LA GEOPOLITICA DELLA PAURA

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Perché la sicurezza dell’IA è diventata anche un’arma industriale

Quando la battaglia sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale incontra interessi economici, barriere all’ingresso e competizione strategica tra Stati Uniti e Cina

La domanda non è più soltanto se l’intelligenza artificiale possa diventare pericolosa.

La domanda, ormai, è chi avrà il potere di decidere quanto velocemente potrà svilupparsi, quali aziende potranno continuare a costruirla e quali Paesi controlleranno l’infrastruttura tecnologica del prossimo mezzo secolo.

Negli Stati Uniti il dibattito è esploso in pochi giorni.

Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha chiesto di rallentare il ritmo dello sviluppo dell’IA di frontiera. Sam Altman, Elon Musk e Demis Hassabis hanno espresso sostegno, con sfumature differenti, alla necessità di maggiore cautela e coordinamento. Dall’altra parte Donald Trump ha respinto la nuova ondata di allarmi, mentre JD Vance ha sollevato un interrogativo politicamente esplosivo: perché proprio le aziende che dominano il settore stanno chiedendo al governo di regolamentarle?

È qui che la questione della sicurezza smette di essere esclusivamente tecnologica e diventa economia politica.

L’allarme che scuote Silicon Valley

A riaccendere il dibattito è stato soprattutto Jacob Coxon, ricercatore che ha lavorato sia per OpenAI sia per Anthropic.

Dimettendosi da Anthropic, Coxon ha sostenuto pubblicamente che numerose persone impegnate nello sviluppo dei sistemi più avanzati ritengono realmente possibile che l’IA possa provocare una catastrofe esistenziale entro la fine del decennio.

Non si tratta di una posizione condivisa dall’intera comunità scientifica, né esiste un consenso empirico sulla probabilità di uno scenario di estinzione. Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare l’episodio come una semplice trovata pubblicitaria.

Coxon ha lasciato Anthropic prima che maturasse la propria partecipazione azionaria e altri ricercatori del settore hanno pubblicamente sostenuto che i rischi posti da sistemi sempre più autonomi debbano essere presi seriamente.

Il problema esiste.

Ma dall’esistenza di un rischio non discende automaticamente che qualsiasi regolamentazione proposta per affrontarlo sia neutrale dal punto di vista economico.

Ed è proprio qui che comincia la parte più interessante della vicenda.

Amodei propone di “dosare” la corsa

La proposta di Dario Amodei ruota attorno a un rallentamento coordinato dello sviluppo dei sistemi di frontiera.

Tra le misure discusse figurano un maggiore accesso dei valutatori indipendenti ai modelli, standard condivisi tra le aziende, coordinamento governativo e, progressivamente, accordi internazionali.

È una posizione che può essere interpretata come prudenza di fronte a una tecnologia dalle capacità difficilmente prevedibili.

Ma esiste anche una seconda lettura, sostenuta dai critici della proposta.

Una regolamentazione particolarmente onerosa tende infatti a favorire chi possiede già capitale, infrastrutture computazionali, eserciti di avvocati, personale dedicato alla compliance e rapporti consolidati con Washington.

Il punto non è dimostrare che questo sia necessariamente l’obiettivo di Anthropic.

Il punto è osservare che potrebbe esserne una conseguenza.

Il paradosso Anthropic

Anthropic non è più una startup marginale.

Nel maggio 2026 ha annunciato un finanziamento Series H da 65 miliardi di dollari, con una valutazione post-money di 965 miliardi. La società dichiarava allora un fatturato annualizzato superiore ai 47 miliardi di dollari.

Successivamente il run-rate sarebbe salito ulteriormente, mentre la società ha iniziato concretamente a preparare una possibile quotazione in Borsa.

Secondo il Financial Times, Anthropic avrebbe inoltre comunicato agli investitori di aspettarsi un risultato operativo rettificato positivo per il secondo trimestre consecutivo.

Siamo dunque davanti a una società che si trova contemporaneamente in tre posizioni.

È uno dei protagonisti della corsa tecnologica.

È uno dei principali promotori della necessità di rallentarla.

Ed è un’impresa che potrebbe presto chiedere ai mercati finanziari di attribuirle una delle valutazioni più elevate della storia.

