Da Mises a Hayek fino a Sowell: prima ancora dei disastri economici, delle carestie e della repressione, il problema era già scritto nella teoria. Il socialismo non fallisce soltanto quando viene applicato male: secondo i suoi critici più radicali, contiene nel proprio meccanismo le condizioni del fallimento.
Il socialismo possiede una straordinaria capacità di sopravvivenza: sopravvive persino ai propri fallimenti.
Quando un esperimento socialista precipita nella scarsità, nella stagnazione, nell’autoritarismo o nel collasso, la risposta dei suoi difensori è quasi sempre la stessa: quello non era vero socialismo.
L’Unione Sovietica? Una degenerazione stalinista.
La Cina di Mao? Errori di applicazione.
Cuba? Colpa dell’embargo.
Il Venezuela? Corruzione, petrolio, sanzioni.
La Germania Est? Circostanze storiche particolari.
E così, dopo ogni fallimento, l’idea viene separata dalle conseguenze prodotte in suo nome e restituita immacolata alla generazione successiva.
Ma esiste una domanda molto più scomoda:
e se il problema non fosse soltanto negli uomini che hanno applicato il socialismo, ma nel suo stesso meccanismo economico?
È esattamente la questione sollevata da tre giganti del pensiero economico del Novecento: Ludwig von Mises, Friedrich A. Hayek e Thomas Sowell.
Tre percorsi differenti, una conclusione convergente: eliminare il mercato dei fattori produttivi e affidare a un’autorità centrale il compito di decidere cosa produrre, quanto produrre, dove investire e come distribuire le risorse significa privare l’economia proprio degli strumenti necessari per compiere razionalmente quelle scelte.
MISES: SENZA PREZZI IL PIANIFICATORE VOLA ALLA CIECA
Nel 1920 Ludwig von Mises pubblicò Economic Calculation in the Socialist Commonwealth.
L’Unione Sovietica era appena nata e buona parte dell’intellighenzia europea guardava alla pianificazione come alla possibile alternativa scientifica al caos del capitalismo.
Mises attaccò il problema alla radice.
Se i mezzi di produzione appartengono allo Stato e non vengono realmente comprati e venduti tra proprietari indipendenti, come si forma il loro prezzo?
E se non esiste un prezzo di mercato autentico, come può il pianificatore sapere se sia economicamente più razionale costruire una ferrovia, una strada, una centrale elettrica oppure utilizzare quelle stesse risorse altrove?
Un computer può calcolare miliardi di operazioni.
Ma deve sapere che cosa calcolare.
Il problema di Mises non era quindi la potenza matematica disponibile. Era l’assenza dell’informazione economica prodotta dallo scambio.
Senza mercato dei beni capitali vengono meno i prezzi monetari generati dalle transazioni. Senza quei prezzi diventa estremamente problematico confrontare impieghi alternativi di risorse eterogenee.
Il ministero può stabilire un numero.
Ma stabilire amministrativamente un prezzo non significa aver scoperto il valore economico che emergerebbe dalle decisioni di milioni di soggetti che rischiano realmente il proprio capitale.
È questa la bomba teorica di Mises:
il pianificatore pretende di sostituire il mercato dopo aver distrutto il processo che produce le informazioni di cui avrebbe bisogno per sostituirlo.
HAYEK: NESSUN MINISTERO PUÒ SAPERE QUELLO CHE SA UNA SOCIETÀ
Hayek approfondì ulteriormente il problema.
L’errore della pianificazione non consiste soltanto nel credere che un’autorità possa fare meglio del mercato.
Consiste nel presumere che l’autorità possa possedere tutte le informazioni necessarie.
Non può.
La conoscenza economicamente rilevante è frammentata.
È nella testa dell’imprenditore che conosce i propri clienti, dell’agricoltore che vede cambiare il terreno, del commerciante che registra improvvisamente una nuova domanda, dell’operaio che conosce una macchina meglio del dirigente, del consumatore che cambia preferenze da un giorno all’altro.
Nessun ufficio centrale dispone simultaneamente di questa conoscenza.
E soprattutto una parte enorme di essa non è contenuta in un database.
Hayek spiegò che il sistema dei prezzi svolge precisamente questa funzione: condensa conoscenze disperse in segnali utilizzabili da persone che non hanno bisogno di conoscere l’intera catena degli eventi.
Se una materia prima diventa improvvisamente scarsa, il suo prezzo tende a salire.
Migliaia di imprese cominciano così a risparmiarla, sostituirla o cercarne di nuova senza che un ministro debba telefonare a ciascuna di loro.
Il mercato coordina informazioni che nessun singolo soggetto possiede integralmente.
