FRANCIA: La scuola brucia perché l’enclave è già adulta

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L’entrismo, il fallimento dell’integrazione e la battaglia sulla scuola: dietro le rivolte francesi c’è una crisi che viene da lontano

La Francia non sta assistendo semplicemente all’ennesima protesta studentesca.

Quello che sta accadendo davanti e dentro centinaia di licei francesi nasce da problemi concreti e documentati — carenza di insegnanti, classi sovraffollate, edifici degradati, disuguaglianze territoriali e tensione sul bilancio pubblico — ma sta assumendo una dimensione politica e di ordine pubblico molto più vasta.

Alla fine di settembre 2026 il movimento ha coinvolto centinaia di istituti. Reuters ha documentato incendi, aggressioni, arresti e oltre cento feriti tra studenti e personale scolastico nei primi giorni dell’escalation. Il ministro dell’Interno ha parlato di dinamiche riconducibili alle «violenze urbane», mentre il governo ha accusato settori della sinistra radicale di alimentare politicamente la protesta.

La France Insoumise respinge questa lettura e sostiene invece che la mobilitazione derivi dalle condizioni della scuola pubblica e dalla risposta repressiva delle autorità.

È precisamente dentro questa contrapposizione che occorre guardare oltre l’incendio della settimana.

Perché la questione francese non nasce nel settembre 2026.

Viene da molto più lontano.

IL RAPPORTO CHE PARIGI NON PUÒ PIÙ IGNORARE

Nel maggio 2025 il ministero dell’Interno francese ha reso pubblico il rapporto “Frères musulmans et islamisme politique en France”, commissionato l’anno precedente a un gruppo di alti funzionari.

Non è un pamphlet politico.

È un documento dello Stato francese.

L’obiettivo dichiarato era ricostruire struttura, diffusione e modalità operative dell’islamismo politico e, in particolare, dell’ambiente riconducibile ai Fratelli musulmani.

Il quadro descritto è quello di una strategia che non necessita necessariamente dello scontro frontale con lo Stato.

L’influenza può procedere attraverso associazioni, luoghi di culto, attività educative, reti sociali, iniziative culturali e interlocuzione con le amministrazioni locali.

È la logica dell’entrismo: lavorare all’interno delle strutture della società anziché necessariamente contro di esse dall’esterno.

E uno dei terreni più delicati è inevitabilmente la scuola.

Perché chi influenza l’educazione non interviene soltanto sul presente.

Interviene sulla generazione successiva.

LA SCUOLA È IL CONFINE

La battaglia intorno all’istruzione è quindi molto più importante di quanto suggeriscano le immagini di cassonetti incendiati.

In Francia lo scontro sulla scuola confessionale musulmana era già esploso prima delle proteste del 2026.

Due casi sono diventati emblematici: Averroès, nell’area di Lille, e Al-Kindi, vicino a Lione.

Le autorità francesi hanno contestato agli istituti differenti irregolarità e criticità, mentre le scuole e i loro sostenitori hanno respinto l’idea di rappresentare strumenti dell’islamismo politico e hanno denunciato un trattamento discriminatorio rispetto ad altre confessioni.

È una controversia importante proprio perché mostra quanto il terreno scolastico sia diventato politicamente esplosivo.

La questione fondamentale non è la religione privata dello studente.

La Repubblica francese tutela la libertà religiosa.

La questione è un’altra: chi stabilisce le regole dello spazio pubblico?

Lo Stato oppure comunità capaci progressivamente di costruire proprie istituzioni, propri codici sociali e proprie autorità?

Quando questa domanda arriva dentro una scuola, il problema dell’integrazione ha già superato da tempo il cancello dell’istituto.

POI ARRIVA LA POLITICA

Nel 2025 l’Assemblée nationale ha istituito una commissione d’inchiesta dedicata ai rapporti esistenti tra rappresentanti politici e organizzazioni o reti accusate di sostenere il terrorismo o propagare l’ideologia islamista.

