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Cosa sappiamo del caso Charlie Kirk

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Da quanto riportato:

  • Charlie Kirk è stato colpito al collo durante un evento pubblico all’Università Utah Valley. The Guardian+1
  • Il proiettile non è uscito: è rimasto “nella parte superiore del collo” / “just beneath the skin” (sotto la pelle) secondo il chirurgo. New York Post
  • È stato riferito che l’osso (“bone”) era molto denso, sano, e che questo ha probabilmente impedito al proiettile di uscire. New York Post
  • Il tipo di arma era un Mauser vintage, bolt-action, calibro potente, sparato da una certa distanza/dalla cima di un edificio. ABC News+1

Cosa non si sa ancora / limiti delle informazioni

  • Non ci sono finora resoconti clinici dettagliati su quanto profondamente il proiettile ha penetrato, se ha toccato strutture vertebrali (vertebre, lamina, artropatie vertebrali), né se è entrato nel canale vertebrale.
  • Non è chiaro se il proiettile abbia deviato, rimbalzato, oppure “scorso” lungo ossa del collo (vertebre cervicali) o superfici ossee. Nessuna fonte che riporti immagini radiografiche o TC che mostrino un percorso del proiettile lungo la colonna vertebrale.
  • I giornali parlano di “colpo al collo”, “danno al collo”, “non ha attraversato”, “sotto pelle”, ma non dettagli anatomici (vertebre coinvolte, midollo, canale vertebrale).

Analisi: può essere un caso di proiettile che “corre lungo la spina”?

Basandosi su cosa si sa:

  • Il fatto che il proiettile non abbia attraversato il corpo (“no exit wound”) è coerente con casi in cui un proiettile può essere fermato da osso o rallentato sufficientemente da rimanere interno. Questo potrebbe includere scenari di contatto osseo o deviazione.
  • Però per dire che “ha corso lungo la spina” servirebbe evidenza che il proiettile abbia interagito con le vertebre cervicali e abbia percorso un tragitto lungo quelle ossa o vicino ad esse, cioè aderente o subperiostale o che abbia seguito la superficie vertebrale. Non abbiamo attualmente fonti che affermano ciò.

Quindi: è possibile, ma non ci sono prove pubbliche sufficienti per confermare che questo sia uno di quei casi. In termini forensi: sembra più probabile che il proiettile abbia colpito il collo, danneggiato tessuti molli, magari laringe, vasi, muscoli, ma non ci sono dettagli che suggeriscono coinvolgimento della colonna vertebrale (ossa vertebrali, etc.), né che abbia “scivolato” lungo di esse.

Proiettili che “corrono lungo un osso”: meccanismi, evidenze cliniche e forensi

Meccanismi principali


Evidenza clinica e casi


Imaging e diagnosi


Complicanze ossee


Il comportamento di un proiettile 5,56 NATO (ma anche di altri calibri) in contatto con l’osso può determinare traiettorie anomale, deviazioni, e veri e propri percorsi di “scorrimento” lungo la corticale. Questi casi hanno ricadute cliniche (diagnosi e chirurgia complessa, rischio di infezioni e non-union) e forensi (ricostruzione delle traiettorie e dinamiche di sparo).

Casi con proiettili / frammenti lungo la spina vertebrale

Titolo / fonteLocalizzazioneDettagli di traiettoria / rilevanza “lungo l’osso/spina”Link
Bullet Fragment of the Lumbar Spine: The Decision Is More than Removal (Moisi MD et al., 2015)Colonna lombareIl proiettile/frammento è ritenuto nello spazio intratecale a livello lombare dopo ferita da arma da fuoco. Questo suggerisce che non abbia attraversato “a vista” i tessuti, ma sia rimasto intrappolato nel canale vertebrale o adiacente. Non è specificato che “scorra lungo l’osso”, ma è un esempio di corpo estraneo ritenuto nel contesto vertebrale. PMC
Upper cervical spinal cord gunshot injury without bone (Seçer M, et al., 2014)Cervicale altaCaso raro in cui il proiettile è interno, intradurale, nella regione cervicale, ma non c’è distruzione ossea. Ciò implica che il proiettile si è posizionato vicino o accanto alla colonna vertebrale senza necessariamente distruggere vertebre. Potrebbe aver “scorretto” lungo strutture vicine all’osso. PMC
Case Report: Successful Removal of a Bullet from the Spinal Column at L5 (Pourhajshokr N et al., 2022)Spina lombare, livello L5Descrive un caso di proiettile che ha colpito la colonna vertebrale, lodato in loco, e che è stato rimosso chirurgicamente. Il fatto che sia “della colonna” indica interazione ossea/vertebrale, e probabilmente uno scenario in cui il proiettile ha fatto contatto o percorso vicino all’osso. ScienceDirect
Spinal canal bullet embolus causing paraplegia (Benfield R, 2009)Canale spinaleÈ un caso in cui un proiettile è migrato o è localizzato nel canale spinale, causando paraplegia. Non esplicitamente “scorrimento lungo la spina”, ma è un caso di corpo estraneo all’interno del canale vertebrale. ScienceDirect
Gunshot wound to the spine (Nature / Spinal Cord, Barros Filho et al., 2014)Vari livelli della colonnaStudio sulla variabilità delle traiettorie nei colpi spinali, come il percorso del proiettile nel corpo (tra tissutI molli, osso, canale), e come queste influenzino gli outcome neurologici. Alcune traiettorie implicano contatti vertebrali o coinvolgimento osseo ma non sempre descrivono “scorrere lungo l’osso”. Nature
A firearm bullet lodged into the thoracic spinal canal without vertebral destruction (Hossin J, 2011)Canale toracolombare28enne, proiettile non passa attraverso il corpo (non si vede uscita), causa paraplegia; il proiettile è lodato nel canale vertebrale toracolombare e non ha distrutto le strutture ossee vicino — dunque ha attraversato tessuti molli e penetrato nel canale spinale, dopo aver bypassato o “aggirato” l’osso senza distruzione massiva. Questo è un esempio molto vicino all’idea di “corsa lungo la spina” in quanto la distruzione ossea è minima. BioMed Central
Surgical removal of a migrating intraspinal bullet (de los Cobos et al., 2021)Canale lombare / cauda equinaFerita da arma da fuoco, proiettile ritenuto che migra all’interno del canale spinale, causando sintomi (problemi neurologici). L’aspetto “migrazione” indica che il proiettile non è fissato esattamente dove è entrato, ma si muove all’interno del canale, possibilmente seguendo superfici ossee o spazi tra dura mater/ossa. The Journal of NeuroScience

Analisi: quanto sono vicini questi casi all’idea di “il proiettile corre lungo la spina”

Nei casi trovati:

  • Molti proiettili risultano intracanale vertebrale o intradurali (cioè all’interno del canale che ospita il midollo/spina dorsale), ma non sempre con descrizione che il proiettile segua la corticale vertebrale (la superficie dell’osso vertebrale).
  • In alcuni casi, come “A firearm bullet lodged into the thoracic spinal canal without vertebral destruction” il proiettile ha penetrato nel canale senza fratturare vertebre — suggerisce che potrebbe aver “scivolato” o percorso un tragitto molto vicino all’osso piuttosto che distruggerlo. BioMed Central
  • Casi di migrazione intraspinale implicano che il proiettile non sia rimasto completamente inserito in un tessuto molle, ma possa muoversi lungo spazi anatomici con superficie dura (ossa, lamina vertebrale, faccette articolari) che possono fungere da guide o ostacoli. The Journal of NeuroScience
  • Alcuni studi riguardano la traiettoria rispetto alla colonna vertebrale (ossia quanto la vicinanza dell’osso abbia influenzato il danno), ma non sempre si parla esplicitamente di “scorrere lungo la spina dorsale” come se fosse una guida ossea.

Aleksandr Dugin l’ innominabile uomo dei Rothschild?

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https://truereport.net/

Aleksandr Dugin é uno dei bersagli preferiti del media mainstream. Ne sono state scritte di ogni genere e risma.

Ma c’è sempre un quid in più da aggiungere in questa narrativa. Tanto da portarci oggi a dire che sí, Diavolo d’un Putin, ce l’hai fatta ancora una volta. Altro che nuovo Zar della Russia, altro che minaccia per l’Occidente con la sua smania di conquistare, a colpi di vanga s’intenda, ogni millimetro di terreno della vecchia, flaccida Europa. C’è chi dice che voglia arrivare sino a Lisbona. Per poi passare, magari, anche oltre. Vladimir Putin non sarebbe altri che un agente provocatore del New World Order, assoldato e schierato nelle falangi ultraglobaliste che fanno riferimento a quell’1 per cento di magnati della Finanza in grado di controllare il mondo e disegnarne gli assetti futuri. Ultrasionisti, sia chiaro.

