah e della Giordania contro l’Iran.

Prova? Nessuna.

Che USA e Giordania siano alleati strategici è un fatto.

Che Trump abbia rapporti con Abdullah è un fatto.

Che Infantino abbia rapporti con Trump è un fatto.

Che Josh Kushner sia fratello del genero di Trump è un fatto.

Ma mettere quattro fatti veri in fila non rende vera una quinta affermazione inventata per collegarli.

Se esistono documenti che dimostrano che Trump abbia deciso di non sostenere Infantino per non irritare Abdullah, mostrateli.

Altrimenti si chiama speculazione politica, non informazione.

La vicenda FIFA merita un’inchiesta seria.

Proprio per questo non ha bisogno di essere trasformata nell’ennesimo diagramma:

KUSHNER → TRUMP → GIORDANIA → IRAN.

I fatti prima della propaganda.

FIFA, Infantino, Trump e Giordania: quando dai fatti si passa alla costruzione della narrativa

Il caso Ali bin Al Hussein è reale. Il resto della storia va dimostrato

C’è un metodo narrativo diventato sempre più frequente nel racconto politico contemporaneo: partire da alcuni fatti autentici, selezionarli accuratamente, collegarli attraverso rapporti personali o familiari e arrivare infine a una conclusione geopolitica che nessuna delle fonti citate dimostra realmente.

La controversia esplosa intorno alla FIFA, a Gianni Infantino e al presidente della federazione calcistica giordana, il principe Ali bin Al Hussein, rappresenta un esempio particolarmente interessante.

Il punto deve essere chiarito immediatamente: le accuse rivolte da Ali bin Al Hussein alla FIFA sono reali, pubbliche e molto gravi.

Non c’è quindi alcuna ragione per nasconderle o minimizzarle.

Ma proprio perché sono accuse gravi bisogna evitare di utilizzarle come trampolino per costruire una storia completamente diversa, nella quale entrano improvvisamente Donald Trump, Joshua Kushner, Jared Kushner, re Abdullah II, l’Iran e la strategia militare americana in Medio Oriente.

Una cosa è raccontare lo scontro interno alla FIFA.

Un’altra è sostenere implicitamente l’esistenza di una catena politica:

Infantino → Kushner → Trump → Giordania → Iran.

Per trasformare questa sequenza in una ricostruzione giornalistica servono prove.

Altrimenti abbiamo una serie di fatti autentici collegati da supposizioni.

Ed è precisamente qui che bisogna separare informazione, interpretazione e propaganda.


1. Partiamo dai fatti: cosa ha realmente accusato Ali bin Al Hussein?

Il 4 agosto 2026 il principe Ali bin Al Hussein, presidente della Jordan Football Association ed ex vicepresidente FIFA, ha lanciato un’accusa pesantissima contro la gestione della FIFA guidata da Gianni Infantino.

Secondo quanto riportato anche da Reuters, Ali ha denunciato una serie di problemi incontrati dalla federazione giordana in occasione della sua prima partecipazione a un Mondiale.

Tra le questioni indicate figurano le difficoltà incontrate da alcuni tifosi giordani nell’ottenere i visti per entrare negli Stati Uniti, problematiche fiscali collegate alla partecipazione al torneo e il mancato pagamento di somme relative alla FIFA Arab Cup.

Il passaggio politicamente più esplosivo arriva però dopo.

Ali sostiene che, durante il Mondiale, gli sarebbe stato comunicato verbalmente che un suo endorsement alla candidatura di Infantino avrebbe contribuito in maniera significativa ad aiutare la federazione giordana.

Da qui la sua conclusione: l’intera situazione, secondo Ali, equivarrebbe a un “blackmail”, cioè a un ricatto.

L’accusa è estremamente seria.

Ma bisogna utilizzare le parole con precisione.

Ali bin Al Hussein ha accusato la FIFA di ricatto.

Non significa che il ricatto sia già stato provato.

Al momento stiamo parlando della denuncia pubblica di una delle figure più importanti del calcio asiatico e internazionale. Una denuncia che merita certamente chiarimenti, verifiche e, se necessario, un’indagine.

Trasformare automaticamente un’accusa in un fatto definitivamente accertato sarebbe però giornalisticamente scorretto.

Il principio dovrebbe valere indipendentemente da chi sia l’accusato.


2. Infantino vuole davvero essere rieletto nel 2027

Su un secondo elemento della vicenda non esistono particolari dubbi.

Gianni Infantino ha annunciato ufficialmente la propria intenzione di candidarsi nuovamente alla presidenza FIFA nel 2027.

Lo ha comunicato durante il 76° Congresso FIFA tenutosi a Vancouver.

Non si tratta quindi di un’indiscrezione giornalistica.

È una candidatura annunciata pubblicamente dallo stesso Infantino.

Anche questo elemento rende naturalmente molto più delicata l’accusa proveniente dalla Giordania.

Se fosse dimostrato che strumenti economici o amministrativi della FIFA sono stati utilizzati per ottenere sostegno elettorale, la questione sarebbe gravissima.

Ma questo deve essere dimostrato.

Ed è importante sottolinearlo perché non occorre inventare complotti geopolitici per considerare seria la vicenda.

La vicenda FIFA è già abbastanza importante da sola.


3. La crisi di Infantino è reale

Sarebbe altrettanto sbagliato sostenere che le polemiche contro Infantino siano completamente inventate.

Il presidente FIFA attraversa effettivamente una delle fasi politicamente più complicate della propria gestione.

L’accusa proveniente dalla Giordania è arrivata nel mezzo di una controversia molto più ampia riguardante il progetto FIFA Forward Enterprise.

Il progetto aveva provocato fortissime resistenze nel mondo calcistico.

Anche figure interne o vicine alla struttura FIFA hanno manifestato perplessità, mentre il piano ha incontrato l’opposizione di importanti componenti del calcio internazionale.

Quindi il quadro generale è autentico:

Infantino è sotto pressione.

Ma essere sotto pressione non dimostra automaticamente l’esistenza della trama politica che alcuni commentatori stanno cercando di costruire intorno a Trump.


4. Che cos’era realmente FIFA Forward Enterprise?

Qui comincia uno dei primi problemi della narrativa.

Il progetto viene spesso sintetizzato con formule del tipo:

“Infantino voleva vendere quote del Mondiale.”

È una definizione efficace sul piano comunicativo, ma incompleta sul piano societario.

Il progetto prevedeva la creazione di una nuova struttura commerciale, FIFA Forward Enterprise, nella quale investitori privati avrebbero potuto acquisire una partecipazione minoritaria.

Secondo le informazioni pubblicate sulla vicenda, la nuova entità avrebbe concentrato importanti attività commerciali della FIFA, comprese quelle legate alle competizioni.

La valutazione iniziale indicata era nell’ordine dei 20 miliardi di dollari, con l’ipotesi di raccogliere circa 4,2 miliardi attraverso investitori esterni.

La FIFA avrebbe comunque mantenuto una posizione di controllo.

Questo non significa che le critiche fossero infondate.

Al contrario.

La domanda politica e sportiva era enorme:

fino a che punto è opportuno permettere al capitale privato di entrare nella struttura economica che gestisce gli asset commerciali del calcio mondiale?

È un dibattito assolutamente legittimo.

UEFA, AFC e altre componenti del calcio internazionale hanno sollevato obiezioni importanti riguardanti governance, trasparenza, consultazione e struttura dell’operazione.

Ma raccontare tutto semplicemente come la “vendita del Mondiale” rischia di eliminare le distinzioni fondamentali.

Non si stava vendendo la proprietà della Coppa del Mondo come se fosse un normale bene aziendale.

Si discuteva dell’ingresso di investitori privati in una nuova struttura commerciale collegata agli asset FIFA.

È comunque una scelta discutibile.

Ma è una cosa diversa.


5. L’opposizione dell’AFC è vera

Anche l’opposizione proveniente dall’Asian Football Confederation non è un’invenzione.

L’AFC ha espresso fortissime preoccupazioni sul progetto, contestando in particolare il metodo seguito dalla FIFA, la mancanza di consultazione e la trasparenza dell’intera operazione.

È un elemento politicamente molto significativo perché il calcio asiatico rappresenta un blocco importante nell’equilibrio elettorale della FIFA.

Questo può quindi diventare un problema molto serio per Infantino in vista delle elezioni del 2027.

Ma anche qui occorre fermarsi davanti ai fatti.

L’opposizione dell’AFC al progetto FIFA Forward Enterprise non dimostra automaticamente che esista un fronte geopolitico costruito intorno a Trump.

È uno scontro sulla governance del calcio mondiale.

Può certamente avere implicazioni politiche.

Ma le implicazioni vanno dimostrate, non semplicemente immaginate.


6. Arriva Joshua Kushner. E improvvisamente compare Trump

Uno dei potenziali investitori dell’operazione era Thrive, realtà finanziaria guidata da Joshua Kushner.

Ed è qui che il racconto cambia improvvisamente registro.

Joshua Kushner è il fratello di Jared Kushner.

Jared Kushner è il marito di Ivanka Trump.

Ivanka Trump è la figlia di Donald Trump.

Tutto vero.

Ma la domanda decisiva è un’altra:

quale prova dimostra che Donald Trump controllasse, dirigesse o avesse ordinato l’operazione finanziaria?

Essere imparentati con qualcuno non significa rappresentarne automaticamente gli interessi politici.

Se adottassimo questo criterio come standard giornalistico, qualsiasi investimento effettuato da una società guidata da un parente di un politico diventerebbe automaticamente un’operazione politica del governo.

Non funziona così.

Per dimostrare un coinvolgimento di Trump servirebbero elementi molto più concreti:

un incontro documentato sull’operazione;

un’indicazione proveniente dalla Casa Bianca;

un intervento dell’amministrazione;

una comunicazione;

un investimento riconducibile direttamente al presidente;

un’attività di lobbying documentata;

oppure una testimonianza verificabile che dimostri il coordinamento.

Senza elementi di questo genere rimane semplicemente una relazione familiare.

Joshua Kushner non è Donald Trump.

Thrive non è la Casa Bianca.

E soprattutto:

essere fratello del genero del presidente non trasforma automaticamente un fondo d’investimento in uno strumento della politica estera americana.


7. Il rapporto Trump-Infantino esiste

Anche in questo caso è inutile negare l’evidenza.

Donald Trump e Gianni Infantino hanno sviluppato negli anni un rapporto pubblico molto stretto.

Il presidente FIFA ha avuto numerosi rapporti con Trump, particolarmente evidenti nell’ambito dell’organizzazione della Coppa del Mondo 2026 negli Stati Uniti, Canada e Messico.

Questo rapporto può naturalmente essere criticato.

Si può discutere sull’opportunità che il presidente della FIFA mostri una tale vicinanza a un capo di Stato.

Si può discutere della politicizzazione del calcio.

Si può discutere dei rapporti tra FIFA e governi.

Tutto legittimo.

Ma ancora una volta:

un rapporto stretto non dimostra automaticamente una regia politica.

La differenza tra correlazione e causalità dovrebbe essere uno dei principi fondamentali del giornalismo.


8. Poi entra in scena re Abdullah II

La seconda parte della narrazione compie un ulteriore salto.

Il ragionamento diventa sostanzialmente questo:

Trump è vicino a Infantino.

Trump è vicino anche a re Abdullah II.

Ali bin Al Hussein appartiene alla famiglia reale giordana.

La Giordania è strategicamente importante per Washington.

Dunque Trump non potrebbe difendere Infantino perché avrebbe bisogno della Giordania.

Il problema?

Manca il passaggio fondamentale:

la prova.

Che Stati Uniti e Giordania abbiano un rapporto strategico è incontestabile.

Washington e Amman cooperano da decenni sul piano diplomatico, militare, economico e dell’intelligence.

E la cooperazione è continuata e si è ulteriormente manifestata nel 2026.

Il 21 luglio la Casa Bianca ha annunciato un nuovo accordo commerciale con la Giordania.

Il testo dell’accordo parla esplicitamente di cooperazione sulla sicurezza economica, sui controlli alle esportazioni, sulla sicurezza degli investimenti e perfino dell’intenzione americana di facilitare e rafforzare il commercio nel settore della difesa.

Pochi giorni dopo, rappresentanti militari giordani e statunitensi hanno discusso ulteriormente l’approfondimento della cooperazione strategica.

Quindi non c’è alcun bisogno di inventare il rapporto USA-Giordania.

Il rapporto esiste ed è pubblico.

Ma proprio questo indebolisce la necessità di costruire retroscena fantasiosi.

Washington non ha bisogno di nascondere la propria partnership con Amman.

È una partnership dichiarata apertamente.


9. La Giordania e la crisi iraniana

Anche il collegamento con l’Iran contiene una parte autentica.

Nel marzo 2026 re Abdullah II e Donald Trump hanno discusso direttamente dell’escalation regionale.

La Giordania ha condannato gli attacchi iraniani contro il proprio territorio.

Successivamente Amman ha accolto positivamente l’accordo tra Stati Uniti e Iran per interrompere le operazioni militari e avviare negoziati.

A maggio Abdullah ha partecipato anche a una telefonata con Trump e altri leader regionali dedicata proprio alla necessità di mantenere il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran.

Sono fatti.

La Giordania rappresenta effettivamente un attore strategico importante nella sicurezza mediorientale.

Ma da questo non discende automaticamente che Trump abbia deciso di non intervenire pubblicamente nella crisi FIFA per non compromettere i rapporti con Abdullah.

Questa è un’ipotesi.

E un’ipotesi deve essere presentata come tale.


10. Attenzione anche alla storia delle “basi americane in Giordania”

C’è inoltre un dettaglio particolarmente interessante.

La narrativa sostiene che la Giordania avrebbe assunto un ruolo centrale nella guerra contro l’Iran “grazie alle sue basi militari”.

Ma il 17 luglio 2026 il ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi ha pubblicamente respinto proprio la formulazione secondo cui il paese ospiterebbe “basi militari americane”.

Safadi ha precisato che sul territorio giordano sono presenti forze statunitensi nell’ambito di un accordo bilaterale di cooperazione militare, ma ha contestato la definizione di “basi USA”.

Si può naturalmente discutere della distinzione politica o semantica.

Resta però un dato interessante: persino la premessa utilizzata per costruire la teoria viene presentata in termini più categorici di quelli adottati ufficialmente dalla stessa Giordania.

Questo è precisamente il tipo di dettaglio che dovrebbe spingere alla prudenza.


11. “Trump è rimasto in silenzio”: il grande argomento costruito sul nulla

Arriviamo così alla parte più debole dell’intera costruzione.

Trump sarebbe rimasto in silenzio.

E questo silenzio diventerebbe una prova politica.

Ma il silenzio non dimostra praticamente nulla.

