Von der Leyen rilancia Frontex, rimpatri e hub fuori dall’Europa. Ma dietro l’annuncio resta il problema che Bruxelles non riesce a risolvere: espellere davvero chi non ha diritto di restare.
FRONTIERE E SOVRANITÀ — Il trucco di Bruxelles
Trentamila uomini, nuovi poteri, tecnologie avanzate, operazioni oltre i confini dell’Unione e una nuova architettura europea dei rimpatri.
A sentire Ursula von der Leyen, l’Europa starebbe finalmente cambiando passo sull’immigrazione.
Il problema è che, tolta la confezione politica, rimane una domanda molto semplice: quante delle persone destinatarie di un ordine di rimpatrio lasciano effettivamente l’Unione europea?
È qui che la retorica della svolta comincia a scricchiolare.
La stessa Commissione europea ha riconosciuto che il sistema dei rimpatri costituisce uno dei grandi punti deboli della politica migratoria dell’Unione. Nel marzo 2025 parlava di un tasso di rimpatrio intorno al 20%. Nel giugno 2026, annunciando l’accordo politico sul nuovo regolamento europeo, Bruxelles ha indicato per il 2025 un tasso salito al 28%.
Un miglioramento, certamente.
Ma significa anche che più di sette persone su dieci destinatarie di un provvedimento di rimpatrio non venivano effettivamente rimpatriate.
Ed è questo il dato politico che nessun aumento dell’organico di Frontex può cancellare.
33.000 rimpatri. Ma due su tre sono volontari
I numeri più recenti sembrano, a prima vista, confortanti.
Nel primo semestre del 2026 Frontex ha assistito gli Stati membri nel rimpatrio di oltre 33.000 persone verso Paesi extra-UE, contro circa 30.000 nello stesso periodo del 2025.
Ma c’è un dettaglio decisivo.
Circa 21.000 di quei 33.000 rimpatri erano volontari.
In altre parole, quasi due terzi delle operazioni assistite dall’agenzia europea non erano espulsioni forzate, bensì partenze volontarie di persone sottoposte a una decisione esecutiva di rimpatrio.
Non c’è nulla di illegittimo in questo strumento. Al contrario, il rimpatrio volontario può essere meno costoso e più semplice da gestire.
Ma politicamente è scorretto confondere l’aumento complessivo dei “returns” con una gigantesca crescita della capacità coercitiva europea.
La distinzione è fondamentale.
Il problema europeo non è soltanto convincere qualcuno a partire volontariamente. È riuscire a rimpatriare chi deve lasciare il territorio, non vuole farlo e ha esaurito gli strumenti legali per rimanere.
Ed è precisamente su questo terreno che la macchina continua a incontrare enormi difficoltà.
Frontex a 30.000 uomini: il numero magico di Ursula
Von der Leyen aveva già indicato nel 2024 il proprio obiettivo: triplicare il corpo permanente europeo delle guardie di frontiera e costiere portandolo a 30.000 unità.
La proposta è tornata al centro del dibattito sulla nuova riforma dell’agenzia.
Il leader del PPE Manfred Weber è andato persino oltre, arrivando a prospettare durante la crisi di Ceuta una forza di 50.000 uomini.
Numeri impressionanti.
Ma un agente di Frontex non può materializzare un lasciapassare consolare.
Non può obbligare autonomamente un Paese terzo a riconoscere un proprio cittadino.
Non può cancellare un ricorso.
Non può ignorare una decisione giudiziaria.
E non può trasformare automaticamente un ordine amministrativo di rimpatrio in un’espulsione materialmente eseguita.
Triplicare Frontex senza risolvere questi nodi rischia quindi di significare triplicare lo strumento senza correggere il meccanismo che dovrebbe farlo funzionare.
Bruxelles festeggia il calo degli ingressi
Sul fronte degli attraversamenti irregolari, i dati del 2026 sono invece realmente significativi.
Secondo i dati preliminari Frontex diffusi a settembre, nei primi otto mesi dell’anno sono stati rilevati oltre 74.000 attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione, con una diminuzione del 35% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Sul Mediterraneo centrale sono stati registrati circa 19.400 arrivi, con un calo addirittura del 55%.
Sono numeri che devono essere riconosciuti.
Ma neppure questi dati risolvono automaticamente il problema strutturale.
Gli attraversamenti rilevati alle frontiere esterne, infatti, non coincidono con il numero complessivo degli stranieri irregolarmente presenti sul territorio europeo e non misurano da soli l’efficacia delle espulsioni.
Sono indicatori differenti.
