Home Blog

Cosa sappiamo del caso Charlie Kirk

0

Da quanto riportato:

  • Charlie Kirk è stato colpito al collo durante un evento pubblico all’Università Utah Valley. The Guardian+1
  • Il proiettile non è uscito: è rimasto “nella parte superiore del collo” / “just beneath the skin” (sotto la pelle) secondo il chirurgo. New York Post
  • È stato riferito che l’osso (“bone”) era molto denso, sano, e che questo ha probabilmente impedito al proiettile di uscire. New York Post
  • Il tipo di arma era un Mauser vintage, bolt-action, calibro potente, sparato da una certa distanza/dalla cima di un edificio. ABC News+1

Cosa non si sa ancora / limiti delle informazioni

  • Non ci sono finora resoconti clinici dettagliati su quanto profondamente il proiettile ha penetrato, se ha toccato strutture vertebrali (vertebre, lamina, artropatie vertebrali), né se è entrato nel canale vertebrale.
  • Non è chiaro se il proiettile abbia deviato, rimbalzato, oppure “scorso” lungo ossa del collo (vertebre cervicali) o superfici ossee. Nessuna fonte che riporti immagini radiografiche o TC che mostrino un percorso del proiettile lungo la colonna vertebrale.
  • I giornali parlano di “colpo al collo”, “danno al collo”, “non ha attraversato”, “sotto pelle”, ma non dettagli anatomici (vertebre coinvolte, midollo, canale vertebrale).

Analisi: può essere un caso di proiettile che “corre lungo la spina”?

Basandosi su cosa si sa:

  • Il fatto che il proiettile non abbia attraversato il corpo (“no exit wound”) è coerente con casi in cui un proiettile può essere fermato da osso o rallentato sufficientemente da rimanere interno. Questo potrebbe includere scenari di contatto osseo o deviazione.
  • Però per dire che “ha corso lungo la spina” servirebbe evidenza che il proiettile abbia interagito con le vertebre cervicali e abbia percorso un tragitto lungo quelle ossa o vicino ad esse, cioè aderente o subperiostale o che abbia seguito la superficie vertebrale. Non abbiamo attualmente fonti che affermano ciò.

Quindi: è possibile, ma non ci sono prove pubbliche sufficienti per confermare che questo sia uno di quei casi. In termini forensi: sembra più probabile che il proiettile abbia colpito il collo, danneggiato tessuti molli, magari laringe, vasi, muscoli, ma non ci sono dettagli che suggeriscono coinvolgimento della colonna vertebrale (ossa vertebrali, etc.), né che abbia “scivolato” lungo di esse.

Proiettili che “corrono lungo un osso”: meccanismi, evidenze cliniche e forensi

Meccanismi principali


Evidenza clinica e casi


Imaging e diagnosi


Complicanze ossee


Il comportamento di un proiettile 5,56 NATO (ma anche di altri calibri) in contatto con l’osso può determinare traiettorie anomale, deviazioni, e veri e propri percorsi di “scorrimento” lungo la corticale. Questi casi hanno ricadute cliniche (diagnosi e chirurgia complessa, rischio di infezioni e non-union) e forensi (ricostruzione delle traiettorie e dinamiche di sparo).

Casi con proiettili / frammenti lungo la spina vertebrale

Titolo / fonteLocalizzazioneDettagli di traiettoria / rilevanza “lungo l’osso/spina”Link
Bullet Fragment of the Lumbar Spine: The Decision Is More than Removal (Moisi MD et al., 2015)Colonna lombareIl proiettile/frammento è ritenuto nello spazio intratecale a livello lombare dopo ferita da arma da fuoco. Questo suggerisce che non abbia attraversato “a vista” i tessuti, ma sia rimasto intrappolato nel canale vertebrale o adiacente. Non è specificato che “scorra lungo l’osso”, ma è un esempio di corpo estraneo ritenuto nel contesto vertebrale. PMC
Upper cervical spinal cord gunshot injury without bone (Seçer M, et al., 2014)Cervicale altaCaso raro in cui il proiettile è interno, intradurale, nella regione cervicale, ma non c’è distruzione ossea. Ciò implica che il proiettile si è posizionato vicino o accanto alla colonna vertebrale senza necessariamente distruggere vertebre. Potrebbe aver “scorretto” lungo strutture vicine all’osso. PMC
Case Report: Successful Removal of a Bullet from the Spinal Column at L5 (Pourhajshokr N et al., 2022)Spina lombare, livello L5Descrive un caso di proiettile che ha colpito la colonna vertebrale, lodato in loco, e che è stato rimosso chirurgicamente. Il fatto che sia “della colonna” indica interazione ossea/vertebrale, e probabilmente uno scenario in cui il proiettile ha fatto contatto o percorso vicino all’osso. ScienceDirect
Spinal canal bullet embolus causing paraplegia (Benfield R, 2009)Canale spinaleÈ un caso in cui un proiettile è migrato o è localizzato nel canale spinale, causando paraplegia. Non esplicitamente “scorrimento lungo la spina”, ma è un caso di corpo estraneo all’interno del canale vertebrale. ScienceDirect
Gunshot wound to the spine (Nature / Spinal Cord, Barros Filho et al., 2014)Vari livelli della colonnaStudio sulla variabilità delle traiettorie nei colpi spinali, come il percorso del proiettile nel corpo (tra tissutI molli, osso, canale), e come queste influenzino gli outcome neurologici. Alcune traiettorie implicano contatti vertebrali o coinvolgimento osseo ma non sempre descrivono “scorrere lungo l’osso”. Nature
A firearm bullet lodged into the thoracic spinal canal without vertebral destruction (Hossin J, 2011)Canale toracolombare28enne, proiettile non passa attraverso il corpo (non si vede uscita), causa paraplegia; il proiettile è lodato nel canale vertebrale toracolombare e non ha distrutto le strutture ossee vicino — dunque ha attraversato tessuti molli e penetrato nel canale spinale, dopo aver bypassato o “aggirato” l’osso senza distruzione massiva. Questo è un esempio molto vicino all’idea di “corsa lungo la spina” in quanto la distruzione ossea è minima. BioMed Central
Surgical removal of a migrating intraspinal bullet (de los Cobos et al., 2021)Canale lombare / cauda equinaFerita da arma da fuoco, proiettile ritenuto che migra all’interno del canale spinale, causando sintomi (problemi neurologici). L’aspetto “migrazione” indica che il proiettile non è fissato esattamente dove è entrato, ma si muove all’interno del canale, possibilmente seguendo superfici ossee o spazi tra dura mater/ossa. The Journal of NeuroScience

Analisi: quanto sono vicini questi casi all’idea di “il proiettile corre lungo la spina”

Nei casi trovati:

  • Molti proiettili risultano intracanale vertebrale o intradurali (cioè all’interno del canale che ospita il midollo/spina dorsale), ma non sempre con descrizione che il proiettile segua la corticale vertebrale (la superficie dell’osso vertebrale).
  • In alcuni casi, come “A firearm bullet lodged into the thoracic spinal canal without vertebral destruction” il proiettile ha penetrato nel canale senza fratturare vertebre — suggerisce che potrebbe aver “scivolato” o percorso un tragitto molto vicino all’osso piuttosto che distruggerlo. BioMed Central
  • Casi di migrazione intraspinale implicano che il proiettile non sia rimasto completamente inserito in un tessuto molle, ma possa muoversi lungo spazi anatomici con superficie dura (ossa, lamina vertebrale, faccette articolari) che possono fungere da guide o ostacoli. The Journal of NeuroScience
  • Alcuni studi riguardano la traiettoria rispetto alla colonna vertebrale (ossia quanto la vicinanza dell’osso abbia influenzato il danno), ma non sempre si parla esplicitamente di “scorrere lungo la spina dorsale” come se fosse una guida ossea.

Aleksandr Dugin l’ innominabile uomo dei Rothschild?

0
https://truereport.net/

Aleksandr Dugin é uno dei bersagli preferiti del media mainstream. Ne sono state scritte di ogni genere e risma.

Ma c’è sempre un quid in più da aggiungere in questa narrativa. Tanto da portarci oggi a dire che sí, Diavolo d’un Putin, ce l’hai fatta ancora una volta. Altro che nuovo Zar della Russia, altro che minaccia per l’Occidente con la sua smania di conquistare, a colpi di vanga s’intenda, ogni millimetro di terreno della vecchia, flaccida Europa. C’è chi dice che voglia arrivare sino a Lisbona. Per poi passare, magari, anche oltre. Vladimir Putin non sarebbe altri che un agente provocatore del New World Order, assoldato e schierato nelle falangi ultraglobaliste che fanno riferimento a quell’1 per cento di magnati della Finanza in grado di controllare il mondo e disegnarne gli assetti futuri. Ultrasionisti, sia chiaro.

Ovviamente, Putin agirebbe per interposta persona, poiché sarebbe soltanto un pupazzo manovrato da quel Satrapo quasi innominabile che risponde al nome di Aleksandr Dugin. Les jeux son fait: possiamo morire tranquilli, perché lo sterminio prossimo venturo è inevitabile. Siete avvertiti, di parodia in parodia, anche quel barlume di speranza chiamato Brics è definito come somma impostura messa in atto da chi vuole dominare il genere umano a colpi di transumanesimo, controllo sociale e sterminio di massa. Al confronto, i sostenitori della cosiddetta dottrina Kalergi – sempre che ve ne sia una – sono dei dilettanti allo sbaraglio.
Le inoppugnabili prove di questo complotto planetario – che recherebbe in calce la firma di Vlad e Aleks – sono state rese note grazie alla diffusione di una serie di articolesse pubblicate dal sito “fox-allen.com”. Testi destinati a rimanere scolpiti nella storia futura, sempre che l’abominevole piano Dugin/Putin – eterodiretti dalla famiglia Rothschild, va da sé – venga sventato, anche se non si capisce bene chi si possa opporre a tale orrifico disegno.


Ma veniamo alle cosiddette prove inoppugnabili. Non ce vogliano gli autori di fox-allen se tenteremo, con umili strumenti, di demolire alcune, alcune soltanto, delle loro tesi, appoggiandoci al principio popperiano del falsificazionismo. Primo punto: la simbologia. La contestazione mossa al Professore Dugin è quella di aver utilizzato per il movimento eurasiatico una stella ad otto frecce. Secondo gli estensori degli scritti, quel simbolo è una chiara evocazione dello stemma dei Rothschild, cinque frecce raggruppate con la punta verso il basso.

In realtà, lo stemma Rothschild contiene un pugno chiuso con cinque frecce che simboleggiano le cinque dinastie stabilite dai cinque figli di Mayer Rothschild, in un riferimento al Salmo 127: “Come frecce nelle mani di un guerriero”.

Cosa abbia a che fare con le otto frecce eurasiatiche non viene spiegato. Deve essere accettato come atto di fede. In fondo, sempre di frecce si tratta. A Popper l’ardua sentenza.
Dal punto di vista gerarchico, poi, i testi spiegano chiaramente la gerarchia che intercorre tra il filosofo e il politico. Dugin da “filosofo” di Putin viene elevato a “cervello” del presidente russo. Chissà come la prenderebbe quel ragazzaccio cresciuto in vicolo Baskov a Leningrado se lo venisse a sapere.
La storia personale del professore, poi, viene passata al setaccio nel suo complesso percorso, sottolineando ovviamente le spigolature più gustose per farlo passare se non come un criminale, almeno come uno psicopatico incoerente. E’ un metodo che conosciamo bene. Se l’avversario non si piega, allora deve essere prima deriso e poi demonizzato. Una lettera scarlatta perpetua che lo renda assolutamente incompatibile con il consesso civile. Nota a margine: è impossibile non ricordare come il tentativo di piegare Dugin si sia spinto sino al gesto estremo. Per chi non lo ricordasse, Darya Dugina è rimasta uccisa da un attentato terroristico ad agosto del 2022. Come conciliare l’aggressione a Dugin ed alla sua famiglia con l’appartenenza all’elitè globalista che pianifica i destini del mondo?


La polpa dell’inchiesta che pone Dugin e Putin ai vertici del complotto globalista si condensa, infine, sull’analisi delle teorie filosofiche del professore russo. Nel decifrare in poche decine di righe la complessa opera di Dugin si riesce a definirlo “fascista”, “comunista”, “totalitarista”, “antiliberale”, per poi passare alle sue “tentazioni” da suprematista nero, “sionista”, “cabalista” e probabilmente anche adepto della tremebonda setta fondata da Shabati Zevi. Insomma, un cavaliere dell’Apocalisse o poco ci manca. Qualche riferimento a un passato in un ordine dedito a orge e satanismo, perché si sa, un po’ di sesso e droga non guasta. Un colpo di Baphomet qua e là, per dipingerlo come acuto sostenitore del satanismo.(D’altronde, professore, ha scritto “I Templari del proletariato”, in fondo se l’è andata un po’ a cercare). La zuppa di duginismo non finisce mica qui. Serve il tocco da maestro, il colpo da fuoriclasse per stendere definitivamente l’avversario. Ed eccolo qua: molte riflessioni vengono spese per sciogliere il concetto di Dasein, l’esserci postulato da Heidegger. Ovviamente è un anello necessario per poter dare del nazista a Dugin. Lo spirito di Hannah Arendt, che seppe perdonare l’amato Maestro, li perdoni. E se di filosofi vogliamo parlare, allora peccato che nessun riferimento venga fornito rispetto al confronto, profondo quanto verticale, operato dal filosofo russo nel rapportarsi a Giorgio Agamben, piuttosto che a Massimo Cacciari o a Toni Negri, nella sua dimensione “imperiale, tanto per restare tra i confini di casa nostra.


In realtà, a voler essere pignoli, la teoria di autori, filosofi e intellettuali citati nelle opere di Dugin è talmente vasta da poter colmare un intero volume. Un po’ come fece Ernst Kantorowicz quando decise di pubblicare le note della sua monumentale opera su Federico II, lo Stupor Mundi.
Di Geopolitica, nonostante quella disciplina (sdoganata dall’apparentamento col fascismo soltanto in epoca recente, per colpa o per merito di Carl Schmitt, dipende dai punti di vista) rappresenti un asset fondamentale nella visione di Dugin, gli articoli di fox-allen ne parlano poco e in maniera non del tutto profonda, sorvolando qua e là su strategie, assetti e impostazioni di un possibile, e forse imminente, nuovo mondo multipolare.
Per non essere troppo pedanti, e volendo comunque riconoscere la buona fede e il “merito” agli autori di quegli scritti, rivolgiamo un umile appello. Si può fare di più, contro un uomo, contro un padre che ha già subito il martirio della figlia; si può essere ancora più incisivi, ancora più determinati nell’abbatterlo, nel demonizzarlo e nel ridicolizzare il suo pensiero. Attendiamo con ansia le prossime puntate. E’ una guerra metafisica, d’altronde. Ogni arma è legittima.

Di Piero Messina e Veleno Q.B.

Strana la scelta del Nome Fox Allen noto attivista DEM e sostenitore dei diritti LGBTQ+ e sostenitore dell’ Ucraina

Articolo Pubblicato di Fox Allen “PDF”

DIESEL A 2,41 EURO: LA CRISI DEI CARBURANTI PRESENTA IL CONTO ALL’EUROPA

0

Meno capacità di raffinazione, addio al diesel russo e crisi del Golfo: il sistema europeo scopre quanto costa dipendere dall’estero per i prodotti raffinati

20 settembre 2026

Il diesel in Francia ha raggiunto 2,41 euro al litro. Non si tratta del prezzo di una singola pompa autostradale, ma della media nazionale calcolata il 20 settembre sulla base delle quotazioni di oltre 8.700 stazioni di servizio: 2,409 euro al litro, nuovo massimo.

Contemporaneamente, una parte della rete francese sta registrando difficoltà di approvvigionamento. Il 20 settembre risultavano segnalate 901 stazioni senza gasolio, mentre pochi giorni prima il sito governativo francese indicava che l’89% delle stazioni non presentava difficoltà, quindi circa l’11% ne registrava almeno una per benzina o gasolio.

È la fotografia di una crisi internazionale, certamente. Ma è anche il momento di interrogarsi sulle vulnerabilità che l’Europa ha accumulato negli ultimi quindici anni.

Perché il problema non è più soltanto il petrolio.

Il problema è riuscire a trasformarlo in diesel.

IL COLLO DI BOTTIGLIA CHE L’EUROPA HA SOTTOVALUTATO

Per anni il dibattito energetico europeo si è concentrato soprattutto sulla disponibilità del greggio. La crisi del 2026 sta mostrando qualcosa di diverso: puoi avere petrolio disponibile sul mercato e, contemporaneamente, avere troppo poco diesel.

Il collo di bottiglia è la raffinazione.

All’inizio di settembre il crack spread del diesel nell’area Amsterdam-Rotterdam-Anversa — in sostanza il margine tra il valore del prodotto raffinato e quello del greggio da cui viene ottenuto — ha raggiunto livelli eccezionali.

Secondo S&P Global Commodity Insights, il diesel crack europeo ha toccato 98 dollari al barile il 1° settembre, contro una media di 80,50 dollari in agosto, 71,71 in luglio e appena 44,75 in giugno. Successivamente, in alcune aree europee, il premio del diesel sul greggio ha superato perfino quota 100 dollari.

È un segnale inequivocabile: la scarsità riguarda soprattutto la capacità di produrre e distribuire combustibili raffinati.

E qui emerge una delle grandi debolezze strategiche europee.

LE RAFFINERIE CHE L’EUROPA HA PERSO

La rete europea di raffinazione si è progressivamente ridotta.

La banca dati di Concawe documenta anno per anno, dal 2009 al 2025, l’evoluzione delle raffinerie europee, comprese quelle chiuse o riconvertite. Il ridimensionamento è il risultato di una combinazione di fattori: domanda europea stagnante o in diminuzione, impianti relativamente vecchi, concorrenza delle gigantesche raffinerie asiatiche e mediorientali, costi energetici, pressione regolatoria e costi legati alla decarbonizzazione.

Ridurre tutto al Green Deal sarebbe quindi semplicistico.

Ma sarebbe altrettanto semplicistico sostenere che la politica climatica europea non abbia avuto alcun effetto sulla competitività della raffinazione.

La stessa Commissione europea riconosce esplicitamente il fenomeno del carbon leakage: politiche climatiche più severe possono incentivare lo spostamento delle produzioni ad alta intensità energetica verso Paesi nei quali i vincoli sulle emissioni sono inferiori. Proprio per questo l’UE concede quote ETS gratuite ai settori considerati maggiormente esposti.

Il problema strategico diventa allora evidente.

Se l’Europa riduce progressivamente la propria capacità industriale mentre continua ad avere bisogno di diesel, jet fuel e altri distillati, le emissioni possono diminuire sul territorio europeo senza che scompaia la domanda europea di quei prodotti.

La produzione si sposta.

La dipendenza rimane.

IL PARADOSSO DELLA TRANSIZIONE

La Commissione difende una lettura completamente diversa: secondo Bruxelles, l’accelerazione delle energie rinnovabili e la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili aumentano la sicurezza energetica europea.

Nel documento AccelerateEU, pubblicato nell’aprile 2026, la Commissione ricorda però anche un dato impressionante: il 57% dell’energia consumata nell’Unione deriva ancora da combustibili fossili importati. Nel solo 2025 l’UE ha speso circa 340 miliardi di euro per importarli.

