Home Blog

Cosa sappiamo del caso Charlie Kirk

0

Da quanto riportato:

  • Charlie Kirk è stato colpito al collo durante un evento pubblico all’Università Utah Valley. The Guardian+1
  • Il proiettile non è uscito: è rimasto “nella parte superiore del collo” / “just beneath the skin” (sotto la pelle) secondo il chirurgo. New York Post
  • È stato riferito che l’osso (“bone”) era molto denso, sano, e che questo ha probabilmente impedito al proiettile di uscire. New York Post
  • Il tipo di arma era un Mauser vintage, bolt-action, calibro potente, sparato da una certa distanza/dalla cima di un edificio. ABC News+1

Cosa non si sa ancora / limiti delle informazioni

  • Non ci sono finora resoconti clinici dettagliati su quanto profondamente il proiettile ha penetrato, se ha toccato strutture vertebrali (vertebre, lamina, artropatie vertebrali), né se è entrato nel canale vertebrale.
  • Non è chiaro se il proiettile abbia deviato, rimbalzato, oppure “scorso” lungo ossa del collo (vertebre cervicali) o superfici ossee. Nessuna fonte che riporti immagini radiografiche o TC che mostrino un percorso del proiettile lungo la colonna vertebrale.
  • I giornali parlano di “colpo al collo”, “danno al collo”, “non ha attraversato”, “sotto pelle”, ma non dettagli anatomici (vertebre coinvolte, midollo, canale vertebrale).

Analisi: può essere un caso di proiettile che “corre lungo la spina”?

Basandosi su cosa si sa:

  • Il fatto che il proiettile non abbia attraversato il corpo (“no exit wound”) è coerente con casi in cui un proiettile può essere fermato da osso o rallentato sufficientemente da rimanere interno. Questo potrebbe includere scenari di contatto osseo o deviazione.
  • Però per dire che “ha corso lungo la spina” servirebbe evidenza che il proiettile abbia interagito con le vertebre cervicali e abbia percorso un tragitto lungo quelle ossa o vicino ad esse, cioè aderente o subperiostale o che abbia seguito la superficie vertebrale. Non abbiamo attualmente fonti che affermano ciò.

Quindi: è possibile, ma non ci sono prove pubbliche sufficienti per confermare che questo sia uno di quei casi. In termini forensi: sembra più probabile che il proiettile abbia colpito il collo, danneggiato tessuti molli, magari laringe, vasi, muscoli, ma non ci sono dettagli che suggeriscono coinvolgimento della colonna vertebrale (ossa vertebrali, etc.), né che abbia “scivolato” lungo di esse.

Proiettili che “corrono lungo un osso”: meccanismi, evidenze cliniche e forensi

Meccanismi principali


Evidenza clinica e casi


Imaging e diagnosi


Complicanze ossee


Il comportamento di un proiettile 5,56 NATO (ma anche di altri calibri) in contatto con l’osso può determinare traiettorie anomale, deviazioni, e veri e propri percorsi di “scorrimento” lungo la corticale. Questi casi hanno ricadute cliniche (diagnosi e chirurgia complessa, rischio di infezioni e non-union) e forensi (ricostruzione delle traiettorie e dinamiche di sparo).

Casi con proiettili / frammenti lungo la spina vertebrale

Titolo / fonteLocalizzazioneDettagli di traiettoria / rilevanza “lungo l’osso/spina”Link
Bullet Fragment of the Lumbar Spine: The Decision Is More than Removal (Moisi MD et al., 2015)Colonna lombareIl proiettile/frammento è ritenuto nello spazio intratecale a livello lombare dopo ferita da arma da fuoco. Questo suggerisce che non abbia attraversato “a vista” i tessuti, ma sia rimasto intrappolato nel canale vertebrale o adiacente. Non è specificato che “scorra lungo l’osso”, ma è un esempio di corpo estraneo ritenuto nel contesto vertebrale. PMC
Upper cervical spinal cord gunshot injury without bone (Seçer M, et al., 2014)Cervicale altaCaso raro in cui il proiettile è interno, intradurale, nella regione cervicale, ma non c’è distruzione ossea. Ciò implica che il proiettile si è posizionato vicino o accanto alla colonna vertebrale senza necessariamente distruggere vertebre. Potrebbe aver “scorretto” lungo strutture vicine all’osso. PMC
Case Report: Successful Removal of a Bullet from the Spinal Column at L5 (Pourhajshokr N et al., 2022)Spina lombare, livello L5Descrive un caso di proiettile che ha colpito la colonna vertebrale, lodato in loco, e che è stato rimosso chirurgicamente. Il fatto che sia “della colonna” indica interazione ossea/vertebrale, e probabilmente uno scenario in cui il proiettile ha fatto contatto o percorso vicino all’osso. ScienceDirect
Spinal canal bullet embolus causing paraplegia (Benfield R, 2009)Canale spinaleÈ un caso in cui un proiettile è migrato o è localizzato nel canale spinale, causando paraplegia. Non esplicitamente “scorrimento lungo la spina”, ma è un caso di corpo estraneo all’interno del canale vertebrale. ScienceDirect
Gunshot wound to the spine (Nature / Spinal Cord, Barros Filho et al., 2014)Vari livelli della colonnaStudio sulla variabilità delle traiettorie nei colpi spinali, come il percorso del proiettile nel corpo (tra tissutI molli, osso, canale), e come queste influenzino gli outcome neurologici. Alcune traiettorie implicano contatti vertebrali o coinvolgimento osseo ma non sempre descrivono “scorrere lungo l’osso”. Nature
A firearm bullet lodged into the thoracic spinal canal without vertebral destruction (Hossin J, 2011)Canale toracolombare28enne, proiettile non passa attraverso il corpo (non si vede uscita), causa paraplegia; il proiettile è lodato nel canale vertebrale toracolombare e non ha distrutto le strutture ossee vicino — dunque ha attraversato tessuti molli e penetrato nel canale spinale, dopo aver bypassato o “aggirato” l’osso senza distruzione massiva. Questo è un esempio molto vicino all’idea di “corsa lungo la spina” in quanto la distruzione ossea è minima. BioMed Central
Surgical removal of a migrating intraspinal bullet (de los Cobos et al., 2021)Canale lombare / cauda equinaFerita da arma da fuoco, proiettile ritenuto che migra all’interno del canale spinale, causando sintomi (problemi neurologici). L’aspetto “migrazione” indica che il proiettile non è fissato esattamente dove è entrato, ma si muove all’interno del canale, possibilmente seguendo superfici ossee o spazi tra dura mater/ossa. The Journal of NeuroScience

Analisi: quanto sono vicini questi casi all’idea di “il proiettile corre lungo la spina”

Nei casi trovati:

  • Molti proiettili risultano intracanale vertebrale o intradurali (cioè all’interno del canale che ospita il midollo/spina dorsale), ma non sempre con descrizione che il proiettile segua la corticale vertebrale (la superficie dell’osso vertebrale).
  • In alcuni casi, come “A firearm bullet lodged into the thoracic spinal canal without vertebral destruction” il proiettile ha penetrato nel canale senza fratturare vertebre — suggerisce che potrebbe aver “scivolato” o percorso un tragitto molto vicino all’osso piuttosto che distruggerlo. BioMed Central
  • Casi di migrazione intraspinale implicano che il proiettile non sia rimasto completamente inserito in un tessuto molle, ma possa muoversi lungo spazi anatomici con superficie dura (ossa, lamina vertebrale, faccette articolari) che possono fungere da guide o ostacoli. The Journal of NeuroScience
  • Alcuni studi riguardano la traiettoria rispetto alla colonna vertebrale (ossia quanto la vicinanza dell’osso abbia influenzato il danno), ma non sempre si parla esplicitamente di “scorrere lungo la spina dorsale” come se fosse una guida ossea.

Aleksandr Dugin l’ innominabile uomo dei Rothschild?

0
https://truereport.net/

Aleksandr Dugin é uno dei bersagli preferiti del media mainstream. Ne sono state scritte di ogni genere e risma.

Ma c’è sempre un quid in più da aggiungere in questa narrativa. Tanto da portarci oggi a dire che sí, Diavolo d’un Putin, ce l’hai fatta ancora una volta. Altro che nuovo Zar della Russia, altro che minaccia per l’Occidente con la sua smania di conquistare, a colpi di vanga s’intenda, ogni millimetro di terreno della vecchia, flaccida Europa. C’è chi dice che voglia arrivare sino a Lisbona. Per poi passare, magari, anche oltre. Vladimir Putin non sarebbe altri che un agente provocatore del New World Order, assoldato e schierato nelle falangi ultraglobaliste che fanno riferimento a quell’1 per cento di magnati della Finanza in grado di controllare il mondo e disegnarne gli assetti futuri. Ultrasionisti, sia chiaro.

Ovviamente, Putin agirebbe per interposta persona, poiché sarebbe soltanto un pupazzo manovrato da quel Satrapo quasi innominabile che risponde al nome di Aleksandr Dugin. Les jeux son fait: possiamo morire tranquilli, perché lo sterminio prossimo venturo è inevitabile. Siete avvertiti, di parodia in parodia, anche quel barlume di speranza chiamato Brics è definito come somma impostura messa in atto da chi vuole dominare il genere umano a colpi di transumanesimo, controllo sociale e sterminio di massa. Al confronto, i sostenitori della cosiddetta dottrina Kalergi – sempre che ve ne sia una – sono dei dilettanti allo sbaraglio.
Le inoppugnabili prove di questo complotto planetario – che recherebbe in calce la firma di Vlad e Aleks – sono state rese note grazie alla diffusione di una serie di articolesse pubblicate dal sito “fox-allen.com”. Testi destinati a rimanere scolpiti nella storia futura, sempre che l’abominevole piano Dugin/Putin – eterodiretti dalla famiglia Rothschild, va da sé – venga sventato, anche se non si capisce bene chi si possa opporre a tale orrifico disegno.


Ma veniamo alle cosiddette prove inoppugnabili. Non ce vogliano gli autori di fox-allen se tenteremo, con umili strumenti, di demolire alcune, alcune soltanto, delle loro tesi, appoggiandoci al principio popperiano del falsificazionismo. Primo punto: la simbologia. La contestazione mossa al Professore Dugin è quella di aver utilizzato per il movimento eurasiatico una stella ad otto frecce. Secondo gli estensori degli scritti, quel simbolo è una chiara evocazione dello stemma dei Rothschild, cinque frecce raggruppate con la punta verso il basso.

In realtà, lo stemma Rothschild contiene un pugno chiuso con cinque frecce che simboleggiano le cinque dinastie stabilite dai cinque figli di Mayer Rothschild, in un riferimento al Salmo 127: “Come frecce nelle mani di un guerriero”.

Cosa abbia a che fare con le otto frecce eurasiatiche non viene spiegato. Deve essere accettato come atto di fede. In fondo, sempre di frecce si tratta. A Popper l’ardua sentenza.
Dal punto di vista gerarchico, poi, i testi spiegano chiaramente la gerarchia che intercorre tra il filosofo e il politico. Dugin da “filosofo” di Putin viene elevato a “cervello” del presidente russo. Chissà come la prenderebbe quel ragazzaccio cresciuto in vicolo Baskov a Leningrado se lo venisse a sapere.
La storia personale del professore, poi, viene passata al setaccio nel suo complesso percorso, sottolineando ovviamente le spigolature più gustose per farlo passare se non come un criminale, almeno come uno psicopatico incoerente. E’ un metodo che conosciamo bene. Se l’avversario non si piega, allora deve essere prima deriso e poi demonizzato. Una lettera scarlatta perpetua che lo renda assolutamente incompatibile con il consesso civile. Nota a margine: è impossibile non ricordare come il tentativo di piegare Dugin si sia spinto sino al gesto estremo. Per chi non lo ricordasse, Darya Dugina è rimasta uccisa da un attentato terroristico ad agosto del 2022. Come conciliare l’aggressione a Dugin ed alla sua famiglia con l’appartenenza all’elitè globalista che pianifica i destini del mondo?


La polpa dell’inchiesta che pone Dugin e Putin ai vertici del complotto globalista si condensa, infine, sull’analisi delle teorie filosofiche del professore russo. Nel decifrare in poche decine di righe la complessa opera di Dugin si riesce a definirlo “fascista”, “comunista”, “totalitarista”, “antiliberale”, per poi passare alle sue “tentazioni” da suprematista nero, “sionista”, “cabalista” e probabilmente anche adepto della tremebonda setta fondata da Shabati Zevi. Insomma, un cavaliere dell’Apocalisse o poco ci manca. Qualche riferimento a un passato in un ordine dedito a orge e satanismo, perché si sa, un po’ di sesso e droga non guasta. Un colpo di Baphomet qua e là, per dipingerlo come acuto sostenitore del satanismo.(D’altronde, professore, ha scritto “I Templari del proletariato”, in fondo se l’è andata un po’ a cercare). La zuppa di duginismo non finisce mica qui. Serve il tocco da maestro, il colpo da fuoriclasse per stendere definitivamente l’avversario. Ed eccolo qua: molte riflessioni vengono spese per sciogliere il concetto di Dasein, l’esserci postulato da Heidegger. Ovviamente è un anello necessario per poter dare del nazista a Dugin. Lo spirito di Hannah Arendt, che seppe perdonare l’amato Maestro, li perdoni. E se di filosofi vogliamo parlare, allora peccato che nessun riferimento venga fornito rispetto al confronto, profondo quanto verticale, operato dal filosofo russo nel rapportarsi a Giorgio Agamben, piuttosto che a Massimo Cacciari o a Toni Negri, nella sua dimensione “imperiale, tanto per restare tra i confini di casa nostra.


In realtà, a voler essere pignoli, la teoria di autori, filosofi e intellettuali citati nelle opere di Dugin è talmente vasta da poter colmare un intero volume. Un po’ come fece Ernst Kantorowicz quando decise di pubblicare le note della sua monumentale opera su Federico II, lo Stupor Mundi.
Di Geopolitica, nonostante quella disciplina (sdoganata dall’apparentamento col fascismo soltanto in epoca recente, per colpa o per merito di Carl Schmitt, dipende dai punti di vista) rappresenti un asset fondamentale nella visione di Dugin, gli articoli di fox-allen ne parlano poco e in maniera non del tutto profonda, sorvolando qua e là su strategie, assetti e impostazioni di un possibile, e forse imminente, nuovo mondo multipolare.
Per non essere troppo pedanti, e volendo comunque riconoscere la buona fede e il “merito” agli autori di quegli scritti, rivolgiamo un umile appello. Si può fare di più, contro un uomo, contro un padre che ha già subito il martirio della figlia; si può essere ancora più incisivi, ancora più determinati nell’abbatterlo, nel demonizzarlo e nel ridicolizzare il suo pensiero. Attendiamo con ansia le prossime puntate. E’ una guerra metafisica, d’altronde. Ogni arma è legittima.

Di Piero Messina e Veleno Q.B.

Strana la scelta del Nome Fox Allen noto attivista DEM e sostenitore dei diritti LGBTQ+ e sostenitore dell’ Ucraina

Articolo Pubblicato di Fox Allen “PDF”

Vostok Oil: la Russia apre nell’Artico una provincia petrolifera da 100 milioni di tonnellate l’anno

0

Il primo petrolio è partito da Bukhta Sever. Rosneft punta a 30 milioni di tonnellate nel 2027, 50 milioni nel 2030 e, in prospettiva, fino a 100 milioni l’anno. Il confronto con il Venezuela dà la misura della posta in gioco: Mosca sta costruendo nell’Alto Nord non soltanto nuovi pozzi, ma un intero corridoio energetico verso l’Asia.

Per anni una parte consistente del dibattito occidentale sulla Russia è stata dominata da una domanda: quanto possono le sanzioni ridurre strutturalmente la capacità di Mosca di trasformare le proprie immense risorse naturali in potere economico e geopolitico?

Dal 5 settembre 2026 esiste un nuovo elemento concreto con cui fare i conti.

Il presidente russo Vladimir Putin ha dato il via alla prima spedizione di petrolio del gigantesco progetto Vostok Oil, sviluppato da Rosneft nella penisola di Taimyr, nel territorio di Krasnoyarsk.

Non si tratta più soltanto di giacimenti individuati sulle carte, previsioni o rendering industriali.

Il petrolio ha raggiunto il nuovo terminale artico di Bukhta Sever, dove è iniziato il caricamento sulla petroliera artica Valentin Pikul.

È il passaggio simbolico, ma soprattutto materiale, dalla costruzione all’operatività.

E la scala dichiarata da Rosneft merita attenzione.


30 milioni di tonnellate nel 2027. Fino a 100 milioni in prospettiva

Durante la cerimonia di avvio, il CEO di Rosneft Igor Sechin ha indicato la traiettoria prevista per il progetto.

Vostok Oil dovrebbe essere in grado di fornire:

  • circa 30 milioni di tonnellate di petrolio nel secondo semestre del 2027;
  • fino a 50 milioni di tonnellate entro il 2030;
  • fino a 100 milioni di tonnellate l’anno nella successiva fase di sviluppo, qualora domanda e condizioni economiche lo giustifichino.

Quest’ultima cifra equivale grossomodo, a seconda della densità del greggio utilizzata nella conversione, a circa 2 milioni di barili al giorno.

È importante essere precisi: Vostok Oil non produce oggi 2 milioni di barili al giorno.

Quella è la scala potenziale indicata da Rosneft per il pieno sviluppo futuro del sistema.

Ma proprio questa distinzione rende ancora più interessante il progetto: Mosca sta inaugurando oggi un’infrastruttura concepita per crescere per decenni.

Sechin ha infatti affermato che il ciclo di vita progettato di Vostok Oil è di 100 anni, potenzialmente ulteriormente estendibile attraverso nuove attività esplorative.


Il confronto che impressiona: l’intero Venezuela oggi produce poco più di un milione di barili al giorno

Per capire cosa significherebbe raggiungere 100 milioni di tonnellate l’anno, basta confrontare il dato con uno dei giganti storici del petrolio mondiale: il Venezuela.

Secondo l’International Energy Agency, la produzione venezuelana nel luglio 2026 è stata di circa 1,12 milioni di barili al giorno.

Reuters colloca analogamente l’attuale produzione venezuelana nella fascia di circa 1,1-1,2 milioni di barili al giorno.

Vostok Oil, qualora raggiungesse il proprio potenziale dichiarato vicino ai 2 milioni di barili al giorno, avrebbe quindi da solo una produzione nettamente superiore all’intera produzione venezuelana attuale.

Questo non significa che la Russia possieda più petrolio del Venezuela.

È esattamente il contrario: Caracas continua a disporre di riserve enormi.

Il punto è un altro.

Vostok Oil è un singolo sistema produttivo e logistico che punta a raggiungere una scala paragonabile a quella di un importante Stato esportatore.

Ed è questo che ne cambia il significato geopolitico.


Sette miliardi di tonnellate sotto il Taimyr

Anche la base di risorse è enorme.

Secondo i dati comunicati da Rosneft, il perimetro di Vostok Oil è stato ampliato nel 2024 da 52 a 60 aree di licenza, mentre la base complessiva delle risorse ha raggiunto circa 7 miliardi di tonnellate di petrolio secondo la classificazione russa.

Un dettaglio importante riguarda la qualità.

Rosneft descrive il greggio della nuova provincia come petrolio di elevata qualità e con un contenuto di zolfo estremamente basso, indicativamente compreso tra 0,01% e 0,1%.

È una caratteristica commercialmente rilevante perché un greggio leggero e a basso contenuto di zolfo è generalmente più semplice e meno costoso da raffinare rispetto ai greggi pesanti e ricchi di zolfo.

Il paragone con il Venezuela diventa quindi ancora più interessante.

Una parte fondamentale delle gigantesche riserve venezuelane si trova nella Faja Petrolífera del Orinoco, caratterizzata da greggi pesanti ed extra-pesanti che richiedono infrastrutture, miscelazione con diluenti e processi industriali specifici.

Vostok Oil presenta problemi completamente diversi — a cominciare dalle condizioni climatiche estreme dell’Artico — ma offre a Mosca un greggio con caratteristiche potenzialmente molto interessanti per il mercato internazionale.


