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USA COLPISCONO LA CASSAFORTE DELL’IRAN: TEHERAN SOFFOCA, MA TRUMP STA RISCRIVENDO LA MAPPA MONDIALE DEL PETROLIO

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Cinque petroliere iraniane distrutte, la pressione economica aumenta e il petrolio torna sopra i 100 dollari. Per Phil Flynn la vera battaglia non si combatte soltanto con missili e navi: si combatte togliendo a Teheran il denaro che alimenta il sistema.

C’è un momento, nelle crisi internazionali, in cui economia e strategia militare smettono di essere due dimensioni separate. È precisamente ciò che sta accadendo intorno all’Iran.

Gli Stati Uniti hanno colpito cinque petroliere iraniane: quattro nel Golfo di Oman e una nei pressi di Kharg Island, il cuore storico del sistema di esportazione petrolifera iraniano.

Non si tratta soltanto di navi.

Si tratta della cassaforte di Teheran.

Ed è proprio questa l’espressione scelta dall’analista energetico Phil Flynn, senior market analyst di Price Futures Group e collaboratore di Fox Business, che nel suo Energy Report ha descritto l’operazione come un colpo al “piggy bank” petrolifero iraniano.

La logica è brutale quanto semplice: se il petrolio rappresenta una delle principali fonti di valuta estera dell’Iran, comprimere la capacità di commercializzarlo significa esercitare pressione direttamente sulla capacità finanziaria dello Stato.

KHARG ISLAND: IL PUNTO PIÙ SENSIBILE DEL SISTEMA IRANIANO

Kharg Island non è un luogo qualsiasi sulla carta geografica del Golfo Persico.

Storicamente è il principale terminal petrolifero iraniano e per decenni ha gestito la grande maggioranza delle esportazioni di greggio del Paese. Proprio per questo la presenza di un attacco contro una petroliera nelle sue vicinanze assume un significato strategico molto più ampio della perdita della singola nave.

Il messaggio è evidente: anche l’infrastruttura economica che alimenta il regime è vulnerabile.

Secondo il CENTCOM, i cinque tanker sono stati colpiti dopo nuovi tentativi iraniani di attaccare unità navali americane. Gli equipaggi delle petroliere sarebbero stati avvertiti e fatti evacuare prima degli attacchi.

La risposta iraniana non si è fatta attendere. Teheran ha rivendicato attacchi contro dieci navi nella zona dello Stretto di Hormuz e ha minacciato ulteriori ritorsioni.

La guerra economica e quella militare stanno ormai procedendo sullo stesso binario.

LA STRATEGIA DELL’ASFISSIA

Washington non sta affidandosi esclusivamente alla superiorità militare.

Il 10 settembre l’amministrazione statunitense ha annunciato un nuovo pacchetto di sanzioni contro reti accusate di finanziare Hezbollah, Kataib Hezbollah e altre strutture collegate all’Iran.

È la prosecuzione della cosiddetta Operation Economic Outcast, la campagna con cui Washington punta a isolare finanziariamente il sistema iraniano e a colpire petrolio, finanza, navigazione, approvvigionamenti militari e reti utilizzate per aggirare le sanzioni.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha inoltre annunciato nuove misure contro un’importante banca, ribadendo il principio alla base dell’offensiva economica: rendere sempre più costoso per aziende, intermediari e istituzioni finanziarie fare affari con il regime iraniano.

Questa è la vera partita.

Non necessariamente occupare l’Iran. Non necessariamente distruggere ogni infrastruttura.

Prosciugare progressivamente le risorse che permettono al sistema di funzionare.

FLYNN: COLPIRE IL “SALVADANAIO” DEL REGIME

Phil Flynn ha sintetizzato il concetto senza troppi giri di parole.

Nel suo rapporto del 9 settembre ha scritto che l’attacco alle petroliere rappresenta un altro colpo al “salvadanaio petrolifero iraniano”, cioè alla fonte economica che, nella sua lettura, ha consentito al regime di mantenere il proprio apparato e finanziare la propria proiezione regionale.

La tesi è importante perché sposta completamente il centro della discussione.

La domanda non diventa più soltanto:

“Quante navi può perdere l’Iran?”

La domanda diventa:

“Quanto a lungo può sostenere economicamente questo confronto?”

Ed è qui che la pressione finanziaria assume una dimensione strategica.

Un Paese può sopportare bombardamenti, sanzioni e isolamento per molto tempo. Ma quando diminuiscono contemporaneamente entrate petrolifere, accesso ai circuiti finanziari internazionali, capacità d’importazione e valore della moneta, il problema si trasferisce inevitabilmente dalla politica estera alla stabilità interna.

L’OMBRA DEL MURO DI BERLINO

Flynn aveva già evocato nelle settimane precedenti un’immagine particolarmente potente: la caduta del Muro di Berlino.

Naturalmente Iran 2026 e Germania Est 1989 sono realtà storiche completamente differenti e nessuno può prevedere seriamente data e modalità di un eventuale collasso del sistema iraniano.

Ma il parallelo politico riguarda un altro elemento: i regimi apparentemente immobili possono mostrare una sorprendente fragilità quando la crisi economica incontra una perdita di fiducia nelle istituzioni e una crescente incapacità dello Stato di sostenere il proprio apparato.

È questo il punto sul quale Washington sembra voler esercitare la massima pressione.

Non soltanto sconfiggere militarmente una capacità iraniana, ma aumentare progressivamente il costo della sopravvivenza del regime.

IL PETROLIO, PERÒ, PRESENTA IL CONTO

C’è tuttavia un elemento che sarebbe sbagliato nascondere.

La pressione sull’Iran non è gratuita per l’Occidente.

Il 10 settembre il Brent è balzato del 6,34% a 107,63 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate è salito del 6,69% a 102,48 dollari.

Il mercato sta incorporando un premio geopolitico sempre più consistente.

La situazione è ulteriormente complicata dall’espansione della crisi verso il Mar Rosso, dalle operazioni degli Houthi e dalle minacce contro infrastrutture energetiche saudite.

In altre parole, la teoria secondo cui sarebbe possibile strangolare completamente l’export iraniano senza alcuna conseguenza sui mercati sarebbe irrealistica.

Il vero risultato strategico americano consiste piuttosto nell’avere una capacità produttiva interna enormemente superiore rispetto alle grandi crisi petrolifere del passato.

L’ARMA CHE L’AMERICA NON AVEVA NEGLI ANNI SETTANTA

Ed eccoci alla trasformazione decisiva.

Gli Stati Uniti non affrontano questa crisi nella posizione energetica nella quale si trovavano durante gli shock petroliferi degli anni Settanta.

Sono diventati una superpotenza energetica.

Questa trasformazione modifica radicalmente il rapporto di forza.

Per decenni il principale strumento geopolitico dei grandi produttori mediorientali era evidente: qualsiasi crisi nel Golfo poteva trasformarsi quasi automaticamente in una crisi economica americana.

Oggi quel meccanismo è molto più complesso.

La crescita della produzione statunitense, l’espansione delle esportazioni e la capacità americana di fornire petrolio, prodotti raffinati e gas naturale hanno creato un cuscinetto strategico che semplicemente non esisteva durante le precedenti grandi crisi energetiche.

Ed è proprio su questa leva che insiste Flynn quando parla della politica di “energy dominance”.

TRUMP HA CAPITO CHE L’ENERGIA È POLITICA ESTERA

Qui emerge uno degli elementi centrali della strategia di Donald Trump.

Produrre energia non significa soltanto abbassare il prezzo alla pompa.

Significa potere geopolitico.

Ogni barile prodotto negli Stati Uniti riduce, almeno marginalmente, la capacità di un produttore ostile di condizionare Washington.

Ogni carico americano disponibile sul mercato internazionale offre agli alleati un’alternativa.

Ogni aumento strutturale dell’offerta riduce la capacità dei grandi cartelli produttori di utilizzare la scarsità come arma politica.

L’indipendenza energetica, quindi, non è uno slogan elettorale.

È una componente della sicurezza nazionale.

IL PUNTO DEBOLE: LE RAFFINERIE

Flynn, tuttavia, evidenzia anche un problema che spesso scompare dal dibattito: non basta avere petrolio, bisogna poterlo raffinare.

Nel suo rapporto del 10 settembre ha sottolineato come l’impennata dei margini sul diesel rifletta una carenza di capacità di raffinazione aggravata dalle interruzioni russe, dagli attacchi contro raffinerie e dalle tensioni attraverso Hormuz.

Questo è probabilmente il vero tallone d’Achille occidentale.

Gli Stati Uniti possono produrre quantità enormi di greggio, ma un mercato dei carburanti stabile richiede raffinerie, infrastrutture, oleodotti, terminali e capacità logistica.

La sicurezza energetica del XXI secolo non si misura quindi soltanto in barili estratti.

Si misura nell’intera catena industriale.

L’OPEC NON È PIÙ L’UNICO CENTRO DEL MONDO

Parallelamente sta cambiando anche la geografia del petrolio.

Stati Uniti, Canada, Brasile, Guyana e, potenzialmente, una maggiore integrazione delle gigantesche riserve venezuelane stanno spostando progressivamente il baricentro energetico verso l’emisfero occidentale.

Non significa la fine dell’OPEC.

Significa però che il monopolio geopolitico esercitato per decenni dai produttori mediorientali incontra oggi un sistema molto più diversificato.

Ed è forse questo il cambiamento strutturale più importante.

Perché una politica di pressione contro Teheran diventa molto più credibile se Washington dispone contemporaneamente della capacità energetica necessaria per attenuarne gli effetti collaterali.

LA VERA PARTITA È IL TEMPO

Teheran può continuare a minacciare Hormuz.

Può tentare di colpire il traffico commerciale.

Può utilizzare missili, droni e forze alleate nella regione.

Ma ogni escalation produce anche una reazione.

Nuove sanzioni.

Nuovi controlli finanziari.

Nuove operazioni contro la logistica petrolifera.

Nuovi costi assicurativi.

Nuove difficoltà nell’esportazione.

È una guerra nella quale il tempo diventa un’arma.

E proprio per questo la domanda fondamentale non è chi riesca a lanciare più missili in una settimana.

È chi possieda la struttura economica necessaria per resistere più a lungo.

Da una parte c’è una potenza che dispone di un’immensa capacità produttiva, accesso ai mercati finanziari mondiali, tecnologia, alleati e una valuta di riserva globale.

Dall’altra un regime sottoposto a sanzioni sempre più pesanti, con la propria principale fonte di valuta estera sotto pressione e con una crescente vulnerabilità delle rotte attraverso cui quella ricchezza raggiunge il mercato.

È questo il vero significato delle petroliere colpite.

Non soltanto cinque bersagli nel Golfo.

Cinque colpi contro il modello economico con cui Teheran finanzia la propria sopravvivenza e la propria proiezione regionale.

E se la strategia americana riuscirà a mantenere contemporaneamente pressione sull’Iran e sufficiente offerta energetica sui mercati mondiali, allora il confronto potrebbe essere deciso non soltanto nello Stretto di Hormuz.

Potrebbe essere deciso nei bilanci dello Stato iraniano.

Perché, alla fine, anche le guerre ideologiche hanno bisogno di essere pagate.

E Washington sta cercando precisamente di chiudere il conto.

FONTI

Reuters, 10 settembre 2026 – Oil surges 6%, Brent and US crude both surpass $100 on more tanker attacks
https://www.reuters.com/business/energy/brent-holds-above-100-tanker-attacks-deepen-supply-fear-2026-09-10/

Reuters, 10 settembre 2026 – US slaps new sanctions on networks aiding Iran’s proxies in Middle East
https://www.reuters.com/world/middle-east/us-slaps-new-sanctions-networks-aiding-irans-proxies-middle-east-2026-09-10/

Reuters, 10 settembre 2026 – Trump administration to sanction unnamed ‘large’ bank on Monday, Bessent says
https://www.reuters.com/business/finance/trump-administration-sanction-unnamed-large-bank-monday-bessent-says-2026-09-10/

Reuters, 9 settembre 2026 – Shipping traffic via Strait of Hormuz stays below 10-day average, data shows
https://www.reuters.com/world/middle-east/shipping-traffic-via-strait-hormuz-stays-below-10-day-average-data-shows-2026-09-09/

The Wall Street Journal, 9 settembre 2026 – U.S. Strikes Iranian Oil Tankers in Response to Tehran’s Attacks on Navy Ships
https://www.wsj.com/world/middle-east/iran-launched-undisclosed-second-wave-of-attacks-on-u-s-navy-ships-560f31a1

Phil Flynn / Price Futures Group, 9 settembre 2026 – Hitting the Iran Piggy Bank – The Energy Report
https://blog.pricegroup.com/2026/09/09/hitting-the-iran-piggy-bank-the-energy-report-09-08-2026/

Phil Flynn / Price Futures Group, 10 settembre 2026 – Thank you, President Trump – The Energy Report
https://blog.pricegroup.com/2026/09/10/thank-you-president-trump-the-energy-report-09-10-2026/

Phil Flynn / Price Futures Group, 25 agosto 2026 – Recall When the Berlin Wall Fell
https://blog.pricegroup.com/2026/08/25/recall-when-the-berlin-wall-fell-the-energy-report-08-25-2026/

Fox Business – Phil Flynn, profilo e analisi energetiche
https://www.foxbusiness.com/person/f/phil-flynn

La sinistra che combatte il patriarcato, purché non sia islamico

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Il doppio metro e la memoria corta: Stella Creasy, il Garrick Club e la processione di Walthamstow

C’è un momento nel quale le contraddizioni politiche smettono di essere materia per convegni e diventano un’immagine.

A Walthamstow, nella zona nord-orientale di Londra, quell’immagine è arrivata il 6 settembre 2026.

La deputata laburista Stella Creasy ha celebrato sui social la 46ª processione locale del Milad al-Nabi, la ricorrenza della nascita del profeta Maometto. Nel filmato pubblicato dalla parlamentare si vedevano uomini in corteo, bandiere verdi, rose, cibo e dolci distribuiti durante la manifestazione. A colpire diversi osservatori fu soprattutto ciò che nel video non si vedeva: le donne.

La giornalista del Times Jenni Russell pose pubblicamente la domanda: dove sono le donne e perché non compaiono nella processione?

Creasy inizialmente respinse l’obiezione, invitando Russell a partecipare all’evento l’anno successivo. Successivamente pubblicò un secondo filmato insieme a un gruppo di donne musulmane, alcune con hijab e altre con il volto maggiormente coperto, presentandole come «future optometrist, lawyers, accountants, surgeons and leaders» della comunità e del Paese.

Ma il punto decisivo arrivò dopo.

Di fronte alle ulteriori domande sulla separazione tra uomini e donne, Creasy spiegò che «the women have their own march and event», aggiungendo che molte religioni prevedono eventi e strutture separate.

Ed è precisamente qui che il caso di Walthamstow smette di riguardare una semplice processione religiosa e diventa una questione politica.

Il Garrick era discriminazione. Walthamstow è diversità?

Stella Creasy non è una parlamentare estranea alle battaglie femministe. Si è definita pubblicamente una «proud feminist» ed è stata tra le figure politiche che hanno contestato il carattere esclusivamente maschile del Garrick Club di Londra.

Il Garrick, storico club privato fondato nel XIX secolo, è stato per decenni uno dei simboli più evidenti dell’esclusività maschile dell’establishment britannico. La polemica esplose con particolare forza quando vennero resi pubblici i nomi di importanti esponenti delle istituzioni che ne facevano parte. Anche Creasy criticò quella situazione e contestò chi sosteneva di essere entrato nel club per cambiarlo «dall’interno».

Nel 2024 il Garrick votò infine per consentire l’ammissione delle donne.

Il principio sembrava chiarissimo: quando una struttura sociale separa uomini e donne, occorre interrogarsi sul potere, sull’accesso e sulla discriminazione.

Poi arriva Walthamstow.

E improvvisamente il vocabolario cambia.

La separazione non viene più presentata come qualcosa da sottoporre a critica, ma come una caratteristica religiosa da rispettare: le donne hanno «la loro» manifestazione, gli uomini la propria.

La domanda posta dai critici di Creasy è quindi legittima e politicamente rilevante: perché il principio dell’integrazione tra i sessi dovrebbe essere inderogabile davanti a un club dell’establishment britannico e diventare invece negoziabile davanti a una tradizione religiosa?

Non è necessario essere contrari all’Islam per porre la domanda. Al contrario: proprio l’uguaglianza implica che tutte le tradizioni, maggioritarie o minoritarie, cristiane, islamiche, ebraiche o secolari possano essere sottoposte allo stesso giudizio critico.

Altrimenti non è pluralismo.

È doppio standard.

Il femminismo a geometria variabile

Il caso Creasy mette in luce un problema più ampio della sinistra occidentale contemporanea: il conflitto tra universalismo e multiculturalismo.

Se l’uguaglianza tra uomini e donne costituisce un principio universale, la provenienza culturale di una pratica non dovrebbe modificarne la valutazione.

Se invece ogni comportamento deve essere interpretato esclusivamente all’interno della cultura che lo produce, allora anche il principio di uguaglianza diventa relativo.

È questa tensione che esplode a Walthamstow.

Il problema non consiste nell’impedire a uomini o donne di riunirsi separatamente per libera scelta. In una società liberale esistono associazioni, attività e spazi volontariamente riservati a uno dei due sessi. Il problema politico nasce quando la stessa persona considera la separazione un simbolo di esclusione in un contesto e una manifestazione da celebrare in un altro, senza spiegare quale principio consenta di distinguere i due casi.

È precisamente l’accusa rivolta a Creasy.

Non è l’unica contraddizione.