È possibile contemporaneamente ridurre gli ingressi irregolari e continuare ad avere un sistema di rimpatrio incapace di eseguire una parte consistente delle proprie decisioni.
Ed è proprio Bruxelles ad ammetterlo.
La Commissione riconosce il problema che per anni è stato minimizzato
Il passaggio forse più interessante è proprio questo.
L’Unione europea sta progressivamente adottando molte delle misure che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate politicamente impronunciabili.
Il nuovo sistema comune europeo dei rimpatri prevede infatti procedure uniformi, un European Return Order, riconoscimento reciproco delle decisioni fra Stati membri, obblighi più stringenti per chi non collabora, norme contro il rischio di fuga e maggiore possibilità di ricorrere al rimpatrio forzato.
Soprattutto introduce la possibilità di creare return hubs in Paesi terzi, attraverso accordi compatibili con il diritto internazionale e con il principio di non-refoulement.
Tradotto: Bruxelles ha riconosciuto che il vecchio sistema non funzionava abbastanza bene.
La Commissione stessa, presentando la riforma nel 2025, ammetteva che soltanto circa il 20% delle persone destinatarie di una decisione di rimpatrio lasciava effettivamente l’Europa.
Non è propaganda degli “euroscettici”.
È scritto nei documenti della Commissione europea.
Il vero muro: la riammissione
C’è poi una questione sulla quale nessuna campagna di comunicazione può fare miracoli: la collaborazione dei Paesi di origine e di transito.
Per rimpatriare concretamente una persona occorre identificarla, ottenere la documentazione necessaria e disporre della cooperazione del Paese che dovrà riceverla.
Proprio per questo Bruxelles ha inserito la riammissione direttamente nel nuovo sistema dei rimpatri e intende utilizzare anche politica dei visti, finanziamenti e commercio come strumenti di pressione e incentivazione nei confronti dei Paesi terzi.
È, indirettamente, l’ammissione del problema.
Se uno Stato terzo non collabora, il potenziamento di Frontex risolve soltanto una parte dell’equazione.
Puoi avere uomini.
Puoi avere aerei.
Puoi avere banche dati.
Puoi avere droni e sistemi biometrici.
Ma se manca il documento necessario alla riammissione, la macchina può comunque fermarsi.
Il nodo dei tribunali: il caso Albania
Poi c’è il fronte giudiziario.
Il protocollo Italia-Albania ne rappresenta probabilmente il laboratorio politico e giuridico più evidente.
Le vicende dei centri albanesi sono finite ripetutamente davanti ai giudici italiani e alla Corte di giustizia dell’Unione europea.
Nel 2025 la Corte europea ha stabilito che la designazione legislativa di un Paese come “Paese di origine sicuro” è possibile, ma deve poter essere sottoposta a controllo giurisdizionale effettivo.
Nel 2026 altre cause relative al trasferimento e al trattenimento di cittadini stranieri nei centri albanesi sono arrivate davanti alla Corte di giustizia.
Il punto politico è enorme.
Uno Stato può costruire centri, finanziare strutture, stipulare accordi internazionali e organizzare trasferimenti. Ma l’intero dispositivo deve comunque operare entro il quadro del diritto europeo, del diritto d’asilo e del controllo dei giudici.
Non è un dettaglio burocratico.
È uno dei limiti strutturali entro cui qualsiasi politica europea di espulsione deve funzionare.
Gli hub esterni: svolta vera o prossimo monumento alla burocrazia?
La novità politicamente più esplosiva è rappresentata dai centri di rimpatrio in Paesi terzi.
Il principio è semplice: chi non ha titolo per rimanere nell’Unione e ha ricevuto una decisione definitiva potrebbe essere trasferito in un Paese terzo con cui esista uno specifico accordo.
Sulla carta è una svolta considerevole.
Nella pratica rimangono però domande gigantesche.
Quali Stati accetteranno di ospitare questi centri?
A quale prezzo?
Con quali garanzie?
Chi sarà responsabile della sicurezza?
Quanto durerà la permanenza?
Che cosa accadrà quando il Paese d’origine continuerà a rifiutare la riammissione?
E soprattutto: quanto tempo impiegheranno i tribunali europei e nazionali a delimitare concretamente la portata del nuovo sistema?
Il rischio è evidente: costruire un’altra costosissima infrastruttura amministrativa capace di trasferire il problema senza necessariamente risolverlo.
Bruxelles ha scoperto la fermezza perché gli elettori l’hanno già scoperta
C’è infine il dato politico.
La nuova retorica europea sulle frontiere non nasce nel vuoto.
