Londra e Parigi si spartivano il greggio prima che esistesse lo Stato: mezzo secolo di accordi, monarchie, compagnie e guerre per arrivare al 1972
PARTE I — LO STATO ARRIVÒ DOPO. IL PETROLIO ERA GIÀ SUL TAVOLO
C’è una data dalla quale conviene cominciare questa storia: 24 aprile 1920.
E c’è un luogo: Sanremo.
L’Iraq come Stato moderno non esiste ancora nella forma che conosceremo successivamente. Non esiste ancora una monarchia irachena consolidata, la questione di Mosul è aperta e l’assetto politico dei territori sottratti all’Impero ottomano è ancora in costruzione.
Eppure il petrolio è già oggetto di un accordo internazionale.
Questo è il primo elemento necessario per comprendere ciò che accadrà nei successivi cinquant’anni.
Non bisogna immaginare infatti una sequenza lineare nella quale nasce prima uno Stato sovrano, quello Stato scopre di possedere petrolio e successivamente decide come sfruttarlo.
La sequenza storica è quasi rovesciata.
Prima arrivano gli interessi strategici.
Poi gli accordi petroliferi.
Poi la costruzione dell’assetto politico.
Infine, molto più tardi, il pieno controllo iracheno della produzione.
Il documento anglo-francese firmato a Sanremo il 24 aprile 1920 è straordinariamente esplicito.
L’articolo 7 stabiliva che, qualora lo sviluppo petrolifero della Mesopotamia fosse stato affidato a una compagnia privata, la Francia avrebbe ottenuto una partecipazione del 25%.
Ma il passaggio politicamente più interessante è quello successivo.
L’accordo prevedeva infatti che quella compagnia sarebbe rimasta sotto “permanent British control”, controllo britannico permanente.
E poi arrivava l’articolo 8.
Il futuro governo locale — oppure altri interessi locali — avrebbe potuto partecipare al capitale della compagnia fino a un massimo del 20%, qualora lo avesse desiderato.
Il testo originale conservato negli archivi diplomatici americani non lascia molti margini interpretativi.
Il petrolio della Mesopotamia era già entrato nel sistema delle relazioni fra le grandi potenze europee.
Il futuro Stato locale, invece, disponeva di una possibilità condizionata di partecipazione.
Non era una quota automaticamente assegnata.
Era un’opzione.
Ed è proprio dentro quella differenza apparentemente tecnica che comincia una storia lunga mezzo secolo.
IL PETROLIO PRIMA DELLO STATO
Per comprendere Sanremo bisogna però tornare ancora indietro.
All’inizio del Novecento la potenza britannica poggiava in larga parte sulla Royal Navy. E la Royal Navy stava attraversando una trasformazione destinata a modificare l’intera geopolitica del secolo: il passaggio dal carbone al petrolio.
La nafta offriva vantaggi enormi.
Maggiore autonomia.
Maggiore velocità.
Rifornimenti più efficienti.
Minore necessità di uomini impegnati ad alimentare continuamente le caldaie.
Ma esisteva un problema strategico fondamentale.
La Gran Bretagna possedeva carbone.
Non possedeva quantità comparabili di petrolio sul proprio territorio.
L’accesso al greggio diventava quindi qualcosa di più di una questione commerciale.
Diventava sicurezza nazionale.
Nel 1914 il governo britannico acquistò una partecipazione di maggioranza nell’Anglo-Persian Oil Company.
Lo Stato britannico entrava direttamente nel capitale della compagnia che controllava importanti risorse petrolifere persiane.
La distinzione fra interesse commerciale e interesse strategico diventava sempre più sottile.
Quando nello stesso anno scoppiò la Prima guerra mondiale, la regione del Golfo acquistò conseguentemente un’importanza enorme.
La raffineria di Abadan, in Persia, costituiva un’infrastruttura essenziale.
Le forze britanniche provenienti dall’India sbarcarono nell’area di Bassora.
L’operazione iniziale aveva obiettivi relativamente circoscritti.
Ma le guerre hanno una caratteristica ricorrente: raramente rimangono circoscritte agli obiettivi con cui cominciano.
L’avanzata britannica risalì progressivamente la Mesopotamia.
Dopo la durissima sconfitta di Kut, le forze britanniche ripresero l’offensiva e nel marzo 1917 entrarono a Baghdad.
