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E ADESSO COSA DIRANNO I NOSTRI “RIPORTER” MARXISTI? QUANDO L’ISLAM INCONTRA LA CINA, LA PROPAGANDA VA IN CORTOCIRCUITO

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C’è un cortocircuito politico che meriterebbe qualche spiegazione da parte di quella controinformazione ideologica che dipinge sistematicamente la Cina come alternativa virtuosa all’Occidente e, nello stesso tempo, tratta quasi qualsiasi critica all’islamizzazione dell’Europa come xenofobia, razzismo o “islamofobia”.

Lo Xinjiang mette queste due narrazioni una contro l’altra.

Secondo la stima pubblicata dall’Australian Strategic Policy Institute, circa 16.000 moschee dello Xinjiang sarebbero state distrutte o danneggiate, comprese circa 8.450 demolizioni complete. L’ONU non ha certificato quel numero preciso, ma nel suo rapporto del 2022 ha riconosciuto l’esistenza di molteplici analisi satellitari sulla distruzione delle moschee e ha verificato direttamente immagini nelle quali numerosi edifici religiosi risultavano rimossi oppure privati di elementi distintivi come i minareti.

E allora la domanda diventa inevitabile.

Dove sono quelli che in Europa gridano alla persecuzione dell’Islam davanti a qualsiasi discussione su immigrazione, moschee, velo, radicalizzazione o integrazione?

E soprattutto: dove sono quelli che contemporaneamente raccontano la Cina di Xi Jinping come il modello da contrapporre all’Occidente decadente, imperialista e oppressore?

Qui le due propagande non possono convivere comodamente.

Se la libertà religiosa dei musulmani è un principio universale, deve valere anche quando a limitarla è Pechino.

Se invece tutto ciò che fa Pechino viene giustificato in nome della sovranità, della sicurezza e della lotta all’estremismo, allora diventa molto difficile sostenere che persino misure europee enormemente meno invasive rappresentino automaticamente una persecuzione dei musulmani.

Non si può utilizzare un metro a Roma, Parigi e Londra e quello opposto a Pechino.

Il problema non è difendere o attaccare l’Islam: è applicare lo stesso criterio

È perfettamente possibile sostenere contemporaneamente che l’Europa debba contrastare islamismo politico, radicalizzazione e organizzazioni incompatibili con l’ordine costituzionale, e che la Cina non debba per questo avere carta bianca per cancellare arbitrariamente luoghi di culto e identità culturali.

Questa è una posizione coerente.

Quello che non è coerente è trasformare ogni controversia europea sull’Islam in una prova dell’“Occidente razzista” e poi diventare improvvisamente prudentissimi quando il governo coinvolto è quello cinese.

Il caso Xinjiang costringe quindi certi propagandisti a scegliere: i diritti sono universali oppure dipendono dall’identità geopolitica di chi li viola?

Perché se diventano universali soltanto quando l’accusato appartiene al blocco occidentale, non stiamo più parlando di diritti umani.

Stiamo parlando di propaganda.

La Cina reale è molto meno romantica della Cina raccontata

Pechino respinge le accuse e sostiene che la propria politica nello Xinjiang sia diretta contro terrorismo, separatismo ed estremismo, non contro l’Islam in quanto tale. Questa posizione va riportata.

Ma proprio qui emerge un altro paradosso.

Molti degli stessi commentatori che considerano inaccettabile collegare immigrazione, estremismo e sicurezza quando il discorso riguarda l’Europa sembrano molto più disponibili ad accettare la spiegazione securitaria quando arriva dal Partito Comunista Cinese.

Perché?

Perché improvvisamente “sicurezza nazionale” diventa una spiegazione accettabile?

Perché il controllo dell’estremismo diventa legittimo?

Perché la sovranità nazionale torna improvvisamente importante?

La risposta dovrebbe interessare soprattutto chi pretende di fare informazione alternativa.

La critica all’Occidente è legittima. La critica agli Stati Uniti è legittima. La critica alla NATO è legittima.

Ma sostituire l’occidentalismo con il filocinesismo non significa diventare indipendenti: significa semplicemente cambiare propaganda di riferimento.

La libertà religiosa non può essere à la carte

La questione dello Xinjiang permette infine di separare due cose che troppo spesso vengono deliberatamente confuse.

Difendere la libertà religiosa dei musulmani non significa sostenere l’islamizzazione dell’Europa.

E contrastare l’islamismo politico non significa approvare la distruzione delle moschee.

Una democrazia liberale può dire contemporaneamente:

un musulmano deve essere libero di pregare;

un cristiano deve essere libero di pregare;

un ateo deve essere libero di non credere;

nessuna religione deve poter imporre le proprie norme allo Stato;

nessun governo deve poter cancellare arbitrariamente una religione perché la considera politicamente scomoda.

È precisamente questa distinzione che manca quando l’analisi viene subordinata all’ideologia.

Adesso aspettiamo le spiegazioni

Aspettiamo quindi che i nostri instancabili “riporter” della controinformazione marxista ci spieghino il miracolo dialettico.

Ci spieghino come possa essere contemporaneamente scandaloso discutere delle conseguenze dell’islamizzazione in Europa e irrilevante discutere delle moschee demolite o trasformate nello Xinjiang.

Ci spieghino perché la sovranità sarebbe una parola pericolosa quando viene pronunciata da un governo europeo, ma diventerebbe improvvisamente sacrosanta quando viene invocata da Pechino.

Ci spieghino soprattutto perché ogni responsabilità occidentale debba essere ingrandita fino a diventare la dimostrazione della malvagità strutturale dell’intero sistema, mentre davanti alle responsabilità di una potenza antioccidentale compaiono immediatamente distinguo, contestualizzazioni e silenzi.

Perché questo è il vero punto.

Non serve trasformare la Cina nel Male assoluto. Basta smettere di trasformarla nel Bene assoluto.

La Cina è una grande potenza che difende i propri interessi, esercita il proprio potere e deve essere giudicata sui fatti esattamente come Stati Uniti, Russia, Iran, Israele o qualsiasi Paese europeo.

Con lo stesso metro.

È proprio questo che la propaganda non sopporta.

Perché quando sparisce il doppio standard, spesso sparisce anche la favola.

XINJIANG, LE MOSCHEE CANCELLATE: QUANDO PECHINO DECIDE CHE ANCHE LA FEDE DEVE OBBEDIRE AL PARTITO

Migliaia di moschee demolite, danneggiate o private di minareti, cupole e simboli islamici. Le immagini satellitari documentano una trasformazione impressionante dello Xinjiang. E il punto politico va ben oltre l’Islam: nella Cina di Xi Jinping nessuna identità autonoma può essere più forte della fedeltà al Partito.

Ci sono numeri che, prima di essere utilizzati come slogan, devono essere verificati. Quello delle 16.000 moschee dello Xinjiang distrutte o danneggiate appartiene precisamente a questa categoria.

Non è un dato ricavato da un censimento indipendente edificio per edificio e non deve essere presentato come tale. È una stima statistica, pubblicata nel 2020 dall’Australian Strategic Policy Institute (ASPI), costruita attraverso l’analisi di immagini satellitari, la mappatura di centinaia di siti e l’estrapolazione dei risultati sull’intera regione.

Ma, fatta questa necessaria precisazione, ciò che emerge resta enorme.

Secondo ASPI, circa 16.000 moschee dello Xinjiang — approssimativamente il 65% del totale preso come riferimento — sarebbero state distrutte o danneggiate dalle politiche governative, soprattutto a partire dal 2017. Circa 8.450 sarebbero state completamente demolite, mentre altre 7.550 sarebbero state danneggiate o sottoposte a quella che le autorità definiscono “rettificazione”, spesso attraverso la rimozione di elementi architettonici islamici.

Non stiamo quindi parlando soltanto della chiusura di qualche edificio religioso.

Stiamo parlando della trasformazione fisica del paesaggio culturale di un’intera regione.

16.000 moschee: da dove arriva realmente il numero

È importante capire la metodologia perché rende l’argomento più serio, non più debole.

L’ASPI ha mappato e studiato oltre 900 moschee e altri luoghi religiosi e culturali uiguri, confrontando la loro situazione precedente e successiva al 2017. I ricercatori hanno quindi utilizzato i risultati per elaborare una stima regionale.

Il rapporto conclude che circa il 35% delle moschee sarebbe stato demolito e un ulteriore 30% danneggiato o modificato.

Tradotto in numeri:

circa 8.450 moschee demolite;

circa 7.550 danneggiate o “rettificate”;

circa 16.000 complessivamente interessate.

Per le moschee demolite, il rapporto sostiene inoltre che in molti casi il terreno sul quale sorgevano sia rimasto vuoto, un elemento difficilmente compatibile con l’idea che tutte le demolizioni fossero semplicemente normali interventi di ricostruzione o sicurezza.

Ed è proprio qui che la vicenda diventa politicamente esplosiva.

Non basta distruggere: bisogna rendere l’Islam architettonicamente invisibile

Una parte degli edifici non è stata rasa al suolo.

È stata trasformata.

Cupole eliminate.

Minareti rimossi.

Ingressi modificati.

Elementi decorativi islamici cancellati.

Simboli e caratteristiche architettoniche considerate eccessivamente “arabizzanti” eliminate.

L’ASPI descrive questa operazione come parte di un processo di “sinicizzazione” attraverso il quale le espressioni religiose e culturali vengono ricondotte all’interno dell’identità nazionale definita dal potere centrale.

Questo dettaglio è fondamentale.

Perché se lo scopo fosse stato esclusivamente quello di abbattere edifici pericolanti, non sarebbe facile spiegare la sistematica rimozione di cupole, minareti e altri elementi identificativi dell’architettura islamica da edifici che continuano a esistere.

Human Rights Watch ha successivamente documentato politiche analoghe anche fuori dallo Xinjiang, in particolare nelle province di Ningxia e Gansu, verificando attraverso fotografie, video e immagini satellitari la demolizione o alterazione di moschee e la rimozione di cupole e minareti.

Il fenomeno, quindi, non può essere liquidato facilmente come una semplice anomalia urbanistica locale.

Non sono state colpite soltanto le moschee

Il quadro diventa ancora più grave quando si osservano gli altri luoghi della cultura religiosa uigura.

Secondo ASPI, circa il 30% di importanti siti sacri islamici, comprendenti santuari, cimiteri e itinerari di pellegrinaggio, sarebbe stato demolito, mentre un ulteriore 28% sarebbe stato danneggiato o modificato.

Uno degli esempi citati è Ordam Mazar, storico luogo di pellegrinaggio uiguro.

Ma esiste un’altra conferma particolarmente importante.

Non arriva da un think tank australiano.

Arriva dalle Nazioni Unite.

Cosa ha stabilito l’ONU

Nel suo assessment del 2022 sulla situazione dei diritti umani nello Xinjiang, l’Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights ha affrontato esplicitamente la questione.

L’OHCHR ha osservato che diversi ricercatori, utilizzando soprattutto analisi dettagliate di immagini satellitari pubblicamente disponibili, hanno concluso che un gran numero di moschee sia stato distrutto negli anni precedenti.

Il rapporto ONU aggiunge che la tendenza è stata documentata anche da giornalisti investigativi che hanno visitato fisicamente la regione confrontando le condizioni sul terreno con le immagini satellitari.

Soprattutto, l’OHCHR ha effettuato una propria valutazione delle immagini disponibili e ha rilevato che numerosi siti religiosi sembrano essere stati rimossi oppure privati delle loro caratteristiche identificative, come i minareti.

Questo non significa che l’ONU abbia certificato autonomamente il numero esatto di 16.000 moschee.

Significa qualcosa di altrettanto importante: il fenomeno generale della distruzione e trasformazione dei luoghi religiosi trova riscontri indipendenti ulteriori rispetto alla sola ricerca ASPI.

La versione di Pechino

Un’inchiesta seria deve riportare anche la posizione cinese.

Pechino ha respinto le accuse.

Dopo la pubblicazione del rapporto ASPI, il Ministero degli Esteri cinese dichiarò che nello Xinjiang esistevano oltre 24.000 moschee, sostenendo che la regione avesse più moschee pro capite di molti Paesi musulmani.

Il governo cinese ha inoltre sostenuto che alcune strutture religiose fossero deteriorate e che gli interventi fossero necessari per ragioni di sicurezza, ricostruzione o miglioramento delle strutture.

L’OHCHR registra esplicitamente questa posizione: il governo cinese ha costantemente negato demolizioni improprie dei luoghi religiosi, sostenendo che alcune moschee fossero in cattive condizioni e dovessero essere ricostruite.

