ORBÁN AVEVA LETTO SOROS: IL PIANO ERA SCRITTO

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Dal “replacement migration” dell’ONU al milione di richiedenti asilo proposto da Soros: anatomia di una visione dell’Europa che Budapest decise di combattere

Per anni è stato liquidato come propaganda ungherese.

Il “piano Soros”, secondo i suoi critici, non sarebbe mai esistito. Sarebbe stato un’invenzione politica di Viktor Orbán, costruita per trasformare George Soros nel volto di un nemico esterno e mobilitare l’opinione pubblica ungherese contro l’immigrazione.

C’è però un problema che rende la storia molto meno semplice.

George Soros quelle proposte le aveva effettivamente pubblicate.

Non in un documento segreto. Non in una riunione clandestina. Non in una carta sottratta da qualche archivio.

Le aveva messe nero su bianco.

E alcune erano straordinariamente ambiziose.

2000: quando l’ONU calcolò la “replacement migration”

Bisogna partire da quindici anni prima della crisi migratoria del 2015.

Nel marzo 2000 la Population Division delle Nazioni Unite pubblicò Replacement Migration: Is It a Solution to Declining and Ageing Populations?

Il titolo, letto oggi, è politicamente esplosivo. Ma occorre essere precisi: il documento non era un programma politico per sostituire gli europei.

Era uno studio demografico.

L’ONU definiva “replacement migration” la migrazione internazionale teoricamente necessaria per compensare il declino e l’invecchiamento delle popolazioni caratterizzate da bassa natalità e mortalità.

L’ONU precisò inoltre che lo studio non formulava raccomandazioni né proponeva una “ricetta demografica”.

Ma i numeri erano enormi.

Per l’Italia, secondo la presentazione ufficiale dello studio, sarebbero stati necessari circa 6.500 immigrati l’anno per ogni milione di abitanti per mantenere la popolazione in età lavorativa. Per la Germania circa 6.000.

Lo studio constatava inoltre qualcosa destinato a diventare centrale nel dibattito europeo: senza immigrazione, l’invecchiamento avrebbe drasticamente ridotto il rapporto tra popolazione attiva e pensionati.

Era un esercizio demografico.

Ma introduceva nel linguaggio delle grandi istituzioni internazionali un concetto destinato a diventare politicamente radioattivo:

compensare attraverso l’immigrazione ciò che la natalità europea non produceva più.

Ed è qui che comincia la questione politica.

Perché mentre si calcolavano quanti immigrati sarebbero serviti all’Europa, molto meno radicale è stata per decenni la risposta alla domanda opposta:

perché gli europei facevano sempre meno figli?

Casa, salari, precarietà, fiscalità, costo dell’infanzia, instabilità occupazionale, rinvio dell’età del primo figlio: il problema demografico europeo è stato trattato troppo spesso come una fatalità statistica.

Prima si constata il vuoto.

Poi si discute di come riempirlo.

2015: Soros mette il milione nero su bianco

Arriviamo al settembre 2015.

L’Europa è nel pieno della più grave crisi migratoria della sua storia recente.

Al 28 settembre UNHCR registrava già 520.957 arrivi via mare dall’inizio dell’anno, contro 219.000 nell’intero 2014.

È in quel momento che George Soros pubblica su Project Syndicate “Rebuilding the Asylum System”.

E qui non servono interpretazioni.

Basta leggere.

Soros presenta sei elementi di un piano globale.

Il primo è inequivocabile:

“L’Ue deve accettare almeno un milione di richiedenti asilo l’anno nel prossimo futuro.”

Un milione.

Ogni anno.

Non una previsione dell’ONU. Non una stima demografica.

Una proposta politica esplicita.

Ed è questo il passaggio che rende impossibile liquidare tutta la successiva polemica di Orbán come se Budapest avesse inventato dal nulla l’esistenza di un progetto sorosiano sull’immigrazione.

€15.000 per ogni richiedente asilo

Il secondo punto riguarda il denaro.

Soros propone che l’Unione europea garantisca 15.000 euro per ogni richiedente asilo per ciascuno dei primi due anni.

La somma dovrebbe contribuire alle spese per:

  • alloggio;
  • assistenza sanitaria;
  • istruzione.

Ma Soros aggiunge esplicitamente un’altra finalità: rendere l’accettazione dei rifugiati più attraente per gli Stati membri.

Questo passaggio è politicamente fondamentale.

L’accoglienza non viene più pensata soltanto come obbligo umanitario. Entra dentro una gigantesca architettura finanziaria europea nella quale Bruxelles dovrebbe creare gli incentivi necessari affinché gli Stati partecipino.

E Soros affronta anche il problema di dove trovare il denaro.

La sua proposta prevedeva di mobilitare la capacità finanziaria dell’Unione, ricorrendo anche all’indebitamento.

Non beneficenza privata.

Politica pubblica europea.

Chi decide dove andare?

