Home Blog Page 6

Bill Gates, Fauci e lo Stato parallelo della “filantropia”: i documenti di Rand Paul aprono una voragine

0

Non una teoria del complotto, ma documenti pubblicati dal Senato americano

Per anni bastava pronunciare insieme tre nomi — Bill Gates, Anthony Fauci e NIH — per essere immediatamente catalogati.

Complottista.

No-vax.

Disinformatore.

Nemico della scienza.

Era il metodo perfetto per evitare la domanda più semplice: quanto era profondo il rapporto tra uno degli uomini più ricchi del pianeta e l’apparato sanitario, scientifico e di sicurezza nazionale degli Stati Uniti?

Adesso quella domanda non arriva da qualche oscuro blog.

Arriva dal Senato degli Stati Uniti.

Il senatore Rand Paul, presidente della Senate Homeland Security and Governmental Affairs Committee, ha pubblicato una nuova tranche di documenti accompagnandola con una frase che dovrebbe bastare da sola ad aprire un dibattito enorme:

“Bill Gates had a Q Clearance and a private editor at NIH.”

Tradotto: Bill Gates aveva un’autorizzazione di sicurezza di livello Q e, secondo la ricostruzione della commissione, poteva contare persino sull’intervento personale di Anthony Fauci nell’editing dei suoi scritti.

Ma questo è soltanto l’inizio.

La documentazione pubblicata dalla commissione descrive quasi vent’anni di rapporti tra la Bill & Melinda Gates Foundation e pezzi importanti dell’apparato federale americano.

Ed è precisamente qui che la storia diventa politicamente esplosiva.

Bill Gates e la Q Clearance

Partiamo dal dato più clamoroso.

La pagina ufficiale della commissione presieduta da Paul afferma che i documenti appena pubblicati mostrano che Gates possedette per sette anni una security clearance “Q” del Department of Energy.

Non stiamo parlando del pass per entrare in un ministero.

La Q Clearance è una delle autorizzazioni più elevate del sistema di sicurezza del Dipartimento dell’Energia statunitense ed è associata all’accesso a informazioni classificate estremamente sensibili, comprese determinate categorie di Restricted Data.

Questo non significa, naturalmente, che Gates conoscesse automaticamente ogni segreto nucleare degli Stati Uniti. Una clearance stabilisce l’idoneità all’accesso; l’accesso concreto dipende anche dal cosiddetto need to know.

Ma la domanda politica resta gigantesca:

perché Bill Gates disponeva di un’autorizzazione di questo livello?

E soprattutto:

quanto era diventato stretto il rapporto fra un soggetto privato dotato di un’immensa capacità finanziaria e gli apparati strategici dello Stato americano?

Perché il problema non è demonizzare Gates.

Il problema è la trasparenza.

Un miliardario non viene eletto.

Una fondazione privata non risponde agli elettori.

Il suo consiglio di amministrazione non deve ottenere la fiducia del Congresso.

Eppure la documentazione resa pubblica da Paul descrive un livello di accesso che merita ben più di qualche scrollata di spalle.

Anthony Fauci, l’editor personale

Poi arriva Anthony Fauci.

La Reading Room della commissione sostiene esplicitamente che Fauci intervenne personalmente sui manoscritti di Gates.

È un dettaglio apparentemente minore che invece racconta molto.

Perché Fauci non era un professore universitario qualsiasi che correggeva la bozza di un collega.

Era uno degli uomini più potenti della sanità pubblica americana, per decenni direttore del NIAID e figura centrale nell’enorme macchina federale della ricerca biomedica.

E Gates non era semplicemente un autore in cerca di consigli.

Era il volto di una fondazione capace di mobilitare miliardi di dollari nel settore sanitario globale.

Il punto non è sostenere che correggere un manoscritto costituisca un illecito. Non lo è.

Il punto è capire la natura del rapporto.

Quando il vertice di una gigantesca istituzione pubblica scientifica offre un livello di collaborazione personale del genere a uno dei più potenti finanziatori privati della sanità mondiale, la distinzione fra semplice cooperazione istituzionale e rapporto privilegiato merita di essere esaminata.

È questo il vero scandalo politico sollevato dai documenti.

Non necessariamente un reato.

Qualcosa di forse ancora più interessante: un sistema di relazioni personali che sembra muoversi con una naturalezza impressionante fra denaro privato e potere pubblico.

Francis Collins e il problema dei finanziamenti

Il terzo nome è quello di Francis Collins, storico direttore del NIH.

Secondo la sintesi ufficiale pubblicata dalla commissione, i documenti mostrano Collins impegnato internamente a spiegare i rapporti finanziari tra la Gates Foundation e NIH.

Anche qui bisogna evitare la scorciatoia.

Collaborazioni economiche fra fondazioni filantropiche e istituzioni pubbliche non costituiscono automaticamente qualcosa di illecito. Possono finanziare programmi utilissimi.

La questione è un’altra.

Chi stabilisce le priorità della sanità pubblica quando il capitale privato diventa abbastanza grande da sedersi stabilmente al tavolo con le istituzioni?

Il confine tra filantropia e influenza politica diventa sempre più sottile.

Il denaro non deve necessariamente “comprare” qualcuno nel senso volgare del termine.

Può fare qualcosa di molto più sofisticato.

Può decidere quali programmi esistono.

Quali ricerche vengono finanziate.

Quali emergenze ricevono attenzione.

Quali tecnologie vengono sviluppate.

Quali organizzazioni acquistano centralità.

Ed è qui che il problema Gates supera enormemente la persona di Bill Gates.

La filantropia che diventa potere

Il mondo occidentale ha sviluppato una concezione curiosamente ingenua della filantropia miliardaria.

Se un imprenditore accumula un’enorme fortuna viene considerato un soggetto economico e, giustamente, viene osservato con attenzione.

Se trasferisce una parte significativa di quella fortuna dentro una fondazione, improvvisamente diventa quasi una figura moralmente neutrale.

Ma il denaro non perde potere perché viene chiamato “filantropia”.

Può addirittura acquistarne di più.

Perché una fondazione può entrare nei settori della sanità, dell’agricoltura, della ricerca scientifica, dell’istruzione e della cooperazione internazionale presentandosi non come portatrice di un interesse economico, ma come portatrice del bene.

Ed è proprio questa pretesa di neutralità che deve essere messa sotto esame.

Non perché ogni iniziativa della Gates Foundation sia sbagliata.

Sarebbe una caricatura.

Ma perché nessun centro di potere dovrebbe essere sottratto allo scrutinio soltanto perché utilizza il linguaggio della filantropia.

Poi compare DARPA

Ed ecco il passaggio forse più interessante dell’intera pubblicazione.

La commissione afferma che i documenti mostrano che DARPA informò la Gates Foundation su programmi militari relativi alle minacce biologiche, compreso un progetto riguardante un vaccino trasmissibile contro la febbre di Lassa.

DARPA non è una normale agenzia sanitaria.

È la Defense Advanced Research Projects Agency del Pentagono.

L’agenzia nata per sviluppare tecnologie avanzate con applicazioni strategiche per la sicurezza nazionale americana.

Quando nello stesso dossier iniziano a comparire:

Gates Foundation. NIH. Fauci. Collins. Department of Energy. DARPA. Biological threats. Vaccini sperimentali.

la discussione non può più essere liquidata con una battuta sui “complottisti”.

Non perché questa concatenazione dimostri automaticamente un complotto.

Non lo dimostra.

Dimostra però qualcosa che per anni è stato spesso banalizzato: il mondo della biosicurezza, della sanità pubblica, della ricerca biomedica, della difesa e della grande filantropia privata era molto più interconnesso di quanto il dibattito pubblico lasciasse immaginare.

Il vero problema è l’assenza di accountability

Ed eccoci al centro della questione.

Bill Gates non è mai stato eletto presidente degli Stati Uniti.

Non è stato eletto al Congresso.

Non è stato confermato dal Senato come segretario alla Sanità.

Non è il direttore di un’agenzia federale.

Non deve presentarsi ogni quattro anni davanti agli elettori.

Eppure la sua fondazione è diventata negli anni uno degli attori più influenti della sanità globale.

Questo non è necessariamente illegittimo.

Ma è certamente un problema democratico degno di discussione.

Perché quando una fortuna privata diventa abbastanza grande da interagire alla pari con governi, agenzie internazionali, università, aziende farmaceutiche e centri di ricerca, nasce un potere che le democrazie moderne faticano persino a classificare.

Non è pubblico.

Non è propriamente aziendale.

Non è diplomatico.

Non è elettivo.

È potere privato transnazionale esercitato attraverso finanziamenti, partnership, ricerca e accesso istituzionale.

E questo potere deve essere controllato esattamente come qualsiasi altro.

Per anni la domanda stessa era proibita

Ed è qui che la vicenda assume un sapore particolarmente amaro.

Durante la pandemia chiunque provasse a interrogarsi sull’influenza esercitata da Gates nella sanità globale rischiava immediatamente l’etichetta di complottista.

La risposta standard non era:

“Vediamo i documenti.”

Era:

“Non diffondete disinformazione.”

Oggi i documenti li sta pubblicando una commissione del Senato americano.

E non dimostrano tutte le teorie circolate negli ultimi anni — sarebbe intellettualmente disonesto sostenerlo.

Ma rendono altrettanto insostenibile l’atteggiamento opposto: quello secondo cui domandarsi quanto fossero profondi questi rapporti fosse una forma di paranoia.

Le relazioni esistevano.

Erano importanti.

E alcune raggiungevano livelli dell’apparato federale e della sicurezza nazionale che meritano spiegazioni.

La controinformazione adesso avrà un problema

Ed ecco arrivare il momento divertente.

Perché i soliti cani da riporto della controinformazione italiana rischiano di trovarsi davanti all’ennesima contraddizione.

Per anni una parte di quell’ambiente ha costruito un gigantesco teatrino nel quale ogni avvenimento mondiale veniva spiegato attraverso tre o quattro formule prefabbricate:

BlackRock.

Israele.

Sionismo.

Washington.

CIA.

Poi, quando emergono documenti istituzionali americani che permettono di investigare seriamente le relazioni fra capitale privato, apparati federali, biosicurezza e ricerca scientifica, improvvisamente il discorso diventa molto più scomodo.

Perché la realtà raramente rispetta gli slogan ideologici.

Ed è molto più interessante.

Non serve inventare onnipotenti cabale segrete quando esistono reti documentabili di potere, finanziamento, accesso e influenza.

Bisogna studiarle.

Seguire i documenti.

Seguire i finanziamenti.

Ricostruire le catene decisionali.

E soprattutto smetterla di sostituire l’analisi con l’ideologia.

Il “complottismo” è stato spesso l’alibi perfetto

C’è una lezione enorme in questa storia.

La parola complottismo è utile quando descrive realmente una teoria costruita senza prove.

Diventa però pericolosa quando viene trasformata in un manganello retorico per impedire qualsiasi domanda sui rapporti fra potere economico e istituzioni.

Perché esistono due modi ugualmente stupidi di osservare il potere.

Il primo consiste nel vedere complotti ovunque.

Il secondo consiste nel credere che i potenti non costruiscano reti di influenza.

La realtà sta nei documenti.

Ed è proprio per questo che il lavoro di desecretazione e pubblicazione portato avanti dalla commissione di Rand Paul è importante indipendentemente dalle simpatie politiche verso il senatore.

I documenti possono essere contestualizzati.

Le sue interpretazioni possono essere discusse.

Le sue conclusioni possono essere criticate.

Ma almeno finalmente abbiamo materiale sul quale discutere.

E adesso servono risposte

La questione quindi non dovrebbe essere:

“Bill Gates è buono o cattivo?”

È una domanda infantile.

Le domande serie sono altre.

Per quale motivo Gates ottenne una Q Clearance?

Quali informazioni poteva effettivamente consultare?

Per quali progetti?

Quali rapporti istituzionali giustificavano quell’accesso?

Qual era esattamente la natura delle interazioni fra Gates Foundation e NIH?

Quanto frequentemente Fauci e Collins interagivano direttamente con Gates e con la sua fondazione?

Quali programmi furono sviluppati congiuntamente?

Perché DARPA condivideva briefing sulle minacce biologiche con la fondazione?

Quali informazioni vennero condivise?

Quali progetti nacquero da quelle interlocuzioni?

Quali garanzie esistevano contro conflitti d’interesse e influenza privata sulle priorità pubbliche?

Queste sono domande democratiche.

Non teorie del complotto.

Il castello della narrativa comincia a sgretolarsi

Il valore politico dei documenti pubblicati da Rand Paul non consiste nell’aver dimostrato una gigantesca cospirazione mondiale.

Consiste in qualcosa di molto più concreto e quindi molto più difficile da liquidare.

Mostrano, secondo la documentazione presentata dalla commissione, un grado straordinario di prossimità fra uno dei maggiori centri di capitale filantropico privato del pianeta e alcune delle più importanti strutture scientifiche e strategiche del governo americano.

Bill Gates con una Q Clearance.

Anthony Fauci che interviene personalmente sui suoi manoscritti.

Francis Collins alle prese con i rapporti finanziari fra fondazione e NIH.

DARPA che informa la Gates Foundation su programmi biologici di interesse militare.

Presi singolarmente, questi elementi possono avere spiegazioni perfettamente legittime.

Presi insieme, impongono una domanda che nessuna democrazia dovrebbe avere paura di formulare:

dove finiva la filantropia e dove cominciava il potere?

Per anni ci hanno spiegato che persino fare questa domanda era irresponsabile.

Adesso non sono più i “complottisti” a bussare alla porta.

Sono i documenti del Senato degli Stati Uniti.

E i documenti hanno un difetto terribile per chi ha costruito la propria carriera dicendo alla gente quali domande non poteva fare:

non si possono censurare con un’etichetta.


Fonti e documenti

Thread originale del senatore Rand Paul:
https://x.com/SenRandPaul/status/2083295531657310573

U.S. Senate Committee on Homeland Security and Governmental Affairs – Reading Room / Covid Coverup:
https://www.paul.senate.gov/readingroom/

Documentazione: “Bill Gates Had a Q Clearance and a Private Editor at NIH”:
disponibile nella sezione New Documents della Reading Room ufficiale del senatore Rand Paul.

Sito ufficiale del senatore Rand Paul:
https://www.paul.senate.gov/

Il trionfo energetico di Trump e la lunga guerra per procura dell’Iran

0

Dall’“energy dominance” americana all’Asse della Resistenza: perché Hormuz racconta una storia molto più lunga dell’ultima crisi

2 agosto 2026

C’è un errore di prospettiva che rischia di falsare completamente il dibattito sulla nuova crisi energetica e geopolitica del Golfo Persico: partire dall’ultima fiammata nello Stretto di Hormuz come se tutto fosse cominciato lì.

Non è così.

La pressione sulle rotte energetiche, l’utilizzo delle milizie alleate, la costruzione di capacità missilistiche e navali asimmetriche e la minaccia ai grandi colli di bottiglia del commercio mondiale appartengono da decenni alla strategia regionale della Repubblica Islamica dell’Iran.

Ed è proprio qui che diventa interessante l’analisi pubblicata da Kimberley A. Strassel sul Wall Street Journal, significativamente intitolata Trump’s Energy Triumph.

La tesi di Strassel è semplice ma politicamente esplosiva: mentre una parte del sistema mediatico americano attribuisce all’amministrazione Trump la responsabilità politica della crisi energetica provocata dal conflitto con l’Iran, gli Stati Uniti arrivano a questo confronto in una condizione energetica enormemente più forte rispetto al passato.

Non significa che l’America sia immune da uno shock petrolifero mondiale. Il petrolio è una commodity globale e un aumento del Brent si trasmette inevitabilmente anche al mercato statunitense.

Significa qualcosa di diverso e molto più importante: gli Stati Uniti non dipendono più strutturalmente dal Golfo Persico come accadeva decenni fa.

Ed è una differenza strategica enorme.


L’America che produce più petrolio di chiunque altro

Partiamo dai numeri.

Secondo la U.S. Energy Information Administration, nel 2025 gli Stati Uniti hanno prodotto mediamente circa 13,6 milioni di barili di greggio al giorno, stabilendo un nuovo record americano e mondiale.

Gli Stati Uniti sono rimasti il maggiore produttore di petrolio greggio del pianeta, posizione che occupano dal 2018.

La trasformazione è impressionante.

Il Paese che per decenni aveva costruito parte della propria strategia internazionale intorno alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici provenienti dall’estero è diventato una superpotenza energetica capace di produrre petrolio e gas in quantità che soltanto vent’anni fa sarebbero sembrate difficilmente immaginabili.

Ma bisogna fare una precisazione essenziale.

Gli Stati Uniti continuano a essere importatori netti di petrolio greggio: nel 2025 le importazioni nette di crude oil sono state circa 2,2 milioni di barili al giorno.

Se però consideriamo complessivamente petrolio greggio e prodotti petroliferi raffinati, la situazione cambia: gli Stati Uniti sono diventati esportatori netti di petrolio nel suo complesso.

Ancora più evidente è il quadro considerando l’intero sistema energetico.

Nel 2025 le esportazioni energetiche americane hanno raggiunto il record di circa 31 quadrilioni di BTU, contro circa 21 quadrilioni importati.

Il saldo netto delle esportazioni energetiche ha così raggiunto un nuovo massimo storico.

Questa è la trasformazione strutturale che rende il confronto con l’Iran profondamente diverso rispetto alle crisi petrolifere del passato.


Il vero boom americano: il gas naturale liquefatto

Il cambiamento più spettacolare riguarda probabilmente il gas.

Nel febbraio 2016 partì dal terminale di Sabine Pass il primo grande carico commerciale di LNG americano.

Dieci anni dopo gli Stati Uniti sono diventati il maggiore esportatore mondiale di gas naturale liquefatto, davanti a Qatar e Australia.

Secondo l’EIA, le esportazioni americane di LNG sono passate da appena 0,5 miliardi di piedi cubi al giorno nel 2016 a circa 15 miliardi nel 2025.

Una crescita di trenta volte in meno di un decennio.

Ed è difficile sopravvalutare le conseguenze geopolitiche di questo cambiamento.

Il gas americano non è soltanto una commodity.

È diventato una componente della sicurezza energetica europea e asiatica.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina del 2022, il LNG americano ha contribuito alla sostituzione di una parte significativa del gas russo precedentemente destinato all’Europa.

Oggi la crisi iraniana aggiunge un secondo elemento.

Se Hormuz viene compromesso, non è soltanto il petrolio a essere interessato. Attraverso quelle acque transita anche una parte fondamentale delle esportazioni mondiali di LNG, a partire da quelle del Qatar.

E infatti nel luglio 2026 QatarEnergy è arrivata ad acquistare decine di carichi di LNG americano per compensare le difficoltà generate dalle interruzioni nello Stretto.

Il paradosso geopolitico è evidente:

una crisi nel Golfo Persico aumenta contemporaneamente il valore strategico dell’energia americana.


Trump può rivendicare tutto questo?

Qui bisogna evitare la propaganda anche quando si vuole difendere una tesi politicamente scomoda.

Trump non ha inventato lo shale americano.

La rivoluzione dello shale oil e dello shale gas era cominciata prima del suo ingresso alla Casa Bianca, favorita dalla combinazione tra perforazione orizzontale, fratturazione idraulica, capitale privato, innovazione tecnologica e gigantesche risorse geologiche.

Anche il primo grande terminale LNG di Sabine Pass iniziò le esportazioni nel 2016, prima dell’insediamento della prima amministrazione Trump.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato sostenere che la politica energetica non abbia avuto alcuna importanza.

Trump ha fatto dell’energy dominance uno degli elementi centrali della propria strategia economica e internazionale.

Nel suo primo mandato l’amministrazione favorì l’espansione della produzione domestica, delle infrastrutture energetiche e delle esportazioni.

Nel secondo mandato questa impostazione è stata ulteriormente rafforzata.

Il punto quindi non è attribuire a un singolo presidente una rivoluzione tecnologica durata vent’anni.

Il punto è riconoscere che Trump ha trasformato quella capacità produttiva in una dottrina geopolitica esplicita.

Produrre energia significa ridurre la vulnerabilità.

Esportare energia significa aumentare l’influenza.

Offrire agli alleati forniture alternative significa diminuire il potere dei concorrenti.

Ed è qui che energia e politica estera diventano inseparabili.


Hormuz: il collo di bottiglia che Teheran conosce perfettamente

Per comprendere la strategia iraniana bisogna guardare una carta geografica.

Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti più delicati dell’economia mondiale.

A nord c’è l’Iran.

A sud la penisola arabica.

In mezzo passa una parte fondamentale delle esportazioni energetiche provenienti dal Golfo Persico.

La possibilità di minacciare questa arteria ha quindi offerto a Teheran una forma di deterrenza asimmetrica.

L’Iran non deve necessariamente essere più potente militarmente degli Stati Uniti.

Non deve possedere una marina superiore.

Non deve nemmeno riuscire a mantenere indefinitamente chiuso lo Stretto.

Gli basta essere capace di creare abbastanza rischio da far aumentare:

  • premi assicurativi;
  • costi di trasporto;
  • prezzi dell’energia;
  • rischio politico;
  • volatilità dei mercati.

È la logica classica della guerra asimmetrica.

Ma Hormuz rappresenta soltanto metà della storia.

L’altra metà si trova centinaia di chilometri più a sud-ovest.

Si chiama Bab el-Mandeb.


Dallo Stretto di Hormuz al Bab el-Mandeb

Il Bab el-Mandeb collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi all’Oceano Indiano.

Chi riesce a minacciare quella rotta esercita indirettamente pressione anche sul traffico diretto verso il Canale di Suez.

Ed è qui che entrano in scena gli Houthi dello Yemen.

L’Iran non ha creato il movimento Houthi, e sarebbe storicamente scorretto descriverlo come una semplice organizzazione artificiale costruita da Teheran.

Ma nel corso degli anni il rapporto è diventato sempre più importante.

Secondo il Council on Foreign Relations e numerose altre fonti occidentali, l’Iran è diventato il principale sostenitore esterno degli Houthi, fornendo assistenza comprendente armi, tecnologia, addestramento e intelligence.

Nel luglio 2025 le forze yemenite anti-Houthi intercettarono quello che venne descritto come il più grande carico di armamenti iraniani mai sequestrato diretto al movimento: circa 750 tonnellate di materiale, comprendenti componenti per droni, testate missilistiche e sistemi radar.

Il risultato strategico è evidente.

Teheran dispone così di pressione su Hormuz direttamente e di influenza indiretta su un altro grande collo di bottiglia attraverso un alleato regionale.

Non è necessario immaginare un centro di comando onnipotente che controlla ogni singola operazione.

La realtà è più sofisticata.

L’Iran ha costruito negli anni una rete di partner con differenti livelli di autonomia, accomunati però dalla capacità di moltiplicare la pressione sui rivali di Teheran.


1979: quando nasce il modello iraniano

Per capire questa rete bisogna tornare alla Rivoluzione islamica.

Dopo il 1979 l’Iran si trovò rapidamente isolato.

Poi arrivò la guerra Iran-Iraq.

Otto anni di conflitto devastante convinsero ulteriormente la leadership iraniana di una realtà elementare: competere convenzionalmente con Stati Uniti, monarchie del Golfo e altri avversari regionali sarebbe stato estremamente costoso.

Serviva un’altra strategia.

Da questa esigenza nacque progressivamente un sistema fondato su:

milizie, organizzazioni politiche armate, missili, droni, intelligence, operazioni clandestine e alleanze ideologiche.

Il Congressional Research Service americano descrive il sostegno iraniano a gruppi politici e armati regionali come uno dei pilastri della politica estera della Repubblica Islamica fin dalla sua fondazione.

Le ragioni sono facilmente comprensibili.

Una rete di forze alleate permette di proiettare potere a costi inferiori rispetto a un esercito convenzionale.

Permette di colpire avversari mantenendo diversi gradi di negabilità.

Permette di combattere lontano dai confini iraniani.

E soprattutto permette di trasformare territori di altri Paesi nella prima linea della deterrenza iraniana.


Hezbollah: il prototipo

Il caso più importante rimane il Libano.

Durante gli anni Ottanta, in piena guerra civile libanese, l’Iran ebbe un ruolo determinante nello sviluppo di Hezbollah.

Nel tempo l’organizzazione è diventata contemporaneamente movimento politico, struttura sociale e forza militare.

Il suo peso ha superato enormemente quello di una normale organizzazione politica.

Per Teheran Hezbollah ha rappresentato per decenni un asset strategico fondamentale: una forza armata alleata direttamente sul fronte settentrionale di Israele.

Non solo.

Hezbollah ha acquisito a sua volta esperienza nell’addestramento e nel sostegno ad altri gruppi regionali, contribuendo alla diffusione del modello iraniano.

Durante la guerra civile siriana il movimento libanese intervenne militarmente al fianco di Bashar al-Assad, insieme ad altre forze sostenute dall’Iran.

La guerra siriana mostrò quindi la maturazione dell’intero sistema.

Non più semplici relazioni bilaterali tra Iran e singole organizzazioni.

Ma una rete transnazionale capace di cooperare attraverso diversi teatri.


Iraq: le milizie diventano potere politico

Dopo l’invasione americana dell’Iraq del 2003 si aprì un altro enorme spazio strategico.

Teheran sfruttò abilmente il nuovo scenario.

Milizie sciite sostenute dall’Iran aumentarono progressivamente la propria influenza militare e politica.

Tra queste troviamo organizzazioni come Kata’ib Hezbollah e Asa’ib Ahl al-Haq.

Alcune combatterono le forze americane.

Successivamente parteciparono anche alla guerra contro ISIS.

Nel frattempo entrarono sempre più profondamente nel sistema politico ed economico iracheno.

È proprio questa caratteristica a rendere semplicistica la parola “proxy”.

Non siamo sempre davanti a mercenari che attendono un ordine telefonico da Teheran.