Il vero progetto non sono soltanto i pozzi: è l’infrastruttura

È probabilmente questo l’aspetto più sottovalutato.

Una riserva petrolifera senza infrastrutture rimane una cifra geologica.

Vostok Oil sta invece diventando un sistema industriale integrato.

Rosneft ha completato il principale oleodotto Vankor–Payakha–Bukhta Sever, lungo circa 790 chilometri, destinato a trasportare il petrolio dai campi produttivi fino alla costa artica.

Il nuovo terminale di Bukhta Sever comprende già un attracco petrolifero, due moli cargo, un attracco per la flotta portuale e 14 serbatoi da 30.000 tonnellate ciascuno.

A pieno sviluppo il complesso dovrebbe arrivare a 102 serbatoi.

Il fondale presso il terminale raggiunge circa 18 metri, consentendo l’impiego di petroliere artiche con portata lorda fino a circa 120.000 tonnellate.

Non è quindi soltanto un progetto estrattivo.

È contemporaneamente:

giacimenti + oleodotti + porto + stoccaggio + produzione elettrica + rompighiaccio + petroliere artiche + Rotta Marittima del Nord.

Ed è questa combinazione che trasforma Vostok Oil da progetto petrolifero a progetto strategico.


La Rotta Marittima del Nord cambia la geografia dell’energia russa

Per decenni gran parte della relazione energetica tra Russia ed Europa è stata determinata dalla geografia delle infrastrutture.

Oleodotti diretti verso occidente.

Porti baltici.

Mercati europei.

Assicurazioni, finanziamenti, servizi marittimi e tecnologie in larga parte occidentali.

Dopo il 2022 quel modello è entrato in crisi.

La risposta russa è stata accelerare uno spostamento già iniziato verso Asia e Artico.

La Northern Sea Route, la Rotta Marittima del Nord, corre lungo l’immensa costa artica russa e permette di collegare i porti settentrionali della Federazione con l’Asia orientale.

Nel 2026 questo corridoio ha già mostrato segnali di accelerazione.

Reuters riferiva l’11 agosto che sette petroliere avevano già trasportato attraverso la rotta artica circa 6 milioni di barili di greggio, quasi la metà dell’intero volume transitato nel 2025.

Per determinate rotte verso la Cina, il percorso artico può inoltre ridurre significativamente i tempi rispetto alla navigazione attraverso Suez.

Vostok Oil aggiunge ora una gigantesca fonte potenziale direttamente collegata a quel corridoio.


Suez e Hormuz: perché la geografia conta

Qui emerge un altro elemento strategico.

Il petrolio esportato da Bukhta Sever verso l’Asia attraverso la Northern Sea Route non deve attraversare né il Canale di Suez né lo Stretto di Hormuz.

Questo non rende la Russia immune dai rischi logistici.

La navigazione artica comporta problemi enormi: ghiaccio, condizioni meteorologiche estreme, necessità di navi specializzate, rompighiaccio, infrastrutture di soccorso e costi elevati.

Ma significa diversificazione.

E nel mondo dell’energia la diversificazione delle rotte equivale a potere strategico.

Una Russia capace di esportare attraverso Baltico, Mar Nero, Pacifico e Artico dispone di un ventaglio logistico molto diverso da quello di un produttore dipendente da un singolo choke point.


Le sanzioni non sono state irrilevanti

Qui bisogna evitare la propaganda speculare.

Sostenere che le sanzioni occidentali non abbiano avuto alcun effetto sulla Russia sarebbe sbagliato.

Le restrizioni finanziarie e tecnologiche, il price cap, i problemi assicurativi, il ritiro di società occidentali e le limitazioni all’accesso ad alcune tecnologie hanno aumentato costi e complessità dell’industria energetica russa.

Anche Vostok Oil ha attraversato ritardi rispetto ai programmi originariamente annunciati.

Le vecchie previsioni di Rosneft erano infatti molto più aggressive: anni fa si parlava di volumi significativi già intorno al 2024 e di circa 100 milioni di tonnellate entro il 2030.

Il calendario attuale è stato spostato in avanti.

Questo va riconosciuto.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato trasformare quei problemi nella conclusione secondo cui la capacità energetica russa sarebbe stata congelata definitivamente.

Il 5 settembre dimostra materialmente che il progetto non è morto.

L’oleodotto esiste.

Il terminale esiste.

Il petrolio è arrivato alla costa.

E il primo caricamento è iniziato.


La vera risposta russa alle sanzioni: cambiare la geografia

È probabilmente questa la conseguenza geopolitica più importante.

L’obiettivo strategico occidentale non poteva essere semplicemente rendere più costoso un barile russo.

Doveva ridurre nel tempo la capacità di Mosca di monetizzare le proprie risorse e quindi limitare le entrate utilizzabili dallo Stato russo.

Ma la Russia ha reagito modificando progressivamente la propria infrastruttura.

Più esportazioni verso Cina e India.

Più pagamenti in valute diverse dal dollaro e dall’euro.

Più infrastrutture rivolte verso l’Asia.

Più capacità navale artica.

Più import substitution.

Più utilizzo della Northern Sea Route.

Non tutto ha funzionato perfettamente e non tutto è economicamente equivalente ai vecchi rapporti con l’Europa.

Ma la direzione strategica è evidente.

La Russia sta cercando di costruire un sistema energetico nel quale l’Europa non sia più indispensabile.

Vostok Oil ne rappresenta forse l’esempio più spettacolare.


L’Artico diventa una frontiera geopolitica

Per questo sarebbe riduttivo leggere Vostok Oil soltanto attraverso il prezzo del Brent.

L’Artico sta diventando uno dei grandi spazi strategici del XXI secolo.

Energia.

Minerali.

Rotte commerciali.

Basi militari.

Rompighiaccio.

Porti.

Telecomunicazioni.

Sovranità territoriale.

Russia, Stati Uniti, Canada, paesi nordici e Cina guardano sempre più attentamente alla regione.

Reuters osservava già all’inizio del 2026 come la Russia disponesse di un vantaggio infrastrutturale significativo nell’Artico e stesse utilizzando la Northern Sea Route anche per riorientare i propri commerci energetici verso l’Asia.

Vostok Oil inserisce dentro questa competizione una componente gigantesca: una nuova provincia petrolifera collegata direttamente all’Oceano Artico.


E la Cina è dall’altra parte della rotta

Il destinatario strategicamente più evidente è l’Asia.

In particolare la Cina.

Non significa che ogni barile di Vostok Oil finirà necessariamente nelle raffinerie cinesi.

Significa però che la Russia sta costruendo un’infrastruttura perfettamente compatibile con il progressivo spostamento verso est dei suoi flussi commerciali.

La stessa relazione energetica russo-cinese continua contemporaneamente ad ampliarsi sul fronte del gas.

Petrolio artico, gas siberiano, ferrovie, porti e pagamenti bilaterali sono pezzi differenti della stessa trasformazione.

Il risultato è una progressiva integrazione delle economie continentali eurasiatiche che rende molto più difficile utilizzare l’accesso ai mercati occidentali come unico strumento di pressione.


Attenzione però: 100 milioni di tonnellate non sono ancora realtà

Proprio perché Vostok Oil è geopoliticamente importante, non c’è bisogno di gonfiarne i numeri.

La cifra dei 100 milioni di tonnellate annue è una prospettiva industriale dichiarata da Rosneft.

Non è produzione attuale.

E Sechin stesso l’ha subordinata alla presenza di domanda e condizioni economiche favorevoli.

Restano inoltre interrogativi importanti:

quanto costerà estrarre ogni barile?

Quanto rapidamente verranno completate tutte le infrastrutture?

Quanto sarà possibile utilizzare la Northern Sea Route durante l’intero anno?

Quante petroliere ice-class saranno disponibili?

Quale sarà la domanda asiatica nel prossimo decennio?

Quale sarà il prezzo del petrolio?

Quanto peseranno ancora sanzioni e restrizioni tecnologiche?

Sono domande decisive.

Un progetto gigantesco non diventa automaticamente un progetto altamente redditizio.


Ma una cosa è già cambiata

Esiste però una differenza fondamentale tra il 2022 e settembre 2026.

Quattro anni fa Vostok Oil poteva essere descritto dai critici come una gigantesca ambizione artica il cui futuro sarebbe stato compromesso dall’isolamento tecnologico e finanziario della Russia.

Oggi quella descrizione non basta più.

Il petrolio è arrivato a Bukhta Sever.

L’oleodotto principale da 790 chilometri è stato completato.

Il terminale è operativo nella sua prima configurazione.

La prima petroliera è in caricamento.

La nuova provincia petrolifera è entrata nella fase operativa.

Da qui a produrre 100 milioni di tonnellate l’anno rimane una distanza enorme.

Ma non siamo più davanti soltanto a una promessa.


Un potenziale Vostok Oil vale quasi due Venezuela di oggi

Ed eccoci al numero che sintetizza l’intera vicenda.

La produzione venezuelana nel luglio 2026 è stata stimata dalla IEA a circa 1,12 milioni di barili al giorno.

Il pieno potenziale dichiarato per Vostok Oil, pari a 100 milioni di tonnellate annue, corrisponde approssimativamente a 2 milioni di barili al giorno.

Un singolo sistema petrolifero artico russo potrebbe quindi, se il piano verrà realizzato integralmente, arrivare a produrre quasi il doppio di quanto produce oggi l’intero Venezuela.

Non domani mattina.

Non nel 2027.

Ma questa è la scala dell’infrastruttura che Mosca sta costruendo.

Ed è difficile conciliarla con una rappresentazione semplicistica di una Russia ormai priva di opzioni energetiche.


Il mondo multipolare si costruisce anche con oleodotti e porti

Si parla spesso di “mondo multipolare” come se fosse una formula diplomatica.

Ma la multipolarità non nasce nei comunicati dei summit.

Nasce quando cambiano le infrastrutture.

Quando viene costruito un porto dove prima non esisteva.

Quando 790 chilometri di acciaio collegano nuovi giacimenti all’Oceano Artico.

Quando una petroliera ice-class può caricare greggio a Taimyr e dirigersi verso l’Asia.

Quando un paese dispone di mercati alternativi, sistemi di pagamento alternativi e corridoi logistici alternativi.

Vostok Oil non dimostra che le sanzioni siano fallite in ogni loro obiettivo.

Dimostra qualcosa di forse più importante: le sanzioni non hanno impedito alla Russia di continuare a costruire infrastrutture strategiche destinate a modificare la geografia delle sue esportazioni energetiche.

E questo obbliga a rivedere un assunto che ha accompagnato buona parte del dibattito degli ultimi anni.

La questione non è più soltanto se la Russia possa sopravvivere senza il mercato energetico europeo.

La domanda è quale sistema energetico eurasiatico stia costruendo per non doverne più dipendere.

Il primo petrolio partito da Bukhta Sever è soltanto un carico.

Ma dietro quella nave ci sono sette miliardi di tonnellate di risorse dichiarate, centinaia di chilometri di oleodotti, un nuovo porto artico e l’ambizione di arrivare a una produzione delle dimensioni di un paese OPEC.

Il mondo multipolare, prima ancora di essere raccontato, viene costruito.

E una parte di quel mondo, oggi, passa per il ghiaccio del Taimyr.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Rosneft – Vostok Oil Project Commissioned: Vladimir Putin Launches First Oil Shipment
https://www.rosneft.com/press/news/item/224691/

Interfax – Vostok Oil: 30 milioni di tonnellate nel 2027, oleodotto Vankor–Payakha–Bukhta Sever completato
https://www.interfax.ru/business/1113404

TASS – Rosneft to supply 30 million tons of oil from Vostok Oil in 2027
https://tass.com/economy/2183187

Interfax – Vostok Oil ampliato da 52 a 60 aree di licenza; risorse a 7 miliardi di tonnellate
https://interfax.com/newsroom/top-stories/110532/

Rosneft – North Bay Port Oil Terminal e infrastrutture navali del progetto
https://www.rosneft.com/press/releases/item/206393/

International Energy Agency – Oil Market Report, August 2026
https://www.iea.org/reports/oil-market-report-august-2026

Reuters – Russia’s oil exports to Asia via Arctic route start strongly
https://www.reuters.com/business/energy/russias-oil-exports-asia-via-arctic-route-start-strongly-sources-say-data-shows-2026-08-11/

Reuters – US, Europe fall behind in the race to control the Arctic
https://www.reuters.com/markets/commodities/us-europe-fall-behind-race-control-arctic-2026-01-30/

Reuters – Venezuela oil output around 1.1–1.2 million barrels per day
https://www.reuters.com/business/energy/us-energy-chief-says-venezuela-oil-output-more-than-double-next-few-years-2026-09-02/

S&P Global – Analisi delle prospettive produttive e delle difficoltà di Vostok Oil
https://www.spglobal.com/energy/en/research-analytics/can-stated-future-export-levels-at-the-vostok-oil-project-be-achieved-in-a-time-of-political-adversity

IRAN, 47 ANNI DI GUERRA NELL’OMBRA: LA RETE TRANSNAZIONALE DI TEHERAN E IL CONTO CHE L’OCCIDENTE NON HA MAI CHIUSO

0

Chiamarla “guerra”, “conflitto”, “escalation” o “crisi” cambia poco. Dal 1979 la Repubblica Islamica ha costruito una politica di potenza che non si ferma ai confini iraniani: Guardiani della Rivoluzione, Forza Quds, Hezbollah, milizie irachene, Houthis e organizzazioni palestinesi costituiscono una rete armata attraverso la quale Teheran ha proiettato influenza, armi e violenza ben oltre il proprio territorio. Oggi quella rete è stata duramente colpita, ma non è scomparsa. Ed è questo il problema strategico che Washington deve affrontare.

Tutto comincia nel 1979

Il dottor Eric Mandel, fondatore e direttore di MEPIN, ha recentemente sintetizzato la questione con una frase brutale: discutere se quello tra Stati Uniti e Iran sia oggi tecnicamente una “guerra” significa rischiare di perdere di vista la dimensione storica dello scontro.

La sua tesi è semplice: America e Repubblica Islamica sono sostanzialmente in guerra da 47 anni.

Si può discutere sulla correttezza giuridica della definizione. Non si può discutere sulla data che segna la frattura.

Il 4 novembre 1979, pochi mesi dopo la rivoluzione islamica, militanti iraniani occuparono l’ambasciata statunitense a Teheran e presero in ostaggio più di cinquanta americani.

Rimasero prigionieri per 444 giorni.

Non è un dettaglio propagandistico americano: è la ricostruzione storica dello stesso Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

Da quel momento il rapporto tra Washington e Teheran non sarebbe più tornato alla normalità.

La grande innovazione strategica iraniana: combattere senza apparire sempre sul campo

Il vero successo strategico della Repubblica Islamica non è stato costruire un esercito convenzionale capace di competere alla pari con gli Stati Uniti.

È stato sviluppare qualcosa di diverso.

Una rete transnazionale di organizzazioni armate, milizie, strutture politiche e proxy, capaci di moltiplicare l’influenza iraniana dal Mediterraneo al Golfo.

Al centro di questo sistema si trova il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, e in particolare la Forza Quds.

Secondo i rapporti ufficiali statunitensi sul terrorismo, la Forza Quds rappresenta il principale strumento iraniano per sostenere organizzazioni armate all’estero attraverso finanziamenti, addestramento, armi, assistenza e coordinamento.

Washington considera l’Iran uno State Sponsor of Terrorism dal 1984.

I rapporti del Dipartimento di Stato hanno indicato tra i beneficiari del sostegno iraniano Hezbollah in Libano, Hamas e altre organizzazioni palestinesi, gli Houthis nello Yemen e milizie filo-iraniane operative in Iraq e Siria.

Non stiamo quindi parlando semplicemente di una serie di alleanze diplomatiche.

Parliamo di una vera architettura di proiezione della forza.

Hezbollah: il modello

Hezbollah è stato per decenni il gioiello della strategia iraniana.

Il rapporto è stato costruito attraverso denaro, addestramento, trasferimenti di armi e tecnologia militare.

Il Dipartimento di Stato americano ha documentato negli anni finanziamenti iraniani nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari, insieme alla fornitura di migliaia di razzi, missili e armi.

Hezbollah ha permesso a Teheran di estendere la propria capacità di deterrenza fino al Mediterraneo senza dover schierare direttamente divisioni iraniane sul confine israeliano.

È questo il modello che successivamente è stato replicato, adattandolo alle condizioni locali.

Iraq: milizie dentro uno Stato

Dopo la caduta di Saddam Hussein, l’Iraq è diventato un altro terreno fondamentale.

Teheran ha sostenuto organizzazioni e milizie sciite come Kata’ib Hezbollah, Asa’ib Ahl al-Haq e Harakat al-Nujaba, fornendo, secondo i rapporti americani, finanziamenti, addestramento e armamenti sempre più sofisticati, compresi sistemi senza pilota.

Il risultato strategico è evidente.

L’Iran non ha bisogno di annettere l’Iraq.

Gli basta possedere abbastanza influenza politica e militare da poter trasformare parte del territorio iracheno in profondità strategica.

E proprio gruppi sostenuti dall’Iran hanno ripetutamente attaccato negli anni installazioni che ospitavano personale statunitense.

Dopo il 7 ottobre 2023, le forze appoggiate dall’Iran hanno condotto oltre 170 attacchi contro forze americane e della coalizione in Iraq e Siria, secondo il Council on Foreign Relations.

Questi numeri aiutano a capire perché parlare semplicemente di “tensioni diplomatiche” sia riduttivo.

Yemen: un’altra leva contro il commercio mondiale

Poi ci sono gli Houthis.

Lo Yemen ha dimostrato quanto possa essere efficace una forza regionale relativamente economica quando viene inserita in una strategia più ampia.

Droni, missili e capacità antinave hanno trasformato il Mar Rosso in un fronte capace di condizionare una delle principali arterie commerciali del pianeta.

Il valore della strategia iraniana è precisamente questo: trasformare conflitti locali in leve geopolitiche globali.

Un missile lanciato dallo Yemen non riguarda soltanto lo Yemen.

Può modificare rotte commerciali, assicurazioni marittime, costi logistici, dispiegamenti navali occidentali e prezzi energetici.

Una rete, non semplici gruppi isolati

Per anni una parte dell’analisi occidentale ha commesso l’errore di osservare Hezbollah, Houthis, milizie irachene e organizzazioni palestinesi come dossier sostanzialmente separati.

Non lo sono completamente.

Il Council on Foreign Relations descrive l’“Axis of Resistance” come una rete che comprende Hezbollah in Libano, Hamas e Palestinian Islamic Jihad nei territori palestinesi, gli Houthis nello Yemen e diverse milizie in Iraq e Siria.

Naturalmente, parlare di rete non significa sostenere che ogni organizzazione riceva quotidianamente ordini telefonici da Teheran.

I diversi gruppi hanno interessi locali, leadership autonome e differenti margini decisionali.

Ma proprio questa elasticità rende il sistema più difficile da neutralizzare.

Teheran non ha costruito una NATO mediorientale. Ha costruito qualcosa di più ambiguo e, sotto alcuni aspetti, più resiliente: una costellazione di attori armati legati da interessi, ideologia, finanziamenti, addestramento e nemici comuni.

Il vantaggio della negabilità

È qui che emerge uno degli elementi più cinici della strategia iraniana.

Utilizzare organizzazioni alleate o proxy permette di esercitare pressione mantenendo una certa distanza politica dall’azione.

Se una milizia irachena attacca una base americana, non significa automaticamente che un ufficiale iraniano abbia personalmente ordinato quello specifico attacco.

Ed è precisamente questa zona grigia a rendere il modello efficace.

L’avversario deve continuamente decidere quanto attribuire direttamente a Teheran e quale livello di risposta sia proporzionato.

È guerra attraverso l’ambiguità.

Colpire senza assumersi sempre apertamente il costo politico del colpo.

Ma qualcosa è cambiato

Il sistema, però, non è più quello di pochi anni fa.

La rete iraniana ha subito colpi enormi.