È giusto riportarlo.

Ma è altrettanto legittimo porre una domanda elementare:

perché una semplice ristrutturazione dovrebbe comportare la cancellazione sistematica degli elementi che rendono riconoscibile un edificio come moschea islamica?

Il vero problema è il monopolio ideologico del Partito

Qui sarebbe un errore trasformare la vicenda in un semplicistico scontro “Cina contro Islam”.

La questione è molto più ampia.

Il modello politico del Partito Comunista Cinese non accetta facilmente l’esistenza di grandi strutture sociali, culturali o religiose che possano sviluppare un’identità autonoma rispetto allo Stato.

Cristiani, musulmani e altre comunità religiose sono sottoposti a differenti forme di regolamentazione e controllo.

Il principio politico fondamentale è evidente: la religione può esistere nella misura in cui non costituisce un centro alternativo di identità, organizzazione e autorità.

Nello Xinjiang questo principio si intreccia inoltre con il problema del separatismo, del terrorismo e dell’estremismo religioso.

Pechino presenta infatti molte delle proprie politiche come strumenti necessari contro terrorismo, separatismo ed estremismo.

Ed è vero che la regione ha conosciuto violenza politica e terrorismo.

Ma combattere il terrorismo è una cosa.

Rimodellare l’identità culturale di milioni di persone è un’altra.

Uno Stato può perseguire terroristi senza cancellare minareti.

Può contrastare organizzazioni separatiste senza demolire santuari.

Può impedire il finanziamento dell’estremismo senza trasformare sistematicamente l’architettura religiosa di un’intera regione.

Confondere deliberatamente questi piani significa concedere allo Stato un potere praticamente illimitato.

Il doppio standard dell’Occidente

Ed esiste poi una questione che dovrebbe mettere in difficoltà tanto una parte della destra quanto una parte della sinistra occidentale.

In Europa discutiamo continuamente di libertà religiosa, moschee, velo, discriminazione e tutela delle minoranze.

È legittimo discutere anche duramente dell’Islam politico, dell’islamismo, dell’integrazione, della reciprocità religiosa e della compatibilità di determinate pratiche con le società liberali occidentali.

Ma proprio chi critica l’islamismo dovrebbe essere capace di fare una distinzione fondamentale:

contrastare un’ideologia politico-religiosa non significa attribuire allo Stato il diritto di cancellare arbitrariamente la libertà religiosa.

La libertà vale precisamente quando protegge anche ciò che non condividiamo.

Altrimenti non è libertà: è una concessione temporanea del potere.

Allo stesso modo, è difficile non vedere l’ipocrisia di chi denuncia quotidianamente ogni presunta discriminazione contro i musulmani in Europa ma diventa improvvisamente molto più prudente quando migliaia di moschee vengono demolite o trasformate sotto un regime comunista autoritario.

I diritti umani non possono cambiare significato a seconda della bandiera issata sul palazzo del governo.

Criticare l’islamismo e denunciare Pechino non è una contraddizione

Questo punto merita di essere sottolineato.

Si può essere radicalmente contrari all’islamismo politico, all’applicazione della sharia come sistema politico, all’estremismo religioso, alla persecuzione degli apostati, alle discriminazioni contro donne e minoranze e contemporaneamente difendere il diritto di un musulmano pacifico a entrare in una moschea e pregare.

Non esiste alcuna contraddizione.

È esattamente il principio liberale che separa la libertà individuale dalla pretesa totalitaria di imporre un’ideologia alla società.

E lo stesso principio deve valere nei confronti di Pechino.

Non possiamo denunciare l’autoritarismo religioso e poi applaudire l’autoritarismo statale soltanto perché colpisce una religione che non ci piace.

Il problema non è scegliere quale autoritarismo preferire.

Il problema è respingerli entrambi.

Xinjiang: una lezione che riguarda tutti

Le immagini satellitari dello Xinjiang raccontano qualcosa che supera ampiamente la questione delle moschee.

Raccontano quanto rapidamente uno Stato tecnologicamente avanzato possa modificare non soltanto ciò che una popolazione può fare, ma persino i simboli attraverso i quali ricorda chi è.

Una moschea può essere demolita.

Un minareto può essere abbattuto.

Un cimitero può essere spostato.

Un santuario può scomparire.

E dopo qualche anno una nuova generazione può crescere in un paesaggio nel quale quei simboli semplicemente non esistono più.

È questa la dimensione più inquietante della vicenda.

Il potere non deve necessariamente convincerti che il passato fosse sbagliato.

Può semplicemente rimuoverne le tracce materiali.

Per questo il caso dello Xinjiang non dovrebbe interessare soltanto i musulmani o gli studiosi della Cina.

Riguarda chiunque ritenga che esistano limiti che nessuno Stato dovrebbe oltrepassare.

Perché oggi possono essere una cupola e un minareto.

Domani una chiesa.

Dopodomani un libro, una lingua, un monumento, un’associazione o una memoria collettiva.

Quando il potere politico pretende di decidere non soltanto quali leggi devi rispettare, ma anche quale parte della tua identità può continuare a esistere, la questione non è più urbanistica.

È una questione di libertà.


FONTI E DOCUMENTI

Australian Strategic Policy Institute – Cultural Erasure: Tracing the destruction of Uyghur and Islamic spaces in Xinjiang
Rapporto ASPI – Cultural Erasure

Xinjiang Data Project – Cultural Erasure, metodologia, mappe e immagini satellitari
Xinjiang Data Project – Cultural Erasure

ASPI – Dataset sulla distruzione delle moschee
Cultural Destruction – Mosques Dataset

United Nations OHCHR – Assessment of human rights concerns in the Xinjiang Uyghur Autonomous Region
Rapporto OHCHR sullo Xinjiang

Human Rights Watch – China’s Crimes against Humanity Targeting Uyghurs and Other Turkic Muslims
Rapporto Human Rights Watch sugli uiguri

Human Rights Watch – Mosques Shuttered, Razed, Altered in Muslim Areas
Inchiesta HRW sulle moschee cinesi

ABC News – China denies Xinjiang mosque destruction claims
La risposta del governo cinese alle accuse

SPOSE BAMBINE: L’EUROPA NON DEVE IMPORTARE PRATICHE CHE NEGANO L’INFANZIA

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L’immagine che circola sui social è brutale nella sua semplicità: Sudan 34%, Yemen 32%, Iraq 28%, Egitto e Iran 17%, Marocco 16%, Palestina 15%, Siria 13%, Giordania 9%, Libano 6%.

Prima di trasformarla in uno slogan, però, bisogna capire che cosa misurano realmente questi numeri.

L’indicatore utilizzato da UNICEF non significa che oggi quella percentuale delle bambine venga necessariamente fatta sposare ogni anno. Misura la quota di donne tra 20 e 24 anni che risultano essersi sposate o essere entrate in un’unione prima dei 18 anni.

La distinzione è importante. Ma non rende il fenomeno meno grave.

UNICEF definisce infatti il matrimonio prima dei 18 anni una violazione fondamentale dei diritti umani.

Ed è da questo punto che dovrebbe partire una discussione seria sull’Europa.

Una bambina non è una sposa

Non esistono tradizioni, consuetudini familiari o precetti religiosi che possano trasformare una bambina in un’adulta.

Una bambina deve poter studiare, crescere, scegliere il proprio futuro e sviluppare liberamente la propria personalità.

Il matrimonio precoce può invece significare abbandono scolastico, dipendenza economica, isolamento sociale, gravidanze adolescenziali e maggiore vulnerabilità alla violenza domestica.

UNICEF sottolinea precisamente questi rischi.

Il principio dovrebbe quindi essere elementare:

i diritti del bambino vengono prima della tradizione.

Sempre.

Il problema esiste davvero nel Medio Oriente e Nord Africa

Secondo UNICEF, nell’area Medio Oriente e Nord Africa circa il 15% delle donne tra 20 e 24 anni risulta essersi sposato o essere entrato in un’unione prima dei 18 anni.

In alcuni paesi la percentuale è molto superiore.

Per il Sudan UNICEF riporta il 34%. Per lo Yemen le banche dati UNICEF riportano valori intorno al 30-32%, a seconda dell’aggiornamento e della fonte statistica utilizzata.

Sono percentuali enormi.

Ma bisogna anche evitare una manipolazione opposta: il matrimonio infantile non è un fenomeno esclusivamente musulmano e non può essere spiegato semplicemente contando quanti musulmani vivono in un paese.

A livello mondiale UNICEF stima che circa 650 milioni di donne e ragazze oggi viventi siano state sposate prima dei diciotto anni.

Il problema attraversa continenti, religioni e culture.

Povertà, guerra, assenza di istruzione, disuguaglianza tra uomini e donne, pressione familiare e norme sociali sono tutte variabili importanti.

Tra queste, però, UNICEF include esplicitamente anche norme consuetudinarie o religiose che tollerano il matrimonio precoce.

Ed è proprio qui che la critica delle dottrine religiose diventa perfettamente legittima.

L’Islam non deve essere sottratto alla critica

Una società libera deve poter discutere criticamente anche dell’Islam.

Non esistono religioni poste al di sopra dell’analisi storica, morale o politica.

Cristianesimo, ebraismo, induismo, Islam e qualsiasi altra tradizione possono essere sottoposti allo stesso esame.

Quando interpretazioni della legge islamica, autorità religiose o tradizioni radicate in società musulmane vengono utilizzate per difendere matrimoni precoci, subordinazione femminile o differenti diritti tra uomo e donna, l’Europa non ha alcun obbligo di trattare quelle idee come intoccabili.

La libertà religiosa protegge le persone. Non rende sacra ogni pratica compiuta in nome della religione.

Questa distinzione è essenziale.

Un musulmano europeo deve godere degli stessi diritti fondamentali di un cristiano, di un ebreo, di un ateo o di chiunque altro.

Ma nessuna comunità religiosa può pretendere un diritto parallelo capace di diminuire la protezione riconosciuta a una bambina.

Il vero confine dell’integrazione

È qui che il dibattito sull’immigrazione e sull’integrazione diventa inevitabile.

Accogliere persone provenienti da società culturalmente differenti non significa accogliere automaticamente ogni norma sociale del paese d’origine.

L’integrazione deve funzionare nella direzione opposta.

Chi vive in Europa mantiene la propria fede, le proprie tradizioni innocue, la propria cucina, la propria lingua familiare e la propria identità.

Ma deve contemporaneamente accettare alcuni principi non negoziabili dello Stato di diritto:

libertà individuale, uguaglianza davanti alla legge, tutela dei minori, libertà delle donne e prevalenza della legge civile.

Non possono esistere quartieri nei quali la pressione della comunità sostituisca la legge.

Non possono esistere matrimoni religiosi utilizzati per aggirare le garanzie previste dall’ordinamento.

Non può essere accettata una coercizione familiare soltanto perché viene presentata come “tradizione”.

E soprattutto non dovrebbe mai accadere che le istituzioni abbassino gli standard di tutela per paura di essere accusate di discriminazione.

Criticare una pratica non significa perseguitare una popolazione

Su questo punto bisogna essere altrettanto netti.

Combattere il matrimonio infantile non significa dichiarare colpevoli milioni di musulmani che non lo praticano e che possono esserne essi stessi oppositori.

Attribuire collettivamente a ogni musulmano le pratiche presenti in alcuni paesi sarebbe tanto irrazionale quanto attribuire a ogni cristiano qualsiasi abuso compiuto in una società a maggioranza cristiana.

La battaglia seria è contro idee, leggi, interpretazioni e comportamenti, non contro persone considerate colpevoli semplicemente per la loro appartenenza religiosa.

Anzi, proprio le donne e le ragazze provenienti da famiglie musulmane che rifiutano matrimoni imposti o modelli patriarcali devono sapere che lo Stato europeo è dalla loro parte.

Senza esitazioni.

L’Europa deve avere il coraggio di dire “no”

Esiste però un errore speculare: utilizzare la paura di generalizzare come scusa per non parlare del problema.

È possibile evitare l’odio senza diventare culturalmente relativisti.

Una democrazia può contemporaneamente affermare:

nessuna discriminazione contro i musulmani; nessuna immunità culturale per pratiche incompatibili con i diritti fondamentali.

Questa dovrebbe essere la posizione europea.

Non occorre demonizzare una popolazione.

Occorre difendere un ordinamento.

Se una consuetudine contraddice i diritti del bambino, perde.

Se un’interpretazione religiosa contraddice la legge civile, perde.

Se una famiglia pretende di decidere con chi debba sposarsi una ragazza, perde.

