11 SETTEMBRE, LE CARTE CHE ACCUSANO WASHINGTON: gli allarmi c’erano, perché nessuno fermò la strage?

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Venticinque anni dopo, nuovi documenti declassificati mostrano una sequenza impressionante di avvertimenti su Bin Laden, attentati negli Stati Uniti e dirottamenti aerei. Non dimostrano che Washington conoscesse il piano dell’11 settembre. Dimostrano però qualcosa di altrettanto imbarazzante: il pericolo era sul tavolo da anni.

Ci sono documenti che cambiano la storia e documenti che costringono a rileggerla.

Le carte sull’11 settembre rese pubbliche nel venticinquesimo anniversario degli attentati appartengono soprattutto alla seconda categoria.

Non provano che il governo degli Stati Uniti conoscesse in anticipo data, obiettivi e modalità precise dell’operazione dell’11 settembre 2001. Affermarlo significherebbe andare oltre ciò che oggi consentono le prove.

Ma permettono di demolire una rappresentazione molto più comoda: quella di un’America colpita da un fulmine completamente imprevedibile.

Perché i segnali c’erano.

Ed erano inquietanti.

1998: l’idea dell’aereo era già sul tavolo

Bisogna tornare indietro di tre anni.

Il 4 dicembre 1998 un President’s Daily Brief destinato al presidente Bill Clinton aveva un titolo che oggi, dopo ciò che sarebbe successo nel 2001, fa impressione:

“Bin Ladin Preparing to Hijack US Aircraft and Other Attacks.”

Tradotto:

“Bin Laden si prepara a dirottare aerei statunitensi e ad altri attacchi.”

Non è una ricostruzione giornalistica postuma.

È un documento dell’intelligence.

Il rapporto indicava che Bin Laden e i suoi alleati stavano preparando operazioni negli Stati Uniti e contemplavano anche il dirottamento di un aereo.

La Commissione sull’11 settembre avrebbe successivamente riportato quel documento nel proprio rapporto finale.

Ma c’è di più.

Un rapporto d’intelligence del 3 dicembre 1998, poi collegato al PDB del giorno successivo, riferiva che membri della struttura operativa avevano effettuato quello che veniva descritto come un “trial run”, una prova, riuscendo a superare i controlli di sicurezza in un aeroporto di New York.

Fermiamoci un momento.

Siamo nel 1998.

Non nel settembre 2001.

L’intelligence americana disponeva già di informazioni riguardanti:

  • Bin Laden;
  • operazioni contro gli Stati Uniti;
  • ipotesi di dirottamento di aerei americani;
  • uomini collegati alla rete operativa presenti o attivi negli Stati Uniti;
  • verifiche pratiche della sicurezza aeroportuale.

Naturalmente, questo non significa che fosse già noto il progetto che sarebbe stato realizzato tre anni dopo.

Ma significa che il binomio Al Qaeda–aerei–territorio americano non nacque nella mente degli investigatori dopo l’11 settembre.

Esisteva già nei dossier.

Un aereo carico di esplosivo contro una città americana

Un altro elemento oggi tornato al centro dell’attenzione è ancora più inquietante.

Secondo i documenti declassificati riportati dalla stampa americana, nel settembre 1998 l’intelligence aveva ricevuto informazioni sulla possibilità che Bin Laden potesse utilizzare un aereo carico di esplosivo contro una città statunitense.

Anche qui occorre essere rigorosi.

Non era il piano dell’11 settembre.

Non era necessariamente un aereo di linea trasformato in missile.

Non indicava World Trade Center, Pentagono, data o numero dei dirottatori.

Ma il punto storico rimane enorme:

anni prima dell’11 settembre l’eventualità di utilizzare un velivolo contro un obiettivo americano era entrata nell’orizzonte dell’intelligence.

E allora diventa sempre più difficile rifugiarsi dietro la formula secondo cui nessuno avrebbe potuto immaginare qualcosa del genere.

Qualcuno lo aveva immaginato.

Qualcuno lo aveva scritto.

Qualcuno lo aveva portato fino ai massimi livelli dello Stato.

Poi arriva il 2001

Con l’avvicinarsi dell’estate del 2001, il quadro diventa ancora più grave.

Al Qaeda non era più una minaccia remota.

Osama Bin Laden era diventato una delle principali ossessioni dell’intelligence americana.

Le informazioni arrivavano continuamente.

La CIA seguiva la rete.

Gli allarmi aumentavano.

I nuovi documenti mostrano quanto frequentemente Bin Laden comparisse nei briefing presidenziali e quanto seriamente fosse considerata la possibilità di una grande operazione terroristica.

Tra luglio e agosto 2001 diversi PDB segnalarono l’aumento della minaccia.

Poi arriva il documento diventato simbolo di tutto il fallimento.

