ENERGIA / UNIONE EUROPEA: Hanno scelto la guerra. Il conto arriva alla pompa

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L’Europa ha trasformato la sicurezza energetica in una variabile della strategia geopolitica. Il diesel vola, le raffinerie russe bruciano, Mosca limita le esportazioni e contemporaneamente Bruxelles costruisce un sistema industriale della difesa destinato a durare ben oltre la guerra ucraina.

C’è un dato che ormai è difficile nascondere dietro i comunicati diplomatici: la geopolitica ha un prezzo e quel prezzo sta arrivando alla pompa.

Nel settembre 2026 il mercato mondiale del diesel è entrato in una fase di tensione eccezionale. I future europei sul gasolio hanno più che raddoppiato il loro valore rispetto all’inizio dell’anno, mentre le quotazioni internazionali hanno raggiunto livelli record.

Le cause sono molteplici: la guerra che coinvolge l’Iran e le conseguenti difficoltà delle esportazioni mediorientali, la riduzione dell’offerta russa, gli attacchi ucraini contro le raffinerie della Federazione Russa, le limitazioni alle esportazioni decise da Mosca e una capacità mondiale di raffinazione che dispone ormai di margini ridotti per compensare rapidamente gli shock.

Non siamo quindi davanti a un semplice movimento speculativo.

Il collo di bottiglia dell’energia mondiale non è più soltanto il petrolio. Sono le raffinerie.

Ed è qui che la politica europea incontra direttamente il distributore sotto casa.


DALLE RAFFINERIE RUSSE ALLA POMPA EUROPEA

Il 20 settembre un attacco con droni ha colpito la raffineria di Mosca gestita da Gazprom Neft.

Secondo fonti industriali raccolte da Reuters, l’impianto ha dovuto interrompere la lavorazione del greggio dopo che gli incendi hanno interessato importanti unità produttive.

Non si tratta di una struttura marginale.

Nel 2024 quella raffineria aveva lavorato circa 11,6 milioni di tonnellate di greggio, producendo fra l’altro circa 3,2 milioni di tonnellate di diesel.

Ed è soltanto uno degli impianti russi finiti nel mirino.

Gli attacchi ucraini alle infrastrutture petrolifere russe hanno contribuito a comprimere la capacità di raffinazione e le esportazioni di prodotti petroliferi della Federazione.

Mosca ha reagito privilegiando il mercato interno.

La Russia ha infatti mantenuto restrizioni all’esportazione del diesel verso numerosi mercati esteri, pur continuando a fornire alcuni Paesi legati da accordi intergovernativi.

Il risultato è elementare:

meno diesel russo disponibile significa maggiore competizione internazionale per il diesel prodotto altrove.

E l’Europa è particolarmente esposta.

Per anni il continente ha potuto contare direttamente o indirettamente sui prodotti raffinati russi. Dopo le sanzioni introdotte in seguito all’invasione dell’Ucraina, quelle catene commerciali sono state ridisegnate.

Oggi una parte crescente del prodotto deve percorrere distanze maggiori e arrivare da altri mercati.

Quando contemporaneamente si riduce anche l’offerta proveniente dal Medio Oriente, il sistema entra in tensione.

Reuters segnala che le esportazioni mediorientali di diesel tra marzo e agosto 2026 si sono praticamente dimezzate rispetto all’anno precedente.

A quel punto non serve una teoria politica.

Serve una calcolatrice.


IL DIESEL È DIVENTATO UN PROBLEMA STRATEGICO

Il diesel non è soltanto il carburante dell’automobilista.

Muove camion, macchine agricole, cantieri, logistica, generatori, industria e una parte fondamentale del trasporto commerciale europeo.

Quando aumenta il diesel, aumenta il costo di trasportare quasi tutto.

E quando il costo del trasporto aumenta, una parte di quel rincaro finisce inevitabilmente nel prezzo finale delle merci.

È quindi fuorviante raccontare la crisi come se riguardasse esclusivamente chi possiede un’automobile diesel.

Il diesel è una componente dell’inflazione industriale e logistica.

Gli stessi Stati Uniti, nonostante una capacità di raffinazione molto maggiore rispetto a molti Paesi europei, stanno affrontando tensioni analoghe.

