Home Blog Page 3

Hormuz non basta più: Bessent mette gli attacchi ucraini alle raffinerie russe al centro dello shock energetico

0

Il Segretario al Tesoro americano rompe un tabù: colpire l’apparato energetico russo non danneggia soltanto Mosca, ma sottrae prodotti raffinati al mercato internazionale e contribuisce a far salire i prezzi. E mentre Hormuz resta il grande detonatore mediorientale, il diesel rivela un secondo fronte della guerra energetica globale.

Per anni la guerra economica contro la Russia è stata raccontata attraverso una formula apparentemente semplice: ridurre le entrate energetiche di Mosca senza provocare una crisi dell’offerta mondiale.

Il problema è che petrolio e prodotti raffinati non obbediscono alle dichiarazioni politiche.

Quando dal mercato vengono sottratti barili di diesel, benzina, jet fuel o capacità di raffinazione, qualcuno deve sostituirli. Se questo non avviene abbastanza rapidamente, il risultato è elementare: l’offerta si restringe, i margini di raffinazione aumentano e il prezzo sale.

Ed è precisamente su questo punto che, il 2 settembre 2026, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha pronunciato parole politicamente pesantissime.

Intervistato da Fox & Friends, Bessent ha spiegato che il mondo sta attraversando uno «shock energetico» provocato contemporaneamente dal conflitto iraniano e dalla guerra in Ucraina, aggiungendo che Kiev ha scelto di colpire gli asset energetici russi e i prodotti raffinati e che questo sta creando pressione al rialzo sui prezzi globali.

Non è un commentatore filorusso a sostenerlo.

È il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti.

Bessent rompe il silenzio sugli attacchi ucraini

La dichiarazione assume un significato ancora maggiore perché arriva immediatamente dopo il G20 finanziario di Asheville, in North Carolina, dove Bessent ha incontrato personalmente il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov.

La presenza di Siluanov aveva già irritato diversi alleati europei dell’Ucraina. Bessent, tuttavia, ha difeso la necessità del dialogo e ha comunicato al ministro russo che non potranno esserci accordi economici con Mosca fino alla conclusione della guerra.

Poche ore dopo è arrivata la dichiarazione sul mercato energetico.

Il messaggio introduce un elemento che fino a poco tempo fa sarebbe stato politicamente scomodo persino formulare: gli attacchi ucraini contro l’apparato petrolifero russo hanno conseguenze che vanno ben oltre la capacità di Mosca di finanziare la guerra.

Colpiscono il mercato mondiale.

La Russia non produce infatti soltanto greggio. È anche uno dei grandi produttori ed esportatori mondiali di prodotti petroliferi raffinati.

Distruggere o fermare una raffineria non equivale quindi semplicemente a sottrarre denaro al Cremlino.

Significa eliminare temporaneamente dal mercato capacità industriale capace di trasformare petrolio greggio in diesel, benzina, cherosene e altri prodotti.

Ed è qui che la guerra militare incontra direttamente quella finanziaria.

Il dato che cambia la lettura della guerra energetica

Secondo stime riportate nei giorni scorsi, la lavorazione del greggio nelle raffinerie russe sarebbe scesa fino a circa 3,6 milioni di barili al giorno, il livello più basso dal maggio 2002.

Non è una variazione marginale.

È un arretramento di oltre vent’anni.

Nel solo mese di luglio l’Ucraina avrebbe condotto almeno una trentina di attacchi contro raffinerie e petroliere russe.

Mosca ha contemporaneamente dovuto affrontare carenze di carburante sul mercato interno e introdurre restrizioni alle esportazioni di benzina, diesel e carburante per aviazione per proteggere il proprio approvvigionamento nazionale.

Reuters ha inoltre riferito che le previsioni russe sulla produzione petrolifera del 2026 sono state riviste verso il basso: circa 494,2 milioni di tonnellate, equivalenti a 9,88 milioni di barili al giorno, che rappresenterebbero il livello più basso dal 2009.

Le cause sono molteplici — guerra, sanzioni, restrizioni commerciali e attacchi alle raffinerie — ma l’effetto sul mercato è inequivocabile.

Meno prodotto disponibile.

Il diesel è diventato il vero punto debole

Guardare esclusivamente al Brent rischia però di nascondere la parte più interessante della storia.

Il vero indicatore della tensione non è soltanto il prezzo del petrolio greggio, ma la differenza tra il valore del greggio e quello dei prodotti che escono dalle raffinerie.

È il cosiddetto crack spread.

Ed è qui che i numeri diventano impressionanti.

All’inizio di settembre i margini europei della benzina hanno superato i 62 dollari al barile, avvicinandosi ai massimi storici del 2022.

Ancora più significativo è il diesel.

Reuters ha registrato per i margini europei del diesel un picco intorno a 78,91 dollari al barile sopra il Brent.

Pochi giorni dopo la situazione si è ulteriormente deteriorata: il premio del diesel sul greggio ha superato in alcune aree europee addirittura 100 dollari al barile, mentre il prezzo del prodotto raffinato ha sfiorato i 200 dollari al barile.

Questo significa che il problema non è semplicemente «quanto costa il petrolio».

Il problema è quanto costa trasformarlo nel carburante necessario all’economia reale.

Camion, agricoltura, industria, logistica, aviazione e trasporto marittimo vivono di prodotti raffinati.

Una crisi delle raffinerie può quindi essere economicamente più destabilizzante di una semplice oscillazione del Brent.

Londra: dove il diesel diventa prezzo globale

Ed è qui che entra in scena la City.

ICE Futures Europe gestisce a Londra il contratto Low Sulphur Gasoil Futures, uno dei principali benchmark mondiali dei distillati.

La stessa ICE lo definisce il riferimento di prezzo utilizzato per il commercio dei distillati in Europa e oltre.

Il sottostante fisico riguarda diesel a bassissimo contenuto di zolfo consegnato nell’area Amsterdam-Rotterdam-Anversa, mentre il contratto viene negoziato attraverso ICE Futures Europe.

È dunque necessario distinguere due concetti.

Dire che Londra rappresenta uno dei principali centri mondiali della formazione del prezzo finanziario dei distillati è documentabile.

Sostenere invece che la City impartisca direttamente a Kiev gli ordini militari per manipolare quei prezzi richiederebbe prove di una catena decisionale che, allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, non esistono.

Ma questo non rende meno interessante l’interdipendenza.

Perché la sequenza economica è perfettamente osservabile:

raffinerie colpite → minore produzione → minori esportazioni → maggiore scarsità di carburanti → aumento dei crack spread → aumento del valore dei contratti sui prodotti raffinati.

Non occorre immaginare una stanza segreta nella City per riconoscere il meccanismo.

È il mercato stesso a mostrarlo.

Il paradosso delle sanzioni occidentali

C’è poi un secondo elemento.

Prima delle sanzioni introdotte nel febbraio 2023, secondo ICE, circa il 50-60% delle importazioni marittime di diesel dell’Europa nordoccidentale proveniva dalla Russia.

Quei flussi sono stati progressivamente sostituiti con prodotto proveniente dal Medio Oriente, dall’Asia e dalle Americhe.

L’Europa ha quindi modificato radicalmente la propria catena di approvvigionamento.

Funziona finché le rotte alternative funzionano.

Ma cosa accade quando contemporaneamente esplode il Medio Oriente?

La risposta è davanti agli occhi.

La crisi iraniana mette sotto pressione Hormuz e i flussi dal Golfo.

Gli attacchi ucraini riducono la capacità di raffinazione russa.

Le esportazioni russe vengono ulteriormente limitate.

Le scorte occidentali diminuiscono.

La capacità di raffinazione globale non riesce a compensare immediatamente.

E il diesel esplode.

Questa è la vera trappola costruita negli ultimi anni.

Hormuz e Russia: due fronti dello stesso shock

Lo Stretto di Hormuz resta naturalmente una variabile gigantesca.

Una parte fondamentale del commercio mondiale di petrolio attraversa quella strettoia e qualsiasi minaccia alla navigazione produce immediatamente un premio geopolitico sui prezzi, sui noli e sulle assicurazioni.

Il primo settembre, con la ripresa degli scontri tra Stati Uniti e Iran, il Brent è salito di oltre il 4,6% in una sola seduta, raggiungendo 94,65 dollari al barile, mentre il WTI ha guadagnato il 5,2%.

Anche il diesel americano ha raggiunto livelli che non si vedevano da oltre quattro anni.

Ma proprio la dichiarazione di Bessent impedisce ormai di attribuire tutto a Teheran.

Il Segretario al Tesoro americano individua esplicitamente due shock contemporanei:

Iran e Ucraina.

È una distinzione politicamente fondamentale.

Perché significa riconoscere che la strategia di colpire l’energia russa produce costi anche per chi dovrebbe beneficiare dell’indebolimento di Mosca.

Dalla guerra del petrolio alla guerra delle raffinerie

La trasformazione strategica è evidente.

La prima fase della guerra economica contro Mosca era concentrata sul greggio:

  • embargo;
  • price cap;
  • assicurazioni;
  • trasporto marittimo;
  • sanzioni alle società;
  • repressione della cosiddetta shadow fleet.

Ma il petrolio russo ha continuato a trovare compratori, soprattutto in Asia.

La seconda fase riguarda sempre più la capacità industriale.

Una raffineria è molto più difficile da sostituire di una petroliera.

Colpire unità di distillazione, cracking, desolforazione o altre componenti specializzate significa poter bloccare una parte dell’impianto anche quando i serbatoi e le condutture principali rimangono intatti.

Ed è per questo che le campagne contro le raffinerie assumono un’importanza strategica enormemente superiore alla spettacolarità delle esplosioni.

Il bersaglio non è soltanto il petrolio.

È la capacità di trasformarlo.

Il ruolo britannico: quello che sappiamo e quello che non sappiamo

Londra è contemporaneamente un grande centro finanziario dell’energia e uno dei principali sostenitori militari dell’Ucraina.

Il Regno Unito ha fornito a Kiev sistemi d’arma a lungo raggio, incluso lo Storm Shadow, oltre a intelligence, addestramento e sostegno tecnologico.

Questo dato rende inevitabile interrogarsi sull’intersezione tra politica energetica, capacità militare e interessi finanziari britannici.

Ma occorre mantenere distinti i livelli.

Esiste ampia documentazione sul sostegno britannico all’Ucraina.

Esiste ampia documentazione sugli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe.

Esiste ampia documentazione sul ruolo londinese di ICE nella formazione dei prezzi dei distillati.

Ed esiste ora persino una dichiarazione del Segretario al Tesoro americano secondo cui gli attacchi ucraini contribuiscono all’aumento dei prezzi mondiali dell’energia.

Non esiste invece, sulla base delle fonti pubbliche disponibili, la prova che la City abbia ordinato quegli attacchi allo scopo di manipolare il mercato del diesel.

È una distinzione fondamentale per non trasformare un’analisi geopolitica in un’affermazione fattuale non dimostrata.

Bessent mette sul tavolo il costo nascosto

Resta però una domanda molto più difficile da eludere.

Se Washington riconosce apertamente che la distruzione dell’apparato energetico russo sta facendo salire i prezzi mondiali, fino a che punto è conveniente continuare questa strategia?

Gli Stati Uniti entrano nella fase decisiva della campagna per le elezioni di metà mandato.

Il prezzo della benzina è tornato una questione politica interna.

Il diesel alimenta praticamente ogni segmento della catena logistica.

E una crescita persistente dei carburanti finisce inevitabilmente per trasferirsi sui prezzi di alimentari, trasporti e beni industriali.

La guerra economica possiede quindi un limite che nessuna sanzione può cancellare:

la Russia fa parte del sistema energetico mondiale.

È possibile cambiare i compratori.

È possibile cambiare le rotte.

È possibile imporre tetti, sanzioni e restrizioni.

È possibile perfino distruggere raffinerie.

Ma non è possibile sottrarre milioni di barili e grandi quantità di prodotti raffinati al mercato globale immaginando che il prezzo rimanga immobile.

La nuova geografia della guerra energetica

La dichiarazione di Scott Bessent potrebbe quindi segnare qualcosa di più importante di una polemica sul prezzo della benzina.

Per la prima volta uno dei vertici economici dell’amministrazione americana ha collegato pubblicamente la strategia militare ucraina contro l’energia russa al costo pagato dai consumatori mondiali.

Hormuz rimane il grande interruttore del petrolio mediorientale.

La Russia rimane uno dei grandi polmoni energetici del pianeta.

Londra rimane uno dei centri fondamentali della formazione dei prezzi del Brent e dei distillati.

E Kiev possiede ormai la capacità di colpire fisicamente infrastrutture situate a centinaia, talvolta oltre mille chilometri dal fronte.

Questi quattro elementi appartengono allo stesso sistema.

Non dimostrano l’esistenza di una regia occulta della City.

Dimostrano però qualcosa di altrettanto rilevante: la guerra moderna si combatte simultaneamente sulle raffinerie, sulle rotte marittime, sui mercati futures e alla pompa di benzina.

Ed è proprio questo il punto che le parole di Bessent hanno reso impossibile continuare a ignorare.


FONTI E DOCUMENTI

Fox News – intervista a Scott Bessent, 2 settembre 2026
https://www.foxnews.com/video/6404489191112

New York Post – Bessent attribuisce parte dell’aumento dei prezzi agli attacchi ucraini
https://nypost.com/2026/09/02/us-news/scott-bessent-says-ukraine-causing-high-gas-prices-they-want-to-blow-up-russian-energy-assets/

Kyiv Independent – dichiarazioni di Bessent e crollo della raffinazione russa
https://kyivindependent.com/ukraines-strikes-on-russian-oil-partly-fueled-global-energy-shock-bessent-says/

Axios – incontro Bessent-Siluanov al G20
https://www.axios.com/2026/08/31/bessent-russia-g20-europe

Reuters – produzione petrolifera russa prevista ai minimi da 17 anni
https://www.reuters.com/business/energy/russia-cuts-expected-2026-oil-output-17-year-low-war-fallout-draft-forecasts-2026-09-01/

Reuters – margini delle raffinerie europee e diesel a 78,91 dollari/barile sopra Brent
https://www.reuters.com/business/energy/european-refiners-reaping-near-record-profits-gasoline-2026-09-02/

Reuters – petrolio e diesel dopo la nuova escalation USA-Iran
https://www.reuters.com/business/energy/oil-prices-rise-latest-fighting-resurrects-middle-east-supply-disruption-risks-2026-09-01/

ICE – Low Sulphur Gasoil Futures
https://www.ice.com/products/34361119/Low-Sulphur-Gasoil-Futures

ICE – Low Sulphur Gasoil Benchmark
https://www.ice.com/middle-distillates/low-sulphur-gasoil-benchmark

LA CATTEDRALE INVISIBILE

0

Da Gramsci alla Scuola di Francoforte: come la battaglia politica si è trasformata in una guerra culturale

Per comprendere alcune delle più profonde trasformazioni culturali dell’Occidente contemporaneo bisogna tornare indietro di un secolo. Non alle barricate del Sessantotto, non ai social network e neppure alle moderne polemiche sul politicamente corretto.

Bisogna tornare in una cella del carcere fascista, dove Antonio Gramsci elaborò una delle riflessioni politiche più influenti del Novecento.

La questione fondamentale era semplice e, per il marxismo dell’epoca, drammatica: perché la rivoluzione proletaria non aveva conquistato l’Occidente industrializzato come Marx aveva previsto?

Da quell’interrogativo nasce una riflessione destinata a spostare il conflitto politico dal terreno strettamente economico a quello culturale.

Ed è proprio qui che comincia quella che possiamo chiamare “la cattedrale invisibile”: un sistema nel quale la conquista del potere non passa necessariamente attraverso il controllo immediato dello Stato, ma attraverso la capacità di determinare le categorie con cui una società interpreta se stessa.

Gramsci e la scoperta dell’egemonia

Antonio Gramsci comprese che una società non viene governata esclusivamente attraverso la coercizione.

Lo Stato possiede certamente esercito, polizia, tribunali e apparati amministrativi. Ma una classe dirigente mantiene il proprio predominio anche perché una parte significativa della popolazione considera naturale, legittimo o comunque accettabile l’ordine esistente.

È il problema dell’egemonia.

Famiglia, religione, scuola, associazioni, stampa, intellettuali e cultura contribuiscono alla costruzione di quello che una società considera “senso comune”.

Il testo di partenza individua proprio qui il passaggio decisivo: se famiglia, proprietà, patria, religione e tradizione continuano a essere percepite positivamente da vaste fasce popolari, una trasformazione rivoluzionaria della società incontra una resistenza culturale ancora prima che politica.

La battaglia, quindi, deve essere combattuta anche nella società civile.

Non basta conquistare il governo.

Bisogna conquistare la produzione del consenso.

Dalla rivoluzione politica alla “lunga marcia”

Da questo punto di vista assume particolare importanza una formula divenuta celebre molti decenni dopo Gramsci: la “lunga marcia attraverso le istituzioni”, associata al leader studentesco tedesco Rudi Dutschke.

Il principio rappresenta bene il cambiamento di paradigma.

Non più soltanto la presa rivoluzionaria del Palazzo d’Inverno.

La trasformazione politica può procedere anche attraverso:

  • università;
  • scuola;
  • editoria;
  • giornalismo;
  • cinema;
  • arte;
  • pubblica amministrazione;
  • organizzazioni culturali;
  • produzione del linguaggio.

Il terreno dello scontro diventa quindi il modo stesso nel quale gli individui comprendono il mondo.

Il concetto gramsciano di “intellettuale organico” assume, in questa prospettiva, una funzione fondamentale: l’intellettuale non è necessariamente un osservatore neutrale della società, ma può diventare parte attiva della costruzione di una determinata egemonia.

La Scuola di Francoforte

Il secondo grande passaggio conduce all’Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte e ad autori come Max Horkheimer, Theodor W. Adorno e Herbert Marcuse.

Con la Teoria Critica, l’analisi marxista supera progressivamente il terreno della proprietà dei mezzi di produzione per investire cultura, psicologia, autorità, famiglia e società di massa.

La critica del capitalismo diventa anche critica dei meccanismi culturali attraverso i quali una società riproduce valori, comportamenti e rapporti di potere.

Nel 1944 Horkheimer e Adorno completano Dialettica dell’Illuminismo, una delle opere fondamentali della Scuola di Francoforte.