Il rapporto conclusivo, n. 2235, è stato depositato il 10 dicembre 2025.

La commissione ha ascoltato ministri, funzionari, ricercatori, giornalisti e dirigenti politici.

Il 6 dicembre è stato ascoltato anche Jean-Luc Mélenchon.

La commissione non ha quindi discusso genericamente di immigrazione o islam. Ha cercato di ricostruire eventuali meccanismi attraverso i quali organizzazioni islamiste possano esercitare influenza sulla rappresentanza politica locale e nazionale.

Tra i casi riportati nel rapporto compare quello di Mohamed Awad.

Il documento parlamentare ricorda che Awad fu investito da LFI alle legislative del 2024, collaborò con il deputato Paul Vannier e in precedenza aveva presieduto la sezione locale dei Jeunes musulmans de France a La Courneuve, organizzazione che il rapporto collega alla galassia dell’ex UOIF.

Sono elementi documentati.

Ma è altrettanto importante precisare ciò che non dimostrano: l’esistenza di singoli rapporti politici o personali non permette automaticamente di attribuire a un intero partito l’appartenenza a un’organizzazione islamista.

Il problema politico sollevato dalla commissione è più sofisticato.

È quello della possibile convergenza di interessi.

QUANDO DUE MONDI HANNO BISOGNO L’UNO DELL’ALTRO

Una parte della sinistra radicale vede nelle periferie urbane un enorme bacino sociale composto da giovani, precari, immigrati e cittadini francesi di origine immigrata.

L’islamismo politico, invece, cerca legittimità, rappresentanza e capacità di influenza sulle istituzioni.

Le due cose non sono necessariamente la stessa cosa.

E soprattutto non significa che gli elettori musulmani costituiscano un blocco politico o ideologico uniforme: non lo sono.

Ma proprio la commissione parlamentare francese ha ritenuto sufficientemente importante il rischio di interferenza tra reti religiose radicali e politica da dedicarvi mesi di audizioni.

Ignorarlo sarebbe altrettanto ideologico quanto trasformare ogni musulmano francese in un islamista.

Il punto è capire dove termina la normale rappresentanza democratica e dove comincia il clientelismo comunitario.

Ed è qui che le proteste del 2026 diventano politicamente interessanti.

«LA VIOLENZA PUÒ ESSERE LEGITTIMA»

Il 29 settembre, davanti al liceo Paul-Éluard di Saint-Denis, il sindaco LFI Bally Bagayoko ha espresso sostegno agli studenti mobilitati.

Parlando delle tensioni, ha affermato che in determinate circostanze «la violenza può essere legittima», pur sostenendo che sarebbe preferibile evitarla.

La frase ha inevitabilmente provocato polemiche.

Occorre anche ricordare un dettaglio importante: alcune immagini diffuse online erano state utilizzate per accusare Bagayoko di avere personalmente partecipato all’incendio di cassonetti. Una verifica di TF1 ha mostrato che quella ricostruzione era fuorviante e che altre immagini indicavano invece un tentativo del sindaco di limitare i danneggiamenti.

È precisamente questa distinzione che rende ancora più grave il problema politico reale.

Non serve inventare responsabilità inesistenti.

Bastano le dichiarazioni effettivamente pronunciate.

Quando un amministratore pubblico sostiene che la violenza possa acquisire una propria legittimità politica, la domanda non riguarda più soltanto le condizioni materiali di un liceo.

Riguarda il confine che la politica decide di tracciare davanti alla violenza.

DALLE RIVENDICAZIONI ALLA GUERRIGLIA URBANA

Le proteste erano partite da rivendicazioni riconoscibili.

Mancanza di docenti.

Classi sovraffollate.

Orari pesanti.

Edifici scolastici in cattive condizioni.

Disuguaglianze tra territori.

Poi qualcosa è cambiato.

Reuters documentava già il 30 settembre più di mille arresti nell’arco di due giorni, in gran parte minorenni, insieme ad aggressioni, incendi e oltre cento feriti fra studenti e personale.

