1932: NASCE L’IRAQ INDIPENDENTE. MA I CONTRATTI RESTANO
Nel 1932 l’Iraq entrò nella Società delle Nazioni.
Il mandato britannico terminò.
Era una conquista autentica.
L’Iraq diventava formalmente uno Stato indipendente riconosciuto dalla comunità internazionale.
Ma la sovranità politica non cancellava automaticamente quanto era stato negoziato negli anni precedenti.
Ed è qui che appare uno dei paradossi più importanti dell’intera storia.
Lo Stato diventava indipendente.
Le concessioni petrolifere continuavano.
E contemporaneamente il trattato anglo-iracheno del 1930 conservava alla Gran Bretagna importanti prerogative militari e strategiche.
Londra manteneva basi e diritti collegati alla difesa e alle comunicazioni.
La sovranità irachena esisteva.
Ma nasceva all’interno di una rete di rapporti costruiti durante il periodo precedente.
Questa distinzione è fondamentale.
Non significa che l’indipendenza fosse “finta”.
Significa che uno Stato può essere giuridicamente indipendente e contemporaneamente possedere margini di autonomia limitati da trattati, concessioni, dipendenze finanziarie e rapporti militari.
È un fenomeno che non appartiene soltanto alla storia irachena.
È una delle grandi costanti della politica internazionale.
L’ITALIA TORNA NELLA PARTITA
Nel frattempo l’Italia tentava nuovamente di entrare nel petrolio iracheno.
L’AGIP partecipò a iniziative esplorative nelle aree non controllate direttamente dall’IPC.
Tecnici italiani arrivarono in Iraq.
Vennero individuate strutture geologiche interessanti.
Ma esisteva un problema che Baghdad conosceva benissimo.
Trovare petrolio non significa automaticamente possederlo economicamente.
Servono capitali.
Tecnologie.
Impianti.
Oleodotti.
Raffinerie.
Navi.
Mercati.
Finanziamenti.
L’Italia dell’epoca non disponeva delle risorse necessarie per competere fino in fondo con i grandi gruppi internazionali.
Il tentativo non produsse quindi l’indipendenza energetica sperata.
Ma produsse qualcosa di diverso.
Esperienza.
Tecnici.
Conoscenza.
Competenze che sarebbero tornate utili nel dopoguerra, quando Enrico Mattei avrebbe costruito una strategia italiana destinata a mettere in discussione il predominio delle grandi compagnie petrolifere internazionali.
IL PETROLIO COME SISTEMA, NON COME POZZO
Ed è questo uno dei punti più importanti dell’intera vicenda.
Possedere petrolio nel sottosuolo non significa possedere automaticamente potere petrolifero.
Il petrolio diventa potere quando esiste una catena completa.
Esplorazione.
Estrazione.
Trasporto.
Raffinazione.
Finanziamento.
Assicurazione.
Vendita.
Mercato.
Tecnologia.
Diplomazia.
Chi controlla soltanto il giacimento controlla soltanto un segmento.
L’Iraq impiegherà decenni per scoprirlo.
1941: GLI INGLESI TORNANO
La fragilità dell’indipendenza irachena emerse drammaticamente durante la Seconda guerra mondiale.
Nel 1941 una crisi politica portò al potere un governo ostile alla presenza britannica e più vicino alle potenze dell’Asse.
La Gran Bretagna intervenne militarmente.
L’ordine politico venne ristabilito in senso favorevole agli interessi britannici.
Era la dimostrazione che l’indipendenza formale del 1932 non aveva eliminato la dimensione strategica dell’Iraq.
La posizione geografica del paese, le vie di comunicazione, le basi e naturalmente il petrolio continuavano a renderlo troppo importante per essere considerato un normale Stato periferico.
GLI ANNI CINQUANTA CAMBIANO TUTTO
Dopo la Seconda guerra mondiale, però, l’intero equilibrio petrolifero cominciò a cambiare.
Gli Stati produttori diventavano più consapevoli del proprio peso.
Il colonialismo europeo entrava nella sua crisi finale.
Il nazionalismo arabo cresceva.
E soprattutto comparivano precedenti capaci di modificare completamente le aspettative.
Nel 1950 l’Arabia Saudita ottenne un nuovo accordo di divisione dei profitti con ARAMCO.
Nel 1951 l’Iran di Mohammad Mossadegh nazionalizzò l’Anglo-Iranian Oil Company.
Era un terremoto.
Per decenni le compagnie avevano trattato le concessioni come architetture destinate a durare generazioni.
