Propaganda, fatti e responsabilità politiche: quando un documento controverso diventa il pretesto per cancellare Rabat e assolvere Sánchez
1° agosto 2026
La crisi esplosa a Ceuta ha immediatamente prodotto una seconda battaglia, parallela a quella che si combatte sul confine: quella delle narrazioni.
Mentre decine di migliaia di persone hanno attraversato in poche ore la frontiera tra Marocco e territorio spagnolo, una parte della controinformazione e del dibattito politico ha rapidamente costruito una spiegazione apparentemente semplice: dietro quanto accaduto ci sarebbero gli Stati Uniti di Donald Trump e, naturalmente, Israele.
La “prova” decisiva sarebbe contenuta in un documento della House Appropriations Committee americana, approvato alla fine di aprile 2026 nell’ambito del processo di bilancio per l’anno fiscale 2027.
Il documento esiste.
Il passaggio su Ceuta e Melilla esiste.
Ed è politicamente tutt’altro che irrilevante.
Ma da qui a sostenere che dimostri una regia americana — o addirittura americano-israeliana — dell’ondata migratoria di Ceuta c’è un abisso.
Ed è proprio dentro quell’abisso che prospera la propaganda.
Cosa dice realmente il documento americano
Partiamo dai fatti.
Nel materiale della Commissione stanziamenti della Camera dedicato a sicurezza nazionale, Dipartimento di Stato e programmi collegati compare effettivamente un passaggio estremamente delicato.
La Commissione richiama innanzitutto la storica alleanza tra Stati Uniti e Marocco, formalizzata dal trattato di pace e amicizia del 1786.
Successivamente afferma che le città amministrate dalla Spagna di Ceuta e Melilla sono situate in “territorio marocchino” e rimangono oggetto della storica rivendicazione del Marocco.
Subito dopo arriva però la parte che troppo spesso scompare dalle ricostruzioni più sensazionalistiche: la Commissione sostiene gli sforzi del Segretario di Stato volti a incoraggiare un confronto diplomatico tra Marocco e Spagna sul futuro status di Ceuta e Melilla.
Il passaggio è politicamente pesante.
Non bisogna nasconderlo.
Per Madrid è perfettamente comprensibile considerare quella formulazione problematica, tanto che il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha reagito ribadendo che Ceuta e Melilla sono spagnole quanto Valladolid e Santiago de Compostela.
Ma una cosa è mettere diplomaticamente in discussione lo status di un territorio.
Un’altra è autorizzare un’operazione migratoria.
E un’altra ancora è organizzarla.
Sono tre affermazioni completamente differenti.
Il documento non è una dichiarazione di guerra alla Spagna
Qui nasce la prima manipolazione.
Un committee report accompagna l’attività legislativa e può contenere indicazioni politiche, priorità, raccomandazioni e indirizzi rivolti all’amministrazione.
Non equivale automaticamente a una legge che modifica la sovranità territoriale di un altro Stato.
Il Congresso degli Stati Uniti, del resto, non possiede il potere di trasferire Ceuta e Melilla dalla Spagna al Marocco.
Ancora più importante: nel passaggio contestato non compare alcuna indicazione relativa all’utilizzo dell’immigrazione, all’apertura della frontiera marocchina o alla destabilizzazione della Spagna.
Al contrario, il testo parla esplicitamente di “diplomatic engagement”.
Dialogo diplomatico.
È possibile criticare duramente Washington per quella formulazione.
È possibile sostenere che rappresenti un segnale politico favorevole alle rivendicazioni marocchine.
È persino possibile domandarsi se Rabat possa aver interpretato il mutato clima politico americano come un rafforzamento della propria posizione negoziale.
Sono tutte questioni geopolitiche legittime.
Ma nessuna di queste considerazioni dimostra che Washington abbia ordinato, coordinato o favorito operativamente l’ondata migratoria del luglio 2026.
Dal documento alla “regia USA”: il salto logico
La narrativa costruita nelle ultime ore segue sostanzialmente questa sequenza:
1. alcuni esponenti americani hanno messo in discussione la posizione spagnola su Ceuta e Melilla;
2. il report della Commissione ha utilizzato una formulazione favorevole alla rivendicazione marocchina;
3. pochi mesi dopo decine di migliaia di migranti sono entrati a Ceuta;
4. quindi gli Stati Uniti hanno dato il via libera all’operazione;
5. poiché Marocco e Israele hanno normalizzato le proprie relazioni attraverso gli Accordi di Abramo, dietro Washington ci sarebbe anche Israele.
Il problema è evidente.
