C’è un errore ricorrente nell’analisi del potere contemporaneo: immaginarlo ancora come una piramide. Uno Stato, un’élite, una cabina di regia. Una struttura verticale che decide e controlla.
Ma il mondo reale — quello in cui operano le mafie transnazionali, i proxy legati all’Iran e le reti politico-criminali del Venezuela — somiglia sempre meno a una piramide e sempre più a una rete.
1. Bauman: la liquidità del potere
Il sociologo Zygmunt Bauman descriveva la modernità come “liquida”: strutture instabili, confini porosi, identità flessibili.
Applicato al potere, questo significa:
dissoluzione dei confini tra legale e illegale
adattabilità estrema degli attori
centralità dei flussi rispetto ai territori
Le mafie globali — come la ‘Ndrangheta — non dominano territori: dominano reti di scambio.
2. Foucault: il potere come circolazione
Il filosofo Michel Foucault ha ridefinito il concetto di potere:
non si possiede, si esercita — e soprattutto circola.
Nel sistema chavista costruito da Hugo Chávez e proseguito da Nicolás Maduro:
lo Stato non è sopra il crimine
è dentro il crimine
Il potere integra le devianze invece di eliminarle.
3. Reti complesse: l’ordine emergente
Le reti criminali, i proxy e gli Stati ibridi funzionano come sistemi complessi adattivi:
nodi indipendenti
connessioni variabili
resilienza strutturale
Un esempio:
la mafia gestisce logistica
Hezbollah garantisce protezione
uno Stato fornisce copertura
Nessun regista unico. Ma un risultato coerente.
4. Guerra ibrida: il nuovo campo di battaglia
La guerra contemporanea è ibrida:
militare
economica
informativa
criminale
In questo scenario:
i proxy dell’Iran operano come estensioni indirette
le mafie forniscono infrastruttura
il Venezuela agisce come nodo strategico
5. La convergenza: un sistema senza nome
Non esiste una cabina di regia globale. Ma esiste una convergenza funzionale.
Un equilibrio implicito:
la mafia ottiene accesso e denaro
il proxy ottiene influenza e copertura
lo Stato ottiene sopravvivenza
Il risultato è un sistema distribuito di potere.
6. Il paradosso finale
Seguendo Bauman e Foucault:
il sistema controlla senza controllore
Non perché qualcuno lo abbia progettato, ma perché:
le relazioni lo producono
gli interessi lo sostengono
il caos lo alimenta
Conclusione
Non siamo di fronte a un complotto centralizzato. Ma nemmeno a un disordine casuale.
Siamo dentro:
un ecosistema di potere reticolare, liquido e adattivo
dove mafie, proxy e Stati ibridi:
convergono
cooperano
competono
generando un controllo diffuso, difficile da vedere e ancora più difficile da contrastare.
🔗 Approfondimenti e fonti utili
Liquid Modernity
Discipline and Punish
Studi sulla guerra ibrida (NATO, RAND Corporation)
Report ONU sul narcotraffico globale
Analisi su Hezbollah e reti finanziarie internazionali
Inchieste su criminalità organizzata e ‘Ndrangheta
In recent years, a curious narrative has gained traction across parts of the analytical and media landscape: that Iran is, at its core, a “peaceful” state—reactive rather than assertive, defensive rather than expansionist.
This framing is not merely incomplete. It is misleading.
It rests on a selective reading of events that emphasizes external pressure—sanctions, isolation, confrontation—while systematically downplaying Iran’s own strategic behavior. The result is not analysis, but narrative construction.
Revolutionary State, Not Status-Quo Power
The modern Iranian state was not designed to preserve equilibrium. It was born to challenge it.
Since the 1979 revolution led by Ruhollah Khomeini, Iran has defined itself not only as a nation-state, but as a حامل (carrier) of an ideological project. Its constitution explicitly endorses support for movements beyond its borders.
This is not incidental. It is structural.
As Henry Kissinger observed, Iran operates simultaneously “as a country and as a cause.” That dual identity remains central to understanding its conduct.
Power Projection Without Formal War
Iran rarely engages in conventional warfare. Instead, it has refined a model of indirect projection.
Through organizations such as Hezbollah and a network of militias across Iraq, Syria, and Yemen, Tehran has constructed a layered architecture of influence.
The late Qasem Soleimani was instrumental in shaping this system—one that allows Iran to:
apply sustained pressure
maintain plausible deniability
avoid full-scale confrontation
This is not passivity. It is strategic design.
Geography as Leverage
Iran’s influence is not confined to proxy networks. It is amplified by geography.
The Stretto di Hormuz remains one of the most critical energy corridors in the world. Any disruption—even implied—has immediate global consequences.
As geopolitical analyst George Friedman has noted, control over strategic chokepoints translates directly into geopolitical leverage.
Iran does not need to close Hormuz to influence markets. It only needs to remind the world that it could.
The Analytical Distortion
Why, then, does the “peaceful Iran” narrative persist?
Part of the answer lies in analytical framing. When Middle Eastern dynamics are interpreted primarily through the lens of Western intervention, regional actors are often cast as reactive by default.
But this approach obscures agency.
As Vali Nasr has argued, Iran has built “one of the most sophisticated networks of non-state influence in the region.” That network is neither accidental nor defensive.
It is intentional.
Beyond Simplistic Dichotomies
None of this absolves other actors. The Middle East is a system of overlapping conflicts, external interventions, and competing power centers.
But complexity cuts both ways.
Portraying Iran solely as a victim of external pressure is as reductive as portraying it as uniquely aggressive. Both narratives fail for the same reason: they replace analysis with simplification.
Conclusion
Iran is not a “peaceful” state in any meaningful strategic sense of the term.
It is a rational actor pursuing influence through asymmetric means, blending ideology with realpolitik, and leveraging both geography and non-state networks to extend its reach.
To describe such a system as “peaceful” is not an alternative interpretation.
It is a mischaracterization.
And in geopolitics, mischaracterizations are rarely neutral.
C’è qualcosa di profondamente rassicurante nelle narrazioni semplici. Dividono il mondo in buoni e cattivi, vittime e aggressori, oppressi e oppressori. Non richiedono studio, né complessità. Solo adesione.
È in questo spazio che si è fatta largo una delle rappresentazioni più discutibili del dibattito contemporaneo: l’Iran come Paese “pacifico”.
Una definizione che, più che analitica, appare ideologica. E che crolla non appena la si confronta con i fatti.
Una rivoluzione che non è mai stata solo interna
La Repubblica Islamica nasce nel 1979 con Ruhollah Khomeini. Non è solo un cambio di regime: è un cambio di paradigma.
La rivoluzione iraniana si presenta fin dall’inizio come un progetto esportabile. Non confinato entro i propri confini, ma orientato verso l’esterno.
La stessa Costituzione lo esplicita: sostegno ai movimenti islamici nel mondo. Non diplomazia. Non neutralità. Influenza attiva.