Ovviamente, Putin agirebbe per interposta persona, poiché sarebbe soltanto un pupazzo manovrato da quel Satrapo quasi innominabile che risponde al nome di Aleksandr Dugin. Les jeux son fait: possiamo morire tranquilli, perché lo sterminio prossimo venturo è inevitabile. Siete avvertiti, di parodia in parodia, anche quel barlume di speranza chiamato Brics è definito come somma impostura messa in atto da chi vuole dominare il genere umano a colpi di transumanesimo, controllo sociale e sterminio di massa. Al confronto, i sostenitori della cosiddetta dottrina Kalergi – sempre che ve ne sia una – sono dei dilettanti allo sbaraglio.
Le inoppugnabili prove di questo complotto planetario – che recherebbe in calce la firma di Vlad e Aleks – sono state rese note grazie alla diffusione di una serie di articolesse pubblicate dal sito “fox-allen.com”. Testi destinati a rimanere scolpiti nella storia futura, sempre che l’abominevole piano Dugin/Putin – eterodiretti dalla famiglia Rothschild, va da sé – venga sventato, anche se non si capisce bene chi si possa opporre a tale orrifico disegno.


Ma veniamo alle cosiddette prove inoppugnabili. Non ce vogliano gli autori di fox-allen se tenteremo, con umili strumenti, di demolire alcune, alcune soltanto, delle loro tesi, appoggiandoci al principio popperiano del falsificazionismo. Primo punto: la simbologia. La contestazione mossa al Professore Dugin è quella di aver utilizzato per il movimento eurasiatico una stella ad otto frecce. Secondo gli estensori degli scritti, quel simbolo è una chiara evocazione dello stemma dei Rothschild, cinque frecce raggruppate con la punta verso il basso.

In realtà, lo stemma Rothschild contiene un pugno chiuso con cinque frecce che simboleggiano le cinque dinastie stabilite dai cinque figli di Mayer Rothschild, in un riferimento al Salmo 127: “Come frecce nelle mani di un guerriero”.

Cosa abbia a che fare con le otto frecce eurasiatiche non viene spiegato. Deve essere accettato come atto di fede. In fondo, sempre di frecce si tratta. A Popper l’ardua sentenza.
Dal punto di vista gerarchico, poi, i testi spiegano chiaramente la gerarchia che intercorre tra il filosofo e il politico. Dugin da “filosofo” di Putin viene elevato a “cervello” del presidente russo. Chissà come la prenderebbe quel ragazzaccio cresciuto in vicolo Baskov a Leningrado se lo venisse a sapere.
La storia personale del professore, poi, viene passata al setaccio nel suo complesso percorso, sottolineando ovviamente le spigolature più gustose per farlo passare se non come un criminale, almeno come uno psicopatico incoerente. E’ un metodo che conosciamo bene. Se l’avversario non si piega, allora deve essere prima deriso e poi demonizzato. Una lettera scarlatta perpetua che lo renda assolutamente incompatibile con il consesso civile. Nota a margine: è impossibile non ricordare come il tentativo di piegare Dugin si sia spinto sino al gesto estremo. Per chi non lo ricordasse, Darya Dugina è rimasta uccisa da un attentato terroristico ad agosto del 2022. Come conciliare l’aggressione a Dugin ed alla sua famiglia con l’appartenenza all’elitè globalista che pianifica i destini del mondo?


La polpa dell’inchiesta che pone Dugin e Putin ai vertici del complotto globalista si condensa, infine, sull’analisi delle teorie filosofiche del professore russo. Nel decifrare in poche decine di righe la complessa opera di Dugin si riesce a definirlo “fascista”, “comunista”, “totalitarista”, “antiliberale”, per poi passare alle sue “tentazioni” da suprematista nero, “sionista”, “cabalista” e probabilmente anche adepto della tremebonda setta fondata da Shabati Zevi. Insomma, un cavaliere dell’Apocalisse o poco ci manca. Qualche riferimento a un passato in un ordine dedito a orge e satanismo, perché si sa, un po’ di sesso e droga non guasta. Un colpo di Baphomet qua e là, per dipingerlo come acuto sostenitore del satanismo.(D’altronde, professore, ha scritto “I Templari del proletariato”, in fondo se l’è andata un po’ a cercare). La zuppa di duginismo non finisce mica qui. Serve il tocco da maestro, il colpo da fuoriclasse per stendere definitivamente l’avversario. Ed eccolo qua: molte riflessioni vengono spese per sciogliere il concetto di Dasein, l’esserci postulato da Heidegger. Ovviamente è un anello necessario per poter dare del nazista a Dugin. Lo spirito di Hannah Arendt, che seppe perdonare l’amato Maestro, li perdoni. E se di filosofi vogliamo parlare, allora peccato che nessun riferimento venga fornito rispetto al confronto, profondo quanto verticale, operato dal filosofo russo nel rapportarsi a Giorgio Agamben, piuttosto che a Massimo Cacciari o a Toni Negri, nella sua dimensione “imperiale, tanto per restare tra i confini di casa nostra.


In realtà, a voler essere pignoli, la teoria di autori, filosofi e intellettuali citati nelle opere di Dugin è talmente vasta da poter colmare un intero volume. Un po’ come fece Ernst Kantorowicz quando decise di pubblicare le note della sua monumentale opera su Federico II, lo Stupor Mundi.
Di Geopolitica, nonostante quella disciplina (sdoganata dall’apparentamento col fascismo soltanto in epoca recente, per colpa o per merito di Carl Schmitt, dipende dai punti di vista) rappresenti un asset fondamentale nella visione di Dugin, gli articoli di fox-allen ne parlano poco e in maniera non del tutto profonda, sorvolando qua e là su strategie, assetti e impostazioni di un possibile, e forse imminente, nuovo mondo multipolare.
Per non essere troppo pedanti, e volendo comunque riconoscere la buona fede e il “merito” agli autori di quegli scritti, rivolgiamo un umile appello. Si può fare di più, contro un uomo, contro un padre che ha già subito il martirio della figlia; si può essere ancora più incisivi, ancora più determinati nell’abbatterlo, nel demonizzarlo e nel ridicolizzare il suo pensiero. Attendiamo con ansia le prossime puntate. E’ una guerra metafisica, d’altronde. Ogni arma è legittima.

Di Piero Messina e Veleno Q.B.

Strana la scelta del Nome Fox Allen noto attivista DEM e sostenitore dei diritti LGBTQ+ e sostenitore dell’ Ucraina

Articolo Pubblicato di Fox Allen “PDF”

Biolab, Tulsi Gabbard e le accuse russe: cosa emerge dai documenti declassificati e dalle dichiarazioni del generale Rtishchev

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Il dibattito sui biolaboratori finanziati dagli Stati Uniti è tornato con forza al centro della scena internazionale dopo la pubblicazione di documenti declassificati da parte della Direttrice dell’Intelligence Nazionale americana, Tulsi Gabbard, e le nuove dichiarazioni del comandante delle truppe russe per la Difesa Radiologica, Chimica e Biologica, il generale Alexey Rtishchev.

Per anni il tema dei cosiddetti “biolab” è stato oggetto di uno scontro politico e mediatico, con accuse di propaganda e controaccuse di occultamento. Oggi, però, una parte del dibattito si è spostata dai sospetti all’esistenza stessa delle strutture, la cui presenza viene ormai riconosciuta dagli stessi documenti ufficiali statunitensi. Resta invece aperta la questione più delicata: quale fosse la natura effettiva delle ricerche svolte e quale livello di controllo fosse esercitato sulle attività.


L’inchiesta voluta da Tulsi Gabbard

Nel maggio 2026, Tulsi Gabbard aveva annunciato l’avvio di una revisione completa dei programmi biologici sostenuti dagli Stati Uniti all’estero.

Secondo le sue dichiarazioni, l’obiettivo era:

  • identificare la localizzazione dei laboratori;
  • determinare quali agenti patogeni fossero conservati;
  • verificare quali ricerche venissero condotte;
  • porre fine agli esperimenti di “gain-of-function” considerati troppo pericolosi.

La Direttrice dell’Intelligence Nazionale aveva affermato:

«La pandemia di Covid ha mostrato il potenziale impatto catastrofico che la ricerca su agenti patogeni pericolosi può avere sull’intero pianeta».

Secondo Gabbard, esponenti politici, funzionari della sicurezza nazionale e figure sanitarie come Anthony Fauci avrebbero minimizzato o nascosto per anni l’esistenza e l’estensione di tali programmi.


Oltre 120 laboratori in più di trenta Paesi

Dopo mesi di analisi degli archivi dell’intelligence, l’ufficio di Tulsi Gabbard ha pubblicato documenti che indicano un finanziamento statunitense a oltre 120 laboratori biologici distribuiti in più di trenta nazioni.

Secondo il comunicato dell’ODNI:

  • molti di questi laboratori hanno trattato agenti altamente contagiosi;
  • in alcuni casi sarebbero state svolte ricerche di “gain-of-function”;
  • il livello di supervisione sarebbe stato insufficiente;
  • una parte significativa delle strutture si trova in Ucraina.

Tulsi Gabbard ha dichiarato:

«Le informazioni sull’esistenza, la storia, le localizzazioni e i finanziamenti di questi laboratori sono state intenzionalmente occultate da persone potenti che hanno accusato di tradimento coloro che ponevano domande».

Secondo la responsabile dell’intelligence americana, molti cittadini e ricercatori sarebbero stati etichettati come propagandisti o agenti stranieri semplicemente per aver chiesto maggiore trasparenza.


Gli agenti patogeni citati nei documenti

Tra i microrganismi indicati nei materiali declassificati figurano:

  • antrace;
  • tularemia;
  • tubercolosi;
  • peste;
  • febbre di Lassa;
  • Ebola;
  • Marburg;
  • SARS;
  • MERS;
  • peste suina africana;
  • rickettsie;
  • Newcastle Disease.