La transizione, dunque, non è ancora conclusa.

E proprio questa fase intermedia è quella potenzialmente più pericolosa.

Si riduce l’infrastruttura del vecchio sistema mentre il nuovo sistema non è ancora in grado di sostituirlo integralmente nei trasporti pesanti, nell’aviazione, nell’agricoltura e in numerosi processi industriali.

È qui che una strategia ambientale diventa anche una questione di sicurezza industriale.

IL 40% DEL JET FUEL EUROPEO ARRIVA DALL’ESTERO

La Commissione lo ha ammesso apertamente durante la crisi del Golfo.

Circa il 40% del jet fuel consumato nell’UE viene importato e, prima delle attuali perturbazioni, circa metà di quelle importazioni transitava attraverso lo Stretto di Hormuz.

Nel documento AccelerateEU Bruxelles ha quindi chiesto che la capacità operativa delle raffinerie europee venga “massimizzata” per soddisfare la domanda.

Ed è difficile non notare il paradosso.

Dopo anni nei quali la raffinazione europea ha perso capacità e investimenti, nel momento della crisi l’Europa scopre che le raffinerie rimaste sono diventate un’infrastruttura strategica.

La stessa IEA ha avvertito che diesel e jet fuel sono particolarmente vulnerabili alla perdita prolungata della produzione mediorientale, perché altrove esiste una capacità limitata di aumentare rapidamente la produzione.

PRIMA LA RUSSIA, POI HORMUZ

A questa debolezza industriale si aggiunge quella geopolitica.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione Europea ha deciso di interrompere le importazioni marittime di greggio russo dal dicembre 2022 e quelle di prodotti petroliferi raffinati russi dal 5 febbraio 2023.

Era una decisione politica deliberata, adottata come parte delle sanzioni contro Mosca.

L’Europa ha quindi sostituito una parte delle forniture russe con prodotti provenienti da altri mercati.

Il sistema funziona finché quelle rotte funzionano.

Nel 2026 è arrivato il secondo shock: la crisi mediorientale e le perturbazioni attorno allo Stretto di Hormuz.

Il risultato è stato che due importanti aree esportatrici di prodotti raffinati — Russia e Medio Oriente — hanno contemporaneamente ridotto la propria capacità di alimentare il mercato mondiale.

ANCHE LE RAFFINERIE RUSSE SONO IN CRISI

La situazione russa rende il quadro ancora più teso.

La Russia dispone nominalmente di circa 6,5 milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione, ma secondo l’International Energy Agency il throughput è precipitato a giugno a circa 3,8 milioni di barili al giorno, il minimo da oltre vent’anni e circa il 30% in meno rispetto all’anno precedente.

La produzione russa di diesel è diminuita di quasi il 30%.

Mosca ha reagito limitando le esportazioni.

Il divieto russo all’export di diesel è stato prorogato fino al 30 settembre 2026, mentre gli attacchi ucraini hanno colpito ripetutamente importanti infrastrutture di raffinazione.

Secondo Reuters, la combinazione della guerra russo-ucraina e delle interruzioni mediorientali ha sottratto al mercato circa 1,6 milioni di barili al giorno di esportazioni di diesel provenienti da Russia e Golfo rispetto alla situazione precedente alla crisi.

Questo è il cuore della crisi.

Non manca necessariamente il petrolio.

Mancano i prodotti raffinati nel posto giusto, nel momento giusto e nella quantità richiesta.

IL DIESEL DIVENTA ORO

Il risultato è una gigantesca redistribuzione economica.

Chi possiede capacità di raffinazione funzionante può lavorare con margini eccezionali.

Chi l’ha ridotta deve comprare il prodotto finito sul mercato internazionale proprio mentre tutti gli altri cercano di fare la stessa cosa.

A settembre gli operatori del settore hanno avvertito che l’offerta mondiale di diesel potrebbe restare molto tesa durante l’inverno. I margini di raffinazione hanno raggiunto livelli record e le scorte mondiali sono sotto pressione.

È esattamente il tipo di scenario che trasforma una vulnerabilità industriale in inflazione.

Perché il diesel non serve soltanto agli automobilisti.

Serve ai camion.

Ai trattori.

Alle macchine movimento terra.

Alla logistica.

Alla pesca.

All’industria.

Quando aumenta il diesel, aumenta progressivamente il costo di quasi tutto ciò che viene prodotto e trasportato.

BRUXELLES: «NESSUNA CARENZA IMMEDIATA»

Su un punto occorre essere precisi.

Contrariamente a quanto circola in alcune ricostruzioni, la Commissione europea non ha annunciato un razionamento del diesel.

L’8 settembre l’Oil Coordination Group europeo ha affermato che non esisteva in quel momento un problema immediato di sicurezza dell’approvvigionamento nell’UE.

Diesel e jet fuel continuavano ad arrivare grazie all’aumento della produzione delle raffinerie europee, alle importazioni alternative e alle scorte commerciali e strategiche.

Bruxelles ha però riconosciuto contemporaneamente che l’autunno e l’inverno potrebbero irrigidire ulteriormente il mercato.

La posizione ufficiale della Commissione è quindi: niente emergenza fisica immediata, ma mercato sotto pressione.

Ed è una distinzione fondamentale.

Un carburante può essere disponibile e contemporaneamente diventare economicamente devastante.

«L’ENERGIA PIÙ ECONOMICA È QUELLA CHE NON CONSUMIAMO»

Nella filosofia energetica europea ricorre da anni un principio: “The cheapest energy is the energy we do not use”, cioè l’energia più economica è quella che non consumiamo.

È il principio dell’energy efficiency first, precedente alla crisi attuale e inserito da tempo nella strategia europea.

Anche nella risposta alla crisi del 2026 la Commissione continua a indicare, tra gli strumenti disponibili, misure di riduzione della domanda, precisando però che devono rispettare la libera scelta dei consumatori e citando interventi come ristrutturazione degli edifici e sostituzione delle apparecchiature industriali.

Il confronto politico nasce precisamente qui.

Per Bruxelles la riduzione strutturale dei consumi fossili aumenta l’indipendenza europea.

Per i critici della strategia europea, invece, ridurre troppo rapidamente capacità produttiva e infrastrutture fossili prima che le alternative siano pienamente disponibili significa trasformare la transizione in dipendenza dalle importazioni.

Sono due letture politiche diverse dello stesso problema.

I numeri del 2026 permettono almeno di affermare una cosa: la capacità di raffinazione è tornata improvvisamente a essere considerata strategica.

FRANCIA: 2,41 EURO E STAZIONI IN DIFFICOLTÀ

Il laboratorio politico e sociale più delicato è ancora una volta la Francia.

Il diesel ha raggiunto 2,409 euro al litro il 20 settembre, nuovo record nazionale.

Le difficoltà non riguardano soltanto il prezzo.

Il portale governativo francese registrava già il 18 settembre problemi di approvvigionamento in circa l’11% della rete monitorata; il 20 settembre i dati elaborati dal flusso ufficiale segnalavano 901 stazioni in rottura di stock specificamente sul gasolio.

E inevitabilmente torna alla memoria il 2018.

Il movimento dei Gilet Gialli esplose durante una fase in cui il diesel nella regione parigina costava circa 1,50 euro al litro, dopo un aumento vicino al 20% in un anno e nel pieno dello scontro sull’aumento della tassazione dei carburanti.

Oggi siamo quasi un euro sopra quei livelli.

Questo non significa automaticamente che il 2026 produrrà una replica del 2018: le condizioni economiche, fiscali e politiche sono diverse.

Ma significa che il carburante è nuovamente diventato un tema socialmente esplosivo.

IL 2027 È DIETRO L’ANGOLO

La Francia voterà per eleggere il prossimo presidente il 18 aprile 2027, con eventuale secondo turno il 2 maggio.

Non si può sapere in anticipo come la crisi energetica influenzerà il voto, ma il costo della vita, il carburante, l’inflazione e la politica energetica saranno inevitabilmente temi del confronto politico.

Una precisazione è necessaria: nel 2027 non si terranno le elezioni europee. Le prossime elezioni del Parlamento europeo sono previste nel 2029.

IL CONTO DELLA DIPENDENZA

Il punto centrale, dunque, va oltre la polemica sul Green Deal.

La crisi del 2026 sta mostrando quanto sia rischioso per una grande economia industriale dipendere da catene globali estremamente lunghe per prodotti energetici essenziali.

La Commissione sostiene che la soluzione definitiva sia accelerare l’uscita dai combustibili fossili.

I critici rispondono che, durante la transizione, sicurezza energetica significa anche mantenere capacità industriale domestica sufficiente a resistere agli shock geopolitici.

La crisi del diesel rende questo secondo problema impossibile da ignorare.

L’Europa ha voluto ridurre contemporaneamente emissioni, consumo di petrolio e dipendenza dalla Russia.

Poi sono arrivati la guerra, gli attacchi alle raffinerie russe, la crisi del Golfo e la vulnerabilità di Hormuz.

E il mercato ha ricordato una regola elementare dell’energia:

un barile di petrolio non è un litro di diesel.

Tra i due c’è una raffineria.

E quando le raffinerie disponibili non bastano, il prezzo della politica energetica arriva direttamente alla pompa.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Commissione europea – Weekly Oil Bulletin, prezzi dei carburanti nell’UE
Weekly Oil Bulletin – European Commission

Commissione europea – Oil Coordination Group, situazione diesel e jet fuel, 8 settembre 2026
Oil Coordination Group – European Commission

Commissione europea – risposta UE alla crisi energetica del 2026
EU action to address the energy crisis

Commissione europea – AccelerateEU, sicurezza energetica e raffinazione
AccelerateEU – Energy Union

Commissione europea – Carbon leakage e competitività industriale
Carbon leakage – European Commission

Commissione europea – sanzioni energetiche contro la Russia
EU sanctions following Russia’s invasion of Ukraine

International Energy Agency – crisi della raffinazione russa
Russian refining sector struggles amid attacks – IEA

International Energy Agency – impatto della crisi di Hormuz sui prodotti raffinati
Global oil supplies after the Hormuz shock – IEA

Concawe – mappa storica delle raffinerie europee 2009-2025
European refinery map – Concawe

S&P Global – record dei margini europei sul diesel
European diesel margins surge

Governo francese – prezzi ufficiali e disponibilità dei carburanti
Prix des carburants – Gouvernement français

Ministero dell’Interno francese – elezioni presidenziali 2027
Élection présidentielle 2027

IL TRADIMENTO DELL’ISLAMO-SINISTRA?

0

A Bruxelles esplode il caso Fratellanza Musulmana: l’emendamento Maréchal bloccato nell’aula europea

C’è una scena, consumatasi nel Parlamento europeo a metà settembre 2026, che merita di essere osservata al di là degli slogan.

L’eurodeputata francese Marion Maréchal, appartenente al gruppo ECR, presenta un emendamento orale con una richiesta politicamente molto netta: impedire alle organizzazioni ritenute collegate alla Fratellanza Musulmana — citando espressamente FEMYSO — di ricevere finanziamenti europei e di partecipare a manifestazioni finanziate dall’Unione.

L’intervento dura poche decine di secondi.

Alla richiesta della presidenza dell’aula di verificare l’esistenza di opposizioni alla presentazione dell’emendamento orale, un numero sufficiente di parlamentari si alza. La soglia prevista dalla procedura viene raggiunta e l’emendamento non può essere preso in considerazione.

Maréchal ha successivamente presentato l’episodio come la dimostrazione che «40 deputati di sinistra» avrebbero impedito di colpire le reti islamiste.

La distinzione è importante: formalmente quei parlamentari non hanno espresso un voto sulla Fratellanza Musulmana né approvato finanziamenti a FEMYSO. Hanno impedito che quell’emendamento orale entrasse nella votazione.

Politicamente, però, resta una domanda tutt’altro che marginale:

perché impedire persino che il Parlamento si pronunci sulla possibilità di escludere dai finanziamenti europei organizzazioni sulle quali esistono da anni accuse e rapporti riguardanti i rapporti con l’ambiente della Fratellanza Musulmana?

Ed è qui che il caso diventa molto più grande dei pochi secondi trascorsi nell’emiciclo.

Non è soltanto una polemica della destra europea

Ridurre tutto a uno scontro tra destra e sinistra sarebbe troppo semplice.

La questione delle reti riconducibili o considerate vicine alla Fratellanza Musulmana è da tempo oggetto di analisi da parte di governi, servizi di sicurezza, parlamenti e studiosi europei.

Il Bundesamt für Verfassungsschutz, l’intelligence interna tedesca, nel suo rapporto annuale descrive la Muslimbruderschaft come la più antica e influente organizzazione islamista sunnita e individua come suo obiettivo la costruzione di un sistema politico e sociale fondato sul Corano e sulla Sunna.

Il rapporto tedesco sottolinea inoltre come la Fratellanza dichiari dagli anni Settanta di avere rinunciato alla violenza, fatta eccezione per quella che considera resistenza contro l’“occupazione”, riferimento applicato in particolare al conflitto con Israele.

Questo elemento è fondamentale.

Il problema europeo non riguarda esclusivamente il terrorismo jihadista o la violenza immediata. Riguarda anche quello che diversi apparati di sicurezza europei definiscono islamismo legalista: organizzazioni e ambienti che operano all’interno delle strutture associative, politiche e istituzionali delle democrazie occidentali.

Il rapporto francese che ha cambiato il dibattito

Il 21 maggio 2025 il Ministero dell’Interno francese ha reso pubblico il rapporto Frères musulmans et islamisme politique en France.

Non un pamphlet elettorale.

Non un post sui social.

Un documento commissionato dallo Stato francese a un gruppo di alti funzionari incaricato, a partire dall’aprile 2024, di studiare l’islamismo politico e la sua diffusione sul territorio nazionale.

Il rapporto ha contribuito a portare al centro del dibattito francese il concetto di “entrisme”, cioè una strategia di penetrazione progressiva del tessuto sociale attraverso associazioni, luoghi di culto, istruzione, attività sportive, assistenza e rappresentanza comunitaria.

La questione sollevata dal documento non consiste nell’equiparare i musulmani europei alla Fratellanza Musulmana — equazione falsa e pericolosa — ma nell’individuare specifiche reti politico-religiose capaci di utilizzare gli strumenti della società civile per costruire influenza.

È precisamente questa distinzione che rende il dossier politicamente esplosivo.

Combattere l’islamismo politico non significa combattere l’Islam né milioni di cittadini musulmani europei. Significa chiedere se organizzazioni che perseguono obiettivi politico-religiosi incompatibili con alcuni principi costituzionali debbano contemporaneamente beneficiare di finanziamenti, riconoscimento e accesso alle istituzioni europee.

Il nodo FEMYSO

Al centro della polemica europea troviamo il Forum of European Muslim Youth and Student Organisations, FEMYSO.

L’organizzazione respinge le accuse di essere un’articolazione della Fratellanza Musulmana e sostiene di essere vittima di campagne volte a delegittimare la rappresentanza dei giovani musulmani europei.

Questa posizione va riportata.

Ma devono essere riportate anche le accuse documentate nei dossier politici e istituzionali che hanno alimentato la controversia.

Il rapporto Unmasking the Muslim Brotherhood, pubblicato dal gruppo ECR, dedica ampio spazio proprio a FEMYSO e sostiene che l’organizzazione faccia parte dell’ambiente europeo storicamente sviluppatosi intorno alle reti della Fratellanza.

Il dato finanziario contenuto nel documento è particolarmente interessante.

Secondo il rapporto ECR, tra il 2007 e il 2019 FEMYSO avrebbe ricevuto complessivamente 288.856 euro di finanziamenti europei attraverso diversi progetti.

Lo stesso dossier ricorda tuttavia un elemento che non deve essere omesso: nel luglio 2023 la Commissione europea aveva dichiarato che in quel momento non risultavano più progetti finanziati dall’UE nei quali figurasse FEMYSO.

Il quadro, però, è tornato politicamente controverso nel 2026.

Il 3 settembre alcuni eurodeputati, fra i quali Guillaume Peltier, Charlie Weimers, Nicolas Bay, Marion Maréchal e Laurence Trochu, hanno presentato un’interrogazione alla Commissione sostenendo che FEMYSO avesse pubblicizzato sui propri social diversi progetti cofinanziati dall’Unione, compreso un seminario organizzato in Albania nel gennaio 2026.

Gli eurodeputati hanno quindi chiesto alla Commissione di chiarire l’origine e la tracciabilità di tali finanziamenti.

È precisamente questo il punto sul quale Bruxelles dovrebbe garantire la massima trasparenza.

FEMYSO e il Parlamento europeo: il caso del 2026

Nel luglio 2026 Marion Maréchal annunciò pubblicamente che FEMYSO sarebbe stato escluso dalle attività del Parlamento europeo.

FEMYSO contestò immediatamente quella ricostruzione, affermando di non avere ricevuto, in quel momento, una comunicazione ufficiale e chiedendo chiarimenti all’istituzione.

Una lettera aperta sottoscritta da numerose organizzazioni della società civile contestò inoltre la possibile esclusione, sostenendo che una misura del genere avrebbe sollevato problemi di non discriminazione, libertà associativa e partecipazione democratica.

Questo è l’altro lato della controversia e ignorarlo significherebbe raccontare soltanto metà della vicenda.

Ma la domanda centrale rimane:

quali criteri devono essere applicati dall’Unione europea quando un’organizzazione che accede alle sue istituzioni viene indicata da rapporti governativi, parlamentari o investigativi come appartenente o vicina a reti islamiste?

La risposta non può essere né la colpevolezza automatica né l’indifferenza automatica.

Servono verifiche, trasparenza e tracciabilità.

Francia: il salto politico del gennaio 2026

Il passaggio forse più importante arriva dalla Francia.

Il 22 gennaio 2026 l’Assemblée nationale ha approvato una risoluzione che chiede l’inserimento della mouvance dei Fratelli Musulmani nella lista europea delle organizzazioni terroristiche.

Il voto è perfettamente verificabile.

259 deputati parteciparono allo scrutinio, 258 espressero un voto valido:

157 favorevoli, 101 contrari e un’astensione.

La risoluzione fu quindi approvata.

Non significa che la Fratellanza sia automaticamente diventata un’organizzazione terroristica per l’Unione europea. Significa che una delle principali assemblee legislative europee ha formalmente chiesto alle istituzioni dell’UE di affrontare la questione.

Il 3 febbraio un gruppo di eurodeputati — tra i quali Charlie Weimers — ha interrogato la Commissione proprio sulla richiesta francese.

Il 26 febbraio è stata inoltre depositata un’interrogazione orale sottoscritta da parlamentari appartenenti a diversi gruppi della destra europea, compresa Marion Maréchal, chiedendo alla Commissione se intendesse avviare la procedura.

Il 7 aprile è arrivata anche una proposta di risoluzione al Parlamento europeo.

La questione, dunque, non è più confinata ai rapporti d’intelligence.

È ormai un dossier politico europeo.

Anche il Parlamento olandese si muove

Nel marzo 2026 è arrivato un altro segnale.

Alla Tweede Kamer dei Paesi Bassi è stata presentata una mozione che chiedeva al governo di vietare la Fratellanza Musulmana e le organizzazioni ad essa collegate.

