ECCO I SOLITI RIPORTER DELLA PROPAGANDA MARXISTA: STRUMENTALIZZARE LE INFORMAZIONI PER SOSTENERE LE LORO IDEOLOGIE

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Accordi di Isacco e America Latina: quando fatti reali vengono selezionati, incorniciati e interpretati per costruire una tesi politica già decisa in partenza

C’è un modo molto semplice per trasformare una notizia geopolitica in propaganda: raccontare una serie di fatti reali e poi scegliere accuratamente quali mostrare, quali ridimensionare e soprattutto quali parole utilizzare per collegarli.

È qui che nasce la differenza tra informazione e narrazione ideologica.

Nel caso dell’“Anno dell’America Latina” e degli Accordi di Isacco, molti degli elementi citati sono reali. Il problema non è necessariamente il singolo fatto: è la cornice nella quale viene inserito.

Israele cerca influenza? Certamente. Come la cercano Stati Uniti, Cina, Russia, Iran, Turchia e Unione Europea.

Ma quando un Paese latinoamericano stringe accordi con determinati attori si parla di “multipolarismo”, “cooperazione” e “autonomia strategica”; quando invece rafforza volontariamente i rapporti con Israele e Stati Uniti, ecco comparire parole come “subordinazione”, “controllo” e “limitazione del dissenso”.

Ed è proprio questo doppio standard che merita di essere smontato.

È esattamente il problema della narrazione secondo cui il cosiddetto “Anno dell’America Latina” e gli Accordi di Isacco rappresenterebbero la costruzione di una nuova area latinoamericana subordinata a Israele e agli Stati Uniti.

Partiamo dai fatti, perché una parte importante del racconto è vera.

Il governo israeliano ha effettivamente indicato il 2026 come un anno di particolare attenzione diplomatica verso l’America Latina. E il 19 aprile 2026 Javier Milei e Benjamin Netanyahu hanno annunciato ufficialmente gli Isaac Accords, concepiti come quadro di cooperazione tra Argentina, Israele e altri Paesi dell’emisfero occidentale. I settori indicati nel documento ufficiale comprendono sicurezza, contrasto al terrorismo, antisemitismo e narcotraffico, ma anche innovazione, tecnologia, commercio e apertura economica. L’Iran viene esplicitamente indicato come una delle principali preoccupazioni sul piano della sicurezza.

Quindi dov’è la manipolazione?

Il primo trucco: trasformare una scelta di politica estera in «subordinazione»

Quando Argentina, Brasile o altri Paesi latinoamericani approfondiscono i rapporti con Cina, Russia o altri attori internazionali, normalmente si parla di multipolarismo, cooperazione Sud-Sud, diversificazione delle partnership o autonomia strategica.

Quando un governo latinoamericano decide invece di rafforzare volontariamente i rapporti con Israele e Stati Uniti, improvvisamente la categoria interpretativa diventa “subordinazione”.

Ma questo non deriva automaticamente dai fatti.

L’Argentina di Milei ha scelto esplicitamente questa collocazione internazionale. Si può approvare o criticare tale scelta, ma definirla subordinazione richiede prove ulteriori: occorrerebbe dimostrare che Buenos Aires sia stata costretta ad adottare politiche contrarie ai propri interessi o abbia ceduto poteri decisionali a Israele o agli Stati Uniti.

Il testo ufficiale degli Accordi di Isacco, invece, descrive un quadro volontario di cooperazione e invita altri governi interessati ad aderire.

La differenza è sostanziale.

Alleanza non significa automaticamente subordinazione.

Il secondo trucco: tecnologia, commercio e sicurezza scompaiono dal racconto

La narrazione critica cita tecnologia e commercio, ma li riduce quasi a elementi ornamentali.

Eppure fanno parte esplicitamente del progetto.

La dichiarazione israelo-argentina parla di cooperazione nell’innovazione, nella tecnologia, nel commercio e nell’apertura economica, oltre alla sicurezza.