Se qualcuno ritiene che l’onore familiare venga prima della libertà della figlia, perde.

La libertà della ragazza viene prima.

Non chiamatelo “rispetto delle culture”

Il multiculturalismo diventa pericoloso quando smette di significare convivenza tra persone differenti e comincia a significare relativismo dei diritti.

Una bambina non possiede meno diritti perché i suoi genitori provengono dal Sudan, dallo Yemen, dall’Iraq, dall’India o da qualsiasi altra parte del mondo.

Non esistono diritti umani occidentali e diritti umani orientali.

Esistono diritti fondamentali oppure privilegi concessi dalla comunità.

L’Europa deve scegliere i primi.

E deve essere particolarmente severa quando sono coinvolti minori.

La risposta all’islamizzazione non può essere la discriminazione: deve essere lo Stato di diritto

Se per “islamizzazione” intendiamo la semplice presenza di cittadini musulmani, il termine non descrive un problema giuridico: in una società libera le persone possono professare l’Islam.

Se invece intendiamo la richiesta di adattare progressivamente norme civili e diritti fondamentali a prescrizioni religiose, allora la risposta deve essere inequivocabile.

No.

La legge democratica viene prima della norma religiosa.

Vale per l’Islam come per qualsiasi altra religione.

Una moschea è libera di predicare una fede entro i limiti della legge. Una chiesa altrettanto. Nessuna delle due può stabilire diritti civili differenti per i propri fedeli.

Questa non è intolleranza.

È precisamente il principio che permette a credenti e non credenti di vivere insieme senza che una comunità imponga la propria morale alle altre.

Proteggere le bambine significa smettere di avere paura delle parole

Il matrimonio infantile non diventa meno grave chiamandolo “tradizione”.

Un matrimonio imposto non diventa libertà religiosa perché viene celebrato da un’autorità religiosa.

Una bambina privata della possibilità concreta di scegliere non sta esercitando una libertà culturale.

Sta perdendo la propria.

Ed è questa la linea che l’Europa dovrebbe difendere con assoluta fermezza.

Nessuna bambina deve essere sacrificata sull’altare del multiculturalismo.

Nessuna paura di criticare una religione.

Nessuna persecuzione di chi quella religione la professa pacificamente.

Nessuna legge parallela.

Nessuna tolleranza verso matrimoni forzati o infantili.

Una sola legge e gli stessi diritti per tutti.

Perché davanti alla libertà di una bambina non dovrebbe esistere alcun “ma”.

Fonti

UNICEF – Child marriage: dati e definizioni

UNICEF – Dataset mondiale sul matrimonio infantile

UNICEF – Dati sul Sudan

UNICEF – Dati sullo Yemen

Girls Not Brides – risorse e dati sul matrimonio infantile

Parkinson, il tremore può spegnersi in pochi minuti: la rivoluzione degli ultrasuoni focalizzati che raggiungono il cervello senza aprire il cranio

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Un uomo entra in ospedale con un tremore tanto grave da condizionare ogni gesto della sua vita quotidiana. Poche ore dopo riesce a controllare nuovamente la mano. Nessuna apertura del cranio, nessun elettrodo impiantato nel cervello e nessun dispositivo da portare per il resto della vita.

Sembra fantascienza, ma è una delle applicazioni più interessanti della moderna neurochirurgia funzionale: gli ultrasuoni focalizzati ad alta intensità guidati dalla risonanza magnetica, conosciuti come MR-guided Focused Ultrasound (MRgFUS o MRgHIFU).

A riportare l’attenzione su questa tecnologia è la storia di Bud Leavell, veterano dell’Aeronautica statunitense di 72 anni, affetto da Parkinson e da un tremore diventato fortemente invalidante.

Il trattamento effettuato presso UT Southwestern Medical Center, in Texas, avrebbe prodotto un risultato impressionante: il tremore si sarebbe ridotto drasticamente già durante la procedura.

Al successivo controllo, davanti alla domanda su come andasse il tremore, la risposta attribuita al paziente sintetizza perfettamente l’impatto che il trattamento avrebbe avuto sulla sua vita:

«Che tremore?»

La storia individuale è certamente suggestiva. Ma la parte veramente interessante comincia quando si lascia l’aneddoto e si guarda alla tecnologia, agli studi clinici e soprattutto ai documenti della FDA.

Perché gli ultrasuoni focalizzati contro alcuni sintomi del Parkinson non sono una terapia miracolosa sperimentata su un singolo paziente.

Dietro questa tecnologia esistono anni di ricerca, trial clinici randomizzati, autorizzazioni regolatorie e migliaia di procedure effettuate nel campo dei disturbi del movimento.


Non è una cura del Parkinson: è importante dirlo subito

Prima di spiegare il funzionamento della procedura occorre chiarire un punto fondamentale.

Gli ultrasuoni focalizzati non eliminano la causa biologica della malattia di Parkinson e non possono attualmente essere considerati una cura della malattia neurodegenerativa.

Il Parkinson è una patologia progressiva complessa, associata soprattutto alla degenerazione dei neuroni dopaminergici della substantia nigra e all’alterazione dei circuiti dei gangli della base.

Gli ultrasuoni focalizzati intervengono invece su determinati circuiti cerebrali responsabili di alcuni sintomi motori.

La distinzione è essenziale.

Un paziente può quindi ottenere una riduzione molto importante del tremore o di altre complicazioni motorie senza che questo significhi che la malattia sia stata eliminata.

È una terapia sintomatica e funzionale, non una terapia capace di arrestare la neurodegenerazione.

Ed è proprio questa distinzione che permette di comprendere la portata reale della tecnologia senza trasformare una notizia scientificamente interessante in una promessa miracolistica.


Come è possibile operare il cervello senza aprire il cranio?

È probabilmente l’aspetto più sorprendente della procedura.

Gli ultrasuoni utilizzati non sono quelli di una normale ecografia diagnostica.

Il sistema impiega numerosi fasci di energia ultrasonica che attraversano il cranio e vengono fatti convergere con estrema precisione verso un piccolo bersaglio situato nelle strutture profonde del cervello.

Il principio può essere paragonato, con tutte le dovute differenze, a quello di una lente che concentra la luce solare in un singolo punto.

Ogni singolo fascio possiede un’energia relativamente limitata lungo il proprio percorso.

Nel punto in cui centinaia di fasci convergono, invece, l’energia diventa sufficiente a riscaldare selettivamente il tessuto cerebrale bersaglio e produrre una piccolissima lesione terapeutica.

Non occorre quindi:

  • praticare una craniotomia;
  • inserire fisicamente un elettrodo nel cervello;
  • impiantare un neurostimolatore;
  • lasciare dispositivi elettronici permanenti nel corpo.

UT Southwestern descrive MRgHIFU come una procedura ambulatoriale capace di interrompere circuiti che trasmettono segnali elettrici anomali concentrando gli ultrasuoni in regioni cerebrali discrete senza aprire il cranio.


La risonanza magnetica è il sistema di navigazione

La seconda componente fondamentale della tecnologia è la MRI, la risonanza magnetica.

Il medico non invia semplicemente ultrasuoni “verso il cervello”.

La risonanza viene utilizzata per individuare il bersaglio anatomico, pianificare la traiettoria, controllare il trattamento e monitorare gli effetti termici.

È sostanzialmente un sistema di navigazione neurochirurgica in tempo reale.

Prima di produrre definitivamente la lesione, possono essere utilizzate esposizioni a energia inferiore per verificare gli effetti clinici sul paziente.

Durante la procedura il paziente può quindi essere sottoposto ripetutamente a test neurologici.

Gli specialisti possono controllare:

Il tremore è diminuito?

La coordinazione è rimasta normale?

Sono comparsi formicolii?

La parola è normale?

La forza muscolare è conservata?

Solo quando la posizione del bersaglio e la risposta vengono considerate adeguate si procede all’ablazione terapeutica.

Ed è proprio per questo motivo che alcuni pazienti possono vedere il proprio tremore diminuire durante la stessa seduta.


Perché il risultato può essere quasi immediato?

Il Parkinson altera una complessa rete di circuiti neuronali.

Nel caso del tremore, determinate strutture partecipano alla propagazione delle oscillazioni patologiche responsabili del movimento involontario.

Se si interrompe in maniera precisa un nodo fondamentale di quel circuito, il segnale patologico può ridursi rapidamente.

Per questo l’effetto non deve necessariamente aspettare settimane o mesi.

Il cambiamento può essere osservabile praticamente durante la procedura.

È una caratteristica particolarmente spettacolare della neurochirurgia funzionale: intervenendo su pochi millimetri di tessuto cerebrale è possibile modificare immediatamente il funzionamento di un intero circuito motorio.


Quale parte del cervello viene colpita?

Dipende dal sintomo e dalla procedura utilizzata.

Nel trattamento del tremore uno dei bersagli storicamente più importanti è il nucleo ventrale intermedio del talamo (VIM).

La procedura prende il nome di talamotomia.

Nel Parkinson avanzato possono invece essere utilizzati altri bersagli, compreso il globus pallidus internus (GPi), attraverso una pallidotomia.

Negli ultimi sviluppi regolatori statunitensi compare inoltre la pallidothalamic tractotomy, cioè l’interruzione estremamente precisa di fibre appartenenti al circuito pallido-talamico.

Ed è proprio qui che la storia diventa ancora più interessante.


Cosa ha realmente approvato la FDA?

È necessario distinguere diverse autorizzazioni che si sono succedute nel tempo.

2016: tremore essenziale

La FDA autorizzò l’impiego degli ultrasuoni focalizzati per il trattamento del tremore essenziale.

2018: Parkinson con tremore dominante

Il 16 dicembre 2018 la FDA approvò Exablate Model 4000 per la talamotomia unilaterale del nucleo ventrale intermedio nei pazienti con Parkinson caratterizzato prevalentemente da tremore resistente ai farmaci.

L’indicazione riguarda pazienti di almeno 30 anni.

Quindi l’impiego degli ultrasuoni focalizzati contro il tremore parkinsoniano negli Stati Uniti non nasce oggi.

2021: Parkinson avanzato

Il 29 ottobre 2021 arrivò un’altra importante estensione.

La FDA autorizzò Exablate Neuro per la pallidotomia unilaterale nei pazienti con Parkinson idiopatico avanzato e complicazioni motorie moderate-gravi resistenti alla terapia farmacologica.

Il bersaglio è il globus pallidus internus (GPi).

2025: un’ulteriore espansione

Il 3 luglio 2025 la FDA ha approvato un’altra importante modifica delle indicazioni di Exablate Neuro.

Il dispositivo può essere utilizzato per la pallidothalamic tractotomy unilaterale nel Parkinson idiopatico avanzato con complicazioni motorie moderate-gravi resistenti ai farmaci.

Ancora più interessante è la possibilità prevista dall’indicazione FDA di effettuare, in pazienti appropriati, un trattamento successivo del lato controlaterale non precedentemente trattato, dopo almeno sei mesi dal primo intervento.

È un passaggio importante perché il Parkinson tende naturalmente a coinvolgere entrambi i lati del corpo, mentre uno dei limiti storici delle procedure ablative era proprio la loro applicazione prevalentemente unilaterale.


Non è soltanto una testimonianza: esistono trial randomizzati

La storia di un singolo paziente può essere emozionante, ma in medicina non basta.

Fortunatamente esistono studi controllati.

Uno dei più importanti è stato pubblicato nel New England Journal of Medicine nel 2023.

Lo studio multicentrico randomizzato e controllato con procedura simulata ha coinvolto pazienti con Parkinson affetti da discinesie o fluttuazioni motorie.

I partecipanti vennero assegnati alla vera ablazione mediante ultrasuoni focalizzati del globus pallidus internus oppure a una procedura sham.

Il risultato principale è significativo.

A tre mesi:

69% dei pazienti sottoposti al vero trattamento raggiunse il criterio di risposta, contro 32% del gruppo di controllo.

La differenza risultò statisticamente significativa.

Tra i pazienti inizialmente trattati che avevano risposto a tre mesi e dei quali erano disponibili dati a dodici mesi, 30 su 39, cioè circa il 77%, mantenevano la risposta a un anno.

Questo non significa che il trattamento funzioni nel 100% dei pazienti.

Significa però che dietro la tecnologia esistono risultati che vanno ben oltre l’effetto spettacolare mostrato in un video o raccontato da un singolo paziente.


Anche sul tremore esistono dati controllati

Uno studio randomizzato precedente aveva analizzato specificamente pazienti con Parkinson a predominanza di tremore resistente ai farmaci.

