Il doppio metro e la memoria corta: Stella Creasy, il Garrick Club e la processione di Walthamstow
C’è un momento nel quale le contraddizioni politiche smettono di essere materia per convegni e diventano un’immagine.
A Walthamstow, nella zona nord-orientale di Londra, quell’immagine è arrivata il 6 settembre 2026.
La deputata laburista Stella Creasy ha celebrato sui social la 46ª processione locale del Milad al-Nabi, la ricorrenza della nascita del profeta Maometto. Nel filmato pubblicato dalla parlamentare si vedevano uomini in corteo, bandiere verdi, rose, cibo e dolci distribuiti durante la manifestazione. A colpire diversi osservatori fu soprattutto ciò che nel video non si vedeva: le donne.
La giornalista del Times Jenni Russell pose pubblicamente la domanda: dove sono le donne e perché non compaiono nella processione?
Creasy inizialmente respinse l’obiezione, invitando Russell a partecipare all’evento l’anno successivo. Successivamente pubblicò un secondo filmato insieme a un gruppo di donne musulmane, alcune con hijab e altre con il volto maggiormente coperto, presentandole come «future optometrist, lawyers, accountants, surgeons and leaders» della comunità e del Paese.
Ma il punto decisivo arrivò dopo.
Di fronte alle ulteriori domande sulla separazione tra uomini e donne, Creasy spiegò che «the women have their own march and event», aggiungendo che molte religioni prevedono eventi e strutture separate.
Ed è precisamente qui che il caso di Walthamstow smette di riguardare una semplice processione religiosa e diventa una questione politica.
Il Garrick era discriminazione. Walthamstow è diversità?
Stella Creasy non è una parlamentare estranea alle battaglie femministe. Si è definita pubblicamente una «proud feminist» ed è stata tra le figure politiche che hanno contestato il carattere esclusivamente maschile del Garrick Club di Londra.
Il Garrick, storico club privato fondato nel XIX secolo, è stato per decenni uno dei simboli più evidenti dell’esclusività maschile dell’establishment britannico. La polemica esplose con particolare forza quando vennero resi pubblici i nomi di importanti esponenti delle istituzioni che ne facevano parte. Anche Creasy criticò quella situazione e contestò chi sosteneva di essere entrato nel club per cambiarlo «dall’interno».
Nel 2024 il Garrick votò infine per consentire l’ammissione delle donne.
Il principio sembrava chiarissimo: quando una struttura sociale separa uomini e donne, occorre interrogarsi sul potere, sull’accesso e sulla discriminazione.
Poi arriva Walthamstow.
E improvvisamente il vocabolario cambia.
La separazione non viene più presentata come qualcosa da sottoporre a critica, ma come una caratteristica religiosa da rispettare: le donne hanno «la loro» manifestazione, gli uomini la propria.
La domanda posta dai critici di Creasy è quindi legittima e politicamente rilevante: perché il principio dell’integrazione tra i sessi dovrebbe essere inderogabile davanti a un club dell’establishment britannico e diventare invece negoziabile davanti a una tradizione religiosa?
Non è necessario essere contrari all’Islam per porre la domanda. Al contrario: proprio l’uguaglianza implica che tutte le tradizioni, maggioritarie o minoritarie, cristiane, islamiche, ebraiche o secolari possano essere sottoposte allo stesso giudizio critico.
Altrimenti non è pluralismo.
È doppio standard.
Il femminismo a geometria variabile
Il caso Creasy mette in luce un problema più ampio della sinistra occidentale contemporanea: il conflitto tra universalismo e multiculturalismo.
Se l’uguaglianza tra uomini e donne costituisce un principio universale, la provenienza culturale di una pratica non dovrebbe modificarne la valutazione.
Se invece ogni comportamento deve essere interpretato esclusivamente all’interno della cultura che lo produce, allora anche il principio di uguaglianza diventa relativo.
È questa tensione che esplode a Walthamstow.