Il problema è diventato talmente politico che negli Stati Uniti alcuni parlamentari hanno chiesto di limitare le esportazioni americane di diesel per proteggere agricoltori e trasportatori.

Washington ha inoltre esercitato pressioni su Kiev affinché riducesse gli attacchi contro le raffinerie russe proprio per il loro effetto sul mercato mondiale dei carburanti.

La questione, dunque, è stata riconosciuta apertamente negli Stati Uniti:

colpire la raffinazione russa può avere conseguenze sul prezzo internazionale del diesel.

Non significa che gli attacchi ucraini siano l’unica causa dell’attuale crisi: non lo sono.

Ma significa che considerarli irrilevanti per il mercato energetico sarebbe altrettanto scorretto.


BRUXELLES E LA SCELTA STRATEGICA

L’Unione Europea ha scelto di sostenere militarmente, finanziariamente e politicamente l’Ucraina.

È una scelta dichiarata e pubblica.

Ma ogni scelta strategica produce conseguenze economiche.

Il problema politico nasce quando queste conseguenze vengono presentate come fenomeni separati dalla decisione che le ha precedute.

Le sanzioni contro la Russia, la ristrutturazione delle forniture energetiche europee, il sostegno militare a Kiev e la progressiva trasformazione dell’economia europea della difesa appartengono alla stessa fase storica.

E i numeri raccontano una trasformazione gigantesca.

Nel 2021 la spesa per la difesa dei Paesi monitorati dall’Agenzia Europea per la Difesa era di circa 214 miliardi di euro.

Per il 2025 l’EDA stimava circa:

381 miliardi di euro.

Un incremento enorme in appena quattro anni.

Ma Bruxelles vuole andare molto oltre.


800 MILIARDI PER IL RIARMO

Il piano ReArm Europe / Readiness 2030 punta a rendere disponibili fino a circa 800 miliardi di euro per rafforzare la capacità militare europea.

Una parte fondamentale dell’architettura è SAFE — Security Action for Europe — che mette a disposizione 150 miliardi di euro di prestiti per investimenti nella difesa.

A questo si aggiunge la possibilità per gli Stati membri di utilizzare maggiore flessibilità fiscale.

La Commissione calcola che l’aumento consentito della spesa per la difesa possa creare circa 650 miliardi di euro di spazio fiscale nell’arco di quattro anni.

Non siamo più davanti a misure emergenziali destinate semplicemente a riempire qualche magazzino svuotato dall’Ucraina.

Stiamo assistendo alla costruzione di una nuova politica industriale europea.

La stessa Commissione parla esplicitamente di rafforzamento della base industriale della difesa, ampliamento della capacità produttiva, maggiore prevedibilità per le imprese e pianificazione di lungo periodo.

È una trasformazione strutturale.


L’INDUSTRIA DELLA DIFESA CORRE

I bilanci delle grandi aziende mostrano chiaramente cosa significa.

Rheinmetall ha chiuso il primo semestre 2026 con ricavi per circa 5,2 miliardi di euro, in crescita del 39%.

Il risultato operativo è passato da 453 a 786 milioni di euro.

Incremento:

+74%.

Le nuove nomine e commesse considerate dalla società hanno raggiunto circa 16,2 miliardi di euro.

Anche Thales ha registrato una fortissima accelerazione.

Nel primo semestre 2026 gli ordini hanno raggiunto circa:

12,47 miliardi di euro.

Crescita:

+21%.

Nel solo comparto Defence gli ordini hanno raggiunto circa 7,35 miliardi, con un aumento del 28%.

Il portafoglio ordini complessivo di Thales è arrivato a circa 52 miliardi di euro.

Sono numeri industriali, non slogan.

La guerra in Ucraina, l’aumento della spesa militare europea e il deterioramento generale della sicurezza internazionale hanno creato una domanda enorme.


IL PUNTO CHE BRUXELLES NON PUÒ ELUDERE

Da questi dati non discende automaticamente che l’industria europea della difesa “voglia la guerra”.

Sarebbe una conclusione che i bilanci, da soli, non possono dimostrare.

Dimostrano però qualcosa di diverso e politicamente rilevante:

l’Europa sta costruendo una capacità industriale militare pensata per funzionare su un orizzonte pluriennale.