Episodi come la Iran Hostage Crisis non sono incidenti. Sono segnali.
Segnali di un sistema che utilizza il conflitto come linguaggio politico.
La guerra invisibile: il modello iraniano
L’Iran non combatte guerre tradizionali. Le orchestra.
Attraverso Hezbollah, le milizie sciite in Iraq, gli Houthi nello Yemen, Teheran ha costruito una rete che attraversa il Medio Oriente.
Il regista di questo sistema è stato Qasem Soleimani, figura chiave della proiezione militare iraniana.
Una strategia chiara:
colpire senza esporsi
destabilizzare senza dichiarare guerra
influenzare senza occupare
Non è pacifismo. È guerra a bassa visibilità.
Gli analisti lo dicono chiaramente (quando vogliono)
Il problema non è la mancanza di studi. È la loro selezione.
Henry Kissinger lo sintetizzava con precisione:
“L’Iran non è solo uno Stato, è una causa.”
E Vali Nasr aggiunge:
“Ha costruito la più sofisticata rete di influenza non statale della regione.”
Persino analisti strutturali come George Friedman evidenziano come il controllo di snodi come lo Stretto di Hormuz renda l’Iran un attore globale, non locale.
Eppure, nonostante questo, si continua a parlare di “Paese pacifico”.
Non è ignoranza. È selezione narrativa.
Il grande equivoco: vittima o attore?
Sì, l’Iran è stato oggetto di pressioni, sanzioni, isolamento. Ma questo non lo trasforma automaticamente in un attore passivo.
È qui che si consuma l’equivoco.
Trasformare un soggetto attivo in vittima è una tecnica classica della comunicazione politica. Serve a semplificare. A polarizzare. A orientare.
Ma la realtà è meno comoda:
l’Iran è contemporaneamente:
bersaglio di pressioni esterne
produttore attivo di instabilità regionale
Le due cose non si escludono. Ma ignorarne una è manipolazione.
Perché questa narrativa funziona
Funziona perché:
riduce la complessità
conferma bias ideologici
costruisce un nemico unico (l’Occidente)
In altre parole: è utile.
Ma utilità e verità raramente coincidono.
Conclusione: la differenza tra analisi e propaganda
Definire l’Iran un Paese “pacifico” non è una lettura alternativa. È una forzatura.
Significa ignorare:
una storia rivoluzionaria espansionista
una strategia basata su proxy militari
una dottrina che porta il conflitto oltre i confini
L’Iran non è un’anomalia. È un attore coerente con i propri interessi.
Ma raccontarlo come “pacifico” non è giornalismo. Non è analisi.
È narrazione.
E oggi, più che mai, la differenza tra le due cose è tutto.
Le petroliere rallentano nello Stretto di Hormuz. Le assicurazioni marittime esplodono. Le borse asiatiche aprono in rosso. In Europa, i prezzi dell’energia ricominciano a salire.
Non è guerra mondiale. Non ancora.
È qualcosa di più sottile — e forse più pericoloso.
È il momento in cui una sola potenza, l’Iran, si trova nella posizione di poter decidere quanto costa il mondo.
Non è fantapolitica. È struttura
Chi pensa che questo scenario sia irreale commette un errore classico: guarda le mappe politiche, ma ignora quelle funzionali.
Il Medio Oriente non è importante perché è instabile. È instabile perché è importante.
Qui passano:
le principali riserve di petrolio
le rotte energetiche globali
i colli di bottiglia del commercio
Lo Bab el-Mandeb, porta del Mar Rosso, collega Asia ed Europa. Hormuz è la valvola del sistema.
Chi controlla questi punti non controlla solo territori.
Controlla il ritmo dell’economia globale.
L’Iran reale: una potenza che non gioca secondo le regole
L’Iran non è una superpotenza classica.
Non ha il budget militare degli Stati Uniti. Non ha l’economia della Cina.
Secondo il Stockholm International Peace Research Institute, la sua spesa militare è limitata rispetto agli standard globali.
Eppure riesce a:
influenzare più teatri contemporaneamente
usare attori indiretti
destabilizzare senza esporsi completamente
Il punto è questo:
l’Iran non vince con la forza. Vince con la posizione.
Scenario 1: l’impero freddo
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Nella versione più “razionale”, l’Iran capisce il gioco.
Non blocca le rotte. Le controlla.
Non distrugge il sistema. Lo tassa.
Diventa una sorta di gatekeeper globale.
Vuoi energia? Passi da lì. Vuoi stabilità? Tratti con Teheran.
È il sogno di ogni potenza imperiale: essere indispensabile senza sparare.
Ma qui c’è il primo problema.
Per fare questo, l’Iran dovrebbe smettere di essere ciò che è oggi: una potenza ideologica, nata da una rivoluzione.
Dovrebbe diventare un impero pragmatico.
E la storia insegna che queste trasformazioni raramente avvengono senza fratture.
Scenario 2: il sistema sotto pressione
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Questo è lo scenario vero.
L’Iran domina. Ma non controlla davvero.
Il Medio Oriente diventa una zona grigia:
formalmente unificata
sostanzialmente instabile
Secondo il Center for Strategic and International Studies, già oggi il modello iraniano si basa su adattamento continuo e reti indirette.
Estenderlo a tutta la regione significa trasformarlo in qualcosa di diverso:
un impero che vive in stato di allerta permanente.
E allora cosa succede?
Succede che il potere iraniano si trasforma in pressione globale.
Non serve chiudere Hormuz.
Basta che il mondo sappia che puoi farlo.
E questo cambia tutto:
i prezzi
le strategie energetiche
gli equilibri politici
Il mondo non collassa. Ma smette di essere stabile.
Scenario 3: il punto di rottura
6
Poi c’è lo scenario che nessuno vuole… ma che la storia rende plausibile.
La sovraestensione.
L’Iran conquista troppo, troppo in fretta, troppo profondamente.
E il sistema reagisce:
insorgenze locali
sabotaggi
crisi economica interna
Allora il potere cambia natura.
Da controllo a coercizione.
Le rotte diventano armi. L’energia diventa ricatto.
Secondo la World Bank, anche piccoli shock nella regione hanno effetti globali.
Qui non parliamo di piccoli shock.
Parliamo di un sistema che entra in crisi strutturale.
Il vero problema: nessuno governa davvero il Medio Oriente
Questo è il punto che sfugge a quasi tutte le analisi.
Non è una questione di forza militare.
È una questione di complessità.
Il Medio Oriente non è uno spazio unico. È un mosaico:
religioni
identità
tribù
stati artificiali
E ogni volta che qualcuno ha provato a dominarlo completamente…
Ha pagato il prezzo.
Conclusione TrueReport: il potere che divora se stesso
Se domani l’Iran conquistasse il Medio Oriente, diventerebbe immediatamente uno degli attori più potenti del pianeta.
Ma anche uno dei più esposti.
