SPERANZA DAVANTI ALLA COMMISSIONE COVID: È FINITO IL TEMPO DEI DOGMI, ORA SERVONO RISPOSTE

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Dai lockdown al Green Pass, dalle terapie negate alle decisioni sui vaccini: l’ex ministro della Salute chiamato a rendere conto delle scelte che hanno segnato milioni di italiani. La scienza non può diventare uno scudo per proteggere il potere politico. E l’emergenza non può essere un lasciapassare per sottrarsi alle responsabilità.

26 ottobre 2026 | TrueReport.net

Il ministro delle restrizioni davanti alle domande che l’Italia aspetta da anni

C’è una data che merita di essere ricordata: 26 ottobre 2026.

Alle ore 12, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid, è prevista l’audizione di Roberto Speranza, l’uomo che, da ministro della Salute nei governi Conte II e Draghi, ha rappresentato uno dei principali volti politici della stagione più controversa della storia repubblicana recente.

Non si tratta di un processo penale. Speranza non compare davanti a un tribunale per essere giudicato colpevole di un reato. Ma questa distinzione, doverosa sul piano giuridico, non cancella la questione fondamentale: chi ha esercitato poteri straordinari sulla vita dei cittadini deve rispondere pubblicamente di come li ha utilizzati.

La convocazione è confermata dal calendario ufficiale della Camera dei deputati.

Comunicazione Camera

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Per anni agli italiani è stato chiesto di fidarsi. Fidarsi delle autorità, degli esperti, dei comitati tecnici, delle conferenze stampa, dei decreti e delle decisioni ministeriali.

Chi esprimeva dubbi veniva spesso trattato come un irresponsabile. Chi contestava la proporzionalità delle restrizioni rischiava di essere liquidato come nemico della scienza. Chi chiedeva maggiore trasparenza si scontrava con un clima pubblico in cui la critica politica e il dissenso scientifico finivano troppo facilmente nello stesso calderone della disinformazione.

Eppure, in democrazia, la fiducia non sostituisce il controllo. L’autorità non sostituisce le prove. E la scienza non conferisce a un ministro il diritto all’infallibilità.

Il Green Pass: quando un certificato è diventato uno strumento di esclusione

È impossibile discutere della gestione Speranza senza affrontare il Green Pass e, soprattutto, il Super Green Pass.

Milioni di cittadini si sono trovati davanti a una scelta che, in determinati periodi e categorie, aveva conseguenze pesantissime sulla vita quotidiana e lavorativa.

Senza certificazione, per molti non era possibile accedere a determinati luoghi, attività o servizi. Per alcune categorie di lavoratori, l’assenza dei requisiti previsti comportava la sospensione dal lavoro e dalla retribuzione.

Non erano semplici raccomandazioni sanitarie.

Erano disposizioni dello Stato, sostenute da sanzioni e limitazioni concrete.

Il governo le giustificava con la necessità di proteggere la salute collettiva e ridurre il rischio epidemiologico. Ma proprio perché quelle misure incidevano sui diritti fondamentali, la loro efficacia, proporzionalità e durata devono essere sottoposte a un esame rigoroso.

La questione non è negare che i vaccini abbiano contribuito a ridurre il rischio di malattia grave e morte, soprattutto nelle popolazioni più vulnerabili. La questione è stabilire se tutte le limitazioni introdotte fossero necessarie, se fossero sostenute dalle evidenze disponibili in quel momento e se siano state corrette tempestivamente quando quelle evidenze cambiavano.

Una misura sanitaria non diventa automaticamente giusta soltanto perché viene presentata come scientifica.

E chi l’ha imposta ha il dovere politico di spiegare perché non fossero praticabili alternative meno restrittive.

Lockdown, scuole chiuse e attività distrutte: chi presenta il conto?

Durante l’emergenza, l’Italia ha conosciuto una compressione delle libertà individuali che intere generazioni non avevano mai sperimentato.

