La campagna contro l’Argentina: un calco della guerra delle narrative. Quando la propaganda segue gli stessi schemi usati contro Israele

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Viviamo in un’epoca in cui l’informazione non è più soltanto uno strumento per raccontare gli eventi. È diventata un campo di battaglia. Le guerre contemporanee non si combattono esclusivamente con eserciti, missili o sanzioni economiche: si combattono anche attraverso i social network, gli algoritmi, gli influencer, i media e la costruzione sistematica delle percezioni collettive.

Negli ultimi mesi, la crescente campagna mediatica contro l’Argentina ha mostrato dinamiche che meritano una riflessione. Non perché l’Argentina e Israele rappresentino realtà politiche, storiche o geopolitiche sovrapponibili: non lo sono. Ma perché i meccanismi comunicativi utilizzati per costruire una determinata immagine pubblica appaiono sorprendentemente simili.

Osservare questi schemi significa comprendere come funziona oggi la propaganda nell’era digitale.

Non è il contesto a essere identico. È il metodo.

Chi osserva soltanto il contenuto rischia di perdere il fenomeno più importante: la tecnica.

Le campagne di delegittimazione moderne seguono spesso una struttura ripetitiva, indipendentemente dal paese preso di mira.

L’obiettivo non consiste necessariamente nel convincere tutti di una determinata tesi.

È sufficiente creare un clima emotivo nel quale una sola interpretazione degli eventi venga percepita come l’unica moralmente accettabile.

Quando questo accade, il dibattito viene sostituito dalla ripetizione.

La semplificazione estrema

Il primo elemento è la riduzione della complessità.

Ogni vicenda politica, economica o militare viene trasformata in una narrazione binaria.

Da una parte i buoni.

Dall’altra i cattivi.

Le cause profonde scompaiono.

Le responsabilità multiple vengono eliminate.

Le sfumature diventano sospette.

Questa dinamica è estremamente efficace perché il cervello umano preferisce spiegazioni semplici a problemi complessi.

Una realtà articolata viene trasformata in uno slogan facilmente condivisibile.

La viralizzazione selettiva

Il secondo schema consiste nella selezione delle informazioni.

Non tutto diventa virale.

Diventa virale soltanto ciò che conferma una determinata narrazione.

Un episodio isolato viene elevato a simbolo dell’intero sistema.

Un singolo video.

Una fotografia.

Una dichiarazione.

Un caso specifico.

Nel giro di poche ore quel frammento diventa la presunta prova definitiva di un fenomeno generale.

Nel frattempo, notizie che potrebbero ridimensionare o contestualizzare quel fatto ricevono una copertura molto inferiore oppure vengono ignorate.

Non si tratta necessariamente di censura.

Molto più spesso si tratta di una selezione narrativa.

La decontestualizzazione

Uno degli strumenti più potenti della propaganda contemporanea è la rimozione del contesto.

Una frase viene estratta da un’intervista.

Un’immagine viene tagliata.

Un video viene pubblicato senza mostrare ciò che è accaduto prima o dopo.

Formalmente il contenuto può essere autentico.

Ma il significato cambia completamente.

Un fatto vero, privato del proprio contesto, può produrre una conclusione falsa.

È una tecnica antica quanto la propaganda stessa.

Nell’ecosistema digitale, però, la velocità di diffusione ne amplifica enormemente gli effetti.

L’amplificazione

Il quarto passaggio è forse il più importante.

Una volta costruita la narrazione, entra in funzione il meccanismo della ripetizione.

Media.

Influencer.

Celebrità.

Attivisti.

Pagine social.

Account anonimi.

Commentatori.

Ognuno rilancia lo stesso messaggio.

A quel punto il contenuto non appare più come un’opinione.

Diventa ciò che gli studiosi della comunicazione definiscono un consenso percepito.

L’effetto psicologico è potente.

Le persone tendono ad attribuire maggiore credibilità a un’affermazione semplicemente perché la incontrano continuamente.

Questo fenomeno è noto in psicologia cognitiva come illusory truth effect (effetto della verità illusoria): la ripetizione aumenta la sensazione di veridicità di un’affermazione, anche quando mancano prove solide a sostegno.