Un presidente degli Stati Uniti può non commentare una controversia FIFA per decine di ragioni.

Potrebbe non considerarla sufficientemente importante.

Potrebbe non voler intervenire in una controversia interna alla FIFA.

Potrebbe aspettare ulteriori informazioni.

Potrebbe non essere stato interrogato pubblicamente sulla questione.

Potrebbe decidere di commentarla successivamente.

Oppure potrebbe effettivamente avere considerazioni diplomatiche.

Tutte queste possibilità esistono.

Ma senza una fonte interna alla Casa Bianca, una dichiarazione di Trump o un documento che dimostri la motivazione, non sappiamo perché non abbia commentato.

Trasformare l’assenza di una dichiarazione in una prova è uno dei meccanismi più pericolosi della narrativa politica.

Perché produce una teoria impossibile da falsificare.

Se Trump parla, significa qualcosa.

Se Trump non parla, significa comunque qualcosa.

Qualunque comportamento diventa conferma della teoria.

Questo non è un metodo di verifica.

È un metodo narrativo.


12. La tecnica: fatti veri, collegamenti arbitrari

Ed eccoci al cuore del problema.

Osserviamo la sequenza.

Fatto 1: Ali bin Al Hussein accusa la FIFA di ricatto.

Vero.

Fatto 2: Infantino vuole essere rieletto nel 2027.

Vero.

Fatto 3: FIFA ha progettato l’ingresso di capitali privati in FIFA Forward Enterprise.

Vero.

Fatto 4: Joshua Kushner era collegato a uno dei potenziali investitori.

Vero.

Fatto 5: Joshua Kushner è fratello di Jared Kushner.

Vero.

Fatto 6: Jared Kushner è genero di Trump.

Vero.

Fatto 7: Infantino ha rapporti stretti con Trump.

Vero.

Fatto 8: Trump ha rapporti con re Abdullah II.

Vero.

Fatto 9: USA e Giordania sono partner strategici.

Vero.

Fatto 10: la Giordania ha avuto un ruolo importante nella crisi regionale con l’Iran.

Vero.

Poi arriva la conclusione:

Trump non difende Infantino perché ha bisogno della Giordania contro l’Iran.

Ed è proprio questa la parte che deve essere dimostrata.

Dieci fatti autentici non dimostrano automaticamente l’undicesimo.

È possibile costruire praticamente qualsiasi teoria politica utilizzando questo sistema.


13. Il classico errore della “colpa per associazione”

Il meccanismo utilizzato ricorda una delle tecniche retoriche più antiche della propaganda politica: la colpa per associazione.

A conosce B.

B conosce C.

C è parente di D.

D ha rapporti con E.

Quindi A agisce nell’interesse di E.

Il problema è evidente.

Le élite politiche, finanziarie, sportive e diplomatiche mondiali sono inevitabilmente interconnesse.

Presidenti, imprenditori, fondi d’investimento, federazioni sportive e famiglie politicamente influenti si incontrano continuamente.

La semplice esistenza di una relazione non dimostra la natura della relazione.

Servono documenti.

Servono decisioni.

Servono flussi finanziari.

Servono comunicazioni.

Servono testimonianze.

Servono elementi verificabili.

Altrimenti si passa dal giornalismo alla costruzione narrativa.


14. Criticare Infantino non significa dover inventare Trump

Questo è forse il paradosso maggiore.

Esistono già moltissime ragioni per discutere criticamente della gestione Infantino.

La governance FIFA.

Il progetto FIFA Forward Enterprise.

L’ingresso dei capitali privati.

La trasparenza.

Il rapporto con le federazioni.

La concentrazione del potere.

Le accuse provenienti dalla Giordania.

Le tensioni con UEFA e AFC.

Il processo elettorale del 2027.

Sono tutte questioni enormi.

Perché allora trasformarle necessariamente in una storia su Trump?

Perché inserire il presidente americano attraverso il fratello del genero?

È qui che emerge il filtro ideologico.

Un fatto diventa interessante soltanto se può essere inserito nella narrativa politica desiderata.

E così una crisi della governance FIFA diventa:

Kushner.

Poi Trump.

Poi Abdullah.

Poi Iran.

Il calcio scompare quasi completamente.


15. Trump e la Giordania: alleanza reale, non misteriosa

La cosa più curiosa è che non serve alcuna teoria per dimostrare quanto siano importanti i rapporti tra Washington e Amman.

Sono pubblici.

Nel luglio 2026 gli Stati Uniti e la Giordania hanno ulteriormente rafforzato la propria cooperazione economica e strategica.

I vertici militari dei due paesi continuano a incontrarsi.

La Giordania partecipa alla stabilizzazione regionale.

Trump e Abdullah comunicano direttamente.

Tutto questo è documentato.

Ma proprio perché il rapporto è così evidente, utilizzarlo come spiegazione automatica di qualsiasi comportamento di Trump è metodologicamente scorretto.

Gli Stati Uniti intrattengono contemporaneamente rapporti strategici con decine di paesi.

Non significa che ogni dichiarazione o mancata dichiarazione del presidente americano possa essere spiegata attraverso uno di questi rapporti.


16. La posizione giordana sull’Iran è inoltre più complessa

C’è un’altra semplificazione da evitare.

Descrivere semplicemente la Giordania come uno strumento americano “contro l’Iran” non restituisce completamente la posizione diplomatica di Amman.

La Giordania ha condannato gli attacchi iraniani contro il proprio territorio e mantiene una strettissima cooperazione con Washington.

Ma contemporaneamente ha sostenuto la cessazione delle ostilità tra Stati Uniti e Iran e la ripresa della diplomazia.

Il 15 giugno il ministero degli Esteri giordano ha accolto positivamente l’accordo USA-Iran per interrompere le operazioni militari e avviare negoziati per un’intesa permanente.

Il 17 luglio Safadi ha ribadito la necessità di rispettare il cessate il fuoco e perseguire una soluzione diplomatica.

Quindi ridurre la posizione giordana a:

“Trump ha bisogno della Giordania per fare la guerra all’Iran”

è quantomeno semplicistico.

Amman cerca prima di tutto di proteggere la propria sicurezza e stabilità in una regione estremamente instabile.


17. Una cosa sono le accuse contro Infantino. Un’altra è la geopolitica immaginata

È quindi possibile sostenere contemporaneamente due cose.

La prima:

le accuse di Ali bin Al Hussein sono gravissime e meritano risposte immediate dalla FIFA.

La seconda:

non esistono, allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, prove sufficienti per sostenere che il comportamento di Trump nella vicenda dipenda dalla necessità di scegliere tra Infantino e re Abdullah in funzione della strategia contro l’Iran.

Le due affermazioni non sono in contraddizione.

Anzi.

Questa distinzione è precisamente ciò che dovrebbe separare l’analisi dalla propaganda.


18. Il vero scandalo FIFA non ha bisogno di essere trasformato in propaganda politica

Se la FIFA ha effettivamente condizionato l’assistenza a una federazione nazionale al sostegno elettorale verso Infantino, sarebbe uno scandalo enorme.

Se l’accusa fosse provata, sarebbe perfettamente legittimo chiedere conseguenze politiche e istituzionali.

Allo stesso modo è perfettamente legittimo contestare il progetto di apertura del business FIFA agli investitori privati.

Ed è legittimo interrogarsi sui rapporti tra sport, politica e finanza.

Ma una cosa è indagare questi rapporti.

Un’altra è sostituire le prove con una catena di associazioni.


Conclusione: il problema non sono i fatti, ma il filo invisibile che viene aggiunto tra i fatti

Il caso FIFA-Giordania mostra perfettamente come funziona una certa costruzione propagandistica.

Non è necessario inventare ogni elemento.

Anzi, la propaganda più efficace utilizza spesso fatti autentici.

Il trucco consiste nel modo in cui vengono collegati.

Ali accusa Infantino?

Vero.

Infantino vuole essere rieletto?

Vero.

Thrive è collegata a Joshua Kushner?

Vero.

Joshua è fratello di Jared?

Vero.

Jared è genero di Trump?

Vero.

Trump conosce Infantino?

Vero.

Trump parla con Abdullah?

Vero.

La Giordania coopera militarmente con Washington?

Vero.

La Giordania è stata coinvolta nella crisi iraniana?

Vero.

Ma da tutto questo non discende automaticamente:

Trump sta abbandonando Infantino perché ha bisogno di Abdullah contro l’Iran.

Quella è la tesi che deve essere provata.

E fino a quando non vengono prodotti documenti, testimonianze, comunicazioni o dichiarazioni capaci di stabilire quel nesso causale, deve essere presentata per quello che è:

un’interpretazione politica, non un fatto accertato.

La vicenda Infantino merita di essere investigata fino in fondo.

La FIFA deve rispondere alle accuse giordane.

Il progetto FIFA Forward Enterprise merita un dibattito serio sulla privatizzazione e sulla governance del calcio.

Ma proprio perché le questioni sono serie non c’è alcun bisogno di costruire l’ennesimo diagramma nel quale qualsiasi vicenda mondiale deve necessariamente terminare nello stesso punto:

KUSHNER → TRUMP → GIORDANIA → IRAN.

Il giornalismo dovrebbe procedere nella direzione opposta.

Prima i documenti.

Poi i collegamenti.

Infine le conclusioni.

Non il contrario.


FONTI E LINK

Reuters – Jordan FA chief accuses FIFA’s Infantino of “blackmail” over endorsement
https://www.reuters.com/sports/soccer/jordan-fa-chief-accuses-fifas-infantino-blackmail-over-endorsement-2026-08-04/

FIFA – Gianni Infantino announces candidacy for re-election in 2027
https://inside.fifa.com/organisation/president/news/gianni-infantino-president-reelection-2027-congress-vancouver

ANSA – Infantino ufficializza la candidatura alla presidenza FIFA nel 2027
https://www.ansa.it/sito/notizie/sport/calcio/2026/04/30/calcio-infantino-ufficializza-che-si-ricandidera-alla-presidenza-fifa_817ca266-a4b7-4345-bd13-c94edded8dcf.html

Financial Times – The week that shook football
https://www.ft.com/content/0b7081c3-2654-471c-b1b9-87c6f6369fb0

The Guardian – AFC attacks FIFA over the World Cup commercial plan
https://www.theguardian.com/football/2026/jul/30/fifa-uefa-world-cup-infantino

Capital Brief – FIFA plans minority stake in $20bn commercial entity
https://www.capitalbrief.com/briefing/fifa-plans-to-sell-minority-stake-in-usd20b-entity-uefa-cries-foul-e25ab568-9c89-43ad-9f01-ebf6dbcf8600/

Jordan News Agency – Trump and King Abdullah discuss regional developments and Iran
https://petra.gov.jo/en/news/king-in-call-with-us-president-discusses-regional-developments

Jordan News Agency – King Abdullah participates in call with Trump and regional leaders on US-Iran ceasefire
https://petra.gov.jo/en/news/king-participates-in-joint-call-with-president-trump-world-leaders

Jordan News Agency – Jordan welcomes US-Iran agreement and negotiations
https://www.petra.gov.jo/en/news/jordan-welcomes-us-iran-agreement-to-halt-military-operations-launch-negotiations

Jordan News Agency – Jordan-US defense cooperation
https://www.petra.gov.jo/en/news/jordan-us-discuss-defense-cooperation-regional-security-in-washington

Jordan News Agency – Jordanian foreign minister calls for maintaining US-Iran ceasefire
https://petra.gov.jo/wp-contart/x/index.php/en/news/fm-calls-for-upholding-us-iran-ceasefire

The White House – Agreement Between the United States and Jordan on Reciprocal Trade
https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/2026/07/agreement-between-the-united-states-of-america-and-the-hashemite-kingdom-of-jordan-on-reciprocal-trade/

The White House – President Trump Announces Trade Deal with Jordan
https://www.whitehouse.gov/fact-sheets/2026/07/fact-sheet-president-donald-j-trump-announces-trade-deal-with-jordan/

CEUTA, IL MURO DEL SILENZIO SI INCRINA: L’AUDIENCIA NACIONAL VUOLE SAPERE CHI SAPEVA

0

La giudice María Tardón chiede alla Guardia Civil gli eventuali allarmi precedenti all’ingresso di massa e i dettagli del dispositivo del Tarajal. Dopo giorni di dichiarazioni politiche, la crisi di Ceuta entra nelle carte di un procedimento giudiziario. E per il governo Sánchez cominciano le domande scomode.

La crisi di Ceuta non è più soltanto materia per conferenze stampa, dichiarazioni ministeriali e scontri parlamentari.

Adesso ci sono un giudice, delle diligencias previas e una richiesta precisa di informazioni.

La magistrata María Tardón, titolare del Juzgado Central de Instrucción numero 3 dell’Audiencia Nacional, ha chiesto alla Guardia Civil di chiarire se le sue unità avessero ricevuto allarmi o informazioni preventive prima dell’ingresso di massa verificatosi a Ceuta tra il 30 e il 31 luglio.

Non basta.

La giudice vuole conoscere anche il dispositivo predisposto dal Ministero dell’Interno nella zona del Tarajal.

Ed è questo il punto politicamente esplosivo.

Perché fino a oggi la domanda fondamentale era rimasta confinata nello scontro politico:

Madrid sapeva che qualcosa stava per accadere?

Ora quella stessa domanda è finita in un fascicolo giudiziario.


DALLE CONFERENZE STAMPA ALLE CARTE

Il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska ha sostenuto che non vi fosse stato alcun avviso preventivo proveniente dal CNI o dagli altri servizi informativi capace di anticipare quanto sarebbe accaduto.

È una posizione politica chiara.

Ma adesso l’Audiencia Nacional vuole verificare documentalmente la situazione.

Secondo quanto riportato da Vozpópuli e Cadena SER, María Tardón ha chiesto alla Jefatura de Información della Guardia Civil di specificare se qualche unità operante a Ceuta avesse ricevuto segnalazioni preventive.

Inoltre vengono richiesti dettagli sul dispositivo schierato al confine del Tarajal e sulle operazioni svolte durante la crisi.

Questa distinzione è fondamentale.

La giudice non ha stabilito che il governo conoscesse in anticipo l’operazione, né che abbia deliberatamente ordinato di lasciare sguarnita la frontiera.

Sta cercando di capire che cosa sia realmente accaduto.

Ed è precisamente questo che rende politicamente devastante la vicenda.

Perché quando un governo sostiene di non sapere, la questione può essere chiusa con una dichiarazione.

Quando un magistrato chiede i documenti, invece, saranno i documenti a parlare.


LA DOMANDA CHE LA MONCLOA NON PUÒ PIÙ EVITARE

Il problema politico per Pedro Sánchez è semplice.

