Home Blog Page 7

Bill Gates lancia l’allarme sul bioterrorismo con l’IA. Ma una ricerca collegata alla sua Fondazione ha già creato virus sintetici

0

Il fondatore di Microsoft avverte che l’intelligenza artificiale potrebbe consentire anche ad attori non statali di progettare minacce biologiche. Poche settimane prima, una ricerca che vede tra i finanziamenti dichiarati la Gates Foundation aveva dimostrato la possibilità di generare con l’IA 16 batteriofagi funzionali. Non sono virus umani, ma il precedente tecnologico apre interrogativi enormi.

Bill Gates ha cambiato tono sull’intelligenza artificiale.

Per anni il fondatore di Microsoft è stato uno dei grandi sostenitori del potenziale rivoluzionario dell’IA. Oggi continua a sottolinearne le possibilità nella medicina, nell’agricoltura e nell’istruzione, ma contemporaneamente utilizza parole sempre più preoccupate quando parla dei rischi.

E tra questi ne indica uno particolarmente inquietante: il bioterrorismo.

In una recente intervista alla CNN, Gates ha dichiarato che i sistemi di intelligenza artificiale sono ormai abbastanza potenti da creare rischi nel campo degli attacchi informatici, del bioterrorismo e della dipendenza psicologica.

Il problema, secondo Gates, è soprattutto l’assenza di criteri obbligatori con cui verificare le capacità più pericolose dei modelli.

Non è un’affermazione isolata.

Intervistato da The Atlantic, Gates ha spiegato che una delle possibilità che maggiormente lo preoccupano riguarda l’utilizzo dell’IA da parte di soggetti non statali per compiere operazioni biologiche estremamente pericolose. Ha inoltre sostenuto che dovrebbe essere monitorato l’utilizzo dei modelli capaci di progettare molecole potenzialmente pericolose.

Reuters ha confermato la portata politica della proposta: Gates vorrebbe discutere anche con il presidente cinese Xi Jinping la possibilità di stabilire regole internazionali sulle capacità biologiche dei sistemi di IA.

La questione, dunque, non appartiene più alla fantascienza.

Ed è proprio qui che emerge un cortocircuito destinato a far discutere.

I 16 virus progettati con l’intelligenza artificiale

Il sito Focal Points, in un articolo di Nicolas Hulscher, ha evidenziato un fatto particolarmente interessante: poche settimane prima delle dichiarazioni pubbliche di Gates, ricercatori avevano pubblicato uno studio nel quale l’intelligenza artificiale era stata utilizzata per progettare genomi virali completi.

Le sequenze generate digitalmente non sono rimaste semplicemente dentro un computer.

Sono state sintetizzate e sperimentate in laboratorio.

Il risultato è stato il recupero di 16 batteriofagi funzionali capaci di replicarsi.

Questo particolare è fondamentale.

Non si trattava infatti soltanto di chiedere a un chatbot come potrebbe essere costruito teoricamente un virus. Il passaggio compiuto dalla ricerca è molto più concreto: un sistema generativo ha prodotto sequenze genetiche, queste sono state trasformate in materiale biologico e alcune hanno dato origine a virus funzionali.

Ma occorre precisare immediatamente un elemento che rischia altrimenti di trasformare una questione scientificamente seria in sensazionalismo.

Non erano virus progettati per infettare esseri umani

I 16 virus erano batteriofagi, cioè virus che infettano batteri.

Nel caso specifico sono stati testati su E. coli.

Secondo quanto riportato sulla ricerca, inoltre, i virus che infettano esseri umani erano stati esclusi dai dati utilizzati per questo esperimento.

Pertanto sarebbe scorretto presentare lo studio come se la Gates Foundation avesse finanziato la creazione di 16 nuovi virus destinati a infettare l’uomo.

Non è questo ciò che dimostra la ricerca.

Ma sarebbe altrettanto superficiale liquidare l’esperimento come irrilevante.

Il punto non sono quei 16 virus. È la tecnologia che li ha prodotti

La questione strategicamente più importante è infatti un’altra.

Per la prima volta viene dimostrata concretamente una catena tecnologica di questo tipo:

intelligenza artificiale → progettazione del genoma → sintesi del DNA → assemblaggio biologico → virus funzionale capace di replicarsi.

È precisamente questa capacità generale ad alimentare il dibattito internazionale sulla cosiddetta AI-enabled biotechnology.

Gli strumenti di progettazione biologica basati sull’intelligenza artificiale possono infatti analizzare quantità enormi di informazioni genetiche, prevedere strutture biologiche e proporre nuove sequenze.

Sono tecnologie che possono produrre benefici giganteschi.

Possono accelerare lo sviluppo di farmaci, vaccini, diagnostica e terapie.

Ma sono tecnologie intrinsecamente dual use: la stessa capacità che permette di progettare qualcosa di terapeuticamente utile può, almeno teoricamente, essere sfruttata per finalità completamente differenti.

Ed è esattamente il problema che oggi Gates sostiene di voler affrontare.

Il collegamento con la Gates Foundation

Ed eccoci al punto politicamente più delicato.

Secondo le dichiarazioni di finanziamento riportate nella ricerca e riprese da Focal Points, il senior author Brian Hie ha ricevuto sostegno finanziario dalla Gates Foundation.

È importante formulare correttamente questa circostanza.

Questo non dimostra che Bill Gates abbia personalmente ordinato o finanziato specificamente la creazione dei 16 batteriofagi, né permette di attribuirgli intenzioni illecite.

Il dato documentabile è più circoscritto: uno dei principali ricercatori coinvolti nel lavoro dichiarava finanziamenti provenienti dalla Gates Foundation.

Ma proprio questa circostanza rende inevitabile una domanda politica.

Se oggi Gates considera sufficientemente concreta la possibilità che l’IA possa abbassare le barriere necessarie alla progettazione di minacce biologiche, quali limiti dovrebbero essere applicati alla ricerca finanziata dalle grandi fondazioni private e dalle istituzioni pubbliche?

Il problema non riguarda soltanto Gates.

Riguarda l’intero sistema.

Gates: «Questa volta è diverso»

Il cambiamento di tono del miliardario americano è significativo.

Gates sostiene che le capacità dei modelli siano cresciute molto più rapidamente del previsto e che governi e istituzioni non abbiano tenuto il passo.

Il rischio biologico è soltanto una parte della questione.

Gates cita anche:

  • cyberattacchi;
  • sostituzione massiccia del lavoro umano;
  • dipendenza psicologica dai sistemi artificiali;
  • sistemi capaci di operare con crescente autonomia;
  • concentrazione economica e tecnologica.

La sua conclusione è netta: non sarebbe possibile affidarsi semplicemente all’autoregolamentazione dell’industria.

E su questo punto il problema è reale.

Un’azienda che investe decine di miliardi nello sviluppo del modello più potente possibile ha contemporaneamente l’interesse economico a commercializzarlo.

Pretendere che il controllore e il controllato coincidano è una contraddizione evidente.

Non è più soltanto teoria

Anche altre analisi stanno segnalando lo stesso problema.

Il Center for Strategic and International Studies ha osservato che l’integrazione tra intelligenza artificiale e biotecnologia potrebbe progressivamente ridurre le competenze specialistiche necessarie per determinate attività biologiche.

Il rischio non significa che oggi un individuo inesperto possa premere un pulsante e produrre automaticamente un’arma biologica.

Esistono ancora enormi ostacoli pratici.

Servono strutture, materiali, competenze di laboratorio, procedure di sintesi e numerosi altri passaggi.

Ma l’intelligenza artificiale può potenzialmente abbassare una delle barriere storicamente più importanti: quella della conoscenza specialistica.

Ed è proprio la velocità con cui questa barriera sta diminuendo a preoccupare gli esperti di biosicurezza.

Nel giugno 2026, dirigenti e ricercatori provenienti da alcune delle principali aziende dell’IA e della biotecnologia hanno chiesto al Congresso americano controlli più severi sulla vendita di DNA e RNA sintetici.

La proposta prevede che gli ordini vengano sottoposti a screening per individuare sequenze biologiche potenzialmente pericolose.

Se persino chi sta costruendo questa tecnologia chiede nuovi sistemi di controllo, significa che il problema merita qualcosa di più delle rassicurazioni.

La domanda che Gates dovrebbe affrontare

La posizione di Gates contiene quindi una contraddizione interessante, ma deve essere descritta correttamente.

Non è:

“Gates crea armi biologiche e poi ci mette in guardia dalle armi biologiche.”

Non esistono elementi sufficienti per sostenere una simile conclusione.

La questione documentabile è più sottile e, forse, politicamente ancora più interessante.

Da una parte Gates finanzia attraverso la propria fondazione ricerca biomedica e biotecnologica avanzata, un settore nel quale l’intelligenza artificiale sta diventando sempre più potente.

Dall’altra è oggi uno dei personaggi pubblici che chiedono maggiore sorveglianza proprio sulle capacità biologiche dell’intelligenza artificiale.

La domanda diventa allora:

chi deve stabilire il confine tra ricerca legittima e rischio biologico?

E soprattutto:

chi controlla coloro che finanziano, sviluppano e contemporaneamente chiedono di regolamentare queste tecnologie?

Non può essere una questione affidata soltanto alle aziende tecnologiche.

Ma non può essere affidata nemmeno alle grandi fondazioni private.

Il vero problema è il potere

La vicenda dei 16 batteriofagi dovrebbe quindi essere utilizzata non per costruire una teoria del complotto, ma per porre una questione molto più concreta.

L’intelligenza artificiale sta iniziando a cancellare la separazione tra mondo digitale e mondo biologico.

Un modello non produce più soltanto testo, fotografie o software.

Può contribuire alla progettazione di molecole, proteine e sequenze genetiche.

Quando quelle sequenze possono essere sintetizzate fisicamente, ciò che nasce come informazione digitale può diventare materia biologica.

Ed è qui che cambia completamente la natura del problema.

Gates oggi chiede monitoraggio internazionale, controlli obbligatori e persino un’intesa tra Stati Uniti e Cina.

Può avere ragione sul rischio.

Ma proprio perché il rischio viene riconosciuto come reale, la trasparenza deve valere per tutti: governi, università, multinazionali tecnologiche e fondazioni miliardarie comprese.

Perché quando una tecnologia può contemporaneamente promettere nuovi farmaci e abbassare le barriere alla costruzione di una minaccia biologica, la domanda non può essere soltanto cosa sia tecnicamente possibile.

La domanda decisiva diventa:

chi decide cosa è consentito fare, chi finanzia quella ricerca e chi controlla chi prende quelle decisioni?

Ed è una discussione che sarebbe molto pericoloso lasciare esclusivamente nelle mani delle stesse élite tecnologiche che stanno costruendo gli strumenti.


FONTI

Focal Points – Bill Gates Warns of AI Bioterrorism Just Weeks After He Funded the First-Ever Creation of 16 Synthetic Viruses Using AI
https://www.thefocalpoints.com/p/bill-gates-warns-of-ai-bioterrorism

Focal Points – Gates Foundation Funds First-Ever Creation of 16 Synthetic Viruses Using AI
https://www.thefocalpoints.com/p/breaking-gates-foundation-funds-first

Science – ricerca sui genomi virali generati mediante intelligenza artificiale
https://www.science.org/doi/10.1126/science.aec2657

CNN – intervista a Bill Gates, 27 agosto 2026
https://transcripts.cnn.com/show/ctw/date/2026-08-27/segment/01

Reuters – Bill Gates, alarmed by AI, has policy ideas he wants to discuss with China’s Xi
https://www.reuters.com/world/china/bill-gates-alarmed-by-ai-has-policy-ideas-he-wants-discuss-with-chinas-xi-2026-08-26/

The Atlantic – Bill Gates on the Dangers of AI
https://www.theatlantic.com/podcasts/2026/08/bill-gates-dangers-ai/688418/

Gates Notes – riflessioni di Bill Gates sui rischi dell’intelligenza artificiale
https://www.gatesnotes.com/work/save-lives/reader

CSIS – Opportunities to Strengthen U.S. Biosecurity from AI-Enabled Bioterrorism
https://www.csis.org/analysis/opportunities-strengthen-us-biosecurity-ai-enabled-bioterrorism-what-policymakers-should-know

Prima gli ebrei, ora voi: il ricatto morale è sempre lo stesso

0

Auschwitz non è una piazza di Mestre

Da un post sui cancelli di Birkenau alla vertenza della comunità bengalese. Quando una tragedia storica viene trasformata in una scorciatoia retorica per sottrarsi al merito delle questioni.

C’è una soglia oltre la quale il paragone storico smette di chiarire e comincia a manipolare.

Quella soglia viene superata quando Auschwitz viene trascinata dentro una controversia locale su moschee, spazi pubblici, rappresentanza religiosa, lavoro o integrazione.

Abdullah Bin Samrat, vicino alla mobilitazione bengalese che vede tra i suoi protagonisti Prince Howlader a Mestre, ha pubblicato un’immagine legata ad Auschwitz-Birkenau accompagnandola con una domanda pesantissima: «Gli ebrei di ieri sono i musulmani di domani?»

Il messaggio è evidente: la discriminazione deve essere fermata prima che diventi persecuzione e, infine, qualcosa di infinitamente peggiore.

Ma proprio qui nasce il problema.

Perché Auschwitz non è una metafora buona per ogni conflitto sociale.

La Shoah fu un programma di persecuzione e sterminio attuato dalla Germania nazista e dai suoi alleati e collaboratori contro gli ebrei d’Europa. Deportazioni, ghettizzazione, fucilazioni di massa, campi di sterminio e camere a gas appartengono a una realtà storica precisa.

Una discussione italiana sulla disponibilità di un luogo di culto, sulle autorizzazioni urbanistiche, sulla rappresentatività di un’associazione o sui rapporti con un’amministrazione comunale appartiene a un’altra dimensione.

Confondere i due piani non rafforza un argomento.

Lo sostituisce.

Quando Auschwitz diventa un argomento d’autorità

La fotografia del cancello svolge infatti una funzione retorica potentissima.

Una volta evocata Auschwitz, il confronto rischia di non riguardare più documenti, norme, responsabilità, finanziamenti, rappresentanza o rispetto delle leggi italiane.

La domanda implicita diventa un’altra:

da che parte della Storia vuoi stare?

Ed è precisamente questa impostazione che deve essere respinta.

Perché se chi contesta una determinata rivendicazione musulmana viene simbolicamente collocato sulla strada che conduce ad Auschwitz, la discussione democratica diventa impossibile.

Non devi più dimostrare che la tua richiesta sia fondata.

Devi dimostrare di essere una vittima.

E chi ti contraddice deve prima difendersi dall’accusa morale implicita di essere un persecutore.

È il meccanismo della vittimizzazione come capitale politico: una sofferenza reale — propria oppure appartenente alla storia di altri — viene utilizzata per ottenere un vantaggio nella controversia presente.