La pianificazione centrale pretende invece di raccogliere quell’oceano di conoscenza, trasferirlo verso il vertice, elaborarlo e restituirlo sotto forma di ordini.
Quando l’ordine arriva, spesso il mondo che pretendeva di descrivere è già cambiato.
QUANDO IL PREZZO SPARISCE, ARRIVA IL POLITICO
Qui la questione economica diventa politica.
Se il mercato non decide più quali progetti ricevano risorse, qualcuno deve decidere al suo posto.
Chi?
Il pianificatore.
E con quali criteri?
Qui comincia il problema che Hayek sviluppò in The Road to Serfdom.
Una società contiene milioni di obiettivi differenti e spesso incompatibili.
Uno vuole una casa più grande.
Un altro preferisce risparmiare.
Uno vuole automobili.
Un altro ferrovie.
Uno investirebbe nell’acciaio.
Un altro nella tecnologia.
Nel mercato queste preferenze competono continuamente.
Nella pianificazione integrale, invece, qualcuno deve costruire una gerarchia politica dei bisogni.
Chi controlla l’intera economia finisce quindi per controllare una parte enorme dei mezzi attraverso i quali gli individui perseguono i propri fini.
E quando il piano non funziona?
La tentazione politica diventa gigantesca.
Ammettere che il sistema non possiede le informazioni necessarie significa mettere in discussione il sistema stesso.
È molto più conveniente trovare un colpevole.
Il sabotatore.
Lo speculatore.
L’accaparratore.
Il traditore.
Il nemico straniero.
Il controrivoluzionario.
Il fallimento economico può così trasformarsi in una domanda di maggiore controllo.
Il piano non funziona? Serve più piano.
La produzione cala? Servono più ordini.
Le persone resistono? Servono più controlli.
Ed è qui che l’utopia rischia di trasformarsi nella coercizione necessaria a mantenerla in vita.
SOWELL: ALLA FINE ARRIVA IL CONTO
Thomas Sowell aggiunge un elemento ancora più elementare: gli esseri umani reagiscono agli incentivi.
È possibile approvare una legge che stabilisca come debba comportarsi l’economia.
Non è possibile approvare una legge che cancelli il comportamento umano.
Se togli sistematicamente il beneficio derivante dal produrre di più, non puoi semplicemente presumere che tutti continueranno a produrre esattamente come prima.
Se proteggi un’impresa dalle conseguenze dei propri errori, riduci la pressione che la obbliga a correggerli.
Se il produttore non beneficia dell’efficienza e non paga realmente l’inefficienza, profitto e perdita cessano di svolgere la loro funzione disciplinante.
Il mercato è brutale proprio perché l’errore costa.
La pianificazione può nasconderlo.
Un’azienda privata che produce qualcosa che nessuno vuole prima o poi rischia di fallire.
Un apparato pubblico può continuare a produrlo perché una decisione politica gli garantisce risorse.
Il consumatore smette così di essere il giudice finale.
Il burocrate prende il suo posto.
POI ARRIVÒ LA STORIA
Il dibattito potrebbe restare confinato nelle università se il Novecento non avesse trasformato queste teorie in giganteschi esperimenti sociali.
La collettivizzazione sovietica coincise con devastanti carestie e repressioni.
Il Grande Balzo in Avanti di Mao produsse una delle più catastrofiche carestie della storia.
La Germania venne divisa in due sistemi economici contrapposti.
La Corea subì una divisione ancora oggi visibile persino nelle immagini satellitari notturne.
La Cina stessa cominciò la propria spettacolare crescita dopo le riforme avviate da Deng Xiaoping, con l’introduzione progressiva di maggiori spazi per mercato, incentivi, iniziativa privata e investimenti.
Non significa che ogni economia capitalista prosperi automaticamente.
Né significa che guerre, sanzioni, geografia, qualità delle istituzioni e leadership politica siano irrilevanti.
Significa però che il confronto storico pone una domanda alla quale i sostenitori della pianificazione devono rispondere:
quante volte un esperimento deve fallire prima che smettiamo di attribuire ogni fallimento esclusivamente alle circostanze?
LA SCAPPATOIA SCANDINAVA
Quando gli esempi storici diventano troppo ingombranti, compare spesso l’ultima linea difensiva:
“E allora Svezia, Danimarca e Norvegia?”
Ma qui si cambia argomento.
Le economie nordiche non hanno abolito il mercato.
Possiedono imprese private, mercati finanziari, proprietà privata, concorrenza, commercio internazionale e sistemi dei prezzi.
Hanno costruito ampi Stati sociali finanziati attraverso la tassazione all’interno di economie fondamentalmente di mercato.
Si può discutere infinitamente sull’efficienza, sulla dimensione e sulla sostenibilità del loro welfare.