Se non esisteva alcun allarme, bisognerà capire perché un evento di simili dimensioni abbia colto impreparato l’apparato dello Stato.

Se invece emergessero segnalazioni precedenti, diventerebbe inevitabile chiedere:

chi le ricevette?

quando arrivarono?

a quale livello istituzionale furono trasmesse?

quali decisioni vennero prese?

perché il dispositivo del Tarajal era quello effettivamente schierato?

Ed eventualmente:

qualcuno sottovalutò consapevolmente il rischio?

Non sono dettagli burocratici.

Ceuta rappresenta una frontiera esterna della Spagna e dell’Unione Europea.

Quando decine di migliaia di persone premono contemporaneamente contro quella frontiera, la capacità dello Stato di prevedere, prevenire e reagire diventa una questione di sicurezza nazionale.

E un governo non può cavarsela semplicemente sostenendo di essere stato sorpreso.

Perché anche l’assenza di informazioni, davanti a una crisi di questa portata, aprirebbe un altro interrogativo:

come è possibile che lo Stato non abbia visto arrivare nulla?


IL TARAjAL DIVENTA IL PUNTO CENTRALE

La richiesta relativa al dispositivo schierato al Tarajal è forse ancora più importante della questione degli allarmi.

Perché permette di confrontare due elementi:

ciò che eventualmente si sapeva prima e ciò che concretamente venne predisposto sul terreno.

È il confronto decisivo.

Immaginiamo i due scenari.

Nel primo non esistevano informazioni attendibili.

In quel caso il governo dovrà spiegare il fallimento dell’intelligence e della capacità preventiva.

Nel secondo esistevano invece informazioni sufficienti a indicare un rischio straordinario.

A quel punto la domanda cambierebbe completamente:

perché non furono predisposte risorse proporzionate alla minaccia?

Ed è qui che il dossier potrebbe diventare politicamente micidiale per l’esecutivo.

Non perché sia già stata provata una responsabilità penale — non lo è — ma perché l’acquisizione della documentazione può finalmente consentire di ricostruire la catena decisionale.


NON È ANCORA UN PROCESSO CONTRO SÁNCHEZ

Va chiarito un punto che distingue un’inchiesta seria dalla propaganda.

Pedro Sánchez non è stato dichiarato responsabile di alcun reato relativo alla crisi di Ceuta.

La magistrata sta svolgendo accertamenti preliminari dopo una denuncia presentata da Iustitia Europa.

Secondo El País, l’Audiencia Nacional ha inoltre chiesto alla Policía Nacional un rapporto proprio per stabilire se esistano gli elementi che consentano alla stessa Audiencia Nacional di procedere penalmente.

La denuncia ipotizza, tra le altre cose, possibili delitti contro la sicurezza dello Stato, favoreggiamento dell’immigrazione illegale e organizzazione criminale.

Ma un’ipotesi contenuta in una denuncia non equivale a un fatto provato.

La differenza è enorme.

Ed è proprio rispettando questa differenza che emerge la vera gravità politica della vicenda.

Perché non serve inventare una condanna che non esiste.

È sufficiente guardare alle domande che la magistratura ha cominciato a fare.


IL PROBLEMA MAROCCO

Sul fondo rimane inevitabilmente Rabat.

La posizione geografica di Ceuta rende qualsiasi crisi di massa alla frontiera inseparabile dai rapporti tra Spagna e Marocco.

Ed è qui che Sánchez entra nel territorio politicamente più pericoloso.

Per anni il governo spagnolo ha presentato il rapporto con Rabat come un elemento fondamentale per il controllo dei flussi migratori e per la stabilità della frontiera meridionale.

Ma quando quella stabilità crolla, bisogna domandarsi quale sia il valore concreto dell’intera strategia diplomatica.

Se Madrid dipende dalla collaborazione marocchina per controllare la pressione migratoria, allora la Spagna possiede realmente il controllo della propria frontiera oppure una parte fondamentale di quel controllo dipende dalla volontà politica di Rabat?

È una domanda che va molto oltre Ceuta.

Riguarda direttamente la sovranità spagnola.


SÁNCHEZ DAVANTI AL PARADOSSO

Il governo Sánchez rischia così di trovarsi davanti a un paradosso politicamente devastante.

Se non sapeva nulla, emerge un gigantesco problema di intelligence e prevenzione.

Se qualcuno sapeva, bisognerà stabilire chi fosse stato informato e perché la risposta non abbia impedito il collasso della frontiera.

Se il dispositivo era considerato adeguato, bisognerà spiegare perché sia stato travolto.

Se invece risultasse insufficiente rispetto alle informazioni disponibili, qualcuno dovrà spiegare perché.

Qualunque sia la risposta, non siamo più nel territorio degli slogan.

Adesso esistono richieste formali di documentazione.


LA DIFFERENZA TRA PROPAGANDA E RESPONSABILITÀ

Per giorni la battaglia politica sulla crisi di Ceuta si è concentrata sui numeri, sulle responsabilità marocchine, sui rimpatri e sulla capacità del governo di ristabilire il controllo.

Ma esiste una questione ancora più importante:

cosa sapeva lo Stato prima che tutto cominciasse?

È la domanda che separa un evento imprevedibile da un possibile fallimento istituzionale.

Ed è precisamente ciò che l’Audiencia Nacional sta cercando di chiarire.

La Guardia Civil dovrà riferire sugli eventuali avvisi.

Il dispositivo del Tarajal dovrà essere ricostruito.

La Policía Nacional dovrà approfondire gli elementi indicati dalla denuncia.

Poi saranno i magistrati, non Twitter e nemmeno i partiti politici, a stabilire se esistano eventuali responsabilità penali.


IL SÁNCHISMO NON PUÒ NASCONDERSI DIETRO UNA CONFERENZA STAMPA

Politicamente, però, Pedro Sánchez ha già un problema enorme.

Perché un governo può controllare la propria comunicazione.

Può scegliere le parole.

Può convocare conferenze stampa.

Può accusare l’opposizione di strumentalizzazione.

Può tentare di trasformare una crisi di sicurezza in una battaglia narrativa.

Ma quando entra in scena un tribunale, cambia il terreno di gioco.

Una magistrata può chiedere:

mostratemi gli avvisi.

mostratemi gli ordini.

mostratemi il dispositivo.

mostratemi cosa sapevate.

Ed è molto più difficile rispondere a una richiesta documentale con uno slogan.


CEUTA POTREBBE DIVENTARE IL DOSSIER PIÙ PERICOLOSO PER LA MONCLOA

È ancora presto per sapere dove porterà l’inchiesta.

Potrebbe emergere che il governo non disponeva realmente di informazioni preventive sufficienti.

Potrebbero emergere errori operativi senza rilevanza penale.

Oppure potrebbero emergere elementi molto più problematici.

Saranno gli atti a dirlo.

Ma una cosa è già cambiata.

La crisi di Ceuta non appartiene più soltanto alla politica.

La magistratura vuole ricostruire ciò che accadde prima, durante e immediatamente dopo il collasso della frontiera.

E questo significa che la domanda più pericolosa per Pedro Sánchez non è più soltanto quella pronunciata dall’opposizione.

Adesso compare, indirettamente, anche nelle richieste dell’Audiencia Nacional:

CHI SAPEVA COSA STAVA PER ACCADERE A CEUTA?

E soprattutto:

COSA FECE IL GOVERNO SPAGNOLO CON LE INFORMAZIONI CHE AVEVA?

Se dalle carte emergesse che esistevano allarmi concreti e che, nonostante questi, non vennero adottate misure proporzionate, la crisi politica assumerebbe dimensioni enormemente superiori a quelle attuali.

A quel punto non si discuterebbe più soltanto di immigrazione.

Si discuterebbe della responsabilità politica di chi aveva il compito di difendere una frontiera nazionale.

E nessuna macchina della comunicazione potrà rispondere al posto dei documenti.

Ceuta adesso ha bisogno di verità, nomi, orari, rapporti e ordini.

Il resto è propaganda.

E per la Moncloa potrebbe essere appena cominciato il momento più scomodo: quello in cui, invece di raccontare la propria versione, deve mostrare le carte.

FONTI E APPROFONDIMENTI

El País – 5 agosto 2026
La Audiencia Nacional chiede alla Guardia Civil se avesse ricevuto informazioni preventive sull’ingresso di massa a Ceuta:
https://elpais.com/espana/2026-08-05/la-audiencia-nacional-pregunta-a-la-guardia-civil-si-tuvo-alguna-informacion-que-pudiese-alertar-de-la-entrada-masiva-en-ceuta.html

Cadena SER – 5 agosto 2026
La giudice María Tardón chiede alla Guardia Civil se vi fossero allerte precedenti e informazioni sul dispositivo dispiegato:
https://cadenaser.com/nacional/2026/08/05/la-audiencia-nacional-pregunta-a-la-guardia-civil-si-recibio-alguna-alerta-de-la-llegada-de-miles-de-personas-a-ceuta-cadena-ser/

RTVE – 3 agosto 2026
L’Audiencia Nacional chiede un rapporto per verificare se l’ingresso a Ceuta possa essere stato una “azione concertata”:
https://www.rtve.es/noticias/20260803/audiencia-nacional-pide-informes-sobre-si-entrada-ceuta-fue-accion-concertada/17177650.shtml

El País – 3 agosto 2026
La magistratura chiede un rapporto alla Policía Nacional per stabilire competenza e circostanze dell’ingresso irregolare di massa:
https://elpais.com/espana/2026-08-03/la-audiencia-nacional-pide-un-informe-policial-para-saber-si-es-competente-para-investigar-la-entrada-masiva-de-migrantes-a-ceuta.html

La Sexta – 3 agosto 2026
Richiesto un rapporto per accertare se dietro l’ingresso di massa vi fosse un gruppo criminale organizzato:
https://www.lasexta.com/noticias/nacional/audiencia-nacional-pide-informe-policial-que-aclare-entrada-masiva-migrantes-ceuta-fue-dirigida-algun-grupo-criminal_202608036a705bf071b42a0b5dd6facb.html

El Debate – 5 agosto 2026
La giudice Tardón domanda alla Guardia Civil se vi fossero stati avvisi precedenti alla crisi di Ceuta:
https://www.eldebate.com/espana/20260805/jueza-audiencia-nacional-pregunta-guardia-civiil-hubo-avisos-previos-invasion-ceuta_446960_amp.html

Servimedia – 5 agosto 2026
Tardón richiede informazioni sul dispositivo della Guardia Civil e sull’eventuale esistenza di allerte preventive:
https://www.servimedia.es/noticias/jueza-tardon-pide-guardia-civil-datos-dispositivo-ceuta-sobre-una-posible-alerta-previa-avalancha/1413144628

Onda Cero – 3 agosto 2026
L’Audiencia Nacional vuole accertare se l’arrivo di massa sia stato il risultato di un’azione concertata o diretta:
https://amp.ondacero.es/noticias/espana/audiencia-nacional-pide-informe-policial-llegada-migrantes-ceuta-comprobar-fue-accion-concertada_202608036a70540da046ad6ebc98adce.html

STRETTO DI HORMUZ: GLI USA PRONTI ALL’ACCORDO CON L’IRAN. SVOLTA STORICA O TREGUA TEMPORANEA?

0

Per mesi il Medio Oriente è sembrato a un passo da un conflitto regionale su larga scala. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota rilevante del petrolio mondiale, è diventato il simbolo della crisi tra Stati Uniti e Iran. Ora, però, qualcosa sembra cambiare.

Secondo quanto riportato dall’agenzia russa TASS, che cita Axios e fonti dell’amministrazione americana, Washington sarebbe pronta ad annunciare un accordo provvisorio con Iran e Oman destinato a garantire la riapertura dello Stretto di Hormuz e il ritorno della libertà di navigazione.

Il cuore dell’intesa

L’accordo, secondo le indiscrezioni, avrebbe inizialmente una durata di 60 giorni, con la possibilità di essere successivamente prorogato.

Lo schema operativo sarebbe estremamente preciso:

  • le navi dirette verso il Golfo Persico transiterebbero nelle acque territoriali iraniane;
  • quelle in uscita utilizzerebbero le acque territoriali dell’Oman;
  • il traffico sarebbe coordinato con Teheran;
  • non verrebbero applicati pedaggi o diritti di passaggio.

L’obiettivo è ridurre immediatamente il rischio di incidenti militari e ripristinare uno dei corridoi energetici più importanti del pianeta.

La minaccia militare resta sul tavolo

Parallelamente emerge un elemento che dimostra come la diplomazia sia accompagnata da una forte pressione militare.

Secondo Axios, citato da TASS, gli Stati Uniti avrebbero già predisposto piani per attacchi su larga scala contro obiettivi iraniani nel caso in cui i negoziati dovessero fallire.

Si tratterebbe quindi della classica strategia del “bastone e della carota”: da un lato l’apertura diplomatica, dall’altro la credibilità della minaccia militare.

Il ruolo dell’Oman e del Qatar

Non è la prima volta che Oman e Qatar svolgono il ruolo di mediatori.

Muscat mantiene da decenni rapporti privilegiati sia con Washington sia con Teheran, mentre Doha continua a rappresentare uno dei principali canali di comunicazione tra le due capitali.

Nelle stesse ore, il presidente Donald Trump e l’emiro del Qatar hanno avuto un colloquio telefonico dedicato proprio alla riduzione delle tensioni e al proseguimento del dialogo. Secondo il comunicato qatariota, entrambe le parti hanno ribadito l’importanza di proseguire gli sforzi diplomatici e di attuare il memorandum d’intesa in discussione.

Le dichiarazioni di Scott Bessent

A rafforzare l’ipotesi dell’accordo sono arrivate anche le dichiarazioni del Segretario al Tesoro Scott Bessent.

Intervistato da CNBC, Bessent ha affermato che gli Stati Uniti erano impegnati in trattative con l’Iran e che un’intesa avrebbe potuto essere raggiunta “oggi o domani”, con l’obiettivo di riaprire lo Stretto di Hormuz e normalizzare progressivamente la situazione regionale.

Perché Hormuz è decisivo

Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei punti strategici più importanti dell’economia mondiale.

Attraverso questo passaggio transitano enormi volumi di petrolio e gas naturale liquefatto provenienti dai Paesi del Golfo.

Una sua eventuale chiusura provocherebbe:

  • aumento immediato del prezzo del petrolio;
  • incremento dei costi energetici globali;
  • nuove pressioni inflazionistiche;
  • problemi per il commercio internazionale;
  • maggiore instabilità nei mercati finanziari.

Non sorprende quindi che la libertà di navigazione rappresenti uno degli obiettivi prioritari dei negoziati.

Un cambio di strategia?

Se l’accordo dovesse essere confermato, rappresenterebbe un importante segnale di de-escalation dopo settimane caratterizzate da forti tensioni militari.