La caduta del regime di Assad ha compromesso uno dei corridoi strategici più importanti attraverso i quali l’Iran proiettava influenza verso il Levante e sosteneva Hezbollah.

Hezbollah è stato fortemente indebolito.

Altre componenti dell’“Asse della Resistenza” hanno subito perdite militari e politiche.

Il CFR ha descritto questa rete come pesantemente danneggiata, pur sottolineando che non è stata completamente distrutta.

Ed è proprio qui che si trova il rischio.

Un Iran indebolito non equivale automaticamente a un Iran innocuo.

Settembre 2026: il conflitto non è finito

Gli avvenimenti degli ultimi giorni lo dimostrano.

All’inizio di settembre Stati Uniti e Iran hanno nuovamente scambiato attacchi dopo settimane di relativa tregua.

Teheran ha impiegato missili e droni contro obiettivi americani e regionali; Washington ha risposto colpendo infrastrutture e capacità militari iraniane.

Il 6 settembre, inoltre, l’Iran ha sostenuto di aver colpito una nave americana senza equipaggio nello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti hanno categoricamente negato la versione iraniana.

Questo particolare episodio rimane quindi contestato.

Ma il quadro generale non lo è:

lo Stretto di Hormuz continua a essere uno dei punti nei quali Teheran può tentare di trasformare la propria posizione geografica in pressione strategica sull’economia mondiale.

Petrolio, assicurazioni, navigazione commerciale e presenza della Marina statunitense diventano parte dello stesso campo di battaglia.

Droni e missili: l’Iran conserva ancora denti

Ed è questo un altro punto centrale dell’analisi di Mandel.

L’Iran può essere stato pesantemente danneggiato sul piano militare senza essere stato disarmato.

Sono due concetti completamente diversi.

Teheran conserva ancora capacità missilistiche e droni sufficienti a minacciare forze americane, alleati regionali e traffico marittimo.

Pensare che un avversario indebolito sia automaticamente sconfitto sarebbe un errore pericoloso.

Anzi, un regime sotto crescente pressione economica e militare può diventare ancora più disposto ad assumersi rischi nel tentativo di dimostrare che rimane capace di infliggere costi.

Le midterm americane entrano nel calcolo

Mandel solleva inoltre una questione politica particolarmente delicata: le elezioni di midterm negli Stati Uniti.

La domanda è se Teheran possa considerare la politica interna americana una vulnerabilità strategica.

Non sarebbe una novità assoluta.

La crisi degli ostaggi del 1979-1981 ebbe conseguenze enormi sulla politica americana e contribuì a dominare gli ultimi mesi della presidenza Carter.

Oggi il contesto è completamente differente, ma il principio rimane interessante.

Se Teheran ritiene che l’aumento del prezzo dell’energia, le perdite militari, gli attacchi alle navi o un conflitto apparentemente interminabile possano modificare il comportamento dell’elettorato americano, allora il calendario elettorale statunitense diventa esso stesso una variabile strategica.

E alcuni segnali indicano che Washington è perfettamente consapevole del problema.

Reuters ha riferito nei giorni scorsi delle preoccupazioni interne all’amministrazione Trump per l’impatto politico della guerra in vista delle elezioni di novembre.

È esattamente ciò che Teheran deve sperare

Non necessariamente sconfiggere militarmente gli Stati Uniti.

Sarebbe irrealistico.

Deve invece convincere Washington che il costo necessario per ottenere una vittoria sia superiore al beneficio.

È la strategia classica dell’avversario militarmente inferiore:

non devi essere più forte dell’America. Devi soltanto essere disposto a sopportare il dolore più a lungo dell’America.

Ed è qui che si decide realmente questo confronto.

Non nel numero di droni abbattuti questa settimana.

Non nel numero di radar distrutti.

Non nelle dichiarazioni trionfalistiche di Washington o Teheran.

Ma nella capacità delle due parti di sostenere nel tempo costi militari, economici e politici.

La Repubblica Islamica ha trasformato la regione in profondità strategica

Questo è forse il bilancio più pesante di quasi mezzo secolo di politica iraniana.

Dal Libano allo Yemen, dall’Iraq alla Siria fino ai territori palestinesi, Teheran ha investito enormi risorse per costruire una cintura di influenza armata.

Il popolo iraniano ne ha pagato indirettamente anche il prezzo economico.

Risorse che avrebbero potuto contribuire allo sviluppo interno sono state impiegate per finanziare una strategia regionale fondata sulla proiezione militare e ideologica.

Il regime ha perseguito una politica nella quale la sicurezza della Repubblica Islamica veniva ottenuta spostando il fronte lontano dai propri confini.

Finché quel sistema ha funzionato, il prezzo maggiore della competizione iraniana con Israele e Stati Uniti è stato spesso pagato da libanesi, siriani, iracheni, israeliani, palestinesi, yemeniti e americani.

Ora il fronte è tornato direttamente verso l’Iran.

Non basta distruggere missili: bisogna distruggere il modello

Ed è qui che Washington deve decidere quale sia realmente il proprio obiettivo.

Se l’obiettivo è semplicemente distruggere qualche batteria missilistica, l’Iran potrà ricostruirla.

Se l’obiettivo è abbattere qualche deposito di droni, altri droni potranno essere prodotti.

Se l’obiettivo è ridurre temporaneamente le capacità iraniane, tra qualche anno il problema potrebbe ripresentarsi.

La vera questione strategica è un’altra:

spezzare la capacità della Repubblica Islamica di utilizzare una rete transnazionale di milizie e organizzazioni armate come moltiplicatore della propria politica estera.

Significa interrompere finanziamenti.

Bloccare trasferimenti di tecnologia.

Colpire le reti logistiche.

Interrompere i circuiti finanziari.

Contrastare il contrabbando.

Ridurre la capacità della Forza Quds di addestrare, armare e coordinare organizzazioni fuori dall’Iran.

E soprattutto impedire che la comunità internazionale torni, ancora una volta, a confondere una fase di relativa calma con la soluzione del problema.

Quarantasette anni dopo, il conto è ancora aperto

Dal 4 novembre 1979 al 6 settembre 2026 sono trascorsi quasi quarantasette anni.

Sono cambiate amministrazioni americane, presidenti iraniani, guerre, alleanze e generazioni.

Ma il cuore dello scontro è rimasto sorprendentemente stabile.

La Repubblica Islamica considera l’espulsione dell’influenza americana dalla regione e la lotta contro Israele componenti fondamentali della propria proiezione geopolitica.

Gli Stati Uniti considerano invece inaccettabile che Teheran possa minacciare le proprie forze, i propri alleati e alcune delle più importanti rotte energetiche mondiali attraverso missili, droni e organizzazioni armate alleate.

Per questo Mandel centra un punto importante anche se la formula dei “47 anni di guerra” resta una valutazione politica e non una definizione giuridica.

Il problema non è decidere quale parola utilizzare.

Il problema è capire che il confronto non nasce nel 2026.

Non nasce nel 2025.

Non nasce nemmeno il 7 ottobre 2023.

Affonda le proprie radici nella rivoluzione del 1979 e nella costruzione successiva di un sistema di proiezione regionale che ha trasformato milizie, terrorismo, missili, droni, ideologia e guerra asimmetrica in strumenti di politica estera.

Oggi quella macchina è molto più debole.

Ma non è ancora morta.

Ed è proprio questa la fase più pericolosa.

Perché una rete ferita può ancora colpire.

La domanda decisiva non è quindi se l’America sia “formalmente in guerra”.

La domanda è se, dopo quasi mezzo secolo, Washington abbia finalmente una strategia capace non soltanto di vincere una battaglia contro Teheran, ma di spezzare definitivamente il sistema transnazionale con cui la Repubblica Islamica ha esportato il conflitto ben oltre i propri confini.


FONTI E APPROFONDIMENTI

U.S. Department of State – The Iranian Hostage Crisis
https://history.state.gov/departmenthistory/short-history/iraniancrises

U.S. Department of State – Country Reports on Terrorism 2023
https://2021-2025.state.gov/reports/country-reports-on-terrorism-2023/

U.S. Department of State – Country Reports on Terrorism 2021: Iran
https://2021-2025.state.gov/reports/country-reports-on-terrorism-2021/iran/

Council on Foreign Relations – Iran’s Regional Armed Network
https://www.cfr.org/articles/irans-regional-armed-network

Council on Foreign Relations – Conflict With Iran – Global Conflict Tracker
https://www.cfr.org/global-conflict-tracker/conflict/confrontation-between-united-states-and-iran

Council on Foreign Relations – Middle East and North Africa – Global Conflict Tracker
https://www.cfr.org/global-conflict-tracker/region/middle-east-and-north-africa

Reuters – US-Iran strikes raise fears of renewed war across the Middle East, 2 settembre 2026
https://www.reuters.com/world/middle-east/us-iran-exchange-attacks-lull-war-appears-over-2026-09-02/

Reuters – Vance says Iran conflict is not a war, declines to offer timeline for end, 3 settembre 2026
https://www.reuters.com/world/middle-east/vance-says-us-not-talking-iran-unless-they-stop-shooting-ships-2026-09-03/

Reuters – Iran to tackle economic issues, says further attacks will be “more painful”, 6 settembre 2026
https://www.reuters.com/world/middle-east/iran-tackle-economic-issues-says-further-attacks-will-be-more-painful-2026-09-06/

Associated Press – Iran claims a strike on a US ship in the Strait of Hormuz but the US denies it, 6 settembre 2026
https://apnews.com/article/a52beec77dc90af3d040d0553837ad20

Invidiabile superiorità morale del leader supremo Khamenei, il lusso del regime: i penthouse di Londra e la rete milionaria che porta al Leader Supremo

0

Predicare resistenza, austerità e sacrificio è molto più facile quando qualcun altro paga il conto. Mentre milioni di iraniani hanno sopportato inflazione, svalutazione, isolamento economico e un progressivo deterioramento delle proprie condizioni di vita, il Tesoro americano descrive una rete finanziaria internazionale costruita per trasferire ricchezza iraniana verso immobili e partecipazioni all’estero a beneficio delle élite della Repubblica Islamica. E al centro delle accuse compare il nome più pesante possibile: quello di Mojtaba Khamenei.

Due penthouse nel cuore della Londra più esclusiva stanno diventando il simbolo perfetto di questa contraddizione.

Non appartamenti qualsiasi. Non investimenti della classe media iraniana emigrata all’estero.

Parliamo di immobili acquistati complessivamente per 35,75 milioni di sterline al 3A Palace Green, Kensington, con vista su Kensington Gardens e a poca distanza dall’ambasciata israeliana.

E dietro quelle proprietà compare Ali Ansari, il banchiere iraniano che il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha indicato nel luglio 2026 come un importante finanziatore di Mojtaba Khamenei e gestore di una vasta rete internazionale di beni destinata, secondo Washington, anche al beneficio della famiglia Khamenei e di altre figure dell’apparato iraniano.

35,75 milioni di sterline nel cuore di Kensington

I numeri sono difficili da ignorare.

Uno dei due immobili è un duplex di cinque camere da letto di circa 3.944 piedi quadrati, distribuito tra il sesto e il settimo piano.

Fu acquistato nel 2016 per 19 milioni di sterline.

Oggi viene proposto per poco meno di 12 milioni.

L’altro penthouse fu acquistato nel 2014 per 16,75 milioni di sterline.

Totale dell’investimento originario:

35,75 milioni di sterline.

Entrambe le proprietà dispongono, secondo quanto riportato dalla stampa britannica, di sistemazioni separate per il personale e terrazze private.

Un dettaglio rende il quadro ancora più surreale: gli immobili si trovano sulla stessa esclusivissima strada dell’ambasciata israeliana e nelle immediate vicinanze di Kensington Palace.

È difficile immaginare un contrasto più feroce con la retorica rivoluzionaria che per decenni ha presentato la Repubblica Islamica come l’avanguardia della lotta contro l’Occidente decadente.

L’Occidente viene maledetto dai pulpiti di Teheran.

Ma il capitale, apparentemente, sa benissimo dove trovare casa.

Chi è Ali Ansari

Il punto centrale della vicenda non è semplicemente il valore degli appartamenti.

È chi compare dietro di essi.

Il 10 luglio 2026 l’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro statunitense ha annunciato sanzioni contro Ali Ansari, descrivendolo come un facilitatore finanziario che controlla una vasta rete globale di attività a beneficio di Mojtaba Khamenei e di altre élite del regime.

L’accusa americana è pesantissima.

Secondo il Tesoro, Ansari avrebbe sostanzialmente istituzionalizzato l’appropriazione indebita su larga scala, trasformando ricchezza finanziata pubblicamente in un portafoglio internazionale di proprietà immobiliari e partecipazioni commerciali.

Washington sostiene inoltre che Ansari abbia utilizzato i propri rapporti con le élite iraniane per arricchire se stesso e i propri alleati a spese della popolazione iraniana.

Non si parla quindi di qualche conto corrente.

Si parla di un vero sistema internazionale.

Dall’Iran a Londra, Dubai, Spagna e Germania

Secondo il Tesoro americano, attraverso numerose società di comodo e conti bancari distribuiti in diverse giurisdizioni, Ansari avrebbe accumulato milioni di dollari di attività sotto il controllo della società Smart Global Limited, registrata a Saint Kitts e Nevis e costituita nel 2011 con il precedente nome Ziba Leisure Limited.

La rete avrebbe investito in immobili e attività commerciali in:

Regno Unito, Germania, Lussemburgo, Spagna, Cipro ed Emirati Arabi Uniti, oltre ad altre giurisdizioni.

Ed è qui che l’accusa americana diventa politicamente esplosiva.

Il Tesoro sostiene infatti che, sebbene molti interessi finanziari risultino formalmente riconducibili ad Ansari, una parte sarebbe detenuta in ultima istanza per il beneficio economico di Mojtaba Khamenei, della sua famiglia, di altre élite iraniane e dell’IRGC.

Questa distinzione è fondamentale.

I registri britannici citati dalla stampa indicano Ansari come proprietario registrato degli immobili londinesi. Non sarebbe quindi corretto presentare semplicemente i penthouse come proprietà catastalmente intestate a Khamenei.

Ma è il governo degli Stati Uniti a sostenere ufficialmente che la rete patrimoniale di Ansari operasse anche nell’interesse finanziario della famiglia del Leader Supremo.

Ed è un’accusa che cambia completamente il significato politico di quei 35,75 milioni di sterline.

Il popolo paga, l’élite investe

La questione diventa ancora più grave osservando il meccanismo finanziario descritto dal Tesoro americano.

Ansari era proprietario e direttore della Ayandeh Bank, successivamente fallita e dissolta.

Secondo Washington, attraverso la banca sarebbero stati concessi prestiti e movimentate enormi quantità di denaro verso società e iniziative commerciali riconducibili allo stesso Ansari.

Il Tesoro parla esplicitamente di miliardi di dollari sottratti agli iraniani.

Mentre questo sistema produceva danni all’economia iraniana e il Paese affrontava un’inflazione sempre più pesante, sostiene OFAC, Ansari contemporaneamente ampliava il proprio impero economico internazionale per conto anche di Mojtaba Khamenei.

È questo il punto politicamente devastante.

Perché se le conclusioni dell’amministrazione americana sono corrette, non siamo davanti semplicemente alla storia di un banchiere iraniano diventato molto ricco.

Siamo davanti a un sistema nel quale risorse originate dall’economia iraniana sarebbero state trasformate in ricchezza privata internazionale mentre alla popolazione venivano chiesti sacrifici.

La Repubblica Islamica dei due mondi

Da una parte c’è l’Iran reale.

Quello delle famiglie che devono fare i conti con l’inflazione.

Quello dei salari divorati dalla svalutazione.

Quello dei giovani che cercano un futuro fuori dal Paese.

Quello dei cittadini ai quali viene spiegato continuamente che le difficoltà economiche sono il prezzo necessario della resistenza contro l’Occidente.

Dall’altra parte emerge, secondo le accuse americane, un universo completamente differente.

Società offshore.

Conti internazionali.

Immobili europei.

Dubai.

Londra.

Kensington.

Terrazze private.

Alloggi per il personale.

Decine di milioni di sterline.

Il problema non è il lusso in sé.

Il problema è chi avrebbe finanziato quel lusso e attraverso quale sistema.

Perché una classe dirigente che predica sacrificio nazionale mentre uomini indicati come suoi finanziatori trasferiscono ricchezza all’estero non rappresenta l’austerità rivoluzionaria.

Rappresenta una gigantesca contraddizione politica.

Londra congela Ansari

Non sono soltanto gli Stati Uniti ad aver preso provvedimenti.

Il governo britannico aveva già sanzionato Ali Aliakbar Ansari il 30 ottobre 2025, accusandolo di aver sostenuto finanziariamente le attività dei Guardiani della Rivoluzione.

Le misure britanniche comprendono il congelamento dei beni, il divieto di ingresso nel Regno Unito e l’interdizione dall’assumere incarichi direttivi societari.

Poi è arrivato il problema dei mutui.

Secondo il Sunday Times, Ansari non avrebbe rispettato i pagamenti e i creditori privati hanno nominato amministratori per recuperare quanto dovuto.

Da qui la vendita.

Per il duplex acquistato a 19 milioni di sterline, il prezzo richiesto sarebbe oggi inferiore ai 12 milioni.

Una perdita potenziale enorme rispetto al prezzo di acquisto.

E soprattutto, secondo quanto riportato dalla stampa britannica, l’eventuale denaro rimanente dopo il pagamento dei creditori dovrebbe restare congelato finché Ansari sarà sottoposto alle sanzioni britanniche.

Il circuito comincia quindi a chiudersi.

Il vero significato di quei penthouse

Quegli appartamenti valgono molto più del loro prezzo di mercato.

Sono diventati una fotografia del sistema descritto dalle autorità americane.

La Repubblica Islamica ha costruito per decenni la propria legittimità sulla contrapposizione tra il popolo rivoluzionario iraniano e le élite corrotte dell’Occidente.

Eppure una parte della ricchezza collegata alle sue stesse élite, secondo il Tesoro americano, finiva proprio nei luoghi simbolo di quell’Occidente.

Non in quartieri popolari.

Non in normali appartamenti.

Ma in una delle zone immobiliari più esclusive del pianeta.

Kensington.

E allora una domanda diventa inevitabile.

Se l’Occidente è davvero il nemico assoluto raccontato dalla propaganda della Repubblica Islamica, perché il denaro collegato ai vertici del sistema iraniano avrebbe avuto tanto interesse a rifugiarsi proprio nelle sue banche, nelle sue società e nei suoi immobili?

La rivoluzione per gli altri

È forse questa la parte più corrosiva dell’intera vicenda.

Al cittadino iraniano viene chiesto di sopportare.

All’apparato viene consentito di prosperare.

Al popolo viene raccontata la resistenza.

Il capitale cerca protezione internazionale.

Il cittadino subisce la svalutazione.

Le reti finanziarie comprano Kensington.

Se quanto ricostruito dal Tesoro americano corrisponde alla realtà, il sistema non può più essere liquidato come qualche episodio isolato di corruzione.

Il problema diventa strutturale.

Perché Washington descrive un apparato nel quale società offshore, banche, prestanome, immobili e partecipazioni societarie sarebbero stati utilizzati per trasformare ricchezza iraniana in patrimonio internazionale destinato alle élite.

E il nome di Mojtaba Khamenei compare direttamente nelle motivazioni ufficiali delle sanzioni statunitensi.

Le sanzioni iniziano a colpire dove fa più male

Per anni le sanzioni contro l’Iran sono state accusate di pesare soprattutto sulla popolazione.

È una critica che non può essere semplicemente ignorata: le restrizioni economiche possono produrre conseguenze molto più ampie degli obiettivi politici dichiarati.

Ma il caso Ansari mostra anche l’altra faccia dello strumento sanzionatorio: la possibilità di seguire, congelare e immobilizzare la ricchezza internazionale riconducibile alle reti finanziarie dell’élite iraniana.

Non basta bloccare una società.

Occorre seguire il denaro.

Individuare i beneficiari effettivi.