Per anni il tema migratorio ha alimentato la crescita dei partiti sovranisti, conservatori e della destra radicale in numerosi Stati membri.
Oggi parole come “rimpatri”, “Paesi sicuri”, “hub esterni”, “frontiere”, “rimpatrio forzato” e “strumentalizzazione dei migranti” sono entrate stabilmente nel vocabolario delle istituzioni europee.
Persino il rafforzamento di Frontex viene presentato come risposta alle minacce ibride, cioè all’utilizzo deliberato dei flussi migratori come strumento di pressione geopolitica.
La domanda diventa inevitabile:
se queste misure sono necessarie oggi, perché non lo erano ieri?
Il vero test non sono gli annunci. Sono gli espulsi
Il punto, alla fine, è semplicissimo.
La credibilità della politica migratoria europea non potrà essere misurata dal numero degli agenti annunciati, dai miliardi stanziati, dalle conferenze stampa o dalla quantità di nuovi regolamenti prodotti a Bruxelles.
Dovrà essere misurata sui risultati.
Quante persone entrano irregolarmente.
Quante ricevono un ordine definitivo di rimpatrio.
Quante lasciano volontariamente il territorio.
Quante vengono effettivamente espulse quando rifiutano di partire.
Quanto tempo passa fra la decisione e l’esecuzione.
E quanti Paesi terzi accettano concretamente di riprendersi i propri cittadini.
Il dato più imbarazzante rimane quello riconosciuto dalla stessa Commissione: il tasso europeo di rimpatrio era circa il 20% quando venne presentata la riforma nel marzo 2025 ed è salito al 28% nel 2025.
Nel frattempo Bruxelles promette una Frontex gigantesca, nuovi poteri, hub esterni e un sistema europeo dei rimpatri.
Vedremo se funzionerà.
Perché 30.000 divise non servono a molto se sette ordini di rimpatrio su dieci continuano a non trasformarsi in una partenza effettiva.
E questa volta Bruxelles non potrà nascondersi dietro le parole.
I numeri saranno il verdetto.
FONTI
Commissione europea – Sistema europeo comune dei rimpatri, accordo politico del 2 giugno 2026
https://home-affairs.ec.europa.eu/news/commission-welcomes-political-agreement-return-regulation-2026-06-02_en
Commissione europea – Politica europea su rimpatri e riammissioni
https://home-affairs.ec.europa.eu/policies/migration-and-asylum/irregular-migration-and-return/effective-firm-and-fair-eu-return-and-readmission-policy-0_en
Commissione europea – Proposta del nuovo sistema comune europeo dei rimpatri, 11 marzo 2025
https://italy.representation.ec.europa.eu/notizie-ed-eventi/notizie/la-commissione-propone-un-nuovo-sistema-europeo-comune-di-rimpatrio-2025-03-11_it
Commissione europea – Strategia quinquennale europea sulla migrazione, gennaio 2026
https://home-affairs.ec.europa.eu/news/commission-presents-five-year-strategy-migration-2026-01-29_en
Commissione europea – Discorso di Ursula von der Leyen al Parlamento europeo, 18 luglio 2024
https://enlargement.ec.europa.eu/news/statement-european-parliament-plenary-president-ursula-von-der-leyen-candidate-second-mandate-2024-2024-07-18_en
Corte di giustizia UE – Cause Comeri, Sidilli e Sedrata sul protocollo Italia-Albania
https://curia.europa.eu/site/jcms/p1_1000081788/it/udienze-cause-riunite-c-706/25-comeri-e-c-707/25-sidilli-nonche-c-414/25-sedrata
Corte di giustizia UE – Sentenza sui “Paesi di origine sicuri” e controllo giurisdizionale
https://curia.europa.eu/jcms/upload/docs/application/pdf/2025-08/cp250103it.pdf
ANSA – Dati Frontex gennaio-agosto 2026: -35% attraversamenti irregolari, -55% Mediterraneo centrale
https://www.ansa.it/english/news/2026/09/10/sharp-drop-in-illegal-arrivals-down-55-in-central-mediterranean-frontex_6c93a282-2165-48ca-8ad6-47b3b736bdea.html
Agence Europe – Oltre 33.000 rimpatri assistiti da Frontex nel primo semestre 2026, circa 21.000 volontari
https://agenceurope.eu/en/bulletin/article/13933/10/frontex-supported-return-of-33000-illegal-migrants-to-their-countries-of-origin-in-first-half-of-2026
Euractiv – Riforma Frontex, ipotesi 30.000 uomini e proposta Weber da 50.000
https://www.euractiv.com/news/soteu-frontex-primed-for-power-boost/