Nel 1950 arriva The Authoritarian Personality, il grande studio coordinato da Adorno e altri studiosi nel quale compare la celebre F-Scale, concepita per misurare predisposizioni associate alla personalità autoritaria e al fascismo.

Qui è però necessaria una precisazione importante.

Sostenere che lo studio abbia semplicemente classificato “patriottismo, religiosità e famiglia tradizionale” come malattie mentali sarebbe una semplificazione della ricerca originale. La critica più interessante riguarda piuttosto un’altra questione: quanto può diventare sottile il confine tra studio psicologico dell’autoritarismo e patologizzazione delle convinzioni politiche?

È una domanda che rimane straordinariamente attuale.

Quando una posizione politica smette di essere discussa e comincia a essere interpretata come indice di ignoranza, fobia, irrazionalità o devianza psicologica, il terreno democratico cambia radicalmente.

L’avversario non deve più essere convinto.

Deve essere rieducato.

Marcuse e la “tolleranza repressiva”

È però Herbert Marcuse a formulare una delle tesi più controverse.

Nel 1965 pubblica Repressive Tolerance.

Il testo esiste ed è facilmente consultabile ancora oggi. Marcuse sostiene esplicitamente che quella che definisce “liberating tolerance” dovrebbe comportare intolleranza verso determinati movimenti della destra e tolleranza verso movimenti della sinistra.

Non è una parafrasi inventata dai suoi critici.

Marcuse scrive:

“Liberating tolerance […] would mean intolerance against movements from the Right and toleration of movements from the Left.”

La posizione nasce dalla convinzione che una società apparentemente pluralista possa essere in realtà strutturalmente squilibrata a favore dell’ordine dominante.

Per Marcuse, quindi, trattare allo stesso modo tutte le idee non garantirebbe necessariamente autentica libertà.

Ma proprio qui emerge il gigantesco problema politico.

Chi decide quali idee sono “liberatorie” e quali “repressive”?

Chi possiede il diritto di stabilire preventivamente quale opinione meriti di essere ascoltata?

E soprattutto: cosa accade quando chi esercita questo potere controlla università, istituzioni, mezzi di comunicazione o piattaforme attraverso cui avviene il dibattito?

Il rischio è evidente.

La tolleranza può trasformarsi da principio universale a privilegio ideologico.

Il paradosso della censura virtuosa

Marcuse arriva a discutere apertamente della possibilità di limitare determinate forme di espressione prima ancora che producano azioni concrete.

Il ragionamento è radicale: se determinate idee vengono considerate funzionali a un sistema oppressivo, limitarne la diffusione può essere interpretato non come censura, ma come liberazione.

È qui che il meccanismo diventa politicamente esplosivo.

Perché il censore può convincersi di essere contemporaneamente il difensore della libertà.

La repressione dell’opinione avversaria viene così moralmente ricodificata.

Non starebbe togliendo libertà.

Starebbe proteggendo la società.

È un paradigma che merita di essere studiato attentamente proprio perché Marcuse non lo nasconde: Repressive Tolerance presenta esplicitamente una concezione asimmetrica della tolleranza politica.

Foucault, Derrida e la French Theory

Negli anni successivi il quadro intellettuale cambia ulteriormente.

Michel Foucault concentra buona parte delle proprie ricerche sui rapporti tra sapere e potere, sulle istituzioni e sui meccanismi attraverso i quali vengono costruite e amministrate determinate categorie sociali.

Jacques Derrida sviluppa invece la decostruzione, destinata ad avere un’influenza enorme negli studi letterari, filosofici e culturali.

Occorre anche qui evitare equivalenze troppo semplicistiche: Foucault e Derrida non possono essere ridotti a meri continuatori di Gramsci o della Scuola di Francoforte.

Le loro genealogie filosofiche sono differenti.

Ma l’incontro di queste correnti nelle università occidentali ha contribuito alla diffusione di un approccio nel quale linguaggio, identità, istituzioni e produzione del sapere vengono sempre più frequentemente analizzati attraverso le categorie del potere.

Il risultato è stato un cambiamento profondo nel dibattito accademico.

Quando cambia il linguaggio cambia il campo di battaglia

Il controllo politico più efficace non consiste necessariamente nell’impedire fisicamente a qualcuno di parlare.

Può consistere nel modificare il significato delle parole attraverso cui quella persona può esprimersi.

È la battaglia semantica.

Una società decide continuamente che cosa significano termini come:

libertà, discriminazione, famiglia, autorità, identità, merito, uguaglianza, giustizia, violenza, tolleranza.

Modificare queste definizioni significa modificare anche i confini del dibattito politico.

Un’opinione può essere combattuta.

Ma se viene prima trasformata linguisticamente in una forma di odio, estremismo, disinformazione o pericolo sociale, il passaggio successivo diventa molto più semplice: escluderla.

È questa una delle questioni centrali sollevate dal documento alla base di questa analisi.

La scuola come campo decisivo

Se il potere culturale dipende dalla capacità di formare il senso comune, scuola e università diventano inevitabilmente istituzioni strategiche.

Qui occorre distinguere tra fatti documentabili e interpretazioni.

Non esiste una singola cabina di regia che abbia uniformemente trasformato tutte le scuole occidentali secondo un “piano gramsciano”.

Una simile affermazione richiederebbe prove che il documento non fornisce.

Esiste però un problema più serio e verificabile: l’enorme influenza che le teorie culturali e politiche esercitano sui programmi universitari e, indirettamente, sulla formazione delle generazioni successive.

Ogni sistema educativo trasmette inevitabilmente una visione del mondo.

La vera domanda è se insegni agli studenti come pensare oppure stabilisca preventivamente che cosa sia moralmente consentito pensare.

La differenza è enorme.

Un’università dovrebbe essere precisamente il luogo nel quale anche le convinzioni dominanti vengono sottoposte alla critica.

Quando invece determinate conclusioni diventano presupposti morali non discutibili, il metodo critico rischia di trasformarsi nel proprio contrario.

Dall’egemonia culturale all’Information Warfare

Il documento propone infine un parallelo con le moderne tecniche di guerra dell’informazione.

Anche qui bisogna evitare un’equivalenza storica automatica: Gramsci non elaborò un manuale moderno di information warfare.

Ma l’analogia è interessante.

La guerra informativa contemporanea mira spesso a influenzare:

  • percezioni;
  • fiducia nelle istituzioni;
  • interpretazione degli eventi;
  • identità collettive;
  • comportamento politico;
  • linguaggio attraverso cui vengono interpretate le informazioni.

Non è necessario distruggere un’infrastruttura quando è possibile modificare il comportamento delle persone che la governano.

Il campo di battaglia diventa la percezione.

La vera battaglia è per il senso comune

Ed eccoci al punto centrale.

Il potere culturale più efficace è quello che non viene percepito come potere.

Quando una determinata interpretazione della realtà diventa “normale”, chi la condivide non sente più di aderire a un’ideologia.

Pensa semplicemente di aderire alla realtà.

È questo il cuore dell’egemonia.

Ed è anche il motivo per cui la libertà intellettuale richiede qualcosa di più della semplice possibilità formale di parlare.

Richiede pluralismo reale.

Richiede università nelle quali una teoria possa essere contestata.

Richiede giornalismo nel quale i fatti possano contraddire la linea editoriale.

Richiede piattaforme nelle quali la moderazione non diventi arbitrariamente selezione politica.

Richiede soprattutto cittadini capaci di distinguere un fatto da un’interpretazione e un’interpretazione da un dogma.

Internet ha incrinato il monopolio

Per gran parte del Novecento l’accesso alla produzione culturale era necessariamente concentrato.

Pubblicare un libro richiedeva un editore.

Trasmettere immagini richiedeva una televisione.

Raggiungere milioni di persone richiedeva un giornale, una radio o un grande apparato politico.

Internet ha demolito buona parte di queste barriere.

Archivi, documenti, libri digitalizzati, paper scientifici, filmati originali e fonti primarie possono essere consultati direttamente da milioni di cittadini.

Naturalmente questo ha prodotto anche disinformazione, manipolazione e propaganda.

Ma ha introdotto qualcosa di storicamente rivoluzionario: la possibilità di verificare direttamente una fonte senza passare necessariamente attraverso il suo interprete tradizionale.

Ed è precisamente questo che rende fragile qualsiasi monopolio culturale.

La risposta non può essere un’altra censura

C’è però un errore che chi critica l’egemonia culturale dovrebbe evitare.

Rispondere alla censura con una censura di segno opposto significherebbe semplicemente riprodurre lo stesso meccanismo.

La risposta alla cattiva informazione è documentare meglio.

La risposta alla propaganda è mostrare le fonti.

La risposta alla manipolazione semantica è recuperare precisione linguistica.

La risposta all’ideologia non è costruire un’ideologia speculare impermeabile ai fatti.

È recuperare il principio di realtà.

Perché una società libera non ha bisogno di cittadini ai quali venga spiegato quali idee possono ascoltare.

Ha bisogno di cittadini sufficientemente preparati da poter ascoltare anche idee radicalmente opposte e giudicarle sulla base delle prove.

La cattedrale diventa visibile

Gramsci comprese qualcosa che il Novecento avrebbe dimostrato innumerevoli volte: il potere non vive soltanto nei parlamenti e nei ministeri.

Vive nella cultura.

Vive nelle parole.

Vive nelle categorie attraverso le quali definiamo ciò che è normale, giusto, vero e accettabile.

Marcuse spinse questa logica fino a mettere apertamente in discussione la neutralità della tolleranza.

Foucault studiò le relazioni tra sapere e potere.

Derrida mise radicalmente in discussione la stabilità del significato.

Si può condividere o respingere profondamente queste tradizioni intellettuali.

Ma ignorarle significa rinunciare a comprendere una parte fondamentale della storia culturale contemporanea.

La questione decisiva non è quindi sostituire un’egemonia con un’altra.

È impedire che qualsiasi egemonia diventi invisibile e quindi sottratta alla critica.

Perché quando un sistema culturale può stabilire contemporaneamente quali domande siano legittime, quali parole possano essere utilizzate e quali opinioni meritino di essere ascoltate, non controlla semplicemente il dibattito.

Controlla il perimetro entro il quale il dibattito può esistere.

E forse è proprio questo il significato più attuale della “cattedrale invisibile”.


FONTI E DOCUMENTI

Testo di riferimento

  • Stefano Delacroix, La Cattedrale Invisibile – Origini, Dinamiche e Sovversione dell’Ingegneria Culturale Marxista.

Antonio Gramsci

Herbert Marcuse

Scuola di Francoforte / Teoria Critica

Theodor W. Adorno e The Authoritarian Personality

Michel Foucault

Jacques Derrida

L’URANIO “SCOMPARSO” DELL’IRAN: IL 60% NON È NORMALE NUCLEARE CIVILE. ORA TEHERAN RISCHIA IL CONSIGLIO DI SICUREZZA ONU

0

440,9 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, nessuna verifica aggiornata dell’AIEA e una domanda che Teheran continua a lasciare senza risposta: dove si trova oggi quel materiale?

Il dossier nucleare iraniano sta entrando in una fase ancora più pericolosa.

Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania stanno spingendo affinché il Board of Governors dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica riferisca nuovamente il caso iraniano al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

E questa volta al centro della vicenda non c’è soltanto una disputa diplomatica sulle ispezioni.

C’è uranio altamente arricchito del quale l’AIEA non dispone più di una fotografia aggiornata e verificata.

Secondo l’ultima situazione verificata prima degli attacchi contro gli impianti nucleari iraniani, Teheran disponeva infatti di 440,9 chilogrammi di uranio arricchito fino al 60% di U-235.

Poi gli ispettori hanno perso la possibilità di verificare pienamente la situazione nei siti colpiti.

Ed è qui che nasce la domanda che dovrebbe preoccupare qualsiasi governo seriamente interessato alla non proliferazione nucleare:

dove sono finiti quei 440,9 chilogrammi?

Sono ancora nello stesso luogo?

Sono stati trasferiti?

Una parte è stata distrutta?

È stata convertita?

Oppure una parte del materiale è stata ulteriormente arricchita?

Al momento l’AIEA non dispone delle informazioni necessarie per fornire una risposta definitiva.

Ed è precisamente questo il problema.

IL NUMERO CHE SMONTA LA NARRAZIONE: 60%

Per capire perché la questione sia così grave bisogna abbandonare la propaganda e guardare alla fisica del ciclo del combustibile nucleare.

Non tutto l’uranio arricchito è uguale.

Indicativamente:

0,7% U-235 — uranio naturale

È la concentrazione approssimativa dell’isotopo U-235 presente nell’uranio naturale. Alcuni tipi di reattori, come quelli ad acqua pesante, possono funzionare utilizzando uranio naturale.

Circa 3–5% — normali centrali nucleari ad acqua leggera

È il territorio del nucleare civile commerciale convenzionale. I comuni reattori LWR utilizzano normalmente uranio debolmente arricchito, nell’ordine di pochi punti percentuali.

5–20% — HALEU e combustibili nucleari avanzati

L’High-Assay Low-Enriched Uranium, o HALEU, comprende arricchimenti superiori al 5% ma inferiori al 20%. È la fascia sulla quale si stanno sviluppando diversi reattori avanzati, piccoli reattori modulari e microreattori.

Fino al 19,75% — numerosi reattori di ricerca

Il limite immediatamente inferiore al 20% è diventato particolarmente importante proprio perché permette applicazioni di ricerca evitando di entrare nella categoria dell’uranio altamente arricchito.

20% e oltre — HEU

Qui cambia la classificazione.

Superata la soglia del 20% di U-235 si entra nell’Highly Enriched Uranium, HEU: materiale altamente arricchito e significativamente più sensibile dal punto di vista della proliferazione.

60% — il livello raggiunto dall’Iran

Non è il normale combustibile di una centrale nucleare.

Non è HALEU.

È HEU.

È inoltre molto più vicino, dal punto di vista dello sforzo separativo necessario, alla soglia militare rispetto all’uranio naturale o al combustibile civile ordinario.

Circa 90% e oltre — weapons-grade

È la fascia normalmente associata all’uranio destinato alle armi nucleari. Documentazione tecnica dell’AIEA indica come weapons-grade concentrazioni nell’ordine del 90–93% o superiori.

Ed è proprio mettendo questi numeri uno accanto all’altro che la situazione iraniana assume tutt’altra dimensione.

ATTENZIONE: IL 60% NON È ANCORA “URANIO DA BOMBA”

Questo punto deve essere detto chiaramente.

Il 60% non equivale automaticamente a weapons-grade uranium e possedere uranio al 60% non dimostra, da solo, che sia stata costruita una bomba atomica.

Affermare il contrario offrirebbe a Teheran un facile argomento per contestare l’intera ricostruzione.

Ma è altrettanto fuorviante presentare il 60% come se fosse normale combustibile per una centrale nucleare civile.

Non lo è.

L’AIEA considera HEU l’uranio oltre il 20% e ha ripetutamente sottolineato la gravità proliferativa dell’accumulo iraniano al 60%.

L’Iran è arrivato quindi a una concentrazione enormemente superiore a quella necessaria per il normale nucleare energetico.

Ed esiste un altro dettaglio ancora più importante.

DAL 60 AL 90%: PERCHÉ IL PROBLEMA È LO SFORZO DI ARRICCHIMENTO

Le percentuali possono ingannare.

Guardando semplicemente i numeri qualcuno potrebbe pensare:

60% è ancora molto distante dal 90%.

Ma l’arricchimento dell’uranio non funziona in maniera lineare.

Portare l’uranio naturale dallo 0,7% verso livelli sempre maggiori richiede progressivamente un enorme lavoro di separazione isotopica. Quando si dispone già di materiale al 60%, gran parte dello sforzo necessario per arrivare a concentrazioni militari è già stato compiuto.

È per questo che l’esistenza di grandi quantità di materiale al 60% modifica radicalmente il cosiddetto breakout time.

Il problema non è soltanto:

“L’Iran possiede già una bomba?”

La domanda corretta è:

“Quanto rapidamente potrebbe produrre materiale weapons-grade qualora il vertice politico decidesse di farlo?”

Ed è una differenza enorme.

440,9 CHILOGRAMMI

Prima degli attacchi agli impianti iraniani, l’AIEA stimava una scorta di 440,9 kg di uranio arricchito fino al 60%.

Secondo le valutazioni riportate da Reuters sulla base dei dati dell’Agenzia, quella quantità, se ulteriormente arricchita, sarebbe stata teoricamente sufficiente per ottenere materiale fissile per circa dieci ordigni nucleari, utilizzando i parametri quantitativi dell’AIEA.

Questo non significa che l’Iran possedesse dieci bombe.

Una testata nucleare richiede molto più del semplice materiale fissile: progettazione dell’ordigno, metallurgia, sistemi di innesco, eventuale miniaturizzazione e integrazione in un vettore sono problemi separati.

Ma significa qualcosa di estremamente serio:

Teheran aveva accumulato una quantità enorme di materiale già portato molto avanti lungo la catena dell’arricchimento.

“SERVE PER SCOPI CIVILI”? ALLORA QUALI?

L’Iran continua a sostenere che il proprio programma nucleare abbia finalità pacifiche.

La domanda da rivolgere a Teheran dovrebbe però essere estremamente semplice:

quale programma energetico civile iraniano richiede 440,9 kg di uranio arricchito al 60%?

Per una normale centrale elettrica non serve.

Per i combustibili HALEU destinati ai nuovi reattori avanzati si rimane sotto il 20%.

Anche la tendenza internazionale per molti reattori di ricerca e per la produzione di isotopi medicali è stata esattamente opposta: ridurre o eliminare l’impiego civile dell’HEU, convertendo gli impianti verso combustibile LEU inferiore al 20%.

È necessario essere rigorosi anche qui: nella storia del nucleare sono esistiti reattori civili e di ricerca alimentati con HEU, persino weapons-grade. Per questo sarebbe scientificamente scorretto sostenere che l’HEU sia intrinsecamente ed esclusivamente militare.

Ma proprio il programma internazionale di conversione sostenuto dall’AIEA nasce dal problema opposto: l’HEU rappresenta un rischio di proliferazione e, laddove possibile, il suo impiego civile deve essere sostituito con LEU.