Ricostruire le società offshore.

Seguire immobili, partecipazioni, prestiti e conti bancari.

E soprattutto distinguere il patrimonio dello Stato iraniano dal patrimonio accumulato da chi, secondo le autorità occidentali, avrebbe utilizzato quello Stato come una gigantesca macchina di trasferimento della ricchezza.

È esattamente su questo terreno che il sistema può diventare vulnerabile.

Altro che resistenza: seguite il denaro

Per comprendere la natura di un regime non basta ascoltare i suoi discorsi.

Bisogna osservare dove finisce il denaro.

E il denaro racconta spesso una storia molto diversa dalla propaganda.

Il Tesoro degli Stati Uniti sostiene che Ali Ansari abbia utilizzato ricchezza finanziata pubblicamente per costruire una rete globale capace di beneficiare Mojtaba Khamenei, la sua famiglia, altre élite iraniane e i Guardiani della Rivoluzione.

Il Regno Unito lo ha sanzionato per il sostegno finanziario all’IRGC.

Due immobili acquistati per complessivi 35,75 milioni di sterline sono finiti sotto amministrazione e almeno uno viene venduto con una pesante svalutazione.

Questi sono fatti e accuse ufficiali che meritano di essere messi uno accanto all’altro.

Perché dietro la retorica della rivoluzione emerge un’immagine molto meno eroica:

quella di una classe dirigente circondata da reti finanziarie capaci di accumulare ricchezze enormi fuori dal Paese mentre milioni di iraniani ne pagavano il prezzo economico.

Il popolo aveva l’inflazione.

L’élite aveva Kensington.

Il popolo doveva resistere all’Occidente.

I suoi soldi, secondo il Tesoro americano, prendevano la strada di Londra, Dubai, Germania, Lussemburgo, Spagna e Cipro.

Adesso almeno una parte di quell’impero è congelata e viene liquidata.

E forse è proprio questa la risposta più efficace alla propaganda della Repubblica Islamica:

non ascoltare quello che il regime dice. Seguire quello che fa con il denaro.


Fonti

U.S. Department of the Treasury – Treasury Targets Key Supreme Leader Financier and Iran’s Shadow Exchange Houses (10 luglio 2026)
https://home.treasury.gov/news/press-releases/sb0558

Governo britannico – UK announces sanctions against individual who funds the work of the IRGC (30 ottobre 2025)
https://www.gov.uk/government/news/uk-announces-sanctions-against-those-who-fund-the-work-of-the-irgc

The Sunday Times – For sale: £36m London penthouses ‘owned’ by Iran’s supreme leader (6 settembre 2026)
https://www.thetimes.com/world/middle-east/article/iran-supreme-leader-london-flats-mojtaba-khamenei-hbqmn2nl5

Greater London Authority – Seizure of assets belonging to Mojtaba Khamenei
https://www.london.gov.uk/who-we-are/what-london-assembly-does/questions-mayor/find-an-answer/seizure-assets-belonging-mojtaba-khamenei

EPSTEIN FILES, ORA TOCCA ALL’ITALIA: NIENTE SCONTI, NIENTE ZONE FRANCHE PER I POTENTI

0

La Procura di Roma apre un fascicolo per violenza sessuale e chiede agli Stati Uniti anche gli atti non ancora pubblici. Nei documenti compaiono riferimenti all’Italia, a località simbolo del lusso e a soggetti inseriti in circuiti economici e sociali internazionali. Ma attenzione: il procedimento è, allo stato, contro ignoti e comparire nei file non significa essere colpevoli. Proprio per questo occorre fare ciò che per troppo tempo è mancato nel caso Epstein: verificare tutto, nome per nome, rapporto per rapporto, senza protezioni derivanti da denaro, cognome o posizione sociale.

C’è un momento nel quale le formule prudenti non possono trasformarsi in un alibi per non fare domande.

Quel momento, per l’Italia, potrebbe essere arrivato.

La Procura di Roma ha aperto formalmente un fascicolo sugli Epstein Files per l’ipotesi di violenza sessuale. L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Arcuri, è al momento contro ignoti e punta ad accertare se cittadini italiani all’estero, oppure persone che abbiano agito sul territorio italiano, possano essere coinvolti in fatti penalmente rilevanti collegati alla vicenda Epstein.

Non solo.

Da Roma è partita una rogatoria verso gli Stati Uniti per ottenere documentazione detenuta dalle autorità americane, compresi atti che non sono ancora stati resi pubblici.

Ed è questo il passaggio che rende il filone italiano molto più importante di una semplice caccia ai nomi.

L’Italia entra ufficialmente nel dossier Epstein

L’indagine nasce dall’esposto presentato il 26 marzo 2026 dall’associazione Differenza Donna, che aveva chiesto alla magistratura di verificare possibili reati transnazionali collegati a tratta, violenze sessuali e sfruttamento sessuale di donne, ragazze e minori.

Secondo quanto riportato dall’ANSA e da Sky TG24, nell’esposto vengono segnalate ricorrenze riguardanti soggetti italiani e riferimenti a soggiorni, spostamenti e relazioni in diverse località del nostro Paese.

I nomi geografici sono pesanti:

Capri. Costiera Amalfitana. Costa Smeralda. Milano. Roma.

Non periferie sconosciute del sistema Epstein, dunque, ma alcuni dei luoghi più rappresentativi del turismo internazionale, della finanza, degli affari e dell’alta società italiana.

L’esposto parla inoltre di contatti con persone inserite in circuiti economici e sociali di rilievo internazionale che, secondo l’associazione, meritano di essere verificati per stabilire se qualcuno possa aver avuto un ruolo nella rete di sfruttamento.

Ed è precisamente qui che deve intervenire la magistratura.

Non attraverso processi mediatici.

Attraverso documenti, testimonianze, registri, comunicazioni, spostamenti e riscontri.

Non basta essere dentro un file per essere colpevoli

Una precisazione è fondamentale.

Essere nominati negli Epstein Files non significa essere accusati di un reato, così come aver incontrato Epstein o aver avuto rapporti sociali o professionali con lui non dimostra automaticamente alcuna partecipazione alle sue attività criminali.

Lo sottolinea la stessa Differenza Donna.

Ed è una distinzione che deve valere per tutti.

Ma la presunzione d’innocenza non significa nemmeno che davanti a nomi potenti si debba smettere di fare domande.

È esattamente il contrario.

Quando una vicenda internazionale di questa portata arriva a lambire ambienti economici, finanziari e sociali italiani, il compito delle istituzioni è accertare i fatti senza guardare cognomi, patrimoni, amicizie o relazioni.

Nessuno deve essere condannato perché compare in un documento.

Ma nessuno deve essere sottratto agli accertamenti perché appartiene all’élite.

Thomas Massie porta alcuni nomi italiani davanti al Congresso

A rendere ancora più delicato il caso è intervenuto il deputato repubblicano americano Thomas Massie, uno dei parlamentari che negli Stati Uniti stanno chiedendo maggiore trasparenza sulla documentazione Epstein.

Massie ha pubblicamente citato anche alcuni italiani chiedendo che vengano effettuati accertamenti.

Tra i nomi emersi c’è quello di Lapo Elkann.

Questo non significa che Elkann sia indagato dalla Procura di Roma né, tantomeno, che abbia commesso un reato.

Elkann ha infatti respinto nettamente qualsiasi insinuazione.

Ha dichiarato di aver incontrato Jeffrey Epstein soltanto due volte: una prima volta a New York, quando lavorava come assistente di Henry Kissinger, durante un evento pubblico frequentato da esponenti della politica e della finanza; una seconda volta a Roma, in occasione di un evento d’affari collegato a Brasilinvest.

Ha inoltre sostenuto che negli archivi Epstein pubblicamente disponibili non esisterebbe corrispondenza diretta tra lui e il finanziere americano.

E ha dichiarato la propria completa disponibilità a fornire chiarimenti alle autorità.

È giusto riportarlo integralmente nella sostanza.

Ma proprio perché esistono contestazioni e smentite, la soluzione non può essere né la gogna né il silenzio.

La soluzione sono gli atti.

Fuori tutti gli atti

È questo che dovrebbe chiedere oggi l’opinione pubblica italiana.

Non insinuazioni.

Non fotografie decontestualizzate.

Non liste trasformate arbitrariamente in elenchi di colpevoli.

Ma nemmeno omertà istituzionale.

Servono gli atti.

Chi incontrava Epstein?

Per quale motivo?

Dove?

Quando?

Quante volte?

Esistevano comunicazioni?

Esistevano inviti?

Esistevano viaggi?

Esistono testimonianze delle vittime?

Esistono riferimenti incrociati negli archivi dell’FBI e del Dipartimento di Giustizia?

Esistono episodi avvenuti sul territorio italiano?

Sono queste le domande che devono trovare una risposta.

Capri, Costa Smeralda, Milano, Roma: cosa accadeva realmente?

Il punto forse più inquietante del filone italiano non è nemmeno il singolo nome.

È la geografia.

Se le indicazioni contenute nell’esposto troveranno riscontro investigativo, bisognerà ricostruire cosa rappresentassero per il circuito Epstein determinate località italiane.

Erano semplicemente destinazioni frequentate da miliardari e personaggi dell’alta società?

Oppure esistevano relazioni più strutturate?

Chi organizzava eventuali soggiorni?

Chi partecipava agli incontri?

Chi metteva a disposizione immobili, imbarcazioni, servizi o contatti?

Ci sono persone che possono testimoniare?

Sono domande, non accuse.

Ma sono domande che uno Stato serio ha il dovere di porre.

Soprattutto quando l’inchiesta madre riguarda un uomo che costruì per anni una rete di relazioni impressionante attorno a gravissimi reati sessuali.

Il cognome non può diventare uno scudo

Qui si misura la credibilità dello Stato.

La giustizia deve applicare esattamente lo stesso criterio al cittadino sconosciuto e al personaggio appartenente alle famiglie più influenti del Paese.

Non esistono cognomi troppo importanti per essere sottoposti a verifica.

Non esistono patrimoni troppo grandi.

Non esistono amicizie troppo prestigiose.

Allo stesso modo, però, non esistono cognomi abbastanza famosi da poter essere trasformati in colpevoli senza prove.

Accertare tutto e presumere innocente chiunque fino alla prova contraria non sono principi incompatibili. Sono esattamente le due facce dello Stato di diritto.

La rogatoria americana può essere decisiva

Ed ecco perché la richiesta italiana agli Stati Uniti assume enorme importanza.

La Procura vuole ottenere anche documentazione non ancora pubblica.

Se Washington trasmetterà materiale nuovo, gli investigatori italiani potranno confrontarlo con ciò che è già disponibile e verificare eventuali collegamenti con persone, viaggi e luoghi italiani.

È lì che potrà avvenire il salto di qualità.

Perché il caso Epstein è stato soffocato per anni da una quantità enorme di rumore: elenchi, indiscrezioni, fotografie, amicizie, agende telefoniche, registri di volo e rapporti sociali sono stati spesso mescolati indiscriminatamente.

La magistratura deve fare l’operazione opposta:

separare ciò che è socialmente imbarazzante da ciò che è penalmente rilevante.

E, dove emergessero reati, procedere senza alcuna deferenza.

Le eventuali vittime italiane vengono prima dei cognomi eccellenti

C’è infine un elemento che rischia di essere dimenticato mentre televisioni e giornali discutono dei personaggi famosi.

Le vittime.

L’indagine riguarda ipotesi di violenza sessuale e nasce da un esposto che richiama possibili fenomeni di tratta e sfruttamento sessuale di donne, ragazze e minori.

Se esistono vittime legate all’Italia, devono essere trovate, ascoltate e protette.

Se esistono persone che hanno visto, accompagnato, organizzato o semplicemente assistito a qualcosa di rilevante, devono essere messe nelle condizioni di parlare.

Perché dietro il fascino morboso degli “Epstein Files” esiste una realtà molto meno cinematografica: ragazze realmente abusate e un sistema di potere che per anni consentì a Epstein di frequentare ambienti straordinariamente influenti.

Niente processi sommari. Ma soprattutto niente insabbiamenti

La posizione corretta dovrebbe essere semplicissima.

Nessun italiano citato nei documenti deve essere dichiarato colpevole senza prove.

Ma, contemporaneamente:

nessun italiano deve essere considerato intoccabile.

La Procura di Roma ha aperto una porta che adesso deve essere attraversata fino in fondo.

Acquisire gli archivi americani.

Ricostruire i soggiorni italiani.

Verificare i contatti.

Incrociare date e luoghi.

Ascoltare eventuali vittime.

Separare chi ebbe semplici rapporti sociali con Epstein da chi, eventualmente, fosse a conoscenza o partecipe di condotte criminali.

E rendere conto all’opinione pubblica degli esiti dell’indagine nei limiti consentiti dalla legge.

Perché questa volta il Paese non ha bisogno dell’ennesima lista di nomi lanciata sui social.

Ha bisogno della verità.

E se dietro le ville, gli yacht, gli alberghi esclusivi, le feste e i rapporti internazionali non esiste nulla di penalmente rilevante, sarà l’indagine a stabilirlo.

Se invece emergessero responsabilità, il peso del cognome, del patrimonio e delle relazioni non dovrà valere un solo grammo davanti alla legge.

Questa è la vera posta in gioco del filone italiano degli Epstein Files.

Non trovare un colpevole a tutti i costi.

Ma impedire che, ancora una volta, il potere possa diventare sinonimo di impunità.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Sky TG24 – Caso Epstein, la Procura di Roma indaga sugli italiani coinvolti nei files
https://tg24.sky.it/cronaca/2026/09/05/caso-epstein-italiani-cosa-sappiamo

ANSA – La Procura di Roma indaga sugli italiani negli Epstein file
https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/09/05/indagine-della-procura-di-roma-sugli-italiani-negli-epstein-files_144afa36-da50-4944-a016-c834cf475473.html

RaiNews – Indagine della Procura di Roma sugli italiani, Lapo Elkann smentisce ogni coinvolgimento
https://www.rainews.it/articoli/2026/09/indagine-della-procura-di-roma-sugli-italiani-lapo-elkann-smentisce-ogni-coinvolgime-8781217b-e9e0-4958-ac0c-27b50bd7f4b7.html

Corriere della Sera – Epstein, inchiesta della Procura di Roma sugli italiani citati nei file
https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_settembre_05/epstein-inchiesta-della-procura-di-roma-sugli-italiani-citati-nei-file-molti-nomi-e-luoghi-simbolo-del-paese-afb4a882-cb4a-4b57-8c66-431355a72xlk.shtml

Hormuz non basta più: Bessent mette gli attacchi ucraini alle raffinerie russe al centro dello shock energetico

0

Il Segretario al Tesoro americano rompe un tabù: colpire l’apparato energetico russo non danneggia soltanto Mosca, ma sottrae prodotti raffinati al mercato internazionale e contribuisce a far salire i prezzi. E mentre Hormuz resta il grande detonatore mediorientale, il diesel rivela un secondo fronte della guerra energetica globale.

Per anni la guerra economica contro la Russia è stata raccontata attraverso una formula apparentemente semplice: ridurre le entrate energetiche di Mosca senza provocare una crisi dell’offerta mondiale.

Il problema è che petrolio e prodotti raffinati non obbediscono alle dichiarazioni politiche.

Quando dal mercato vengono sottratti barili di diesel, benzina, jet fuel o capacità di raffinazione, qualcuno deve sostituirli. Se questo non avviene abbastanza rapidamente, il risultato è elementare: l’offerta si restringe, i margini di raffinazione aumentano e il prezzo sale.

Ed è precisamente su questo punto che, il 2 settembre 2026, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha pronunciato parole politicamente pesantissime.

Intervistato da Fox & Friends, Bessent ha spiegato che il mondo sta attraversando uno «shock energetico» provocato contemporaneamente dal conflitto iraniano e dalla guerra in Ucraina, aggiungendo che Kiev ha scelto di colpire gli asset energetici russi e i prodotti raffinati e che questo sta creando pressione al rialzo sui prezzi globali.

Non è un commentatore filorusso a sostenerlo.

È il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti.

Bessent rompe il silenzio sugli attacchi ucraini

La dichiarazione assume un significato ancora maggiore perché arriva immediatamente dopo il G20 finanziario di Asheville, in North Carolina, dove Bessent ha incontrato personalmente il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov.

La presenza di Siluanov aveva già irritato diversi alleati europei dell’Ucraina. Bessent, tuttavia, ha difeso la necessità del dialogo e ha comunicato al ministro russo che non potranno esserci accordi economici con Mosca fino alla conclusione della guerra.

Poche ore dopo è arrivata la dichiarazione sul mercato energetico.

Il messaggio introduce un elemento che fino a poco tempo fa sarebbe stato politicamente scomodo persino formulare: gli attacchi ucraini contro l’apparato petrolifero russo hanno conseguenze che vanno ben oltre la capacità di Mosca di finanziare la guerra.

Colpiscono il mercato mondiale.

La Russia non produce infatti soltanto greggio. È anche uno dei grandi produttori ed esportatori mondiali di prodotti petroliferi raffinati.

Distruggere o fermare una raffineria non equivale quindi semplicemente a sottrarre denaro al Cremlino.

Significa eliminare temporaneamente dal mercato capacità industriale capace di trasformare petrolio greggio in diesel, benzina, cherosene e altri prodotti.

Ed è qui che la guerra militare incontra direttamente quella finanziaria.

Il dato che cambia la lettura della guerra energetica

Secondo stime riportate nei giorni scorsi, la lavorazione del greggio nelle raffinerie russe sarebbe scesa fino a circa 3,6 milioni di barili al giorno, il livello più basso dal maggio 2002.

Non è una variazione marginale.

È un arretramento di oltre vent’anni.

Nel solo mese di luglio l’Ucraina avrebbe condotto almeno una trentina di attacchi contro raffinerie e petroliere russe.

Mosca ha contemporaneamente dovuto affrontare carenze di carburante sul mercato interno e introdurre restrizioni alle esportazioni di benzina, diesel e carburante per aviazione per proteggere il proprio approvvigionamento nazionale.

Reuters ha inoltre riferito che le previsioni russe sulla produzione petrolifera del 2026 sono state riviste verso il basso: circa 494,2 milioni di tonnellate, equivalenti a 9,88 milioni di barili al giorno, che rappresenterebbero il livello più basso dal 2009.

Le cause sono molteplici — guerra, sanzioni, restrizioni commerciali e attacchi alle raffinerie — ma l’effetto sul mercato è inequivocabile.

Meno prodotto disponibile.

Il diesel è diventato il vero punto debole

Guardare esclusivamente al Brent rischia però di nascondere la parte più interessante della storia.

Il vero indicatore della tensione non è soltanto il prezzo del petrolio greggio, ma la differenza tra il valore del greggio e quello dei prodotti che escono dalle raffinerie.

È il cosiddetto crack spread.

Ed è qui che i numeri diventano impressionanti.

All’inizio di settembre i margini europei della benzina hanno superato i 62 dollari al barile, avvicinandosi ai massimi storici del 2022.

Ancora più significativo è il diesel.

Reuters ha registrato per i margini europei del diesel un picco intorno a 78,91 dollari al barile sopra il Brent.

Pochi giorni dopo la situazione si è ulteriormente deteriorata: il premio del diesel sul greggio ha superato in alcune aree europee addirittura 100 dollari al barile, mentre il prezzo del prodotto raffinato ha sfiorato i 200 dollari al barile.

Questo significa che il problema non è semplicemente «quanto costa il petrolio».

Il problema è quanto costa trasformarlo nel carburante necessario all’economia reale.

Camion, agricoltura, industria, logistica, aviazione e trasporto marittimo vivono di prodotti raffinati.

Una crisi delle raffinerie può quindi essere economicamente più destabilizzante di una semplice oscillazione del Brent.

Londra: dove il diesel diventa prezzo globale

Ed è qui che entra in scena la City.

ICE Futures Europe gestisce a Londra il contratto Low Sulphur Gasoil Futures, uno dei principali benchmark mondiali dei distillati.

La stessa ICE lo definisce il riferimento di prezzo utilizzato per il commercio dei distillati in Europa e oltre.