Perché il potere assoluto, in geopolitica, ha una caratteristica precisa:
attira resistenza. genera coalizioni. produce instabilità.
E allora la vera domanda non è:
“L’Iran potrebbe farlo?”
Ma:
“Quanto durerebbe?”
Perché la storia non premia chi conquista tutto.
Premia chi riesce a mantenere ciò che ha conquistato.
E in questo caso, la risposta potrebbe essere scomoda:
Il punto di rottura: Hormuz come epicentro della crisi globale
Il contesto geopolitico del 2026 è segnato dalle profonde cicatrici del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, esploso a fine febbraio e culminato nel blocco parziale dello Stretto di Hormuz.
Questo choke point strategico, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, si è trasformato da arteria energetica globale a detonatore sistemico. La conseguenza immediata è stata una crescita esponenziale dei premi assicurativi marittimi, guidata da operatori storici come Lloyd’s of London, che hanno capitalizzato sulla volatilità del rischio geopolitico.
In questo scenario di emergenza, il pragmatismo dell’amministrazione guidata da Donald Trump ha introdotto una variabile inattesa: l’intervento diretto della Development Finance Corporation (DFC), concepito come un backstop unilaterale per garantire la continuità delle rotte commerciali.
Non si tratta solo di una misura tampone. È il primo tassello di una trasformazione più profonda: il passaggio dalla geopolitica del conflitto alla geo-economia della stabilizzazione.
Il reset assicurativo: dalla guerra come rischio alla stabilità come asset
L’innovazione più radicale introdotta dall’intervento americano risiede nella ridefinizione del concetto stesso di rischio.
Se la Casa Bianca dovesse estendere garanzie statali sistemiche contro il rischio politico, il ruolo di attori come i Lloyd’s verrebbe profondamente ridimensionato: da amplificatori della volatilità a semplici certificatori tecnici.
Il risultato sarebbe immediato:
Riduzione drastica dei premi assicurativi
Stabilizzazione dei prezzi di petrolio e gas
Dissoluzione del “premio paura” incorporato nei mercati energetici
In altre parole, il rischio guerra cesserebbe di essere una variabile finanziaria negoziabile. Verrebbe neutralizzato a monte attraverso un intervento politico-industriale.
Verso un consorzio regionale: trasformare i rivali in soci
Un duopolio Stati Uniti–Iran sarebbe geopoliticamente insostenibile.
Per questo, la traiettoria evolutiva naturale del modello prevede l’inclusione di attori chiave come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, trasformando la competizione regionale in una joint-venture strategica.
In questo schema multilaterale:
L’Iran garantirebbe la sicurezza militare del transito
Israele fungerebbe da hub tecnologico e logistico
Gli Stati del Golfo diventerebbero stakeholder industriali
Gli Stati Uniti agirebbero come garanti sistemici
Parallelamente, Cina — principale acquirente energetico della regione — emergerebbe come beneficiario e partner implicito della stabilità.
Questa architettura non elimina le rivalità: le converte in incentivi economici condivisi.
Hormuz come prototipo: la nascita della Pax Economica
Se applicato con successo, il modello Hormuz potrebbe diventare replicabile su scala globale.
I principali colli di bottiglia del pianeta — dal Bab el-Mandeb alle rotte artiche, fino allo Stretto di Taiwan — verrebbero trasformati in infrastrutture condivise, sottratte alla logica del confronto militare.
Si delineerebbe così una nuova dottrina:
non più equilibrio del terrore, ma equilibrio dell’interdipendenza.
La finanza, storicamente alimentata dall’instabilità, verrebbe sostituita da una logica industriale fondata su:
efficienza logistica
integrazione infrastrutturale
cooperazione forzata tra potenze
La condizione critica: il cambio di paradigma politico
Questo scenario, per quanto plausibile sul piano economico, richiede una trasformazione ben più profonda:
un cambiamento degli incentivi interni ai regimi coinvolti.
L’Iran dovrebbe evolvere verso una tecnocrazia pragmatica
Israele dovrebbe integrare sicurezza e cooperazione economica
Gli Stati Uniti dovrebbero rinunciare alla leva destabilizzante delle sanzioni
La vera sfida non è tecnica, ma culturale e politica.
Conclusione: dalla sopravvivenza ideologica alla prosperità condivisa
La “Pax Economica” non rappresenta semplicemente una tregua.
È una riconfigurazione del potere globale: dalla coercizione militare alla dipendenza sistemica.
In questo nuovo paradigma:
le sanzioni perdono efficacia
la speculazione sul rischio si dissolve
la stabilità diventa il principale moltiplicatore economico
La sopravvivenza dei regimi e la prosperità delle democrazie non sarebbero più garantite dalla deterrenza armata, ma dalla funzionalità di una rete logistica globale integrata.
Hormuz, da miccia del conflitto, potrebbe così diventare il primo laboratorio operativo di una nuova era: non la fine della geopolitica, ma la sua metamorfosi in geo-economia pura.
🔗 Approfondimenti e fonti
Development Finance Corporation – ruolo e strumenti finanziari
Lloyd’s of London – funzionamento del mercato assicurativo globale
Stretto di Hormuz – importanza strategica
Analisi dei flussi energetici globali – International Energy Agency
Dinamiche geopolitiche Medio Oriente – Council on Foreign Relations
Il conflitto tra Iran e Israele rappresenta un caso paradigmatico di conflitto strutturale persistente, in cui fattori ideologici, dinamiche di sicurezza e incentivi istituzionali convergono nel produrre una condizione di ostilità cronica ma controllata. Questo articolo propone una lettura multidisciplinare che integra il realismo offensivo, il costruttivismo e la sociologia politica del potere, al fine di distinguere tra cause originarie e funzioni sistemiche del conflitto.
1. Genesi storica e rottura identitaria
La cesura fondamentale si colloca nella Rivoluzione iraniana del 1979, evento che trasforma un rapporto pragmatico in una contrapposizione ideologica.
Prima del 1979, Iran e Israele erano accomunati da interessi strategici convergenti (dottrina della “periferia” israeliana). Dopo la rivoluzione, il nuovo regime iraniano ristruttura la propria identità politica su base anti-occidentale e anti-sionista.
In termini costruttivisti (Relazioni internazionali), si assiste a una ridefinizione delle identità collettive: Israele diventa non solo un avversario geopolitico, ma un “altro” ontologico, necessario alla legittimazione del nuovo ordine rivoluzionario.
2. Oltre le cause: la funzione sistemica del conflitto
Le cause materiali del conflitto sono note:
competizione strategica
questione nucleare
sostegno iraniano all’“asse della resistenza”
Tuttavia, come suggerisce Realismo offensivo (John Mearsheimer), le dinamiche di potere tendono a produrre rivalità persistenti indipendentemente dalle intenzioni dichiarate.
Il punto cruciale è che il conflitto ha assunto una funzione sistemica:
stabilizza equilibri regionali
struttura alleanze
legittima apparati di sicurezza
In questo senso, il conflitto non è solo un evento, ma un dispositivo politico permanente.