Secondo l’ODNI, alcuni di questi patogeni erano conservati fin dall’epoca sovietica e i programmi finanziati dagli Stati Uniti erano nati originariamente per mettere in sicurezza materiali potenzialmente pericolosi ereditati dalla Guerra Fredda.


Più di quaranta laboratori in Ucraina

I documenti pubblicati fanno riferimento a oltre quaranta strutture biologiche presenti in Ucraina e sostenute economicamente dagli Stati Uniti.

Tra le città citate figurano:

  • Kharkiv;
  • Odessa;
  • Kherson;
  • altre località dell’Ucraina occidentale.

Nei documenti emergono inoltre:

  • programmi di addestramento per scienziati ucraini;
  • lavori di ammodernamento delle strutture;
  • collegamenti con università americane;
  • coinvolgimento della società Black & Veatch;
  • partecipazione del Dipartimento della Difesa, del CDC, del Dipartimento dell’Agricoltura e dell’OMS.

Le preoccupazioni espresse dall’intelligence americana

Uno degli elementi più sorprendenti emersi dai documenti riguarda il fatto che la stessa intelligence americana avrebbe segnalato il rischio che alcuni laboratori ucraini potessero cadere nelle mani di terzi o essere compromessi a causa della guerra.

L’ODNI ha infatti affermato:

«Un laboratorio finanziato dagli Stati Uniti in Ucraina probabilmente ospitava agenti patogeni pericolosi ed era vulnerabile a minacce di attacco, sequestro o danneggiamento».

Proprio questo aspetto era stato richiamato nel marzo 2022 anche dalla sottosegretaria americana Victoria Nuland, quando dichiarò davanti al Congresso che Washington era preoccupata dal possibile controllo russo di strutture biologiche ucraine.


Le accuse del generale russo Alexey Rtishchev

Parallelamente alle rivelazioni americane, il generale Alexey Rtishchev ha sostenuto che i nuovi documenti declassificati rappresenterebbero una conferma delle denunce avanzate dalla Russia fin dall’inizio del conflitto. Secondo Mosca, i materiali pubblicati dimostrerebbero che esisteva una vasta rete di laboratori biologici sostenuti dal Pentagono. ([TASS])

Rtishchev ha dichiarato che le forze russe avrebbero individuato almeno dieci programmi di ricerca su agenti patogeni pericolosi.

Tra le malattie studiate figurerebbero:

  • febbre emorragica Crimea-Congo;
  • antrace;
  • tularemia;
  • leptospirosi;
  • encefalite da zecche;
  • peste suina africana;
  • rickettsiosi.

Mosca sostiene inoltre che alcuni progetti denominati U-P-1 e U-P-2 fossero finalizzati allo studio dei meccanismi di diffusione delle malattie attraverso animali migratori e vettori biologici.

Secondo il generale russo, sarebbero stati eseguiti anche studi sulla morva, una malattia zoonotica rara che non sarebbe mai stata registrata in Ucraina, circostanza che, secondo Mosca, solleverebbe ulteriori interrogativi. ([TASS])


Gain-of-function e fine dei finanziamenti

L’inchiesta di Tulsi Gabbard si inserisce nel quadro dell’ordine esecutivo firmato da Donald Trump nel 2025 per vietare il finanziamento federale a ricerche di gain-of-function condotte in Paesi con sistemi di controllo considerati insufficienti.

La stessa Gabbard ha dichiarato:

«Continueremo a lavorare con le altre agenzie governative per identificare dove si trovano questi laboratori, quali agenti patogeni contengono e porre fine alle ricerche pericolose che minacciano la salute degli americani e del mondo intero».


Le critiche alle rivelazioni

Le affermazioni della Direttrice dell’Intelligence americana hanno però suscitato forti reazioni.

Diversi esperti di controllo delle armi biologiche hanno sostenuto che i laboratori non fossero segreti e che il loro scopo fosse esclusivamente la biosicurezza e la prevenzione delle pandemie.

Secondo alcuni osservatori occidentali, la pubblicazione dei documenti rischierebbe di alimentare narrative già utilizzate dalla Russia.

Dall’altra parte, Tulsi Gabbard sostiene invece che il problema non sia l’esistenza delle strutture, bensì la mancanza di trasparenza e l’eventuale conduzione di ricerche ad alto rischio con un controllo insufficiente.


Un dibattito destinato a continuare

Le dichiarazioni di Tulsi Gabbard e quelle del generale Rtishchev non chiudono il dibattito, ma ne aprono uno nuovo.

L’esistenza di laboratori biologici finanziati dagli Stati Uniti in Ucraina e in altri Paesi è oggi documentata dagli stessi archivi dell’intelligence americana. Rimangono però oggetto di forte controversia:

  • la natura esatta delle ricerche svolte;
  • il livello di supervisione esercitato;
  • l’eventuale coinvolgimento di studi di gain-of-function;
  • la trasparenza delle amministrazioni precedenti;
  • i rischi derivanti dalla presenza di tali strutture in aree di guerra.

Ciò che fino a pochi anni fa veniva liquidato esclusivamente come una disputa propagandistica è diventato ormai un tema che coinvolge direttamente la sicurezza biologica internazionale, la trasparenza dei programmi governativi e il controllo delle ricerche sugli agenti patogeni più pericolosi esistenti.

Documenti e dichiarazioni di Tulsi Gabbard


Dichiarazioni del generale russo Alexey Rtishchev


Precedenti dichiarazioni americane sui laboratori biologici in Ucraina


Posizione ufficiale dell’Ucraina


Programmi americani di cooperazione biologica


Approfondimenti

Questi collegamenti permettono di ricostruire sia le affermazioni di Tulsi Gabbard e dell’ODNI sia le accuse formulate dal generale russo Alexey Rtishchev, oltre alle posizioni ufficiali di Washington, Kiev e delle organizzazioni internazionali coinvolte.

I cani da riporto della controinformazione e la confusione tra Memorandum d’Intesa e trattato di pace

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Da giorni i soliti cani da riporto della controinformazione italiana, autoproclamatisi anti-imperialisti, antisionisti, anti-globalisti e paladini della “lotta verticale”, stanno urlando all’ennesima “sconfitta dell’America” e alla “vittoria dell’Iran”.

Ancora una volta, però, la propaganda ideologica sembra prevalere sulla comprensione dei fatti.

Gli stessi personaggi che per anni hanno denunciato la manipolazione dei media mainstream finiscono infatti per ripetere le medesime narrazioni diffuse dall’universo progressista americano e dagli ambienti anti-Trump più radicali: Trump avrebbe ceduto, Washington si sarebbe arresa e Teheran avrebbe imposto le proprie condizioni.

Peccato che esista un piccolo problema.

Questi “esperti” sembrano non sapere cosa sia un Memorandum d’Intesa

La questione più sorprendente è che molti commentatori della controinformazione sembrano ignorare completamente la natura giuridica e diplomatica di un Memorandum of Understanding (MoU).

Eppure si tratta di uno degli strumenti più comuni nelle relazioni internazionali.

Cos’è tecnicamente un Memorandum d’Intesa?

Un Memorandum d’Intesa (Memorandum of Understanding, MoU) è un documento preliminare attraverso il quale due o più parti definiscono:

  • i principi generali su cui intendono lavorare;
  • gli obiettivi comuni;
  • gli argomenti che saranno oggetto di negoziato;
  • le procedure per arrivare a un accordo definitivo;
  • gli impegni politici iniziali.

In sostanza, rappresenta una cornice negoziale.

Non costituisce automaticamente un trattato internazionale definitivo e non equivale a una resa o a una vittoria militare di una delle parti.

In diplomazia, un MoU serve soprattutto a stabilire:

  • su quali punti si discuterà;
  • quali obiettivi si vogliono raggiungere;
  • quali passaggi saranno necessari per arrivare a un accordo finale.

In molti casi, dopo la firma di un Memorandum possono seguire mesi o addirittura anni di negoziati.

Cosa NON è un Memorandum d’Intesa

Un Memorandum:

  • non è una capitolazione;
  • non è una resa incondizionata;
  • non è un trattato di pace definitivo;
  • non è la conclusione dei negoziati;
  • non è necessariamente giuridicamente vincolante;
  • non rappresenta automaticamente concessioni irrevocabili.

È, molto più semplicemente, il punto di partenza di un percorso diplomatico.

Come funziona normalmente il processo diplomatico

Il percorso classico nelle relazioni internazionali segue generalmente queste fasi:

  1. Apertura dei contatti.
  2. Memorandum d’Intesa.
  3. Tavoli tecnici.
  4. Negoziati dettagliati.
  5. Accordi definitivi.
  6. Eventuale trattato internazionale.
  7. Ratifica e attuazione.

Confondere il punto numero due con il punto numero sei significa non comprendere la differenza tra l’inizio di una trattativa e la sua conclusione.

Memorandum famosi della storia

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La storia diplomatica è piena di memorandum e accordi preliminari che hanno preceduto intese molto più complesse.

Tra i casi più noti:

  • gli Accordi di Oslo del 1993;
  • i negoziati sul nucleare iraniano culminati nel JCPOA del 2015;
  • gli Accordi di Abramo;
  • gli Accordi di Camp David.

Nessuno di questi processi è stato risolto con una semplice dichiarazione iniziale.