Il governo aveva sconsigliato l’approvazione.

La Camera l’ha invece approvata il 17 marzo con 76 voti favorevoli su 150 seggi.

Anche in questo caso occorre essere precisi: una mozione parlamentare non equivale automaticamente a un divieto già operativo.

Ma Francia e Paesi Bassi mostrano che la questione non può più essere liquidata come un’ossessione di qualche eurodeputato.

Il problema vero: chi riceve il denaro europeo?

La domanda decisiva è molto più semplice delle guerre ideologiche.

Chi riceve i soldi dei contribuenti europei?

E soprattutto:

quali controlli vengono effettuati sui beneficiari finali?

I programmi europei finanziano migliaia di associazioni impegnate nella formazione, nell’antidiscriminazione, nell’integrazione, nella cultura e nelle politiche giovanili.

Questi obiettivi sono perfettamente legittimi.

Ma proprio perché lo sono, l’Unione dovrebbe essere in grado di dimostrare che il denaro destinato alla coesione sociale non finisca direttamente o indirettamente a strutture che perseguono programmi politico-religiosi incompatibili con i principi democratici proclamati dalla stessa Unione.

La questione dovrebbe valere indipendentemente dall’ideologia.

Per organizzazioni islamiste, estremiste di destra, estremiste di sinistra o appartenenti a qualsiasi altra corrente.

La parola decisiva è trasparenza

La polemica sull’emendamento Maréchal rischia altrimenti di trasformarsi nell’ennesima guerra di slogan.

Da una parte chi sostiene che denunciare l’islamismo equivalga ad attaccare i musulmani.

Dall’altra chi rischia di assimilare qualsiasi organizzazione musulmana europea alla Fratellanza.

Entrambe le scorciatoie impediscono di affrontare il problema concreto.

Esistono organizzazioni islamiste.

Esistono organizzazioni musulmane che non sono islamiste.

Esistono rapporti governativi che descrivono strategie di influenza riconducibili alla Fratellanza.

Esistono organizzazioni, come FEMYSO, che contestano fermamente l’attribuzione di legami organici con la Fratellanza e chiedono che le accuse vengano provate.

Lo Stato di diritto serve precisamente a questo: accertare responsabilità specifiche sulla base di fatti verificabili, anziché distribuire colpe collettive.

Tre questioni alle quali Bruxelles dovrebbe rispondere

La vicenda rende inevitabili almeno tre domande.

Primo: l’Unione dovrebbe pubblicare in modo facilmente consultabile l’intera catena dei finanziamenti destinati alle organizzazioni coinvolte in programmi contro il razzismo, per l’integrazione e per la partecipazione giovanile, compresi partner e beneficiari finali?

Secondo: quali conseguenze dovrebbero scattare quando un servizio di sicurezza di uno Stato membro documenta collegamenti significativi tra un beneficiario di fondi europei e organizzazioni estremiste o antidemocratiche?

Terzo: dopo la risoluzione dell’Assemblée nationale francese e le iniziative parlamentari olandesi ed europee, il Consiglio e la Commissione intendono effettuare una valutazione coordinata della Fratellanza Musulmana e delle strutture ad essa effettivamente riconducibili?

Sono domande politiche sulle quali maggioranza e opposizioni possono dare risposte diverse.

Ma una cosa dovrebbe precedere qualsiasi risposta: rendere pubblici i fatti.

Il paradosso di Bruxelles

Ed eccoci nuovamente ai pochi secondi dell’emiciclo europeo.

Il punto politicamente interessante non è sostenere che quaranta parlamentari abbiano formalmente votato “a favore della Fratellanza Musulmana”: non è ciò che proceduralmente è avvenuto.

Il punto è un altro.

Davanti alla richiesta di Marion Maréchal di impedire finanziamenti e partecipazione agli eventi europei alle reti da lei indicate come collegate alla Fratellanza e, in particolare, a FEMYSO, un numero sufficiente di deputati ha impedito che quell’emendamento orale fosse preso in considerazione.

Le motivazioni possono essere diverse: opposizione al contenuto, contestazione della procedura, tutela delle organizzazioni della società civile, rifiuto dell’equiparazione fra FEMYSO e Fratellanza o semplice scontro politico.

Attribuire automaticamente a tutti quei deputati l’intenzione di “proteggere gli islamisti” andrebbe oltre ciò che il voto procedurale permette di dimostrare.

Ma pretendere una risposta sul rapporto tra fondi europei, islamismo politico e organizzazioni accusate di essere vicine alla Fratellanza Musulmana è invece del tutto legittimo.

Perché quei fondi non appartengono alla Commissione.

Non appartengono ai partiti.

Non appartengono alle ONG.

Sono risorse pubbliche.

E quando entrano in gioco organizzazioni sulle quali esistono contestazioni così gravi, la trasparenza non può essere facoltativa.

Prima ancora dello scontro fra destra e sinistra, è questo il principio che Bruxelles dovrebbe difendere.


FONTI E DOCUMENTI

Ministero dell’Interno francese — Rapporto “Frères musulmans et islamisme politique en France”, 21 maggio 2025
Rapporto e documentazione ufficiale del Ministero dell’Interno francese

Bundesamt für Verfassungsschutz — Verfassungsschutzbericht 2024
Rapporto ufficiale dell’intelligence interna tedesca

Assemblée nationale — voto del 22 gennaio 2026 sulla richiesta di inserire la Fratellanza nella lista UE delle organizzazioni terroristiche
Risultati ufficiali dello scrutinio n. 5106

Assemblée nationale — dossier sulla proposta europea relativa alla Fratellanza Musulmana
Documentazione dell’Assemblée nationale

Parlamento europeo — interrogazione del 3 febbraio 2026
National Assembly / Muslim Brotherhood – inclusion on the EU list of terrorist organisations

Parlamento europeo — interrogazione orale del 26 febbraio 2026
Inserimento dei Fratelli musulmani nell’elenco UE delle organizzazioni terroristiche

Parlamento europeo — proposta di risoluzione del 7 aprile 2026
For the inclusion of the Muslim Brotherhood on the EU list of terrorist organisations

Tweede Kamer — mozione del marzo 2026 per vietare Fratellanza Musulmana e organizzazioni collegate nei Paesi Bassi
Testo e risultato ufficiale della votazione olandese

ECR Group — “Unmasking the Muslim Brotherhood”
Dossier completo ECR

FEMYSO — posizione dell’organizzazione sulle accuse e sulla controversia del luglio 2026
Comunicati e lettera aperta FEMYSO

Ricostruzione dell’episodio dell’emendamento orale di settembre 2026
Analisi e ricostruzione della sequenza dell’emendamento Maréchal

ECCO I SOLITI RIPORTER DELLA PROPAGANDA MARXISTA: STRUMENTALIZZARE LE INFORMAZIONI PER SOSTENERE LE LORO IDEOLOGIE

0

Accordi di Isacco e America Latina: quando fatti reali vengono selezionati, incorniciati e interpretati per costruire una tesi politica già decisa in partenza

C’è un modo molto semplice per trasformare una notizia geopolitica in propaganda: raccontare una serie di fatti reali e poi scegliere accuratamente quali mostrare, quali ridimensionare e soprattutto quali parole utilizzare per collegarli.

È qui che nasce la differenza tra informazione e narrazione ideologica.

Nel caso dell’“Anno dell’America Latina” e degli Accordi di Isacco, molti degli elementi citati sono reali. Il problema non è necessariamente il singolo fatto: è la cornice nella quale viene inserito.

Israele cerca influenza? Certamente. Come la cercano Stati Uniti, Cina, Russia, Iran, Turchia e Unione Europea.

Ma quando un Paese latinoamericano stringe accordi con determinati attori si parla di “multipolarismo”, “cooperazione” e “autonomia strategica”; quando invece rafforza volontariamente i rapporti con Israele e Stati Uniti, ecco comparire parole come “subordinazione”, “controllo” e “limitazione del dissenso”.

Ed è proprio questo doppio standard che merita di essere smontato.

È esattamente il problema della narrazione secondo cui il cosiddetto “Anno dell’America Latina” e gli Accordi di Isacco rappresenterebbero la costruzione di una nuova area latinoamericana subordinata a Israele e agli Stati Uniti.

Partiamo dai fatti, perché una parte importante del racconto è vera.

Il governo israeliano ha effettivamente indicato il 2026 come un anno di particolare attenzione diplomatica verso l’America Latina. E il 19 aprile 2026 Javier Milei e Benjamin Netanyahu hanno annunciato ufficialmente gli Isaac Accords, concepiti come quadro di cooperazione tra Argentina, Israele e altri Paesi dell’emisfero occidentale. I settori indicati nel documento ufficiale comprendono sicurezza, contrasto al terrorismo, antisemitismo e narcotraffico, ma anche innovazione, tecnologia, commercio e apertura economica. L’Iran viene esplicitamente indicato come una delle principali preoccupazioni sul piano della sicurezza.

Quindi dov’è la manipolazione?

Il primo trucco: trasformare una scelta di politica estera in «subordinazione»

Quando Argentina, Brasile o altri Paesi latinoamericani approfondiscono i rapporti con Cina, Russia o altri attori internazionali, normalmente si parla di multipolarismo, cooperazione Sud-Sud, diversificazione delle partnership o autonomia strategica.

Quando un governo latinoamericano decide invece di rafforzare volontariamente i rapporti con Israele e Stati Uniti, improvvisamente la categoria interpretativa diventa “subordinazione”.

Ma questo non deriva automaticamente dai fatti.

L’Argentina di Milei ha scelto esplicitamente questa collocazione internazionale. Si può approvare o criticare tale scelta, ma definirla subordinazione richiede prove ulteriori: occorrerebbe dimostrare che Buenos Aires sia stata costretta ad adottare politiche contrarie ai propri interessi o abbia ceduto poteri decisionali a Israele o agli Stati Uniti.

Il testo ufficiale degli Accordi di Isacco, invece, descrive un quadro volontario di cooperazione e invita altri governi interessati ad aderire.

La differenza è sostanziale.

Alleanza non significa automaticamente subordinazione.

Il secondo trucco: tecnologia, commercio e sicurezza scompaiono dal racconto

La narrazione critica cita tecnologia e commercio, ma li riduce quasi a elementi ornamentali.

Eppure fanno parte esplicitamente del progetto.

La dichiarazione israelo-argentina parla di cooperazione nell’innovazione, nella tecnologia, nel commercio e nell’apertura economica, oltre alla sicurezza.

E non si tratta soltanto di propaganda diplomatica.

Nell’ambito delle iniziative collegate agli Isaac Accords sono state sviluppate anche collaborazioni sanitarie: in Costa Rica, per esempio, sono stati formati circa 200 professionisti sanitari nei protocolli per traumi ed eventi con molte vittime. Sono state inoltre promosse iniziative legate all’innovazione e alla cooperazione multilaterale.

Si può naturalmente discutere se questi progetti siano convenienti, insufficienti o politicamente interessati.

Ma eliminarli dal quadro per lasciare soltanto la parola “influenza” significa selezionare preventivamente la conclusione.

Il terzo trucco: «formati per contrastare le narrazioni ostili»

Anche questo elemento ha una base reale.

Secondo fonti vicine al progetto, giornalisti, influencer e leader studenteschi provenienti da sei Paesi latinoamericani hanno partecipato a programmi di formazione sulla comunicazione e sul contrasto delle narrative ostili verso Israele.

È perfettamente legittimo interrogarsi sull’opportunità di simili programmi e su chi li finanzi.

Ma da qui a parlare implicitamente di una macchina destinata a controllare l’informazione manca un passaggio fondamentale: la prova del controllo.

Programmi internazionali rivolti a giornalisti, studenti, politici, accademici e opinion leader sono strumenti di soft power utilizzati da moltissimi Stati, fondazioni e organizzazioni internazionali.

Israele sta facendo soft power?

Certamente.

Questo dimostra automaticamente che stia instaurando un sistema di censura?

No.

Le due affermazioni non sono equivalenti.

Il quarto trucco: la definizione IHRA viene presentata come una possibile censura delle critiche a Israele

Questo è forse il passaggio che richiede maggiore precisione.

La definizione IHRA dell’antisemitismo è realmente controversa nella discussione accademica, politica e sulla libertà d’espressione, soprattutto per alcuni degli esempi riguardanti Israele.

Ma c’è un dettaglio fondamentale che spesso scompare.

La stessa definizione IHRA afferma esplicitamente che la critica a Israele analoga a quella rivolta a qualsiasi altro Paese non può essere considerata antisemitismo.

Inoltre, l’IHRA definisce il proprio testo una “working definition” non giuridicamente vincolante.

Perciò è perfettamente legittimo discutere dei rischi derivanti da una sua applicazione troppo estensiva.

È molto meno corretto lasciare intendere che la definizione stabilisca semplicemente:

criticare Israele = antisemitismo.

Non è quello che dice il documento.

Il quinto trucco: i parlamentari diventano automaticamente i loro governi

Il vertice latinoamericano di fine giugno è reale.

I suoi organizzatori hanno dichiarato che parlamentari provenienti da più di dieci Paesi hanno sostenuto i principi degli Isaac Accords, l’adozione della definizione IHRA e iniziative per trasferire ambasciate a Gerusalemme.

Ma bisogna distinguere accuratamente parlamentari, gruppi parlamentari e governi nazionali.

Un parlamentare brasiliano, colombiano o cileno che firma una risoluzione non impegna automaticamente il proprio Stato.

È una distinzione elementare, ma politicamente enorme.

Presentare un’iniziativa parlamentare transnazionale come se l’intera America Latina avesse ricevuto una lista di ordini da Tel Aviv significa ingrandirne artificialmente la portata istituzionale.

«Israele vuole conquistare il voto evangelico»

Anche qui occorre distinguere analisi e fatto.

Le comunità evangeliche sono diventate un’importante forza politica in numerosi Paesi latinoamericani e una parte consistente dell’evangelicalismo conservatore sostiene Israele.

È quindi ragionevole analizzare il fattore evangelico all’interno della strategia politica regionale.

Ma dire che l’intera operazione nasce “per conquistare il voto evangelico” richiederebbe prove specifiche sulle intenzioni dei governi coinvolti.

Altrimenti stiamo passando dalla descrizione alla lettura delle intenzioni.

Un dato che invece la critica coglie correttamente

Esiste però un elemento che non dovrebbe essere nascosto da chi sostiene gli Accordi.

Una parte consistente dell’opinione pubblica latinoamericana ha oggi un’immagine negativa di Israele.

Il sondaggio Pew condotto tra febbraio e maggio 2026 rilevava opinioni sfavorevoli verso Israele nel 60% degli intervistati in Cile, 59% in Messico, 56% in Colombia, 55% in Argentina, 52% in Brasile e 50% in Perù.

Questo crea una reale distanza, in alcuni Paesi, tra determinate scelte delle élite politiche e una parte dell’opinione pubblica.

Ma anche questo dato non dimostra una “subordinazione”.

Dimostra semplicemente che politica estera e opinione pubblica non coincidono necessariamente.

Succede in America Latina come in Europa, negli Stati Uniti, in Israele e praticamente ovunque.

La vera domanda è un’altra

La domanda finale proposta dalla narrazione è suggestiva:

«Israele cerca nuovi alleati o una nuova area di influenza?»

Ma presenta come alternative due cose che in geopolitica possono tranquillamente convivere.

Naturalmente Israele cerca influenza.

Esattamente come la cercano Stati Uniti, Cina, Russia, Unione Europea, Turchia, Iran e qualunque potenza dotata di una politica estera.

Gli Stati stringono alleanze precisamente perché vogliono aumentare sicurezza, commercio, accesso politico e capacità d’influenza.

La questione seria non è dunque stabilire se Israele stia cercando influenza in America Latina.

Lo sta facendo apertamente.

La questione è verificare, Paese per Paese, se quella cooperazione produca vantaggi reciproci, quali obblighi comporti, quanto incida sull’autonomia politica dei governi coinvolti e quali interessi economici e strategici vengano effettivamente soddisfatti.

Ed è proprio qui che la narrazione ideologica diventa insufficiente.

Perché trasforma una normale competizione geopolitica in una storia morale nella quale alcuni attori esercitano legittimamente “influenza”, mentre altri eserciterebbero necessariamente “subordinazione”.

Il paradosso

Israele non sta nascondendo la propria strategia.

Netanyahu ha dichiarato apertamente di voler utilizzare per l’America Latina un modello ispirato agli Accordi di Abramo e di considerare l’Argentina il punto di partenza di un processo più ampio.

Non serve quindi immaginare una cospirazione.

C’è una politica estera dichiarata.

Argentina e Israele cercano di costruire un blocco di Paesi accomunati da interessi economici, sicurezza, contrasto all’Iran e una determinata visione politica e culturale.

La si può contestare.

La si può sostenere.

La si può analizzare nei suoi interessi economici e nelle sue conseguenze geopolitiche.

Ma chiamarla automaticamente “subordinazione agli interessi sionisti e statunitensi” non dimostra la subordinazione.

La presuppone.

Ed è precisamente la differenza tra analizzare un progetto geopolitico e costruire una cornice ideologica dentro cui ogni fatto viene fatto entrare a forza.

FONTI

Ministero degli Esteri israeliano — Dichiarazione ufficiale sugli Isaac Accords, 19 aprile 2026.

Governi di Israele e Argentina — Joint Declaration on the Isaac Accords, Gerusalemme, 19 aprile 2026.

Ministero degli Esteri israeliano — Dichiarazioni di Benjamin Netanyahu sul lancio degli Isaac Accords.

International Holocaust Remembrance Alliance — Working Definition of Antisemitism.

Pew Research Center — Negative views of Israel, low confidence in Netanyahu across 36 countries, giugno 2026.

Genesis Prize Foundation / Israel Allies Foundation — Latin America Chairmen’s Conference, Buenos Aires, 28-30 giugno 2026.

Jerusalem Post — documentazione sul vertice latinoamericano e sulle iniziative collegate agli Isaac Accords.

LA GEOPOLITICA DELLA PAURA

0

Perché la sicurezza dell’IA è diventata anche un’arma industriale

Quando la battaglia sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale incontra interessi economici, barriere all’ingresso e competizione strategica tra Stati Uniti e Cina

La domanda non è più soltanto se l’intelligenza artificiale possa diventare pericolosa.

La domanda, ormai, è chi avrà il potere di decidere quanto velocemente potrà svilupparsi, quali aziende potranno continuare a costruirla e quali Paesi controlleranno l’infrastruttura tecnologica del prossimo mezzo secolo.

Negli Stati Uniti il dibattito è esploso in pochi giorni.

Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha chiesto di rallentare il ritmo dello sviluppo dell’IA di frontiera. Sam Altman, Elon Musk e Demis Hassabis hanno espresso sostegno, con sfumature differenti, alla necessità di maggiore cautela e coordinamento. Dall’altra parte Donald Trump ha respinto la nuova ondata di allarmi, mentre JD Vance ha sollevato un interrogativo politicamente esplosivo: perché proprio le aziende che dominano il settore stanno chiedendo al governo di regolamentarle?

È qui che la questione della sicurezza smette di essere esclusivamente tecnologica e diventa economia politica.