Il sottostante fisico riguarda diesel a bassissimo contenuto di zolfo consegnato nell’area Amsterdam-Rotterdam-Anversa, mentre il contratto viene negoziato attraverso ICE Futures Europe.

È dunque necessario distinguere due concetti.

Dire che Londra rappresenta uno dei principali centri mondiali della formazione del prezzo finanziario dei distillati è documentabile.

Sostenere invece che la City impartisca direttamente a Kiev gli ordini militari per manipolare quei prezzi richiederebbe prove di una catena decisionale che, allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, non esistono.

Ma questo non rende meno interessante l’interdipendenza.

Perché la sequenza economica è perfettamente osservabile:

raffinerie colpite → minore produzione → minori esportazioni → maggiore scarsità di carburanti → aumento dei crack spread → aumento del valore dei contratti sui prodotti raffinati.

Non occorre immaginare una stanza segreta nella City per riconoscere il meccanismo.

È il mercato stesso a mostrarlo.

Il paradosso delle sanzioni occidentali

C’è poi un secondo elemento.

Prima delle sanzioni introdotte nel febbraio 2023, secondo ICE, circa il 50-60% delle importazioni marittime di diesel dell’Europa nordoccidentale proveniva dalla Russia.

Quei flussi sono stati progressivamente sostituiti con prodotto proveniente dal Medio Oriente, dall’Asia e dalle Americhe.

L’Europa ha quindi modificato radicalmente la propria catena di approvvigionamento.

Funziona finché le rotte alternative funzionano.

Ma cosa accade quando contemporaneamente esplode il Medio Oriente?

La risposta è davanti agli occhi.

La crisi iraniana mette sotto pressione Hormuz e i flussi dal Golfo.

Gli attacchi ucraini riducono la capacità di raffinazione russa.

Le esportazioni russe vengono ulteriormente limitate.

Le scorte occidentali diminuiscono.

La capacità di raffinazione globale non riesce a compensare immediatamente.

E il diesel esplode.

Questa è la vera trappola costruita negli ultimi anni.

Hormuz e Russia: due fronti dello stesso shock

Lo Stretto di Hormuz resta naturalmente una variabile gigantesca.

Una parte fondamentale del commercio mondiale di petrolio attraversa quella strettoia e qualsiasi minaccia alla navigazione produce immediatamente un premio geopolitico sui prezzi, sui noli e sulle assicurazioni.

Il primo settembre, con la ripresa degli scontri tra Stati Uniti e Iran, il Brent è salito di oltre il 4,6% in una sola seduta, raggiungendo 94,65 dollari al barile, mentre il WTI ha guadagnato il 5,2%.

Anche il diesel americano ha raggiunto livelli che non si vedevano da oltre quattro anni.

Ma proprio la dichiarazione di Bessent impedisce ormai di attribuire tutto a Teheran.

Il Segretario al Tesoro americano individua esplicitamente due shock contemporanei:

Iran e Ucraina.

È una distinzione politicamente fondamentale.

Perché significa riconoscere che la strategia di colpire l’energia russa produce costi anche per chi dovrebbe beneficiare dell’indebolimento di Mosca.

Dalla guerra del petrolio alla guerra delle raffinerie

La trasformazione strategica è evidente.

La prima fase della guerra economica contro Mosca era concentrata sul greggio:

  • embargo;
  • price cap;
  • assicurazioni;
  • trasporto marittimo;
  • sanzioni alle società;
  • repressione della cosiddetta shadow fleet.

Ma il petrolio russo ha continuato a trovare compratori, soprattutto in Asia.

La seconda fase riguarda sempre più la capacità industriale.

Una raffineria è molto più difficile da sostituire di una petroliera.

Colpire unità di distillazione, cracking, desolforazione o altre componenti specializzate significa poter bloccare una parte dell’impianto anche quando i serbatoi e le condutture principali rimangono intatti.

Ed è per questo che le campagne contro le raffinerie assumono un’importanza strategica enormemente superiore alla spettacolarità delle esplosioni.

Il bersaglio non è soltanto il petrolio.

È la capacità di trasformarlo.

Il ruolo britannico: quello che sappiamo e quello che non sappiamo

Londra è contemporaneamente un grande centro finanziario dell’energia e uno dei principali sostenitori militari dell’Ucraina.

Il Regno Unito ha fornito a Kiev sistemi d’arma a lungo raggio, incluso lo Storm Shadow, oltre a intelligence, addestramento e sostegno tecnologico.

Questo dato rende inevitabile interrogarsi sull’intersezione tra politica energetica, capacità militare e interessi finanziari britannici.

Ma occorre mantenere distinti i livelli.

Esiste ampia documentazione sul sostegno britannico all’Ucraina.

Esiste ampia documentazione sugli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe.

Esiste ampia documentazione sul ruolo londinese di ICE nella formazione dei prezzi dei distillati.

Ed esiste ora persino una dichiarazione del Segretario al Tesoro americano secondo cui gli attacchi ucraini contribuiscono all’aumento dei prezzi mondiali dell’energia.

Non esiste invece, sulla base delle fonti pubbliche disponibili, la prova che la City abbia ordinato quegli attacchi allo scopo di manipolare il mercato del diesel.

È una distinzione fondamentale per non trasformare un’analisi geopolitica in un’affermazione fattuale non dimostrata.

Bessent mette sul tavolo il costo nascosto

Resta però una domanda molto più difficile da eludere.

Se Washington riconosce apertamente che la distruzione dell’apparato energetico russo sta facendo salire i prezzi mondiali, fino a che punto è conveniente continuare questa strategia?

Gli Stati Uniti entrano nella fase decisiva della campagna per le elezioni di metà mandato.

Il prezzo della benzina è tornato una questione politica interna.

Il diesel alimenta praticamente ogni segmento della catena logistica.

E una crescita persistente dei carburanti finisce inevitabilmente per trasferirsi sui prezzi di alimentari, trasporti e beni industriali.

La guerra economica possiede quindi un limite che nessuna sanzione può cancellare:

la Russia fa parte del sistema energetico mondiale.

È possibile cambiare i compratori.

È possibile cambiare le rotte.

È possibile imporre tetti, sanzioni e restrizioni.

È possibile perfino distruggere raffinerie.

Ma non è possibile sottrarre milioni di barili e grandi quantità di prodotti raffinati al mercato globale immaginando che il prezzo rimanga immobile.

La nuova geografia della guerra energetica

La dichiarazione di Scott Bessent potrebbe quindi segnare qualcosa di più importante di una polemica sul prezzo della benzina.

Per la prima volta uno dei vertici economici dell’amministrazione americana ha collegato pubblicamente la strategia militare ucraina contro l’energia russa al costo pagato dai consumatori mondiali.

Hormuz rimane il grande interruttore del petrolio mediorientale.

La Russia rimane uno dei grandi polmoni energetici del pianeta.

Londra rimane uno dei centri fondamentali della formazione dei prezzi del Brent e dei distillati.

E Kiev possiede ormai la capacità di colpire fisicamente infrastrutture situate a centinaia, talvolta oltre mille chilometri dal fronte.

Questi quattro elementi appartengono allo stesso sistema.

Non dimostrano l’esistenza di una regia occulta della City.

Dimostrano però qualcosa di altrettanto rilevante: la guerra moderna si combatte simultaneamente sulle raffinerie, sulle rotte marittime, sui mercati futures e alla pompa di benzina.

Ed è proprio questo il punto che le parole di Bessent hanno reso impossibile continuare a ignorare.


FONTI E DOCUMENTI

Fox News – intervista a Scott Bessent, 2 settembre 2026
https://www.foxnews.com/video/6404489191112

New York Post – Bessent attribuisce parte dell’aumento dei prezzi agli attacchi ucraini
https://nypost.com/2026/09/02/us-news/scott-bessent-says-ukraine-causing-high-gas-prices-they-want-to-blow-up-russian-energy-assets/

Kyiv Independent – dichiarazioni di Bessent e crollo della raffinazione russa
https://kyivindependent.com/ukraines-strikes-on-russian-oil-partly-fueled-global-energy-shock-bessent-says/

Axios – incontro Bessent-Siluanov al G20
https://www.axios.com/2026/08/31/bessent-russia-g20-europe

Reuters – produzione petrolifera russa prevista ai minimi da 17 anni
https://www.reuters.com/business/energy/russia-cuts-expected-2026-oil-output-17-year-low-war-fallout-draft-forecasts-2026-09-01/

Reuters – margini delle raffinerie europee e diesel a 78,91 dollari/barile sopra Brent
https://www.reuters.com/business/energy/european-refiners-reaping-near-record-profits-gasoline-2026-09-02/

Reuters – petrolio e diesel dopo la nuova escalation USA-Iran
https://www.reuters.com/business/energy/oil-prices-rise-latest-fighting-resurrects-middle-east-supply-disruption-risks-2026-09-01/

ICE – Low Sulphur Gasoil Futures
https://www.ice.com/products/34361119/Low-Sulphur-Gasoil-Futures

ICE – Low Sulphur Gasoil Benchmark
https://www.ice.com/middle-distillates/low-sulphur-gasoil-benchmark

LA CATTEDRALE INVISIBILE

0

Da Gramsci alla Scuola di Francoforte: come la battaglia politica si è trasformata in una guerra culturale

Per comprendere alcune delle più profonde trasformazioni culturali dell’Occidente contemporaneo bisogna tornare indietro di un secolo. Non alle barricate del Sessantotto, non ai social network e neppure alle moderne polemiche sul politicamente corretto.

Bisogna tornare in una cella del carcere fascista, dove Antonio Gramsci elaborò una delle riflessioni politiche più influenti del Novecento.

La questione fondamentale era semplice e, per il marxismo dell’epoca, drammatica: perché la rivoluzione proletaria non aveva conquistato l’Occidente industrializzato come Marx aveva previsto?

Da quell’interrogativo nasce una riflessione destinata a spostare il conflitto politico dal terreno strettamente economico a quello culturale.

Ed è proprio qui che comincia quella che possiamo chiamare “la cattedrale invisibile”: un sistema nel quale la conquista del potere non passa necessariamente attraverso il controllo immediato dello Stato, ma attraverso la capacità di determinare le categorie con cui una società interpreta se stessa.

Gramsci e la scoperta dell’egemonia

Antonio Gramsci comprese che una società non viene governata esclusivamente attraverso la coercizione.

Lo Stato possiede certamente esercito, polizia, tribunali e apparati amministrativi. Ma una classe dirigente mantiene il proprio predominio anche perché una parte significativa della popolazione considera naturale, legittimo o comunque accettabile l’ordine esistente.

È il problema dell’egemonia.

Famiglia, religione, scuola, associazioni, stampa, intellettuali e cultura contribuiscono alla costruzione di quello che una società considera “senso comune”.

Il testo di partenza individua proprio qui il passaggio decisivo: se famiglia, proprietà, patria, religione e tradizione continuano a essere percepite positivamente da vaste fasce popolari, una trasformazione rivoluzionaria della società incontra una resistenza culturale ancora prima che politica.

La battaglia, quindi, deve essere combattuta anche nella società civile.

Non basta conquistare il governo.

Bisogna conquistare la produzione del consenso.

Dalla rivoluzione politica alla “lunga marcia”

Da questo punto di vista assume particolare importanza una formula divenuta celebre molti decenni dopo Gramsci: la “lunga marcia attraverso le istituzioni”, associata al leader studentesco tedesco Rudi Dutschke.

Il principio rappresenta bene il cambiamento di paradigma.

Non più soltanto la presa rivoluzionaria del Palazzo d’Inverno.

La trasformazione politica può procedere anche attraverso:

  • università;
  • scuola;
  • editoria;
  • giornalismo;
  • cinema;
  • arte;
  • pubblica amministrazione;
  • organizzazioni culturali;
  • produzione del linguaggio.

Il terreno dello scontro diventa quindi il modo stesso nel quale gli individui comprendono il mondo.

Il concetto gramsciano di “intellettuale organico” assume, in questa prospettiva, una funzione fondamentale: l’intellettuale non è necessariamente un osservatore neutrale della società, ma può diventare parte attiva della costruzione di una determinata egemonia.

La Scuola di Francoforte

Il secondo grande passaggio conduce all’Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte e ad autori come Max Horkheimer, Theodor W. Adorno e Herbert Marcuse.

Con la Teoria Critica, l’analisi marxista supera progressivamente il terreno della proprietà dei mezzi di produzione per investire cultura, psicologia, autorità, famiglia e società di massa.

La critica del capitalismo diventa anche critica dei meccanismi culturali attraverso i quali una società riproduce valori, comportamenti e rapporti di potere.

Nel 1944 Horkheimer e Adorno completano Dialettica dell’Illuminismo, una delle opere fondamentali della Scuola di Francoforte.

Nel 1950 arriva The Authoritarian Personality, il grande studio coordinato da Adorno e altri studiosi nel quale compare la celebre F-Scale, concepita per misurare predisposizioni associate alla personalità autoritaria e al fascismo.

Qui è però necessaria una precisazione importante.

Sostenere che lo studio abbia semplicemente classificato “patriottismo, religiosità e famiglia tradizionale” come malattie mentali sarebbe una semplificazione della ricerca originale. La critica più interessante riguarda piuttosto un’altra questione: quanto può diventare sottile il confine tra studio psicologico dell’autoritarismo e patologizzazione delle convinzioni politiche?

È una domanda che rimane straordinariamente attuale.

Quando una posizione politica smette di essere discussa e comincia a essere interpretata come indice di ignoranza, fobia, irrazionalità o devianza psicologica, il terreno democratico cambia radicalmente.

L’avversario non deve più essere convinto.

Deve essere rieducato.

Marcuse e la “tolleranza repressiva”

È però Herbert Marcuse a formulare una delle tesi più controverse.

Nel 1965 pubblica Repressive Tolerance.

Il testo esiste ed è facilmente consultabile ancora oggi. Marcuse sostiene esplicitamente che quella che definisce “liberating tolerance” dovrebbe comportare intolleranza verso determinati movimenti della destra e tolleranza verso movimenti della sinistra.

Non è una parafrasi inventata dai suoi critici.

Marcuse scrive:

“Liberating tolerance […] would mean intolerance against movements from the Right and toleration of movements from the Left.”

La posizione nasce dalla convinzione che una società apparentemente pluralista possa essere in realtà strutturalmente squilibrata a favore dell’ordine dominante.

Per Marcuse, quindi, trattare allo stesso modo tutte le idee non garantirebbe necessariamente autentica libertà.

Ma proprio qui emerge il gigantesco problema politico.

Chi decide quali idee sono “liberatorie” e quali “repressive”?

Chi possiede il diritto di stabilire preventivamente quale opinione meriti di essere ascoltata?

E soprattutto: cosa accade quando chi esercita questo potere controlla università, istituzioni, mezzi di comunicazione o piattaforme attraverso cui avviene il dibattito?

Il rischio è evidente.

La tolleranza può trasformarsi da principio universale a privilegio ideologico.

Il paradosso della censura virtuosa

Marcuse arriva a discutere apertamente della possibilità di limitare determinate forme di espressione prima ancora che producano azioni concrete.

Il ragionamento è radicale: se determinate idee vengono considerate funzionali a un sistema oppressivo, limitarne la diffusione può essere interpretato non come censura, ma come liberazione.

È qui che il meccanismo diventa politicamente esplosivo.

Perché il censore può convincersi di essere contemporaneamente il difensore della libertà.

La repressione dell’opinione avversaria viene così moralmente ricodificata.

Non starebbe togliendo libertà.

Starebbe proteggendo la società.

È un paradigma che merita di essere studiato attentamente proprio perché Marcuse non lo nasconde: Repressive Tolerance presenta esplicitamente una concezione asimmetrica della tolleranza politica.

Foucault, Derrida e la French Theory

Negli anni successivi il quadro intellettuale cambia ulteriormente.

Michel Foucault concentra buona parte delle proprie ricerche sui rapporti tra sapere e potere, sulle istituzioni e sui meccanismi attraverso i quali vengono costruite e amministrate determinate categorie sociali.

Jacques Derrida sviluppa invece la decostruzione, destinata ad avere un’influenza enorme negli studi letterari, filosofici e culturali.

Occorre anche qui evitare equivalenze troppo semplicistiche: Foucault e Derrida non possono essere ridotti a meri continuatori di Gramsci o della Scuola di Francoforte.

Le loro genealogie filosofiche sono differenti.

Ma l’incontro di queste correnti nelle università occidentali ha contribuito alla diffusione di un approccio nel quale linguaggio, identità, istituzioni e produzione del sapere vengono sempre più frequentemente analizzati attraverso le categorie del potere.

Il risultato è stato un cambiamento profondo nel dibattito accademico.

Quando cambia il linguaggio cambia il campo di battaglia

Il controllo politico più efficace non consiste necessariamente nell’impedire fisicamente a qualcuno di parlare.

Può consistere nel modificare il significato delle parole attraverso cui quella persona può esprimersi.

È la battaglia semantica.

Una società decide continuamente che cosa significano termini come:

libertà, discriminazione, famiglia, autorità, identità, merito, uguaglianza, giustizia, violenza, tolleranza.

Modificare queste definizioni significa modificare anche i confini del dibattito politico.

Un’opinione può essere combattuta.

Ma se viene prima trasformata linguisticamente in una forma di odio, estremismo, disinformazione o pericolo sociale, il passaggio successivo diventa molto più semplice: escluderla.

È questa una delle questioni centrali sollevate dal documento alla base di questa analisi.

La scuola come campo decisivo

Se il potere culturale dipende dalla capacità di formare il senso comune, scuola e università diventano inevitabilmente istituzioni strategiche.

Qui occorre distinguere tra fatti documentabili e interpretazioni.

Non esiste una singola cabina di regia che abbia uniformemente trasformato tutte le scuole occidentali secondo un “piano gramsciano”.

Una simile affermazione richiederebbe prove che il documento non fornisce.

Esiste però un problema più serio e verificabile: l’enorme influenza che le teorie culturali e politiche esercitano sui programmi universitari e, indirettamente, sulla formazione delle generazioni successive.

Ogni sistema educativo trasmette inevitabilmente una visione del mondo.

La vera domanda è se insegni agli studenti come pensare oppure stabilisca preventivamente che cosa sia moralmente consentito pensare.

La differenza è enorme.

Un’università dovrebbe essere precisamente il luogo nel quale anche le convinzioni dominanti vengono sottoposte alla critica.

Quando invece determinate conclusioni diventano presupposti morali non discutibili, il metodo critico rischia di trasformarsi nel proprio contrario.

Dall’egemonia culturale all’Information Warfare

Il documento propone infine un parallelo con le moderne tecniche di guerra dell’informazione.

Anche qui bisogna evitare un’equivalenza storica automatica: Gramsci non elaborò un manuale moderno di information warfare.

Ma l’analogia è interessante.

La guerra informativa contemporanea mira spesso a influenzare:

  • percezioni;
  • fiducia nelle istituzioni;
  • interpretazione degli eventi;
  • identità collettive;
  • comportamento politico;
  • linguaggio attraverso cui vengono interpretate le informazioni.

Non è necessario distruggere un’infrastruttura quando è possibile modificare il comportamento delle persone che la governano.

Il campo di battaglia diventa la percezione.

La vera battaglia è per il senso comune

Ed eccoci al punto centrale.

Il potere culturale più efficace è quello che non viene percepito come potere.

Quando una determinata interpretazione della realtà diventa “normale”, chi la condivide non sente più di aderire a un’ideologia.

Pensa semplicemente di aderire alla realtà.

È questo il cuore dell’egemonia.

Ed è anche il motivo per cui la libertà intellettuale richiede qualcosa di più della semplice possibilità formale di parlare.

Richiede pluralismo reale.

Richiede università nelle quali una teoria possa essere contestata.

Richiede giornalismo nel quale i fatti possano contraddire la linea editoriale.

Richiede piattaforme nelle quali la moderazione non diventi arbitrariamente selezione politica.

Richiede soprattutto cittadini capaci di distinguere un fatto da un’interpretazione e un’interpretazione da un dogma.