Tutti a correre dietro alla propaganda iraniana

La cosa più curiosa di queste ore è osservare come gran parte dei cani da riporto della controinformazione italiana si sia precipitata a ripetere, senza alcun filtro critico, la narrativa trionfalistica proveniente dagli ambienti mediatici e politici iraniani.

Gli stessi personaggi che per anni hanno dichiarato di diffidare di tutte le propagande, improvvisamente sembrano considerare ogni comunicato proveniente da Teheran come una verità assoluta.

Secondo questa narrativa:

  • l’Iran avrebbe imposto tutte le proprie condizioni;
  • gli Stati Uniti sarebbero stati costretti alla resa;
  • Trump avrebbe capitolato;
  • Washington sarebbe stata umiliata;
  • la vittoria iraniana sarebbe già definitiva.

Ma ancora una volta la realtà è molto più complessa delle tifoserie ideologiche.

Un Memorandum d’Intesa non rappresenta una resa americana né una vittoria iraniana. È semplicemente il quadro iniziale entro cui si svolgeranno le trattative.

Eppure, i professionisti della propaganda hanno già decretato vincitori e sconfitti, dimostrando ancora una volta di ragionare più da ultras che da analisti.

La stessa ingenuità che criticano negli altri

Il paradosso è straordinario.

Per anni questi ambienti hanno accusato i media occidentali di essere “cani da riporto” delle narrative della NATO, di Washington e dell’establishment.

Poi, non appena una dichiarazione arriva da Teheran, Mosca o da qualche esponente dell’«Asse della Resistenza», ogni spirito critico scompare improvvisamente.

Tutto viene accettato, amplificato e trasformato in dogma.

Così, coloro che sostengono di combattere la propaganda finiscono per diventare essi stessi i più fedeli diffusori di un’altra propaganda.

Anti-Trumpismo psicotico e tifo ideologico

L’odio ossessivo verso Trump ha ormai raggiunto livelli tali da impedire qualsiasi analisi razionale.

Se Trump avvia un negoziato:

«Si è arreso».

Se cerca un compromesso:

«Ha perso».

Se evita una guerra:

«È stato costretto a cedere».

Se ottiene risultati:

«Il merito è degli altri».

La conclusione è già stata scritta in anticipo.

E così, pur di alimentare il loro anti-Trumpismo compulsivo, questi personaggi finiscono per correre dietro alla propaganda iraniana con la stessa fede cieca con cui accusano gli altri di seguire quella americana.

Ma la geopolitica non è una partita di calcio.

Le relazioni internazionali non funzionano attraverso slogan, meme o dirette rabbiose.

Funzionano attraverso rapporti di forza, interessi strategici, negoziati e compromessi.

E soprattutto, un Memorandum d’Intesa è semplicemente il punto di partenza di una trattativa.

Non è un trattato di pace.

Non è una capitolazione.

Non è una vittoria definitiva.

E scambiare una piattaforma negoziale per una resa incondizionata significa, nel migliore dei casi, non conoscere il funzionamento della diplomazia internazionale; nel peggiore, fare propaganda travestita da analisi.

Mentre i cani da riporto della controinformazione italiana urlano alla “vittoria dell’Iran” e alla “sconfitta dell’America”, la realtà continua a seguire percorsi molto più complessi e meno ideologici di quelli immaginati dalle loro tifoserie.


L’anti-Trumpismo come filtro ideologico

Il problema è che per una parte della controinformazione italiana la geopolitica sembra essere diventata una questione di tifoserie.

Se Trump negozia:

“Si è arreso”.

Se esercita pressione:

“Vuole la guerra”.

Se cerca una mediazione:

“È disperato”.

Se ottiene risultati:

“Sono vittorie degli altri”.

La conclusione è già stata scritta in anticipo.

I fatti vengono adattati alla narrativa e non viceversa.

Così, personaggi che si definiscono alternativi finiscono per riprodurre lo stesso schema mentale dei media che sostengono di combattere.

La geopolitica reale è più complessa delle dirette rabbiose

Le grandi potenze non ragionano secondo la logica dei social network.

I negoziati internazionali sono fatti di:

  • pressioni reciproche;
  • compromessi;
  • fasi intermedie;
  • accordi provvisori;
  • verifiche;
  • modifiche successive.

Pensare che la pubblicazione di un Memorandum d’Intesa equivalga automaticamente alla vittoria totale di una parte e alla sconfitta assoluta dell’altra significa trasformare la geopolitica in una partita di calcio.

Ma la diplomazia internazionale non funziona con gli slogan.

Funziona con rapporti di forza, trattative e compromessi.

E un Memorandum d’Intesa, per definizione, rappresenta soltanto l’inizio di un percorso negoziale.

Non la sua conclusione.


Approfondimenti e fonti

I cani da riporto della controinformazione italiana e il caso Epstein: “La coalizione Epstein” anni di accuse senza prove contro Trump copiando la narrativa dei Democratici americani e delle sinistre globaliste

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Per anni hanno ripetuto la stessa accusa. La stessa formula. Lo stesso schema comunicativo. Donald Trump veniva dipinto come l’uomo di Jeffrey Epstein, il “presidente dei pedofili”, il simbolo di una presunta rete di potere che avrebbe trovato nell’isola caraibica del finanziere americano il proprio luogo di incontro.

Una narrazione martellante, rilanciata quotidianamente dai grandi media progressisti americani e successivamente adottata da una parte consistente della cosiddetta controinformazione italiana, che ancora una volta ha finito per comportarsi come una semplice cassa di risonanza delle campagne mediatiche provenienti dagli Stati Uniti.

Dalla CNN alla controinformazione italiana: la stessa identica storia

Per anni reti come CNN, MSNBC, New York Times e Washington Post hanno costruito un’associazione continua tra Donald Trump e Jeffrey Epstein.

Fotografie degli anni Novanta.

Partecipazioni a eventi mondani.

Vecchie conoscenze comuni.

Elementi utilizzati per suggerire una relazione più profonda e compromettente.

Ma ciò che sorprende è stato osservare come molti esponenti della controinformazione italiana, pur dichiarandosi “antisistema”, “anti-establishment” e “antiglobalisti”, abbiano finito per utilizzare esattamente le stesse argomentazioni e gli stessi slogan dei media vicini al Partito Democratico americano.

Una convergenza che appare quantomeno singolare.

Anni di accuse, ma le prove dove sono?

Dopo anni di indagini federali, processi, pubblicazione degli Epstein Files, testimonianze e documentazione giudiziaria, non è mai emersa alcuna prova che coinvolgesse Donald Trump nelle attività criminali di Jeffrey Epstein.

Nessuna incriminazione.

Nessuna accusa formale.

Nessuna testimonianza diretta.

Nessun elemento giudiziario.

Eppure, nonostante l’assenza di prove, la narrativa è continuata.

Per alcuni ambienti della controinformazione italiana, infatti, la ripetizione sembra aver sostituito la dimostrazione.

Quando la propaganda diventa fede

La questione più interessante riguarda il metodo.

In teoria, la controinformazione dovrebbe distinguersi dal mainstream perché sottopone ogni versione ufficiale a verifica, richiede prove, confronta le fonti e diffida delle campagne mediatiche orchestrate.

Nel caso Trump-Epstein è accaduto l’esatto contrario.

Molti sedicenti dissidenti hanno semplicemente accettato e rilanciato le stesse accuse diffuse dai media progressisti americani.

Senza verificare.

Senza attendere i documenti.

Senza distinguere tra frequentazioni sociali e responsabilità penali.

Senza porsi le domande che normalmente dichiarano di voler porre.

L’ideologia prima dei fatti

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La sensazione è che, per alcuni ambienti della controinformazione italiana, l’obiettivo non sia mai stato comprendere i fatti ma confermare una visione ideologica precostituita.

Se una determinata accusa può essere utilizzata per colpire Trump, allora viene immediatamente trasformata in verità assoluta.

Non importa se mancano prove.

Non importa se i documenti raccontano altro.

Non importa se le ricostruzioni iniziali vengono successivamente smentite.

La narrativa deve sopravvivere ai fatti.

Gli “antiglobalisti” che parlano come i globalisti

La contraddizione appare evidente.

Da una parte si denunciano il mainstream, i media occidentali, le élite progressiste e il Partito Democratico americano.

Dall’altra si finisce per adottare le stesse identiche campagne mediatiche, le stesse categorie interpretative e gli stessi slogan.

Una sorta di cortocircuito permanente nel quale gli autoproclamati ribelli finiscono per trasformarsi nei più fedeli ripetitori delle narrative costruite dai loro presunti avversari.

Il risultato è una controinformazione sempre meno interessata ai fatti e sempre più prigioniera delle proprie convinzioni ideologiche.

Il problema non è Trump, ma il metodo

La questione non riguarda l’essere favorevoli o contrari a Donald Trump.

Riguarda un principio molto più semplice.

Le accuse straordinarie richiedono prove straordinarie.

Se per anni si afferma che un uomo è coinvolto in uno dei più grandi scandali sessuali della storia moderna, ci si aspetterebbe almeno l’esistenza di elementi concreti.

Se questi elementi non emergono, la credibilità di chi ha trasformato sospetti e insinuazioni in certezze assolute inevitabilmente vacilla.

Ed è forse proprio questo il punto più imbarazzante per i cani da riporto della propaganda italiana: scoprire, ancora una volta, di aver recitato la stessa parte dei media che sostengono di combattere.