Una parte della sinistra occidentale ha costruito negli ultimi decenni alleanze politiche con organizzazioni e ambienti culturalmente molto conservatori su famiglia, religione e sessualità, mentre contemporaneamente rivendica in Europa una concezione radicalmente progressista degli stessi temi.

La contraddizione diventa particolarmente evidente sul terreno dei diritti LGBT.

Secondo ILGA World, nel 2026 65 Stati membri delle Nazioni Unite criminalizzano ancora gli atti sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso. In sette la pena di morte è prevista dalla legge; in altri cinque la situazione giuridica sulla pena capitale non è completamente certa.

Tra gli Stati nei quali la pena capitale è prevista figurano Iran, Arabia Saudita, Yemen, Mauritania e Brunei, oltre all’Uganda e ad alcune aree della Nigeria.

La U.S. Commission on International Religious Freedom ha inoltre rilevato il ruolo delle interpretazioni ufficiali della sharia nei Paesi in cui la pena capitale viene associata alle relazioni omosessuali.

È dunque possibile difendere contemporaneamente la libertà religiosa e denunciare queste norme. Anzi, è precisamente ciò che dovrebbe fare un autentico universalismo liberale.

Il problema nasce quando la paura di essere accusati di islamofobia impedisce persino di formulare la critica.

Iran 1979: quando l’alleanza «anti-imperialista» divora i suoi alleati

La storia offre un precedente molto più drammatico.

La rivoluzione iraniana del 1979 non fu inizialmente un movimento ideologicamente omogeneo. Contro lo Scià Mohammad Reza Pahlavi confluirono islamisti, nazionalisti, liberali, comunisti, marxisti e organizzazioni rivoluzionarie di orientamento differente.

Una parte della sinistra iraniana interpretò Khomeini soprattutto attraverso la categoria dell’anti-imperialismo.

Il Tudeh, il Partito comunista iraniano, arrivò a sostenere il nuovo ordine rivoluzionario e per un periodo cercò di collaborare con esso. Anche una componente maggioritaria dei Fedayeen adottò successivamente una linea di sostegno critico al regime considerato anti-imperialista.

Fu un errore storico devastante.

Una volta consolidato il potere, la Repubblica islamica non aveva alcuna intenzione di dividere stabilmente lo spazio politico con i propri compagni di strada rivoluzionari.

Le organizzazioni concorrenti furono progressivamente represse.

Nel 1983 arrivò la grande offensiva contro il Tudeh: dirigenti e militanti furono arrestati, il partito venne distrutto come forza politica legale e alcuni dei suoi esponenti furono costretti a confessioni pubbliche.

La rivoluzione aveva divorato una parte di coloro che l’avevano sostenuta.

E non era ancora finita.

1988: il prezzo finale

Nell’estate del 1988 la Repubblica islamica avviò una delle più terribili campagne di esecuzioni politiche della propria storia.

Il numero esatto delle vittime rimane controverso, ma le organizzazioni per i diritti umani concordano sulla dimensione di massa della repressione.

Amnesty International documentò già nell’agosto 1988 una nuova ondata di esecuzioni e negli anni successivi raccolse i nomi di migliaia di prigionieri politici uccisi.

La maggioranza delle vittime apparteneva ai Mujahedin-e Khalq, ma furono colpiti anche membri e simpatizzanti di organizzazioni di sinistra, compresi Tudeh, Fedayeen e altri gruppi marxisti.

Human Rights Watch ha descritto le esecuzioni del 1988 come un processo sistematico nel quale prigionieri già detenuti vennero interrogati sulle proprie convinzioni politiche e religiose e destinati alla morte attraverso procedure prive delle garanzie fondamentali.

Il paradosso storico è feroce.

Alcuni settori della sinistra iraniana avevano immaginato che la comune opposizione all’Occidente e allo Scià potesse costituire il terreno di un’alleanza con l’islamismo rivoluzionario.

L’islamismo rivoluzionario aveva invece un progetto proprio.

E quando non ebbe più bisogno degli alleati, li eliminò.

La memoria corta dell’Occidente

Naturalmente Walthamstow non è Teheran e una processione religiosa londinese non è una rivoluzione teocratica.

Confondere le due cose sarebbe storicamente assurdo.

Ma il precedente iraniano insegna qualcosa di diverso e più generale: le alleanze fondate esclusivamente sull’esistenza di un nemico comune non cancellano le incompatibilità profonde tra i rispettivi sistemi di valori.

È proprio questo che una parte della sinistra europea sembra non voler affrontare.

Per decenni ha fatto della liberazione della donna, della laicità, della libertà sessuale, dell’autonomia individuale e della separazione tra religione e Stato alcuni dei propri vessilli fondamentali.

Quando però pratiche culturalmente conservatrici provengono da comunità considerate minoritarie, lo stesso apparato critico spesso diventa molto più prudente.

Non sempre, naturalmente. Esistono femministe, progressisti, musulmani liberali ed esponenti della sinistra che denunciano apertamente integralismo e segregazione.

Ma proprio per questo il caso Creasy è interessante: mostra quanto possa diventare difficile applicare lo stesso metro quando entrano in gioco multiculturalismo, identità e consenso politico.

Bonaccini e l’elettore che «ha poco studiato»

Il problema non riguarda soltanto il Regno Unito.

In Italia, nell’agosto 2026, Stefano Bonaccini ha provocato una polemica sostenendo che il consenso alla destra, dalla Brexit a Trump fino a Meloni, Salvini e forse Vannacci, provenga in misura significativa da chi «ha poco studiato», vive nelle aree interne o nelle periferie e si trova in condizioni economiche peggiori.

Dopo le polemiche, Bonaccini ha precisato che il suo ragionamento era rivolto proprio alla sinistra: voleva sostenere la necessità di tornare a occuparsi maggiormente dei ceti popolari e dei diritti sociali.

La precisazione è importante e va registrata.

Ma rimane un problema politico più profondo.

Quando le periferie votano in modo diverso dalle aspettative delle élite progressiste, troppo spesso la spiegazione viene cercata nell’ignoranza, nella disinformazione o nell’incapacità degli elettori di comprendere il proprio interesse.

Molto più raramente ci si domanda se quegli elettori abbiano semplicemente visto qualcosa che la classe politica non vuole vedere.

A Walthamstow non serve una laurea per osservare che nel primo filmato della processione pubblicato dalla parlamentare compaiono uomini e non donne.

Non serve un master per domandare perché.

E soprattutto non serve alcun titolo accademico per accorgersi della contraddizione tra la battaglia contro un club maschile e la difesa della separazione dei sessi in una manifestazione religiosa.

Il principio vale sempre oppure non è un principio

Questo è il punto sul quale Stella Creasy e, più in generale, una parte della cultura progressista dovrebbero rispondere.

La questione non è proibire il Milad al-Nabi.

Non è impedire ai musulmani britannici di celebrare la propria religione.

Non è pretendere che lo Stato stabilisca come uomini e donne debbano organizzare ogni manifestazione religiosa.

La questione è infinitamente più semplice:

l’uguaglianza tra uomini e donne è un principio universale oppure dipende dall’identità culturale di chi la mette in discussione?

Se il Garrick Club deve essere criticato perché l’esclusione femminile perpetua una struttura di potere, allora occorre spiegare perché la separazione tra uomini e donne diventi improvvisamente immune dalla critica quando assume una veste religiosa.

Se invece le comunità devono essere libere di organizzare volontariamente eventi separati, allora bisogna ammettere che anche il giudizio sul Garrick richiedeva argomenti più complessi della semplice presenza di una separazione sessuale.

Non si possono utilizzare contemporaneamente due principi opposti scegliendo quello più conveniente a seconda dell’identità del gruppo coinvolto.

Il vero multiculturalismo non richiede silenzio

Una società pluralista non ha bisogno di cittadini che smettano di giudicare.

Ha bisogno dell’esatto contrario.

Cristianesimo, Islam, ebraismo, tradizioni nazionali, associazioni private, partiti politici e movimenti ideologici devono poter essere criticati con la stessa libertà e secondo gli stessi criteri.

Questa è integrazione.

La rinuncia alla critica per paura di offendere una comunità non è tolleranza: è paternalismo.

Ed è anche profondamente ingiusta verso quelle donne musulmane, dissidenti iraniani, riformatori islamici, laici ed ex musulmani che combattono proprio contro interpretazioni religiose che limitano la libertà individuale.

L’Iran dovrebbe aver insegnato almeno questo.

Nel 1979 una parte della sinistra pensò che l’anti-imperialismo fosse sufficiente a trasformare un movimento teocratico in un alleato politico.

Pochi anni dopo molti comunisti iraniani erano nelle prigioni della Repubblica islamica.

Nel 1988 alcuni finirono davanti ai plotoni d’esecuzione o sulla forca insieme ad altri oppositori.

La storia non si ripete automaticamente e Walthamstow non è Teheran.

Ma le contraddizioni ideologiche non scompaiono semplicemente perché è politicamente sconveniente nominarle.

Le rose, i dolci e le bandiere verdi possono rendere una processione festosa.

Non possono risolvere una domanda politica elementare:

se il patriarcato è sbagliato, perché dovrebbe smettere di esserlo quando cambia religione?


FONTI E APPROFONDIMENTI

The Spectator – Stella Creasy’s gender double standard on parade
https://spectator.com/?edition=us&p=685947

Post e scambio Stella Creasy–Jenni Russell sulla processione di Walthamstow
https://zamantika.com/stellacreasy/status/2096738789766918503

The Times – dimissioni di Simon Case e Richard Moore dal Garrick Club e polemiche sull’esclusione delle donne
https://www.thetimes.co.uk/article/simon-case-richard-more-garrick-club-quit-wl8dzsnx3

ANSA – polemica sulle dichiarazioni di Stefano Bonaccini sul voto alla destra
https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/08/28/botta-e-risposta-meloni-bonacciniper-voi-ignorante-chi-vota-destra-ammonivo_092a3a20-e9cb-487e-a636-538038eadbdd.html

Corriere della Sera – Bonaccini: «Chi vota a destra ha studiato poco» e successiva precisazione
https://www.corriere.it/politica/26_agosto_28/bonaccini-chi-vota-a-destra-ha-studiato-poco-meloni-reagisce-gli-italiani-ci-votano-perche-hanno-studiato-la-sinistra-sulla-loro-61ab8a82-9256-4f8d-9544-25a61078bxlk_amp.shtml

U.S. Department of State, Office of the Historian – Iran e organizzazioni della sinistra dopo la rivoluzione
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1977-80v11p1/d281

Amnesty International – Iran: Political Executions, agosto 1988
https://www.amnesty.org/en/documents/mde13/013/1988/en/

Human Rights Watch – Iran’s 1988 Mass Executions
https://www.hrw.org/news/2022/06/08/irans-1988-mass-executions

Iran Human Rights Documentation Center – Deadly Fatwa: Iran’s 1988 Prison Massacre
https://iranhrdc.org/deadly-fatwa-irans-1988-prison-massacre/

ILGA World – dati 2026 sulla criminalizzazione delle relazioni omosessuali
https://ilga.org/news/pride-month-2026-lgbti-maps-data/

ILGA World Database – Criminalisation of consensual same-sex sexual acts
https://database.ilga.org/criminalisation-consensual-same-sex-sexual-acts

USCIRF – Shari’a and LGBTI Persons
https://www.uscirf.gov/publication/factsheet-sharia-and-lgbti-persons

ELEZIONI REGIONALI TEDESCHE · 6 SETTEMBRE 2026

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Sassonia-Anhalt: la rivolta del 44% contro l’inganno di Bruxelles

Il terremoto tedesco che mette sotto accusa immigrazione, cordone sanitario e establishment europeo

Non è più una protesta marginale. Non è più un voto che può essere liquidato come incidente dell’Est tedesco. In Sassonia-Anhalt è avvenuto qualcosa che investe direttamente il futuro politico della Germania e, indirettamente, quello dell’Unione Europea.

Alle elezioni regionali del 6 settembre 2026, Alternative für Deutschland ha ottenuto il 43,8% dei voti e 39 seggi su 83, sfiorando la maggioranza assoluta fissata a 42 deputati. La CDU è precipitata al 17,2%, mentre l’affluenza ha raggiunto il livello record del 76,5%.

Cinque anni prima AfD aveva raccolto il 20,8%. In una sola legislatura ha quindi più che raddoppiato il proprio consenso.

Non è un dettaglio statistico. È una frattura politica.

La Sassonia-Anhalt ha consegnato alla Germania un messaggio difficilmente equivocabile: una parte enorme dell’elettorato non crede più alla capacità dei partiti tradizionali di governare immigrazione, sicurezza, identità nazionale e rapporti con Bruxelles.

Il voto che manda in frantumi il vecchio equilibrio

Per anni il sistema politico tedesco ha trattato AfD come una forza destinata a rimanere ai margini, isolata dal cosiddetto Brandmauer, il “muro tagliafuoco” con cui gli altri partiti hanno escluso ogni collaborazione.

Il 43,8% cambia completamente la dimensione del problema.

Si può continuare a escludere AfD dalle coalizioni. Si può continuare a definirla radicale, estremista o incompatibile con il sistema politico tradizionale. Ma non si può cancellare il fatto che, in Sassonia-Anhalt, quasi un elettore su due ha scelto quella scheda.

E soprattutto non si può pretendere che un risultato di queste dimensioni non produca conseguenze.

Ulrich Siegmund, candidato dell’AfD alla guida del Land, si trova con 39 deputati, appena tre sotto la maggioranza assoluta. La possibilità di ottenere sostegni esterni, accordi con il BSW o persino defezioni individuali da altri gruppi parlamentari rende il vecchio cordone sanitario molto più fragile.

Il problema per la CDU non è più soltanto come fermare AfD.

È capire perché milioni di elettori non credano più alla CDU quando promette di fare ciò che AfD sostiene da anni.

Immigrazione: il centro politico del terremoto

Ridurre il risultato della Sassonia-Anhalt a un generico “malcontento sociale” significa evitare il punto più scomodo.

L’immigrazione è stata uno degli elementi centrali della campagna dell’AfD.

Lo stesso Siegmund, dopo la vittoria, ha promesso espulsioni degli immigrati irregolari “dal primo minuto”. Donald Trump ha attribuito pubblicamente il successo dell’AfD anche alla reazione degli elettori tedeschi alle politiche migratorie.

Dietro questo voto esiste una contestazione più profonda: quella della politica inaugurata simbolicamente dalla crisi del 2015.

La Germania di Angela Merkel divenne allora il principale laboratorio europeo della Willkommenspolitik, mentre centinaia di migliaia di richiedenti asilo attraversavano l’Europa.

Da allora Bruxelles e Berlino hanno costruito nuovi strumenti: rafforzamento di Frontex, accordi con Paesi terzi, redistribuzioni, procedure accelerate, controlli alle frontiere e infine il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo.

Per una parte crescente dell’elettorato tedesco, tuttavia, il risultato concreto rimane insufficiente.

Ed è precisamente su questa sfiducia che AfD ha costruito la propria offensiva.

La parola proibita: remigrazione

Il programma dell’AfD della Sassonia-Anhalt non utilizza mezze parole.

Chiede una svolta migratoria di 180 gradi e parla esplicitamente di “Abschiebe- und Remigrationsoffensive”, cioè di un’offensiva di espulsione e remigrazione.

Non è soltanto uno slogan.

Tra le misure indicate nel programma figurano una Task Force per le espulsioni, l’aumento dei posti destinati alla detenzione finalizzata al rimpatrio, l’organizzazione di voli di espulsione a livello regionale, una struttura amministrativa dedicata alla remigrazione e incentivi al ritorno.

AfD chiede inoltre che chi non possiede un diritto di soggiorno lasci effettivamente la Germania e sostiene che i richiedenti provenienti attraverso Paesi terzi sicuri non debbano poter utilizzare la Germania come destinazione finale automatica.

È una piattaforma politica radicalmente diversa dalla gestione dell’immigrazione che ha dominato la Germania dell’ultimo decennio.

Ed è proprio questa chiarezza, più che una generica ribellione antisistema, ad aver intercettato una parte importante dell’elettorato.

Il confine tra remigrazione e Stato di diritto

Qui, tuttavia, occorre essere altrettanto chiari.

Uno Stato democratico può espellere chi non possiede titolo per rimanere, può rafforzare i rimpatri, modificare le proprie politiche migratorie e incentivare il ritorno volontario.

Ma qualsiasi politica di “remigrazione” deve restare dentro i limiti della Costituzione tedesca, del diritto europeo, del principio di non-refoulement e della valutazione individuale dei casi.

Non esiste, in uno Stato di diritto, una licenza per espellere cittadini tedeschi o residenti regolari semplicemente perché culturalmente o religiosamente indesiderati.

La battaglia politica vera sarà dunque proprio questa: stabilire quanto del programma dell’AfD possa essere tradotto in provvedimenti amministrativi e quanto richiederebbe modifiche legislative federali, costituzionali o europee.

Islam e identità tedesca

Anche sul rapporto con l’Islam AfD sceglie lo scontro frontale.

Il programma nazionale del partito afferma esplicitamente:

“L’Islam non appartiene alla Germania.”

La formulazione regionale è ancora più netta: l’Islam, secondo AfD, non apparterrebbe né alla Germania né alla Sassonia-Anhalt e la sua componente politico-giuridica sarebbe incompatibile con la concezione occidentale dello Stato.

Il partito riconosce formalmente la libertà religiosa dei musulmani, ma propone di limitare ciò che considera espansione politica dell’Islam e contesta minareti monumentali, richiami del muezzin e influenza straniera sulle organizzazioni islamiche.

Si può condividere o respingere questa impostazione.