L’eventuale riapertura stabile dello Stretto potrebbe favorire:

  • una riduzione del rischio di scontro diretto;
  • il rilancio del commercio energetico;
  • nuovi negoziati sul dossier nucleare;
  • una fase di maggiore stabilità regionale.

Resta però da verificare se l’intesa provvisoria riuscirà a trasformarsi in un accordo più duraturo.

Conclusioni

Per il momento si tratta ancora di informazioni basate su fonti giornalistiche e dichiarazioni di esponenti governativi, in attesa di un eventuale annuncio ufficiale.

Se confermato, l’accordo rappresenterebbe uno degli sviluppi diplomatici più rilevanti degli ultimi mesi nel confronto tra Stati Uniti e Iran, con potenziali effetti ben oltre il Medio Oriente, incidendo sui mercati energetici e sugli equilibri geopolitici globali.

IL PARTITO DEMOCRATICO È MORTO?

0

Al suo interno avanza una nuova convergenza tra socialismo radicale, politica identitaria e attivismo islamista

Il Partito Democratico americano che per decenni ha rappresentato una coalizione di liberal, operai sindacalizzati, minoranze, classe media urbana e progressismo riformista sta attraversando una trasformazione profonda.

Dire che il Partito Democratico sia letteralmente “morto” sarebbe evidentemente una provocazione: il partito esiste, conserva un enorme apparato nazionale e continua a ospitare correnti moderate, liberal tradizionali e centristi.

Ma politicamente la domanda è un’altra: quanto del vecchio Partito Democratico sopravvive nella forza politica che oggi porta quello stesso nome?

La battaglia interna non riguarda più soltanto aliquote fiscali, welfare, aborto, sanità pubblica o regolamentazione economica. Riguarda la concezione stessa dell’America, della sua storia, delle sue frontiere, del capitalismo, della libertà individuale e, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, del rapporto con Israele e con l’islamismo politico.

È in questo spazio che si è sviluppata una convergenza apparentemente contraddittoria ma politicamente efficace: sinistra socialista e radicale da una parte, settori dell’attivismo politico islamista e radicalmente antisionista dall’altra.

Non significa che socialisti e islamisti condividano la stessa visione della società. Su religione, sessualità, famiglia e diritti civili possono essere persino agli antipodi.

Il punto è un altro.

Condividono alcuni avversari.

Capitalismo americano, egemonia occidentale, politica estera statunitense, sionismo e Israele possono diventare il terreno sul quale due tradizioni ideologicamente lontanissime riescono a marciare temporaneamente nella stessa direzione.

Ed è proprio questa convergenza che merita di essere analizzata.


DALLA LOTTA DI CLASSE ALLA LOTTA SULL’IDENTITÀ

Le radici della trasformazione precedono di molti decenni Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib o Ilhan Omar.

Bisogna tornare alla Nuova Sinistra degli anni Sessanta.

Una parte della sinistra occidentale cominciò progressivamente ad ampliare il conflitto oltre la tradizionale contrapposizione marxiana tra capitale e lavoro.

Razza, colonialismo, genere, identità e rapporti culturali di potere entrarono progressivamente al centro dell’analisi politica.

Il proletariato industriale cessava di essere l’unico soggetto della trasformazione.

Al suo fianco apparivano nuovi soggetti considerati oppressi.

Il cambiamento sarebbe diventato enorme nei decenni successivi.

Una parte della sinistra americana si spostò così da una politica prevalentemente economica a una politica nella quale identità e appartenenza culturale diventavano strumenti fondamentali per interpretare i rapporti di potere.

Università e organizzazioni militanti furono uno dei principali laboratori di questa trasformazione.

Post-colonialismo, Critical Race Theory, intersectionality e critica del “privilegio” appartengono a tradizioni teoriche differenti e sarebbe scorretto ridurle tutte semplicemente al marxismo. Ma hanno contribuito a costruire un vocabolario politico nel quale la società viene frequentemente interpretata attraverso rapporti strutturali fra gruppi dominanti e gruppi subordinati.

Ed è precisamente questo linguaggio che, molti anni dopo, avrebbe permesso una saldatura politica con una parte dell’attivismo pro-palestinese radicale.


1979: QUANDO L’ANTI-IMPERIALISMO INCONTRA L’ISLAMISMO

La rivoluzione iraniana rappresentò uno dei primi grandi paradossi.

Una rivoluzione religiosa guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini avrebbe dovuto apparire incompatibile con la sinistra marxista occidentale.

Eppure una parte della sinistra internazionale guardò inizialmente con simpatia alla caduta dello Shah.

La ragione era semplice: Mohammad Reza Pahlavi era considerato un alleato strategico degli Stati Uniti.

L’Iran rivoluzionario, al contrario, faceva dell’opposizione all’America e a Israele uno dei pilastri della propria identità internazionale.

Cominciava così a manifestarsi una dinamica destinata a riapparire continuamente:

l’avversario dell’avversario occidentale poteva diventare un interlocutore politico anche quando i suoi valori erano incompatibili con quelli della sinistra occidentale.

Naturalmente non tutta la sinistra sostenne Khomeini e molti marxisti iraniani finirono essi stessi vittime della Repubblica Islamica.

Ma il paradigma anti-imperialista sopravvisse.

L’America veniva identificata come potenza egemone.

Israele come sua estensione mediorientale.

I movimenti che combattevano entrambi potevano quindi essere reinterpretati attraverso categorie quali liberazione nazionale, resistenza e decolonizzazione.

È un meccanismo politico che sarebbe diventato enormemente importante dopo il 7 ottobre 2023.


DOPO L’11 SETTEMBRE: LA PAURA DELL’“ISLAMOFOBIA”

Gli attentati dell’11 settembre 2001 avrebbero potuto determinare una riflessione occidentale sistematica sulla natura dell’islamismo radicale.

Una parte della sinistra americana scelse invece soprattutto un’altra strada.

Accanto alla necessaria difesa dei cittadini musulmani da discriminazioni e generalizzazioni, si sviluppò progressivamente una tendenza a interpretare persino alcune critiche all’islamismo politico attraverso la categoria dell’“islamofobia”.

La distinzione fondamentale cominciò così a diventare politicamente problematica.

Islam non significa islamismo.

Un musulmano è una persona appartenente a una religione.

Un islamista è invece un soggetto che attribuisce all’Islam una funzione politica e punta, con modalità molto differenti a seconda dei movimenti, a organizzare istituzioni e società secondo principi religiosi.

Confondere le due cose è sbagliato in entrambe le direzioni.

È sbagliato accusare genericamente i musulmani di islamismo.

Ma è altrettanto sbagliato utilizzare la presenza di milioni di musulmani pacifici come argomento per negare l’esistenza dell’islamismo politico.

Ed è proprio quest’ultimo errore che una parte della cultura progressista americana ha commesso ripetutamente.


BERNIE SANDERS CAMBIA LE REGOLE DEL GIOCO

La trasformazione del Partito Democratico accelera enormemente nel 2016.

Bernie Sanders non conquista la nomination democratica, ma ottiene qualcosa di forse ancora più importante: rende il socialismo nuovamente presentabile nella politica americana.

Per decenni la parola “socialist” era stata quasi radioattiva negli Stati Uniti.

Dopo Sanders non lo è più.

Medicare for All, università pubblica gratuita, redistribuzione della ricchezza, maggiore tassazione dei patrimoni, critica delle grandi corporation e ostilità verso Wall Street diventano elementi centrali della discussione progressista.

Parallelamente cresce il Democratic Socialists of America.

Il DSA non coincide con il Partito Democratico e mantiene con esso un rapporto complesso. Ma molti suoi candidati utilizzano le primarie democratiche come strumento elettorale.

Il risultato è impressionante.

Secondo una ricostruzione dell’Anti-Defamation League aggiornata al 2026, il DSA conta ormai più di 120.000 iscritti paganti, mentre oltre 250 suoi membri occupano cariche elettive in circa 40 Stati.

Una forza che pochi anni prima apparteneva ai margini della politica americana possiede oggi una vera infrastruttura elettorale.


2018: ARRIVA LA SQUAD

Le elezioni del 2018 rappresentano il momento simbolico della nuova fase.

Alexandria Ocasio-Cortez sconfigge nelle primarie democratiche Joe Crowley, uno degli uomini più potenti dell’establishment.

Entrano contemporaneamente sulla scena nazionale figure come Ilhan Omar e Rashida Tlaib.

Nasce quella che i media chiameranno “The Squad”.

La novità non consiste semplicemente nell’età, nell’origine etnica o nella religione delle nuove deputate.

Consiste nella piattaforma politica.

Capitalismo, immigrazione, polizia, clima e soprattutto Israele vengono affrontati attraverso categorie radicalmente differenti rispetto alla vecchia leadership democratica.

Il conflitto israelo-palestinese assume progressivamente una funzione centrale.

Israele non viene più criticato soltanto per determinate decisioni del suo governo.

In settori della nuova sinistra viene reinterpretato attraverso categorie quali colonialismo, apartheid e “settler colonialism”.

Il DSA aveva formalmente aderito alla campagna BDS già nel 2017 e avrebbe successivamente assunto posizioni antisioniste sempre più nette.

L’antisionismo diventa così uno dei principali punti d’incontro fra sinistra socialista radicale e una parte dell’attivismo politico musulmano.


ATTENZIONE: MUSULMANI E ISLAMISTI NON SONO LA STESSA COSA

Questo è il punto sul quale qualsiasi analisi seria deve evitare scorciatoie.

I musulmani americani non costituiscono un blocco ideologico islamista.

Anzi, i dati mostrano una realtà molto più complessa.

Secondo Pew Research Center, nel 2023-2024 circa il 53% degli adulti musulmani americani si identificava con il Partito Democratico o tendeva verso di esso, mentre il 42% si identificava o tendeva verso il Partito Repubblicano.

La distanza si è quindi enormemente ridotta rispetto al passato.

Significa che quasi metà dell’elettorato musulmano americano non appartiene affatto alla coalizione democratica.

Esistono inoltre musulmani conservatori, liberali, libertari, progressisti e completamente apolitici.

La questione politica interessante non è quindi un’improbabile “alleanza tra democratici e musulmani”.

È molto più specifica:

l’intersezione fra la sinistra radicale americana e alcune organizzazioni e reti militanti caratterizzate da un forte antisionismo e da una concezione politica dell’identità musulmana.

Questa distinzione non indebolisce la denuncia.

La rende più precisa.


7 OTTOBRE: IL MOMENTO DELLA VERITÀ

Poi arriva il 7 ottobre 2023.

Hamas attraversa il confine israeliano, massacra civili e prende ostaggi.

La risposta delle società occidentali rivela immediatamente una frattura culturale gigantesca.

Una parte dell’America condanna Hamas senza esitazioni.

Ma in settori dell’attivismo universitario compare quasi immediatamente un’altra interpretazione.

“Resistenza”.

“Decolonizzazione”.

“Liberazione”.

La guerra successiva a Gaza moltiplica naturalmente le proteste contro il governo israeliano e contro l’enorme costo umano del conflitto. Criticare Netanyahu, contestare le operazioni militari israeliane o chiedere un cessate il fuoco non equivale di per sé né ad antisemitismo né a sostegno di Hamas.

Ma contemporaneamente emerge qualcosa di diverso.

In alcuni ambienti militanti la condanna di Israele si trasforma nella contestazione della stessa legittimità dello Stato ebraico.

È qui che la convergenza diventa evidente.

Il linguaggio della decolonizzazione sviluppato dalla sinistra radicale fornisce una cornice teorica perfetta all’antisionismo militante.

Palestinesi = colonizzati.

Israele = colonizzatore.

Stati Uniti = potenza imperiale.

Il conflitto viene così inserito nello stesso schema utilizzato per interpretare razza, capitalismo e colonialismo occidentale.

Due mondi ideologicamente diversissimi trovano improvvisamente un linguaggio comune.


IL CROLLO DEL CONSENSO DEMOCRATICO SU ISRAELE

Il cambiamento non riguarda soltanto gli attivisti.

È ormai visibile nell’elettorato.

Gallup rilevava nel febbraio 2025 una frattura impressionante.

L’83% dei repubblicani dichiarava un’opinione favorevole di Israele.

Tra i democratici la percentuale era precipitata al 33%.

Cinquanta punti di differenza.

Secondo Gallup si trattava del più grande divario partitico mai registrato sulla questione.

Per decenni il sostegno a Israele era stato sostanzialmente bipartisan.

Non lo è più.

Ed è probabilmente questa una delle trasformazioni geopolitiche più importanti avvenute all’interno della politica americana.


2026: LA GUERRA PER LE PRIMARIE

La battaglia è ormai arrivata direttamente dentro le urne democratiche.

Il caso più interessante è il Michigan.

Abdul El-Sayed rappresenta l’ala progressista e ha ricevuto l’appoggio di figure importanti della sinistra americana e del DSA.

Dall’altra parte Haley Stevens rappresenta molto più chiaramente l’establishment democratico e una linea tradizionalmente favorevole all’alleanza USA-Israele.

Il risultato delle primarie del 4 agosto 2026 è emblematico proprio perché, mentre scriviamo, non mostra un trionfo schiacciante di nessuna delle due anime.

Con circa il 95% dei voti scrutinati nelle rilevazioni disponibili nelle prime ore del 5 agosto, El-Sayed risultava avanti di poco più di un punto: circa 48,7% contro 47,3%.

Una battaglia praticamente alla pari.

Ed è forse ancora più significativa di una vittoria schiacciante.

Dimostra che una candidatura appartenente all’area socialista-progressista può contendere alla pari una nomination senatoriale in uno degli Stati decisivi delle elezioni americane.

Ma dimostra anche che l’establishment democratico non è affatto morto.

Altrove, infatti, i risultati sono stati misti.

In Missouri Wesley Bell ha sconfitto nettamente il tentativo di ritorno di Cori Bush.

Nello stesso Michigan, invece, William Lawrence — sostenuto da Bernie Sanders e Rashida Tlaib — ha conquistato la nomination democratica nel competitivo 7° distretto.

Non siamo quindi davanti a una conquista completa.

Siamo davanti a una guerra civile politica dentro il Partito Democratico.


IL DSA NON È PIÙ UNA CURIOSITÀ

Ed è questo il dato strutturale.

Oltre 250 eletti legati al DSA significano consiglieri comunali, legislatori statali e rappresentanti distribuiti sul territorio.

Significano personale politico.

Significano campagne elettorali.

Significano attivisti.

Significano capacità di raccogliere fondi.

Significano organizzazione.

Soprattutto significano futuro.

Perché una trasformazione politica raramente comincia dalla Casa Bianca.