Internet ha incrinato il monopolio

Per gran parte del Novecento l’accesso alla produzione culturale era necessariamente concentrato.

Pubblicare un libro richiedeva un editore.

Trasmettere immagini richiedeva una televisione.

Raggiungere milioni di persone richiedeva un giornale, una radio o un grande apparato politico.

Internet ha demolito buona parte di queste barriere.

Archivi, documenti, libri digitalizzati, paper scientifici, filmati originali e fonti primarie possono essere consultati direttamente da milioni di cittadini.

Naturalmente questo ha prodotto anche disinformazione, manipolazione e propaganda.

Ma ha introdotto qualcosa di storicamente rivoluzionario: la possibilità di verificare direttamente una fonte senza passare necessariamente attraverso il suo interprete tradizionale.

Ed è precisamente questo che rende fragile qualsiasi monopolio culturale.

La risposta non può essere un’altra censura

C’è però un errore che chi critica l’egemonia culturale dovrebbe evitare.

Rispondere alla censura con una censura di segno opposto significherebbe semplicemente riprodurre lo stesso meccanismo.

La risposta alla cattiva informazione è documentare meglio.

La risposta alla propaganda è mostrare le fonti.

La risposta alla manipolazione semantica è recuperare precisione linguistica.

La risposta all’ideologia non è costruire un’ideologia speculare impermeabile ai fatti.

È recuperare il principio di realtà.

Perché una società libera non ha bisogno di cittadini ai quali venga spiegato quali idee possono ascoltare.

Ha bisogno di cittadini sufficientemente preparati da poter ascoltare anche idee radicalmente opposte e giudicarle sulla base delle prove.

La cattedrale diventa visibile

Gramsci comprese qualcosa che il Novecento avrebbe dimostrato innumerevoli volte: il potere non vive soltanto nei parlamenti e nei ministeri.

Vive nella cultura.

Vive nelle parole.

Vive nelle categorie attraverso le quali definiamo ciò che è normale, giusto, vero e accettabile.

Marcuse spinse questa logica fino a mettere apertamente in discussione la neutralità della tolleranza.

Foucault studiò le relazioni tra sapere e potere.

Derrida mise radicalmente in discussione la stabilità del significato.

Si può condividere o respingere profondamente queste tradizioni intellettuali.

Ma ignorarle significa rinunciare a comprendere una parte fondamentale della storia culturale contemporanea.

La questione decisiva non è quindi sostituire un’egemonia con un’altra.

È impedire che qualsiasi egemonia diventi invisibile e quindi sottratta alla critica.

Perché quando un sistema culturale può stabilire contemporaneamente quali domande siano legittime, quali parole possano essere utilizzate e quali opinioni meritino di essere ascoltate, non controlla semplicemente il dibattito.

Controlla il perimetro entro il quale il dibattito può esistere.

E forse è proprio questo il significato più attuale della “cattedrale invisibile”.


FONTI E DOCUMENTI

Testo di riferimento

  • Stefano Delacroix, La Cattedrale Invisibile – Origini, Dinamiche e Sovversione dell’Ingegneria Culturale Marxista.

Antonio Gramsci

Herbert Marcuse

Scuola di Francoforte / Teoria Critica

Theodor W. Adorno e The Authoritarian Personality

Michel Foucault

Jacques Derrida

L’URANIO “SCOMPARSO” DELL’IRAN: IL 60% NON È NORMALE NUCLEARE CIVILE. ORA TEHERAN RISCHIA IL CONSIGLIO DI SICUREZZA ONU

0

440,9 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, nessuna verifica aggiornata dell’AIEA e una domanda che Teheran continua a lasciare senza risposta: dove si trova oggi quel materiale?

Il dossier nucleare iraniano sta entrando in una fase ancora più pericolosa.

Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania stanno spingendo affinché il Board of Governors dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica riferisca nuovamente il caso iraniano al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

E questa volta al centro della vicenda non c’è soltanto una disputa diplomatica sulle ispezioni.

C’è uranio altamente arricchito del quale l’AIEA non dispone più di una fotografia aggiornata e verificata.

Secondo l’ultima situazione verificata prima degli attacchi contro gli impianti nucleari iraniani, Teheran disponeva infatti di 440,9 chilogrammi di uranio arricchito fino al 60% di U-235.

Poi gli ispettori hanno perso la possibilità di verificare pienamente la situazione nei siti colpiti.

Ed è qui che nasce la domanda che dovrebbe preoccupare qualsiasi governo seriamente interessato alla non proliferazione nucleare:

dove sono finiti quei 440,9 chilogrammi?

Sono ancora nello stesso luogo?

Sono stati trasferiti?

Una parte è stata distrutta?

È stata convertita?

Oppure una parte del materiale è stata ulteriormente arricchita?

Al momento l’AIEA non dispone delle informazioni necessarie per fornire una risposta definitiva.

Ed è precisamente questo il problema.

IL NUMERO CHE SMONTA LA NARRAZIONE: 60%

Per capire perché la questione sia così grave bisogna abbandonare la propaganda e guardare alla fisica del ciclo del combustibile nucleare.

Non tutto l’uranio arricchito è uguale.

Indicativamente:

0,7% U-235 — uranio naturale

È la concentrazione approssimativa dell’isotopo U-235 presente nell’uranio naturale. Alcuni tipi di reattori, come quelli ad acqua pesante, possono funzionare utilizzando uranio naturale.

Circa 3–5% — normali centrali nucleari ad acqua leggera

È il territorio del nucleare civile commerciale convenzionale. I comuni reattori LWR utilizzano normalmente uranio debolmente arricchito, nell’ordine di pochi punti percentuali.

5–20% — HALEU e combustibili nucleari avanzati

L’High-Assay Low-Enriched Uranium, o HALEU, comprende arricchimenti superiori al 5% ma inferiori al 20%. È la fascia sulla quale si stanno sviluppando diversi reattori avanzati, piccoli reattori modulari e microreattori.

Fino al 19,75% — numerosi reattori di ricerca

Il limite immediatamente inferiore al 20% è diventato particolarmente importante proprio perché permette applicazioni di ricerca evitando di entrare nella categoria dell’uranio altamente arricchito.

20% e oltre — HEU

Qui cambia la classificazione.

Superata la soglia del 20% di U-235 si entra nell’Highly Enriched Uranium, HEU: materiale altamente arricchito e significativamente più sensibile dal punto di vista della proliferazione.

60% — il livello raggiunto dall’Iran

Non è il normale combustibile di una centrale nucleare.

Non è HALEU.

È HEU.

È inoltre molto più vicino, dal punto di vista dello sforzo separativo necessario, alla soglia militare rispetto all’uranio naturale o al combustibile civile ordinario.

Circa 90% e oltre — weapons-grade

È la fascia normalmente associata all’uranio destinato alle armi nucleari. Documentazione tecnica dell’AIEA indica come weapons-grade concentrazioni nell’ordine del 90–93% o superiori.

Ed è proprio mettendo questi numeri uno accanto all’altro che la situazione iraniana assume tutt’altra dimensione.

ATTENZIONE: IL 60% NON È ANCORA “URANIO DA BOMBA”

Questo punto deve essere detto chiaramente.

Il 60% non equivale automaticamente a weapons-grade uranium e possedere uranio al 60% non dimostra, da solo, che sia stata costruita una bomba atomica.

Affermare il contrario offrirebbe a Teheran un facile argomento per contestare l’intera ricostruzione.

Ma è altrettanto fuorviante presentare il 60% come se fosse normale combustibile per una centrale nucleare civile.

Non lo è.

L’AIEA considera HEU l’uranio oltre il 20% e ha ripetutamente sottolineato la gravità proliferativa dell’accumulo iraniano al 60%.

L’Iran è arrivato quindi a una concentrazione enormemente superiore a quella necessaria per il normale nucleare energetico.

Ed esiste un altro dettaglio ancora più importante.

DAL 60 AL 90%: PERCHÉ IL PROBLEMA È LO SFORZO DI ARRICCHIMENTO

Le percentuali possono ingannare.

Guardando semplicemente i numeri qualcuno potrebbe pensare:

60% è ancora molto distante dal 90%.

Ma l’arricchimento dell’uranio non funziona in maniera lineare.

Portare l’uranio naturale dallo 0,7% verso livelli sempre maggiori richiede progressivamente un enorme lavoro di separazione isotopica. Quando si dispone già di materiale al 60%, gran parte dello sforzo necessario per arrivare a concentrazioni militari è già stato compiuto.

È per questo che l’esistenza di grandi quantità di materiale al 60% modifica radicalmente il cosiddetto breakout time.

Il problema non è soltanto:

“L’Iran possiede già una bomba?”

La domanda corretta è:

“Quanto rapidamente potrebbe produrre materiale weapons-grade qualora il vertice politico decidesse di farlo?”

Ed è una differenza enorme.

440,9 CHILOGRAMMI

Prima degli attacchi agli impianti iraniani, l’AIEA stimava una scorta di 440,9 kg di uranio arricchito fino al 60%.

Secondo le valutazioni riportate da Reuters sulla base dei dati dell’Agenzia, quella quantità, se ulteriormente arricchita, sarebbe stata teoricamente sufficiente per ottenere materiale fissile per circa dieci ordigni nucleari, utilizzando i parametri quantitativi dell’AIEA.

Questo non significa che l’Iran possedesse dieci bombe.

Una testata nucleare richiede molto più del semplice materiale fissile: progettazione dell’ordigno, metallurgia, sistemi di innesco, eventuale miniaturizzazione e integrazione in un vettore sono problemi separati.

Ma significa qualcosa di estremamente serio:

Teheran aveva accumulato una quantità enorme di materiale già portato molto avanti lungo la catena dell’arricchimento.

“SERVE PER SCOPI CIVILI”? ALLORA QUALI?

L’Iran continua a sostenere che il proprio programma nucleare abbia finalità pacifiche.

La domanda da rivolgere a Teheran dovrebbe però essere estremamente semplice:

quale programma energetico civile iraniano richiede 440,9 kg di uranio arricchito al 60%?

Per una normale centrale elettrica non serve.

Per i combustibili HALEU destinati ai nuovi reattori avanzati si rimane sotto il 20%.

Anche la tendenza internazionale per molti reattori di ricerca e per la produzione di isotopi medicali è stata esattamente opposta: ridurre o eliminare l’impiego civile dell’HEU, convertendo gli impianti verso combustibile LEU inferiore al 20%.

È necessario essere rigorosi anche qui: nella storia del nucleare sono esistiti reattori civili e di ricerca alimentati con HEU, persino weapons-grade. Per questo sarebbe scientificamente scorretto sostenere che l’HEU sia intrinsecamente ed esclusivamente militare.

Ma proprio il programma internazionale di conversione sostenuto dall’AIEA nasce dal problema opposto: l’HEU rappresenta un rischio di proliferazione e, laddove possibile, il suo impiego civile deve essere sostituito con LEU.

Il punto contro Teheran diventa quindi persino più forte se formulato correttamente:

l’Iran non ha bisogno di arricchire al 60% per alimentare il normale programma nucleare civile che presenta al mondo.

E l’accumulo di centinaia di chilogrammi a quel livello crea una capacità potenziale che non può essere liquidata con la parola “civile”.

IL PRECEDENTE DEL REATTORE DI TEHERAN

C’è inoltre un confronto particolarmente significativo.

Il Tehran Research Reactor, utilizzato anche per la produzione di radioisotopi, è stato associato all’utilizzo di combustibile arricchito attorno al 20%, non al 60%.

È dunque difficile utilizzare genericamente la medicina nucleare come spiegazione sufficiente per giustificare una gigantesca riserva al 60%.

Anche un’analisi del SIPRI dedicata specificamente alla decisione iraniana di raggiungere il 60% osservava che il materiale al 20% possedeva una chiara finalità civile collegabile al reattore di ricerca di Teheran, mentre non individuava un analogo beneficio immediato per un programma civile derivante dall’arricchimento al 60%.

Questa distinzione è fondamentale.

IL PROBLEMA ADESSO È CHE GLI ISPETTORI NON SANNO DOVE SIA

Ed eccoci al punto più grave.

Una scorta del genere sarebbe già motivo di enorme attenzione se fosse continuamente sottoposta a verifica internazionale.

Ma oggi l’AIEA afferma di non disporre di informazioni aggiornate sufficienti sullo stato e sulla posizione delle scorte iraniane dopo gli attacchi agli impianti e la perdita dell’accesso necessario alla verifica.

Quindi il mondo si trova davanti contemporaneamente a tre elementi:

una quantità enorme di HEU;

un livello di arricchimento del 60%;

l’impossibilità dell’organismo internazionale incaricato delle salvaguardie di determinarne con certezza lo stato attuale.

Non è più possibile trattare tutto questo come una normale controversia diplomatica.

È esattamente il genere di combinazione che trasforma una questione nucleare in una crisi di proliferazione.

STATI UNITI, REGNO UNITO, FRANCIA E GERMANIA ALZANO IL LIVELLO

Il 4 settembre Reuters ha riferito che Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania stanno spingendo il Board of Governors dell’AIEA a riportare la questione iraniana davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

La risoluzione chiederebbe a Teheran di adempiere ai propri obblighi di salvaguardia e consentire all’Agenzia di ristabilire una verifica completa.

Non sarebbe un passaggio simbolico.

Significherebbe riportare formalmente il dossier nucleare iraniano al massimo livello politico internazionale.

Russia e Cina potrebbero naturalmente ostacolare successive iniziative concrete del Consiglio di Sicurezza.

Ma questo non cambia il problema tecnico.

L’uranio non scompare perché Mosca mette un veto.

TEHERAN DEVE RISPONDERE A UNA DOMANDA

Per anni il regime iraniano ha trasformato il proprio programma nucleare in uno strumento di pressione politica.

Ma le centrifughe non producono slogan.

Producono materiale misurabile.

E i numeri raccontano una storia molto più difficile da nascondere:

3–5%: normale combustibile per gran parte delle centrali nucleari civili.

5–20%: HALEU e diversi impieghi avanzati.

meno del 20%: LEU.

oltre il 20%: HEU.

60%: livello raggiunto dall’Iran.

circa 90%+: territorio weapons-grade.

In mezzo ci sono 440,9 chilogrammi la cui situazione attuale l’AIEA non riesce più a verificare adeguatamente.

Perciò Teheran dovrebbe smettere di nascondersi dietro formule generiche sul “diritto al nucleare pacifico”.

Nessuno dei numeri precedenti impedisce all’Iran di possedere un programma nucleare civile conforme ai propri obblighi internazionali.

La questione è un’altra:

perché accumulare 440,9 chilogrammi al 60%?

E soprattutto:

DOVE SONO ADESSO?

Finché gli ispettori internazionali non potranno localizzare il materiale, verificarne quantità e composizione e ristabilire una continuità credibile delle salvaguardie, quella domanda resterà aperta.

E quando si parla di centinaia di chilogrammi di uranio altamente arricchito, una domanda senza risposta non è un dettaglio burocratico.

È un problema di sicurezza internazionale.


DOCUMENTI E FONTI

Reuters — 4 settembre 2026, “US and allies push IAEA board to report Iran to UN Security Council, diplomats say”
https://www.reuters.com/world/europe/us-allies-want-iaea-board-report-iran-un-security-council-diplomats-say-2026-09-04/

Reuters — 1 settembre 2026, “IAEA reports progress in Syria investigation, none in Iran”
https://www.reuters.com/world/middle-east/iaea-reports-progress-syria-investigation-none-iran-2026-09-01/

AIEA — Workshop 2026 sull’HALEU: arricchimenti tra 5% e 20% per combustibili avanzati
https://conferences.iaea.org/event/456/overview

AIEA — documentazione tecnica sui combustibili dei reattori di ricerca e conversione dall’HEU al LEU
https://www-pub.iaea.org/MTCD/Publications/PDF/te_467_prn.pdf

AIEA — documentazione tecnica: LEU per applicazioni civili e weapons-grade uranium
https://www-pub.iaea.org/MTCD/publications/PDF/SS-2001/PDF%20files/Session%2015/Paper%2015-07.pdf

AIEA — applicazioni civili dell’uranio e classificazione LEU/HEU
https://www-pub.iaea.org/MTCD/Meetings/PDFplus/2009/36489/p36489/Top%202.3%20C.%20Ganguly.pdf

SIPRI — “Why is Iran producing 60 per cent-enriched uranium?”
https://www.sipri.org/commentary/essay/2021/why-iran-producing-60-cent-enriched-uranium

Rapporto AIEA GOV/INF/2021/23 — decisione iraniana di arricchire al 60%
https://www.iranwatch.org/library/international-organization/international-atomic-energy-agency-iaea/iaea-report/iran-prepares-enrich-uranium-60-percent-verification-monitoring

Rapporto AIEA GOV/INF/2021/26 — avvio dell’arricchimento iraniano al 60%
https://www.iranwatch.org/library/multilateral-organizations/international-atomic-energy-agency/iaea-report/iran-begins-enriching-uranium-60-percent-verification-monitoring

Iran in trappola al confine pakistano: camion fermi e rotte sotto pressione. Il prezzo del «Guardare a Est»

0

La pressione sulle rotte marittime iraniane sta trasformando il Pakistan da alternativa logistica a passaggio sempre più indispensabile. Ma proprio qui emerge il paradosso della strategia iraniana: più Teheran perde accesso alle sue tradizionali vie commerciali, più deve affidarsi alle infrastrutture, alle dogane e alle decisioni di altri Paesi. Le segnalazioni provenienti dal valico Pishin–Mand raccontano l’ultimo capitolo di una crisi molto più ampia.

Per anni la Repubblica Islamica dell’Iran ha presentato la strategia del “Look East”, il “Guardare a Est”, come la risposta alle sanzioni occidentali e alla dipendenza dalle tradizionali reti finanziarie e commerciali internazionali.

L’obiettivo politico era semplice: costruire un sistema alternativo attraverso Cina, Russia, Pakistan, Asia centrale e altri partner regionali.

Ma una cosa è diversificare le proprie relazioni commerciali quando si dispone di molte alternative. Un’altra è essere costretti a utilizzare quelle alternative perché le altre porte si stanno progressivamente chiudendo.

Ed è precisamente qui che il problema iraniano diventa evidente.

Pishin–Mand: la nuova strozzatura

Nelle ultime ore sono circolate segnalazioni di camion iraniani bloccati o rallentati al valico Pishin–Mand, tra la provincia iraniana del Sistan e Baluchistan e il Balochistan pakistano.

Secondo testimonianze attribuite ad autotrasportatori iraniani, per il transito di un mezzo pesante sarebbe stata richiesta una somma nell’ordine dei 2,3 miliardi di toman, indicata da alcune ricostruzioni come equivalente a circa 10.000 dollari.

È necessario essere molto precisi su questo punto: non abbiamo trovato finora un documento doganale pakistano che confermi ufficialmente né l’importo né la natura di questa richiesta.

Potrebbe trattarsi di un insieme di costi logistici, garanzie, diritti doganali, spese di trasbordo o altre voci. Fino alla pubblicazione di documentazione ufficiale, presentare i 2,3 miliardi di toman come una “tassa pakistana” accertata sarebbe quindi prematuro.

Ma il problema strutturale che sta dietro alla denuncia è molto più difficile da contestare.

Il traffico iraniano cerca disperatamente nuove strade

Secondo le segnalazioni circolate dal confine, il traffico attraverso Pishin sarebbe passato recentemente da circa 30–40 camion al giorno a 100–130.

Anche questi numeri specifici necessitano di una conferma ufficiale.

Ma la tendenza generale è perfettamente compatibile con quanto sta avvenendo intorno all’Iran.

Il commercio iraniano è sottoposto a una pressione straordinaria.

Reuters ha documentato il fortissimo calo del traffico commerciale attraverso Hormuz e soprattutto il collasso delle esportazioni petrolifere iraniane provocato dalla pressione militare ed economica americana.

Le stime raccolte da Reuters indicano che i caricamenti di greggio iraniano, arrivati intorno ai 2 milioni di barili al giorno nel marzo 2026, sarebbero precipitati nell’ordine di 220.000–255.000 barili al giorno in agosto.