3. Iran: ideologia, deterrenza asimmetrica e Stato di sicurezza
Dal punto di vista iraniano, Israele svolge una funzione tripartita:
3.1 Legittimazione ideologica
Secondo una lettura ispirata a Michel Foucault, il potere si fonda su regimi di verità. L’opposizione a Israele consente al regime di costruire una narrativa di resistenza globale.
3.2 Controllo interno
La minaccia esterna giustifica la centralità del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, configurando quello che in sociologia politica può essere definito uno Stato securitario.
3.3 Proiezione regionale
Attraverso attori proxy:
Hezbollah
Houthi
milizie sciite
l’Iran implementa una strategia di deterrenza distribuita, coerente con modelli di guerra asimmetrica.
4. Israele: deterrenza, identità securitaria e architetture regionali
Israele interpreta l’Iran attraverso una lente esistenziale, coerente con la teoria del dilemma della sicurezza (Robert Jervis).
4.1 Dottrina preventiva
La percezione della minaccia giustifica operazioni preventive e sviluppo tecnologico-militare.
4.2 Coesione interna
In linea con Carl Schmitt, la distinzione amico/nemico diventa fondativa dell’identità politica.
4.3 Allineamenti regionali
Gli Accordi di Abramo rappresentano un esempio di convergenza strategica basata sulla minaccia condivisa.
5. Il complesso securitario: autonomia e riproduzione del conflitto
Un elemento centrale è il ruolo degli apparati di sicurezza:
in Iran: i Pasdaran come attore politico-economico
in Israele: centralità dell’intelligence e del complesso difesa
Secondo Sociologia politica, le istituzioni tendono all’autoconservazione.
Il conflitto permanente produce:
aumento dei budget
espansione delle competenze
influenza politica crescente
Si configura così un complesso securitario autonomo, che contribuisce alla riproduzione della minaccia.
6. Attori esterni e sistema internazionale
Stati del Golfo
Ricercano un equilibrio tra contenimento e stabilità.
Stati Uniti
Operano secondo una logica di:
deterrenza
gestione dei costi sistemici
Attori globali
Secondo il Council on Foreign Relations, l’instabilità regionale si intreccia con competizioni globali più ampie.
7. La guerra ombra come equilibrio sub-ottimale
Il conflitto si è evoluto in una forma di guerra sotto soglia:
cyberwarfare
sabotaggi
proxy warfare
Questo modello consente:
escalation controllata
mantenimento della deterrenza
evitamento della guerra totale
È un equilibrio sub-ottimale ma stabile.
8. Il dilemma della sicurezza e la trappola strutturale
Il concetto chiave resta il dilemma della sicurezza:
ogni misura difensiva è percepita come offensiva
la fiducia è strutturalmente assente
Come osserva Kenneth Waltz, il sistema internazionale anarchico produce inevitabilmente queste dinamiche.
9. Conclusione: un equilibrio perverso istituzionalizzato
Il conflitto Iran–Israele può essere interpretato come:
struttura sistemica (realismo)
costruzione identitaria (costruttivismo)
dispositivo di potere (sociologia politica)
La sua persistenza non deriva da una singola volontà, ma da una convergenza di incentivi:
Attore
Funzione del conflitto
Iran
legittimazione + deterrenza
Israele
sicurezza + coesione
Apparati
potere istituzionale
Sistema globale
opportunità strategiche
La pace reale richiederebbe una trasformazione simultanea di:
identità politiche
strutture di sicurezza
equilibri regionali
Condizione, ad oggi, altamente improbabile.
10. Modelli teorici avanzati: game theory, deterrenza nucleare e analisi sistemica
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Per comprendere in profondità la persistenza del conflitto tra Iran e Israele, è utile integrare modelli teorici avanzati che permettono di formalizzare le dinamiche strategiche e sistemiche.
10.1 Game Theory: il conflitto come equilibrio razionale imperfetto
Nel quadro della Teoria dei giochi, il rapporto Iran–Israele può essere modellizzato come una variante del dilemma del prigioniero iterato.
Struttura semplificata:
Cooperazione (de-escalation) → beneficio reciproco ma rischio di vulnerabilità
Defezione (escalation) → sicurezza relativa ma costo sistemico
Secondo Thomas Schelling, la deterrenza funziona non tanto sulla forza reale, quanto sulla credibilità della minaccia.
Il problema è che:
la cooperazione è instabile
la sfiducia è strutturale
Il risultato è un equilibrio di Nash sub-ottimale:
nessuno ottiene il massimo beneficio
nessuno può unilateralmente migliorare la propria posizione
In termini pratici, questo si traduce nella “guerra ombra”: una strategia che minimizza il rischio di guerra totale senza rinunciare alla competizione.
10.2 Deterrenza nucleare: ambiguità e asimmetria
La dimensione nucleare introduce una logica più complessa.
Israele mantiene una politica di ambiguità strategica, mentre l’Iran è percepito come potenziale soggetto proliferante.
Secondo Bernard Brodie, l’arma nucleare trasforma la guerra:
“Lo scopo principale delle forze militari non è più vincere guerre, ma evitarle.”
Tuttavia, nel caso Iran–Israele emergono tre anomalie:
1. Asimmetria strategica
Israele: deterrenza nucleare implicita
Iran: deterrenza convenzionale + proxy
2. Deterrenza multilivello
Non esiste un equilibrio binario, ma una rete di livelli:
diretto (Stato-Stato)
indiretto (proxy)
simbolico (retorica e segnali)
3. Rischio di escalation non lineare
Come evidenziato da Herman Kahn, la deterrenza può fallire per:
errori di calcolo
escalation accidentale
segnali ambigui
In questo contesto, la stabilità è fragile ma resiliente.
10.3 Analisi sistemica: il conflitto come sistema autopoietico
Per una comprensione più radicale, possiamo applicare la teoria dei sistemi di Niklas Luhmann.
Concetto chiave: autopoiesi
Un sistema sociale tende a riprodurre sé stesso attraverso le proprie operazioni.
Il conflitto Iran–Israele può essere visto come un sistema che:
genera continuamente comunicazioni di minaccia
seleziona informazioni coerenti con il conflitto
esclude alternative non compatibili
Meccanismi operativi:
1. Riduzione della complessità Il nemico diventa una semplificazione necessaria.
2. Auto-rinforzo narrativo Ogni azione dell’altro conferma la propria visione.
3. Chiusura operativa Il sistema filtra informazioni che potrebbero favorire la de-escalation.
10.4 Integrazione dei modelli: verso una teoria unificata del conflitto
Combinando i tre approcci:
Modello
Funzione esplicativa
Game Theory
spiega le scelte strategiche
Deterrenza nucleare
spiega i limiti dell’escalation
Teoria dei sistemi
spiega la persistenza
Emergono tre proprietà fondamentali del conflitto:
1. Razionalità limitata
Gli attori sono razionali, ma entro vincoli sistemici.