I risultati pubblicati mostrarono un miglioramento mediano del tremore del 62% nel gruppo sottoposto a talamotomia con ultrasuoni focalizzati, rispetto al 22% osservato dopo la procedura simulata.

Anche questo studio mostrava però un elemento che non deve essere nascosto: esistono possibili complicazioni neurologiche.

La medicina seria deve raccontare entrambe le parti.


Il grande vantaggio rispetto alla chirurgia tradizionale

La caratteristica che rende MRgFUS particolarmente interessante è evidente.

Il cranio rimane chiuso.

Nella chirurgia cerebrale convenzionale occorre raggiungere fisicamente la struttura interessata.

Con gli ultrasuoni focalizzati, invece, l’energia attraversa i tessuti e converge sul bersaglio.

UT Southwestern elenca tra i principali vantaggi:

  • nessuna incisione;
  • nessuna anestesia generale;
  • nessun dispositivo impiantabile;
  • possibilità di trattamento ambulatoriale.

Il paziente può generalmente essere dimesso rapidamente.

Questo può risultare particolarmente interessante per persone che non desiderano o non possono affrontare procedure neurochirurgiche più invasive.


Ultrasuoni focalizzati contro Deep Brain Stimulation

La principale alternativa chirurgica nel Parkinson avanzato rimane la Deep Brain Stimulation (DBS).

Nella DBS vengono inseriti elettrodi in specifiche strutture cerebrali. Gli elettrodi sono collegati a un generatore di impulsi elettrici impiantato generalmente sotto la pelle del torace.

La DBS possiede un enorme vantaggio:

è regolabile.

Il medico può modificare nel tempo i parametri della stimolazione in funzione dell’evoluzione della malattia.

Gli ultrasuoni focalizzati funzionano diversamente.

Producono una piccola lesione permanente.

Non esiste quindi un dispositivo da programmare, ma neppure la possibilità di “spegnere” o riprogrammare la lesione una volta effettuata.

Questo è uno dei motivi per cui la precisione del bersaglio è fondamentale.

DBS e MRgFUS non devono quindi essere considerate semplicemente tecnologie concorrenti.

Sono strumenti differenti che possono essere appropriati per pazienti differenti.


Gli ultrasuoni focalizzati non sono privi di rischi

“Non invasivo” non significa “senza rischi”.

Questo punto merita particolare attenzione.

La procedura produce intenzionalmente una lesione estremamente piccola nel cervello. Se l’energia coinvolge strutture vicine possono verificarsi effetti neurologici indesiderati.

UT Southwestern indica tra i possibili rischi:

  • intorpidimento;
  • formicolii intorno alla bocca o alle dita;
  • debolezza degli arti;
  • problemi nella deambulazione;
  • disturbi del linguaggio;
  • difficoltà nella deglutizione;
  • possibile ricomparsa del tremore;
  • disagio durante il trattamento.

Gli studi clinici hanno documentato anche disturbi dell’andatura, disartria, debolezza facciale e altri eventi neurologici.

Molti possono essere temporanei, ma alcuni possono persistere.

È quindi sbagliato rappresentare la procedura come una sorta di ecografia innocua.

Si tratta di vera neurochirurgia funzionale, semplicemente realizzata senza incisione.


Non tutti i pazienti possono sottoporsi al trattamento

Esiste inoltre un ostacolo fisico molto particolare: il cranio.

Le ossa assorbono e distorcono gli ultrasuoni.

Per questo prima della procedura viene generalmente effettuata una TAC per calcolare lo Skull Density Ratio (SDR).

La composizione e la densità del cranio determinano quanto efficacemente l’energia ultrasonica possa raggiungere il bersaglio.

UT Southwestern specifica che la TAC del cranio viene utilizzata proprio per stabilire se il paziente sia un candidato appropriato.

In alcuni soggetti le caratteristiche ossee possono rendere il trattamento tecnicamente difficile o impossibile.


Perché la precisione di pochi millimetri è decisiva

Nel cervello pochi millimetri possono separare un ottimo risultato da un effetto indesiderato.

UT Southwestern ha lavorato anche allo sviluppo di tecniche avanzate di imaging, tra cui la tractography, per identificare più precisamente i circuiti cerebrali da trattare.

La tractografia permette di ricostruire virtualmente il percorso delle fibre nervose utilizzando particolari sequenze di risonanza magnetica.

Invece di affidarsi esclusivamente a coordinate anatomiche standardizzate, l’obiettivo è quindi costruire una sorta di mappa personalizzata del cervello del singolo paziente.

È un passaggio importante verso una neurochirurgia sempre più individualizzata.


Perché il caso di Bud Leavell è importante

La storia di Bud Leavell colpisce inevitabilmente per la rapidità del risultato.

Un uomo che convive da anni con un tremore invalidante vede improvvisamente il proprio corpo rispondere in maniera diversa.

Ma il valore della vicenda non dovrebbe essere cercato soltanto nella spettacolarità del “prima e dopo”.

Il punto scientificamente più importante è un altro.

Per decenni, raggiungere determinate strutture profonde del cervello significava necessariamente entrare fisicamente nel cervello.

Oggi è possibile, in pazienti selezionati, concentrare energia attraverso un cranio completamente intatto e modificare un circuito neuronale situato a diversi centimetri di profondità.

È un cambiamento concettuale enorme.


Il futuro potrebbe andare molto oltre il tremore

Gli ultrasuoni focalizzati sono studiati per applicazioni che vanno ben oltre il Parkinson.

UT Southwestern conduce ricerche sull’impiego della tecnologia anche per facilitare temporaneamente il superamento della barriera emato-encefalica.

Questa barriera protegge il cervello dalle sostanze presenti nel sangue, ma rappresenta contemporaneamente uno dei principali ostacoli alla somministrazione di molti farmaci neurologici.

Gli ultrasuoni focalizzati, utilizzati con parametri completamente differenti da quelli dell’ablazione, possono essere studiati per aprire temporaneamente e localmente questa barriera.

Le possibili applicazioni di ricerca riguardano malattie neurodegenerative e tumori cerebrali.

Ciò non significa che tali applicazioni siano già terapie clinicamente dimostrate per Alzheimer o altre patologie: molte rimangono oggetto di sperimentazione.

Ma dimostra quanto sia ampia la piattaforma tecnologica rappresentata dagli ultrasuoni focalizzati.


Dalla neurochirurgia meccanica alla neurochirurgia dell’energia

Per oltre un secolo l’immagine della neurochirurgia è stata inevitabilmente associata al bisturi, all’apertura del cranio e agli strumenti chirurgici.

Tecnologie come MRgFUS stanno introducendo un paradigma differente.

Il chirurgo non deve necessariamente raggiungere fisicamente il bersaglio.

Può raggiungerlo attraverso energia focalizzata e imaging estremamente preciso.

Non significa che la neurochirurgia tradizionale scomparirà.

Non significa neppure che gli ultrasuoni sostituiranno automaticamente la DBS.

Significa però che tra farmaci e chirurgia invasiva sta emergendo un nuovo spazio terapeutico.


Una tecnologia straordinaria, ma senza trasformarla in un miracolo

Il caso raccontato da Bud Leavell contiene tutti gli ingredienti per diventare virale: Parkinson, tremore incontrollabile, ultrasuoni, nessuna incisione e un miglioramento osservabile in tempi rapidissimi.

Ma proprio perché il risultato è spettacolare occorre raccontarlo correttamente.

Gli ultrasuoni focalizzati non guariscono il Parkinson.

Non ricostruiscono i neuroni dopaminergici perduti.

Non arrestano necessariamente la progressione della malattia.

Non funzionano in ogni paziente.

Non sono privi di possibili complicazioni.

E non rendono improvvisamente obsolete terapie come farmaci e Deep Brain Stimulation.

Quello che possono fare, però, è comunque straordinariamente importante: ridurre in maniera molto significativa determinati sintomi motori in pazienti accuratamente selezionati, intervenendo su strutture profonde del cervello senza praticare un’incisione cranica.

Ed è una possibilità supportata non soltanto da testimonianze individuali, ma da trial clinici controllati e da specifiche autorizzazioni della FDA.

La battuta attribuita a Bud Leavell al controllo successivo — «Che tremore?» — racconta perfettamente cosa possa significare per un paziente recuperare improvvisamente capacità che sembravano perdute.

Ma dietro quella frase esiste qualcosa di ancora più interessante del video virale: decenni di neuroscienze, fisica degli ultrasuoni, imaging cerebrale e neurochirurgia funzionale stanno convergendo in una tecnologia capace di raggiungere il cervello senza aprire il cranio.

Ed è questo il vero significato della notizia.


FONTI E DOCUMENTI

FDA – autorizzazione Exablate per Parkinson con tremore dominante (2018)
Documento FDA – P150038/S006

FDA – autorizzazione della pallidotomia per Parkinson avanzato (2021)
Documento FDA – P150038/S014

FDA – nuova indicazione per pallidothalamic tractotomy e trattamento staged (2025)
Documento FDA – P150038/S037

UT Southwestern – Transcranial MR-Guided High Intensity Focused Ultrasound
UT Southwestern – guida clinica MRgHIFU

UT Southwestern – tecniche avanzate di targeting mediante tractografia
UT Southwestern – ricerca sugli ultrasuoni focalizzati

New England Journal of Medicine – Trial of Globus Pallidus Focused Ultrasound Ablation in Parkinson’s Disease (2023)
NEJM – studio clinico completo

PubMed – studio randomizzato sulla pallidotomia con ultrasuoni focalizzati
PubMed – Krishna et al., 2023

PubMed – studio randomizzato sulla talamotomia nel Parkinson con tremore dominante
PubMed – Focused Ultrasound Thalamotomy for Tremor-Dominant Parkinson Disease

New England Journal of Medicine – studio sulla subthalamotomy mediante ultrasuoni focalizzati
NEJM – Randomized Trial of Focused Ultrasound Subthalamotomy

Nota: questo articolo ha finalità informative e non costituisce indicazione medica. L’idoneità agli ultrasuoni focalizzati deve essere stabilita da un centro specializzato in disturbi del movimento dopo valutazione neurologica e neuroradiologica.

OGGI 1984 SEMBRA MENO LONTANO: QUANDO UNA PARTE DELLA SINISTRA NORMALIZZA GLI STRUMENTI DEL CONTROLLO

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La domanda più scomoda arriva adesso.

Siamo davvero sicuri che 1984 appartenga soltanto al passato?

Naturalmente viviamo ancora, nelle democrazie occidentali, in sistemi radicalmente diversi dall’Oceania immaginata da Orwell: esistono elezioni, opposizioni, tribunali, proprietà privata, pluralismo politico e possibilità di contestare pubblicamente il governo.

Sostenere che l’Europa contemporanea sia già 1984 sarebbe una caricatura.

Ma sarebbe altrettanto superficiale ignorare alcune tendenze che ricordano inquietantemente i meccanismi contro i quali Orwell ci metteva in guardia.

E una parte della sinistra contemporanea sembra aver sviluppato una sorprendente fiducia proprio negli strumenti che un tempo avrebbe dovuto guardare con sospetto: controllo istituzionale dell’informazione, regolamentazione crescente del discorso pubblico, sorveglianza tecnologica, espansione dell’apparato amministrativo e attribuzione alle autorità del potere di stabilire quali contenuti costituiscano una minaccia.

DAL PROLETARIO DA LIBERARE AL CITTADINO DA AMMINISTRARE

La sinistra storica parlava continuamente di emancipazione.

Emancipare il lavoratore.

Emancipare il cittadino.

Emancipare l’individuo dalle strutture oppressive.

Una parte della sinistra contemporanea sembra invece sempre più affascinata da un’altra idea:

amministrare il cittadino.

Dirgli quali comportamenti siano socialmente responsabili.

Quali parole siano accettabili.

Quali informazioni siano affidabili.

Quali opinioni costituiscano “disinformazione”.

Quali sacrifici siano necessari per un bene collettivo definito dall’alto.

Il problema non è che una democrazia stabilisca delle regole. Ogni società lo fa.

Il problema nasce quando la sfera delle decisioni sottratte all’individuo continua ad allargarsi mentre diminuisce la tolleranza verso chi mette in discussione l’ortodossia dominante.

È precisamente qui che Orwell dovrebbe tornare sul comodino di chiunque ami la libertà.

IL NUOVO MINISTERO DELLA VERITÀ NON HA BISOGNO DI CHIAMARSI COSÌ

Nessun governo occidentale istituirà probabilmente un ministero chiamandolo “Ministero della Verità”.

Sarebbe troppo evidente.

Il problema moderno è molto più sofisticato.