La memoria smette così di essere memoria e rischia di trasformarsi in un lasciapassare.

Il Medio Oriente e l’eredità britannica

Esiste poi un’altra parte della storia che troppo spesso scompare quando il conflitto mediorientale viene raccontato come uno scontro eterno e inevitabile tra ebrei e musulmani.

Il Medio Oriente contemporaneo porta ancora impressa l’impronta della dissoluzione dell’Impero ottomano e delle decisioni delle potenze europee vincitrici della Prima guerra mondiale.

La Gran Bretagna ebbe un ruolo centrale.

La Dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 affermò il sostegno britannico alla creazione in Palestina di un «national home for the Jewish people», precisando contemporaneamente che non avrebbero dovuto essere pregiudicati i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti.

La contraddizione politica era già evidente: Londra aveva contemporaneamente coltivato rapporti e promesse con il nazionalismo arabo durante la guerra contro l’Impero ottomano.

Poi arrivò il riassetto postbellico.

Nel marzo 1921 Winston Churchill, allora ministro delle Colonie, convocò al Cairo funzionari, militari ed esperti dell’amministrazione britannica del Medio Oriente.

Tra i protagonisti figuravano Percy Cox, Gertrude Bell, T. E. Lawrence, Herbert Samuel e Hubert Young.

Churchill chiamò ironicamente quella compagnia i suoi «Forty Thieves», i “quaranta ladri”.

Non era una riunione folcloristica.

Era politica imperiale.

Da quelle discussioni uscì una parte fondamentale dell’assetto britannico della regione: Faisal sarebbe diventato re dell’Iraq, mentre Abdullah avrebbe governato la Transgiordania sotto tutela britannica.

La Palestina occidentale sarebbe rimasta invece sotto il mandato britannico e dentro la cornice politica inaugurata dalla Dichiarazione Balfour.

Non significa che Londra abbia “inventato” ebrei, arabi, sionismo o nazionalismo arabo.

Il sionismo politico precedeva la Prima guerra mondiale: Theodor Herzl aveva pubblicato Der Judenstaat nel 1896 e il primo Congresso sionista si era tenuto a Basilea nel 1897.

Anche il nazionalismo arabo aveva dinamiche proprie.

Significa però qualcosa di storicamente molto importante: l’Impero britannico tentò di governare, indirizzare e utilizzare forze politiche già esistenti secondo i propri interessi strategici.

Palestina, Iraq, Transgiordania, Suez, rotte verso l’India e successivamente petrolio erano pezzi dello stesso gigantesco scacchiere.

Due nazionalismi potevano avere aspirazioni autentiche e contemporaneamente essere inseriti nei calcoli di una potenza imperiale.

Le due cose non si escludono.

La memoria della Shoah non appartiene a uno Stato

Dopo il 1945 si aggiunge un’altra questione delicata: il rapporto fra memoria della Shoah e politica contemporanea.

Qui occorre essere estremamente precisi.

La stima storica oggi generalmente accettata è di circa sei milioni di ebrei assassinati durante la Shoah. Non esiste un unico documento nazista che registri ogni singola vittima: la ricostruzione deriva dall’incrocio di documenti tedeschi, registri delle deportazioni, documentazione dei centri di sterminio e studi demografici prebellici e postbellici.

Esiste invece una famosa revisione riguardante Auschwitz.

La propaganda sovietica aveva indicato circa quattro milioni di morti nel complesso di Auschwitz. Le ricerche storiche successive hanno radicalmente corretto quella cifra.

Oggi il Museo di Auschwitz-Birkenau e lo United States Holocaust Memorial Museum stimano che nel complesso siano state assassinate circa 1,1 milioni di persone, delle quali circa un milione erano ebree.

Questa correzione non significa che il totale delle vittime ebraiche della Shoah sia stato ridotto nella stessa proporzione.

Treblinka, Bełżec, Sobibór, Chełmno, le fucilazioni di massa nell’Europa orientale, i ghetti e numerosi altri luoghi dello sterminio appartengono a una contabilità separata.

La precisione storica è essenziale proprio perché impedisce che la memoria venga trasformata in dogma politico.

Auschwitz appartiene alla storia delle vittime, non alla politica di qualsiasi governo contemporaneo.

Criticare le decisioni dello Stato di Israele non equivale a negare Auschwitz.

Contestare un governo israeliano non significa contestare il diritto degli ebrei a vivere senza persecuzioni.

E, specularmente, essere musulmani nell’Europa del 2026 non significa essere gli ebrei dell’Europa del 1938.

Le analogie automatiche offendono la storia prima ancora che l’avversario politico.

L’America chiuse molte porte

C’è poi un elemento spesso dimenticato quando si raccontano gli anni precedenti allo sterminio.

Fuggire dall’Europa nazista era difficilissimo.

Gli Stati Uniti mantenevano il sistema delle quote introdotto negli anni Venti. Nel giugno 1939 più di 300.000 persone nate in Germania risultavano in lista d’attesa per un visto americano.

La vicenda della St. Louis rimane il simbolo più famoso.

Nel maggio 1939 il transatlantico partì da Amburgo con 937 passeggeri, quasi tutti ebrei.

Cuba rifiutò di far sbarcare la maggioranza dei profughi. La nave arrivò nelle vicinanze della Florida, ma Washington non concesse loro un ingresso straordinario.

La St. Louis dovette tornare in Europa.

Gran Bretagna, Francia, Belgio e Paesi Bassi accolsero successivamente i passeggeri, ma dopo l’invasione tedesca dell’Europa occidentale centinaia finirono nuovamente sotto il controllo nazista e 254 di loro morirono durante la Shoah.

La storia vera è già abbastanza terribile.

Non ha bisogno di mitologie.

Mestre non è Birkenau

Ed eccoci nuovamente a Mestre.

Se una comunità vuole un luogo di culto, se un’associazione vuole essere riconosciuta come interlocutore, se esistono problemi di integrazione, discriminazione o rappresentanza, se qualcuno ritiene di avere subito un torto, esistono strumenti perfettamente normali per discuterne.

Documenti.

Leggi.

Bilanci.

Permessi.

Urbanistica.

Tribunali.

Consiglio comunale.

E soprattutto fatti verificabili.

Non servono i cancelli di Auschwitz.

Perché una democrazia funziona precisamente quando nessuno possiede un credito morale sufficiente a sottrarsi alle regole.

Un cristiano non lo possiede.

Un ebreo non lo possiede.

Un musulmano non lo possiede.

Un ateo non lo possiede.

La libertà religiosa è un diritto fondamentale, ma non significa che qualsiasi organizzazione religiosa abbia automaticamente diritto a qualsiasi edificio, finanziamento, spazio pubblico o trattamento amministrativo richiesto.

Allo stesso modo, contestare una moschea, un’associazione o una determinata leadership non autorizza nessuno a discriminare una persona perché musulmana.

Sono due principi che possono convivere perfettamente.

Il vero ricatto

Il problema nasce quando la discussione viene spostata dalle regole alla colpa.

«Gli ebrei di ieri sono i musulmani di domani?» non è una domanda neutrale quando viene accompagnata dall’immagine di Auschwitz.

Evoca una traiettoria precisa: discriminazione, persecuzione, deportazione, sterminio.

Chiunque venga implicitamente collocato dall’altra parte di quella traiettoria viene così moralmente delegittimato prima ancora che possa discutere il merito della questione.

È questo il ricatto da respingere.

Non perché i musulmani non possano subire discriminazioni. Possono subirle e, quando accade, devono essere tutelati dalla legge esattamente come chiunque altro.

Ma proprio perché Auschwitz rappresenta uno dei punti estremi della barbarie europea, non può diventare la moneta retorica con cui comprare ragione in una controversia amministrativa.

Auschwitz non è una piazza di Mestre.

Birkenau non è un ufficio urbanistica.

E Arbeit macht frei non è uno slogan da riciclare per trasformare ogni controversia sull’integrazione in anticamera dello sterminio.

Chi vuole discutere della comunità bengalese di Mestre discuta della comunità bengalese di Mestre.

Chi denuncia discriminazioni porti fatti.

Chi chiede una moschea presenti progetti, interlocutori, finanziamenti e rispetto delle norme.

Chi governa risponda con la legge, senza discriminazioni e senza privilegi.

La memoria dei morti non deve diventare né uno scudo per Israele, né un’arma contro Israele, né un lasciapassare per una comunità religiosa europea.

I morti di Auschwitz non sono capitale politico da prendere in prestito.

E nessuno può appropriarsene per evitare una domanda molto più semplice:

sui fatti, avete ragione oppure no?


Fonti e approfondimenti

United States Holocaust Memorial Museum – Documenting Numbers of Victims of the Holocaust and Nazi Persecution
https://encyclopedia.ushmm.org/content/en/article/documenting-numbers-of-victims-of-the-holocaust-and-nazi-persecution

United States Holocaust Memorial Museum – Auschwitz
https://encyclopedia.ushmm.org/content/en/article/auschwitz

Auschwitz-Birkenau Memorial and Museum – The number of victims
https://www.auschwitz.org/en/history/auschwitz-and-shoah/the-number-of-victims/

United States Holocaust Memorial Museum – The United States and the Refugee Crisis, 1938–41
https://encyclopedia.ushmm.org/content/en/article/the-united-states-and-the-refugee-crisis-1938-41

United States Holocaust Memorial Museum – Voyage of the St. Louis
https://encyclopedia.ushmm.org/content/en/article/voyage-of-the-st-louis

United Nations – Mandate for Palestine / Balfour Declaration
https://www.un.org/unispal/document/auto-insert-204267/

1914-1918 Online – British Mandate for Palestine
https://encyclopedia.1914-1918-online.net/article/british-mandate-for-palestine/

UK Parliament – Balfour Declaration
https://hansard.parliament.uk/commons/2017-10-30/debates/CB36ACC3-D2D7-441A-836B-736B8C869A13/BalfourDeclaration

International Churchill Society – Churchill’s Official Visit to Palestine, 1921
https://winstonchurchill.org/publications/finest-hour/finest-hour-196/churchills-official-visit-to-palestine-1921/

“The Project”: la rete che nessuno vedeva

0

Campione d’Italia, Youssef Nada e quel documento del 1982 che riapre la storia della presenza della Fratellanza Musulmana in Europa

Per capire come le reti legate alla Fratellanza Musulmana abbiano costruito la propria presenza in Europa non basta osservare le organizzazioni islamiche nate negli ultimi venti o trent’anni.

Bisogna andare molto più indietro.

In Italia, uno dei luoghi chiave di questa storia è sorprendentemente piccolo: Campione d’Italia, enclave italiana affacciata sul lago di Lugano e circondata dal territorio svizzero.

Qui visse per decenni Youssef Nada, imprenditore egiziano, figura di primo piano negli ambienti della Fratellanza Musulmana e protagonista di una rete internazionale di rapporti politici, economici e diplomatici.

Ed è qui che, nel novembre 2001, durante le indagini successive agli attentati dell’11 settembre, venne sequestrato un documento destinato a diventare famoso con un nome inquietante:

“The Project”.

Un testo datato 1° dicembre 1982, scritto in arabo, che descrive una strategia internazionale per la politica islamica.

La sua esistenza è documentata. Molto più controversa è invece la questione decisiva: fino a che punto quel documento rappresentasse una direttiva ufficiale della Fratellanza Musulmana?

È proprio da questa distinzione che bisogna partire.

Il documento trovato nel 2001

Il 7 novembre 2001 le autorità effettuarono una perquisizione presso la residenza di Youssef Nada a Campione d’Italia nell’ambito delle indagini sulle attività finanziarie collegate alla rete Al-Taqwa.

Tra il materiale sequestrato comparve un documento di una quindicina di pagine, senza firma e datato 1° dicembre 1982.

Il titolo originale può essere tradotto come:

“Verso una strategia mondiale per la politica islamica”.

Successivamente sarebbe diventato noto nella pubblicistica occidentale semplicemente come “The Project”.

Il testo non è una generica riflessione religiosa.

Descrive punti di partenza, metodi, strumenti e obiettivi di una strategia islamica internazionale.

Tra gli argomenti affrontati figurano la conoscenza del territorio nel quale operare, l’organizzazione dell’attività politica e religiosa, la costruzione di istituzioni, la mobilitazione delle risorse economiche, l’informazione, la cooperazione internazionale e la causa palestinese.

È quindi comprensibile perché, dopo la sua scoperta, diversi studiosi e analisti abbiano interpretato il documento come una possibile fotografia della strategia di espansione delle reti islamiste.

Ma occorre precisare un elemento fondamentale.

Il documento era anonimo.

Non portava la firma della Fratellanza Musulmana né quella di Youssef Nada.

Nada ha inoltre sempre respinto l’interpretazione secondo cui quelle pagine costituissero la prova dell’esistenza di un piano segreto della Fratellanza per conquistare l’Occidente.

Questo non rende irrilevante il documento. Significa però che definirlo senza qualificazioni come “il piano ufficiale della Fratellanza Musulmana” va oltre ciò che la documentazione disponibile consente di dimostrare con certezza.

Chi era Youssef Nada

La figura di Nada rende comunque il ritrovamento particolarmente interessante.

Nato in Egitto nel 1931, entrò giovanissimo nella Fratellanza Musulmana.

Non ha mai nascosto questa appartenenza.

In un’intervista ricordata anche da Swissinfo dichiarò:

«Sono fiero di far parte dei Fratelli musulmani. Non ne ho mai fatto mistero».

Dopo aver lasciato l’Egitto costruì una vasta attività imprenditoriale e una rete di relazioni che andava ben oltre il mondo degli affari.

Nada divenne infatti un importante intermediario internazionale.

La sua villa di Campione ospitò negli anni personalità provenienti da numerosi Paesi musulmani.

Swissinfo ricorda che Nada svolse missioni e mediazioni in Iraq, Iran e Afghanistan e che la sua abitazione venne descritta da alcuni osservatori quasi come un “ministero degli Esteri non ufficiale” della Fratellanza.

Non possedeva un incarico diplomatico statale.

Eppure disponeva di qualcosa che, in politica internazionale, può essere altrettanto importante: accesso.

Accesso a governi, dirigenti, ambienti religiosi e reti economiche.

Campione d’Italia come crocevia

È questo l’aspetto che rende la storia italiana particolarmente significativa.

Molto prima che il dibattito pubblico italiano cominciasse a interrogarsi seriamente sull’islam politico europeo, a Campione d’Italia operava già una figura inserita ai massimi livelli delle reti internazionali della Fratellanza.

La posizione geografica era inoltre eccezionale.

Campione è territorio italiano, ma è completamente circondato dalla Svizzera.

A pochi chilometri si trova Lugano, una delle principali piazze finanziarie svizzere.