Scuole chiuse, attività sospese, limitazioni agli spostamenti, divieti di incontro, isolamento sociale.

Dietro ogni decreto c’erano persone reali.

C’erano commercianti costretti a interrompere l’attività. Studenti privati della didattica in presenza. Famiglie separate. Anziani rimasti soli. Lavoratori che non sapevano come affrontare il mese successivo.

Naturalmente, il virus rappresentava un pericolo reale e i governi avevano il dovere di intervenire.

Ma riconoscere l’esistenza dell’emergenza non significa approvare automaticamente ogni decisione presa per affrontarla.

Le domande sono inevitabili: quali misure hanno prodotto benefici documentabili? Quali hanno provocato danni sproporzionati? Quali decisioni sono state mantenute più a lungo del necessario? Quali valutazioni erano disponibili e quali sono state ignorate?

Non basta dire che si agiva per salvare vite. Bisogna dimostrare che le decisioni adottate fossero ragionevoli alla luce delle conoscenze disponibili e dei costi umani, sociali ed economici prevedibili.

Un governo non può pretendere di essere giudicato soltanto sulle proprie intenzioni.

Deve essere giudicato anche sui metodi, sui risultati e sugli errori.

Il caso degli anticorpi monoclonali: 10.000 dosi gratuite rifiutate e milioni spesi successivamente

Tra i capitoli più delicati dell’inchiesta parlamentare emerge quello degli anticorpi monoclonali.

Secondo quanto ricostruito da Il Giornale, nell’ottobre 2020 l’azienda farmaceutica Eli Lilly aveva proposto di donare all’Italia 10.000 dosi di anticorpi monoclonali sperimentali contro il Covid-19.

La proposta non venne accolta dalle autorità regolatorie italiane.

Successivamente, secondo la stessa ricostruzione giornalistica, vennero acquistati trattamenti monoclonali per un controvalore superiore a 40 milioni di euro.

L’ex presidente dell’AIFA Giorgio Palù, durante la propria audizione parlamentare, ha contestato duramente quella decisione, sostenendo che sarebbe stato possibile percorrere una strada regolatoria differente e che aveva sollecitato un’istruttoria presso il ministro Speranza.

il Giornale

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È un passaggio che impone domande precise.

Perché venne respinta la donazione? Chi prese materialmente la decisione? Quali valutazioni scientifiche e regolatorie la giustificarono? Quale ruolo ebbe il ministero?

Attenzione: il rifiuto di un trattamento ancora sperimentale non dimostra automaticamente che siano state perse vite umane. L’efficacia dei monoclonali dipendeva dal tipo di prodotto, dalla fase della malattia e, successivamente, dalle varianti virali.

Ma proprio per questo occorre ricostruire i fatti senza omissioni.

Se esistevano alternative terapeutiche promettenti, ogni scelta doveva essere motivata, documentata e verificabile.

E se vi furono errori, è necessario identificarli.

Non si può chiedere ai cittadini di accettare ogni sacrificio in nome della salute pubblica e poi pretendere che le decisioni delle istituzioni rimangano sottratte a un controllo altrettanto severo.

Tachipirina e vigile attesa: la controversia sulle cure domiciliari

Un altro capitolo riguarda le indicazioni per la gestione domiciliare dei pazienti Covid.

L’espressione Tachipirina e vigile attesa è diventata il simbolo di una polemica che ha attraversato l’intera emergenza.

Occorre distinguere lo slogan dalle effettive indicazioni cliniche: i protocolli prevedevano monitoraggio, trattamenti sintomatici e valutazioni mediche, non necessariamente l’abbandono dei pazienti.

Questo, tuttavia, non elimina la necessità di verificare se le linee guida fossero sufficientemente chiare, aggiornate e capaci di favorire interventi tempestivi quando necessari.

