I CANI DA RIPORTO DELLA CONTROINFORMAZIONE ITALIANA: ESALTANO L’“IRAN RESISTENTE”, MA QUANDO TEHERAN IMPICCA I DISSIDENTI QUESTI FATTI SEMBRANO NON ESISTERE

Date:

La retorica dell’“Asse della Resistenza” racconta una Repubblica Islamica eroica perché sfida Stati Uniti, Israele e Occidente. Ma c’è un Iran che questa narrazione troppo spesso lascia fuori dall’inquadratura: quello dei manifestanti arrestati, dei dissidenti condannati, delle donne represse e delle persone mandate al patibolo. Ora l’allarme arriva direttamente dalle Nazioni Unite.

C’è un cortocircuito che attraversa una parte della cosiddetta controinformazione italiana.

Quando si parla dell’Iran sulla scacchiera internazionale, improvvisamente tutto diventa “resistenza”.

Resistenza all’imperialismo.

Resistenza all’Occidente.

Resistenza agli Stati Uniti.

Resistenza a Israele.

Resistenza all’ordine unipolare.

Resistenza al globalismo.

Il vocabolario cambia pochissimo e il copione ancora meno.

La Repubblica Islamica viene rappresentata soprattutto come una potenza accerchiata che combatte contro un sistema occidentale aggressivo. Ogni sanzione diventa imperialismo, ogni operazione militare occidentale diventa aggressione, ogni mossa iraniana viene reinterpretata nel grande racconto dell’“Asse della Resistenza”.

Ma proviamo a spostare per qualche minuto la telecamera.

Non verso Washington.

Non verso Tel Aviv.

Non verso Hormuz.

Non verso Gaza.

Portiamola dentro l’Iran.

Perché lì esiste una realtà molto meno comoda da inserire nella mitologia dell’“Iran resistente”.

Quella delle prigioni.

Delle condanne capitali.

Delle proteste represse.

Dei processi contestati dalle organizzazioni internazionali.

E delle esecuzioni.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk ha lanciato nell’agosto 2026 un allarme difficilmente liquidabile come propaganda americana o israeliana: almeno 56 persone sono state giustiziate dal 19 marzo per accuse legate alla sicurezza nazionale, comprese 27 persone coinvolte in casi collegati alle proteste antigovernative dell’inizio dell’anno.

E oltre cento persone rischierebbero ancora la pena capitale per accuse analoghe.

Türk è arrivato direttamente al cuore del problema: secondo l’Alto Commissario, la pena capitale continua a essere utilizzata per instillare paura nella popolazione e reprimere il dissenso.

Questa volta non lo dice Washington.

Non lo dice Netanyahu.

Non lo dice il Mossad.

Lo dice l’ONU.

Ed è precisamente qui che diventa interessante osservare il comportamento di una parte dell’informazione alternativa occidentale.

Perché se il criterio utilizzato per giudicare un governo cambia completamente a seconda della sua collocazione geopolitica, non siamo più davanti a informazione indipendente.

Siamo davanti a un’altra forma di selezione ideologica delle notizie.

QUANDO L’IRAN È “RESISTENTE”, GLI IRANIANI SCOMPAIONO

Il paradosso più evidente della narrazione filo-Teheran è proprio questo.

Si parla continuamente dell’Iran.

Molto meno degli iraniani.

Si parla dell’Iran che resiste agli Stati Uniti.

Dell’Iran che sfida Israele.

Dell’Iran che sostiene Hezbollah.

Dell’Iran che appoggia l’“Asse della Resistenza”.

Dell’Iran che combatte l’egemonia occidentale.

Ma che cosa accade quando a “resistere” sono gli iraniani contro il proprio governo?

Qui il significato politico della parola sembra improvvisamente cambiare.

Quando il manifestante combatte contro un governo occidentale è un resistente.

Quando protesta contro un governo considerato antioccidentale rischia invece di diventare, nella propaganda del regime, un provocatore, un agente straniero, un sabotatore o una pedina dell’imperialismo.

È una contraddizione enorme.

La libertà politica non può dipendere dalla bandiera che sventola sopra il palazzo presidenziale.

Un manifestante non acquista o perde dignità sulla base dell’alleanza geopolitica del governo contro cui protesta.

