Trump aveva visto il cambiamento: il sostegno democratico a Israele sta crollando

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Da pilastro bipartisan a linea di frattura: i numeri mostrano quanto il Partito Democratico sia cambiato

Donald Trump lo ha riassunto con il linguaggio che lo contraddistingue: diretto, provocatorio, senza preoccuparsi delle formule diplomatiche.

Parlando del rapporto tra politica americana e Israele, Trump ha sostenuto che uno dei cambiamenti più impressionanti osservati a Washington negli ultimi decenni riguarda proprio il peso politico della causa israeliana e l’atteggiamento dei Democratici.

Il senso delle sue parole è chiarissimo: quello che venti o venticinque anni fa appariva quasi come un pilastro bipartisan della politica estera americana oggi non lo è più.

E, al di là dell’iperbole trumpiana, i dati gli danno un argomento molto difficile da liquidare.

I numeri raccontano un ribaltamento storico

Per capire quanto sia cambiata l’America basta guardare la serie storica di Gallup.

Nel 2001, il 51% degli americani dichiarava maggiore simpatia per gli israeliani e appena il 16% per i palestinesi.

Nel 2013, il divario era diventato enorme:

64% Israele contro 12% palestinesi.

Ancora nel 2020:

60% contro 23%.

Poi il vantaggio ha cominciato a restringersi sempre più velocemente.

Nel 2024 Gallup registrava:

51% israeliani — 27% palestinesi.

Nel 2025:

46% — 33%.

Nel febbraio 2026 è arrivato il dato simbolicamente più importante dell’intera serie storica:

36% simpatizza maggiormente con gli israeliani, il 41% con i palestinesi.

Gallup precisa correttamente che la differenza di cinque punti non è statisticamente significativa considerando il margine d’errore. Ma il dato politicamente rilevante è un altro: per la prima volta nella serie iniziata nel 2001, Israele non gode più del tradizionale vantaggio nella domanda sulle simpatie degli americani.

E non stiamo parlando di impressioni provenienti dai social network. Stiamo parlando della serie storica Gallup.

Ma tra i Democratici il cambiamento è ancora più impressionante

È qui che l’osservazione politica di Trump acquista realmente peso.

Il fenomeno nazionale nasconde infatti una frattura partitica gigantesca.

Già nel 2025 Gallup rilevava che tra Democratici e indipendenti vicini al partito il 59% simpatizzava maggiormente con i palestinesi e soltanto il 21% con gli israeliani.

Un rapporto vicino a tre contro uno.

E pensare che fino al 2022 i Democratici erano sostanzialmente divisi tra le due parti.

Il cambiamento non nasce quindi improvvisamente dalla guerra di Gaza. Era già in corso da anni, ma dopo il 2022 ha subito un’accelerazione impressionante.

Anche Pew Research Center fotografa la stessa trasformazione.

Nel 2025 appena il 18% dei Democratici esprimeva un giudizio favorevole sul governo israeliano, mentre il 77% lo giudicava negativamente.

Allo stesso tempo, il 70% dei Democratici dichiarava un’opinione favorevole del popolo palestinese.

Attenzione, però, a una distinzione fondamentale: criticare Netanyahu o il governo israeliano non significa automaticamente essere contro Israele, e simpatizzare per i civili palestinesi non equivale certo a sostenere Hamas.

Infatti Hamas continua a essere giudicato negativamente dalla stragrande maggioranza degli elettori di entrambi i partiti.

Ma proprio questa precisazione rende il fenomeno ancora più interessante: non serve inventare un Partito Democratico “pro-Hamas” per dimostrare il cambiamento.

Bastano i numeri reali.

Trump provoca, ma individua una trasformazione reale

Trump utilizza Chuck Schumer come simbolo di questa metamorfosi.

La scelta non è casuale.

Schumer non è Alexandria Ocasio-Cortez, non appartiene alla Squad e non proviene dai movimenti radicali dei campus.

È un senatore ebreo di New York e uno degli uomini più importanti dell’establishment democratico americano, storicamente vicino a Israele.

Per questo Trump lo prende di mira.

Il messaggio politico è sostanzialmente: se persino Schumer è arrivato a scontrarsi così duramente con il governo israeliano, immaginate quanto sia cambiato il Partito Democratico.

La provocazione trumpiana non deve essere confusa con una descrizione letterale delle posizioni di Schumer. Definirlo “virtualmente palestinese” è evidentemente un’iperbole politica.

Ma dietro l’iperbole esiste un fenomeno misurabile.

Il baricentro democratico sulla questione israelo-palestinese si è spostato.

Da AIPAC alle vittorie dei candidati contrari agli aiuti a Israele

Nel 2026 il cambiamento non riguarda più soltanto sondaggi e manifestazioni universitarie.

Sta entrando direttamente nelle competizioni elettorali democratiche.

Un esempio particolarmente significativo arriva dal Michigan.

Il progressista Abdul El-Sayed ha conquistato la nomination democratica per il Senato battendo Haley Stevens, candidata molto più vicina all’establishment.

La questione israeliana è stata uno degli elementi centrali della battaglia politica.

El-Sayed ha sostenuto apertamente la fine degli aiuti militari statunitensi a Israele, mentre nella competizione sono entrate enormi quantità di denaro provenienti anche da organizzazioni e gruppi pro-Israele.

Eppure ha vinto.

È difficile immaginare un segnale più evidente del mutamento in corso.

Una posizione che vent’anni fa avrebbe probabilmente rappresentato un enorme problema per un candidato democratico oggi può diventare parte di una piattaforma vincente nelle primarie.

La vecchia coalizione democratica si sta trasformando

Per decenni il Partito Democratico americano ha tenuto insieme progressisti, liberal, moderati, sindacati, minoranze e una parte molto importante dell’elettorato ebraico americano.