2. Stabilità instabile
Il sistema evita il collasso ma produce crisi ricorrenti.
3. Riproduzione endogena
Il conflitto non ha bisogno di essere “voluto” continuamente: si autoalimenta.
10.5 Implicazioni teoriche e prospettive
Questa lettura suggerisce che:
la soluzione non è solo diplomatica, ma strutturale
la de-escalation richiede una trasformazione del sistema
gli attori sono intrappolati in una logica che essi stessi riproducono
In termini luhmanniani, la pace non è semplicemente l’assenza di guerra, ma la ricodificazione del sistema comunicativo.
Conclusione avanzata
Il conflitto tra Iran e Israele rappresenta un caso emblematico in cui:
la razionalità strategica (Schelling)
la logica della deterrenza (Brodie)
l’autopoiesi sistemica (Luhmann)
convergono nel produrre un equilibrio che è al tempo stesso:
inefficiente
stabile
difficile da trasformare
Non siamo di fronte a un’anomalia, ma a una forma estrema di normalità sistemica nelle relazioni internazionali contemporanee.
11. Confronto comparato con altri conflitti strutturali: Guerra Fredda, India–Pakistan e altri casi
Per comprendere meglio la persistenza del conflitto Iran–Israele, è utile collocarlo in una prospettiva comparata. Il suo andamento, infatti, non è del tutto eccezionale: presenta tratti comuni con altri conflitti di lunga durata in cui la guerra totale viene evitata, ma la rivalità resta stabile, riproduttiva e politicamente utile.
11.1 Guerra Fredda: deterrenza, conflitto periferico e nemico sistemico
Il primo parallelismo è con la Guerra Fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Pur trattandosi di un confronto molto diverso per scala, capacità e struttura bipolare, esistono almeno quattro analogie teoriche rilevanti.
Primo elemento: il nemico sistemico. Nella Guerra Fredda, ciascun polo non definiva l’altro soltanto come avversario militare, ma come antagonista ontologico e ideologico. In modo analogo, nel rapporto Iran–Israele il conflitto non si riduce a una disputa di interessi contingenti: l’altro viene costruito come minaccia strutturale alla propria identità politica. L’Iran post-1979 ha incorporato l’anti-sionismo nella propria grammatica rivoluzionaria; Israele ha progressivamente inscritto la minaccia iraniana nel proprio orizzonte strategico esistenziale.
Secondo elemento: la deterrenza come equilibrio del terrore imperfetto. Durante la Guerra Fredda, la deterrenza nucleare produceva una stabilità paradossale: la guerra totale diventava meno probabile proprio perché sarebbe stata catastrofica. Anche nel caso Iran–Israele esiste una logica di contenimento reciproco, pur in forma asimmetrica. Non si tratta di “Mutual Assured Destruction” in senso classico, ma di una combinazione fra superiorità militare israeliana, ambiguità nucleare, capacità missilistiche iraniane e deterrenza per procura.
Terzo elemento: i teatri indiretti. Come Stati Uniti e URSS combattevano indirettamente in Corea, Vietnam, Afghanistan, Angola o America Latina, così Iran e Israele hanno spesso proiettato il confronto in spazi terzi: Libano, Siria, Iraq, Gaza, Mar Rosso. Il conflitto si decentralizza e diventa reticolare. Questo riduce il rischio di collisione frontale immediata, ma aumenta la durata della rivalità.
Quarto elemento: utilità interna del conflitto. La Guerra Fredda rafforzava apparati di sicurezza, economie militari, dottrine strategiche, disciplinamento politico e consenso patriottico. Analogamente, il confronto Iran–Israele rafforza oggi élite securitarie, dispositivi di eccezione, bilanci militari e legittimazioni emergenziali.
La differenza principale, tuttavia, è che la Guerra Fredda possedeva una certa simmetria strutturale tra superpotenze, mentre il conflitto Iran–Israele è profondamente asimmetrico: per capacità convenzionali, posture internazionali, alleanze e modalità operative.
11.2 India–Pakistan: ostilità permanente, deterrenza e crisi ricorrenti
Il caso India–Pakistan offre un confronto forse ancora più vicino sotto alcuni aspetti.
Anche qui troviamo una rivalità:
storicamente radicata;
identitariamente caricata;
scandita da crisi periodiche;
contenuta, ma non risolta, dalla deterrenza.
La prima analogia riguarda la normalizzazione della crisi. India e Pakistan vivono da decenni in una condizione in cui escalation limitate, incidenti di confine, attacchi indiretti e mobilitazioni improvvise non rappresentano anomalie, ma forme quasi ordinarie di interazione. Allo stesso modo, Iran e Israele si muovono in un regime di ostilità permanente in cui sabotaggi, operazioni coperte, minacce e rappresaglie sono diventati parte della struttura del rapporto.
La seconda analogia riguarda il ruolo degli attori indiretti e della negabilità. Nel caso indo-pakistano, gruppi armati non statali o semi-statali hanno spesso agito come strumenti di pressione strategica, consentendo margini di ambiguità. Nel caso Iran–Israele, il sistema dei proxy svolge una funzione comparabile, sebbene più estesa e sofisticata. Hezbollah, milizie sciite, Houthi e altri attori armati permettono a Teheran di distribuire la deterrenza sul piano regionale.
La terza analogia concerne la stabilità-instabilità paradox, il paradosso della stabilità-instabilità: quando la deterrenza strategica rende meno probabile la guerra totale, può rendere più probabili scontri limitati sotto soglia. In altre parole, proprio perché il conflitto totale è troppo costoso, gli attori si sentono più liberi di sperimentare forme controllate di aggressione. Questo schema si adatta molto bene tanto a India–Pakistan quanto a Iran–Israele.
La differenza decisiva è che India e Pakistan hanno avuto guerre convenzionali aperte e condividono una contiguità geografica diretta, mentre Iran e Israele operano attraverso una distanza geografica maggiore e una rete interposta di fronti periferici. Nel secondo caso, la mediazione regionale è molto più marcata.
11.3 Stati Uniti–Iran dopo il 1979: ostilità durevole senza guerra totale
Un altro paragone utile è quello tra Stati Uniti e Iran dalla rivoluzione islamica in poi. Anche in questo caso emerge una struttura di inimicizia durevole che non sfocia regolarmente in guerra aperta, ma nemmeno si dissolve.
Qui l’analogia principale è la seguente: il conflitto diventa una risorsa politica interna. Per Teheran, l’opposizione agli Stati Uniti contribuisce da decenni alla legittimazione rivoluzionaria. Per Washington, soprattutto in alcune fasi, l’Iran ha rappresentato un nodo funzionale alla politica di contenimento regionale, alla protezione degli alleati e alla giustificazione di una presenza militare nel Golfo.