Il risultato non riguarda soltanto il petrolio.

Quando viene compromesso il normale funzionamento delle rotte marittime, l’intera logistica commerciale deve trovare alternative.

Ed è esattamente quello che è successo in Pakistan.

Migliaia di container iraniani bloccati a Karachi

Ad aprile Al Jazeera documentava circa 3.000 container destinati all’Iran bloccati nel porto di Karachi.

Le navi che avrebbero dovuto prelevarli non arrivavano e l’incertezza sulle rotte del Golfo rendeva sempre più difficile stabilire quando il carico avrebbe potuto proseguire.

La soluzione studiata era inevitabile: spostare le merci via terra attraverso il Pakistan.

Il 25 aprile Islamabad ha così messo in funzione un quadro normativo specifico, il Transit of Goods through Territory of Pakistan Order 2026, aprendo sei itinerari terrestri attraverso i quali merci provenienti da Paesi terzi possono attraversare il Pakistan e raggiungere l’Iran.

Le rotte collegano Karachi, Port Qasim e Gwadar con i valichi iraniani di Gabd e Taftan.

Era, sulla carta, la soluzione alla paralisi marittima.

Ma trasformare una rotta terrestre in alternativa a un sistema marittimo consolidato non significa semplicemente tracciare una linea diversa sulla carta geografica.

Servono terminal, dogane, aree di sosta, sistemi informatici, procedure di controllo, personale, capacità di trasbordo e soprattutto accordi che consentano ai camion di attraversare rapidamente il confine.

Ed è proprio qui che il sistema mostra i suoi limiti.

Il problema era noto da tempo

Le difficoltà dei valichi Iran-Pakistan non sono una scoperta delle ultime settimane.

Il valico internazionale Mand–Pishin è stato formalmente aperto il 21 aprile 2021. Due anni dopo, nel maggio 2023, Pakistan e Iran inaugurarono anche il Mand-Pishin Border Sustenance Marketplace, presentandolo come uno degli strumenti destinati a incrementare il commercio transfrontaliero.

Ma nel febbraio 2026 il quotidiano pakistano Dawn descriveva ancora Mand, Pishin e altri punti di frontiera del Balochistan come strutture prive di servizi moderni essenziali.

Secondo quella ricostruzione, alcuni valichi non potevano ancora essere considerati terminal doganali pienamente sviluppati.

Mancavano infrastrutture, laboratori, strutture per i controlli sanitari e fitosanitari e personale sufficiente.

In alcuni casi persino le merci che necessitavano di analisi dovevano essere inviate fino a Karachi.

Questo significa che l’Iran sta cercando di trasferire una parte crescente del proprio traffico commerciale su una rete terrestre che non era stata progettata per assorbire rapidamente volumi enormemente superiori.

A giugno Tehran denunciava ancora problemi con camion e container

La prova più significativa arriva direttamente dalle istituzioni pakistane.

Il 25 giugno 2026, durante un incontro bilaterale, la ministra iraniana dei Trasporti Farzaneh Sadegh sollevò esplicitamente il problema della clearance dei camion e dei container alla frontiera.

Pakistan e Iran concordarono di riattivare pienamente il Joint Transport Committee proprio per cercare di eliminare i colli di bottiglia.

Non siamo quindi davanti a una difficoltà inventata oggi.

Il problema logistico esiste ed è riconosciuto dai due governi.

E qualche settimana più tardi la situazione risultava ancora tutt’altro che risolta.

Una riunione bilaterale riportata dall’Express Tribune segnalava container iraniani fermi a Karachi da circa cento giorni, alcuni dei quali contenenti anche beni essenziali come medicinali.

Nello stesso incontro veniva riconosciuto un significativo calo del traffico commerciale transfrontaliero.

Da 3.000 a una montagna di container

La dimensione della crisi potrebbe essere persino superiore.

A fine maggio, il presidente dell’International Transport Companies Association of Iran, Ehsan Malekzadeh, secondo quanto riportato da IranWire sulla base di dichiarazioni alla Mehr News Agency, parlava di circa 20.000 container destinati all’Iran bloccati in diversi porti regionali.

Non soltanto Karachi.

Venivano indicati anche Jebel Ali, Khor Fakkan, Jeddah e porti indiani.

È questo il vero quadro nel quale deve essere inserito ciò che sta accadendo alla frontiera pakistana.

Non è semplicemente la storia di qualche camion fermo.

È la progressiva riconfigurazione forzata della logistica iraniana.

Il Pakistan diventa indispensabile

Qui emerge il problema strategico per Tehran.

Il Pakistan controlla sul proprio territorio:

  • i porti utilizzati per ricevere le merci;
  • le strade attraverso il Balochistan;
  • le procedure doganali;
  • le garanzie necessarie al transito;
  • i terminal logistici;
  • l’accesso ai valichi;
  • i tempi amministrativi del passaggio.

In altre parole, l’Iran può avere bisogno della rotta, ma non controlla la rotta.

Il Transit of Goods through Territory of Pakistan Order prevede inoltre che il trasporto delle merci sia sottoposto alla legislazione doganale pakistana e utilizzi un sistema di garanzie.

Islamabad non sta quindi semplicemente “aprendo un cancello”.

Sta mettendo a disposizione dell’Iran una propria infrastruttura sovrana, alle proprie condizioni.

Ed è esattamente ciò che accade quando le alternative di un Paese diminuiscono.

Il paradosso del “Guardare a Est”

Per anni Tehran ha descritto l’avvicinamento a Oriente come una forma di emancipazione dall’Occidente.

Ma spostare una dipendenza non significa necessariamente conquistare indipendenza.

Se non puoi utilizzare normalmente le rotte marittime e sei costretto a passare attraverso il territorio di un vicino, la tua vulnerabilità non scompare.

Cambia soltanto indirizzo.

Prima il problema potevano essere banche occidentali, assicuratori, armatori internazionali o porti degli Emirati.

Adesso diventano Karachi, le autostrade del Balochistan, i terminal pakistani e le decisioni delle autorità doganali di Islamabad.

Il punto non è accusare il Pakistan di approfittare illegittimamente della situazione iraniana: non esistono al momento prove sufficienti per sostenere questa conclusione, e Islamabad ha anzi aperto nuove rotte proprio per consentire il transito delle merci verso l’Iran.

Il punto geopolitico è un altro.

Più le opzioni iraniane si restringono, maggiore diventa il potere contrattuale di chi controlla le alternative rimaste.

Da potenza regionale a “price taker”?

In economia esiste un’espressione particolarmente efficace: price taker, colui che deve accettare un prezzo determinato dagli altri perché non possiede sufficiente capacità per influenzarlo.

È una metafora utile anche sul piano geopolitico.

Se un Paese dispone di dieci rotte commerciali efficienti può negoziare.

Se gliene rimangono due o tre, deve adattarsi.

Se una parte importante delle sue merci resta per settimane o mesi nei porti stranieri, la sua capacità negoziale diminuisce ulteriormente.

È questa la contraddizione che oggi colpisce la strategia iraniana.

La Repubblica Islamica voleva costruire un sistema economico capace di resistere alla pressione occidentale.

Si trova invece costretta a cercare nuovi corridoi mentre le esportazioni petrolifere diminuiscono, i container si accumulano nei porti regionali e le frontiere terrestri devono improvvisamente assorbire traffici per i quali non erano state pienamente attrezzate.

La vera battaglia passa dalla logistica

Le guerre moderne non si combattono soltanto con missili, droni e portaerei.

Si combattono anche con porti, assicurazioni, container, dogane, banche, terminal e camion.

Un Paese può possedere missili balistici e contemporaneamente essere vulnerabile perché un container di componenti industriali non riesce ad attraversare una frontiera.

Ed è forse questa la parte più significativa della pressione esercitata oggi sull’Iran.

La questione dei camion di Pishin–Mand deve ancora essere chiarita nei suoi dettagli — soprattutto per quanto riguarda la presunta richiesta di 2,3 miliardi di toman — ma il quadro generale è già documentato.

L’Iran ha bisogno di nuove rotte.

Il Pakistan ne controlla alcune delle più importanti.

E più le vecchie alternative vengono meno, più Tehran dipende dalle condizioni poste dai Paesi attraverso i quali è costretta a passare.

Il “Guardare a Est” doveva dimostrare che la Repubblica Islamica poteva sottrarsi alla pressione occidentale.

La domanda, oggi, è molto diversa:

quanto è realmente indipendente un Paese quando altri controllano i porti, le strade e i cancelli attraverso i quali devono passare le sue merci?


FONTI E DOCUMENTI

Reuters — Gulf shipping traffic via Hormuz keeps below 10-day average, 4 settembre 2026
https://www.reuters.com/world/middle-east/gulf-shipping-traffic-via-hormuz-keeps-below-10-day-average-data-shows-2026-09-04/

Reuters — US pressure on Iran starting to tell, as sanctions and blockade bite, 3 settembre 2026
https://www.reuters.com/world/middle-east/us-pressure-iran-starting-tell-sanctions-blockade-bite-2026-09-03/

Reuters — Blockade succeeds where sanctions failed as Iran oil exports stall, 1 settembre 2026
https://www.reuters.com/business/energy/blockade-succeeds-where-sanctions-failed-iran-oil-exports-stall-2026-09-01/

Al Jazeera — With 3,000 containers stuck in Pakistan, Iran explores more land routes, 24 aprile 2026
https://www.aljazeera.com/news/2026/4/24/with-3000-containers-stuck-in-pakistan-iran-explores-more-land-routes

Al Jazeera — Pakistan opens up road trade routes into Iran amid Hormuz blockade, 30 aprile 2026
https://www.aljazeera.com/news/2026/4/30/pakistan-opens-up-road-trade-routes-into-iran-amid-hormuz-blockade

Dawn — Pakistan notifies six land routes for sending goods to Iran, 27 aprile 2026
https://www.dawn.com/news/1995336/pakistan-notifies-six-land-routes-for-sending-goods-to-iran

Dawn — Land border points in need of attention, 8 febbraio 2026
https://www.dawn.com/news/1971827

Governo del Pakistan — Federal Minister Abdul Aleem Khan meets Iranian counterpart, 25 giugno 2026
https://pid.gov.pk/site/press_detail/33091

Ministero degli Esteri del Pakistan — Opening Ceremony of Mand-Pishin Border Crossing Point, 21 aprile 2021
https://mofa.gov.pk/press-releases/opening-ceremony-of-mand-pishin-border-crossing-point-21-april-2021?mission=tehran

Ministero degli Esteri del Pakistan — Mand-Pishin Border Sustenance Marketplace, maggio 2023
https://mofa.gov.pk/press-releases/curtain-raiser-joint-inauguration-of-mand-pishin-border-sustenance-marketplace-and-polan-gabd-electricity-transmission-line

IranWire — 20,000 Containers of Iranian Cargo Stuck in Pakistani Ports, 29 maggio 2026
https://iranwire.com/en/news/153045-20000-containers-of-iranian-cargo-stuck-in-pakistani-ports/

Express Tribune — Pakistan, Iran fast-track border SEZ
https://tribune.com.pk/story/2613964/pakistan-iran-fast-track-border-sez

AUTISTICI/INVENTATI, ANTIFA E IL CORTOCIRCUITO EUROPEO: QUANDO LA RETE DELL’ANTAGONISMO ARRIVA FINO ALLE ISTITUZIONI

0

Washington sanziona l’infrastruttura accusandola di fornire servizi a organizzazioni estremiste. Intanto emerge il caso Paolo De Rosa: dalla nascita di AI ODV a Palazzo Chigi, dal gruppo digitale del PD fino alla Commissione europea. E mentre Bruxelles dovrebbe pretendere chiarimenti, dal PD arriva un’interrogazione per difendere A/I dagli effetti delle sanzioni americane.

C’è una domanda che ormai non può più essere liquidata come propaganda politica:

come è stato possibile che una vicenda legata alla galassia digitale dell’antagonismo radicale sia arrivata così vicino alle istituzioni italiane ed europee?

Il caso Autistici/Inventati non riguarda più soltanto qualche server, qualche mailing list o un gruppo di attivisti digitali.

Il 26 agosto 2026 l’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha adottato sanzioni contro Autistici Inventati, descrivendola come un’entità italiana che fornisce «architettura digitale specializzata, strumenti e servizi» a cellule Antifa e ad altri estremisti violenti dell’estrema sinistra. Washington sostiene inoltre che tra gli utilizzatori dei suoi servizi figurino organizzazioni già sanzionate o designate come terroristiche.

È un’accusa di enorme gravità.

Ed è importante essere precisi: si tratta di una designazione amministrativa americana, non di una condanna pronunciata da un tribunale italiano o europeo. Autistici/Inventati respinge integralmente le accuse e sostiene di aver sempre rispettato le richieste formalmente ricevute dalle autorità.

Ma proprio perché le accuse sono così pesanti, la risposta delle istituzioni dovrebbe essere una sola:

trasparenza totale.

COSA CONTESTANO GLI STATI UNITI

Il comunicato ufficiale del Tesoro americano non usa mezzi termini.

Secondo l’OFAC, Autistici Inventati offrirebbe hosting, email cifrate, chat, videoconferenze e infrastrutture digitali a organizzazioni dell’estrema sinistra violenta.

Il Tesoro sostiene inoltre che A/I selezioni i soggetti ai quali fornire i propri servizi sulla base dell’affinità ideologica e cita espressamente, tra gli utilizzatori, anche il PKK, organizzazione inserita nelle liste terroristiche non soltanto degli Stati Uniti ma anche dell’Unione europea.

Questo è il punto che dovrebbe interessare Bruxelles.

Non l’etichetta “antifascista”.

Non la battaglia ideologica tra destra e sinistra.

La domanda è molto più semplice:

un’infrastruttura digitale europea ha fornito consapevolmente servizi a organizzazioni terroristiche o a gruppi responsabili di violenza politica?

Se la risposta fosse no, bisogna dimostrarlo.

Se fosse sì, bisognerebbe spiegare come sia potuto accadere per anni.

AUTISTICI/INVENTATI NON È UN NORMALE PROVIDER

Anche la ricostruzione pubblicata da Open contiene un particolare fondamentale.

Autistici/Inventati fornisce hosting, posta elettronica, videoconferenze e altri strumenti digitali. Ma non funziona esattamente come un normale provider commerciale: secondo Open, per ottenere determinati servizi occorre dichiararsi “antifascista”, e in alcuni casi vengono richieste ulteriori informazioni sull’attività svolta. L’intestatario dei servizi è AI ODV.

Questo particolare rende ancora più importante accertare la natura dei rapporti con i gruppi ospitati.

Perché se esiste una selezione politica degli utenti, diventa legittimo chiedere quanto il provider conoscesse delle organizzazioni alle quali metteva a disposizione la propria infrastruttura.

Non significa automaticamente responsabilità penale.

Significa che la domanda merita una risposta.

IL NOME CHE PORTA IL CASO DENTRO LE ISTITUZIONI: PAOLO DE ROSA

Ed è qui che la vicenda diventa politicamente esplosiva.

Il nome è Paolo De Rosa.

Secondo le ricostruzioni giornalistiche pubblicate negli ultimi giorni, De Rosa partecipò nel 2018 alla costituzione di AI ODV, diventandone segretario. In quel momento lavorava già nella struttura statale dedicata alla trasformazione digitale.

La sua carriera successiva non è marginale.

De Rosa è stato responsabile tecnologico presso il Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio, lavorando durante più governi, e oggi è funzionario della Commissione europea nell’ambito dell’identità digitale. Open conferma inoltre che in passato ha fatto parte del gruppo di lavoro sulle politiche digitali e l’innovazione del Partito Democratico.

Non stiamo quindi parlando di un personaggio periferico.

Parliamo di un tecnico che ha lavorato su infrastrutture digitali pubbliche estremamente delicate e che oggi opera nella macchina comunitaria.

Ed è precisamente per questo che le risposte sono indispensabili.

IL PD NON PUÒ FAR FINTA CHE DE ROSA SIA UNO SCONOSCIUTO

Il Partito Democratico ha un problema politico che non può essere cancellato accusando Donald Trump.

De Rosa è stato coinvolto nel gruppo di lavoro sulle politiche digitali e l’innovazione del PD.

Quindi le domande sono inevitabili.

Chi propose il suo nome?

Quali verifiche furono effettuate?

Il PD conosceva il suo ruolo in AI ODV?

Conosceva i rapporti tra AI ODV e Autistici/Inventati?

Erano note le infrastrutture e le organizzazioni che utilizzavano quei servizi?

Non sono accuse penali.

Sono domande politiche.

E un partito che pretende continuamente trasparenza dagli avversari dovrebbe essere il primo a rispondere.

E INVECE IL PD PORTA LA DIFESA DI A/I A BRUXELLES

Il passaggio più sorprendente arriva proprio il 4 settembre.

L’eurodeputato PD Brando Benifei, a nome del gruppo Socialisti & Democratici, ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea chiedendo come Bruxelles intenda tutelare i titolari dell’infrastruttura e gli utenti di Autistici/Inventati dagli effetti delle sanzioni americane.

È una posizione politicamente legittima.

Ma appare singolare che, contemporaneamente, rimangano aperte domande molto più vicine a casa.

Prima di preoccuparsi esclusivamente dell'”extraterritorialità” delle sanzioni americane, non sarebbe opportuno accertare perché Washington abbia formulato accuse tanto precise?

E soprattutto:

quali rapporti sono realmente esistiti tra A/I, AI ODV, De Rosa e le organizzazioni che utilizzavano quelle infrastrutture?

Benifei chiede alla Commissione se sia riuscita a confermare autonomamente le accuse americane e se autorità europee abbiano precedentemente accertato violazioni da parte di A/I.

Benissimo.

È esattamente ciò che bisogna fare.

Ma allora si vada fino in fondo.

BRUXELLES DEVE SPIEGARE COSA SAPEVA

Fratelli d’Italia ha presentato la questione dalla direzione opposta.

Gli eurodeputati Carlo Fidanza e Francesco Torselli hanno chiesto alla Commissione di chiarire il ruolo di De Rosa e l’eventuale conoscenza dei suoi rapporti con AI ODV e Autistici/Inventati. Torselli ha posto esplicitamente il problema della compatibilità tra questa vicenda e incarichi riguardanti l’identità digitale europea.

È una questione istituzionale seria.

Perché chi lavora su identità digitale, infrastrutture pubbliche e sicurezza informatica opera in un settore nel quale fiducia, trasparenza e assenza di conflitti d’interesse devono essere assolute.

Non basta dire che nessun tribunale europeo ha condannato Autistici/Inventati.

Questo è vero e deve essere ricordato.

Ma è altrettanto vero che il governo degli Stati Uniti ha adottato formalmente sanzioni antiterrorismo contro l’organizzazione.

Di fronte a un provvedimento del genere, una verifica interna della Commissione non sarebbe persecuzione politica.

Sarebbe normale prudenza istituzionale.

ATTENZIONE: NON RISULTA PROVATO UN FINANZIAMENTO UE DIRETTO AD AUTISTICI/INVENTATI

Su un punto bisogna evitare scorciatoie.

Non abbiamo trovato documentazione sufficiente per sostenere che la Commissione europea abbia finanziato direttamente Autistici/Inventati o AI ODV.

La banca dati europea rende pubblici i beneficiari dei finanziamenti direttamente erogati dalla Commissione, ma le fonti esaminate per questo articolo non documentano un trasferimento di fondi UE ad A/I.

Sostenere oggi come fatto che “Bruxelles finanziava Autistici/Inventati” significherebbe andare oltre le prove disponibili.

Il problema documentato è diverso — e politicamente non meno importante:

un uomo collegato alla nascita dell’associazione che costituisce il soggetto giuridico dei servizi A/I ha attraversato strutture centrali dello Stato italiano, un gruppo di lavoro del PD e infine la Commissione europea.

È questo il cortocircuito sul quale Bruxelles deve rispondere.

LA DIFESA AUTOMATICA DELL’AREA ANTIFA NON PUÒ SOSTITUIRE LE VERIFICHE

C’è poi un problema culturale più vasto.

