I MISERABILI RIPORTER PARLANO SEMPRE DI “UCCIDENTE”, MA DIMENTICANO 1.300 ANNI DI SCHIAVITÙ NEL MONDO ISLAMICO

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C’è una parola che una certa controinformazione italiana sembra conoscere a memoria: Occidente.

Anzi, molto spesso non dice nemmeno Occidente. Dice ironicamente “Uccidente”.

Colonialismo occidentale. Imperialismo occidentale. Schiavismo occidentale. Capitalismo occidentale. Crimini occidentali. Sfruttamento occidentale.

Una cantilena ripetuta quotidianamente da sedicenti analisti, influencer geopolitici e reporter che pretendono di raccontare la storia liberandola dalla propaganda, salvo poi utilizzare una lente selettiva che illumina ossessivamente alcuni crimini e ne lascia altri nell’ombra.

E proprio la storia della schiavitù rappresenta uno degli esempi più evidenti.

Perché la tratta atlantica degli africani deve essere studiata, ricordata e condannata senza attenuanti. Ma esiste anche un’altra storia, durata per molti secoli, che attraversò Sahara, Mar Rosso, Oceano Indiano, Nord Africa, Medio Oriente e parte dell’Asia.

È la storia delle diverse tratte che alimentarono i sistemi schiavistici del mondo islamico.

Una storia che non cancella minimamente le responsabilità europee.

Dimostra, invece, quanto sia intellettualmente disonesto trasformare la schiavitù in un peccato esclusivamente occidentale.

UNA STORIA MOLTO PIÙ GRANDE DELLA NARRAZIONE SOCIAL

La deportazione di africani verso il Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Asia precedette di secoli la tratta transatlantica.

La General History of Africa patrocinata dall’UNESCO ricorda che l’esportazione significativa di schiavi dall’Africa nera verso il Mediterraneo, il Medio Oriente e parti dell’Asia risale almeno al IX secolo e continuò, attraverso forme e intensità differenti, per molti secoli, arrivando in alcuni contesti fino all’inizio del Novecento.

Non stiamo quindi parlando di qualche episodio marginale.

Stiamo parlando di sistemi commerciali sviluppatisi lungo un arco temporale enorme.

Le rotte erano molteplici.

Attraversavano il Sahara verso il Nord Africa.

Passavano attraverso il Mar Rosso.

Partivano dall’Africa orientale attraversando l’Oceano Indiano.

Rifornivano mercati situati in territori che oggi appartengono a numerosi Stati africani, mediorientali e asiatici.

L’UNESCO stessa documenta come l’Africa centrale e orientale fosse una delle principali zone nelle quali operavano cacciatori e mercanti di schiavi, molti dei quali arabi. Le vittime venivano trascinate per centinaia o persino più di mille chilometri verso la costa, Zanzibar e successivamente altri mercati dell’Arabia, della Persia e dell’India.

Questa storia esiste.

È documentata.

E non diventa islamofobia semplicemente perché qualcuno decide di raccontarla.

MA DAVVERO FURONO “14 MILIONI”?

Qui occorre fare esattamente ciò che molti propagandisti non fanno: distinguere la denuncia storica dallo slogan.

In rete circola frequentemente la cifra di 14 milioni di africani deportati attraverso la cosiddetta “tratta araba”.

Il problema è che non esiste un registro equivalente alla documentazione relativamente abbondante disponibile per la tratta atlantica che permetta di stabilire con precisione un’unica cifra definitiva.

Le stime cambiano enormemente a seconda di cosa venga incluso: tratta transahariana, Mar Rosso, Oceano Indiano, Africa orientale, periodi considerati, persone morte durante le marce e altri circuiti.

La scarsità e frammentarietà delle fonti rende quindi necessario parlare di stime, non di un numero matematicamente accertato.

Ed è proprio questa precisione che rende l’argomento più forte, non più debole.

Non abbiamo bisogno di gonfiare un numero per riconoscere l’enormità del fenomeno.

SCHIAVI AFRICANI VERSO IL MONDO ISLAMICO

Le vittime non erano soltanto uomini destinati ai lavori più pesanti.