Il problema non consiste nell’impedire a uomini o donne di riunirsi separatamente per libera scelta. In una società liberale esistono associazioni, attività e spazi volontariamente riservati a uno dei due sessi. Il problema politico nasce quando la stessa persona considera la separazione un simbolo di esclusione in un contesto e una manifestazione da celebrare in un altro, senza spiegare quale principio consenta di distinguere i due casi.
È precisamente l’accusa rivolta a Creasy.
Non è l’unica contraddizione.
Una parte della sinistra occidentale ha costruito negli ultimi decenni alleanze politiche con organizzazioni e ambienti culturalmente molto conservatori su famiglia, religione e sessualità, mentre contemporaneamente rivendica in Europa una concezione radicalmente progressista degli stessi temi.
La contraddizione diventa particolarmente evidente sul terreno dei diritti LGBT.
Secondo ILGA World, nel 2026 65 Stati membri delle Nazioni Unite criminalizzano ancora gli atti sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso. In sette la pena di morte è prevista dalla legge; in altri cinque la situazione giuridica sulla pena capitale non è completamente certa.
Tra gli Stati nei quali la pena capitale è prevista figurano Iran, Arabia Saudita, Yemen, Mauritania e Brunei, oltre all’Uganda e ad alcune aree della Nigeria.
La U.S. Commission on International Religious Freedom ha inoltre rilevato il ruolo delle interpretazioni ufficiali della sharia nei Paesi in cui la pena capitale viene associata alle relazioni omosessuali.
È dunque possibile difendere contemporaneamente la libertà religiosa e denunciare queste norme. Anzi, è precisamente ciò che dovrebbe fare un autentico universalismo liberale.
Il problema nasce quando la paura di essere accusati di islamofobia impedisce persino di formulare la critica.
Iran 1979: quando l’alleanza «anti-imperialista» divora i suoi alleati
La storia offre un precedente molto più drammatico.
La rivoluzione iraniana del 1979 non fu inizialmente un movimento ideologicamente omogeneo. Contro lo Scià Mohammad Reza Pahlavi confluirono islamisti, nazionalisti, liberali, comunisti, marxisti e organizzazioni rivoluzionarie di orientamento differente.
Una parte della sinistra iraniana interpretò Khomeini soprattutto attraverso la categoria dell’anti-imperialismo.
Il Tudeh, il Partito comunista iraniano, arrivò a sostenere il nuovo ordine rivoluzionario e per un periodo cercò di collaborare con esso. Anche una componente maggioritaria dei Fedayeen adottò successivamente una linea di sostegno critico al regime considerato anti-imperialista.
Fu un errore storico devastante.
Una volta consolidato il potere, la Repubblica islamica non aveva alcuna intenzione di dividere stabilmente lo spazio politico con i propri compagni di strada rivoluzionari.
Le organizzazioni concorrenti furono progressivamente represse.
Nel 1983 arrivò la grande offensiva contro il Tudeh: dirigenti e militanti furono arrestati, il partito venne distrutto come forza politica legale e alcuni dei suoi esponenti furono costretti a confessioni pubbliche.
La rivoluzione aveva divorato una parte di coloro che l’avevano sostenuta.
E non era ancora finita.
1988: il prezzo finale
Nell’estate del 1988 la Repubblica islamica avviò una delle più terribili campagne di esecuzioni politiche della propria storia.
Il numero esatto delle vittime rimane controverso, ma le organizzazioni per i diritti umani concordano sulla dimensione di massa della repressione.
Amnesty International documentò già nell’agosto 1988 una nuova ondata di esecuzioni e negli anni successivi raccolse i nomi di migliaia di prigionieri politici uccisi.
La maggioranza delle vittime apparteneva ai Mujahedin-e Khalq, ma furono colpiti anche membri e simpatizzanti di organizzazioni di sinistra, compresi Tudeh, Fedayeen e altri gruppi marxisti.
Human Rights Watch ha descritto le esecuzioni del 1988 come un processo sistematico nel quale prigionieri già detenuti vennero interrogati sulle proprie convinzioni politiche e religiose e destinati alla morte attraverso procedure prive delle garanzie fondamentali.