Da anni una parte della politica europea tratta la parola “antifascismo” come una sorta di certificato preventivo di innocenza.

Ma un’etichetta politica non può rendere legittima qualsiasi organizzazione né cancellare eventuali responsabilità individuali.

Essere antifascisti non significa essere terroristi.

Esattamente come definirsi antifascisti non garantisce automaticamente che ogni attività svolta sotto quella bandiera sia democratica o legale.

Sono i comportamenti che contano.

Ed è precisamente questo che bisogna accertare nel caso Autistici/Inventati.

LE ACCUSE AMERICANE NON POSSONO ESSERE CANCELLATE CON “È TRUMP”

La linea più comoda sarebbe ridurre tutto alla politica americana.

Trump è cattivo.

Rubio è ideologico.

Bessent perseguita gli antifascisti.

Caso chiuso.

No.

Il provvedimento non consiste in un tweet di Donald Trump.

È un’azione formale dell’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro, adottata nell’ambito dell’Executive Order 13224 e accompagnata da accuse circostanziate sul tipo di servizi forniti e sui soggetti che ne avrebbero beneficiato.

Quelle accuse possono essere contestate.

Possono essere impugnate.

Possono perfino risultare infondate.

Ma devono essere verificate, non semplicemente cancellate perché provengono dall’amministrazione Trump.

LA QUESTIONE È DIVENTATA EUROPEA

La vicenda Autistici/Inventati ormai presenta tre livelli.

Il primo è giudiziario: capire se siano state commesse violazioni della legge europea o italiana.

Il secondo è istituzionale: chiarire il rapporto tra Paolo De Rosa, AI ODV e gli incarichi pubblici ricoperti.

Il terzo è politico: comprendere cosa sapessero il PD e la Commissione europea, quali verifiche siano state effettuate e perché oggi una parte della sinistra europea sembri concentrarsi soprattutto sulla protezione dell’infrastruttura dagli Stati Uniti.

Open riferisce che la questione è arrivata direttamente all’attenzione di Ursula von der Leyen e che la Commissione dovrà rispondere alle interrogazioni presentate.

A questo punto non bastano comunicati.

Servono documenti.

PUBBLICATE TUTTO

La Commissione europea renda pubblico ciò che può rendere pubblico sulle verifiche effettuate.

Il PD chiarisca come e perché Paolo De Rosa sia entrato nel suo gruppo sulle politiche digitali.

De Rosa chiarisca la natura, la durata e l’eventuale cessazione dei propri rapporti con AI ODV.

AI ODV e Autistici/Inventati chiariscano quali rapporti abbiano avuto con le organizzazioni citate dal Tesoro americano.

E Washington, a sua volta, dovrebbe mettere a disposizione il maggior numero possibile di elementi verificabili alla base della propria designazione, compatibilmente con esigenze investigative e di intelligence.

Perché la trasparenza non può funzionare a corrente alternata.

Se le accuse americane sono sbagliate, una verifica completa permetterà di dimostrarlo.

Se invece esiste davvero una rete di infrastrutture digitali che ha permesso a organizzazioni violente o terroristiche di comunicare e operare, allora bisognerà stabilire chi sapeva, da quando lo sapeva e perché nessuno sia intervenuto prima.

Ed è proprio questa la domanda che oggi sembra mettere maggiormente in difficoltà il sistema:

com’è possibile che una vicenda partita dall’underground digitale dell’antagonismo sia arrivata fino alle stanze nelle quali si progettano le infrastrutture digitali dello Stato e dell’Unione europea?

Non servono cacce alle streghe.

Servono nomi, date, incarichi, documenti e responsabilità.

E soprattutto serve una regola elementare:

nessuna protezione politica e nessuna indulgenza ideologica. Né a destra né a sinistra.


DOCUMENTI E FONTI

U.S. Department of the Treasury – OFAC, 26 agosto 2026
Treasury Takes Action Against Violent Far-Left Terrorist Networks

Documento centrale: contiene la designazione di Autistici Inventati e le accuse formulate ufficialmente dal governo statunitense.

Open – 4 settembre 2026
Il caso Autistici/Inventati arriva a Bruxelles: le interrogazioni alla Commissione UE

Ricostruisce l’interrogazione del PD/S&D, quella annunciata da FdI, il ruolo di Paolo De Rosa e la posizione difensiva di Autistici/Inventati.

ANSA – 29 agosto 2026
Torselli: Commissione europea e PD chiariscano sul caso Autistici/Inventati

Riporta le richieste rivolte alla Commissione europea sulla posizione di De Rosa e sulla sicurezza digitale europea.

Commissione europea – Financial Transparency System
Banca dati dei beneficiari dei finanziamenti europei

È lo strumento ufficiale per verificare i soggetti che ricevono finanziamenti direttamente dalla Commissione europea.

IL PROBLEMA NON È UN SINGOLO GIUDICE: QUANDO LA GIUSTIZIA DIVENTA UN CONTROPOTERE POLITICO

0

Dal caso di Torino ai trattenimenti dei migranti: il vero nodo non è attaccare i magistrati, ma chiedersi fino a che punto decisioni giudiziarie ripetute possano neutralizzare politiche votate dal Parlamento e attuate dal Governo

C’è una domanda che ormai non può più essere liquidata con la solita formula dell’«indipendenza della magistratura».

Chi governa davvero la politica migratoria italiana?

Il Parlamento che approva le leggi? Il Governo che riceve un mandato elettorale e tenta di applicarle? Le forze dell’ordine che eseguono arresti, accompagnamenti ed espulsioni? Oppure l’ultima parola appartiene, di fatto, a una successione di provvedimenti giudiziari capaci di sospendere, annullare o reinterpretare quelle decisioni?

È questo il punto politico.

Non serve sostenere che «tutti i magistrati» appartengano a un unico fronte ideologico: sarebbe una generalizzazione indimostrabile. Il problema è più serio proprio perché può essere osservato attraverso sentenze, ordinanze, mancate convalide e conflitti interpretativi.

Quando una decisione giudiziaria produce conseguenze politiche, è perfettamente legittimo discuterla. E quando numerose decisioni incidono ripetutamente sulla stessa politica pubblica, è altrettanto legittimo domandarsi se sia in corso uno scontro tra poteri dello Stato.

TORINO: DUE NOTTI E POI FUORI

Il caso esploso a Torino è emblematico proprio perché mette brutalmente a confronto il linguaggio tecnico del diritto con la percezione della sicurezza da parte dei cittadini.

Secondo le ricostruzioni giornalistiche, un uomo bengalese di 42 anni, impiegato in un minimarket, è stato accusato di aver aggredito una donna e successivamente di aver abusato di una ragazza di tredici anni.

L’episodio sarebbe stato documentato anche dalle telecamere di videosorveglianza.

La Procura aveva chiesto la custodia cautelare in carcere. Il giudice per le indagini preliminari Anna Mascolo ha riconosciuto, secondo quanto riportato dalla stampa, la presenza di gravi indizi di colpevolezza, ma non ha ritenuto sussistenti le condizioni necessarie per mantenere l’indagato in carcere, disponendo una misura meno afflittiva.

È essenziale ricordare un principio: una misura cautelare non è una pena anticipata e l’indagato resta presunto innocente fino a condanna definitiva.

Ma proprio per questo il problema deve essere posto correttamente.

La domanda non è: «Perché il giudice non lo ha già condannato?».

La domanda è: di fronte alla gravità delle accuse e agli elementi raccolti, il rischio cautelare è stato valutato adeguatamente?

La Procura evidentemente ritiene di no, tanto da impugnare il provvedimento.

La vicenda ha assunto inoltre dimensione nazionale: il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha disposto accertamenti ispettivi e Giorgia Meloni è intervenuta pubblicamente sul caso.

Non siamo quindi davanti soltanto all’indignazione dei social.

È nato un vero conflitto istituzionale sulla valutazione della pericolosità e sull’efficacia degli strumenti cautelari.

NON È UNA SENTENZA A CREARE IL PROBLEMA: È LA RIPETIZIONE DEL CONFLITTO

Ed è qui che Torino smette di essere soltanto Torino.

Da anni l’immigrazione rappresenta uno dei terreni sui quali politica e magistratura entrano maggiormente in collisione.

Trattenimenti nei CPR, espulsioni, richieste d’asilo, definizione dei Paesi sicuri, trasferimenti verso l’Albania, diritto europeo e protezione internazionale hanno prodotto una quantità impressionante di contenziosi.

Il meccanismo è ormai evidente.

Il legislatore introduce una disciplina.

Il Governo tenta di applicarla.

La pubblica amministrazione dispone il trattenimento o l’allontanamento.

Il provvedimento arriva davanti a un giudice.

E il giudice, applicando Costituzione, diritto nazionale, diritto dell’Unione europea e convenzioni internazionali secondo la propria interpretazione, può bloccarlo.

Formalmente è il funzionamento dello Stato di diritto.

Politicamente, però, quando il fenomeno assume dimensioni sistemiche, il risultato può essere la paralisi di una politica pubblica.

Ed è su questo che il Paese dovrebbe discutere, anziché rifugiarsi in slogan contrapposti.

IL CASO ALBANIA E IL CORTOCIRCUITO DELLA SOVRANITÀ

Il protocollo Italia-Albania è diventato probabilmente il simbolo più evidente di questo scontro.

Il Governo ha tentato di costruire un sistema che consentisse di gestire fuori dal territorio nazionale determinate procedure relative ai migranti.

Una parte delle decisioni giudiziarie ha contestato presupposti essenziali del meccanismo, soprattutto in relazione alla nozione di «Paese sicuro», alla condizione individuale del richiedente e alla compatibilità della normativa nazionale con quella europea.

Il risultato politico è stato devastante per l’esecutivo: un’infrastruttura costruita per diventare uno degli strumenti della strategia migratoria governativa si è trasformata in un campo di battaglia giudiziario.

Qui occorre evitare un equivoco.

Un magistrato ha non soltanto il diritto, ma il dovere, di disapplicare una norma incompatibile con una fonte sovraordinata quando l’ordinamento glielo impone.

Ma esiste anche il problema opposto:

può una democrazia continuare indefinitamente ad approvare politiche sull’immigrazione che vengono poi sistematicamente neutralizzate nella loro applicazione?

Se la risposta è sì, bisogna avere il coraggio di spiegare agli elettori dove risieda effettivamente il potere decisionale.

QUANDO IL PRECEDENTE PENALE SEMBRA NON BASTARE

La questione diventa ancora più esplosiva quando i destinatari dei provvedimenti amministrativi hanno precedenti penali.

La stampa ha raccontato diversi casi di persone sottoposte a procedure di trattenimento o rimpatrio che avevano alle spalle condanne anche per reati particolarmente gravi.

In alcune controversie sono entrati in gioco la domanda di protezione internazionale, il diritto alla vita familiare, il radicamento sul territorio, la proporzionalità dell’espulsione oppure vizi della procedura amministrativa.

Giuridicamente sono elementi che un giudice non può semplicemente ignorare.

Ma al cittadino deve essere consentito porre una domanda altrettanto elementare:

quando la tutela individuale di un soggetto pluripregiudicato entra in conflitto con la sicurezza collettiva, dove viene collocato il limite?

Non basta rispondere che «lo prevede la legge».

Se la legge produce risultati che una parte consistente della società considera incompatibili con la propria sicurezza, allora quella legge deve poter essere modificata, nei limiti costituzionali ed europei.

Questo si chiama democrazia.

IL DIRITTO NON PUÒ DIVENTARE UNA MACCHINA CHE NON VEDE LE CONSEGUENZE

Il punto più delicato è proprio questo.

Il diritto moderno ha costruito una rete estremamente sofisticata di garanzie individuali. È una conquista fondamentale della civiltà occidentale.

Ma nessuna garanzia può essere discussa come se esistesse nel vuoto.

Ogni decisione produce conseguenze.

Se un’espulsione viene annullata, qualcuno rimane sul territorio.

Se un trattenimento non viene convalidato, qualcuno viene liberato.

Se un soggetto pericoloso torna libero e successivamente commette un altro reato, esiste una nuova vittima.

Questo non significa che il giudice sia automaticamente responsabile dell’eventuale reato successivo: una simile equivalenza sarebbe giuridicamente insostenibile.

Significa però che lo Stato ha il dovere di costruire norme e procedure capaci di valutare seriamente il rischio.

La sicurezza delle potenziali vittime è anch’essa un diritto.

Ed è precisamente questa parte dell’equazione che troppi dibattiti sull’immigrazione sembrano dimenticare.

IMMIGRAZIONE: IL TABÙ DELLE CONSEGUENZE SOCIALI

C’è poi un problema ancora più vasto.

Per decenni una parte del dibattito europeo ha raccontato l’immigrazione quasi esclusivamente attraverso categorie morali: accoglienza, inclusione, solidarietà, multiculturalismo.

Parole importanti.

Ma governare significa anche misurare le conseguenze.

Numero degli ingressi, capacità abitativa, scuole, sanità, sicurezza, integrazione linguistica, occupazione, criminalità, radicalizzazione religiosa e compatibilità culturale non possono essere cancellati accusando automaticamente di razzismo chi solleva il problema.

L’esperienza britannica delle cosiddette grooming gangs dovrebbe aver insegnato almeno questo: quando istituzioni e amministrazioni hanno paura di affrontare determinate caratteristiche culturali o comunitarie per timore di essere accusate di discriminazione, possono verificarsi fallimenti gravissimi nella protezione delle vittime.

La lezione non è che una determinata etnia o religione sia collettivamente responsabile.

La lezione è esattamente l’opposto:

nessuna appartenenza deve diventare uno scudo contro l’applicazione della legge.

Chi delinque deve rispondere dei propri atti, italiano o straniero che sia.

E uno Stato conserva il diritto di stabilire, nel rispetto della Costituzione e degli obblighi internazionali, le condizioni alle quali un cittadino straniero può permanere sul proprio territorio.

IL PROBLEMA DEI RIMPATRI CHE NESSUNO VUOLE AFFRONTARE

Esiste inoltre un gigantesco problema pratico: espellere una persona sulla carta non significa riuscire effettivamente a rimpatriarla.

Occorrono identificazione, documenti, cooperazione consolare, disponibilità del Paese d’origine e accordi diplomatici funzionanti.

Quando uno di questi passaggi salta, il decreto di espulsione rischia di trasformarsi in carta.

Ed ecco il paradosso.

Lo Stato dichiara che una persona non ha diritto di restare, ma quella persona resta.

È una delle contraddizioni più evidenti dell’intero sistema europeo.

La soluzione non può essere attribuire automaticamente ogni fallimento ai giudici: esistono responsabilità legislative, amministrative, diplomatiche ed europee.

Ma neppure si può fingere che una giurisprudenza estremamente espansiva nella tutela della permanenza non abbia conseguenze sulla capacità dello Stato di eseguire la propria politica migratoria.

MAGISTRATURA INDIPENDENTE NON SIGNIFICA MAGISTRATURA INTOCCABILE

Qui bisogna abbattere un altro tabù.

L’indipendenza della magistratura è indispensabile. L’insindacabilità culturale della magistratura non lo è.

Una sentenza può essere criticata.

Un orientamento giurisprudenziale può essere criticato.

Le correnti della magistratura possono essere studiate.

Le conseguenze politiche delle decisioni possono essere denunciate.

E soprattutto si può discutere se l’attuale equilibrio fra potere legislativo, esecutivo e giudiziario sia ancora quello previsto dalla nostra architettura costituzionale.

Difendere l’indipendenza del giudice significa impedire al Governo di ordinargli come decidere.

Non significa vietare ai cittadini di chiedersi perché abbia deciso in un determinato modo.

L’indipendenza non è irresponsabilità.

LA POLITICA DEVE RIPRENDERSI LA RESPONSABILITÀ DI DECIDERE

Anche il Governo, però, deve evitare la scorciatoia più comoda: attribuire ogni insuccesso alla magistratura.

Se una legge viene continuamente annullata, occorre scriverla meglio.

Se una procedura di espulsione presenta falle, occorre chiuderle.

Se il diritto europeo impedisce una determinata politica, il conflitto deve essere portato politicamente nelle istituzioni europee.

Se gli accordi di riammissione non funzionano, occorre utilizzare diplomazia, cooperazione economica, visti e rapporti commerciali come strumenti negoziali.

Se un soggetto rappresenta concretamente un pericolo, servono norme cautelari costituzionalmente solide che consentano di intervenire.

Non bastano conferenze stampa.

La sovranità si esercita attraverso norme efficaci, non attraverso slogan.

LA DOMANDA CHE RESTA

Il caso di Torino ha acceso nuovamente la miccia, ma sarebbe un errore concentrare tutto su un singolo magistrato.

Il problema è molto più grande.

Riguarda il rapporto fra sovranità democratica e giurisdizione.

Riguarda la capacità dello Stato di proteggere le vittime senza distruggere le garanzie dell’imputato.

Riguarda la possibilità concreta di espellere chi non ha diritto di rimanere.

Riguarda il confine tra interpretazione della legge e produzione sostanziale di politica pubblica.

E riguarda soprattutto una domanda alla quale prima o poi l’Italia dovrà rispondere:

chi deve stabilire la politica migratoria di una democrazia?

I cittadini attraverso il voto, il Parlamento e il Governo?

Oppure una successione di interpretazioni giudiziarie che, pur formalmente riferite ai singoli casi, possono finire per determinare l’indirizzo generale?

Non occorre abolire l’indipendenza della magistratura.

Occorre fare qualcosa di molto più democratico:

pretendere che ogni potere dello Stato rimanga entro i propri confini, che ogni decisione possa essere sottoposta a critica e che la sicurezza delle vittime torni a occupare il posto che merita.

Perché uno Stato incapace di eseguire le proprie leggi sull’ingresso, sulla permanenza e sull’espulsione non perde soltanto il controllo dell’immigrazione.

Perde progressivamente la capacità di governare se stesso.


FONTI E DOCUMENTI DA ALLEGARE ALL’ARTICOLO

Per la pubblicazione è opportuno collegare direttamente, e non soltanto citare per nome, gli articoli e soprattutto gli eventuali provvedimenti giudiziari relativi ai singoli casi:

  • Corriere Torino / Corriere della Sera — caso della tredicenne di Torino, scarcerazione e ricorso della Procura.
  • TgLa7 / La7 — caso Torino e iniziativa ispettiva del ministro Nordio.
  • Open — ricostruzione delle motivazioni relative alla misura cautelare nel caso Torino.
  • Today — ricostruzione del provvedimento e delle motivazioni.
  • Il Sussidiario — cronaca del caso del minimarket di Torino.
  • Ministero della Giustizia — comunicazioni ufficiali relative agli eventuali accertamenti ispettivi.
  • Governo italiano / Presidenza del Consiglio — dichiarazioni ufficiali sul caso e sul rapporto tra politica migratoria e decisioni giudiziarie.
  • Corte di giustizia dell’Unione europea — decisioni sulla nozione di Paese sicuro e sulle procedure accelerate di frontiera.
  • Normattiva — testo vigente del Testo unico sull’immigrazione (D.Lgs. 286/1998) e successive modificazioni.
  • EUR-Lex — normativa europea su procedure d’asilo, protezione internazionale, rimpatri e Paesi sicuri.
  • Protocollo Italia-Albania e relativa legge di ratifica — documentazione primaria indispensabile per ricostruire il conflitto sui centri in Albania.

Nota editoriale

Per i casi attribuiti ad Ahmed Aittorka, Abdelkrim Chahine, Fatallah Ouardi, Mohamed Errami e Mehdi El Antaky, nonché per il caso dell’uomo indicato come destinatario di 23 condanne, è consigliabile pubblicare nomi, precedenti, decisioni giudiziarie e soprattutto l’eventuale affermazione secondo cui sarebbero «tornati a delinquere» soltanto dopo avere acquisito i relativi provvedimenti o fonti di cronaca indipendenti che consentano di verificarlo.

È precisamente questa documentazione a rendere un’inchiesta molto più difficile da contestare: non chiedere al lettore di credere alla tesi. Mettergli davanti gli atti.