Il punto contro Teheran diventa quindi persino più forte se formulato correttamente:

l’Iran non ha bisogno di arricchire al 60% per alimentare il normale programma nucleare civile che presenta al mondo.

E l’accumulo di centinaia di chilogrammi a quel livello crea una capacità potenziale che non può essere liquidata con la parola “civile”.

IL PRECEDENTE DEL REATTORE DI TEHERAN

C’è inoltre un confronto particolarmente significativo.

Il Tehran Research Reactor, utilizzato anche per la produzione di radioisotopi, è stato associato all’utilizzo di combustibile arricchito attorno al 20%, non al 60%.

È dunque difficile utilizzare genericamente la medicina nucleare come spiegazione sufficiente per giustificare una gigantesca riserva al 60%.

Anche un’analisi del SIPRI dedicata specificamente alla decisione iraniana di raggiungere il 60% osservava che il materiale al 20% possedeva una chiara finalità civile collegabile al reattore di ricerca di Teheran, mentre non individuava un analogo beneficio immediato per un programma civile derivante dall’arricchimento al 60%.

Questa distinzione è fondamentale.

IL PROBLEMA ADESSO È CHE GLI ISPETTORI NON SANNO DOVE SIA

Ed eccoci al punto più grave.

Una scorta del genere sarebbe già motivo di enorme attenzione se fosse continuamente sottoposta a verifica internazionale.

Ma oggi l’AIEA afferma di non disporre di informazioni aggiornate sufficienti sullo stato e sulla posizione delle scorte iraniane dopo gli attacchi agli impianti e la perdita dell’accesso necessario alla verifica.

Quindi il mondo si trova davanti contemporaneamente a tre elementi:

una quantità enorme di HEU;

un livello di arricchimento del 60%;

l’impossibilità dell’organismo internazionale incaricato delle salvaguardie di determinarne con certezza lo stato attuale.

Non è più possibile trattare tutto questo come una normale controversia diplomatica.

È esattamente il genere di combinazione che trasforma una questione nucleare in una crisi di proliferazione.

STATI UNITI, REGNO UNITO, FRANCIA E GERMANIA ALZANO IL LIVELLO

Il 4 settembre Reuters ha riferito che Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania stanno spingendo il Board of Governors dell’AIEA a riportare la questione iraniana davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

La risoluzione chiederebbe a Teheran di adempiere ai propri obblighi di salvaguardia e consentire all’Agenzia di ristabilire una verifica completa.

Non sarebbe un passaggio simbolico.

Significherebbe riportare formalmente il dossier nucleare iraniano al massimo livello politico internazionale.

Russia e Cina potrebbero naturalmente ostacolare successive iniziative concrete del Consiglio di Sicurezza.

Ma questo non cambia il problema tecnico.

L’uranio non scompare perché Mosca mette un veto.

TEHERAN DEVE RISPONDERE A UNA DOMANDA

Per anni il regime iraniano ha trasformato il proprio programma nucleare in uno strumento di pressione politica.

Ma le centrifughe non producono slogan.

Producono materiale misurabile.

E i numeri raccontano una storia molto più difficile da nascondere:

3–5%: normale combustibile per gran parte delle centrali nucleari civili.

5–20%: HALEU e diversi impieghi avanzati.

meno del 20%: LEU.

oltre il 20%: HEU.

60%: livello raggiunto dall’Iran.

circa 90%+: territorio weapons-grade.

In mezzo ci sono 440,9 chilogrammi la cui situazione attuale l’AIEA non riesce più a verificare adeguatamente.

Perciò Teheran dovrebbe smettere di nascondersi dietro formule generiche sul “diritto al nucleare pacifico”.

Nessuno dei numeri precedenti impedisce all’Iran di possedere un programma nucleare civile conforme ai propri obblighi internazionali.

La questione è un’altra:

perché accumulare 440,9 chilogrammi al 60%?

E soprattutto:

DOVE SONO ADESSO?

Finché gli ispettori internazionali non potranno localizzare il materiale, verificarne quantità e composizione e ristabilire una continuità credibile delle salvaguardie, quella domanda resterà aperta.

E quando si parla di centinaia di chilogrammi di uranio altamente arricchito, una domanda senza risposta non è un dettaglio burocratico.

È un problema di sicurezza internazionale.


DOCUMENTI E FONTI

Reuters — 4 settembre 2026, “US and allies push IAEA board to report Iran to UN Security Council, diplomats say”
https://www.reuters.com/world/europe/us-allies-want-iaea-board-report-iran-un-security-council-diplomats-say-2026-09-04/

Reuters — 1 settembre 2026, “IAEA reports progress in Syria investigation, none in Iran”
https://www.reuters.com/world/middle-east/iaea-reports-progress-syria-investigation-none-iran-2026-09-01/

AIEA — Workshop 2026 sull’HALEU: arricchimenti tra 5% e 20% per combustibili avanzati
https://conferences.iaea.org/event/456/overview

AIEA — documentazione tecnica sui combustibili dei reattori di ricerca e conversione dall’HEU al LEU
https://www-pub.iaea.org/MTCD/Publications/PDF/te_467_prn.pdf

AIEA — documentazione tecnica: LEU per applicazioni civili e weapons-grade uranium
https://www-pub.iaea.org/MTCD/publications/PDF/SS-2001/PDF%20files/Session%2015/Paper%2015-07.pdf

AIEA — applicazioni civili dell’uranio e classificazione LEU/HEU
https://www-pub.iaea.org/MTCD/Meetings/PDFplus/2009/36489/p36489/Top%202.3%20C.%20Ganguly.pdf

SIPRI — “Why is Iran producing 60 per cent-enriched uranium?”
https://www.sipri.org/commentary/essay/2021/why-iran-producing-60-cent-enriched-uranium

Rapporto AIEA GOV/INF/2021/23 — decisione iraniana di arricchire al 60%
https://www.iranwatch.org/library/international-organization/international-atomic-energy-agency-iaea/iaea-report/iran-prepares-enrich-uranium-60-percent-verification-monitoring

Rapporto AIEA GOV/INF/2021/26 — avvio dell’arricchimento iraniano al 60%
https://www.iranwatch.org/library/multilateral-organizations/international-atomic-energy-agency/iaea-report/iran-begins-enriching-uranium-60-percent-verification-monitoring

Iran in trappola al confine pakistano: camion fermi e rotte sotto pressione. Il prezzo del «Guardare a Est»

0

La pressione sulle rotte marittime iraniane sta trasformando il Pakistan da alternativa logistica a passaggio sempre più indispensabile. Ma proprio qui emerge il paradosso della strategia iraniana: più Teheran perde accesso alle sue tradizionali vie commerciali, più deve affidarsi alle infrastrutture, alle dogane e alle decisioni di altri Paesi. Le segnalazioni provenienti dal valico Pishin–Mand raccontano l’ultimo capitolo di una crisi molto più ampia.

Per anni la Repubblica Islamica dell’Iran ha presentato la strategia del “Look East”, il “Guardare a Est”, come la risposta alle sanzioni occidentali e alla dipendenza dalle tradizionali reti finanziarie e commerciali internazionali.

L’obiettivo politico era semplice: costruire un sistema alternativo attraverso Cina, Russia, Pakistan, Asia centrale e altri partner regionali.

Ma una cosa è diversificare le proprie relazioni commerciali quando si dispone di molte alternative. Un’altra è essere costretti a utilizzare quelle alternative perché le altre porte si stanno progressivamente chiudendo.

Ed è precisamente qui che il problema iraniano diventa evidente.

Pishin–Mand: la nuova strozzatura

Nelle ultime ore sono circolate segnalazioni di camion iraniani bloccati o rallentati al valico Pishin–Mand, tra la provincia iraniana del Sistan e Baluchistan e il Balochistan pakistano.

Secondo testimonianze attribuite ad autotrasportatori iraniani, per il transito di un mezzo pesante sarebbe stata richiesta una somma nell’ordine dei 2,3 miliardi di toman, indicata da alcune ricostruzioni come equivalente a circa 10.000 dollari.

È necessario essere molto precisi su questo punto: non abbiamo trovato finora un documento doganale pakistano che confermi ufficialmente né l’importo né la natura di questa richiesta.

Potrebbe trattarsi di un insieme di costi logistici, garanzie, diritti doganali, spese di trasbordo o altre voci. Fino alla pubblicazione di documentazione ufficiale, presentare i 2,3 miliardi di toman come una “tassa pakistana” accertata sarebbe quindi prematuro.

Ma il problema strutturale che sta dietro alla denuncia è molto più difficile da contestare.

Il traffico iraniano cerca disperatamente nuove strade

Secondo le segnalazioni circolate dal confine, il traffico attraverso Pishin sarebbe passato recentemente da circa 30–40 camion al giorno a 100–130.

Anche questi numeri specifici necessitano di una conferma ufficiale.

Ma la tendenza generale è perfettamente compatibile con quanto sta avvenendo intorno all’Iran.

Il commercio iraniano è sottoposto a una pressione straordinaria.

Reuters ha documentato il fortissimo calo del traffico commerciale attraverso Hormuz e soprattutto il collasso delle esportazioni petrolifere iraniane provocato dalla pressione militare ed economica americana.

Le stime raccolte da Reuters indicano che i caricamenti di greggio iraniano, arrivati intorno ai 2 milioni di barili al giorno nel marzo 2026, sarebbero precipitati nell’ordine di 220.000–255.000 barili al giorno in agosto.

Il risultato non riguarda soltanto il petrolio.

Quando viene compromesso il normale funzionamento delle rotte marittime, l’intera logistica commerciale deve trovare alternative.

Ed è esattamente quello che è successo in Pakistan.

Migliaia di container iraniani bloccati a Karachi

Ad aprile Al Jazeera documentava circa 3.000 container destinati all’Iran bloccati nel porto di Karachi.

Le navi che avrebbero dovuto prelevarli non arrivavano e l’incertezza sulle rotte del Golfo rendeva sempre più difficile stabilire quando il carico avrebbe potuto proseguire.

La soluzione studiata era inevitabile: spostare le merci via terra attraverso il Pakistan.

Il 25 aprile Islamabad ha così messo in funzione un quadro normativo specifico, il Transit of Goods through Territory of Pakistan Order 2026, aprendo sei itinerari terrestri attraverso i quali merci provenienti da Paesi terzi possono attraversare il Pakistan e raggiungere l’Iran.

Le rotte collegano Karachi, Port Qasim e Gwadar con i valichi iraniani di Gabd e Taftan.

Era, sulla carta, la soluzione alla paralisi marittima.

Ma trasformare una rotta terrestre in alternativa a un sistema marittimo consolidato non significa semplicemente tracciare una linea diversa sulla carta geografica.

Servono terminal, dogane, aree di sosta, sistemi informatici, procedure di controllo, personale, capacità di trasbordo e soprattutto accordi che consentano ai camion di attraversare rapidamente il confine.

Ed è proprio qui che il sistema mostra i suoi limiti.

Il problema era noto da tempo

Le difficoltà dei valichi Iran-Pakistan non sono una scoperta delle ultime settimane.

Il valico internazionale Mand–Pishin è stato formalmente aperto il 21 aprile 2021. Due anni dopo, nel maggio 2023, Pakistan e Iran inaugurarono anche il Mand-Pishin Border Sustenance Marketplace, presentandolo come uno degli strumenti destinati a incrementare il commercio transfrontaliero.

Ma nel febbraio 2026 il quotidiano pakistano Dawn descriveva ancora Mand, Pishin e altri punti di frontiera del Balochistan come strutture prive di servizi moderni essenziali.

Secondo quella ricostruzione, alcuni valichi non potevano ancora essere considerati terminal doganali pienamente sviluppati.

Mancavano infrastrutture, laboratori, strutture per i controlli sanitari e fitosanitari e personale sufficiente.

In alcuni casi persino le merci che necessitavano di analisi dovevano essere inviate fino a Karachi.

Questo significa che l’Iran sta cercando di trasferire una parte crescente del proprio traffico commerciale su una rete terrestre che non era stata progettata per assorbire rapidamente volumi enormemente superiori.

A giugno Tehran denunciava ancora problemi con camion e container

La prova più significativa arriva direttamente dalle istituzioni pakistane.

Il 25 giugno 2026, durante un incontro bilaterale, la ministra iraniana dei Trasporti Farzaneh Sadegh sollevò esplicitamente il problema della clearance dei camion e dei container alla frontiera.

Pakistan e Iran concordarono di riattivare pienamente il Joint Transport Committee proprio per cercare di eliminare i colli di bottiglia.

Non siamo quindi davanti a una difficoltà inventata oggi.

Il problema logistico esiste ed è riconosciuto dai due governi.

E qualche settimana più tardi la situazione risultava ancora tutt’altro che risolta.

Una riunione bilaterale riportata dall’Express Tribune segnalava container iraniani fermi a Karachi da circa cento giorni, alcuni dei quali contenenti anche beni essenziali come medicinali.

Nello stesso incontro veniva riconosciuto un significativo calo del traffico commerciale transfrontaliero.

Da 3.000 a una montagna di container

La dimensione della crisi potrebbe essere persino superiore.

A fine maggio, il presidente dell’International Transport Companies Association of Iran, Ehsan Malekzadeh, secondo quanto riportato da IranWire sulla base di dichiarazioni alla Mehr News Agency, parlava di circa 20.000 container destinati all’Iran bloccati in diversi porti regionali.

Non soltanto Karachi.

Venivano indicati anche Jebel Ali, Khor Fakkan, Jeddah e porti indiani.

È questo il vero quadro nel quale deve essere inserito ciò che sta accadendo alla frontiera pakistana.

Non è semplicemente la storia di qualche camion fermo.

È la progressiva riconfigurazione forzata della logistica iraniana.

Il Pakistan diventa indispensabile

Qui emerge il problema strategico per Tehran.

Il Pakistan controlla sul proprio territorio:

  • i porti utilizzati per ricevere le merci;
  • le strade attraverso il Balochistan;
  • le procedure doganali;
  • le garanzie necessarie al transito;
  • i terminal logistici;
  • l’accesso ai valichi;
  • i tempi amministrativi del passaggio.

In altre parole, l’Iran può avere bisogno della rotta, ma non controlla la rotta.

Il Transit of Goods through Territory of Pakistan Order prevede inoltre che il trasporto delle merci sia sottoposto alla legislazione doganale pakistana e utilizzi un sistema di garanzie.

Islamabad non sta quindi semplicemente “aprendo un cancello”.

Sta mettendo a disposizione dell’Iran una propria infrastruttura sovrana, alle proprie condizioni.

Ed è esattamente ciò che accade quando le alternative di un Paese diminuiscono.

Il paradosso del “Guardare a Est”

Per anni Tehran ha descritto l’avvicinamento a Oriente come una forma di emancipazione dall’Occidente.

Ma spostare una dipendenza non significa necessariamente conquistare indipendenza.

Se non puoi utilizzare normalmente le rotte marittime e sei costretto a passare attraverso il territorio di un vicino, la tua vulnerabilità non scompare.

Cambia soltanto indirizzo.

Prima il problema potevano essere banche occidentali, assicuratori, armatori internazionali o porti degli Emirati.

Adesso diventano Karachi, le autostrade del Balochistan, i terminal pakistani e le decisioni delle autorità doganali di Islamabad.

Il punto non è accusare il Pakistan di approfittare illegittimamente della situazione iraniana: non esistono al momento prove sufficienti per sostenere questa conclusione, e Islamabad ha anzi aperto nuove rotte proprio per consentire il transito delle merci verso l’Iran.

Il punto geopolitico è un altro.

Più le opzioni iraniane si restringono, maggiore diventa il potere contrattuale di chi controlla le alternative rimaste.

Da potenza regionale a “price taker”?

In economia esiste un’espressione particolarmente efficace: price taker, colui che deve accettare un prezzo determinato dagli altri perché non possiede sufficiente capacità per influenzarlo.

È una metafora utile anche sul piano geopolitico.

Se un Paese dispone di dieci rotte commerciali efficienti può negoziare.

Se gliene rimangono due o tre, deve adattarsi.

Se una parte importante delle sue merci resta per settimane o mesi nei porti stranieri, la sua capacità negoziale diminuisce ulteriormente.

È questa la contraddizione che oggi colpisce la strategia iraniana.

La Repubblica Islamica voleva costruire un sistema economico capace di resistere alla pressione occidentale.

Si trova invece costretta a cercare nuovi corridoi mentre le esportazioni petrolifere diminuiscono, i container si accumulano nei porti regionali e le frontiere terrestri devono improvvisamente assorbire traffici per i quali non erano state pienamente attrezzate.

La vera battaglia passa dalla logistica

Le guerre moderne non si combattono soltanto con missili, droni e portaerei.

Si combattono anche con porti, assicurazioni, container, dogane, banche, terminal e camion.

Un Paese può possedere missili balistici e contemporaneamente essere vulnerabile perché un container di componenti industriali non riesce ad attraversare una frontiera.

Ed è forse questa la parte più significativa della pressione esercitata oggi sull’Iran.

La questione dei camion di Pishin–Mand deve ancora essere chiarita nei suoi dettagli — soprattutto per quanto riguarda la presunta richiesta di 2,3 miliardi di toman — ma il quadro generale è già documentato.

L’Iran ha bisogno di nuove rotte.

Il Pakistan ne controlla alcune delle più importanti.

E più le vecchie alternative vengono meno, più Tehran dipende dalle condizioni poste dai Paesi attraverso i quali è costretta a passare.

Il “Guardare a Est” doveva dimostrare che la Repubblica Islamica poteva sottrarsi alla pressione occidentale.

La domanda, oggi, è molto diversa:

quanto è realmente indipendente un Paese quando altri controllano i porti, le strade e i cancelli attraverso i quali devono passare le sue merci?