Link e riferimenti

Trump, Epstein e la narrativa che vacilla: le nuove rivelazioni riaprono il caso

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Per anni una parte consistente dei media americani e numerosi esponenti del Partito Democratico hanno cercato di associare Donald Trump al caso Jeffrey Epstein, presentando la loro vecchia conoscenza negli ambienti mondani degli anni Novanta come la prova di un legame più profondo con il finanziere poi condannato per reati sessuali.

Eppure, dopo anni di inchieste, testimonianze, documenti giudiziari e pubblicazioni dei cosiddetti “Epstein Files”, non è mai emersa alcuna prova che coinvolgesse direttamente l’ex presidente americano nelle attività criminali dell’uomo che sarebbe diventato uno dei simboli più oscuri delle élite occidentali.

Anzi, nuove informazioni emerse nelle ultime settimane sembrano ribaltare una delle narrazioni più ripetute degli ultimi anni.


Trump ed Epstein: una frequentazione interrotta molto prima dello scandalo

Come molti personaggi dell’alta società newyorkese, Donald Trump e Jeffrey Epstein si conobbero negli anni Novanta. Fotografie e partecipazioni agli stessi eventi mondani sono state spesso utilizzate per suggerire una relazione stretta tra i due.

Tuttavia, la loro frequentazione si sarebbe interrotta già all’inizio degli anni 2000.

Lo stesso Trump dichiarò pubblicamente di non avere più rapporti con Epstein da oltre quindici anni e di non essere un suo estimatore.

Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, la rottura sarebbe stata netta e avrebbe portato addirittura all’esclusione di Epstein dal resort di Mar-a-Lago.


Le nuove rivelazioni

Uno degli aspetti più sorprendenti delle recenti indiscrezioni riguarda materiale manoscritto e appunti attribuiti a Jeffrey Epstein.

Secondo quanto trapelato, il finanziere avrebbe raccolto informazioni su numerose figure influenti, presumibilmente nel tentativo di ottenere leve di pressione e materiale compromettente.

Tra questi documenti sarebbero stati presenti anche riferimenti a Donald Trump.

Il risultato?

Secondo le informazioni diffuse, le presunte note contenenti “dossier” sull’ex presidente americano sarebbero risultate sostanzialmente vuote, prive di elementi compromettenti o di prove in grado di sostenere le accuse che per anni hanno alimentato dibattiti televisivi e polemiche politiche.


Le testimonianze degli investigatori

Già nel 2019 Bradley Edwards, avvocato che rappresentò alcune delle vittime di Epstein, dichiarò che Donald Trump fu una delle poche personalità influenti a collaborare con gli investigatori.

Secondo Edwards, Trump si rese disponibile a fornire informazioni senza pretendere immunità o condizioni particolari.

Una circostanza raramente evidenziata dai grandi media e spesso ignorata nel dibattito pubblico.


Chi frequentava davvero Epstein?

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Il caso Epstein ha coinvolto centinaia di nomi appartenenti al mondo della politica, della finanza, dello spettacolo e dell’aristocrazia internazionale.

La pubblicazione progressiva dei documenti giudiziari ha mostrato quanto vasta fosse la rete di conoscenze costruita dal finanziere nel corso dei decenni.

Tuttavia, gli investigatori hanno sempre distinto tra semplici conoscenze sociali e responsabilità penali.

Nel caso di Donald Trump, nessuna incriminazione, nessuna prova e nessun elemento giudiziario hanno mai portato a un coinvolgimento diretto.


Una delle principali accuse contro Trump si sta sgretolando?

Per anni l’associazione Trump-Epstein è stata utilizzata come potente arma politica.

Le immagini dei due insieme risalenti agli anni Novanta sono state rilanciate ciclicamente, soprattutto durante le campagne elettorali e nei momenti di maggiore polarizzazione politica.

Ma l’assenza di prove concrete e le nuove indiscrezioni rischiano ora di trasformare quella che per molti era una certezza in una narrativa sempre più difficile da sostenere.

Se confermate, queste informazioni rappresenterebbero infatti un duro colpo per uno dei principali argomenti utilizzati dai detrattori dell’ex presidente.


Il mistero Epstein è tutt’altro che chiuso

Nonostante le nuove rivelazioni, molte domande rimangono ancora aperte.

Chi proteggeva realmente Jeffrey Epstein?

Quali erano i suoi rapporti con i potenti della finanza e della politica mondiale?

Chi aveva interesse a mantenere segreti determinati documenti?

E soprattutto, quante informazioni devono ancora emergere?

Domande che continuano ad alimentare una delle vicende più controverse e oscure della storia americana contemporanea.


Fonti

  • Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.
  • Documentazione giudiziaria relativa al caso Epstein.
  • Dichiarazioni dell’avvocato Bradley Edwards.
  • Testimonianze pubbliche e archivi giornalistici.
  • Materiale pubblicato nell’ambito degli “Epstein Files”.

Brindisi, propaganda jihadista sul web: arrestato un 30enne. Prosegue la lotta contro la radicalizzazione in Italia

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Nuova operazione antiterrorismo in Italia. I Carabinieri del ROS, con il supporto del Comando Provinciale di Brindisi, del GIS, del Nucleo Elicotteri di Bari e delle unità cinofile, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di un cittadino straniero di 30 anni residente nella provincia di Brindisi, gravemente indiziato del reato di istigazione a commettere delitti con finalità di terrorismo attraverso strumenti informatici e telematici.

Secondo gli investigatori, l’uomo avrebbe attraversato un progressivo processo di radicalizzazione, utilizzando i social network per diffondere materiale di propaganda jihadista, glorificare il martirio e legittimare l’impiego della violenza come strumento ideologico. Fra i contenuti monitorati figurerebbero anche messaggi di esaltazione di attacchi armati contro obiettivi civili.

L’indagine è stata coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo di Lecce e rappresenta l’ennesimo intervento delle forze di sicurezza italiane volto a prevenire fenomeni di estremismo violento che sempre più spesso si sviluppano attraverso il web e le piattaforme digitali.

Il terrorismo si sposta sempre più sul web

Negli ultimi anni la propaganda estremista ha progressivamente abbandonato i tradizionali canali clandestini per trasferirsi sui social network, sulle piattaforme di messaggistica criptata e nei forum online.

La radicalizzazione digitale rappresenta oggi una delle principali minacce monitorate dagli apparati di sicurezza europei. L’obiettivo degli estremisti è quello di reclutare simpatizzanti, diffondere manuali, propaganda e contenuti capaci di trasformare individui isolati in potenziali terroristi.

Per questo motivo il monitoraggio della rete è diventato una delle principali attività preventive svolte da Carabinieri, Polizia di Stato e servizi di intelligence.


I principali arresti per terrorismo in Italia negli ultimi mesi

Giugno 2026 – Brindisi

  • Arrestato un cittadino palestinese di 30 anni residente nel Brindisino.
  • Accusato di propaganda e istigazione terroristica di matrice jihadista tramite social network.
  • Indagato anche un altro palestinese di 25 anni.

Giugno 2026 – Bologna

  • Arrestato un sedicenne residente nel Bolognese.
  • Trovati manuali per costruire armi artigianali, materiale suprematista e propaganda jihadista.
  • Gli investigatori parlano di fenomeno definito “white jihad”, caratterizzato dalla convergenza fra estremismo suprematista e retorica jihadista.

Ottobre 2025 – Lecce

  • Arrestato un 35enne salentino residente a Lizzanello.
  • Accusato di istigazione al terrorismo e propaganda estremista attraverso internet.

Maggio 2025 – Campobasso

  • Arrestato un giovane di origine libanese di 24 anni.
  • Nei suoi smartphone sono stati rinvenuti numerosi video e contenuti di propaganda jihadista.
  • Gli investigatori hanno evidenziato un elevato profilo di pericolosità.

Una minaccia che non riguarda solo l’Italia

Gli episodi emersi negli ultimi mesi mostrano come la minaccia terroristica non sia scomparsa ma abbia assunto forme diverse rispetto al passato.

L’azione preventiva delle forze dell’ordine, attraverso il monitoraggio costante delle piattaforme digitali, ha permesso di intercettare processi di radicalizzazione prima che potessero trasformarsi in azioni violente.

L’operazione condotta nel Brindisino rappresenta dunque un ulteriore tassello dell’attività di contrasto portata avanti quotidianamente dagli apparati di sicurezza italiani, chiamati ad affrontare una minaccia sempre più fluida, decentralizzata e strettamente connessa all’utilizzo delle nuove tecnologie.

MOSCA SOTTO ATTACCO: DRONI SU PALAZZI E INFRASTRUTTURE, L’ESCALATION DI KIEV CHE COLPISCE ANCHE OBIETTIVI CIVILI

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La guerra in Ucraina continua a superare nuove soglie di pericolosità e, mentre i media occidentali concentrano l’attenzione quasi esclusivamente sugli attacchi russi, sempre più spesso emergono episodi che mostrano come anche Kiev stia portando il conflitto ben oltre le linee del fronte.

Nelle ultime ore, Mosca è stata interessata da quello che viene descritto come uno dei più vasti attacchi con droni dall’inizio dell’operazione militare speciale russa. Secondo le autorità russe, dalla mezzanotte sarebbero stati intercettati oltre 194 UAV diretti verso la capitale, mentre le batterie antiaeree sono rimaste operative per ore in tutta la regione.