I NUMERI NON SONO UNA COSTRUZIONE DELLA “PROPAGANDA SIONISTA”

Il problema diventa ancora più evidente osservando la tendenza degli ultimi anni.

Già nell’agosto 2025 l’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani denunciava almeno 841 esecuzioni dall’inizio dell’anno.

Solo nel luglio 2025 erano state eseguite cento persone, più del doppio rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Le Nazioni Unite parlavano apertamente di un possibile modello sistematico di utilizzo della pena capitale come strumento di intimidazione statale e repressione del dissenso.

E non si trattava di una novità.

Già nel gennaio 2023 Volker Türk aveva denunciato la trasformazione delle procedure penali in uno strumento contro persone che esercitavano diritti fondamentali, parlando di esecuzioni utilizzate per terrorizzare la popolazione e reprimere le proteste.

Le denunce riguardavano anche problemi gravissimi nel funzionamento della giustizia: disposizioni penali formulate in maniera vaga, difficoltà nell’accesso a un avvocato scelto dall’imputato, confessioni presumibilmente ottenute attraverso torture e limitazioni del diritto effettivo di appello.

È quindi difficile sostenere seriamente che il problema sia nato ieri.

Esiste una continuità.

LA MORTE DI MAHSA AMINI E QUELLA PAROLA CHE DISTURBA: LIBERTÀ

La grande frattura contemporanea è diventata evidente dopo la morte di Mahsa Amini nel settembre 2022.

Una giovane donna curda iraniana di 22 anni fermata dalla polizia morale perché accusata di aver violato le regole sull’abbigliamento.

La sua morte contribuì a scatenare una delle più grandi ondate di protesta nella storia recente della Repubblica Islamica.

Lo slogan diventò:

Donna, Vita, Libertà.

Tre parole che dovrebbero essere universali.

E invece persino quelle proteste sono state talvolta raccontate attraverso il filtro ossessivo della geopolitica.

CIA.

Mossad.

Washington.

Occidente.

Rivoluzione colorata.

Destabilizzazione.

Naturalmente nessuna analisi seria dovrebbe escludere che potenze straniere cerchino di sfruttare le crisi interne dei propri avversari.

È geopolitica elementare.

Ma riconoscere l’esistenza di interferenze straniere non significa automaticamente cancellare le ragioni autentiche della protesta.

Altrimenti qualsiasi governo autoritario avrebbe già trovato la formula perfetta per eliminare politicamente ogni opposizione:

chi protesta lavora per lo straniero.

L’ETERNA SCUSA DEL NEMICO ESTERNO

È una tecnica antichissima.

Quando il consenso diminuisce, si identifica un nemico esterno.

Quando esplode una protesta, la si attribuisce al nemico.

Quando emerge un dissidente, lo si collega al nemico.

Quando qualcuno mette in discussione il sistema, diventa una minaccia alla sicurezza nazionale.

Ed è proprio per questo che bisogna osservare con particolare attenzione l’utilizzo di categorie come “sicurezza nazionale” nei procedimenti che possono portare alla pena capitale.

Il problema non è negare che l’Iran possa realmente subire attività di spionaggio, sabotaggio o infiltrazione.

Naturalmente può accadere.

Il problema nasce quando la linea che separa nemico dello Stato e oppositore del governo diventa troppo sottile.

Perché allora il diritto penale può trasformarsi in un’arma politica.

QUANDO IL PATIBOLO DIVENTA COMUNICAZIONE POLITICA

La pena capitale possiede una caratteristica particolare.

Non punisce soltanto il condannato.

Comunica qualcosa a tutti gli altri.

Una persona viene giustiziata.

Ma migliaia osservano.

Famiglie.

Studenti.

Attivisti.

Giornalisti.

Donne.

Minoranze.

Manifestanti.

Potenziali manifestanti.

Il messaggio è semplicissimo:

guardate quale può essere il prezzo della ribellione.

È precisamente per questo che l’affermazione dell’Alto Commissario ONU è così grave.

Türk sostiene che la pena capitale venga utilizzata anche per instillare paura e reprimere il dissenso.

Se questa valutazione è corretta, non siamo semplicemente davanti a una discussione filosofica sulla pena di morte.