FONTI E DOCUMENTI

Reuters — Gulf shipping traffic via Hormuz keeps below 10-day average, 4 settembre 2026
https://www.reuters.com/world/middle-east/gulf-shipping-traffic-via-hormuz-keeps-below-10-day-average-data-shows-2026-09-04/

Reuters — US pressure on Iran starting to tell, as sanctions and blockade bite, 3 settembre 2026
https://www.reuters.com/world/middle-east/us-pressure-iran-starting-tell-sanctions-blockade-bite-2026-09-03/

Reuters — Blockade succeeds where sanctions failed as Iran oil exports stall, 1 settembre 2026
https://www.reuters.com/business/energy/blockade-succeeds-where-sanctions-failed-iran-oil-exports-stall-2026-09-01/

Al Jazeera — With 3,000 containers stuck in Pakistan, Iran explores more land routes, 24 aprile 2026
https://www.aljazeera.com/news/2026/4/24/with-3000-containers-stuck-in-pakistan-iran-explores-more-land-routes

Al Jazeera — Pakistan opens up road trade routes into Iran amid Hormuz blockade, 30 aprile 2026
https://www.aljazeera.com/news/2026/4/30/pakistan-opens-up-road-trade-routes-into-iran-amid-hormuz-blockade

Dawn — Pakistan notifies six land routes for sending goods to Iran, 27 aprile 2026
https://www.dawn.com/news/1995336/pakistan-notifies-six-land-routes-for-sending-goods-to-iran

Dawn — Land border points in need of attention, 8 febbraio 2026
https://www.dawn.com/news/1971827

Governo del Pakistan — Federal Minister Abdul Aleem Khan meets Iranian counterpart, 25 giugno 2026
https://pid.gov.pk/site/press_detail/33091

Ministero degli Esteri del Pakistan — Opening Ceremony of Mand-Pishin Border Crossing Point, 21 aprile 2021
https://mofa.gov.pk/press-releases/opening-ceremony-of-mand-pishin-border-crossing-point-21-april-2021?mission=tehran

Ministero degli Esteri del Pakistan — Mand-Pishin Border Sustenance Marketplace, maggio 2023
https://mofa.gov.pk/press-releases/curtain-raiser-joint-inauguration-of-mand-pishin-border-sustenance-marketplace-and-polan-gabd-electricity-transmission-line

IranWire — 20,000 Containers of Iranian Cargo Stuck in Pakistani Ports, 29 maggio 2026
https://iranwire.com/en/news/153045-20000-containers-of-iranian-cargo-stuck-in-pakistani-ports/

Express Tribune — Pakistan, Iran fast-track border SEZ
https://tribune.com.pk/story/2613964/pakistan-iran-fast-track-border-sez

AUTISTICI/INVENTATI, ANTIFA E IL CORTOCIRCUITO EUROPEO: QUANDO LA RETE DELL’ANTAGONISMO ARRIVA FINO ALLE ISTITUZIONI

0

Washington sanziona l’infrastruttura accusandola di fornire servizi a organizzazioni estremiste. Intanto emerge il caso Paolo De Rosa: dalla nascita di AI ODV a Palazzo Chigi, dal gruppo digitale del PD fino alla Commissione europea. E mentre Bruxelles dovrebbe pretendere chiarimenti, dal PD arriva un’interrogazione per difendere A/I dagli effetti delle sanzioni americane.

C’è una domanda che ormai non può più essere liquidata come propaganda politica:

come è stato possibile che una vicenda legata alla galassia digitale dell’antagonismo radicale sia arrivata così vicino alle istituzioni italiane ed europee?

Il caso Autistici/Inventati non riguarda più soltanto qualche server, qualche mailing list o un gruppo di attivisti digitali.

Il 26 agosto 2026 l’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha adottato sanzioni contro Autistici Inventati, descrivendola come un’entità italiana che fornisce «architettura digitale specializzata, strumenti e servizi» a cellule Antifa e ad altri estremisti violenti dell’estrema sinistra. Washington sostiene inoltre che tra gli utilizzatori dei suoi servizi figurino organizzazioni già sanzionate o designate come terroristiche.

È un’accusa di enorme gravità.

Ed è importante essere precisi: si tratta di una designazione amministrativa americana, non di una condanna pronunciata da un tribunale italiano o europeo. Autistici/Inventati respinge integralmente le accuse e sostiene di aver sempre rispettato le richieste formalmente ricevute dalle autorità.

Ma proprio perché le accuse sono così pesanti, la risposta delle istituzioni dovrebbe essere una sola:

trasparenza totale.

COSA CONTESTANO GLI STATI UNITI

Il comunicato ufficiale del Tesoro americano non usa mezzi termini.

Secondo l’OFAC, Autistici Inventati offrirebbe hosting, email cifrate, chat, videoconferenze e infrastrutture digitali a organizzazioni dell’estrema sinistra violenta.

Il Tesoro sostiene inoltre che A/I selezioni i soggetti ai quali fornire i propri servizi sulla base dell’affinità ideologica e cita espressamente, tra gli utilizzatori, anche il PKK, organizzazione inserita nelle liste terroristiche non soltanto degli Stati Uniti ma anche dell’Unione europea.

Questo è il punto che dovrebbe interessare Bruxelles.

Non l’etichetta “antifascista”.

Non la battaglia ideologica tra destra e sinistra.

La domanda è molto più semplice:

un’infrastruttura digitale europea ha fornito consapevolmente servizi a organizzazioni terroristiche o a gruppi responsabili di violenza politica?

Se la risposta fosse no, bisogna dimostrarlo.

Se fosse sì, bisognerebbe spiegare come sia potuto accadere per anni.

AUTISTICI/INVENTATI NON È UN NORMALE PROVIDER

Anche la ricostruzione pubblicata da Open contiene un particolare fondamentale.

Autistici/Inventati fornisce hosting, posta elettronica, videoconferenze e altri strumenti digitali. Ma non funziona esattamente come un normale provider commerciale: secondo Open, per ottenere determinati servizi occorre dichiararsi “antifascista”, e in alcuni casi vengono richieste ulteriori informazioni sull’attività svolta. L’intestatario dei servizi è AI ODV.

Questo particolare rende ancora più importante accertare la natura dei rapporti con i gruppi ospitati.

Perché se esiste una selezione politica degli utenti, diventa legittimo chiedere quanto il provider conoscesse delle organizzazioni alle quali metteva a disposizione la propria infrastruttura.

Non significa automaticamente responsabilità penale.

Significa che la domanda merita una risposta.

IL NOME CHE PORTA IL CASO DENTRO LE ISTITUZIONI: PAOLO DE ROSA

Ed è qui che la vicenda diventa politicamente esplosiva.

Il nome è Paolo De Rosa.

Secondo le ricostruzioni giornalistiche pubblicate negli ultimi giorni, De Rosa partecipò nel 2018 alla costituzione di AI ODV, diventandone segretario. In quel momento lavorava già nella struttura statale dedicata alla trasformazione digitale.

La sua carriera successiva non è marginale.

De Rosa è stato responsabile tecnologico presso il Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio, lavorando durante più governi, e oggi è funzionario della Commissione europea nell’ambito dell’identità digitale. Open conferma inoltre che in passato ha fatto parte del gruppo di lavoro sulle politiche digitali e l’innovazione del Partito Democratico.

Non stiamo quindi parlando di un personaggio periferico.

Parliamo di un tecnico che ha lavorato su infrastrutture digitali pubbliche estremamente delicate e che oggi opera nella macchina comunitaria.

Ed è precisamente per questo che le risposte sono indispensabili.

IL PD NON PUÒ FAR FINTA CHE DE ROSA SIA UNO SCONOSCIUTO

Il Partito Democratico ha un problema politico che non può essere cancellato accusando Donald Trump.

De Rosa è stato coinvolto nel gruppo di lavoro sulle politiche digitali e l’innovazione del PD.

Quindi le domande sono inevitabili.

Chi propose il suo nome?

Quali verifiche furono effettuate?

Il PD conosceva il suo ruolo in AI ODV?

Conosceva i rapporti tra AI ODV e Autistici/Inventati?

Erano note le infrastrutture e le organizzazioni che utilizzavano quei servizi?

Non sono accuse penali.

Sono domande politiche.

E un partito che pretende continuamente trasparenza dagli avversari dovrebbe essere il primo a rispondere.

E INVECE IL PD PORTA LA DIFESA DI A/I A BRUXELLES

Il passaggio più sorprendente arriva proprio il 4 settembre.

L’eurodeputato PD Brando Benifei, a nome del gruppo Socialisti & Democratici, ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea chiedendo come Bruxelles intenda tutelare i titolari dell’infrastruttura e gli utenti di Autistici/Inventati dagli effetti delle sanzioni americane.

È una posizione politicamente legittima.

Ma appare singolare che, contemporaneamente, rimangano aperte domande molto più vicine a casa.

Prima di preoccuparsi esclusivamente dell'”extraterritorialità” delle sanzioni americane, non sarebbe opportuno accertare perché Washington abbia formulato accuse tanto precise?

E soprattutto:

quali rapporti sono realmente esistiti tra A/I, AI ODV, De Rosa e le organizzazioni che utilizzavano quelle infrastrutture?

Benifei chiede alla Commissione se sia riuscita a confermare autonomamente le accuse americane e se autorità europee abbiano precedentemente accertato violazioni da parte di A/I.

Benissimo.

È esattamente ciò che bisogna fare.

Ma allora si vada fino in fondo.

BRUXELLES DEVE SPIEGARE COSA SAPEVA

Fratelli d’Italia ha presentato la questione dalla direzione opposta.

Gli eurodeputati Carlo Fidanza e Francesco Torselli hanno chiesto alla Commissione di chiarire il ruolo di De Rosa e l’eventuale conoscenza dei suoi rapporti con AI ODV e Autistici/Inventati. Torselli ha posto esplicitamente il problema della compatibilità tra questa vicenda e incarichi riguardanti l’identità digitale europea.

È una questione istituzionale seria.

Perché chi lavora su identità digitale, infrastrutture pubbliche e sicurezza informatica opera in un settore nel quale fiducia, trasparenza e assenza di conflitti d’interesse devono essere assolute.

Non basta dire che nessun tribunale europeo ha condannato Autistici/Inventati.

Questo è vero e deve essere ricordato.

Ma è altrettanto vero che il governo degli Stati Uniti ha adottato formalmente sanzioni antiterrorismo contro l’organizzazione.

Di fronte a un provvedimento del genere, una verifica interna della Commissione non sarebbe persecuzione politica.

Sarebbe normale prudenza istituzionale.

ATTENZIONE: NON RISULTA PROVATO UN FINANZIAMENTO UE DIRETTO AD AUTISTICI/INVENTATI

Su un punto bisogna evitare scorciatoie.

Non abbiamo trovato documentazione sufficiente per sostenere che la Commissione europea abbia finanziato direttamente Autistici/Inventati o AI ODV.

La banca dati europea rende pubblici i beneficiari dei finanziamenti direttamente erogati dalla Commissione, ma le fonti esaminate per questo articolo non documentano un trasferimento di fondi UE ad A/I.

Sostenere oggi come fatto che “Bruxelles finanziava Autistici/Inventati” significherebbe andare oltre le prove disponibili.

Il problema documentato è diverso — e politicamente non meno importante:

un uomo collegato alla nascita dell’associazione che costituisce il soggetto giuridico dei servizi A/I ha attraversato strutture centrali dello Stato italiano, un gruppo di lavoro del PD e infine la Commissione europea.

È questo il cortocircuito sul quale Bruxelles deve rispondere.

LA DIFESA AUTOMATICA DELL’AREA ANTIFA NON PUÒ SOSTITUIRE LE VERIFICHE

C’è poi un problema culturale più vasto.

Da anni una parte della politica europea tratta la parola “antifascismo” come una sorta di certificato preventivo di innocenza.

Ma un’etichetta politica non può rendere legittima qualsiasi organizzazione né cancellare eventuali responsabilità individuali.

Essere antifascisti non significa essere terroristi.

Esattamente come definirsi antifascisti non garantisce automaticamente che ogni attività svolta sotto quella bandiera sia democratica o legale.

Sono i comportamenti che contano.

Ed è precisamente questo che bisogna accertare nel caso Autistici/Inventati.

LE ACCUSE AMERICANE NON POSSONO ESSERE CANCELLATE CON “È TRUMP”

La linea più comoda sarebbe ridurre tutto alla politica americana.

Trump è cattivo.

Rubio è ideologico.

Bessent perseguita gli antifascisti.

Caso chiuso.

No.

Il provvedimento non consiste in un tweet di Donald Trump.

È un’azione formale dell’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro, adottata nell’ambito dell’Executive Order 13224 e accompagnata da accuse circostanziate sul tipo di servizi forniti e sui soggetti che ne avrebbero beneficiato.

Quelle accuse possono essere contestate.

Possono essere impugnate.

Possono perfino risultare infondate.

Ma devono essere verificate, non semplicemente cancellate perché provengono dall’amministrazione Trump.

LA QUESTIONE È DIVENTATA EUROPEA

La vicenda Autistici/Inventati ormai presenta tre livelli.

Il primo è giudiziario: capire se siano state commesse violazioni della legge europea o italiana.

Il secondo è istituzionale: chiarire il rapporto tra Paolo De Rosa, AI ODV e gli incarichi pubblici ricoperti.

Il terzo è politico: comprendere cosa sapessero il PD e la Commissione europea, quali verifiche siano state effettuate e perché oggi una parte della sinistra europea sembri concentrarsi soprattutto sulla protezione dell’infrastruttura dagli Stati Uniti.

Open riferisce che la questione è arrivata direttamente all’attenzione di Ursula von der Leyen e che la Commissione dovrà rispondere alle interrogazioni presentate.

A questo punto non bastano comunicati.

Servono documenti.

PUBBLICATE TUTTO

La Commissione europea renda pubblico ciò che può rendere pubblico sulle verifiche effettuate.

Il PD chiarisca come e perché Paolo De Rosa sia entrato nel suo gruppo sulle politiche digitali.

De Rosa chiarisca la natura, la durata e l’eventuale cessazione dei propri rapporti con AI ODV.

AI ODV e Autistici/Inventati chiariscano quali rapporti abbiano avuto con le organizzazioni citate dal Tesoro americano.

E Washington, a sua volta, dovrebbe mettere a disposizione il maggior numero possibile di elementi verificabili alla base della propria designazione, compatibilmente con esigenze investigative e di intelligence.

Perché la trasparenza non può funzionare a corrente alternata.

Se le accuse americane sono sbagliate, una verifica completa permetterà di dimostrarlo.

Se invece esiste davvero una rete di infrastrutture digitali che ha permesso a organizzazioni violente o terroristiche di comunicare e operare, allora bisognerà stabilire chi sapeva, da quando lo sapeva e perché nessuno sia intervenuto prima.

Ed è proprio questa la domanda che oggi sembra mettere maggiormente in difficoltà il sistema:

com’è possibile che una vicenda partita dall’underground digitale dell’antagonismo sia arrivata fino alle stanze nelle quali si progettano le infrastrutture digitali dello Stato e dell’Unione europea?

Non servono cacce alle streghe.

Servono nomi, date, incarichi, documenti e responsabilità.

E soprattutto serve una regola elementare:

nessuna protezione politica e nessuna indulgenza ideologica. Né a destra né a sinistra.


DOCUMENTI E FONTI

U.S. Department of the Treasury – OFAC, 26 agosto 2026
Treasury Takes Action Against Violent Far-Left Terrorist Networks

Documento centrale: contiene la designazione di Autistici Inventati e le accuse formulate ufficialmente dal governo statunitense.

Open – 4 settembre 2026
Il caso Autistici/Inventati arriva a Bruxelles: le interrogazioni alla Commissione UE

Ricostruisce l’interrogazione del PD/S&D, quella annunciata da FdI, il ruolo di Paolo De Rosa e la posizione difensiva di Autistici/Inventati.

ANSA – 29 agosto 2026
Torselli: Commissione europea e PD chiariscano sul caso Autistici/Inventati

Riporta le richieste rivolte alla Commissione europea sulla posizione di De Rosa e sulla sicurezza digitale europea.

Commissione europea – Financial Transparency System
Banca dati dei beneficiari dei finanziamenti europei

È lo strumento ufficiale per verificare i soggetti che ricevono finanziamenti direttamente dalla Commissione europea.

IL PROBLEMA NON È UN SINGOLO GIUDICE: QUANDO LA GIUSTIZIA DIVENTA UN CONTROPOTERE POLITICO

0

Dal caso di Torino ai trattenimenti dei migranti: il vero nodo non è attaccare i magistrati, ma chiedersi fino a che punto decisioni giudiziarie ripetute possano neutralizzare politiche votate dal Parlamento e attuate dal Governo

C’è una domanda che ormai non può più essere liquidata con la solita formula dell’«indipendenza della magistratura».

Chi governa davvero la politica migratoria italiana?

Il Parlamento che approva le leggi? Il Governo che riceve un mandato elettorale e tenta di applicarle? Le forze dell’ordine che eseguono arresti, accompagnamenti ed espulsioni? Oppure l’ultima parola appartiene, di fatto, a una successione di provvedimenti giudiziari capaci di sospendere, annullare o reinterpretare quelle decisioni?

È questo il punto politico.

Non serve sostenere che «tutti i magistrati» appartengano a un unico fronte ideologico: sarebbe una generalizzazione indimostrabile. Il problema è più serio proprio perché può essere osservato attraverso sentenze, ordinanze, mancate convalide e conflitti interpretativi.

Quando una decisione giudiziaria produce conseguenze politiche, è perfettamente legittimo discuterla. E quando numerose decisioni incidono ripetutamente sulla stessa politica pubblica, è altrettanto legittimo domandarsi se sia in corso uno scontro tra poteri dello Stato.

TORINO: DUE NOTTI E POI FUORI

Il caso esploso a Torino è emblematico proprio perché mette brutalmente a confronto il linguaggio tecnico del diritto con la percezione della sicurezza da parte dei cittadini.

Secondo le ricostruzioni giornalistiche, un uomo bengalese di 42 anni, impiegato in un minimarket, è stato accusato di aver aggredito una donna e successivamente di aver abusato di una ragazza di tredici anni.

L’episodio sarebbe stato documentato anche dalle telecamere di videosorveglianza.

La Procura aveva chiesto la custodia cautelare in carcere. Il giudice per le indagini preliminari Anna Mascolo ha riconosciuto, secondo quanto riportato dalla stampa, la presenza di gravi indizi di colpevolezza, ma non ha ritenuto sussistenti le condizioni necessarie per mantenere l’indagato in carcere, disponendo una misura meno afflittiva.

È essenziale ricordare un principio: una misura cautelare non è una pena anticipata e l’indagato resta presunto innocente fino a condanna definitiva.

Ma proprio per questo il problema deve essere posto correttamente.