Ma il dato politico è difficilmente contestabile: temi che fino a pochi anni fa avrebbero provocato l’isolamento immediato di un partito hanno accompagnato AfD fino al 43,8%.

Questo significa che il problema non è più confinato alla periferia politica.

La CDU dimezzata: il fallimento della strategia Merz

Il risultato più devastante, dopo la vittoria dell’AfD, è probabilmente quello della CDU.

Nel 2021 i cristiano-democratici avevano ottenuto il 37,1%. Nel 2026 sono precipitati al 17,2%.

Una perdita superiore alla metà del consenso.

Friedrich Merz aveva tentato di spostare la CDU verso posizioni più severe sull’immigrazione senza rompere definitivamente il quadro politico ed europeo tradizionale.

Gli elettori della Sassonia-Anhalt hanno risposto scegliendo in massa l’originale.

Ed è qui che il Brandmauer rischia di trasformarsi da arma contro AfD in una trappola per la CDU.

Se il primo partito raccoglie quasi il 44% e gli altri costruiscono una maggioranza il cui principale collante è impedirgli di governare, la coalizione può essere perfettamente legittima dal punto di vista parlamentare. Politicamente, però, AfD avrà un argomento potentissimo: presentarsi come il partito vincitore escluso dal potere attraverso un accordo fra sconfitti.

È benzina elettorale.

Nessuna prova di un “piano segreto”, ma una scelta politica è esistita

È necessario separare una critica politica durissima da ciò che può essere dimostrato documentalmente.

Non esistono prove sufficienti per affermare come fatto che Bruxelles abbia organizzato un piano segreto per la “sostituzione” dei popoli europei.

Esiste invece qualcosa di molto più concreto e politicamente contestabile: decisioni pubbliche sull’immigrazione, sull’asilo, sulla libera circolazione e sulla gestione delle frontiere che hanno prodotto conseguenze demografiche, sociali ed economiche reali.

È su quelle decisioni che deve concentrarsi il giudizio politico.

Non serve immaginare una cabina di regia clandestina quando governi e istituzioni hanno apertamente sostenuto per anni un modello europeo fondato su immigrazione, integrazione e multiculturalismo molto diverso da quello proposto oggi dall’AfD.

Gli elettori possono giudicare quel modello.

E in Sassonia-Anhalt lo hanno giudicato molto severamente.

Il paradosso del cordone sanitario

La questione adesso diventa democratica prima ancora che ideologica.

AfD ha 39 seggi.

La maggioranza assoluta è 42.

Siegmund ha già iniziato a cercare interlocutori per costruire una maggioranza. Il BSW ha mostrato aperture verso forme di collaborazione, pur ponendo condizioni sulla guida dell’eventuale governo, mentre nella CDU continua a pesare il divieto politico di cooperare con AfD.

È sufficiente che quel muro presenti poche crepe perché l’intero sistema costruito intorno all’isolamento dell’AfD venga rimesso in discussione.

Per anni il Brandmauer ha funzionato perché AfD poteva essere esclusa senza rendere quasi impossibile la formazione di una maggioranza alternativa.

Con il 43,8%, il meccanismo diventa molto più costoso.

Il terremoto arriva a Bruxelles

La Sassonia-Anhalt conta poco più di due milioni di abitanti. Ma sarebbe un errore misurare l’importanza dell’elezione soltanto sulla popolazione del Land.

La Germania è il Paese più popoloso dell’Unione Europea, la maggiore economia del blocco e uno dei principali determinanti degli equilibri nel Consiglio europeo, nel bilancio comunitario e nelle grandi scelte strategiche dell’UE.

Un’AfD stabilmente sopra il 40% nell’Est tedesco e competitiva a livello nazionale modifica inevitabilmente i calcoli della CDU.

Immigrazione, Green Deal, rapporti con Mosca, sostegno all’Ucraina, euro e integrazione europea diventano terreni sui quali Merz deve guardare contemporaneamente a Bruxelles e all’emorragia elettorale sul proprio fianco destro.

La Sassonia-Anhalt può quindi diventare un laboratorio.

Se AfD riuscisse realmente a entrare nel governo del Land e a trasformare almeno parte del proprio programma migratorio in amministrazione concreta, gli altri movimenti sovranisti europei avrebbero un precedente tedesco da indicare.

Se invece AfD venisse esclusa nonostante il 43,8%, utilizzerebbe inevitabilmente quella esclusione come prova della necessità di ottenere la maggioranza assoluta alla prossima occasione.

Per l’establishment è un dilemma senza soluzione facile.

Dalla protesta alla possibilità di governo

Per anni agli elettori europei contrari all’immigrazione di massa è stato spiegato che certe politiche erano inevitabili, che le alternative erano impraticabili o incompatibili con l’Europa.

Il voto della Sassonia-Anhalt dimostra almeno una cosa: una quota enorme dell’elettorato non accetta più questa premessa.

Il 43,8% non rappresenta ancora il potere.

Ma rappresenta qualcosa che, politicamente, può essere persino più destabilizzante: la possibilità concreta del potere.

AfD non è più soltanto il partito che protesta contro il sistema. In Sassonia-Anhalt è arrivata a tre deputati dalla possibilità di governare da sola.

Ed è questo il dato che dovrebbe preoccupare maggiormente CDU, Bruxelles e tutti coloro che hanno costruito la politica tedesca dell’ultimo decennio contando sull’esistenza di un limite invalicabile alla crescita dell’AfD.

Quel limite non esiste più.

Il messaggio uscito dalle urne il 6 settembre è brutale nella sua semplicità: una parte gigantesca dell’Est tedesco pretende un cambio di rotta su immigrazione, identità nazionale e rapporto con l’establishment.

Si può contestare la risposta dell’AfD. Si possono discutere la costituzionalità e la praticabilità delle sue proposte. Si possono denunciare le componenti radicali del partito.

Ma non si può più fingere che la domanda politica alla quale AfD sta rispondendo non esista.

In Sassonia-Anhalt quella domanda ha raggiunto il 43,8%.

E adesso è Berlino — e non soltanto Magdeburgo — a dover decidere come rispondere.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Reuters – 6 settembre 2026: risultati elettorali, crescita dell’AfD e crollo della CDU
Far-right AfD posts historic German state election win, exit polls show

Reuters – 8 settembre 2026: immigrazione, dichiarazioni di Donald Trump e promessa di Siegmund sulle espulsioni
Trump attributes state election win of Germany’s far-right to immigration

Reuters – 11 settembre 2026: 39 seggi su 83, trattative di Siegmund e scenari per la formazione del governo
After election triumph, German far-right seeks allies to form state government

The Guardian – risultati definitivi: AfD 43,8%, CDU 17,2%, 39 seggi e affluenza record del 76,5%
Far-right AfD wins key German state election but falls just short of majority

Alternative für Deutschland – programma nazionale: posizione ufficiale del partito sull’Islam e sull’immigrazione
Programma fondamentale dell’AfD

Programma AfD Sassonia-Anhalt 2026 – analisi e riproduzione dei punti programmatici: Task Force espulsioni, detenzione pre-rimpatrio, voli di espulsione e struttura per la remigrazione
AfD-Regierungsprogramm Sachsen-Anhalt 2026

CEUTA — NO NAME KITCHEN: SOLDI MILITANTI, ARRESTI E L’OMBRA DEGLI ORDIGNI CORROSIVI

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Quando l’“aiuto umanitario” diventa militanza politica sul confine

C’è una domanda che a Ceuta non può più essere liquidata con la solita formula rassicurante dell’“ONG che aiuta i migranti”: che cosa fa realmente No Name Kitchen sul confine spagnolo e dove termina l’assistenza umanitaria per lasciare spazio all’attivismo politico?

La domanda non nasce da una fantasia social.

Nasce da arresti, identificazioni di polizia, un’indagine riportata da importanti testate spagnole, finanziamenti pubblicamente documentati e dalla stessa dichiarazione ideologica dell’organizzazione.

No Name Kitchen non nasconde infatti di considerare insufficiente la semplice assistenza umanitaria. Sul proprio sito afferma esplicitamente che l’aiuto deve comprendere anche “political action to provoke a change”, azione politica finalizzata a produrre un cambiamento.

La Guerrilla Foundation, che ha finanziato No Name Kitchen nel 2023 con una sovvenzione compresa fra 10.000 e 20.000 euro, descrive a sua volta NNK come un movimento che vuole trasformare il sistema europeo delle frontiere attraverso azione politica, advocacy e mobilitazione.

Non sono interpretazioni degli avversari.

Sono le parole e i documenti della stessa galassia che finanzia e sostiene il movimento.

Ed è proprio alla luce di questa natura dichiaratamente politica che quanto accaduto a Ceuta assume una dimensione molto più seria.

SALFUMÁN, ALLUMINIO E ACETONE: CHE COSA STA VERIFICANDO LA POLIZIA

Il punto più grave riguarda gli acquisti effettuati durante i giorni degli scontri.

Il 31 agosto El Español ha riferito, citando fonti della Policía Nacional, che alcuni attivisti identificati come appartenenti a No Name Kitchen erano stati individuati dopo l’acquisto, insieme a gruppi di migranti, di quantità di salfumán, carta d’alluminio e acetone.

Materiali perfettamente legali e liberamente acquistabili.

Ma materiali che, combinati in determinati modi, possono essere impiegati nella costruzione di artefatti corrosivi artigianali.

E il problema è precisamente questo: negli stessi giorni a Ceuta erano stati segnalati artefatti artigianali durante gli scontri.

Secondo El Español, la Policía Nacional manteneva aperta un’indagine sulle persone identificate e sugli acquisti effettuati.

Bisogna però scrivere chiaramente ciò che sappiamo e ciò che ancora non sappiamo.

Gli attivisti non furono arrestati per quegli acquisti perché i prodotti erano di libera vendita e, secondo le fonti citate dal quotidiano, non esisteva in quel momento una prova diretta che collegasse il materiale comprato ai residui degli artefatti lanciati.

No Name Kitchen nega qualsiasi coinvolgimento.

Anche Mercadona ha negato di aver denunciato acquisti anomali e il 31 agosto il ministero dell’Interno dichiarava a RTVE che non risultava un’indagine contro una ONG per aver fornito materiale esplosivo ai migranti.

Questo particolare non cancella però quanto riportato separatamente da El Español: l’identificazione degli attivisti dopo l’acquisto dei materiali e gli accertamenti della polizia sulle persone coinvolte.

La differenza è fondamentale.

Un sospetto investigativo non è una condanna. Ma non è neppure una condanna ciò che serve per porre domande politiche e giornalistiche.

GLI ARRESTI DI PLAYA DE BENÍTEZ

Sul comportamento di alcuni attivisti esistono poi fatti ancora più concreti.

Il 26 agosto il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska ha confermato l’arresto di due attivisti di No Name Kitchen, uno canadese e uno tedesco, durante gli incidenti nella zona di Playa de Benítez.

Secondo quanto riferito dalle autorità, erano accusati di resistenza e di avere incitato gruppi presenti sul posto contro gli agenti.

No Name Kitchen ha fornito una ricostruzione opposta: sostiene che i propri volontari stessero distribuendo cibo e documentando un intervento della polizia e ha denunciato quella che considera una criminalizzazione dell’attività umanitaria.

Ma pochi giorni dopo arriva un altro episodio.

El Español riferisce che nella notte del 28 agosto un’attivista francese collegata a No Name Kitchen fu arrestata e successivamente condannata a una multa di 800 euro per resistenza all’autorità e lesioni lievi nei confronti di un agente.

A quel punto parlare esclusivamente di pentole, coperte e distribuzione alimentare diventa quantomeno riduttivo.

La questione non è criminalizzare il volontariato.

La questione è stabilire quando un volontario smette di assistere una persona vulnerabile e diventa parte attiva di uno scontro politico con le istituzioni incaricate di controllare il confine.

GUERRILLA FOUNDATION: I SOLDI SONO DOCUMENTATI

Poi arrivano i finanziamenti.

E qui non servono indiscrezioni.

Sul sito della Guerrilla Foundation esiste una pagina dedicata direttamente a No Name Kitchen.

La fondazione registra per il 2023 una sovvenzione da 10.000 a 20.000 euro.

La scheda descrive NNK come un movimento impegnato a trasformare quello che definisce il sistema europeo delle frontiere “violento, razzista e sessista”, attraverso azione politica, democratizzazione dell’accesso alle risorse, raccolta di testimonianze e campagne di advocacy.

Non stiamo quindi parlando semplicemente di una mensa finanziata per comprare pasta e scarpe.

Stiamo parlando di un’organizzazione inserita in una infrastruttura politica transnazionale che considera il sistema europeo delle frontiere qualcosa da trasformare.

È perfettamente legittimo sostenere questa posizione.

Ma allora deve essere altrettanto legittimo chiamarla con il suo nome:

militanza politica.

Il termine “umanitario” non può diventare uno scudo semantico capace di rendere intoccabile qualsiasi attività svolta da chi opera sotto la sigla di una ONG.

IL LEGAME CON BORDER VIOLENCE MONITORING NETWORK

C’è poi un secondo livello.

No Name Kitchen è stata cofondatrice del Border Violence Monitoring Network (BVMN).

Lo conferma la stessa NNK.

Nel dicembre 2023 l’organizzazione annunciò di avere lasciato BVMN dopo denunce interne relative all’ambiente di lavoro, precisando però di esserne stata cofondatrice.

Il rapporto storico tra le due strutture è quindi incontestabile.

Ed è qui che entra nel quadro la galassia Open Society.

Documentazione pubblica sul BVMN indica infatti tra i suoi finanziatori anche Open Society Foundations.

Questo, però, non consente di scrivere automaticamente che “Soros finanzia direttamente No Name Kitchen a Ceuta”: sarebbe un salto logico che le prove disponibili non autorizzano.

La formulazione corretta — e politicamente non meno significativa — è un’altra:

No Name Kitchen ha cofondato una rete che ha ricevuto sostegno da Open Society Foundations.

La stessa No Name Kitchen afferma inoltre di essersi successivamente separata da BVMN.

È dunque una connessione storica e organizzativa documentabile, non la prova di un finanziamento diretto OSF delle operazioni di NNK nella Ceuta del 2026.

ANCHE SOLDI PUBBLICI SPAGNOLI

Il quadro diventa ancora più interessante quando emergono i finanziamenti provenienti dalle amministrazioni locali.

La Vanguardia/El Llobregat ha riportato che il Comune catalano di Esplugues de Llobregat aveva finanziato No Name Kitchen con 8.669 euro per un progetto di assistenza collegato alla precedente crisi migratoria di Ceuta del 2021.

È un dato politicamente rilevante.

Perché mentre No Name Kitchen rivendica la propria autonomia dalle istituzioni europee che considera corresponsabili della “violenza di frontiera”, la sua storia mostra contemporaneamente l’accesso a fondi provenienti da fondazioni militanti, crowdfunding e almeno un finanziamento pubblico locale.

Il problema non è che riceva finanziamenti.

Il problema è sapere che cosa viene finanziato, con quali controlli e con quali risultati sul territorio.

NON UNA MENSA, MA UN PROGETTO POLITICO

La parte forse più significativa dell’intera vicenda è che non occorre attribuire intenzioni segrete a No Name Kitchen.

È l’organizzazione stessa a descrivere la propria missione.

NNK sostiene che l’assistenza umanitaria debba comprendere l’azione politica.

Raccoglie testimonianze contro i pushback.

Produce rapporti.

Fornisce assistenza legale.

Svolge advocacy.

Contesta le politiche europee delle frontiere.

Ha partecipato alla costruzione di reti transnazionali impegnate nello stesso campo.

Opera direttamente nei punti più sensibili delle rotte migratorie.

Questa non è soltanto beneficenza. È un progetto politico applicato alle frontiere europee.

E non c’è nulla di illegale, di per sé, nell’avere un progetto politico.

Ma proprio per questo cade la rappresentazione infantile secondo cui criticare No Name Kitchen significherebbe “attaccare chi porta cibo ai migranti”.

No.

Si sta discutendo di un soggetto politicamente organizzato che utilizza anche assistenza materiale, monitoraggio, comunicazione e strumenti legali per perseguire una precisa concezione delle frontiere e della libertà di movimento.

CEUTA È IL PUNTO IN CUI TUTTE LE CONTRADDIZIONI ESPLODONO

Ceuta rende visibile ciò che normalmente rimane nascosto dietro il linguaggio neutro dell’umanitarismo.

Da una parte c’è uno Stato che ha il diritto e il dovere di controllare il proprio confine.

Dall’altra esiste una rete di attivismo transnazionale che considera molte politiche di contenimento migratorio illegittime, denuncia i respingimenti e lavora per modificarne il quadro politico e giudiziario.

In mezzo ci sono migliaia di migranti, cittadini esasperati, poliziotti, militari e una città trasformata in campo di battaglia politico.

Poi compaiono gli arresti.

Le identificazioni.

Gli acquisti sospetti.

Gli artefatti corrosivi.

Le fondazioni militanti.

Le reti internazionali.

I finanziamenti.

A quel punto liquidare ogni domanda come “criminalizzazione della solidarietà” non basta più.

Serve trasparenza.

LE DOMANDE A CUI NO NAME KITCHEN DEVE RISPONDERE

Chi erano esattamente gli attivisti identificati durante gli acquisti?

Per quale ragione venivano acquistati salfumán, alluminio e acetone?

A cosa erano destinati?

Chi li ha pagati?

Dove sono finiti?

Quali rapporti operativi esistevano tra volontari e gruppi presenti nei luoghi degli scontri?

Qual è oggi il bilancio completo dei finanziamenti di No Name Kitchen?

Quali fondazioni finanziano le sue attività?

Quanto denaro viene destinato all’assistenza materiale e quanto all’advocacy, alle campagne politiche e all’attività legale?