È in questo contesto che nacque anche la rete finanziaria Al-Taqwa.

La rete Al-Taqwa

Alla fine degli anni Ottanta Nada partecipò alla creazione di Al-Taqwa, una struttura finanziaria islamica internazionale che disponeva di società e ramificazioni in diverse giurisdizioni.

Dopo l’11 settembre, Al-Taqwa finì al centro dell’attenzione americana e internazionale.

Il 7 novembre 2001 l’amministrazione di George W. Bush annunciò misure contro la rete, sostenendo che fosse coinvolta nel finanziamento di organizzazioni terroristiche.

Nada venne inserito nelle liste delle sanzioni internazionali.

La vicenda, tuttavia, ebbe successivamente sviluppi importanti che non possono essere ignorati.

Le indagini svizzere non portarono a una condanna penale di Nada per finanziamento del terrorismo e il procedimento venne archiviato. Nel 2009 il suo nome fu inoltre rimosso dalla lista delle sanzioni delle Nazioni Unite.

Questo passaggio è essenziale per distinguere le accuse formulate dopo l’11 settembre dai risultati giudiziari successivi.

La storia di Nada resta comunque fondamentale per comprendere quanto fossero già sviluppate, decenni fa, le reti economiche e politiche transnazionali riconducibili agli ambienti della Fratellanza.

Cosa dice realmente “The Project”

Ed eccoci al cuore della questione.

Il documento del 1982 descrive una strategia che non si limita alla predicazione religiosa.

La politica islamica viene pensata su scala internazionale e adattata alle condizioni locali.

Tra gli elementi indicati compaiono:

  • studio sistematico dei territori e dei centri di potere;
  • coordinamento internazionale;
  • costruzione e rafforzamento delle istituzioni islamiche;
  • formazione culturale e religiosa;
  • raccolta e mobilitazione delle risorse finanziarie;
  • utilizzo dell’informazione e dei media;
  • cooperazione con altre forze quando utile;
  • sostegno alla causa palestinese;
  • sviluppo di strutture capaci di operare stabilmente nelle società interessate.

È soprattutto il metodo a meritare attenzione.

Non viene descritta semplicemente una conquista militare dell’Occidente.

Si parla invece della costruzione progressiva di un’infrastruttura religiosa, culturale, economica e politica.

Ed è precisamente questo elemento che rende “The Project” interessante ancora oggi.

Non una cospirazione onnipotente, ma una strategia di rete

Il rischio, quando si affrontano documenti del genere, è cadere in due errori opposti.

Il primo consiste nel trasformare ogni associazione musulmana europea in una filiale occulta della Fratellanza.

Sarebbe una conclusione metodologicamente insostenibile.

Il secondo errore consiste però nel fare l’opposto: ignorare completamente l’esistenza di reti transnazionali dell’islam politico soltanto perché non operano necessariamente attraverso un’unica struttura gerarchica e pubblicamente riconoscibile.

La Fratellanza Musulmana, fin dalla sua nascita in Egitto nel 1928 con Hassan al-Banna, ha sviluppato una concezione dell’Islam che comprende religione, società e politica.

Nel corso del Novecento questa impostazione ha prodotto organizzazioni, associazioni, movimenti e correnti differenti, spesso adattate alle condizioni politiche dei singoli Paesi.

L’Europa non è rimasta estranea a questo processo.

La domanda decisiva: cosa è arrivato in Italia?

Ed è qui che comincia realmente l’inchiesta.

La domanda interessante non è stabilire se esista un’unica centrale segreta che impartisce ordini a tutte le organizzazioni islamiche europee.

Una simile rappresentazione sarebbe troppo semplicistica.

La domanda seria è un’altra:

quali uomini, organizzazioni, associazioni, fondazioni e circuiti finanziari hanno trasferito in Italia idee, relazioni e strutture nate nell’ambiente internazionale della Fratellanza Musulmana?

E soprattutto:

quali di quelle reti esistono ancora?

Per rispondere bisogna ricostruire nomi, date, statuti societari, rapporti personali, finanziamenti e collegamenti internazionali.

Non servono teorie.

Servono documenti.

Quarant’anni di storia da ricostruire

La vicenda di Youssef Nada rappresenta quindi soltanto il punto di partenza.

Quando ancora l’Islam organizzato italiano era una realtà embrionale, sul territorio nazionale viveva già uno degli uomini più influenti della rete internazionale della Fratellanza.

Aveva rapporti con dirigenti politici e religiosi di numerosi Paesi.

Aveva costruito una rete finanziaria internazionale.

E nella sua abitazione venne ritrovato un documento del 1982 che descriveva una strategia globale per l’azione politica islamica.

Questo non dimostra automaticamente che ogni successiva organizzazione islamica italiana abbia seguito “The Project”.

Ma rende legittima una domanda storica che per troppo tempo è stata affrontata superficialmente:

come si è realmente formata la rete dell’islam politico in Italia?

Chi erano i primi protagonisti?

Da dove arrivavano i finanziamenti?

Quali rapporti avevano con le organizzazioni europee?

Come sono nate associazioni, centri culturali e moschee?

E soprattutto: quanto delle strutture costruite negli anni Ottanta, Novanta e Duemila è ancora presente oggi?

È ciò che questa serie cercherà di ricostruire.

Seguendo non slogan o suggestioni, ma uomini, organizzazioni, documenti e denaro.

Perché le reti politiche più efficaci raramente nascono quando il pubblico comincia a vederle.

Quando diventano visibili, spesso esistono già da decenni.


FONTI E APPROFONDIMENTI

SWI swissinfo – Youssef Nada e gli anni di collera
https://www.swissinfo.ch/ita/societa/youssef-nada-terrorismo-11-settembre-campione/47083676

SWI swissinfo – Youssef Nada and Switzerland’s role in the “War on Terror”
https://www.swissinfo.ch/eng/business/the-bizarre-case-of-youssef-nada-and-switzerland-s-role-in-the-war-on-terror/47075022

Investigative Project on Terrorism – The Muslim Brotherhood “Project” (documento del 1982)
https://www.investigativeproject.org/document/687-the-muslim-brotherhood-project

CERIF – Biblioteca documentale sulla Fratellanza Musulmana e “The Project”
https://cerif.eu/it/bibliotheque/

Center for Mediterranean & Middle Eastern Studies – analisi storica del documento e della Fratellanza
https://cemmis.edu.gr/images/Middle_East_Bulletin/meb03.pdf

USA–IRAN, esplode di nuovo lo scontro: Washington colpisce l’IRGC a Larak, Teheran risponde sulle basi americane

0

Gli Stati Uniti sostengono di aver reagito a un’imminente operazione iraniana nello Stretto di Hormuz. Dopo il raid americano, l’IRGC lancia missili balistici contro le installazioni USA in Giordania

La nuova escalation tra Stati Uniti e Iran non nasce, secondo la versione fornita da Washington, da un attacco americano improvviso e privo di un precedente operativo.

Le forze statunitensi affermano infatti di aver individuato sull’isola iraniana di Larak, nello strategico Stretto di Hormuz, uomini dell’IRGC intenti a preparare due sistemi di lancio che avrebbero dovuto utilizzare razzi per disseminare nuove mine navali nello Stretto.

Washington aveva già avvertito Teheran che nuovi tentativi di minare le rotte internazionali sarebbero stati contrastati militarmente.

È a questo punto che gli Stati Uniti hanno deciso di intervenire, colpendo i due lanciatori iraniani sull’isola di Larak.

CENTCOM presenta dunque l’operazione come un’azione limitata e preventiva contro una minaccia imminente alla navigazione internazionale, mentre Teheran la considera un’aggressione contro il proprio territorio.

La risposta iraniana è arrivata successivamente.

L’IRGC ha lanciato missili balistici contro due installazioni utilizzate dalle forze statunitensi in Giordania, la King Hussein Air Base e la base di Al-Azraq/Muwaffaq Salti, sostenendo di aver provocato gravi danni.

La Giordania ha invece dichiarato di aver intercettato otto missili penetrati nel proprio spazio aereo, mentre fonti americane hanno riferito che quasi tutti i vettori diretti contro le forze USA sono stati neutralizzati e che non risultavano danni significativi.

È quindi fondamentale ricostruire correttamente la sequenza degli eventi: prima la presunta preparazione iraniana di una nuova operazione di minamento nello Stretto di Hormuz, poi l’attacco americano contro i lanciatori di Larak e infine la rappresaglia missilistica iraniana contro le basi statunitensi nella regione.

Washington colpisce l’isola di Larak. Teheran risponde con missili e droni. Il Golfo torna in stato di massima allerta

La tensione tra Stati Uniti e Repubblica Islamica dell’Iran avrebbe compiuto un nuovo e pericoloso salto di livello.

Secondo quanto riportato da TURC/2C TV nel materiale che abbiamo esaminato, le forze statunitensi avrebbero condotto un attacco a sorpresa contro unità del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), concentrando parte dell’operazione sull’isola iraniana di Larak, nello strategico Stretto di Hormuz.

La risposta iraniana non si sarebbe fatta attendere: missili balistici e droni sarebbero stati lanciati contro obiettivi militari statunitensi nella regione, in particolare contro installazioni in Giordania.

È una situazione in rapidissima evoluzione, nella quale propaganda, comunicazioni militari e informazioni ancora non verificabili indipendentemente si sovrappongono. Per questo è necessario separare ciò che viene rivendicato dalle parti da ciò che può essere considerato definitivamente accertato.

L’attacco americano sull’isola di Larak

Secondo la ricostruzione proposta dalla fonte, l’intelligence americana avrebbe individuato sull’isola di Larak una concentrazione significativa di personale dell’IRGC insieme a sistemi missilistici esposti.

Washington avrebbe quindi deciso di sfruttare quella che considerava una finestra operativa particolarmente favorevole.

La fonte parla inizialmente di 20-30 membri dell’IRGC uccisi e oltre 100 feriti, aggiungendo che il bilancio potrebbe aumentare. Si tratta tuttavia di cifre che, sulla base del materiale disponibile, non possono essere considerate confermate indipendentemente.

L’elemento militarmente interessante sarebbe la modalità dell’operazione.

Negli ultimi mesi le forze iraniane avrebbero fatto largo affidamento sulle proprie infrastrutture sotterranee, le cosiddette “missile cities”, proprio per proteggere uomini, missili e sistemi di lancio dalla superiorità aerea americana.

Se la ricostruzione fornita dalla fonte fosse confermata, l’IRGC sarebbe stato costretto a spostare almeno parte dei propri sistemi verso postazioni mobili o comunque maggiormente esposte, offrendo così agli Stati Uniti nuovi bersagli.

La risposta iraniana: missili e droni verso la Giordania

Teheran avrebbe reagito rapidamente.

Secondo il materiale analizzato, l’IRGC avrebbe annunciato un’operazione congiunta condotta mediante missili balistici e droni contro installazioni utilizzate dalle forze americane in Giordania.

Tra gli obiettivi indicati figurerebbero la King Hussein Air Base e la Muwaffaq Salti Air Base.

La comunicazione iraniana avrebbe rivendicato “danni significativi” alle infrastrutture e agli assetti nemici.

Ma proprio su questo punto emerge uno degli aspetti più importanti della guerra contemporanea: la battaglia della comunicazione corre parallelamente a quella militare.

Secondo la ricostruzione della fonte, le autorità giordane avrebbero riferito di aver intercettato diversi missili entrati nello spazio aereo nazionale, mentre fonti statunitensi avrebbero negato danni significativi alle proprie forze.

Le due versioni sono quindi profondamente differenti.

L’IRGC deve dimostrare alla propria opinione pubblica e ai propri sostenitori di essere ancora capace di infliggere colpi pesanti agli Stati Uniti. Washington, al contrario, ha interesse a mostrare l’efficacia delle proprie difese e la limitata capacità offensiva residua iraniana.

La verità sul livello effettivo dei danni potrà essere stabilita soltanto attraverso verifiche indipendenti, immagini satellitari e successive comunicazioni ufficiali.

Qatar ed Emirati Arabi Uniti in allerta

L’escalation avrebbe immediatamente coinvolto indirettamente anche gli altri Stati del Golfo.

Nel materiale viene riferito che Qatar ed Emirati Arabi Uniti avrebbero elevato il livello di allerta, invitando la popolazione a rimanere in luoghi protetti e lontano da finestre e aree esposte.

Questo non significa necessariamente che Doha o Abu Dhabi siano state direttamente attaccate.

La posizione geografica dei due Paesi li espone inevitabilmente alle conseguenze di qualsiasi grande confronto militare nello Stretto di Hormuz.

Missili, droni, intercettori e velivoli militari operano infatti in uno spazio estremamente ristretto, attraversato contemporaneamente da alcune delle rotte commerciali ed energetiche più importanti del pianeta.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più pericolosi dell’attuale escalation.

Lo Stretto di Hormuz resta il centro della partita

Dietro lo scambio di missili esiste infatti una questione strategica molto più importante: chi controlla realmente lo Stretto di Hormuz?

Teheran ha costruito per decenni una parte fondamentale della propria deterrenza sulla possibilità di minacciare la navigazione attraverso questo passaggio.

Ma, secondo la ricostruzione proposta dalla fonte, la presenza americana sarebbe ormai estremamente consistente: navi militari, caccia, velivoli di sorveglianza e aerocisterne continuerebbero a operare nel Golfo Persico.

La presenza delle aerocisterne è particolarmente significativa perché consente agli aerei da combattimento di rimanere in volo per periodi prolungati, garantendo sorveglianza continua e possibilità di intervento rapido.

Se Washington riuscisse contemporaneamente a proteggere il traffico commerciale, mantenere operative le proprie forze aeree e individuare i sistemi missilistici iraniani nel momento in cui vengono portati allo scoperto, una componente fondamentale della deterrenza iraniana rischierebbe di essere seriamente compromessa.

Ed è qui che si gioca probabilmente la partita decisiva.

La guerra delle “missile cities”

Per anni Teheran ha mostrato enormi strutture sotterranee contenenti missili balistici, droni e sistemi di lancio.

La propaganda iraniana le ha presentate come installazioni praticamente invulnerabili.

Ma una struttura sotterranea ha comunque bisogno di ingressi, uscite, collegamenti logistici, comunicazioni e personale.

Non è quindi necessario distruggere ogni metro di una base sotterranea per comprometterne l’efficienza: può essere sufficiente neutralizzarne accessi e infrastrutture essenziali oppure costringere i sistemi mobili a uscire allo scoperto.

Secondo il racconto fornito nel materiale, sarebbe esattamente questa la pressione che gli Stati Uniti starebbero tentando di esercitare.

Il problema dell’IRGC: sopravvivere militarmente e politicamente

La questione non riguarda però soltanto missili e bombardamenti.

Il vero problema per la Repubblica Islamica potrebbe essere la capacità di mantenere coesione politica, militare ed economica mentre aumenta la pressione esterna.