La domanda non è: «Perché il giudice non lo ha già condannato?».

La domanda è: di fronte alla gravità delle accuse e agli elementi raccolti, il rischio cautelare è stato valutato adeguatamente?

La Procura evidentemente ritiene di no, tanto da impugnare il provvedimento.

La vicenda ha assunto inoltre dimensione nazionale: il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha disposto accertamenti ispettivi e Giorgia Meloni è intervenuta pubblicamente sul caso.

Non siamo quindi davanti soltanto all’indignazione dei social.

È nato un vero conflitto istituzionale sulla valutazione della pericolosità e sull’efficacia degli strumenti cautelari.

NON È UNA SENTENZA A CREARE IL PROBLEMA: È LA RIPETIZIONE DEL CONFLITTO

Ed è qui che Torino smette di essere soltanto Torino.

Da anni l’immigrazione rappresenta uno dei terreni sui quali politica e magistratura entrano maggiormente in collisione.

Trattenimenti nei CPR, espulsioni, richieste d’asilo, definizione dei Paesi sicuri, trasferimenti verso l’Albania, diritto europeo e protezione internazionale hanno prodotto una quantità impressionante di contenziosi.

Il meccanismo è ormai evidente.

Il legislatore introduce una disciplina.

Il Governo tenta di applicarla.

La pubblica amministrazione dispone il trattenimento o l’allontanamento.

Il provvedimento arriva davanti a un giudice.

E il giudice, applicando Costituzione, diritto nazionale, diritto dell’Unione europea e convenzioni internazionali secondo la propria interpretazione, può bloccarlo.

Formalmente è il funzionamento dello Stato di diritto.

Politicamente, però, quando il fenomeno assume dimensioni sistemiche, il risultato può essere la paralisi di una politica pubblica.

Ed è su questo che il Paese dovrebbe discutere, anziché rifugiarsi in slogan contrapposti.

IL CASO ALBANIA E IL CORTOCIRCUITO DELLA SOVRANITÀ

Il protocollo Italia-Albania è diventato probabilmente il simbolo più evidente di questo scontro.

Il Governo ha tentato di costruire un sistema che consentisse di gestire fuori dal territorio nazionale determinate procedure relative ai migranti.

Una parte delle decisioni giudiziarie ha contestato presupposti essenziali del meccanismo, soprattutto in relazione alla nozione di «Paese sicuro», alla condizione individuale del richiedente e alla compatibilità della normativa nazionale con quella europea.

Il risultato politico è stato devastante per l’esecutivo: un’infrastruttura costruita per diventare uno degli strumenti della strategia migratoria governativa si è trasformata in un campo di battaglia giudiziario.

Qui occorre evitare un equivoco.

Un magistrato ha non soltanto il diritto, ma il dovere, di disapplicare una norma incompatibile con una fonte sovraordinata quando l’ordinamento glielo impone.

Ma esiste anche il problema opposto:

può una democrazia continuare indefinitamente ad approvare politiche sull’immigrazione che vengono poi sistematicamente neutralizzate nella loro applicazione?

Se la risposta è sì, bisogna avere il coraggio di spiegare agli elettori dove risieda effettivamente il potere decisionale.

QUANDO IL PRECEDENTE PENALE SEMBRA NON BASTARE

La questione diventa ancora più esplosiva quando i destinatari dei provvedimenti amministrativi hanno precedenti penali.

La stampa ha raccontato diversi casi di persone sottoposte a procedure di trattenimento o rimpatrio che avevano alle spalle condanne anche per reati particolarmente gravi.

In alcune controversie sono entrati in gioco la domanda di protezione internazionale, il diritto alla vita familiare, il radicamento sul territorio, la proporzionalità dell’espulsione oppure vizi della procedura amministrativa.

Giuridicamente sono elementi che un giudice non può semplicemente ignorare.

Ma al cittadino deve essere consentito porre una domanda altrettanto elementare:

quando la tutela individuale di un soggetto pluripregiudicato entra in conflitto con la sicurezza collettiva, dove viene collocato il limite?

Non basta rispondere che «lo prevede la legge».

Se la legge produce risultati che una parte consistente della società considera incompatibili con la propria sicurezza, allora quella legge deve poter essere modificata, nei limiti costituzionali ed europei.

Questo si chiama democrazia.

IL DIRITTO NON PUÒ DIVENTARE UNA MACCHINA CHE NON VEDE LE CONSEGUENZE

Il punto più delicato è proprio questo.

Il diritto moderno ha costruito una rete estremamente sofisticata di garanzie individuali. È una conquista fondamentale della civiltà occidentale.

Ma nessuna garanzia può essere discussa come se esistesse nel vuoto.

Ogni decisione produce conseguenze.

Se un’espulsione viene annullata, qualcuno rimane sul territorio.

Se un trattenimento non viene convalidato, qualcuno viene liberato.

Se un soggetto pericoloso torna libero e successivamente commette un altro reato, esiste una nuova vittima.

Questo non significa che il giudice sia automaticamente responsabile dell’eventuale reato successivo: una simile equivalenza sarebbe giuridicamente insostenibile.

Significa però che lo Stato ha il dovere di costruire norme e procedure capaci di valutare seriamente il rischio.

La sicurezza delle potenziali vittime è anch’essa un diritto.

Ed è precisamente questa parte dell’equazione che troppi dibattiti sull’immigrazione sembrano dimenticare.

IMMIGRAZIONE: IL TABÙ DELLE CONSEGUENZE SOCIALI

C’è poi un problema ancora più vasto.

Per decenni una parte del dibattito europeo ha raccontato l’immigrazione quasi esclusivamente attraverso categorie morali: accoglienza, inclusione, solidarietà, multiculturalismo.

Parole importanti.

Ma governare significa anche misurare le conseguenze.

Numero degli ingressi, capacità abitativa, scuole, sanità, sicurezza, integrazione linguistica, occupazione, criminalità, radicalizzazione religiosa e compatibilità culturale non possono essere cancellati accusando automaticamente di razzismo chi solleva il problema.

L’esperienza britannica delle cosiddette grooming gangs dovrebbe aver insegnato almeno questo: quando istituzioni e amministrazioni hanno paura di affrontare determinate caratteristiche culturali o comunitarie per timore di essere accusate di discriminazione, possono verificarsi fallimenti gravissimi nella protezione delle vittime.

La lezione non è che una determinata etnia o religione sia collettivamente responsabile.

La lezione è esattamente l’opposto:

nessuna appartenenza deve diventare uno scudo contro l’applicazione della legge.

Chi delinque deve rispondere dei propri atti, italiano o straniero che sia.

E uno Stato conserva il diritto di stabilire, nel rispetto della Costituzione e degli obblighi internazionali, le condizioni alle quali un cittadino straniero può permanere sul proprio territorio.

IL PROBLEMA DEI RIMPATRI CHE NESSUNO VUOLE AFFRONTARE

Esiste inoltre un gigantesco problema pratico: espellere una persona sulla carta non significa riuscire effettivamente a rimpatriarla.

Occorrono identificazione, documenti, cooperazione consolare, disponibilità del Paese d’origine e accordi diplomatici funzionanti.

Quando uno di questi passaggi salta, il decreto di espulsione rischia di trasformarsi in carta.

Ed ecco il paradosso.

Lo Stato dichiara che una persona non ha diritto di restare, ma quella persona resta.

È una delle contraddizioni più evidenti dell’intero sistema europeo.

La soluzione non può essere attribuire automaticamente ogni fallimento ai giudici: esistono responsabilità legislative, amministrative, diplomatiche ed europee.

Ma neppure si può fingere che una giurisprudenza estremamente espansiva nella tutela della permanenza non abbia conseguenze sulla capacità dello Stato di eseguire la propria politica migratoria.

MAGISTRATURA INDIPENDENTE NON SIGNIFICA MAGISTRATURA INTOCCABILE

Qui bisogna abbattere un altro tabù.

L’indipendenza della magistratura è indispensabile. L’insindacabilità culturale della magistratura non lo è.

Una sentenza può essere criticata.

Un orientamento giurisprudenziale può essere criticato.

Le correnti della magistratura possono essere studiate.

Le conseguenze politiche delle decisioni possono essere denunciate.

E soprattutto si può discutere se l’attuale equilibrio fra potere legislativo, esecutivo e giudiziario sia ancora quello previsto dalla nostra architettura costituzionale.

Difendere l’indipendenza del giudice significa impedire al Governo di ordinargli come decidere.

Non significa vietare ai cittadini di chiedersi perché abbia deciso in un determinato modo.

L’indipendenza non è irresponsabilità.

LA POLITICA DEVE RIPRENDERSI LA RESPONSABILITÀ DI DECIDERE

Anche il Governo, però, deve evitare la scorciatoia più comoda: attribuire ogni insuccesso alla magistratura.

Se una legge viene continuamente annullata, occorre scriverla meglio.

Se una procedura di espulsione presenta falle, occorre chiuderle.

Se il diritto europeo impedisce una determinata politica, il conflitto deve essere portato politicamente nelle istituzioni europee.

Se gli accordi di riammissione non funzionano, occorre utilizzare diplomazia, cooperazione economica, visti e rapporti commerciali come strumenti negoziali.

Se un soggetto rappresenta concretamente un pericolo, servono norme cautelari costituzionalmente solide che consentano di intervenire.

Non bastano conferenze stampa.

La sovranità si esercita attraverso norme efficaci, non attraverso slogan.

LA DOMANDA CHE RESTA

Il caso di Torino ha acceso nuovamente la miccia, ma sarebbe un errore concentrare tutto su un singolo magistrato.

Il problema è molto più grande.

Riguarda il rapporto fra sovranità democratica e giurisdizione.

Riguarda la capacità dello Stato di proteggere le vittime senza distruggere le garanzie dell’imputato.

Riguarda la possibilità concreta di espellere chi non ha diritto di rimanere.

Riguarda il confine tra interpretazione della legge e produzione sostanziale di politica pubblica.

E riguarda soprattutto una domanda alla quale prima o poi l’Italia dovrà rispondere:

chi deve stabilire la politica migratoria di una democrazia?

I cittadini attraverso il voto, il Parlamento e il Governo?

Oppure una successione di interpretazioni giudiziarie che, pur formalmente riferite ai singoli casi, possono finire per determinare l’indirizzo generale?

Non occorre abolire l’indipendenza della magistratura.

Occorre fare qualcosa di molto più democratico:

pretendere che ogni potere dello Stato rimanga entro i propri confini, che ogni decisione possa essere sottoposta a critica e che la sicurezza delle vittime torni a occupare il posto che merita.

Perché uno Stato incapace di eseguire le proprie leggi sull’ingresso, sulla permanenza e sull’espulsione non perde soltanto il controllo dell’immigrazione.

Perde progressivamente la capacità di governare se stesso.


FONTI E DOCUMENTI DA ALLEGARE ALL’ARTICOLO

Per la pubblicazione è opportuno collegare direttamente, e non soltanto citare per nome, gli articoli e soprattutto gli eventuali provvedimenti giudiziari relativi ai singoli casi:

  • Corriere Torino / Corriere della Sera — caso della tredicenne di Torino, scarcerazione e ricorso della Procura.
  • TgLa7 / La7 — caso Torino e iniziativa ispettiva del ministro Nordio.
  • Open — ricostruzione delle motivazioni relative alla misura cautelare nel caso Torino.
  • Today — ricostruzione del provvedimento e delle motivazioni.
  • Il Sussidiario — cronaca del caso del minimarket di Torino.
  • Ministero della Giustizia — comunicazioni ufficiali relative agli eventuali accertamenti ispettivi.
  • Governo italiano / Presidenza del Consiglio — dichiarazioni ufficiali sul caso e sul rapporto tra politica migratoria e decisioni giudiziarie.
  • Corte di giustizia dell’Unione europea — decisioni sulla nozione di Paese sicuro e sulle procedure accelerate di frontiera.
  • Normattiva — testo vigente del Testo unico sull’immigrazione (D.Lgs. 286/1998) e successive modificazioni.
  • EUR-Lex — normativa europea su procedure d’asilo, protezione internazionale, rimpatri e Paesi sicuri.
  • Protocollo Italia-Albania e relativa legge di ratifica — documentazione primaria indispensabile per ricostruire il conflitto sui centri in Albania.

Nota editoriale

Per i casi attribuiti ad Ahmed Aittorka, Abdelkrim Chahine, Fatallah Ouardi, Mohamed Errami e Mehdi El Antaky, nonché per il caso dell’uomo indicato come destinatario di 23 condanne, è consigliabile pubblicare nomi, precedenti, decisioni giudiziarie e soprattutto l’eventuale affermazione secondo cui sarebbero «tornati a delinquere» soltanto dopo avere acquisito i relativi provvedimenti o fonti di cronaca indipendenti che consentano di verificarlo.

È precisamente questa documentazione a rendere un’inchiesta molto più difficile da contestare: non chiedere al lettore di credere alla tesi. Mettergli davanti gli atti.

BESSENT VUOLE «TAGLIARE LA TESTA AL SERPENTE»: L’IRAN È IL BERSAGLIO, MA LE ISOLE VERGINI BRITANNICHE APRONO UNA PORTA SUL SISTEMA OFFSHORE

0

Il Segretario al Tesoro americano mette nel mirino i patrimoni dell’IRGC e pronuncia un nome pesantissimo: British Virgin Islands. Washington dice di conoscere conti, trust e proprietà milionarie. Promethean Action rilancia una domanda ancora più grande: la guerra finanziaria contro Teheran potrebbe finire per colpire anche le infrastrutture offshore attraverso cui passa il denaro globale?

Scott Bessent non sta parlando soltanto di missili, petrolio o sanzioni commerciali.

Sta parlando di denaro.

E soprattutto sta dicendo di sapere dove quel denaro si trova.

Il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti ha lanciato uno dei messaggi più espliciti della nuova offensiva economica americana contro l’Iran e contro l’apparato finanziario riconducibile al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica.

Washington intende rintracciare patrimoni, conti bancari, intermediari e strutture societarie utilizzate dall’IRGC all’estero.

E tra i luoghi nominati pubblicamente da Bessent compare un territorio che merita molta attenzione:

le British Virgin Islands.

Non Teheran.

Non Mosca.

Non Pechino.

Un territorio britannico d’oltremare e una delle più note giurisdizioni offshore del pianeta.

Ed è precisamente da questo particolare che parte l’analisi pubblicata il 2 settembre da Promethean Action: e se l’offensiva contro l’IRGC stesse obbligando Washington a entrare direttamente nei meccanismi della finanza offshore internazionale?

La domanda è legittima.

La risposta, invece, richiede di distinguere accuratamente ciò che Bessent ha realmente dichiarato dalle interpretazioni geopolitiche che ne vengono tratte.


BESSENT: «SAPPIAMO DOVE SONO I VOSTRI CONTI»

Il dato fondamentale non è una ricostruzione giornalistica.

È stato lo stesso Bessent a indicare pubblicamente le British Virgin Islands.

Parlando dell’offensiva economica americana contro l’Iran, il Segretario al Tesoro ha spiegato che gli Stati Uniti stanno rintracciando gli asset internazionali dell’IRGC.

Il messaggio rivolto ai vertici iraniani è stato inequivocabile: Washington sostiene di conoscere la localizzazione dei conti presso società fiduciarie nelle British Virgin Islands e delle proprietà di enorme valore detenute nel mondo.

Bessent ha inoltre annunciato una strategia progressiva: nuove sanzioni contro banche, possibili interventi contro società di leasing aeronautico e misure nei confronti di chiunque continui a fare affari con l’IRGC.

La formula utilizzata è durissima:

«economically asphyxiate this regime», soffocare economicamente il regime.

Non siamo quindi davanti alla semplice applicazione di qualche sanzione aggiuntiva.

Washington vuole colpire le arterie finanziarie internazionali attraverso cui l’apparato iraniano continua, secondo l’amministrazione americana, a conservare e movimentare ricchezza.


IL PUNTO CHE CAMBIA LA PROSPETTIVA: PERCHÉ PROPRIO LE BRITISH VIRGIN ISLANDS?

Qui comincia la parte più interessante.

Le British Virgin Islands non appartengono all’Iran.

Sono un territorio britannico d’oltremare.

La loro presenza nelle dichiarazioni di Bessent dimostra almeno una cosa: per inseguire il denaro attribuito all’IRGC, Washington deve necessariamente seguire strutture finanziarie che attraversano giurisdizioni offshore occidentali.

Questo non significa automaticamente che Bessent abbia dichiarato guerra alla City di Londra.

Non lo ha detto.

Ed è importante sottolinearlo.

Promethean Action propone però una lettura molto più ampia: dietro l’obiettivo iraniano emergerebbe l’infrastruttura finanziaria internazionale che permette a capitali provenienti dalle parti più diverse del mondo di essere schermati attraverso trust, società e veicoli offshore.

È questa la vera domanda sollevata dal caso.

Se vuoi sequestrare il denaro dell’IRGC, devi capire chi lo custodisce, attraverso quali società passa, quali intermediari lo amministrano e sotto quale giurisdizione viene protetto.

A quel punto l’indagine non riguarda più soltanto Teheran.

Riguarda l’infrastruttura che rende possibile il movimento del denaro.


NON È PIÙ SOLTANTO UNA GUERRA CONTRO IL PETROLIO IRANIANO

La strategia americana appare infatti molto più vasta.

Bessent ha indicato diversi possibili fronti:

banche, compagnie aeree e società di leasing, trasporto marittimo, asset digitali e soggetti che continuano a intrattenere rapporti economici con l’IRGC.

Il principio è semplice:

rendere progressivamente inutilizzabile ogni canale attraverso il quale Teheran possa ottenere valuta, trasportare merci, finanziare le proprie strutture o aggirare le sanzioni.

Il Tesoro americano aveva già annunciato il 24 agosto quella che ha chiamato Operation Economic Outcast, una campagna straordinaria contro il regime iraniano.

La pressione non sembra quindi episodica.

È strutturale.

E potrebbe produrre conseguenze molto più ampie dell’Iran stesso.

Perché ogni volta che Washington identifica un conto offshore, una fiduciaria, una società di comodo o un intermediario internazionale, viene inevitabilmente illuminato un pezzo della rete finanziaria utilizzata per nascondere la proprietà effettiva dei capitali.