L’allarme che scuote Silicon Valley

A riaccendere il dibattito è stato soprattutto Jacob Coxon, ricercatore che ha lavorato sia per OpenAI sia per Anthropic.

Dimettendosi da Anthropic, Coxon ha sostenuto pubblicamente che numerose persone impegnate nello sviluppo dei sistemi più avanzati ritengono realmente possibile che l’IA possa provocare una catastrofe esistenziale entro la fine del decennio.

Non si tratta di una posizione condivisa dall’intera comunità scientifica, né esiste un consenso empirico sulla probabilità di uno scenario di estinzione. Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare l’episodio come una semplice trovata pubblicitaria.

Coxon ha lasciato Anthropic prima che maturasse la propria partecipazione azionaria e altri ricercatori del settore hanno pubblicamente sostenuto che i rischi posti da sistemi sempre più autonomi debbano essere presi seriamente.

Il problema esiste.

Ma dall’esistenza di un rischio non discende automaticamente che qualsiasi regolamentazione proposta per affrontarlo sia neutrale dal punto di vista economico.

Ed è proprio qui che comincia la parte più interessante della vicenda.

Amodei propone di “dosare” la corsa

La proposta di Dario Amodei ruota attorno a un rallentamento coordinato dello sviluppo dei sistemi di frontiera.

Tra le misure discusse figurano un maggiore accesso dei valutatori indipendenti ai modelli, standard condivisi tra le aziende, coordinamento governativo e, progressivamente, accordi internazionali.

È una posizione che può essere interpretata come prudenza di fronte a una tecnologia dalle capacità difficilmente prevedibili.

Ma esiste anche una seconda lettura, sostenuta dai critici della proposta.

Una regolamentazione particolarmente onerosa tende infatti a favorire chi possiede già capitale, infrastrutture computazionali, eserciti di avvocati, personale dedicato alla compliance e rapporti consolidati con Washington.

Il punto non è dimostrare che questo sia necessariamente l’obiettivo di Anthropic.

Il punto è osservare che potrebbe esserne una conseguenza.

Il paradosso Anthropic

Anthropic non è più una startup marginale.

Nel maggio 2026 ha annunciato un finanziamento Series H da 65 miliardi di dollari, con una valutazione post-money di 965 miliardi. La società dichiarava allora un fatturato annualizzato superiore ai 47 miliardi di dollari.

Successivamente il run-rate sarebbe salito ulteriormente, mentre la società ha iniziato concretamente a preparare una possibile quotazione in Borsa.

Secondo il Financial Times, Anthropic avrebbe inoltre comunicato agli investitori di aspettarsi un risultato operativo rettificato positivo per il secondo trimestre consecutivo.

Siamo dunque davanti a una società che si trova contemporaneamente in tre posizioni.

È uno dei protagonisti della corsa tecnologica.

È uno dei principali promotori della necessità di rallentarla.

Ed è un’impresa che potrebbe presto chiedere ai mercati finanziari di attribuirle una delle valutazioni più elevate della storia.

Questa sovrapposizione non dimostra un conflitto illecito. Ma rende legittimo interrogarsi sugli effetti competitivi delle regole proposte dai grandi laboratori.

La sicurezza può diventare una barriera all’ingresso

Immaginiamo una normativa che imponga test estremamente costosi, audit permanenti, valutatori esterni, requisiti computazionali, procedure autorizzative e strutture dedicate alla conformità.

Chi può permettersele?

Anthropic.

OpenAI.

Google.

Microsoft.

Meta.

Forse pochi altri.

Per un nuovo concorrente la situazione sarebbe molto diversa.

Ed è questa la dinamica classica della cosiddetta regulatory capture: una regolamentazione nata formalmente per controllare un settore può finire, volontariamente o involontariamente, per consolidare le aziende già dominanti.

La regolamentazione non elimina necessariamente il mercato.

Può semplicemente alzare il muro necessario per entrarvi.

L’antitrust entra nella partita

La questione diventa ancora più delicata quando i grandi laboratori chiedono di potersi coordinare.

Normalmente un accordo tra concorrenti diretto a limitare produzione, capacità o sviluppo tecnologico solleverebbe immediatamente questioni antitrust.

OpenAI ha infatti cercato chiarimenti sulla possibilità che un rallentamento coordinato dell’industria possa entrare in conflitto con lo Sherman Antitrust Act.

Alvaro Bedoya, già componente della Federal Trade Commission, ha sintetizzato efficacemente la distinzione.

La legislazione antitrust, ha osservato, non impedisce alle aziende di collaborare affinché l’intelligenza artificiale non danneggi le persone.

Impedisce però che le stesse aziende si organizzino per ostacolare l’ingresso di concorrenti più economici.

È una distinzione fondamentale.

Perché tra cooperazione sulla sicurezza e coordinamento del mercato può esistere un confine estremamente sottile.

JD Vance e il “Cavallo di Troia”

Il vicepresidente JD Vance ha portato esattamente questo problema sul piano politico.

Parlando delle grandi aziende dell’IA che chiedono a Washington di regolamentarle, Vance ha detto che la situazione gli sembra un possibile “Trojan horse”, un cavallo di Troia.

Il ragionamento è semplice.

Quando una piccola azienda chiede meno regolamentazione, il motivo economico appare evidente.

Quando una società dominante chiede più regolamentazione su se stessa, invece, bisogna domandarsi quale struttura di mercato nascerà dopo l’introduzione di quelle regole.

David Sacks ha espresso un’obiezione simile, contestando l’idea che le richieste di rallentamento possano essere considerate esclusivamente altruistiche.

Non significa che i rischi denunciati siano inventati.

Significa che rischio tecnologico e interesse industriale possono coesistere.

Ed è precisamente questa sovrapposizione che la politica dovrebbe esaminare.

Sanders e Bannon: l’alleanza impossibile

La vicenda ha prodotto uno dei più curiosi riallineamenti della politica americana.

Bernie Sanders e Steve Bannon, figure collocate su fronti politici profondamente differenti, sono arrivati a condividere il palco della “Pro-Human Assembly” di Washington per chiedere maggiori limitazioni allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Sanders e il deputato Greg Casar hanno annunciato il Ban Artificial Superintelligence Act, che punta a vietare permanentemente lo sviluppo e l’impiego di una superintelligenza artificiale e a sospendere temporaneamente alcune forme di IA avanzata fino alla definizione di regole federali.

Sanders aveva inoltre presentato con Alexandria Ocasio-Cortez una proposta di moratoria sui nuovi data center destinati all’intelligenza artificiale.

Bannon parte da premesse politiche molto differenti, soprattutto nei confronti della Cina, ma arriva anch’egli alla richiesta di maggiori restrizioni.

È difficile immaginare una dimostrazione più evidente di quanto il tema dell’IA stia rompendo le tradizionali divisioni ideologiche americane.

Trump sceglie la corsa

Donald Trump ha scelto invece una linea quasi opposta.

Il presidente ha definito le richieste di nuovi controlli parte di una “SICK conspiracy” contro l’intelligenza artificiale e i data center, sostenendo che il principale beneficiario di un rallentamento americano sarebbe la Cina.

Ha riassunto la propria visione con una formula ancora più esplicita:

“Whoever wins AI, wins.”

Chi vince nell’IA, vince.

È una concezione eminentemente geopolitica della tecnologia.

Non più semplicemente software.

Non più semplicemente chatbot.

Ma infrastruttura strategica paragonabile, per importanza geopolitica, ai semiconduttori, all’energia, alle telecomunicazioni e agli armamenti avanzati.

Da questa prospettiva, imporre unilateralmente agli Stati Uniti un rallentamento che Pechino non fosse disposta a rispettare significherebbe concedere al concorrente tempo prezioso.

Il fattore Cina

Ed è qui che la questione diventa ancora più complessa.

La Cina non è semplicemente lo spettatore che approfitta dell’incertezza americana.

Pechino regolamenta già diversi aspetti dell’intelligenza artificiale e le autorità cinesi hanno espresso a loro volta preoccupazioni sulla necessità di mantenere i sistemi sotto controllo umano.

Allo stesso tempo, però, i media e gli ambienti politici cinesi hanno accusato alcune proposte occidentali di sicurezza di trasformarsi in strumenti per preservare il vantaggio tecnologico americano.

È quindi troppo semplicistico descrivere la contrapposizione come “America senza regole contro Cina senza regole”.

Entrambe le potenze vogliono controllare i rischi.

Entrambe vogliono anche evitare che il controllo dei rischi consegni il vantaggio strategico all’avversario.

Ed è questo il vero dilemma.

Una corsa che Washington non può congelare da sola

I modelli cinesi stanno inoltre riducendo parte del divario tecnologico.

Aziende come DeepSeek, Z.ai e MiniMax hanno dimostrato che la scarsità relativa di chip avanzati può spingere verso modelli più efficienti e meno costosi.

La competizione, quindi, non riguarda semplicemente chi possiede più GPU.

Riguarda efficienza, algoritmi, energia, dati, infrastrutture, capitale umano e capacità industriale.

Un rallentamento unilaterale americano avrebbe senso strategico soltanto se potesse essere trasformato in un sistema internazionale verificabile.

Altrimenti nascerebbe un problema evidente:

chi controlla che anche gli altri rallentino?

Il circuito della paura

È qui che la narrazione del rischio assume anche una dimensione industriale.

La paura produce consenso politico.

Il consenso politico produce regolamentazione.

La regolamentazione produce costi di accesso.

I costi di accesso selezionano chi può rimanere sul mercato.

E chi possiede già capitale, infrastrutture, relazioni istituzionali e potenza computazionale parte inevitabilmente avvantaggiato.

Questo non dimostra che gli allarmi sull’IA siano falsi.

Dimostra qualcosa di più interessante: anche un rischio autentico può diventare uno strumento di politica industriale.

La rete della sicurezza

Esiste inoltre un ecosistema economico e culturale cresciuto attorno alla sicurezza dell’intelligenza artificiale.

Uno dei personaggi più importanti è Jaan Tallinn, cofondatore di Skype, investitore storico nel settore e sostenitore delle organizzazioni dedicate allo studio dei rischi esistenziali.

Tallinn è stato anche uno dei primi finanziatori di Anthropic.

È inoltre associato al sostegno di iniziative impegnate nella promozione della sicurezza dell’IA, tra cui ControlAI.

Ancora una volta, questo non dimostra alcuna cospirazione.

Mostra però come capitale finanziario, ricerca sulla sicurezza, lobbying politico e investimenti nei grandi laboratori possano appartenere allo stesso ecosistema.

Un elemento che dovrebbe suggerire trasparenza, non conclusioni automatiche.

Il vero problema: chi scriverà le regole?

Ridurre tutto a una scelta tra “IA sicura” e “IA senza regole” sarebbe fuorviante.

Il problema è molto più difficile.

I sistemi avanzati possono produrre rischi reali: cyberattacchi automatizzati, manipolazione dell’informazione, utilizzo militare, proliferazione biologica, frodi, perdita di controllo di agenti autonomi e concentrazione di enormi quantità di potere economico.

Ignorare questi problemi sarebbe irresponsabile.

Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che chi propone le regole non abbia interessi economici propri.

La domanda decisiva diventa quindi:

chi scriverà quelle regole?

I governi?

Le aziende?

Organismi internazionali?

Valutatori indipendenti?

O un sistema nel quale i grandi laboratori partecipano direttamente alla definizione degli standard che determineranno quali concorrenti potranno sopravvivere?

Sicurezza o consolidamento?

La vera battaglia sull’intelligenza artificiale potrebbe quindi non essere quella che appare in superficie.

Il dibattito pubblico parla di sicurezza.

Sotto di esso scorrono contemporaneamente almeno tre conflitti.

Il primo riguarda il controllo tecnologico: fino a che punto sistemi autonomi potranno diventare potenti prima che l’uomo perda la capacità di governarli?

Il secondo riguarda il controllo industriale: quali aziende potranno sostenere i costi necessari per rispettare le future normative?

Il terzo riguarda il controllo geopolitico: Stati Uniti o Cina, quale sistema tecnologico definirà gli standard mondiali?

Sono tre problemi differenti.

Ma oggi vengono discussi nello stesso tavolo.

Conclusione: la paura non è neutrale

Il rischio più grande sarebbe cadere in uno dei due estremi.

Da una parte considerare ogni allarme sull’intelligenza artificiale una messinscena orchestrata dalle multinazionali.

Dall’altra accettare che le stesse aziende che competono per conquistare un mercato da migliaia di miliardi possano stabilire senza contraddittorio quali regole debbano governarlo.

La sicurezza dell’IA è un problema reale.

Ma la politica della sicurezza non è economicamente neutrale.

Ogni limite produce vincitori e perdenti.

Ogni requisito di capitale restringe il numero dei concorrenti.

Ogni eccezione antitrust modifica gli equilibri del mercato.

Ogni rallentamento imposto a Washington modifica la distanza da Pechino.

Per questo la domanda fondamentale non è soltanto se l’intelligenza artificiale possa diventare troppo potente.

È anche un’altra:

chi acquisirà potere mentre cerchiamo di limitarla?

Perché dietro il dibattito sull’apocalisse tecnologica si sta combattendo una battaglia molto più concreta: quella per stabilire chi potrà costruire l’intelligenza artificiale, chi potrà finanziarla, chi potrà regolamentarla e quale potenza mondiale scriverà le regole dell’era che viene.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Anthropic – Series H, maggio 2026
https://www.anthropic.com/news/series-h

Reuters – Anthropic e prospettive di IPO
https://www.reuters.com/business/anthropic-ipo-valuation-hinges-190-200-billion-2028-revenue-forecast-sources-say-2026-08-15/

Financial Times – redditività e prospettive finanziarie di Anthropic
https://www.ft.com/content/4564e6a5-69e9-40a6-bf0f-a888f2f4f002

Axios – Jacob Coxon lascia Anthropic e rinuncia all’equity
https://www.axios.com/2026/09/09/anthropic-researcher-ai-warning-interview

TechCrunch – le dimissioni di Jacob Coxon e l’allarme sull’IA
https://techcrunch.com/2026/09/09/gambling-with-our-lives-anthropic-researcher-quits-warns-against-self-improving-ai/

Associated Press – divisioni nell’industria sulla proposta di rallentamento
https://apnews.com/article/1d9615931af28a83cb97489178e90f2d

Reuters – Trump e il dibattito sui nuovi “guardrail” dell’IA
https://www.reuters.com/

U.S. Senator Bernie Sanders – Ban Artificial Superintelligence Act
https://www.sanders.senate.gov/press-releases/news-sanders-casar-introduce-legislation-to-ban-artificial-superintelligence-and-temporarily-pause-advanced-ai-development/

U.S. Senator Bernie Sanders – AI Data Center Moratorium Act
https://www.sanders.senate.gov/press-releases/news-sanders-ocasio-cortez-announce-ai-data-center-moratorium-act/

CBS News – Sanders e Bannon alla Pro-Human Assembly
https://www.cbsnews.com/news/bernie-sanders-steve-bannon-bipartisan-ai-pro-human-conference/

The Guardian – dibattito sull’IA, antitrust e regulatory capture
https://www.theguardian.com/technology/2026/sep/14/ai-ceo-safety-slowdown

ControlAI
https://controlai.org/

WIRED – coordinamento tra aziende e problemi antitrust
https://www.wired.com/story/openai-wants-to-know-if-an-ai-industry-slowdown-would-even-be-legal

ORO SENZA REGISTRO: IL FIUME D’ORO CHE SFUGGE AI CONTROLLI E ALIMENTA L’ECONOMIA DELL’OMBRA

0

Dalle miniere africane a Dubai, dalle raffinerie svizzere ai circuiti finanziari di Iran e Hezbollah: centinaia di tonnellate di metallo prezioso attraversano ogni anno un sistema nel quale origine, proprietà e destinazione possono diventare estremamente difficili da ricostruire.

C’è un’economia mondiale che compare nei bilanci, nelle statistiche doganali e nei registri delle banche centrali.

E poi ce n’è un’altra.

Corre sulle piste del Sahel, attraversa frontiere scarsamente controllate, arriva negli Emirati, passa attraverso commercianti, società intermediarie e raffinerie, cambia documenti, forma e talvolta perfino nazionalità commerciale.

Al centro di questo sistema c’è uno degli strumenti finanziari più antichi della storia:

l’oro.

Non soltanto riserva di valore. Non soltanto bene rifugio.

In determinate circostanze l’oro diventa qualcosa di molto più importante: una forma di liquidità fisica internazionale capace di muoversi al di fuori dei normali circuiti bancari.

Ed è precisamente questa caratteristica a renderlo prezioso per criminalità organizzata, gruppi armati, reti di riciclaggio e soggetti sottoposti a sanzioni.

IL GRANDE BUCO NERO DELL’ORO AFRICANO

Il primo dato necessario per comprendere le dimensioni del fenomeno arriva da SWISSAID.

Secondo il rapporto On the trail of African gold, ogni anno in Africa vengono prodotte senza essere dichiarate tra 321 e 474 tonnellate di oro artigianale.

Nel solo 2022 almeno 435 tonnellate di oro sarebbero uscite clandestinamente dall’Africa.

Più di una tonnellata al giorno.

E il fenomeno non sta diminuendo: secondo SWISSAID, il contrabbando africano di oro è più che raddoppiato tra il 2012 e il 2022.

Non stiamo quindi parlando di qualche lingotto nascosto dentro una valigia.

Parliamo di una filiera economica parallela da decine di miliardi di dollari.

Il problema fondamentale è la distanza tra ciò che viene estratto, ciò che viene ufficialmente esportato e ciò che i Paesi destinatari dichiarano invece di avere importato.

È proprio confrontando questi dati che emerge l’enorme zona grigia.

LA PORTA DI DUBAI

Uno degli snodi fondamentali è rappresentato dagli Emirati Arabi Uniti.

Secondo SWISSAID, tra il 2012 e il 2022 gli EAU hanno registrato l’importazione dall’Africa di circa 2.596 tonnellate di oro che nei Paesi africani d’origine non risultavano dichiarate all’esportazione.

È un dato impressionante.

Dubai è diventata negli ultimi decenni uno dei grandi crocevia mondiali dell’oro: compravendita, fusione, raffinazione, gioielleria, riesportazione.

Ed è qui che emerge uno dei problemi fondamentali della tracciabilità.

L’oro non conserva un passaporto.

Un lingotto può essere fuso.

L’oro proveniente da miniere differenti può essere mescolato.

Può essere nuovamente raffinato.

E una volta completato il processo, ricostruire fisicamente il giacimento dal quale proveniva diventa praticamente impossibile.

Rimane la documentazione.

Ed è proprio la qualità della documentazione a determinare quanto sia realmente trasparente la filiera.

DUBAI-SVIZZERA: QUANDO L’ORIGINE DIVENTA OPACA

La seconda tappa conduce in Europa.

In Svizzera.

Il Paese rappresenta uno dei maggiori centri mondiali della raffinazione aurifera. Secondo SWISSAID, quattro delle nove maggiori raffinerie mondiali si trovano sul territorio svizzero e una quota enorme dell’oro commercializzato globalmente passa attraverso il Paese.

Ma esiste una particolarità normativa fondamentale.

Secondo la ricostruzione di SWISSAID, la normativa doganale svizzera considera come origine dell’oro il suo ultimo luogo di trasformazione.

