C’è una differenza enorme tra assistere chi fugge da una guerra e costruire un sistema internazionale che considera la mobilità umana uno strumento strutturale di sviluppo economico, sociale e politico.
È precisamente su questa differenza che dovrebbe concentrarsi il dibattito sull’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) e sulla sua direttrice generale, Amy Pope.
Perché, eliminati slogan, caricature e teorie impossibili da dimostrare, rimane qualcosa di molto più interessante: i documenti ufficiali.
E quei documenti descrivono apertamente un’organizzazione che non considera semplicemente la migrazione una crisi da amministrare. La considera anche una forza da organizzare, facilitare e utilizzare.
Non è un’interpretazione dei suoi avversari.
È scritto nero su bianco nel piano strategico dell’IOM.
DA OBAMA ALL’IOM: CHI È AMY POPE
Amy Pope non arriva alla guida dell’IOM dal nulla.
La biografia ufficiale dell’organizzazione ricorda che, prima di entrare nell’IOM, è stata Senior Advisor on Migration del presidente Joe Biden e Deputy Homeland Security Advisor del presidente Barack Obama. Alla Casa Bianca si occupò, tra le altre cose, di strategie relative alla migrazione, al reinsediamento dei rifugiati, alla tratta di esseri umani e alle crisi internazionali.
È quindi sbagliato presentarla semplicemente come una funzionaria umanitaria.
Pope proviene direttamente dal cuore dell’apparato politico statunitense che ha elaborato le strategie migratorie dell’era Obama e, successivamente, ha lavorato come consigliera di Biden sulla migrazione.
Nel 2023 è stata eletta direttrice generale dell’IOM, diventando la prima donna a guidare l’organizzazione. La sua candidatura era stata presentata proprio dagli Stati Uniti.
La continuità politica è evidente.
QUANDO LA MIGRAZIONE DIVENTA UNA «PROMESSA»
Il punto decisivo, tuttavia, non è la biografia di Pope.
È ciò che l’IOM dichiara di voler fare.
Il Piano Strategico IOM 2024-2028, elaborato all’inizio del mandato di Pope, utilizza un linguaggio estremamente significativo.
La visione dell’organizzazione viene sintetizzata così:
“Deliver on the promise of migration”.
Realizzare, cioè, “la promessa della migrazione”.
Il documento contiene persino una sezione intitolata:
“Harnessing the Power of Migration” — sfruttare il potenziale della migrazione.
Secondo l’IOM, la migrazione avrebbe il potere di trasformare positivamente individui, famiglie, comunità e società e sarebbe collegata al raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030.
Qui cambia completamente il paradigma.
Non siamo più soltanto davanti all’organizzazione che interviene quando una guerra produce profughi.
Non siamo più semplicemente davanti a un organismo che porta acqua, tende e assistenza sanitaria nei campi profughi.
La migrazione diventa uno strumento di policy.
TRE OBIETTIVI. IL TERZO È QUELLO POLITICAMENTE PIÙ INTERESSANTE
Il Piano Strategico 2024-2028 stabilisce tre grandi obiettivi:
- salvare vite e proteggere le persone in movimento;
- trovare soluzioni agli sfollamenti;
- facilitare percorsi di migrazione regolare.
Ed è proprio il terzo punto che dovrebbe aprire una discussione politica enorme.
Perché un’organizzazione internazionale nata per occuparsi di migrazione non si limita più alla gestione delle conseguenze delle crisi.
Lavora anche affinché esistano canali permanenti e organizzati di mobilità internazionale.
Si può essere favorevoli.
Si può essere contrari.
Ma fingere che questa dimensione politica non esista significa rifiutarsi di leggere i documenti dell’organizzazione stessa.
LA MIGRAZIONE NON È PIÙ L’ECCEZIONE: DIVENTA INFRASTRUTTURA
Questo è il cambiamento culturale fondamentale.
Per decenni l’immigrazione veniva discussa principalmente come scelta sovrana degli Stati:
chi entra?
quanti entrano?
con quali qualifiche?
per quanto tempo?
chi viene espulso?
chi decide?
Nella nuova architettura della governance migratoria internazionale il problema viene progressivamente rovesciato.
La domanda diventa:
come rendere la mobilità più sicura, ordinata e regolare?
La differenza sembra linguistica.
In realtà è politica.
Perché la prima impostazione parte dalla sovranità dello Stato.