Una guerra prolungata impone costi enormi.

Missili balistici, droni, infrastrutture militari, sistemi radar e personale specializzato non sono risorse infinite. Ogni sistema distrutto deve essere sostituito; ogni missile utilizzato riduce le scorte disponibili; ogni comandante eliminato deve essere rimpiazzato.

Parallelamente rimane il fronte interno.

Il materiale di TURC/2C TV sostiene apertamente che il regime iraniano stia attraversando una fase di crescente difficoltà e che una parte consistente della popolazione sarebbe ormai ostile alla Repubblica Islamica. Anche questa valutazione, tuttavia, rappresenta chiaramente il punto di vista politico della fonte e non può essere trasformata automaticamente in un dato quantitativo verificato.

È comunque indiscutibile che la stabilità interna diventi una variabile strategica fondamentale quando un Paese affronta contemporaneamente guerra, sanzioni, difficoltà economiche e tensioni politiche.

Washington potrebbe puntare sull’usura

L’aspetto forse più interessante della strategia americana descritta dalla fonte è che gli Stati Uniti potrebbero non avere bisogno di lanciare continuamente offensive su vasta scala.

Potrebbero invece adottare una strategia di pressione e logoramento:

mantenere la superiorità aerea;

proteggere le rotte commerciali;

individuare e distruggere i sistemi iraniani quando vengono esposti;

ridurre progressivamente le capacità dell’IRGC;

costringere Teheran a consumare missili e droni;

aumentare contemporaneamente la pressione economica.

In questo scenario il tempo diventerebbe un’arma.

La domanda non sarebbe più soltanto quanti missili possiede l’Iran, ma per quanto tempo il sistema iraniano può sostenere contemporaneamente una guerra militare, economica e politica.

Il rischio maggiore: un errore che trascini tutto il Golfo

Rimane però un enorme problema.

Più aumentano missili, droni, caccia, sistemi antiaerei e navi militari concentrati nello stesso spazio, maggiore diventa il rischio di errore.

Un missile che devia dalla traiettoria prevista, un drone identificato erroneamente, una nave commerciale colpita o un attacco che provochi numerose vittime americane potrebbero modificare completamente il livello dello scontro.

Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Giordania non sono semplici spettatori geografici.

Sono inevitabilmente coinvolti nell’architettura militare e logistica della regione.

Ed è per questo che gli allarmi registrati nelle ultime ore sono importanti anche quando non corrispondono a un attacco diretto contro quei Paesi.

La propaganda corre più veloce dei missili

C’è infine un’altra guerra che merita attenzione: quella combattuta sui social network.

Filmati di lanci vengono presentati come prova della distruzione dei bersagli. Immagini di intercettazioni vengono utilizzate per sostenere l’esatto contrario. Vecchi video vengono riciclati, immagini generate con intelligenza artificiale vengono spacciate per autentiche e dichiarazioni militari vengono rilanciate come fatti verificati.

Ma vedere partire un missile non significa sapere dove sia arrivato.

Allo stesso modo, vedere un’intercettazione non dimostra automaticamente che tutti gli altri vettori siano stati neutralizzati.

In una guerra contemporanea il primo dovere dell’informazione dovrebbe quindi essere distinguere tre livelli:

ciò che è stato documentato;

ciò che viene rivendicato dalle parti;

ciò che rimane da verificare.

Confondere queste categorie significa trasformare l’informazione in propaganda.

La battaglia decisiva potrebbe essere appena cominciata

Se gli sviluppi descritti nel materiale verranno confermati, l’attacco americano contro l’IRGC e la successiva risposta iraniana rappresentano molto più dell’ennesimo scambio di missili.

Mostrano una competizione per il controllo operativo dello Stretto di Hormuz e, soprattutto, per la capacità di imporre all’avversario il ritmo della guerra.

Teheran deve dimostrare che la propria deterrenza esiste ancora.

Washington deve dimostrare di poter colpire l’IRGC, proteggere le proprie forze e mantenere aperta la navigazione senza essere trascinata in una guerra incontrollabile.

Il risultato non sarà deciso da un singolo bombardamento.

Sarà deciso dalla capacità delle due parti di sostenere lo scontro nel tempo.

E se l’Iran fosse realmente costretto a portare allo scoperto uomini, missili e sistemi che per anni aveva protetto nelle proprie infrastrutture sotterranee, allora il problema per l’IRGC sarebbe molto più serio di quanto possa raccontare qualsiasi video propagandistico.

Perché nello Stretto di Hormuz la questione fondamentale non è chi pubblica il filmato più spettacolare.

È chi, alla fine, riesce ancora a controllare il cielo, il mare e le rotte energetiche.

Di Battista, Cuba e la CIA: quando il complottismo sostituisce le prove, ormai siamo alla malattia mentale, si inventano la qualsiasi per sostenere la loro propaganda marxista

0

Dal malore dell’ex deputato alla solita sceneggiatura antiamericana: sui social spuntano CIA, Mossad, avvelenamenti e “Sindrome dell’Avana”. Ma dove sono le prove?

Alessandro Di Battista sta male a Cuba e, ancora prima che sia disponibile un quadro clinico pubblico completo, sui social parte immediatamente la macchina delle interpretazioni politiche.

Non basta attendere i medici. Non basta ammettere di non sapere.

Per alcuni bisogna trovare immediatamente un colpevole geopolitico.

Ed ecco comparire la CIA, i servizi segreti americani, il Mossad, misteriosi avvelenamenti e persino richiami alla cosiddetta “Sindrome dell’Avana”.

Il problema è molto semplice: dove sono le prove?

Quello che sappiamo davvero

Le informazioni verificabili sono decisamente meno cinematografiche.

Alessandro Di Battista, 48 anni, si trovava a Cuba per realizzare un reportage quando ha accusato un forte mal di testa e successivamente un grave malore.

È stato inizialmente ricoverato a Santa Clara e poi trasferito all’Hospital Hermanos Ameijeiras dell’Avana per ulteriori accertamenti.

ANSA ha riferito che Di Battista è arrivato all’ospedale dell’Avana lucido e in grado di rispondere alle domande dei sanitari.

Il governo italiano ha seguito direttamente la situazione attraverso l’ambasciata e ha predisposto la possibilità di un trasferimento sanitario in Italia qualora le sue condizioni lo consentano.

Alcune ricostruzioni giornalistiche hanno parlato di un possibile ictus, mentre altre fonti hanno correttamente mantenuto la definizione più prudente di “malore”, sottolineando l’assenza di una diagnosi ufficiale resa pubblica.

Questo è ciò che sappiamo.

Il resto, fino alla comparsa di elementi concreti, appartiene al terreno delle ipotesi.

Poi arriva la CIA

La prudenza, evidentemente, non interessa a tutti.

Sui social sono rapidamente apparse ricostruzioni secondo cui dietro il malore potrebbero esserci la CIA, il Mossad o altre strutture di intelligence.

La stampa ha documentato la proliferazione di queste teorie: c’è chi parla di avvelenamento, chi collega l’accaduto alle posizioni politiche di Di Battista, chi evoca Israele e chi arriva alla “Sindrome dell’Avana”.

Il particolare interessante è che le teorie si contraddicono persino tra loro.

Per qualcuno sarebbero stati gli americani.

Per altri gli israeliani.

Per altri ancora il malore sarebbe collegato ai vaccini.

Qualcun altro tira in ballo misteriose tecnologie o avvelenamenti.

Tutti possiedono una spiegazione.

Nessuno, almeno pubblicamente, possiede una prova.

Il metodo è sempre lo stesso

Qui emerge un meccanismo propagandistico ormai riconoscibile.

Prima viene stabilito il colpevole ideologico.

Poi si cerca una storia capace di adattarsi alla conclusione già decisa.

Di Battista è critico verso gli Stati Uniti e Israele?

Allora, secondo questa logica, se viene colpito da un grave problema di salute la CIA o il Mossad diventano automaticamente sospettati.

Ma questa non è un’inchiesta.

È una sceneggiatura.

Per sostenere seriamente che un servizio d’intelligence abbia provocato il malore di una persona servirebbero almeno elementi investigativi, documentazione medica compatibile con un’intossicazione o un’aggressione, testimonianze attendibili, intercettazioni, documenti, anomalie accertate o altre evidenze verificabili.

Al momento non è stato presentato pubblicamente nulla del genere.

Cuba diventa automaticamente “la prova”

Anche il luogo viene utilizzato per alimentare la narrazione.

Di Battista si trovava a Cuba.

Cuba richiama immediatamente la Guerra Fredda, Washington, la CIA e la famosa “Sindrome dell’Avana”.

Ed ecco costruita l’associazione:

Cuba + personaggio antiamericano + malore = CIA.

Peccato che un’associazione mentale non sia una prova.

La stessa “Sindrome dell’Avana” è stata oggetto per anni di indagini e controversie sulle possibili cause. Evocarla semplicemente perché una persona ha accusato un forte mal di testa mentre si trovava sull’isola non dimostra assolutamente che i due fenomeni abbiano qualcosa in comune.

Il paradosso del complottismo geopolitico

Naturalmente i servizi segreti esistono.

La CIA ha una lunga storia di operazioni clandestine, anche in America Latina, molte delle quali oggi ampiamente documentate.

Proprio per questo bisogna distinguere la storia documentata dalla fantasia politica.

Dire che la CIA abbia realizzato operazioni clandestine in passato è storia.

Dire che quindi sia responsabile del malore di Di Battista è un salto logico gigantesco.

Con questo metodo qualsiasi evento potrebbe essere attribuito a qualsiasi servizio segreto.

Non servirebbero più documenti.

Non servirebbero più giornalisti investigativi.

Non servirebbero più prove.

Basterebbe chiedersi: “A chi potrebbe convenire?”

E trasformare il possibile movente in una sentenza.

La propaganda ha bisogno di un nemico onnipotente

È una caratteristica ricorrente di una certa lettura ideologica della geopolitica: Washington deve essere sempre dietro le quinte.

Un governo cade?

CIA.

Una protesta esplode?

CIA.

Un leader cambia posizione?

CIA.

Un personaggio pubblico si sente male?

Ancora CIA.

Gli Stati Uniti finiscono così per diventare contemporaneamente responsabili di qualsiasi evento mondiale.

È una visione curiosamente lusinghiera persino per l’intelligence americana, alla quale viene attribuita una capacità quasi soprannaturale di controllare il pianeta.

La realtà, purtroppo per chi ama le grandi sceneggiature, è generalmente molto più complessa.

Le prove prima dell’ideologia

Se domani emergessero elementi concreti di un’azione criminale contro Alessandro Di Battista, sarebbe doveroso indagarli e raccontarli senza alcuna reticenza, indipendentemente dal responsabile.

Americano, israeliano, cubano, russo o di qualsiasi altra nazionalità.

Ma funziona anche al contrario.

Finché quelle prove non esistono, non si può trasformare un sospetto politico in un fatto.

È precisamente questa la differenza fra informazione e propaganda.

La prima parte dai fatti e costruisce eventualmente una conclusione.

La seconda sceglie prima la conclusione e successivamente cerca qualcosa con cui riempirla.

Sul malore di Alessandro Di Battista, oggi, la posizione intellettualmente seria è quindi estremamente semplice:

attendere informazioni mediche attendibili e prove verificabili.

Tutto il resto può essere discusso come ipotesi.

Presentarlo come certezza significa raccontare una storia che, allo stato attuale delle informazioni pubbliche, non è stata dimostrata.


Fonti

ANSA – “Di Battista in ospedale lucido, risponde alle domande dei medici”
https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/08/30/di-battista-in-ospedale-lucido-risponde-alle-domande-dei-medici_97ec2496-cf44-4da9-83da-8df05bbe6eaf.html

RaiNews – “Di Battista in gravi condizioni a Cuba: forte mal di testa, poi il malore e il ricovero in ospedale”
https://www.rainews.it/amp/video/2026/08/di-battista-in-gravi-condizioni-a-cuba-forte-mal-di-testa-poi-il-malore-e-il-ricovero-in-ospedale-8e38d4d6-22ec-4612-8fcc-66fd8e386651.html

Corriere della Sera – “Alessandro Di Battista: il mal di testa incessante, l’ictus, il ricovero d’urgenza a Cuba”
https://www.corriere.it/politica/26_agosto_30/alessandro-di-battista-ricovero-cuba-mal-di-testa-e2087a44-7e54-4ec1-8d1e-29e8c451axlk.shtml

Secolo d’Italia – “Il Mossad ha colpito, è stato il vaccino: su Di Battista e il malore a Cuba complottisti scatenati”
https://www.secoloditalia.it/2026/08/il-mossad-ha-colpito-e-stato-il-vaccino-su-di-battista-e-il-malore-a-cuba-complottisti-scatenati/

DataRepublican punta il faro su NoBlogs: migliaia di blog della galassia anarchica e antagonista finiscono sulla mappa

0

La ricercatrice Jennica Pounds, conosciuta online come DataRepublican, annuncia di aver catalogato migliaia di siti riconducibili all’ecosistema NoBlogs. Una radiografia digitale che promette di trasformare una galassia apparentemente frammentata in una rete consultabile. Ma occorre distinguere tra infrastruttura tecnica, propaganda politica e responsabilità individuali.

Per anni una parte consistente dell’attivismo anarchico, antifascista, anticapitalista e antagonista internazionale ha utilizzato infrastrutture digitali costruite deliberatamente attorno a concetti come anonimato, privacy e autonomia dai grandi operatori commerciali.

Ora quella galassia potrebbe essere diventata molto più facile da osservare.

Jennica Pounds, ingegnere informatico e analista conosciuta sui social come DataRepublican, ha annunciato un nuovo progetto di analisi dedicato a NoBlogs, la piattaforma di blogging collegata al collettivo italiano Autistici/Inventati.

La sua promessa è ambiziosa: trasformare migliaia di blog, gruppi e collegamenti in una grande mappa digitale navigabile.

Secondo quanto dichiarato da DataRepublican, sarebbero stati analizzati oltre 7.000 blog, distribuiti in numerosi Paesi e lingue, mentre oltre 4.000 sarebbero stati associati a una posizione geografica all’interno di una mappa mondiale.

Si tratta di numeri dichiarati dall’autrice del progetto che, in assenza dell’accesso completo al dataset e alla metodologia utilizzata, devono essere considerati come tali e non ancora come una certificazione indipendente.

Ma il punto politicamente interessante va ben oltre il numero.

NoBlogs non nasconde la propria identità politica

Non occorre affidarsi alle interpretazioni degli avversari per comprendere quale ambiente culturale NoBlogs intenda servire.

La piattaforma si presenta infatti apertamente come:

“Connecting radical people. Non commercial, antifascist, antisexist, privacy-oriented blog platform.”

NoBlogs spiega inoltre di essere un progetto del collettivo Autistici/Inventati.

