C’è un modo molto semplice per chiudere una controversia scientifica: mostrare i dati, indicare gli errori, pubblicare le contestazioni tecniche e permettere agli autori di rispondere punto per punto.
Poi c’è un altro modo: dichiarare che esistono “gravi difetti metodologici ed errori statistici”, ritirare un articolo pubblicato quasi quattro anni prima e aspettarsi che la formula dell’autorità editoriale basti a chiudere la questione.
È precisamente qui che nasce il problema del clamoroso ritiro del lavoro di Filippo Biondi e Corrado Malanga sulla Grande Piramide di Giza.
Il 10 agosto 2026 la rivista scientifica Remote Sensing, pubblicata da MDPI, ha formalmente ritirato il paper del 2022 Synthetic Aperture Radar Doppler Tomography Reveals Details of Undiscovered High-Resolution Internal Structure of the Great Pyramid of Giza.
La rivista afferma che un’indagine interna avrebbe confermato problemi metodologici ed errori statistici sufficientemente seri da compromettere le conclusioni dell’articolo.
Benissimo.
Quali?
È questa la domanda che dovrebbe interessare chiunque abbia ancora a cuore il metodo scientifico.
QUATTRO ANNI DOPO SCOPRONO CHE IL PAPER AVREBBE “GRAVI DIFETTI”
Ricostruiamo prima un particolare che qualcuno potrebbe trovare leggermente imbarazzante.
Il paper non è apparso ieri su un blog personale.
È stato pubblicato da Remote Sensing nel 2022.
È rimasto nella letteratura scientifica per quasi quattro anni.
È stato consultato, discusso e citato.
E soprattutto era stato sottoposto al processo editoriale della stessa rivista che oggi lo ritira.
Ora MDPI comunica che nell’articolo esisterebbero “serious methodological flaws and statistical errors”, cioè gravi difetti metodologici ed errori statistici tali da minarne le conclusioni.
La domanda sorge spontanea:
dove erano questi errori quando il paper venne esaminato, revisionato, accettato e pubblicato?
Naturalmente una peer review può sbagliare.
Non sarebbe né il primo né l’ultimo caso.
La scienza procede anche correggendo i propri errori e una retrazione, di per sé, non è uno scandalo.
Ma proprio perché gli errori possono essere scoperti successivamente, quando si arriva alla misura estrema del ritiro sarebbe auspicabile spiegare con estrema precisione che cosa è stato scoperto.
Non basta agitare la bacchetta magica delle parole “errore metodologico”.
SE GLI ERRORI SONO COSÌ GRAVI, PUBBLICATELI
Qui sta il cuore dell’intera vicenda.
MDPI sostiene che la propria indagine abbia individuato problemi sufficientemente gravi da invalidare le conclusioni scientifiche.
Allora dovrebbe essere semplicissimo rispondere ad alcune domande.
Quale passaggio metodologico è sbagliato?
Quale modello matematico non funziona?
Quale elaborazione SAR produce risultati erronei?
Quale test statistico sarebbe stato utilizzato impropriamente?
Quali risultati non sarebbero riproducibili?
Quali strutture individuate sarebbero artefatti matematici?
Quali conclusioni deriverebbero da assunzioni non valide?
Questo sarebbe estremamente più utile di una formula editoriale generica.
Perché la scienza funziona attraverso argomenti verificabili, non attraverso formule di autorità.
Non dovrebbe bastare dire:
abbiamo indagato e abbiamo stabilito che è sbagliato.
La risposta scientifica dovrebbe essere:
questo passaggio è sbagliato per questa ragione, questi dati non supportano questa conclusione e questo test produce questo risultato.
A quel punto Biondi e Malanga potrebbero rispondere.
E altri ricercatori potrebbero controllare chi ha ragione.
Questo si chiama dibattito scientifico.
TUTTO PARTE DALLA SEGNALAZIONE DI UN LETTORE
C’è poi un elemento che inevitabilmente alimenta la polemica.
Secondo la dichiarazione di retrazione, dopo la pubblicazione un lettore ha portato all’attenzione dell’Editorial Office alcune preoccupazioni riguardanti questioni metodologiche.
Occorre essere precisi: non significa che sia bastata automaticamente la protesta di un lettore per cancellare l’articolo.
MDPI sostiene infatti che la segnalazione abbia dato origine a un’indagine dell’ufficio editoriale e dell’Editorial Board, e che sarebbe stata tale indagine a confermare i problemi.
Ma questo rende ancora più interessante la domanda:
possiamo conoscere nel dettaglio il contenuto tecnico dell’indagine?
Perché un conto è sapere che qualcuno ha segnalato un problema.
Un altro è sapere quale problema, quali verifiche sono state effettuate e attraverso quali argomenti si è arrivati alla conclusione estrema della retrazione.
Se esiste una confutazione scientifica devastante del metodo Biondi-Malanga, perché non renderla il più possibile trasparente?
Sarebbe persino nell’interesse di MDPI.
IL PARADOSSO DELLA PEER REVIEW
La vicenda diventa ancora più interessante ricordando che il paper aveva superato il processo di revisione.