C’è poi un terzo punto che tocca direttamente la sovranità degli Stati.

Soros sosteneva che richiedenti asilo e Stati ospitanti dovessero essere abbinati tenendo conto delle preferenze di entrambi e con la minore coercizione possibile.

L’idea era comprensibile nella logica di Soros: diminuire gli spostamenti secondari e aumentare le possibilità di integrazione.

Ma politicamente significava affrontare la migrazione sempre meno come semplice questione di frontiera nazionale e sempre più come un problema da amministrare attraverso un sistema europeo sovranazionale.

Ed era precisamente ciò che Orbán contestava.

Due concezioni dell’Europa cominciavano così a scontrarsi frontalmente.

Da una parte:

frontiera, Stato, sovranità nazionale.

Dall’altra:

gestione europea, redistribuzione, finanziamento comune e mobilità.

Agenzia europea e frontiera comune

Gli altri punti completavano l’architettura.

Soros chiedeva maggiori finanziamenti a Turchia, Libano e Giordania, che ospitavano milioni di rifugiati.

Proponeva inoltre un’unica agenzia europea per asilo e migrazione e una struttura europea per la gestione delle frontiere.

È importante sottolinearlo perché negli anni successivi l’Europa si sarebbe effettivamente mossa verso un rafforzamento delle proprie strutture comuni per asilo e frontiere.

Questo non dimostra che Bruxelles stesse “eseguendo gli ordini di Soros”.

Sarebbe una conclusione che le fonti disponibili non consentono.

Dimostra però qualcosa di politicamente molto interessante: Soros stava sostenendo pubblicamente una precisa concezione dell’integrazione europea che coincideva su diversi punti con una parte del dibattito istituzionale dell’epoca.

E Orbán stava combattendo esattamente quella concezione.

2016: il piano cambia, non scompare

Un anno dopo Soros modifica sensibilmente le cifre.

Non parla più di un milione all’anno.

Nell’aprile 2016 propone un obiettivo stabile di 300.000–500.000 rifugiati l’anno.

E quantifica il costo della politica.

Almeno 30 miliardi di euro all’anno.

Servirebbero, scrive, per finanziare i paesi che ospitano rifugiati, gestire la crisi greca, costruire un’agenzia europea comune per l’asilo, rafforzare le frontiere esterne e uniformare accoglienza e integrazione.

Soros sostiene inoltre che l’Europa abbia pienamente la capacità economica di raccogliere quella cifra.

È un progetto politico di dimensioni continentali.

E soprattutto non è nascosto.

È pubblicato.

Poi arrivò Orbán

Viktor Orbán prende quelle dichiarazioni e costruisce attorno ad esse una delle campagne politiche più aggressive dell’Europa contemporanea.

Nel 2017 il governo ungherese lancia una “consultazione nazionale” sul cosiddetto Soros Plan.

Budapest sostiene che dietro le politiche migratorie europee vi sia un progetto coerente destinato a trasferire stabilmente grandi masse di immigrati verso l’Europa.

Orbán afferma:

“Questo documento esiste.”

E ricorda che Soros aveva pubblicato personalmente una proposta articolata punto per punto.

Ma qui bisogna distinguere due cose.

Che Soros abbia proposto politiche migratorie estremamente ampie è documentato.

Che tutte le affermazioni successivamente inserite dal governo Orbán sotto l’etichetta “Soros Plan” corrispondessero fedelmente alle sue posizioni è contestato.

Soros rispose nel 2017 accusando il governo ungherese di aver deformato alcune sue posizioni e inventato altre affermazioni che non aveva mai sostenuto.

È proprio questo confronto diretto tra i documenti a essere più interessante della propaganda delle due parti.

La rete Open Society

Poi c’è la questione più ampia.

Soros non era soltanto un editorialista che proponeva politiche pubbliche.

Era il fondatore di una delle reti filantropiche politicamente più influenti del mondo.

Le Open Society Foundations dichiarano apertamente di finanziare organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti degli immigrati, nell’assistenza legale ai richiedenti asilo, nella costruzione di politiche migratorie e nelle campagne della società civile.

Negli Stati Uniti Open Society afferma ancora oggi di finanziare organizzazioni che forniscono assistenza legale a persone che chiedono asilo o rischiano la deportazione.

In Europa ha finanziato organizzazioni impegnate nelle procedure di asilo e nella tutela dei migranti, comprese realtà italiane.

Non c’è bisogno di inventare una rete occulta.

La rete è pubblica.

La questione politica legittima è un’altra: quanto potere di influenza sulle politiche pubbliche può accumulare una gigantesca fondazione privata quando finanzia contemporaneamente ricerca, advocacy, assistenza legale, organizzazioni civiche e campagne su una materia politicamente esplosiva come l’immigrazione?

È questa la domanda che dovrebbe interessare una democrazia.

Non la caricatura del burattinaio onnipotente.