Molte organizzazioni hanno proprie leadership, propri interessi locali, propri finanziamenti e proprie strategie.

Ma contemporaneamente intrattengono rapporti ideologici, militari, finanziari o politici profondissimi con la Repubblica Islamica.

Il risultato per Teheran è strategicamente vantaggioso:

influenza senza occupazione.


Siria: il corridoio verso il Mediterraneo

La Siria è stata per anni un altro elemento fondamentale dell’architettura iraniana.

Quando il regime di Bashar al-Assad rischiò il collasso durante la guerra civile, Iran e Hezbollah intervennero pesantemente a suo sostegno.

Per Teheran la sopravvivenza del regime siriano aveva un’importanza che andava ben oltre Damasco.

La Siria costituiva un ponte geografico e politico verso il Libano.

Un corridoio attraverso Iraq e Siria consentiva di collegare più facilmente la Repubblica Islamica alla rete regionale.

Era quella che alcuni analisti hanno definito la “mezzaluna sciita”.

Non significa che ogni governo o comunità sciita della regione rispondesse automaticamente all’Iran.

Significa che Teheran aveva costruito una profondità strategica che arrivava dal proprio territorio fino al Mediterraneo.


Una guerra combattuta fuori dall’Iran

Qui emerge la caratteristica forse più importante dell’intero sistema.

Per decenni una parte considerevole del confronto tra Iran, Israele, Stati Uniti e monarchie arabe non è stata combattuta direttamente sul territorio iraniano.

È stata combattuta:

in Libano,

in Siria,

in Iraq,

in Yemen,

nel Mar Rosso,

contro installazioni americane,

contro infrastrutture energetiche,

contro navigazione commerciale.

Questa è la logica della forward defense, la difesa avanzata iraniana.

Dal punto di vista di Teheran si tratta di impedire che la guerra raggiunga direttamente il cuore della Repubblica Islamica.

Dal punto di vista dei suoi avversari, invece, significa che l’Iran ha trasformato altri territori in piattaforme di pressione regionale.

Le due interpretazioni non si escludono.

Una strategia può essere contemporaneamente difensiva nelle motivazioni dichiarate e offensiva negli strumenti utilizzati.


Non semplicemente “proxy”

Anche qui serve precisione.

Descrivere Hezbollah, Houthi e tutte le milizie irachene come semplici burattini telecomandati dall’Iran è analiticamente insufficiente.

Il Congressional Research Service sottolinea che i gruppi appartenenti al cosiddetto Asse della Resistenza sono differenti per motivazioni, capacità e livello di autonomia.

È proprio questo a rendere il sistema resistente.

Una struttura rigidamente centralizzata può essere decapitata.

Una rete decentralizzata è molto più difficile da distruggere.

Ogni nodo può adattarsi.

Ogni organizzazione può perseguire contemporaneamente obiettivi locali e interessi convergenti con quelli iraniani.

Teheran non deve necessariamente impartire ogni ordine.

Gli basta costruire un ambiente nel quale interessi, ideologia, armi e nemici comuni producano cooperazione.


Il vero obiettivo: spostare il fronte lontano da Teheran

L’errore più comune è interpretare questa strategia esclusivamente attraverso la retorica religiosa.

L’ideologia rivoluzionaria conta.

L’ostilità verso Israele conta.

L’opposizione alla presenza americana conta.

Ma dietro tutto questo esiste una logica geopolitica estremamente concreta.

L’Iran è circondato da Stati che per decenni hanno ospitato basi o forze americane.

Non dispone della stessa aviazione degli Stati Uniti.

Non dispone della stessa capacità navale.

Non dispone dello stesso sistema di alleanze convenzionali.

Ha quindi costruito un sistema alternativo.

Droni economici contro sistemi antimissile costosissimi.

Missili contro infrastrutture.

Milizie contro eserciti regolari.

Proxy contro basi straniere.

Pressione sulle rotte commerciali contro economie globalizzate.

È una strategia razionale dal punto di vista del regime iraniano.

Ed è precisamente per questo che rappresenta un problema strategico per i suoi avversari.


Gli Accordi di Abramo: la risposta opposta

Durante il primo mandato Trump si sviluppò contemporaneamente un’altra architettura regionale.

Gli Accordi di Abramo portarono alla normalizzazione dei rapporti tra Israele e diversi Paesi arabi, a partire da Emirati Arabi Uniti e Bahrein, cui seguirono altri percorsi diplomatici.

L’importanza degli accordi non consisteva semplicemente nell’apertura delle ambasciate.

La loro logica era molto più ampia.

Trasformare progressivamente il Medio Oriente da sistema costruito intorno al conflitto arabo-israeliano in un sistema fondato su:

commercio,

tecnologia,

investimenti,

sicurezza,

energia,

cooperazione militare.

In altre parole, sostituire progressivamente la geopolitica della contrapposizione permanente con quella degli interessi convergenti.

Naturalmente gli Accordi di Abramo non hanno risolto il conflitto israelo-palestinese né eliminato le profonde rivalità regionali.

Ma hanno dimostrato qualcosa che fino a pochi anni prima sembrava quasi impossibile:

Israele e importanti Paesi arabi potevano costruire relazioni pubbliche senza aspettare la soluzione definitiva della questione palestinese.

Per Teheran questa evoluzione rappresentava un problema strategico.

Perché un Medio Oriente nel quale Israele, monarchie del Golfo e Stati Uniti cooperano sempre più strettamente restringe lo spazio politico dell’Asse della Resistenza.


Energia più alleanze: la dottrina Trump

È mettendo insieme questi due elementi che emerge il significato più profondo dell’analisi di Strassel.

Da una parte:

energia americana.

Dall’altra:

integrazione regionale.

Il primo elemento riduce la vulnerabilità economica degli Stati Uniti.

Il secondo aumenta il costo politico e militare della destabilizzazione regionale.

È questa combinazione che modifica l’equilibrio.

Per decenni il Medio Oriente ha potuto esercitare una pressione enorme sull’Occidente attraverso l’energia.

Oggi quella leva non è scomparsa.

Hormuz rimane fondamentale.

Il petrolio continua ad avere un prezzo mondiale.

Uno shock nel Golfo può ancora provocare inflazione, aumento dei carburanti e rallentamento economico.

Ma l’America del 2026 non è l’America del 1973.


Il punto debole della tesi del “Trump ha causato la crisi energetica”

Ed è qui che la polemica politica diventa interessante.

Si può certamente discutere se ogni decisione militare o diplomatica dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Iran sia stata corretta.

È un dibattito legittimo.

Ma attribuire a Trump l’origine strutturale del problema significa cancellare quasi mezzo secolo di storia mediorientale.

La Repubblica Islamica sostiene organizzazioni armate regionali da decenni.

Hezbollah non nasce con Trump.

Le milizie sciite irachene non nascono con Trump.

Il rapporto Iran-Houthi non nasce con Trump.

La strategia iraniana di pressione su Hormuz non nasce con Trump.

L’ostilità tra Repubblica Islamica e Stati Uniti non nasce con Trump.

E soprattutto l’utilizzo della vulnerabilità energetica come strumento geopolitico precede di molto l’attuale amministrazione.

Trump ha ereditato questa realtà.

La differenza è che gli Stati Uniti che oggi affrontano quella realtà possiedono un’arma strategica che le amministrazioni americane degli anni Settanta, Ottanta e Novanta non avevano:

una gigantesca capacità energetica interna.


Ma l’America non è invulnerabile

Sarebbe però propaganda sostenere che il problema sia risolto.

La stessa situazione del 2026 dimostra il contrario.

Gli Stati Uniti rimangono integrati nel mercato petrolifero mondiale.

Se il Brent sale violentemente, anche i consumatori americani ne risentono.

Le raffinerie americane utilizzano inoltre differenti qualità di greggio e continuano a importarne quantità significative.

Esiste poi la questione della Strategic Petroleum Reserve.

La SPR rappresenta una risorsa fondamentale nelle emergenze, ma non è infinita.

Nel corso della crisi del 2026 gli Stati Uniti hanno dovuto utilizzare nuovamente parte delle proprie riserve strategiche per attenuare gli effetti delle interruzioni dell’offerta.

Questo introduce una distinzione fondamentale:

indipendenza energetica non significa isolamento energetico.

Gli Stati Uniti possono essere molto più sicuri rispetto al passato senza essere immuni dalle crisi mondiali.

Ed è proprio questa distinzione che rende credibile la tesi dell’energy dominance senza trasformarla in slogan.


Il vero trionfo non è pagare poco la benzina

La parola “trionfo” utilizzata da Strassel rischia di essere interpretata esclusivamente in termini di prezzo alla pompa.

Ma sarebbe una lettura superficiale.

Il vero successo strategico americano consiste nell’avere costruito una capacità produttiva che offre alla Casa Bianca margini d’azione molto più ampi.

Un Paese dipendente dalle importazioni deve pensare continuamente alla sicurezza del fornitore.

Un grande produttore pensa alla sicurezza del mercato.

Un grande esportatore può invece influenzare anche la sicurezza energetica degli alleati.

È un salto qualitativo.

L’energia diventa politica estera.


La lunga guerra per procura dell’Iran

Ed è esattamente qui che le due storie si incontrano.

Da una parte abbiamo un Iran che, dal 1979, ha progressivamente costruito una rete regionale capace di compensare le proprie inferiorità convenzionali.

Dall’altra abbiamo Stati Uniti che negli ultimi vent’anni hanno trasformato radicalmente la propria posizione energetica e che sotto Trump hanno fatto dell’energia uno strumento dichiarato di potenza nazionale.

Sono due modelli strategici.

Il modello iraniano moltiplica il potere attraverso le reti armate.

Il modello americano cerca di moltiplicarlo attraverso energia, economia, tecnologia e alleanze.

La partita attuale è anche lo scontro tra queste due architetture.


Chi trae vantaggio dalla destabilizzazione?

La domanda fondamentale diventa allora: chi beneficia di un Medio Oriente permanentemente instabile?

La risposta non può essere ridotta a un’unica capitale o a una teoria onnipotente.

Le guerre producono interessi differenti e spesso contraddittori.

Ma una cosa è documentabile.

La Repubblica Islamica ha costruito deliberatamente una strategia che considera la pressione indiretta uno strumento essenziale della propria sicurezza e della propria influenza regionale.

Questo non significa che Teheran sia responsabile di ogni guerra mediorientale.

Non significa che Stati Uniti, Israele, monarchie arabe o altre potenze siano privi di responsabilità.

Significa semplicemente rifiutarsi di cancellare l’Iran dall’equazione.

Una parte della narrativa occidentale descrive spesso Teheran esclusivamente come soggetto che “reagisce”.

Quarant’anni di politica regionale raccontano una realtà più complessa.

L’Iran reagisce.

Ma contemporaneamente agisce, finanzia, arma, addestra, influenza e costruisce deterrenza fuori dai propri confini.


La debolezza nascosta dell’Asse della Resistenza

Il sistema iraniano ha dimostrato una notevole resilienza.

Ma possiede anche una debolezza strutturale.

Funziona meglio quando l’avversario è politicamente diviso, energeticamente vulnerabile e incapace di coordinare i propri alleati.

Funziona peggio quando accade il contrario.

Un’America capace di esportare energia riduce il potere del ricatto energetico.

Una maggiore cooperazione tra Israele e Paesi arabi riduce lo spazio geopolitico dei proxy.

Una difesa integrata contro droni e missili riduce il rendimento della guerra asimmetrica.

Una rete logistica alternativa riduce il valore dei colli di bottiglia.

Non elimina la minaccia.

Ne aumenta però progressivamente il costo.


Il paradosso iraniano

Ed emerge un paradosso.

Ogni volta che l’Iran o i gruppi a esso collegati minacciano il traffico energetico mondiale, ricordano agli Stati Uniti e ai loro alleati perché diversificare le fonti energetiche è una necessità strategica.

Ogni attacco alle rotte marittime aumenta l’interesse verso forniture alternative.

Ogni crisi di Hormuz aumenta il valore della produzione americana.

Ogni crisi nel Mar Rosso rafforza l’interesse verso nuove infrastrutture, pipeline, terminali LNG e corridoi commerciali alternativi.

In altre parole:

l’utilizzo dell’energia come arma accelera la ricerca di strumenti capaci di rendere quell’arma meno efficace.

È lo stesso processo osservato con la Russia dopo il 2022.

Mosca utilizzò il proprio peso energetico come strumento di pressione.

L’Europa reagì diversificando rapidamente.

Uno dei maggiori beneficiari fu proprio il LNG americano.


Trump ha cambiato il tavolo

Trump non ha inventato il petrolio americano.

Non ha inventato lo shale.

Non ha inventato il LNG.

Non ha inventato la rivalità con l’Iran.

E non ha inventato la rete dei proxy iraniani.

Ma ha compreso una cosa che spesso la politica occidentale dimentica:

l’energia è potere.

Non soltanto ricchezza.

Potere.

Chi controlla la propria energia possiede maggiore libertà politica.

Chi può esportarla possiede maggiore influenza.

Chi può offrirla agli alleati possiede maggiore capacità diplomatica.

Chi dipende da un collo di bottiglia controllabile da un avversario possiede invece una vulnerabilità.

È questa la vera essenza dell’“energy dominance”.


Conclusione: il trionfo energetico è soprattutto geopolitico

La crisi dello Stretto di Hormuz non dimostra il fallimento della strategia energetica americana.

Dimostra perché quella strategia esiste.

Gli Stati Uniti rimangono vulnerabili agli shock del mercato globale, ma lo sono enormemente meno rispetto all’America delle grandi crisi petrolifere del Novecento.

Producono più greggio di qualsiasi altro Paese.

Sono il maggiore esportatore mondiale di LNG.

Sono esportatori netti di energia.

Dispongono di infrastrutture capaci di rifornire non soltanto il mercato interno ma anche gli alleati.

Parallelamente, la Repubblica Islamica continua a fare affidamento sulla strategia che ha costruito progressivamente dal 1979: profondità strategica, organizzazioni armate alleate, missili, droni, pressione sulle rotte marittime e guerra asimmetrica.

Sono due concezioni differenti del potere.

La rete iraniana cerca di moltiplicare il costo dell’intervento degli avversari.

La strategia americana cerca di ridurre il valore delle leve utilizzate da quella rete.

Ed è proprio qui che l’articolo di Kimberley Strassel coglie un punto essenziale.

Il vero successo energetico americano non consiste nell’essere diventati immuni dalle crisi.

Consiste nell’essere diventati molto più difficili da ricattare attraverso l’energia.

Questa è la differenza fondamentale.

Hormuz continua a essere importante.

Bab el-Mandeb continua a essere importante.

Il petrolio del Golfo continua a essere importante.

Ma l’equilibrio non è più quello del 1973.

E mentre l’Iran continua a utilizzare strumenti strategici sviluppati durante gli ultimi quarant’anni, gli Stati Uniti hanno cambiato una delle variabili fondamentali dell’equazione.

Hanno trasformato l’energia da vulnerabilità strategica in leva geopolitica.

È questo il vero significato del “Trump’s Energy Triumph”.

Non la fine delle crisi energetiche.

Non l’autarchia americana.

Non l’immunità dal prezzo mondiale del petrolio.

Ma qualcosa di geopoliticamente molto più importante:

la possibilità di affrontare una crisi nel cuore energetico del Medio Oriente senza essere più l’America energeticamente dipendente di mezzo secolo fa.


I “cani da riporto” della controinformazione italiana: quando l’anti-americanismo finisce per fare propaganda a Teheran

C’è poi un altro fronte della guerra, molto meno visibile di Hormuz, dei missili e dei droni: quello della narrazione.

In Italia una parte della cosiddetta controinformazione ha costruito negli anni un meccanismo quasi automatico di interpretazione delle crisi internazionali: se Stati Uniti, Israele o NATO si trovano da una parte, dall’altra deve necessariamente esserci qualcuno che combatte l’imperialismo occidentale e che, proprio per questo, merita comprensione, giustificazione o sostegno.

È il meccanismo dei “cani da riporto della controinformazione”: si presentano come antagonisti del mainstream, ma troppo spesso finiscono per recuperare e rilanciare, quasi senza filtro critico, la narrativa geopolitica più conveniente agli avversari dell’Occidente.

Nel caso iraniano il fenomeno diventa particolarmente evidente.

La Repubblica Islamica viene raccontata quasi esclusivamente come una nazione assediata che reagisce all’aggressività americana e israeliana. Hezbollah diventa semplicemente “la Resistenza libanese”. Gli Houthi vengono rappresentati principalmente come combattenti anti-israeliani. Le milizie sciite irachene diventano forze di liberazione. L’intero Asse della Resistenza viene così inserito nella grande epopea della lotta contro l’“imperialismo”.

Ciò che tende a sparire dal racconto è tutto il resto.

Scompare il progetto regionale iraniano.

Scompare il finanziamento delle milizie.

Scompare l’addestramento.

Scompaiono missili e droni trasferiti agli alleati.

Scompare la pressione sulle istituzioni libanesi e irachene.

Scompare il ruolo dell’IRGC e della Forza Quds.

Scompare soprattutto il fatto che la Repubblica Islamica abbia costruito per decenni una propria architettura di potenza regionale.

Non occorre negare gli errori americani, le responsabilità israeliane o le contraddizioni delle monarchie del Golfo per riconoscere questa realtà.

Il giornalismo dovrebbe essere capace di vedere contemporaneamente entrambe le cose.

La propaganda, invece, ha bisogno di santi e demoni.


Il vecchio riflesso marxista: cambia la bandiera, rimane lo schema

Qui il fenomeno diventa ancora più interessante.

Perché una parte dell’anti-occidentalismo contemporaneo non nasce con la Repubblica Islamica e nemmeno con la guerra di Gaza.

Affonda le proprie radici nella cultura politica del Novecento e, in particolare, nella rappresentazione sovietica dell’ordine internazionale.

Durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica costruì una potentissima narrativa basata sull’opposizione tra “imperialismo occidentale” e “popoli oppressi”.

Gli Stati Uniti rappresentavano il centro dell’imperialismo capitalistico.

Israele veniva progressivamente inserito nella medesima architettura narrativa come avamposto occidentale in Medio Oriente.

I movimenti rivoluzionari, anticoloniali e antiamericani venivano invece interpretati attraverso la categoria della “liberazione nazionale”.

Mosca sostenne governi, movimenti e organizzazioni estremamente differenti tra loro, spesso senza alcun autentico carattere marxista, purché fossero geopoliticamente utili nel confronto con Washington.

Questa distinzione è fondamentale.

Non significa che l’Iran islamista sia marxista.

Non lo è.

La Repubblica Islamica perseguitò duramente comunisti e organizzazioni marxiste iraniane dopo la rivoluzione del 1979. Sul piano religioso, sociale ed economico esistono enormi differenze tra islamismo khomeinista e comunismo sovietico.

La continuità è altrove.

È nella grammatica geopolitica utilizzata da una parte dell’Occidente per interpretare il mondo.

America uguale imperialismo.

Israele uguale colonialismo.

Chi combatte America e Israele uguale resistenza.

Ed è proprio attraverso questa formula elementare che organizzazioni islamiste radicali possono improvvisamente diventare, agli occhi di alcuni ambienti occidentali, eredi simbolici delle vecchie lotte antimperialiste.


Il paradosso: marxisti occidentali innamorati di una teocrazia

È qui che si manifesta una delle contraddizioni più clamorose della controinformazione contemporanea.

Una parte della sinistra radicale e dell’anti-imperialismo occidentale finisce per guardare con simpatia geopolitica a una Repubblica Islamica teocratica che, sul piano interno, rappresenta quasi l’opposto di ciò che storicamente il marxismo affermava di voler costruire.

Il collante non è quindi il modello sociale iraniano.

È il nemico comune.

Gli Stati Uniti.

E immediatamente dopo:

Israele.

È sufficiente questo per produrre convergenze narrative che, osservate esclusivamente attraverso le categorie tradizionali di destra e sinistra, sembrerebbero assurde.

L’ayatollah diventa così, paradossalmente, un simbolo della lotta antimperialista.

Hezbollah diventa “resistenza”.

Gli Houthi diventano “resistenza”.

Hamas diventa “resistenza”.

Le milizie filo-iraniane diventano “resistenza”.

E una volta applicata questa etichetta, tutto ciò che potrebbe incrinare il racconto viene relegato sullo sfondo.


Dalla propaganda sovietica all’anti-imperialismo contemporaneo

Durante la Guerra Fredda l’URSS investì enormemente nella propaganda internazionale e nelle cosiddette “misure attive”: operazioni di influenza, disinformazione, utilizzo di organizzazioni di facciata, sostegno a campagne politiche e amplificazione di divisioni già presenti nelle società occidentali.

Sarebbe però scorretto affermare che ogni posizione antiamericana contemporanea derivi direttamente da un’operazione sovietica.

La storia non funziona così.

Le idee possono sopravvivere alle strutture politiche che le hanno diffuse.

L’Unione Sovietica è scomparsa nel 1991.

Una parte delle sue categorie interpretative è sopravvissuta.

Ed è questa eredità culturale che ritroviamo in alcuni settori della comunicazione politica contemporanea: il mondo viene ancora letto come se esistesse un unico centro imperialista e tutto ciò che lo contrasta rappresentasse automaticamente un elemento progressivo.

Ma il mondo del 2026 non è quello del 1968.

Russia, Cina e Iran non sono movimenti di liberazione.

Sono Stati con interessi nazionali, apparati militari, intelligence, strategie economiche e ambizioni geopolitiche.

Esattamente come gli Stati occidentali.

Rifiutarsi di applicare loro lo stesso metro utilizzato nei confronti di Washington significa rinunciare all’analisi per entrare nel campo dell’ideologia.


Il cortocircuito dell’Asse della Resistenza

L’Asse della Resistenza rappresenta forse l’esempio più evidente di questo cortocircuito.

La definizione stessa è politicamente potentissima.

Chi potrebbe essere contrario alla “resistenza”?

Ma resistenza a cosa?

E soprattutto: per costruire cosa?

Quando Hezbollah mantiene un apparato militare autonomo gigantesco all’interno del Libano, siamo ancora soltanto davanti alla resistenza?

Quando milizie sostenute dall’Iran acquisiscono influenza sulle istituzioni irachene, siamo ancora soltanto davanti alla resistenza?

Quando gli Houthi attaccano navigazione commerciale internazionale nel Mar Rosso, siamo ancora soltanto davanti alla resistenza?

Quando l’IRGC utilizza una rete regionale di organizzazioni armate per costruire profondità strategica iraniana, siamo ancora soltanto davanti alla resistenza?

È precisamente qui che la parola smette di descrivere e comincia a legittimare.


Controinformazione o propaganda speculare?

La controinformazione dovrebbe avere una funzione fondamentale: controllare il potere, contestare le versioni ufficiali, individuare omissioni e verificare ciò che i grandi media non raccontano.

Ma contestare il mainstream non significa automaticamente produrre informazione migliore.

Se si sostituisce una propaganda con quella opposta, non si è superata la propaganda.

Si è semplicemente cambiato padrone della narrativa.

Ed è questo il problema dei “cani da riporto” della controinformazione italiana.

Passano ore a cercare ogni contraddizione di Washington.

Analizzano ogni dichiarazione israeliana alla ricerca di omissioni.

Contestano ogni comunicato NATO.

Ed è legittimo farlo.

Il problema nasce quando la stessa severità improvvisamente scompare davanti a Teheran, Mosca, Pechino o all’Asse della Resistenza.

Se una fonte americana mente, diventa la prova dell’intero sistema.

Se una fonte iraniana diffonde propaganda, viene spesso presentata come versione alternativa da prendere quasi automaticamente sul serio.

Questo non è metodo critico.

È pregiudizio geopolitico rovesciato.


Il nemico del mio nemico non diventa automaticamente un liberatore

È forse questa la lezione più importante.

Criticare Washington non obbliga a sostenere Teheran.

Criticare Netanyahu non obbliga a trasformare Hezbollah in un movimento romantico di liberazione.

Criticare la NATO non obbliga a giustificare Mosca.

Criticare gli errori occidentali non richiede di chiudere gli occhi davanti all’autoritarismo dei suoi avversari.

E soprattutto:

il nemico del proprio nemico non diventa automaticamente un combattente per la libertà.

Questa è precisamente la trappola ideologica nella quale una parte della controinformazione italiana continua a cadere.


Dal Cremlino sovietico agli ayatollah: sopravvive la stessa lente

La grande ironia storica è quindi evidente.

L’Unione Sovietica comunista non esiste più.

Il Patto di Varsavia non esiste più.

Il mondo bipolare della Guerra Fredda non esiste più.

Ma una parte delle categorie propagandistiche attraverso cui quel mondo veniva interpretato è sopravvissuta.

Il protagonista può cambiare.

Ieri era un movimento rivoluzionario sostenuto da Mosca.

Oggi può essere una milizia sciita sostenuta da Teheran.

La struttura narrativa rimane sorprendentemente simile:

Occidente = imperialismo.
Israele = colonialismo.
Avversario dell’Occidente = resistenza.
Avversario di Israele = liberazione.

È uno schema comodo perché elimina la complessità.

Ma proprio per questo è uno schema pericoloso.

Perché impedisce di vedere quello che l’Iran ha realmente costruito dal 1979: non semplicemente una coalizione difensiva, ma una rete di influenza e deterrenza regionale che permette alla Repubblica Islamica di proiettare potere molto oltre i propri confini.

Ed è qui che il discorso torna all’energia.

Mentre i cani da riporto della controinformazione continuano a raccontare il confronto attraverso categorie ideologiche ereditate dal secolo scorso, la geopolitica reale si muove su petrolio, gas, rotte commerciali, missili, porti, alleanze e capacità industriale.

Trump ha risposto a questa realtà con una strategia opposta.

Non una nuova Internazionale ideologica.

Energia, deterrenza e alleanze.

L’America produce.

L’America esporta.

Gli alleati diversificano.