L’attacco ha provocato una situazione senza precedenti nella capitale russa. Tutti gli aeroporti di Mosca hanno subito sospensioni temporanee dei voli, la circolazione lungo la tangenziale è stata limitata e persino la Piazza Rossa è stata chiusa per ragioni di sicurezza.

Droni a bassissima quota contro aree abitate

L’aspetto più controverso riguarda il fatto che diversi droni abbiano sorvolato quartieri densamente popolati volando a bassissima quota. Alcuni velivoli senza pilota si sarebbero schiantati contro edifici residenziali e grattacieli, causando danni materiali e generando il panico tra la popolazione civile.

Segnalazioni di danni sono giunte dalla città di Zhukovsky e dall’area di Kapotnya, dove è situata una delle principali raffinerie della regione di Mosca.

Se confermate, queste dinamiche riaprirebbero inevitabilmente il dibattito sulla natura degli obiettivi scelti e sulla crescente estensione del conflitto verso infrastrutture e zone urbane lontane dal campo di battaglia.

Una strategia che aumenta il rischio di escalation

L’utilizzo massiccio di droni a lungo raggio rappresenta uno dei cambiamenti più significativi della guerra moderna. Tuttavia, quando tali attacchi coinvolgono grandi aree metropolitane con milioni di abitanti, il rischio di colpire strutture civili aumenta in maniera esponenziale.

Mosca, con oltre tredici milioni di residenti, costituisce una delle più grandi aree urbane del pianeta. Operazioni di questo tipo comportano inevitabilmente la possibilità che frammenti, droni abbattuti o velivoli fuori controllo finiscano per colpire abitazioni, infrastrutture o cittadini estranei alle operazioni militari.

La crescente frequenza di questi attacchi sembra inoltre indicare una volontà di portare il conflitto direttamente nel cuore della Federazione Russa, con conseguenze imprevedibili sull’equilibrio strategico e sulla possibilità di futuri negoziati.

Due pesi e due misure

Uno degli aspetti più discussi riguarda la narrativa dominante in Occidente. Quando infrastrutture civili vengono colpite in territorio ucraino, giustamente si parla di tragedie umanitarie e violazioni del diritto internazionale. Molto più raramente, invece, gli attacchi contro aree urbane russe ricevono lo stesso livello di attenzione mediatica.

Questo doppio standard alimenta ulteriormente la polarizzazione e rende sempre più difficile una valutazione equilibrata degli eventi.

Se i civili devono essere protetti, tale principio dovrebbe valere indipendentemente dalla nazionalità delle vittime o dalla bandiera sotto la quale vivono.

Una guerra sempre più fuori controllo

L’episodio dimostra ancora una volta come la guerra stia assumendo caratteristiche sempre più pericolose. Il progressivo coinvolgimento di grandi centri urbani, infrastrutture energetiche e aree densamente popolate rischia infatti di trasformare il conflitto in uno scontro senza limiti geografici.

Più la guerra si allontana dalle linee del fronte e si trasferisce verso città, aeroporti e quartieri residenziali, maggiore diventa il rischio di una spirale incontrollabile, con conseguenze potenzialmente devastanti non soltanto per Russia e Ucraina, ma per l’intero continente europeo.


Fonti

  • Ministero della Difesa della Federazione Russa.
  • Autorità della Regione di Mosca.
  • Agenzie Tass, RIA Novosti e Interfax.
  • Dati operativi diffusi dai servizi di emergenza russi.

LA GRANDE COLONIZZAZIONE EOLICA DELLA SARDEGNA: DOPO CARLOFORTE, L’ASSALTO ALLA COSTA SMERALDA E ALL’ARCIPELAGO DI LA MADDALENA

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Per decenni la Sardegna è stata raccontata come uno degli ultimi paradisi paesaggistici del Mediterraneo. La Gallura, la Costa Smeralda, Caprera e l’Arcipelago di La Maddalena rappresentano non soltanto un patrimonio ambientale italiano, ma un bene paesaggistico riconosciuto e ammirato in tutto il mondo.

Un ecosistema irripetibile fatto di granito, mare cristallino, biodiversità, storia e memoria nazionale.

Eppure, dopo l’approvazione del gigantesco progetto eolico offshore davanti a Carloforte e al Pan di Zucchero, sulla costa iglesiente, la pressione industriale si sta ora spostando verso uno dei luoghi più iconici dell’intero Mediterraneo.

Secondo la documentazione depositata presso il Ministero dell’Ambiente, il progetto sostenuto da Eni-Plenitude prevede l’installazione di 33 pale eoliche galleggianti alte fino a 350 metri davanti all’isola di Caprera. Per accelerare l’iter autorizzativo sarebbero stati depositati oltre cento nuovi elaborati tecnici e documentali.

Per comprendere le dimensioni dell’opera basta ricordare che 350 metri equivalgono a edifici superiori ai cento piani, molto più alti della Torre Unicredit di Milano.

IL PARADOSSO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA

Per decenni si è combattuto contro la cementificazione selvaggia, la speculazione edilizia e la distruzione del paesaggio.

Oggi, in nome della transizione ecologica, si assiste a una trasformazione ancora più radicale.

Interi tratti di mare vengono progressivamente convertiti in distretti energetici industriali.

Le grandi compagnie petrolifere si sono trasformate nei nuovi protagonisti dell’economia verde.

Eni, attraverso Plenitude, non rappresenta una piccola società ambientalista, ma uno dei maggiori gruppi energetici del pianeta, storicamente legato agli idrocarburi e oggi impegnato a costruire enormi portafogli di impianti eolici e fotovoltaici.

Molti comitati territoriali parlano ormai apertamente di “petrolieri del vento”.

Non cambia la logica industriale.

Cambiano soltanto le tecnologie.

IL VERO REGISTA È BRUXELLES

Dietro la corsa all’eolico offshore non vi sono soltanto le aziende energetiche.

Esiste una fortissima pressione normativa proveniente dalle istituzioni europee.

Le direttive del Green Deal europeo, il programma REPowerEU e gli obiettivi climatici al 2030 hanno imposto agli Stati membri una drastica accelerazione delle procedure autorizzative.

La Commissione Europea ha chiesto esplicitamente di ridurre i tempi burocratici e individuare “aree di accelerazione” per favorire l’installazione delle energie rinnovabili.

In pratica:

  • Bruxelles stabilisce gli obiettivi;
  • i governi nazionali eseguono;
  • le multinazionali investono;
  • i territori subiscono le trasformazioni.

È una dinamica che molti osservatori descrivono come una forma di pianificazione energetica centralizzata, nella quale le popolazioni locali hanno margini decisionali sempre più ridotti.

DI CHI SONO DAVVERO QUESTI PROGETTI?

Dietro la retorica dell’energia pulita si muove una galassia finanziaria internazionale.

Plenitude opera insieme a GreenIT, società partecipata dal fondo danese Copenhagen Infrastructure Partners.

Ma il fondo CIP raccoglie capitali provenienti da:

  • Stati Uniti;
  • Canada;
  • Regno Unito;
  • Germania;
  • Paesi Scandinavi;
  • fondi pensione internazionali;
  • grandi investitori istituzionali.

Altri partner strategici di Plenitude includono:

  • Flotation Energy (Regno Unito);
  • Simply Blue Group (Irlanda);
  • HitecVision (Norvegia).

Dietro il linguaggio della sostenibilità si trova dunque una gigantesca architettura finanziaria transnazionale, composta da fondi infrastrutturali, banche e investitori istituzionali che vedono nelle rinnovabili uno dei mercati più redditizi dei prossimi decenni.

LA SARDEGNA COME COLONIA ENERGETICA

Molti comitati sardi denunciano un fenomeno che definiscono senza mezzi termini “colonialismo energetico”.

L’isola produce già molta più energia di quella che consuma.

Eppure continuano ad arrivare richieste per nuovi impianti.

Secondo varie stime, le domande di connessione presentate superano ampiamente il fabbisogno energetico regionale.

La Sardegna rischia così di diventare una gigantesca piattaforma produttiva al servizio del continente europeo.

I profitti finiscono alle multinazionali.

I dividendi vanno agli investitori.

Le comunità locali rimangono con le infrastrutture.

L’ASSALTO ALLA COSTA SMERALDA

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La Gallura rappresenta uno dei paesaggi più spettacolari e riconoscibili al mondo.

Le sue coste granitiche, l’acqua trasparente, le isole dell’Arcipelago di La Maddalena e la stessa Caprera costituiscono un patrimonio unico.

Caprera non è soltanto un’isola.

È il luogo in cui visse Giuseppe Garibaldi.

È una parte fondamentale della memoria storica italiana.

È un ecosistema marino straordinario.

Pensare di collocare davanti a questo scenario una foresta di torri alte 350 metri pone inevitabilmente interrogativi profondi.

Quale sarà l’impatto paesaggistico?

Quale sarà l’effetto sul turismo?

Quale sarà l’impatto sulla fauna marina?

Quali saranno le conseguenze sugli ecosistemi?

E soprattutto:

chi ha deciso che uno dei paesaggi più preziosi del Mediterraneo debba diventare una zona industriale offshore?

DOPO CARLOFORTE, ANCHE LA GALLURA

L’approvazione del progetto davanti a Carloforte e al Pan di Zucchero ha rappresentato per molti una svolta.