La seconda parte dalla gestione della mobilità.
E non sono necessariamente la stessa cosa.
L’IOM LO DICE APERTAMENTE
Ancora più interessante è la definizione che l’organizzazione dà di se stessa.
L’IOM afferma di essere impegnata nel principio secondo cui una migrazione “umana e ordinata” produce benefici tanto per i migranti quanto per la società.
Il suo piano strategico sostiene inoltre che l’organizzazione deve aiutare gli Stati membri a “seize the opportunities”, cioè cogliere le opportunità offerte dalla migrazione.
Non serve inventare un complotto.
È molto più utile discutere quello che viene dichiarato pubblicamente.
L’IOM considera la migrazione non soltanto un fenomeno inevitabile da amministrare, ma qualcosa che può generare sviluppo e prosperità.
Ed è proprio qui che nasce la domanda politica:
chi ha stabilito che questa valutazione debba diventare il paradigma attraverso il quale affrontare il futuro delle società occidentali?
IL PROBLEMA DEMOCRATICO
La questione non consiste nel sostenere che l’IOM possa obbligare autonomamente Stati Uniti, Italia, Francia o Germania ad aprire le frontiere.
Non può.
Gli Stati continuano ad avere governi, parlamenti, leggi sull’immigrazione e strumenti di controllo delle frontiere.
Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che gli organismi internazionali non abbiano influenza.
Producono standard.
Creano programmi.
Finanziano progetti.
Coordinano reti.
Forniscono consulenza ai governi.
Formano funzionari.
Collaborano con ONG e organizzazioni internazionali.
Producono il linguaggio attraverso il quale determinate politiche vengono progressivamente considerate normali.
È il soft power burocratico.
E può essere potentissimo.
AGENDA 2030 E GLOBAL COMPACT
Il collegamento istituzionale è esplicito.
L’IOM lega la propria strategia sia all’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile sia al Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration.
Il Piano Strategico afferma che gli Obiettivi di sviluppo sostenibile non potrebbero essere raggiunti senza migrazione sicura, ordinata e regolare.
L’IOM ricorda inoltre di essere coordinatore e segretariato della UN Network on Migration, la rete delle Nazioni Unite incaricata di sostenere gli Stati nell’attuazione del Global Compact.
È difficile trovare una dimostrazione più chiara dell’esistenza di una vera governance globale della migrazione.
Governance non significa governo mondiale.
Significa qualcosa di più concreto: istituzioni, programmi, accordi, finanziamenti e organizzazioni che cercano di coordinare le politiche nazionali intorno a principi comuni.
Ed è precisamente questo modello che merita un controllo politico molto più severo.
L’EREDITÀ OBAMA
La traiettoria personale di Pope rende il quadro ancora più interessante.
Nel novembre 2015, mentre lavorava alla Casa Bianca, Amy Pope firmò personalmente un intervento dedicato all’accoglienza dei rifugiati siriani.
Scriveva che gli Stati Uniti non potevano voltare le spalle alle persone che fuggivano dall’ISIS e difendeva il programma statunitense di reinsediamento.
Pochi giorni prima aveva firmato insieme a Cecilia Muñoz un altro intervento della Casa Bianca intitolato “Welcoming with Open Arms”, nel quale l’immigrazione e l’accoglienza dei rifugiati venivano presentate come elementi capaci di rendere l’America più forte e dinamica.
Non c’è bisogno di attribuirle una fantomatica operazione segreta.
La filosofia politica era pubblica.
Ed è rimasta sorprendentemente coerente.
ATTENZIONE PERÒ ALLE FALSE ACCUSE
Proprio perché la critica all’IOM può essere molto forte sulla base dei suoi stessi documenti, è controproducente appesantirla con affermazioni che non risultano dimostrate.
Per esempio, non abbiamo trovato prove affidabili che Amy Pope stia cercando di “rovesciare la Repubblica costituzionale americana”.
È una tesi politica estrema che richiederebbe prove straordinarie.
Non abbiamo trovato neppure elementi sufficienti per affermare che l’IOM finanzi una “vasta rete di organizzazioni terroristiche camuffate da ONG”.
Accuse del genere devono essere dimostrate organizzazione per organizzazione, finanziamento per finanziamento.