Tra il punto 2 e il punto 4 manca ciò che dovrebbe esistere in qualsiasi ricostruzione giornalistica seria:
la prova.
Dove sono gli ordini?
Dove sono le comunicazioni?
Dove sono le direttive?
Dove sono le intercettazioni?
Dove sono le testimonianze di funzionari coinvolti?
Dove sono i documenti che collegherebbero Washington alla decisione di utilizzare migliaia di migranti contro Ceuta?
Al momento non sono emersi.
E per Israele la distanza probatoria è ancora maggiore.
Israele: l’anello aggiunto alla narrativa
Che Israele e Marocco abbiano sviluppato una crescente cooperazione diplomatica, economica e militare è un fatto.
Che Madrid e il governo Netanyahu abbiano attraversato una fase di fortissime tensioni politiche è altrettanto evidente.
Ma due fatti reali non producono automaticamente un terzo fatto immaginario.
Non esiste, allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, una prova credibile che dimostri che Israele abbia organizzato l’ondata migratoria di Ceuta.
Esistono opinioni.
Esistono articoli.
Esistono analisti che hanno sostenuto apertamente le rivendicazioni marocchine.
Un articolo pubblicato su Ynet, per esempio, ha esplicitamente discusso di come Israele potrebbe aiutare il Marocco nella questione di Ceuta e Melilla.
È un elemento politico interessante e certamente discutibile.
Ma un articolo d’opinione non è un ordine operativo del Mossad.
Questa distinzione elementare sembra essere diventata necessaria.
La domanda che la narrativa evita: cosa ha fatto il Marocco?
C’è poi un problema ancora più grande.
Per costruire la teoria della regia americano-israeliana bisogna quasi cancellare dalla scena l’attore che si trova fisicamente dall’altra parte della frontiera:
il Marocco.
Eppure Rabat possiede una lunga storia di utilizzo della cooperazione migratoria come strumento di pressione nei rapporti con Madrid e con l’Unione europea.
Non è necessario tornare indietro di decenni.
Basta ricordare maggio 2021.
In pochi giorni migliaia di persone attraversarono la frontiera entrando a Ceuta dopo un drastico allentamento dei controlli marocchini, nel pieno di una grave crisi diplomatica tra Madrid e Rabat.
La crisi era esplosa anche per l’ospitalizzazione in Spagna del leader del Fronte Polisario Brahim Ghali.
Quello precedente dimostra qualcosa di fondamentale.
La pressione migratoria su Ceuta non nasce nel 2026.
Non nasce con Trump.
Non nasce con Marco Rubio.
E soprattutto non nasce con il report del Congresso americano dell’aprile 2026.
Esisteva già come strumento di pressione geopolitica molti anni prima.
I segnali erano visibili prima dell’esplosione
C’è poi un altro elemento che rende ancora più debole la necessità di inventare una regia occulta.
La pressione sulla frontiera stava aumentando già prima del 30 luglio.
I dati del Ministero dell’Interno spagnolo riportati a metà luglio indicavano che, mentre gli arrivi irregolari alle Canarie erano diminuiti sensibilmente rispetto al 2025, gli accessi terrestri attraverso Ceuta e Melilla erano cresciuti fortemente.
Il 15 luglio, inoltre, decine di migranti avevano già tentato di raggiungere Ceuta a nuoto dalle spiagge di Castillejos/Fnideq.
La Marina marocchina era intervenuta recuperandone molti.
Non siamo quindi davanti a un fenomeno comparso dal nulla nella notte tra il 29 e il 30 luglio.
La pressione esisteva.
I segnali esistevano.
E il dispositivo spagnolo?
Qui la questione diventa politicamente molto più scomoda per il governo Sánchez.
Il 9 luglio, The Objective aveva riportato che il previsto rafforzamento della Polizia nazionale alla frontiera del Tarajal risultava largamente incompleto.
Secondo quella ricostruzione, delle venti posizioni previste per il rafforzamento straordinario soltanto tre sarebbero state coperte.
I sindacati indicavano tra le ragioni la mancanza di diarie e sostegni per l’alloggio degli agenti provenienti dalla penisola.
Se confermato nella sua interezza, è un elemento politicamente molto più concreto di qualsiasi teoria sul Mossad.
Perché significa che mentre aumentava la pressione migratoria su uno dei confini più delicati d’Europa, esistevano problemi nel garantire persino i rinforzi programmati.
L’ondata del 30 luglio
Poi è arrivata l’esplosione.
Reuters ha documentato l’ingresso di migliaia di persone via terra e via mare, lo sfondamento di alcuni punti di frontiera e la necessità per Madrid di inviare ulteriori agenti e militari.