Il ruolo del bias di conferma

Qui emerge un altro elemento fondamentale.

Molti non credono alla propaganda perché sono stati ingannati.

Credono alla propaganda perché conferma ciò che desideravano già credere.

È il cosiddetto bias di conferma.

Le persone cercano inconsciamente informazioni che rafforzano le proprie convinzioni e tendono invece a ignorare quelle che le mettono in discussione.

Per questo motivo può accadere che qualcuno oggi denunci la disinformazione contro l’Argentina ma, fino a ieri, abbia condiviso senza alcuna verifica contenuti contro Israele.

In questo caso il problema non è la propaganda.

Il problema è la disponibilità ad accettarla quando coincide con i propri pregiudizi.

Le guerre cognitive

Negli ultimi anni numerosi centri di ricerca strategica, organizzazioni internazionali e istituzioni militari hanno iniziato a parlare apertamente di guerra cognitiva.

L’obiettivo non consiste soltanto nell’influenzare governi o eserciti.

L’obiettivo è influenzare direttamente la popolazione.

Modificare percezioni.

Orientare emozioni.

Condizionare decisioni politiche.

Creare consenso.

Distruggere reputazioni.

Polarizzare la società.

In questo scenario gli algoritmi delle piattaforme digitali diventano un moltiplicatore di portata senza precedenti.

L’indignazione genera interazioni.

Le emozioni aumentano la diffusione.

La complessità, invece, difficilmente diventa virale.

Il problema non è criticare

È importante distinguere un punto fondamentale.

Criticare un governo è legittimo.

Criticare le decisioni di uno Stato è parte integrante del dibattito democratico.

Lo stesso vale per l’Argentina, per Israele e per qualsiasi altro Paese.

Il problema nasce quando la critica lascia spazio a una costruzione narrativa nella quale vengono sistematicamente esclusi i fatti che complicano il racconto.

Quando il pubblico riceve soltanto una parte della realtà, non si trova più davanti a informazione completa, ma a una rappresentazione selettiva.

La propaganda nell’era degli algoritmi

Oggi non serve controllare ogni giornale per influenzare l’opinione pubblica.

È sufficiente orientare ciò che diventa visibile.

Un algoritmo privilegia ciò che genera engagement.

I contenuti emotivi vengono premiati.

Le sfumature vengono penalizzate.

La velocità sostituisce la verifica.

La reazione sostituisce l’analisi.

In questo ambiente la propaganda non ha bisogno di inventare tutto.

Le basta selezionare accuratamente quali fatti mostrare e quali ignorare.

La prima vittima è la verità

Quando osserviamo campagne mediatiche particolarmente intense, il primo dovere dovrebbe essere quello di rallentare.

Verificare.

Confrontare le fonti.

Ricostruire il contesto.

Analizzare anche ciò che non viene raccontato.

La domanda più utile non è soltanto:

“È vero?”

Ma anche:

“Che cosa manca?”

“Perché proprio questa notizia è diventata virale?”

“Quali informazioni vengono sistematicamente trascurate?”

Sono domande che dovrebbero accompagnare qualsiasi cittadino nell’era dell’informazione digitale.

Conclusione

La campagna mediatica che ha investito l’Argentina mostra come oggi le operazioni di influenza seguano spesso schemi ricorrenti: semplificazione estrema, selezione dei fatti, decontestualizzazione e amplificazione attraverso reti mediatiche e social.

Riconoscere questi modelli non significa affermare che ogni critica sia propaganda o che ogni narrazione sia falsa. Significa, piuttosto, sviluppare gli strumenti per distinguere tra informazione, opinione e operazioni di influenza.

Una società capace di verificare i fatti è più difficile da manipolare. Una società che rinuncia al contesto e accetta automaticamente ciò che conferma i propri pregiudizi diventa invece più vulnerabile alle campagne di disinformazione.

La prima vittima di ogni guerra delle narrative non è uno Stato, un governo o un leader politico. È la verità. E quando la verità viene sostituita dalla ripetizione di slogan, la capacità dei cittadini di comprendere la realtà si indebolisce, lasciando spazio a una polarizzazione sempre più profonda.


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