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Il Pan di Zucchero è uno dei simboli naturalistici della Sardegna.

Carloforte è uno dei borghi più caratteristici dell’isola.

L’idea che aree di tale pregio possano essere circondate da giganteschi impianti industriali viene percepita da molti cittadini come una trasformazione irreversibile.

E il timore crescente è che quanto sta accadendo oggi in Gallura rappresenti soltanto l’inizio.

LA FINANZIARIZZAZIONE DELL’AMBIENTALISMO

L’aspetto forse più controverso riguarda la natura economica di questa rivoluzione.

Le rinnovabili sono diventate un enorme mercato finanziario.

I grandi fondi d’investimento mondiali stanno riversando centinaia di miliardi di euro nel settore.

L’energia verde non è soltanto una scelta ambientale.

È soprattutto una gigantesca occasione economica.

Le pale eoliche, i crediti di carbonio, i certificati verdi, i sussidi pubblici e i programmi europei stanno alimentando una nuova economia nella quale gli stessi colossi che per decenni hanno prosperato sugli idrocarburi stanno riconvertendo i propri modelli di business.

I protagonisti cambiano faccia.

Ma il potere economico rimane concentrato nelle mani di pochi grandi attori.

UNA DOMANDA DESTINATA A DIVENTARE CENTRALE

La vera questione che si apre oggi non riguarda l’essere favorevoli o contrari alle energie rinnovabili.

La domanda è un’altra.

È possibile difendere l’ambiente distruggendo il paesaggio?

È possibile salvare il clima trasformando alcuni dei luoghi più belli del Mediterraneo in enormi distretti industriali offshore?

È possibile parlare di transizione ecologica quando le comunità locali percepiscono di non avere più alcun controllo sulle trasformazioni del proprio territorio?

Sono interrogativi che attraversano tutta l’Europa.

E che in Sardegna assumono un significato ancora più profondo.

Perché la Gallura, Caprera e l’Arcipelago di La Maddalena non rappresentano soltanto una porzione di territorio.

Rappresentano un patrimonio storico, ambientale e identitario che appartiene all’Italia intera.

E molti cittadini si chiedono se, nel nome della sostenibilità e sotto la pressione delle strategie energetiche decise a Bruxelles e sostenute dai grandi capitali internazionali, non si stia consumando una delle più grandi trasformazioni paesaggistiche della storia contemporanea della Sardegna.


Fonti

  • Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica – Procedimenti VIA
  • Commissione Europea – Green Deal Europeo
  • Commissione Europea – Piano REPowerEU
  • Eni Plenitude
  • Copenhagen Infrastructure Partners
  • Documentazione tecnica dei progetti eolici offshore in Sardegna
  • Rinnovabili.it
  • QualEnergia
  • Comitati territoriali e osservatori sul paesaggio sardo

Dodici assicuratori seduti a Londra: il potere invisibile che può fermare il commercio mondiale

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Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica si concentra sulle portaerei, sui missili e sugli eserciti, esiste un altro fronte molto meno visibile ma probabilmente ancora più decisivo: quello delle assicurazioni marittime.

Secondo l’analisi di Umberto Pascali, una ristretta cerchia di grandi assicuratori e riassicuratori concentrati a Londra sarebbe in grado di esercitare un’influenza enorme sui traffici internazionali, al punto da poter paralizzare intere rotte commerciali senza sparare un solo colpo.

Il potere che non appare nei telegiornali

Quando una petroliera attraversa lo Stretto di Hormuz, il Mar Rosso o altre aree considerate ad alto rischio, non basta che la nave sia tecnicamente in grado di navigare. Occorre che sia assicurata.

Se le compagnie assicurative aumentano enormemente i premi oppure rifiutano di coprire determinati rischi, molte navi diventano di fatto impossibilitate a operare.

Non è necessario affondare una petroliera per bloccare il commercio: basta renderne proibitiva l’assicurazione.

Gran parte di questo sistema ruota attorno a Lloyd’s of London, storico centro mondiale delle assicurazioni marittime, nato nel XVII secolo e ancora oggi uno dei nodi fondamentali della finanza internazionale.

Londra e il sistema della riassicurazione

Le assicurazioni tradizionali, infatti, non operano isolate.

Dietro di esse esiste il mercato della riassicurazione, attraverso il quale i grandi rischi vengono distribuiti tra pochi colossi finanziari.

Ciò significa che una parte relativamente ristretta del sistema assicurativo globale può incidere sull’intero commercio marittimo mondiale.

Secondo Pascali, questo conferisce alla City di Londra uno strumento di pressione geopolitica spesso sottovalutato, ma potenzialmente più efficace delle sanzioni tradizionali.

Il precedente del Mar Rosso

Negli ultimi anni gli attacchi contro le navi nel Mar Rosso hanno provocato un’impennata dei costi assicurativi.

In alcuni casi i premi di guerra sono aumentati di diverse volte rispetto ai livelli normali, inducendo numerosi armatori a modificare le proprie rotte o a circumnavigare l’Africa attraverso il Capo di Buona Speranza.

Il risultato è stato un aumento dei tempi di trasporto, dei costi logistici e delle pressioni inflazionistiche a livello mondiale.

La guerra commerciale, quindi, non si combatte soltanto con dazi e blocchi navali, ma anche attraverso strumenti finanziari molto meno visibili.

Una leva strategica poco discussa

La centralità di Londra nel sistema assicurativo internazionale è stata costruita nel corso di oltre tre secoli.

Non si tratta semplicemente di un centro finanziario, ma di un’infrastruttura attraverso cui passano enormi quantità di capitale, coperture assicurative e riassicurative che sostengono il commercio mondiale.

Per questo motivo, secondo Pascali, chi analizza i rapporti di forza globali concentrandosi esclusivamente sugli Stati Uniti o sulle capacità militari rischia di trascurare una componente fondamentale del potere contemporaneo: quella esercitata dalla City di Londra attraverso gli strumenti della finanza, delle assicurazioni e della gestione del rischio.

La guerra invisibile

Se una marina militare può bloccare fisicamente una rotta, il sistema assicurativo può ottenere un effetto simile attraverso i mercati.

Le conseguenze possono essere enormi:

  • aumento dei costi energetici;
  • rialzo dei prezzi delle merci;
  • interruzione delle catene di approvvigionamento;
  • pressione sui governi;
  • destabilizzazione economica di intere regioni.

In questo senso, la geopolitica contemporanea non si gioca soltanto nelle basi militari, ma anche negli uffici degli underwriter e dei riassicuratori.

Il potere non si manifesta sempre attraverso i carri armati. Talvolta si esercita dietro una scrivania, attraverso firme, polizze e premi assicurativi.

Ed è proprio questo potere invisibile che, secondo l’analisi di Umberto Pascali, rende Londra uno dei centri nevralgici dell’ordine economico mondiale.


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Fonti

I CANI DA RIPORTO DELLA CONTROINFORMAZIONE ITALIANA E LA FINTA LOTTA VERTICALE: PERCHÉ ATTACCANO WASHINGTON MA NON TOCCANO MAI LONDRA E PARIGI

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Da anni una parte della cosiddetta controinformazione italiana si presenta come la voce della “lotta verticale contro l’imperialismo americano”. Un mantra ripetuto ossessivamente, secondo il quale ogni guerra, ogni crisi e ogni forma di dominio economico avrebbero un unico responsabile: gli Stati Uniti.

Washington viene descritta come il centro assoluto del potere mondiale, l’origine di ogni male e il motore di qualsiasi strategia egemonica.

Eppure, osservando più attentamente il funzionamento del sistema economico e finanziario internazionale, emerge una domanda che questi professionisti dell’antimperialismo sembrano voler evitare accuratamente.

Perché la loro indignazione si ferma sempre a Washington e non arriva mai a Londra o a Parigi?


L’impero finanziario che non bisogna nominare

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Se davvero si volesse condurre una battaglia verticale contro i centri del potere economico, bisognerebbe affrontare questioni molto meno comode.

Dove si trova uno dei più importanti mercati assicurativi e riassicurativi del pianeta?

Nella City di Londra.

Dove si concentra una parte fondamentale del sistema offshore mondiale?

Nella rete di territori e giurisdizioni collegate alla Corona britannica.

Dove si sviluppano molti dei servizi finanziari, legali e assicurativi che sostengono il commercio internazionale?

Tra Londra e le sue dipendenze.

Dove opera uno dei principali mercati azionari e finanziari europei?

Sempre a Londra.

Eppure, ascoltando certi “rivoluzionari digitali”, sembra quasi che la City non esista.


L’imperialismo francese e britannico: il grande tabù

Coloro che parlano quotidianamente di imperialismo americano raramente dedicano lo stesso fervore critico alla Francia e al Regno Unito.

Pochissimi affrontano seriamente:

  • il sistema offshore britannico;
  • il peso storico dell’influenza francese in Africa;
  • il ruolo delle assicurazioni marittime;
  • il controllo finanziario esercitato dalle grandi piazze europee;
  • l’influenza delle reti bancarie e dei servizi finanziari occidentali.

Come se esistesse una sorta di area protetta che non deve essere disturbata.


Parlano di Hormuz ma dimenticano Lloyd’s

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Ogni crisi energetica viene immediatamente attribuita allo Stretto di Hormuz.