Abbiamo governi, autorità sovranazionali, piattaforme digitali, organizzazioni private, fact-checker, algoritmi e sistemi automatizzati che partecipano, con ruoli e poteri molto diversi, alla gestione dell’ecosistema informativo.

Molti di questi strumenti perseguono obiettivi legittimi: contrastare truffe, interferenze straniere, incitamento alla violenza o campagne coordinate di manipolazione.

Ma proprio perché gli obiettivi possono essere legittimi, bisogna porre una domanda che Orwell avrebbe probabilmente apprezzato:

chi controlla chi decide che cosa sia disinformazione?

Perché un errore scientifico può essere corretto.

Una teoria può essere confutata.

Una bugia può essere dimostrata.

Ma quando la risposta all’errore diventa attribuire a un apparato politico-amministrativo un potere crescente sulla circolazione delle idee, stiamo creando uno strumento che domani potrebbe essere utilizzato da qualcuno di completamente diverso.

LA TENTAZIONE DELLA CENSURA “BUONA”

Ogni censore della storia ha avuto una giustificazione.

Ordine pubblico.

Sicurezza.

Morale.

Protezione della società.

Difesa della rivoluzione.

Difesa dello Stato.

Oggi utilizziamo formule differenti.

Ma il principio liberale dovrebbe rimanere identico:

il potere di silenziare qualcuno non diventa innocuo soltanto perché viene utilizzato contro una persona che detestiamo.

Ed è qui che una parte della sinistra occidentale sembra avere dimenticato una delle proprie tradizioni migliori: la diffidenza verso il potere costituito.

Quando censurare l’avversario diventa accettabile perché l’avversario viene considerato fascista, estremista, complottista, disinformatore o semplicemente moralmente ripugnante, viene creato un precedente.

E i precedenti politici hanno una caratteristica spiacevole:

sopravvivono a chi li ha creati.

IL PARADOSSO DELLE ÉLITE PROGRESSISTE

Esiste poi una contraddizione ancora più evidente.

Una parte della sinistra continua a utilizzare il linguaggio della lotta contro le élite economiche mentre sostiene strutture politiche nelle quali enormi decisioni vengono trasferite verso apparati tecnocratici, istituzioni sovranazionali, autorità amministrative e organismi sempre più lontani dal controllo quotidiano dell’elettore.

Il risultato può diventare paradossale.

Si combatte il miliardario perché possiede troppo potere economico e contemporaneamente si chiede allo Stato di possedere ancora più potere politico.

Ma se la concentrazione del potere è pericolosa quando riguarda il denaro, perché dovrebbe improvvisamente diventare virtuosa quando riguarda la capacità di regolamentare la vita di milioni di persone?

È precisamente questa contraddizione che il dibattito contemporaneo dovrebbe affrontare.

LA GUERRA PERMANENTE E LA POLITICA DELLA PAURA

Anche un altro elemento di 1984 merita attenzione: l’emergenza permanente.

Nel romanzo la società vive continuamente sotto una minaccia.

La guerra non finisce mai.

Il nemico può cambiare.

La necessità dell’obbedienza rimane.

Naturalmente questo non significa che guerre, pandemie, terrorismo, crisi climatiche o interferenze straniere siano necessariamente inventati. Sarebbe assurdo sostenerlo.

Il punto è un altro.

Ogni emergenza reale può diventare anche uno strumento politico.

Quando una misura eccezionale viene introdotta dobbiamo quindi domandarci:

Quando finirà?

Chi ne controlla l’applicazione?

Quali diritti limita?

Può essere contestata?

Chi decide quando l’emergenza è terminata?

Una società libera non si distingue perché non affronta emergenze.

Si distingue perché non permette all’emergenza di trasformarsi nella condizione permanente del governo.

E POI ARRIVA IL GRANDE CORTOCIRCUITO IDEOLOGICO

Esiste infine un fenomeno particolarmente contraddittorio: settori della sinistra radicale occidentale che, in nome dell’anti-occidentalismo, finiscono talvolta per mostrare indulgenza verso movimenti politici o regimi che condividono pochissimo con i tradizionali valori progressisti.

Qui entra anche il rapporto con l’islamismo politico, che va distinto rigorosamente dall’Islam e dai musulmani.

Marxismo e islamismo sono ideologie profondamente differenti. Uno nasce da una concezione materialistica della storia, l’altro da interpretazioni politiche della religione.

Eppure possono incontrarsi tatticamente quando individuano nello stesso soggetto — capitalismo occidentale, Stati Uniti, Israele o liberalismo — il nemico principale.

Nasce così uno dei paradossi più singolari della politica contemporanea:

persone che si proclamano progressiste possono finire per giustificare o minimizzare movimenti che, su libertà religiosa, libertà d’espressione, condizione femminile, diritti individuali e rapporto tra religione e Stato, sostengono principi incompatibili con gran parte della tradizione progressista occidentale.

Non perché marxismo e islamismo siano la stessa cosa.

Non lo sono.

Ma perché l’ideologia del nemico comune può diventare più forte della coerenza.

SERVIRE IL POTERE CREDENDO DI COMBATTERLO

Ed eccoci al paradosso finale.

Il militante crede di combattere l’élite.

Chiede più controllo.

Crede di combattere la propaganda.

Chiede più censura.

Crede di combattere le multinazionali.

Chiede più centralizzazione.

Crede di proteggere la democrazia.

Accetta che qualcuno stabilisca quali opinioni siano abbastanza pericolose da dover essere limitate.

E alla fine potrebbe contribuire a costruire esattamente gli strumenti che un’élite autoritaria avrebbe bisogno di possedere.

Questa è la grande ironia politica.

Il totalitarismo non deve necessariamente arrivare annunciando:

“Vogliamo togliervi la libertà.”

Può presentarsi promettendo sicurezza.

Uguaglianza.

Protezione.

Giustizia.

Ordine.

Difesa dalla disinformazione.

Difesa dal nemico.

Ogni singolo passo può essere presentato come ragionevole, temporaneo e necessario.

Finché un giorno qualcuno potrebbe scoprire che lo Stato possiede strumenti che nessun governo avrebbe mai dovuto accumulare.

A quel punto non conterà più se a costruirli sia stata la destra o la sinistra.

Conterà soltanto chi avrà le chiavi.

Ed è per questo che 1984 rimane un avvertimento formidabile:

non chiedetevi soltanto se vi fidate di chi esercita oggi un determinato potere. Domandatevi se sareste disposti a consegnare lo stesso potere al vostro peggior avversario politico.

Se la risposta è no, probabilmente quel potere non dovrebbe possederlo nessuno.

Perché 1984 comincia davvero a diventare inquietante non quando compare un Grande Fratello sullo schermo.

Comincia quando una società viene convinta che rinunciare progressivamente alla libertà sia necessario per il suo stesso bene.

1984 NON ERA UN MANUALE

Orwell, il totalitarismo e l’incubo di una società dominata dal Partito

C’è un paradosso quasi grottesco nel vedere oggi persone che si dichiarano nemiche delle élite, del capitalismo e del potere mentre difendono modelli politici che, portati alle loro conseguenze autoritarie, possono consegnare a una ristretta classe dirigente un controllo sulla società enormemente superiore a quello di qualsiasi miliardario.

George Orwell aveva capito perfettamente il pericolo.

1984 non è semplicemente il romanzo della sorveglianza. È una dissezione del totalitarismo, della manipolazione del linguaggio, della cancellazione della memoria, della guerra permanente e soprattutto della trasformazione dell’individuo in materiale amministrato dal potere.

Orwell era un socialista democratico, non un conservatore e certamente non un apologeta del capitalismo. Proprio per questo la sua denuncia è particolarmente significativa: aveva combattuto dalla parte repubblicana nella guerra civile spagnola e aveva osservato direttamente le lotte interne alla sinistra e i metodi dello stalinismo. La Orwell Foundation ricorda esplicitamente che il suo socialismo era legato alla libertà e alla democrazia e che la sua esperienza spagnola contribuì alla sua opposizione al totalitarismo.

IL PARTITO NON VUOLE SOLTANTO GOVERNARTI. VUOLE POSSEDERE LA REALTÀ

Il vero orrore di 1984 non consiste nelle telecamere.

Consiste nel fatto che il Partito pretende di stabilire che cosa sia vero.

Winston Smith lavora al Ministero della Verità e modifica continuamente il passato affinché i documenti coincidano con la versione corrente della propaganda.

Se ieri il Partito sosteneva una cosa e oggi sostiene il contrario, non è il Partito ad aver mentito.

È il passato che deve essere riscritto.

Questa è l’essenza del totalitarismo orwelliano: il potere non si accontenta dell’obbedienza esteriore. Vuole penetrare nella memoria, nelle parole e infine nella coscienza.

Orwell aveva già affrontato direttamente questo problema nel saggio The Prevention of Literature, collegando la libertà intellettuale alla possibilità di riferire ciò che si è visto e sentito senza essere costretti a falsificarlo secondo un’ortodossia politica.

La libertà muore definitivamente quando il cittadino non può più distinguere tra verità e verità ufficiale.

LA NEOLINGUA: SE DISTRUGGI LE PAROLE, RESTRINGI IL PENSIERO

Uno degli strumenti più geniali immaginati da Orwell è la Neolingua.

Non basta proibire alcune idee.

Bisogna rendere progressivamente più difficile persino formularle.

Ridurre il vocabolario significa restringere lo spazio concettuale nel quale può nascere il dissenso.

Ecco perché 1984 continua a essere attuale ben oltre la Guerra fredda.

Ogni volta che un potere politico pretende di stabilire non soltanto quali comportamenti siano leciti, ma quali parole possano essere pronunciate e quali categorie mentali siano moralmente ammesse, la domanda orwelliana ritorna:

chi decide il significato delle parole?

Perché chi controlla il linguaggio possiede uno strumento formidabile per orientare la percezione della realtà.

LA SOCIETÀ DI OCEANIA NON È UGUALE: È FEROCEMENTE GERARCHICA

Ed eccoci alla contraddizione che dovrebbe interessare soprattutto chi continua a identificare automaticamente collettivismo ed uguaglianza.

La società di 1984 è tutt’altro che egualitaria.

È rigidamente stratificata.

In cima troviamo il Partito Interno, una piccolissima élite.

Sotto troviamo il Partito Esterno, al quale appartiene Winston: burocrati sorvegliati, disciplinati e sottoposti continuamente all’ideologia.

Infine ci sono i prolet, la grande maggioranza della popolazione.

Il sistema che proclama il dominio assoluto del collettivo produce quindi una delle società più gerarchiche immaginabili.

Non esiste l’uguaglianza.

Esiste una piramide.

E al vertice della piramide vive chi amministra il potere.

I PROLET: LA MAGGIORANZA CHE NON DEVE CONTARE

I prolet costituiscono circa l’85% della popolazione di Oceania nel romanzo.

Ed è proprio questa maggioranza che il Partito considera politicamente irrilevante finché rimane disorganizzata.

Vive in condizioni degradate, circondata da lavoro, povertà, intrattenimento elementare e piccole preoccupazioni quotidiane.

È una massa enorme ma politicamente impotente.

Ed ecco l’ironia più feroce.

Una retorica apparentemente costruita intorno alle masse produce una società nella quale le masse non governano affatto.

Il potere appartiene all’apparato.

Non al lavoratore.

Non alla famiglia.

Non alla comunità.

Non all’individuo.

Al Partito.

È questo uno dei punti nei quali 1984 diventa una formidabile critica di ogni totalitarismo che pretenda di governare “in nome del popolo” senza consentire al popolo di rimuovere realmente chi governa.

L’ÉLITE PREDICA SACRIFICI CHE NON CONDIVIDE

Orwell introduce un altro dettaglio fondamentale.

O’Brien appartiene al Partito Interno.

Quando Winston entra nel suo appartamento scopre immediatamente un livello di vita diverso da quello riservato alla normale burocrazia.

Privilegi, servitori, beni migliori e una libertà materiale impensabile per chi vive ai livelli inferiori della gerarchia.

Non è un dettaglio ornamentale.

È il cuore politico della questione.

Il potere che predica uguaglianza non necessariamente vive nell’uguaglianza.

È una dinamica che la storia sovietica avrebbe reso tristemente concreta attraverso la nomenklatura: una classe politico-amministrativa che non possedeva necessariamente fabbriche e capitali come una borghesia occidentale, ma disponeva di privilegi derivanti dalla posizione occupata nell’apparato.

L’eliminazione formale del capitalista non aveva eliminato il privilegio.

Aveva creato un’altra strada per raggiungerlo:

la vicinanza al potere.

LA GUERRA PERMANENTE

Poi c’è la guerra.