Donne e bambini furono deportati in quantità enormi.

Gli schiavi potevano essere impiegati come domestici, lavoratori agricoli, soldati, concubine, servitori di corte e in molte altre funzioni.

La composizione della domanda cambiava inoltre enormemente secondo il luogo e l’epoca.

Ed esiste anche un capitolo particolarmente raccapricciante: quello degli eunuchi.

La castrazione di ragazzi e uomini destinati a determinati mercati schiavistici è una realtà storica.

Era una mutilazione devastante, effettuata in condizioni primitive e con rischi altissimi di morte.

Ma qui bisogna impedire alla propaganda di segno opposto di rovinarci un argomento storicamente serio.

POSSIAMO DIRE CHE TUTTI GLI SCHIAVI VENISSERO CASTRATI?

Sui social circola una spiegazione tanto semplice quanto impressionante:

“Non esistono discendenti degli schiavi africani nel mondo arabo perché tutti gli uomini venivano castrati.”

Presentata così, non è storicamente sostenibile.

Esistette un importante commercio di eunuchi e la castrazione fu praticata su una parte delle vittime. Ma gli eunuchi costituivano una categoria particolare all’interno di sistemi schiavistici enormemente più complessi.

Milioni di persone non possono essere ridotte a quella sola categoria.

E soprattutto è falsa l’idea che nel Nord Africa e nel Medio Oriente non esistano popolazioni con ascendenza africana subsahariana.

Esistono eccome.

La questione demografica è molto più complessa e riguarda, tra le altre cose, manomissione degli schiavi, matrimoni, assimilazione nelle popolazioni locali, struttura della schiavitù domestica, differenze nel rapporto tra uomini e donne deportati e assenza, in molti territori, di comunità segregate secondo il modello razziale sviluppatosi nelle Americhe.

Questa precisazione è fondamentale.

Perché denunciare una pagina dimenticata della storia non significa sostituire una propaganda con un’altra.

LA CASTRAZIONE RESTA UNA PAGINA TERRIBILE

Correggere l’esagerazione non significa cancellare il fenomeno.

Il commercio degli eunuchi esistette e rappresenta uno degli aspetti più brutali della storia della schiavitù.

La castrazione significava mutilare deliberatamente il corpo di un essere umano trasformato in merce.

E spesso il processo avveniva prima dell’arrivo sul mercato finale.

Questo permette anche di comprendere perché parlare genericamente di “arabi che castravano gli schiavi” sia storicamente troppo semplicistico: le reti comprendevano intermediari, mercanti e operatori appartenenti a popolazioni differenti.

La responsabilità storica va ricostruita, non trasformata in responsabilità collettiva degli arabi o dei musulmani contemporanei.

Esattamente come nessun europeo contemporaneo dovrebbe essere considerato personalmente responsabile della tratta atlantica.

ZANZIBAR: QUELLA STORIA CHE DISTURBA LA NARRAZIONE

Basta guardare all’Africa orientale.

Zanzibar diventò uno dei grandi centri del commercio regionale degli schiavi.

Dall’interno dell’Africa uomini, donne e bambini venivano catturati e costretti ad affrontare marce estenuanti verso la costa.

La documentazione UNESCO relativa alla Central Slave and Ivory Trade Route ricorda che alcuni percorsi raggiungevano 1.200 chilometri e conducevano verso Bagamoyo, Zanzibar e successivamente Arabia, Persia e India.

Pensiamo per un momento a cosa significa.

Essere catturati.

Separati dalla famiglia.

Incatenati.

Costretti a camminare centinaia di chilometri.

Vedere morire altri prigionieri durante il percorso.

Essere portati su un mercato.

Essere esaminati.

Comprati.

Venduti.

Trasportati nuovamente.

Ridotti legalmente e materialmente alla condizione di proprietà di un’altra persona.

Se una vicenda simile riguarda una potenza europea, giustamente viene definita per quello che è: una tragedia umana e un crimine storico.

Per quale ragione dovrebbe cambiare il giudizio quando gli attori appartengono a un’altra civiltà?