Sono domande legittime.

E dopo quanto accaduto a Ceuta diventano inevitabili.

CONCLUSIONE — L’UMANITARISMO NON PUÒ ESSERE UNA ZONA FRANCA

No Name Kitchen ha diritto alla presunzione d’innocenza rispetto a qualsiasi ipotesi di reato non dimostrata.

Questo principio non è negoziabile.

Ma la presunzione d’innocenza non equivale alla presunzione d’irrilevanza politica.

È documentato il finanziamento della Guerrilla Foundation.

È documentata la precedente partecipazione e cofondazione del Border Violence Monitoring Network.

È documentato il sostegno di Open Society Foundations a quella rete, pur senza che ciò dimostri un finanziamento diretto delle attività di NNK a Ceuta.

È documentato il finanziamento pubblico proveniente da Esplugues.

Sono documentati gli arresti di attivisti.

È stata riportata da El Español, sulla base di fonti di polizia, l’identificazione di membri dell’organizzazione dopo l’acquisto di materiali compatibili con quelli utilizzabili negli artefatti corrosivi che comparivano negli stessi giorni a Ceuta.

Non è invece dimostrato, allo stato delle informazioni pubbliche, che No Name Kitchen abbia fabbricato, consegnato o ordinato di utilizzare quegli artefatti.

Ed è precisamente qui che deve entrare la magistratura.

Ma sul piano politico una cosa è già evidente: No Name Kitchen non è semplicemente una cucina da campo. È un movimento politico transnazionale che opera materialmente e legalmente sulle frontiere europee per modificarne il funzionamento.

Ceuta ha il diritto di sapere chi opera sul proprio territorio, con quali soldi, con quali obiettivi e con quali responsabilità.

Perché aiutare una persona affamata è solidarietà.

Contestare politicamente una frontiera è militanza.

E se un giorno emergesse la prova che qualcuno ha oltrepassato quella linea arrivando a sostenere materialmente la violenza, non saremmo più né nel campo della solidarietà né in quello dell’attivismo.

Saremmo nel campo del diritto penale.

Ed è proprio per questo che su No Name Kitchen bisogna accendere i riflettori, non spegnerli.


FONTI E DOCUMENTI

El Español, 31 agosto 2026 — No Name Kitchen, la ONG investigada por comprar material para artefactos caseros como los usados contra ceutíes
https://www.elespanol.com/reportajes/20260831/no-name-kitchen-ong-investigada-comprar-material-artefactos-caseros-usados-ceuties/1003744367276_0.html

Guerrilla Foundation — No Name Kitchen, scheda ufficiale del beneficiario, grant 2023 da 10.000-20.000 euro
https://guerrillafoundation.org/grantee/no-name-kitchen/

Libertad Digital, 6 settembre 2026 — La ONG No Name Kitchen acusada de dar material corrosivo… recibe dinero de Guerrilla Foundation
https://www.libertaddigital.com/espana/2026-09-06/la-ong-no-name-kitchen-acusada-de-dar-material-corrosivo-a-los-invasores-de-ceuta-recibe-dinero-de-guerrilla-foundation-7455261/

El Periódico de Ceuta, 26 agosto 2026 — conferma degli arresti dei due attivisti
https://www.elperiodicodeceuta.es/marlaska-confirma-la-detencion-en-ceuta-de-dos-activistas-de-una-ong-acusados-de-incitar-a-la-violencia-contra-la-policia/

RTVE Verifica, 31 agosto 2026 — smentita di Mercadona e posizione del Ministero dell’Interno
https://www.rtve.es/noticias/20260831/falso-mercadona-denunciado-ceuta-compra-componentes-explosivos/17207547.shtml

Euronews, 31 agosto 2026 — posizione di No Name Kitchen e assenza, a quella data, di prova diretta tra acquisti e artefatti
https://es.euronews.com/my-europe/2026/08/31/las-ong-continuan-en-el-centro-de-la-tension-migratoria-de-ceuta

La Vanguardia / El Llobregat, 2 settembre 2026 — finanziamento di 8.669 euro da Esplugues de Llobregat
https://www.lavanguardia.com/elllobregat/sociedad/20260902/11624988/esplugues-financio-8-669-euros-ong-denunciada-dar-material-artefactos-invasores-ceuta.html

No Name Kitchen — sito ufficiale e attività
https://www.nonamekitchen.org/

No Name Kitchen, 14 dicembre 2023 — comunicazione sull’uscita dal Border Violence Monitoring Network e conferma del ruolo di cofondatrice
https://www.nonamekitchen.org/no-name-kitchen-and-the-newest-border-violence-special-report-we-present-the-bloody-borders-project/

Border Violence Monitoring Network — sito e rapporti
https://www.borderviolence.eu/

Guerrilla Foundation — Border Violence Monitoring Network
https://guerrillafoundation.org/grantee/border-violence-monitoring-network/

Campagna Donorbox — Emergency Solidarity with Ceuta
https://donorbox.org/emergency-solidarity-with-ceuta

BIBBIANO NON È FINITA: L’APPELLO DELLA PROCURA METTE SOTTO ACCUSA LA SENTENZA DELLE ASSOLUZIONI

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Quando un pubblico ministero arriva a parlare di una «spasmodica e quasi ossessiva ricerca di ragioni assolutorie», il problema non può essere liquidato con un’alzata di spalle

Per mesi una parte dell’opinione pubblica ha ricevuto un messaggio semplice: Bibbiano è finita. Le accuse sono crollate. Caso chiuso.

No.

Il processo sugli affidi della Val d’Enza non è affatto una pagina definitivamente archiviata. La sentenza di primo grado che ha assolto 11 imputati su 14 e condannato gli altri tre a pene molto inferiori rispetto alle richieste dell’accusa è stata impugnata dalla Procura di Reggio Emilia.

E ciò che emerge dall’appello del pubblico ministero Valentina Salvi è uno scontro giudiziario di una durezza eccezionale.

Non siamo davanti alla normale formula burocratica con cui un pm manifesta il proprio dissenso rispetto a una sentenza.

Salvi contesta alla radice il metodo con cui il Tribunale sarebbe arrivato a numerose assoluzioni.

La Procura parla di una sentenza caratterizzata da una:

«spasmodica e quasi ossessiva ricerca di ragioni assolutorie»

con risultati che, secondo l’accusa, sarebbero in alcuni casi «paradossali» e addirittura «disancorati dalla realtà e dalle fonti probatorie in atti».

Parole pesantissime.

E provengono non da un politico, da un blogger o da un giornalista, ma da un magistrato della Repubblica che ha coordinato l’indagine.

IL PROCESSO NON È FINITO

Questo è il primo fatto che dovrebbe essere chiarito senza ambiguità.

Nel luglio 2025 il Tribunale di Reggio Emilia ha pronunciato una sentenza che ha fortemente ridimensionato l’impianto accusatorio: 11 assoluzioni su 14 imputati e soltanto tre condanne, peraltro a pene contenute.

Una parte delle contestazioni è inoltre caduta per prescrizione.

Ma una sentenza di primo grado impugnata non equivale alla conclusione definitiva della vicenda giudiziaria.

La Procura ha deciso di portare una parte consistente del procedimento davanti alla Corte d’Appello.

Secondo le ricostruzioni pubblicate dalla stampa, l’impugnazione di Salvi arriva a circa 2.447 pagine, accompagnate da una mole enorme di documentazione.

Non è quindi una contestazione marginale.

È un attacco frontale a parti fondamentali del ragionamento seguito dal Tribunale.

«CIRCOSTANZE MAI AVVENUTE»

Uno dei passaggi più inquietanti riguarda proprio il modo in cui, secondo la Procura, sarebbero state costruite alcune motivazioni assolutorie.

Salvi sostiene che vi sarebbero passaggi nei quali il Tribunale avrebbe fondato proprie conclusioni su «circostanze mai avvenute».

Non basta.

Secondo l’impugnazione, in alcuni punti i giudici si sarebbero spinti a ricostruire persino ciò che gli imputati avrebbero pensato al momento dei fatti, attribuendo loro stati d’animo e intenzioni che la Procura considera sostanzialmente immaginati.

Il pm parla infatti di interpretazioni «del tutto irrealistiche» e di ricostruzioni «fantasiose».

È difficile immaginare una critica più radicale nei confronti di una sentenza.

Qui non si discute semplicemente se una pena dovesse essere di tre o cinque anni.

Si mette in discussione il percorso logico utilizzato per arrivare alle assoluzioni.

LA DOMANDA CHE NON PUÒ ESSERE CENSURATA: COME È STATO VALUTATO IL MATERIALE PROBATORIO?

Questo è il punto politico e istituzionale sul quale sarebbe irresponsabile tacere.

La magistratura deve essere indipendente.

Ma indipendenza non significa infallibilità.

Un giudice può sbagliare. Un pubblico ministero può sbagliare. Una Corte d’Appello può correggere entrambi.

È precisamente per questo che esistono diversi gradi di giudizio.

E se un pubblico ministero arriva a sostenere che una sentenza contiene ricostruzioni «fantasiose», circostanze «mai avvenute» e una ricerca quasi «ossessiva» di motivazioni assolutorie, la risposta non può essere: non se ne parli perché così si delegittima la magistratura.

È esattamente il contrario.

La magistratura acquista autorevolezza quando accetta che anche il lavoro dei magistrati possa essere sottoposto a una critica rigorosa.

L’indipendenza della toga non può trasformarsi nell’immunità della toga dalla critica.

PERSINO LE PRESCRIZIONI VENGONO CONTESTATE

L’impugnazione tocca anche un altro elemento delicatissimo.

Secondo la Procura, in alcuni casi sarebbero stati commessi errori nel calcolo dei termini di sospensione della prescrizione.

Anche questo dovrà essere valutato dal giudice d’appello.

Ma il punto politico rimane enorme.

Se il calcolo fosse effettivamente sbagliato, non ci troveremmo davanti a una divergenza filosofica sull’interpretazione del diritto, ma a qualcosa di molto più concreto: un errore tecnico capace di incidere direttamente sul destino di un’accusa penale.

È precisamente per questioni come questa che l’appello deve arrivare fino in fondo.

LA REPLICA DEL TRIBUNALE

Per correttezza va riportata anche la posizione opposta.

La presidente del Tribunale di Reggio Emilia, Cristina Beretti, ha respinto nettamente la rappresentazione fornita dalla Procura.

Il Tribunale sostiene di non perseguire né condanne né assoluzioni «a ogni costo» e afferma di avere giudicato esclusivamente sulla base delle prove, del diritto e del contraddittorio.

Beretti ha inoltre ricordato che la critica delle decisioni giudiziarie non dovrebbe trasformarsi nella delegittimazione dell’istituzione.

È una posizione legittima.

Ma non cancella il problema.

Perché adesso abbiamo due ricostruzioni giudiziarie radicalmente contrapposte.

Da una parte il Tribunale sostiene di avere applicato correttamente diritto e prove.

Dall’altra una Procura che descrive alcuni passaggi della stessa sentenza come sorprendenti, irrealistici, fantasiosi e orientati verso una ricerca esasperata delle ragioni per assolvere.

Sarà la Corte d’Appello a stabilire quale delle due letture sia giuridicamente fondata.

Ed è proprio per questo che raccontare Bibbiano come una vicenda definitivamente chiusa è semplicemente prematuro.

NON TRASFORMIAMO LE ASSOLUZIONI IN UNA SENTENZA SULLA STORIA

C’è poi un errore che il giornalismo dovrebbe evitare.

Un’assoluzione penale non autorizza automaticamente a sostenere che ogni fatto denunciato, ogni criticità nella gestione degli affidi e ogni sofferenza delle famiglie coinvolte fossero invenzioni.

Allo stesso modo, l’appello della Procura non trasforma gli imputati assolti in colpevoli.

La presunzione d’innocenza resta un principio fondamentale.

Ma proprio rispettando quel principio bisogna rispettarne un altro: il processo non può essere raccontato come definitivamente concluso quando esiste un’impugnazione di questa portata.

Non servono slogan.

Servono atti, documenti, sentenze e responsabilità.

VALENTINA SALVI HA SCELTO DI NON ARRENDERSI AL PRIMO VERDETTO

Qualunque sarà l’esito dell’appello, una cosa è evidente: Valentina Salvi ha deciso di assumersi fino in fondo la responsabilità della propria impostazione accusatoria.

Avrebbe potuto prendere atto della pesantissima sconfitta processuale del primo grado.

Non lo ha fatto.

Ha messo nero su bianco migliaia di pagine di contestazioni e ha chiesto a un giudice superiore di verificare nuovamente una parte rilevante del processo.

Questo non significa che abbia necessariamente ragione.

Significa però che la battaglia giudiziaria continua.

Ed è questo che dovrebbe interessare chi pretende di informare anziché distribuire certificati ideologici di colpevolezza o innocenza.

ADESSO NIENTE SCONTI: PARLI LA CORTE D’APPELLO

Bibbiano merita una cosa soltanto: verità giudiziaria fino all’ultimo grado disponibile.

Se il Tribunale di primo grado ha ragione, l’appello lo confermerà e le assoluzioni dovranno essere rispettate.

Se invece la Procura dimostrerà che determinate assoluzioni sono state costruite attraverso errori, ricostruzioni infondate o valutazioni scorrette delle prove, quelle decisioni dovranno essere riformate.

Senza protezioni corporative.

Senza guerre ideologiche.

Senza trasformare la toga in uno scudo contro qualsiasi domanda.

Perché quando sono coinvolti minori, famiglie spezzate, servizi sociali, psicologi e decisioni capaci di cambiare per sempre la vita di un bambino, lo Stato non può permettersi zone d’ombra.

E soprattutto non può chiedere ai cittadini di smettere di fare domande.

Il caso Bibbiano non è finito.

Ora tocca alla Corte d’Appello.


FONTI

ANSA – Appello dei pm sul caso Bibbiano, “ossessiva ricerca di ragioni assolutorie”
https://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2026/04/01/appello-dei-pm-sul-caso-bibbiano-ossessiva-ricerca-di-ragioni-assolutorie_025cf4c1-d7c3-4b6d-8d91-f0248323a3eb.html

RaiNews TGR Emilia-Romagna – Bibbiano, la Procura impugna la sentenza
https://www.rainews.it/tgr/emiliaromagna/articoli/2026/03/bibbiano-la-procura-fa-appello-contro-le-assoluzioni-53a2472c-417c-470c-abde-7f5e95963cc6.html

RaiNews – Caso Bibbiano, ecco perché la Procura ricorre in appello
https://www.rainews.it/tgr/emiliaromagna/articoli/2026/04/caso-bibbiano-la-procura-ricorre-in-appello-fb665dcc-66c7-473c-995f-cb17ffb12839.html

Il Resto del Carlino – Affidi Bibbiano, il ricorso del pm alla sentenza di primo grado
https://www.ilrestodelcarlino.it/reggio-emilia/cronaca/affidi-bibbiano-ricorso-assoluzione-qo5cwfo3

Corriere della Sera / Corriere di Bologna – Bibbiano, il ricorso del pm alla sentenza di primo grado
https://corrieredibologna.corriere.it/notizie/cronaca/26_aprile_02/bibbiano-ricorso-sentenza-primo-grado-fc976c3b-6418-4e41-8cb3-6c64e6e27xlk.shtml

ANSA – Giudici contro pm sul caso Bibbiano, “nessuna assoluzione a ogni costo”
https://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2026/04/03/giudici-contro-pm-sul-caso-bibbiano-nessuna-assoluzione-a-ogni-costo_755aff23-35aa-45f2-91eb-2e2dd307e9e2.html

ANSA – Si disintegra l’accusa sugli affidi di Bibbiano
https://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2025/07/09/il-caso-bibbiano-al-processo-angeli-e-demoni-cadono-quasi-tutte-le-accuse_e5647f1e-6a19-4379-afbf-3d5e364510cb.html

Renzi, Conte e l’Autogrill dei segreti: sei anni dopo, la politica deve ancora spiegare tutto

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Le nuove rivelazioni riaprono il caso dell’incontro tra Matteo Renzi e Marco Mancini. Un ex uomo dell’intelligence compare nella catena che precede il servizio di Report, mentre una fonte sostiene che Giuseppe Conte conoscesse il filmato già quando era a Palazzo Chigi. Non sono sentenze, ma gli interrogativi politici sono ormai troppo pesanti per essere liquidati con battute, amnesie e guerre tra fazioni.

C’è qualcosa di profondamente malsano nella vicenda dell’Autogrill di Fiano Romano. Non perché sia stata dimostrata una gigantesca cospirazione — questo, allo stato degli atti pubblicamente disponibili, non è stato dimostrato — ma perché, a quasi sei anni dai fatti, continuano ad apparire elementi che rendono sempre meno soddisfacente la favola di una storia semplice e lineare.

Al centro ci sono due ex presidenti del Consiglio: Matteo Renzi e Giuseppe Conte.

Il primo incontrò un alto dirigente dell’intelligence in un Autogrill mentre stava combattendo una battaglia politica destinata poche settimane dopo a far cadere il governo.

Il secondo era proprio il presidente del Consiglio che quella battaglia rischiava di travolgere e, nello stesso periodo, aveva direttamente nelle proprie mani la responsabilità politica sul comparto intelligence.

In mezzo c’è Marco Mancini, allora dirigente del DIS.

E attorno a loro compare oggi una trama di telefonate, fonti, giornalisti, ex uomini dei servizi e versioni che meritano una spiegazione pubblica molto più convincente di quelle ascoltate finora.

Il fatto da cui tutto parte

Il 23 dicembre 2020 Matteo Renzi incontrò Marco Mancini nell’area di servizio di Fiano Romano.