Siamo davanti alla possibile utilizzazione della morte come strumento di governo.

MA NELLA NARRAZIONE DELL’“ASSE DELLA RESISTENZA” QUESTO DISTURBA

Ed eccoci al problema della controinformazione.

Perché raccontare questi fatti costringerebbe a rompere uno schema narrativo molto comodo.

Se l’Occidente è sempre l’impero e chiunque gli si opponga rappresenta automaticamente la resistenza, diventa difficilissimo ammettere che una potenza antioccidentale possa contemporaneamente reprimere il proprio popolo.

Ma la geopolitica reale non funziona come un film.

Non esistono automaticamente i buoni da una parte e i cattivi dall’altra.

Un Paese può subire un’aggressione internazionale e contemporaneamente violare i diritti dei propri cittadini.

Un governo può essere vittima di sanzioni e contemporaneamente reprimere dissidenti.

Uno Stato può essere minacciato militarmente e contemporaneamente utilizzare quella minaccia per rafforzare il controllo interno.

Le due realtà possono esistere nello stesso momento.

CRITICARE L’IRAN NON SIGNIFICA DIFENDERE ISRAELE

Questo punto deve essere chiarissimo.

Denunciare le esecuzioni iraniane non significa giustificare automaticamente Israele.

Denunciare la repressione iraniana non significa sostenere qualsiasi politica americana.

Criticare la Repubblica Islamica non significa sostenere una guerra contro l’Iran.

Si può condannare contemporaneamente un bombardamento illegale e un’esecuzione politica.

Si possono criticare contemporaneamente Netanyahu e Khamenei.

Si possono denunciare contemporaneamente gli abusi israeliani, quelli americani e quelli iraniani.

Anzi, dovrebbe essere precisamente questo il significato dell’indipendenza intellettuale.

Altrimenti non abbiamo superato la propaganda.

Abbiamo soltanto cambiato propagandista.

L’ANTI-OCCIDENTALISMO NON È AUTOMATICAMENTE INFORMAZIONE INDIPENDENTE

Questo è forse il grande equivoco di una parte della controinformazione italiana.

Essere contro Washington non rende automaticamente indipendenti.

Essere contro la NATO non rende automaticamente liberi.

Essere contro Israele non rende automaticamente imparziali.

Ripetere sistematicamente la versione dei governi avversari dell’Occidente non significa aver sconfitto la propaganda occidentale.

Significa semplicemente rischiare di sostituire una lente ideologica con un’altra.

L’indipendenza consiste nel mantenere lo stesso criterio davanti a tutti.

Se denunci la repressione quando avviene in Occidente, devi denunciarla quando avviene in Iran.

Se difendi il diritto alla protesta in Europa, devi difenderlo a Teheran.

Se denunci la violenza della polizia americana, devi poter denunciare quella delle forze di sicurezza iraniane.

Se difendi le donne palestinesi, devi poter difendere anche quelle iraniane.

Altrimenti non stai difendendo un principio.

Stai difendendo una squadra.

L’IRAN NON È KHAMENEI

Esiste poi un altro errore concettuale gigantesco.

Confondere l’Iran con la Repubblica Islamica.

L’Iran esiste da millenni.

La Repubblica Islamica dal 1979.

Il popolo iraniano non coincide automaticamente con il proprio governo.

Esattamente come gli americani non coincidono con Trump, gli israeliani con Netanyahu, gli italiani con il presidente del Consiglio o i russi con Putin.

Difendere il popolo iraniano significa quindi riconoscere anche il diritto degli iraniani a contestare chi li governa.

Paradossalmente, chi identifica qualsiasi critica alla Repubblica Islamica come un attacco all’Iran finisce per adottare proprio uno dei principi fondamentali della propaganda autoritaria:

lo Stato, il governo e il popolo diventano una cosa sola.

Non lo sono.

IL VERO IRAN “RESISTENTE”

Se proprio vogliamo utilizzare la parola resistenza, allora utilizziamola fino in fondo.

Resistono anche le donne che sfidano imposizioni che considerano oppressive.

Resistono gli studenti che manifestano.

Resistono gli avvocati che difendono gli oppositori.

Resistono i giornalisti che raccontano ciò che il potere preferirebbe non raccontare.