Comincia dalle scuole, dalle università, dalle amministrazioni locali, dai sindacati, dalle associazioni, dalle procure, dai consigli comunali e dalle primarie.

Poi sale.


LA CONTRADDIZIONE CHE NON È UNA CONTRADDIZIONE

Resta una domanda apparentemente ovvia.

Come possono socialisti occidentali fortemente progressisti allearsi con movimenti appartenenti a una cultura religiosa spesso molto più conservatrice?

La risposta è che non serve condividere la stessa società ideale.

Serve condividere temporaneamente lo stesso antagonista.

La storia politica è piena di coalizioni negative.

La nuova sinistra radicale considera spesso il capitalismo americano, il nazionalismo occidentale e Israele strutture di dominio.

L’islamismo politico considera gli Stati Uniti e Israele avversari strategici, culturali o religiosi.

Le motivazioni sono completamente differenti.

Il bersaglio, in alcuni casi, coincide.

Ed è sufficiente per costruire campagne comuni.

Soprattutto sulla Palestina.


IMMIGRAZIONE: UN’ALTRA LINEA DI FRATTURA

Anche sull’immigrazione il Partito Democratico è cambiato.

La vecchia sinistra sindacale americana era spesso molto più prudente sull’immigrazione irregolare, proprio perché temeva la concorrenza salariale.

La nuova sinistra interpreta invece frequentemente il controllo migratorio attraverso il prisma dei diritti umani, dell’antirazzismo e dell’opposizione alle politiche di deportazione.

Da qui slogan come “Abolish ICE”, diventati popolari nella sinistra radicale.

Ancora una volta sarebbe sbagliato attribuire questa posizione a tutto il Partito Democratico.

Ma ciò che dieci o quindici anni fa sarebbe stato considerato politicamente marginale è entrato nel dibattito nazionale.


IL RISCHIO PER I DEMOCRATICI

La trasformazione presenta però un problema enorme per il partito.

L’America non coincide con Brooklyn, Minneapolis o alcuni distretti universitari.

Le elezioni presidenziali vengono decise anche in Pennsylvania, Wisconsin, Michigan, Arizona, Georgia e Nevada.

E vincere una primaria democratica non significa necessariamente vincere un’elezione generale.

È questo il dilemma dell’establishment.

Contrastare la sinistra significa rischiare di perdere giovani, attivisti e organizzazione territoriale.

Assecondarla significa rischiare di perdere moderati, indipendenti, elettori suburbani e una parte della classe operaia.

La sfida Stevens-El-Sayed mostra esattamente questa tensione.


FETTERMAN E I DEMOCRATICI CHE NON VOGLIONO SEGUIRE

Esistono ancora democratici che rifiutano questa trasformazione.

John Fetterman ne è uno degli esempi più evidenti sul dossier israeliano.

Esistono inoltre governatori, senatori e deputati democratici che mantengono posizioni molto più moderate su sicurezza, immigrazione, capitalismo e politica estera.

Per questo affermare semplicemente che “il Partito Democratico è ormai dominato dai marxisti” va oltre ciò che i dati consentono di dimostrare.

Ma sostenere che la sinistra socialista possieda oggi un’influenza incomparabilmente superiore rispetto a dieci o vent’anni fa è molto più difficile da contestare.

Ed è questa la trasformazione realmente importante.


LA CONQUISTA CULTURALE PRECEDE QUELLA ELETTORALE

Il potere non si misura soltanto contando i deputati.

Si misura osservando quali parole diventano accettabili.

Vent’anni fa un candidato nazionale americano difficilmente avrebbe utilizzato apertamente la parola “socialism” come identità positiva.

Oggi esiste un’organizzazione socialista con più di centomila iscritti e centinaia di eletti.

Vent’anni fa l’alleanza con Israele rappresentava uno dei pochi elementi quasi bipartisan della politica estera americana.

Oggi soltanto un terzo dei democratici intervistati da Gallup dichiara una visione favorevole dello Stato ebraico.

Vent’anni fa “abolire ICE” sarebbe sembrato uno slogan proveniente dall’estrema periferia politica.

Oggi è stato discusso apertamente all’interno della politica nazionale.

Il cambiamento culturale è già avvenuto.

La domanda riguarda quanto di esso riuscirà a trasformarsi in potere istituzionale.


NON È “ISLAM CONTRO OCCIDENTE”

Ed è importante ribadirlo.

Presentare questa trasformazione come una guerra fra musulmani e Occidente sarebbe non soltanto scorretto ma controproducente.

I dati Pew mostrano che il voto musulmano americano è molto più contendibile di quanto suggerisca questo schema.

Circa il 42% degli adulti musulmani intervistati nel 2023-24 si identificava infatti con il GOP o tendeva verso i repubblicani.

Significa che esiste una grande parte dell’America musulmana che non riconosce affatto la propria identità politica nella sinistra progressista.

Il vero confronto riguarda quindi l’islamismo politico, non l’Islam come religione.

E riguarda la disponibilità di settori della sinistra radicale occidentale a costruire convergenze con movimenti radicalmente antisionisti quando questi vengono interpretati attraverso lo schema “oppresso contro oppressore”.

Questa è una questione politica.

Non religiosa.


LA VERA ALLEANZA È L’ANTI-OCCIDENTALISMO

Arriviamo quindi al cuore della questione.

Socialismo radicale occidentale e islamismo politico non sono la stessa ideologia.

Non vogliono necessariamente la stessa società.

Non possiedono la stessa concezione della famiglia.

Non condividono la stessa morale sessuale.

Non condividono la stessa idea della religione.

Talvolta sono incompatibili.

Ma una parte di queste due galassie condivide una rappresentazione dell’ordine internazionale nella quale Stati Uniti e Israele costituiscono il centro del problema.

È lì che avviene la convergenza.

L’antisionismo rappresenta il ponte.

L’anti-imperialismo fornisce il linguaggio.

La Palestina fornisce la causa mobilitante.

La politica identitaria fornisce la struttura teorica.

I social network forniscono l’amplificazione.

Le università forniscono parte del personale militante.

E le primarie democratiche forniscono il possibile accesso al potere.


IL PARTITO DEMOCRATICO È DAVANTI A UNA SCELTA

Non è ancora corretto sostenere che i moderati siano scomparsi.

Le primarie del 2026 dimostrano esattamente il contrario: in alcuni Stati i progressisti avanzano, in altri vengono respinti.

Ma è altrettanto difficile sostenere che non sia successo nulla.

Il Partito Democratico di Bill Clinton non esiste più.

Quello di Barack Obama apparteneva già a una fase diversa.

Quello post-2020 è ancora un’altra cosa.

Dentro il partito convivono ormai due concezioni profondamente differenti dell’America.

Una considera gli Stati Uniti una democrazia imperfetta da riformare.

L’altra tende a interpretarli come un sistema strutturalmente costruito attraverso oppressione, colonialismo, capitalismo e gerarchie identitarie.

La differenza è enorme.

Nel primo caso si vuole correggere l’America.

Nel secondo si vuole trasformarne radicalmente le fondamenta.


IL PUNTO DI NON RITORNO?

La partita decisiva non è ancora stata giocata.

Le elezioni di metà mandato del 2026 diranno quanto questa nuova sinistra sia capace di uscire dalle primarie e conquistare l’elettorato generale.

Le elezioni successive diranno se il fenomeno rappresenta una fase temporanea oppure un riallineamento generazionale.

Ma una cosa è già evidente.

Il socialismo americano non è più marginale.

L’antisionismo non è più confinato nei campus.

Il sostegno democratico a Israele non è più automatico.

E la convergenza fra sinistra radicale e alcune componenti dell’attivismo politico islamista non è più soltanto un fenomeno universitario.

È entrata nella competizione per il potere.

Per questo il titolo provocatorio — “Il Partito Democratico è morto” — contiene una domanda politica reale.

Non è morto il Democratic Party come organizzazione.

Potrebbe essere in via di estinzione il Partito Democratico come lo conoscevamo.

Al suo interno si combatte una guerra per stabilire quale forza prenderà il suo posto.

Da una parte rimane la tradizione liberal americana: capitalismo regolato, istituzioni, alleanze occidentali, riformismo sociale.

Dall’altra cresce una coalizione socialista, identitaria, anti-establishment e fortemente critica dell’ordine occidentale tradizionale, capace in alcuni contesti di convergere con l’attivismo islamista e radicalmente antisionista.

Il Michigan del 2026 mostra che le due Americhe democratiche sono ormai abbastanza forti da affrontarsi quasi alla pari.

Ed è probabilmente questo, più di qualsiasi slogan, il dato da osservare.

Perché quando una corrente un tempo marginale riesce a trasformare il linguaggio, conquistare organizzazioni, eleggere centinaia di rappresentanti e contendere le principali primarie del Paese, non siamo più davanti a una protesta.

Siamo davanti a una lotta per la successione.

L’INGANNO DELL’ACCOGLIENZA

0

Le scelte di Bruxelles, la crisi dei confini e il piano d’azione dell’Italia

Versione aggiornata – Agosto 2026

Per oltre un decennio il dibattito sull’immigrazione europea è stato presentato come uno scontro quasi morale: da una parte l’“accoglienza”, dall’altra la “chiusura”; da una parte la solidarietà, dall’altra l’egoismo nazionale.

Questa rappresentazione ha però nascosto la questione essenziale: chi controlla realmente le frontiere europee e chi decide chi può entrare, restare o essere rimpatriato?

Per rispondere non servono slogan. Occorre leggere i documenti prodotti dalle istituzioni europee dal 2015 in poi.

È proprio da quei testi che emerge la progressiva costruzione di un sistema nel quale la gestione dell’immigrazione è stata sottratta in misura crescente alla dimensione esclusivamente nazionale e inserita dentro procedure, obblighi, meccanismi di solidarietà, norme sull’asilo, vincoli giudiziari e competenze europee.

Ma nel 2026 il quadro presenta una differenza sostanziale rispetto a quello di dieci anni prima.

L’Europa sta cambiando.

E una parte delle politiche che fino a pochi anni fa venivano considerate incompatibili con il modello europeo — procedure di frontiera accelerate, accordi con Paesi terzi, centri esterni, rimpatri più rapidi e perfino veri e propri return hubs fuori dall’Unione Europea — è ormai entrata nel dibattito istituzionale europeo.

Non significa che il problema sia risolto.

Significa però che la battaglia politica sui confini è entrata in una fase completamente nuova.


PARTE I

Come Bruxelles ha costruito il sistema

1. L’Agenda Europea sulla Migrazione del 2015

Il punto di partenza fondamentale è la European Agenda on Migration – COM(2015) 240, presentata dalla Commissione europea il 13 maggio 2015 durante la presidenza di Jean-Claude Juncker.

Il documento nasce nel pieno della grande crisi migratoria mediterranea.

L’obiettivo dichiarato era costruire una politica comune capace contemporaneamente di salvare vite, combattere i trafficanti, distribuire la pressione migratoria tra gli Stati membri, rafforzare la cooperazione con i Paesi terzi e organizzare meglio l’immigrazione legale.

Ma dietro questa impostazione nasceva anche un cambiamento politico fondamentale.

La frontiera smetteva progressivamente di essere soltanto nazionale

L’Agenda proponeva infatti meccanismi europei di ricollocazione e reinsediamento.

La logica era semplice: gli Stati collocati alle frontiere esterne — Italia e Grecia soprattutto — non avrebbero dovuto sopportare da soli l’intera pressione migratoria.

Il principio poteva apparire ragionevole.

Ma introduceva una conseguenza politica enorme: la gestione delle persone entrate irregolarmente diventava sempre più una questione europea anziché esclusivamente nazionale.

L’Agenda parlava inoltre esplicitamente della necessità di creare nuovi canali di migrazione legale e di sviluppare una politica comune sull’asilo.

È qui che si consolida uno dei principi destinati a dominare il decennio successivo:

il migrante che raggiunge il territorio europeo entra innanzitutto in un sistema amministrativo e giudiziario destinato a verificare il suo eventuale diritto alla protezione.

Il problema emerge quando la capacità di decidere chi può restare è molto superiore alla capacità concreta di allontanare chi non ne ha diritto.

Ed è precisamente questo squilibrio che negli anni successivi diventerà uno dei punti deboli dell’intero sistema europeo.


2. Il nodo delle ONG e il Mediterraneo

Un secondo passaggio fondamentale arriva nel settembre 2020.

La Commissione adotta la Raccomandazione (UE) 2020/1365 del 23 settembre 2020, relativa alla cooperazione tra gli Stati membri per le operazioni svolte da navi possedute o gestite da soggetti privati impegnati nelle attività di ricerca e soccorso.

Il documento parte da un principio giuridicamente indiscutibile: salvare persone in pericolo in mare è un obbligo previsto dal diritto internazionale.

Ma la questione politica riguarda ciò che accade intorno a questo principio.

Nel Mediterraneo centrale si era infatti sviluppata una presenza crescente di organizzazioni private impegnate nelle operazioni SAR.

La Commissione riconosce esplicitamente l’esistenza di queste operazioni e invita gli Stati a sviluppare un quadro di cooperazione.

Parallelamente, Bruxelles interviene sul tema della criminalizzazione dell’assistenza umanitaria.

Il risultato politico è evidente: le ONG diventano progressivamente un attore strutturale della gestione migratoria mediterranea.

Il problema del “pull factor”

Qui occorre distinguere i fatti dalle interpretazioni.

Affermare che qualsiasi operazione SAR produca automaticamente immigrazione clandestina sarebbe semplicistico.

Ma è altrettanto semplicistico sostenere che la presenza prevedibile di mezzi di soccorso lungo determinate rotte non possa influenzare le strategie dei trafficanti.

La vera domanda dovrebbe quindi essere:

il sistema europeo ha costruito incentivi involontari capaci di modificare il comportamento delle reti criminali?

È una questione che non può essere liquidata attraverso l’accusa morale contro chiunque la sollevi.

Perché quando i trafficanti sanno che esiste una probabilità significativa che un’imbarcazione venga intercettata o soccorsa durante la traversata, possono adattare mezzi, rotte e modalità operative.

Il confine tra soccorso umanitario e gestione strategica delle frontiere diventa quindi uno dei nodi centrali dell’intero problema.


3. Il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo

Il terzo grande passaggio arriva il 23 settembre 2020 con COM(2020) 609, il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo.

La Commissione lo presenta come un sistema complessivo destinato a rendere la politica migratoria europea più sostenibile e resistente alle crisi.

La filosofia rimane quella della gestione condivisa.

Ma il sistema evolve.

Frontiere, screening, procedure d’asilo, solidarietà tra Stati, rimpatri e rapporti con i Paesi terzi diventano componenti dello stesso meccanismo.

Ed è proprio qui che emerge la contraddizione fondamentale dell’Europa degli ultimi dieci anni.