Non stiamo quindi parlando di un generico WordPress commerciale sul quale, casualmente, alcuni militanti della sinistra radicale hanno aperto un account.

L’identità politica e culturale della piattaforma è dichiarata.

La stessa NoBlogs afferma di rivolgersi a persone che condividono determinate prerogative sociali e politiche e descrive Autistici/Inventati come un soggetto impegnato da anni nel fornire servizi di comunicazione agli attivisti.

Ancora più interessante è un documento storico del 2006.

Quando Autistici/Inventati annunciò la nascita di NoBlogs, descrisse il nuovo servizio come uno spazio nel quale aprire e gestire blog secondo le proprie politiche di anonimato e riservatezza.

La struttura non nasce quindi ieri.

È il risultato di quasi vent’anni di sedimentazione digitale.

La novità di DataRepublican: dalla nebulosa alla mappa

È qui che il progetto annunciato da DataRepublican assume interesse.

Il problema delle reti politiche decentralizzate è sempre stato quello della frammentazione.

Un blog rimanda a un collettivo.

Il collettivo pubblicizza una manifestazione.

La manifestazione viene rilanciata da un’altra organizzazione.

Un comunicato viene ripubblicato da dieci siti.

Una campagna di solidarietà conduce verso un altro gruppo, magari situato in un’altra città o in un altro Paese.

Presi singolarmente, questi elementi possono sembrare episodi isolati.

Aggregati attraverso strumenti di analisi dei dati, possono invece mostrare relazioni, ricorrenze, concentrazioni geografiche e collegamenti ideologici.

Ed è precisamente questo che DataRepublican sostiene di aver fatto.

Secondo la sua descrizione, il nuovo strumento permetterebbe di cercare blog e contenuti, visualizzarne la collocazione geografica e percorrere progressivamente le relazioni tra differenti nodi dell’ecosistema.

In altre parole: non più migliaia di pagine sparse nella rete, ma una rappresentazione strutturata dell’ambiente digitale.

È una differenza enorme.

Attenzione però alla parola “cellula”

Qui occorre evitare una scorciatoia che rischierebbe di trasformare un’indagine interessante in propaganda speculare.

L’esistenza di migliaia di blog anarchici, antifascisti o anticapitalisti non dimostra automaticamente l’esistenza di migliaia di cellule operative, né tantomeno che ogni autore, amministratore o lettore sia coinvolto in attività illegali.

Un’infrastruttura condivisa non equivale a una catena di comando.

Un hyperlink non dimostra una collaborazione operativa.

Una posizione politica radicale non costituisce, da sola, prova di attività criminale.

Sono distinzioni fondamentali.

Ma proprio una volta eliminate queste esagerazioni rimane la domanda realmente interessante: quanto è estesa e interconnessa l’infrastruttura comunicativa dell’antagonismo internazionale?

Ed è su questo terreno che un database consultabile può diventare uno strumento estremamente utile per giornalisti e ricercatori.

L’anonimato come elemento strutturale

Un altro elemento emerge direttamente dalla documentazione di NoBlogs.

Per registrarsi sulla piattaforma è richiesto un account presso Autistici/Inventati oppure presso un altro server indipendente orientato all’anonimato.

Non è un dettaglio secondario.

Autistici/Inventati ha costruito storicamente una parte della propria identità proprio sulla protezione della privacy degli utenti.

In occasione di una vecchia indagine italiana, il collettivo spiegò che sui propri server non erano disponibili determinati log e dati anagrafici richiesti dagli investigatori; raccontò inoltre di un intervento della polizia norvegese sui server utilizzati dall’infrastruttura.

L’anonimato, dunque, non rappresenta una caratteristica accidentale.

È parte integrante della filosofia tecnica del progetto.

Naturalmente anche questo principio deve essere interpretato correttamente: proteggere la privacy non significa automaticamente proteggere criminali. Anonimato e crittografia sono strumenti legittimi utilizzati quotidianamente anche da giornalisti, dissidenti e normali cittadini.

La questione cambia quando si analizza come una determinata infrastruttura viene concretamente utilizzata.

Ed è proprio qui che il lavoro sui dati può diventare decisivo.

Una piattaforma che si definisce esplicitamente antifascista

Per anni una parte del dibattito pubblico europeo ha trattato l’universo “antifa” come una categoria quasi esclusivamente culturale: gruppi autonomi, collettivi locali, centri sociali, associazioni informali, campagne temporanee.

Il problema è che Internet permette a organizzazioni prive di una direzione centrale di sviluppare comunque ecosistemi transnazionali estremamente efficienti.

Non occorre necessariamente un quartier generale.

Occorrono server, mailing list, blog, social network, raccolte fondi, canali di propaganda e sistemi per diffondere rapidamente informazioni.

NoBlogs dichiara apertamente la propria natura antifascista, non commerciale e orientata alla privacy.

Questo non rende automaticamente criminale la piattaforma.

Rende però perfettamente legittimo studiarne la dimensione, l’evoluzione e le connessioni.

Il caso Autistici/Inventati

Il tema è diventato ancora più delicato negli ultimi giorni.

Autistici/Inventati ha pubblicato un comunicato nel quale afferma che il governo statunitense ha disposto sanzioni nei confronti del collettivo, accuse che A/I respinge integralmente.

Nel proprio comunicato il gruppo sostiene di essere un piccolo collettivo di volontari dedicato alla fornitura di strumenti di “autodifesa digitale” e considera le accuse americane politicamente motivate.

Il collettivo ribadisce inoltre esplicitamente la propria posizione antifascista e anticapitalista.

È importante sottolineare che eventuali provvedimenti statunitensi e le relative accuse non costituiscono automaticamente una condanna penale individuale degli utenti della piattaforma, né possono essere estesi indistintamente a chiunque abbia utilizzato NoBlogs.

La responsabilità rimane personale.

L’ironia di “TrumpBlogs”

Nel frattempo la vicenda ha assunto anche una dimensione quasi surreale.

DataRepublican ha rilanciato sui social la trasformazione ironica di NoBlogs in “TrumpBlogs”, presentandola come una provocazione nei confronti dell’ambiente politico che storicamente utilizzava la piattaforma.

Al di là della trovata comunicativa, il significato simbolico è evidente.

Una piattaforma costruita attorno a privacy, anonimato e attivismo radicale viene improvvisamente sottoposta a un processo opposto: catalogazione, classificazione, indicizzazione e rappresentazione grafica delle proprie connessioni pubblicamente osservabili.

È quasi un rovesciamento della filosofia originaria.

Open source intelligence: quando sono gli stessi militanti a produrre i dati

C’è poi una lezione più generale.

L’OSINT — Open Source Intelligence — non richiede necessariamente intercettazioni, infiltrazioni o documenti segreti.

Una quantità enorme di informazioni viene pubblicata volontariamente.

Manifesti.

Comunicati.

Date.

Eventi.

Sedi.

Rivendicazioni.

Collaborazioni.

Link.

Campagne comuni.

Citazioni reciproche.

Archiviando e correlando queste informazioni è possibile ricostruire porzioni significative di un ecosistema politico senza violare alcun sistema informatico.

Ed è precisamente questo il paradigma che ha reso DataRepublican conosciuta negli Stati Uniti: utilizzare enormi quantità di dati pubblicamente accessibili per rappresentare reti che, osservate documento per documento, sarebbero difficilissime da comprendere.

DataRepublican prepara il salto di qualità

Jennica Pounds non sembra intenzionata a fermarsi a questo progetto.

È prevista una nuova versione della piattaforma DataRepublican e contemporaneamente si avvicina la pubblicazione di UNELECTED, scritto insieme a Joshua Lisec.

L’editore Passage Press conferma l’uscita del volume per il 13 ottobre 2026 e presenta il libro come un’indagine sull’intreccio tra apparato amministrativo statunitense, organizzazioni non governative e fondazioni.

Secondo la presentazione editoriale, il lavoro di Pounds utilizza analisi dei dati pubblici per ricostruire flussi finanziari e relazioni all’interno dell’universo delle ONG americane.

Il progetto dedicato a NoBlogs appare quindi coerente con la metodologia che l’ha resa nota: prendere informazioni sparse e trasformarle in reti leggibili.

Il vero problema per le reti radicali: essere finalmente leggibili

Ed è forse questa la parte più importante dell’intera vicenda.

Le organizzazioni decentralizzate hanno sempre tratto vantaggio dalla propria apparente frammentazione.

Mille piccoli gruppi sembrano mille fenomeni differenti.

Mille blog sembrano mille voci isolate.

Ma quando qualcuno raccoglie i dati e comincia a disegnare le connessioni, l’immagine può cambiare radicalmente.

Questo non significa che esista necessariamente un’unica “Internazionale anarchica” dotata di comando centrale.

Significa qualcosa di diverso e forse più interessante: Internet permette la formazione di ecosistemi ideologici transnazionali nei quali gruppi formalmente indipendenti possono condividere infrastrutture, contenuti, campagne e riferimenti politici.

Comprendere quanto queste reti siano realmente coordinate, quanto siano semplicemente affini e dove eventualmente finisca l’attivismo politico e inizi l’attività illegale richiede prove specifiche.

Ma quelle prove possono essere cercate.

E soprattutto i dati pubblici possono essere analizzati.

È questo il significato più importante dell’operazione annunciata da DataRepublican.

Non criminalizzare automaticamente migliaia di persone.

Non confondere dissenso e terrorismo.

Ma neppure fingere che infrastrutture politiche costruite, dichiaratamente, per mettere in comunicazione ambienti radicali non meritino attenzione giornalistica.

Per quasi vent’anni questa galassia ha prodotto un’enorme quantità di informazioni.

Adesso qualcuno ha deciso di metterle sulla stessa mappa.

E quando una rete diventa visibile, diventa finalmente possibile discutere sulla base dei dati invece che degli slogan.


Fonti e approfondimenti

NoBlogs – sito ufficiale:
NoBlogs.org

Policy NoBlogs / Autistici-Inventati:
Policy NoBlogs

Registrazione e politiche di anonimato:
Registrazione NoBlogs

Archivio Autistici/Inventati sulla nascita di NoBlogs:
Newsletter A/I del 2006

Comunicazioni e archivio del collettivo Autistici/Inventati:
Cavallette – blog di Autistici/Inventati

Passage Press – UNELECTED di Jennica Pounds e Joshua Lisec:
UNELECTED – pagina dell’editore

GRAN BRETAGNA, L’UGUAGLIANZA AL CONTRARIO: L’MI5 ESCLUDE I BIANCHI BRITANNICI DA UNO STAGE

0

Il programma estivo dell’intelligence britannica è riservato a determinate minoranze etniche provenienti da contesti svantaggiati. Il governo difende la misura in nome della rappresentanza. Ma quando l’accesso a un’opportunità pubblica dipende anche dall’origine etnica, la domanda diventa inevitabile: che cosa resta dell’uguaglianza davanti allo Stato?

C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nella Gran Bretagna contemporanea.

Per decenni ai cittadini europei è stato spiegato che una società moderna deve giudicare le persone indipendentemente dal colore della pelle. Origine, etnia e ascendenza non dovrebbero stabilire chi merita un’opportunità.

Poi si apre il sito ufficiale dell’MI5 e si scopre che, per il Summer Intelligence Internship 2027, non tutti i cittadini britannici possono presentare domanda.

Non è un’interpretazione giornalistica.

È scritto direttamente dall’MI5.

Per l’anno accademico 2026/27 il candidato deve trovarsi all’ultimo o penultimo anno di università, provenire da un contesto socialmente o economicamente svantaggiato e appartenere a un background Black, Asian, mixed heritage o ethnic minority.

La motivazione dichiarata è la sottorappresentazione di questi gruppi all’interno dell’organizzazione.

Tra le categorie ammesse figurano inoltre alcuni gruppi classificati come “White other”, per esempio Rom, Scottish Travellers e Irish Travellers.

White British, invece, non compare tra le categorie ammesse.

Ed è proprio qui che comincia il problema politico.

Anche il ragazzo bianco povero resta fuori

L’MI5 non utilizza soltanto un criterio etnico.

Per accedere al programma bisogna anche dimostrare una condizione socioeconomica svantaggiata attraverso criteri relativi, per esempio, all’occupazione del principale percettore di reddito della famiglia quando il candidato aveva 14 anni oppure all’accesso ai pasti scolastici gratuiti.

Quindi lo Stato britannico riconosce correttamente che esiste una questione sociale.

Riconosce che esistono famiglie operaie, disoccupazione, lavori manuali e condizioni economiche difficili.

Ma poi introduce un secondo filtro: l’appartenenza etnica.

Il risultato è paradossale.

Un giovane White British proveniente da una famiglia economicamente svantaggiata può soddisfare il requisito sociale e tuttavia non soddisfare quello etnico previsto dallo stage.

La povertà, evidentemente, non basta.

Non stiamo parlando di un semplice seminario sulla diversità

Si potrebbe liquidare tutto come una piccola iniziativa promozionale.

Ma basta leggere la descrizione ufficiale dell’MI5 per capire che non è così.

Gli stagisti vengono inseriti nei team investigativi, possono contribuire alle attività riguardanti il terrorismo internazionale, osservare il funzionamento delle operazioni, lavorare sull’analisi delle informazioni e acquisire esperienza nell’elaborazione dei rischi.

Il programma dovrebbe svolgersi dal 28 giugno al 20 agosto 2027.

L’MI5 prevede inoltre un pagamento di 4.849 sterline e, per chi non può ragionevolmente raggiungere la sede quotidianamente, anche l’alloggio gratuito durante il periodo previsto.

Al termine dell’esperienza gli stagisti possono inoltre candidarsi all’Intelligence Officer Development Programme, anche se dovranno successivamente affrontare una procedura competitiva ordinaria.

Non significa dunque che lo stage garantisca un posto nell’intelligence.

Significa però qualcosa di altrettanto evidente: rappresenta un’opportunità professionale concreta e privilegiata per conoscere dall’interno uno dei servizi di sicurezza più importanti del mondo.

Ed è proprio per questo che la scelta dei criteri di accesso merita scrutinio pubblico.

Westminster conosce perfettamente il problema

La questione è già arrivata in Parlamento.

Il deputato conservatore Ben Obese-Jecty ha chiesto esplicitamente al governo perché gli stage estivi di MI5, MI6 e GCHQ fossero aperti soltanto a candidati Black, Asian ed ethnic minority.

La risposta governativa del 3 luglio 2026 ha ricordato che esistono diversi programmi nell’intelligence britannica e che chi, dopo lo stage, desidera ottenere un impiego deve comunque partecipare a una selezione aperta e basata sul merito.

Ma questa risposta aggira il punto centrale.

Perché l’accesso allo stage deve essere filtrato anche sulla base dell’etnia?