Alla fine del conflitto Londra si ritrovò così davanti a un problema gigantesco.
Aveva conquistato un territorio vastissimo, politicamente complesso e costoso da amministrare.
E quel territorio conteneva qualcosa destinato a diventare sempre più importante per l’economia e per la guerra moderna.
Il petrolio.
L’IRAQ NON FU INVENTATO DAL NULLA
Qui occorre evitare una semplificazione molto diffusa.
Dire che l’Iraq fu semplicemente “inventato dagli inglesi” significa comprimere una realtà storica assai più complessa.
La Mesopotamia possedeva naturalmente una storia millenaria.
Il termine Iraq aveva radici precedenti alla creazione dello Stato moderno.
Esistevano le province ottomane di Bassora, Baghdad e Mosul.
Esistevano grandi città, reti commerciali, strutture tribali, comunità sciite e sunnite, popolazioni curde, comunità cristiane ed ebraiche e centri religiosi come Najaf e Karbala.
Quello che le potenze europee contribuirono decisivamente a determinare non fu l’esistenza delle popolazioni o della regione.
Fu il nuovo assetto statale e internazionale successivo alla dissoluzione dell’Impero ottomano.
E proprio qui petrolio, sicurezza imperiale e costruzione politica cominciano a sovrapporsi.
1920: LA RIVOLTA CHE CAMBIÒ IL MODELLO BRITANNICO
Nell’estate del 1920 esplose una grande insurrezione contro l’occupazione britannica.
Gruppi sciiti, nazionalisti sunniti, tribù e altri soggetti con motivazioni differenti finirono temporaneamente per convergere contro il sistema di amministrazione straniera.
Londra represse la rivolta.
Ma la vittoria militare produsse una conclusione politica scomoda.
Il controllo diretto costava troppo.
Occorrevano truppe.
Occorrevano funzionari.
Occorrevano risorse.
Occorreva reprimere periodicamente le resistenze.
La soluzione britannica divenne quindi progressivamente diversa: diminuire la presenza diretta costruendo istituzioni locali capaci di governare il territorio mantenendo contemporaneamente una relazione privilegiata con Londra.
Ed è qui che entra in scena Faisal ibn Hussein.
IL RE CHE ARRIVÒ DALLA SIRIA
Faisal era figlio dello sceriffo Hussein della Mecca ed era stato una delle figure principali della Rivolta araba contro gli ottomani.
Nel 1920 era diventato re della Siria.
Per pochissimo.
La Francia, alla quale era stato attribuito il mandato sulla Siria, non accettò quell’assetto.
Le truppe francesi sconfissero le forze arabe e Faisal dovette lasciare Damasco.
Per Londra, tuttavia, quell’uomo possedeva caratteristiche interessanti.
Era arabo.
Apparteneva alla dinastia hascemita.
Possedeva prestigio derivante dalla guerra contro gli ottomani.
Ma contemporaneamente aveva costruito rapporti profondi con gli inglesi.
Nel marzo 1921 la Conferenza del Cairo, alla quale parteciparono figure come Winston Churchill, Percy Cox, T. E. Lawrence e Gertrude Bell, contribuì a definire il nuovo assetto britannico della regione.
Faisal divenne la soluzione per l’Iraq.
Il problema era evidente.
Faisal non era iracheno e non disponeva nel paese di una propria struttura politica consolidata.
La sua forza iniziale dipendeva quindi inevitabilmente anche dall’appoggio britannico.
Ed esistevano concorrenti locali.
Uno dei più importanti era Sayyid Talib al-Naqib, potente notabile di Bassora ed ex deputato ottomano.
Nell’aprile 1921, dopo aver espresso posizioni considerate minacciose dall’amministrazione, Talib venne arrestato dalle autorità britanniche ed esiliato.
Pochi mesi dopo la strada verso il trono era sostanzialmente libera.
Nell’agosto 1921 Faisal diventò re dell’Iraq.
Ed è qui che bisogna tornare al petrolio.
Perché quando il nuovo sovrano arrivò al trono, le potenze europee discutevano del petrolio mesopotamico già da anni.
SANREMO AVEVA ANTICIPATO BAGHDAD
Il futuro dell’industria petrolifera non cominciò dunque con il governo iracheno.
A Sanremo britannici e francesi avevano già stabilito principi fondamentali.
La Francia avrebbe ricevuto il 25%.