Ma definirle economie socialiste nel senso classico utilizzato da Mises significa confondere redistribuzione fiscale e pianificazione centrale.
Sono due questioni differenti.
IL SOCIALISMO DI MERCATO: IL PARADOSSO FINALE
Esiste poi il tentativo di salvare il socialismo attraverso il cosiddetto “socialismo di mercato”.
Ma qui emerge un paradosso.
Ogni volta che un sistema pianificato introduce maggiore autonomia delle imprese, prezzi più liberi, proprietà privata, concorrenza e possibilità di profitto, sta reintroducendo proprio i meccanismi che il socialismo classico voleva sostituire.
La Cina post-Mao rappresenta uno degli esempi più impressionanti.
Pechino non è diventata una democrazia liberale e mantiene un enorme intervento statale.
Ma la trasformazione economica avvenuta dopo il 1978 ha incorporato strumenti di mercato che sarebbero stati inconcepibili durante il maoismo più radicale.
Il successo della riforma diventa così un’accusa contro ciò che è stato riformato.
IL GRANDE INGANNO INTELLETTUALE: “NON ERA VERO SOCIALISMO”
Ed eccoci al punto più politicamente esplosivo.
Se un’ideologia può rivendicare ogni promessa e respingere ogni risultato negativo sostenendo che la propria realizzazione non fosse abbastanza autentica, diventa praticamente impossibile falsificarla.
Quando qualcosa funziona: prova della bontà dell’idea.
Quando qualcosa fallisce: tradimento dell’idea.
È un meccanismo intellettuale perfetto perché rende la teoria immune dall’esperienza.
Mises, Hayek e Sowell costringono invece a rovesciare la domanda.
Non bisogna chiedere soltanto:
“Perché quel governo socialista ha fallito?”
Bisogna chiedere:
“Quali informazioni, incentivi e meccanismi di correzione aveva eliminato prima di fallire?”
Ed è qui che i tre autori convergono.
Mises indica il calcolo economico.
Hayek indica la conoscenza dispersa.
Sowell indica incentivi e conseguenze reali.
Tre strade differenti conducono allo stesso muro.
L’UTOPIA PRESENTA SEMPRE IL CONTO
Il mercato non è perfetto.
Produce errori, concentrazioni di potere, crisi e ingiustizie che possono richiedere istituzioni, regole e correzioni.
Ma possiede qualcosa che la pianificazione integrale fatica strutturalmente a riprodurre: un sistema decentralizzato di informazione, sperimentazione, errore e correzione.
Milioni di persone prendono decisioni.
Milioni di errori possono avvenire contemporaneamente.
Ma nessun singolo errore deve necessariamente diventare l’errore dell’intera società.
La pianificazione centrale concentra invece la decisione.
E concentrando la decisione concentra anche le conseguenze dell’errore.
Questo è forse il punto più devastante dell’intera critica.
Il problema del socialismo classico non è soltanto chi governa. È la quantità di conoscenza e di potere che pretende di consegnare a chi governa.
Il Novecento ha fornito abbastanza materiale per prendere seriamente quell’avvertimento.
Eppure l’utopia continua periodicamente a essere riesumata, ripulita dalle proprie macerie e presentata come nuova.
Cambiano le parole.
Cambiano i simboli.
Cambiano le generazioni.
Ma rimane la stessa presunzione: che un gruppo sufficientemente illuminato possa conoscere, decidere e organizzare dall’alto ciò che milioni di individui coordinano continuamente dal basso.
Mises spiegò perché manca il calcolo.
Hayek spiegò perché manca la conoscenza.
Sowell spiegò perché gli incentivi presentano comunque il conto.
La storia ha fatto il resto.
FONTI E APPROFONDIMENTI
Ludwig von Mises Institute – Economic Calculation in the Socialist Commonwealth
https://mises.org/library/book/economic-calculation-socialist-commonwealth
Econlib – Friedrich A. Hayek, The Use of Knowledge in Society
https://www.econlib.org/library/Essays/hykKnw.html
Encyclopaedia Britannica – Friedrich Hayek
https://www.britannica.com/biography/F-A-Hayek
Nobel Prize – Friedrich August von Hayek
https://www.nobelprize.org/prizes/economic-sciences/1974/hayek/facts/
Hoover Institution – Thomas Sowell
https://www.hoover.org/profiles/thomas-sowell
Encyclopaedia Britannica – Great Leap Forward
https://www.britannica.com/event/Great-Leap-Forward
Encyclopaedia Britannica – Collectivization
https://www.britannica.com/topic/collectivization
World Bank – China: overview e sviluppo economico
https://www.worldbank.org/en/country/china/overview