E ogni volta che Teheran prova a trasformare Hormuz o i suoi proxy in strumenti di pressione, emerge ancora più chiaramente il valore strategico dell’indipendenza energetica americana.

È qui che la vecchia narrativa anti-imperialista si scontra con una realtà molto più difficile da nascondere:

la Repubblica Islamica non è una spettatrice della destabilizzazione mediorientale. È uno dei protagonisti che da quasi mezzo secolo hanno imparato a utilizzarla come strumento di potere.

E raccontare soltanto metà di questa storia non è controinformazione.

È propaganda con il segno invertito.


I cani da riporto della controinformazione: contro l’“imperialismo” occidentale, ma ciechi davanti a quello islamista di Teheran

In Italia esiste poi un cortocircuito politico e mediatico che merita di essere affrontato senza giri di parole.

Una parte della cosiddetta controinformazione, quella che da anni legge qualsiasi crisi internazionale attraverso un’unica lente — Stati Uniti e Israele colpevoli per definizione, loro avversari automaticamente trasformati in “resistenza” — è arrivata progressivamente a svolgere una funzione paradossale: contestare la propaganda occidentale rilanciando quella della Repubblica Islamica dell’Iran e del suo apparato militare, l’IRGC.

Sono quelli che possiamo definire i cani da riporto della controinformazione italiana.

Sempre pronti a denunciare l’imperialismo americano.

Sempre pronti a parlare di ingerenze occidentali.

Sempre pronti a descrivere la NATO come macchina di espansione.

Ma quando la Repubblica Islamica finanzia, arma, addestra e sostiene organizzazioni militari fuori dai propri confini, improvvisamente la parola “imperialismo” scompare.

Al suo posto compare una parola magica:

resistenza.

Ed è proprio qui che il racconto si trasforma in propaganda.

L’IRGC non è il difensore del popolo iraniano

Prima ancora di parlare dell’Asse della Resistenza, bisognerebbe ricordare che il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica — IRGC o Pasdaran — non è semplicemente una forza armata incaricata della difesa territoriale dell’Iran.

È uno dei pilastri fondamentali del sistema politico nato dalla Rivoluzione islamica del 1979.

Il suo compito originario era precisamente quello di proteggere la Rivoluzione e il nuovo ordine islamico, parallelamente alle normali forze armate iraniane.

Nel corso dei decenni l’IRGC è diventato molto di più.

Potere militare.

Potere economico.

Potere politico.

Intelligence.

Controllo interno.

Proiezione internazionale.

Attraverso la Forza Quds, l’IRGC ha inoltre costruito e gestito rapporti con milizie e organizzazioni armate in diversi Paesi del Medio Oriente.

È quindi paradossale presentare questo apparato esclusivamente come una forza che “resiste all’imperialismo”.

Prima ancora di essere uno strumento contro gli avversari esterni, l’IRGC è uno dei principali strumenti attraverso i quali la Repubblica Islamica preserva il proprio sistema di potere.

Quando gli iraniani scendono nelle strade contro il regime, non incontrano davanti a loro Marines americani o soldati israeliani.

Incontrano gli apparati della Repubblica Islamica.

È questo il punto che tanti sostenitori occidentali dell’“Asse della Resistenza” sembrano dimenticare.

Il popolo iraniano scompare dalla propaganda filo-Teheran

C’è qualcosa di particolarmente significativo nella narrativa di certi ambienti italiani.

Parlano continuamente dell’Iran.

Ma molto meno degli iraniani.

La Repubblica Islamica viene trattata come se coincidesse automaticamente con il suo popolo.

Non è così.

Uno Stato, un regime e una popolazione non sono la stessa cosa.

La società iraniana è complessa, attraversata da enormi differenze politiche, culturali, generazionali e religiose.

Ridurre milioni di persone alle posizioni geopolitiche della leadership della Repubblica Islamica significa cancellare proprio quel popolo che questi commentatori affermano di voler difendere dall’Occidente.

Il paradosso diventa evidente:

denunciano Washington perché vorrebbe imporre la propria volontà all’Iran, ma non mostrano la stessa indignazione quando Teheran impone la propria volontà agli iraniani.

Denunciano l’egemonia occidentale.

Ma dimenticano l’egemonia esercitata internamente da un sistema teocratico.

Denunciano la repressione quando arriva da governi alleati degli Stati Uniti.

Quando arriva dalla Repubblica Islamica, improvvisamente il discorso cambia argomento e ritorna su Israele, sulla CIA, sulla NATO o sulle sanzioni.

È il grande trucco della propaganda ideologica:

spostare continuamente il punto di osservazione fino a far sparire le responsabilità del soggetto che si è deciso di difendere.

L’Asse della Resistenza è anche uno strumento di potenza iraniana

Lo stesso meccanismo viene applicato alla politica estera.

Hezbollah?

Resistenza.

Houthi?

Resistenza.

Milizie irachene vicine a Teheran?

Resistenza.

Forze sostenute dall’Iran in Siria?

Resistenza.

Ma se si elimina per un momento l’etichetta e si osserva la carta geografica, emerge un’altra interpretazione.

Dal Golfo Persico al Mediterraneo, passando per Iraq, Siria e Libano, fino allo Yemen e al Mar Rosso, Teheran ha sviluppato una rete di rapporti militari e politici che aumenta enormemente la propria capacità di influenzare gli equilibri di Paesi formalmente sovrani.

Chiamarla esclusivamente “resistenza” significa raccontare soltanto la giustificazione ideologica della strategia.

Dal punto di vista geopolitico è anche proiezione di potenza.

E la proiezione di potenza non smette di esserlo semplicemente perché a esercitarla non sono gli Stati Uniti.

L’imperialismo diventa improvvisamente accettabile se è islamista?

E qui arriva la contraddizione più clamorosa.

Per decenni una parte della cultura marxista e anti-imperialista europea ha denunciato qualsiasi tentativo occidentale di costruire aree d’influenza.

Washington sostiene un governo straniero?

Imperialismo.

La CIA influenza la politica di un altro Paese?

Imperialismo.

Gli Stati Uniti dispiegano una base militare?

Imperialismo.

Israele cerca profondità strategica?

Espansionismo.

Ma quando Teheran finanzia organizzazioni armate fuori dall’Iran, costruisce corridoi strategici, sostiene milizie che condizionano governi stranieri e utilizza la Forza Quds per estendere la propria influenza regionale, la stessa categoria improvvisamente non viene più applicata.

Perché?

Perché l’Iran combatte gli Stati Uniti e Israele.

Ed ecco riemergere il vecchio principio:

il nemico del mio nemico deve essere necessariamente dalla parte giusta della Storia.

È la stessa scorciatoia ideologica che per decenni ha portato una parte dell’intellighenzia occidentale a giustificare regimi autoritari semplicemente perché schierati contro Washington.

Il colore della bandiera cambia.

La logica rimane.

Dall’anti-imperialismo sovietico all’imperialismo islamista

È qui che sopravvive la vecchia eredità culturale dell’anti-imperialismo di matrice marxista e sovietica.

Naturalmente la Repubblica Islamica non è marxista.

Anzi, dopo il 1979 il regime islamico represse anche organizzazioni comuniste e marxiste iraniane.

Ma l’alleanza narrativa occidentale non nasce da una comunanza di valori.

Nasce da una comunanza di nemici.

La vecchia propaganda sovietica aveva costruito una rappresentazione binaria:

Occidente capitalista = imperialismo.

Movimenti antioccidentali = liberazione.

Quella struttura mentale è sopravvissuta alla caduta dell’Unione Sovietica.

E oggi produce uno dei paradossi politici più sorprendenti del nostro tempo:

settori che si definiscono progressisti, marxisti o rivoluzionari finiscono per trasformarsi negli apologeti geopolitici di una teocrazia islamista.

Non perché condividano davvero il suo progetto sociale.

Ma perché condividono il suo avversario.

Quando l’anti-imperialismo diventa il paravento di un altro imperialismo

È quindi necessario utilizzare le stesse categorie per tutti.

Se costruire sfere d’influenza è imperialismo quando lo fanno gli Stati Uniti, bisogna interrogarsi sul significato della penetrazione militare iraniana in Iraq, Siria, Libano e Yemen.

Se armare organizzazioni straniere significa interferire negli affari di altri Paesi quando lo fa Washington, bisogna porre la stessa domanda quando lo fa Teheran.

Se condizionare la sovranità di uno Stato è sbagliato quando a farlo è l’Occidente, non può diventare improvvisamente virtuoso quando la pressione arriva attraverso l’IRGC o una milizia vicina alla Repubblica Islamica.

Altrimenti non siamo davanti a un principio.

Siamo davanti a una tifoseria geopolitica.

Ed è precisamente questo il problema dei cani da riporto della controinformazione.

Non combattono realmente l’imperialismo.

Combattono un solo imperialismo.

Quello occidentale.

Mentre l’espansionismo, la proiezione di potenza e l’ingerenza esercitati dagli avversari dell’Occidente vengono ribattezzati “resistenza”, “multipolarismo” o “liberazione”.

L’Iran non esporta soltanto sicurezza: esporta la Rivoluzione

La stessa Costituzione e la storia politica della Repubblica Islamica mostrano quanto l’elemento rivoluzionario sia centrale nell’identità del regime nato nel 1979.

Il sistema khomeinista non nasce semplicemente per difendere i confini dello Stato iraniano.

Nasce rivendicando una missione politica e religiosa molto più ampia.

L’IRGC è espressione diretta di questa concezione.

La costruzione di relazioni con movimenti armati e organizzazioni ideologicamente affini deve quindi essere letta anche alla luce di questo progetto.

Non significa che Teheran controlli ogni decisione di Hezbollah, degli Houthi o delle varie milizie irachene.

Questi soggetti possiedono livelli diversi di autonomia e interessi locali propri.

Ma negare che l’intera rete rappresenti anche uno strumento della potenza iraniana significa rifiutare decenni di evidenze geopolitiche.

Chi opprime davvero gli iraniani?

E allora torniamo alla domanda fondamentale.

Chi esercita quotidianamente il potere sul cittadino iraniano?

Donald Trump?

Israele?

La NATO?

No.

Il potere quotidiano sulla società iraniana è esercitato dalle istituzioni della Repubblica Islamica.

Sono quelle istituzioni che stabiliscono le regole politiche.

Sono quelle istituzioni che controllano l’accesso al potere.

Sono quegli apparati che reprimono le proteste.

Sono quelle strutture che proteggono il sistema teocratico.

È quindi possibile criticare duramente le sanzioni americane o un’eventuale operazione militare contro l’Iran e contemporaneamente riconoscere un fatto elementare:

la principale struttura di coercizione interna che un cittadino iraniano incontra non arriva da Washington. Arriva dal regime iraniano stesso.

E l’IRGC rappresenta uno dei suoi pilastri.

Questa semplice realtà manda in cortocircuito anni di propaganda.

I cani da riporto difendono il regime e dimenticano il popolo

Ed ecco il punto più grave.

A furia di dichiararsi amici dell’Iran, alcuni commentatori italiani finiscono per essere amici soprattutto del regime iraniano.

Sono due cose completamente differenti.

Difendere il diritto dell’Iran a non essere aggredito non significa difendere l’IRGC.

Difendere la popolazione iraniana dagli effetti di una guerra non significa celebrare gli ayatollah.

Contestare una decisione americana non significa trasformare la Forza Quds in una brigata di liberazione.

E criticare Israele non significa dover raccontare Hezbollah o Hamas esclusivamente attraverso la loro propaganda.

Questo dovrebbe essere il compito di una vera controinformazione:

non credere a nessuno sulla parola.

Invece troppo spesso succede l’opposto.

Si diffida automaticamente di Washington e si concede credito automatico a Teheran.

Si analizza parola per parola un comunicato israeliano e si rilancia senza lo stesso filtro quello proveniente dall’Asse della Resistenza.

Si parla continuamente di propaganda occidentale, ignorando che Iran, IRGC, Hezbollah e gli altri protagonisti regionali possiedono anch’essi apparati propagandistici, obiettivi politici e strategie informative.

Il vero anti-imperialismo dovrebbe valere per tutti

Se davvero si vuole essere anti-imperialisti, il principio dovrebbe essere universale.

Nessuna grande potenza dovrebbe poter trasformare Paesi più piccoli in strumenti della propria strategia.

Nessuna milizia dovrebbe poter sostituire permanentemente la sovranità dello Stato.

Nessuna ideologia dovrebbe giustificare la repressione interna.

Nessuna “resistenza” dovrebbe ricevere automaticamente un’assoluzione morale per il semplice fatto di combattere un nemico considerato peggiore.

Vale per Washington.

Vale per Mosca.

Vale per Pechino.

E deve valere anche per Teheran.

Altrimenti l’anti-imperialismo diventa soltanto la copertura retorica utilizzata per sostenere l’imperialismo della parte che si è scelto di tifare.

E nel Medio Oriente contemporaneo questo significa anche interrogarsi senza ipocrisie sulla costruzione di una sfera d’influenza politico-militare a guida iraniana e sulla sua componente ideologica islamista.

È proprio questa realtà che i cani da riporto della controinformazione italiana non vogliono vedere.

Perché costringerebbe ad ammettere una cosa politicamente devastante per la loro narrativa:

si può combattere l’egemonia americana e contemporaneamente costruire una propria egemonia.

Si può denunciare l’imperialismo occidentale e contemporaneamente praticare espansionismo regionale.

Si può parlare in nome dei popoli oppressi e contemporaneamente reprimere il proprio.

Ed è precisamente questa contraddizione che rende indispensabile distinguere il popolo iraniano dalla Repubblica Islamica, l’Iran dall’IRGC e la legittima difesa nazionale dal progetto di potenza regionale degli ayatollah.

Chi rifiuta queste distinzioni non sta difendendo l’Iran.

Sta difendendo il regime che governa l’Iran.


Fonti e approfondimenti

Kimberley A. Strassel – “Trump’s Energy Triumph”, The Wall Street Journal / riferimento White House, 13 marzo 2026
https://www.whitehouse.gov/releases/2026/03/icymi-trumps-energy-triumph/

The American Presidency Project – White House Press Release: “ICYMI: Trump’s Energy Triumph”
https://www.presidency.ucsb.edu/documents/white-house-press-release-icymi-trumps-energy-triumph

U.S. Energy Information Administration – The United States produced more crude oil than any other country in 2025
https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=67844

U.S. Energy Information Administration – The United States is a major energy exporter and importer, especially for petroleum
https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=67724

U.S. Energy Information Administration – Annual U.S. crude oil exports decrease for first time since 2021
https://www.eia.gov/Todayinenergy/detail.php?id=67324

U.S. Energy Information Administration – Ten years after first Sabine Pass cargo, U.S. LNG exports are still on the rise
https://www.eia.gov/TODAYINENERGY/detail.php?id=67224

U.S. Energy Information Administration – U.S. Strategic Petroleum Reserve
https://www.eia.gov/dnav/pet/pet_stoc_typ_d_nus_SAS_mbbl_m.htm

Congressional Research Service – Iran: Background and U.S. Policy
https://www.congress.gov/crs-products/product/pdf/R/R47321

Council on Foreign Relations – Iran’s Regional Armed Network
https://www.cfr.org/articles/irans-regional-armed-network

Council on Foreign Relations – Iran’s Support of the Houthis: What to Know
https://www.cfr.org/articles/irans-support-houthis-what-know

U.S. Department of State – U.S. Policy on the Abraham Accords, Explained
https://www.youtube.com/watch?v=2B7gDtb_Dk4

La resa dei conti con la narrativa COVID è iniziata: il nuovo NIH di Bhattacharya cambia le regole del gioco

0

Dal gain-of-function al nuovo “pandemic playbook”: l’amministrazione Trump sta riscrivendo la politica sanitaria americana. Per i “cani da riporto” della controinformazione si apre un problema enorme

Per anni hanno costruito audience, carriere e narrazioni sull’idea di un sistema sanitario americano intoccabile: Fauci, NIH, OMS, gain-of-function, Big Pharma, lockdown e censura come tasselli di un apparato che, secondo loro, nessuno avrebbe mai potuto realmente scalfire.

Adesso quella narrazione deve fare i conti con una realtà molto più scomoda.

Alla guida del NIH c’è Jay Bhattacharya, uno dei più noti critici delle politiche pandemiche dell’era COVID. L’amministrazione Trump ha imposto nuove restrizioni alla ricerca gain-of-function ad alto rischio, ha avviato una revisione dell’approccio americano alle future pandemie, ha rimesso la sicurezza vaccinale al centro dell’agenda federale e ha portato avanti il distacco degli Stati Uniti dall’OMS.

Si può sostenere che non sia abbastanza. Si possono criticare le singole riforme. Si può dubitare della loro efficacia futura.

Ma diventa sempre più difficile sostenere contemporaneamente che “non cambia mai nulla”.

Ed è qui che per i cani da riporto della controinformazione si apre un problema enorme.

Perché se il sistema che per anni hanno descritto come onnipotente comincia realmente a essere modificato, bisogna riconoscere che qualcosa sta cambiando. Ma riconoscerlo significa mettere in discussione una delle merci più redditizie vendute al proprio pubblico: l’idea che qualunque cosa accada sia sempre una messinscena e che nessun cambiamento possa essere autentico.

Se Trump non interviene, è controllato.

Se interviene, è una messinscena.

Se il NIH non cambia, è Deep State.

Se cambia direzione, il nuovo vertice diventa immediatamente parte del Deep State.

Se gli Stati Uniti restano nell’OMS, è la prova del controllo globalista.

Se ne escono, “tanto non conta nulla”.

È una costruzione perfetta perché non può mai essere falsificata.

Ma proprio per questo smette di essere analisi.

Diventa propaganda.

La vera domanda, quindi, è ormai inevitabile: cosa racconteranno adesso?

Che non basta?

Che è tutta una recita?

Che Bhattacharya è improvvisamente diventato parte del sistema?

Oppure sposteranno semplicemente l’attenzione su un nuovo nemico, sperando che il pubblico dimentichi ciò che gli è stato raccontato per cinque anni?

Perché quando cambiano i fatti, chi fa informazione dovrebbe aggiornare la propria analisi.

Chi invece cambia continuamente la spiegazione pur di non cambiare mai la conclusione non sta cercando la verità: sta proteggendo una narrativa.

La resa dei conti con l’eredità politica, scientifica e istituzionale della pandemia non è più soltanto materia da talk show, podcast o commissioni parlamentari.

Negli Stati Uniti è entrata direttamente dentro le istituzioni.

Al centro di questa trasformazione c’è Jay Bhattacharya, medico, economista sanitario e professore di Stanford diventato uno dei più noti oppositori delle politiche di lockdown durante la pandemia. Il 1° aprile 2025 ha assunto ufficialmente la guida dei National Institutes of Health, dopo la nomina del presidente Donald Trump e la conferma del Senato.

Non è un dettaglio.

Bhattacharya non è più l’accademico che critica dall’esterno il sistema sanitario federale. Oggi dirige la principale agenzia pubblica americana per la ricerca biomedica.

Ed è precisamente questo passaggio che cambia la dimensione dello scontro.

Per anni il dibattito sul COVID è stato raccontato come una guerra tra “scienza” e “negazionismo”, tra istituzioni e dissidenti, tra esperti accreditati e persone considerate irresponsabili, complottiste o semplicemente incompetenti.

Oggi uno dei più celebri critici delle strategie pandemiche del 2020-2022 occupa il vertice del NIH.

E alcune delle idee che allora venivano considerate radicali sono diventate materia di politica pubblica.

1. Il colpo più pesante: stop al finanziamento federale del gain-of-function pericoloso

Il primo elemento non è un’opinione di Bhattacharya.

È un atto presidenziale.

Il 5 maggio 2025 Donald Trump ha firmato l’Executive Order 14292, intitolato “Improving the Safety and Security of Biological Research”.

L’ordine interviene direttamente sulla ricerca biologica ad alto rischio e sul cosiddetto dangerous gain-of-function.

La Casa Bianca definisce questo tipo di ricerca come quella capace di aumentare caratteristiche pericolose di agenti infettivi o tossine, per esempio incrementandone patogenicità, trasmissibilità, capacità di diffusione, resistenza alle contromisure mediche o capacità di eludere determinati sistemi di rilevamento.

L’amministrazione ha ordinato la cessazione dei finanziamenti federali destinati a ricerca gain-of-function pericolosa nei Paesi considerati problematici, tra cui Cina e Iran, nonché in altri Paesi nei quali gli Stati Uniti ritengano insufficienti i sistemi di supervisione.

Non solo.

Le agenzie federali hanno ricevuto maggiori strumenti per individuare e interrompere il finanziamento di attività biologiche ritenute potenzialmente pericolose per la salute pubblica, la sicurezza nazionale o la popolazione americana.

È una svolta enorme rispetto alla filosofia che aveva dominato una parte della preparazione pandemica.

Il principio dell’amministrazione Trump è radicalmente diverso:

non si può giustificare qualsiasi esperimento con la promessa che servirà a prevenire la prossima pandemia, se quello stesso esperimento può contribuire a crearne una.

Questo è il punto centrale.

Per anni il dibattito sul gain-of-function è stato avvelenato dalla battaglia terminologica.

Era gain-of-function?

Non era gain-of-function?

Rientrava nella definizione burocratica?

Era soltanto ricerca virologica avanzata?

Il nuovo approccio cerca di spostare la discussione dalla semantica al rischio concreto.

Se una ricerca può rendere un agente biologico significativamente più pericoloso, la domanda non deve essere soltanto se sia scientificamente interessante.

La domanda deve diventare:

vale davvero la pena correre quel rischio?

Il fantasma di Wuhan

Naturalmente, dietro questa svolta aleggia il gigantesco dibattito sull’origine del SARS-CoV-2.

L’origine della pandemia continua a essere oggetto di controversia e non esiste una dimostrazione definitiva universalmente accettata che stabilisca una fuga di laboratorio come causa del COVID-19.

Ma è altrettanto vero che l’ipotesi di un incidente di laboratorio non può più essere liquidata semplicemente come una fantasia complottista.

Ed è proprio il rischio di incidenti di laboratorio a costituire uno degli argomenti centrali utilizzati dall’amministrazione per giustificare la nuova politica.

La questione politica, quindi, va persino oltre Wuhan.

Anche senza dimostrare che il COVID sia nato da un incidente di laboratorio, resta una domanda legittima:

ha senso finanziare esperimenti che potrebbero aumentare artificialmente la pericolosità di determinati patogeni?

La risposta dell’attuale amministrazione americana è diventata molto più restrittiva.

2. Il vecchio “pandemic playbook” viene messo sotto accusa

Bhattacharya non si è limitato al gain-of-function.

Insieme a Matthew Memoli, principal deputy director del NIH, ha sostenuto pubblicamente che il mondo abbia bisogno di un nuovo modello di preparazione pandemica.

La critica è durissima.

Secondo Bhattacharya e Memoli, il paradigma sviluppato negli ultimi decenni ha investito enormi quantità di risorse nell’individuazione di potenziali patogeni, nello studio delle loro caratteristiche e nella preparazione anticipata di contromisure.

Il problema, secondo loro, è duplice.

Da una parte, manipolare e trasportare agenti biologici comporta inevitabilmente un rischio.

Dall’altra, tentare di prevedere quale patogeno provocherà la prossima pandemia è estremamente difficile.

Da qui nasce il concetto di un nuovo “pandemic playbook”.

E qui arriva il passaggio politicamente esplosivo.

Bhattacharya sostiene da anni che lockdown generalizzati, chiusure scolastiche e politiche indiscriminate abbiano imposto costi sociali enormi.

Non significa che ogni intervento adottato durante la pandemia fosse inutile o che tutte le restrizioni fossero equivalenti.

Significa che il rapporto costi-benefici deve diventare parte integrante della politica sanitaria.

Perché una misura sanitaria non produce soltanto effetti epidemiologici.

Produce conseguenze economiche.

Educative.

Psicologiche.

Sociali.

Sanitarie indirette.

La chiusura di una scuola non è soltanto una variabile dentro un modello epidemiologico.

Significa bambini che perdono mesi di istruzione.

Significa famiglie costrette a riorganizzare completamente la propria vita.

Significa isolamento.

Significa perdita di socializzazione.

Significa ritardi nell’apprendimento che possono trascinarsi per anni.

La lezione proposta dal nuovo vertice del NIH è quindi semplice:

la prossima pandemia non può essere affrontata come se esistesse soltanto il virus.

Esiste anche la società.

3. Vaccini: studiare benefici e danni non dovrebbe essere un tabù

Un altro cambiamento riguarda la sicurezza vaccinale.

Qui occorre essere precisi.

Parlare di ricerca sui danni da vaccino non significa sostenere che i vaccini siano generalmente dannosi.

E riconoscere l’esistenza di eventi avversi non significa dimostrare che ogni patologia comparsa dopo una vaccinazione sia stata causata dal vaccino.

È esattamente per distinguere correlazione e causalità che serve la ricerca.

Nel 2025 il Department of Health and Human Services ha ripristinato una task force federale dedicata alla sicurezza dei vaccini pediatrici prevista dal National Childhood Vaccine Injury Act.

A guidarla è stato chiamato proprio Bhattacharya.

L’obiettivo dichiarato è individuare strategie per rendere i vaccini più sicuri e ridurre frequenza e gravità degli eventi avversi.

Anche questo rappresenta un cambiamento culturale importante.

Il principio dovrebbe essere elementare:

se un vaccino produce grandi benefici, questi devono essere documentati. Se produce determinati eventi avversi, anche questi devono essere studiati.

Le due cose non sono incompatibili.

Anzi.

Una medicina realmente basata sulle evidenze dovrebbe essere interessata a entrambe.

Il problema durante il COVID è stato soprattutto comunicativo.

In alcuni momenti il dibattito pubblico ha assunto una struttura quasi binaria.

Da una parte chi difendeva i vaccini.

Dall’altra chi veniva percepito come “No Vax”.