L’Europa è stata molto più efficiente nell’organizzare l’asilo che nell’eseguire i rimpatri

Uno Stato può respingere una domanda di protezione.

Ma ciò non significa automaticamente che la persona venga effettivamente rimpatriata.

Servono documenti.

Serve identificare la nazionalità.

Serve la collaborazione del Paese d’origine.

Servono accordi di riammissione.

Servono voli.

Servono strutture di trattenimento.

E soprattutto serve che il sistema giuridico consenta di trattenere la persona per il tempo necessario.

È qui che nasce il gigantesco collo di bottiglia europeo.

Il vero fallimento non è soltanto l’ingresso irregolare. È l’incapacità di trasformare un decreto di espulsione in un’espulsione reale.


PARTE II

La risposta italiana: dalla denuncia alla strategia

Negli ultimi anni l’Italia ha progressivamente modificato il proprio approccio.

La strategia può essere riassunta in quattro grandi direttrici.

1. Fermare le partenze prima che diventino sbarchi

È il principio più importante.

Una volta che una persona entra nel territorio europeo, entrano infatti in funzione una quantità enorme di garanzie, procedure e possibilità di ricorso.

La strategia più efficace consiste quindi nell’agire prima della traversata.

Da qui nasce la centralità degli accordi con Tunisia, Libia e altri Paesi africani.

La politica migratoria si fonde con quella economica, energetica e diplomatica.


2. Il Piano Mattei

Il Piano Mattei rappresenta il tentativo italiano di trasformare questa logica in una strategia strutturale.

Non semplicemente:

“vi paghiamo perché fermiate i migranti”.

Ma:

investimenti, energia, infrastrutture, formazione e cooperazione in cambio di stabilità e collaborazione.

È una differenza fondamentale.

Perché nessuna politica migratoria europea può funzionare se i Paesi di origine e transito non collaborano.

L’Europa può costruire muri, approvare regolamenti e finanziare Frontex.

Ma se uno Stato africano rifiuta di riconoscere un proprio cittadino, il rimpatrio diventa estremamente complicato.

La diplomazia migratoria diventa quindi inevitabilmente diplomazia economica.


3. Il laboratorio Albania

È probabilmente l’esperimento politicamente più importante promosso dall’Italia.

Il Protocollo Italia-Albania del novembre 2023 ha portato alla realizzazione delle strutture di Shëngjin e Gjadër.

Il progetto originario puntava a trasferire in Albania determinate categorie di migranti soccorsi in mare per svolgere procedure accelerate.

Il sistema ha incontrato fortissimi ostacoli giudiziari.

Le decisioni dei tribunali italiani e il confronto con il diritto europeo hanno impedito al modello di funzionare inizialmente nelle dimensioni previste.

Successivamente il centro di Gjadër è stato utilizzato anche come CPR per persone già destinatarie di provvedimenti di rimpatrio.

Ad agosto 2026 il bilancio resta quindi controverso: l’infrastruttura esiste ed è operativa, ma il numero di persone effettivamente ospitate è rimasto molto inferiore alle capacità originariamente prospettate e continuano a esistere questioni giudiziarie e operative.

Liquidarlo semplicemente come un successo definitivo sarebbe quindi prematuro.

Ma liquidarlo come un esperimento politicamente irrilevante sarebbe altrettanto sbagliato.

Per una ragione molto semplice.

Bruxelles si sta muovendo nella stessa direzione

Nel giugno 2026 Consiglio dell’UE e Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio sulle nuove norme europee sui rimpatri.

E nel testo compare una svolta enorme:

la possibilità di istituire return hubs in Paesi terzi.

Ovviamente questi accordi dovranno rispettare il diritto internazionale, i diritti fondamentali e il principio di non-refoulement.

Ma politicamente il cambiamento rimane impressionante.

Ciò che pochi anni prima sembrava quasi inconcepibile è ormai entrato ufficialmente nell’architettura europea.


PARTE III

Il cambio di paradigma europeo

Ed è proprio questo il punto che rende insufficiente raccontare ancora l’Unione Europea del 2026 come se fosse quella del 2015.

L’Europa non ha abbandonato il diritto d’asilo.

Non ha cancellato la protezione internazionale.

Non ha restituito agli Stati una sovranità assoluta sulle frontiere.

Ma il linguaggio politico è cambiato.

Oggi Bruxelles parla apertamente di:

rimpatri più rapidi;

obbligo di collaborazione per chi non ha diritto di soggiorno;

conseguenze per chi ostacola il rimpatrio;

accordi con Paesi terzi;

procedure di frontiera;

return hubs fuori dall’Unione.

È un cambiamento che sarebbe stato politicamente molto più difficile immaginare nel 2015.


PARTE IV

I quattro pilastri per l’Italia

Primo pilastro: controllo effettivo delle frontiere

Il controllo delle frontiere non può significare ignorare gli obblighi internazionali di soccorso.

Significa invece impedire che il soccorso diventi automaticamente uno strumento di ingresso permanente.

Lo Stato deve poter controllare le proprie acque territoriali, contrastare i trafficanti, disciplinare l’attività delle navi private e intervenire contro comportamenti incompatibili con la sicurezza della navigazione e con le norme nazionali e internazionali.

La Guardia Costiera e la Marina devono essere parte di una strategia complessiva che integri sicurezza, intelligence, diplomazia e cooperazione internazionale.


Secondo pilastro: esternalizzare il più possibile le procedure

Il principio strategico è elementare:

chi non ha ancora acquisito il diritto di entrare dovrebbe, dove il diritto europeo e internazionale lo consente, essere valutato prima dell’ingresso stabile nel territorio dell’Unione.

Il modello Albania rappresenta soltanto una possibile applicazione.

Il vero obiettivo è più ampio: creare una rete europea di strutture esterne, accordi con Paesi terzi sicuri e centri di rimpatrio capaci di spezzare l’automatismo:

partenza → traversata → ingresso → permanenza.


Terzo pilastro: trasformare l’espulsione amministrativa in rimpatrio reale

Questo è probabilmente il punto decisivo.

Un decreto di espulsione che non viene eseguito vale poco.

Servono quindi:

CPR sufficienti;

identificazione rapida;

accordi consolari;

voli charter;

cooperazione Frontex;

pressione diplomatica sui Paesi che rifiutano le riammissioni;

incentivi economici per chi collabora;

conseguenze diplomatiche per chi sistematicamente non collabora.

La politica dei rimpatri deve diventare parte integrante della politica estera.


Quarto pilastro: usare il peso italiano in Europa

L’Italia non può semplicemente “mettere il veto” su qualsiasi politica migratoria europea.

Questa è una semplificazione giuridicamente sbagliata.

Nelle politiche europee di asilo e immigrazione disciplinate dagli articoli 78 e 79 TFUE opera normalmente la procedura legislativa ordinaria e quindi il voto a maggioranza qualificata in Consiglio.

Il vero strumento italiano è un altro:

costruire minoranze di blocco e maggioranze alternative.

Roma deve quindi creare alleanze permanenti con gli Stati che condividono l’esigenza di rafforzare frontiere, rimpatri e cooperazione esterna.

È questa la vera partita europea.


PARTE V

Si può portare Bruxelles davanti ai giudici?

In teoria sì.

In pratica è molto più difficile di quanto suggerisca la retorica politica.

L’articolo 263 TFUE permette, in determinate condizioni, di chiedere l’annullamento di atti europei.

L’articolo 265 riguarda l’eventuale carenza delle istituzioni.

L’articolo 340 disciplina la responsabilità extracontrattuale dell’Unione.

Ma sostenere politicamente che una determinata politica europea abbia prodotto conseguenze negative è una cosa.

Dimostrare davanti a un tribunale un illecito europeo, un danno quantificabile e soprattutto un preciso nesso causale è tutt’altra cosa.

Una grande causa risarcitoria contro Bruxelles avrebbe quindi ostacoli enormi.

La battaglia probabilmente più efficace rimane quella politica.


PARTE VI

Parlamento europeo: aprire i dossier

L’articolo 226 TFUE consente al Parlamento europeo di costituire commissioni temporanee d’inchiesta.

L’articolo 227 riconosce invece ai cittadini dell’Unione il diritto di petizione.

Questi strumenti possono essere utilizzati per chiedere trasparenza su:

finanziamenti;

gestione delle frontiere;

accordi internazionali;

efficienza dei rimpatri;

costi dell’accoglienza;

attività delle organizzazioni private;

responsabilità delle istituzioni europee.

Non producono automaticamente condanne giudiziarie.

Ma possono produrre qualcosa di politicamente altrettanto importante:

documenti, audizioni, responsabilità e trasparenza pubblica.


PARTE VII

Quanto è avanzata realmente l’Italia?

Qui bisogna evitare numeri arbitrari.

Attribuire un “35-45%” di realizzazione alla strategia italiana può essere utile come valutazione politica, ma non esiste un indicatore istituzionale capace di misurare scientificamente questa percentuale.

Meglio quindi osservare separatamente i risultati.

Sul fronte degli sbarchi esistono dati aggiornati pubblicati dal Ministero dell’Interno attraverso il proprio cruscotto statistico.

Sul fronte dei rimpatri il governo ha rafforzato l’azione amministrativa e diplomatica.

Sul fronte dell’esternalizzazione esiste l’esperimento albanese, ma con capacità effettiva ancora limitata rispetto agli obiettivi originari.

Sul fronte europeo, invece, il cambiamento è forse ancora più importante: nel 2026 l’idea dei centri di rimpatrio nei Paesi terzi è entrata formalmente nel negoziato legislativo europeo.

Pertanto possiamo parlare di strategia avviata ma incompleta, non di missione compiuta.


Il vero ostacolo: la capacità di rimpatrio

Questo resta il problema centrale.

L’Europa può ridurre gli sbarchi del 20, 30 o 50%.

Può aumentare Frontex.

Può creare procedure accelerate.

Può finanziare Tunisia, Egitto o altri Paesi.

Ma fino a quando una persona priva del diritto di soggiorno avrà buone probabilità di restare comunque nell’Unione, il sistema conserverà un incentivo strutturale all’immigrazione irregolare.

La credibilità di una frontiera dipende infatti da una regola semplicissima:

chi ha diritto entra.
Chi non ha diritto torna indietro.

Se la seconda parte della regola non viene applicata, la prima perde progressivamente significato.


CONCLUSIONI

Dall’Europa dell’accoglienza all’Europa dei confini?

Il decennio iniziato nel 2015 ha mostrato tutti i limiti della politica migratoria europea.

L’Agenda europea sulla migrazione ha rafforzato la dimensione comunitaria della gestione dei flussi.

Le politiche SAR hanno cercato di conciliare il dovere di salvare vite con un Mediterraneo trasformato nella principale frontiera migratoria europea.

Il Nuovo Patto ha cercato di costruire una macchina comune capace di tenere insieme asilo, solidarietà, frontiere e rimpatri.

Ma il problema fondamentale è rimasto irrisolto:

l’Europa ha costruito un sistema estremamente complesso per stabilire chi può restare senza costruire, con la stessa efficacia, un sistema capace di far partire chi deve andarsene.

Oggi qualcosa sta cambiando.

L’Italia ha puntato sugli accordi con i Paesi di origine e transito.

Ha promosso il Piano Mattei.

Ha sperimentato l’esternalizzazione attraverso l’Albania.

Ha rafforzato il dibattito sui rimpatri.

E soprattutto ha contribuito a portare al centro del confronto europeo un principio che fino a pochi anni fa sembrava quasi impronunciabile:

l’immigrazione irregolare non deve essere semplicemente amministrata dopo l’arrivo. Deve essere prevenuta prima dell’ingresso e, quando non esiste diritto al soggiorno, deve concludersi con un rimpatrio effettivo.

La svolta europea del 2026 sui return hubs dimostra quanto il baricentro politico sia cambiato.

Ma sarebbe un errore dichiarare vittoria.

Il modello Albania deve ancora dimostrare pienamente la propria efficacia.

I rimpatri rimangono insufficienti rispetto alla dimensione complessiva dell’irregolarità.

La collaborazione dei Paesi terzi non è garantita.

I tribunali continueranno a verificare la compatibilità delle nuove politiche con il diritto europeo e internazionale.

E nessun governo italiano può cambiare da solo l’intera architettura dell’Unione.

Per questo la battaglia decisiva non si combatte soltanto nel Mediterraneo.

Si combatte nel Consiglio europeo, nel Parlamento europeo, nei rapporti diplomatici con l’Africa e nella capacità dell’Italia di costruire una coalizione stabile di Stati favorevoli a una politica migratoria più rigorosa.

La domanda che l’Europa dovrà finalmente affrontare è molto semplice.

Una frontiera è ancora una frontiera se lo Stato che la controlla non riesce concretamente a decidere chi può attraversarla e chi deve tornare indietro?

Per dieci anni Bruxelles ha cercato soprattutto di organizzare le conseguenze dell’immigrazione.

La sfida dell’Italia e dell’Europa del 2026 è completamente diversa:

tornare a governarne le cause, controllarne gli ingressi ed eseguire realmente le uscite.

Solo allora l’accoglienza tornerà a essere ciò che dovrebbe essere: protezione per chi ne ha veramente diritto, non la conseguenza automatica dell’incapacità dello Stato di controllare i propri confini.


FONTI E DOCUMENTI

Commissione europea – European Agenda on Migration, COM(2015) 240 final, 13 maggio 2015
EUR-Lex, documento 52015DC0240.

Commissione europea – Raccomandazione (UE) 2020/1365 del 23 settembre 2020
Cooperazione tra Stati membri riguardo alle operazioni svolte da navi possedute o gestite da soggetti privati impegnati in attività di ricerca e soccorso. Documento C(2020) 6468.

Commissione europea – New Pact on Migration and Asylum, COM(2020) 609 final, 23 settembre 2020
EUR-Lex, documento 52020DC0609.

Consiglio dell’Unione Europea – Nuovo regolamento europeo sui rimpatri, accordo Consiglio-Parlamento del 1° giugno 2026
Il testo prevede procedure comuni più rapide per il rimpatrio e contempla la possibilità di return hubs situati in Paesi terzi, subordinatamente al rispetto dei diritti fondamentali e del principio di non-refoulement.

Ministero dell’Interno – Cruscotto statistico giornaliero su sbarchi e accoglienza
Dati ufficiali aggiornati sugli arrivi via mare e sulle presenze nel sistema italiano di accoglienza.

Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea
Art. 78 – politica comune in materia di asilo.
Art. 79 – politica comune dell’immigrazione.
Art. 226 – commissioni temporanee d’inchiesta del Parlamento europeo.
Art. 227 – diritto di petizione.
Art. 263 – ricorso per annullamento.
Art. 265 – ricorso per carenza.
Art. 340 – responsabilità extracontrattuale dell’Unione.