Oceania è permanentemente in guerra.

Il nemico può cambiare, ma la guerra rimane.

Ed è fondamentale che rimanga.

Perché la guerra permanente permette di giustificare scarsità, disciplina, paura, mobilitazione ideologica e obbedienza.

Il nemico esterno diventa contemporaneamente uno strumento di controllo interno.

La popolazione deve essere continuamente mobilitata contro qualcuno.

Oggi Eurasia.

Domani Estasia.

E se l’alleato di ieri diventa improvvisamente il nemico di oggi, la memoria collettiva deve essere corretta.

Il cittadino ideale non domanda:

«Ma ieri non dicevate il contrario?»

Accetta la nuova verità.

IL VERO OBIETTIVO È IL POTERE

Qui 1984 diventa devastante.

Orwell rifiuta l’idea consolatoria secondo cui ogni dittatura sarebbe semplicemente un sistema animato da buone intenzioni che ha commesso qualche errore.

Nel mondo di Oceania il potere diventa fine a sé stesso.

Non si domina l’uomo per costruire successivamente una società perfetta.

La società viene organizzata per perpetuare il dominio.

È questa intuizione a rendere il romanzo molto più profondo di una semplice satira dell’URSS staliniana.

Il bersaglio è la logica totalitaria stessa:

quando un apparato non possiede più autentici contrappesi, la sua priorità può diventare semplicemente preservare sé stesso.

ORWELL CONTRO LO STALINISMO, NON CONTRO QUALSIASI IDEA SOCIALISTA

Qui bisogna essere storicamente precisi, proprio per non regalare argomenti facili agli avversari.

Dire che Orwell scrisse 1984 come semplice manifesto “contro il comunismo” sarebbe incompleto.

Orwell continuò a definirsi socialista democratico.

Ma fu ferocemente anti-stalinista e anti-totalitario.

Nel celebre saggio Why I Write, spiegò che dal 1936 ciò che aveva scritto seriamente era stato rivolto, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo e a favore del socialismo democratico.

Questa precisazione non indebolisce la critica al marxismo autoritario.

La rende più forte.

Perché dimostra che una delle più potenti denunce letterarie del totalitarismo del Novecento arrivò da un uomo della sinistra che aveva compreso quanto facilmente l’emancipazione proclamata potesse essere divorata dall’apparato che pretendeva di realizzarla.

QUANDO L’IDEOLOGIA DIVENTA PIÙ IMPORTANTE DELL’INDIVIDUO

È qui che arriviamo al problema contemporaneo.

Il pericolo non appartiene esclusivamente al marxismo.

Esiste ogni volta che una dottrina politica o religiosa pretende di possedere una verità definitiva e assegna all’individuo valore soltanto nella misura in cui obbedisce a quella verità.

Per questo marxismo autoritario e islamismo politico, pur essendo ideologie profondamente diverse e storicamente anche antagoniste, possono presentare alcuni meccanismi autoritari comparabili quando assumono forme totalizzanti: subordinazione dell’individuo, demonizzazione del dissenso, primato dell’ideologia e aspirazione a disciplinare ambiti sempre più vasti della vita sociale.

Confondere marxismo e Islam sarebbe però un errore grossolano: l’islamismo politico è un’ideologia politica e non coincide con l’Islam né con i musulmani nel loro insieme.

La critica seria deve colpire l’autoritarismo, non trasformarsi in un attacco indiscriminato contro persone sulla base della loro religione.

I RIVOLUZIONARI CHE FINISCONO PER COSTRUIRE IL PALAZZO DELL’ÉLITE

Ed ecco il paradosso finale.

Ci sono militanti convinti di combattere “il sistema” che finiscono per invocare:

più controllo statale;

più censura delle opinioni considerate pericolose;

più subordinazione dell’individuo alla causa;

più potere concentrato nelle istituzioni che ritengono ideologicamente giuste.

Credono di combattere le élite mentre contribuiscono culturalmente a legittimare gli strumenti che un’élite potrebbe usare contro di loro.

Perché il problema del potere assoluto è precisamente questo:

oggi potrebbe essere nelle mani di qualcuno che approvi.

Domani potrebbe appartenere al tuo peggior nemico.

Le libertà civili non servono principalmente a proteggere le persone quando governa qualcuno che amano.

Servono quando governa qualcuno che odiano.

1984 È UN AVVERTIMENTO, NON UN PROGRAMMA

Il messaggio più potente del romanzo non è che una determinata fazione politica sia sempre malvagia.

È qualcosa di più universale.

Non consegnare mai a nessuno il potere di stabilire contemporaneamente:

che cosa puoi dire, che cosa puoi leggere, che cosa devi ricordare, quale versione del passato è vera, chi è il nemico, che cosa devi pensare e perfino quali parole puoi utilizzare per pensarlo.

Perché quando un potere controlla informazione, economia, coercizione e linguaggio, non ha più bisogno soltanto della tua obbedienza.

Può pretendere la tua mente.

Ed è questa la lezione che rende 1984 ancora oggi terribilmente importante.

I totalitarismi promettono spesso di costruire l’uomo nuovo.

Orwell ci ricorda cosa può accadere quando, per costruirlo, prima devono distruggere l’uomo libero.


FONTI E APPROFONDIMENTI

The Orwell Foundation — George Orwell
https://www.orwellfoundation.com/the-orwell-foundation/orwell/

The Orwell Foundation — Why I Write, George Orwell
https://www.orwellfoundation.com/the-orwell-foundation/orwell/essays-and-other-works/why-i-write/

The Orwell Foundation — The Prevention of Literature
https://www.orwellfoundation.com/the-orwell-foundation/orwell/essays-and-other-works/the-prevention-of-literature/

Encyclopaedia Britannica — Nineteen Eighty-four
https://www.britannica.com/topic/Nineteen-Eighty-four

Encyclopaedia Britannica — George Orwell
https://www.britannica.com/biography/George-Orwell

Library of Congress — Revelations from the Russian Archives
https://www.loc.gov/exhibits/archives/

Treccani — Orwell, George
https://www.treccani.it/enciclopedia/george-orwell/

George Orwell — 1984, catalogo della Library of Congress
https://www.loc.gov/item/49009420/

Marxismo: promette uguaglianza, concentra il potere — il grande inganno politico del Novecento

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Il marxismo ha costruito gran parte della propria forza propagandistica attorno a un’accusa semplice: il capitalismo produce disuguaglianza.

Il ricco possiede troppo, il povero troppo poco. Il proprietario controlla il capitale, il lavoratore vende il proprio lavoro. Da questa rappresentazione nasce la promessa rivoluzionaria: eliminare la proprietà privata dei mezzi di produzione, spezzare il dominio della borghesia e costruire finalmente una società senza classi.

Una promessa formidabile.

Il problema arriva quando si pone una domanda elementare:

chi prende il controllo di tutto ciò che viene sottratto ai privati?

Perché fabbriche, banche, terre, infrastrutture e mezzi di comunicazione non evaporano quando vengono nazionalizzati.

Cambiano padrone.

Ed è precisamente qui che la promessa marxista rischia di trasformarsi nel suo contrario: nel tentativo di eliminare la concentrazione della ricchezza, si può costruire una concentrazione del potere immensamente più pericolosa.

La storia dell’Unione Sovietica ne offre una dimostrazione brutale. I documenti provenienti dagli archivi sovietici pubblicati dalla Library of Congress descrivono centralizzazione, repressione, controllo dei media, censura e persecuzione del dissenso.

LA GRANDE TRUFFA: NON ABOLIRE IL POTERE, MA CONSEGNARLO AL PARTITO

Il marxismo individua nel possesso dei mezzi di produzione una delle principali fonti del potere capitalistico.

La soluzione proposta consiste nella socializzazione di quei mezzi.

Ma tra lo slogan e la realtà esiste un problema enorme.

Chi rappresenta concretamente la “società”?

Nelle esperienze marxiste-leniniste del Novecento la risposta è stata troppo spesso: lo Stato.

E chi controllava lo Stato?

Il partito.

E chi controllava il partito?

Una struttura gerarchica sempre più ristretta.

La Library of Congress ricorda che Lenin concepiva un partito disciplinato e gerarchicamente organizzato per guidare la classe lavoratrice e che, nel sistema sovietico, il principio leninista subordinava le organizzazioni alle decisioni delle autorità superiori.

Ecco il paradosso.

Si comincia gridando:

«Abbasso i padroni!»

E si rischia di terminare costruendo un padrone infinitamente più potente: l’apparato politico che controlla contemporaneamente economia e coercizione.

IL CAPITALISTA PUÒ ESSERE POTENTE. LO STATO POSSIEDE LE MANETTE

Questo è il punto che una critica puramente economica tende a ignorare.

Un miliardario può possedere aziende, immobili, giornali e capitali enormi.

Può esercitare un’influenza politica sproporzionata. Può finanziare campagne, lobby, fondazioni e mezzi d’informazione.

Ed è precisamente per questo che una democrazia liberale deve possedere antitrust, concorrenza, tribunali indipendenti, norme anticorruzione e istituzioni capaci di impedire la trasformazione della ricchezza privata in dominio politico.

Ma c’è una differenza fondamentale.

Un imprenditore non dispone legalmente della polizia perché qualcuno lo critica.

Non può condannare un oppositore alla prigione.

Non può chiudere per decreto un giornale.

Non può mobilitare l’esercito.

Non può trasformare una critica politica in un reato contro lo Stato.

Un regime autoritario, invece, può farlo.

E quando lo stesso potere controlla anche lavoro, produzione, credito e informazione, il cittadino non ha davanti un semplice avversario economico.

Ha davanti un monopolio del potere.

DA “DITTATURA DEL PROLETARIATO” A DITTATURA SUL PROLETARIATO

La formula non è un’invenzione degli anticomunisti.

La “dittatura del proletariato” appartiene alla tradizione marxista come fase politica di transizione fra capitalismo e comunismo; le interpretazioni di Marx e le successive realizzazioni leniniste non sono però la stessa cosa e non è storicamente corretto attribuire automaticamente a Marx ogni caratteristica dello stalinismo.

Ma è proprio qui che la critica diventa ancora più pesante.

La teoria prometteva che il potere sarebbe appartenuto ai lavoratori.

Nell’esperienza sovietica, invece, si consolidò il monopolio politico del partito e, sotto Stalin, una dittatura personale.

Treccani osserva esplicitamente che la dittatura del proletariato di Marx non coincideva con la dittatura di un singolo partito e che il sistema staliniano arrivò invece al dispotismo personale, con la polizia politica al servizio del vertice.

Quindi il punto non è sostenere la formula semplicistica:

Marx = Stalin.

La questione più seria è un’altra:

perché un progetto nato per abolire il dominio di classe ha potuto produrre una macchina politica tanto concentrata?

Questa è la domanda che dovrebbe mettere in difficoltà qualsiasi apologeta del marxismo autoritario.

L’UGUAGLIANZA PER IL POPOLO, I PRIVILEGI PER LA NOMENKLATURA

C’è poi un’altra ironia storica.

Il marxismo prometteva l’abolizione delle classi.

Il sistema sovietico produsse invece la nomenklatura.

Non necessariamente una classe proprietaria nel senso capitalistico, ma una classe politico-amministrativa privilegiata.

Documenti storici statunitensi descrivevano la nomenklatura come l’élite che occupava posizioni influenti sottoposte all’approvazione delle autorità superiori del partito e che godeva di un tenore di vita e di privilegi superiori rispetto ai cittadini comuni.

Un rapporto pubblicato dal Congresso americano descrive inoltre un sistema nel quale l’appartenenza alla nomenklatura garantiva accesso a beni, servizi e privilegi normalmente fuori dalla portata del cittadino sovietico.

E allora che cosa era successo all’abolizione delle classi?

Il privilegio non era scomparso. Aveva cambiato uniforme.

Non dipendeva più soltanto dal capitale posseduto.

Dipendeva dalla posizione nell’apparato.

La ricchezza privata era stata combattuta in nome dell’uguaglianza, mentre nasceva un sistema nel quale l’accesso alle risorse poteva dipendere dalla vicinanza al potere politico.

QUANDO LO STATO CONTROLLA ANCHE LA VERITÀ

La concentrazione economica è già pericolosa.

La concentrazione economica insieme al monopolio dell’informazione lo è molto di più.

Gli archivi sovietici studiati dalla Library of Congress mostrano fino a che punto il Partito arrivò a controllare stampa, editoria, distribuzione dei libri, giornali e attività culturali.

La censura non interveniva soltanto alla fine.