È possibile sostenere la necessità di aumentare la rappresentanza senza necessariamente concludere che la soluzione debba consistere nell’esclusione preventiva di altri cittadini.

Il caso dei White Irish rende la situazione ancora più surreale

Il dibattito parlamentare ha prodotto persino un chiarimento che mostra quanto possa diventare artificiale una politica pubblica costruita intorno alle classificazioni etniche.

Nell’aprile 2026 il governo britannico ha precisato che la categoria “White Other” utilizzata dal programma comprende, per esempio, Romany Gypsy, Scottish Travellers e Irish Travellers.

Ma non comprende i White Irish.

Il cittadino viene quindi inserito in una tassonomia amministrativa nella quale determinate origini possono aprire l’accesso a un programma mentre altre possono impedirlo.

È questa la società post-razziale promessa dall’ideologia della diversità?

Oppure abbiamo semplicemente sostituito vecchie classificazioni razziali con nuove classificazioni considerate politicamente accettabili?

Il governo rivendica la legittimità della politica

Per correttezza bisogna riportare anche l’argomento opposto.

Il governo britannico sostiene che programmi del genere rappresentino misure legittime di positive action previste dall’Equality Act 2010 e destinate ad avvicinare alle carriere nella sicurezza nazionale gruppi attualmente sottorappresentati.

Non è dunque corretto sostenere semplicemente che il governo abbia ammesso di praticare una discriminazione illegale.

La posizione ufficiale è esattamente opposta: Westminster considera queste iniziative compatibili con la legislazione britannica.

Ma legalità e opportunità politica non sono la stessa cosa.

Una democrazia può e deve discutere se sia opportuno che un’istituzione statale selezioni l’accesso a determinate opportunità utilizzando categorie etniche.

Ed è qui che la questione diventa molto più grande dell’MI5.

Il cortocircuito dell’“antirazzismo”

Per decenni il principio liberale era semplice:

non giudicare una persona dal colore della pelle.

Oggi una parte delle istituzioni occidentali sembra aver sostituito quel principio con qualcosa di molto diverso:

per ottenere l’uguaglianza bisogna trattare diversamente le persone in funzione dell’appartenenza al gruppo.

È il passaggio dall’uguaglianza delle opportunità alla cosiddetta equità dei risultati e della rappresentanza.

Ma una volta accettato il principio secondo cui l’origine etnica può stabilire chi può accedere a un’opportunità, diventa difficile sostenere contemporaneamente che l’etnia debba essere irrilevante.

La contraddizione è evidente.

Provate semplicemente a invertire le categorie.

Immaginate un programma pubblico britannico che dichiarasse:

“Possono presentare domanda esclusivamente studenti White British provenienti da famiglie svantaggiate.”

La polemica sarebbe immediata e comprensibilmente enorme.

E proprio questo esperimento mentale dovrebbe preoccupare chiunque creda realmente nell’uguaglianza davanti allo Stato.

Un principio è universale oppure non è un principio.

La questione della classe sociale

C’è poi un altro elemento che rende questa politica particolarmente discutibile.

La Gran Bretagna possiede profonde disuguaglianze economiche e territoriali.

Esistono ragazzi bianchi cresciuti in famiglie operaie, quartieri degradati e aree deindustrializzate che non dispongono certamente delle opportunità delle élite di Londra.

Perché trasformare la rappresentanza etnica in una barriera aggiuntiva?

Se l’obiettivo è offrire opportunità a chi parte svantaggiato, sarebbe perfettamente possibile costruire programmi basati sul reddito, sul patrimonio familiare, sulla scuola frequentata, sulla zona di provenienza o sulla condizione sociale, indipendentemente dall’etnia.

Quello sarebbe un criterio autenticamente universalista:

aiutare chi ha meno, senza chiedergli prima di che colore sia.

E nell’intelligence il problema diventa ancora più serio

C’è infine una questione specifica.

Non stiamo parlando di un’azienda che vuole modificare la propria strategia di marketing.

Stiamo parlando dell’MI5.

Un servizio di sicurezza dovrebbe avere come criteri supremi competenza, affidabilità, capacità analitica, conoscenza linguistica, equilibrio, discrezione e lealtà costituzionale.

Naturalmente un’intelligence capace di comprendere comunità, lingue e culture differenti rappresenta un vantaggio strategico enorme.

La diversità delle competenze può essere preziosissima.

Ma diversità delle competenze e selezione attraverso categorie etniche non sono necessariamente la stessa cosa.

Lo Stato dovrebbe cercare i migliori talenti britannici ovunque si trovino.

Poveri o ricchi.

Bianchi, neri o asiatici.

Cristiani, musulmani, ebrei, atei.

Figli di immigrati o di famiglie britanniche presenti nel Paese da generazioni.

Perché la sicurezza nazionale appartiene a tutti.

Il governo britannico dovrebbe rispondere a una domanda semplicissima

Il governo può citare la positive action.

Può parlare di sottorappresentazione.

Può spiegare che l’assunzione definitiva avviene successivamente attraverso una selezione competitiva.

Sono argomenti che devono essere presi seriamente.

Ma rimane una domanda politica alla quale Westminster dovrebbe rispondere chiaramente:

è giusto che un giovane cittadino britannico possa sentirsi dire dallo Stato che non può nemmeno concorrere per una determinata opportunità anche perché appartiene al gruppo etnico sbagliato?

Se la risposta fosse sì, allora la Gran Bretagna avrebbe modificato radicalmente il significato della parola uguaglianza.

Non più cittadini davanti allo Stato.

Prima vengono le categorie.

Poi gli individui.

Ed è proprio questa mentalità che rischia di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato: non una società più integrata, ma una società nella quale ogni gruppo impara a guardare l’altro domandandosi quali privilegi o svantaggi gli siano stati assegnati dall’amministrazione.

La discriminazione storica non si supera costruendo nuove graduatorie etniche.

Si supera eliminando le graduatorie etniche.

E un Paese che vuole continuare a definirsi liberale dovrebbe avere il coraggio di applicare una regola estremamente semplice:

stessa cittadinanza, stessi diritti, stessi criteri, stessa possibilità di competere.


FONTI

MI5 – Summer Intelligence Internships
https://www.mi5.gov.uk/careers/opportunities/internships

UK Parliament – domanda parlamentare del 15 giugno 2026 e risposta del 3 luglio 2026
https://questions-statements.parliament.uk/written-questions/detail/2026-06-15/10063

UK Parliament – chiarimento sull’idoneità dei “White Irish”
https://questions-statements.parliament.uk/written-questions/detail/2026-04-15/HL16424/

UK Parliament – dibattito sulla positive action e sull’accesso agli stage
https://lordsbusiness.parliament.uk/ItemOfBusiness?businessPaperDate=2026-05-18&itemOfBusinessId=171049&sectionId=50

SIS/MI6 – Summer Intelligence Internship
https://www.sis.gov.uk/careers/intelligence-officers/summer-intelligence-internship/

ZeroHedge – “No Whites Allowed, Britain’s MI5 Tells Applicants”
https://www.zerohedge.com/political/no-whites-allowed-britains-mi5-tells-applicants

IL “PROFETA” E LE PRIGIONIERE DI GUERRA: SESSO, SCHIAVITÙ E CONSENSO NELLE FONTI ISLAMICHE CLASSICHE

0

Dal Corano al fiqh: cosa prevedeva realmente il sistema della schiavitù sessuale e perché il problema del consenso non può essere cancellato dal linguaggio religioso

Esiste un capitolo della storia e della giurisprudenza islamica che difficilmente può essere conciliato con la concezione moderna della libertà sessuale: quello delle donne ridotte in schiavitù in seguito alla guerra.

Il problema merita di essere affrontato senza eufemismi, ma anche senza falsificazioni. Il punto non è attribuire ai musulmani contemporanei comportamenti risalenti al VII secolo, né sostenere che essi approvino necessariamente la schiavitù. Il problema storico e dottrinale è un altro: le fonti islamiche classiche riconobbero effettivamente la liceità dei rapporti sessuali del padrone con determinate schiave senza un contratto matrimoniale.

Ed è precisamente qui che emerge la frattura con il moderno concetto di consenso.

“Quelle che le vostre destre possiedono”

Una delle formule più controverse del Corano è ma malakat aymanukum, generalmente tradotta come “quelle che le vostre destre possiedono”.

Il riferimento compare in diversi versetti.

Corano 4:24

Il versetto proibisce determinate categorie di donne, comprese quelle sposate, introducendo però l’eccezione per “quelle che le vostre destre possiedono”.

La tradizione esegetica collega il passo anche alla questione delle donne catturate durante le campagne militari.

Un riferimento fondamentale è il Sahih Muslim, nel quale Abu Sa’id al-Khudri racconta di donne catturate ad Awtas che avevano mariti politeisti. I combattenti musulmani esitavano ad avere rapporti con loro proprio perché erano sposate; il racconto collega quindi la rivelazione di Corano 4:24 alla soluzione di quella difficoltà.

È un documento particolarmente importante perché mostra che la questione non è una costruzione polemica moderna: il problema delle prigioniere sposate e della loro disponibilità sessuale era discusso dalle stesse fonti islamiche.

Corano 23:5-6 e 70:29-30

Altri due passaggi descrivono positivamente coloro che custodiscono la propria sessualità, facendo eccezione per due categorie:

le mogli e “quelle che le loro destre possiedono”.

La distinzione è significativa.

Il rapporto con una schiava non richiedeva infatti necessariamente la trasformazione della donna in moglie. Nel sistema giuridico classico esisteva la figura del concubinato derivante dalla proprietà della schiava.

Il problema che oggi chiamiamo consenso

Qui bisogna evitare un errore metodologico.

Dire semplicemente che il diritto islamico classico prevedeva lo “stupro” come categoria giuridica sarebbe impreciso: il fiqh utilizzava categorie completamente diverse dalle nostre.

Ma proprio questa differenza rende il problema più evidente.

Nel paradigma moderno, la domanda fondamentale è:

la donna poteva liberamente dire di no?

Una prigioniera ridotta in schiavitù non disponeva della libertà personale che oggi consideriamo indispensabile perché il consenso sessuale possa essere autenticamente libero.

Il diritto classico regolamentava quindi la sessualità servile attraverso il concetto di proprietà e attraverso una serie di limiti giuridici, non attraverso l’idea contemporanea secondo cui ogni singolo rapporto necessita del libero consenso della persona coinvolta.

È questo il punto che nessuna disputa terminologica può eliminare.

L’istibra’: l’attesa prima del rapporto

Le fonti prevedevano inoltre l’istibra’, cioè un periodo destinato principalmente ad accertare che la schiava non fosse incinta.

Un hadith attribuito a Ruwayfi’ ibn Thabit proibisce di avere rapporti con una prigioniera incinta finché non abbia partorito e con una non incinta finché non abbia avuto un ciclo mestruale.

La logica della prescrizione riguarda soprattutto la determinazione della gravidanza e della discendenza.

Ed è significativo osservare ciò che questa regola non stabilisce: non trasforma la schiava in una donna libera e non introduce il moderno principio del consenso sessuale individuale.

Khaybar e Safiyya bint Huyayy

Uno degli episodi più discussi riguarda Safiyya bint Huyayy.

Safiyya apparteneva alla comunità ebraica e fu catturata dopo Khaybar. Le fonti riportano che suo marito Kinana ibn al-Rabi’ morì nel contesto della conquista e che Safiyya entrò inizialmente nel bottino di guerra.

Il Sahih al-Bukhari racconta che fu inizialmente assegnata a Dihya al-Kalbi; successivamente Maometto la prese per sé.

Ma qui è necessaria una precisazione essenziale.

Secondo la versione canonica riportata da Bukhari, Maometto affrancò Safiyya e fece della sua liberazione la sua dote matrimoniale.

Presentarla semplicemente come una concubina di Maometto sarebbe dunque una semplificazione che indebolirebbe qualsiasi critica seria.

Rimane però il contesto storico, che non può essere cancellato: Safiyya era una donna appartenente alla parte sconfitta, catturata durante una campagna militare e successivamente incorporata nella famiglia del vincitore.

Il dibattito moderno riguarda inevitabilmente l’enorme asimmetria di potere presente in una situazione del genere.

Rayhana e Maria la Copta

Ancora più complessa è la tradizione relativa a Rayhana bint Zayd.

Le fonti biografiche non concordano completamente sul suo status: alcune tradizioni la descrivono come concubina, altre sostengono che venne affrancata e sposata.

Anche Maria al-Qibtiyya — Maria la Copta — viene generalmente descritta dalla tradizione come concubina di Maometto e madre di suo figlio Ibrahim, sebbene anche qui esistano discussioni sulle categorie precise utilizzate dalle diverse fonti.

Queste divergenze devono essere riportate perché una critica storica credibile non ha bisogno di nasconderle.

Il dato più importante rimane infatti indipendente dal destino individuale delle singole donne: il concubinato servile era un’istituzione riconosciuta dal sistema islamico classico.

Maometto come “modello eccellente”

La questione assume una dimensione teologica particolare attraverso Corano 33:21:

“Nel Messaggero di Allah avete un bell’esempio…”

Da questo e da altri principi deriva il ruolo della Sunna come fonte normativa.

Non significa che ogni singola azione compiuta da Maometto venga automaticamente trasformata in un obbligo eterno. La giurisprudenza islamica distingue infatti tra obbligatorio, raccomandato, permesso, specifico del Profeta e altre categorie.

Sarebbe quindi scorretto sostenere che Corano 33:21 significhi semplicemente: “ogni musulmano deve ripetere tutto ciò che fece Maometto”.

Ma resta una questione difficile per l’apologetica contemporanea.

Se una pratica viene riconosciuta dalle fonti rivelate, praticata o ammessa nel periodo profetico e successivamente codificata dai giuristi, con quale criterio può essere dichiarata oggi moralmente inaccettabile?

La risposta di molti musulmani moderni consiste nel sostenere che la schiavitù appartenga ormai definitivamente al passato e che gli obiettivi generali della legge islamica, insieme alle trasformazioni storiche e agli accordi internazionali, ne impediscano qualsiasi restaurazione.

È una posizione oggi largamente diffusa.

Ma non cancella ciò che le fonti classiche hanno stabilito.

Il punto decisivo: proprietà contro autodeterminazione

È qui che il confronto tra morale antica e morale contemporanea diventa inevitabile.

Nel sistema schiavistico antico una persona poteva essere proprietà di un’altra persona.

Nel moderno sistema dei diritti umani questo principio è radicalmente respinto.

La Dichiarazione universale dei diritti umani stabilisce all’articolo 4:

“Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù.”

Lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale include inoltre, in determinate circostanze, stupro, schiavitù sessuale e altre forme di violenza sessuale tra i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra.

La distanza tra i due paradigmi non potrebbe essere maggiore.

