Negli ultimi anni abbiamo assistito alla nascita di un fenomeno sempre più evidente: l’affermazione di una forma di attivismo che si presenta come universale, morale e umanitario, ma che troppo spesso sembra applicare i propri principi in modo selettivo.
Le stesse organizzazioni, gli stessi movimenti e gli stessi influencer politici che riempiono le piazze occidentali per denunciare presunte violazioni dei diritti umani negli Stati Uniti, in Europa o in Israele, sembrano improvvisamente perdere voce quando la repressione arriva da regimi che non rientrano nella loro narrazione ideologica.
La domanda è semplice:
i diritti umani sono universali oppure dipendono dal colore politico del governo che li viola?
Newark, ICE e l’indignazione permanente
Le proteste contro ICE negli Stati Uniti sono soltanto l’ultimo esempio.
Secondo gli organizzatori, si tratta di una battaglia per la dignità dei migranti e contro un sistema considerato oppressivo.
Una posizione legittima.
Ma ciò che colpisce è l’enorme mobilitazione di risorse, attenzione mediatica e attivismo che si sviluppa attorno a questi temi.
Manifestazioni permanenti.
Campagne social coordinate.
Reti di supporto legale.
Presidi continui.
Mobilitazioni internazionali.
Tutto questo viene presentato come la voce spontanea della società civile.
Eppure molti osservatori si chiedono quanto di questa mobilitazione sia realmente spontaneo e quanto sia invece sostenuto da strutture organizzative permanenti che operano da anni nel campo dell’attivismo politico.
Il silenzio sull’Iran
Il contrasto appare particolarmente evidente nel caso dell’Iran.
Quando migliaia di cittadini iraniani sono scesi in piazza rischiando arresti, torture e persino la vita, il sostegno di una parte dell’attivismo occidentale è apparso molto più timido rispetto ad altre campagne.
Le immagini delle proteste represse con la forza hanno fatto il giro del mondo.
Le denunce delle organizzazioni per i diritti umani si sono moltiplicate.
Eppure la mobilitazione di alcune realtà politiche occidentali non ha raggiunto neppure lontanamente l’intensità vista su altri fronti.
Perché?
È una domanda che molti continuano a porsi.
L’antimperialismo selettivo
Per decenni il concetto di anti-imperialismo ha rappresentato una critica al dominio delle grandi potenze.
Oggi, però, sembra essersi trasformato in qualcosa di diverso.
Per una parte della militanza contemporanea il criterio appare estremamente semplice:
- se un governo è in contrasto con Washington, merita comprensione;
- se è ostile alla NATO, riceve attenuanti;
- se si oppone all’Occidente, viene spesso considerato automaticamente una vittima.
Questo schema produce una conseguenza paradossale.
La valutazione dei diritti umani non viene più fatta sulla base dei comportamenti di un governo, ma sulla base della sua collocazione geopolitica.
Le ONG e il potere dell’influenza
Un altro elemento che alimenta il dibattito riguarda il ruolo crescente delle ONG internazionali, delle fondazioni private e delle reti di advocacy.
Molte di queste organizzazioni svolgono attività fondamentali.
Altre esercitano una forte influenza politica e culturale.
Il problema non è la loro esistenza.
Il problema è la trasparenza.
Chi finanzia determinate campagne?
Chi stabilisce le priorità?
Chi decide quali crisi meritano attenzione e quali possono essere ignorate?
In una democrazia queste domande dovrebbero essere considerate normali.
Eppure spesso vengono liquidate come sospetti illegittimi.
La fabbrica delle narrative
Nell’era digitale il potere non passa soltanto attraverso governi e parlamenti.
Passa attraverso la capacità di costruire narrative.
Alcune storie vengono amplificate.
Altre scompaiono.
Alcuni conflitti dominano i titoli per mesi.
Altri vengono rapidamente dimenticati.
Questo non significa necessariamente che esista una cabina di regia unica.
Ma significa che esistono reti di influenza capaci di indirizzare attenzione, indignazione e consenso.
I diritti umani come strumento politico
La vera questione è questa.
Quando i diritti umani vengono utilizzati in modo coerente rappresentano uno dei pilastri della civiltà moderna.
Quando invece vengono applicati selettivamente rischiano di trasformarsi in uno strumento politico.
Non più un principio universale.
Ma un’arma ideologica.
Da utilizzare contro alcuni e da ignorare quando riguarda altri.
Conclusione
Forse il problema più grande non è l’esistenza di movimenti, ONG, campagne o manifestazioni.
Il problema è la perdita di coerenza.
Perché chi difende davvero i diritti umani dovrebbe difenderli ovunque.
A Newark come a Teheran.
A Washington come a qualsiasi altra capitale.
Senza eccezioni.
Senza sconti.
Senza doppi standard.
Nel momento in cui la difesa delle libertà diventa selettiva, il rischio è che l’attivismo smetta di essere una battaglia per i diritti e diventi semplicemente una battaglia per il potere.