L’incontro non è un’ipotesi: è documentato.

Renzi spiegò successivamente che avrebbe dovuto incontrare Mancini altrove, ma che, essendo già in viaggio verso Firenze, il funzionario lo raggiunse all’Autogrill. Renzi ha inoltre sempre negato di avere interferito nelle nomine dell’intelligence e ha contestato duramente la rappresentazione data alla vicenda.

Il problema politico, tuttavia, resta evidente.

In quelle settimane Renzi non era un parlamentare qualsiasi. Era il leader della forza politica che teneva in vita il governo Conte II e che stava preparando lo scontro finale con Palazzo Chigi.

Mancini non era un funzionario qualsiasi. Era un dirigente del DIS.

E Giuseppe Conte non era un osservatore neutrale: era presidente del Consiglio e deteneva direttamente la delega sui servizi.

Un incontro perfettamente lecito può comunque essere politicamente rilevante. Ed è precisamente per questo che, invece delle battute sui biscotti e delle reciproche accuse, sarebbe stato opportuno chiarirne fino in fondo contenuto e contesto.

Poi arriva Report

Il 3 maggio 2021, quando Conte aveva ormai lasciato Palazzo Chigi e Mario Draghi era presidente del Consiglio, Report trasmise le immagini.

La versione resa pubblica era nota: una professoressa presente casualmente nell’area di servizio aveva ripreso Renzi e Mancini senza inizialmente sapere chi fosse l’uomo che parlava con il leader di Italia Viva.

Nel servizio un ex appartenente ai servizi, oscurato in volto e con la voce alterata, identificò Mancini.

Ed è qui che le nuove ricostruzioni diventano esplosive.

Secondo quanto pubblicato nel settembre 2026 da Il Giornale e ripreso dall’ANSA, il 27 aprile 2021 Carlo Parolisi, ex uomo dell’intelligence, avrebbe telefonato a Sigfrido Ranucci.

Circa quaranta minuti dopo il giornalista di Report Giorgio Mottola avrebbe contattato Parolisi.

Nella stessa giornata Mottola avrebbe raggiunto Viterbo, nella zona dove viveva l’insegnante autrice delle immagini, per poi avere ulteriori contatti con Parolisi.

Non è una prova di un complotto.

Ma è un elemento che modifica sensibilmente il quadro pubblico della vicenda e pone una domanda elementare: quale fu esattamente il ruolo degli uomini provenienti dall’intelligence nella ricostruzione giornalistica del caso?

Attenzione: la magistratura non ha certificato il “complotto”

Qui bisogna essere estremamente precisi.

La Procura acquisì anche i tabulati nell’ambito dell’indagine nata dalla denuncia di Mancini. Nel novembre 2025 il Gip di Roma ha archiviato definitivamente la parte relativa alla presunta violazione del segreto di Stato.

La motivazione riportata dalla stampa è importante: l’identità di Mancini non poteva essere considerata segreta in quel senso, perché il funzionario era già comparso pubblicamente in fotografie relative al ritorno in Italia di Giuliana Sgrena.

Dunque sarebbe scorretto trasformare le nuove ricostruzioni giornalistiche in una sentenza che non esiste.

Ma sarebbe altrettanto scorretto utilizzare quell’archiviazione per sostenere che ogni interrogativo politico sulla provenienza delle informazioni sia automaticamente evaporato.

Sono due questioni differenti.

E poi c’è Giuseppe Conte

È questo il punto politicamente più delicato.

Il Giornale, il 6 settembre 2026, ha pubblicato una nuova ricostruzione basata sulla testimonianza di una fonte proveniente dal mondo dell’intelligence.

Secondo questa fonte, Giuseppe Conte avrebbe saputo dell’esistenza del filmato e lo avrebbe visionato quando era ancora presidente del Consiglio.

È necessario ripeterlo: questa è oggi un’affermazione attribuita a una fonte giornalistica, non un fatto accertato da una sentenza.

Ma non nasce nel vuoto.

Già nel dicembre 2022 Conte era stato interrogato sulla possibilità che il filmato fosse arrivato a Palazzo Chigi prima della trasmissione di Report.

La sua risposta conteneva una singolare incongruenza temporale.

Conte negò che i servizi gli avessero mostrato il video, aggiungendo però di ricordare che quando il caso esplose tramite Report lui “stava andando via”.

Il problema è semplicissimo: Report trasmise il servizio il 3 maggio 2021. Conte aveva lasciato Palazzo Chigi a febbraio.

Conte spiegò successivamente di avere confuso le date.

Può accadere.

Ma dopo le nuove dichiarazioni attribuite a una fonte dell’intelligence quella vecchia confusione assume inevitabilmente un peso politico diverso.

Conte deve rispondere a una domanda semplicissima

Nel maggio 2021 Conte chiedeva pubblicamente proprio a Renzi di chiarire.

Diceva che chi rappresenta le istituzioni deve rispondere del proprio operato “in modo trasparente” e sottolineava di avere incontrato Mancini esclusivamente in occasioni ufficiali e sedi istituzionali.

Perfetto.

Applichiamo oggi lo stesso metro a Giuseppe Conte.

Aveva visto o no quelle immagini mentre era ancora presidente del Consiglio?

Non servono comizi.

Non serve accusare i giornali.

Non serve rifugiarsi dietro la lotta politica tra destra e sinistra.

Serve un sì o un no accompagnato, se necessario, da documenti, date e circostanze.

Perché se la nuova testimonianza fosse confermata, il problema sarebbe enorme.

Bisognerebbe capire chi portò il materiale all’attenzione del presidente del Consiglio, quando, attraverso quale canale, per quale ragione e che cosa accadde successivamente all’interno del comparto intelligence.

E la carriera di Mancini?

C’è poi un’altra coincidenza temporale che pretende chiarezza.

Mancini puntava a un avanzamento ai vertici dell’intelligence. Dopo l’esplosione pubblica del caso, quella prospettiva tramontò e il dirigente venne successivamente prepensionato.

Questo non dimostra che il servizio televisivo sia stato organizzato per eliminarlo professionalmente.

Ma rende ancora più necessario ricostruire l’intera sequenza.

Perché quando materiale riguardante un alto funzionario dell’intelligence entra nel circuito politico-mediatico e produce conseguenze sulla sua carriera, la trasparenza non è curiosità giornalistica.

È interesse pubblico.

Renzi non può trasformarsi improvvisamente nello spettatore innocente

Le nuove domande su Conte e sulla provenienza delle informazioni, tuttavia, non cancellano quelle rivolte a Matteo Renzi.

Questo è il rischio della solita politica italiana: trasformare ogni vicenda in una partita di calcio nella quale, se emerge una contraddizione dell’avversario, automaticamente scompare la propria.

No.

Renzi incontrò Mancini.

Accadde il 23 dicembre 2020, nel pieno della crisi politica.

Poche settimane dopo Italia Viva ritirò le proprie ministre e il Conte II cadde.

Renzi ha fornito la propria versione e ha sempre negato manovre sulle nomine dei servizi. Ma proprio perché oggi chiede chiarezza su Conte, dovrebbe essere il primo a pretendere la pubblicazione e la ricostruzione più completa possibile di tutto ciò che può essere legittimamente reso pubblico sull’incontro.

Di che cosa parlarono esattamente?

Perché era necessario incontrarsi?

Mancini informò i propri superiori?

Esistono relazioni di servizio o comunicazioni che possano definitivamente chiudere ogni speculazione?

La risposta non può essere: “fidatevi di me”.

Vale per Conte e vale per Renzi.

Due ex premier, troppe zone grigie

Ed è questo l’aspetto più desolante dell’intera vicenda.

Da una parte Renzi, che incontra un alto funzionario dell’intelligence mentre sta conducendo l’offensiva decisiva contro il presidente del Consiglio.

Dall’altra Conte, che allora aveva la responsabilità politica sul comparto dei servizi e sul quale torna oggi l’accusa — ancora da dimostrare — di avere conosciuto il filmato prima che diventasse pubblico.

Nel mezzo uomini dell’intelligence, ex uomini dell’intelligence, giornalisti, telefonate, nomine, carriere interrotte e una guerra politica feroce.

E noi dovremmo considerare tutto questo normale?

Il vero scandalo è che dopo quasi sei anni dobbiamo ancora fare le stesse domande

La questione non dovrebbe essere stabilire se “vince” Renzi o “vince” Conte.

Se Renzi avesse ragione su Conte, non diventerebbe automaticamente innocuo tutto ciò che riguarda il suo incontro con Mancini.

Se Conte avesse ragione nel negare di aver visto anticipatamente il filmato, rimarrebbero comunque da spiegare le nuove informazioni sui passaggi che precedettero la messa in onda di Report.

La democrazia non funziona scegliendo quale potente credere sulla parola.

Funziona pretendendo documenti, cronologie e responsabilità.

E soprattutto applicando agli uomini che hanno governato l’Italia la stessa regola che loro stessi invocano continuamente per gli avversari: trasparenza.

Conte nel 2021 pretendeva spiegazioni da Renzi.

Oggi deve essere disposto a fornirle lui.

Renzi oggi pretende spiegazioni sulla genesi del caso.

Benissimo: chiarisca fino all’ultimo dettaglio anche il proprio incontro.

Perché l’intelligence della Repubblica non può diventare — neppure nell’apparenza — il terreno sul quale si combattono guerre tra leader politici, fazioni istituzionali e apparati dello Stato.

Se le nuove rivelazioni saranno confermate, qualcuno dovrà spiegare molto più di quanto abbia fatto finora.

Se invece saranno smentite, dovranno essere smentite con fatti verificabili.

Dopo quasi sei anni, agli italiani non servono altre battute, altre amnesie o altri regolamenti di conti.

Serve sapere che cosa è realmente accaduto.


Fonti e approfondimenti

ANSA, 2 settembre 2026 – “Renzi in autogrill e la chiamata dell’ex 007 a Ranucci”
ANSA – ricostruzione dei contatti tra l’ex 007, Ranucci e Report

Il Giornale, 6 settembre 2026 – “La puntata di Report su Renzi in autogrill? Una soffiata degli 007. E Conte la vide prima”
Il Giornale – le nuove dichiarazioni su Conte e il filmato

Il Giornale, 31 agosto 2026 – documenti e nuovi interrogativi sul caso Autogrill
Il Giornale – Report, Autogrill e rapporti con uomini dei servizi

ANSA, 2 settembre 2026 – “Un ex 007 dietro lo scoop di Report”
ANSA – cronologia delle nuove rivelazioni

L’Identità, 6 dicembre 2022 – il giallo sulle dichiarazioni e sulle date di Conte
L’Identità – il video, Palazzo Chigi e la cronologia contestata

Repubblica, 11 maggio 2021 – Conte chiedeva chiarimenti a Renzi sull’incontro con Mancini
Repubblica – le dichiarazioni di Conte del 2021

Rai – trascrizione del servizio “Autogrill dei segreti” di Report
RAI – trascrizione originale del servizio di Report

Repubblica, 19 novembre 2025 – archiviata l’accusa di violazione del segreto di Stato
Repubblica – decisione del Gip di Roma

Vostok Oil: la Russia apre nell’Artico una provincia petrolifera da 100 milioni di tonnellate l’anno

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Il primo petrolio è partito da Bukhta Sever. Rosneft punta a 30 milioni di tonnellate nel 2027, 50 milioni nel 2030 e, in prospettiva, fino a 100 milioni l’anno. Il confronto con il Venezuela dà la misura della posta in gioco: Mosca sta costruendo nell’Alto Nord non soltanto nuovi pozzi, ma un intero corridoio energetico verso l’Asia.

Per anni una parte consistente del dibattito occidentale sulla Russia è stata dominata da una domanda: quanto possono le sanzioni ridurre strutturalmente la capacità di Mosca di trasformare le proprie immense risorse naturali in potere economico e geopolitico?

Dal 5 settembre 2026 esiste un nuovo elemento concreto con cui fare i conti.

Il presidente russo Vladimir Putin ha dato il via alla prima spedizione di petrolio del gigantesco progetto Vostok Oil, sviluppato da Rosneft nella penisola di Taimyr, nel territorio di Krasnoyarsk.

Non si tratta più soltanto di giacimenti individuati sulle carte, previsioni o rendering industriali.

Il petrolio ha raggiunto il nuovo terminale artico di Bukhta Sever, dove è iniziato il caricamento sulla petroliera artica Valentin Pikul.

È il passaggio simbolico, ma soprattutto materiale, dalla costruzione all’operatività.

E la scala dichiarata da Rosneft merita attenzione.


30 milioni di tonnellate nel 2027. Fino a 100 milioni in prospettiva

Durante la cerimonia di avvio, il CEO di Rosneft Igor Sechin ha indicato la traiettoria prevista per il progetto.

Vostok Oil dovrebbe essere in grado di fornire:

  • circa 30 milioni di tonnellate di petrolio nel secondo semestre del 2027;
  • fino a 50 milioni di tonnellate entro il 2030;
  • fino a 100 milioni di tonnellate l’anno nella successiva fase di sviluppo, qualora domanda e condizioni economiche lo giustifichino.

Quest’ultima cifra equivale grossomodo, a seconda della densità del greggio utilizzata nella conversione, a circa 2 milioni di barili al giorno.

È importante essere precisi: Vostok Oil non produce oggi 2 milioni di barili al giorno.

Quella è la scala potenziale indicata da Rosneft per il pieno sviluppo futuro del sistema.

Ma proprio questa distinzione rende ancora più interessante il progetto: Mosca sta inaugurando oggi un’infrastruttura concepita per crescere per decenni.

Sechin ha infatti affermato che il ciclo di vita progettato di Vostok Oil è di 100 anni, potenzialmente ulteriormente estendibile attraverso nuove attività esplorative.


Il confronto che impressiona: l’intero Venezuela oggi produce poco più di un milione di barili al giorno

Per capire cosa significherebbe raggiungere 100 milioni di tonnellate l’anno, basta confrontare il dato con uno dei giganti storici del petrolio mondiale: il Venezuela.

Secondo l’International Energy Agency, la produzione venezuelana nel luglio 2026 è stata di circa 1,12 milioni di barili al giorno.

Reuters colloca analogamente l’attuale produzione venezuelana nella fascia di circa 1,1-1,2 milioni di barili al giorno.

Vostok Oil, qualora raggiungesse il proprio potenziale dichiarato vicino ai 2 milioni di barili al giorno, avrebbe quindi da solo una produzione nettamente superiore all’intera produzione venezuelana attuale.

Questo non significa che la Russia possieda più petrolio del Venezuela.

È esattamente il contrario: Caracas continua a disporre di riserve enormi.

Il punto è un altro.

Vostok Oil è un singolo sistema produttivo e logistico che punta a raggiungere una scala paragonabile a quella di un importante Stato esportatore.

Ed è questo che ne cambia il significato geopolitico.


Sette miliardi di tonnellate sotto il Taimyr

Anche la base di risorse è enorme.

Secondo i dati comunicati da Rosneft, il perimetro di Vostok Oil è stato ampliato nel 2024 da 52 a 60 aree di licenza, mentre la base complessiva delle risorse ha raggiunto circa 7 miliardi di tonnellate di petrolio secondo la classificazione russa.

Un dettaglio importante riguarda la qualità.

Rosneft descrive il greggio della nuova provincia come petrolio di elevata qualità e con un contenuto di zolfo estremamente basso, indicativamente compreso tra 0,01% e 0,1%.

È una caratteristica commercialmente rilevante perché un greggio leggero e a basso contenuto di zolfo è generalmente più semplice e meno costoso da raffinare rispetto ai greggi pesanti e ricchi di zolfo.

Il paragone con il Venezuela diventa quindi ancora più interessante.

Una parte fondamentale delle gigantesche riserve venezuelane si trova nella Faja Petrolífera del Orinoco, caratterizzata da greggi pesanti ed extra-pesanti che richiedono infrastrutture, miscelazione con diluenti e processi industriali specifici.

Vostok Oil presenta problemi completamente diversi — a cominciare dalle condizioni climatiche estreme dell’Artico — ma offre a Mosca un greggio con caratteristiche potenzialmente molto interessanti per il mercato internazionale.


Il vero progetto non sono soltanto i pozzi: è l’infrastruttura

È probabilmente questo l’aspetto più sottovalutato.

Una riserva petrolifera senza infrastrutture rimane una cifra geologica.

Vostok Oil sta invece diventando un sistema industriale integrato.

Rosneft ha completato il principale oleodotto Vankor–Payakha–Bukhta Sever, lungo circa 790 chilometri, destinato a trasportare il petrolio dai campi produttivi fino alla costa artica.

Il nuovo terminale di Bukhta Sever comprende già un attracco petrolifero, due moli cargo, un attracco per la flotta portuale e 14 serbatoi da 30.000 tonnellate ciascuno.

A pieno sviluppo il complesso dovrebbe arrivare a 102 serbatoi.

Il fondale presso il terminale raggiunge circa 18 metri, consentendo l’impiego di petroliere artiche con portata lorda fino a circa 120.000 tonnellate.

Non è quindi soltanto un progetto estrattivo.

È contemporaneamente:

giacimenti + oleodotti + porto + stoccaggio + produzione elettrica + rompighiaccio + petroliere artiche + Rotta Marittima del Nord.

Ed è questa combinazione che trasforma Vostok Oil da progetto petrolifero a progetto strategico.


La Rotta Marittima del Nord cambia la geografia dell’energia russa

Per decenni gran parte della relazione energetica tra Russia ed Europa è stata determinata dalla geografia delle infrastrutture.

Oleodotti diretti verso occidente.

Porti baltici.

Mercati europei.

Assicurazioni, finanziamenti, servizi marittimi e tecnologie in larga parte occidentali.