Agenda Europea sulla Migrazione – COM(2015) 240, 13 maggio 2015
EUR-Lex – Agenda Europea sulla MigrazioneRaccomandazione (UE) 2020/1365 – operazioni SAR delle navi private/ONG, 23 settembre 2020 – C(2020) 6468
EUR-Lex – Raccomandazione UE 2020/1365Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo – COM(2020) 609
EUR-Lex – COM(2020) 609Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) – artt. 78, 79, 226, 227, 263, 265 e 340
EUR-Lex – Testo consolidato del TFUEMinistero dell’Interno – Sbarchi e accoglienza dei migranti: dati ufficiali
Ministero dell’Interno – Sbarchi e accoglienzaCruscotto statistico giornaliero sull’immigrazione – Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione
Ministero dell’Interno – Cruscotto statistico
Qui trovi anche i report periodici del 2026, utili per documentare l’andamento degli sbarchi. Nuovo Patto UE sulla Migrazione e l’Asilo – portale della Commissione europea
Commissione europea – Migration and Asylum Pact

I NAZISTI SONO LORO

0

Il 7 ottobre, l’esplosione dell’antisemitismo e il cortocircuito dell’antifascismo occidentale

C’è una domanda che l’Occidente continua ostinatamente a evitare.

Che cosa accade quando chi si proclama antifascista comincia a giustificare la violenza contro gli ebrei?

Che cosa resta dell’antifascismo quando il massacro di civili israeliani viene trasformato in “resistenza”? Quando la parola sionista smette di indicare un’idea politica e viene utilizzata come marchio collettivo da appiccicare agli ebrei? Quando nelle università occidentali l’assassinio di civili viene reinterpretato attraverso le categorie di “colonizzatori”, “oppressori” e “privilegiati”, fino a cancellare persino la distinzione tra combattenti e innocenti?

Il 7 ottobre 2023 ha rappresentato il più grave massacro di ebrei in un singolo giorno dalla Shoah. Circa 1.200 persone furono uccise nell’attacco guidato da Hamas contro Israele e oltre 250 furono prese in ostaggio.

Ma il 7 ottobre ha prodotto anche un altro effetto.

Ha funzionato come un gigantesco rivelatore politico e culturale.

Per decenni l’immaginario occidentale ha associato quasi automaticamente l’antisemitismo alla destra estrema, al neonazismo e al suprematismo bianco. Quell’antisemitismo non è scomparso e continua a essere pericoloso. Ma dopo il 7 ottobre è diventato impossibile ignorare un altro fenomeno: l’enorme crescita di un antisemitismo costruito intorno a Israele e al sionismo, capace di attraversare ambienti universitari, movimenti radicali anti-israeliani, settori dell’estrema sinistra e circuiti islamisti.

Non è una sensazione.

Sono i numeri a imporre la discussione.

L’esplosione americana

Secondo l’Anti-Defamation League, negli Stati Uniti nel 2023 furono registrati 8.873 episodi antisemiti, contro i 3.698 dell’anno precedente: un aumento del 140%.

Fu allora il numero più alto mai registrato dall’ADL dall’inizio delle sue rilevazioni nel 1979.

L’incremento si concentrò soprattutto nel periodo successivo all’attacco del 7 ottobre. Nei campus universitari furono registrati 922 episodi nel corso dell’anno, con un aumento del 321% rispetto al 2022.

Ma il fenomeno non si esaurì nell’emotività dei mesi immediatamente successivi al massacro.

Nel 2024 l’ADL ha registrato 9.354 incidenti, un ulteriore 5% in più rispetto al record del 2023 e il dato più alto nei 46 anni coperti dall’Audit.

Il particolare politicamente più interessante è un altro.

Per la prima volta nella storia della rilevazione, la maggioranza degli incidenti – il 58%, pari a 5.452 casi – conteneva elementi relativi a Israele o al sionismo.

L’ADL ha inoltre registrato 1.694 episodi nei campus universitari, l’84% in più rispetto al 2023.

Questo non significa, naturalmente, che criticare Israele sia antisemitismo.

Non significa neppure che una manifestazione per i civili palestinesi sia antisemita.

La distinzione è fondamentale.

Lo stesso metodo dell’ADL esclude dalle statistiche le proteste anti-israeliane che non contengono elementi classificati come antisemiti. Nel 2024 l’organizzazione ha monitorato oltre 5.000 manifestazioni anti-Israele: 2.596 di queste sono entrate nell’Audit perché comprendevano messaggi, slogan, cartelli o discorsi giudicati antisemiti.

È proprio questa distinzione a rendere il dato significativo.

Il problema non è essere pro-Palestina. Il problema è quando la causa palestinese diventa il lasciapassare morale per demonizzare gli ebrei, celebrare il terrorismo o negare agli israeliani lo status stesso di civili.

Il fenomeno non è finito nel 2023

I dati successivi smentiscono anche l’idea secondo cui si sarebbe trattato esclusivamente di un’ondata emotiva temporanea.

Nel Regno Unito il Community Security Trust ha registrato 3.700 episodi antisemiti nel 2025. È il secondo dato annuale più alto mai rilevato dall’organizzazione, dietro soltanto ai 4.298 episodi del 2023.

Il dato del 2025 equivale inoltre a una media di 308 episodi al mese: esattamente il doppio della media mensile registrata nell’anno precedente al 7 ottobre.

Persino nel primo semestre 2025, quando l’ondata iniziale avrebbe dovuto essersi ormai esaurita, il CST ha registrato 1.521 episodi, il secondo dato più alto mai osservato nel Regno Unito nei primi sei mesi di un anno.

Negli Stati Uniti il fenomeno ha mostrato qualche cambiamento nel 2025: secondo l’ADL, la quota degli episodi collegati a Israele o al sionismo è scesa dal 58% del 2024 al 45% nel 2025 e sono diminuite anche le manifestazioni anti-Israele contenenti retorica classificata come antisemita.

Ma contemporaneamente l’ADL ha registrato nel 2025 un massimo storico per le aggressioni antisemite.

Il problema, dunque, non è evaporato.

La Germania e la saldatura tra ambienti diversi

La Germania offre forse uno degli esempi più interessanti perché il sistema di monitoraggio RIAS prova anche a distinguere i diversi ambienti ideologici.

Nel 2023 RIAS ha documentato 4.782 episodi antisemiti, oltre l’80% in più rispetto all’anno precedente. Ben 2.787 furono registrati tra il 7 ottobre e la fine dell’anno: in meno di tre mesi furono quindi documentati più episodi che nell’intero 2022.

Nel 2024 la situazione è ulteriormente peggiorata: il rapporto nazionale RIAS parla di 8.627 episodi, quasi il 77% in più rispetto al 2023.

Ed è proprio RIAS a descrivere una realtà che manda in frantumi le vecchie categorie.

Nell’analisi delle manifestazioni successive al 7 ottobre emergono ambienti misti nei quali attivisti radicalmente anti-israeliani, gruppi islamisti e settori della sinistra anti-imperialista possono ritrovarsi nelle stesse mobilitazioni.

Su 2.225 manifestazioni analizzate dal 7 ottobre 2023 alla fine del 2024 nelle quali erano stati documentati contenuti antisemiti, nell’89% dei casi RIAS ha rilevato antisemitismo collegato a Israele.

Questa è la questione che una parte della cultura politica europea non vuole affrontare.

L’antisemitismo contemporaneo non appartiene a un solo campo politico.

Esiste quello neonazista.

Esiste quello cospirazionista.

Esiste quello islamista.

Ed esiste un antisemitismo che utilizza il vocabolario dell’anti-imperialismo, della decolonizzazione e dell’antisionismo radicale.

In alcune piazze questi mondi finiscono perfino per incontrarsi.

Quando il massacro diventa una “vittoria”

Il caso di Students for Justice in Palestine è particolarmente significativo.

Dopo il 7 ottobre, National Students for Justice in Palestine diffuse un Day of Resistance Toolkit nel quale l’attacco veniva descritto come una “historic win”, una “vittoria storica” della resistenza palestinese.

Il documento invitava inoltre gli studenti a portare quella lotta nei campus americani attraverso lo “smantellamento del sionismo”.

L’ADL documenta inoltre dichiarazioni di capitoli SJP che arrivavano a contestare esplicitamente la distinzione tra “civile” e “militante”.

E qui la questione supera completamente la critica alle politiche del governo israeliano.

Si può contestare Netanyahu.

Si può sostenere la nascita di uno Stato palestinese.

Si può denunciare la morte dei civili palestinesi.

Si possono criticare bombardamenti, insediamenti, operazioni militari e qualsiasi decisione del governo israeliano.

Tutto questo appartiene alla discussione politica.

Ma chiamare “vittoria storica” un’offensiva durante la quale vengono massacrati civili è un’altra cosa.

E PEN America, organizzazione certamente non assimilabile alla destra trumpiana, ha definito “deeply abhorrent” diversi contenuti di quel toolkit, pur contestando allo stesso tempo i tentativi di utilizzare quelle dichiarazioni per giustificare indiscriminatamente la soppressione della libertà di espressione nei campus.

È precisamente questa la distinzione che serve.

Difendere la libertà di parola non significa fingere di non vedere ciò che viene detto.

Il laboratorio dei campus

Le università americane sono diventate uno dei principali campi di battaglia di questa trasformazione.

Nel 2024 una commissione della Camera dei Rappresentanti ha condotto audizioni e indagini sulla gestione dell’antisemitismo in numerose università, tra cui Columbia, Rutgers, Northwestern, UCLA, Yale e University of Michigan.

Anche qui bisogna evitare una semplificazione.

Non tutti gli studenti che hanno manifestato per Gaza sono antisemiti.

Molti hanno protestato esclusivamente contro la guerra e per la tutela dei civili palestinesi.

Ma all’interno dello stesso universo politico sono emerse anche posizioni radicalmente diverse.

Nell’ottobre 2024, per esempio, Columbia University Apartheid Divest dichiarò il proprio sostegno alla “armed struggle”, definendo il 7 ottobre una vittoria “morale, militare e politica”.

Ed è qui che il paradosso dell’università progressista diventa enorme.

Gli stessi ambienti culturali che per anni hanno costruito codici linguistici rigidissimi per evitare microaggressioni, discriminazioni e linguaggio offensivo si sono improvvisamente trovati davanti a una questione immensamente più grave:

quando la violenza è rivolta contro gli israeliani, quali parole diventano improvvisamente accettabili?

Dall’ebreo “capitalista” all’ebreo “colonizzatore”

L’antisemitismo ha sempre dimostrato una straordinaria capacità di adattamento.

L’ebreo è stato accusato contemporaneamente di essere capitalista e comunista.

Cosmopolita e tribalista.

Troppo assimilato e incapace di assimilarsi.

Dominatore della finanza e rivoluzionario bolscevico.

Il bersaglio rimaneva lo stesso; cambiava la giustificazione.

Oggi esiste il rischio di una nuova metamorfosi.

L’ebreo non viene necessariamente presentato come una “razza inferiore”, secondo il vocabolario biologico del nazismo.

Può essere ricodificato come “colonizzatore”, “privilegiato”, “oppressore”, “sionista”.

Il linguaggio cambia.

La funzione politica può diventare sorprendentemente simile: trasformare milioni di individui differenti in una categoria collettivamente colpevole.

Ed è precisamente qui che l’antisionismo può oltrepassare la frontiera che lo separa dall’antisemitismo.

Non quando critica Israele.

Ma quando attribuisce agli ebrei collettivamente le responsabilità dello Stato israeliano; considera legittimo colpire istituzioni ebraiche perché “sioniste”; utilizza stereotipi classici sull’influenza ebraica; giustifica la violenza contro civili israeliani; oppure sostiene che l’unico Stato al mondo a maggioranza ebraica debba semplicemente cessare di esistere attraverso la violenza.

La coalizione rosso-verde

Esiste poi un cortocircuito politico ancora più difficile da spiegare.

Una parte della sinistra radicale occidentale ha costruito la propria identità intorno ai diritti LGBT, al femminismo, alla laicità e alla liberazione sessuale.

L’islamismo radicale sostiene principi praticamente opposti.

Eppure i due mondi possono incontrarsi nell’anti-occidentalismo e nell’ostilità verso Israele.

RIAS documenta precisamente questa presenza contemporanea di attivismo anti-israeliano, ambienti islamisti e sinistra anti-imperialista nelle manifestazioni contenenti antisemitismo.

Non significa che islamismo e sinistra radicale siano la stessa cosa.

Significa qualcosa di politicamente più interessante:

due ideologie incompatibili possono costruire un’alleanza tattica quando individuano lo stesso nemico.

Israele diventa così non soltanto uno Stato da criticare, ma il simbolo dell’Occidente, del colonialismo, del capitalismo, degli Stati Uniti e dell’ordine liberale.

E a quel punto l’ebreo rischia nuovamente di essere trasformato da individuo in simbolo.

È un meccanismo terribilmente antico.

Il grande alibi: “è soltanto antisionismo”

La risposta automatica è ormai conosciuta:

“Non siamo antisemiti, siamo antisionisti.”

In moltissimi casi è vero.

Antisionismo e antisemitismo non sono automaticamente sinonimi.

Una persona può criticare radicalmente il sionismo senza nutrire alcun odio verso gli ebrei.

Ma la formula non può diventare uno scudo universale.

Se una sinagoga viene attaccata per ciò che accade a Gaza, non è geopolitica.

Se uno studente ebreo viene intimidito perché considerato automaticamente responsabile delle decisioni del governo israeliano, non è critica a Netanyahu.

Se un massacro di civili viene celebrato perché quelle vittime vengono ridefinite collettivamente come “colonizzatori”, non è solidarietà con i palestinesi.

È disumanizzazione.

E la storia europea dovrebbe aver insegnato dove può condurre la disumanizzazione.

Anche l’estrema destra resta un problema

C’è però un dato che chi vuole affrontare seriamente il problema non deve nascondere.

L’antisemitismo dell’estrema destra non è scomparso.

L’ADL continua a documentare propaganda suprematista bianca e attività neonaziste; nel 2025 ha registrato una forte diminuzione della distribuzione di propaganda suprematista rispetto all’anno precedente, ma il fenomeno continua a esistere.

Negarlo per ragioni di convenienza politica sarebbe esattamente lo stesso errore che viene contestato alla sinistra.

L’antisemitismo va combattuto ovunque si trovi.

A destra quando parla di razza e complotti ebraici.

Nel fondamentalismo islamista quando invoca la guerra religiosa contro gli ebrei.

A sinistra quando trasforma ogni ebreo in un “colonizzatore” e ogni violenza contro israeliani in “resistenza”.