Secondo l’articolo di Francesco Borgonovo pubblicato su La Verità il 26 ottobre, anche le audizioni di Giorgio Palù e Vanni Frajese hanno sollevato critiche alla gestione scientifica e politica dell’emergenza. Si tratta di valutazioni che devono essere esaminate insieme alla documentazione clinica e alle altre testimonianze, non trasformate automaticamente in verità definitive.

La Verità

La domanda per Speranza è semplice: il ministero ha fatto tutto ciò che era ragionevolmente possibile per aggiornare le indicazioni terapeutiche alla luce delle conoscenze che emergevano?

E, soprattutto, chi si assume la responsabilità delle eventuali carenze?

Vaccini ed effetti avversi: il diritto alla trasparenza non è una concessione

La campagna vaccinale rappresenta uno dei capitoli più divisivi della pandemia.

I vaccini contro il Covid hanno dimostrato benefici importanti nella riduzione delle forme gravi della malattia. Questo dato non deve essere cancellato per sostenere una critica politica.

Ma non devono essere cancellati nemmeno gli eventi avversi, compresi quelli gravi e riconosciuti, né le vicende delle persone che hanno ottenuto il riconoscimento di un danno.

Nel giugno 2026, La Nuova Bussola Quotidiana ha riferito di una decisione del Tribunale del lavoro di Rimini relativa all’indennizzo di un uomo colpito da una grave patologia cardiaca, per la quale è stato riconosciuto un nesso con la vaccinazione.

lanuovabq.it

Una vicenda individuale non dimostra che la campagna vaccinale sia stata complessivamente inefficace o insicura.

Dimostra però quanto sia fondamentale garantire procedure accessibili, trasparenza, assistenza e riconoscimento ai soggetti effettivamente danneggiati.

Nessun cittadino deve diventare invisibile soltanto perché la sua storia mette in difficoltà la narrazione ufficiale.

Speranza dovrebbe spiegare quali informazioni sugli eventi avversi fossero disponibili al ministero, come venissero comunicate, quali misure di tutela fossero previste e come siano state gestite le segnalazioni.

La fiducia nelle istituzioni sanitarie non si costruisce nascondendo i problemi.

Si costruisce affrontandoli.

La scienza non è una religione e il ministro non è il suo sacerdote

È forse questo il punto politico più importante.

Durante la pandemia, il riferimento alla scienza è stato spesso utilizzato nel dibattito pubblico come argomento conclusivo, anziché come punto di partenza per una discussione basata sulle prove.

Ma la scienza non è un insieme di dogmi immutabili.

È un metodo che procede attraverso osservazioni, verifiche, revisioni e correzioni.

Gli scienziati possono sbagliare. I comitati tecnici possono formulare valutazioni discutibili. I governi possono adottare provvedimenti sproporzionati.

Riconoscere questa possibilità non significa essere contrari alla scienza.

Significa comprenderne il funzionamento.

Il problema nasce quando il potere politico prende una valutazione scientifica, la trasforma in un ordine e poi utilizza l’autorità degli esperti per sottrarsi al confronto democratico.

Speranza era un ministro della Repubblica, non un’autorità scientifica infallibile.

Le decisioni politiche prese durante l’emergenza appartengono alla sfera della responsabilità politica, anche quando sono state adottate sulla base di pareri tecnici.

E quella responsabilità non può essere delegata a un comitato, a un virologo o a una conferenza stampa.

Non basta dire «abbiamo fatto il possibile»

La difesa più prevedibile della gestione dell’emergenza è che si operasse in condizioni eccezionali, con informazioni incomplete e sotto una pressione senza precedenti.

È una considerazione fondata.

Nessun governo disponeva, all’inizio del 2020, di tutte le conoscenze necessarie per affrontare un virus nuovo.

Ma l’incertezza iniziale non giustifica qualsiasi decisione successiva.

Anzi, dovrebbe rendere ancora più importante la disponibilità a correggere gli errori.