Ora un governo produttore dimostrava di poter mettere in discussione l’intero sistema.
La risposta all’Iran fu durissima.
Embargo, crisi economica, scontro internazionale e infine il colpo di Stato del 1953 contro Mossadegh.
Baghdad osservava.
E anche le compagnie osservavano.
La conclusione era semplice.
Meglio concedere qualcosa in più piuttosto che rischiare di perdere tutto.
1952: IL 50 E 50
Nel 1952 arrivò così la seconda grande conquista irachena.
Il sistema di divisione dei profitti venne profondamente modificato.
L’Iraq ottenne condizioni molto più favorevoli.
Le entrate petrolifere dello Stato aumentarono enormemente.
Per la prima volta il petrolio poteva realmente trasformare il bilancio nazionale.
Ma apparve immediatamente un altro problema.
Avere denaro non significa automaticamente produrre sviluppo.
Una parte enorme delle entrate venne destinata al Development Board.
Dighe.
Strade.
Irrigazione.
Scuole.
Ospedali.
Infrastrutture.
Il progetto era ambizioso.
Ma lo Stato iracheno incontrò una difficoltà che moltissimi paesi produttori avrebbero sperimentato successivamente.
Le entrate crescevano più rapidamente della capacità amministrativa di trasformarle in opere.
Servivano ingegneri.
Imprese.
Progettazione.
Burocrazia efficiente.
Controlli.
Formazione.
Tempo.
Il petrolio poteva comprare cemento.
Non poteva comprare istantaneamente istituzioni mature.
LA RICCHEZZA CHE NON SI VEDE
Ed ecco nascere una contraddizione politicamente esplosiva.
Le statistiche dicevano che l’Iraq diventava più ricco.
Ma milioni di iracheni non percepivano quella trasformazione con la stessa velocità.
Nelle campagne, nei quartieri poveri e fra le nuove generazioni urbane cresceva la sensazione che la ricchezza nazionale rimanesse concentrata lontano dalla popolazione.
Contemporaneamente la monarchia manteneva una forte relazione con Londra.
Nel 1955 l’Iraq aderì al Patto di Baghdad, insieme a Gran Bretagna, Turchia, Iran e Pakistan, nel quadro della strategia occidentale di contenimento dell’Unione Sovietica.
Era una scelta geopolitica precisa.
Ma nello stesso momento cresceva nel mondo arabo un’altra visione.
Quella di Gamal Abdel Nasser.
Nazionalismo arabo.
Indipendenza dalle vecchie potenze coloniali.
Controllo delle risorse.
Unità araba.
La crisi di Suez del 1956 trasformò Nasser in un simbolo potentissimo.
E per la monarchia irachena cominciò il conto alla rovescia.
14 LUGLIO 1958: FINISCE LA MONARCHIA
Il 14 luglio 1958 un gruppo di ufficiali rovesciò il regime.
Re Faisal II venne ucciso.
Il principe ereditario Abd al-Ilah venne ucciso.
Nuri al-Said, figura dominante della politica filo-britannica irachena, morì durante il collasso del vecchio ordine.
In poche ore scomparve la monarchia costruita nel 1921.
Trentasette anni dopo l’arrivo di Faisal, il sistema politico nato sotto l’ombrello britannico era finito.
A questo punto sembrerebbe naturale aspettarsi la nazionalizzazione immediata del petrolio.
Non avvenne.
Ed è forse questa la parte più istruttiva di tutta la storia.
PERCHÉ I RIVOLUZIONARI NON NAZIONALIZZARONO SUBITO?
Il nuovo regime era nazionalista.
Era molto più ostile all’influenza occidentale.
Avrebbe potuto semplicemente occupare gli impianti della IPC.
Ma possedere fisicamente un pozzo è facile.
Vendere milioni di barili sul mercato mondiale è molto più difficile.
L’esempio iraniano era ancora freschissimo.
Mossadegh aveva dimostrato che uno Stato poteva nazionalizzare.
Le grandi compagnie avevano dimostrato che potevano cercare di isolarlo commercialmente.
Baghdad dipendeva dalle entrate petrolifere.
Una rottura totale poteva quindi trasformarsi in un disastro finanziario.
Il nuovo governo scelse una strategia molto più sofisticata.
Non prendere immediatamente tutto.
Togliere alla compagnia ciò che non stava utilizzando.
1961: LA LEGGE NUMERO 80
Nel dicembre 1961 arrivò uno dei provvedimenti più importanti della storia petrolifera irachena.