Ma neppure la favola opposta del miliardario filantropo completamente estraneo alla formazione delle politiche.

Il punto che Orbán aveva visto

Qui sta probabilmente il cuore della controversia.

Orbán aveva identificato in Soros non semplicemente un uomo ricco, ma il simbolo di una diversa concezione della sovranità europea.

Soros immaginava una risposta continentale alla crisi migratoria: grandi programmi di reinsediamento, finanziamenti comuni, istituzioni europee, frontiere esterne amministrate in maniera coordinata, sostegno ai paesi di transito e canali legali d’ingresso.

Orbán proponeva l’opposto: controllo nazionale, barriere fisiche, diritto degli Stati di decidere chi entra e rifiuto delle quote obbligatorie.

Era uno scontro politico reale.

E proprio per questo non serve aggiungervi complotti che le fonti non dimostrano.

Bastano i documenti.

Dal milione teorico al milione politico

Ed eccoci alla coincidenza che merita di essere discussa senza trasformarla artificialmente in una prova di causalità.

Nel 2000 le Nazioni Unite avevano calcolato scenari di “replacement migration” per compensare declino e invecchiamento delle popolazioni.

Nel 2015 Soros proponeva che l’Europa accettasse almeno un milione di richiedenti asilo ogni anno.

Sono documenti diversi, nati per finalità diverse.

Non esiste, nelle fonti esaminate, la prova che Soros abbia ricavato il suo milione dal rapporto ONU.

Affermarlo come fatto sarebbe scorretto.

Ma la convergenza mette in evidenza qualcosa di più profondo.

Una parte delle élite demografiche, economiche e politiche occidentali aveva ormai incorporato l’idea che grandi flussi migratori sarebbero stati una componente strutturale del futuro europeo.

Soros trasformò quella visione in una proposta politica esplicita.

Orbán la trasformò nel bersaglio della propria battaglia sulla sovranità.

Non serviva un documento segreto

È forse questo l’aspetto più paradossale dell’intera vicenda.

Per cercare il “piano Soros” non serviva violare un server.

Non servivano intercettazioni.

Non serviva un informatore.

Bastava leggere Soros.

Un milione di richiedenti asilo l’anno nel 2015.

15.000 euro a persona per ciascuno dei primi due anni.

Finanziamenti europei.

Sostegno massiccio ai paesi di prima accoglienza.

Una politica comune dell’asilo.

Una struttura europea delle frontiere.

Poi, nel 2016, 300.000–500.000 ingressi programmati e almeno 30 miliardi di euro l’anno.

Sono proposte pubbliche e verificabili.

La discussione seria comincia precisamente qui.

Si può sostenere che fossero politiche umanitarie necessarie davanti alla tragedia siriana.

Si può sostenere, all’opposto, che avrebbero sottratto agli Stati una parte decisiva del controllo sulla propria politica migratoria.

Ma non si può cancellare il fatto che quelle proposte furono formulate.

Soros contestò l’uso che Orbán fece del cosiddetto “Soros Plan”.

Orbán contestò la visione dell’Europa rappresentata da Soros.

Il lettore può decidere chi avesse politicamente ragione.

I documenti, invece, stabiliscono almeno una cosa:

George Soros aveva davvero scritto un piano per una politica europea dell’asilo su scala enorme.

E quando Orbán indicava quelle pagine, non stava indicando un documento immaginario.

Stava indicando parole pubblicate dall’uomo che aveva deciso di combattere.


FONTI E DOCUMENTI

ONU – Replacement Migration, comunicato ufficiale della Population Division (17 marzo 2000)
United Nations – New Report on Replacement Migration

ONU – Presentazione ufficiale dello studio Replacement Migration (21 marzo 2000)
United Nations – Press Briefing by Population Division

George Soros – Rebuilding the Asylum System, 26 settembre 2015
Project Syndicate – Ricostruire il sistema di asilo

George Soros – Bringing Europe’s Migration Crisis Under Control, 10 aprile 2016
George Soros – testo originale

George Soros – Europe: A Better Plan for Refugees, aprile 2016
New York Review of Books – Europe: A Better Plan for Refugees

Viktor Orbán – intervento sul “Soros Plan”, settembre 2017
Governo ungherese – dichiarazioni di Viktor Orbán

George Soros – risposta alle accuse del governo Orbán, dicembre 2017
Project Syndicate – The Hungarian Government’s Failed Campaign of Lies

Open Society Foundations – attività su immigrazione e asilo negli Stati Uniti
Open Society Foundations – United States / Reimagining Immigration

Open Society Foundations – programmi su migrazione e asilo
Open Society Foundations – Migration and Asylum

UNHCR – dati sugli arrivi nel Mediterraneo nel 2015
UNHCR – Mediterranean Sea Arrivals 2015

Commissione europea – evoluzione del sistema europeo comune di asilo
Commissione europea – Asylum in the EU

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