Nei giorni successivi la dimensione della crisi è ulteriormente cresciuta.

A quel punto non si può più parlare esclusivamente di protesta sindacale.

Quando si incendiano edifici, si aggrediscono dirigenti scolastici o agenti e si distruggono strutture pubbliche, la rivendicazione sociale non cancella la responsabilità individuale di chi commette quei reati.

Una scuola degradata può spiegare una protesta.

Non giustifica un incendio.

Una classe sovraffollata può spiegare la rabbia.

Non trasforma automaticamente la violenza in azione politica legittima.

IL GRANDE ERRORE FRANCESE

La Francia paga oggi anche una contraddizione accumulata durante decenni.

Ha costruito uno dei modelli di cittadinanza formalmente più universalistici d’Europa mentre lasciava crescere, in numerose periferie, segregazioni economiche, territoriali e culturali profondissime.

Il risultato è paradossale.

Sulla carta esiste soltanto il cittadino francese.

Sul territorio esistono quartieri nei quali appartenenza familiare, religiosa, etnica, economica e territoriale possono contare enormemente nella costruzione dell’identità sociale.

La Repubblica proclama l’universalismo.

La periferia sperimenta spesso la separazione.

E quando lo Stato perde autorevolezza, qualcun altro occupa lo spazio.

Può essere il narcotraffico.

Può essere una rete religiosa.

Può essere il clan familiare.

Può essere un’organizzazione politica.

Può essere una combinazione di questi elementi.

È questa la vera questione delle enclavi.

Non il colore della pelle di chi ci vive.

Non la fede religiosa.

Ma l’esistenza di territori nei quali la norma comune diventa progressivamente negoziabile.

IL RISCHIO DELL’EQUAZIONE AUTOMATICA

C’è tuttavia un errore opposto che sarebbe altrettanto grave.

Trasformare automaticamente ogni rivolta delle periferie in una rivolta islamista.

Le prove disponibili non lo consentono.

Le proteste scolastiche del settembre-ottobre 2026 hanno cause materiali documentate e coinvolgono studenti di provenienze differenti.

Il rapporto sui Fratelli musulmani descrive invece un fenomeno politico e organizzativo di lungo periodo.

Sono due fenomeni distinti che possono intersecarsi, non due sinonimi.

Confonderli indebolirebbe proprio la denuncia che si vuole sostenere.

Perché il problema dell’islamismo politico francese è abbastanza serio da non avere bisogno di essere attribuito a ogni cassonetto incendiato.

IL PRECEDENTE DEL 2005

La Francia conosce già il prezzo dell’incendio delle banlieue.

Nel 2005 la morte di Zyed Benna e Bouna Traoré dopo un inseguimento della polizia provocò settimane di rivolte.

Automobili incendiate.

Edifici pubblici attaccati.

Scuole danneggiate.

Stato d’emergenza.

Ventuno anni dopo, il problema strutturale non è scomparso.

Questo dovrebbe essere il dato politicamente più inquietante.

Perché significa che né la repressione né i miliardi investiti nelle periferie hanno risolto completamente il nodo dell’integrazione.

L’EUROPA GUARDA LA FRANCIA, MA GUARDA SE STESSA

Pensare che tutto questo riguardi soltanto Parigi, Saint-Denis, Lille o Lione sarebbe comodo.

Ed erroneo.

Molte metropoli europee affrontano problemi simili: segregazione abitativa, concentrazione della povertà, immigrazione mal governata, fallimenti scolastici, radicalizzazione religiosa, criminalità e progressiva perdita di fiducia nelle istituzioni.

Non sono fenomeni identici e non possono essere ridotti a una sola causa.

Ma hanno un denominatore comune: quando l’integrazione fallisce per una generazione, la seconda generazione eredita il fallimento come identità.

A quel punto recuperare il terreno diventa enormemente più difficile.

IMMIGRAZIONE, ESPULSIONI E LEGALITÀ

Anche il dibattito sulla cosiddetta remigrazione deve allora uscire dagli slogan.