In mezzo, pochissimo spazio.

Eppure la realtà scientifica è necessariamente più complessa.

Si possono riconoscere contemporaneamente l’efficacia di un vaccino contro determinati esiti e l’esistenza di eventi avversi rari ma reali.

Studiare questi ultimi non è propaganda antivaccinale.

È farmacovigilanza.

Ed è precisamente ciò che dovrebbe fare un sistema sanitario che vuole essere credibile.

4. La vera rivoluzione: riaprire il dibattito scientifico

Probabilmente il punto più importante dell’approccio Bhattacharya non riguarda nemmeno una singola terapia.

Riguarda il metodo.

Durante il COVID abbiamo sentito continuamente espressioni come:

“Trust the science”.

“Follow the science”.

“The science is settled”.

Ma la scienza non è un’autorità sacerdotale.

È un metodo.

E quel metodo vive attraverso il dubbio, la verifica, la replicazione dei risultati, la critica e il confronto tra ipotesi concorrenti.

Lo stesso Bhattacharya ha posto tra i problemi centrali del sistema scientifico americano quello della riproducibilità della ricerca.

Molti risultati pubblicati nella letteratura biomedica sono difficili da replicare.

Il peer review, da solo, non trasforma automaticamente un articolo scientifico in verità definitiva.

Ed è qui che la lezione del COVID diventa molto più grande del COVID.

Una società democratica non dovrebbe avere paura del dissenso scientifico.

Dovrebbe avere paura dell’opposto:

un sistema nel quale soltanto alcune domande possono essere poste.

Fauci e il problema della certezza

Anthony Fauci è inevitabilmente al centro di questa discussione.

Per decenni Fauci è stato uno degli uomini più potenti della sanità pubblica americana.

Durante la pandemia è diventato qualcosa di ancora più grande: un simbolo.

Per milioni di americani rappresentava la competenza scientifica in un momento di caos.

Per milioni di altri rappresentava invece l’arroganza di un apparato sanitario convinto di poter trasformare decisioni politiche discutibili in verità scientifiche incontestabili.

Il problema storico che dovrà essere affrontato non è soltanto:

Fauci aveva ragione o torto?

La domanda più interessante è:

con quale livello di certezza vennero comunicate informazioni che, in realtà, presentavano ancora margini significativi di incertezza?

Sono due cose molto diverse.

Uno scienziato può sbagliare.

È normale.

La scienza procede anche attraverso errori.

Il problema nasce quando una valutazione provvisoria viene trasformata in dogma e il dissenso viene trattato come disinformazione prima ancora che il dibattito sia concluso.

5. Anche l’ivermectina diventa una lezione sul metodo

L’ivermectina rappresenta forse l’esempio perfetto della degenerazione del dibattito pandemico.

Da una parte ci fu chi la trasformò quasi in una cura miracolosa.

Dall’altra chi trattò praticamente qualsiasi discussione sulla molecola come prova di irrazionalità.

Entrambe le posizioni possono diventare antiscientifiche.

La domanda corretta non dovrebbe mai essere:

“Chi sostiene questa terapia?”

Dovrebbe essere:

“Cosa mostrano gli studi migliori disponibili?”

Se una terapia funziona, deve emergere dai dati.

Se non funziona, deve emergere dai dati.

Se funziona soltanto in determinate condizioni, bisogna identificare quelle condizioni.

Questo è il metodo scientifico.

Non bannare una discussione.

Non ridicolizzare chi pone una domanda.

Non trasformare una molecola in un simbolo politico.

Il COVID ha mostrato cosa accade quando medicina, comunicazione e appartenenza politica finiscono dentro lo stesso frullatore.

6. I documenti pubblici devono appartenere al pubblico

C’è poi il capitolo della trasparenza.

Email, comunicazioni, documenti, decisioni amministrative e materiale prodotto nell’esercizio di funzioni pubbliche costituiscono una parte essenziale della ricostruzione storica della pandemia.

La questione va oltre Fauci.

Riguarda il principio secondo cui le istituzioni finanziate dai contribuenti devono essere sottoposte a controllo pubblico compatibilmente con le leggi sulla privacy, sulla sicurezza e sulla conservazione dei documenti.

Il COVID è stato probabilmente il più grande evento sanitario globale degli ultimi decenni.

Le decisioni prese in quel periodo hanno modificato la vita di miliardi di persone.

Scuole chiuse.

Attività economiche sospese.

Restrizioni agli spostamenti.

Campagne vaccinali gigantesche.

Pass sanitari.

Obblighi.

Censura o moderazione aggressiva delle piattaforme.

Scontri tra governi, medici, ricercatori e cittadini.

Quella storia non può essere ricostruita attraverso comunicati stampa.

Servono i documenti.

Servono le email.

Servono i verbali.

Servono i dati.

Servono le motivazioni delle decisioni.

La trasparenza non dovrebbe servire a organizzare processi sommari contro qualcuno.

Serve a capire.

E soprattutto serve a evitare di ripetere gli stessi errori.

7. Trump e la rottura con l’OMS

La trasformazione americana non riguarda soltanto il NIH.

Il 20 gennaio 2025 Trump ha firmato l’ordine per avviare nuovamente il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

L’ordine presidenziale ha disposto anche la sospensione dei futuri trasferimenti di fondi e risorse americane all’OMS e l’interruzione della partecipazione statunitense ai negoziati sul Pandemic Agreement durante il processo di uscita.

Anche qui possiamo discutere per anni se sia stata una scelta giusta o sbagliata.

Ma non possiamo sostenere che “non sia cambiato nulla”.

È cambiato eccome.

Gli Stati Uniti erano storicamente uno dei pilastri finanziari e politici dell’OMS.

La loro uscita modifica inevitabilmente gli equilibri della governance sanitaria internazionale.

La grande ironia della controinformazione

Ed eccoci al punto politicamente più interessante.

Per cinque anni una parte della cosiddetta controinformazione ha costruito un intero ecosistema sulla pandemia.

Fauci.

Wuhan.

Gain-of-function.

Big Pharma.

OMS.

Lockdown.

Vaccini.

Pass sanitari.

Censura.

Ogni giorno un nuovo video.

Ogni giorno una nuova diretta.

Ogni giorno una nuova rivelazione definitiva.

Molte critiche erano legittime.

Alcune domande che allora venivano ridicolizzate meritavano realmente di essere poste.

Altre affermazioni erano invece esagerate, indimostrate o semplicemente sbagliate.

Ma nel frattempo è accaduto qualcosa che rischia di mettere in crisi quella macchina narrativa.

Il bersaglio ha cominciato a cambiare.

Il NIH è guidato da Jay Bhattacharya.

Il finanziamento federale del dangerous gain-of-function è stato drasticamente limitato.

Il vecchio modello di preparazione pandemica è stato messo apertamente sotto accusa dai vertici NIH.

La sicurezza vaccinale è tornata al centro dell’agenda politica.

Gli Stati Uniti hanno avviato l’uscita dall’OMS.

La discussione sulla risposta alla pandemia è stata riaperta.

A quel punto nasce una domanda inevitabile.

Cosa faranno adesso i “cani da riporto” della controinformazione?

Per anni ci hanno spiegato che il sistema era onnipotente.

Che nessuno avrebbe potuto modificarlo.

Che Trump era controllato.

Che destra e sinistra erano soltanto due facce della stessa medaglia.

Che le elezioni non servivano a niente.

Che il Deep State avrebbe neutralizzato chiunque avesse provato a cambiare qualcosa.

Una narrativa perfetta.

Perché una teoria che considera qualsiasi evento una conferma della propria tesi non può mai essere smentita.

Se Trump non cambia qualcosa:

“Vedete? È controllato.”

Se Trump cambia qualcosa:

“È una messinscena.”

Se licenzia qualcuno:

“Metteranno un altro uomo del sistema.”

Se nomina Bhattacharya:

“Non basta.”

Se limita il gain-of-function:

“Lo faranno segretamente.”

Se esce dall’OMS:

“L’OMS non conta veramente.”

Il meccanismo diventa infallibile.

Ed è precisamente questo il problema.

Una controinformazione che non può mai essere smentita rischia di diventare identica alla propaganda che sostiene di combattere.

Quando il complotto diventa un modello di business

Il COVID non è stato soltanto una tragedia sanitaria.

È diventato un mercato dell’informazione.

Il mainstream ha prodotto audience.

La politica ha prodotto consenso.

Le piattaforme hanno prodotto traffico.

Big Pharma ha prodotto profitti.

Ma anche la controinformazione ha prodotto qualcosa:

visualizzazioni, abbonamenti, donazioni, notorietà e carriere.

Non c’è nulla di male nel guadagnare producendo informazione.

Il problema nasce quando la sopravvivenza economica del narratore dipende dalla sopravvivenza permanente dell’emergenza.

Se per cinque anni hai spiegato al tuo pubblico che esiste una macchina onnipotente e immutabile, cosa accade quando alcune parti di quella macchina vengono effettivamente modificate?

Devi riconoscerlo.

Oppure devi inventare un livello superiore del complotto.

Ed è qui che comincia il cortocircuito.

Non significa che “Trump ha sistemato tutto”

Sarebbe altrettanto propagandistico sostenere l’opposto.

Il sistema sanitario americano resta gigantesco.

Gli interessi economici nell’industria farmaceutica non sono scomparsi.

I conflitti di interesse non sono magicamente evaporati.

Il NIH continua a essere una macchina burocratica enorme.

Le aziende farmaceutiche mantengono un peso economico e politico straordinario.

La discussione sull’origine del COVID resta aperta.

Molte delle riforme annunciate dovranno essere giudicate sulla base dei risultati concreti.

E alcune decisioni dell’amministrazione Trump in campo sanitario sono duramente contestate da ricercatori, associazioni mediche e specialisti di sanità pubblica, che temono che il nuovo corso possa indebolire programmi vaccinali e capacità di risposta alle epidemie.

Queste critiche non devono essere censurate.

Devono essere discusse.

Esattamente come avrebbero dovuto essere discusse le critiche ai lockdown nel 2020.

Questa è la differenza tra informazione e propaganda.

Il processo è iniziato, non concluso

Il punto quindi non è proclamare la vittoria.

È riconoscere che qualcosa è cambiato.

E negarlo sarebbe intellettualmente disonesto.

Jay Bhattacharya dirige il NIH.

Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo contro il dangerous gain-of-function.

La strategia pandemica americana è sottoposta a una revisione profonda.

La sicurezza vaccinale è diventata nuovamente un tema istituzionale esplicito.

Il rapporto americano con l’OMS è stato spezzato.

Sono fatti politici e amministrativi.

Poi possiamo discutere se siano sufficienti.

Possiamo discutere se funzioneranno.

Possiamo discutere delle conseguenze impreviste.

Possiamo discutere se alcune scelte siano scientificamente fondate.

Ma non possiamo contemporaneamente sostenere che il sistema sia assolutamente immutabile e ignorare ogni cambiamento quando avviene.

La domanda che nessuno vuole fare

Ed eccoci alla vera resa dei conti.

Non soltanto quella con Fauci.

Non soltanto quella con il NIH.

Non soltanto quella con l’OMS.

La resa dei conti riguarda anche chi, per anni, ha costruito la propria identità sull’idea che dietro ogni evento esista necessariamente lo stesso burattinaio.

Perché se tutto è Deep State, niente è più analizzabile.

Se tutti sono controllati, nessuna differenza politica conta.

Se qualsiasi riforma è automaticamente una messinscena, nessuna prova potrà mai cambiare la teoria.

Questa non è analisi.

È fede.

E la fede, quando si traveste da controinformazione, diventa semplicemente propaganda con il segno opposto.

La pandemia dovrebbe averci insegnato almeno una cosa:

nessuno deve possedere la verità per decreto.

Non Fauci.

Non il NIH.

Non Big Pharma.

Non Donald Trump.

Non Robert Kennedy Jr.

E nemmeno gli influencer della controinformazione.

I dati devono poter essere verificati.

Le decisioni devono poter essere contestate.

Gli errori devono poter essere riconosciuti.

Le teorie devono poter essere smentite.

Altrimenti non stiamo facendo informazione.

Stiamo soltanto scegliendo quale dogma seguire.

I fatti restano

La resa dei conti con la narrativa COVID, dunque, non significa riscrivere automaticamente tutto ciò che è accaduto dal 2020.

Significa qualcosa di molto più importante.

Significa riaprire i fascicoli.

Riesaminare le decisioni.

Studiare benefici e danni.

Verificare i finanziamenti.

Rendere accessibili i documenti pubblici.

Separare ciò che sappiamo da ciò che supponiamo.

E soprattutto impedire che il prossimo evento sanitario venga gestito attraverso la stessa miscela esplosiva di paura, politica, interessi economici, comunicazione assolutistica e censura del dissenso.

Il nuovo corso americano sarà un successo?

È troppo presto per dirlo.

Ma sostenere che nulla sia cambiato significa chiudere gli occhi davanti ai provvedimenti già adottati.

Ed è qui che la controinformazione deve decidere cosa vuole diventare.

Uno strumento per controllare il potere?

Oppure un’industria che ha bisogno che il potere sia eternamente invincibile per continuare a vendere la propria narrativa?

Perché quando cambiano i fatti, dovrebbe cambiare anche l’analisi.

Chi continua a ripetere la stessa storia indipendentemente dai fatti non sta cercando la verità.

Sta difendendo un prodotto.

E i fatti, a differenza delle narrative, non hanno bisogno di like per esistere.


FONTI E APPROFONDIMENTI

National Institutes of Health – Biografia ufficiale di Jay Bhattacharya
https://www.nih.gov/about-nih/nih-director

Casa Bianca – Executive Order 14292, “Improving the Safety and Security of Biological Research”, 5 maggio 2025
https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/05/improving-the-safety-and-security-of-biological-research/

Casa Bianca – Fact Sheet sulla sicurezza della ricerca biologica e sul dangerous gain-of-function
https://www.whitehouse.gov/fact-sheets/2025/05/fact-sheet-president-donald-j-trump-achieves-improved-safety-and-security-of-biological-research/

Casa Bianca – Ordine sul ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, 20 gennaio 2025
https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/01/withdrawing-the-united-states-from-the-worldhealth-organization/

Jay Bhattacharya e Matthew Memoli – “The World Needs a New Pandemic Playbook”, City Journal
https://www.city-journal.org/article/nih-jay-bhattacharya-covid-pandemic-lab/

NIH – Attività e comunicazioni ufficiali dell’agenzia
https://www.nih.gov/

Reuters – Ripristino della Task Force federale sulla sicurezza dei vaccini pediatrici
https://www.reuters.com/business/healthcare-pharmaceuticals/us-health-department-reinstates-task-force-safer-childhood-vaccines-2025-08-14/

Casa Bianca – Documenti e Presidential Actions dell’amministrazione Trump
https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/

Cuba, superpotenza dello spionaggio e laboratorio del fallimento socialista

0

Le dichiarazioni di Marco Rubio, le infiltrazioni nell’apparato americano e il paradosso di un regime capace di proiettare potere all’estero mentre la propria economia sprofonda

2 agosto 2026

Cuba è uno dei più grandi paradossi geopolitici dell’ultimo mezzo secolo.

Un’isola relativamente piccola, con risorse economiche limitate e attraversata oggi da una delle crisi più profonde dalla rivoluzione del 1959, è riuscita per decenni a esercitare un’influenza internazionale enormemente superiore al proprio peso economico.

Non attraverso la ricchezza.

Non attraverso una superiorità tecnologica.

Non attraverso la forza di un gigantesco apparato industriale.

Ma attraverso intelligence, ideologia, diplomazia, reti politiche, operazioni clandestine e una straordinaria capacità di inserirsi nelle fratture politiche degli avversari.

È questo il punto centrale sollevato dal segretario di Stato americano Marco Rubio parlando di Cuba nell’agosto 2026.

Secondo Rubio, l’errore commesso frequentemente negli Stati Uniti consiste nel giudicare L’Avana soltanto attraverso le sue dimensioni economiche e demografiche. Se osservata da quella prospettiva, Cuba appare inevitabilmente come un attore marginale.

Ma se il parametro diventa la capacità di intelligence e di influenza politica, il quadro cambia radicalmente.

Rubio ha sintetizzato il concetto definendo Cuba, nel campo dello spionaggio e delle operazioni d’influenza, una vera e propria “superpotenza”.

Può sembrare un’esagerazione politica.

La storia dell’intelligence americana suggerisce però che il problema non possa essere liquidato come semplice retorica.

Per comprenderlo bastano due nomi.

Ana Belén Montes.

Victor Manuel Rocha.

Due casi differenti, separati nel tempo, ma accomunati da un elemento impressionante: la capacità dell’intelligence cubana di penetrare per lunghi periodi strutture estremamente sensibili dello Stato americano.


Ana Belén Montes: la spia nel cuore dell’intelligence militare americana

Il caso di Ana Belén Montes rimane uno degli esempi più clamorosi della capacità operativa dell’intelligence cubana.

Montes lavorava alla Defense Intelligence Agency, la DIA, l’agenzia del Pentagono incaricata dell’intelligence militare.

Non era una funzionaria marginale.

Era diventata una delle principali esperte americane di Cuba.

In altre parole, una persona alla quale Washington affidava il compito di analizzare Cuba stava segretamente lavorando proprio per Cuba.

Secondo la ricostruzione ufficiale dell’FBI, il reclutamento avvenne negli anni Ottanta.

Nel 1984 Montes lavorava presso il Dipartimento di Giustizia e manifestava apertamente la propria opposizione alla politica americana in America Centrale. Le sue convinzioni attirarono l’attenzione di persone collegate agli interessi cubani.

Poco dopo accettò di collaborare.

Nel 1985 entrò alla DIA.

Da quel momento cominciò una delle più gravi penetrazioni dell’intelligence statunitense contemporanea.

Il sistema utilizzato era sorprendentemente semplice.

Montes evitava di sottrarre fisicamente documenti dagli uffici. Memorizzava le informazioni classificate, le ricostruiva successivamente a casa e le trasferiva attraverso sistemi concordati con i suoi contatti.

Le comunicazioni comprendevano messaggi cifrati trasmessi attraverso onde corte.

Per anni il sistema funzionò.

L’FBI afferma inoltre che Montes contribuì deliberatamente a distorcere le valutazioni del governo americano su Cuba.

La questione quindi non riguardava soltanto il furto di informazioni.

Un agente infiltrato all’interno di un apparato di analisi può produrre un effetto ancora più importante: influenzare il modo nel quale il decisore interpreta l’avversario.

Ed è qui che intelligence e influenza politica finiscono per sovrapporsi.

Montes riconobbe inoltre di aver rivelato le identità di quattro ufficiali americani sotto copertura operanti a Cuba.

Il suo movente rende il caso ancora più significativo.

Non fu il denaro.

Secondo l’FBI, Montes agì essenzialmente per convinzione ideologica.

Dopo l’arresto del settembre 2001 si dichiarò colpevole e nel 2002 venne condannata a 25 anni di carcere.

Il caso Montes dimostra una caratteristica fondamentale del modello cubano: la capacità di utilizzare l’affinità ideologica come strumento di reclutamento.

Un Paese povero può non avere le risorse economiche delle grandi potenze.

Ma un servizio di intelligence non ha necessariamente bisogno di comprare tutti i propri agenti.

Può reclutarli attraverso convinzioni politiche, risentimenti, identità ideologiche e opposizione alla politica del proprio Paese.

È un capitale completamente diverso dal denaro.

E L’Avana ha dimostrato storicamente di saperlo utilizzare.


Victor Manuel Rocha: quarant’anni dentro il sistema americano

Se il caso Montes è impressionante, quello di Victor Manuel Rocha rende ancora più difficile considerare l’intelligence cubana come un fenomeno marginale.

Rocha non era un semplice impiegato pubblico.

Aveva costruito una lunga carriera diplomatica americana.

Aveva lavorato al Dipartimento di Stato.

Aveva prestato servizio nel National Security Council tra il 1994 e il 1995.

Era stato ambasciatore degli Stati Uniti in Bolivia dal 2000 al 2002.

Eppure, secondo il Dipartimento di Giustizia americano, aveva segretamente agito per decenni come agente del governo cubano.

Nell’aprile 2024 Rocha si è dichiarato colpevole di due capi d’accusa relativi alla sua attività clandestina e un giudice federale lo ha condannato alla pena massima prevista per quei reati: 15 anni di carcere, oltre a una multa di 500.000 dollari e altre sanzioni.

Il Dipartimento di Giustizia parlò esplicitamente di oltre quattro decenni di tradimento e inganno.

Quattro decenni.

È questa durata a rendere il caso straordinario.

Significa che l’apparato cubano è stato capace di coltivare un rapporto clandestino mentre Rocha attraversava differenti amministrazioni americane, differenti equilibri geopolitici e persino la fine della Guerra Fredda.

Cadeva il Muro di Berlino.

Scompariva l’Unione Sovietica.

Cambiavano i presidenti americani.

Mutavano le priorità strategiche di Washington.

Il rapporto clandestino attribuito a Rocha continuava.

La questione fondamentale non è quindi soltanto quanti segreti possano essere stati trasmessi.

La domanda più inquietante è un’altra:

quante decisioni, valutazioni, reti personali e dinamiche istituzionali può osservare dall’interno un uomo che trascorre decenni nel sistema diplomatico e di sicurezza della principale potenza mondiale?


Non soltanto spionaggio: la strategia dell’influenza

Limitare l’analisi cubana allo spionaggio tradizionale sarebbe però un errore.

La grande specialità sviluppata dalla Cuba rivoluzionaria è stata la combinazione tra intelligence e influenza politica.

Durante la Guerra Fredda L’Avana non si concepiva semplicemente come uno Stato caraibico.

La rivoluzione castrista si presentava come parte di un movimento rivoluzionario internazionale.

Cuba diventò progressivamente un punto di riferimento per organizzazioni rivoluzionarie, movimenti marxisti e formazioni guerrigliere.

Questo progetto fu particolarmente evidente in America Latina.

Uno dei principali strumenti fu il Departamento América del Partito Comunista Cubano, associato soprattutto alla figura di Manuel Piñeiro, uno degli uomini chiave dell’apparato rivoluzionario cubano.

La strategia non rimase confinata alla propaganda.

Durante differenti fasi della Guerra Fredda Cuba fornì addestramento, collegamenti, sostegno politico e in alcuni casi assistenza materiale a movimenti rivoluzionari latinoamericani.

La stessa documentazione storica americana dimostra però che questa politica non rimase identica nel tempo.

Un memorandum interagenzia statunitense del novembre 1974, oggi declassificato, osservava per esempio che il sostegno cubano diretto alla rivoluzione armata latinoamericana si era notevolmente ridotto rispetto agli anni Sessanta.

Il documento aggiungeva tuttavia un elemento significativo: Cuba manteneva nella regione un numero considerevole di ufficiali dell’intelligence, maggiormente concentrati sullo spionaggio e sulla promozione degli interessi cubani attraverso strumenti aperti e clandestini.

Questo passaggio è importante.

L’Avana aveva compreso che la rivoluzione non doveva necessariamente essere esportata soltanto attraverso il guerrigliero armato.

Poteva essere promossa anche attraverso politica, diplomazia, organizzazioni, propaganda e intelligence.

Era un’evoluzione tattica, non necessariamente la rinuncia all’influenza.


Nicaragua: il successo sandinista

Il Nicaragua rappresentò uno dei casi più importanti della proiezione cubana.

Il Frente Sandinista de Liberación Nacional sviluppò per anni rapporti con Cuba prima della caduta del regime di Anastasio Somoza nel 1979.

Dopo la vittoria sandinista, la relazione con L’Avana diventò ancora più profonda.

Cuba fornì consiglieri, personale, cooperazione nel campo della sicurezza, istruzione e assistenza istituzionale.

Per Washington, il Nicaragua sandinista rappresentava la dimostrazione che l’influenza rivoluzionaria cubana poteva ottenere risultati concreti nel continente americano.

L’Avana non aveva bisogno di annettere territori.

Le bastava contribuire alla nascita di governi ideologicamente e strategicamente vicini.


El Salvador e la guerra rivoluzionaria

Un’altra area centrale fu El Salvador.

Durante la guerra civile, il Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional divenne una delle principali organizzazioni rivoluzionarie dell’America Centrale.

Il sostegno esterno alla guerriglia salvadoregna divenne uno degli elementi della contrapposizione regionale della Guerra Fredda.

Cuba svolse un ruolo nella rete politica e logistica rivoluzionaria regionale, sebbene intensità, modalità e periodi del sostegno vadano distinti e non ridotti alla formula semplicistica secondo cui ogni movimento latinoamericano fosse direttamente comandato dall’Avana.

È proprio questa distinzione che rende l’analisi più credibile.

Cuba non controllava automaticamente tutta la sinistra rivoluzionaria latinoamericana.

Ma rappresentò per decenni un centro di formazione, collegamento e legittimazione internazionale di una parte significativa di essa.


Colombia: una relazione più complessa

Anche la Colombia entrò nella lunga storia delle relazioni tra Cuba e i movimenti rivoluzionari latinoamericani.

Le FARC e altre organizzazioni guerrigliere appartenevano a un ecosistema ideologico nel quale la rivoluzione cubana rappresentava un precedente fondamentale.

Successivamente Cuba avrebbe svolto anche un ruolo differente, ospitando negoziati di pace tra il governo colombiano e le FARC.

Questo dimostra la capacità dell’Avana di trasformare progressivamente il proprio ruolo: da esportatore della rivoluzione a interlocutore diplomatico capace di utilizzare le relazioni costruite durante decenni di attività politica.

È precisamente questa continuità delle reti a rendere Cuba geopoliticamente più importante di quanto suggeriscano il suo PIL o la sua popolazione.


Il grande paradosso cubano

Arriviamo così alla contraddizione centrale.

Cuba è stata molto più efficace nel costruire un apparato di intelligence e influenza internazionale che nel costruire un’economia capace di garantire prosperità ai propri cittadini.