IL PARADOSSO: PER COLPIRE TEHERAN BISOGNA APRIRE LE CASSEFORTI DELL’OCCIDENTE

Ed è qui che la vicenda assume una dimensione politica molto più interessante.

Per decenni il sistema offshore internazionale è stato presentato come un elemento quasi inevitabile della globalizzazione finanziaria.

Società registrate in una giurisdizione.

Conti in un’altra.

Trust in una terza.

Beneficiari effettivi schermati dietro strutture societarie complesse.

Ora gli Stati Uniti stanno dicendo:

noi sappiamo dove si trova il denaro.

Se questa capacità investigativa verrà utilizzata sistematicamente contro l’IRGC, la conseguenza potrebbe essere l’esposizione di una quantità enorme di strutture finanziarie che non necessariamente riguardano soltanto l’Iran.

Ed è probabilmente questo il punto più importante dell’analisi di Promethean Action.

Non perché sia stato dimostrato che Bessent abbia come obiettivo segreto la City di Londra.

Non è stato dimostrato.

Ma perché la strategia scelta dagli Stati Uniti rischia oggettivamente di costringerli ad attraversare il cuore del sistema offshore internazionale.


HONG KONG, BVI E LA GEOGRAFIA DEL DENARO

Promethean Action allarga ulteriormente il ragionamento collegando British Virgin Islands e Hong Kong alla grande architettura internazionale della finanza offshore.

È una lettura politica che deve essere trattata come tale.

Ma pone una questione concreta.

Il potere economico contemporaneo non coincide necessariamente con i confini degli Stati.

Una società può essere registrata alle British Virgin Islands, amministrata da intermediari situati altrove, avere conti presso istituti di un’altra giurisdizione e controllare beni in Europa, Asia o Stati Uniti.

Seguire il denaro significa quindi attraversare questa rete.

Ed è esattamente ciò che il Tesoro americano sostiene di voler fare nei confronti dell’IRGC.


L’ALTRO FRONTE: RENDERE HORMUZ MENO IMPORTANTE

La pressione finanziaria si accompagna inoltre a una trasformazione energetica.

Bessent ha sostenuto che nuovi oleodotti terrestri potrebbero ridurre drasticamente entro pochi anni l’importanza strategica dello Stretto di Hormuz.

Secondo il Segretario al Tesoro, fino al 70% dell’energia precedentemente trasportata attraverso lo stretto potrebbe in prospettiva essere deviata verso infrastrutture terrestri.

Se il progetto riuscisse, avrebbe una conseguenza geopolitica enorme:

ridurre uno dei principali strumenti di pressione strategica dell’Iran.

La logica complessiva diventerebbe quindi evidente.

Colpire contemporaneamente:

denaro, petrolio, trasporti e capacità di ricatto geografico.

Non necessariamente distruggere l’avversario militarmente, ma restringere progressivamente lo spazio economico nel quale può operare.


E LA CINA? BESSENT SORPRENDE: «ABBIAMO PIÙ COSE IN COMUNE CHE DISACCORDI»

C’è poi un altro passaggio che rompe molte letture semplicistiche.

La Cina è uno dei principali interlocutori economici dell’Iran e rappresenta quindi un elemento fondamentale di qualsiasi strategia americana.

Eppure Bessent ha dichiarato che Washington e Pechino avrebbero sull’Iran più interessi comuni che divergenze.

Il punto di contatto sarebbe duplice:

impedire all’Iran di acquisire un’arma nucleare e garantire la libertà di navigazione attraverso Hormuz.

Bessent ha inoltre confermato colloqui privati con rappresentanti cinesi.

È un dettaglio importante.

La strategia americana potrebbe quindi non consistere semplicemente nel costringere Pechino a scegliere tra Washington e Teheran.

Potrebbe puntare a dimostrare alla Cina che un Iran capace di bloccare una delle principali arterie energetiche mondiali rappresenterebbe un problema anche per l’economia cinese.


NEL FRATTEMPO CAMBIA ANCHE LA MAPPA DEL MEDIO ORIENTE

Promethean Action collega l’offensiva economica contro Teheran a un quadro regionale molto più ampio.

Il 24 agosto Washington ha formalizzato un importante cambiamento nei confronti della Siria.

Il Dipartimento di Stato ha revocato la designazione della Siria come State Sponsor of Terrorism, mentre il Tesoro ha annunciato ulteriori misure di alleggerimento delle sanzioni.

Parallelamente sta prendendo forma il Mecca Defense Alliance, l’accordo di difesa che coinvolge Arabia Saudita, Pakistan e Türkiye.

Il 31 agosto i rappresentanti dei tre Paesi hanno tenuto a Istanbul la prima riunione dello Strategic Political and Defense Committee, adottando quelle che il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha definito le prime decisioni istituzionali dell’alleanza.

La geometria regionale, dunque, si sta muovendo.

E molto rapidamente.


IL VERO OBIETTIVO È LONDRA?

Qui occorre evitare il salto logico.

Promethean Action risponde sostanzialmente di sì, o quantomeno sostiene che l’offensiva stia iniziando a colpire quella che definisce la macchina finanziaria offshore legata a Londra.

È una tesi politica, non una conclusione dimostrata dalle dichiarazioni ufficiali americane.

Bessent ha nominato le British Virgin Islands.

Ha parlato dei conti dell’IRGC.

Ha promesso congelamenti patrimoniali.

Ha annunciato nuove sanzioni.

Ma non ha dichiarato che il governo britannico o la City di Londra siano l’obiettivo dell’operazione.

Questa distinzione è essenziale.

Ciò non rende meno importante la domanda.

Anzi.

La rende molto più interessante:

che cosa succede quando una superpotenza decide veramente di seguire il denaro fino alla fine?


SEGUIRE IL DENARO POTREBBE PORTARE MOLTO LONTANO DA TEHERAN

La guerra finanziaria ha una caratteristica particolare.

Quando inizi a seguire una transazione non puoi sapere in anticipo dove terminerà la catena.

Un conto conduce a una società.

La società a una fiduciaria.

La fiduciaria a un beneficiario.

Il beneficiario a un immobile.

L’immobile a un finanziamento.

Il finanziamento a una banca.

E improvvisamente una guerra iniziata contro l’IRGC può trasformarsi in una gigantesca radiografia della finanza offshore mondiale.

Questo non prova l’esistenza di un piano americano per abbattere l’intero sistema.

Ma dimostra perché le parole pronunciate da Bessent sulle British Virgin Islands meritano molta più attenzione di quanto potrebbe sembrare.


CONCLUSIONE: IL SERPENTE POTREBBE AVERE MOLTE TESTE

L’Iran è il bersaglio dichiarato.

L’IRGC è il bersaglio finanziario immediato.

Su questo non esistono particolari dubbi.

Ma il metodo scelto da Washington apre una questione molto più grande.

Per soffocare economicamente una struttura transnazionale bisogna colpirne i conti, le società, i prestanome, gli intermediari e le giurisdizioni utilizzate per proteggere il patrimonio.

Ed è qui che compare il nome delle British Virgin Islands.

Forse Promethean Action si spinge troppo avanti quando interpreta tutto questo come un attacco alla macchina finanziaria londinese.

Ma la domanda che pone non può essere liquidata:

se Washington continuerà davvero a seguire il denaro dell’IRGC, che cosa troverà lungo il percorso?

E soprattutto:

quante altre organizzazioni, governi, oligarchi e reti internazionali utilizzano le stesse infrastrutture offshore?

Bessent vuole tagliare la testa del serpente iraniano.

Il problema, per il sistema offshore mondiale, è che seguendo il corpo del serpente gli investigatori americani potrebbero arrivare in luoghi molto diversi da Teheran.


DOCUMENTI E FONTI

Promethean Action – The Midweek Update: “Bessent: CUT THE SNAKE’S HEAD OFF – But Who is the Real Target?” – 2 settembre 2026
https://www.prometheanaction.com/the-midweek-update-bessent-cut-the-snakes-head-off-but-who-is-the-real-target-september-2-2026/

U.S. Treasury / OFAC – Removal of Syria’s designation as a State Sponsor of Terrorism; Iran-related designations – 24 agosto 2026
https://ofac.treasury.gov/recent-actions/20260824

U.S. Department of the Treasury – Press Releases / Operation Economic Outcast
https://home.treasury.gov/news/press-releases

Reuters – Bessent says U.S. likely to announce Iran bank sanctions this week – 1 settembre 2026
https://www.reuters.com/world/china/bessent-says-us-likely-announce-iran-bank-sanctions-this-week-2026-09-01/

Reuters – U.S. eyes airlines, digital assets as Iran-related targets – 2 settembre 2026
https://www.reuters.com/business/us-eyes-airlines-digital-assets-iran-related-targets-bessent-says-2026-09-02/

CNBC – Transcript: Treasury Secretary Scott Bessent
https://pressroom.versantmedia.com/cnbc/press-releases/first-cnbc-transcript-us-treasury-secretary-scott-bessent-speaks-cnbcs-sara-0

The National – New oil pipelines will make Strait of Hormuz “worthless”, says Bessent – 1 settembre 2026
https://www.thenationalnews.com/news/us/2026/09/01/bessent-strait-of-hormuz/

Fondazione CSF – The Mecca Joint Defense Agreement: a new layer of regional security cooperation? – 25 agosto 2026
https://www.fondazionecsf.it/en/activities/research/commentaries/the-mecca-joint-defense-agreement-a-new-layer-of-regional-security-cooperation

I SOLITI RIPORTER DELLA PROPAGANDA MARXISTA: LA MENZOGNA A SENSO UNICO CHE FINISCE PER ASSOLVERE IL NARCOTERRORISMO

0

Quando il narcotrafficante diventa automaticamente un “civile” e ogni operazione occidentale un “crimine”, l’informazione lascia il posto alla propaganda

C’è un metodo che ritorna con impressionante regolarità in una certa informazione ideologizzata.

Noi li chiamiamo “riporter”: non perché riportino fedelmente i fatti, ma perché sembrano riportare sempre la stessa narrazione, qualunque cosa accada.

Il copione è elementare.

Se agiscono gli Stati Uniti o Israele, il sospetto diventa immediatamente certezza, l’accusa diventa sentenza e ogni morto viene trasformato in una vittima innocente.

Quando invece entrano in scena narcotrafficanti, organizzazioni armate, regimi autoritari o soggetti collegati alle reti antioccidentali, improvvisamente compaiono mille distinguo: bisogna contestualizzare, comprendere, attendere, dubitare.

Due pesi e due misure.

Ed è esattamente questo il problema della narrazione costruita intorno agli attacchi statunitensi contro imbarcazioni accusate da Washington di essere coinvolte nel narcotraffico internazionale.

Si può discutere della legalità delle operazioni americane. Si devono pretendere prove, trasparenza e rispetto del diritto internazionale.

Ma una cosa completamente diversa è utilizzare quelle controversie per costruire una favola nella quale da una parte esistono soltanto assassini americani e dall’altra esclusivamente poveri civili inermi.

Questa non è analisi.

È propaganda.


227 morti diventano magicamente 227 “civili”

Uno degli esempi più evidenti riguarda il bilancio della campagna americana.

Airwars ha documentato almeno 227 persone uccise negli attacchi marittimi.

Ma attenzione: questo non equivale affatto a dimostrare che fossero 227 civili innocenti ed estranei al narcotraffico.

La stessa Airwars sottolinea l’enorme opacità che circonda le operazioni e il numero estremamente limitato di persone identificate.

Ed ecco il gioco comunicativo.

L’incertezza dovrebbe imporre prudenza.

Invece diventa una certezza soltanto quando serve alla narrazione.

Non sappiamo chi fossero?

Per i nostri “riporter” diventano civili.

Non conosciamo individualmente il ruolo di centinaia di persone?

Diventano vittime innocenti.

Washington sostiene di possedere intelligence classificata?

Non esiste finché non viene pubblicata.

La propaganda funziona proprio così: si pretende dagli avversari una prova impossibile da ignorare mentre si concede alla propria tesi il lusso di non dimostrare nulla.

La posizione seria è molto diversa.

Non abbiamo elementi pubblici sufficienti per affermare che tutti i morti fossero narcotrafficanti.

Ma, esattamente per la stessa ragione, non abbiamo elementi per trasformarli automaticamente tutti in civili estranei alle organizzazioni criminali.


Il narcotraffico venezuelano non nasce con Trump

C’è poi un particolare gigantesco che disturba questa rappresentazione.

Le reti criminali venezuelane non sono state inventate da Donald Trump.

Nel luglio 2024, quando alla Casa Bianca c’era ancora Joe Biden, il Dipartimento del Tesoro americano classificò Tren de Aragua come Significant Transnational Criminal Organization.

Il Tesoro descriveva un’organizzazione coinvolta in attività come narcotraffico, tratta di esseri umani, sfruttamento sessuale, estorsione e riciclaggio.

Altro che invenzione improvvisa della propaganda trumpiana.

Nel febbraio 2025 gli Stati Uniti hanno poi inserito Tren de Aragua tra le organizzazioni terroristiche straniere designate.

Si può discutere politicamente e giuridicamente di questa seconda classificazione.

Non si può però cancellare la precedente storia criminale dell’organizzazione soltanto perché disturba il racconto.


QUANDO DROGA E TERRORISMO SI INCONTRANO

Ed eccoci al punto che i “riporter” sembrano avere molta meno voglia di raccontare.

Il collegamento tra narcotraffico e terrorismo nell’area venezuelana non è semplicemente uno slogan politico.

Nel giugno 2025 Hugo Armando Carvajal Barrios, ex generale ed ex capo dell’intelligence militare venezuelana, si è dichiarato colpevole negli Stati Uniti di reati comprendenti narcoterrorismo, traffico di droga e armi.

Secondo il Dipartimento di Giustizia americano, Carvajal partecipò a una rete che collaborava con le FARC per facilitare l’invio di enormi quantitativi di cocaina.

Questa non è la fantasia di un commentatore televisivo.

C’è una dichiarazione di colpevolezza davanti alla giustizia federale americana.

E il quadro diventa ancora più inquietante analizzando altri procedimenti.

In un caso federale riguardante l’ex parlamentare venezuelano Adel El Zabayar, i procuratori americani hanno formulato accuse relative a rapporti tra esponenti venezuelani, FARC e organizzazioni come Hezbollah e Hamas.

Qui occorre essere rigorosi: un’accusa della procura non equivale a una condanna definitiva.

Ma sostenere che non esista alcun problema di intersezione tra criminalità organizzata, narcotraffico e terrorismo internazionale significa ignorare deliberatamente una quantità considerevole di materiale giudiziario e investigativo.


IL NARCOTRAFFICO NON È ROMANTICISMO RIVOLUZIONARIO

Questa è forse la parte più insopportabile di certa retorica.

Il narcotraffico non è resistenza.

La cocaina non è antimperialismo.

Le organizzazioni criminali non diventano movimenti di liberazione soltanto perché combattono o danneggiano il nemico geopolitico preferito da qualche ideologo occidentale.

Dietro il narcotraffico ci sono morti, corruzione, riciclaggio, violenza, sfruttamento, distruzione sociale e interi territori sottoposti al potere delle organizzazioni criminali.

Quando poi criminalità organizzata, gruppi armati e interessi geopolitici finiscono per sovrapporsi, nasce una minaccia ancora più grave: il narcoterrorismo transnazionale.

Il Dipartimento di Giustizia americano sostiene da anni che ingenti quantitativi di cocaina siano transitati attraverso il Venezuela utilizzando aerei, navi portacontainer, pescherecci e go-fast boats.

Questo significa che ogni barca nei Caraibi trasporta droga?

Naturalmente no.

Ma significa anche che raccontare una piccola imbarcazione come implicitamente innocente semplicemente perché è una “piccola imbarcazione” è un espediente narrativo, non una prova.


IL “DOUBLE STRIKE”: QUI LE DOMANDE SONO LEGITTIME

Essere contrari alla propaganda non significa diventare propagandisti dell’altra parte.

Il secondo attacco americano del 2 settembre 2025 pone interrogativi gravissimi.

Secondo le ricostruzioni disponibili, due uomini sarebbero sopravvissuti al primo attacco e sarebbero rimasti aggrappati ai resti dell’imbarcazione prima di essere colpiti nuovamente.

Se quelle persone erano effettivamente hors de combat, la questione della loro protezione secondo il diritto internazionale umanitario è estremamente seria.

Questo deve essere investigato.

E se fossero state violate le leggi applicabili, le responsabilità dovrebbero essere accertate.

È precisamente questa differenza che separa un’analisi dalla propaganda.

Non abbiamo bisogno di nascondere i fatti scomodi per difendere una tesi.

Possiamo contestare una decisione americana e contemporaneamente riconoscere l’esistenza delle reti del narcotraffico.

Possiamo chiedere prove sugli obiettivi colpiti senza inventare che tutti i morti fossero civili innocenti.

Possiamo contestare la base giuridica di una campagna militare senza trasformare il narcotraffico internazionale in una congregazione di pescatori.


IL TRUCCO DELLA PAROLA “CIVILE”

È qui che emerge il meccanismo comunicativo.

La parola “civile” possiede un enorme peso emotivo e giuridico.

Utilizzarla prima di avere accertato lo status delle persone coinvolte orienta immediatamente il lettore.

Il narcotrafficante scompare.

L’organizzazione criminale scompare.

L’intelligence scompare.

Le rotte della cocaina scompaiono.

Le FARC scompaiono.

Le indagini sul Cártel de los Soles scompaiono.

Le accuse relative alle connessioni con organizzazioni terroristiche scompaiono.

Rimane soltanto:

“Gli americani hanno ucciso 227 civili.”

Una frase perfetta per provocare indignazione.

Molto meno perfetta per descrivere ciò che sappiamo realmente.


LA MENZOGNA PIÙ EFFICACE È QUELLA COSTRUITA ATTORNO A FATTI VERI

Questo tipo di propaganda raramente ha bisogno di inventare tutto.

È molto più sofisticato.

Prende elementi autentici.

Li seleziona.

Elimina il contesto scomodo.

Amplifica ciò che conferma la propria visione.

Nasconde ciò che potrebbe contraddirla.

E infine consegna al pubblico una storia moralmente semplicissima:

Occidente carnefice. Nemici dell’Occidente vittime.

Sempre.