La Law No. 80 sottrasse alla IPC la quasi totalità delle aree comprese nelle vecchie concessioni che non erano state effettivamente sviluppate.
Qui bisogna però evitare un equivoco.
Quel famoso “99%” riguardava essenzialmente la superficie delle concessioni, non il 99% della produzione petrolifera.
I principali giacimenti produttivi restavano ancora alla compagnia.
Era comunque una rivoluzione.
Perché per la prima volta lo Stato iracheno affermava un principio completamente opposto alla logica delle grandi concessioni coloniali.
Una compagnia non poteva bloccare indefinitamente un territorio gigantesco semplicemente perché possedeva un contratto.
Se non sviluppava quelle risorse, lo Stato poteva riprendersele.
RUMAILA: IL PETROLIO CHE CAMBIA IL RAPPORTO DI FORZA
Fra le aree strategiche c’era North Rumaila.
Il governo iracheno cominciò progressivamente a costruire una propria capacità petrolifera nazionale.
E trovò anche partner differenti.
L’Unione Sovietica offrì assistenza tecnica.
Nel frattempo era nata l’OPEC.
E non casualmente era nata proprio a Baghdad, nel 1960.
I paesi produttori cominciavano a coordinarsi.
L’equilibrio internazionale stava cambiando.
La domanda mondiale cresceva.
Le fonti alternative di tecnologia aumentavano.
Il monopolio tecnico-commerciale delle grandi compagnie occidentali diventava progressivamente meno assoluto.
La possibilità di nazionalizzare, che nel 1958 sarebbe stata estremamente rischiosa, diventava ogni anno più concreta.
1° GIUGNO 1972: CINQUANTADUE ANNI DOPO SANREMO
Poi arrivò il giorno.
1° giugno 1972.
Il governo iracheno nazionalizzò le attività settentrionali della Iraq Petroleum Company.
Kirkuk.
Gli impianti.
Le infrastrutture fondamentali.
L’oleodotto.
Il cerchio aperto a Sanremo nel 1920 cominciava finalmente a chiudersi.
Ma anche qui bisogna evitare la mitologia.
Non tutto il settore petrolifero venne acquisito nello stesso istante.
La nazionalizzazione procedette per fasi.
Baghdad stava applicando la stessa lezione imparata nei decenni precedenti.
Il controllo del petrolio non è un interruttore che si accende.
È un processo.
E LA CIA CAPÌ IMMEDIATAMENTE DOVE SAREBBE STATA LA VERA BATTAGLIA
La valutazione americana dopo la nazionalizzazione individuava un elemento fondamentale.
Gli iracheni erano ormai tecnicamente capaci di gestire gran parte degli impianti.
Decenni di attività petrolifera avevano creato ingegneri, tecnici e lavoratori specializzati.
Il problema principale non era più estrarre il petrolio.
Era venderlo.
Le vecchie compagnie possedevano reti mondiali.
Raffinerie.
Navi.
Clienti.
Contratti.
Canali finanziari.
Forniture alternative.
L’Iraq aveva conquistato il pozzo.
Doveva ancora conquistare il mercato.
Ed eccoci davanti alla terza grande lezione di questa storia.
1932: LO STATO
1952: I PROFITTI
1972: I POZZI
Tre date.
Tre conquiste differenti.
Nel 1932 l’Iraq ottenne la sovranità internazionale.
Nel 1952 conquistò una partecipazione economica molto più significativa ai profitti petroliferi.
Nel 1972 acquisì finalmente il controllo diretto di una parte decisiva dell’apparato produttivo.
Cinquantadue anni separano Sanremo dalla nazionalizzazione.
E questa distanza temporale racconta meglio di qualsiasi slogan che cosa significhi davvero la parola sovranità.
LA GRANDE LEZIONE: NON BASTA POSSEDERE UNA RISORSA
La storia irachena smonta una delle illusioni più diffuse della geopolitica.
Si pensa che un paese ricco di petrolio sia automaticamente potente.
Non è così.
Il sottosuolo è soltanto il primo livello.
Poi servono capitali.
Tecnologia.
Competenze.
Oleodotti.
Porti.
Raffinerie.
Assicurazioni.
Finanza.
Clienti.
Mercati.
Relazioni diplomatiche.
Capacità militare.
Stabilità politica.
E soprattutto istituzioni capaci di trasformare una risorsa naturale in potere nazionale.
L’Iraq impiegò mezzo secolo per attraversare tutti questi livelli.
NON SERVE INVENTARE UN COMPLOTTO. BASTA LEGGERE I DOCUMENTI
Ed è forse questo l’aspetto più interessante.