Il sistema politico condizionava ciò che poteva essere pubblicato e perfino quali opere artistiche fossero considerate compatibili con la costruzione socialista.

Questo è uno dei punti più inquietanti dell’intero esperimento.

Se controlli l’economia, controlli una parte enorme della vita materiale.

Se controlli la polizia, controlli la coercizione.

Se controlli anche l’informazione, puoi tentare di controllare persino la descrizione della realtà.

Il fallimento economico diventa sabotaggio.

Il dissidente diventa nemico.

La critica diventa controrivoluzione.

La propaganda smette di essere semplice comunicazione politica e diventa parte integrante della conservazione del potere.

IL GULAG NON ERA UNA DISPUTA ACCADEMICA

Poi arriva il punto nel quale la teoria incontra la carne e il sangue.

Il sistema sovietico costruì una vasta macchina repressiva fatta di polizia politica, purghe, deportazioni e campi di lavoro.

I documenti pubblicati dalla Library of Congress descrivono come, durante il Grande Terrore staliniano, cittadini innocenti venissero inviati nei campi di lavoro o uccisi e come la repressione contribuisse a portare società e partito alla sottomissione.

Questo non significa che ogni socialista o marxista contemporaneo desideri il Gulag.

Sarebbe una caricatura intellettualmente disonesta.

Significa qualcosa di diverso e più importante:

un’ideologia politica deve essere giudicata anche per i rischi istituzionali creati quando pretende di concentrare nelle stesse strutture il controllo politico ed economico.

Perché le intenzioni dichiarate non sono un sistema di pesi e contrappesi.

IL PROBLEMA CHE IL MARXISMO NON PUÒ RISOLVERE CON UNO SLOGAN

Immaginiamo che domani venga abolita la grande proprietà privata.

Chi gestisce le fabbriche?

Chi distribuisce gli investimenti?

Chi stabilisce le priorità produttive?

Chi controlla le banche?

Chi assegna le risorse?

Chi dirige i mezzi d’informazione pubblici?

Chi controlla chi prende queste decisioni?

E soprattutto:

come può il cittadino togliere pacificamente il potere a chi controlla contemporaneamente politica ed economia?

Dire semplicemente “il popolo” non risolve nulla.

Il popolo è composto da milioni di individui.

Qualcuno deve prendere concretamente le decisioni.

Ed è precisamente in quel passaggio — dal teorico “potere dei lavoratori” al concreto potere dei funzionari che dichiarano di rappresentare i lavoratori — che può nascere una nuova élite.

IL MARXISMO VOLEVA LIBERARE L’UOMO DAL PADRONE. RISCHIAVA DI RENDERLO DIPENDENTE DALLO STATO

Questa è forse la contraddizione più feroce.

Nel capitalismo il lavoratore può essere economicamente debole rispetto al datore di lavoro.

È un problema reale.

Ma una società pluralista può permettergli di cambiare azienda, fondare un’impresa, creare un sindacato indipendente, votare contro il governo, finanziare un’opposizione, aprire un giornale, costituire un’associazione o denunciare pubblicamente chi governa.

Quando invece il principale datore di lavoro, proprietario, regolatore, finanziatore e arbitro politico coincidono nello stesso apparato, uscire dal rapporto di dipendenza diventa enormemente più difficile.

Il capitalismo può produrre monopoli economici.

La risposta liberale dovrebbe essere spezzarli.

Il marxismo-leninismo storico ha invece dimostrato il pericolo di costruire qualcosa di peggiore:

il monopolio politico dell’economia.

NON È UNA DIFESA DEL CAPITALISMO SELVAGGIO

Contestare il marxismo non significa sostenere che qualsiasi capitalismo sia accettabile.

Un capitalismo oligarchico nel quale poche multinazionali catturano governi, comprano influenza politica e soffocano la concorrenza è anch’esso una minaccia alla libertà.

Il punto è precisamente questo:

il nemico della libertà è la concentrazione incontrollata del potere, indipendentemente da chi la eserciti.

Per questo una società libera dovrebbe diffidare contemporaneamente del monopolista privato e del burocrate onnipotente.

Ma esiste una differenza decisiva.

Il liberalismo dispone almeno concettualmente degli strumenti per separare economia e governo, limitare entrambi e creare istituzioni concorrenti.

Un sistema che consegna deliberatamente allo Stato il controllo dei principali mezzi di produzione deve invece affrontare una domanda molto più difficile:

come impedire allo Stato economicamente onnipotente di diventare anche politicamente onnipotente?

LA LEZIONE CHE RESTA

Il marxismo ha avuto una straordinaria capacità di presentarsi come ideologia degli ultimi, degli sfruttati e degli oppressi.

Ma le buone intenzioni non cancellano la storia.

Gli archivi sovietici oggi disponibili documentano repressione, censura, centralizzazione e privilegi dell’apparato. Non sono slogan anticomunisti: sono materiali storici provenienti in larga parte dagli stessi archivi dell’ex sistema sovietico.

Ed è questo il punto sul quale bisognerebbe riportare la discussione.

Il capitalismo può distribuire il denaro in maniera profondamente diseguale.

Il marxismo autoritario ha dimostrato di poter distribuire in maniera ancora più diseguale qualcosa di più pericoloso: il potere.

Il ricco può diventare troppo influente.

Il monopolista può diventare pericoloso.

L’oligarca può corrompere la politica.

Tutto vero.

Ma quando un’unica struttura controlla economia, partito, informazione, polizia e apparato coercitivo, non abbiamo eliminato il padrone.

Gli abbiamo semplicemente consegnato anche le chiavi della prigione.

E questa è la domanda che nessuna promessa di uguaglianza dovrebbe permetterci di dimenticare:

Chi controlla i controllori?

Perché una società veramente libera non si misura soltanto da quanto denaro possiede ciascun individuo.

Si misura da quanto potere può accumulare qualcuno prima che gli altri abbiano gli strumenti per fermarlo.


FONTI E DOCUMENTI

Library of Congress — Revelations from the Russian Archives: Internal Workings of the Soviet System
Documenti sugli apparati sovietici, repressione, censura e controllo politico

Library of Congress — The Soviet Union and the United States
Documentazione sul Partito Comunista sovietico e sulla sua organizzazione

Library of Congress — Revelations from the Russian Archives
Presentazione della raccolta di documenti provenienti dagli archivi sovietici

Library of Congress — Russian Collections
Guida alla collezione Revelations from the Russian Archives

Treccani — Comunismo
Analisi storica del comunismo, dello stalinismo e della trasformazione del sistema sovietico

U.S. Department of State — Office of the Historian
Documento storico sulla struttura sovietica e sulla nomenklatura

Congress.gov — Library of Congress
Documento sul sistema amministrativo sovietico e sui privilegi della nomenklatura

I SOLITI RIPORTER MARXISTI MISTIFICANO ANCORA: L’ORO VENEZUELANO, GLI USA E QUELLO CHE LA PROPAGANDA NON RACCONTA

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Tra Bank of England, ricostruzione e Tesoro americano: cosa sappiamo davvero sui 4 miliardi di dollari del Venezuela

ORO VENEZUELANO “CONSEGNATO AGLI USA”? LA NARRAZIONE OMETTE IL DETTAGLIO PIÙ IMPORTANTE

Ancora una volta una vicenda complessa viene trasformata in uno slogan politico: “gli Stati Uniti si prendono l’oro del Venezuela”.

Peccato che i fatti disponibili raccontino qualcosa di molto più articolato.

L’oro esiste ed è venezuelano

Partiamo da ciò che è vero.

Nei caveau della Bank of England sono custodite circa 31 tonnellate di oro appartenenti alla Banca Centrale del Venezuela, oggi valutate intorno ai 4 miliardi di dollari.

Non si tratta quindi di oro americano, britannico o “regalato” all’Occidente.

È patrimonio venezuelano.

Da anni, però, l’accesso a queste riserve è al centro di una gigantesca controversia politica e giudiziaria legata alla questione di chi avesse l’autorità legittima per impartire istruzioni alla Banca Centrale venezuelana.

La controversia arrivò persino davanti alla Corte Suprema britannica.

Londra non bloccò l’oro semplicemente perché il Venezuela era “socialista”

Qui emerge una prima manipolazione.

Presentare la vicenda come:

“Il Regno Unito ha confiscato l’oro perché il Venezuela è socialista”

significa cancellare anni di contenzioso costituzionale e giudiziario.

Il problema fondamentale riguardava chi fosse autorizzato a rappresentare lo Stato venezuelano e quindi la sua Banca Centrale.

Il governo britannico aveva riconosciuto Juan Guaidó come presidente costituzionale ad interim e non Nicolás Maduro. Da qui nacque lo scontro tra i due diversi consigli di amministrazione della Banca Centrale venezuelana.

Si può contestare politicamente la decisione britannica quanto si vuole. Ma trasformarla semplicemente in “Londra ruba l’oro socialista” significa raccontare solo metà della storia.

Poi arrivano i terremoti

Il 24 giugno 2026 il Venezuela è stato colpito da due violentissimi terremoti di magnitudo 7,2 e 7,5.

Il bilancio si è aggravato progressivamente fino a superare 6.100 vittime.

Questa tragedia non è propaganda: è reale.

E proprio l’enorme costo della ricostruzione ha riaperto la questione delle riserve venezuelane immobilizzate all’estero.

Il governo guidato da Delcy Rodríguez ha chiesto di poter recuperare gli asset per finanziare abitazioni, ospedali, infrastrutture e ricostruzione.

Ed è qui che accade qualcosa che la lettura puramente ideologica della vicenda tende a mettere in secondo piano.

Governo e opposizione vogliono recuperare l’oro

Non abbiamo semplicemente Washington che decide unilateralmente di “prendersi” quattro miliardi venezuelani.

Governo venezuelano e opposizione hanno trovato un terreno comune sulla richiesta di recuperare le riserve custodite a Londra.

È un elemento fondamentale.

Dopo anni di scontro sul controllo di quei beni, la necessità di finanziare la ricostruzione ha prodotto una convergenza interna venezuelana.

Questo cambia radicalmente il significato politico della vicenda.

E il conto del Tesoro americano?

Qui bisogna distinguere tra dichiarazione politica e decisione ufficialmente documentata.

L’affermazione secondo cui i circa 4 miliardi di dollari sarebbero trasferiti su un conto del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti proviene da Ramón López.

Ma questo particolare decisivo presenta un problema enorme:

il meccanismo indicato da López non risulta nell’accordo ufficiale reso pubblico dalle parti.

Inoltre, al momento delle ricostruzioni giornalistiche disponibili, Stati Uniti e Regno Unito non avevano confermato ufficialmente il trasferimento dell’oro al Tesoro americano.

Dunque trasformare:

“López sostiene che verrà utilizzato un conto del Tesoro USA”

in:

“Washington prende il controllo dell’oro venezuelano”

è un salto logico.

Prima di parlare di confisca, appropriazione o trasferimento definitivo agli Stati Uniti servono documenti ufficiali che stabiliscano:

  1. chi sarà formalmente proprietario del conto;
  2. chi potrà autorizzare i pagamenti;
  3. quali saranno i poteri effettivi del Tesoro americano;
  4. quale ruolo conserverà la Banca Centrale venezuelana;
  5. quali organismi effettueranno gli audit;
  6. se il capitale rimarrà giuridicamente proprietà venezuelana.

Senza queste informazioni, parlare di “oro consegnato agli USA” significa anticipare una conclusione che le prove disponibili non consentono ancora di sostenere.

Controllare un fondo non significa necessariamente diventarne proprietari

Questo è probabilmente il punto più importante.

Se un patrimonio viene collocato presso un’istituzione terza con vincoli, controlli e audit internazionali, non significa automaticamente che quell’istituzione diventi proprietaria del patrimonio.

Bisogna leggere l’accordo.

Un conto amministrato o sottoposto a supervisione dal Tesoro americano potrebbe teoricamente funzionare come garanzia contro appropriazioni indebite e utilizzi non concordati.

Naturalmente potrebbe anche attribuire a Washington un enorme potere politico sulla gestione delle risorse.

Ma sono due questioni differenti.

Controllo, custodia, supervisione e proprietà non sono sinonimi.

Ed è proprio questa distinzione che dovrebbe interessare chi vuole analizzare seriamente la vicenda.

Perché prevedere controlli internazionali?

Secondo López, il denaro dovrebbe finanziare abitazioni, sanità e assistenza alle famiglie colpite dai terremoti, mentre le spese sarebbero sottoposte ad audit internazionali.