Anche l’affermazione secondo cui Pope sarebbe stata personalmente l’“architetta” del programma CVE che avrebbe eliminato Islam e jihad dalla formazione dell’FBI richiede molta cautela: le fonti ufficiali dell’FBI descrivono programmi CVE dell’epoca Obama, ma non dimostrano quella specifica catena di responsabilità personale attribuita a Pope.
La critica seria non ha bisogno di scorciatoie.
E I SOLDI AMERICANI?
Qui emerge una delle contraddizioni politicamente più interessanti.
Per anni Washington è stata il principale finanziatore dell’IOM.
Nel 2025, quando l’amministrazione statunitense ha drasticamente ridotto diversi programmi internazionali, Amy Pope ha dichiarato che gli Stati Uniti rappresentavano oltre il 40% dei finanziamenti dell’organizzazione, non il 67% indicato in alcune ricostruzioni circolate online.
I tagli americani contribuirono a una pesante riduzione delle attività e del personale IOM.
Ed è questo forse il dato politicamente più esplosivo.
Per anni il contribuente americano ha finanziato in misura enorme un’organizzazione internazionale la cui strategia considera la migrazione una forza potenzialmente positiva da organizzare attraverso percorsi regolari.
Washington finanziava quindi una parte importante dell’infrastruttura internazionale della governance migratoria.
È perfettamente legittimo chiedersi se questo corrisponda agli interessi degli elettori americani.
LA DOMANDA CHE L’OCCIDENTE NON VUOLE AFFRONTARE
Il dibattito viene troppo spesso ridotto a una falsa alternativa.
Da una parte:
“Chi critica l’immigrazione odia gli immigrati”.
Dall’altra:
“Chi sostiene l’accoglienza vuole distruggere l’Occidente”.
Sono due semplificazioni.
La vera domanda è molto più seria:
la migrazione deve essere uno strumento permanente di politica economica e demografica oppure una possibilità subordinata agli interessi e alla volontà democratica delle singole nazioni?
Perché milioni di persone che cambiano Paese significano anche trasformazioni del mercato del lavoro, della domanda abitativa, dei servizi pubblici, delle scuole, della sicurezza, delle comunità e inevitabilmente della cultura.
Queste conseguenze non possono essere cancellate utilizzando la parola “opportunità”.
Devono essere misurate.
CHI DECIDE IL FUTURO DI UNA NAZIONE?
Ed eccoci alla questione centrale.
Amy Pope non è il capo di un misterioso governo mondiale.
È qualcosa di molto più concreto: la direttrice di una delle organizzazioni più importanti dell’architettura internazionale della migrazione.
La sua biografia attraversa la Casa Bianca di Obama, l’amministrazione Biden e infine l’IOM.
La sua organizzazione parla apertamente di “harnessing the power of migration”, di realizzare la “promise of migration” e di facilitare percorsi regolari di mobilità internazionale.
Tutto pubblico.
Tutto scritto.
Ed è proprio per questo che il dibattito dovrebbe essere ancora più duro.
La domanda non è se esista una stanza segreta nella quale qualcuno abbia progettato la distruzione dell’Occidente.
La domanda è molto più semplice:
perché la trasformazione demografica delle nostre società dovrebbe essere considerata a priori una “promessa” da realizzare?
E soprattutto:
chi ha dato alle burocrazie internazionali il diritto politico di stabilire quale livello di migrazione rappresenti un beneficio per una nazione?
La risposta, in una democrazia, dovrebbe essere inequivocabile.
Non l’IOM.
Non l’ONU.
Non una rete di ONG.
Non una burocrazia internazionale.
Devono deciderlo i cittadini attraverso gli Stati sovrani e le istituzioni democratiche.
L’assistenza umanitaria è una cosa.
La costruzione di una politica migratoria permanente è un’altra.
Confondere deliberatamente le due significa sottrarre al dibattito democratico una delle decisioni più importanti che una società possa prendere:
chi può entrare, quanti possono entrare e quale Paese vogliamo lasciare alle generazioni successive.
FONTI
- IOM – Piano Strategico 2024-2028
- IOM – Piano strategico completo: “Harnessing the Power of Migration”
- IOM – Biografia ufficiale di Amy Pope
- IOM – Elezione di Amy Pope e carriera alla Casa Bianca
- Casa Bianca Obama – Amy Pope sui rifugiati siriani, 2015
- Casa Bianca Obama – “Welcoming with Open Arms”, 2015
- FBI – Countering Violent Extremism
- Reuters – finanziamenti USA e tagli all’IOM