La compagnia privata prevista dall’accordo sarebbe rimasta sotto controllo britannico.
Gli interessi locali avrebbero potuto partecipare fino al 20%.
Non significa che ogni sviluppo successivo fosse già scritto nel 1920.
Sarebbe storicamente scorretto sostenerlo.
Gli Stati Uniti, per esempio, contestarono duramente l’impostazione anglo-francese.
Washington invocava il principio della Open Door, cioè la parità di accesso alle opportunità economiche nei territori sottoposti a mandato.
La corrispondenza diplomatica americana mostra chiaramente lo scontro.
Il governo britannico sosteneva che Sanremo non introducesse un monopolio e che il futuro Stato arabo avrebbe conservato libertà di azione.
Washington rispondeva invece di avere difficoltà a conciliare quelle rassicurazioni con un accordo che attribuiva una posizione privilegiata a Francia e Gran Bretagna.
È un passaggio importante perché impedisce di trasformare la storia in una caricatura.
Non esisteva un unico blocco occidentale che decideva tutto senza contrasti.
Esistevano interessi britannici, francesi, americani, italiani e successivamente quelli dello stesso Stato iracheno.
E spesso erano concorrenti.
MOSUL: “NON È PER IL PETROLIO”
La questione di Mosul divenne uno dei grandi dossier diplomatici del dopoguerra.
La Turchia di Mustafa Kemal rivendicava la provincia.
Londra sosteneva la sua permanenza nell’Iraq.
Mosul possedeva però anche un’altra caratteristica.
Le sue prospettive petrolifere erano considerate estremamente promettenti.
Durante la Conferenza di Losanna del 1923, il ministro degli Esteri britannico Lord Curzon respinse pubblicamente l’idea che la posizione britannica su Mosul fosse determinata dal petrolio.
Londra insisteva su considerazioni territoriali, strategiche e demografiche.
E certamente quelle considerazioni esistevano.
Ma parallelamente il petrolio aveva assunto un’importanza strategica documentata.
È proprio la sovrapposizione dei due livelli — dichiarazioni pubbliche e documentazione interna — a rendere la vicenda storicamente interessante.
Ridurre Mosul esclusivamente al petrolio sarebbe semplicistico.
Pretendere che il petrolio fosse irrilevante lo sarebbe altrettanto.
E SPUNTA ANCHE L’ITALIA
In questa vicenda compare anche un attore spesso dimenticato: l’Italia.
Roma non aveva ottenuto a Sanremo la posizione attribuita alla Francia.
Ma cercò successivamente uno spazio nel sistema petrolifero mesopotamico.
Durante le trattative internazionali venne presa in considerazione anche la possibilità di utilizzare partecipazioni petrolifere come strumento diplomatico nella sistemazione della questione di Mosul.
Il fatto è importante perché mostra la vera natura geopolitica della partita.
Il petrolio non era semplicemente una merce.
Era moneta diplomatica.
Era sicurezza militare.
Era capacità industriale.
Era influenza internazionale.
Ed era soprattutto una risorsa sulla quale si stavano prendendo decisioni mentre la sovranità irachena era ancora incompleta.
1925: ARRIVA LA CONCESSIONE
Nel marzo 1925 il governo iracheno concesse alla Turkish Petroleum Company diritti di esplorazione e sfruttamento petrolifero per un periodo lunghissimo.
Il nome può trarre in inganno.
La società aveva origine nel periodo ottomano, da cui “Turkish”, ma la struttura proprietaria era ormai internazionale.
Ed è qui che la distinzione fondamentale diventa quella fra royalty e proprietà azionaria.
L’Iraq avrebbe ricevuto pagamenti collegati alla produzione.
Ma non diventava automaticamente uno dei grandi azionisti della compagnia.
La differenza è enorme.
Chi riceve una royalty guadagna dalla produzione.
Chi possiede la società partecipa invece, secondo i meccanismi societari, anche alle decisioni che determinano quella produzione.
Quanto estrarre.
Dove investire.
Quando sviluppare un giacimento.
Come organizzare la rete commerciale.
L’Iraq possedeva la risorsa.
Ma non controllava ancora completamente il meccanismo industriale attraverso il quale quella risorsa diventava potere economico.
SASSOON ESKELL E LA BATTAGLIA DELL’ORO
Uno dei protagonisti più interessanti di questa fase fu il ministro delle Finanze iracheno Sassoon Eskell, ebreo di Baghdad ed ex parlamentare ottomano.