Questa sovrapposizione non dimostra un conflitto illecito. Ma rende legittimo interrogarsi sugli effetti competitivi delle regole proposte dai grandi laboratori.

La sicurezza può diventare una barriera all’ingresso

Immaginiamo una normativa che imponga test estremamente costosi, audit permanenti, valutatori esterni, requisiti computazionali, procedure autorizzative e strutture dedicate alla conformità.

Chi può permettersele?

Anthropic.

OpenAI.

Google.

Microsoft.

Meta.

Forse pochi altri.

Per un nuovo concorrente la situazione sarebbe molto diversa.

Ed è questa la dinamica classica della cosiddetta regulatory capture: una regolamentazione nata formalmente per controllare un settore può finire, volontariamente o involontariamente, per consolidare le aziende già dominanti.

La regolamentazione non elimina necessariamente il mercato.

Può semplicemente alzare il muro necessario per entrarvi.

L’antitrust entra nella partita

La questione diventa ancora più delicata quando i grandi laboratori chiedono di potersi coordinare.

Normalmente un accordo tra concorrenti diretto a limitare produzione, capacità o sviluppo tecnologico solleverebbe immediatamente questioni antitrust.

OpenAI ha infatti cercato chiarimenti sulla possibilità che un rallentamento coordinato dell’industria possa entrare in conflitto con lo Sherman Antitrust Act.

Alvaro Bedoya, già componente della Federal Trade Commission, ha sintetizzato efficacemente la distinzione.

La legislazione antitrust, ha osservato, non impedisce alle aziende di collaborare affinché l’intelligenza artificiale non danneggi le persone.

Impedisce però che le stesse aziende si organizzino per ostacolare l’ingresso di concorrenti più economici.

È una distinzione fondamentale.

Perché tra cooperazione sulla sicurezza e coordinamento del mercato può esistere un confine estremamente sottile.

JD Vance e il “Cavallo di Troia”

Il vicepresidente JD Vance ha portato esattamente questo problema sul piano politico.

Parlando delle grandi aziende dell’IA che chiedono a Washington di regolamentarle, Vance ha detto che la situazione gli sembra un possibile “Trojan horse”, un cavallo di Troia.

Il ragionamento è semplice.

Quando una piccola azienda chiede meno regolamentazione, il motivo economico appare evidente.

Quando una società dominante chiede più regolamentazione su se stessa, invece, bisogna domandarsi quale struttura di mercato nascerà dopo l’introduzione di quelle regole.

David Sacks ha espresso un’obiezione simile, contestando l’idea che le richieste di rallentamento possano essere considerate esclusivamente altruistiche.

Non significa che i rischi denunciati siano inventati.

Significa che rischio tecnologico e interesse industriale possono coesistere.

Ed è precisamente questa sovrapposizione che la politica dovrebbe esaminare.

Sanders e Bannon: l’alleanza impossibile

La vicenda ha prodotto uno dei più curiosi riallineamenti della politica americana.

Bernie Sanders e Steve Bannon, figure collocate su fronti politici profondamente differenti, sono arrivati a condividere il palco della “Pro-Human Assembly” di Washington per chiedere maggiori limitazioni allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Sanders e il deputato Greg Casar hanno annunciato il Ban Artificial Superintelligence Act, che punta a vietare permanentemente lo sviluppo e l’impiego di una superintelligenza artificiale e a sospendere temporaneamente alcune forme di IA avanzata fino alla definizione di regole federali.

Sanders aveva inoltre presentato con Alexandria Ocasio-Cortez una proposta di moratoria sui nuovi data center destinati all’intelligenza artificiale.

Bannon parte da premesse politiche molto differenti, soprattutto nei confronti della Cina, ma arriva anch’egli alla richiesta di maggiori restrizioni.

È difficile immaginare una dimostrazione più evidente di quanto il tema dell’IA stia rompendo le tradizionali divisioni ideologiche americane.

Trump sceglie la corsa

Donald Trump ha scelto invece una linea quasi opposta.

Il presidente ha definito le richieste di nuovi controlli parte di una “SICK conspiracy” contro l’intelligenza artificiale e i data center, sostenendo che il principale beneficiario di un rallentamento americano sarebbe la Cina.

Ha riassunto la propria visione con una formula ancora più esplicita:

“Whoever wins AI, wins.”