Il risultato è paradossale.

Oro estratto in Africa, esportato clandestinamente, arrivato negli Emirati e lì raffinato può entrare successivamente in Svizzera risultando statisticamente di provenienza emiratina.

La provenienza commerciale può quindi non coincidere con la provenienza mineraria.

È una distinzione apparentemente tecnica che diventa invece geopolitica.

Perché se non sappiamo dove è stato estratto l’oro, diventa molto più difficile sapere chi abbiamo finanziato acquistandolo.

L’ORO DEI CONFLITTI

Nel giugno 2026 l’International Institute for Strategic Studies ha pubblicato Mapping Risk and Resilience in the Global Illicit Gold Economy.

Il rapporto analizza dieci Paesi produttori:

Brasile, Burkina Faso, Colombia, Ecuador, Indonesia, Mali, Myanmar, Perù, Filippine e Sudan.

Il quadro che emerge collega l’oro illecito a una costellazione molto più ampia di problemi:

riciclaggio, corruzione, perdita di entrate fiscali, distruzione ambientale, criminalità organizzata, finanziamento di gruppi armati ed erosione dell’autorità dello Stato.

Il meccanismo è relativamente semplice.

Dove lo Stato perde il controllo del territorio, controllare una miniera significa controllare una fonte autonoma di ricchezza.

Un gruppo armato non deve necessariamente possedere direttamente la miniera.

Può tassare i minatori.

Può controllare le strade.

Può imporre pedaggi.

Può pretendere una percentuale sulla produzione.

Può gestire gli intermediari.

L’oro diventa così una sorta di sistema fiscale clandestino.

E rispetto ad altre materie prime presenta un vantaggio enorme: concentra un valore elevatissimo in pochissimo peso.

UN SISTEMA BANCARIO CHE STA IN UNA TASCA

È qui che il problema supera i confini dell’Africa.

Un lingotto non ha bisogno di SWIFT.

Non richiede un bonifico internazionale.

Non necessita necessariamente di una banca corrispondente.

Può essere trasportato, depositato, scambiato, fuso e riconvertito.

Per un soggetto sottoposto a sanzioni finanziarie rappresenta quindi potenzialmente una riserva di liquidità alternativa.

Le vicende dell’Iran e di Hezbollah mostrano quanto questo fenomeno sia diventato importante nelle strategie americane di contrasto alle reti finanziarie parallele.

200 MILIONI DI DOLLARI NASCOSTI TRA POMODORI E MELANZANE

Il 10 settembre 2026 Kharon ha pubblicato un’inchiesta emblematica.

Secondo la società di intelligence, quasi 200 milioni di dollari in oro sarebbero entrati in Iran dalla Turchia attraverso una rete di aziende iraniane formalmente attive soprattutto nel settore ortofrutticolo e delle coltivazioni in serra.

Peperoni.

Pomodori.

Melanzane.

E oro.

Il punto fondamentale è che il settore agricolo iraniano gode di un trattamento sanzionatorio differente rispetto ai comparti direttamente colpiti dalle restrizioni occidentali.

Una struttura commerciale apparentemente ordinaria può quindi costituire, secondo le ricostruzioni investigative, una copertura estremamente efficace per operazioni finanziarie molto più complesse.

L’oro diventa così il ponte tra economia reale, commercio internazionale e circuito finanziario parallelo.

HEZBOLLAH E JOOD SARL

Il caso libanese rende ancora più evidente il funzionamento del sistema.

Il 10 febbraio 2026 il Dipartimento del Tesoro statunitense ha sanzionato Jood SARL, società libanese attiva nel commercio di oro e metalli preziosi.

Secondo OFAC, Jood operava sotto la supervisione di Al-Qard Al-Hassan, struttura finanziaria collegata a Hezbollah e già sottoposta a sanzioni statunitensi.

L’accusa del Tesoro americano è molto precisa: la società avrebbe consentito di convertire le riserve auree di Hezbollah in fondi utilizzabili.

È il punto centrale dell’intero meccanismo.

L’oro non è soltanto ricchezza accumulata.

Può diventare liquidità.

E la liquidità significa capacità operativa.

Nel settembre 2026 anche il Terrorist Financing Targeting Center ha annunciato una nuova azione coordinata contro Jood e Mohamed Nayef Maged, indicato come alto funzionario di Al-Qard Al-Hassan e comproprietario della società.

LA RETE IRANIANA E IL CASO DELLA BANCA TURCA

Il 4 settembre 2026 Washington ha aperto un altro fronte.

OFAC ha sanzionato la turca Golden Global Yatirim Bankasi, insieme ad alcune controllate.

Secondo il Tesoro americano, l’istituto avrebbe facilitato transazioni per decine di milioni di dollari riconducibili alla Forza Qods dei Guardiani della Rivoluzione iraniana e avrebbe fornito accesso bancario internazionale utile a movimentare fondi iraniani.

Il Tesoro sostiene inoltre che la banca fosse stata utilizzata all’interno del cosiddetto shadow banking system iraniano per trasferire in Turchia proventi petroliferi provenienti dalla Cina attraverso oro e contante.

Golden Global Bank ha respinto pubblicamente le accuse, sostenendo di rispettare le normative bancarie e annunciando iniziative legali contro le sanzioni.

Ed è importante sottolinearlo: le contestazioni OFAC rappresentano la posizione ufficiale del governo statunitense, non una sentenza giudiziaria internazionale definitiva sui fatti contestati.

Ma il modello operativo descritto dagli investigatori americani è estremamente interessante.

Petrolio.

Valuta.

Oro.

Società intermediarie.

Banche.

Cambio.

Il sistema finanziario parallelo non sostituisce completamente quello tradizionale.

Gli gira attorno.

VENEZUELA: QUANDO PETROLIO E ORO SI INCONTRANO

Un altro capitolo conduce direttamente in America Latina.

Per anni il Venezuela ha rappresentato uno dei territori più delicati nel rapporto tra oro, petrolio, sanzioni e presenza iraniana.

Il 3 gennaio 2026 l’operazione americana Absolute Resolve ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e di sua moglie e al loro trasferimento fuori dal Venezuela.

La caduta del precedente equilibrio politico ha modificato radicalmente lo scenario regionale.

Ma eliminare un vertice politico non significa eliminare automaticamente un’economia clandestina.

Nell’Arco Minero dell’Orinoco operano da anni gruppi criminali, reti informali e strutture locali che hanno costruito la propria economia sull’estrazione e sulla commercializzazione clandestina del metallo.

È questo uno degli insegnamenti fondamentali della guerra all’oro illegale:

si può cambiare un governo in una notte; molto più difficile è cancellare una filiera clandestina costruita in vent’anni.

LA SVOLTA COLOMBIANA

Anche la Colombia è entrata in una nuova fase.

Abelardo De La Espriella ha assunto la presidenza il 7 agosto 2026, dopo aver costruito la propria campagna anche attorno a una linea molto più rigida sulla sicurezza.

Il nuovo governo ha impartito alle forze armate e alla polizia l’ordine di recuperare il controllo territoriale e contrastare le strutture criminali.

Il problema dell’oro illegale colombiano si inserisce esattamente in questa battaglia.

Perché coca e oro presentano una differenza fondamentale.

La cocaina è illegale praticamente ovunque.

L’oro no.

Una volta introdotto correttamente nel circuito commerciale, l’oro proveniente da un sito clandestino può diventare indistinguibile dall’oro perfettamente legale.

Ed è questa probabilmente la vulnerabilità più importante dell’intero sistema.

IL VERO PUNTO DEBOLE: LA PRIMA FUSIONE

Seguire un lingotto dopo dieci passaggi commerciali può essere quasi impossibile.

La battaglia deve quindi essere combattuta molto prima.

Nel momento nel quale il metallo estratto entra per la prima volta nel mercato.

Servono registri dei produttori.

Licenze.

Identificazione dei beneficiari effettivi delle società.

Documentazione del sito minerario.

Controllo degli intermediari.

Confronto sistematico tra statistiche di produzione, esportazione e importazione.

E soprattutto una modifica concettuale fondamentale:

non basta sapere da quale Paese arriva il lingotto. Bisogna sapere da quale Paese arriva l’oro.

Sono due cose completamente diverse.

LA GEOPOLITICA DELL’ORO SENZA PASSAPORTO

La grande battaglia finanziaria del XXI secolo non si combatte soltanto attraverso dollari, euro, yuan, criptovalute o sistemi di pagamento alternativi.

Si combatte anche attraverso un elemento vecchio di migliaia di anni.

L’oro.

Perché più aumenta la pressione sul sistema finanziario internazionale, più cresce l’interesse verso strumenti che possano esistere indipendentemente da quel sistema.

L’oro possiede precisamente questa caratteristica.

Non può essere spento da un server.

Non necessita di una password.

Non dipende dalla solvibilità di una banca.

Non porta scritto sulla superficie il nome della miniera dalla quale proviene.

Ed è proprio questa combinazione di valore, anonimato, fungibilità e convertibilità a renderlo contemporaneamente un bene rifugio perfettamente legittimo e uno strumento particolarmente appetibile per l’economia sommersa.

Dietro un lingotto perfettamente lucidato possono esserci una miniera industriale regolamentata oppure una buca scavata illegalmente nel Sahel.

Dietro possono esserci tasse regolarmente pagate oppure il pedaggio imposto da un gruppo armato.

Dietro può esserci una banca centrale oppure una rete di contrabbando.

Quando il metallo viene fuso, queste storie scompaiono.

Rimane soltanto l’oro.

Ed è esattamente questo il problema.


FONTI E APPROFONDIMENTI

International Institute for Strategic Studies – Mapping Risk and Resilience in the Global Illicit Gold Economy, 17 giugno 2026
https://www.iiss.org/research-paper/2026/06/mapping-risk-and-resilience-in-the-global-illicit-gold-economy/

IISS – Beyond “blood gold”: understanding the spectrum of illicit gold conflict, 3 luglio 2026
https://www.iiss.org/online-analysis/online-analysis/2026/07/beyond-blood-gold-understanding-the-spectrum-of-illicit-gold-conflict/

SWISSAID – On the trail of African gold
https://www.swissaid.ch/en/articles/on-the-trail-of-african-gold/

Kharon – A Very Convenient Cover: Nearly $200M in Gold Entered Iran Through a Network Selling Vegetables, 10 settembre 2026
https://www.kharon.com/brief/iran-gold-sanctions-amin-exchange-atavita-group

U.S. Department of the Treasury – Treasury Sanctions Operatives Generating Revenue for Hizballah and Exploiting Lebanon’s Cash Economy, 10 febbraio 2026
https://home.treasury.gov/news/press-releases/sb0393

OFAC – Designazione Jood SARL, 10 febbraio 2026
https://ofac.treasury.gov/recent-actions/20260210

Terrorist Financing Targeting Center – Follow-On Designations Targeting Hizballah’s Gold Exchange Network, 10 settembre 2026
https://www.tftc-istehdaf.org/news/terrorist-financing-targeting-center-announces-follow-designations-targeting-hizballah-s-gold-exchange-network/

Presidencia de Colombia – direttive del presidente De La Espriella alle forze armate, 26 agosto 2026
https://www.presidencia.gov.co/prensa/Paginas/Ustedes-tienen-la-mision-de-recuperar-la-seguridad-y-devolverles-la-tranquilidad-a-todos-los-colombianos-260826.aspx

IL GIGANTE E LA MACCHINA

0

Majakovskij, l’utopia rivoluzionaria e la gabbia del socialismo reale

Il poeta aveva immaginato la Rivoluzione come una liberazione dell’uomo e della creatività. Si ritrovò invece davanti alla crescita di un apparato burocratico che pretendeva di amministrare non soltanto l’economia e la politica, ma progressivamente anche la cultura. La vicenda di Vladimir Majakovskij rimane così una delle rappresentazioni più potenti della collisione tra utopia rivoluzionaria e potere organizzato.

Ci sono uomini che attraversano un’epoca e uomini che finiscono per incarnarne le contraddizioni.

Vladimir Majakovskij appartiene alla seconda categoria.

Poeta, futurista, agitatore culturale, propagandista della Rivoluzione d’Ottobre, Majakovskij non fu semplicemente un intellettuale capitato nella Russia bolscevica. Credette nella possibilità che la rivoluzione politica coincidesse con una rivoluzione dell’uomo, della lingua, dell’arte, dei rapporti sociali e perfino della percezione della realtà.

Ed è precisamente per questo che la sua parabola conserva una forza straordinaria.

Perché l’uomo che aveva salutato la distruzione del vecchio mondo si trovò progressivamente davanti alla costruzione di una nuova macchina.

Una macchina fatta di uffici, funzionari, autorizzazioni, gerarchie, associazioni, ortodossie e conformismo.

Il gigante della poesia contro la macchina della burocrazia.

Ed è proprio in questo scontro che si manifesta una delle grandi contraddizioni del socialismo sovietico.


LA RIVOLUZIONE COME CREAZIONE

Per comprendere Majakovskij bisogna evitare un errore retrospettivo: immaginare che il mondo rivoluzionario degli anni immediatamente successivi al 1917 fosse già quello perfettamente irrigidito che caratterizzerà successivamente l’URSS staliniana.

Per una parte dell’avanguardia russa, la rivoluzione rappresentava qualcosa di molto più grande di un semplice cambio di governo.

Era la possibilità di rifare il mondo.

Futuristi, costruttivisti e sperimentatori immaginavano una società nella quale arte, tecnologia, industria e trasformazione sociale potessero fondersi.

Majakovskij partecipò direttamente a questa stagione.

La sua poesia rompeva la metrica tradizionale, deformava il linguaggio, trasformava la pagina e la declamazione. Collaborò alla propaganda rivoluzionaria e alle celebri finestre della ROSTA. Successivamente fu una delle figure centrali del LEF, il Fronte di Sinistra delle Arti.

Non osservava la rivoluzione dalla finestra.

Ne faceva parte.

Ed è questo particolare a rendere la sua storia politicamente interessante.

Majakovskij non era un aristocratico nostalgico dello zarismo né un oppositore liberale del bolscevismo.

Era un rivoluzionario.

Il problema nacque quando la rivoluzione cominciò a diventare istituzione.


DALL’UTOPIA ALL’AMMINISTRAZIONE

Ogni rivoluzione deve prima o poi confrontarsi con una domanda elementare: chi amministra ciò che la rivoluzione ha conquistato?

Nel caso sovietico la risposta assunse dimensioni enormi.

Uno Stato che pretendeva di dirigere quote sempre maggiori dell’economia, della produzione, della distribuzione e della vita collettiva aveva inevitabilmente bisogno di un apparato capace di raccogliere informazioni, emanare direttive, distribuire risorse e controllarne l’esecuzione.

La rivoluzione dell’improvvisazione doveva trasformarsi nella rivoluzione dei moduli.

Il rivoluzionario lasciava spazio al funzionario.

L’avanguardia all’apparato.

L’entusiasmo alla procedura.

È uno dei grandi paradossi del Novecento sovietico: un movimento nato promettendo l’abolizione delle vecchie gerarchie finì per produrre nuove gerarchie amministrative.

Il problema non sfuggì agli stessi protagonisti della rivoluzione.

La crescita della burocrazia divenne rapidamente oggetto di conflitto politico all’interno del movimento comunista e sarebbe stata successivamente denunciata con estrema durezza anche da Lev Trotsky.

Ma Majakovskij fece qualcosa di diverso.

La trasformò in teatro.


«LA CIMICE» E «IL BAGNO»: LA RIVOLUZIONE COMINCIA A DIVORARE SE STESSA

Le opere degli ultimi anni di Majakovskij sono fondamentali per comprendere la sua crescente insofferenza.

La cimice, scritta alla fine degli anni Venti, è una satira feroce dell’opportunismo, della piccola borghesia e delle contraddizioni della nuova società sovietica.

Ma è soprattutto Il bagno, scritto nel 1929 e rappresentato nel 1930, ad assumere un significato emblematico.

Al centro dell’opera c’è la burocrazia.

Majakovskij mette alla berlina il funzionario sovietico, l’apparato autoreferenziale, il linguaggio amministrativo, il potere che si giustifica attraverso se stesso.

Il bersaglio non è più semplicemente il vecchio mondo.

Il bersaglio è ciò che sta crescendo dentro il nuovo mondo.

Ed era un bersaglio estremamente delicato.

La commedia incontrò infatti critiche pesanti nella stampa sovietica. A Majakovskij venne contestato anche il modo in cui aveva affrontato il problema del burocratismo.

Il paradosso era quasi perfetto.

Un poeta rivoluzionario denunciava la burocrazia rivoluzionaria e veniva criticato dagli organismi culturali della rivoluzione per il modo in cui denunciava la burocrazia.

La macchina aveva cominciato a giudicare il suo cantore.


QUANDO LA RIVOLUZIONE VUOLE DECIDERE ANCHE L’ARTE

Qui emerge una questione ancora più profonda.

Il potere politico può tollerare un’arte autenticamente libera quando pretende contemporaneamente di organizzare integralmente la società?

L’avanguardia vive di deviazione.

Il potere vive di prevedibilità.

L’artista rompe il linguaggio.

La burocrazia lo standardizza.

L’artista introduce ambiguità.

La propaganda necessita di messaggi comprensibili.

L’artista produce eresia.

L’apparato produce ortodossia.

Prima o poi le due logiche entrano in collisione.

Bisogna però essere storicamente precisi.

Il realismo socialista non era ancora stato formalizzato come dottrina ufficiale quando Majakovskij morì nel 1930. La svolta istituzionale decisiva sarebbe arrivata successivamente, con la riorganizzazione delle organizzazioni artistiche sovietiche nel 1932 e con la progressiva affermazione del realismo socialista negli anni successivi.

Ma le pressioni verso la normalizzazione culturale erano già visibili.

L’ambiente nel quale si muoveva Majakovskij stava cambiando.

Lo sperimentalismo che aveva accompagnato la stagione rivoluzionaria diventava sempre più difficile da conciliare con un sistema politico che stava consolidando strutture, gerarchie e discipline.


IL PARADOSSO DEL SOCIALISMO REALE

È qui che il caso Majakovskij supera la biografia del poeta.

Diventa una questione politica.

Il socialismo rivoluzionario prometteva di liberare l’uomo dalle strutture economiche che lo dominavano.

Ma per amministrare centralmente una società complessa occorreva costruire un enorme sistema di comando.

Chi stabilisce quanto produrre?

Chi decide dove destinare le risorse?

Chi determina le priorità industriali?

Chi controlla il rispetto delle direttive?

Chi decide quali organizzazioni rappresentano realmente gli interessi collettivi?

Chi stabilisce quali deviazioni sono accettabili?

E, infine, chi controlla i controllori?

È il problema fondamentale di ogni sistema fortemente centralizzato.

Sostituendo una moltitudine di decisioni autonome con decisioni amministrative, il centro deve necessariamente acquisire informazioni e poteri sempre maggiori.

La burocrazia smette così di essere un incidente.

Diventa una necessità funzionale del sistema.

E quando il potere economico, politico e culturale tende a concentrarsi nello stesso apparato, la possibilità di sottrarsi alle sue decisioni diminuisce drasticamente.

La promessa dell’uguaglianza rischia allora di produrre una nuova classe dirigente: quella che non possiede formalmente i mezzi di produzione ma amministra l’accesso alle risorse dello Stato.