Questa comparazione è importante perché mostra che il caso Iran–Israele non è isolato: l’Iran ha sviluppato nel tempo un’intera strategia di sopravvivenza fondata su:
deterrenza indiretta;
profondità regionale;
uso politico del nemico esterno;
resistenza a un ordine percepito come ostile.
In questo senso, il conflitto con Israele è una componente di una più ampia architettura strategico-identitaria, non un semplice dossier separato.
11.4 Israele–Hezbollah: il laboratorio della guerra sotto soglia
Un confronto ancora più ravvicinato, quasi interno al caso Iran–Israele, è quello con il conflitto Israele–Hezbollah.
Questo rapporto ha anticipato molti elementi che oggi vediamo nella rivalità con Teheran:
deterrenza reciproca senza pace;
minaccia missilistica come strumento politico;
centralità dell’intelligence;
selezione accurata delle soglie di escalation;
guerra psicologica e comunicativa.
Il caso israelo-libanese mostra come un conflitto possa stabilizzarsi non grazie alla riconciliazione, ma grazie alla paura reciproca del costo della guerra. È una forma di equilibrio coercitivo: non c’è soluzione politica, ma esiste una gestione della violenza entro limiti taciti.
Iran–Israele amplia questo schema su scala regionale. Si potrebbe dire che Hezbollah ha rappresentato, per anni, la più importante interfaccia deterrente tra i due.
11.5 Corea del Nord–Corea del Sud: ostilità istituzionalizzata
Un ulteriore parallelo, più lontano ma teoricamente utile, è quello tra Corea del Nord e Corea del Sud. Qui la lezione principale riguarda l’istituzionalizzazione dell’inimicizia. In alcuni sistemi conflittuali, il nemico non è solo un avversario: è un elemento organizzatore dell’ordine politico interno.
L’ostilità intercoreana ha prodotto:
militarizzazione permanente;
apparati di sicurezza ipertrofici;
retoriche di sopravvivenza nazionale;
sospensione indefinita della pace vera.
Anche nel caso Iran–Israele, la minaccia reciproca tende a organizzare identità, dottrine e priorità. La differenza, di nuovo, è che qui non esiste una linea di confine stabile, ma un sistema regionale diffuso e policentrico.
11.6 Che cosa distingue davvero il caso Iran–Israele?
Dopo il confronto comparativo, emerge che il caso Iran–Israele condivide con altri conflitti storici alcune logiche di fondo, ma presenta anche caratteristiche peculiari.
a) Asimmetria radicale
Non siamo di fronte a due superpotenze simmetriche, né a due Stati confinanti con capacità comparabili. L’asimmetria riguarda:
geografia;
alleanze;
strumenti di deterrenza;
modalità operative.
b) Regionalizzazione del conflitto
Il confronto non si svolge principalmente lungo una frontiera diretta, ma attraverso un sistema regionale di fronti delegati.
c) Sovrapposizione di livelli
Il conflitto combina:
dimensione ideologica;
rivalità strategica;
guerra per procura;
calcolo nucleare;
politica interna;
competizione per l’ordine regionale.
d) Persistenza senza soluzione diplomatica credibile
A differenza di altri conflitti dove esistono almeno cornici negoziali periodiche, nel caso Iran–Israele manca una vera architettura condivisa di regolazione. La deterrenza sostituisce la diplomazia, ma non la risolve.
11.7 Sintesi teorica comparata
Il confronto con Guerra Fredda, India–Pakistan e altri casi permette di formulare una tesi più robusta: il conflitto Iran–Israele è una rivalità strutturale a bassa risolvibilità, simile ai grandi conflitti persistenti della modernità strategica.
In termini comparati:
come nella Guerra Fredda, il nemico organizza identità e apparati;
come in India–Pakistan, la deterrenza riduce la guerra totale ma moltiplica le crisi limitate;
come nel rapporto USA–Iran, l’ostilità è anche capitale politico interno;
come in Israele–Hezbollah, la gestione del conflitto passa per soglie calibrate e deterrenza reciproca;
come nella penisola coreana, la minaccia tende a istituzionalizzarsi.
Ne deriva una conclusione importante: il conflitto Iran–Israele non persiste perché nessuno sappia come fermarlo in astratto, ma perché la sua persistenza è incorporata in strutture di potere, percezioni di sicurezza e meccanismi di legittimazione che ricordano altri sistemi di ostilità durevole del XX e XXI secolo.
La comparazione storica mostra che i conflitti più longevi non sono necessariamente quelli più violenti in modo continuo, ma quelli più funzionali agli assetti di potere. La guerra totale resta troppo costosa; la pace vera, però, sarebbe troppo trasformativa.
Ed è precisamente in questo spazio intermedio che si colloca il rapporto Iran–Israele: non una semplice crisi irrisolta, ma una forma stabilizzata di antagonismo, continuamente riprodotta da deterrenza, identità, apparati e interessi regionali.
Note
Alexander Wendt, Social Theory of International Politics.
John Mearsheimer, The Tragedy of Great Power Politics.
Michel Foucault, Sorvegliare e punire.
Robert Jervis, “Cooperation under the Security Dilemma”.
Carl Schmitt, Il concetto del politico.
Charles Tilly, Coercion, Capital and European States.
Thomas Schelling, The Strategy of Conflict.
Bernard Brodie, Strategy in the Missile Age.
Bibliografia essenziale
Kenneth Waltz – Theory of International Politics
Hedley Bull – The Anarchical Society
Barry Buzan – Regions and Powers
Lawrence Freedman – Deterrence
Niklas Luhmann – Sistemi sociali
International Crisis Group – report Medio Oriente
Institute for the Study of War – analisi strategiche
Energia, Africa e il ritorno di una visione geopolitica italiana
🧭 Introduzione: una strategia che riemerge
Nel pieno di una fase storica segnata da instabilità energetica, guerre ibride e ridefinizione delle catene di approvvigionamento, l’Italia sembra riscoprire una traiettoria che affonda le radici nel secondo dopoguerra.
Il cosiddetto Piano Mattei — rilanciato nel 2024 dal governo italiano — viene presentato come un progetto di cooperazione con l’Africa. Ma dietro la narrazione ufficiale, emerge una domanda più profonda:
👉 si tratta davvero di cooperazione… o del ritorno di una strategia energetica nazionale?
Per rispondere, è necessario tornare indietro nel tempo.
🕰️ Enrico Mattei: l’uomo che sfidò l’ordine energetico globale
Negli anni ’50 e ’60, Enrico Mattei costruì una strategia rivoluzionaria per l’Italia.
In un mondo dominato dalle cosiddette “Sette Sorelle” (le grandi compagnie petrolifere anglo-americane), Mattei introdusse un modello alternativo:
accordi diretti con i Paesi produttori
condizioni economiche più favorevoli per questi ultimi
bypass delle logiche coloniali tradizionali
👉 Il suo approccio era tanto economico quanto politico.
Mattei non cercava solo energia. Cercava autonomia strategica per l’Italia.