Chi vince nell’IA, vince.

È una concezione eminentemente geopolitica della tecnologia.

Non più semplicemente software.

Non più semplicemente chatbot.

Ma infrastruttura strategica paragonabile, per importanza geopolitica, ai semiconduttori, all’energia, alle telecomunicazioni e agli armamenti avanzati.

Da questa prospettiva, imporre unilateralmente agli Stati Uniti un rallentamento che Pechino non fosse disposta a rispettare significherebbe concedere al concorrente tempo prezioso.

Il fattore Cina

Ed è qui che la questione diventa ancora più complessa.

La Cina non è semplicemente lo spettatore che approfitta dell’incertezza americana.

Pechino regolamenta già diversi aspetti dell’intelligenza artificiale e le autorità cinesi hanno espresso a loro volta preoccupazioni sulla necessità di mantenere i sistemi sotto controllo umano.

Allo stesso tempo, però, i media e gli ambienti politici cinesi hanno accusato alcune proposte occidentali di sicurezza di trasformarsi in strumenti per preservare il vantaggio tecnologico americano.

È quindi troppo semplicistico descrivere la contrapposizione come “America senza regole contro Cina senza regole”.

Entrambe le potenze vogliono controllare i rischi.

Entrambe vogliono anche evitare che il controllo dei rischi consegni il vantaggio strategico all’avversario.

Ed è questo il vero dilemma.

Una corsa che Washington non può congelare da sola

I modelli cinesi stanno inoltre riducendo parte del divario tecnologico.

Aziende come DeepSeek, Z.ai e MiniMax hanno dimostrato che la scarsità relativa di chip avanzati può spingere verso modelli più efficienti e meno costosi.

La competizione, quindi, non riguarda semplicemente chi possiede più GPU.

Riguarda efficienza, algoritmi, energia, dati, infrastrutture, capitale umano e capacità industriale.

Un rallentamento unilaterale americano avrebbe senso strategico soltanto se potesse essere trasformato in un sistema internazionale verificabile.

Altrimenti nascerebbe un problema evidente:

chi controlla che anche gli altri rallentino?

Il circuito della paura

È qui che la narrazione del rischio assume anche una dimensione industriale.

La paura produce consenso politico.

Il consenso politico produce regolamentazione.

La regolamentazione produce costi di accesso.

I costi di accesso selezionano chi può rimanere sul mercato.

E chi possiede già capitale, infrastrutture, relazioni istituzionali e potenza computazionale parte inevitabilmente avvantaggiato.

Questo non dimostra che gli allarmi sull’IA siano falsi.

Dimostra qualcosa di più interessante: anche un rischio autentico può diventare uno strumento di politica industriale.

La rete della sicurezza

Esiste inoltre un ecosistema economico e culturale cresciuto attorno alla sicurezza dell’intelligenza artificiale.

Uno dei personaggi più importanti è Jaan Tallinn, cofondatore di Skype, investitore storico nel settore e sostenitore delle organizzazioni dedicate allo studio dei rischi esistenziali.

Tallinn è stato anche uno dei primi finanziatori di Anthropic.

È inoltre associato al sostegno di iniziative impegnate nella promozione della sicurezza dell’IA, tra cui ControlAI.

Ancora una volta, questo non dimostra alcuna cospirazione.

Mostra però come capitale finanziario, ricerca sulla sicurezza, lobbying politico e investimenti nei grandi laboratori possano appartenere allo stesso ecosistema.

Un elemento che dovrebbe suggerire trasparenza, non conclusioni automatiche.

Il vero problema: chi scriverà le regole?

Ridurre tutto a una scelta tra “IA sicura” e “IA senza regole” sarebbe fuorviante.

Il problema è molto più difficile.

I sistemi avanzati possono produrre rischi reali: cyberattacchi automatizzati, manipolazione dell’informazione, utilizzo militare, proliferazione biologica, frodi, perdita di controllo di agenti autonomi e concentrazione di enormi quantità di potere economico.

Ignorare questi problemi sarebbe irresponsabile.

Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che chi propone le regole non abbia interessi economici propri.

La domanda decisiva diventa quindi:

chi scriverà quelle regole?

I governi?

Le aziende?

Organismi internazionali?

Valutatori indipendenti?