Dopo il 2022 quel modello è entrato in crisi.

La risposta russa è stata accelerare uno spostamento già iniziato verso Asia e Artico.

La Northern Sea Route, la Rotta Marittima del Nord, corre lungo l’immensa costa artica russa e permette di collegare i porti settentrionali della Federazione con l’Asia orientale.

Nel 2026 questo corridoio ha già mostrato segnali di accelerazione.

Reuters riferiva l’11 agosto che sette petroliere avevano già trasportato attraverso la rotta artica circa 6 milioni di barili di greggio, quasi la metà dell’intero volume transitato nel 2025.

Per determinate rotte verso la Cina, il percorso artico può inoltre ridurre significativamente i tempi rispetto alla navigazione attraverso Suez.

Vostok Oil aggiunge ora una gigantesca fonte potenziale direttamente collegata a quel corridoio.


Suez e Hormuz: perché la geografia conta

Qui emerge un altro elemento strategico.

Il petrolio esportato da Bukhta Sever verso l’Asia attraverso la Northern Sea Route non deve attraversare né il Canale di Suez né lo Stretto di Hormuz.

Questo non rende la Russia immune dai rischi logistici.

La navigazione artica comporta problemi enormi: ghiaccio, condizioni meteorologiche estreme, necessità di navi specializzate, rompighiaccio, infrastrutture di soccorso e costi elevati.

Ma significa diversificazione.

E nel mondo dell’energia la diversificazione delle rotte equivale a potere strategico.

Una Russia capace di esportare attraverso Baltico, Mar Nero, Pacifico e Artico dispone di un ventaglio logistico molto diverso da quello di un produttore dipendente da un singolo choke point.


Le sanzioni non sono state irrilevanti

Qui bisogna evitare la propaganda speculare.

Sostenere che le sanzioni occidentali non abbiano avuto alcun effetto sulla Russia sarebbe sbagliato.

Le restrizioni finanziarie e tecnologiche, il price cap, i problemi assicurativi, il ritiro di società occidentali e le limitazioni all’accesso ad alcune tecnologie hanno aumentato costi e complessità dell’industria energetica russa.

Anche Vostok Oil ha attraversato ritardi rispetto ai programmi originariamente annunciati.

Le vecchie previsioni di Rosneft erano infatti molto più aggressive: anni fa si parlava di volumi significativi già intorno al 2024 e di circa 100 milioni di tonnellate entro il 2030.

Il calendario attuale è stato spostato in avanti.

Questo va riconosciuto.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato trasformare quei problemi nella conclusione secondo cui la capacità energetica russa sarebbe stata congelata definitivamente.

Il 5 settembre dimostra materialmente che il progetto non è morto.

L’oleodotto esiste.

Il terminale esiste.

Il petrolio è arrivato alla costa.

E il primo caricamento è iniziato.


La vera risposta russa alle sanzioni: cambiare la geografia

È probabilmente questa la conseguenza geopolitica più importante.

L’obiettivo strategico occidentale non poteva essere semplicemente rendere più costoso un barile russo.

Doveva ridurre nel tempo la capacità di Mosca di monetizzare le proprie risorse e quindi limitare le entrate utilizzabili dallo Stato russo.

Ma la Russia ha reagito modificando progressivamente la propria infrastruttura.

Più esportazioni verso Cina e India.

Più pagamenti in valute diverse dal dollaro e dall’euro.

Più infrastrutture rivolte verso l’Asia.

Più capacità navale artica.

Più import substitution.

Più utilizzo della Northern Sea Route.

Non tutto ha funzionato perfettamente e non tutto è economicamente equivalente ai vecchi rapporti con l’Europa.

Ma la direzione strategica è evidente.

La Russia sta cercando di costruire un sistema energetico nel quale l’Europa non sia più indispensabile.

Vostok Oil ne rappresenta forse l’esempio più spettacolare.


L’Artico diventa una frontiera geopolitica

Per questo sarebbe riduttivo leggere Vostok Oil soltanto attraverso il prezzo del Brent.

L’Artico sta diventando uno dei grandi spazi strategici del XXI secolo.

Energia.

Minerali.

Rotte commerciali.

Basi militari.

Rompighiaccio.

Porti.

Telecomunicazioni.

Sovranità territoriale.

Russia, Stati Uniti, Canada, paesi nordici e Cina guardano sempre più attentamente alla regione.

Reuters osservava già all’inizio del 2026 come la Russia disponesse di un vantaggio infrastrutturale significativo nell’Artico e stesse utilizzando la Northern Sea Route anche per riorientare i propri commerci energetici verso l’Asia.

Vostok Oil inserisce dentro questa competizione una componente gigantesca: una nuova provincia petrolifera collegata direttamente all’Oceano Artico.


E la Cina è dall’altra parte della rotta

Il destinatario strategicamente più evidente è l’Asia.

In particolare la Cina.

Non significa che ogni barile di Vostok Oil finirà necessariamente nelle raffinerie cinesi.

Significa però che la Russia sta costruendo un’infrastruttura perfettamente compatibile con il progressivo spostamento verso est dei suoi flussi commerciali.

La stessa relazione energetica russo-cinese continua contemporaneamente ad ampliarsi sul fronte del gas.

Petrolio artico, gas siberiano, ferrovie, porti e pagamenti bilaterali sono pezzi differenti della stessa trasformazione.

Il risultato è una progressiva integrazione delle economie continentali eurasiatiche che rende molto più difficile utilizzare l’accesso ai mercati occidentali come unico strumento di pressione.


Attenzione però: 100 milioni di tonnellate non sono ancora realtà

Proprio perché Vostok Oil è geopoliticamente importante, non c’è bisogno di gonfiarne i numeri.

La cifra dei 100 milioni di tonnellate annue è una prospettiva industriale dichiarata da Rosneft.

Non è produzione attuale.

E Sechin stesso l’ha subordinata alla presenza di domanda e condizioni economiche favorevoli.

Restano inoltre interrogativi importanti:

quanto costerà estrarre ogni barile?

Quanto rapidamente verranno completate tutte le infrastrutture?

Quanto sarà possibile utilizzare la Northern Sea Route durante l’intero anno?

Quante petroliere ice-class saranno disponibili?

Quale sarà la domanda asiatica nel prossimo decennio?

Quale sarà il prezzo del petrolio?

Quanto peseranno ancora sanzioni e restrizioni tecnologiche?

Sono domande decisive.

Un progetto gigantesco non diventa automaticamente un progetto altamente redditizio.


Ma una cosa è già cambiata

Esiste però una differenza fondamentale tra il 2022 e settembre 2026.

Quattro anni fa Vostok Oil poteva essere descritto dai critici come una gigantesca ambizione artica il cui futuro sarebbe stato compromesso dall’isolamento tecnologico e finanziario della Russia.

Oggi quella descrizione non basta più.

Il petrolio è arrivato a Bukhta Sever.

L’oleodotto principale da 790 chilometri è stato completato.

Il terminale è operativo nella sua prima configurazione.

La prima petroliera è in caricamento.

La nuova provincia petrolifera è entrata nella fase operativa.

Da qui a produrre 100 milioni di tonnellate l’anno rimane una distanza enorme.

Ma non siamo più davanti soltanto a una promessa.


Un potenziale Vostok Oil vale quasi due Venezuela di oggi

Ed eccoci al numero che sintetizza l’intera vicenda.

La produzione venezuelana nel luglio 2026 è stata stimata dalla IEA a circa 1,12 milioni di barili al giorno.

Il pieno potenziale dichiarato per Vostok Oil, pari a 100 milioni di tonnellate annue, corrisponde approssimativamente a 2 milioni di barili al giorno.

Un singolo sistema petrolifero artico russo potrebbe quindi, se il piano verrà realizzato integralmente, arrivare a produrre quasi il doppio di quanto produce oggi l’intero Venezuela.

Non domani mattina.

Non nel 2027.

Ma questa è la scala dell’infrastruttura che Mosca sta costruendo.

Ed è difficile conciliarla con una rappresentazione semplicistica di una Russia ormai priva di opzioni energetiche.


Il mondo multipolare si costruisce anche con oleodotti e porti

Si parla spesso di “mondo multipolare” come se fosse una formula diplomatica.

Ma la multipolarità non nasce nei comunicati dei summit.

Nasce quando cambiano le infrastrutture.

Quando viene costruito un porto dove prima non esisteva.

Quando 790 chilometri di acciaio collegano nuovi giacimenti all’Oceano Artico.

Quando una petroliera ice-class può caricare greggio a Taimyr e dirigersi verso l’Asia.

Quando un paese dispone di mercati alternativi, sistemi di pagamento alternativi e corridoi logistici alternativi.

Vostok Oil non dimostra che le sanzioni siano fallite in ogni loro obiettivo.

Dimostra qualcosa di forse più importante: le sanzioni non hanno impedito alla Russia di continuare a costruire infrastrutture strategiche destinate a modificare la geografia delle sue esportazioni energetiche.

E questo obbliga a rivedere un assunto che ha accompagnato buona parte del dibattito degli ultimi anni.

La questione non è più soltanto se la Russia possa sopravvivere senza il mercato energetico europeo.

La domanda è quale sistema energetico eurasiatico stia costruendo per non doverne più dipendere.

Il primo petrolio partito da Bukhta Sever è soltanto un carico.

Ma dietro quella nave ci sono sette miliardi di tonnellate di risorse dichiarate, centinaia di chilometri di oleodotti, un nuovo porto artico e l’ambizione di arrivare a una produzione delle dimensioni di un paese OPEC.

Il mondo multipolare, prima ancora di essere raccontato, viene costruito.

E una parte di quel mondo, oggi, passa per il ghiaccio del Taimyr.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Rosneft – Vostok Oil Project Commissioned: Vladimir Putin Launches First Oil Shipment
https://www.rosneft.com/press/news/item/224691/

Interfax – Vostok Oil: 30 milioni di tonnellate nel 2027, oleodotto Vankor–Payakha–Bukhta Sever completato
https://www.interfax.ru/business/1113404

TASS – Rosneft to supply 30 million tons of oil from Vostok Oil in 2027
https://tass.com/economy/2183187

Interfax – Vostok Oil ampliato da 52 a 60 aree di licenza; risorse a 7 miliardi di tonnellate
https://interfax.com/newsroom/top-stories/110532/

Rosneft – North Bay Port Oil Terminal e infrastrutture navali del progetto
https://www.rosneft.com/press/releases/item/206393/

International Energy Agency – Oil Market Report, August 2026
https://www.iea.org/reports/oil-market-report-august-2026

Reuters – Russia’s oil exports to Asia via Arctic route start strongly
https://www.reuters.com/business/energy/russias-oil-exports-asia-via-arctic-route-start-strongly-sources-say-data-shows-2026-08-11/

Reuters – US, Europe fall behind in the race to control the Arctic
https://www.reuters.com/markets/commodities/us-europe-fall-behind-race-control-arctic-2026-01-30/

Reuters – Venezuela oil output around 1.1–1.2 million barrels per day
https://www.reuters.com/business/energy/us-energy-chief-says-venezuela-oil-output-more-than-double-next-few-years-2026-09-02/

S&P Global – Analisi delle prospettive produttive e delle difficoltà di Vostok Oil
https://www.spglobal.com/energy/en/research-analytics/can-stated-future-export-levels-at-the-vostok-oil-project-be-achieved-in-a-time-of-political-adversity

IRAN, 47 ANNI DI GUERRA NELL’OMBRA: LA RETE TRANSNAZIONALE DI TEHERAN E IL CONTO CHE L’OCCIDENTE NON HA MAI CHIUSO

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Chiamarla “guerra”, “conflitto”, “escalation” o “crisi” cambia poco. Dal 1979 la Repubblica Islamica ha costruito una politica di potenza che non si ferma ai confini iraniani: Guardiani della Rivoluzione, Forza Quds, Hezbollah, milizie irachene, Houthis e organizzazioni palestinesi costituiscono una rete armata attraverso la quale Teheran ha proiettato influenza, armi e violenza ben oltre il proprio territorio. Oggi quella rete è stata duramente colpita, ma non è scomparsa. Ed è questo il problema strategico che Washington deve affrontare.

Tutto comincia nel 1979

Il dottor Eric Mandel, fondatore e direttore di MEPIN, ha recentemente sintetizzato la questione con una frase brutale: discutere se quello tra Stati Uniti e Iran sia oggi tecnicamente una “guerra” significa rischiare di perdere di vista la dimensione storica dello scontro.

La sua tesi è semplice: America e Repubblica Islamica sono sostanzialmente in guerra da 47 anni.

Si può discutere sulla correttezza giuridica della definizione. Non si può discutere sulla data che segna la frattura.

Il 4 novembre 1979, pochi mesi dopo la rivoluzione islamica, militanti iraniani occuparono l’ambasciata statunitense a Teheran e presero in ostaggio più di cinquanta americani.

Rimasero prigionieri per 444 giorni.

Non è un dettaglio propagandistico americano: è la ricostruzione storica dello stesso Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

Da quel momento il rapporto tra Washington e Teheran non sarebbe più tornato alla normalità.

La grande innovazione strategica iraniana: combattere senza apparire sempre sul campo

Il vero successo strategico della Repubblica Islamica non è stato costruire un esercito convenzionale capace di competere alla pari con gli Stati Uniti.

È stato sviluppare qualcosa di diverso.

Una rete transnazionale di organizzazioni armate, milizie, strutture politiche e proxy, capaci di moltiplicare l’influenza iraniana dal Mediterraneo al Golfo.

Al centro di questo sistema si trova il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, e in particolare la Forza Quds.

Secondo i rapporti ufficiali statunitensi sul terrorismo, la Forza Quds rappresenta il principale strumento iraniano per sostenere organizzazioni armate all’estero attraverso finanziamenti, addestramento, armi, assistenza e coordinamento.

Washington considera l’Iran uno State Sponsor of Terrorism dal 1984.

I rapporti del Dipartimento di Stato hanno indicato tra i beneficiari del sostegno iraniano Hezbollah in Libano, Hamas e altre organizzazioni palestinesi, gli Houthis nello Yemen e milizie filo-iraniane operative in Iraq e Siria.

Non stiamo quindi parlando semplicemente di una serie di alleanze diplomatiche.

Parliamo di una vera architettura di proiezione della forza.

Hezbollah: il modello

Hezbollah è stato per decenni il gioiello della strategia iraniana.

Il rapporto è stato costruito attraverso denaro, addestramento, trasferimenti di armi e tecnologia militare.

Il Dipartimento di Stato americano ha documentato negli anni finanziamenti iraniani nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari, insieme alla fornitura di migliaia di razzi, missili e armi.

Hezbollah ha permesso a Teheran di estendere la propria capacità di deterrenza fino al Mediterraneo senza dover schierare direttamente divisioni iraniane sul confine israeliano.

È questo il modello che successivamente è stato replicato, adattandolo alle condizioni locali.

Iraq: milizie dentro uno Stato

Dopo la caduta di Saddam Hussein, l’Iraq è diventato un altro terreno fondamentale.

Teheran ha sostenuto organizzazioni e milizie sciite come Kata’ib Hezbollah, Asa’ib Ahl al-Haq e Harakat al-Nujaba, fornendo, secondo i rapporti americani, finanziamenti, addestramento e armamenti sempre più sofisticati, compresi sistemi senza pilota.

Il risultato strategico è evidente.

L’Iran non ha bisogno di annettere l’Iraq.

Gli basta possedere abbastanza influenza politica e militare da poter trasformare parte del territorio iracheno in profondità strategica.

E proprio gruppi sostenuti dall’Iran hanno ripetutamente attaccato negli anni installazioni che ospitavano personale statunitense.

Dopo il 7 ottobre 2023, le forze appoggiate dall’Iran hanno condotto oltre 170 attacchi contro forze americane e della coalizione in Iraq e Siria, secondo il Council on Foreign Relations.

Questi numeri aiutano a capire perché parlare semplicemente di “tensioni diplomatiche” sia riduttivo.

Yemen: un’altra leva contro il commercio mondiale

Poi ci sono gli Houthis.

Lo Yemen ha dimostrato quanto possa essere efficace una forza regionale relativamente economica quando viene inserita in una strategia più ampia.

Droni, missili e capacità antinave hanno trasformato il Mar Rosso in un fronte capace di condizionare una delle principali arterie commerciali del pianeta.

Il valore della strategia iraniana è precisamente questo: trasformare conflitti locali in leve geopolitiche globali.

Un missile lanciato dallo Yemen non riguarda soltanto lo Yemen.

Può modificare rotte commerciali, assicurazioni marittime, costi logistici, dispiegamenti navali occidentali e prezzi energetici.

Una rete, non semplici gruppi isolati

Per anni una parte dell’analisi occidentale ha commesso l’errore di osservare Hezbollah, Houthis, milizie irachene e organizzazioni palestinesi come dossier sostanzialmente separati.

Non lo sono completamente.

Il Council on Foreign Relations descrive l’“Axis of Resistance” come una rete che comprende Hezbollah in Libano, Hamas e Palestinian Islamic Jihad nei territori palestinesi, gli Houthis nello Yemen e diverse milizie in Iraq e Siria.

Naturalmente, parlare di rete non significa sostenere che ogni organizzazione riceva quotidianamente ordini telefonici da Teheran.

I diversi gruppi hanno interessi locali, leadership autonome e differenti margini decisionali.

Ma proprio questa elasticità rende il sistema più difficile da neutralizzare.

Teheran non ha costruito una NATO mediorientale. Ha costruito qualcosa di più ambiguo e, sotto alcuni aspetti, più resiliente: una costellazione di attori armati legati da interessi, ideologia, finanziamenti, addestramento e nemici comuni.