6 agosto 2001: “Bin Ladin Determined to Strike in US”

Cinque settimane prima della strage, il presidente George W. Bush ricevette un President’s Daily Brief dal titolo:

“Bin Ladin Determined to Strike in US.”

“Bin Laden determinato a colpire negli Stati Uniti.”

Anche questo documento era già noto da anni, essendo stato declassificato nel 2004.

Ma riletto dentro la sequenza completa degli avvertimenti precedenti assume un peso ancora maggiore.

Il PDB ricordava che Bin Laden voleva portare la guerra sul territorio americano.

Parlava di una struttura di sostegno di Al Qaeda negli Stati Uniti.

Richiamava precedenti informazioni riguardanti l’interesse per i dirottamenti.

Faceva riferimento ad attività considerate compatibili con preparativi per dirottamenti o altre forme di attentato.

Nessuna data.

Nessun numero di volo.

Nessuna indicazione “11 settembre”.

Questo va ripetuto.

Ma davvero l’unico criterio accettabile per parlare di fallimento sarebbe stato possedere anticipatamente l’intero piano operativo?

È una pretesa assurda.

L’intelligence esiste precisamente per collegare informazioni frammentarie prima che diventino cadaveri.

Il problema non è una singola informazione: è la sequenza

Preso isolatamente, ogni rapporto poteva sembrare incompleto.

Un possibile dirottamento.

Una minaccia.

Un aeroporto.

Una struttura presente negli Stati Uniti.

Un attentato ipotizzato.

Un aereo.

Bin Laden.

Ancora Bin Laden.

Poi ancora Bin Laden.

È guardando l’insieme che il quadro diventa devastante.

Perché il problema dell’11 settembre non fu necessariamente l’assenza totale di informazioni.

Fu anche l’incapacità del sistema di mettere insieme ciò che differenti apparati già possedevano.

CIA, FBI, FAA, Casa Bianca, National Security Council: pezzi diversi di un mosaico che non vennero trasformati in tempo in un’immagine operativa sufficientemente chiara.

Ed è proprio questo uno dei punti centrali già individuati dalla Commissione 9/11: insufficiente condivisione delle informazioni, barriere burocratiche, difficoltà nel trasformare intelligence strategica in prevenzione operativa e, soprattutto, quella che la Commissione definì una carenza di “immaginazione”.

Ma venticinque anni dopo quella parola appare quasi troppo indulgente.

Perché quando l’intelligence parla di Bin Laden, di Stati Uniti e di dirottamenti, il problema non è più soltanto immaginare.

È agire.

Nessuna prova del “lasciar fare”. Ma il fallimento resta colossale

Qui bisogna tracciare una linea netta.

Questi documenti non provano che l’amministrazione Clinton o quella Bush abbiano deliberatamente lasciato compiere gli attentati.

Non provano che CIA o Casa Bianca conoscessero il piano dei 19 dirottatori.

Non dimostrano che qualcuno sapesse che quattro aerei sarebbero stati sequestrati la mattina dell’11 settembre.

Confondere le due cose servirebbe soltanto a indebolire la questione realmente documentata.

Ed è già abbastanza grave.

Gli Stati Uniti furono avvertiti ripetutamente che Bin Laden voleva colpirli.

L’ipotesi dei dirottamenti era conosciuta.

La possibilità di operazioni sul territorio americano era conosciuta.

L’interesse terroristico per gli aerei era conosciuto.

E il 6 agosto 2001 il presidente degli Stati Uniti ricevette un briefing intitolato esplicitamente:

“Bin Laden determinato a colpire negli Stati Uniti.”

Trentasei giorni dopo, l’America bruciava.

Quasi 3.000 morti dopo, “non lo sapevamo” non basta più

Alle 8:46 dell’11 settembre 2001, il volo American Airlines 11 colpì la Torre Nord del World Trade Center.

Alle 9:03 United Airlines 175 entrò nella Torre Sud.

Alle 9:37 American Airlines 77 colpì il Pentagono.

Alle 10:03 United Airlines 93 precipitò in Pennsylvania dopo la rivolta dei passeggeri.

Morirono 2.977 vittime, senza contare i 19 terroristi.

Il mondo cambiò.

Seguirono Afghanistan, guerra globale al terrorismo, Patriot Act, Guantanamo, programmi di sorveglianza, operazioni segrete, torture, Iraq e una trasformazione gigantesca dell’apparato di sicurezza americano.

E proprio per questo la domanda sugli anni precedenti non può essere liquidata come archeologia.

Perché prima di chiedere ai cittadini di accettare guerre, sorveglianza e limitazioni delle libertà in nome della sicurezza, uno Stato dovrebbe essere disposto a spiegare fino in fondo come sia stato possibile fallire quando gli allarmi erano già arrivati sulle scrivanie più

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