E non si tratta soltanto di propaganda diplomatica.

Nell’ambito delle iniziative collegate agli Isaac Accords sono state sviluppate anche collaborazioni sanitarie: in Costa Rica, per esempio, sono stati formati circa 200 professionisti sanitari nei protocolli per traumi ed eventi con molte vittime. Sono state inoltre promosse iniziative legate all’innovazione e alla cooperazione multilaterale.

Si può naturalmente discutere se questi progetti siano convenienti, insufficienti o politicamente interessati.

Ma eliminarli dal quadro per lasciare soltanto la parola “influenza” significa selezionare preventivamente la conclusione.

Il terzo trucco: «formati per contrastare le narrazioni ostili»

Anche questo elemento ha una base reale.

Secondo fonti vicine al progetto, giornalisti, influencer e leader studenteschi provenienti da sei Paesi latinoamericani hanno partecipato a programmi di formazione sulla comunicazione e sul contrasto delle narrative ostili verso Israele.

È perfettamente legittimo interrogarsi sull’opportunità di simili programmi e su chi li finanzi.

Ma da qui a parlare implicitamente di una macchina destinata a controllare l’informazione manca un passaggio fondamentale: la prova del controllo.

Programmi internazionali rivolti a giornalisti, studenti, politici, accademici e opinion leader sono strumenti di soft power utilizzati da moltissimi Stati, fondazioni e organizzazioni internazionali.

Israele sta facendo soft power?

Certamente.

Questo dimostra automaticamente che stia instaurando un sistema di censura?

No.

Le due affermazioni non sono equivalenti.

Il quarto trucco: la definizione IHRA viene presentata come una possibile censura delle critiche a Israele

Questo è forse il passaggio che richiede maggiore precisione.

La definizione IHRA dell’antisemitismo è realmente controversa nella discussione accademica, politica e sulla libertà d’espressione, soprattutto per alcuni degli esempi riguardanti Israele.

Ma c’è un dettaglio fondamentale che spesso scompare.

La stessa definizione IHRA afferma esplicitamente che la critica a Israele analoga a quella rivolta a qualsiasi altro Paese non può essere considerata antisemitismo.

Inoltre, l’IHRA definisce il proprio testo una “working definition” non giuridicamente vincolante.

Perciò è perfettamente legittimo discutere dei rischi derivanti da una sua applicazione troppo estensiva.

È molto meno corretto lasciare intendere che la definizione stabilisca semplicemente:

criticare Israele = antisemitismo.

Non è quello che dice il documento.

Il quinto trucco: i parlamentari diventano automaticamente i loro governi

Il vertice latinoamericano di fine giugno è reale.

I suoi organizzatori hanno dichiarato che parlamentari provenienti da più di dieci Paesi hanno sostenuto i principi degli Isaac Accords, l’adozione della definizione IHRA e iniziative per trasferire ambasciate a Gerusalemme.

Ma bisogna distinguere accuratamente parlamentari, gruppi parlamentari e governi nazionali.

Un parlamentare brasiliano, colombiano o cileno che firma una risoluzione non impegna automaticamente il proprio Stato.

È una distinzione elementare, ma politicamente enorme.

Presentare un’iniziativa parlamentare transnazionale come se l’intera America Latina avesse ricevuto una lista di ordini da Tel Aviv significa ingrandirne artificialmente la portata istituzionale.

«Israele vuole conquistare il voto evangelico»

Anche qui occorre distinguere analisi e fatto.

Le comunità evangeliche sono diventate un’importante forza politica in numerosi Paesi latinoamericani e una parte consistente dell’evangelicalismo conservatore sostiene Israele.

È quindi ragionevole analizzare il fattore evangelico all’interno della strategia politica regionale.

Ma dire che l’intera operazione nasce “per conquistare il voto evangelico” richiederebbe prove specifiche sulle intenzioni dei governi coinvolti.