Il vantaggio della negabilità

È qui che emerge uno degli elementi più cinici della strategia iraniana.

Utilizzare organizzazioni alleate o proxy permette di esercitare pressione mantenendo una certa distanza politica dall’azione.

Se una milizia irachena attacca una base americana, non significa automaticamente che un ufficiale iraniano abbia personalmente ordinato quello specifico attacco.

Ed è precisamente questa zona grigia a rendere il modello efficace.

L’avversario deve continuamente decidere quanto attribuire direttamente a Teheran e quale livello di risposta sia proporzionato.

È guerra attraverso l’ambiguità.

Colpire senza assumersi sempre apertamente il costo politico del colpo.

Ma qualcosa è cambiato

Il sistema, però, non è più quello di pochi anni fa.

La rete iraniana ha subito colpi enormi.

La caduta del regime di Assad ha compromesso uno dei corridoi strategici più importanti attraverso i quali l’Iran proiettava influenza verso il Levante e sosteneva Hezbollah.

Hezbollah è stato fortemente indebolito.

Altre componenti dell’“Asse della Resistenza” hanno subito perdite militari e politiche.

Il CFR ha descritto questa rete come pesantemente danneggiata, pur sottolineando che non è stata completamente distrutta.

Ed è proprio qui che si trova il rischio.

Un Iran indebolito non equivale automaticamente a un Iran innocuo.

Settembre 2026: il conflitto non è finito

Gli avvenimenti degli ultimi giorni lo dimostrano.

All’inizio di settembre Stati Uniti e Iran hanno nuovamente scambiato attacchi dopo settimane di relativa tregua.

Teheran ha impiegato missili e droni contro obiettivi americani e regionali; Washington ha risposto colpendo infrastrutture e capacità militari iraniane.

Il 6 settembre, inoltre, l’Iran ha sostenuto di aver colpito una nave americana senza equipaggio nello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti hanno categoricamente negato la versione iraniana.

Questo particolare episodio rimane quindi contestato.

Ma il quadro generale non lo è:

lo Stretto di Hormuz continua a essere uno dei punti nei quali Teheran può tentare di trasformare la propria posizione geografica in pressione strategica sull’economia mondiale.

Petrolio, assicurazioni, navigazione commerciale e presenza della Marina statunitense diventano parte dello stesso campo di battaglia.

Droni e missili: l’Iran conserva ancora denti

Ed è questo un altro punto centrale dell’analisi di Mandel.

L’Iran può essere stato pesantemente danneggiato sul piano militare senza essere stato disarmato.

Sono due concetti completamente diversi.

Teheran conserva ancora capacità missilistiche e droni sufficienti a minacciare forze americane, alleati regionali e traffico marittimo.

Pensare che un avversario indebolito sia automaticamente sconfitto sarebbe un errore pericoloso.

Anzi, un regime sotto crescente pressione economica e militare può diventare ancora più disposto ad assumersi rischi nel tentativo di dimostrare che rimane capace di infliggere costi.

Le midterm americane entrano nel calcolo

Mandel solleva inoltre una questione politica particolarmente delicata: le elezioni di midterm negli Stati Uniti.

La domanda è se Teheran possa considerare la politica interna americana una vulnerabilità strategica.

Non sarebbe una novità assoluta.

La crisi degli ostaggi del 1979-1981 ebbe conseguenze enormi sulla politica americana e contribuì a dominare gli ultimi mesi della presidenza Carter.

Oggi il contesto è completamente differente, ma il principio rimane interessante.

Se Teheran ritiene che l’aumento del prezzo dell’energia, le perdite militari, gli attacchi alle navi o un conflitto apparentemente interminabile possano modificare il comportamento dell’elettorato americano, allora il calendario elettorale statunitense diventa esso stesso una variabile strategica.

E alcuni segnali indicano che Washington è perfettamente consapevole del problema.

Reuters ha riferito nei giorni scorsi delle preoccupazioni interne all’amministrazione Trump per l’impatto politico della guerra in vista delle elezioni di novembre.

È esattamente ciò che Teheran deve sperare

Non necessariamente sconfiggere militarmente gli Stati Uniti.

Sarebbe irrealistico.

Deve invece convincere Washington che il costo necessario per ottenere una vittoria sia superiore al beneficio.

È la strategia classica dell’avversario militarmente inferiore:

non devi essere più forte dell’America. Devi soltanto essere disposto a sopportare il dolore più a lungo dell’America.

Ed è qui che si decide realmente questo confronto.

Non nel numero di droni abbattuti questa settimana.

Non nel numero di radar distrutti.

Non nelle dichiarazioni trionfalistiche di Washington o Teheran.

Ma nella capacità delle due parti di sostenere nel tempo costi militari, economici e politici.

La Repubblica Islamica ha trasformato la regione in profondità strategica

Questo è forse il bilancio più pesante di quasi mezzo secolo di politica iraniana.

Dal Libano allo Yemen, dall’Iraq alla Siria fino ai territori palestinesi, Teheran ha investito enormi risorse per costruire una cintura di influenza armata.

Il popolo iraniano ne ha pagato indirettamente anche il prezzo economico.

Risorse che avrebbero potuto contribuire allo sviluppo interno sono state impiegate per finanziare una strategia regionale fondata sulla proiezione militare e ideologica.

Il regime ha perseguito una politica nella quale la sicurezza della Repubblica Islamica veniva ottenuta spostando il fronte lontano dai propri confini.

Finché quel sistema ha funzionato, il prezzo maggiore della competizione iraniana con Israele e Stati Uniti è stato spesso pagato da libanesi, siriani, iracheni, israeliani, palestinesi, yemeniti e americani.

Ora il fronte è tornato direttamente verso l’Iran.

Non basta distruggere missili: bisogna distruggere il modello

Ed è qui che Washington deve decidere quale sia realmente il proprio obiettivo.

Se l’obiettivo è semplicemente distruggere qualche batteria missilistica, l’Iran potrà ricostruirla.

Se l’obiettivo è abbattere qualche deposito di droni, altri droni potranno essere prodotti.

Se l’obiettivo è ridurre temporaneamente le capacità iraniane, tra qualche anno il problema potrebbe ripresentarsi.

La vera questione strategica è un’altra:

spezzare la capacità della Repubblica Islamica di utilizzare una rete transnazionale di milizie e organizzazioni armate come moltiplicatore della propria politica estera.

Significa interrompere finanziamenti.

Bloccare trasferimenti di tecnologia.

Colpire le reti logistiche.

Interrompere i circuiti finanziari.

Contrastare il contrabbando.

Ridurre la capacità della Forza Quds di addestrare, armare e coordinare organizzazioni fuori dall’Iran.

E soprattutto impedire che la comunità internazionale torni, ancora una volta, a confondere una fase di relativa calma con la soluzione del problema.

Quarantasette anni dopo, il conto è ancora aperto

Dal 4 novembre 1979 al 6 settembre 2026 sono trascorsi quasi quarantasette anni.

Sono cambiate amministrazioni americane, presidenti iraniani, guerre, alleanze e generazioni.

Ma il cuore dello scontro è rimasto sorprendentemente stabile.

La Repubblica Islamica considera l’espulsione dell’influenza americana dalla regione e la lotta contro Israele componenti fondamentali della propria proiezione geopolitica.

Gli Stati Uniti considerano invece inaccettabile che Teheran possa minacciare le proprie forze, i propri alleati e alcune delle più importanti rotte energetiche mondiali attraverso missili, droni e organizzazioni armate alleate.

Per questo Mandel centra un punto importante anche se la formula dei “47 anni di guerra” resta una valutazione politica e non una definizione giuridica.

Il problema non è decidere quale parola utilizzare.

Il problema è capire che il confronto non nasce nel 2026.

Non nasce nel 2025.

Non nasce nemmeno il 7 ottobre 2023.

Affonda le proprie radici nella rivoluzione del 1979 e nella costruzione successiva di un sistema di proiezione regionale che ha trasformato milizie, terrorismo, missili, droni, ideologia e guerra asimmetrica in strumenti di politica estera.

Oggi quella macchina è molto più debole.

Ma non è ancora morta.

Ed è proprio questa la fase più pericolosa.

Perché una rete ferita può ancora colpire.

La domanda decisiva non è quindi se l’America sia “formalmente in guerra”.

La domanda è se, dopo quasi mezzo secolo, Washington abbia finalmente una strategia capace non soltanto di vincere una battaglia contro Teheran, ma di spezzare definitivamente il sistema transnazionale con cui la Repubblica Islamica ha esportato il conflitto ben oltre i propri confini.


FONTI E APPROFONDIMENTI

U.S. Department of State – The Iranian Hostage Crisis
https://history.state.gov/departmenthistory/short-history/iraniancrises

U.S. Department of State – Country Reports on Terrorism 2023
https://2021-2025.state.gov/reports/country-reports-on-terrorism-2023/

U.S. Department of State – Country Reports on Terrorism 2021: Iran
https://2021-2025.state.gov/reports/country-reports-on-terrorism-2021/iran/

Council on Foreign Relations – Iran’s Regional Armed Network
https://www.cfr.org/articles/irans-regional-armed-network

Council on Foreign Relations – Conflict With Iran – Global Conflict Tracker
https://www.cfr.org/global-conflict-tracker/conflict/confrontation-between-united-states-and-iran

Council on Foreign Relations – Middle East and North Africa – Global Conflict Tracker
https://www.cfr.org/global-conflict-tracker/region/middle-east-and-north-africa

Reuters – US-Iran strikes raise fears of renewed war across the Middle East, 2 settembre 2026
https://www.reuters.com/world/middle-east/us-iran-exchange-attacks-lull-war-appears-over-2026-09-02/

Reuters – Vance says Iran conflict is not a war, declines to offer timeline for end, 3 settembre 2026
https://www.reuters.com/world/middle-east/vance-says-us-not-talking-iran-unless-they-stop-shooting-ships-2026-09-03/

Reuters – Iran to tackle economic issues, says further attacks will be “more painful”, 6 settembre 2026
https://www.reuters.com/world/middle-east/iran-tackle-economic-issues-says-further-attacks-will-be-more-painful-2026-09-06/

Associated Press – Iran claims a strike on a US ship in the Strait of Hormuz but the US denies it, 6 settembre 2026
https://apnews.com/article/a52beec77dc90af3d040d0553837ad20

Invidiabile superiorità morale del leader supremo Khamenei, il lusso del regime: i penthouse di Londra e la rete milionaria che porta al Leader Supremo

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Predicare resistenza, austerità e sacrificio è molto più facile quando qualcun altro paga il conto. Mentre milioni di iraniani hanno sopportato inflazione, svalutazione, isolamento economico e un progressivo deterioramento delle proprie condizioni di vita, il Tesoro americano descrive una rete finanziaria internazionale costruita per trasferire ricchezza iraniana verso immobili e partecipazioni all’estero a beneficio delle élite della Repubblica Islamica. E al centro delle accuse compare il nome più pesante possibile: quello di Mojtaba Khamenei.

Due penthouse nel cuore della Londra più esclusiva stanno diventando il simbolo perfetto di questa contraddizione.

Non appartamenti qualsiasi. Non investimenti della classe media iraniana emigrata all’estero.

Parliamo di immobili acquistati complessivamente per 35,75 milioni di sterline al 3A Palace Green, Kensington, con vista su Kensington Gardens e a poca distanza dall’ambasciata israeliana.

E dietro quelle proprietà compare Ali Ansari, il banchiere iraniano che il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha indicato nel luglio 2026 come un importante finanziatore di Mojtaba Khamenei e gestore di una vasta rete internazionale di beni destinata, secondo Washington, anche al beneficio della famiglia Khamenei e di altre figure dell’apparato iraniano.

35,75 milioni di sterline nel cuore di Kensington

I numeri sono difficili da ignorare.

Uno dei due immobili è un duplex di cinque camere da letto di circa 3.944 piedi quadrati, distribuito tra il sesto e il settimo piano.

Fu acquistato nel 2016 per 19 milioni di sterline.

Oggi viene proposto per poco meno di 12 milioni.

L’altro penthouse fu acquistato nel 2014 per 16,75 milioni di sterline.

Totale dell’investimento originario:

35,75 milioni di sterline.

Entrambe le proprietà dispongono, secondo quanto riportato dalla stampa britannica, di sistemazioni separate per il personale e terrazze private.

Un dettaglio rende il quadro ancora più surreale: gli immobili si trovano sulla stessa esclusivissima strada dell’ambasciata israeliana e nelle immediate vicinanze di Kensington Palace.

È difficile immaginare un contrasto più feroce con la retorica rivoluzionaria che per decenni ha presentato la Repubblica Islamica come l’avanguardia della lotta contro l’Occidente decadente.

L’Occidente viene maledetto dai pulpiti di Teheran.

Ma il capitale, apparentemente, sa benissimo dove trovare casa.

Chi è Ali Ansari

Il punto centrale della vicenda non è semplicemente il valore degli appartamenti.

È chi compare dietro di essi.

Il 10 luglio 2026 l’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro statunitense ha annunciato sanzioni contro Ali Ansari, descrivendolo come un facilitatore finanziario che controlla una vasta rete globale di attività a beneficio di Mojtaba Khamenei e di altre élite del regime.

L’accusa americana è pesantissima.

Secondo il Tesoro, Ansari avrebbe sostanzialmente istituzionalizzato l’appropriazione indebita su larga scala, trasformando ricchezza finanziata pubblicamente in un portafoglio internazionale di proprietà immobiliari e partecipazioni commerciali.

Washington sostiene inoltre che Ansari abbia utilizzato i propri rapporti con le élite iraniane per arricchire se stesso e i propri alleati a spese della popolazione iraniana.

Non si parla quindi di qualche conto corrente.

Si parla di un vero sistema internazionale.

Dall’Iran a Londra, Dubai, Spagna e Germania

Secondo il Tesoro americano, attraverso numerose società di comodo e conti bancari distribuiti in diverse giurisdizioni, Ansari avrebbe accumulato milioni di dollari di attività sotto il controllo della società Smart Global Limited, registrata a Saint Kitts e Nevis e costituita nel 2011 con il precedente nome Ziba Leisure Limited.

La rete avrebbe investito in immobili e attività commerciali in:

Regno Unito, Germania, Lussemburgo, Spagna, Cipro ed Emirati Arabi Uniti, oltre ad altre giurisdizioni.

Ed è qui che l’accusa americana diventa politicamente esplosiva.

Il Tesoro sostiene infatti che, sebbene molti interessi finanziari risultino formalmente riconducibili ad Ansari, una parte sarebbe detenuta in ultima istanza per il beneficio economico di Mojtaba Khamenei, della sua famiglia, di altre élite iraniane e dell’IRGC.

Questa distinzione è fondamentale.

I registri britannici citati dalla stampa indicano Ansari come proprietario registrato degli immobili londinesi. Non sarebbe quindi corretto presentare semplicemente i penthouse come proprietà catastalmente intestate a Khamenei.

Ma è il governo degli Stati Uniti a sostenere ufficialmente che la rete patrimoniale di Ansari operasse anche nell’interesse finanziario della famiglia del Leader Supremo.

Ed è un’accusa che cambia completamente il significato politico di quei 35,75 milioni di sterline.

Il popolo paga, l’élite investe

La questione diventa ancora più grave osservando il meccanismo finanziario descritto dal Tesoro americano.

Ansari era proprietario e direttore della Ayandeh Bank, successivamente fallita e dissolta.

Secondo Washington, attraverso la banca sarebbero stati concessi prestiti e movimentate enormi quantità di denaro verso società e iniziative commerciali riconducibili allo stesso Ansari.

Il Tesoro parla esplicitamente di miliardi di dollari sottratti agli iraniani.

Mentre questo sistema produceva danni all’economia iraniana e il Paese affrontava un’inflazione sempre più pesante, sostiene OFAC, Ansari contemporaneamente ampliava il proprio impero economico internazionale per conto anche di Mojtaba Khamenei.

È questo il punto politicamente devastante.

Perché se le conclusioni dell’amministrazione americana sono corrette, non siamo davanti semplicemente alla storia di un banchiere iraniano diventato molto ricco.

Siamo davanti a un sistema nel quale risorse originate dall’economia iraniana sarebbero state trasformate in ricchezza privata internazionale mentre alla popolazione venivano chiesti sacrifici.

La Repubblica Islamica dei due mondi

Da una parte c’è l’Iran reale.

Quello delle famiglie che devono fare i conti con l’inflazione.

Quello dei salari divorati dalla svalutazione.

Quello dei giovani che cercano un futuro fuori dal Paese.

Quello dei cittadini ai quali viene spiegato continuamente che le difficoltà economiche sono il prezzo necessario della resistenza contro l’Occidente.

Dall’altra parte emerge, secondo le accuse americane, un universo completamente differente.

Società offshore.

Conti internazionali.

Immobili europei.

Dubai.

Londra.

Kensington.

Terrazze private.

Alloggi per il personale.

Decine di milioni di sterline.

Il problema non è il lusso in sé.

Il problema è chi avrebbe finanziato quel lusso e attraverso quale sistema.

Perché una classe dirigente che predica sacrificio nazionale mentre uomini indicati come suoi finanziatori trasferiscono ricchezza all’estero non rappresenta l’austerità rivoluzionaria.

Rappresenta una gigantesca contraddizione politica.

Londra congela Ansari

Non sono soltanto gli Stati Uniti ad aver preso provvedimenti.

Il governo britannico aveva già sanzionato Ali Aliakbar Ansari il 30 ottobre 2025, accusandolo di aver sostenuto finanziariamente le attività dei Guardiani della Rivoluzione.

Le misure britanniche comprendono il congelamento dei beni, il divieto di ingresso nel Regno Unito e l’interdizione dall’assumere incarichi direttivi societari.