Le fabbriche vengono ampliate.

Le linee produttive vengono potenziate.

Gli Stati assumono impegni finanziari.

Le banche tornano a considerare finanziabile la difesa.

L’Unione modifica persino le proprie regole fiscali per consentire maggiori investimenti militari.

Una volta costruita questa infrastruttura economica, essa acquisisce inevitabilmente interessi industriali, occupazionali e finanziari propri.

Non serve immaginare una stanza segreta.

Basta leggere i bilanci.

Il riarmo europeo sta diventando una componente strutturale dell’economia continentale.


KIEV E L’ALTRA FACCIA DEL SACRIFICIO

Esiste poi una contraddizione che Bruxelles dovrebbe affrontare apertamente.

Mentre ai cittadini europei viene chiesto di sostenere economicamente lo sforzo ucraino, le autorità anticorruzione ucraine stanno indagando su uno dei più grandi scandali della storia recente del Paese.

È Operation Midas.

Secondo NABU e SAPO, una presunta organizzazione criminale avrebbe costruito un sistema di tangenti attorno a Energoatom, la società nucleare statale ucraina.

Il meccanismo avrebbe previsto richieste di tangenti pari al 10-15% del valore dei contratti.

Secondo gli investigatori, i fornitori che non accettavano il sistema rischiavano il blocco dei pagamenti o la perdita dello status di fornitore.

Al centro dell’inchiesta compare Tymur Mindich, ex socio d’affari e persona per anni vicina a Volodymyr Zelensky.

Le autorità anticorruzione lo indicano come uno degli organizzatori del presunto sistema.

Tra le persone coinvolte nelle indagini figurano inoltre l’ex ministro dell’Energia Herman Halushchenko e l’ex capo dell’Ufficio presidenziale Andriy Yermak.

Le responsabilità penali individuali devono naturalmente essere stabilite dai tribunali e gli indagati conservano la presunzione d’innocenza.

Ma le dimensioni dell’inchiesta sono già politicamente enormi.


CENTO MILIONI DI DOLLARI

L’indagine Midas riguarda un presunto circuito di tangenti e riciclaggio stimato intorno ai 100 milioni di dollari.

Ed è difficile ignorare il settore interessato:

l’energia.

Proprio mentre l’Ucraina chiede ai partner occidentali miliardi per proteggere e ricostruire le proprie infrastrutture energetiche, gli investigatori ucraini sostengono che attorno alla principale compagnia nucleare pubblica sia stato costruito un sistema destinato a drenare denaro dai contratti.

È uno dei motivi per cui l’inchiesta merita attenzione anche fuori dall’Ucraina.

I contribuenti europei non sono semplici spettatori.

Sono finanziatori.


L’ANTICORRUZIONE ARRIVA VICINO AL POTERE

Nel 2025 Zelensky aveva inoltre firmato una controversa legge che riduceva l’indipendenza di NABU e SAPO.

La decisione provocò proteste nelle città ucraine e fortissime pressioni interne e internazionali.

Il governo fece successivamente marcia indietro e l’indipendenza delle due agenzie venne ripristinata.

Nel 2026 lo scontro istituzionale è continuato.

A settembre il procuratore generale Ruslan Kravchenko ha lasciato l’incarico dopo che investigatori anticorruzione avevano perquisito i suoi uffici nell’ambito di un’altra indagine su un presunto sistema di riciclaggio e protezione di call center fraudolenti.

Kravchenko non era stato incriminato e ha contestato le accuse rivolte al suo ambiente.

Anche questo dettaglio conta.

Perché dimostra contemporaneamente due cose: la corruzione resta un problema serio per l’Ucraina, ma esistono anche istituzioni ucraine che stanno cercando di perseguirla.

Raccontare soltanto una delle due metà significherebbe fare propaganda.


IL CONTO ENERGETICO

Torniamo allora alla pompa.

Il cittadino europeo vede il risultato finale di una catena molto più lunga:

guerre che colpiscono importanti aree produttrici;

raffinerie danneggiate;

esportazioni russe ridotte;

flussi mediorientali compromessi;

mercati internazionali sempre più dipendenti da un numero limitato di grandi raffinatori;

Europa costretta a competere per i prodotti disponibili.