Ed è probabilmente questo il dato politicamente più significativo.

Un sistema capace di mantenere agenti per decenni dentro strutture americane estremamente sensibili non è riuscito, dopo oltre sessant’anni di rivoluzione, a garantire un sistema energetico affidabile alla propria popolazione.

Un regime capace di proiettare influenza dall’America Latina all’Africa non è riuscito a impedire il collasso di alcuni dei settori produttivi che un tempo rappresentavano il simbolo stesso dell’economia cubana.


Cuba prima della rivoluzione: attenzione ai miti, ma era un’economia relativamente prospera

Su questo punto è necessario evitare anche una semplificazione diffusa nel campo anticomunista.

La Cuba di Batista non era un paradiso.

Esistevano fortissime disuguaglianze sociali, povertà rurale, autoritarismo politico e una notevole dipendenza economica dagli Stati Uniti.

Negarlo sarebbe storicamente scorretto.

Ma è altrettanto scorretto descrivere la Cuba prerivoluzionaria come un Paese economicamente arretrato rispetto all’intera America Latina.

Gli studi storici sul reddito cubano mostrano che l’isola era una economia a medio reddito relativamente prospera e che, alla vigilia della rivoluzione, il suo reddito pro capite si collocava tra i livelli elevati della regione.

Alcune ricostruzioni stimano il reddito cubano pre-rivoluzionario intorno al 30% di quello americano e tra il 50 e il 60% dei livelli europei dell’epoca.

Il problema, dunque, non è sostenere che Castro abbia distrutto un paradiso.

Il punto è differente:

Cuba partiva da condizioni economiche relativamente favorevoli rispetto a gran parte dell’America Latina e non è riuscita a trasformarle in una traiettoria duratura di convergenza con le economie più avanzate.


Il disastro dello zucchero

Nessun settore racconta meglio questo declino dell’industria dello zucchero.

Per generazioni lo zucchero è stato sinonimo di Cuba.

L’isola disponeva di infrastrutture, competenze, terreni e un sistema produttivo costruito intorno alla canna da zucchero.

Durante i decenni successivi alla rivoluzione la produzione raggiunse in alcuni periodi diversi milioni di tonnellate l’anno, sostenuta anche dalla relazione privilegiata con l’Unione Sovietica.

Ma quel modello nascondeva una vulnerabilità enorme.

Mosca comprava zucchero cubano a condizioni politicamente favorevoli e forniva petrolio, credito e assistenza.

Quando l’Unione Sovietica crollò, Cuba perse il principale sostegno esterno del proprio sistema economico.

Il risultato fu devastante.

La produzione zuccheriera è progressivamente precipitata.

Impianti chiusi.

Campi abbandonati.

Macchinari obsoleti.

Mancanza di carburante.

Scarsità di fertilizzanti.

Bassa produttività.

Un settore che rappresentava uno dei pilastri storici dell’isola si è ridotto a una frazione della propria capacità precedente.


Il sistema elettrico che non riesce più a tenere accese le luci

Ancora più visibile è la crisi energetica.

Negli ultimi anni Cuba ha subito ripetuti collassi della rete elettrica nazionale.

In diverse aree dell’isola sono stati documentati blackout quotidiani superiori alle dieci ore e, nelle fasi peggiori, interruzioni ancora più lunghe.

La crisi deriva da una combinazione di fattori:

centrali termoelettriche obsolete;

scarsa manutenzione;

mancanza di valuta;

carenza di combustibile;

riduzione delle forniture esterne;

sanzioni americane;

inefficienze strutturali dell’apparato economico.

Nel luglio 2026 Reuters descriveva una situazione caratterizzata da blackout, carenza nazionale di carburante, trasporto pubblico fortemente compromesso e perfino riduzione dell’anno scolastico.

Il dato politicamente più interessante è ciò che sta facendo lo stesso governo cubano.

Nel 2026 L’Avana ha iniziato ad ampliare gli spazi concessi all’impresa privata, all’importazione privata e all’utilizzo economico di capitali non statali.

Sono state annunciate 176 misure di riforma.

Sono state allentate decine di restrizioni alle attività private.

Sono state aperte nuove possibilità nel commercio, nel turismo, nell’agricoltura e perfino in alcuni servizi.

È difficile immaginare una confessione economica più significativa.

Dopo decenni trascorsi a sostenere la superiorità della pianificazione socialista, il regime cerca ossigeno proprio attraverso una parziale restituzione di spazio al mercato.


Ma l’embargo esiste e conta

Qui occorre essere intellettualmente seri.

Attribuire ogni problema economico cubano esclusivamente al socialismo sarebbe semplicistico.

Le sanzioni americane hanno effetti reali.

Limitano transazioni finanziarie, commercio, investimenti, accesso al credito e approvvigionamenti.

Nel 2026 la pressione americana sul settore energetico cubano ha ulteriormente aggravato una situazione già estremamente fragile.

Lo stesso dibattito accademico sull’impatto dell’embargo rimane aperto.

Alcuni studi attribuiscono la maggior parte della divergenza economica cubana alle istituzioni socialiste e alla pianificazione centralizzata; altri contestano queste stime e sostengono che l’embargo possa spiegare una quota molto maggiore della sottoperformance economica.

Affermare che l’embargo non conta sarebbe quindi scorretto.

Ma sarebbe altrettanto scorretto utilizzarlo come spiegazione universale.

L’embargo non spiega da solo la bassa produttività agricola.

Non spiega integralmente decenni di restrizioni all’impresa privata.

Non spiega perché il governo cubano abbia impedito o limitato a lungo l’accumulazione privata di capitale.

E soprattutto non spiega perché, quando il sistema entra in crisi, la risposta scelta dallo stesso governo sia reintrodurre progressivamente meccanismi di mercato.


Il problema fondamentale: gli incentivi

È qui che il caso cubano diventa interessante oltre Cuba.

Un’economia non è semplicemente una quantità di fabbriche, lavoratori e materie prime.

È soprattutto un sistema di incentivi.

Chi decide cosa produrre?

Chi rischia il capitale?

Chi beneficia dell’innovazione?

Chi subisce il costo dell’errore?

Quali informazioni determinano prezzi e investimenti?

Nella pianificazione centralizzata molte di queste decisioni vengono trasferite dal mercato all’apparato politico e burocratico.

Il risultato può funzionare relativamente bene in alcuni settori nei quali lo Stato concentra enormi risorse.

Ma l’economia complessiva è infinitamente più complessa.

Milioni di persone prendono ogni giorno miliardi di decisioni.

Prezzi, salari, consumi, risparmi, investimenti e aspettative trasmettono informazioni impossibili da raccogliere integralmente in un centro amministrativo.

Quando il prezzo perde la propria funzione informativa e il profitto viene trasformato principalmente in sospetto politico, il sistema perde progressivamente la capacità di allocare capitale in maniera efficiente.

Cuba rappresenta uno degli esperimenti più longevi di questo modello nell’emisfero occidentale.


Venezuela: quando il modello incontra il petrolio

Il Venezuela costituisce un altro caso fondamentale.

A prima vista avrebbe dovuto essere impossibile replicare il dramma cubano.

Il Venezuela possiede alcune delle maggiori riserve petrolifere del pianeta.

Durante il boom delle materie prime Hugo Chávez disponeva inoltre di enormi entrate.

Il governo utilizzò una parte significativa di quelle risorse per programmi sociali, sussidi e redistribuzione.

Ma contemporaneamente aumentò il controllo politico sull’economia, moltiplicò nazionalizzazioni ed espropri, impose controlli valutari e dei prezzi e indebolì progressivamente le istituzioni economiche.

La produzione petrolifera diminuì.

Gli investimenti crollarono.

Il sistema produttivo si deteriorò.

Poi arrivarono anche sanzioni esterne, che contribuirono ad aggravare ulteriormente la crisi.

Ma il deterioramento venezuelano era già iniziato prima delle misure più severe.

Il risultato sociale rimane impressionante.

Secondo UNHCR, alla fine del 2025 quasi 7,9 milioni di venezuelani avevano lasciato il Paese.

È uno dei più grandi esodi contemporanei al di fuori di una guerra convenzionale.

Una nazione seduta sopra enormi riserve energetiche è diventata una delle principali sorgenti mondiali di emigrazione.


Cuba e Venezuela: un rapporto che va oltre l’ideologia

Il rapporto tra Cuba e Venezuela non fu soltanto simbolico.

Dopo l’arrivo di Chávez al potere, Caracas divenne il principale sostegno economico dell’Avana dopo la fine dell’Unione Sovietica.

Petrolio venezuelano arrivava a Cuba a condizioni favorevoli.

Cuba forniva in cambio medici, personale tecnico e cooperazione in diversi settori.

Ma la relazione comprendeva anche una profonda cooperazione politica e di sicurezza.

Per L’Avana il Venezuela rappresentò una straordinaria vittoria geopolitica.

A pochi decenni dalla fine dell’URSS, Cuba aveva trovato un nuovo grande partner ideologico dotato di immense risorse petrolifere.

Per anni sembrò la dimostrazione che il progetto rivoluzionario latinoamericano potesse rinascere.

Oggi il bilancio appare molto diverso.

Milioni di venezuelani sono emigrati.

Cuba affronta una crisi economica ed energetica drammatica.

E i due Paesi che avrebbero dovuto dimostrare la superiorità del nuovo socialismo latinoamericano sono diventati invece esempi delle fragilità strutturali dei sistemi fortemente politicizzati e centralizzati.


Nicaragua: dalla rivoluzione alla concentrazione del potere

Il Nicaragua completa un quadro regionale ancora più significativo.

Daniel Ortega, protagonista storico della rivoluzione sandinista, è tornato al potere nel 2007.

Nel tempo il sistema politico nicaraguense ha subito una progressiva concentrazione del potere.

Organizzazioni internazionali e organismi delle Nazioni Unite hanno documentato repressione dell’opposizione, restrizioni alle libertà civili e persecuzione di organizzazioni indipendenti.

La traiettoria politica mostra una dinamica ricorrente nei sistemi rivoluzionari:

la rivoluzione nasce promettendo di liberare il popolo dalle élite;

costruisce un apparato per difendere la rivoluzione;

l’apparato accumula potere;

chi controlla l’apparato finisce per identificare la propria permanenza al potere con la sopravvivenza stessa della rivoluzione.

A quel punto contestare il governo significa contestare il sistema.

E contestare il sistema può essere trasformato in un atto contro lo Stato.


Il vero prodotto di esportazione cubano

Per decenni si è parlato di zucchero, sigari, rum e successivamente di medici.

Ma il prodotto geopolitico più importante esportato dalla Cuba rivoluzionaria è probabilmente un altro:

un metodo di organizzazione del potere.

Un sistema fondato su alcuni elementi ricorrenti:

centralizzazione politica;

controllo dell’informazione;

apparati di sicurezza molto sviluppati;

mobilitazione ideologica;

costruzione di reti internazionali;

capacità di intelligence;

identificazione tra partito, Stato e rivoluzione.

Questa struttura aiuta a spiegare un paradosso apparentemente incomprensibile.

Come può uno Stato incapace di garantire elettricità continua alla propria popolazione costruire uno dei servizi di intelligence più efficaci dell’emisfero?

La risposta è semplice.

Le priorità di un regime non coincidono necessariamente con quelle dei cittadini.

Una democrazia viene giudicata dagli elettori anche attraverso reddito, servizi, occupazione e qualità della vita.

Un sistema autoritario deve prima di tutto garantire la propria sopravvivenza.

E per sopravvivere ha bisogno di sicurezza interna, intelligence, controllo dell’informazione e capacità di neutralizzare minacce interne ed esterne.

Da questo punto di vista, l’apparente contraddizione cubana scompare.

Il sistema non ha fallito in tutto.

Ha fallito soprattutto dove il cittadino avrebbe avuto bisogno che avesse successo.


Perché Rubio parla di “superpotenza”

È quindi possibile comprendere meglio le parole di Marco Rubio.

Definire Cuba una superpotenza economica sarebbe assurdo.

Definirla una superpotenza militare sarebbe altrettanto improprio.

Ma parlare di una potenza dell’intelligence e dell’influenza significa misurare una capacità differente.

Ana Belén Montes arrivò al cuore della DIA.

Victor Manuel Rocha attraversò per decenni la diplomazia americana e il National Security Council.

La storia della Guerra Fredda documenta l’attività cubana nell’addestramento e nel sostegno di movimenti rivoluzionari.

La documentazione americana declassificata dimostra inoltre che, quando L’Avana ridusse il sostegno diretto alla guerriglia, mantenne una considerevole presenza di intelligence dedicata allo spionaggio e alla promozione clandestina dei propri interessi.

Questi sono fatti.

Si può discutere sulla definizione di “superpotenza”.

È molto più difficile negare la straordinaria efficacia dell’apparato cubano rispetto alle risorse disponibili.


Il paradosso finale: bravissimi a difendere il sistema, incapaci di farlo prosperare

Ed eccoci al punto fondamentale.

Dopo più di sessant’anni la rivoluzione cubana può rivendicare una longevità politica eccezionale.

È sopravvissuta a Eisenhower.

A Kennedy.

Alla Baia dei Porci.

Alla crisi dei missili.

A Reagan.

Alla caduta dell’Unione Sovietica.

Al “Periodo Especial”.

Alle aperture di Obama.

Al ritorno delle sanzioni.

A Fidel Castro.

E continua a esistere.

Dal punto di vista della sopravvivenza del regime, è difficile parlare di fallimento.

Il sistema ha dimostrato una capacità straordinaria di preservare se stesso.

Il problema è un altro.

Che cosa è successo nel frattempo al Paese?

Il settore zuccheriero è collassato.

La rete energetica è diventata cronicamente fragile.

La scarsità di carburante paralizza periodicamente trasporti e produzione.

L’emigrazione ha assunto dimensioni enormi.

Il governo è stato costretto ad ampliare gli spazi dell’impresa privata.

E nel 2026, dopo oltre sei decenni di rivoluzione socialista, L’Avana sta cercando di rianimare la propria economia attraverso una maggiore apertura proprio a quegli strumenti di mercato che il sistema rivoluzionario aveva per generazioni guardato con sospetto.

Questo è il vero verdetto storico.


Un apparato efficiente dentro un’economia inefficiente

Cuba obbliga quindi a distinguere due concetti che vengono spesso confusi.

Uno Stato forte non è necessariamente una società prospera.

Uno Stato può possedere un eccellente servizio di intelligence e contemporaneamente un pessimo sistema produttivo.

Può essere efficiente nel controllare e inefficiente nel produrre.

Può essere straordinariamente competente nella propria conservazione e disastrosamente inefficiente nella creazione di ricchezza.

Ed è precisamente questo che rende Cuba un caso di studio così importante.

La rivoluzione castrista ha dimostrato che un piccolo Paese può esercitare un’enorme influenza geopolitica quando concentra risorse, ideologia e intelligence su obiettivi strategici.

Ma ha dimostrato contemporaneamente il prezzo pagato quando la politica pretende di sostituirsi sistematicamente agli incentivi economici e alla libertà individuale.


La lezione cubana

Il vero confronto non è quindi tra propaganda americana e propaganda cubana.

È tra risultati.

Dopo oltre sessant’anni non esiste più l’alibi del tempo.

Non siamo davanti a un esperimento appena iniziato.

Generazioni intere sono nate, cresciute e invecchiate sotto il sistema rivoluzionario.

Cuba ha avuto il sostegno economico sovietico.

Ha avuto il petrolio venezuelano.

Ha costruito relazioni con Cina, Russia, Europa, Canada e gran parte dell’America Latina.

Ha subito contemporaneamente un embargo americano reale e pesante, che deve essere incluso in qualunque valutazione seria.

Ma dopo aver considerato tutte queste variabili rimane una domanda difficilmente evitabile:

perché un sistema che si presenta da oltre sessant’anni come alternativa superiore al capitalismo è oggi costretto ad allentare i propri controlli economici per permettere a imprese private e capitale esterno di fare ciò che l’apparato statale non riesce più a garantire?

È questa la domanda che la propaganda non può cancellare.


Cuba: il successo del regime e il fallimento del modello

Forse la definizione più precisa della storia cubana è proprio questa.

Il regime è stato un successo nella conservazione del potere.

Il modello economico è stato un fallimento nella produzione di prosperità.

Sono due giudizi che possono coesistere.

E spiegano il paradosso evidenziato da Marco Rubio.

L’isola che fatica a mantenere accese le proprie centrali elettriche è riuscita a infiltrare uomini e donne dentro alcuni dei più delicati apparati della superpotenza americana.

Il Paese che ha visto crollare la propria industria dello zucchero ha costruito reti politiche e diplomatiche estese su più continenti.

Il governo che oggi deve liberalizzare pezzi della propria economia ha saputo preservare il proprio sistema politico per più di sessant’anni.

Non è una contraddizione.

È il risultato delle priorità.

Cuba ha investito enormemente nella sopravvivenza della rivoluzione.

Intelligence.

Sicurezza.

Ideologia.

Influenza.

Controllo politico.

La prosperità economica è rimasta indietro.

Ed è forse questa la lezione più importante dell’intera vicenda cubana.

Un sistema politico può sopravvivere molto più a lungo del modello economico sul quale sostiene di fondare la propria legittimità.

Può persino diventare estremamente sofisticato nel proteggere se stesso mentre la società che governa diventa progressivamente più povera.

Le storie di Ana Belén Montes e Victor Manuel Rocha dimostrano che sottovalutare l’intelligence cubana sarebbe ingenuo.

I blackout, la crisi produttiva, l’emigrazione e le stesse riforme economiche adottate oggi dall’Avana dimostrano però qualcosa di altrettanto importante:

essere straordinariamente capaci di conservare il potere non significa essere capaci di creare prosperità.

Ed è proprio nella distanza tra queste due capacità che si trova la storia della Cuba rivoluzionaria.


Fonti e approfondimenti

FBI – Ana Belén Montes
Scheda ufficiale dell’FBI sulla penetrazione cubana nella Defense Intelligence Agency, il reclutamento di Montes, i sistemi utilizzati per trasferire informazioni e la condanna a 25 anni.
https://www.fbi.gov/history/cases-and-criminals/ana-montes

U.S. Department of Justice – Victor Manuel Rocha
Comunicato ufficiale sulla dichiarazione di colpevolezza dell’ex ambasciatore e sulla condanna a 15 anni per aver agito clandestinamente per decenni come agente del governo cubano.
https://www.justice.gov/usao-sdfl/pr/former-us-ambassador-and-national-security-council-official-admits-secretly-acting

U.S. Department of Justice – dichiarazioni sulla condanna di Rocha
Ricostruzione del Dipartimento di Giustizia dei “più di quattro decenni” di attività clandestina attribuita a Rocha.
https://www.justice.gov/archives/opa/speech/principal-deputy-assistant-attorney-general-david-newman-delivers-remarks-sentencing

FBI/DOJ – Marta Rita Velázquez e il reclutamento di Ana Montes
Documentazione relativa alla donna accusata di aver contribuito al reclutamento di Montes per l’intelligence cubana.
https://archives.fbi.gov/archives/washingtondc/press-releases/2013/unsealed-indictment-charges-former-u.s.-federal-employee-with-conspiracy-to-commit-espionage-for-cuba

U.S. Department of State – Office of the Historian
Documento declassificato del 1974, “The Status of Cuban Subversion in Latin America”, sulla trasformazione delle operazioni cubane nella regione e sull’attività degli ufficiali dell’intelligence.
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76ve11p1/d289

UNHCR – Venezuela Situation
Dati aggiornati sull’esodo venezuelano: quasi 7,9 milioni di rifugiati e migranti venezuelani nel mondo.
https://www.unhcr.org/emergencies/venezuela-situation

Reuters – Cuba, crisi economica e nuove aperture al settore privato, 31 luglio 2026
Analisi delle nuove misure economiche adottate dall’Avana, comprese aperture alle imprese private, agli investimenti e alle importazioni.
https://www.reuters.com/legal/government/cuba-takes-steps-implement-economic-overhaul-amid-us-pressure-campaign-2026-07-31/

Reuters – crisi cubana, blackout e carenza di carburante, 26 luglio 2026
Resoconto delle condizioni economiche ed energetiche dell’isola e della contrapposizione tra Washington e il governo Díaz-Canel.
https://www.reuters.com/world/americas/cuban-president-accuses-us-political-genocide-anniversary-revolution-2026-07-26/

Associated Press – riforme economiche cubane, luglio 2026
Approfondimento sull’allentamento delle restrizioni al settore privato e sulla crisi economica che ha spinto L’Avana ad ampliare gli spazi concessi all’iniziativa non statale.
https://apnews.com/article/f69519537900a6ca736542f33edfe091

Fox News – My View with Lara Trump
Programma nel quale Marco Rubio ha affrontato il ruolo dell’intelligence cubana e la capacità di influenza internazionale dell’Avana.
https://www.foxnews.com/video

Sánchez potrebbe mettere sotto pressione il Marocco? Gli strumenti economici della Spagna e il dibattito sulla strategia verso Rabat

0

Il peso della Spagna nei rapporti economici con il Marocco

Da anni la Spagna rappresenta il principale partner commerciale europeo del Marocco. La vicinanza geografica, la presenza dello Stretto di Gibilterra e l’integrazione logistica tra i due Paesi hanno trasformato la penisola iberica nella principale porta d’ingresso delle merci marocchine dirette verso il mercato dell’Unione europea.

Secondo numerosi studi economici e analisi sul commercio internazionale, una quota molto rilevante dell’export marocchino destinato all’Europa transita attraverso infrastrutture spagnole, in particolare i porti di Algeciras, Tarifa e Almería. Lo stesso vale per una parte consistente delle esportazioni agricole marocchine, soprattutto prodotti ortofrutticoli destinati ai mercati europei.

Questa realtà alimenta una domanda politica che torna ciclicamente al centro del dibattito ogni volta che si verifica una crisi migratoria a Ceuta o Melilla:

La Spagna possiede realmente gli strumenti economici per esercitare una forte pressione sul Marocco?

La leva economica esiste davvero?

L’analista saharawi Taleb Alisalem sostiene che Madrid disporrebbe di un potere economico enorme nei confronti di Rabat.

L’argomentazione è semplice.

Se il governo spagnolo decidesse di:

  • aumentare i controlli doganali;
  • applicare verifiche fitosanitarie estremamente rigorose;
  • rallentare il traffico commerciale;
  • sostenere in sede europea misure commerciali più severe;

l’economia marocchina subirebbe un impatto significativo.

Il motivo è evidente: il Marocco dipende in misura rilevante dall’accesso rapido al mercato europeo.

Non si tratterebbe necessariamente di un embargo, ma di un aumento dei costi logistici e amministrativi tale da ridurre la competitività delle esportazioni marocchine.

Naturalmente questa ipotesi presenta anche un rovescio della medaglia.

Misure di questo tipo potrebbero produrre effetti anche sulle imprese spagnole che operano in Marocco, sulle catene di approvvigionamento e sulle relazioni commerciali bilaterali. Inoltre, molte decisioni commerciali ricadono nella competenza dell’Unione europea e non possono essere adottate unilateralmente dal governo spagnolo.

Il nodo dell’immigrazione

Negli ultimi anni la pressione migratoria proveniente dal Nord Africa è diventata uno dei principali temi della politica spagnola.

Le crisi di Ceuta e Melilla hanno mostrato quanto Rabat possa influenzare i flussi migratori semplicemente modificando il livello di controllo alle proprie frontiere.

Questo ha portato numerosi osservatori a parlare di “strumentalizzazione della migrazione” come leva diplomatica.

L’episodio del 2021, quando migliaia di persone entrarono a Ceuta in poche ore dopo un deterioramento dei rapporti tra Madrid e Rabat, viene spesso citato come esempio di questa dinamica.

Da allora molti analisti ritengono che la cooperazione tra Spagna e Marocco sia diventata sempre più fondata su un equilibrio delicato: collaborazione economica in cambio di cooperazione sul controllo delle frontiere.

Perché Madrid evita lo scontro?

È qui che il dibattito diventa prevalentemente politico.

Secondo una lettura critica del governo guidato da Pedro Sánchez, la Spagna eviterebbe deliberatamente di utilizzare fino in fondo gli strumenti economici di cui dispone nei confronti del Marocco.

Le ragioni ipotizzate sono diverse.

La prima riguarda la stabilità regionale.

Uno scontro commerciale con Rabat potrebbe compromettere la cooperazione su sicurezza, lotta al terrorismo, traffico di esseri umani e gestione dei flussi migratori.

La seconda riguarda gli interessi economici reciproci.

Il Marocco rappresenta uno dei principali partner commerciali della Spagna fuori dall’Unione europea. Un deterioramento delle relazioni comporterebbe costi anche per aziende spagnole attive nel Paese nordafricano.

Una terza interpretazione, sostenuta da alcuni commentatori politici, ritiene invece che mantenere una relazione pragmatica con Rabat consenta al governo di gestire politicamente la questione migratoria senza arrivare a una rottura che potrebbe produrre conseguenze imprevedibili.

Questa è però un’interpretazione politica e non un fatto dimostrato.

Sahara Occidentale e cambio di linea

Un altro elemento che continua ad alimentare le polemiche è il cambiamento della posizione spagnola sul Sahara Occidentale.

Nel 2022 il governo Sánchez ha sostenuto il piano marocchino di autonomia come base “più seria, credibile e realistica” per una soluzione del conflitto.

La decisione ha rappresentato una svolta rispetto alla tradizionale posizione di maggiore equilibrio mantenuta dalla diplomazia spagnola per decenni.

Per molti osservatori tale scelta avrebbe rafforzato ulteriormente il rapporto tra Madrid e Rabat, rendendo meno probabile un confronto diretto anche durante le successive crisi migratorie.

Pressione economica o cooperazione?

Il vero interrogativo resta aperto.

La Spagna potrebbe teoricamente aumentare la pressione economica sul Marocco?