Israele rappresentava uno dei dossier sui quali Democratici e Repubblicani potevano litigare sulle modalità, ma raramente sul principio fondamentale dell’alleanza.

Quel mondo sta cambiando.

La nuova generazione progressista interpreta sempre più frequentemente il conflitto attraverso categorie completamente differenti:

colonialismo;

oppressore e oppresso;

identità;

diritti delle minoranze;

anti-imperialismo;

Palestina come causa globale.

Sono categorie provenienti in larga parte dalla nuova sinistra occidentale e particolarmente diffuse nei campus universitari.

È qui che nasce anche la discussa definizione di convergenza “red-green”: settori della sinistra radicale occidentale e movimenti pro-palestinesi, compresi ambienti islamisti, possono ritrovarsi dalla stessa parte della barricata sulla questione israeliana pur partendo da ideologie profondamente differenti.

Ma parlare di una singola alleanza organizzata tra Democratici e islamisti sarebbe una semplificazione. Più corretto parlare di convergenze politiche e mobilitazioni comuni su specifiche battaglie, soprattutto attorno alla Palestina.

Ed è proprio questa convergenza che preoccupa maggiormente la destra americana.

Il paradosso che Trump sfrutta politicamente

Trump può presentarsi così come il difensore dell’alleanza storica tra Stati Uniti e Israele mentre accusa i Democratici di aver abbandonato una posizione che un tempo apparteneva anche a loro.

È una strategia politicamente efficace perché non deve convincere il pubblico che ogni democratico sia diventato anti-israeliano.

Gli basta mostrare la direzione del movimento.

E quella direzione emerge chiaramente dai sondaggi.

Gallup documenta che nel 2026, per la prima volta dal 2001, gli israeliani non sono più davanti ai palestinesi nelle simpatie complessive degli americani.

Pew mostra contemporaneamente una distanza enorme tra elettori democratici e repubblicani.

E le primarie democratiche mostrano candidati molto critici verso Israele capaci di conquistare spazi che soltanto pochi anni fa sarebbero sembrati difficilmente raggiungibili.

Trump può esagerare nei termini.

Ma non ha inventato il fenomeno.

Il vero terremoto non è Schumer: sono gli elettori

Concentrarsi soltanto sulla battuta di Trump contro Chuck Schumer rischia quindi di far perdere di vista la questione principale.

Schumer è il simbolo.

Il fenomeno vero sta sotto.

Sono gli elettori democratici.

Sono le nuove generazioni.

Sono le primarie.

Sono i campus.

Sono i candidati progressisti.

Ed è soprattutto una trasformazione dell’opinione pubblica americana che procede ormai da diversi anni.

Il vecchio consenso bipartisan attorno a Israele non è scomparso dal Congresso e Washington continua ad avere una relazione strategica profondissima con lo Stato ebraico.

Ma politicamente non è più il consenso quasi automatico di venticinque anni fa.

Nel Partito Democratico questo cambiamento è ancora più avanzato.

Ed è esattamente il punto sul quale Trump sta cercando di costruire il suo attacco politico.

Trump guarda indietro di venticinque anni. E il confronto è impietoso

Si può contestare Trump sul linguaggio.

Si può contestare la provocazione contro Schumer.

Si può discutere sulle cause del cambiamento: Gaza, Netanyahu, differenze generazionali, secolarizzazione dell’elettorato democratico, crescita dell’ala progressista o trasformazioni demografiche.

Ma una cosa è ormai molto più difficile da contestare:

il rapporto politico tra il Partito Democratico e Israele è cambiato radicalmente.

E i numeri mostrano una trasformazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata incredibile.

Nel 2013 gli israeliani godevano, nell’intera opinione pubblica americana, di un vantaggio di 52 punti sui palestinesi nella domanda Gallup sulle simpatie.

Nel 2026 quel vantaggio è sparito.

Tra i Democratici il ribaltamento era arrivato ancora prima.

È questo il terremoto politico indicato da Trump.

Non occorre condividere ogni sua parola per riconoscere quello che sta accadendo.

L’America politica che considerava Israele uno dei pochi grandi temi bipartisan sta scomparendo. E il Partito Democratico è il luogo nel quale questa trasformazione è diventata più evidente.

Fonti

Gallup – Israelis No Longer Ahead in Americans’ Middle East Sympathies
Serie storica 2001-2026 e sondaggio febbraio 2026.

Gallup – Less Than Half in U.S. Now Sympathetic Toward Israelis
Analisi delle differenze tra elettori democratici e repubblicani.

Pew Research Center – How Americans View the Israel-Hamas Conflict 2 Years Into the War
Dati sulle opinioni democratiche e repubblicane verso israeliani, palestinesi, governo israeliano, Autorità Palestinese e Hamas.

Pew Research Center – Americans’ views of Israelis have grown increasingly negative
Aggiornamento 2026 sull’ulteriore ampliamento del divario partitico.

Conclusione

Trump ha utilizzato un’espressione volutamente brutale parlando di Schumer.

Ma dietro quella provocazione c’è una domanda politica molto più seria:

che cosa è successo al Partito Democratico americano su Israele?

Vent’anni fa essere saldamente pro-Israele rappresentava quasi la normalità bipartisan di Washington.

Oggi una parte crescente della base democratica simpatizza maggiormente con i palestinesi, considera negativamente il governo israeliano e sostiene candidati disposti a mettere apertamente in discussione gli aiuti militari americani a Israele.

Questa non è propaganda repubblicana.

È una trasformazione politica documentata dai numeri.

Ed è precisamente la trasformazione sulla quale Donald Trump ha deciso di puntare il dito.

Fonti e approfondimenti

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