IL PROBLEMA NON È PARLARE DEI CRIMINI OCCIDENTALI

Qui arriviamo al vero bersaglio di questo articolo.

Il problema non è raccontare la tratta atlantica.

Bisogna raccontarla.

Bisogna insegnare cosa fecero portoghesi, britannici, francesi, spagnoli, olandesi e gli altri protagonisti del sistema.

Bisogna raccontare anche il ruolo delle élite e dei regni africani coinvolti nella cattura e vendita di altri africani.

La stessa UNESCO sottolinea come la schiavitù e il commercio di esseri umani abbiano avuto manifestazioni precedenti e differenti, ricordando esplicitamente sistemi presenti nell’antica Grecia, a Roma e nel mondo arabo.

La storia diventa propaganda quando si decide prima chi deve rappresentare il carnefice eterno e poi si selezionano esclusivamente i fatti compatibili con quella conclusione.

Ed è esattamente qui che una parte della cosiddetta controinformazione mostra tutta la propria ipocrisia.

“UCCIDENTE”: LA PAROLA MAGICA CHE SOSTITUISCE L’ANALISI

Apriamo certi canali.

Leggiamo certi account.

Ascoltiamo certi sedicenti geopolitici.

Il vocabolario è quasi sempre identico.

“Uccidente”.

“Colonialismo”.

“Imperialismo”.

“Suprematismo”.

“Capitalismo predatorio”.

“Nord globale”.

Poi però proviamo a pronunciare altre parole.

Tratta transahariana.

Silenzio.

Zanzibar.

Silenzio.

Schiavitù nel mondo islamico.

Improvvisamente arrivano mille distinguo.

Eunuchi africani.

Argomento scomodo.

Schiavitù nell’Oceano Indiano.

Pagina saltata.

È curioso.

Quando il colpevole è occidentale, la responsabilità sembra poter attraversare cinque secoli e arrivare direttamente fino all’uomo europeo contemporaneo.

Quando il fenomeno riguarda altre civiltà, improvvisamente scopriamo la complessità storica.

Eppure la complessità dovrebbe valere sempre.

LA SCHIAVITÙ NON HA UNA SOLA BANDIERA

Questa è forse la verità più semplice e contemporaneamente più indigesta per chi interpreta la storia attraverso un’ideologia.

La schiavitù non è stata inventata dagli europei.

Non è stata inventata dagli arabi.

Non è stata inventata dai musulmani.

È un’istituzione antichissima comparsa, con caratteristiche differenti, in moltissime società umane.

Grecia.

Roma.

Africa.

Medio Oriente.

Asia.

Americhe precolombiane.

Europa.

Imperi islamici.

Imperi coloniali europei.

Regni africani.

Trasformare questa storia gigantesca nella favola elementare “Occidente carnefice, resto del mondo vittima” non è storiografia.

È propaganda politica applicata retroattivamente alla storia.

E LA TRATTA ATLANTICA?

Naturalmente esiste immediatamente l’obiezione:

“State cercando di minimizzare la tratta atlantica.”

No.

È esattamente il contrario.

Riconoscere contemporaneamente due atrocità non significa dimezzare la gravità di ciascuna.

La tratta transatlantica deportò milioni di africani e contribuì alla costruzione di economie coloniali fondate sullo sfruttamento umano. L’UNESCO sottolinea sia le dimensioni gigantesche del fenomeno sia le conseguenze sociali e razziali che continuarono molto dopo l’abolizione.

Riconoscerlo non obbliga nessuno a cancellare ciò che avveniva contemporaneamente o precedentemente sulle altre rotte.

La memoria non è un gioco a somma zero.

Possiamo ricordare le navi dirette verso le Americhe e le carovane attraverso il Sahara.

Possiamo ricordare le piantagioni caraibiche e i mercati di Zanzibar.

Possiamo ricordare gli schiavi nelle Americhe e quelli deportati verso Nord Africa, Arabia, Persia e India.

Anzi, dovremmo farlo.

IL VERO DOPPIO STANDARD

Ed eccoci quindi all’ipocrisia.

Non quella degli storici seri, che da decenni studiano queste tratte.