Il risultato è un mercato dei distillati estremamente fragile.

Non tutto dipende da Bruxelles.

Ma Bruxelles non può nemmeno comportarsi come se le proprie decisioni geopolitiche fossero economicamente neutre.

Non lo sono.


LA POLITICA HA UN PREZZO

È perfettamente legittimo sostenere che aiutare militarmente l’Ucraina sia necessario per la sicurezza europea.

È altrettanto legittimo sostenere che l’Europa debba aumentare la propria capacità militare.

Ma una democrazia adulta dovrebbe presentare anche il conto delle proprie decisioni.

Quanto costa?

Per quanto tempo?

Quali conseguenze produce sull’energia?

Quali settori industriali ne beneficiano?

Quali controlli vengono imposti sull’utilizzo del denaro europeo?

E soprattutto: quale parte del costo viene trasferita sulle famiglie e sulle imprese?

Sono queste le domande che dovrebbero accompagnare ogni nuovo pacchetto di spesa.


IL METODO

Il rischio è altrimenti quello di separare artificialmente decisioni che nella realtà appartengono allo stesso sistema.

Da una parte si parla di sicurezza, deterrenza, libertà e difesa dell’Ucraina.

Dall’altra compaiono bollette, carburanti, logistica e inflazione.

Come se non esistesse alcun collegamento.

Il collegamento invece esiste.

Non è esclusivo e non spiega da solo l’intera crisi energetica mondiale, ma ignorarlo significa amputare una parte essenziale della discussione.

Nel frattempo il riarmo europeo avanza.

214 miliardi di spesa per la difesa nel 2021.

Circa 381 miliardi stimati nel 2025.

Fino a 800 miliardi mobilitabili attraverso Readiness 2030.

150 miliardi di prestiti SAFE.

Rheinmetall aumenta il risultato operativo del 74%.

Thales porta gli ordini semestrali oltre 12 miliardi.

Sono numeri che descrivono un continente che sta cambiando priorità industriali.


HANNO SCELTO LA GUERRA. IL CONTO ARRIVA ALLA POMPA

La questione non è sostenere che ogni centesimo pagato in più per il diesel sia responsabilità dell’Unione Europea.

Sarebbe falso.

Iran, Russia, Ucraina, capacità mondiale di raffinazione, commercio internazionale, politiche dei produttori e domanda globale concorrono tutti alla formazione del prezzo.

La questione è un’altra.

L’Europa ha scelto una strategia geopolitica che comporta costi economici e contemporaneamente sta costruendo intorno alla sicurezza un nuovo gigantesco sistema industriale e finanziario.

Questa scelta può essere difesa oppure contestata.

Ma deve essere dichiarata per intero.

Perché mentre i documenti europei parlano di Readiness 2030, capacità industriale, SAFE e centinaia di miliardi di nuovi investimenti, il cittadino incontra quella politica in una forma molto meno sofisticata.

Sul display del distributore.

E lì non compare scritto “geopolitica”.

Compare soltanto il prezzo.


FONTI E DOCUMENTI

  • European Defence Agency — Defence spending 2021 e dati sulla crescita della spesa militare europea.
  • European Defence Agency — Annual Report 2025 e stima della spesa europea per la difesa a circa 381 miliardi di euro.
  • Commissione Europea — ReArm Europe / Readiness 2030.
  • Commissione Europea — SAFE, Security Action for Europe.
  • Rheinmetall — Half-Year Financial Report 2026.
  • Thales — Half-Year Results 2026.
  • Reuters — Global diesel prices hit record highs, 21 settembre 2026.
  • Reuters — Russia boosted diesel exports to Central Asia, 21 settembre 2026.
  • Reuters — Moscow oil refinery output halted after drone attack, 21 settembre 2026.
  • Reuters — Russian seaborne oil-product exports, settembre 2026.
  • Reuters — inchieste ucraine e caso Energoatom/Midas.
  • NABU — Operation Midas.
  • Energoatom — Supervisory Board review sull’intero periodo dell’Operation Midas.
  • High Anti-Corruption Court / Transparency International Ukraine — documentazione giudiziaria sul caso Midas.

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