È questa lettura a senso unico che rende l’informazione ideologica così tossica.

Perché quando la realtà non coincide con lo schema, non viene modificato lo schema.

Viene modificata la realtà raccontata.


E L’“ASSE DELLA RESISTENZA”?

Anche qui serve più serietà di quella utilizzata dai propagandisti.

Esistono procedimenti e documenti americani che descrivono rapporti tra reti criminali venezuelane, FARC e, in specifiche accuse giudiziarie, organizzazioni come Hezbollah e Hamas.

Ma questo non autorizza a sostenere senza prove che ciascun uomo ucciso su quelle imbarcazioni stesse finanziando direttamente l’“Asse della Resistenza”.

Sarebbe utilizzare esattamente il metodo che stiamo denunciando.

Il problema reale è più grande.

Le reti criminali transnazionali possono creare infrastrutture finanziarie, logistiche e clandestine utilizzabili da soggetti differenti, e il confine tra criminalità, politica, intelligence e terrorismo può diventare estremamente sottile.

È questo sistema che bisogna investigare.

Non inventare.


I “RIPORTER” E LA REALTÀ A SENSO UNICO

La domanda allora diventa inevitabile.

Perché alcuni “riporter” sono inflessibili quando devono giudicare Washington e improvvisamente garantisti quando devono raccontare le reti che Washington sta combattendo?

Perché l’intelligence americana deve essere automaticamente falsa mentre ogni ricostruzione utile alla narrativa antiamericana viene immediatamente elevata a verità?

Perché un’accusa contro l’Occidente diventa una sentenza mentre le prove contro organizzazioni criminali devono superare un processo infinito di relativizzazione?

Non è necessario immaginare complotti.

Basta l’ideologia.

Una visione del mondo nella quale il valore morale di un soggetto non dipende più da ciò che fa, ma da contro chi combatte.

Se combatte l’Occidente diventa automaticamente “resistenza”.

Se viene colpito dagli Stati Uniti diventa automaticamente “vittima”.

Se appartiene a una rete criminale ma quella rete è utile alla narrativa geopolitica, improvvisamente bisogna “contestualizzare”.

Questo è il cortocircuito.


IL TERRORISMO TRANSNAZIONALE NON SI COMBATTE CON LE FAVOLE

Esiste una discussione enorme e legittima sui limiti dell’uso della forza americana.

Facciamola.

Esiste una questione enorme sulla trasparenza delle informazioni utilizzate per selezionare gli obiettivi.

Affrontiamola.

Esistono interrogativi gravissimi sul secondo strike del 2 settembre.

Investighiamoli fino in fondo.

Ma basta trasformare automaticamente ogni sospetto narcotrafficante in un povero civile soltanto perché è stato colpito dagli Stati Uniti.

La tutela dei civili è troppo importante per trasformarla in uno slogan propagandistico.

Il narcotraffico internazionale esiste.

Le reti venezuelane del crimine organizzato esistono.

Il rapporto storico fra narcotraffico e organizzazioni guerrigliere come le FARC è documentato anche attraverso procedimenti giudiziari.

E sono state formulate negli Stati Uniti accuse gravissime riguardanti collegamenti tra esponenti di queste reti e organizzazioni terroristiche internazionali.

Questi sono fatti e atti che meritano di essere discussi.

Nasconderli perché disturbano una narrazione ideologica significa fare esattamente ciò che un giornalista non dovrebbe fare.

Non informare il pubblico, ma selezionare la realtà necessaria a confermare la propria ideologia.

E quando la menzogna, l’omissione e il doppio standard diventano strumenti sistematici per raccontare narcotraffico e terrorismo, non siamo più davanti a controinformazione.

Siamo davanti alla propaganda.


DOCUMENTI E FONTI

U.S. Department of the Treasury – Tren de Aragua as a Transnational Criminal Organization (11 luglio 2024)
https://home.treasury.gov/news/press-releases/jy2459

U.S. Department of the Treasury – Cártel de los Soles / Tren de Aragua / Sinaloa Cartel (25 luglio 2025)
https://home.treasury.gov/news/press-releases/sb0207

U.S. Department of Justice – Hugo Carvajal si dichiara colpevole di narcoterrorismo, traffico di droga e armi (25 giugno 2025)
https://www.justice.gov/usao-sdny/pr/former-venezuelan-general-pleads-guilty-narco-terrorism-weapons-and-drug-trafficking

U.S. Department of Justice – Procedimento Adel El Zabayar: accuse di narcoterrorismo e riferimenti a FARC, Hezbollah e Hamas
https://www.justice.gov/usao-sdny/pr/former-member-venezuelan-national-assembly-charged-narco-terrorism-drug-trafficking-and

U.S. Department of Justice – Maduro e altri funzionari venezuelani: accuse sul Cártel de los Soles e sulle rotte della cocaina
https://www.justice.gov/usao-sdny/pr/manhattan-us-attorney-announces-narco-terrorism-charges-against-nicolas-maduro-current

Airwars – U.S. boat strikes in Latin America
https://airwars.org/boat-strikes-latin-america

Airwars – Attacco del 2 settembre 2025
https://airwars.org/incidents/usmar250902a-september-2-2025

Human Rights Watch – United States: Year of Extrajudicial Killings at Sea (2 settembre 2026)
https://www.hrw.org/news/2026/09/02/united-states-year-of-extrajudicial-killings-at-sea

BESSENT NOMINA LE ISOLE VERGINI BRITANNICHE: LA GUERRA ALL’IRAN ARRIVA NEL CUORE DEL SISTEMA OFFSHORE

0

Il Tesoro americano dice di sapere dove sono i conti dell’IRGC. E indica uno dei più importanti centri finanziari offshore del pianeta

C’è una frase pronunciata dal segretario al Tesoro americano Scott Bessent che rischia di essere molto più importante di quanto sembri.

Non riguarda soltanto l’Iran. Non riguarda soltanto nuove sanzioni. E soprattutto non riguarda soltanto qualche conto bancario nascosto dall’altra parte del mondo.

Bessent ha fatto un nome preciso:

British Virgin Islands. Isole Vergini Britanniche.

Parlando il 1° settembre 2026, a margine degli incontri finanziari del G20 ad Asheville, Bessent ha rivolto un avvertimento diretto alla struttura economica legata al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniana.

Il messaggio, riportato da Reuters, è inequivocabile:

«Sappiamo dove sono, nelle Isole Vergini Britanniche, i vostri conti presso queste trust company».

Bessent ha aggiunto che Washington conosce anche l’esistenza di proprietà immobiliari da cento milioni di dollari riconducibili agli uomini del sistema iraniano e intende congelarle.

Non è un dettaglio.

Perché quando il segretario al Tesoro degli Stati Uniti pronuncia pubblicamente il nome delle Isole Vergini Britanniche, non sta indicando un paradiso fiscale qualsiasi.

Sta indicando uno dei maggiori snodi societari offshore del pianeta.


NON SONO SEMPLICEMENTE “ISOLE DEI CARAIBI”

Prima di costruire qualsiasi analisi geopolitica bisogna mettere in ordine i fatti.

Le British Virgin Islands sono un British Overseas Territory, cioè un territorio britannico d’oltremare.

Non fanno costituzionalmente parte del Regno Unito e dispongono di un proprio governo e di un proprio ordinamento interno. Ma Londra conserva precise responsabilità costituzionali.

Il governo britannico chiarisce infatti che i territori d’oltremare sono costituzionalmente separati dal Regno Unito, mentre il Regno Unito rimane responsabile della loro difesa, delle relazioni estere e della loro complessiva buona amministrazione.

Il governatore rappresenta inoltre Sua Maestà il Re ed è inserito nel rapporto costituzionale che collega il territorio al governo britannico.

Quindi bisogna evitare due semplificazioni opposte.

Dire che le BVI siano semplicemente «parte del Regno Unito» sarebbe tecnicamente sbagliato.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato descriverle come uno Stato sovrano completamente estraneo a Londra.

Sono territorio britannico d’oltremare.

Ed è proprio qui che la questione diventa politicamente esplosiva.


354.015 SOCIETÀ. IN UN PICCOLO TERRITORIO CARAIBICO

I numeri ufficiali della stessa British Virgin Islands Financial Services Commission spiegano perché le parole di Bessent meritano attenzione.

Al 30 giugno 2026 risultavano:

354.015 Business Companies registrate nelle BVI.

Trecentocinquantaquattromila.

La sproporzione rispetto alla popolazione residente è gigantesca.

E non si tratta di una caratteristica recente.

Il Fondo Monetario Internazionale descrive da anni le BVI come un importante centro internazionale di servizi finanziari specializzato soprattutto nella costituzione di corporations e trust.

Lo stesso FMI ha spiegato che molte società costituite nelle BVI conducono materialmente le proprie attività e detengono i propri asset altrove.

Questa è la vera funzione di un grande hub offshore.

Non occorre che centinaia di miliardi di dollari siano fisicamente depositati in una banca di Tortola.

Il territorio può essere utilizzato come domicilio giuridico di società, holding, trust e strutture proprietarie attraverso cui vengono detenuti asset in altre giurisdizioni.

Ed è precisamente per questo che la frase di Bessent sui conti dell’IRGC presso le «trust companies» delle BVI assume un significato particolare.


IL MODELLO OFFSHORE NON È UNA TEORIA DEL COMPLOTTO

È necessario distinguere accuratamente i fatti documentabili dalle interpretazioni politiche.

Non esiste una prova che ogni società delle BVI nasconda denaro illecito.

Ovviamente no.

Le strutture offshore vengono utilizzate anche per attività perfettamente legali: investimenti internazionali, holding, fondi, successioni, gestione patrimoniale e operazioni societarie transfrontaliere.

Ma è altrettanto documentato che strutture societarie opache possono essere sfruttate per occultare proprietà effettive, aggirare sanzioni, riciclare denaro o separare formalmente un patrimonio dal suo beneficiario reale.

E il problema non viene denunciato soltanto da giornalisti o organizzazioni militanti.

Il Tesoro americano sta colpendo precisamente queste strutture.

Nel luglio 2025, per esempio, OFAC sanzionò Betensh Global Investment Limited And Dong Dong Shipping Limited, società basata nelle British Virgin Islands, indicandola come proprietaria della petroliera BIANCA JOYSEL, coinvolta secondo Washington nel trasporto di petrolio iraniano.

Quindi il collegamento BVI-Iran non nasce dalla dichiarazione di Bessent del settembre 2026.

Il Tesoro americano aveva già individuato società registrate nel territorio britannico all’interno delle reti utilizzate per il commercio petrolifero iraniano.

Ora il livello dello scontro sale.

Bessent non parla più soltanto di società.

Parla direttamente dei patrimoni dell’IRGC.


«VI ASFISSIEREMO ECONOMICAMENTE»

La strategia americana appare ormai evidente.

Washington vuole trasformare la superiorità finanziaria statunitense in un’arma strategica.

Bessent ha annunciato che potrebbero arrivare nuove sanzioni contro banche, società di leasing aeronautico e qualsiasi soggetto che continui a fare affari con l’IRGC.

E soprattutto ha indicato quale potrebbe essere il livello successivo:

tagliare completamente determinate istituzioni dal sistema finanziario basato sul dollaro.

Le sue parole sono state durissime:

«Abbiamo tolleranza zero. Asfissieremo economicamente questo regime».

Questo significa che la battaglia non si combatte soltanto a Teheran o nello Stretto di Hormuz.

Si combatte nei registri societari.

Nei trust.

Nelle holding.

Nelle società di navigazione.

Nei circuiti di pagamento.

Nelle proprietà immobiliari.

Nei beneficiari effettivi nascosti dietro catene societarie internazionali.

È una guerra finanziaria.


DALLE BVI A HONG KONG

Qui emerge un secondo nodo.

Hong Kong.

Occorre essere precisi anche su questo punto.

Hong Kong appartiene alla Repubblica Popolare Cinese dal 1997 e non può essere descritta oggi come un centro finanziario controllato dalla Gran Bretagna.

Ma il suo ordinamento conserva deliberatamente caratteristiche fondamentali sviluppatesi durante il periodo britannico.

La stessa Basic Law di Hong Kong stabilisce infatti la permanenza del common law, delle regole di equity e di gran parte dell’architettura giuridica precedente al 1997.

La Basic Law garantisce inoltre il ruolo di Hong Kong come centro finanziario internazionale, il libero movimento dei capitali e un sistema monetario distinto.

Quindi esiste effettivamente una continuità istituzionale con il precedente modello finanziario britannico.

Ma da questo non discende automaticamente che Londra controlli oggi Hong Kong.

La distinzione è fondamentale.

Ciò che interessa Washington è un’altra cosa: Hong Kong continua a essere una delle grandi porte attraverso cui capitali, società, commercio internazionale e finanza cinese dialogano con il sistema mondiale.

E le reti iraniane lo hanno sfruttato.


IL TESORO HA GIÀ COLPITO HONG KONG

Anche qui non siamo nel campo delle ipotesi.

Il 10 giugno 2026 il Dipartimento del Tesoro americano ha annunciato nuove sanzioni nell’ambito dell’operazione Economic Fury.

Tra i soggetti colpiti figuravano individui e società con sede in Cina e a Hong Kong accusati di aver facilitato acquisizioni di armamenti per l’IRGC e per il ministero della Difesa iraniano.

Il Tesoro americano indicò inoltre una società di Hong Kong inserita in quella che Washington descrive come una rete bancaria clandestina iraniana.

Il 14 luglio Washington ha poi colpito oltre cinquanta individui, società e navi appartenenti alla rete economico-marittima di Mohammad Hossein Shamkhani.

Il 24 luglio sono arrivati altri provvedimenti contro la rete finanziaria di Babak Zanjani, accusata dal Tesoro di utilizzare servizi finanziari, oro, asset digitali, trasporti e società offshore per muovere capitali iraniani.

Il mosaico comincia quindi a comporsi.

BVI.

Hong Kong.

Società di navigazione.

Trust.

Petrolio.

Asset digitali.

Banche.

Holding.

Proprietà immobiliari.

Il bersaglio americano non è soltanto il bilancio ufficiale dello Stato iraniano.

È l’infrastruttura internazionale che permette al denaro iraniano di muoversi fuori dall’Iran.


LA GRANDE DOMANDA: QUANTO È BRITANNICA QUESTA RETE?

È qui che l’analisi deve diventare più interessante senza trasformarsi in propaganda.

L’esistenza di una vasta architettura finanziaria offshore legata storicamente a territori britannici è un fatto.

BVI, Cayman, Bermuda e altri territori hanno svolto e continuano a svolgere ruoli importanti nella finanza internazionale.

Ma sostenere che l’intero sistema sia una gigantesca «lavanderia del budget nero globalista» direttamente comandata da Londra richiederebbe prove molto più forti di quelle oggi disponibili.

Questa distinzione non indebolisce l’accusa.

La rende più seria.

Perché non serve immaginare una stanza segreta nella City dove qualcuno dirige ogni conto offshore del pianeta.

Il problema reale è molto più concreto:

il sistema finanziario internazionale ha costruito giurisdizioni nelle quali enormi quantità di società, trust e patrimoni possono essere strutturate attraverso molteplici livelli societari.

E quando organizzazioni sottoposte a sanzioni riescono a inserirsi in quell’architettura, diventa estremamente difficile distinguere il capitale commerciale legittimo dal denaro destinato ad aggirare embarghi, finanziare apparati militari o occultare patrimoni personali.


BESSENT HA APERTO UNA PORTA CHE POTREBBE ESSERE DIFFICILE RICHIUDERE

Per questo la dichiarazione del segretario al Tesoro americano potrebbe avere conseguenze molto più ampie dell’Iran.

Bessent ha praticamente detto all’IRGC:

sappiamo dove avete nascosto il patrimonio.

E ha indicato pubblicamente le British Virgin Islands.

Se Washington dispone realmente dei dati sui trust, sui beneficiari effettivi, sui conti e sulle proprietà riconducibili agli uomini del regime iraniano, la domanda successiva diventa inevitabile:

chi ha consentito a quelle strutture di esistere e operare?

Quali trust company?

Quali intermediari?

Quali amministratori?

Quali banche corrispondenti?

Quali studi legali?

Quali società di comodo?

Quali prestanome?

Quali giurisdizioni?

È qui che un’operazione contro l’Iran potrebbe trasformarsi in qualcosa di molto più grande.

Perché seguire davvero il denaro significa inevitabilmente incontrare chi quel denaro lo custodisce, lo struttura, lo trasferisce e lo rende apparentemente distante dal beneficiario finale.


IL VERO CAMPO DI BATTAGLIA È LA FINANZA

Per decenni abbiamo raccontato la geopolitica attraverso portaerei, missili, basi militari e confini.

Ma il potere contemporaneo passa anche da strumenti molto meno spettacolari:

una società registrata su un’isola;

un trust;

una banca corrispondente;

una compagnia di navigazione;

una holding;

un conto denominato in dollari;

una proprietà intestata attraverso quattro giurisdizioni differenti.

Bessent sembra intenzionato a combattere proprio su questo terreno.

Non significa che abbia dichiarato guerra alla City di Londra.

Non lo ha fatto.

Non significa nemmeno che abbia dimostrato l’esistenza di un’unica cabina di regia britannica dietro la finanza clandestina mondiale.

Non lo ha dimostrato.

Ma significa qualcosa che potrebbe essere altrettanto importante:

il Tesoro degli Stati Uniti sta dichiarando apertamente di voler penetrare le strutture offshore utilizzate dall’IRGC e colpirne intermediari e patrimoni.

E una delle giurisdizioni nominate pubblicamente dal segretario al Tesoro americano è territorio britannico d’oltremare.

Questo è il fatto politico.


TRUMP E BESSENT STANNO SEGUENDO IL DENARO

La battaglia contro Teheran entra quindi in una fase nuova.

Non basta bloccare il petrolio.

Non basta fermare una nave.

Non basta sanzionare una società iraniana.

Bisogna interrompere l’intera catena finanziaria che permette al capitale di cambiare nome, bandiera, società, conto e proprietario formale.

Washington sembra voler trasformare il dollaro e l’accesso al sistema finanziario americano in un gigantesco punto di strozzatura.

E se Bessent manterrà ciò che sta promettendo, la domanda non sarà più soltanto:

quanto denaro possiede realmente l’IRGC all’estero?