Altrimenti stiamo passando dalla descrizione alla lettura delle intenzioni.

Un dato che invece la critica coglie correttamente

Esiste però un elemento che non dovrebbe essere nascosto da chi sostiene gli Accordi.

Una parte consistente dell’opinione pubblica latinoamericana ha oggi un’immagine negativa di Israele.

Il sondaggio Pew condotto tra febbraio e maggio 2026 rilevava opinioni sfavorevoli verso Israele nel 60% degli intervistati in Cile, 59% in Messico, 56% in Colombia, 55% in Argentina, 52% in Brasile e 50% in Perù.

Questo crea una reale distanza, in alcuni Paesi, tra determinate scelte delle élite politiche e una parte dell’opinione pubblica.

Ma anche questo dato non dimostra una “subordinazione”.

Dimostra semplicemente che politica estera e opinione pubblica non coincidono necessariamente.

Succede in America Latina come in Europa, negli Stati Uniti, in Israele e praticamente ovunque.

La vera domanda è un’altra

La domanda finale proposta dalla narrazione è suggestiva:

«Israele cerca nuovi alleati o una nuova area di influenza?»

Ma presenta come alternative due cose che in geopolitica possono tranquillamente convivere.

Naturalmente Israele cerca influenza.

Esattamente come la cercano Stati Uniti, Cina, Russia, Unione Europea, Turchia, Iran e qualunque potenza dotata di una politica estera.

Gli Stati stringono alleanze precisamente perché vogliono aumentare sicurezza, commercio, accesso politico e capacità d’influenza.

La questione seria non è dunque stabilire se Israele stia cercando influenza in America Latina.

Lo sta facendo apertamente.

La questione è verificare, Paese per Paese, se quella cooperazione produca vantaggi reciproci, quali obblighi comporti, quanto incida sull’autonomia politica dei governi coinvolti e quali interessi economici e strategici vengano effettivamente soddisfatti.

Ed è proprio qui che la narrazione ideologica diventa insufficiente.

Perché trasforma una normale competizione geopolitica in una storia morale nella quale alcuni attori esercitano legittimamente “influenza”, mentre altri eserciterebbero necessariamente “subordinazione”.

Il paradosso

Israele non sta nascondendo la propria strategia.

Netanyahu ha dichiarato apertamente di voler utilizzare per l’America Latina un modello ispirato agli Accordi di Abramo e di considerare l’Argentina il punto di partenza di un processo più ampio.

Non serve quindi immaginare una cospirazione.

C’è una politica estera dichiarata.

Argentina e Israele cercano di costruire un blocco di Paesi accomunati da interessi economici, sicurezza, contrasto all’Iran e una determinata visione politica e culturale.

La si può contestare.

La si può sostenere.

La si può analizzare nei suoi interessi economici e nelle sue conseguenze geopolitiche.

Ma chiamarla automaticamente “subordinazione agli interessi sionisti e statunitensi” non dimostra la subordinazione.

La presuppone.

Ed è precisamente la differenza tra analizzare un progetto geopolitico e costruire una cornice ideologica dentro cui ogni fatto viene fatto entrare a forza.

FONTI

Ministero degli Esteri israeliano — Dichiarazione ufficiale sugli Isaac Accords, 19 aprile 2026.

Governi di Israele e Argentina — Joint Declaration on the Isaac Accords, Gerusalemme, 19 aprile 2026.

Ministero degli Esteri israeliano — Dichiarazioni di Benjamin Netanyahu sul lancio degli Isaac Accords.

International Holocaust Remembrance Alliance — Working Definition of Antisemitism.

Pew Research Center — Negative views of Israel, low confidence in Netanyahu across 36 countries, giugno 2026.

Genesis Prize Foundation / Israel Allies Foundation — Latin America Chairmen’s Conference, Buenos Aires, 28-30 giugno 2026.

Jerusalem Post — documentazione sul vertice latinoamericano e sulle iniziative collegate agli Isaac Accords.

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