Resistono le famiglie dei detenuti.

Resistono le minoranze.

Resistono gli iraniani che chiedono libertà senza essere automaticamente agenti di Washington.

Perché la resistenza non può essere considerata eroica soltanto quando punta un missile contro il nemico geopolitico preferito.

QUANDO LA CONTROINFORMAZIONE DIVENTA CONTRO-PROPAGANDA

Ed è qui che i cani da riporto della controinformazione italiana dovrebbero finalmente rispondere a una domanda.

Dov’è l’Iran reale nei vostri racconti?

Dove sono i prigionieri?

Dove sono i condannati?

Dove sono i manifestanti?

Dove sono le donne?

Dove sono le minoranze?

Dove sono le famiglie di chi rischia il patibolo?

Se si dedicano ore a raccontare ogni dichiarazione dell’“Asse della Resistenza”, perché questi dati non meritano almeno la stessa attenzione?

Se ogni operazione israeliana viene analizzata fotogramma per fotogramma, perché le denunce delle Nazioni Unite sulle esecuzioni iraniane dovrebbero diventare secondarie?

La risposta non può essere semplicemente:

“Ma gli Stati Uniti…”

“Ma Israele…”

“Ma la NATO…”

Quello è whataboutism, non analisi.

IL SILENZIO È UNA SCELTA EDITORIALE

Nessuna redazione può raccontare tutto.

Nessun giornalista può occuparsi contemporaneamente di ogni evento mondiale.

Ma quando una linea editoriale racconta sistematicamente una potenza attraverso la sua immagine geopolitica positiva e trascura sistematicamente i fatti che contraddicono quella rappresentazione, il problema non è più la singola omissione.

Diventa il metodo.

Ed è proprio il metodo che deve essere discusso.

La propaganda non consiste necessariamente nell’inventare una notizia falsa.

La forma più sofisticata di propaganda consiste spesso nel selezionare accuratamente quali fatti mostrare e quali lasciare fuori dall’inquadratura.

Tutto può essere vero.

Ma mostrando soltanto metà della realtà si può costruire una rappresentazione completamente deformata.

56 ESECUZIONI CHE ROMPONO LA FAVOLA

Ed eccoci nuovamente ai numeri.

Almeno 56 persone giustiziate dal 19 marzo 2026 per accuse legate alla sicurezza nazionale.

Ventisette casi collegati alle proteste.

Oltre cento persone che rischiano la pena capitale per accuse analoghe.

Un Alto Commissario ONU che denuncia l’utilizzo delle esecuzioni per generare paura e reprimere il dissenso.

Questi fatti non dimostrano automaticamente che ogni condannato iraniano sia innocente.

Non dimostrano che ogni processo sia politico.

Non dimostrano che qualsiasi accusa di spionaggio sia inventata.

Ma dimostrano qualcosa che dovrebbe essere sufficiente a pretendere attenzione:

esiste un gravissimo problema di diritti umani e garanzie processuali dentro la Repubblica Islamica.

Ignorarlo perché Teheran appartiene al fronte geopolitico considerato “resistente” significa subordinare i diritti umani all’ideologia.

NON ESISTONO CARNEFICI BUONI

È questo il punto conclusivo.

Se i diritti umani valgono soltanto quando vengono violati dai nostri avversari, allora non stiamo difendendo i diritti umani.

Stiamo utilizzando i diritti umani come arma politica.

Se la repressione è scandalosa soltanto quando arriva da un governo filoamericano, non è più un principio.

Se una donna merita solidarietà soltanto quando il suo oppressore appartiene allo schieramento geopolitico sbagliato, non è femminismo.

Se un prigioniero politico merita attenzione soltanto quando il suo carceriere è occidentale, non è libertà.

E se una pena capitale diventa irrilevante perché viene pronunciata da un regime considerato parte della “resistenza”, allora la controinformazione ha smesso di essere controinformazione.

È diventata semplicemente la propaganda dell’altro blocco.

L’Iran merita di essere raccontato interamente.

Anche quando la realtà manda in frantumi la favola dell’“Iran resistente”.

Soprattutto allora.

Fonti e approfondimenti

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Condividi il post:

Iscriviti

spot_img

Popolari

Altri contenuti simili
Related