Per il diritto contemporaneo una persona non può diventare sessualmente disponibile perché qualcuno ne ha acquisito la proprietà.

La proprietà di esseri umani è essa stessa illegittima.

ISIS ha mostrato perché questa discussione non è soltanto archeologia

Il problema è diventato drammaticamente concreto quando lo Stato Islamico ha tentato di recuperare le categorie della schiavitù e del concubinato per giustificare la riduzione in schiavitù sessuale di donne yazide.

Quell’interpretazione è stata duramente respinta da numerosissime autorità musulmane.

Ed è importante dirlo.

Ma ISIS cercò precisamente di costruire la propria propaganda ricorrendo al vocabolario di sabaya, milk al-yamin e concubinato presente nelle fonti premoderne.

Questo episodio dimostra perché una riflessione critica sulla tradizione è indispensabile.

Non basta affermare che “quello non è Islam”.

Bisogna anche spiegare perché istituzioni ammesse per secoli dalla giurisprudenza islamica non possano più essere considerate moralmente praticabili.

Non è un’accusa contro i musulmani

La distinzione è fondamentale.

Milioni di musulmani contemporanei considerano la schiavitù un abominio e non intendono restaurare alcun sistema di concubinato.

Attribuire loro automaticamente le norme di società vissute oltre mille anni fa sarebbe tanto assurdo quanto attribuire ai cristiani contemporanei ogni istituzione sociale esistente nell’antichità biblica.

Ma questa considerazione non può trasformarsi nel divieto di sottoporre le fonti islamiche alla stessa critica storica e morale applicata a qualsiasi altra tradizione religiosa.

Criticare un testo non significa odiare chi oggi crede in quella religione.

La domanda che l’apologetica non può evitare

Il vero problema non consiste nello stabilire se il VII secolo fosse conforme ai valori del XXI.

Ovviamente non lo era.

La domanda più difficile nasce quando a un personaggio storico viene attribuita una perfezione morale destinata a trascendere il proprio tempo.

Se un comportamento viene spiegato dicendo:

“Era normale nel VII secolo”,

si sta implicitamente riconoscendo che quel comportamento apparteneva alle norme morali del VII secolo.

Ma se contemporaneamente si sostiene che chi lo compì rappresenta il modello morale universale per ogni epoca, nasce una tensione che merita una risposta teologica seria.

È precisamente questa tensione che il tema delle prigioniere di guerra porta alla luce.

CONCLUSIONE

Le fonti islamiche classiche testimoniano l’esistenza di un sistema nel quale la schiavitù e il concubinato erano istituzioni giuridicamente riconosciute.

Il Corano contiene riferimenti a “quelle che le vostre destre possiedono”. Gli hadith discutono esplicitamente delle prigioniere catturate in guerra. Il fiqh sviluppò successivamente un complesso diritto della schiavitù e del concubinato.

Negarlo sarebbe storicamente insostenibile.

Allo stesso tempo, trasformare automaticamente ogni episodio tramandato dalle fonti in una ricostruzione certa delle intenzioni e della psicologia delle persone coinvolte sarebbe altrettanto scorretto.

La critica più forte non ha bisogno di esagerazioni.

È sufficiente porre una domanda elementare:

può esistere autentica libertà sessuale quando una persona è proprietà di un’altra?

Per il moderno diritto dei diritti umani, la risposta è no.

Ed è precisamente per questo che schiavitù e schiavitù sessuale sono oggi considerate violazioni gravissime della dignità umana.

Il confronto con le fonti islamiche classiche dovrebbe quindi essere condotto apertamente: non demonizzando i musulmani contemporanei, ma nemmeno cancellando, edulcorando o ribattezzando un sistema storico nel quale la libertà della donna prigioniera era subordinata al potere del padrone.

FONTI E APPROFONDIMENTI

  • Corano: 4:24; 23:5-6; 33:21; 70:29-30.
  • Sahih Muslim, Kitab al-Rada’, tradizioni relative alle prigioniere di Awtas e all’interpretazione di Corano 4:24.
  • Sahih al-Bukhari, tradizioni sulla conquista di Khaybar e su Safiyya bint Huyayy.
  • Sunan Abi Dawud, tradizioni sull’istibra’ delle prigioniere.
  • Ibn Sa’d, Kitab al-Tabaqat al-Kabir, tradizioni biografiche relative alle donne della casa di Maometto.
  • Kecia Ali, Marriage and Slavery in Early Islam, Harvard University Press.
  • Jonathan A.C. Brown, Slavery and Islam, Oneworld Academic.
  • Dichiarazione universale dei diritti umani, art. 4.
  • Statuto di Roma della Corte penale internazionale, artt. 7 e 8.

Gli Emirati Arabi Uniti avvertono l’Europa: «Non sottovalutate la Fratellanza Musulmana»

0

Abu Dhabi considera l’islamismo politico una minaccia alla stabilità. Dalle istituzioni europee alle università britanniche, il confronto solleva una domanda scomoda: l’Europa sta reagendo con sufficiente chiarezza?

Gli Emirati Arabi Uniti non rappresentano il modello della democrazia liberale occidentale e il loro sistema politico presenta profonde differenze rispetto agli standard europei in materia di pluralismo, libertà politica e diritti civili. Proprio per questo assume particolare rilievo il messaggio che da anni arriva da Abu Dhabi: non confondere l’Islam come religione con l’islamismo come progetto politico.

Per la leadership emiratina, la Fratellanza Musulmana non costituisce semplicemente un movimento religioso conservatore, ma una struttura politico-ideologica capace di operare nel lungo periodo attraverso associazioni, organizzazioni culturali e religiose, reti educative e attività di lobbying.

Una posizione che gli Emirati hanno trasformato in politica di Stato, arrivando a inserire la Fratellanza Musulmana nella propria lista delle organizzazioni terroristiche.

L’avvertimento rivolto all’Europa

Nel giugno 2026 il tema è arrivato direttamente nelle istituzioni europee.

L’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti presso l’Unione Europea, Mohammed Ismail Al Sahlawi, è intervenuto nell’ambito di una conferenza dedicata alla Fratellanza Musulmana e alla sua presenza nel continente, promossa presso il Parlamento Europeo con il coinvolgimento dell’area dei Conservatori e Riformisti Europei.

Il messaggio emiratino è stato netto: l’Europa dovrebbe prestare maggiore attenzione alle organizzazioni e alle reti riconducibili all’islamismo politico e studiarne non soltanto le manifestazioni apertamente estremiste, ma anche le strategie istituzionali, culturali e associative.

È proprio questo il punto centrale della posizione di Abu Dhabi.

La minaccia, secondo questa lettura, non sarebbe rappresentata esclusivamente dal terrorismo jihadista. Esisterebbe anche un livello differente: quello di organizzazioni che operano legalmente all’interno delle società occidentali, utilizzando gli strumenti messi a disposizione dalle democrazie liberali per aumentare progressivamente la propria influenza politica e culturale.

Questo non significa, naturalmente, che ogni organizzazione musulmana europea sia riconducibile alla Fratellanza né che l’attività religiosa islamica debba essere considerata sospetta.

Significa invece sostenere la necessità di verificare finanziamenti, collegamenti organizzativi, leadership, obiettivi politici e rapporti internazionali delle singole strutture.

Una distinzione fondamentale se si vuole affrontare il problema senza trasformarlo in una generalizzazione contro milioni di musulmani europei.

Il caso delle università britanniche

La posizione emiratina è diventata ancora più significativa quando Abu Dhabi ha modificato la propria politica relativa alle borse di studio per il Regno Unito.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, le autorità emiratine hanno escluso le università britanniche da un elenco di istituzioni straniere ammesse nell’ambito di determinati programmi pubblici di finanziamento degli studi.

Dietro la decisione sarebbe presente anche la preoccupazione emiratina per il rischio di radicalizzazione e per l’influenza dell’islamismo politico all’interno di alcuni ambienti universitari britannici.

Il paradosso politico è evidente.

Uno Stato arabo e musulmano manifesta preoccupazione per la possibilità che propri cittadini possano entrare in contatto con ambienti islamisti studiando in Occidente.

Non è una prova che le università britanniche siano nel loro complesso centri di radicalizzazione, e sarebbe scorretto presentarle in questo modo. È però un segnale politico importante della distanza ormai esistente tra la percezione della minaccia ad Abu Dhabi e quella prevalente in numerose istituzioni occidentali.

Islam e islamismo: la distinzione che l’Europa deve saper fare

Il punto più importante dell’intera questione riguarda il linguaggio.

Islam e islamismo non sono sinonimi.

L’Islam è una religione praticata da circa due miliardi di persone, con tradizioni, interpretazioni, scuole giuridiche e culture estremamente differenti.

L’islamismo, invece, indica un insieme di movimenti politici che attribuiscono alla religione una funzione direttamente politica e istituzionale e che possono perseguire modelli sociali e giuridici profondamente differenti da quelli delle democrazie liberali.

All’interno dello stesso islamismo esistono inoltre organizzazioni, strategie e livelli di radicalità molto diversi.

Confondere automaticamente musulmani e islamisti sarebbe quindi tanto sbagliato quanto rifiutarsi di analizzare l’esistenza dell’islamismo politico per timore di apparire ostili all’Islam.

È precisamente su questa ambiguità che si concentra l’avvertimento emiratino.

La strategia della penetrazione graduale

Secondo la lettura sostenuta dagli Emirati e da numerosi critici della Fratellanza, l’influenza politica non avrebbe necessariamente bisogno di manifestarsi attraverso la violenza.

Può svilupparsi attraverso associazioni culturali, organizzazioni studentesche, enti caritatevoli, strutture religiose, organismi rappresentativi e gruppi di pressione.

Il problema, quindi, non sarebbe l’esistenza di associazioni musulmane — pienamente legittima in una società libera — ma l’eventuale presenza di strutture che utilizzino queste attività come strumenti di un progetto politico incompatibile con principi costituzionali quali libertà individuale, uguaglianza davanti alla legge, libertà religiosa, parità tra uomini e donne e separazione tra autorità religiosa e potere dello Stato.

La risposta democratica non può però essere basata sul sospetto collettivo.

Deve fondarsi sulla trasparenza.

Chi finanzia un’organizzazione? Quali sono i suoi collegamenti internazionali? Quali idee promuovono i suoi dirigenti? Esistono legami strutturali con organizzazioni straniere? Vengono sostenute apertamente le istituzioni democratiche oppure viene utilizzato il loro linguaggio soltanto strumentalmente?

Sono queste le domande che un sistema democratico può legittimamente porre.

Il precedente britannico del 2015

La discussione non nasce nel 2026.

Nel 2014 il governo britannico commissionò una revisione sulla Fratellanza Musulmana guidata dall’ex ambasciatore britannico in Arabia Saudita Sir John Jenkins.

Le conclusioni furono pubblicate nel dicembre 2015.

La review non portò alla designazione generalizzata della Fratellanza come organizzazione terroristica nel Regno Unito, ma sollevò questioni rilevanti sulla sua ideologia, sui rapporti con organizzazioni collegate e sull’atteggiamento verso la violenza adottato in differenti contesti.

L’allora primo ministro David Cameron dichiarò inoltre che alcuni aspetti dell’ideologia e delle attività della Fratellanza erano contrari ai valori britannici e agli interessi nazionali del Paese.

Il caso Jenkins è importante proprio perché mostra quanto sia complesso il fenomeno.

Non esiste necessariamente una struttura europea facilmente identificabile attraverso un’unica organizzazione gerarchica. Esistono invece associazioni, personalità, ambienti e reti sulle quali le autorità dei singoli Stati hanno espresso valutazioni differenti.

Il modello scelto dagli Emirati

Abu Dhabi contrappone all’islamismo politico una propria interpretazione della modernizzazione del mondo arabo.

Gli Emirati hanno investito nella partecipazione femminile alle istituzioni e creato organismi come l’UAE Gender Balance Council, destinato a promuovere una maggiore presenza delle donne nei processi decisionali e nelle posizioni di leadership.

Parallelamente hanno costruito ad Abu Dhabi l’Abrahamic Family House, complesso che comprende una moschea, una chiesa e una sinagoga.

Il messaggio politico è evidente: presentare gli Emirati come un modello musulmano capace di coniugare identità religiosa, sviluppo economico, modernizzazione e convivenza interreligiosa senza affidare il potere all’islamismo organizzato.

Questo modello non deve tuttavia essere idealizzato.

Gli Emirati rimangono una monarchia federale con limitazioni delle libertà politiche che sarebbero incompatibili con il sistema democratico europeo. Prendere sul serio il loro allarme sulla Fratellanza non significa quindi assumere il sistema politico emiratino come modello per l’Europa.

L’avvertimento del 2017

La posizione di Abu Dhabi non è nuova.

Già nel 2017 il ministro degli Esteri emiratino Sheikh Abdullah bin Zayed Al Nahyan pronunciò parole destinate a diventare molto citate nel dibattito sull’estremismo in Europa.

Il senso dell’intervento era chiaro: l’Europa rischiava di pagare in futuro il prezzo dell’incapacità di riconoscere e contrastare adeguatamente l’estremismo presente al proprio interno.

Quasi dieci anni dopo, gli Emirati continuano sostanzialmente a sostenere la stessa tesi.

Francia e Austria hanno già cambiato approccio

Sarebbe tuttavia inesatto descrivere l’intera Europa come completamente immobile.

Negli ultimi anni diversi governi hanno rafforzato il controllo sui finanziamenti stranieri destinati alle organizzazioni religiose, sulla formazione degli imam e sulle associazioni sospettate di promuovere ideologie estremiste.

Francia e Austria rappresentano due dei casi più significativi.

La questione decisiva rimane però la capacità di distinguere la libertà religiosa — che una democrazia deve proteggere — dall’attività di organizzazioni che potrebbero utilizzare la religione come strumento di mobilitazione politica.

Il vero problema europeo

Il dibattito non dovrebbe essere ridotto all’alternativa semplicistica tra accoglienza indiscriminata e ostilità verso l’Islam.

La questione è molto più concreta.

Una democrazia può difendere la libertà religiosa e contemporaneamente difendersi da movimenti politici che intendano utilizzare quella stessa libertà per costruire sistemi incompatibili con i suoi principi?

La risposta dovrebbe essere sì.

Ma richiede strumenti che l’Europa ha utilizzato finora in maniera disomogenea: trasparenza dei finanziamenti, controllo delle interferenze straniere, verifica delle organizzazioni beneficiarie di fondi pubblici, intelligence finanziaria e soprattutto capacità politica di distinguere tra fede religiosa e progetto ideologico.

L’avvertimento proveniente dagli Emirati è quindi particolarmente significativo proprio perché arriva da un Paese musulmano.

Quando Abu Dhabi sostiene che l’Europa dovrebbe osservare con maggiore attenzione l’islamismo politico, liquidare automaticamente la questione come ostilità verso i musulmani significa evitare il problema invece di affrontarlo.