Il proprietario viene sostituito dal funzionario.

Il capitale privato dall’accesso politico.

Il mercato dalla gerarchia.

E il dissenso economico rischia di trasformarsi immediatamente in dissenso politico.


MAJAKOVSKIJ CONTRO IL FUNZIONARIO

Majakovskij comprese almeno una parte di questa metamorfosi.

La sua satira contro il burocrate non è soltanto una polemica contro l’impiegato inefficiente.

È molto di più.

Il burocrate rappresenta l’antitesi antropologica del poeta futurista.

Majakovskij vuole accelerazione.

Il burocrate produce attesa.

Majakovskij vuole invenzione.

Il burocrate pretende conformità.

Majakovskij vuole distruggere le forme precedenti.

Il burocrate trasforma ogni forma nuova in regolamento.

Uno vive dell’eccesso.

L’altro della procedura.

È lo scontro tra il Gigante e la Macchina.

E la tragedia è che quella macchina era nata dalla stessa rivoluzione nella quale il gigante aveva creduto.


CARMELO BENE: RESTITUIRE MAJAKOVSKIJ ALLA VOCE

Decenni più tardi, Carmelo Bene avrebbe trovato in Majakovskij un materiale straordinariamente congeniale alla propria ricerca teatrale.

Il rapporto di Bene con il poeta russo fu tutt’altro che episodico.

Lo Spettacolo-concerto Majakovskij attraversò infatti una parte considerevole della sua carriera, dalla prima edizione del 1960 fino alle successive riprese, arrivando alla stagione concertistica del 1980.

Bene non costruisce una semplice commemorazione politica del poeta sovietico.

Fa qualcosa di radicalmente diverso.

Lo sottrae alla statua.

Majakovskij torna voce.

Corpo.

Ritmo.

Eccesso.

Suono.

La parola smette di essere documento ideologico e ritorna evento.

La ricerca di Bene sulla voce e sulla futura «macchina attoriale» trova proprio nel materiale poetico russo uno dei suoi territori privilegiati.

Il suo spettacolo attraversa Majakovskij insieme a Blok, Esenin e Pasternak: poeti diversissimi, accomunati però dal rapporto traumatico con un secolo che aveva preteso di trasformare radicalmente l’uomo.

Nella lettura beniana il poeta non può essere ridotto alla funzione di portavoce.

La poesia eccede qualsiasi apparato che pretenda di appropriarsene.

Ed è precisamente questa eccedenza che rende Majakovskij ancora pericoloso.


IL SUICIDIO: ATTENZIONE ALLA LEGGENDA

Il 14 aprile 1930 Vladimir Majakovskij si sparò al cuore.

Aveva trentasei anni.

Sarebbe però troppo semplice — e storicamente scorretto — trasformare automaticamente il suicidio nella prova definitiva di una rottura politica con il comunismo.

La sua morte fu accompagnata da una situazione personale estremamente tormentata, da difficoltà sentimentali, tensioni professionali e crescente isolamento.

Non possediamo una prova che consenta di affermare semplicemente:

«Majakovskij si uccise perché aveva scoperto il fallimento del comunismo».

Sarebbe propaganda speculare alla mitizzazione sovietica.

Ma esiste un fatto difficilmente contestabile.

Negli ultimi anni della sua vita Majakovskij aveva rivolto la propria satira contro fenomeni — burocratizzazione, opportunismo, conformismo — che erano ormai presenti nella società costruita dalla rivoluzione alla quale aveva aderito.

Ed è questo che rende la sua vicenda immensamente più interessante di qualsiasi slogan.


TROTSKY E LA MORTE DEL POETA

La morte di Majakovskij provocò immediatamente una battaglia sulla sua eredità.

Trotsky intervenne nello stesso 1930 con un testo dedicato al suicidio del poeta.

La sua lettura era apertamente politica.

Trotsky denunciava la burocratizzazione della cultura rivoluzionaria e il controllo esercitato sulla produzione artistica, inserendo la tragedia di Majakovskij nel più ampio processo di degenerazione burocratica che, secondo la sua interpretazione, stava soffocando la rivoluzione.

Il punto è importante proprio perché la critica non proveniva dal liberalismo occidentale o dall’anticomunismo.

Proveniva dall’interno della tradizione rivoluzionaria marxista.

La domanda diventava quindi ancora più difficile da eludere:

come può una rivoluzione nata per liberare l’uomo finire per costruire un apparato che pretende di stabilire persino quale debba essere la sua arte?


LA MACCHINA VINCE SEMPRE?

Il dramma di Majakovskij contiene una lezione che supera l’Unione Sovietica.

Ogni utopia politica incontra prima o poi il problema dell’istituzione.

L’utopia promette l’uomo nuovo.

L’istituzione deve compilare il modulo dell’uomo nuovo.

L’utopia immagina spontaneità collettiva.

L’istituzione pretende procedure.

L’utopia vuole distruggere le gerarchie.

L’istituzione deve creare qualcuno che amministri la distruzione delle gerarchie.

È qui che nasce il paradosso.

Più vasto è il progetto di trasformazione della società, maggiore diventa il potere necessario per realizzarlo.

Più numerosi sono gli aspetti dell’esistenza che lo Stato pretende di organizzare, più grande deve diventare l’apparato incaricato di organizzarli.

E più cresce l’apparato, maggiore diventa il rischio che la rivoluzione non elimini il potere ma ne cambi semplicemente i detentori.

La storia sovietica avrebbe mostrato negli anni successivi quanto lontano potesse arrivare questo processo.

Majakovskij non vide il Grande Terrore.

Non vide le purghe della seconda metà degli anni Trenta.

Non vide l’apogeo dello stalinismo.

Morì nel 1930.

Ma vide abbastanza per trasformare il burocrate in una figura grottesca.

Ed è forse questa una delle ironie più amare della sua esistenza.

L’uomo che aveva prestato il proprio talento alla rivoluzione finì per utilizzare quello stesso talento contro uno dei

Tavistock e l’ingegneria sociale: dove finisce la scienza e dove comincia il controllo?

0

L’IMPERIUM DELLA MENTE

Non occorre immaginare uomini in uniforme per parlare di potere. Nel Novecento psicologia, comunicazione, propaganda e studio dei gruppi sono entrati stabilmente nell’arsenale degli Stati, delle imprese e delle istituzioni. Al centro di questa storia compare anche un nome diventato, nel tempo, quasi leggendario: Tavistock. Ma quanto c’è di documentato e quanto appartiene alle interpretazioni più radicali di autori come John Coleman, Daniel Estulin e Lyndon LaRouche?

Il potere più sofisticato non è necessariamente quello che ordina. È quello che riesce a modificare il quadro entro il quale scegliamo.

È questa la domanda fondamentale che attraversa la storia della propaganda moderna, delle relazioni pubbliche, della psicologia delle masse e dell’ingegneria sociale: quanto delle nostre convinzioni nasce realmente da una scelta autonoma e quanto, invece, viene influenzato dall’ambiente informativo nel quale siamo immersi?

Il Tavistock Institute of Human Relations occupa un posto importante — e controverso — in questo dibattito.

L’istituto esiste realmente. Fu fondato formalmente a Londra nel 1947 e affonda le proprie radici nelle esperienze psicologiche e psichiatriche sviluppatesi durante le due guerre mondiali. La sua storia ufficiale parla di ricerca sulle relazioni umane, dinamiche di gruppo, organizzazioni, cambiamento sociale e sistemi complessi.

Fin qui siamo sul terreno della storia documentata.

Poi comincia un’altra storia.

Quella raccontata da autori come John Coleman, Daniel Estulin e Lyndon LaRouche, secondo i quali Tavistock sarebbe diventato qualcosa di enormemente più importante: uno dei laboratori intellettuali attraverso i quali le tecniche elaborate per comprendere il comportamento collettivo sarebbero state trasformate in strumenti per modificarlo.

Ed è precisamente qui che occorre separare documenti, interpretazioni e accuse.

Dalla guerra alla società

Le radici del Tavistock sono interessanti proprio perché incrociano guerra, psichiatria e organizzazione sociale.

Durante la Seconda guerra mondiale diversi studiosi legati all’ambiente Tavistock lavorarono su problemi riguardanti morale delle truppe, selezione del personale, leadership, comportamento dei gruppi e adattamento psicologico.

Non si tratta di una ricostruzione fantasiosa.

La letteratura accademica sulla storia del Tavistock documenta il ruolo di figure come John Rawlings Rees e altri specialisti che operarono a contatto con l’apparato militare britannico. Da quell’esperienza nacquero successivamente applicazioni civili nel campo delle organizzazioni e delle relazioni industriali.

Nel 1947 nacque formalmente il Tavistock Institute of Human Relations.

Ed è proprio il passaggio dal soldato all’organizzazione, dalla guerra alla fabbrica, dal morale militare alle dinamiche sociali ad aver alimentato una domanda destinata a diventare esplosiva:

se possiamo studiare scientificamente il comportamento di un gruppo, possiamo anche modificarlo?

La risposta, almeno in parte, è ovviamente sì.

Marketing, pubblicità, propaganda politica, nudging, comunicazione strategica e campagne elettorali contemporanee si fondano precisamente sull’idea che conoscere il comportamento umano permetta anche di influenzarlo.

La vera questione è un’altra:

chi utilizza queste conoscenze, con quali obiettivi e con quali limiti?

Coleman: la teoria della grande rete

John Coleman porta questa domanda alla sua conclusione più radicale.

Nella sua ricostruzione, Tavistock non sarebbe semplicemente un istituto di ricerca, ma uno dei nodi centrali di una rete internazionale comprendente think tank, università, fondazioni, centri di ricerca e strutture politiche.

In questa interpretazione, istituzioni differenti finirebbero per concorrere alla costruzione di tecniche capaci di orientare il comportamento collettivo.

È una tesi enorme.

E proprio perché enorme necessita di prove altrettanto enormi.

L’esistenza di rapporti fra università, fondazioni, istituti di ricerca e apparati governativi è perfettamente documentabile. Ciò che non risulta dimostrato dalle fonti istituzionali e accademiche disponibili è l’esistenza di un’unica cabina di regia Tavistock capace di dirigere organicamente la trasformazione politica e culturale dell’Occidente.

Questa distinzione è essenziale.

Contestare l’idea di una centrale onnipotente non significa negare l’esistenza dell’ingegneria sociale.

Significa, al contrario, affrontarla senza trasformare un fenomeno reale in una spiegazione universale.

Estulin e la fabbrica della percezione

Daniel Estulin compie un ulteriore salto interpretativo.

Nel suo libro Tavistock Institute: Social Engineering the Masses presenta l’istituto come epicentro di una vasta operazione di condizionamento sociale.

Secondo Estulin, il bersaglio sarebbe triplice: individuo, famiglia e Stato nazionale.

L’individuo dovrebbe essere progressivamente separato dalle proprie strutture identitarie; la famiglia perderebbe la propria funzione di trasmissione culturale; lo Stato nazionale cederebbe progressivamente sovranità a strutture sovranazionali.

La conclusione è quella di una società sempre più atomizzata: milioni di individui formalmente autonomi ma sempre più dipendenti da grandi apparati economici, informativi e burocratici.

Anche qui bisogna distinguere.

Il libro di Estulin esiste e formula esplicitamente queste accuse. Google Books descrive infatti l’opera come un libro che sostiene che Tavistock sarebbe un centro mondiale di social engineering e condizionamento delle masse.

Ma il fatto che un autore formuli una tesi non costituisce automaticamente la prova della tesi stessa.

Ed è proprio qui che l’indagine diventa più interessante.

Perché alcune delle dinamiche descritte — atomizzazione sociale, manipolazione pubblicitaria, profilazione comportamentale, propaganda, polarizzazione algoritmica — possono essere studiate oggi senza ricorrere all’ipotesi di un unico centro occulto.

Il punto più controverso: televisione e onde cerebrali

Una delle affermazioni più frequentemente associate alla letteratura critica sul Tavistock sostiene che televisione e immagini audiovisive possano essere utilizzate per spostare sistematicamente l’attività cerebrale dalle onde Beta alle Alpha, rendendo lo spettatore più passivo e suggestionabile.

Qui occorre essere particolarmente prudenti.

È vero che differenti stati cognitivi sono associati a differenti pattern elettroencefalografici e che attenzione, rilassamento e sonno producono configurazioni diverse.

Ma da questo non discende automaticamente che la televisione possa trasformare sistematicamente milioni di persone in soggetti neurologicamente programmabili.

Questa versione forte della teoria non dispone delle prove necessarie per essere presentata come fatto scientificamente acquisito.

Il problema della manipolazione mediatica è però reale anche senza questa scorciatoia.

Ripetizione, framing, selezione delle notizie, pressione del gruppo, immagini emotivamente potenti, paura, indignazione e saturazione informativa possono modificare la percezione degli eventi.

Non serve un telecomando neurologico.

Basta controllare sufficientemente l’ambiente informativo.

Kurt Lewin e il potere del cambiamento

Il nome di Kurt Lewin è centrale nella storia della psicologia sociale.

A lui viene comunemente attribuito il celebre schema:

Unfreezing → Change → Refreezing.

La realtà storica è leggermente più complessa.

Nel suo lavoro del 1947 Lewin parlò di unfreezing, moving e freezing: scongelare una situazione esistente, spostarla verso una nuova configurazione e stabilizzare successivamente il nuovo equilibrio.

Il modello divenne in seguito uno dei concetti più conosciuti del change management.

Ma trasformarlo automaticamente in un manuale segreto per traumatizzare intere popolazioni sarebbe un salto non giustificato dalle fonti.

Ciò non toglie che il principio sia politicamente affascinante.

Una società attraversata da una crisi può diventare più disponibile al cambiamento.

Guerre, collassi finanziari, terrorismo, pandemie, crisi energetiche o emergenze istituzionali modificano inevitabilmente ciò che una popolazione considera accettabile.

Misure politicamente impossibili in condizioni normali possono diventare possibili durante un’emergenza.

Questo fenomeno merita di essere studiato.

Ma dimostrare che una crisi viene sfruttata non equivale a dimostrare che quella crisi sia stata creata appositamente per produrre una determinata trasformazione sociale.

È una distinzione decisiva.

Lo shock permanente

Esiste tuttavia una caratteristica della società contemporanea che rende straordinariamente attuale il problema.

Non viviamo più semplicemente dentro l’informazione.

Viviamo dentro l’emergenza permanente.

Una crisi sostituisce l’altra prima ancora che la precedente sia stata metabolizzata.

Pandemia. Guerra. Inflazione. Energia. Clima. Migrazioni. Terrorismo. Intelligenza artificiale. Nuove guerre. Nuove emergenze.

Il cittadino non possiede quasi più il tempo necessario per elaborare un evento prima che un altro occupi interamente il suo campo percettivo.

Il risultato può essere una società psicologicamente esausta.

Ed è proprio una popolazione esausta a diventare più vulnerabile alle semplificazioni.

Non necessariamente perché qualcuno abbia progettato ogni singolo evento, ma perché chi controlla istituzioni, piattaforme, media o strumenti comunicativi possiede un vantaggio enorme nel definirne il significato.

Il vero potere contemporaneo potrebbe quindi non essere la capacità di creare la realtà.

Potrebbe essere la capacità di interpretarla per primo.

LaRouche e la battaglia epistemologica

Lyndon LaRouche collocava il problema all’interno di una contrapposizione ancora più ampia.

Da una parte una concezione prometeica dell’uomo: sviluppo scientifico, industrializzazione, sovranità nazionale, progresso tecnologico e aumento della capacità produttiva.

Dall’altra una concezione che egli definiva oligarchica e malthusiana: controllo delle risorse, limitazione della crescita, riduzione della capacità industriale e amministrazione tecnocratica delle popolazioni.

Nella lettura larouchiana, Tavistock diventava uno degli strumenti culturali di questa seconda visione.

Anche questa rimane un’interpretazione politica, non una conclusione storica universalmente accettata.

Eppure pone una questione che merita di essere affrontata indipendentemente da LaRouche:

chi decide quali idee diventano socialmente rispettabili e quali vengono espulse dal perimetro del dibattito?

Il controllo del linguaggio

È forse questo il punto nel quale la discussione sull’ingegneria sociale diventa più concreta.

Il linguaggio non serve soltanto a descrivere la realtà.

Serve a delimitarla.

Cambiare il significato delle parole significa cambiare il perimetro entro cui può avvenire una discussione.

Se un’opinione viene definita prima ancora di essere discussa come estremista, complottista, disinformativa, pericolosa oppure, sul fronte opposto, traditrice, globalista o propagandistica, la parola smette di descrivere e comincia a funzionare come strumento di interdizione.

Non occorre censurare formalmente qualcuno.

È sufficiente rendere socialmente costoso ascoltarlo.

Questa è una delle forme più sofisticate del controllo contemporaneo: non impedire fisicamente alle persone di parlare, ma costruire un ambiente nel quale determinate domande diventino impronunciabili.

Dalla televisione all’algoritmo

Ed è proprio qui che il dibattito sul Tavistock supera Tavistock.

Nel 1947 nessuno avrebbe potuto immaginare una società nella quale miliardi di persone avrebbero portato volontariamente in tasca un dispositivo capace di registrarne interessi, relazioni, posizione, consumi, ricerche, paure e preferenze.

Oggi quel mondo esiste.

La questione dell’ingegneria sociale non appartiene quindi soltanto ai libri di Coleman o Estulin.

È diventata un problema concreto dell’era digitale.

Gli algoritmi decidono quali contenuti mostrarci. Le piattaforme misurano ciò che cattura la nostra attenzione. La pubblicità comportamentale utilizza enormi quantità di dati per prevedere interessi e consumi. Le campagne politiche sperimentano messaggi differenti su segmenti differenti della popolazione.

La tecnologia non deve necessariamente convincerci di qualcosa.

È sufficiente che stabilisca che cosa vediamo abbastanza frequentemente da considerarlo importante.

Questa è una capacità di influenza enormemente più concreta delle ricostruzioni che attribuiscono a un singolo istituto il controllo della società mondiale.

Il rischio dell’onnipotenza

C’è infine un paradosso che chiunque voglia criticare seriamente il potere dovrebbe considerare.

Attribuire a Tavistock, RAND, alle fondazioni o a qualsiasi altra struttura la capacità di programmare quasi ogni trasformazione sociale rischia di produrre esattamente ciò che si vorrebbe combattere:

l’impotenza.

Se tutto è pianificato, ogni opposizione è prevista.

Se ogni ribellione è controllata, ogni dissenso diventa sospetto.

Se qualsiasi fenomeno culturale è il prodotto di un laboratorio, l’individuo cessa di essere un soggetto storico e diventa soltanto una pedina.

È una visione che finisce paradossalmente per attribuire alle élite un potere quasi sovrumano.

La realtà può essere contemporaneamente meno ordinata e più inquietante.

Esistono interessi.

Esistono apparati.

Esistono tecniche di persuasione.

Esistono propaganda, intelligence, lobbying, marketing politico e manipolazione.

Esistono strutture capaci di esercitare un’influenza enorme.

Ma esistono anche conflitti fra élite, errori, conseguenze impreviste, resistenze sociali e processi storici che nessuno controlla completamente.