Per raccontare questa storia non serve immaginare una stanza segreta nella quale pochi uomini decidono per cinquant’anni il destino del Medio Oriente.
La realtà documentale è più complessa e, proprio per questo, più interessante.
Britannici e francesi erano concorrenti e alleati.
Gli americani contestarono inizialmente l’esclusione delle proprie compagnie.
Le compagnie collaboravano e contemporaneamente competevano.
L’Italia cercava un proprio spazio.
La Turchia rivendicava Mosul.
Il governo iracheno cercava progressivamente di allargare i propri margini.
Gli interessi cambiavano.
Gli accordi cambiavano.
I rapporti di forza cambiavano.
Ma una costante attraversa l’intero periodo:
chi arrivava al tavolo con capitale, tecnologia, potere diplomatico e capacità militare poteva scrivere le regole iniziali.
Chi arrivava dopo doveva modificarle.
E modificarle poteva richiedere decenni.
L’IMMAGINE FINALE
Torniamo allora al punto di partenza.
Sanremo.
24 aprile 1920.
Due governi europei discutono della futura organizzazione del petrolio mesopotamico.
La Francia ottiene una quota.
La Gran Bretagna tutela il proprio ruolo.
Una clausola lascia spazio a una partecipazione locale.
Lo Stato iracheno moderno deve ancora consolidarsi.
Cinquantadue anni dopo, nel giugno 1972, il petrolio di Kirkuk continua a scorrere.
Attraversa infrastrutture costruite nel sistema delle vecchie concessioni.
Percorre territori contesi per decenni.
Arriva verso il Mediterraneo.
Ma qualcosa è finalmente cambiato.
Il paese sul cui territorio si trovano quei giacimenti ha conquistato il controllo diretto della propria principale industria.
Non significa che l’Iraq sia diventato improvvisamente libero da ogni condizionamento.
Perché resta il mercato.
Restano i compratori.
Restano la tecnologia.
Restano le alleanze.
Restano le grandi potenze.
La sovranità non è mai un singolo atto.
È una catena.
Ed è questa, forse, la vera storia del petrolio iracheno.
Prima venne il petrolio.
Poi venne lo Stato.
Poi arrivarono i soldi.
E soltanto mezzo secolo dopo arrivò il controllo dei pozzi.
La domanda finale, allora, non riguarda soltanto l’Iraq.
Riguarda qualsiasi paese che possieda una risorsa strategica.
Chi possiede davvero una ricchezza nazionale: chi ha il territorio sotto cui si trova, chi possiede la compagnia che la estrae, chi finanzia l’operazione, chi controlla le infrastrutture oppure chi possiede il mercato sul quale quella ricchezza deve essere venduta?
La storia irachena suggerisce una risposta molto meno rassicurante di quella scritta sulle carte geografiche.
Possedere il sottosuolo è soltanto l’inizio.
FONTI E DOCUMENTI
U.S. Department of State – Office of the Historian, testo integrale dell’Anglo-French Petroleum Agreement di Sanremo, 24 aprile 1920:
San Remo Petroleum Agreement – Foreign Relations of the United States, 1920
U.S. Department of State – corrispondenza diplomatica sulla Mesopotamia e sulla posizione britannica rispetto al petrolio:
British Foreign Office correspondence on Mesopotamian petroleum, agosto 1920
U.S. Department of State – documentazione sulla richiesta americana di accesso alla Turkish Petroleum Company e sulla Open Door:
American participation in the Turkish Petroleum Company, 1922
U.S. Department of State – raccolta documentale sull’exploitation of petroleum in Palestine and Mesopotamia:
Foreign Relations of the United States – Petroleum in Palestine and Mesopotamia
U.S. Department of State – risposta britannica alle contestazioni americane sul San Remo Petroleum Agreement:
British position on the San Remo Petroleum Agreement
U.S. Department of State – posizione americana sulle concessioni petrolifere e sul controllo britannico:
U.S. diplomatic objections concerning Mesopotamian petroleum
U.S. Department of State – struttura proprietaria della Turkish Petroleum Company e trasferimento della precedente quota tedesca:
Turkish Petroleum Company shareholdings, 1922
U.S. Department of State – documentazione britannica sulla proprietà della Turkish Petroleum Company:
British memorandum on Turkish Petroleum Company ownership
U.S. Department of State – contestazione statunitense dell’accordo petrolifero anglo-francese di Sanremo:
American diplomatic position on the San Remo oil settlement