Il suo metodo si basava su un principio semplice ma radicale:
“Meglio partnership che subordinazione.”
Non è un caso che molte delle sue iniziative si svilupparono proprio in Africa e nel Mediterraneo.
🌍 Il presente: una nuova corsa all’energia
Oggi il contesto è diverso, ma presenta analogie sorprendenti.
L’Europa si trova in una posizione strutturalmente fragile:
ha ridotto drasticamente la dipendenza dal gas russo
è diventata più esposta al GNL globale
dipende da rotte marittime critiche come lo Stretto di Hormuz
👉 Il risultato è un sistema energetico:
più costoso
più volatile
più vulnerabile geopoliticamente
In questo scenario, la sicurezza energetica torna ad essere una questione di sovranità.
🛢️ La scoperta in Egitto: un segnale strategico
Nel 2026, Eni ha annunciato una nuova scoperta offshore in Egitto:
~2 Tcf di gas
~130 milioni di barili di condensato
meno di 10 km da infrastrutture esistenti
A prima vista, non è un giacimento gigantesco.
Ma il suo valore è altrove.
👉 È gas “veloce”
Ovvero:
sviluppo rapido
costi contenuti
produzione anticipata
Questo tipo di asset risponde perfettamente alle esigenze attuali del mercato:
non massimizzare la quantità, ma ridurre il tempo tra scoperta e utilizzo.
⚙️ Dalla scala al tempo: il nuovo paradigma energetico
Qui emerge un cambiamento strutturale.
Nel passato, il potere energetico era legato alla dimensione dei giacimenti. Oggi, è legato alla velocità di sviluppo.
👉 Speed > Size
Questo sposta il vantaggio competitivo verso chi:
possiede infrastrutture esistenti
opera in aree geograficamente vicine ai mercati
ha capacità tecnologica e finanziaria per sviluppi rapidi
Ed è esattamente il modello adottato da Eni.
🌍 Africa: da periferia a centro del sistema
Negli ultimi anni, l’Africa è passata da area marginale a nodo centrale della geopolitica energetica.
I motivi sono chiari:
prossimità geografica all’Europa
abbondanza di risorse ancora non pienamente sfruttate
minore esposizione a choke points globali
Le attività di Eni lo dimostrano:
Congo → sviluppo LNG
Mozambico → FLNG
Costa d’Avorio → nuove scoperte
Angola → espansione upstream
👉 Non è dispersione geografica. È costruzione di un corridoio energetico africano.
🇮🇹 Il Piano Mattei: visione politica o etichetta?
Il Piano Mattei, annunciato dal governo italiano, mira ufficialmente a:
rafforzare la cooperazione con l’Africa
sviluppare energia, infrastrutture e agricoltura
creare un partenariato “non predatorio”
Ma qui emerge una tensione.
👉 Il piano è davvero nuovo? Oppure formalizza una strategia già in atto da anni attraverso Eni?
La coincidenza geografica tra:
Paesi coinvolti nel Piano
Paesi dove Eni è attiva
suggerisce che il Piano Mattei sia, almeno in parte:
👉 la codificazione politica di una strategia industriale preesistente
🔄 Il parallelo storico: Mattei ieri e oggi
Il confronto con Enrico Mattei è inevitabile.
Anni ‘50–‘60
Oggi
Sfida alle Sette Sorelle
Competizione globale LNG
Accordi diretti con Paesi produttori
Partnership energetiche africane
Ricerca di autonomia nazionale
Sicurezza energetica europea
Diplomazia energetica
Geopolitica del gas
👉 La differenza principale?
Oggi l’Italia non agisce in un vuoto geopolitico, ma all’interno di un sistema complesso dominato da:
Stati Uniti
Cina
grandi player energetici globali
Questo limita — ma non annulla — lo spazio di manovra.
⚠️ Criticità: tra cooperazione e interesse
Non mancano le ambiguità.
Alcuni osservatori sottolineano:
rischio di squilibri nei rapporti con i Paesi africani
centralità degli interessi energetici rispetto allo sviluppo locale
difficoltà di coordinamento politico
👉 Il rischio è che il Piano Mattei diventi:
una narrativa geopolitica più che una reale trasformazione strutturale.
🔍 Il punto chiave: cosa sta davvero cambiando?
La scoperta in Egitto non è solo un fatto industriale.
È un indicatore.
👉 L’offerta energetica europea si sta riconfigurando
Non più centrata su:
Russia
Medio Oriente
Ma sempre più su:
Africa
Mediterraneo allargato
Questo implica:
nuove alleanze
nuove dipendenze
nuovi equilibri di potere
🧠 Conclusione: realizzazione o transizione?
Il Piano Mattei non è ancora pienamente realizzato.
Ma non è nemmeno solo un progetto teorico.
👉 È una transizione in corso
La sua realizzazione dipenderà da tre fattori:
capacità industriale (Eni)
coerenza politica italiana
stabilità geopolitica africana
Nel frattempo, una cosa è già chiara:
👉 l’Italia sta tentando di tornare a essere un attore energetico strategico
Proprio come ai tempi di Mattei.
La differenza è che oggi la partita è più grande, più complessa e molto più esposta agli equilibri globali.
Documenti ufficiali mostrano come le sanzioni non blocchino davvero il petrolio ma ne regolino il flusso. E mentre il mondo guarda la guerra, Europa e Italia pagano il prezzo più alto della crisi energetica globale.
Introduzione
Mentre i media parlano di guerra, embargo e crisi energetica globale, una parte decisiva della realtà resta fuori dal dibattito pubblico.
Non si tratta di ipotesi, ma di strumenti ufficiali del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, gestiti dall’Office of Foreign Assets Control.
Le sanzioni non funzionano come un blocco totale. Funzionano come un sistema di gestione selettiva dei flussi.
Ed è qui che nasce il concetto di guerra asimmetrica all’Europa e all’Italia.
Sanzioni economiche: perché non sono un vero embargo
Il ruolo delle licenze OFAC
Le General Licenses permettono di:
autorizzare transazioni vietate
garantire continuità ai flussi energetici
proteggere operatori economici
Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti:
alcune attività proibite possono essere legalmente autorizzate tramite licenze generali
👉 Questo trasforma le sanzioni in uno strumento flessibile, non assoluto.
Il petrolio continua a scorrere
Nonostante le sanzioni contro Russia e Iran:
il petrolio non si ferma
viene regolato
viene reindirizzato
Non è un blocco. È una selezione.
Lo Stretto di Hormuz: il vero centro della crisi energetica
Perché Hormuz è fondamentale
Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti più critici al mondo:
circa il 20% del petrolio globale
flussi chiave di gas e fertilizzanti
impatto diretto sui prezzi alimentari
(Fonte: U.S. Energy Information Administration)
Crisi reale o crisi gestita?