Poi è arrivato il problema dei mutui.

Secondo il Sunday Times, Ansari non avrebbe rispettato i pagamenti e i creditori privati hanno nominato amministratori per recuperare quanto dovuto.

Da qui la vendita.

Per il duplex acquistato a 19 milioni di sterline, il prezzo richiesto sarebbe oggi inferiore ai 12 milioni.

Una perdita potenziale enorme rispetto al prezzo di acquisto.

E soprattutto, secondo quanto riportato dalla stampa britannica, l’eventuale denaro rimanente dopo il pagamento dei creditori dovrebbe restare congelato finché Ansari sarà sottoposto alle sanzioni britanniche.

Il circuito comincia quindi a chiudersi.

Il vero significato di quei penthouse

Quegli appartamenti valgono molto più del loro prezzo di mercato.

Sono diventati una fotografia del sistema descritto dalle autorità americane.

La Repubblica Islamica ha costruito per decenni la propria legittimità sulla contrapposizione tra il popolo rivoluzionario iraniano e le élite corrotte dell’Occidente.

Eppure una parte della ricchezza collegata alle sue stesse élite, secondo il Tesoro americano, finiva proprio nei luoghi simbolo di quell’Occidente.

Non in quartieri popolari.

Non in normali appartamenti.

Ma in una delle zone immobiliari più esclusive del pianeta.

Kensington.

E allora una domanda diventa inevitabile.

Se l’Occidente è davvero il nemico assoluto raccontato dalla propaganda della Repubblica Islamica, perché il denaro collegato ai vertici del sistema iraniano avrebbe avuto tanto interesse a rifugiarsi proprio nelle sue banche, nelle sue società e nei suoi immobili?

La rivoluzione per gli altri

È forse questa la parte più corrosiva dell’intera vicenda.

Al cittadino iraniano viene chiesto di sopportare.

All’apparato viene consentito di prosperare.

Al popolo viene raccontata la resistenza.

Il capitale cerca protezione internazionale.

Il cittadino subisce la svalutazione.

Le reti finanziarie comprano Kensington.

Se quanto ricostruito dal Tesoro americano corrisponde alla realtà, il sistema non può più essere liquidato come qualche episodio isolato di corruzione.

Il problema diventa strutturale.

Perché Washington descrive un apparato nel quale società offshore, banche, prestanome, immobili e partecipazioni societarie sarebbero stati utilizzati per trasformare ricchezza iraniana in patrimonio internazionale destinato alle élite.

E il nome di Mojtaba Khamenei compare direttamente nelle motivazioni ufficiali delle sanzioni statunitensi.

Le sanzioni iniziano a colpire dove fa più male

Per anni le sanzioni contro l’Iran sono state accusate di pesare soprattutto sulla popolazione.

È una critica che non può essere semplicemente ignorata: le restrizioni economiche possono produrre conseguenze molto più ampie degli obiettivi politici dichiarati.

Ma il caso Ansari mostra anche l’altra faccia dello strumento sanzionatorio: la possibilità di seguire, congelare e immobilizzare la ricchezza internazionale riconducibile alle reti finanziarie dell’élite iraniana.

Non basta bloccare una società.

Occorre seguire il denaro.

Individuare i beneficiari effettivi.

Ricostruire le società offshore.

Seguire immobili, partecipazioni, prestiti e conti bancari.

E soprattutto distinguere il patrimonio dello Stato iraniano dal patrimonio accumulato da chi, secondo le autorità occidentali, avrebbe utilizzato quello Stato come una gigantesca macchina di trasferimento della ricchezza.

È esattamente su questo terreno che il sistema può diventare vulnerabile.

Altro che resistenza: seguite il denaro

Per comprendere la natura di un regime non basta ascoltare i suoi discorsi.

Bisogna osservare dove finisce il denaro.

E il denaro racconta spesso una storia molto diversa dalla propaganda.

Il Tesoro degli Stati Uniti sostiene che Ali Ansari abbia utilizzato ricchezza finanziata pubblicamente per costruire una rete globale capace di beneficiare Mojtaba Khamenei, la sua famiglia, altre élite iraniane e i Guardiani della Rivoluzione.

Il Regno Unito lo ha sanzionato per il sostegno finanziario all’IRGC.

Due immobili acquistati per complessivi 35,75 milioni di sterline sono finiti sotto amministrazione e almeno uno viene venduto con una pesante svalutazione.

Questi sono fatti e accuse ufficiali che meritano di essere messi uno accanto all’altro.

Perché dietro la retorica della rivoluzione emerge un’immagine molto meno eroica:

quella di una classe dirigente circondata da reti finanziarie capaci di accumulare ricchezze enormi fuori dal Paese mentre milioni di iraniani ne pagavano il prezzo economico.

Il popolo aveva l’inflazione.

L’élite aveva Kensington.

Il popolo doveva resistere all’Occidente.

I suoi soldi, secondo il Tesoro americano, prendevano la strada di Londra, Dubai, Germania, Lussemburgo, Spagna e Cipro.

Adesso almeno una parte di quell’impero è congelata e viene liquidata.

E forse è proprio questa la risposta più efficace alla propaganda della Repubblica Islamica:

non ascoltare quello che il regime dice. Seguire quello che fa con il denaro.


Fonti

U.S. Department of the Treasury – Treasury Targets Key Supreme Leader Financier and Iran’s Shadow Exchange Houses (10 luglio 2026)
https://home.treasury.gov/news/press-releases/sb0558

Governo britannico – UK announces sanctions against individual who funds the work of the IRGC (30 ottobre 2025)
https://www.gov.uk/government/news/uk-announces-sanctions-against-those-who-fund-the-work-of-the-irgc

The Sunday Times – For sale: £36m London penthouses ‘owned’ by Iran’s supreme leader (6 settembre 2026)
https://www.thetimes.com/world/middle-east/article/iran-supreme-leader-london-flats-mojtaba-khamenei-hbqmn2nl5

Greater London Authority – Seizure of assets belonging to Mojtaba Khamenei
https://www.london.gov.uk/who-we-are/what-london-assembly-does/questions-mayor/find-an-answer/seizure-assets-belonging-mojtaba-khamenei

EPSTEIN FILES, ORA TOCCA ALL’ITALIA: NIENTE SCONTI, NIENTE ZONE FRANCHE PER I POTENTI

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La Procura di Roma apre un fascicolo per violenza sessuale e chiede agli Stati Uniti anche gli atti non ancora pubblici. Nei documenti compaiono riferimenti all’Italia, a località simbolo del lusso e a soggetti inseriti in circuiti economici e sociali internazionali. Ma attenzione: il procedimento è, allo stato, contro ignoti e comparire nei file non significa essere colpevoli. Proprio per questo occorre fare ciò che per troppo tempo è mancato nel caso Epstein: verificare tutto, nome per nome, rapporto per rapporto, senza protezioni derivanti da denaro, cognome o posizione sociale.

C’è un momento nel quale le formule prudenti non possono trasformarsi in un alibi per non fare domande.

Quel momento, per l’Italia, potrebbe essere arrivato.

La Procura di Roma ha aperto formalmente un fascicolo sugli Epstein Files per l’ipotesi di violenza sessuale. L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Arcuri, è al momento contro ignoti e punta ad accertare se cittadini italiani all’estero, oppure persone che abbiano agito sul territorio italiano, possano essere coinvolti in fatti penalmente rilevanti collegati alla vicenda Epstein.

Non solo.

Da Roma è partita una rogatoria verso gli Stati Uniti per ottenere documentazione detenuta dalle autorità americane, compresi atti che non sono ancora stati resi pubblici.

Ed è questo il passaggio che rende il filone italiano molto più importante di una semplice caccia ai nomi.

L’Italia entra ufficialmente nel dossier Epstein

L’indagine nasce dall’esposto presentato il 26 marzo 2026 dall’associazione Differenza Donna, che aveva chiesto alla magistratura di verificare possibili reati transnazionali collegati a tratta, violenze sessuali e sfruttamento sessuale di donne, ragazze e minori.

Secondo quanto riportato dall’ANSA e da Sky TG24, nell’esposto vengono segnalate ricorrenze riguardanti soggetti italiani e riferimenti a soggiorni, spostamenti e relazioni in diverse località del nostro Paese.

I nomi geografici sono pesanti:

Capri. Costiera Amalfitana. Costa Smeralda. Milano. Roma.

Non periferie sconosciute del sistema Epstein, dunque, ma alcuni dei luoghi più rappresentativi del turismo internazionale, della finanza, degli affari e dell’alta società italiana.

L’esposto parla inoltre di contatti con persone inserite in circuiti economici e sociali di rilievo internazionale che, secondo l’associazione, meritano di essere verificati per stabilire se qualcuno possa aver avuto un ruolo nella rete di sfruttamento.

Ed è precisamente qui che deve intervenire la magistratura.

Non attraverso processi mediatici.

Attraverso documenti, testimonianze, registri, comunicazioni, spostamenti e riscontri.

Non basta essere dentro un file per essere colpevoli

Una precisazione è fondamentale.

Essere nominati negli Epstein Files non significa essere accusati di un reato, così come aver incontrato Epstein o aver avuto rapporti sociali o professionali con lui non dimostra automaticamente alcuna partecipazione alle sue attività criminali.

Lo sottolinea la stessa Differenza Donna.

Ed è una distinzione che deve valere per tutti.

Ma la presunzione d’innocenza non significa nemmeno che davanti a nomi potenti si debba smettere di fare domande.

È esattamente il contrario.

Quando una vicenda internazionale di questa portata arriva a lambire ambienti economici, finanziari e sociali italiani, il compito delle istituzioni è accertare i fatti senza guardare cognomi, patrimoni, amicizie o relazioni.

Nessuno deve essere condannato perché compare in un documento.

Ma nessuno deve essere sottratto agli accertamenti perché appartiene all’élite.

Thomas Massie porta alcuni nomi italiani davanti al Congresso

A rendere ancora più delicato il caso è intervenuto il deputato repubblicano americano Thomas Massie, uno dei parlamentari che negli Stati Uniti stanno chiedendo maggiore trasparenza sulla documentazione Epstein.

Massie ha pubblicamente citato anche alcuni italiani chiedendo che vengano effettuati accertamenti.

Tra i nomi emersi c’è quello di Lapo Elkann.

Questo non significa che Elkann sia indagato dalla Procura di Roma né, tantomeno, che abbia commesso un reato.

Elkann ha infatti respinto nettamente qualsiasi insinuazione.

Ha dichiarato di aver incontrato Jeffrey Epstein soltanto due volte: una prima volta a New York, quando lavorava come assistente di Henry Kissinger, durante un evento pubblico frequentato da esponenti della politica e della finanza; una seconda volta a Roma, in occasione di un evento d’affari collegato a Brasilinvest.

Ha inoltre sostenuto che negli archivi Epstein pubblicamente disponibili non esisterebbe corrispondenza diretta tra lui e il finanziere americano.

E ha dichiarato la propria completa disponibilità a fornire chiarimenti alle autorità.

È giusto riportarlo integralmente nella sostanza.

Ma proprio perché esistono contestazioni e smentite, la soluzione non può essere né la gogna né il silenzio.

La soluzione sono gli atti.

Fuori tutti gli atti

È questo che dovrebbe chiedere oggi l’opinione pubblica italiana.

Non insinuazioni.

Non fotografie decontestualizzate.

Non liste trasformate arbitrariamente in elenchi di colpevoli.

Ma nemmeno omertà istituzionale.

Servono gli atti.

Chi incontrava Epstein?

Per quale motivo?

Dove?

Quando?

Quante volte?

Esistevano comunicazioni?

Esistevano inviti?

Esistevano viaggi?

Esistono testimonianze delle vittime?

Esistono riferimenti incrociati negli archivi dell’FBI e del Dipartimento di Giustizia?

Esistono episodi avvenuti sul territorio italiano?

Sono queste le domande che devono trovare una risposta.

Capri, Costa Smeralda, Milano, Roma: cosa accadeva realmente?

Il punto forse più inquietante del filone italiano non è nemmeno il singolo nome.

È la geografia.

Se le indicazioni contenute nell’esposto troveranno riscontro investigativo, bisognerà ricostruire cosa rappresentassero per il circuito Epstein determinate località italiane.

Erano semplicemente destinazioni frequentate da miliardari e personaggi dell’alta società?

Oppure esistevano relazioni più strutturate?

Chi organizzava eventuali soggiorni?

Chi partecipava agli incontri?

Chi metteva a disposizione immobili, imbarcazioni, servizi o contatti?

Ci sono persone che possono testimoniare?

Sono domande, non accuse.

Ma sono domande che uno Stato serio ha il dovere di porre.

Soprattutto quando l’inchiesta madre riguarda un uomo che costruì per anni una rete di relazioni impressionante attorno a gravissimi reati sessuali.

Il cognome non può diventare uno scudo

Qui si misura la credibilità dello Stato.

La giustizia deve applicare esattamente lo stesso criterio al cittadino sconosciuto e al personaggio appartenente alle famiglie più influenti del Paese.

Non esistono cognomi troppo importanti per essere sottoposti a verifica.

Non esistono patrimoni troppo grandi.

Non esistono amicizie troppo prestigiose.

Allo stesso modo, però, non esistono cognomi abbastanza famosi da poter essere trasformati in colpevoli senza prove.

Accertare tutto e presumere innocente chiunque fino alla prova contraria non sono principi incompatibili. Sono esattamente le due facce dello Stato di diritto.

La rogatoria americana può essere decisiva

Ed ecco perché la richiesta italiana agli Stati Uniti assume enorme importanza.

La Procura vuole ottenere anche documentazione non ancora pubblica.

Se Washington trasmetterà materiale nuovo, gli investigatori italiani potranno confrontarlo con ciò che è già disponibile e verificare eventuali collegamenti con persone, viaggi e luoghi italiani.

È lì che potrà avvenire il salto di qualità.

Perché il caso Epstein è stato soffocato per anni da una quantità enorme di rumore: elenchi, indiscrezioni, fotografie, amicizie, agende telefoniche, registri di volo e rapporti sociali sono stati spesso mescolati indiscriminatamente.

La magistratura deve fare l’operazione opposta:

separare ciò che è socialmente imbarazzante da ciò che è penalmente rilevante.

E, dove emergessero reati, procedere senza alcuna deferenza.

Le eventuali vittime italiane vengono prima dei cognomi eccellenti

C’è infine un elemento che rischia di essere dimenticato mentre televisioni e giornali discutono dei personaggi famosi.

Le vittime.

L’indagine riguarda ipotesi di violenza sessuale e nasce da un esposto che richiama possibili fenomeni di tratta e sfruttamento sessuale di donne, ragazze e minori.

Se esistono vittime legate all’Italia, devono essere trovate, ascoltate e protette.

Se esistono persone che hanno visto, accompagnato, organizzato o semplicemente assistito a qualcosa di rilevante, devono essere messe nelle condizioni di parlare.

Perché dietro il fascino morboso degli “Epstein Files” esiste una realtà molto meno cinematografica: ragazze realmente abusate e un sistema di potere che per anni consentì a Epstein di frequentare ambienti straordinariamente influenti.

Niente processi sommari. Ma soprattutto niente insabbiamenti

La posizione corretta dovrebbe essere semplicissima.

Nessun italiano citato nei documenti deve essere dichiarato colpevole senza prove.

Ma, contemporaneamente:

nessun italiano deve essere considerato intoccabile.

La Procura di Roma ha aperto una porta che adesso deve essere attraversata fino in fondo.

Acquisire gli archivi americani.

Ricostruire i soggiorni italiani.

Verificare i contatti.

Incrociare date e luoghi.

Ascoltare eventuali vittime.

Separare chi ebbe semplici rapporti sociali con Epstein da chi, eventualmente, fosse a conoscenza o partecipe di condotte criminali.

E rendere conto all’opinione pubblica degli esiti dell’indagine nei limiti consentiti dalla legge.

Perché questa volta il Paese non ha bisogno dell’ennesima lista di nomi lanciata sui social.

Ha bisogno della verità.

E se dietro le ville, gli yacht, gli alberghi esclusivi, le feste e i rapporti internazionali non esiste nulla di penalmente rilevante, sarà l’indagine a stabilirlo.

Se invece emergessero responsabilità, il peso del cognome, del patrimonio e delle relazioni non dovrà valere un solo grammo davanti alla legge.

Questa è la vera posta in gioco del filone italiano degli Epstein Files.

Non trovare un colpevole a tutti i costi.

Ma impedire che, ancora una volta, il potere possa diventare sinonimo di impunità.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Sky TG24 – Caso Epstein, la Procura di Roma indaga sugli italiani coinvolti nei files
https://tg24.sky.it/cronaca/2026/09/05/caso-epstein-italiani-cosa-sappiamo

ANSA – La Procura di Roma indaga sugli italiani negli Epstein file
https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/09/05/indagine-della-procura-di-roma-sugli-italiani-negli-epstein-files_144afa36-da50-4944-a016-c834cf475473.html

RaiNews – Indagine della Procura di Roma sugli italiani, Lapo Elkann smentisce ogni coinvolgimento
https://www.rainews.it/articoli/2026/09/indagine-della-procura-di-roma-sugli-italiani-lapo-elkann-smentisce-ogni-coinvolgime-8781217b-e9e0-4958-ac0c-27b50bd7f4b7.html

Corriere della Sera – Epstein, inchiesta della Procura di Roma sugli italiani citati nei file
https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_settembre_05/epstein-inchiesta-della-procura-di-roma-sugli-italiani-citati-nei-file-molti-nomi-e-luoghi-simbolo-del-paese-afb4a882-cb4a-4b57-8c66-431355a72xlk.shtml