Ogni tensione tra Iran e Israele viene trasformata nell’annuncio dell’imminente collasso energetico mondiale.

Ma quasi mai si parla del fatto che:

  • una petroliera senza assicurazione non può operare normalmente;
  • i premi assicurativi possono moltiplicare i costi del trasporto;
  • le riassicurazioni possono bloccare di fatto intere rotte;
  • il mercato assicurativo internazionale resta fortemente concentrato nel Regno Unito.

Perché?

Perché raccontare Hormuz è semplice.

Spiegare il funzionamento della finanza e delle assicurazioni è molto più complicato.


La guerra in Ucraina e il silenzio dei professionisti dell’antimperialismo

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Da anni il conflitto ucraino produce conseguenze dirette sul mercato energetico.

Attacchi contro:

  • raffinerie;
  • terminali petroliferi;
  • depositi di carburante;
  • infrastrutture logistiche;

hanno aumentato il rischio percepito nel commercio energetico internazionale.

L’aumento dei premi assicurativi e l’instabilità delle rotte hanno avuto effetti concreti sui costi di trasporto e sui prezzi.

Eppure, molti dei sedicenti analisti della lotta verticale sembrano ignorare completamente questi aspetti.

Per loro esiste soltanto Hormuz.

Esiste soltanto l’Iran.

Esiste soltanto l’imperialismo americano.


Antimperialismo o antiamericanismo?

La domanda sorge spontanea.

Se la lotta è veramente verticale:

  • perché colpire sempre Washington?
  • perché ignorare sistematicamente Londra?
  • perché evitare accuratamente Parigi?
  • perché non affrontare il ruolo delle assicurazioni?
  • perché non analizzare il sistema offshore britannico?

Una lotta verticale autentica dovrebbe interrogarsi su tutti i centri del potere e non soltanto su quelli più utili a una determinata narrativa.


La distrazione permanente

Molti dei cani da riporto della controinformazione italiana sembrano aver trasformato l’antiamericanismo in una religione.

Ogni problema viene ridotto a una formula ideologica.

Ogni crisi viene spiegata attraverso uno schema rigido.

Nel frattempo, altri centri di influenza economica, finanziaria e assicurativa continuano a operare nell’ombra, quasi immuni da qualsiasi critica.


La vera domanda

Quando una narrazione attacca sempre gli stessi bersagli e risparmia sistematicamente altri, una domanda diventa inevitabile:

si tratta davvero di una battaglia contro il potere, oppure di una battaglia combattuta nell’interesse di un’altra parte del potere stesso?


Fonti e approfondimenti

Lloyd’s of London

https://www.lloyds.com

London Stock Exchange Group

https://www.londonstockexchange.com

Bank for International Settlements

https://www.bis.org

International Energy Agency (IEA)

https://www.iea.org

Reuters – Guerra delle assicurazioni marittime

https://www.reuters.com/business/energy

Lloyd’s List – Trasporto marittimo e premi di guerra

https://lloydslist.com

S&P Global Commodity Insights

https://www.spglobal.com/commodityinsights

Financial Times

https://www.ft.com

Bloomberg

https://www.bloomberg.com

U.S. Energy Information Administration (EIA)

https://www.eia.gov

Journal of Maritime Research – Marine Insurance and Russia-Ukraine Conflict

https://www.jmr.unican.es/jmr/article/download/1075/1039/4574

World Shipping Council

https://www.worldshipping.org

International Chamber of Shipping

https://www.ics-shipping.org

“I NUOVI CORSARI DEL XXI SECOLO”

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“ASSICURAZIONI E GUERRA IN UCRAINA: CHI CONTROLLA DAVVERO IL PETROLIO MONDIALE?”

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Per mesi l’opinione pubblica è stata bombardata da una narrativa apparentemente semplice: se il prezzo del petrolio sale, la colpa è dello Stretto di Hormuz. Se aumenta il costo del diesel, è colpa delle tensioni tra Iran e Stati Uniti. Se i mercati energetici diventano instabili, tutto dipenderebbe dal Medio Oriente.

Ma dietro questa rappresentazione si nasconde una realtà molto più complessa e molto meno raccontata.

La vera partita energetica mondiale non viene giocata soltanto nei mari o sui campi di battaglia. Viene combattuta negli uffici delle grandi compagnie assicurative e nei centri finanziari che controllano il trasporto marittimo globale.

La guerra invisibile che pochi raccontano

La guerra in Ucraina ha provocato qualcosa che va ben oltre le sanzioni e gli scontri militari.

Gli attacchi contro infrastrutture energetiche, terminali portuali e raffinerie hanno aumentato enormemente il rischio percepito nel trasporto di greggio e prodotti raffinati.

Ma il vero collo di bottiglia non è rappresentato dalle bombe.

È rappresentato dalle assicurazioni.

Perché una petroliera può essere perfettamente funzionante, avere il suo equipaggio e il suo carico pronto, ma senza una copertura assicurativa adeguata non può praticamente operare.

I nuovi “corsari” del XXI secolo

Nel XVII secolo i corsari ricevevano una lettera di marca che consentiva loro di controllare, sequestrare o ostacolare il commercio marittimo.

Oggi nessuno issa la bandiera nera.

Non servono cannoni né abbordaggi.

Basta una firma.

Le grandi compagnie assicurative e riassicurative possono infatti:

  • aumentare drasticamente i premi;
  • classificare determinate aree come zone di guerra;
  • rifiutare la copertura;
  • limitare i massimali;
  • imporre condizioni economiche proibitive.

Il risultato è identico a quello ottenuto dai corsari di un tempo.

Le merci possono esistere.

Le navi possono essere disponibili.

Il petrolio può essere estratto.

Ma senza la “benedizione” assicurativa, quel carico rischia di non partire mai.

La City di Londra e il potere delle assicurazioni

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Da oltre due secoli il mercato assicurativo marittimo internazionale ruota attorno a Lloyd’s of London e ai grandi gruppi riassicurativi occidentali.

Le assicurazioni marittime sono diventate una delle infrastrutture più potenti dell’economia mondiale.

Chi controlla questo sistema non controlla soltanto il denaro.

Controlla la possibilità stessa che le merci arrivino a destinazione.

La guerra in Ucraina ha reso evidente quanto questo potere possa essere utilizzato come strumento geopolitico.

Quando il mercato assicurativo vale più delle portaerei

Molti immaginano che siano le flotte militari a garantire la sicurezza dei commerci mondiali.

In realtà una petroliera senza copertura assicurativa vale poco più di un enorme relitto galleggiante.

Porti, terminali e clienti finali difficilmente accettano merci prive delle necessarie garanzie.

Di conseguenza, una decisione presa in una sala riunioni di Londra può produrre effetti economici superiori a quelli di una portaerei schierata nel Golfo Persico.

L’Ucraina e la moltiplicazione del rischio

Gli attacchi contro:

  • raffinerie russe;
  • terminali del Mar Nero;
  • infrastrutture energetiche;
  • oleodotti;
  • depositi di carburante;

hanno contribuito ad aumentare la percezione del rischio presso gli assicuratori.

E quando il rischio aumenta, aumentano anche i premi.

Il costo finale viene inevitabilmente trasferito:

  • ai commercianti;
  • ai distributori;
  • alle industrie;
  • ai consumatori.

Alla fine, a pagare sono famiglie e imprese.

Una crisi energetica che nasce nella finanza

La crisi energetica globale non è soltanto una questione di quantità di petrolio disponibile.

Il mondo non è a corto di greggio.

Il problema è molto più sofisticato.

Il petrolio deve essere:

  • estratto;
  • raffinato;
  • trasportato;
  • assicurato;
  • finanziato;
  • distribuito.

Se uno solo di questi anelli viene compromesso, l’intera catena entra in crisi.

Ed è proprio qui che assicurazioni e riassicurazioni assumono un potere enorme.

Il nuovo volto della guerra economica

Le sanzioni tradizionali non sono più l’unico strumento.

Oggi la pressione economica passa attraverso:

  • banche;
  • sistemi di pagamento;
  • società di classificazione navale;
  • compagnie assicurative;
  • società di riassicurazione;
  • certificazioni marittime.

Si tratta di una guerra invisibile, combattuta senza sparare un colpo.

Una guerra nella quale i nuovi corsari non assaltano le navi.

Semplicemente decidono quali navi potranno continuare a navigare.

Il petrolio non manca. Manca il permesso.

La grande ironia del XXI secolo è che il pianeta dispone ancora di immense risorse energetiche.

Ma il commercio globale dipende da una rete di autorizzazioni finanziarie, assicurative e logistiche che può trasformarsi in un gigantesco collo di bottiglia.

Per questo motivo, attribuire ogni crisi allo Stretto di Hormuz significa guardare soltanto la superficie del problema.

La vera battaglia si combatte altrove.

Nei mercati assicurativi.

Nelle società di riassicurazione.

Nei centri finanziari che regolano il commercio mondiale.

E forse i nuovi corsari del XXI secolo non navigano più sugli oceani.

Indossano giacca e cravatta e decidono, con una firma, quali merci avranno il permesso di raggiungere il resto del mondo.


Fonti e approfondimenti

Queste fonti consentono di approfondire il ruolo delle assicurazioni marittime, dei premi di guerra, dei P&I Club e dell’impatto del conflitto russo-ucraino e delle tensioni nel Golfo Persico sulla logistica energetica mondiale.