La domanda diventerà:

chi lo ha aiutato a nasconderlo?

Perché una volta individuato il denaro, inevitabilmente si arriva agli intermediari.

E una volta arrivati agli intermediari, si entra nel cuore del sistema offshore globale.

Bessent ha appena pronunciato davanti alle telecamere uno dei nomi di quel sistema:

British Virgin Islands.

Adesso bisognerà vedere fino a che punto Washington sia realmente disposta a seguirne le tracce.


DOCUMENTI E FONTI

Reuters — Bessent says U.S. likely to announce Iran bank sanctions this week
Reuters: dichiarazioni di Scott Bessent del 1° settembre 2026

U.S. Department of the Treasury — Treasury Targets Diverse Networks Facilitating Iranian Oil Trade
Documentazione OFAC sulla rete petrolifera iraniana e sulla società basata nelle British Virgin Islands proprietaria della BIANCA JOYSEL.
Dipartimento del Tesoro USA — 3 luglio 2025

U.S. Department of the Treasury — Economic Fury Disrupts Foreign Networks Supporting Iran’s Military and Weapons Programs
Documentazione sulle società cinesi e di Hong Kong accusate di sostenere le reti di approvvigionamento iraniane.
Dipartimento del Tesoro USA — 10 giugno 2026

U.S. Department of the Treasury — Treasury Intensifies Pressure on Shamkhani’s Expansive Illicit Shipping Empire
Oltre cinquanta individui, società e navi coinvolti nella rete internazionale individuata da OFAC.
Dipartimento del Tesoro USA — 14 luglio 2026

U.S. Department of the Treasury — Treasury Further Dismantles Iranian Financier Zanjani’s Network
Documentazione sulla rete offshore e finanziaria attribuita a Babak Zanjani.
Dipartimento del Tesoro USA — 24 luglio 2026

British Virgin Islands Financial Services Commission — Statistical Bulletin Q2 2026
Il registro ufficiale riporta 354.015 Business Companies al 30 giugno 2026.
BVI FSC — Statistical Bulletin Q2 2026

International Monetary Fund — British Virgin Islands
Analisi del ruolo delle BVI come centro internazionale per società, trust e strutture finanziarie offshore.
Fondo Monetario Internazionale — British Virgin Islands financial sector assessment

International Monetary Fund — AML/CFT assessment of the British Virgin Islands
Valutazione del settore finanziario, dei trust e dei company service providers delle BVI.
FMI — British Virgin Islands Anti-Money Laundering Assessment

Governo britannico — Overseas Territories
Quadro costituzionale dei territori britannici d’oltremare e responsabilità del Regno Unito.
GOV.UK — status costituzionale degli Overseas Territories

Hong Kong Department of Justice — Basic Law
Documentazione ufficiale sulla permanenza del common law e dell’ordinamento economico-finanziario distinto dopo il 1997.
Hong Kong Department of Justice — Basic Law

Hong Kong Basic Law — Chapter V, Economy
Articoli relativi al mantenimento di Hong Kong come centro finanziario internazionale e alla libertà dei movimenti di capitale.
Basic Law — sistema economico e finanziario di Hong Kong

I SOLITI RIPORTER DELLA PROPAGANDA MARXISTA: «MA NON ERA STATO TRUMP E IL MOSSAD?» — CEUTA, ORA SPUNTA L’ALLARME CHE IL GOVERNO SÁNCHEZ AVREBBE CONOSCIUTO

0

Il rapporto del CENIF cambia il quadro: la Polizia aveva lanciato un’allerta preventiva e ora parla di “pianificazione”, “permissività” e “guida attiva” sul lato marocchino. Due giorni fa Sánchez assicurava che non esistevano informazioni che indicassero responsabilità del Marocco. Adesso la domanda politica è inevitabile: chi sapeva, cosa sapeva e quando lo sapeva?

Per settimane abbiamo assistito alla solita caccia alla grande regia internazionale.

Russia. Israele. Reti straniere. Estrema destra internazionale. Disinformazione.

Pedro Sánchez è arrivato a sostenere pubblicamente che reti associate alla Russia e a Israele avrebbero contribuito a diffondere informazioni false capaci di alimentare la crisi migratoria esplosa a Ceuta.

Ed è qui che nasce una domanda tanto provocatoria quanto inevitabile:

ma non era stato Trump? Non era il Mossad?

Trump, per essere precisi, non risulta essere stato accusato direttamente dal governo spagnolo di aver organizzato l’ingresso di massa. E nemmeno esiste, allo stato delle informazioni pubbliche, una prova che il Mossad abbia organizzato l’operazione.

Sánchez ha parlato invece di reti associate a Russia e Israele e di una presunta “internazionale dell’ultradestra” impegnata nella diffusione della disinformazione.

Ma mentre lo sguardo politico veniva proiettato verso Mosca, Israele e nebulose internazionali, dentro la stessa Policía Nacional spagnola esisteva già un’altra pista. Molto più vicina.

E soprattutto esisteva un’allerta.

IL DOCUMENTO CHE CAMBIA LA DISCUSSIONE

Il Centro Nacional de Inmigración y Fronteras — CENIF — della Policía Nacional aveva rilevato già il 28 luglio un improvviso incremento dei messaggi che invitavano a raggiungere Ceuta.

Il giorno successivo, 29 luglio, venne emessa la prima allerta.

Il 30 luglio iniziò l’ingresso di massa.

Non stiamo quindi parlando di un allarme costruito settimane dopo per spiegare retroattivamente ciò che era successo.

L’allerta precedeva l’evento.

Secondo quanto ricostruito da Europa Press sulla base del rapporto CENIF trasmesso all’Audiencia Nacional, il 28 luglio era stato registrato un “incremento improvviso” dei messaggi favorevoli all’attraversamento verso Ceuta, proprio il giorno precedente alla prima allerta ufficiale del Centro.

Ancora più significativo è quanto riportato da El Independiente: la Policía Nacional avrebbe redatto il 29 luglio un rapporto nel quale veniva indicato un rischio elevato di arrivi verso Ceuta.

Secondo fonti governative citate dal giornale, quel documento sarebbe stato trasmesso al ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska.

Questo punto è decisivo.

Non dimostra automaticamente che Pedro Sánchez abbia personalmente letto il documento.

Non dimostra che il governo conoscesse anticipatamente le dimensioni mostruose che avrebbe assunto l’evento.

Ma distrugge una rappresentazione semplicistica della crisi come fulmine completamente imprevedibile caduto sul confine spagnolo.

Un allarme esisteva.

E adesso bisogna sapere esattamente chi lo ricevette.

MADRID SAPEVA CHE ESISTEVA UN RISCHIO

Il rapporto del 29 luglio avrebbe contemplato almeno due scenari: un tentativo attraverso la barriera terrestre oppure un ingresso via mare.

La Polizia non avrebbe previsto l’arrivo di decine di migliaia di persone.

È una precisazione fondamentale.

Ma non serve conoscere anticipatamente il numero esatto delle persone per comprendere la gravità politica della questione.

Se un apparato dello Stato segnala alla vigilia di una crisi il rischio di un ingresso di grandi dimensioni, la domanda non è più:

“Come potevano saperlo?”

La domanda diventa:

“Che cosa fecero dopo averlo saputo?”

Furono rinforzati gli uomini?

Furono mobilitate riserve?

La Guardia Civil ricevette indicazioni straordinarie?

La Moncloa venne informata?

Quali ministri ricevettero l’allerta?

Quale valutazione ne fecero?

E soprattutto: perché il dispositivo predisposto non fu sufficiente a impedire il collasso della frontiera?

Sono domande politiche e istituzionali. Non teorie del complotto.

POI ARRIVA IL RAPPORTO SUL MAROCCO

Ed è qui che la vicenda diventa ancora più imbarazzante per Madrid.

Il rapporto successivamente trasmesso dal CENIF alla magistrata María Tardón dell’Audiencia Nacional non si limita a ricostruire l’esistenza della mobilitazione.

Secondo RTVE, EFE, Europa Press e altri media spagnoli che ne hanno riportato il contenuto, il documento descrive elementi compatibili con una “pianificazione previa” e parla del comportamento delle forze marocchine in termini estremamente pesanti.

Compaiono espressioni come:

“permissività”.

E soprattutto:

“guida attiva della massa”.

Secondo il rapporto, agenti marocchini avrebbero dato indicazioni alle persone che attraversavano irregolarmente la frontiera.

RTVE riferisce inoltre che gli investigatori avrebbero osservato un dispiegamento marocchino sensibilmente inferiore al normale nelle fasi precedenti all’ingresso.

Il rapporto non equivale a una sentenza definitiva contro lo Stato marocchino.

Ma siamo ormai molto lontani dalla semplice storia di qualche video diventato virale sui social.

IL CORTOCIRCUITO CON LE PAROLE DI SÁNCHEZ

Ed ecco il problema politico enorme.

Il 31 agosto, appena due giorni prima che emergessero pubblicamente questi elementi, Pedro Sánchez dichiarava che non esisteva “nessuna informazione” proveniente dalle forze di sicurezza, dal CNI o da altri servizi di intelligence che indicasse una partecipazione delle autorità marocchine alla crisi di Ceuta.

Non solo.

Sánchez difendeva la collaborazione con Rabat e spostava invece l’attenzione sulla disinformazione proveniente da reti associate a Russia e Israele.

Il governo spagnolo ha successivamente affermato di possedere “evidenze” relative a questa attività di disinformazione, facendo riferimento a rapporti del ministero degli Esteri.

Benissimo.

Che vengano pubblicati anche quelli.

Ma adesso esiste una questione completamente diversa che Madrid non può liquidare indicando Mosca o Gerusalemme.

Perché un rapporto prodotto dalla Policía Nacional spagnola attribuisce comportamenti molto concreti ad appartenenti alle forze marocchine.

La contraddizione è evidente.

Da una parte il presidente afferma:

nessuna informazione indica il Marocco.

Dall’altra emerge un rapporto della Polizia che parla di:

“permissività”, “pianificazione” e “guida attiva”.

Qualcuno deve spiegare questa distanza.

MARLASKA CHIEDE SPIEGAZIONI ALLA SUA STESSA POLIZIA

La reazione del ministro dell’Interno rende la storia ancora più surreale.

Fernando Grande-Marlaska ha chiesto informazioni al direttore generale della Policía Nacional, Francisco Pardo, proprio per sapere cosa contenesse il rapporto e da quando la Polizia disponesse di quelle informazioni.

Pardo ha quindi convocato i responsabili di Información ed Extranjería.

Tradotto politicamente:

il ministero dell’Interno sta cercando di ricostruire cosa sapesse un apparato che dipende dallo stesso ministero dell’Interno.

E qui le possibilità sono tutte politicamente problematiche.

Se Marlaska non conosceva determinate conclusioni della propria Polizia, bisogna capire perché.

Se le conosceva, bisogna capire quando.

Se l’allerta del 29 luglio gli era stata effettivamente trasmessa, bisogna conoscere esattamente il contenuto ricevuto e quali decisioni furono prese.

E se informazioni rilevanti non arrivarono alla Moncloa, bisogna ricostruire la catena di comando.

Non servono fantasie.

Servono date, protocolli, destinatari e documenti.

IL 30 LUGLIO, INTANTO, IL GOVERNO LODAVA RABAT

C’è poi un particolare che oggi assume un peso completamente diverso.

Il 30 luglio, mentre Ceuta precipitava nella crisi, il ministero dell’Interno spagnolo pubblicò un comunicato ufficiale nel quale sottolineava la “esemplare collaborazione” tra Spagna e Marocco in materia migratoria.

Grande-Marlaska ringraziava addirittura le autorità marocchine per gli sforzi compiuti dalle loro forze di sicurezza.

Quel comunicato esiste ancora sul sito ufficiale del ministero.

Oggi, però, un rapporto della Policía Nacional descrive almeno alcune condotte sul terreno in termini radicalmente differenti.

Questo non significa automaticamente che l’intero apparato marocchino abbia organizzato l’operazione.

Significa però che la versione politica fornita nelle ore della crisi deve essere confrontata con ciò che gli investigatori hanno successivamente ricostruito.

Ed è precisamente ciò che un governo trasparente dovrebbe voler fare.

72.000 INGRESSI NON SONO UN DETTAGLIO

Secondo le cifre successivamente confermate dal governo spagnolo, furono circa 72.000 le persone entrate a Ceuta durante l’episodio del 30 luglio.

Una massa capace di mettere sotto pressione un’intera città.

Un evento di questa portata non può essere archiviato con una conferenza stampa e qualche riferimento agli algoritmi dei social network.

Se vi fu una mobilitazione organizzata, bisogna identificarne gli organizzatori.

Se vi furono campagne di disinformazione straniere, bisogna mostrarne le prove.

Se agenti marocchini guidarono parte della massa, bisogna accertare chi impartì gli ordini.

Se Madrid aveva ricevuto un’allerta preventiva, bisogna sapere chi la ricevette e come reagì.

Sono quattro questioni differenti.

Mescolarle serve soltanto a confondere le responsabilità.

NON ERA “IL MOSSAD”: ERA UNA DOMANDA MOLTO PIÙ VICINA A MADRID

Ed eccoci quindi al punto.

Per settimane la discussione è stata spostata verso le grandi interferenze internazionali.

Russia.

Israele.

L’estrema destra globale.

Le reti sociali.

Le organizzazioni criminali.

Tutte piste che possono essere investigate e, quando esistono prove, devono esserlo.

Ma la comparsa del rapporto CENIF obbliga a riportare l’attenzione dentro le istituzioni spagnole.

Perché prima di chiedere cosa sapesse Mosca sarebbe utile sapere cosa sapesse Madrid.

Prima di indicare reti israeliane sarebbe utile conoscere chi ricevette l’allerta del 29 luglio.

Prima di trasformare la crisi in una battaglia ideologica internazionale sarebbe utile pubblicare la cronologia completa delle comunicazioni interne.

È molto più semplice indicare un nemico lontano che rispondere a una domanda amministrativa elementare:

chi aveva il documento sulla scrivania?

SÁNCHEZ DEVE CHIARIRE LA CONTRADDIZIONE

Non c’è bisogno di sostenere che Sánchez abbia “organizzato” qualcosa.

Non esiste alcuna prova pubblica che permetta di dirlo.

E proprio per questo la questione realmente documentabile è politicamente molto più seria.

Il suo governo deve spiegare:

quando venne informato dell’allerta del CENIF;

chi ne ricevette copia;

quali organismi vennero messi in preallarme;

quali rinforzi furono predisposti;

quando emersero i primi elementi relativi al comportamento delle forze marocchine;

quando Marlaska ne fu informato;

e perché il 31 agosto Sánchez potesse ancora affermare pubblicamente che nessuna informazione indicava una partecipazione marocchina.

Questa è la domanda centrale.

Non “chi immaginiamo abbia organizzato Ceuta”.

Ma:

CHE COSA SAPEVA MADRID?

E quando lo seppe?

Finché questa cronologia non sarà resa pubblica, ogni tentativo di spostare esclusivamente il dibattito su Russia, Israele, Trump, il Mossad o qualche onnipotente internazionale della disinformazione rischierà di apparire come una gigantesca cortina fumogena.

La risposta non può arrivare con altri slogan.

Devono arrivare i documenti.


DOCUMENTI E FONTI

RTVE — Il rapporto CENIF e l’allerta preventiva
Il rapporto della Policía Nacional parla di rischio di “entrada masiva”, pianificazione, permissività e “guiado activo” attribuito a forze marocchine.
https://www.rtve.es/noticias/20260902/planificacion-guiado-activo-claves-del-informe-policia-senala-a-marruecos-entrada-masiva-ceuta/17210268.shtml

Europa Press — I messaggi del 28 luglio e l’allerta CENIF del 29 luglio
Ricostruzione dell’aumento improvviso dei messaggi favorevoli all’ingresso a Ceuta alla vigilia dell’allerta.
https://www.europapress.es/nacional/noticia-cenif-detecta-incremento-subito-mensajes-favor-cruzar-ceuta-dia-antes-alerta-29-julio-20260902202244.html

El Independiente — L’allerta della Policía Nacional del 29 luglio
Secondo fonti governative citate dal giornale, il documento sarebbe stato trasmesso al ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska.
https://www.elindependiente.com/espana/2026/08/31/policia-nacional-aviso-riesgo-alto-llegadas-nado-ceuta-informe-29-julio/

RTVE — Agenti marocchini e presunta “guida” dell’ingresso di massa
https://www.rtve.es/noticias/20260902/crisis-migratoria-ceuta-informe-policia/17209185.shtml

EFE — Marlaska chiede chiarimenti al direttore generale della Policía Nacional
https://efe.com/espana/2026-09-02/ceuta-policia-informe-ceuta-marruecos/

Ministero dell’Interno spagnolo — Comunicato ufficiale del 30 luglio 2026
Il governo elogia la collaborazione del Marocco e gli sforzi delle sue forze di sicurezza.
https://www.interior.gob.es/opencms/eu/detalle/articulo/Comunicado-sobre-la-situacion-en-la-ciudad-autonoma-de-Ceuta/

EFE — Sánchez, 31 agosto: nessuna informazione indicherebbe il coinvolgimento del Marocco
https://efe.com/espana/2026-08-31/sanchez-ceuta-marruecos-migrantes/

RTVE — Sánchez attribuisce parte della crisi alla disinformazione proveniente da reti russe e israeliane
https://www.rtve.es/noticias/20260831/sanchez-anuncia-rey-visitara-ceuta-defiende-marruecos/17206526.shtml

Europa Press — Il governo sostiene di avere “evidenze” sulla disinformazione legata a Russia e Israele
https://www.europapress.es/nacional/noticia-gobierno-sustenta-senalamientos-israel-rusia-relacion-ceuta-informes-exteriores-20260901151743.html

Europa Press — Israele respinge le accuse di Sánchez
https://www.europapress.es/internacional/noticia-israel-acusa-sanchez-lanzar-mentiras-descaradas-vincularle-crisis-ceuta-20260831142301.html

Europa Press — Il governo conferma la cifra di circa 72.000 ingressi
https://www.europapress.es/nacional/noticia-gobierno-aclara-cifra-personas-llegaron-ceuta-entrada-masiva-mantiene-72000-20260810214805.html