Eskell cercò di migliorare le condizioni dell’accordo.
Non riuscì a trasformare l’Iraq nell’azionista che avrebbe potuto essere secondo l’impostazione di Sanremo.
Ma ottenne una protezione finanziaria importante: il collegamento delle royalties a una base aurea.
Può sembrare un dettaglio.
Non lo era.
Significava proteggere almeno in parte il valore reale delle entrate irachene dalle oscillazioni monetarie.
È una lezione che ritorna continuamente nella storia del petrolio.
Gli accordi più importanti non sono necessariamente quelli contenenti le parole più solenni.
A volte sono le clausole apparentemente tecniche a determinare miliardi di valore nei decenni successivi.
POI, FINALMENTE, IL PETROLIO USCÌ DAVVERO DALLA TERRA
Fino a quel momento gran parte della battaglia aveva riguardato aspettative.
Geologi, diplomatici, governi e compagnie discutevano di una ricchezza che non era ancora stata sviluppata commercialmente su grande scala.
Poi arrivò il 1927.
A Baba Gurgur, nei pressi di Kirkuk, una perforazione raggiunse un grande giacimento.
Il petrolio esplose dal pozzo con enorme pressione.
Le aspettative accumulate per anni diventavano improvvisamente realtà.
A quel punto non si trattava più di discutere su ciò che forse si trovava sotto la Mesopotamia.
Il petrolio c’era.
E ce n’era moltissimo.
1928: QUATTRO BLOCCHI DA 23,75% E UN UOMO CON IL 5%
La riorganizzazione della Turkish Petroleum Company produsse una struttura destinata a entrare nella storia.
Quattro gruppi ottennero ciascuno il 23,75%.
Fra loro figuravano gli interessi legati all’Anglo-Persian, Royal Dutch Shell, la Compagnie Française des Pétroles e il gruppo americano riunito nella Near East Development Corporation.
Restava il 5%.
Quel 5% apparteneva a un uomo.
Calouste Gulbenkian.
Il celebre “Mr. Five Percent”.
Gulbenkian era stato uno degli intermediari fondamentali nella costruzione del sistema societario precedente alla guerra e difese la propria partecipazione attraverso ogni successiva trasformazione.
La fotografia societaria è impressionante.
Il governo iracheno non possedeva una partecipazione equivalente.
Gulbenkian possedeva il 5%.
Ma bisogna essere precisi.
Questo non significa che l’Iraq non ricevesse denaro dal proprio petrolio.
Riceveva royalties.
Il punto è un altro.
Incassare dal petrolio e controllare la compagnia che decide la strategia petrolifera sono due cose completamente differenti.
LA LINEA ROSSA
Nel 1928 venne inoltre formalizzato il celebre Red Line Agreement.
Una linea tracciata sulla carta racchiudeva gran parte degli ex territori ottomani.
I partecipanti alla compagnia si impegnavano a non sviluppare autonomamente interessi petroliferi all’interno dell’area senza coinvolgere gli altri soci.
Era una gigantesca clausola di non concorrenza.
Serviva a tenere uniti gli interessi.
Ma con il passare del tempo quella stessa regola cominciò a trasformarsi in un ostacolo.
Quando alcune compagnie americane guardarono con crescente interesse alle immense riserve dell’Arabia Saudita, scoprirono che il sistema creato per proteggerle poteva limitarle.
La lezione era evidente.
Gli accordi petroliferi non erano eterni.
Venivano difesi quando risultavano convenienti.
Venivano reinterpretati o rinegoziati quando cambiavano gli interessi.
Per Baghdad questa era una lezione importante.
Perché dimostrava che i vincoli presentati come inevitabili erano, in realtà, prodotti di rapporti di forza.
1929: NASCE L’IRAQ PETROLEUM COMPANY
Nel 1929 la Turkish Petroleum Company cambiò finalmente nome.
Divenne Iraq Petroleum Company, IPC.
Il nome adesso era iracheno.
Il controllo societario molto meno.
Ed è proprio da qui che la storia entra nella sua fase più importante.
Perché l’Iraq stava per ottenere la prima delle sue tre grandi conquiste.
La sovranità politica.
Ma avrebbe presto scoperto che essere uno Stato indipendente non significava automaticamente controllare la propria principale ricchezza.