Il paradosso storico è feroce.
Alcuni settori della sinistra iraniana avevano immaginato che la comune opposizione all’Occidente e allo Scià potesse costituire il terreno di un’alleanza con l’islamismo rivoluzionario.
L’islamismo rivoluzionario aveva invece un progetto proprio.
E quando non ebbe più bisogno degli alleati, li eliminò.
La memoria corta dell’Occidente
Naturalmente Walthamstow non è Teheran e una processione religiosa londinese non è una rivoluzione teocratica.
Confondere le due cose sarebbe storicamente assurdo.
Ma il precedente iraniano insegna qualcosa di diverso e più generale: le alleanze fondate esclusivamente sull’esistenza di un nemico comune non cancellano le incompatibilità profonde tra i rispettivi sistemi di valori.
È proprio questo che una parte della sinistra europea sembra non voler affrontare.
Per decenni ha fatto della liberazione della donna, della laicità, della libertà sessuale, dell’autonomia individuale e della separazione tra religione e Stato alcuni dei propri vessilli fondamentali.
Quando però pratiche culturalmente conservatrici provengono da comunità considerate minoritarie, lo stesso apparato critico spesso diventa molto più prudente.
Non sempre, naturalmente. Esistono femministe, progressisti, musulmani liberali ed esponenti della sinistra che denunciano apertamente integralismo e segregazione.
Ma proprio per questo il caso Creasy è interessante: mostra quanto possa diventare difficile applicare lo stesso metro quando entrano in gioco multiculturalismo, identità e consenso politico.
Bonaccini e l’elettore che «ha poco studiato»
Il problema non riguarda soltanto il Regno Unito.
In Italia, nell’agosto 2026, Stefano Bonaccini ha provocato una polemica sostenendo che il consenso alla destra, dalla Brexit a Trump fino a Meloni, Salvini e forse Vannacci, provenga in misura significativa da chi «ha poco studiato», vive nelle aree interne o nelle periferie e si trova in condizioni economiche peggiori.
Dopo le polemiche, Bonaccini ha precisato che il suo ragionamento era rivolto proprio alla sinistra: voleva sostenere la necessità di tornare a occuparsi maggiormente dei ceti popolari e dei diritti sociali.
La precisazione è importante e va registrata.
Ma rimane un problema politico più profondo.
Quando le periferie votano in modo diverso dalle aspettative delle élite progressiste, troppo spesso la spiegazione viene cercata nell’ignoranza, nella disinformazione o nell’incapacità degli elettori di comprendere il proprio interesse.
Molto più raramente ci si domanda se quegli elettori abbiano semplicemente visto qualcosa che la classe politica non vuole vedere.
A Walthamstow non serve una laurea per osservare che nel primo filmato della processione pubblicato dalla parlamentare compaiono uomini e non donne.
Non serve un master per domandare perché.
E soprattutto non serve alcun titolo accademico per accorgersi della contraddizione tra la battaglia contro un club maschile e la difesa della separazione dei sessi in una manifestazione religiosa.
Il principio vale sempre oppure non è un principio
Questo è il punto sul quale Stella Creasy e, più in generale, una parte della cultura progressista dovrebbero rispondere.
La questione non è proibire il Milad al-Nabi.
Non è impedire ai musulmani britannici di celebrare la propria religione.
Non è pretendere che lo Stato stabilisca come uomini e donne debbano organizzare ogni manifestazione religiosa.
La questione è infinitamente più semplice:
l’uguaglianza tra uomini e donne è un principio universale oppure dipende dall’identità culturale di chi la mette in discussione?
Se il Garrick Club deve essere criticato perché l’esclusione femminile perpetua una struttura di potere, allora occorre spiegare perché la separazione tra uomini e donne diventi improvvisamente immune dalla critica quando assume una veste religiosa.
Se invece le comunità devono essere libere di organizzare volontariamente eventi separati, allora bisogna ammettere che anche il giudizio sul Garrick richiedeva argomenti più complessi della semplice presenza di una separazione sessuale.