L’imperium della mente

Il vero insegnamento del caso Tavistock non consiste quindi nell’accettare ciecamente la tesi di una gigantesca centrale mondiale della manipolazione.

Consiste nel comprendere qualcosa di più importante.

La mente è diventata territorio politico.

L’attenzione è una risorsa.

La percezione è una risorsa.

Il linguaggio è una risorsa.

La paura è una risorsa.

I dati personali sono una risorsa.

E chi possiede gli strumenti per orientare queste risorse dispone di una forma di potere che i vecchi imperi potevano soltanto sognare.

Per questo la sovranità del XXI secolo non riguarda esclusivamente confini, moneta, eserciti ed energia.

Riguarda la sovranità cognitiva.

Essere capaci di distinguere un fatto da un’interpretazione.

Una fonte da una suggestione.

Una correlazione da una prova.

Una campagna persuasiva da una decisione autonoma.

E persino una teoria critica da una teoria che pretende di spiegare tutto.

Perché l’ultima difesa contro qualsiasi forma di ingegneria sociale non è credere automaticamente alla versione ufficiale.

Ma non è nemmeno credere automaticamente alla versione alternativa.

È qualcosa di molto più difficile:

continuare a pensare.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Tavistock Institute of Human Relations — Our Story
https://tavinstitute.org/our-story

Tavistock Institute of Human Relations — Company Information
https://tavinstitute.org/company-information

Tavistock and Portman — storia della Tavistock Clinic
https://tavistockandportman.ac.uk/about-us/our-history/

Business History — The Tavistock’s 1945 invention of Organization Development
https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/00076791.2013.790368

Daniel Estulin — Tavistock Institute: Social Engineering the Masses
Google Books

Daniel Estulin — edizione italiana, L’Istituto Tavistock
Macro Edizioni

Approfondimento sul modello di cambiamento attribuito a Kurt Lewin
Unfreezing, Moving and Freezing

11 SETTEMBRE, LE CARTE CHE ACCUSANO WASHINGTON: gli allarmi c’erano, perché nessuno fermò la strage?

0

Venticinque anni dopo, nuovi documenti declassificati mostrano una sequenza impressionante di avvertimenti su Bin Laden, attentati negli Stati Uniti e dirottamenti aerei. Non dimostrano che Washington conoscesse il piano dell’11 settembre. Dimostrano però qualcosa di altrettanto imbarazzante: il pericolo era sul tavolo da anni.

Ci sono documenti che cambiano la storia e documenti che costringono a rileggerla.

Le carte sull’11 settembre rese pubbliche nel venticinquesimo anniversario degli attentati appartengono soprattutto alla seconda categoria.

Non provano che il governo degli Stati Uniti conoscesse in anticipo data, obiettivi e modalità precise dell’operazione dell’11 settembre 2001. Affermarlo significherebbe andare oltre ciò che oggi consentono le prove.

Ma permettono di demolire una rappresentazione molto più comoda: quella di un’America colpita da un fulmine completamente imprevedibile.

Perché i segnali c’erano.

Ed erano inquietanti.

1998: l’idea dell’aereo era già sul tavolo

Bisogna tornare indietro di tre anni.

Il 4 dicembre 1998 un President’s Daily Brief destinato al presidente Bill Clinton aveva un titolo che oggi, dopo ciò che sarebbe successo nel 2001, fa impressione:

“Bin Ladin Preparing to Hijack US Aircraft and Other Attacks.”

Tradotto:

“Bin Laden si prepara a dirottare aerei statunitensi e ad altri attacchi.”

Non è una ricostruzione giornalistica postuma.

È un documento dell’intelligence.

Il rapporto indicava che Bin Laden e i suoi alleati stavano preparando operazioni negli Stati Uniti e contemplavano anche il dirottamento di un aereo.

La Commissione sull’11 settembre avrebbe successivamente riportato quel documento nel proprio rapporto finale.

Ma c’è di più.

Un rapporto d’intelligence del 3 dicembre 1998, poi collegato al PDB del giorno successivo, riferiva che membri della struttura operativa avevano effettuato quello che veniva descritto come un “trial run”, una prova, riuscendo a superare i controlli di sicurezza in un aeroporto di New York.

Fermiamoci un momento.

Siamo nel 1998.

Non nel settembre 2001.

L’intelligence americana disponeva già di informazioni riguardanti:

  • Bin Laden;
  • operazioni contro gli Stati Uniti;
  • ipotesi di dirottamento di aerei americani;
  • uomini collegati alla rete operativa presenti o attivi negli Stati Uniti;
  • verifiche pratiche della sicurezza aeroportuale.

Naturalmente, questo non significa che fosse già noto il progetto che sarebbe stato realizzato tre anni dopo.

Ma significa che il binomio Al Qaeda–aerei–territorio americano non nacque nella mente degli investigatori dopo l’11 settembre.

Esisteva già nei dossier.

Un aereo carico di esplosivo contro una città americana

Un altro elemento oggi tornato al centro dell’attenzione è ancora più inquietante.

Secondo i documenti declassificati riportati dalla stampa americana, nel settembre 1998 l’intelligence aveva ricevuto informazioni sulla possibilità che Bin Laden potesse utilizzare un aereo carico di esplosivo contro una città statunitense.

Anche qui occorre essere rigorosi.

Non era il piano dell’11 settembre.

Non era necessariamente un aereo di linea trasformato in missile.

Non indicava World Trade Center, Pentagono, data o numero dei dirottatori.

Ma il punto storico rimane enorme:

anni prima dell’11 settembre l’eventualità di utilizzare un velivolo contro un obiettivo americano era entrata nell’orizzonte dell’intelligence.

E allora diventa sempre più difficile rifugiarsi dietro la formula secondo cui nessuno avrebbe potuto immaginare qualcosa del genere.

Qualcuno lo aveva immaginato.

Qualcuno lo aveva scritto.

Qualcuno lo aveva portato fino ai massimi livelli dello Stato.

Poi arriva il 2001

Con l’avvicinarsi dell’estate del 2001, il quadro diventa ancora più grave.

Al Qaeda non era più una minaccia remota.

Osama Bin Laden era diventato una delle principali ossessioni dell’intelligence americana.

Le informazioni arrivavano continuamente.

La CIA seguiva la rete.

Gli allarmi aumentavano.

I nuovi documenti mostrano quanto frequentemente Bin Laden comparisse nei briefing presidenziali e quanto seriamente fosse considerata la possibilità di una grande operazione terroristica.

Tra luglio e agosto 2001 diversi PDB segnalarono l’aumento della minaccia.

Poi arriva il documento diventato simbolo di tutto il fallimento.

6 agosto 2001: “Bin Ladin Determined to Strike in US”

Cinque settimane prima della strage, il presidente George W. Bush ricevette un President’s Daily Brief dal titolo:

“Bin Ladin Determined to Strike in US.”

“Bin Laden determinato a colpire negli Stati Uniti.”

Anche questo documento era già noto da anni, essendo stato declassificato nel 2004.

Ma riletto dentro la sequenza completa degli avvertimenti precedenti assume un peso ancora maggiore.

Il PDB ricordava che Bin Laden voleva portare la guerra sul territorio americano.

Parlava di una struttura di sostegno di Al Qaeda negli Stati Uniti.

Richiamava precedenti informazioni riguardanti l’interesse per i dirottamenti.

Faceva riferimento ad attività considerate compatibili con preparativi per dirottamenti o altre forme di attentato.

Nessuna data.

Nessun numero di volo.

Nessuna indicazione “11 settembre”.

Questo va ripetuto.

Ma davvero l’unico criterio accettabile per parlare di fallimento sarebbe stato possedere anticipatamente l’intero piano operativo?

È una pretesa assurda.

L’intelligence esiste precisamente per collegare informazioni frammentarie prima che diventino cadaveri.

Il problema non è una singola informazione: è la sequenza

Preso isolatamente, ogni rapporto poteva sembrare incompleto.

Un possibile dirottamento.

Una minaccia.

Un aeroporto.

Una struttura presente negli Stati Uniti.

Un attentato ipotizzato.

Un aereo.

Bin Laden.

Ancora Bin Laden.

Poi ancora Bin Laden.

È guardando l’insieme che il quadro diventa devastante.

Perché il problema dell’11 settembre non fu necessariamente l’assenza totale di informazioni.

Fu anche l’incapacità del sistema di mettere insieme ciò che differenti apparati già possedevano.

CIA, FBI, FAA, Casa Bianca, National Security Council: pezzi diversi di un mosaico che non vennero trasformati in tempo in un’immagine operativa sufficientemente chiara.

Ed è proprio questo uno dei punti centrali già individuati dalla Commissione 9/11: insufficiente condivisione delle informazioni, barriere burocratiche, difficoltà nel trasformare intelligence strategica in prevenzione operativa e, soprattutto, quella che la Commissione definì una carenza di “immaginazione”.

Ma venticinque anni dopo quella parola appare quasi troppo indulgente.

Perché quando l’intelligence parla di Bin Laden, di Stati Uniti e di dirottamenti, il problema non è più soltanto immaginare.

È agire.

Nessuna prova del “lasciar fare”. Ma il fallimento resta colossale

Qui bisogna tracciare una linea netta.

Questi documenti non provano che l’amministrazione Clinton o quella Bush abbiano deliberatamente lasciato compiere gli attentati.

Non provano che CIA o Casa Bianca conoscessero il piano dei 19 dirottatori.

Non dimostrano che qualcuno sapesse che quattro aerei sarebbero stati sequestrati la mattina dell’11 settembre.

Confondere le due cose servirebbe soltanto a indebolire la questione realmente documentata.

Ed è già abbastanza grave.

Gli Stati Uniti furono avvertiti ripetutamente che Bin Laden voleva colpirli.

L’ipotesi dei dirottamenti era conosciuta.

La possibilità di operazioni sul territorio americano era conosciuta.

L’interesse terroristico per gli aerei era conosciuto.

E il 6 agosto 2001 il presidente degli Stati Uniti ricevette un briefing intitolato esplicitamente:

“Bin Laden determinato a colpire negli Stati Uniti.”

Trentasei giorni dopo, l’America bruciava.

Quasi 3.000 morti dopo, “non lo sapevamo” non basta più

Alle 8:46 dell’11 settembre 2001, il volo American Airlines 11 colpì la Torre Nord del World Trade Center.

Alle 9:03 United Airlines 175 entrò nella Torre Sud.

Alle 9:37 American Airlines 77 colpì il Pentagono.

Alle 10:03 United Airlines 93 precipitò in Pennsylvania dopo la rivolta dei passeggeri.

Morirono 2.977 vittime, senza contare i 19 terroristi.

Il mondo cambiò.

Seguirono Afghanistan, guerra globale al terrorismo, Patriot Act, Guantanamo, programmi di sorveglianza, operazioni segrete, torture, Iraq e una trasformazione gigantesca dell’apparato di sicurezza americano.

E proprio per questo la domanda sugli anni precedenti non può essere liquidata come archeologia.

Perché prima di chiedere ai cittadini di accettare guerre, sorveglianza e limitazioni delle libertà in nome della sicurezza, uno Stato dovrebbe essere disposto a spiegare fino in fondo come sia stato possibile fallire quando gli allarmi erano già arrivati sulle scrivanie più

IL SOCIALISMO HA FALLITO OVUNQUE: ECCO PERCHÉ CONTINUANO A VENDERCI UN’IDEA CHE LA STORIA HA GIÀ CONDANNATO

0

Da Mises a Hayek fino a Sowell: prima ancora dei disastri economici, delle carestie e della repressione, il problema era già scritto nella teoria. Il socialismo non fallisce soltanto quando viene applicato male: secondo i suoi critici più radicali, contiene nel proprio meccanismo le condizioni del fallimento.

Il socialismo possiede una straordinaria capacità di sopravvivenza: sopravvive persino ai propri fallimenti.

Quando un esperimento socialista precipita nella scarsità, nella stagnazione, nell’autoritarismo o nel collasso, la risposta dei suoi difensori è quasi sempre la stessa: quello non era vero socialismo.

L’Unione Sovietica? Una degenerazione stalinista.

La Cina di Mao? Errori di applicazione.

Cuba? Colpa dell’embargo.

Il Venezuela? Corruzione, petrolio, sanzioni.

La Germania Est? Circostanze storiche particolari.

E così, dopo ogni fallimento, l’idea viene separata dalle conseguenze prodotte in suo nome e restituita immacolata alla generazione successiva.

Ma esiste una domanda molto più scomoda:

e se il problema non fosse soltanto negli uomini che hanno applicato il socialismo, ma nel suo stesso meccanismo economico?

È esattamente la questione sollevata da tre giganti del pensiero economico del Novecento: Ludwig von Mises, Friedrich A. Hayek e Thomas Sowell.

Tre percorsi differenti, una conclusione convergente: eliminare il mercato dei fattori produttivi e affidare a un’autorità centrale il compito di decidere cosa produrre, quanto produrre, dove investire e come distribuire le risorse significa privare l’economia proprio degli strumenti necessari per compiere razionalmente quelle scelte.

MISES: SENZA PREZZI IL PIANIFICATORE VOLA ALLA CIECA

Nel 1920 Ludwig von Mises pubblicò Economic Calculation in the Socialist Commonwealth.

L’Unione Sovietica era appena nata e buona parte dell’intellighenzia europea guardava alla pianificazione come alla possibile alternativa scientifica al caos del capitalismo.

Mises attaccò il problema alla radice.

Se i mezzi di produzione appartengono allo Stato e non vengono realmente comprati e venduti tra proprietari indipendenti, come si forma il loro prezzo?

E se non esiste un prezzo di mercato autentico, come può il pianificatore sapere se sia economicamente più razionale costruire una ferrovia, una strada, una centrale elettrica oppure utilizzare quelle stesse risorse altrove?

Un computer può calcolare miliardi di operazioni.

Ma deve sapere che cosa calcolare.

Il problema di Mises non era quindi la potenza matematica disponibile. Era l’assenza dell’informazione economica prodotta dallo scambio.

Senza mercato dei beni capitali vengono meno i prezzi monetari generati dalle transazioni. Senza quei prezzi diventa estremamente problematico confrontare impieghi alternativi di risorse eterogenee.

Il ministero può stabilire un numero.

Ma stabilire amministrativamente un prezzo non significa aver scoperto il valore economico che emergerebbe dalle decisioni di milioni di soggetti che rischiano realmente il proprio capitale.

È questa la bomba teorica di Mises:

il pianificatore pretende di sostituire il mercato dopo aver distrutto il processo che produce le informazioni di cui avrebbe bisogno per sostituirlo.

HAYEK: NESSUN MINISTERO PUÒ SAPERE QUELLO CHE SA UNA SOCIETÀ

Hayek approfondì ulteriormente il problema.

L’errore della pianificazione non consiste soltanto nel credere che un’autorità possa fare meglio del mercato.

Consiste nel presumere che l’autorità possa possedere tutte le informazioni necessarie.

Non può.

La conoscenza economicamente rilevante è frammentata.

È nella testa dell’imprenditore che conosce i propri clienti, dell’agricoltore che vede cambiare il terreno, del commerciante che registra improvvisamente una nuova domanda, dell’operaio che conosce una macchina meglio del dirigente, del consumatore che cambia preferenze da un giorno all’altro.

Nessun ufficio centrale dispone simultaneamente di questa conoscenza.

E soprattutto una parte enorme di essa non è contenuta in un database.

Hayek spiegò che il sistema dei prezzi svolge precisamente questa funzione: condensa conoscenze disperse in segnali utilizzabili da persone che non hanno bisogno di conoscere l’intera catena degli eventi.

Se una materia prima diventa improvvisamente scarsa, il suo prezzo tende a salire.

Migliaia di imprese cominciano così a risparmiarla, sostituirla o cercarne di nuova senza che un ministro debba telefonare a ciascuna di loro.

Il mercato coordina informazioni che nessun singolo soggetto possiede integralmente.

La pianificazione centrale pretende invece di raccogliere quell’oceano di conoscenza, trasferirlo verso il vertice, elaborarlo e restituirlo sotto forma di ordini.

Quando l’ordine arriva, spesso il mondo che pretendeva di descrivere è già cambiato.

QUANDO IL PREZZO SPARISCE, ARRIVA IL POLITICO

Qui la questione economica diventa politica.

Se il mercato non decide più quali progetti ricevano risorse, qualcuno deve decidere al suo posto.

Chi?

Il pianificatore.

E con quali criteri?

Qui comincia il problema che Hayek sviluppò in The Road to Serfdom.

Una società contiene milioni di obiettivi differenti e spesso incompatibili.

Uno vuole una casa più grande.

Un altro preferisce risparmiare.

Uno vuole automobili.

Un altro ferrovie.

Uno investirebbe nell’acciaio.

Un altro nella tecnologia.

Nel mercato queste preferenze competono continuamente.

Nella pianificazione integrale, invece, qualcuno deve costruire una gerarchia politica dei bisogni.

Chi controlla l’intera economia finisce quindi per controllare una parte enorme dei mezzi attraverso i quali gli individui perseguono i propri fini.

E quando il piano non funziona?

La tentazione politica diventa gigantesca.

Ammettere che il sistema non possiede le informazioni necessarie significa mettere in discussione il sistema stesso.

È molto più conveniente trovare un colpevole.

Il sabotatore.

Lo speculatore.

L’accaparratore.

Il traditore.

Il nemico straniero.

Il controrivoluzionario.

Il fallimento economico può così trasformarsi in una domanda di maggiore controllo.

Il piano non funziona? Serve più piano.

La produzione cala? Servono più ordini.

Le persone resistono? Servono più controlli.

Ed è qui che l’utopia rischia di trasformarsi nella coercizione necessaria a mantenerla in vita.

SOWELL: ALLA FINE ARRIVA IL CONTO

Thomas Sowell aggiunge un elemento ancora più elementare: gli esseri umani reagiscono agli incentivi.

È possibile approvare una legge che stabilisca come debba comportarsi l’economia.

Non è possibile approvare una legge che cancelli il comportamento umano.

Se togli sistematicamente il beneficio derivante dal produrre di più, non puoi semplicemente presumere che tutti continueranno a produrre esattamente come prima.

Se proteggi un’impresa dalle conseguenze dei propri errori, riduci la pressione che la obbliga a correggerli.

Se il produttore non beneficia dell’efficienza e non paga realmente l’inefficienza, profitto e perdita cessano di svolgere la loro funzione disciplinante.

Il mercato è brutale proprio perché l’errore costa.

La pianificazione può nasconderlo.

Un’azienda privata che produce qualcosa che nessuno vuole prima o poi rischia di fallire.

Un apparato pubblico può continuare a produrlo perché una decisione politica gli garantisce risorse.

Il consumatore smette così di essere il giudice finale.

Il burocrate prende il suo posto.

POI ARRIVÒ LA STORIA

Il dibattito potrebbe restare confinato nelle università se il Novecento non avesse trasformato queste teorie in giganteschi esperimenti sociali.

La collettivizzazione sovietica coincise con devastanti carestie e repressioni.

Il Grande Balzo in Avanti di Mao produsse una delle più catastrofiche carestie della storia.

La Germania venne divisa in due sistemi economici contrapposti.

La Corea subì una divisione ancora oggi visibile persino nelle immagini satellitari notturne.