Nelle ore successive le dimensioni dell’evento sono apparse enormemente superiori alle prime stime.
La crisi ha provocato decine di morti e una situazione emergenziale nella città.
Le autorità marocchine sono successivamente intervenute per contenere i passaggi e una parte molto consistente dei migranti è poi tornata in Marocco.
Sono fatti che meritano un’indagine seria.
Bisogna stabilire come sia stato possibile che un numero così elevato di persone arrivasse contemporaneamente alla frontiera.
Bisogna ricostruire il ruolo dei social network e delle reti che hanno diffuso gli appelli alla partenza.
Bisogna comprendere cosa sapessero Rabat e Madrid.
E soprattutto bisogna stabilire se ci siano state responsabilità, omissioni o decisioni politiche precise.
Ma queste domande non possono essere sostituite da una risposta precostituita:
“Sono stati Trump e Israele.”
Il problema politico di Sánchez
La teoria della regia straniera possiede inoltre una funzione politica molto conveniente.
Sposta completamente il centro della discussione.
Se la crisi è stata orchestrata da Trump, Rubio e Israele, allora diventa secondario domandarsi se il governo Sánchez avesse predisposto un sistema di sicurezza adeguato.
Diventa secondario chiedere perché la frontiera non fosse sufficientemente rinforzata.
Diventa secondario analizzare l’efficacia della politica migratoria spagnola.
Diventa secondario interrogarsi sul rapporto estremamente delicato costruito negli ultimi anni tra Madrid e Rabat.
E soprattutto diventa secondario chiedere:
come è stato possibile che decine di migliaia di persone raggiungessero contemporaneamente uno dei confini più sorvegliati tra Africa ed Europa?
Questa è la domanda politica.
Criticare Washington non significa inventare Washington
Il punto deve essere chiarissimo.
Il report americano merita critiche.
La formulazione su Ceuta e Melilla è politicamente pesante e costituisce un segnale diplomatico favorevole alle rivendicazioni marocchine.
Le dichiarazioni del repubblicano Mario Díaz-Balart sono state ancora più esplicite.
Inoltre negli Stati Uniti esiste effettivamente un filone politico e strategico che considera opportuno rivedere la posizione americana sulle due città.
Negarlo sarebbe scorretto.
Ma proprio perché questi elementi sono reali non c’è alcun bisogno di aggiungerne altri privi di prova.
Una cosa è affermare:
Washington sta esercitando pressione diplomatica sulla Spagna e alcuni settori politici americani guardano con favore alle rivendicazioni marocchine.
Un’altra è affermare:
Washington e Israele hanno organizzato l’ingresso di decine di migliaia di migranti a Ceuta.
La prima affermazione può essere discussa sulla base di documenti e dichiarazioni pubbliche.
La seconda necessita di prove che, al momento, non sono state prodotte.
Il precedente del 2021 distrugge la spiegazione monocausale
Ed è proprio la storia recente a rendere fragile la teoria.
Nel 2021 Donald Trump non era alla Casa Bianca.
Il report dell’aprile 2026 non esisteva.
La crisi attuale tra Sánchez e Netanyahu non esisteva.
Eppure Ceuta subì comunque una gigantesca pressione migratoria proveniente dal Marocco.
Perché?
Perché il nodo strutturale è molto più antico.
Rabat possiede una leva potentissima nei confronti della Spagna e dell’Europa: il controllo della propria frontiera.
Quando la cooperazione marocchina funziona, la pressione può essere contenuta.
Quando viene ridotta, migliaia di persone possono raggiungere rapidamente il territorio spagnolo.
Questa realtà geopolitica precede Trump, Rubio e Netanyahu.
Propaganda significa partire dalla conclusione
Una vera indagine dovrebbe procedere così:
fatti → documenti → collegamenti → conclusione.
La propaganda procede al contrario:
conclusione → selezione dei fatti → insinuazione.
Prima viene deciso che dietro tutto devono esserci Washington e Israele.
Poi viene trovato il report americano.
Poi vengono recuperate le dichiarazioni di Díaz-Balart.
Poi vengono citati i rapporti tra Israele e Marocco.
Infine tutti gli elementi vengono collegati mediante una parola estremamente comoda:
“quindi”.
Ma quel “quindi” contiene precisamente ciò che dovrebbe essere dimostrato.
La responsabilità politica non può essere cancellata
Sánchez può legittimamente contestare Washington.
Può protestare contro il linguaggio utilizzato dal Congresso.