O un sistema nel quale i grandi laboratori partecipano direttamente alla definizione degli standard che determineranno quali concorrenti potranno sopravvivere?

Sicurezza o consolidamento?

La vera battaglia sull’intelligenza artificiale potrebbe quindi non essere quella che appare in superficie.

Il dibattito pubblico parla di sicurezza.

Sotto di esso scorrono contemporaneamente almeno tre conflitti.

Il primo riguarda il controllo tecnologico: fino a che punto sistemi autonomi potranno diventare potenti prima che l’uomo perda la capacità di governarli?

Il secondo riguarda il controllo industriale: quali aziende potranno sostenere i costi necessari per rispettare le future normative?

Il terzo riguarda il controllo geopolitico: Stati Uniti o Cina, quale sistema tecnologico definirà gli standard mondiali?

Sono tre problemi differenti.

Ma oggi vengono discussi nello stesso tavolo.

Conclusione: la paura non è neutrale

Il rischio più grande sarebbe cadere in uno dei due estremi.

Da una parte considerare ogni allarme sull’intelligenza artificiale una messinscena orchestrata dalle multinazionali.

Dall’altra accettare che le stesse aziende che competono per conquistare un mercato da migliaia di miliardi possano stabilire senza contraddittorio quali regole debbano governarlo.

La sicurezza dell’IA è un problema reale.

Ma la politica della sicurezza non è economicamente neutrale.

Ogni limite produce vincitori e perdenti.

Ogni requisito di capitale restringe il numero dei concorrenti.

Ogni eccezione antitrust modifica gli equilibri del mercato.

Ogni rallentamento imposto a Washington modifica la distanza da Pechino.

Per questo la domanda fondamentale non è soltanto se l’intelligenza artificiale possa diventare troppo potente.

È anche un’altra:

chi acquisirà potere mentre cerchiamo di limitarla?

Perché dietro il dibattito sull’apocalisse tecnologica si sta combattendo una battaglia molto più concreta: quella per stabilire chi potrà costruire l’intelligenza artificiale, chi potrà finanziarla, chi potrà regolamentarla e quale potenza mondiale scriverà le regole dell’era che viene.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Anthropic – Series H, maggio 2026
https://www.anthropic.com/news/series-h

Reuters – Anthropic e prospettive di IPO
https://www.reuters.com/business/anthropic-ipo-valuation-hinges-190-200-billion-2028-revenue-forecast-sources-say-2026-08-15/

Financial Times – redditività e prospettive finanziarie di Anthropic
https://www.ft.com/content/4564e6a5-69e9-40a6-bf0f-a888f2f4f002

Axios – Jacob Coxon lascia Anthropic e rinuncia all’equity
https://www.axios.com/2026/09/09/anthropic-researcher-ai-warning-interview

TechCrunch – le dimissioni di Jacob Coxon e l’allarme sull’IA
https://techcrunch.com/2026/09/09/gambling-with-our-lives-anthropic-researcher-quits-warns-against-self-improving-ai/

Associated Press – divisioni nell’industria sulla proposta di rallentamento
https://apnews.com/article/1d9615931af28a83cb97489178e90f2d

Reuters – Trump e il dibattito sui nuovi “guardrail” dell’IA
https://www.reuters.com/

U.S. Senator Bernie Sanders – Ban Artificial Superintelligence Act
https://www.sanders.senate.gov/press-releases/news-sanders-casar-introduce-legislation-to-ban-artificial-superintelligence-and-temporarily-pause-advanced-ai-development/

U.S. Senator Bernie Sanders – AI Data Center Moratorium Act
https://www.sanders.senate.gov/press-releases/news-sanders-ocasio-cortez-announce-ai-data-center-moratorium-act/

CBS News – Sanders e Bannon alla Pro-Human Assembly
https://www.cbsnews.com/news/bernie-sanders-steve-bannon-bipartisan-ai-pro-human-conference/

The Guardian – dibattito sull’IA, antitrust e regulatory capture
https://www.theguardian.com/technology/2026/sep/14/ai-ceo-safety-slowdown

ControlAI
https://controlai.org/

WIRED – coordinamento tra aziende e problemi antitrust
https://www.wired.com/story/openai-wants-to-know-if-an-ai-industry-slowdown-would-even-be-legal

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