Molti esperti ritengono che margini di intervento esistano.

Altri ricordano però che qualsiasi misura di ampia portata dovrebbe essere coordinata con Bruxelles, tenendo conto delle regole del mercato unico europeo, degli accordi commerciali esistenti e delle possibili conseguenze diplomatiche.

In altre parole, la disponibilità di strumenti non implica automaticamente la convenienza del loro utilizzo.

Conclusioni

Il rapporto tra Spagna e Marocco rappresenta uno degli equilibri geopolitici più delicati del Mediterraneo occidentale.

Da un lato esiste una forte interdipendenza economica che attribuisce a Madrid un ruolo centrale nelle esportazioni marocchine verso l’Europa.

Dall’altro lato vi sono interessi comuni in materia di sicurezza, commercio e controllo dei flussi migratori che rendono qualsiasi escalation potenzialmente costosa per entrambe le parti.

Le valutazioni sulle motivazioni politiche del governo Sánchez appartengono al terreno dell’analisi e del confronto politico. Ciò che appare invece documentato è il peso strategico della Spagna nei rapporti economici con il Marocco e la centralità della cooperazione tra i due Paesi nella gestione delle frontiere meridionali dell’Unione europea.

Fonti

La distruzione di Elam e la guerra contro l’Iran: l’antica profezia di Geremia sta tornando davanti ai nostri occhi?

2

Esistono pagine della Bibbia che per secoli sembrano appartenere esclusivamente al passato. Poi la storia cambia, gli equilibri geopolitici vengono sconvolti e quelle stesse parole acquistano improvvisamente una forza diversa.

È ciò che sta accadendo con Elam.

Nel capitolo 49 del libro di Geremia compare una profezia impressionante: la potenza militare di Elam viene spezzata, il suo popolo disperso, i suoi governanti abbattuti e il territorio travolto dalla guerra. Ma la profezia non termina con la distruzione. Dopo il giudizio compare una promessa sorprendente: negli «ultimi giorni» la sorte di Elam sarà ristabilita.

Oggi Elam non esiste più come Stato.

Ma il suo antico territorio si trovava nell’attuale Iran.

Ed è proprio l’Iran che, nel 2026, si trova al centro di una guerra che sta mettendo sotto pressione il suo apparato militare, la sua leadership e l’intera architettura di potere costruita dalla Repubblica islamica.

È soltanto una coincidenza?

Oppure la storia contemporanea sta facendo riecheggiare una delle più enigmatiche profezie dell’Antico Testamento?

Elam non è un luogo immaginario

Per comprendere il parallelo bisogna partire dalla geografia.

Elam fu una delle grandi realtà politiche dell’antico Vicino Oriente. Il suo territorio variò notevolmente nel corso dei millenni, ma il suo nucleo storico comprendeva soprattutto aree dell’odierno Iran sud-occidentale. Susa, nell’attuale Khuzestan, fu uno dei principali centri della civiltà elamita.

Le fonti storiche invitano però alla precisione: Elam non coincide semplicemente con tutto l’Iran moderno. La sua estensione cambiò nel tempo e gli studiosi distinguono persino Elam da Susiana in diversi periodi storici. Encyclopaedia Iranica colloca comunque il mondo elamita all’interno di territori oggi appartenenti alla Repubblica islamica dell’Iran.

Questo particolare è fondamentale.

Quando Geremia parla di Elam, sta parlando di una realtà storica concreta collegata geograficamente all’attuale territorio iraniano.

Ed è qui che comincia il parallelo.

La profezia di Geremia: «Spezzerò l’arco di Elam»

Geremia colloca la profezia all’inizio del regno di Sedecia, re di Giuda.

Il messaggio è durissimo.

Dio annuncia che avrebbe spezzato l’arco di Elam, definito la fonte principale della sua potenza.

Poi vengono annunciati dispersione, guerra e crollo del potere politico.

Il testo riportato nel materiale alla base di questo articolo descrive quattro passaggi fondamentali:

la distruzione della potenza militare;

la dispersione della popolazione;

la persecuzione attraverso la guerra;

la distruzione del re e dei suoi funzionari.

Il passaggio culmina infatti nell’annuncio della distruzione del sovrano e degli ufficiali di Elam.

Ma bisogna osservare attentamente la prima immagine utilizzata:

l’arco.

Nell’antichità l’arco non era semplicemente un’arma. Rappresentava capacità militare, proiezione della forza e possibilità di colpire il nemico a distanza.

Geremia non dice soltanto che Elam verrà sconfitto.

Dice che verrà spezzata «la fonte del suo potere».

Ed è precisamente questo elemento a rendere suggestivo il confronto con l’Iran contemporaneo.

Dall’arco elamita ai missili iraniani

Ovviamente Geremia non parla di missili balistici, droni, centrifughe nucleari o basi militari.

Attribuirgli direttamente questi riferimenti significherebbe forzare il testo.

Ma se interpretiamo l’«arco» come simbolo della capacità militare attraverso cui Elam proiettava la propria forza, il parallelismo diventa interessante.

L’Iran contemporaneo ha costruito una parte importante della propria deterrenza proprio sulla capacità di colpire a distanza.

Missili balistici.

Droni.

Forze missilistiche.

Reti militari regionali.

Hezbollah in Libano.

Milizie irachene.

Houthis nello Yemen.

Per decenni Teheran ha cercato di costruire una profondità strategica capace di portare il confronto lontano dai propri confini.

Nel linguaggio dell’antichità, potremmo quasi dire che questo rappresenta il suo moderno «arco».

Ed è proprio quell’arco che la guerra attuale sta cercando di spezzare.

2026: l’Iran dentro una guerra regionale

Qui il parallelismo abbandona temporaneamente il terreno teologico e incontra quello della cronaca.

Al 1° agosto 2026, il conflitto che coinvolge Iran, Stati Uniti, Israele e diversi attori regionali continua a produrre una forte escalation. Associated Press riferisce di nuove minacce americane di ulteriori attacchi contro l’Iran, mentre Teheran continua a utilizzare droni e altre capacità offensive nella regione.

Il Financial Times riferisce inoltre delle minacce di Donald Trump di colpire nuovamente e duramente l’Iran per costringerlo a tornare al negoziato, nel quadro di un conflitto che ha già avuto pesanti conseguenze sulle rotte energetiche e sullo Stretto di Hormuz.

Non siamo quindi davanti a una semplice crisi diplomatica.

La capacità militare iraniana, le infrastrutture strategiche, le reti regionali e la sopravvivenza stessa dell’attuale sistema di potere sono diventate elementi centrali dello scontro.

Ed è qui che le parole di Geremia assumono, per chi adotta una lettura profetica, una risonanza particolare.

«Spezzerò l’arco di Elam»

Nell’antichità: l’arco.

Oggi: missili, droni, infrastrutture militari e capacità di proiezione regionale.

Nell’antichità: la potenza di Elam viene colpita.

Oggi: la capacità strategica iraniana è direttamente coinvolta nella guerra.

Nell’antichità: viene colpita la struttura politica.

Oggi: la pressione militare riguarda anche la stabilità dell’apparato della Repubblica islamica.

Non significa che Geremia stesse descrivendo un missile iraniano del XXI secolo.

Significa qualcosa di più interessante: la struttura narrativa della profezia presenta analogie sorprendenti con ciò che sta accadendo nell’antico spazio geografico di Elam.

«Distruggerò da lì il re e gli ufficiali»

Esiste poi un secondo elemento ancora più delicato.

Geremia non descrive esclusivamente la distruzione dell’esercito.

La profezia raggiunge direttamente la classe dirigente:

«Distruggerò da lì il re e gli ufficiali».

È il vertice politico e militare di Elam a essere investito dal giudizio.

Questo passaggio rende inevitabile il confronto con una delle caratteristiche della guerra contemporanea: il conflitto non riguarda soltanto eserciti contrapposti, ma la capacità dello Stato iraniano di mantenere funzionante la propria struttura strategica e di comando.

Il parallelismo, ancora una volta, non dimostra l’adempimento della profezia.

Ma è difficile ignorarlo.

Geremia descrive una sequenza:

potenza militare → comando politico → dispersione → trasformazione.

Ed è precisamente la possibile trasformazione dell’Iran a rappresentare la parte più interessante della profezia.

La profezia non termina con la distruzione

Chi si ferma alla guerra legge soltanto metà del testo.

Geremia aggiunge infatti qualcosa di sorprendente:

«Ma negli ultimi giorni cambierò la sorte di Elam».

Nel materiale da cui parte questa riflessione viene sottolineato proprio questo elemento: dopo la grande distruzione annunciata contro Elam compare una restaurazione futura.

Ed è forse questo il passaggio più importante.

La profezia non descrive semplicemente l’annientamento di un popolo.

Descrive una rottura del potere seguita da una restaurazione.

Se volessimo applicare questa struttura all’Iran contemporaneo, il punto centrale non sarebbe quindi la distruzione dell’Iran.

Sarebbe la distruzione di un sistema di potere.

Una distinzione enorme.

Iran non significa Repubblica islamica

L’Iran possiede una storia millenaria che precede di migliaia di anni la Repubblica islamica nata nel 1979.

Persia ed Elam appartengono a una storia molto più antica degli ayatollah.

La stessa Bibbia presenta infatti un’immagine della Persia estremamente complessa.

Ciro il Grande occupa un posto eccezionale nella tradizione biblica.

Nel materiale fornito per questo articolo viene ricordato come la conquista persiana di Babilonia abbia permesso agli ebrei esiliati di tornare nella propria terra e ricostruire Gerusalemme e il Tempio.

La Persia biblica non è quindi semplicemente un nemico di Israele.

In un momento fondamentale della storia biblica diventa addirittura lo strumento della liberazione di Israele.

Questo rende ancora più interessante il contrasto storico.

La Persia di Ciro favorisce il ritorno degli ebrei.

La Repubblica islamica contemporanea ha costruito invece una parte fondamentale della propria ideologia regionale sull’opposizione allo Stato di Israele.

Sono due realtà profondamente differenti sorte sullo stesso grande spazio storico.

Prima la distruzione, poi la restaurazione

Ed eccoci al cuore della possibile interpretazione profetica.

Supponiamo — come ipotesi teologica, non come certezza storica — che Geremia 49 possieda anche una dimensione futura.

La sequenza diventerebbe impressionante.

1. «Spezzerò l’arco di Elam»

La capacità militare che costituisce la forza principale del paese viene spezzata.

2. «Porterò su Elam i quattro venti»

Una crisi travolge il territorio da più direzioni.

3. «Farò tremare Elam davanti ai suoi nemici»

Il paese viene sottoposto a una pressione militare esterna.

4. «Distruggerò il re e gli ufficiali»

La struttura dirigente viene abbattuta.

5. «Negli ultimi giorni cambierò la sorte di Elam»

Dopo la distruzione arriva qualcosa di completamente differente:

la restaurazione.

È proprio quest’ultimo passaggio a impedire di interpretare Geremia come una semplice profezia di annientamento dell’Iran.

Il finale parla invece di speranza.

Forse la profezia riguarda il regime, non il popolo

Da questa prospettiva emerge una lettura suggestiva.

E se ciò che deve essere spezzato non fosse l’Iran, ma la struttura di potere che domina l’Iran?

La distinzione è fondamentale.

Il popolo iraniano non coincide con la Repubblica islamica.

La civiltà persiana non coincide con il sistema politico nato dalla rivoluzione del 1979.

La storia dell’Iran non comincia con Khomeini.

E soprattutto non termina con gli ayatollah.

Se la restaurazione di Elam possedesse realmente una dimensione futura, allora il cuore della profezia potrebbe non essere la cancellazione dell’Iran dalla storia.

Potrebbe essere esattamente il contrario:

la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra.

Elam distrutta per essere restaurata?

Questa è forse la domanda più provocatoria.

Geremia presenta distruzione e restaurazione nello stesso oracolo.

Prima viene spezzata la potenza.

Poi viene colpita la leadership.

Poi arriva la dispersione.

Infine arriva il ristabilimento.

Non sappiamo se gli avvenimenti contemporanei costituiscano davvero l’adempimento finale di quelle parole.

Affermarlo come certezza significherebbe andare oltre ciò che possiamo dimostrare.

Ma possiamo riconoscere qualcosa di difficilmente ignorabile:

l’antico territorio di Elam si trova oggi all’interno di un Iran nuovamente coinvolto in una guerra che mette sotto pressione precisamente la sua capacità militare e la sua struttura di potere.

Ed è esattamente su questi elementi che insiste Geremia.

Un’altra coincidenza: Elam ritorna nel Nuovo Testamento

La storia biblica di Elam contiene infine un particolare straordinario.

Nel libro degli Atti, durante la Pentecoste, vengono elencati i popoli presenti a Gerusalemme.

Tra i primi troviamo:

Parti, Medi ed Elamiti.

Tre popolazioni profondamente legate allo spazio storico iranico.

Il materiale fornito ricorda infatti che Parti, Medi ed Elamiti compaiono tra coloro che ascoltano gli apostoli durante la discesa dello Spirito Santo.

Elam quindi compare nella Bibbia in due immagini apparentemente opposte.

In Geremia troviamo giudizio e distruzione.

Negli Atti troviamo uomini provenienti da quelle terre presenti alla Pentecoste.

Ancora una volta:

distruzione e restaurazione.

Giudizio e ritorno.

Caduta e rinascita.

Dall’antica Elam all’Iran del XXI secolo

A migliaia di anni di distanza, il nome Elam sembra appartenere all’archeologia.

Eppure basta sovrapporre la geografia antica alla carta politica contemporanea per scoprire qualcosa di sorprendente.

Elam non è scomparsa dalla geografia.

Ha semplicemente cambiato nome, confini, popoli e strutture politiche nel corso dei millenni.

Oggi una parte importante del suo antico territorio appartiene all’Iran.

E proprio mentre l’Iran affronta una delle più profonde crisi militari e geopolitiche della propria storia contemporanea, tornano davanti agli occhi parole scritte più di duemila anni fa:

«Spezzerò l’arco di Elam».

«Distruggerò il re e gli ufficiali».

E infine:

«Negli ultimi giorni cambierò la sorte di Elam».

La vera domanda non è se l’Iran verrà distrutto

Forse abbiamo posto la domanda sbagliata.

La profezia di Geremia non termina con la distruzione.

Termina con la restaurazione.

Per questo il vero interrogativo potrebbe non essere:

l’Iran verrà distrutto?

Ma:

che cosa resterà dell’Iran dopo la distruzione del sistema che oggi lo governa?

Se il parallelismo profetico fosse corretto, la caduta non rappresenterebbe necessariamente la fine della Persia.

Potrebbe rappresentare il passaggio verso qualcosa di nuovo.

L’antico Elam viene giudicato.

Il suo arco viene spezzato.

Il suo potere viene abbattuto.

Eppure l’ultima parola non appartiene alla guerra.

Appartiene alla restaurazione.

Ed è forse proprio questa la parte della profezia che oggi merita maggiore attenzione.

Perché mentre il mondo guarda missili, droni, bombardamenti, Hormuz e le mosse delle grandi potenze, una domanda attraversa silenziosamente quasi tremila anni di storia:

stiamo assistendo soltanto a un’altra guerra del Medio Oriente, oppure l’antica Elam sta entrando nuovamente nella storia profetica?

La risposta appartiene alla fede e all’interpretazione.

Ma il parallelo tra la profezia, la geografia e gli avvenimenti contemporanei è abbastanza potente da meritare di essere conosciuto, studiato e discusso.

Ceuta e Melilla, il report del Congresso USA non prova alcuna “regia americano-israeliana”

0

Propaganda, fatti e responsabilità politiche: quando un documento controverso diventa il pretesto per cancellare Rabat e assolvere Sánchez

1° agosto 2026

La crisi esplosa a Ceuta ha immediatamente prodotto una seconda battaglia, parallela a quella che si combatte sul confine: quella delle narrazioni.

Mentre decine di migliaia di persone hanno attraversato in poche ore la frontiera tra Marocco e territorio spagnolo, una parte della controinformazione e del dibattito politico ha rapidamente costruito una spiegazione apparentemente semplice: dietro quanto accaduto ci sarebbero gli Stati Uniti di Donald Trump e, naturalmente, Israele.

La “prova” decisiva sarebbe contenuta in un documento della House Appropriations Committee americana, approvato alla fine di aprile 2026 nell’ambito del processo di bilancio per l’anno fiscale 2027.

Il documento esiste.

Il passaggio su Ceuta e Melilla esiste.

Ed è politicamente tutt’altro che irrilevante.

Ma da qui a sostenere che dimostri una regia americana — o addirittura americano-israeliana — dell’ondata migratoria di Ceuta c’è un abisso.

Ed è proprio dentro quell’abisso che prospera la propaganda.

Cosa dice realmente il documento americano

Partiamo dai fatti.

Nel materiale della Commissione stanziamenti della Camera dedicato a sicurezza nazionale, Dipartimento di Stato e programmi collegati compare effettivamente un passaggio estremamente delicato.

La Commissione richiama innanzitutto la storica alleanza tra Stati Uniti e Marocco, formalizzata dal trattato di pace e amicizia del 1786.

Successivamente afferma che le città amministrate dalla Spagna di Ceuta e Melilla sono situate in “territorio marocchino” e rimangono oggetto della storica rivendicazione del Marocco.

Subito dopo arriva però la parte che troppo spesso scompare dalle ricostruzioni più sensazionalistiche: la Commissione sostiene gli sforzi del Segretario di Stato volti a incoraggiare un confronto diplomatico tra Marocco e Spagna sul futuro status di Ceuta e Melilla.

Il passaggio è politicamente pesante.

Non bisogna nasconderlo.

Per Madrid è perfettamente comprensibile considerare quella formulazione problematica, tanto che il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha reagito ribadendo che Ceuta e Melilla sono spagnole quanto Valladolid e Santiago de Compostela.

Ma una cosa è mettere diplomaticamente in discussione lo status di un territorio.

Un’altra è autorizzare un’operazione migratoria.

E un’altra ancora è organizzarla.

Sono tre affermazioni completamente differenti.

Il documento non è una dichiarazione di guerra alla Spagna

Qui nasce la prima manipolazione.

Un committee report accompagna l’attività legislativa e può contenere indicazioni politiche, priorità, raccomandazioni e indirizzi rivolti all’amministrazione.

Non equivale automaticamente a una legge che modifica la sovranità territoriale di un altro Stato.

Il Congresso degli Stati Uniti, del resto, non possiede il potere di trasferire Ceuta e Melilla dalla Spagna al Marocco.

Ancora più importante: nel passaggio contestato non compare alcuna indicazione relativa all’utilizzo dell’immigrazione, all’apertura della frontiera marocchina o alla destabilizzazione della Spagna.

Al contrario, il testo parla esplicitamente di “diplomatic engagement”.

Dialogo diplomatico.

È possibile criticare duramente Washington per quella formulazione.

È possibile sostenere che rappresenti un segnale politico favorevole alle rivendicazioni marocchine.

È persino possibile domandarsi se Rabat possa aver interpretato il mutato clima politico americano come un rafforzamento della propria posizione negoziale.

Sono tutte questioni geopolitiche legittime.

Ma nessuna di queste considerazioni dimostra che Washington abbia ordinato, coordinato o favorito operativamente l’ondata migratoria del luglio 2026.

Dal documento alla “regia USA”: il salto logico

La narrativa costruita nelle ultime ore segue sostanzialmente questa sequenza:

1. alcuni esponenti americani hanno messo in discussione la posizione spagnola su Ceuta e Melilla;

2. il report della Commissione ha utilizzato una formulazione favorevole alla rivendicazione marocchina;

3. pochi mesi dopo decine di migliaia di migranti sono entrati a Ceuta;

4. quindi gli Stati Uniti hanno dato il via libera all’operazione;

5. poiché Marocco e Israele hanno normalizzato le proprie relazioni attraverso gli Accordi di Abramo, dietro Washington ci sarebbe anche Israele.

Il problema è evidente.

Tra il punto 2 e il punto 4 manca ciò che dovrebbe esistere in qualsiasi ricostruzione giornalistica seria:

la prova.

Dove sono gli ordini?

Dove sono le comunicazioni?

Dove sono le direttive?

Dove sono le intercettazioni?

Dove sono le testimonianze di funzionari coinvolti?

Dove sono i documenti che collegherebbero Washington alla decisione di utilizzare migliaia di migranti contro Ceuta?

Al momento non sono emersi.

E per Israele la distanza probatoria è ancora maggiore.

Israele: l’anello aggiunto alla narrativa

Che Israele e Marocco abbiano sviluppato una crescente cooperazione diplomatica, economica e militare è un fatto.

Che Madrid e il governo Netanyahu abbiano attraversato una fase di fortissime tensioni politiche è altrettanto evidente.

Ma due fatti reali non producono automaticamente un terzo fatto immaginario.

Non esiste, allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, una prova credibile che dimostri che Israele abbia organizzato l’ondata migratoria di Ceuta.

Esistono opinioni.

Esistono articoli.

Esistono analisti che hanno sostenuto apertamente le rivendicazioni marocchine.

Un articolo pubblicato su Ynet, per esempio, ha esplicitamente discusso di come Israele potrebbe aiutare il Marocco nella questione di Ceuta e Melilla.

È un elemento politico interessante e certamente discutibile.

Ma un articolo d’opinione non è un ordine operativo del Mossad.

Questa distinzione elementare sembra essere diventata necessaria.

La domanda che la narrativa evita: cosa ha fatto il Marocco?

C’è poi un problema ancora più grande.

Per costruire la teoria della regia americano-israeliana bisogna quasi cancellare dalla scena l’attore che si trova fisicamente dall’altra parte della frontiera:

il Marocco.

Eppure Rabat possiede una lunga storia di utilizzo della cooperazione migratoria come strumento di pressione nei rapporti con Madrid e con l’Unione europea.

Non è necessario tornare indietro di decenni.

Basta ricordare maggio 2021.

In pochi giorni migliaia di persone attraversarono la frontiera entrando a Ceuta dopo un drastico allentamento dei controlli marocchini, nel pieno di una grave crisi diplomatica tra Madrid e Rabat.

La crisi era esplosa anche per l’ospitalizzazione in Spagna del leader del Fronte Polisario Brahim Ghali.

Quello precedente dimostra qualcosa di fondamentale.

La pressione migratoria su Ceuta non nasce nel 2026.

Non nasce con Trump.

Non nasce con Marco Rubio.

E soprattutto non nasce con il report del Congresso americano dell’aprile 2026.

Esisteva già come strumento di pressione geopolitica molti anni prima.

I segnali erano visibili prima dell’esplosione

C’è poi un altro elemento che rende ancora più debole la necessità di inventare una regia occulta.

La pressione sulla frontiera stava aumentando già prima del 30 luglio.

I dati del Ministero dell’Interno spagnolo riportati a metà luglio indicavano che, mentre gli arrivi irregolari alle Canarie erano diminuiti sensibilmente rispetto al 2025, gli accessi terrestri attraverso Ceuta e Melilla erano cresciuti fortemente.

Il 15 luglio, inoltre, decine di migranti avevano già tentato di raggiungere Ceuta a nuoto dalle spiagge di Castillejos/Fnideq.

La Marina marocchina era intervenuta recuperandone molti.

Non siamo quindi davanti a un fenomeno comparso dal nulla nella notte tra il 29 e il 30 luglio.

La pressione esisteva.

I segnali esistevano.

E il dispositivo spagnolo?

Qui la questione diventa politicamente molto più scomoda per il governo Sánchez.

Il 9 luglio, The Objective aveva riportato che il previsto rafforzamento della Polizia nazionale alla frontiera del Tarajal risultava largamente incompleto.

Secondo quella ricostruzione, delle venti posizioni previste per il rafforzamento straordinario soltanto tre sarebbero state coperte.

I sindacati indicavano tra le ragioni la mancanza di diarie e sostegni per l’alloggio degli agenti provenienti dalla penisola.

Se confermato nella sua interezza, è un elemento politicamente molto più concreto di qualsiasi teoria sul Mossad.

Perché significa che mentre aumentava la pressione migratoria su uno dei confini più delicati d’Europa, esistevano problemi nel garantire persino i rinforzi programmati.

L’ondata del 30 luglio

Poi è arrivata l’esplosione.

Reuters ha documentato l’ingresso di migliaia di persone via terra e via mare, lo sfondamento di alcuni punti di frontiera e la necessità per Madrid di inviare ulteriori agenti e militari.

Nelle ore successive le dimensioni dell’evento sono apparse enormemente superiori alle prime stime.

La crisi ha provocato decine di morti e una situazione emergenziale nella città.

Le autorità marocchine sono successivamente intervenute per contenere i passaggi e una parte molto consistente dei migranti è poi tornata in Marocco.

Sono fatti che meritano un’indagine seria.

Bisogna stabilire come sia stato possibile che un numero così elevato di persone arrivasse contemporaneamente alla frontiera.

Bisogna ricostruire il ruolo dei social network e delle reti che hanno diffuso gli appelli alla partenza.

Bisogna comprendere cosa sapessero Rabat e Madrid.

E soprattutto bisogna stabilire se ci siano state responsabilità, omissioni o decisioni politiche precise.

Ma queste domande non possono essere sostituite da una risposta precostituita:

“Sono stati Trump e Israele.”

Il problema politico di Sánchez

La teoria della regia straniera possiede inoltre una funzione politica molto conveniente.

Sposta completamente il centro della discussione.

Se la crisi è stata orchestrata da Trump, Rubio e Israele, allora diventa secondario domandarsi se il governo Sánchez avesse predisposto un sistema di sicurezza adeguato.

Diventa secondario chiedere perché la frontiera non fosse sufficientemente rinforzata.

Diventa secondario analizzare l’efficacia della politica migratoria spagnola.

Diventa secondario interrogarsi sul rapporto estremamente delicato costruito negli ultimi anni tra Madrid e Rabat.