Non si possono utilizzare contemporaneamente due principi opposti scegliendo quello più conveniente a seconda dell’identità del gruppo coinvolto.
Il vero multiculturalismo non richiede silenzio
Una società pluralista non ha bisogno di cittadini che smettano di giudicare.
Ha bisogno dell’esatto contrario.
Cristianesimo, Islam, ebraismo, tradizioni nazionali, associazioni private, partiti politici e movimenti ideologici devono poter essere criticati con la stessa libertà e secondo gli stessi criteri.
Questa è integrazione.
La rinuncia alla critica per paura di offendere una comunità non è tolleranza: è paternalismo.
Ed è anche profondamente ingiusta verso quelle donne musulmane, dissidenti iraniani, riformatori islamici, laici ed ex musulmani che combattono proprio contro interpretazioni religiose che limitano la libertà individuale.
L’Iran dovrebbe aver insegnato almeno questo.
Nel 1979 una parte della sinistra pensò che l’anti-imperialismo fosse sufficiente a trasformare un movimento teocratico in un alleato politico.
Pochi anni dopo molti comunisti iraniani erano nelle prigioni della Repubblica islamica.
Nel 1988 alcuni finirono davanti ai plotoni d’esecuzione o sulla forca insieme ad altri oppositori.
La storia non si ripete automaticamente e Walthamstow non è Teheran.
Ma le contraddizioni ideologiche non scompaiono semplicemente perché è politicamente sconveniente nominarle.
Le rose, i dolci e le bandiere verdi possono rendere una processione festosa.
Non possono risolvere una domanda politica elementare:
se il patriarcato è sbagliato, perché dovrebbe smettere di esserlo quando cambia religione?
FONTI E APPROFONDIMENTI
The Spectator – Stella Creasy’s gender double standard on parade
https://spectator.com/?edition=us&p=685947
Post e scambio Stella Creasy–Jenni Russell sulla processione di Walthamstow
https://zamantika.com/stellacreasy/status/2096738789766918503
The Times – dimissioni di Simon Case e Richard Moore dal Garrick Club e polemiche sull’esclusione delle donne
https://www.thetimes.co.uk/article/simon-case-richard-more-garrick-club-quit-wl8dzsnx3
ANSA – polemica sulle dichiarazioni di Stefano Bonaccini sul voto alla destra
https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/08/28/botta-e-risposta-meloni-bonacciniper-voi-ignorante-chi-vota-destra-ammonivo_092a3a20-e9cb-487e-a636-538038eadbdd.html
Corriere della Sera – Bonaccini: «Chi vota a destra ha studiato poco» e successiva precisazione
https://www.corriere.it/politica/26_agosto_28/bonaccini-chi-vota-a-destra-ha-studiato-poco-meloni-reagisce-gli-italiani-ci-votano-perche-hanno-studiato-la-sinistra-sulla-loro-61ab8a82-9256-4f8d-9544-25a61078bxlk_amp.shtml
U.S. Department of State, Office of the Historian – Iran e organizzazioni della sinistra dopo la rivoluzione
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1977-80v11p1/d281
Amnesty International – Iran: Political Executions, agosto 1988
https://www.amnesty.org/en/documents/mde13/013/1988/en/
Human Rights Watch – Iran’s 1988 Mass Executions
https://www.hrw.org/news/2022/06/08/irans-1988-mass-executions
Iran Human Rights Documentation Center – Deadly Fatwa: Iran’s 1988 Prison Massacre
https://iranhrdc.org/deadly-fatwa-irans-1988-prison-massacre/
ILGA World – dati 2026 sulla criminalizzazione delle relazioni omosessuali
https://ilga.org/news/pride-month-2026-lgbti-maps-data/
ILGA World Database – Criminalisation of consensual same-sex sexual acts
https://database.ilga.org/criminalisation-consensual-same-sex-sexual-acts
USCIRF – Shari’a and LGBTI Persons
https://www.uscirf.gov/publication/factsheet-sharia-and-lgbti-persons