Uno Stato ha il diritto — e il dovere — di controllare le proprie frontiere, decidere chi può entrare e far rispettare le decisioni di espulsione nei confronti di chi non possiede titolo per rimanere, nel rispetto della legge e delle garanzie individuali.

Allo stesso modo può adottare, nei casi previsti dall’ordinamento, misure nei confronti di cittadini stranieri condannati per gravi reati o ritenuti una minaccia alla sicurezza nazionale.

Ma altra cosa sarebbe trasformare religione, origine familiare o appartenenza culturale in un criterio collettivo di espulsione.

La risposta dello Stato di diritto non può essere una deportazione per appartenenza.

Deve essere legalità individuale, controllo dell’immigrazione, esecuzione effettiva delle espulsioni legittimamente disposte, contrasto alle reti estremiste, trasparenza dei finanziamenti stranieri e integrazione obbligatoria nella norma comune.

Ed è proprio qui che la Francia si gioca la partita.

UNA REPUBBLICA NON PUÒ AVERE DUE LEGGI

Il punto finale non riguarda l’islam.

Riguarda lo Stato.

Una democrazia può ospitare religioni differenti, culture differenti, origini differenti e opinioni politiche radicalmente differenti.

Quello che non può permettersi è che esistano territori nei quali la legge dello Stato diventi soltanto una delle autorità disponibili.

La scuola è il luogo nel quale questa battaglia diventa visibile prima che altrove.

Perché è lì che una Repubblica insegna ai propri figli che prima dell’appartenenza religiosa, politica, familiare o comunitaria esiste una cittadinanza condivisa.

Quando la scuola perde quella funzione, il problema non comincia con l’incendio.

L’incendio è il momento in cui finalmente lo vediamo.


FONTI E DOCUMENTI

Ministero dell’Interno francese — Rapporto “Frères musulmans et islamisme politique en France”, 21 maggio 2025
https://www.interieur.gouv.fr/actualites/dossiers-de-presse/publication-du-rapport-freres-musulmans-et-islamisme-politique-en-france

Assemblée nationale — Commissione d’inchiesta sui rapporti tra movimenti politici e reti che propagano l’ideologia islamista
https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/17/organes/autres-commissions/commissions-enquete/ce-mouvements-politiques-reseaux-islamistes

Assemblée nationale — Rapport d’enquête n. 2235, 10 dicembre 2025
https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/17/rapports/cepolisl/l17b2235_rapport-enquete

Assemblée nationale — Audizione di Jean-Luc Mélenchon, 6 dicembre 2025
https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/opendata/CRCANR5L17S2026PO872098N031.html

Reuters — Student protests and public-sector strike, 29 settembre 2026
https://www.reuters.com/world/europe/student-protests-french-public-sector-strike-heap-pressure-macron-2026-09-29/

Reuters — Feriti e arresti nelle proteste studentesche, 30 settembre 2026
https://www.reuters.com/world/dozens-injured-french-student-protests-over-school-resources-2026-09-30/

Le Parisien — Bally Bagayoko e le proteste dei liceali, 29 settembre 2026
https://www.leparisien.fr/politique/blocages-des-lycees-le-maire-de-saint-denis-soutient-les-jeunes-mobilises-et-estime-que-la-violence-peut-etre-legitime-29-09-2026-AYLNBCDH4RFELCEYM56D6K2FIY.php

TF1 Info — Fact-check sulle immagini di Bally Bagayoko durante i disordini
https://www.tf1info.fr/justice-faits-divers/verif-le-maire-bally-bagayoko-a-t-il-mis-le-feu-aux-poubelles-devant-un-lycee-de-saint-denis-2467033.html

Le Monde — Scuole musulmane private, Averroès e Al-Kindi
https://www.lemonde.fr/societe/article/2025/03/09/les-ecoles-privees-musulmanes-sous-contrat-face-aux-soupcons-de-l-etat_6577607_3224.html

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