E soprattutto diventa secondario chiedere:

come è stato possibile che decine di migliaia di persone raggiungessero contemporaneamente uno dei confini più sorvegliati tra Africa ed Europa?

Questa è la domanda politica.

Criticare Washington non significa inventare Washington

Il punto deve essere chiarissimo.

Il report americano merita critiche.

La formulazione su Ceuta e Melilla è politicamente pesante e costituisce un segnale diplomatico favorevole alle rivendicazioni marocchine.

Le dichiarazioni del repubblicano Mario Díaz-Balart sono state ancora più esplicite.

Inoltre negli Stati Uniti esiste effettivamente un filone politico e strategico che considera opportuno rivedere la posizione americana sulle due città.

Negarlo sarebbe scorretto.

Ma proprio perché questi elementi sono reali non c’è alcun bisogno di aggiungerne altri privi di prova.

Una cosa è affermare:

Washington sta esercitando pressione diplomatica sulla Spagna e alcuni settori politici americani guardano con favore alle rivendicazioni marocchine.

Un’altra è affermare:

Washington e Israele hanno organizzato l’ingresso di decine di migliaia di migranti a Ceuta.

La prima affermazione può essere discussa sulla base di documenti e dichiarazioni pubbliche.

La seconda necessita di prove che, al momento, non sono state prodotte.

Il precedente del 2021 distrugge la spiegazione monocausale

Ed è proprio la storia recente a rendere fragile la teoria.

Nel 2021 Donald Trump non era alla Casa Bianca.

Il report dell’aprile 2026 non esisteva.

La crisi attuale tra Sánchez e Netanyahu non esisteva.

Eppure Ceuta subì comunque una gigantesca pressione migratoria proveniente dal Marocco.

Perché?

Perché il nodo strutturale è molto più antico.

Rabat possiede una leva potentissima nei confronti della Spagna e dell’Europa: il controllo della propria frontiera.

Quando la cooperazione marocchina funziona, la pressione può essere contenuta.

Quando viene ridotta, migliaia di persone possono raggiungere rapidamente il territorio spagnolo.

Questa realtà geopolitica precede Trump, Rubio e Netanyahu.

Propaganda significa partire dalla conclusione

Una vera indagine dovrebbe procedere così:

fatti → documenti → collegamenti → conclusione.

La propaganda procede al contrario:

conclusione → selezione dei fatti → insinuazione.

Prima viene deciso che dietro tutto devono esserci Washington e Israele.

Poi viene trovato il report americano.

Poi vengono recuperate le dichiarazioni di Díaz-Balart.

Poi vengono citati i rapporti tra Israele e Marocco.

Infine tutti gli elementi vengono collegati mediante una parola estremamente comoda:

“quindi”.

Ma quel “quindi” contiene precisamente ciò che dovrebbe essere dimostrato.

La responsabilità politica non può essere cancellata

Sánchez può legittimamente contestare Washington.

Può protestare contro il linguaggio utilizzato dal Congresso.

Può accusare Rabat di esercitare pressioni.

Può criticare Israele.

Ma il governo spagnolo rimane responsabile della sicurezza dei propri confini.

Ed è su questo terreno che dovrebbe concentrarsi l’analisi.

Perché esistevano segnali di crescente pressione.

Perché Ceuta e Melilla rappresentano da decenni punti estremamente sensibili.

Perché esisteva il precedente gigantesco del 2021.

Perché i rapporti con Rabat sono strutturalmente complessi.

E perché, nonostante tutto questo, il sistema è stato travolto.

Conclusione: il report esiste, la “regia” no

Il documento del Congresso americano è reale.

La frase su Ceuta e Melilla è reale.

La crescente vicinanza strategica tra Washington e Rabat è reale.

La cooperazione tra Marocco e Israele è reale.

Le tensioni tra Sánchez, Trump e Netanyahu sono reali.

Ma mettere cinque fatti veri uno accanto all’altro non dimostra automaticamente un sesto fatto.

E il sesto fatto sarebbe proprio quello decisivo: l’esistenza di una regia americano-israeliana dell’ondata migratoria.

Al momento quella prova non c’è.

Esistono invece elementi molto più concreti sui quali indagare: la pressione migratoria già crescente nelle settimane precedenti, la capacità del Marocco di utilizzare il controllo delle frontiere come leva politica, il precedente del 2021, le condizioni del dispositivo di sicurezza spagnolo e le decisioni prese — o non prese — dal governo Sánchez.

Il report americano può essere definito provocatorio.

Può essere considerato un grave errore diplomatico.

Può essere letto come un segnale politico indirizzato a Madrid.

Può persino aver contribuito alla percezione marocchina di trovarsi in una posizione internazionale più favorevole.

Ma trasformarlo senza prove nell’ordine operativo di una presunta “invasione organizzata da Trump e Israele” non è analisi geopolitica.

È una narrativa.

E soprattutto è una narrativa estremamente utile per spostare l’attenzione dalla domanda che Madrid dovrebbe affrontare:

che cosa sapeva il governo spagnolo, quali segnali aveva ricevuto e perché il confine di Ceuta non era preparato a ciò che stava arrivando?


Fonti e approfondimenti

House Appropriations Committee – FY2027 National Security, Department of State and Related Programs
Documento e materiale legislativo della Camera degli Stati Uniti relativo agli stanziamenti per sicurezza nazionale e Dipartimento di Stato.

Foundation for Middle East Peace – Analisi del FY27 NSRP Appropriations Bill
Riporta integralmente il passaggio della Commissione relativo al Marocco, a Ceuta e Melilla e all’invito al confronto diplomatico tra Madrid e Rabat.

The Diplomat in Spain – 4 maggio 2026
“Albares responds to the US Congress: Ceuta and Melilla are as Spanish as Valladolid and Santiago de Compostela.”

Reuters – 30 luglio 2026
“Migrants pour into Spain’s Ceuta from Morocco, military called in.”
Ricostruzione delle prime ore dell’ondata migratoria e del dispiegamento delle forze spagnole.

Reuters – 31 luglio 2026
“Spain says migrants are returning from Ceuta after 57 die in border rush.”
Aggiornamento sull’entità della crisi, sulle vittime e sui rientri verso il Marocco.

Reuters – 1° agosto 2026
“Spain installs floating barrier in Ceuta after deadly migrant rush.”
Aggiornamento sulle misure adottate dalle autorità spagnole dopo la crisi.

The Objective – 9 luglio 2026
“Interior deja sin cubrir el refuerzo policial del Tarajal en plena Operación Paso del Estrecho.”
Ricostruzione dei problemi relativi al previsto rafforzamento della Polizia nazionale alla frontiera.

The Objective – 15 luglio 2026
“Decenas de inmigrantes intentan entrar a nado en Ceuta en una madrugada de máxima presión.”
Documenta i tentativi di attraversamento verificatisi circa due settimane prima della grande ondata.

The Objective – 16 luglio 2026
“Las llegadas irregulares a Canarias descienden un 61,2% en lo que va de año.”
Contiene i dati del Ministero dell’Interno spagnolo e segnala il forte aumento degli accessi terrestri attraverso Ceuta e Melilla.

Ynet – 2026
“Abraham Accords reach the Strait: how Israel can help Morocco reclaim its north.”
Articolo d’opinione utile per comprendere l’esistenza in Israele di posizioni favorevoli alle rivendicazioni marocchine, ma che non costituisce prova di un coinvolgimento operativo israeliano nella crisi migratoria.

22 Paesi europei stringono il cerchio: la lettera di Meloni e Frederiksen cambia gli equilibri sulla migrazione

0

1° agosto 2026

Per anni l’Unione europea ha discusso di immigrazione irregolare attraverso formule prudenti: solidarietà, redistribuzione, accoglienza, gestione comune dei flussi, cooperazione con i Paesi di origine e di transito. Il problema delle frontiere veniva spesso presentato come una delle tante componenti di una questione molto più complessa.

La crisi di Ceuta potrebbe aver cambiato definitivamente il linguaggio — e soprattutto i rapporti di forza.

Il 1° agosto 2026, ventidue Stati membri dell’Unione europea, guidati politicamente dall’iniziativa della presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni e della premier danese Mette Frederiksen, hanno sottoscritto una lettera indirizzata ai vertici europei nella quale chiedono una risposta coordinata alla crisi esplosa nell’enclave spagnola.

Non è soltanto il numero dei firmatari a rendere politicamente rilevante il documento. È la loro composizione.

Germania, Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Grecia, Ungheria, Italia, Lettonia, Lituania, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia e Svezia hanno deciso di mettere la propria firma sotto un testo che contiene concetti che fino a pochi anni fa sarebbero stati difficili da trasformare in una posizione condivisa da una parte così ampia dell’Unione.

Il dato politico è quindi evidente: non siamo più davanti alla battaglia isolata di qualche governo dell’Europa orientale o mediterranea.

Siamo davanti a un fronte che attraversa Nord, Sud, Est e Centro Europa.

Ceuta come punto di rottura

Gli eventi di Ceuta hanno funzionato da acceleratore.

Decine di migliaia di persone hanno attraversato in pochissimo tempo la frontiera tra Marocco e territorio spagnolo, producendo una crisi che ha immediatamente superato la dimensione locale.

La questione fondamentale, infatti, non riguarda soltanto la Spagna.

Ceuta rappresenta una frontiera esterna dell’Unione europea. E proprio questo concetto costituisce uno dei passaggi politicamente più importanti dell’iniziativa dei 22.

La lettera esprime profonda preoccupazione per quanto accaduto e afferma che l’Europa non può permettere che attraversamenti di massa incontrollati, l’eventuale strumentalizzazione dei flussi migratori o altre forme di pressione ibrida producano la percezione che sia possibile entrare illegalmente nell’Unione per poi trasformare quell’ingresso in una permanenza legale.

È un cambio di paradigma.

Il punto non è più soltanto come gestire chi arriva.

Il punto diventa come impedire che l’ingresso irregolare avvenga.

Il passaggio politicamente più esplosivo: i “fattori di attrazione”

Ancora più significativo è il riferimento alle politiche che possono costituire un incentivo all’immigrazione irregolare.

I firmatari chiedono infatti di riesaminare quelle misure che potrebbero funzionare come “pull factors”, fattori di attrazione.

Tra queste viene esplicitamente citata la regolarizzazione di grandi numeri di migranti irregolari.

È difficile sottovalutare il significato politico di questo passaggio.

Per anni il dibattito europeo è stato diviso tra chi considerava le regolarizzazioni uno strumento pragmatico per far emergere persone già presenti sul territorio e chi sosteneva che simili provvedimenti potessero produrre un effetto di richiamo.

Ora la seconda preoccupazione entra formalmente in un documento sottoscritto da 22 governi europei.

Questo non significa che sia stato dimostrato un rapporto causale semplice tra una specifica regolarizzazione spagnola e gli eventi di Ceuta. Le cause della crisi restano oggetto di discussione e comprendono il ruolo dei trafficanti, le informazioni circolate sui social network, la situazione marocchina e l’interpretazione delle norme spagnole.

Ma politicamente qualcosa è cambiato.

Una parte largamente maggioritaria degli Stati membri considera ormai necessario discutere apertamente dell’effetto che le politiche nazionali di regolarizzazione possono produrre sull’intero sistema europeo.

Da problema nazionale a questione di sicurezza europea

La seconda svolta riguarda la concezione stessa della frontiera.

Una frontiera esterna spagnola non riguarda soltanto Madrid.

Una frontiera italiana non riguarda soltanto Roma.

Una frontiera greca non riguarda soltanto Atene.

Una frontiera polacca non riguarda soltanto Varsavia.

Se esiste uno spazio europeo di libera circolazione, allora la sicurezza delle frontiere esterne diventa inevitabilmente una responsabilità collettiva.

È questa la contraddizione che Bruxelles ha trascinato per anni.

L’Unione pretende una fortissima integrazione interna ma continua a dipendere in larga misura dagli Stati nazionali quando si tratta di controllare materialmente migliaia di chilometri di frontiere terrestri e marittime.

Quando il sistema funziona, tutti beneficiano della libera circolazione.

Quando una frontiera entra in crisi, invece, il Paese direttamente interessato si ritrova spesso in prima linea.

Ceuta ha riportato questa contraddizione al centro del tavolo europeo.

Il fronte Meloni-Frederiksen supera la vecchia divisione destra-sinistra

Probabilmente l’aspetto politicamente più interessante della lettera riguarda la composizione dei firmatari.

Ridurre il documento a una semplice iniziativa della “destra europea” sarebbe infatti sbagliato.

I 22 governi appartengono a famiglie politiche differenti e hanno storie migratorie profondamente diverse.

Ci sono Paesi mediterranei.

Ci sono Paesi scandinavi.

Ci sono governi dell’Europa orientale.

Ci sono alcuni degli Stati fondatori dell’integrazione europea.

E soprattutto c’è la Germania.

La presenza tedesca attribuisce alla lettera un peso politico difficilmente ignorabile.

Anche la Danimarca rappresenta un caso significativo. Copenaghen ha progressivamente costruito negli anni una politica migratoria molto più restrittiva rispetto alla tradizionale immagine del modello scandinavo.

La conseguenza è evidente: la richiesta di maggiore controllo dell’immigrazione irregolare non appartiene più a una singola famiglia politica europea.

Sta diventando una posizione trasversale.

I cinque Paesi che non hanno firmato

Altrettanto interessante è osservare chi manca.

Non hanno sottoscritto il documento:

Spagna, Francia, Irlanda, Lussemburgo e Portogallo.

Nel caso spagnolo la spiegazione è evidente: Madrid è direttamente coinvolta nella crisi e il governo di Pedro Sánchez ha respinto duramente diverse critiche provenienti dagli altri governi europei.

Sánchez ha definito “egoistico” l’atteggiamento di alcuni partner e ha ricordato che la maggior parte delle persone entrate a Ceuta sarebbe già tornata in Marocco e che nessuna avrebbe raggiunto la Spagna continentale o altri Paesi dell’Unione.

È una precisazione importante.

Ma non cancella il problema politico sollevato dai 22: cosa accadrebbe se un episodio analogo si ripetesse domani, magari su scala ancora maggiore?

L’Irlanda occupa invece una posizione istituzionale particolare perché dal 1° luglio al 31 dicembre 2026 detiene la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea.

Dublino deve quindi svolgere un ruolo di mediazione tra gli Stati membri.

Più complessa è la lettura delle assenze di Francia, Portogallo e Lussemburgo.

Sarebbe scorretto attribuire automaticamente ai tre governi una motivazione univoca senza dichiarazioni ufficiali. Politicamente, però, la loro mancata adesione dimostra che l’Unione non ha ancora raggiunto una completa convergenza sulla risposta alla crisi.

Ed è proprio qui che emerge il dato più interessante:

cinque Stati non hanno firmato; ventidue sì.

Bruxelles costretta a inseguire

Per anni uno dei problemi dell’Unione europea è stato il divario tra la velocità con cui cambiano i fenomeni migratori e quella con cui reagiscono le istituzioni.

Le crisi esplodono in ore.

Le istituzioni europee discutono per settimane o mesi.

Poi arrivano vertici, dichiarazioni, tavoli tecnici, compromessi e nuove discussioni.

Ceuta ha mostrato ancora una volta quanto questo modello possa diventare fragile davanti a un movimento improvviso di decine di migliaia di persone.

La lettera dei 22 chiede per questo una risposta “immediata e coordinata” e una riunione dei ministri dell’Interno.

La presidenza irlandese ha già convocato la riunione per martedì.

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha inoltre riconosciuto la necessità di rafforzare ulteriormente il controllo delle frontiere europee.

Bruxelles, dunque, si muove.

Ma lo fa dopo che gli Stati hanno esercitato una pressione politica molto forte.

Ed è precisamente questo il punto.

L’UE paga anni di ambiguità

La crisi di Ceuta mette in evidenza un problema che l’Europa non può continuare a rinviare.

Non è possibile costruire uno spazio di libera circolazione senza costruire contemporaneamente un sistema credibile di controllo delle frontiere esterne.

Schengen può funzionare soltanto se gli Stati hanno fiducia nella capacità degli altri Stati di controllare gli accessi.

Quando questa fiducia viene meno, la reazione inevitabile è il ritorno delle frontiere nazionali.

L’Italia ha già introdotto controlli selettivi sugli arrivi dalla Spagna.

Altri governi hanno discusso misure analoghe.

È il paradosso della politica migratoria europea: l’assenza di un controllo esterno percepito come efficace finisce per mettere in discussione la libertà di movimento interna.

Più Bruxelles appare incapace di garantire il perimetro esterno, più gli Stati saranno incentivati a ricostruire controlli nazionali.

Il vero significato politico dei 22

La lettera non modifica automaticamente le leggi europee.

Non cambia il Patto sulla migrazione.

Non introduce automaticamente nuovi rimpatri.

Non trasforma Frontex in una forza europea capace di intervenire autonomamente ovunque.

Ma modifica qualcosa di altrettanto importante:

il rapporto di forza politico.

Quando Italia, Germania, Polonia, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia, Grecia, Belgio e altri quattordici Paesi sottoscrivono contemporaneamente un documento sul controllo dell’immigrazione irregolare, diventa molto difficile continuare a descrivere queste richieste come appartenenti a una minoranza radicale.

È ormai una posizione largamente maggioritaria tra i governi dell’Unione.

Ed è probabilmente questa la vera vittoria politica di Meloni e Frederiksen.

Non aver imposto una soluzione.

Aver contribuito a spostare il centro politico europeo.

Dalle parole ai fatti

Resta però la questione decisiva.

Una lettera non ferma una barca.

Una dichiarazione non protegge una frontiera.

Un vertice europeo non rimpatria automaticamente chi non possiede il diritto di rimanere.

Se i 22 vogliono trasformare questa iniziativa in una svolta reale dovranno mantenere la pressione anche dopo la fine dell’emergenza mediatica di Ceuta.

Serviranno accordi più efficaci con i Paesi di origine e transito.

Serviranno rimpatri realmente eseguibili.

Servirà un rafforzamento operativo delle frontiere esterne.

Servirà un contrasto molto più aggressivo alle organizzazioni criminali che trasformano la migrazione clandestina in un mercato.

E soprattutto servirà chiarire definitivamente una questione fondamentale: l’ingresso illegale non può diventare automaticamente la porta d’accesso alla permanenza in Europa.

È precisamente il principio che i 22 hanno voluto inserire al centro della loro iniziativa.

La crisi politica di Madrid

In questo scenario Pedro Sánchez si trova in una posizione difficile.

Da una parte il governo spagnolo può sostenere — con elementi concreti — che la crisi immediata sia stata in larga misura contenuta grazie alla cooperazione tra le autorità spagnole e marocchine.

Dall’altra, però, Madrid deve confrontarsi con un problema politico europeo molto più grande.

Ventuno altri governi, oltre all’Italia, hanno deciso che quanto accaduto a Ceuta non può essere considerato semplicemente un problema spagnolo.

È questo che cambia gli equilibri.

La discussione non riguarda più soltanto cosa abbia fatto Madrid nelle ore successive agli attraversamenti.

Riguarda quale politica migratoria debba adottare l’Europa nei prossimi anni.

La vera svolta: l’Europa sta cambiando linguaggio

Forse il passaggio più significativo è proprio questo.

Termini come deterrenza, rimpatri, frontiere esterne, trafficanti, ingressi illegali, fattori di attrazione e controlli sono ormai entrati stabilmente nel lessico politico europeo.

Dieci anni fa una parte di questi concetti divideva profondamente gli Stati membri.

Oggi 22 governi li inseriscono nello stesso documento.

La politica europea sull’immigrazione si sta quindi spostando.

Non significa che esista già un modello alternativo condiviso.

Non significa che le differenze tra i governi siano scomparse.

E soprattutto non significa che Bruxelles abbia improvvisamente risolto le contraddizioni accumulate negli ultimi anni.

Significa però che il baricentro politico è cambiato.

Bruxelles davanti a una scelta

Per le istituzioni europee il messaggio dovrebbe essere difficile da ignorare.

Continuare a rispondere alle crisi attraverso compromessi tecnici e dichiarazioni di solidarietà potrebbe non essere più sufficiente.

Quando 22 Stati membri chiedono contemporaneamente maggiore controllo delle frontiere, contrasto all’immigrazione illegale, rimpatri più efficaci e revisione delle politiche considerate attrattive, non siamo più davanti alla protesta di una periferia politica dell’Unione.

Siamo davanti alla richiesta della grande maggioranza dei governi europei.

Ed è qui che la lettera Meloni-Frederiksen assume il suo significato più profondo.

Ceuta potrebbe essere ricordata non soltanto come una crisi migratoria, ma come il momento nel quale una parte decisiva dell’Europa ha stabilito che il vecchio equilibrio non era più sostenibile.

La domanda adesso non è più se la politica europea sull’immigrazione cambierà.

La domanda è quanto cambierà e quanto rapidamente Bruxelles sarà disposta a seguire un cambiamento che, questa volta, sembra partire dagli Stati prima ancora che dalle istituzioni comunitarie.


Fonti e link

Associated Press – 1° agosto 2026
Resoconto della crisi di Ceuta e della lettera sottoscritta dai 22 leader europei, con elenco dei Paesi firmatari:
https://apnews.com/article/d76c6dc9d2da828907a1c04e1d482bbe

El País – 1° agosto 2026
La risposta di Pedro Sánchez, la richiesta di riunione urgente e il confronto politico tra Madrid e gli altri governi europei:
https://elpais.com/espana/2026-08-01/sanchez-afea-la-actitud-egoista-de-algunos-gobiernos-europeos-por-la-crisis-de-ceuta-y-pide-una-reunion-urgente-de-la-ue.html

The Guardian – 1° agosto 2026
Aggiornamenti sulla crisi di Ceuta, sulla posizione della Commissione europea e sulle richieste avanzate dai governi UE:
https://www.theguardian.com/world/live/2026/aug/01/ukraine-russia-zelenskyy-spain-france-wildfires-climate-heatwave-ceuta-morocco

Consiglio dell’Unione europea – Presidenza irlandese 2026
Pagina ufficiale sulla presidenza irlandese del Consiglio UE, in carica dal 1° luglio al 31 dicembre 2026:
https://www.consilium.europa.eu/en/council-eu/presidency-council-eu/

Presidenza irlandese del Consiglio UE – Programma ufficiale
Priorità e programma della presidenza irlandese:
https://irish-presidency.consilium.europa.eu/en/programme/

Consiglio europeo – António Costa, 1° luglio 2026
Intervento ufficiale per l’apertura della presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea:
https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2026/07/01/speech-by-president-antonio-costa-at-the-opening-ceremony-of-the-irish-presidency-of-the-council-of-the-european-union/

NO TAV, anatomia della guerriglia: dietro gli scontri una macchina organizzata che va ben oltre la protesta

0

Medici, logistica, strumenti per abbattere le barriere, fotografi e gruppi organizzati: la Val di Susa torna al centro dell’antagonismo europeo

Quello che è accaduto in Val di Susa il 25 luglio 2026 pone una domanda che non può essere liquidata con la formula rassicurante degli “scontri durante una manifestazione”.

Quando centinaia di persone agiscono con il volto coperto, vengono utilizzate molotov, bombe carta, ordigni artigianali e maschere antigas, vengono assaltati contemporaneamente cantieri strategici e oltre cento appartenenti alle forze dell’ordine rimangono feriti, il confine tra protesta politica e violenza organizzata diventa il vero tema della vicenda.

È precisamente su questo aspetto che si concentra un’inchiesta pubblicata da Torino Cronaca, dal titolo eloquente: “Guerriglia No Tav: i medici, le scope e i loro fotografi. La perfetta macchina da guerriglia”.

L’articolo propone una lettura degli scontri non come esplosione improvvisa di rabbia, ma come risultato di una struttura capace di affiancare alle componenti più aggressive una rete logistica e organizzativa.

Ed è questo il punto che merita di essere approfondito.

I numeri della battaglia

Il dato più difficile da ignorare riguarda le dimensioni degli scontri.

Secondo ANSA, nel bilancio successivo agli assalti risultavano 58 poliziotti, 48 carabinieri e 18 finanzieri feriti, per un totale di oltre 120 appartenenti alle forze dell’ordine.

Le autorità avevano inoltre identificato inizialmente 436 persone, alcune provenienti da Francia, Germania e Belgio.

Durante le operazioni sono stati sequestrati materiali che difficilmente appartengono alla normale dotazione di chi intende semplicemente partecipare a un corteo:

molotov, materiale pirotecnico ed esplosivo, ordigni artigianali, maschere antigas, caschi e passamontagna.

Successivamente i controlli hanno portato all’identificazione di oltre mille altre persone e al fermo di quattro cittadini tedeschi. La Procura di Torino procede nell’inchiesta ipotizzando, tra gli altri, il reato di devastazione.

«Laboratorio europeo della guerriglia urbana»

Particolarmente pesanti sono state le parole del questore di Torino Massimo Gambino.

Secondo quanto riportato da ANSA, il questore ha parlato di una “escalation di azioni di guerra e di violenza”, sostenendo che l’obiettivo delle frange più radicali sarebbe quello di trasformare la Val di Susa in un laboratorio europeo della guerriglia urbana.

Non è una definizione giornalistica.

È la valutazione del responsabile provinciale della pubblica sicurezza.

Anche la Procura sembra considerare gli avvenimenti qualcosa di molto più serio di qualche tafferuglio degenerato accidentalmente.

RaiNews riferisce infatti che gli investigatori stanno lavorando sulle modalità dell’assalto e sulla presenza di gruppi organizzati, compresi anarchici provenienti dalla Francia. Viene inoltre esaminato dagli inquirenti il possibile ruolo dell’area legata ad Askatasuna. Quest’ultimo elemento, allo stato attuale, deve essere considerato un’ipotesi investigativa e non un fatto giudiziariamente accertato.

Non una massa indistinta

È necessario fare una distinzione fondamentale.