Può accusare Rabat di esercitare pressioni.
Può criticare Israele.
Ma il governo spagnolo rimane responsabile della sicurezza dei propri confini.
Ed è su questo terreno che dovrebbe concentrarsi l’analisi.
Perché esistevano segnali di crescente pressione.
Perché Ceuta e Melilla rappresentano da decenni punti estremamente sensibili.
Perché esisteva il precedente gigantesco del 2021.
Perché i rapporti con Rabat sono strutturalmente complessi.
E perché, nonostante tutto questo, il sistema è stato travolto.
Conclusione: il report esiste, la “regia” no
Il documento del Congresso americano è reale.
La frase su Ceuta e Melilla è reale.
La crescente vicinanza strategica tra Washington e Rabat è reale.
La cooperazione tra Marocco e Israele è reale.
Le tensioni tra Sánchez, Trump e Netanyahu sono reali.
Ma mettere cinque fatti veri uno accanto all’altro non dimostra automaticamente un sesto fatto.
E il sesto fatto sarebbe proprio quello decisivo: l’esistenza di una regia americano-israeliana dell’ondata migratoria.
Al momento quella prova non c’è.
Esistono invece elementi molto più concreti sui quali indagare: la pressione migratoria già crescente nelle settimane precedenti, la capacità del Marocco di utilizzare il controllo delle frontiere come leva politica, il precedente del 2021, le condizioni del dispositivo di sicurezza spagnolo e le decisioni prese — o non prese — dal governo Sánchez.
Il report americano può essere definito provocatorio.
Può essere considerato un grave errore diplomatico.
Può essere letto come un segnale politico indirizzato a Madrid.
Può persino aver contribuito alla percezione marocchina di trovarsi in una posizione internazionale più favorevole.
Ma trasformarlo senza prove nell’ordine operativo di una presunta “invasione organizzata da Trump e Israele” non è analisi geopolitica.
È una narrativa.
E soprattutto è una narrativa estremamente utile per spostare l’attenzione dalla domanda che Madrid dovrebbe affrontare:
che cosa sapeva il governo spagnolo, quali segnali aveva ricevuto e perché il confine di Ceuta non era preparato a ciò che stava arrivando?
Fonti e approfondimenti
House Appropriations Committee – FY2027 National Security, Department of State and Related Programs
Documento e materiale legislativo della Camera degli Stati Uniti relativo agli stanziamenti per sicurezza nazionale e Dipartimento di Stato.
Foundation for Middle East Peace – Analisi del FY27 NSRP Appropriations Bill
Riporta integralmente il passaggio della Commissione relativo al Marocco, a Ceuta e Melilla e all’invito al confronto diplomatico tra Madrid e Rabat.
The Diplomat in Spain – 4 maggio 2026
“Albares responds to the US Congress: Ceuta and Melilla are as Spanish as Valladolid and Santiago de Compostela.”
Reuters – 30 luglio 2026
“Migrants pour into Spain’s Ceuta from Morocco, military called in.”
Ricostruzione delle prime ore dell’ondata migratoria e del dispiegamento delle forze spagnole.
Reuters – 31 luglio 2026
“Spain says migrants are returning from Ceuta after 57 die in border rush.”
Aggiornamento sull’entità della crisi, sulle vittime e sui rientri verso il Marocco.
Reuters – 1° agosto 2026
“Spain installs floating barrier in Ceuta after deadly migrant rush.”
Aggiornamento sulle misure adottate dalle autorità spagnole dopo la crisi.
The Objective – 9 luglio 2026
“Interior deja sin cubrir el refuerzo policial del Tarajal en plena Operación Paso del Estrecho.”
Ricostruzione dei problemi relativi al previsto rafforzamento della Polizia nazionale alla frontiera.
The Objective – 15 luglio 2026
“Decenas de inmigrantes intentan entrar a nado en Ceuta en una madrugada de máxima presión.”
Documenta i tentativi di attraversamento verificatisi circa due settimane prima della grande ondata.
The Objective – 16 luglio 2026
“Las llegadas irregulares a Canarias descienden un 61,2% en lo que va de año.”
Contiene i dati del Ministero dell’Interno spagnolo e segnala il forte aumento degli accessi terrestri attraverso Ceuta e Melilla.
Ynet – 2026
“Abraham Accords reach the Strait: how Israel can help Morocco reclaim its north.”
Articolo d’opinione utile per comprendere l’esistenza in Israele di posizioni favorevoli alle rivendicazioni marocchine, ma che non costituisce prova di un coinvolgimento operativo israeliano nella crisi migratoria.