Non quella dell’UNESCO, che attraverso il progetto sulle Routes of Enslaved Peoples cerca esplicitamente di ampliare e preservare la memoria mondiale della schiavitù.

Parliamo invece di quella controinformazione ideologica che seleziona dalla ricerca storica soltanto ciò che può essere trasformato in un atto d’accusa contro l’Occidente.

Gli stessi reporter che pretendono di insegnarci ogni giorno quanto sia criminale leggere la geopolitica attraverso categorie semplicistiche utilizzano poi uno schema semplicissimo:

Occidente = imperialista.

Avversario dell’Occidente = resistente.

Occidente = colonialista.

Avversario dell’Occidente = vittima.

Occidente = carnefice storico.

Mondo non occidentale = eterna vittima.

La storia reale manda in frantumi questa caricatura.

NON ESISTONO CIVILTÀ SENZA PAGINE OSCURE

La maturità di una società si misura anche dalla capacità di guardare i propri crimini.

L’Europa deve farlo.

Gli Stati Uniti devono farlo.

Il mondo arabo deve farlo.

Il mondo islamico deve farlo.

L’Africa deve affrontare anche il ruolo svolto da regni, commercianti e intermediari africani nelle differenti tratte.

Nessuno dovrebbe avere un lasciapassare ideologico.

Nessuno dovrebbe essere trasformato nel male assoluto.

E nessuno dovrebbe essere assolto perché utile alla battaglia politica del momento.

LA STORIA NON È UN TRIBUNALE CONTRO L’OCCIDENTE

Forse è proprio questo che irrita maggiormente certi professionisti della controinformazione.

La storia vera è complicata.

Non rispetta gli slogan.

Non divide l’umanità tra “imperialisti occidentali” da una parte e innocenti “popoli resistenti” dall’altra.

Contiene conquistatori europei e conquistatori arabi.

Schiavisti bianchi e schiavisti neri.

Mercanti cristiani, musulmani e appartenenti ad altre culture.

Imperi europei e imperi islamici.

Vittime e carnefici che cambiano attraverso epoche e territori.

È precisamente questa complessità che la propaganda non sopporta.

Perché se raccontassimo tutta la storia della schiavitù, diventerebbe molto più difficile utilizzare il passato come una clava politica esclusivamente contro l’Occidente.

Ed ecco allora la domanda che dovremmo rivolgere ai miserabili reporter che parlano continuamente di “Uccidente”:

perché siete così interessati ai crimini di una civiltà e così poco interessati a quelli delle altre?

Se volete raccontare la schiavitù, raccontatela tutta.

Raccontate l’Atlantico.

Raccontate il Sahara.

Raccontate il Mar Rosso.

Raccontate l’Oceano Indiano.

Raccontate Zanzibar.

Raccontate i mercati degli schiavi.

Raccontate gli eunuchi e le mutilazioni.

Raccontate le responsabilità europee.

Raccontate quelle arabe, ottomane, persiane e africane.

Raccontate soprattutto le vittime, invece di utilizzarle come munizioni per le vostre battaglie ideologiche.

Perché quelle persone non erano occidentali, orientali, multipolariste o imperialiste.

Erano esseri umani.

E meritano memoria anche quando la loro storia non serve alla vostra propaganda.


FONTI E APPROFONDIMENTI

UNESCO – The Routes of Enslaved Peoples: 30 Years of Dedicated Work for Peace and Social Justice
https://www.unesco.org/en/articles/routes-enslaved-peoples-30-years-dedicated-work-peace-and-social-justice

UNESCO World Heritage Centre – The Central Slave and Ivory Trade Route
https://whc.unesco.org/en/tentativelists/2095/

UNESCO – Slave Routes: A Global Vision
https://www.unesco.org/archives/multimedia/document-1637-eng-2

UNESCO – Slave Trade Archives
https://www.unesco.org/en/articles/slave-trade-archives

UNESCO – The Deep Legacy of Slavery
https://www.unesco.org/en/articles/deep-legacy-slavery

UNESCO – General History of Africa
https://unesdoc.unesco.org/

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