Alla mobilitazione No Tav partecipano persone con motivazioni molto differenti e sarebbe scorretto attribuire automaticamente a ogni manifestante la responsabilità delle violenze commesse dalle frange che hanno attaccato i cantieri.

Ma riconoscere questa distinzione non significa chiudere gli occhi davanti all’organizzazione mostrata dai gruppi più aggressivi.

Secondo le cronache, il corteo aveva richiamato circa ventimila partecipanti e successivamente si era diviso, mentre gruppi di antagonisti incappucciati si dirigevano verso i cantieri.

Euronews descrive infatti due tronconi distinti e gli assalti ai siti di San Didero e Chiomonte.

La domanda diventa quindi inevitabile:

chi organizza la componente operativa?

Chi decide gli obiettivi?

Chi prepara il materiale?

Chi conosce i percorsi?

Chi garantisce assistenza e comunicazione?

Chi documenta le azioni?

Sono domande legittime sulle quali gli investigatori stanno lavorando.

La logistica dietro la prima linea

Ed è qui che diventa interessante l’analisi proposta da Torino Cronaca.

In uno scontro organizzato non esiste soltanto chi lancia una pietra o tenta di superare una recinzione.

Esistono funzioni differenti.

C’è chi opera davanti.

Chi trasporta materiale.

Chi tenta di rimuovere gli ostacoli.

Chi presta assistenza.

Chi osserva.

Chi documenta.

Chi permette al gruppo di continuare a muoversi.

È la differenza tra una sommossa completamente spontanea e un gruppo capace di distribuire ruoli.

Naturalmente la presenza di medici, fotografi o persone incaricate dell’assistenza non costituisce di per sé prova della partecipazione ad attività criminali. Medici e fotografi possono svolgere funzioni perfettamente legittime durante qualsiasi manifestazione.

Il punto investigativamente rilevante sarebbe un altro: stabilire se alcune di queste funzioni fossero organicamente coordinate con chi materialmente compiva gli assalti.

Ed è precisamente questo tipo di eventuale coordinamento che deve essere dimostrato attraverso immagini, testimonianze, comunicazioni e indagini giudiziarie, non attraverso semplici associazioni.

Le immagini come arma comunicativa

Esiste poi un secondo livello della battaglia: quello mediatico.

Ogni grande mobilitazione contemporanea possiede ormai una propria macchina comunicativa.

Smartphone, telecamere, fotografi e social network permettono di produrre immediatamente una narrazione degli eventi.

L’immagine selezionata può modificare completamente la percezione di ciò che è successo.

Un agente che utilizza un idrante.

Un manifestante ferito.

Una carica.

Una persona trascinata via.

Se viene mostrato soltanto quel fotogramma, tutto ciò che è avvenuto nei minuti precedenti può scomparire.

Ma vale anche il contrario: mostrare esclusivamente gli antagonisti violenti può cancellare migliaia di manifestanti che non hanno partecipato agli assalti.

Il giornalismo dovrebbe fare esattamente ciò che la propaganda non fa: mostrare l’intera sequenza degli eventi.

Molotov e ordigni non sono strumenti di protesta

Su un punto, però, non dovrebbe esserci alcuna ambiguità ideologica.

Manifestare contro la Torino-Lione è legittimo.

Contestare il governo è legittimo.

Ritenere la TAV inutile è legittimo.

Organizzare cortei è legittimo.

Lanciare molotov contro uomini in divisa non è una forma più radicale dello stesso diritto.

È un’altra cosa.

ANSA ha documentato l’impiego di molotov durante gli attacchi e il successivo sequestro di ordigni artigianali e materiale esplosivo.

Questo dovrebbe rappresentare il punto di partenza di qualsiasi discussione seria.

Un milione di euro di danni

C’è anche un costo materiale.

TELT ha fornito una prima stima di circa un milione di euro di danni nel solo cantiere di Chiomonte.

Durante gli eventi sarebbero inoltre esplose bombole di acetilene presenti nel sito, fortunatamente quando le persone erano già riuscite ad allontanarsi.

Non stiamo quindi parlando soltanto di qualche rete divelta.

Sono state danneggiate infrastrutture e attrezzature di un cantiere pubblico strategico.

E quei danni, alla fine, hanno un costo.

Una rete che supera i confini italiani

Un altro elemento merita particolare attenzione.

La presenza straniera.

Tra le persone controllate figuravano cittadini provenienti da diversi Paesi europei e quattro tedeschi sono stati successivamente fermati.

RaiNews riferisce inoltre dell’attenzione investigativa sulla presenza di gruppi anarchici francesi.

Questo non significa che ogni cittadino straniero presente fosse coinvolto negli scontri.

Significa però che la mobilitazione della Val di Susa possiede ormai una dimensione che supera il territorio piemontese.

È un punto fondamentale.

La Valle può diventare un luogo di convergenza per differenti componenti dell’antagonismo europeo.

Ed è proprio questo scenario che sembra preoccupare maggiormente gli apparati di sicurezza.

La domanda politica che nessuno può evitare

Esiste infine una responsabilità politica.

Non necessariamente penale.

Politica.

Quando all’interno di una mobilitazione compaiono sistematicamente gruppi organizzati che utilizzano violenza, chi promuove quella mobilitazione dovrebbe tracciare un confine inequivocabile.

Non dopo.

Prima.

Perché non basta dire che “non rappresentano tutto il movimento”.

È probabilmente vero.

Ma proprio per questo un movimento che vuole essere considerato democratico dovrebbe isolare chi arriva con passamontagna, ordigni e molotov.

La violenza non può diventare un’appendice tollerata della protesta politica.

La vera questione: organizzazione o spontaneità?

È questa, alla fine, la domanda lasciata sul tavolo dagli avvenimenti della Val di Susa.

Quanto di ciò che abbiamo visto era spontaneo?

E quanto invece era preparato?

Le indagini dovranno stabilire responsabilità individuali, eventuali collegamenti organizzativi e possibili livelli di coordinamento.

Bisogna evitare due semplificazioni opposte.

La prima consiste nel criminalizzare indistintamente tutto il movimento No Tav.

La seconda consiste nel descrivere centinaia di persone incappucciate, molotov, ordigni artigianali, maschere antigas, assalti coordinati ai cantieri e oltre cento feriti tra le forze dell’ordine come una normale manifestazione degenerata.

I fatti disponibili raccontano qualcosa di più complesso.

E probabilmente anche di più preoccupante.

Quando il questore di Torino parla apertamente del rischio di trasformare la Val di Susa nel “laboratorio europeo della guerriglia urbana”, la politica dovrebbe almeno prendere sul serio quella valutazione.

Perché il diritto di manifestare è uno dei pilastri di una democrazia.

Ma proprio per questo deve essere difeso da chi tenta di trasformare una manifestazione in un campo di battaglia.


Fonti

Torino CronacaGuerriglia No Tav: i medici, le scope e i loro fotografi. La perfetta macchina da guerriglia
Articolo alla base dell’approfondimento.

ANSA, 26 luglio 2026Guerriglia No Tav: oltre 400 identificati, anche da Francia e Belgio. Danni per 1 milione.

ANSA, 25 luglio 2026Guerriglia No Tav, in centinaia assaltano i cantieri. Piantedosi: “C’è chi vuole un’escalation”.

ANSA, 27 luglio 2026Fermati 4 antagonisti stranieri, altri mille No Tav identificati.

RaiNews/TGR Piemonte, 27 luglio 2026Guerriglia No Tav in Valsusa, la Procura indaga per devastazione.

Euronews, 26 luglio 2026Scontri in Val di Susa: violenze al corteo No Tav e decine di agenti feriti.

Torino Cronaca – “Guerriglia No Tav: i medici, le scope e i loro fotografi. La perfetta macchina da guerriglia”
Articolo originale di Torino CronacaANSA – Meloni nei cantieri TAV: “Non è dissenso, è violenza organizzata”. L’articolo riporta anche i 120 operatori delle forze dell’ordine feriti, le identificazioni e l’ipotesi investigativa di devastazione.
ANSA – Guerriglia No Tav e sopralluogo di MeloniRaiNews – Guerriglia No Tav in Valsusa, fermati quattro antagonisti stranieri. Approfondisce l’indagine della Procura di Torino per devastazione e le ipotesi investigative sui gruppi organizzati.
RaiNews – Indagini sulla guerriglia No TavRaiNews – Meloni in Val di Susa: “Violenza organizzata e premeditata”. Riporta anche la prima stima TELT di circa un milione di euro di danni.
RaiNews – Scontri e danni nei cantieri TAVEuronews – Scontri in Val di Susa. Ricostruisce gli assalti, i feriti, le identificazioni e il materiale sequestrato, tra cui molotov, maschere antigas, ordigni artigianali, caschi e passamontagna.
Euronews – Scontri in Val di Susa

I CANI DA RIPORTO DELLA CONTROINFORMAZIONE E DELLA PROPAGANDA MARXISTA: USA E ISRAELE SUL BANCO DEGLI IMPUTATI PER NASCONDERE IL FALLIMENTO DELLA SINISTRA A CEUTA

0

Sánchez sotto accusa, il precedente del CNI e quella straordinaria capacità della controinformazione di trovare sempre gli stessi colpevoli

Quando la realtà diventa politicamente scomoda, il copione sembra ripetersi.

Si sposta il bersaglio.

Si costruisce un nemico esterno.

Si cercano Washington, Israele, il Mossad, Trump o qualche oscuro disegno internazionale capace di trasformare una responsabilità politica concreta in una gigantesca teoria geopolitica.

Ed ecco entrare in scena quelli che potremmo definire i cani da riporto della controinformazione della propaganda marxista: prontissimi a inseguire qualsiasi pista permetta di non affrontare la domanda politicamente più semplice e più scomoda.

Che cosa ha fatto il governo di Pedro Sánchez per impedire il collasso del confine di Ceuta?

Questa è la domanda.

Tutto il resto viene dopo.

CEUTA NON È UN FULMINE A CIEL SERENO

La crisi esplosa alla fine di luglio 2026 non nasce in un territorio tranquillo.

I segnali di pressione erano già evidenti.

I dati ufficiali spagnoli mostravano infatti un’anomalia ben prima dell’esplosione dell’emergenza: al 15 luglio gli ingressi irregolari via terra attraverso Ceuta dall’inizio dell’anno erano arrivati a 2.826, contro 1.133 nello stesso periodo dell’anno precedente.

Un aumento del 150%.

Il 27 luglio El País descriveva già la situazione come un’«emergenza», con oltre mille persone arrivate a nuoto nell’arco di una settimana e strutture di accoglienza sotto fortissima pressione.

Non serviva dunque una sfera di cristallo per comprendere che qualcosa stesse accadendo.

Poi la situazione è precipitata.

Secondo le stime riportate dalla stampa internazionale, nell’arco di circa 24 ore decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine tra Marocco e Ceuta, mettendo sotto una pressione eccezionale una città di poco più di 80.000 abitanti.

Le cifre iniziali hanno oscillato intorno alle 50.000 persone.

Una dimensione completamente diversa dalla normale pressione migratoria.

IL PRECEDENTE CHE MADRID NON POTEVA IGNORARE

Qui arriviamo al punto politicamente più pesante.

Perché Madrid aveva già vissuto praticamente lo stesso scenario.

Nel maggio 2021 migliaia di persone entrarono a Ceuta mentre le autorità marocchine lasciavano sostanzialmente aperto il passaggio.

Successivamente emerse un particolare fondamentale.

Il Centro Nacional de Inteligencia, il servizio d’intelligence spagnolo, concluse che quella crisi migratoria faceva parte della strategia di pressione esercitata dal Marocco sulla Spagna per ottenere un cambiamento della posizione di Madrid sul Sahara Occidentale.

Non è una teoria nata su Telegram.

Non è una ricostruzione di qualche blogger.

Non è propaganda israeliana.

È la valutazione elaborata dall’intelligence spagnola sulla crisi precedente.

Il CNI collegò esplicitamente l’ingresso massiccio di migranti al tentativo marocchino di esercitare pressione sul governo spagnolo.

E allora la domanda diventa inevitabile:

dopo il precedente del 2021, come poteva il governo Sánchez non considerare la possibilità che una nuova pressione sulla frontiera potesse trasformarsi nuovamente in uno strumento geopolitico?

GLI ALLARMI C’ERANO GIÀ NEI NUMERI

Anche senza accettare automaticamente ogni indiscrezione attribuita ai servizi segreti, esiste un dato difficilmente contestabile.

La pressione su Ceuta era già cresciuta enormemente.

Il governo spagnolo disponeva dei numeri del proprio Ministero dell’Interno.

A fine giugno 2026 gli ingressi terrestri irregolari a Ceuta erano già aumentati del 164% rispetto al 2025.

A metà luglio l’incremento rimaneva intorno al 150%.

Poi, nella settimana precedente alla crisi, oltre mille persone erano entrate soprattutto a nuoto.

Le autorità locali parlavano apertamente di emergenza.

A quel punto sostenere che Madrid non avesse elementi per percepire una situazione eccezionale diventa sempre più difficile.

La vera questione politica non è quindi stabilire se Sánchez conoscesse minuto per minuto ciò che sarebbe accaduto.

La domanda è un’altra:

perché un governo che conosceva il precedente del 2021 e vedeva crescere vertiginosamente la pressione migratoria non è riuscito a impedire che la frontiera precipitasse nel caos?

IL MAROCCO E L’ARMA DELLA PRESSIONE MIGRATORIA

Anche qui occorre distinguere ciò che sappiamo da ciò che deve ancora essere provato.

Non esistono, allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, elementi sufficienti per affermare come fatto definitivamente accertato che Mohammed VI abbia personalmente ordinato l’apertura della frontiera nel luglio 2026.

Ma esiste un precedente documentato.

Nel 2021 il CNI spagnolo interpretò proprio la pressione migratoria come uno strumento utilizzato da Rabat nel confronto politico sul Sahara Occidentale.

Questo precedente rende perfettamente legittimo chiedersi se qualcosa di analogo possa essere accaduto nel 2026.

Non significa averlo già dimostrato.

Significa che è una pista investigativa molto più concreta di tante fantasiose ricostruzioni geopolitiche che vengono immediatamente rilanciate quando occorre spostare l’attenzione dalle responsabilità europee.

E QUI ARRIVANO I CANI DA RIPORTO

È proprio davanti a questo quadro che una parte della cosiddetta controinformazione compie la sua abituale piroetta.

Il problema non sarebbe Sánchez.

Non sarebbe l’incapacità europea di proteggere efficacemente una frontiera esterna.

Non sarebbe il rapporto ambiguo e difficilissimo tra Madrid e Rabat.

Non sarebbe neppure il precedente documentato dal CNI.

No.

Bisogna cercare altrove.

Israele.

Gli Stati Uniti.

Trump.

Il Mossad.

Cambiano gli eventi, ma i colpevoli devono rimanere gli stessi.

È una forma di interpretazione ideologica della geopolitica nella quale qualsiasi avvenimento internazionale deve necessariamente essere ricondotto al medesimo schema.

Se qualcosa accade in Medio Oriente, colpa di Washington.

Se qualcosa accade nel Mediterraneo, colpa di Israele.

Se esplode una crisi europea, bisogna trovare il collegamento americano.

E se governa la sinistra?

Meglio cercare il colpevole a qualche migliaio di chilometri di distanza.

LA DOMANDA CHE DISTRUGGE LA NARRAZIONE

Supponiamo persino, per puro esercizio dialettico, che Stati Uniti o Israele avessero qualche interesse nella partita diplomatica tra Spagna e Marocco.

Questo eliminerebbe forse le responsabilità del governo spagnolo?

Assolutamente no.

Il controllo della frontiera di Ceuta compete alla Spagna.

La gestione dell’emergenza compete alla Spagna.

La preparazione delle forze di sicurezza compete alla Spagna.

La valutazione delle informazioni d’intelligence compete alla Spagna.

La decisione sull’impiego delle forze disponibili compete alle autorità spagnole.

Ed è precisamente qui che crolla l’alibi ideologico.

Perché anche qualora esistessero pressioni internazionali — eventualità che andrebbe dimostrata con documenti e non con insinuazioni — rimarrebbe comunque da spiegare perché Madrid si sia fatta trovare impreparata.

SÁNCHEZ E IL RAPPORTO CON RABAT

Esiste inoltre un altro elemento che rende particolarmente curioso il tentativo di cancellare Sánchez dall’equazione.

Il premier spagnolo ha personalmente guidato una delle svolte più significative della politica estera spagnola degli ultimi decenni: il cambiamento della posizione sul Sahara Occidentale.

Nel 2022 Madrid definì la proposta marocchina di autonomia del Sahara la soluzione «più seria, realistica e credibile» alla controversia.

La svolta contribuì alla normalizzazione delle relazioni con Rabat dopo la durissima crisi diplomatica precedente.

Proprio per questo il rapporto Sánchez-Marocco merita un’analisi approfondita.

Quali concessioni sono state fatte?

Quali garanzie ha ricevuto Madrid?

Quali impegni aveva assunto Rabat sul controllo delle frontiere?

E soprattutto:

perché, dopo anni di riavvicinamento diplomatico, Ceuta è precipitata nuovamente in una crisi di queste proporzioni?

Sono domande politiche.

Non complotti.

IL FALLIMENTO DELLA SINISTRA EUROPEA CHE NON SI PUÒ NOMINARE

La crisi di Ceuta porta alla luce un problema molto più ampio.

Per anni una parte consistente della sinistra europea ha trattato la questione migratoria principalmente come un problema morale.

Chi chiedeva controllo delle frontiere veniva spesso dipinto come estremista.

Chi parlava di sicurezza veniva accusato di alimentare paure.

Chi chiedeva rimpatri efficaci veniva liquidato come populista.

Ma una frontiera non scompare perché qualcuno decide ideologicamente che non dovrebbe esistere.

Una frontiera lasciata vulnerabile diventa inevitabilmente uno strumento nelle mani di altri Stati, organizzazioni criminali, trafficanti e reti di facilitazione.

Ed è esattamente questo il punto che Ceuta dovrebbe costringere l’Europa ad affrontare.

Il controllo delle frontiere non è un’ossessione ideologica. È una funzione fondamentale dello Stato.

NON SERVE IL MOSSAD PER SPIEGARE CEUTA

Prima di evocare Tel Aviv, Washington, Trump o qualche gigantesca operazione internazionale bisognerebbe applicare una regola elementare del giornalismo:

partire dai fatti più vicini.

Ceuta confina con il Marocco.

La frontiera è controllata dalla Spagna sul lato europeo e dal Marocco sul lato africano.

Il precedente del 2021 fu interpretato dall’intelligence spagnola come una strategia marocchina di pressione.

Nel 2026 la pressione migratoria sulla città era già aumentata drasticamente settimane prima dell’esplosione della crisi.

Le autorità locali avevano segnalato l’emergenza.

E il governo spagnolo aveva tutti gli strumenti istituzionali necessari per comprendere la delicatezza della situazione.

Prima di attraversare l’Atlantico o il Mediterraneo alla ricerca del colpevole perfetto, forse sarebbe opportuno guardare semplicemente verso Madrid e Rabat.

LA CONTROINFORMAZIONE CHE DIVENTA PROPAGANDA

La controinformazione nasce teoricamente per contestare le narrazioni dominanti.

Ma quando sostituisce un dogma con un altro smette di essere controinformazione.

Diventa semplicemente propaganda alternativa.

Se qualsiasi evento deve dimostrare preventivamente che Stati Uniti e Israele sono colpevoli, non stiamo più svolgendo un’indagine.

Stiamo cercando elementi che confermino una conclusione già stabilita.

È esattamente il contrario del metodo giornalistico.

Un giornalista dovrebbe chiedersi:

chi sapeva?

quando lo sapeva?

quali informazioni possedeva il governo?

quali decisioni sono state prese?

quali decisioni non sono state prese?

perché?

E soprattutto:

chi aveva materialmente la responsabilità di proteggere quella frontiera?

IL VERO SCANDALO

Il vero scandalo di Ceuta non ha bisogno di fantasie.

È già enorme così.

Una città europea di circa 80.000 abitanti è stata investita nell’arco di pochissimo tempo da un flusso di decine di migliaia di persone.

Le strutture locali sono state travolte.

La pressione migratoria era già aumentata enormemente nelle settimane precedenti.

Esisteva un precedente geopolitico quasi identico.

E l’intelligence spagnola aveva già spiegato, dopo la crisi del 2021, come la migrazione potesse essere utilizzata dal Marocco come strumento di pressione politica.

Questo basta per pretendere risposte dal governo Sánchez.

LA DOMANDA FINALE

La domanda che la controinformazione ideologica sembra non voler formulare è semplicissima:

se Madrid conosceva il precedente del 2021, vedeva crescere gli ingressi del 150-160%, conosceva la fragilità del confine e disponeva di forze di sicurezza e militari a Ceuta, perché la situazione è arrivata a questo punto?

Questa domanda non assolve Rabat.

Al contrario.

Impone di investigare anche il comportamento marocchino.

Ma soprattutto impedisce di trasformare Stati Uniti e Israele nei soliti capri espiatori universali utilizzati per evitare qualsiasi discussione sui fallimenti politici della sinistra europea.

Perché prima di accusare Washington bisogna spiegare Madrid.

Prima di accusare Tel Aviv bisogna spiegare Rabat.

E prima di inventare un complotto internazionale bisogna rispondere a una questione molto più semplice:

chi aveva il dovere di proteggere Ceuta?

La risposta non è Donald Trump.

Non è Israele.

Non è il Mossad.

È il governo spagnolo.

Ed è precisamente da lì che dovrebbe iniziare qualsiasi inchiesta seria.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Departamento de Seguridad Nacional – Governo spagnolo
Dati ufficiali sui flussi migratori irregolari: al 30 giugno 2026 gli ingressi terrestri a Ceuta erano aumentati del 164% rispetto all’anno precedente.

Departamento de Seguridad Nacional – 17 luglio 2026
Aggiornamento dei dati del Ministero dell’Interno: 2.826 ingressi terrestri a Ceuta dall’inizio dell’anno, +150% rispetto al 2025.

El País – 27 luglio 2026
“Situación de emergencia en Ceuta por una llegada extraordinaria de migrantes en pocos días.” Ricostruzione della pressione crescente sulla città nei giorni precedenti alla crisi.

Reuters – 30 luglio 2026
Ricostruzione dell’emergenza a Ceuta e dell’allarme lanciato dal presidente della città Juan Jesús Vivas.

El País – 6 giugno 2022
“El CNI atribuyó la crisis de Ceuta al ‘discurso agresivo’ de Rabat sobre el Sáhara Occidental.” L’articolo documenta le conclusioni dell’intelligence spagnola sulla crisi migratoria del 2021.

The Guardian – 31 luglio 2026
Analisi della nuova crisi di Ceuta, delle dimensioni degli attraversamenti e dei possibili fattori geopolitici.

NOTA EDITORIALE

Le cifre relative agli ingressi e soprattutto ai successivi rientri in Marocco sono state aggiornate ripetutamente durante l’emergenza. Per questo motivo è opportuno evitare di presentare come definitivo il dato di «oltre 53.000 rientrati» finché non sarà consolidato dalle autorità spagnole. Analogamente, eventuali indiscrezioni secondo cui specifici rapporti d’intelligence avrebbero anticipato nei dettagli l’operazione devono essere distinte dai dati e dai documenti ufficialmente confermati.

Departamento de Seguridad Nacional – Governo spagnolo, dati ufficiali al 30 giugno 2026. A Ceuta risultavano 2.582 ingressi terrestri irregolari, +164% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Dati ufficiali del Governo spagnolo – 2 luglio 2026Departamento de Seguridad Nacional – dati al 15 luglio 2026. Gli ingressi terrestri irregolari a Ceuta erano saliti a 2.826, +150% rispetto ai 1.133 dell’anno precedente.
Dati ufficiali del Governo spagnolo – 17 luglio 2026El País – 27 luglio 2026. Prima dell’esplosione della crisi, Ceuta era già descritta in situazione di “emergenza”, dopo l’arrivo di oltre mille migranti in pochi giorni e la saturazione delle strutture di accoglienza.
El País – Situazione di emergenza a CeutaEl País – 6 giugno 2022: i documenti del CNI sulla crisi del 2021. L’intelligence spagnola concluse che l’ingresso massiccio di migranti faceva parte della strategia di pressione del Marocco sulla Spagna per il Sahara Occidentale. Il rapporto attribuiva inoltre la strategia alle più alte sfere del potere marocchino.
El País – Il rapporto del CNI sulla pressione marocchinaReuters – 30 luglio 2026. Documenta l’esplosione della crisi, gli attraversamenti via terra e mare e il successivo impiego di rinforzi di polizia e militari spagnoli.
Reuters – Migrants pour into Spain’s Ceuta, military called inReuters – 31 luglio 2026. Ricostruisce le possibili cause dell’afflusso e riferisce dei sospetti secondo cui le autorità marocchine potrebbero avere allentato deliberatamente i controlli; Rabat nega una motivazione politica.
Reuters – Social media rumours, economic hardship fuel migrant surgeReuters – 31 luglio 2026. Riporta una stima di oltre 49.000 ingressi in circa 24 ore nella crisi di Ceuta.
Reuters – UK PM says Spain migrant crossings are concerningThe Guardian – 31 luglio 2026. Approfondimento sulle ragioni per cui Ceuta rappresenta un punto particolarmente vulnerabile della frontiera UE-Marocco. Riporta una stima di circa 50.000 attraversamenti e oltre 37.500 rientri in Marocco al momento della pubblicazione.
The Guardian – Why is Ceuta a migration flashpoint?El País – 1 agosto 2026. Particolarmente importante per il tuo articolo: il governo spagnolo ha ammesso di non aver previsto la portata della crisi; secondo la ricostruzione, esistevano però precedenti segnalazioni della Guardia Civil su un aumento anomalo dei tentativi di ingresso.
El País – Il Governo ammette di non aver previsto la crisi di Ceuta