Quando il traffico rallenta:
i prezzi aumentano
i mercati reagiscono
l’Europa subisce
ma i flussi non si fermano completamente vengono controllati e modulati
Perché l’Europa paga il prezzo più alto
Dipendenza energetica strutturale
Europa:
importa gran parte dell’energia
ha meno autonomia strategica
è più esposta agli shock
Secondo l’International Energy Agency:
l’Europa resta vulnerabile alle crisi energetiche globali
Effetti diretti sull’economia reale
aumento bollette
fertilizzanti più costosi
cibo più caro
industria sotto pressione
una catena economica concreta, non teorica
Italia: il punto più fragile della crisi
Alta dipendenza e industria energivora
L’Italia:
importa quasi tutta l’energia
ha settori industriali ad alto consumo
subisce effetti immediati sui prezzi
Impatto su famiglie e imprese
costo della vita ↑
competitività ↓
margini industriali ↓
l’Italia amplifica gli effetti della crisi europea
Il ruolo del gas americano (GNL)
Nuova dipendenza energetica
Gli Stati Uniti sono diventati fornitori chiave:
esportazioni di GNL in crescita
contratti a lungo termine
prezzi più elevati
(Fonte: European Commission)
Dal mercato alla leva geopolitica
👉 il gas non è solo una commodity 👉 è uno strumento di potere
Guerra asimmetrica: cosa significa davvero
Non è una guerra militare
Il concetto indica:
effetti diversi sugli attori
squilibri strutturali
vantaggi per alcuni, costi per altri
Una crisi che non colpisce tutti allo stesso modo
USA → più indipendenti
Russia → beneficia dei prezzi
Iran → leva strategica
Europa → paga il costo
Il vero potere: controllare il flusso, non bloccarlo
Il punto centrale è uno:
chi controlla il flusso energetico globale controlla il sistema
Le sanzioni diventano così:
uno strumento di regolazione
un meccanismo di selezione
una leva geopolitica
Conclusione
La crisi energetica non è solo una conseguenza della guerra.
È il risultato di:
decisioni politiche
strumenti amministrativi
equilibri di potere globali
E in questo scenario, la definizione più accurata è:
guerra asimmetrica
Perché il prezzo non è distribuito equamente.
E oggi, più di altri, lo stanno pagando l’Europa e soprattutto l’Italia.
Tra narrativa ufficiale e realtà amministrativa: cosa rivelano davvero le licenze del Tesoro USA
Nel marzo 2026, mentre l’attenzione globale era concentrata sull’escalation militare tra Stati Uniti e Iran e sulla crisi energetica legata allo Stretto di Hormuz, una serie di atti amministrativi passava quasi inosservata.
Si tratta di documenti ufficiali del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, pubblicati attraverso l’Office of Foreign Assets Control, l’ente responsabile della gestione del sistema sanzionatorio americano.
Questi documenti – le cosiddette General Licenses – non impongono restrizioni. Al contrario, le sospendono temporaneamente.
Le licenze OFAC: cosa sono davvero
Le General Licenses sono strumenti legali utilizzati dall’OFAC per autorizzare attività altrimenti vietate dalle sanzioni. Non sono anomalie, ma parte integrante del sistema.
Secondo il Tesoro USA:
“Le General Licenses autorizzano categorie di transazioni che sarebbero altrimenti proibite” — U.S. Treasury, OFAC Guidelines
Questo significa che il sistema sanzionatorio non è un blocco assoluto, ma un meccanismo flessibile e modulabile.
I quattro documenti chiave (marzo 2026)
1. General License 134 (12 marzo 2026)
Autorizza:
vendita e trasporto di petrolio russo già caricato
copertura assicurativa e operativa completa
validità fino all’11 aprile 2026
2. General License 134A (19 marzo 2026)
sostituisce e conferma la precedente
stesso contenuto, stessa scadenza
segnale di continuità regolatoria verso i mercati
3. Licenza sul petrolio iraniano (20 marzo 2026)
Autorizza:
vendita e consegna di greggio iraniano già imbarcato
protezione per operatori coinvolti
scadenza: 19 aprile 2026
4. General License 131D (30 marzo 2026)
riguarda operazioni su asset energetici russi (es. Lukoil)
consente negoziazioni e riorganizzazioni societarie
Un sistema a “rubinetto”, non a “muro”
Questi atti mostrano una realtà spesso poco compresa: il sistema sanzionatorio funziona più come un meccanismo regolatorio dinamico che come un embargo totale.
In letteratura economica e geopolitica, questo approccio è noto come:
“smart sanctions” (sanzioni intelligenti)
“targeted sanctions”
gestione selettiva dei flussi (Baldwin, 1985; Drezner, 2011)
Come osserva l’economista Daniel W. Drezner:
“Le sanzioni moderne sono strumenti di gestione strategica, non semplici strumenti punitivi.”
Il ruolo dello Stretto di Hormuz
4
Lo Stretto di Hormuz è uno dei choke point più importanti al mondo:
circa 20% del petrolio globale transita da lì
quota rilevante di gas naturale liquefatto (LNG)
flussi critici per fertilizzanti e industria chimica
(Fonte: U.S. Energy Information Administration)
Qualsiasi interruzione – reale o percepita – ha effetti immediati sui prezzi globali.
Europa: vulnerabilità energetica strutturale
Europa si trova in una posizione particolarmente esposta:
forte dipendenza da importazioni energetiche
aumento del costo del gas dopo la crisi russo-ucraina
impatto diretto su:
industria chimica
agricoltura (fertilizzanti)
prezzi alimentari
Secondo l’International Energy Agency:
“L’Europa resta altamente vulnerabile agli shock energetici globali.”
Il nodo del GNL americano
Un elemento centrale del dibattito è il ruolo del gas naturale liquefatto (LNG) proveniente dagli Stati Uniti.
Dopo il 2022:
le esportazioni USA verso l’Europa sono aumentate significativamente
i contratti sono spesso a lungo termine (20–30 anni)
i prezzi risultano più elevati rispetto alle forniture storiche via pipeline
(Fonte: European Commission; IEA)
✔️ Fatti verificabili
esistenza delle licenze OFAC
uso frequente di deroghe temporanee
centralità dello Stretto di Hormuz
vulnerabilità energetica europea
coordinamento strategico tra USA, Russia e Iran
intenzionalità unitaria dietro eventi complessi
narrazione di “crisi orchestrata” senza prove dirette
Come evidenzia la ricerca in Relazioni internazionali:
sistemi complessi producono spesso effetti convergenti senza necessità di coordinamento esplicito.
Conclusione: il potere invisibile della regolazione
Il punto più rilevante non è necessariamente l’ipotesi complottista, ma un dato strutturale:
Il potere regolatorio conta quanto quello militare
Le licenze OFAC dimostrano che:
il flusso di energia globale può essere modulato
le sanzioni sono strumenti flessibili
le decisioni amministrative hanno effetti geopolitici enormi
In un sistema globalizzato, il controllo non passa solo da guerre e mercati, ma da documenti tecnici spesso invisibili al grande pubblico.
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