E questo crea un paradosso che MDPI dovrebbe avere tutto l’interesse a chiarire.
Nel 2022:
revisione → correzioni → accettazione → pubblicazione.
Nel 2026:
gravi difetti metodologici → errori statistici → conclusioni compromesse → retrazione.
Possibile?
Certamente.
Ma allora vogliamo sapere cosa è cambiato.
Quale errore fondamentale non venne individuato dai revisori?
Chi lo ha individuato successivamente?
Quale nuova analisi ha dimostrato l’errore?
È stata tentata una riproduzione?
Sono stati riesaminati i dati?
Sono stati rieseguiti gli algoritmi?
Esiste una relazione tecnica?
Perché queste informazioni sarebbero infinitamente più importanti della semplice etichetta RETRACTED piazzata sopra il paper.
IL RITIRO NON DIMOSTRA AUTOMATICAMENTE CHE BIONDI E MALANGA AVESSERO RAGIONE
Bisogna però evitare anche l’errore opposto.
Il fatto che una retrazione possa apparire insufficientemente dettagliata non dimostra automaticamente che il metodo Biondi-Malanga funzioni.
E soprattutto non dimostra che tutte le strutture ipotizzate attraverso quelle elaborazioni esistano realmente.
Questa distinzione è fondamentale.
Biondi e Malanga possono avere ragione.
Possono avere torto.
Possono avere sviluppato una tecnica interessante ma sovrastimato alcuni risultati.
Oppure il metodo può presentare problemi fondamentali.
Ma nessuna di queste possibilità si decide attraverso il tifo.
Si decide attraverso verifica e riproducibilità.
Ed è proprio per questo che una contestazione tecnica dettagliata sarebbe così importante.
GLI AUTORI NON HANNO ACCETTATO LA DECISIONE
Un altro particolare significativo è esplicitamente riportato nella comunicazione della rivista:
gli autori sono stati informati della retrazione e hanno espresso il loro disaccordo.
Non siamo quindi davanti al caso nel quale due ricercatori riconoscono:
“Abbiamo scoperto un errore, ritiriamo il lavoro”.
No.
La rivista ritira.
Gli autori contestano.
Questo significa che esiste una controversia scientifica aperta.
E quando esiste una controversia scientifica, la risposta migliore non è diminuire la quantità di informazioni disponibili.
È aumentarla.
400.000 VISUALIZZAZIONI: UN PAPER DIVENTATO UN CASO MONDIALE
Il lavoro aveva inoltre ottenuto una diffusione fuori dal comune per un articolo scientifico estremamente tecnico.
Secondo le metriche riportate sulla pagina MDPI, il paper aveva accumulato centinaia di migliaia di visualizzazioni.
Non sorprende.
Stiamo parlando della Grande Piramide di Giza e della possibilità di individuare strutture interne sconosciute attraverso tecniche di elaborazione radar.
Era inevitabile che una simile ricerca attirasse enorme attenzione.
Ed è proprio l’enorme visibilità del lavoro che rende ancora più necessaria una spiegazione tecnica estremamente robusta della retrazione.
Più una pubblicazione diventa importante e controversa, maggiore dovrebbe essere la trasparenza utilizzata per correggerla.
“DAVA FASTIDIO A QUALCUNO?”
È la domanda che inevitabilmente molti si stanno facendo.
A chi dava fastidio questa ricerca?
La tentazione di arrivare immediatamente a una risposta è comprensibile.
Ma sarebbe intellettualmente scorretto trasformare un sospetto in un fatto.
Non abbiamo prove che MDPI abbia ritirato il lavoro perché qualcuno volesse impedire determinate scoperte sulla Piramide di Cheope.
Non abbiamo prove di un intervento politico.
Non abbiamo prove di pressioni dell’egittologia ufficiale.
E proprio per questo non serve inventare complotti.
Basta pretendere trasparenza.
Anzi, è una posizione molto più forte.
Non accusiamo nessuno di censura senza prove.
Chiediamo semplicemente:
pubblicate nel dettaglio gli errori.
Se sono devastanti, il caso sarà chiuso.
Se invece gli autori riusciranno a rispondere, il dibattito dovrà continuare.
LA PAROLA “SCIENZA” NON È UN TIMBRO DI AUTORITÀ
Questa storia mette in luce un problema molto più ampio.
Negli ultimi anni siamo stati abituati troppo spesso a una versione caricaturale della scienza nella quale qualcuno proclama:
“La scienza dice…”
e la discussione dovrebbe terminare.
Ma la scienza non è un ministero.
Non è un’autorità religiosa.
Non è un timbro.
Non è nemmeno una rivista scientifica.
La scienza è un metodo.
Ipotesi.
Esperimenti.
Dati.
Riproducibilità.
Critica.
Confutazione.
Nuovi esperimenti.
E persino un articolo sottoposto a peer review può essere sbagliato.
Esattamente come può essere sbagliata una successiva critica allo stesso articolo.
Per questo l’unico arbitro realmente interessante rimane la verifica.