La Cina stessa cominciò la propria spettacolare crescita dopo le riforme avviate da Deng Xiaoping, con l’introduzione progressiva di maggiori spazi per mercato, incentivi, iniziativa privata e investimenti.

Non significa che ogni economia capitalista prosperi automaticamente.

Né significa che guerre, sanzioni, geografia, qualità delle istituzioni e leadership politica siano irrilevanti.

Significa però che il confronto storico pone una domanda alla quale i sostenitori della pianificazione devono rispondere:

quante volte un esperimento deve fallire prima che smettiamo di attribuire ogni fallimento esclusivamente alle circostanze?

LA SCAPPATOIA SCANDINAVA

Quando gli esempi storici diventano troppo ingombranti, compare spesso l’ultima linea difensiva:

“E allora Svezia, Danimarca e Norvegia?”

Ma qui si cambia argomento.

Le economie nordiche non hanno abolito il mercato.

Possiedono imprese private, mercati finanziari, proprietà privata, concorrenza, commercio internazionale e sistemi dei prezzi.

Hanno costruito ampi Stati sociali finanziati attraverso la tassazione all’interno di economie fondamentalmente di mercato.

Si può discutere infinitamente sull’efficienza, sulla dimensione e sulla sostenibilità del loro welfare.

Ma definirle economie socialiste nel senso classico utilizzato da Mises significa confondere redistribuzione fiscale e pianificazione centrale.

Sono due questioni differenti.

IL SOCIALISMO DI MERCATO: IL PARADOSSO FINALE

Esiste poi il tentativo di salvare il socialismo attraverso il cosiddetto “socialismo di mercato”.

Ma qui emerge un paradosso.

Ogni volta che un sistema pianificato introduce maggiore autonomia delle imprese, prezzi più liberi, proprietà privata, concorrenza e possibilità di profitto, sta reintroducendo proprio i meccanismi che il socialismo classico voleva sostituire.

La Cina post-Mao rappresenta uno degli esempi più impressionanti.

Pechino non è diventata una democrazia liberale e mantiene un enorme intervento statale.

Ma la trasformazione economica avvenuta dopo il 1978 ha incorporato strumenti di mercato che sarebbero stati inconcepibili durante il maoismo più radicale.

Il successo della riforma diventa così un’accusa contro ciò che è stato riformato.

IL GRANDE INGANNO INTELLETTUALE: “NON ERA VERO SOCIALISMO”

Ed eccoci al punto più politicamente esplosivo.

Se un’ideologia può rivendicare ogni promessa e respingere ogni risultato negativo sostenendo che la propria realizzazione non fosse abbastanza autentica, diventa praticamente impossibile falsificarla.

Quando qualcosa funziona: prova della bontà dell’idea.

Quando qualcosa fallisce: tradimento dell’idea.

È un meccanismo intellettuale perfetto perché rende la teoria immune dall’esperienza.

Mises, Hayek e Sowell costringono invece a rovesciare la domanda.

Non bisogna chiedere soltanto:

“Perché quel governo socialista ha fallito?”

Bisogna chiedere:

“Quali informazioni, incentivi e meccanismi di correzione aveva eliminato prima di fallire?”

Ed è qui che i tre autori convergono.

Mises indica il calcolo economico.

Hayek indica la conoscenza dispersa.

Sowell indica incentivi e conseguenze reali.

Tre strade differenti conducono allo stesso muro.

L’UTOPIA PRESENTA SEMPRE IL CONTO

Il mercato non è perfetto.

Produce errori, concentrazioni di potere, crisi e ingiustizie che possono richiedere istituzioni, regole e correzioni.

Ma possiede qualcosa che la pianificazione integrale fatica strutturalmente a riprodurre: un sistema decentralizzato di informazione, sperimentazione, errore e correzione.

Milioni di persone prendono decisioni.

Milioni di errori possono avvenire contemporaneamente.

Ma nessun singolo errore deve necessariamente diventare l’errore dell’intera società.

La pianificazione centrale concentra invece la decisione.

E concentrando la decisione concentra anche le conseguenze dell’errore.

Questo è forse il punto più devastante dell’intera critica.

Il problema del socialismo classico non è soltanto chi governa. È la quantità di conoscenza e di potere che pretende di consegnare a chi governa.

Il Novecento ha fornito abbastanza materiale per prendere seriamente quell’avvertimento.

Eppure l’utopia continua periodicamente a essere riesumata, ripulita dalle proprie macerie e presentata come nuova.

Cambiano le parole.

Cambiano i simboli.

Cambiano le generazioni.

Ma rimane la stessa presunzione: che un gruppo sufficientemente illuminato possa conoscere, decidere e organizzare dall’alto ciò che milioni di individui coordinano continuamente dal basso.

Mises spiegò perché manca il calcolo.

Hayek spiegò perché manca la conoscenza.

Sowell spiegò perché gli incentivi presentano comunque il conto.

La storia ha fatto il resto.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Ludwig von Mises Institute – Economic Calculation in the Socialist Commonwealth
https://mises.org/library/book/economic-calculation-socialist-commonwealth

Econlib – Friedrich A. Hayek, The Use of Knowledge in Society
https://www.econlib.org/library/Essays/hykKnw.html

Encyclopaedia Britannica – Friedrich Hayek
https://www.britannica.com/biography/F-A-Hayek

Nobel Prize – Friedrich August von Hayek
https://www.nobelprize.org/prizes/economic-sciences/1974/hayek/facts/

Hoover Institution – Thomas Sowell
https://www.hoover.org/profiles/thomas-sowell

Encyclopaedia Britannica – Great Leap Forward
https://www.britannica.com/event/Great-Leap-Forward

Encyclopaedia Britannica – Collectivization
https://www.britannica.com/topic/collectivization

World Bank – China: overview e sviluppo economico
https://www.worldbank.org/en/country/china/overview

BRUXELLES PROMETTE LA STRETTA, MA I NUMERI LA SMASCHERANO: IL GRANDE BLUFF DI FRONTEX

0

Von der Leyen rilancia Frontex, rimpatri e hub fuori dall’Europa. Ma dietro l’annuncio resta il problema che Bruxelles non riesce a risolvere: espellere davvero chi non ha diritto di restare.

FRONTIERE E SOVRANITÀ — Il trucco di Bruxelles

Trentamila uomini, nuovi poteri, tecnologie avanzate, operazioni oltre i confini dell’Unione e una nuova architettura europea dei rimpatri.

A sentire Ursula von der Leyen, l’Europa starebbe finalmente cambiando passo sull’immigrazione.

Il problema è che, tolta la confezione politica, rimane una domanda molto semplice: quante delle persone destinatarie di un ordine di rimpatrio lasciano effettivamente l’Unione europea?

È qui che la retorica della svolta comincia a scricchiolare.

La stessa Commissione europea ha riconosciuto che il sistema dei rimpatri costituisce uno dei grandi punti deboli della politica migratoria dell’Unione. Nel marzo 2025 parlava di un tasso di rimpatrio intorno al 20%. Nel giugno 2026, annunciando l’accordo politico sul nuovo regolamento europeo, Bruxelles ha indicato per il 2025 un tasso salito al 28%.

Un miglioramento, certamente.

Ma significa anche che più di sette persone su dieci destinatarie di un provvedimento di rimpatrio non venivano effettivamente rimpatriate.

Ed è questo il dato politico che nessun aumento dell’organico di Frontex può cancellare.

33.000 rimpatri. Ma due su tre sono volontari

I numeri più recenti sembrano, a prima vista, confortanti.

Nel primo semestre del 2026 Frontex ha assistito gli Stati membri nel rimpatrio di oltre 33.000 persone verso Paesi extra-UE, contro circa 30.000 nello stesso periodo del 2025.

Ma c’è un dettaglio decisivo.

Circa 21.000 di quei 33.000 rimpatri erano volontari.

In altre parole, quasi due terzi delle operazioni assistite dall’agenzia europea non erano espulsioni forzate, bensì partenze volontarie di persone sottoposte a una decisione esecutiva di rimpatrio.

Non c’è nulla di illegittimo in questo strumento. Al contrario, il rimpatrio volontario può essere meno costoso e più semplice da gestire.

Ma politicamente è scorretto confondere l’aumento complessivo dei “returns” con una gigantesca crescita della capacità coercitiva europea.

La distinzione è fondamentale.

Il problema europeo non è soltanto convincere qualcuno a partire volontariamente. È riuscire a rimpatriare chi deve lasciare il territorio, non vuole farlo e ha esaurito gli strumenti legali per rimanere.

Ed è precisamente su questo terreno che la macchina continua a incontrare enormi difficoltà.

Frontex a 30.000 uomini: il numero magico di Ursula

Von der Leyen aveva già indicato nel 2024 il proprio obiettivo: triplicare il corpo permanente europeo delle guardie di frontiera e costiere portandolo a 30.000 unità.

La proposta è tornata al centro del dibattito sulla nuova riforma dell’agenzia.

Il leader del PPE Manfred Weber è andato persino oltre, arrivando a prospettare durante la crisi di Ceuta una forza di 50.000 uomini.

Numeri impressionanti.

Ma un agente di Frontex non può materializzare un lasciapassare consolare.

Non può obbligare autonomamente un Paese terzo a riconoscere un proprio cittadino.

Non può cancellare un ricorso.

Non può ignorare una decisione giudiziaria.

E non può trasformare automaticamente un ordine amministrativo di rimpatrio in un’espulsione materialmente eseguita.

Triplicare Frontex senza risolvere questi nodi rischia quindi di significare triplicare lo strumento senza correggere il meccanismo che dovrebbe farlo funzionare.

Bruxelles festeggia il calo degli ingressi

Sul fronte degli attraversamenti irregolari, i dati del 2026 sono invece realmente significativi.

Secondo i dati preliminari Frontex diffusi a settembre, nei primi otto mesi dell’anno sono stati rilevati oltre 74.000 attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione, con una diminuzione del 35% rispetto allo stesso periodo del 2025.

Sul Mediterraneo centrale sono stati registrati circa 19.400 arrivi, con un calo addirittura del 55%.

Sono numeri che devono essere riconosciuti.

Ma neppure questi dati risolvono automaticamente il problema strutturale.

Gli attraversamenti rilevati alle frontiere esterne, infatti, non coincidono con il numero complessivo degli stranieri irregolarmente presenti sul territorio europeo e non misurano da soli l’efficacia delle espulsioni.

Sono indicatori differenti.

È possibile contemporaneamente ridurre gli ingressi irregolari e continuare ad avere un sistema di rimpatrio incapace di eseguire una parte consistente delle proprie decisioni.

Ed è proprio Bruxelles ad ammetterlo.

La Commissione riconosce il problema che per anni è stato minimizzato

Il passaggio forse più interessante è proprio questo.

L’Unione europea sta progressivamente adottando molte delle misure che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate politicamente impronunciabili.

Il nuovo sistema comune europeo dei rimpatri prevede infatti procedure uniformi, un European Return Order, riconoscimento reciproco delle decisioni fra Stati membri, obblighi più stringenti per chi non collabora, norme contro il rischio di fuga e maggiore possibilità di ricorrere al rimpatrio forzato.

Soprattutto introduce la possibilità di creare return hubs in Paesi terzi, attraverso accordi compatibili con il diritto internazionale e con il principio di non-refoulement.

Tradotto: Bruxelles ha riconosciuto che il vecchio sistema non funzionava abbastanza bene.

La Commissione stessa, presentando la riforma nel 2025, ammetteva che soltanto circa il 20% delle persone destinatarie di una decisione di rimpatrio lasciava effettivamente l’Europa.

Non è propaganda degli “euroscettici”.

È scritto nei documenti della Commissione europea.

Il vero muro: la riammissione

C’è poi una questione sulla quale nessuna campagna di comunicazione può fare miracoli: la collaborazione dei Paesi di origine e di transito.

Per rimpatriare concretamente una persona occorre identificarla, ottenere la documentazione necessaria e disporre della cooperazione del Paese che dovrà riceverla.

Proprio per questo Bruxelles ha inserito la riammissione direttamente nel nuovo sistema dei rimpatri e intende utilizzare anche politica dei visti, finanziamenti e commercio come strumenti di pressione e incentivazione nei confronti dei Paesi terzi.

È, indirettamente, l’ammissione del problema.

Se uno Stato terzo non collabora, il potenziamento di Frontex risolve soltanto una parte dell’equazione.

Puoi avere uomini.

Puoi avere aerei.

Puoi avere banche dati.

Puoi avere droni e sistemi biometrici.

Ma se manca il documento necessario alla riammissione, la macchina può comunque fermarsi.

Il nodo dei tribunali: il caso Albania

Poi c’è il fronte giudiziario.

Il protocollo Italia-Albania ne rappresenta probabilmente il laboratorio politico e giuridico più evidente.

Le vicende dei centri albanesi sono finite ripetutamente davanti ai giudici italiani e alla Corte di giustizia dell’Unione europea.

Nel 2025 la Corte europea ha stabilito che la designazione legislativa di un Paese come “Paese di origine sicuro” è possibile, ma deve poter essere sottoposta a controllo giurisdizionale effettivo.

Nel 2026 altre cause relative al trasferimento e al trattenimento di cittadini stranieri nei centri albanesi sono arrivate davanti alla Corte di giustizia.

Il punto politico è enorme.

Uno Stato può costruire centri, finanziare strutture, stipulare accordi internazionali e organizzare trasferimenti. Ma l’intero dispositivo deve comunque operare entro il quadro del diritto europeo, del diritto d’asilo e del controllo dei giudici.

Non è un dettaglio burocratico.

È uno dei limiti strutturali entro cui qualsiasi politica europea di espulsione deve funzionare.

Gli hub esterni: svolta vera o prossimo monumento alla burocrazia?

La novità politicamente più esplosiva è rappresentata dai centri di rimpatrio in Paesi terzi.

Il principio è semplice: chi non ha titolo per rimanere nell’Unione e ha ricevuto una decisione definitiva potrebbe essere trasferito in un Paese terzo con cui esista uno specifico accordo.

Sulla carta è una svolta considerevole.

Nella pratica rimangono però domande gigantesche.

Quali Stati accetteranno di ospitare questi centri?

A quale prezzo?

Con quali garanzie?

Chi sarà responsabile della sicurezza?

Quanto durerà la permanenza?

Che cosa accadrà quando il Paese d’origine continuerà a rifiutare la riammissione?

E soprattutto: quanto tempo impiegheranno i tribunali europei e nazionali a delimitare concretamente la portata del nuovo sistema?

Il rischio è evidente: costruire un’altra costosissima infrastruttura amministrativa capace di trasferire il problema senza necessariamente risolverlo.

Bruxelles ha scoperto la fermezza perché gli elettori l’hanno già scoperta

C’è infine il dato politico.

La nuova retorica europea sulle frontiere non nasce nel vuoto.

Per anni il tema migratorio ha alimentato la crescita dei partiti sovranisti, conservatori e della destra radicale in numerosi Stati membri.

Oggi parole come “rimpatri”, “Paesi sicuri”, “hub esterni”, “frontiere”, “rimpatrio forzato” e “strumentalizzazione dei migranti” sono entrate stabilmente nel vocabolario delle istituzioni europee.

Persino il rafforzamento di Frontex viene presentato come risposta alle minacce ibride, cioè all’utilizzo deliberato dei flussi migratori come strumento di pressione geopolitica.

La domanda diventa inevitabile:

se queste misure sono necessarie oggi, perché non lo erano ieri?

Il vero test non sono gli annunci. Sono gli espulsi

Il punto, alla fine, è semplicissimo.

La credibilità della politica migratoria europea non potrà essere misurata dal numero degli agenti annunciati, dai miliardi stanziati, dalle conferenze stampa o dalla quantità di nuovi regolamenti prodotti a Bruxelles.

Dovrà essere misurata sui risultati.

Quante persone entrano irregolarmente.

Quante ricevono un ordine definitivo di rimpatrio.

Quante lasciano volontariamente il territorio.

Quante vengono effettivamente espulse quando rifiutano di partire.

Quanto tempo passa fra la decisione e l’esecuzione.

E quanti Paesi terzi accettano concretamente di riprendersi i propri cittadini.

Il dato più imbarazzante rimane quello riconosciuto dalla stessa Commissione: il tasso europeo di rimpatrio era circa il 20% quando venne presentata la riforma nel marzo 2025 ed è salito al 28% nel 2025.

Nel frattempo Bruxelles promette una Frontex gigantesca, nuovi poteri, hub esterni e un sistema europeo dei rimpatri.

Vedremo se funzionerà.

Perché 30.000 divise non servono a molto se sette ordini di rimpatrio su dieci continuano a non trasformarsi in una partenza effettiva.

E questa volta Bruxelles non potrà nascondersi dietro le parole.

I numeri saranno il verdetto.


FONTI

Commissione europea – Sistema europeo comune dei rimpatri, accordo politico del 2 giugno 2026
https://home-affairs.ec.europa.eu/news/commission-welcomes-political-agreement-return-regulation-2026-06-02_en

Commissione europea – Politica europea su rimpatri e riammissioni
https://home-affairs.ec.europa.eu/policies/migration-and-asylum/irregular-migration-and-return/effective-firm-and-fair-eu-return-and-readmission-policy-0_en

Commissione europea – Proposta del nuovo sistema comune europeo dei rimpatri, 11 marzo 2025
https://italy.representation.ec.europa.eu/notizie-ed-eventi/notizie/la-commissione-propone-un-nuovo-sistema-europeo-comune-di-rimpatrio-2025-03-11_it

Commissione europea – Strategia quinquennale europea sulla migrazione, gennaio 2026
https://home-affairs.ec.europa.eu/news/commission-presents-five-year-strategy-migration-2026-01-29_en

Commissione europea – Discorso di Ursula von der Leyen al Parlamento europeo, 18 luglio 2024
https://enlargement.ec.europa.eu/news/statement-european-parliament-plenary-president-ursula-von-der-leyen-candidate-second-mandate-2024-2024-07-18_en

Corte di giustizia UE – Cause Comeri, Sidilli e Sedrata sul protocollo Italia-Albania
https://curia.europa.eu/site/jcms/p1_1000081788/it/udienze-cause-riunite-c-706/25-comeri-e-c-707/25-sidilli-nonche-c-414/25-sedrata

Corte di giustizia UE – Sentenza sui “Paesi di origine sicuri” e controllo giurisdizionale
https://curia.europa.eu/jcms/upload/docs/application/pdf/2025-08/cp250103it.pdf

ANSA – Dati Frontex gennaio-agosto 2026: -35% attraversamenti irregolari, -55% Mediterraneo centrale
https://www.ansa.it/english/news/2026/09/10/sharp-drop-in-illegal-arrivals-down-55-in-central-mediterranean-frontex_6c93a282-2165-48ca-8ad6-47b3b736bdea.html

Agence Europe – Oltre 33.000 rimpatri assistiti da Frontex nel primo semestre 2026, circa 21.000 volontari
https://agenceurope.eu/en/bulletin/article/13933/10/frontex-supported-return-of-33000-illegal-migrants-to-their-countries-of-origin-in-first-half-of-2026

Euractiv – Riforma Frontex, ipotesi 30.000 uomini e proposta Weber da 50.000
https://www.euractiv.com/news/soteu-frontex-primed-for-power-boost/