Non esiste antisemitismo buono perché proviene dalla parte politica che ci piace.

“Mai più”, ma con una clausola

Ed è questo il vero lascito politico del 7 ottobre.

Per ottant’anni l’Europa ha ripetuto:

Mai più.

Ma il valore di quella promessa non si misura quando è facile pronunciarla.

Si misura quando gli ebrei vengono realmente assassinati.

Il 7 ottobre circa 1.200 persone furono uccise e più di 250 rapite.

E mentre Israele non aveva ancora nemmeno completato la propria risposta militare, in alcuni ambienti occidentali era già cominciata la trasformazione semantica degli assassini in “resistenti” e delle vittime in “colonizzatori”.

È questo il punto che resterà nella storia.

Non impedisce di discutere — anche durissimamente — ciò che Israele ha fatto successivamente a Gaza.

Le due cose possono e devono essere tenute insieme.

Si possono condannare Hamas e le uccisioni di civili israeliani.

Si possono condannare le sofferenze e la morte dei civili palestinesi.

Si può criticare Netanyahu senza odiare gli ebrei.

Si può difendere il diritto dei palestinesi senza celebrare Hamas.

Quello che non si può fare è trasformare la parola “antifascismo” in un certificato preventivo di innocenza.

I nazisti sono loro?

Naturalmente esiste una differenza storica gigantesca tra la Germania nazista — uno Stato totalitario che organizzò industrialmente lo sterminio di sei milioni di ebrei — e qualsiasi movimento politico contemporaneo.

Equipararli letteralmente sarebbe storicamente sbagliato.

Ma il titolo “I nazisti sono loro” pone una provocazione diversa.

Che cosa accade quando chi passa la vita a definire gli altri “fascisti” comincia a utilizzare alcuni dei meccanismi che hanno sempre preceduto la persecuzione?

Colpa collettiva.

Demonizzazione.

Disumanizzazione.

Esclusione.

Giustificazione della violenza.

Trasformazione dell’ebreo in simbolo di un sistema malvagio.

Il nazismo costruì il proprio antisemitismo attraverso la razza.

Una parte dell’antisemitismo contemporaneo lo ricostruisce attraverso le categorie di colonialismo, privilegio e oppressione.

Non sono la stessa ideologia.

Ma il bersaglio rischia di tornare terribilmente familiare.

E questo è il punto che una parte dell’Occidente progressista non vuole guardare.

Il 7 ottobre ha strappato la maschera a molti.

Ha mostrato che gridare “antifascismo” non rende automaticamente immuni dall’odio.

Ha mostrato che si può parlare continuamente di inclusione e contemporaneamente escludere gli ebrei dalla propria gerarchia delle vittime.

Ha mostrato che persino un massacro può essere reinterpretato come liberazione quando le vittime vengono preventivamente classificate come appartenenti alla categoria degli “oppressori”.

E soprattutto ha ricordato una regola che l’Europa avrebbe dovuto imparare definitivamente nel 1945:

l’antisemitismo non diventa progressista cambiando vocabolario.

Chiamare l’ebreo “sionista” invece di “giudeo”, “colonizzatore” invece di “nemico della razza”, “privilegiato” invece di “parassita” non rende automaticamente innocente un discorso quando il risultato finale è la demonizzazione collettiva.

Il vecchio antisemitismo indossava la camicia bruna.

Quello islamista può utilizzare il linguaggio della guerra religiosa.

Quello dell’estrema sinistra può parlare di decolonizzazione e rivoluzione.

Le uniformi cambiano.

La domanda decisiva resta sempre la stessa:

che cosa stai giustificando quando la vittima è ebrea?

È da quella risposta, non dall’etichetta “antifascista” stampata sulla maglietta, che si misura la distanza reale dal totalitarismo.

E dopo il 7 ottobre quella risposta, per una parte dell’Occidente, è diventata terribilmente inquietante.

FONTI PRINCIPALI

Anti-Defamation League (ADL) — Audit of Antisemitic Incidents 2023
https://www.adl.org/resources/report/audit-antisemitic-incidents-2023

Anti-Defamation League (ADL) — Audit of Antisemitic Incidents 2024
https://www.adl.org/resources/report/audit-antisemitic-incidents-2024

Anti-Defamation League — Students for Justice in Palestine (SJP)
https://www.adl.org/resources/backgrounder/students-justice-palestine-sjp

Community Security Trust — Antisemitic Incidents Report 2025
https://cst.org.uk/news/blog/2026/02/11/antisemitic-incidents-report-2025

Community Security Trust — Antisemitic Incidents January–June 2025
https://cst.org.uk/research/cst-publications/antisemitic-incidents-report-january-june-2025

Bundesverband RIAS — Antisemitic Incidents in Germany
https://www.report-antisemitism.de/en/

European Union Agency for Fundamental Rights — Jewish people’s experiences and perceptions of antisemitism
https://fra.europa.eu/

U.S. House Committee on Education & the Workforce — Campus Antisemitism Investigation
https://edworkforce.house.gov/

PEN America — The Wrong Way to Fight Campus Antisemitism
https://pen.org/the-wrong-way-to-fight-campus-antisemitism/

HONDURASGATE: DOVE FINISCONO I FATTI E DOVE COMINCIA LA NARRAZIONE

0

Software israeliani per spiare milioni di persone. Israele che impartirebbe istruzioni al governo dell’Honduras. Telecomunicazioni, social network, Pegasus, Cellebrite, Palantir e perfino una gigantesca operazione geopolitica per combattere i governi progressisti dell’America Latina.

È una storia perfetta.

Forse troppo perfetta.

Perché quando si separano i fatti documentati dalle interpretazioni politiche, Hondurasgate diventa molto più complesso di come viene raccontato dalla propaganda ideologica.

I CANI DA RIPORTO DELLA CONTROINFORMAZIONE MARXISTA: CAMBIA LA STORIA, NON CAMBIA IL COPIONE

Ed eccoli di nuovo: i cani da riporto della controinformazione marxista, pronti a recuperare qualsiasi vicenda internazionale e riportarla dentro il solito recinto ideologico.

Cambiano il Paese, i protagonisti e le circostanze. Il copione, invece, sembra sempre lo stesso: se compare Israele, diventa immediatamente il centro della trama; se compaiono gli Stati Uniti, diventano la regia; se viene coinvolto un governo conservatore, diventa il braccio politico dell’operazione.

Il problema non è indagare Hondurasgate. Bisogna farlo. E se emergessero prove di sorveglianza illegale, abusi di potere o interferenze straniere, andrebbero denunciate senza sconti per nessuno.

Il problema nasce quando l’ipotesi diventa sentenza prima che la catena delle prove sia completa.

Un audio ritenuto autentico dimostra innanzitutto che una determinata conversazione è avvenuta. Non certifica automaticamente come vero ogni fatto raccontato durante quella conversazione. La presenza di tecnologie sviluppate da società israeliane non dimostra automaticamente un’operazione diretta dello Stato d’Israele. E mettere nello stesso racconto Pegasus, Cellebrite, Palantir, operatori telefonici e governi stranieri non basta a dimostrare che esista un’unica cabina di regia.

È qui che l’informazione rischia di trasformarsi in propaganda: prima si individua il nemico ideologico, poi si interpretano tutti gli elementi disponibili attraverso quella lente.

La sorveglianza di massa è un problema gravissimo quando viene praticata da Israele, dagli Stati Uniti, dalla Cina, dall’Iran, dalla Russia o da qualsiasi altro governo.

I diritti dei cittadini non hanno colore politico.

Per questo Hondurasgate deve essere indagato fino in fondo. Ma proprio perché le accuse sono enormi, servono prove enormi.

Documenti. Contratti. Flussi finanziari. Ordini. Infrastrutture. Responsabilità politiche verificabili.

Non basta una sceneggiatura geopolitica già pronta.

Perché la vera controinformazione dovrebbe mettere in dubbio tutti i poteri.

Quando invece dubita soltanto dei nemici della propria ideologia e concede sistematicamente il beneficio del dubbio agli amici, smette di essere controinformazione.

Diventa propaganda.

GLI AUDIO ESISTONO. MA COSA DIMOSTRANO DAVVERO?

Il cuore di Hondurasgate è costituito da registrazioni attribuite al presidente honduregno Nasry Asfura, all’ex presidente Juan Orlando Hernández e ad altri esponenti politici.

Le ultime dodici registrazioni sono state analizzate da Earshot, che ha concluso con alta probabilità che non fossero generate dall’intelligenza artificiale.

È un elemento importante e sarebbe scorretto ignorarlo.

Ma qui arriva la distinzione fondamentale:

dimostrare che una registrazione probabilmente non è stata generata dall’IA non significa automaticamente dimostrare come veri tutti i fatti raccontati al suo interno.

Un politico può parlare di un progetto.

Può vantare appoggi che non possiede.

Può descrivere una trattativa.

Può attribuire intenzioni a governi stranieri.

Può persino mentire.

L’autenticità della voce e la veridicità delle affermazioni contenute nella conversazione sono due problemi probatori differenti.

E questa distinzione era già emersa con le prime registrazioni: un’inchiesta honduregna sottolineava che precedenti verifiche consentivano di escludere alcune forme di manipolazione, ma non fornivano necessariamente una certificazione definitiva dell’identità dei parlanti o della veridicità delle loro affermazioni.

DA “TECNOLOGIA ISRAELIANA” A “ISRAELE SPIA L’AMERICA LATINA”

Qui avviene il salto politico.

Pegasus è realmente uno spyware estremamente invasivo sviluppato da NSO Group, società israeliana. Su questo non esiste motivo di edulcorare la realtà.

Ma esiste una differenza enorme tra:

un’azienda israeliana vende tecnologia

e

lo Stato di Israele conduce un’operazione segreta di sorveglianza politica dell’America Latina.

Per dimostrare la seconda affermazione servirebbe una catena probatoria molto più robusta: documenti governativi, contratti, ordini, autorizzazioni, trasferimenti finanziari, infrastrutture operative e collegamenti verificabili con apparati statali.

La semplice nazionalità dell’impresa produttrice del software non basta.

Altrimenti dovremmo attribuire automaticamente al governo americano qualsiasi operazione effettuata nel mondo utilizzando tecnologia prodotta da un’azienda statunitense.

IL PARADOSSO PALANTIR

C’è poi un dettaglio particolarmente interessante.

Nella stessa storia viene tirata in ballo anche Palantir.

Ma Palantir è americana.

Ed ecco allora comparire un meccanismo narrativo molto conveniente: tecnologie e aziende appartenenti a Paesi differenti vengono inserite nello stesso contenitore geopolitico e successivamente presentate come componenti di un’unica grande macchina.

Prima si costruisce la cornice:

Israele + Stati Uniti + destra latinoamericana.

Poi ogni elemento viene fatto entrare dentro quella cornice.

Ma una concatenazione narrativa non è una catena probatoria.

“MILIONI DI PERSONE SPIATE”: DOVE SONO LE PROVE?

Questa è probabilmente la questione più importante.

Dire che esisterebbe un progetto per aumentare il controllo delle comunicazioni è una cosa.

Dire che milioni di cittadini vengono spiati è completamente diverso.

Per dimostrare una sorveglianza di massa operativa servirebbero dati tecnici verificabili:

contratti firmati, infrastrutture installate, accessi alle reti degli operatori, capacità effettive del sistema, database utilizzati, numero di utenze intercettate e documentazione amministrativa o giudiziaria.

Le registrazioni possono rappresentare un indizio molto serio.

Non trasformano però automaticamente un progetto discusso in una macchina di sorveglianza già funzionante su milioni di persone.

IL VERO PROBLEMA È LA SORVEGLIANZA, NON LA NAZIONALITÀ DEL SOFTWARE

Qui emerge anche una contraddizione ideologica.

Se il problema è davvero la sorveglianza di massa, allora il principio deve valere universalmente.

Software israeliano? Va controllato.

Software americano? Va controllato.

Software cinese? Va controllato.

Software russo? Va controllato.

Tecnologia europea? Esattamente lo stesso.

I diritti civili non cambiano a seconda della bandiera stampata sulla sede dell’azienda produttrice.

Se invece l’indignazione esplode principalmente quando compare la parola “Israele”, mentre sistemi di sorveglianza enormemente più estesi vengono trattati con molto meno interesse quando appartengono a governi ideologicamente graditi, allora non stiamo più difendendo la privacy.

Stiamo facendo geopolitica travestita da difesa dei diritti digitali.

E POI ARRIVA LA PAROLA MAGICA: “GOVERNI PROGRESSISTI”

La prima ondata di Hondurasgate era stata presentata come una presunta operazione di Stati Uniti, Israele e Honduras contro governi progressisti dell’America Latina. Anche EFE descriveva prudentemente il caso parlando di un “presunto piano”, non di un complotto definitivamente provato.

Ed è proprio questa prudenza che dovrebbe accompagnare l’intera vicenda.

Perché Hondurasgate può contenere elementi autentici, comportamenti gravissimi e progetti che meritano indagini giudiziarie.

Ma questo non autorizza automaticamente a trasformarlo nella prova definitiva dell’esistenza di una gigantesca centrale israelo-americana incaricata di distruggere la sinistra latinoamericana.

È precisamente questo salto che deve essere dimostrato.

Non semplicemente raccontato.

INDAGARE TUTTO, CREDERE A NIENTE SULLA PAROLA

La posizione razionale non è negare Hondurasgate.

È chiedere più prove.

Se il governo Asfura ha progettato una sorveglianza illegale dei cittadini, bisogna accertarlo.

Se società tecnologiche hanno fornito strumenti destinati alla repressione politica, bisogna documentarlo.

Se operatori telefonici hanno consentito accessi illegali alle comunicazioni, bisogna indagare.

E soprattutto, se esiste davvero un’operazione diretta dello Stato israeliano o statunitense per controllare politicamente l’Honduras e destabilizzare altri Paesi latinoamericani, allora devono emergere prove proporzionate alla gravità dell’accusa.

Perché esiste una regola semplicissima che dovrebbe valere per tutti:

un audio può essere una prova dell’esistenza di una conversazione. Non è automaticamente la prova che ogni cosa raccontata durante quella conversazione sia vera.

Hondurasgate merita un’indagine seria.

Quello che non merita è essere trasformato preventivamente in una sceneggiatura ideologica nella quale il colpevole è già stato scelto e ogni nuovo elemento viene interpretato soltanto per confermare la tesi iniziale.

La domanda quindi rimane aperta:

stiamo assistendo alla scoperta documentata di una gigantesca operazione internazionale di sorveglianza oppure alla trasformazione di elementi reali e ancora da verificare in una narrazione geopolitica molto più grande delle prove disponibili?

La risposta non arriverà dagli slogan.

Arriverà dai documenti.