FACCIAMO L’ESPERIMENTO CHE PUÒ CHIUDERE LA DISCUSSIONE
Invece di trasformare questa storia nell’ennesima guerra tra ortodossi ed eretici, perché non organizzare una verifica indipendente?
Prendiamo una grande struttura della quale conosciamo perfettamente l’interno.
Un bunker.
Una miniera.
Una rete di tunnel.
Una costruzione con camere e cavità documentate.
Forniamo i dati satellitari a Biondi e Malanga senza comunicare la posizione delle strutture interne.
Applichino il loro metodo.
Poi confrontiamo il risultato con la realtà.
Se individuano sistematicamente cavità che non esistono, abbiamo un problema enorme.
Se non riescono a individuare quelle esistenti, abbiamo un altro problema enorme.
Ma se ricostruiscono correttamente strutture nascoste di cui non conoscevano preventivamente l’esistenza?
A quel punto avremmo qualcosa di altrettanto enorme.
Questo sarebbe infinitamente più convincente di mille discussioni sui social.
E POI TORNIAMO A CHEOPE
Una volta validato — oppure falsificato — il metodo su strutture note, si potrebbe tornare alla Grande Piramide.
E confrontare i risultati con tecnologie completamente indipendenti.
Tomografia muonica.
Misure geofisiche.
Microgravimetria.
Tecniche sismiche dove applicabili.
Indagini archeologiche autorizzate.
Se tecnologie differenti individuassero anomalie nello stesso punto, la probabilità di trovarsi davanti a una struttura reale crescerebbe enormemente.
Se invece soltanto l’algoritmo Biondi-Malanga mostrasse determinate strutture, mentre tutti gli altri sistemi non rilevassero nulla, la loro interpretazione diventerebbe molto più difficile da sostenere.
Non servono anatemi.
Servono esperimenti.
LA DOMANDA A MDPI È SEMPLICISSIMA
Il punto quindi non è proclamare che Biondi e Malanga abbiano certamente scoperto qualcosa che qualcuno vuole nascondere.
Sarebbe una conclusione che oggi non possiamo dimostrare.
Il punto è molto più semplice e, proprio per questo, molto più scomodo.
MDPI ha pubblicato quel lavoro.
MDPI lo ha mantenuto nella letteratura scientifica per quasi quattro anni.
MDPI oggi sostiene che contiene gravi difetti metodologici ed errori statistici tali da comprometterne le conclusioni.
Perfetto.
Allora mostrateli.
Non genericamente.
Non attraverso una formula burocratica.
Punto per punto.
Metodo per metodo.
Calcolo per calcolo.
Dato per dato.
Consentendo agli autori di pubblicare integralmente la propria replica e alla comunità scientifica di giudicare.
Perché se gli errori sono davvero così macroscopici, documentarli dettagliatamente non dovrebbe rappresentare un problema.
Al contrario, dovrebbe essere il modo migliore per dimostrare che la retrazione era necessaria.
NON CHIAMATELA CENSURA. CHIAMATELA UNA RICHIESTA DI TRASPARENZA
Non abbiamo bisogno di sapere preventivamente chi abbia ragione.
Non abbiamo bisogno di trasformare Biondi e Malanga in martiri.
E non abbiamo bisogno di inventare oscuri burattinai dietro la decisione.
Abbiamo bisogno di qualcosa di molto più elementare:
prove.
La rivista sostiene che esistano errori gravi?
Li documenti dettagliatamente.
Gli autori sostengono che il ritiro sia ingiustificato?
Rispondano tecnicamente.
Altri ricercatori sostengono che il metodo non funzioni?
Lo riproducano sperimentalmente e pubblichino i risultati.
Biondi e Malanga sostengono che funzioni?
Accettino test indipendenti e possibilmente in cieco.
Poi saranno i dati a parlare.
Perché il metodo scientifico dovrebbe funzionare precisamente così.
E finché una decisione tanto drastica viene accompagnata pubblicamente soprattutto da formule generali come “gravi difetti metodologici ed errori statistici”, la domanda rimane inevitabile:
se avete trovato errori tanto gravi da cancellare quattro anni dopo un paper che avevate revisionato e pubblicato, perché non mostrarli nel massimo dettaglio?
Non è complottismo.
È esattamente la domanda che la scienza dovrebbe incoraggiare.
LINK E DOCUMENTI
Paper originale Biondi-Malanga, Remote Sensing (MDPI):
https://www.mdpi.com/2072-4292/14/20/5231
Retractation ufficiale pubblicata da Remote Sensing il 10 agosto 2026:
https://www.mdpi.com/2072-4292/18/16/2679
Pagina MDPI della retrazione e cronologia degli aggiornamenti:
https://www.mdpi.com/2072-4292/18/16/2679/notes
Peer Review Report del paper originale:
https://www.mdpi.com/2072-4292/14/20/5231/review_report
Versione del paper su arXiv:
https://arxiv.org/abs/2208.00811
Pagina delle metriche del paper MDPI:
https://www.mdpi.com/2072-4292/14/20/5231#metrics