La Commissione deve accertare se le informazioni disponibili siano state utilizzate correttamente, se siano stati valutati scenari alternativi e se eventuali decisioni sbagliate siano state modificate con sufficiente rapidità.

La responsabilità politica non richiede necessariamente la dimostrazione di un illecito penale.

Un ministro può non aver commesso alcun reato e avere comunque assunto decisioni discutibili, sproporzionate o inefficaci.

È proprio questa distinzione che rende indispensabile l’inchiesta parlamentare.

Una Commissione che non deve diventare né un tribunale politico né una passerella

L’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, già ascoltato dalla Commissione, ha denunciato il rischio di una strumentalizzazione politica dell’inchiesta, attribuendo all’attuale maggioranza l’intenzione di colpire gli avversari.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha respinto questa interpretazione, sostenendo che ricostruire quanto avvenuto durante la pandemia sia un diritto dei cittadini.

RaiNews

La Commissione deve dimostrare la propria credibilità attraverso il metodo.

Non bastano interrogatori aggressivi, dichiarazioni televisive e polemiche tra partiti.

Servono documenti, verbali, dati, confronti tra testimonianze e ricostruzioni verificabili.

E lo stesso rigore deve valere per tutti: ministri, presidenti del Consiglio, dirigenti sanitari, commissari straordinari e amministratori regionali, indipendentemente dall’appartenenza politica.

Altrimenti il rischio è trasformare una necessaria operazione di trasparenza nell’ennesima guerra tra schieramenti.

Speranza, il conto politico non si archivia con quello giudiziario

Roberto Speranza ha il diritto di difendere le proprie decisioni, contestare le critiche e presentare tutte le spiegazioni che ritiene necessarie.

Ma i cittadini hanno un diritto altrettanto importante: quello di conoscere la verità documentale sulle scelte che hanno inciso sulle loro libertà, sulla salute e sulle condizioni economiche.

L’assenza di una condanna penale non equivale a una certificazione di impeccabilità politica.

E una scelta assunta durante un’emergenza non diventa intoccabile soltanto perché, al momento, venne presentata come indispensabile.

La democrazia non prevede ministri immuni dal giudizio pubblico. Non prevede decisioni sottratte alla verifica. Non prevede che il sacrificio dei cittadini debba essere ricordato mentre gli errori del potere vengono dimenticati.

Oggi Speranza è chiamato a rispondere.

Non davanti a una folla in cerca di vendetta, ma davanti a un organo parlamentare che ha il compito di ricostruire i fatti.

È un’occasione per chiarire ciò che ancora divide il Paese.

Perché il vero scandalo non sarebbe scoprire che durante la pandemia sono stati commessi degli errori. In una crisi di quelle dimensioni, gli errori erano possibili e persino prevedibili.

Il vero scandalo sarebbe scoprire che nessuno è disposto a riconoscerli, documentarli e assumersene la responsabilità.

E dopo anni di decreti, divieti, certificazioni, sospensioni e sacrifici, gli italiani non meritano un’altra lezione sull’obbedienza.

Meritano risposte. Precise, documentate, verificabili. Senza propaganda e senza immunità politiche.

Fonti e approfondimenti

  1. La Verità – Francesco Borgonovo, 26 ottobre 2026. Oggi Speranza in commissione Covid. Quando scienza fa rima con indecenza
  2. Camera dei deputati, 23 ottobre 2026. Calendario ufficiale delle audizioni della Commissione Covid
  3. Camera dei deputati. Video dell’audizione di Roberto Speranza del 26 ottobre 2026
  4. Il Giornale, 23 ottobre 2026. Le questioni sugli anticorpi monoclonali e le dichiarazioni di Giorgio Palù
  5. RaiNews, 7 agosto 2026. L’audizione di Giuseppe Conte e il confronto politico sulla Commissione Covid
  6. La Nuova Bussola Quotidiana, 27 giugno 2026. La decisione del Tribunale di Rimini sull’indennizzo per danni da vaccinazione

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