La libertà religiosa deve essere tutelata.

La presenza dei cittadini musulmani nelle società europee non può essere trasformata in una presunzione di radicalismo.

Ma allo stesso tempo nessuna organizzazione politica o religiosa dovrebbe essere sottratta al controllo democratico soltanto perché qualsiasi critica nei suoi confronti rischia di essere interpretata come discriminazione.

È su questa linea sottile che si gioca una delle sfide più delicate dell’Europa contemporanea: essere sufficientemente aperta da proteggere la libertà e sufficientemente consapevole da impedire che quella libertà venga utilizzata contro le fondamenta stesse della società aperta.

Fonti e approfondimenti

REPLACEMENT MIGRATION

0

Il documento ONU del 2000 e la trasformazione demografica dell’Europa

Dallo studio statistico alle scelte politiche: ventisei anni dopo, la domanda non è più se l’Europa cambierà, ma quale Europa resterà

Nel marzo del 2000 la Population Division delle Nazioni Unite pubblicò un documento destinato a diventare uno dei testi più discussi nel dibattito sulla demografia occidentale: Replacement Migration: Is It a Solution to Declining and Ageing Populations?

Non era un manifesto politico e non ordinava ai governi di sostituire le proprie popolazioni. Era uno studio demografico costruito attorno a una domanda precisa: quanta immigrazione internazionale sarebbe stata necessaria, in differenti scenari, per compensare gli effetti della bassa fertilità, della diminuzione della popolazione e dell’invecchiamento?

La distinzione è fondamentale, perché attribuire al rapporto intenzioni che non contiene indebolisce qualsiasi critica seria.

Ma proprio ciò che il documento contiene merita di essere discusso.

Le Nazioni Unite prendevano in considerazione otto Paesi — Francia, Germania, Italia, Giappone, Corea del Sud, Russia, Regno Unito e Stati Uniti — oltre all’Europa e all’Unione europea. La premessa era chiarissima: con fertilità persistentemente inferiore al livello di sostituzione e aspettativa di vita crescente, numerose società sviluppate sarebbero andate incontro a una riduzione della popolazione e soprattutto a un rapido invecchiamento.

Il termine scelto dall’ONU fu altrettanto esplicito: replacement migration, cioè la migrazione internazionale necessaria, nei diversi scenari matematici, a compensare determinate conseguenze del declino demografico.

Ventisei anni dopo, quella discussione non appartiene più soltanto ai modelli statistici.

Appartiene alla politica.

Quello che realmente diceva il documento ONU

Il rapporto studiava sei scenari differenti.

La questione non era soltanto mantenere costante la popolazione complessiva. Venivano analizzati anche il mantenimento della popolazione in età lavorativa e quello del cosiddetto potential support ratio, cioè il rapporto tra popolazione in età lavorativa e popolazione anziana.

Ed è qui che emergeva uno dei risultati più interessanti.

L’immigrazione poteva contribuire a contrastare la diminuzione numerica della popolazione o della forza lavoro, ma tentare di bloccare attraverso l’immigrazione il processo di invecchiamento avrebbe richiesto numeri enormemente superiori.

In altre parole, lo stesso studio che viene frequentemente citato come dimostrazione della necessità dell’immigrazione mostrava contemporaneamente i limiti della soluzione migratoria.

L’immigrazione non elimina infatti l’invecchiamento: anche gli immigrati invecchiano.

Il rapporto poneva quindi sul tavolo un problema reale, ma non dimostrava affatto che esistesse un’unica soluzione possibile.

Anzi, durante la presentazione del marzo 2000, il direttore della Population Division Joseph Chamie precisò che lo studio non formulava raccomandazioni né proponeva una “ricetta demografica” che gli Stati dovessero seguire.

Questa precisazione cambia radicalmente il punto da cui deve partire il dibattito.

La domanda corretta non è quindi: «L’ONU ordinò la sostituzione delle popolazioni europee?».

La risposta sarebbe no.

La domanda politicamente molto più interessante è un’altra:

perché, davanti al declino demografico europeo, tanti governi hanno privilegiato l’immigrazione invece di affrontare con la stessa determinazione la crisi della natalità?

Il grande bivio che l’Europa non ha discusso

Una popolazione che non genera abbastanza figli ha diverse possibilità.

Può accettare una graduale diminuzione demografica.

Può aumentare produttività e automazione.

Può modificare l’età pensionabile.

Può creare condizioni economiche favorevoli alla formazione delle famiglie.

Può incentivare la natalità.

Può ricorrere all’immigrazione.

Oppure può combinare questi strumenti.

Trasformare l’immigrazione nell’unica risposta possibile significa dunque compiere una scelta politica, non applicare una legge naturale.

Ed è precisamente su questa scelta che l’Europa dovrebbe interrogarsi.

Perché esiste una differenza sostanziale tra immigrazione limitata, selezionata e compatibile con la capacità di integrazione di un Paese e flussi quantitativamente capaci di modificare in poche generazioni la composizione demografica di città, quartieri e territori.

Negare questa differenza significa negare la demografia stessa.

Ventisei anni dopo: la trasformazione è misurabile

L’Europa del 2026 è profondamente diversa dall’Europa nella quale venne pubblicato il rapporto ONU.

L’immigrazione non rappresenta più una componente marginale della società europea e le trasformazioni sono particolarmente visibili nelle grandi aree urbane.

Ma anche qui occorre utilizzare correttamente i numeri.

Durante il CPAC Hungary del 2024, la commentatrice olandese Eva Vlaardingerbroek citò percentuali superiori al 50% per diverse città europee, parlando della popolazione di origine immigrata. Quelle percentuali sono state successivamente contestate perché confondevano categorie statistiche differenti: essere immigrato, essere nato all’estero ed essere cittadino nato nel Paese con uno o due genitori di origine straniera non sono la stessa cosa.

Questo non significa che la trasformazione demografica non esista.

Significa che deve essere descritta correttamente.

Ed è proprio utilizzando i dati ufficiali, invece degli slogan, che emerge una trasformazione di dimensioni storiche.

In Inghilterra, per esempio, i dati governativi relativi all’anno scolastico 2025/26 indicano che il 38,7% degli alunni appartiene a gruppi etnici diversi dalla categoria “White British”. Nelle scuole primarie la percentuale raggiunge il 38,9%.

Nel 2019/20, nelle primarie, era il 33,9%.

In pochi anni il cambiamento è quindi perfettamente osservabile.

Naturalmente “minoranza etnica” non significa automaticamente “immigrato”: molti di questi bambini sono britannici, nati nel Regno Unito e appartenenti pienamente alla società britannica.

Ma sul piano storico e demografico il dato testimonia comunque la velocità con cui sta cambiando la composizione della popolazione.

La questione che la politica evita: la natalità

Concentrarsi esclusivamente sull’immigrazione rischia però di nascondere la metà più importante del problema.

La vera origine della crisi demografica europea è la bassa natalità.

Lo aveva già identificato il rapporto ONU del 2000.

Ed è qui che emerge il paradosso delle società occidentali.

Per decenni abbiamo costruito economie nelle quali avere figli è diventato progressivamente più difficile: abitazioni costose, precarietà lavorativa, ingresso tardivo nella stabilità economica, pressione fiscale, servizi insufficienti, difficoltà nel conciliare famiglia e lavoro.

Contemporaneamente abbiamo normalizzato culturalmente il rinvio della formazione familiare.

Poi, davanti alla conseguenza prevedibile — meno bambini, meno giovani e più anziani — abbiamo iniziato a discutere dell’immigrazione come strumento necessario per mantenere forza lavoro, contribuenti e sistemi pensionistici.

È un cortocircuito politico enorme.

Se uno Stato sostiene che gli servono centinaia di migliaia di nuovi abitanti perché non nascono abbastanza bambini, la prima domanda dovrebbe essere:

perché non nascono?

E la seconda:

quanto sarebbe costato rendere possibile a una giovane coppia avere due o tre figli rispetto a importare continuamente nuova forza lavoro?

Sono domande economiche prima ancora che ideologiche.

Immigrazione e welfare: il problema non è soltanto quanti entrano

Un’altra semplificazione consiste nel considerare ogni nuovo abitante automaticamente equivalente a un nuovo contribuente netto.

Non funziona così.

L’impatto economico dell’immigrazione dipende dall’età, dall’occupazione, dal reddito, dalle qualifiche, dal numero dei familiari, dal livello di integrazione lavorativa e dal consumo di servizi pubblici.

Un ingegnere trentenne assunto prima di arrivare nel Paese e una famiglia numerosa senza occupazione producono effetti fiscali completamente differenti.

Per questo parlare genericamente di «immigrazione necessaria per pagare le pensioni» è insufficiente.

Occorre chiedersi quale immigrazione, con quali qualifiche, in quali quantità e con quale capacità di integrazione.

Una politica demografica seria dovrebbe partire da queste domande anziché trasformare l’immigrazione in un principio morale sul quale non sarebbe consentito discutere.

Identità nazionale: la variabile che i modelli non possono calcolare

Esiste poi un elemento che nessun foglio Excel può misurare completamente: la continuità culturale.

Una nazione non è semplicemente il numero di persone residenti all’interno di determinati confini.

È lingua, memoria, diritto, costumi, riferimenti simbolici, fiducia reciproca, tradizioni e senso di appartenenza.

L’immigrazione è esistita praticamente in ogni epoca della storia europea e può arricchire una società quando viene assorbita attraverso processi efficaci di integrazione.

Ma quantità e velocità contano.

Diecimila persone distribuite all’interno di una popolazione di decine di milioni possono essere integrate con relativa facilità.

Milioni di nuovi residenti concentrati in determinate aree nell’arco di pochi decenni costituiscono un fenomeno sociale completamente differente.

Affermarlo non significa attribuire un valore biologico alla nazionalità.

Significa riconoscere che l’integrazione ha una capacità materiale, temporale e culturale limitata.

Dallo scenario demografico alla scelta politica

È qui che il documento ONU del 2000 conserva tutta la propria importanza.

Non perché dimostri l’esistenza di un complotto internazionale per sostituire gli europei: il testo non lo dimostra.

Ma perché fotografa perfettamente il momento nel quale le élite amministrative occidentali iniziarono a quantificare sistematicamente l’immigrazione come possibile risposta al declino demografico.

La differenza è sottile ma decisiva.

Lo studio descriveva scenari.

La politica, negli anni successivi, ha compiuto delle scelte.

Ed è sulle scelte che i cittadini hanno pieno diritto di esprimere un giudizio.

Anche la stessa Unione europea, all’epoca, mise in evidenza che il problema dell’invecchiamento era molto più complesso di quanto potesse suggerire un approccio esclusivamente demografico e osservò che il rapporto presentava un’impostazione unidimensionale di una questione estremamente complessa.

Ventisei anni dopo quella critica appare tutt’altro che superata.

L’Europa rischia di curare il sintomo ignorando la malattia

Un recente studio europeo sulla relazione fra fertilità e migrazione conferma che, senza immigrazione proveniente dai Paesi terzi, la popolazione dell’Unione avrebbe cominciato a diminuire già circa un decennio fa.

È un dato fondamentale.

Ma può essere letto in due modi completamente differenti.

Il primo è: senza immigrazione l’Europa diminuisce, dunque serve più immigrazione.

Il secondo è: senza immigrazione l’Europa diminuisce, dunque dobbiamo capire perché gli europei non riescono più ad avere abbastanza figli.

Sono due filosofie politiche.

La prima gestisce le conseguenze.

La seconda cerca le cause.

Nulla impedisce naturalmente di utilizzare anche l’immigrazione all’interno di una strategia demografica complessiva. Ma quando l’immigrazione diventa strutturalmente necessaria per impedire alla popolazione di diminuire, significa che il modello demografico interno ha smesso di riprodursi autonomamente.

E questo dovrebbe rappresentare un’emergenza politica.

La domanda proibita

Il dibattito sulla Replacement Migration è stato spesso imprigionato tra due caricature.

Da una parte chi sostiene che qualsiasi discussione sulla trasformazione demografica nasconda necessariamente xenofobia o teorie cospirazioniste.

Dall’altra chi attribuisce al documento ONU intenzioni e programmi che il testo non contiene.

Entrambe le posizioni impediscono di affrontare la questione essenziale.

Quale composizione demografica desiderano gli europei per le società dei propri figli e nipoti?

La domanda è legittima.

Ogni comunità democratica ha diritto di decidere quanta immigrazione accogliere, quali criteri applicare, quale livello di integrazione pretendere e quale equilibrio mantenere tra apertura e continuità nazionale.

E soprattutto ha diritto di scegliere se affrontare il proprio inverno demografico sostituendo progressivamente la popolazione mancante attraverso l’immigrazione oppure investendo prioritariamente sulla possibilità dei propri cittadini di formare famiglie e avere figli.

Non serve immaginare un piano segreto per riconoscere una trasformazione visibile.

Bastano i numeri.

Nel 2000 le Nazioni Unite si domandavano quanta immigrazione sarebbe stata necessaria per compensare il declino e l’invecchiamento delle popolazioni occidentali.

Nel 2026 la questione è diventata molto più concreta.

L’Europa deve decidere se vuole limitarsi a mantenere costante il numero dei suoi abitanti oppure preservare anche la continuità delle nazioni che l’hanno costruita.

Sono due obiettivi profondamente diversi.

Ed è precisamente questa differenza che nessun modello demografico può decidere al posto dei popoli.


FONTI E DOCUMENTI

United Nations – Population Division, Replacement Migration: Is It a Solution to Declining and Ageing Populations?, 2000
https://www.un.org/development/desa/pd/sites/www.un.org.development.desa.pd/files/files/documents/2020/Jan/un_2001_replacementmigration.pdf

United Nations Digital Library – scheda ufficiale del rapporto
https://digitallibrary.un.org/record/412547

United Nations – comunicato sulla pubblicazione di Replacement Migration, 17 marzo 2000
https://press.un.org/en/2000/20000317.dev2234.doc.html

United Nations – briefing di presentazione del rapporto, 21 marzo 2000
https://press.un.org/en/2000/20000321.populationbrf.doc.html

United Nations – Commission on Population and Development, discussione sul rapporto, 29 marzo 2000
https://press.un.org/en/2000/20000329.pop764.doc.html

UK Department for Education – School pupils and their characteristics 2025/26
https://explore-education-statistics.service.gov.uk/find-statistics/school-pupils-and-their-characteristics/2025-26

Publications Office of the European Union – The role of migration and fertility for the future size of the EU’s population
https://op.europa.eu/en/publication-detail/-/publication/2415ffed-ffcb-11ef-9503-01aa75ed71a1/language-en

Demographic Research – Back to replacement migration: A new European perspective applying the prospective-age concept
https://www.demographic-research.org/articles/volume/40/45