Se questo schema verrà realmente adottato, la domanda corretta non sarà quindi:

“Gli americani hanno rubato l’oro?”

ma:

“Chi controllerà materialmente i quattro miliardi e quali garanzie impediranno che vengano utilizzati per finalità differenti dalla ricostruzione?”

È una domanda molto meno propagandistica e molto più importante.

Il vero paradosso

Per anni la questione dell’oro venezuelano è stata raccontata esclusivamente come una battaglia tra Caracas e Londra.

Oggi la situazione è profondamente diversa.

Il Venezuela deve affrontare una catastrofe naturale devastante. Governo e opposizione hanno interesse a sbloccare miliardi immobilizzati all’estero. Washington svolge un ruolo di mediazione. Londra deve contemporaneamente fare i conti con una controversia giudiziaria che dura da anni.

Ridurre tutto questo a:

“L’imperialismo americano ruba l’oro venezuelano”

non aiuta a capire cosa stia realmente accadendo.

Allo stesso modo sarebbe prematuro sostenere l’opposto e assicurare che il meccanismo sia già completamente trasparente e privo di implicazioni politiche.

La conclusione

I fatti verificabili, al momento, sono questi:

  • le circa 31 tonnellate di oro appartengono al Venezuela;
  • sono custodite presso la Bank of England;
  • il loro controllo è oggetto da anni di una complessa controversia giudiziaria;
  • governo e opposizione venezuelana vogliono utilizzarle per la ricostruzione;
  • i terremoti del 24 giugno hanno realmente provocato oltre 6.000 morti;
  • Ramón López ha dichiarato che le risorse dovrebbero transitare attraverso un conto del Tesoro americano;
  • questo specifico meccanismo non risulta però nell’accordo ufficiale pubblicamente disponibile;
  • USA e Regno Unito non avevano ancora confermato ufficialmente l’operazione descritta da López.

Perciò chi oggi presenta come fatto acquisito che “gli Stati Uniti si sono presi 4 miliardi di oro venezuelano” sta andando oltre ciò che è stato documentato.

La questione merita certamente di essere sorvegliata.

Ma proprio perché si parla di quattro miliardi appartenenti al popolo venezuelano, servono documenti, condizioni contrattuali e responsabilità precise.

Non slogan.

DOCUMENTI UFFICIALI

UK Supreme Court – Maduro Board of the Central Bank of Venezuela v Guaidó Board
È il documento giudiziario fondamentale per capire la controversia sul controllo dell’oro venezuelano custodito dalla Bank of England. La Corte descrive esplicitamente la disputa tra i due consigli rivali della Banca Centrale venezuelana.
Sentenza e documentazione UK Supreme Court

Sentenza integrale della Corte Suprema britannica
Il documento precisa anche un punto particolarmente importante per l’articolo: la proprietà dell’oro rimaneva alla Banca Centrale del Venezuela, mentre la controversia riguardava chi fosse legittimato a impartire istruzioni sul patrimonio.
Testo integrale della sentenza UKSC 2021/57

Governo britannico – posizione ufficiale sul Venezuela
Utile per documentare il contesto politico e diplomatico britannico.
UK Government – Foreign Secretary Statement on Venezuela

FONTI SUGLI SVILUPPI DEL 2026

Reuters – 12 agosto 2026
Conferma che il Venezuela punta a recuperare circa 4 miliardi di dollari, corrispondenti a circa 31 tonnellate d’oro, per finanziare la ricostruzione dopo i terremoti. Reuters riferisce inoltre che la Bank of England non aveva ancora rilasciato i lingotti.
Reuters – Venezuela looks to UK-held gold reserves for reconstruction

Financial Times – 14 agosto 2026
È particolarmente importante perché documenta l’accordo tra governo e opposizione venezuelana per chiedere la restituzione dei circa 4 miliardi custoditi dalla Bank of England. Il FT riferisce anche della richiesta dell’opposizione di introdurre meccanismi di trasparenza per impedire un uso improprio dei fondi.
Financial Times – Venezuela wants its gold back from Bank of England

Financial Times – approfondimento audio e trascrizione
Ricostruisce perché governo e opposizione, dopo anni di contrapposizione, siano arrivati a chiedere insieme lo sblocco dell’oro per finanziare la ricostruzione.
FT News Briefing – Venezuela demands its gold back from the UK

Punto forte da aggiungere all’articolo

La documentazione della Corte Suprema britannica permette di formulare una contestazione molto più precisa della narrativa: il contenzioso storico riguardava soprattutto chi avesse l’autorità di impartire istruzioni per conto della Banca Centrale venezuelana, non il passaggio della proprietà dell’oro al Regno Unito o agli Stati Uniti. La stessa documentazione giudiziaria afferma che la proprietà dell’oro rimaneva alla BCV.

Inoltre, Reuters e FT confermano la richiesta di recuperare i circa 4 miliardi, ma nelle loro ricostruzioni del 12-14 agosto non descrivono un’avvenuta acquisizione della proprietà dell’oro da parte del Tesoro USA.

REMDESIVIR, IL FARMACO SIMBOLO DELL’ERA COVID: LA DENUNCIA DI MEL GIBSON, GLI STUDI E CIÒ CHE MOSTRANO DAVVERO I DOCUMENTI

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«Non ho potuto camminare per tre mesi»: la testimonianza che riapre una delle controversie più accese della pandemia

Il nome remdesivir è indissolubilmente legato ai primi anni della pandemia di Covid-19. Presentato nel 2020 come una delle poche armi antivirali immediatamente disponibili contro SARS-CoV-2, sostenuto dai risultati di alcuni studi clinici e rapidamente autorizzato negli Stati Uniti, il farmaco divenne contemporaneamente oggetto di una controversia scientifica destinata a durare anni.

Oggi quella controversia torna alla ribalta anche attraverso una testimonianza clamorosa: quella di Mel Gibson.

L’attore ha raccontato pubblicamente la propria esperienza con il Covid e con il remdesivir, sostenendo di aver avuto conseguenze fisiche gravissime dopo il ricovero. Ma proprio perché le accuse sono enormi, è necessario fare ciò che durante la pandemia troppo spesso è mancato nel dibattito pubblico: separare la testimonianza personale dai dati clinici, le domande legittime dalle conclusioni non dimostrate e la critica documentata dall’accusa penale.

Perché i documenti sul remdesivir sono sufficientemente controversi anche senza trasformarli in qualcosa che non dimostrano.


LA TESTIMONIANZA DI MEL GIBSON

Gibson ha raccontato di essere stato ricoverato durante il Covid e di avere ricevuto remdesivir.

Secondo il suo racconto, dopo il trattamento avrebbe attraversato un periodo nel quale non riuscì a camminare normalmente per circa tre mesi.

Ancora più drammatico è il secondo elemento della sua testimonianza: un uomo che lavorava da anni come suo giardiniere sarebbe stato ricoverato nello stesso ospedale, avrebbe ricevuto — secondo quanto riferito da Gibson — lo stesso trattamento e sarebbe morto.

È un racconto potente.

Ma bisogna introdurre immediatamente una distinzione fondamentale.

Il fatto che una grave complicazione si verifichi dopo la somministrazione di un farmaco non dimostra automaticamente che sia stata provocata dal farmaco. Per stabilire un rapporto causale servono cartelle cliniche, diagnosi, condizioni precedenti, terapie concomitanti, esami e possibilmente una valutazione medica indipendente.

Lo stesso vale per la morte del giardiniere.

La testimonianza di Gibson merita di essere riportata. Non può però essere trasformata, senza ulteriori prove, nella dimostrazione che il remdesivir abbia provocato né la sua incapacità di camminare né la morte dell’altra persona.

Ed è proprio qui che la questione diventa interessante.

Perché, lasciando da parte le conclusioni non dimostrate, sull’efficacia del remdesivir esiste davvero una storia scientifica molto più complicata di quella raccontata al grande pubblico nel 2020.


CHE COS’È IL REMDESIVIR?

Remdesivir, commercializzato come Veklury, è un antivirale sviluppato da Gilead Sciences.

Non nacque con il Covid.

Il farmaco era stato studiato precedentemente contro altri virus, compreso Ebola. Quando SARS-CoV-2 cominciò a diffondersi, venne rapidamente riposizionato come possibile terapia contro il nuovo coronavirus.

Un rapporto del Government Accountability Office degli Stati Uniti ricostruisce inoltre il contributo pubblico americano allo sviluppo e alla sperimentazione del farmaco.

Secondo il GAO, tra il 2013 e il 2020 CDC, Department of Defense e NIH parteciparono o finanziarono ricerche precliniche riguardanti remdesivir. Alla fine del 2020, i finanziamenti federali per studi preclinici e trial clinici collegati al farmaco ammontavano a circa 162 milioni di dollari.

Questo è importante anche per chiarire una semplificazione frequente.

Definire remdesivir semplicemente «il farmaco di Fauci» è improprio.

Il farmaco apparteneva a Gilead, mentre il governo federale americano e il NIH ebbero un ruolo importante nella ricerca e soprattutto nella sperimentazione clinica.


IL 2020: LA CORSA AL PRIMO FARMACO CONTRO IL COVID

Nel 2020 il mondo si trovava davanti a un virus nuovo, con ospedali sotto pressione e pochissime terapie specifiche disponibili.

In quel contesto remdesivir acquistò rapidamente un’importanza enorme.

Il 1° maggio 2020, la FDA ne autorizzò l’impiego di emergenza negli Stati Uniti.

Poi arrivò il passaggio decisivo.

Il 22 ottobre 2020, la FDA approvò Veklury per determinati pazienti Covid ospedalizzati. Divenne così il primo farmaco a ottenere l’approvazione FDA per il trattamento del Covid-19.

L’approvazione era sostenuta soprattutto dai risultati di diversi studi, compreso il grande trial ACTT-1 sponsorizzato dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases.

Ma mentre negli Stati Uniti remdesivir entrava ufficialmente nell’arsenale terapeutico, dall’altra parte arrivava un risultato destinato a generare una gigantesca controversia.


IL TRIAL WHO SOLIDARITY

La World Health Organization aveva organizzato uno dei più grandi esperimenti clinici internazionali della pandemia: Solidarity.

L’obiettivo era verificare rapidamente se alcuni farmaci già disponibili riuscissero effettivamente a migliorare gli esiti dei pazienti Covid ospedalizzati.

Tra questi c’era remdesivir.

I risultati preliminari furono tutt’altro che spettacolari.

Nel confronto pubblicato inizialmente:

  • 301 pazienti su 2.743 assegnati a remdesivir morirono;
  • nel gruppo di controllo morirono 303 pazienti su 2.708;
  • rate ratio: 0,95;
  • intervallo di confidenza 95%: 0,81–1,11;
  • P=0,50.

In altre parole, in quell’analisi non emergeva una riduzione statisticamente significativa della mortalità.

La stessa WHO riassunse i risultati intermedi affermando che remdesivir e gli altri trattamenti esaminati sembravano avere poco o nessun effetto sulla mortalità complessiva, sull’inizio della ventilazione e sulla durata dell’ospedalizzazione.

Questo rappresentò uno dei momenti più controversi dell’intera vicenda.

Da una parte gli Stati Uniti avevano appena trasformato remdesivir nel primo trattamento Covid approvato dalla FDA.

Dall’altra, uno dei più grandi studi internazionali non dimostrava che il farmaco riducesse significativamente la mortalità complessiva dei ricoverati.


I RISULTATI FINALI DI SOLIDARITY CAMBIANO PARZIALMENTE IL QUADRO

Fermarsi ai dati preliminari del 2020, però, produrrebbe oggi un quadro incompleto.

I risultati finali di Solidarity furono pubblicati nel 2022 su The Lancet.

E sono particolarmente interessanti.

Nell’analisi finale furono confrontati:

4.146 pazienti assegnati a remdesivir

contro

4.129 pazienti di controllo.

Morirono:

602 pazienti nel gruppo remdesivir — 14,5%

contro

643 nel gruppo controllo — 15,6%.

Il rate ratio complessivo risultò:

0,91

con intervallo di confidenza:

0,82–1,02

e

p=0,12.

Ancora una volta, quindi, considerando complessivamente tutti i pazienti ospedalizzati, la riduzione della mortalità non raggiungeva la significatività statistica convenzionale.

Ma analizzando i pazienti secondo la gravità iniziale emergeva qualcosa di più complesso.


PAZIENTI GIÀ VENTILATI: NESSUN BENEFICIO SIGNIFICATIVO

Tra i pazienti che erano già sottoposti a ventilazione al momento dell’arruolamento:

151 su 359 pazienti trattati con remdesivir morirono: 42,1%.

Nel gruppo controllo:

134 su 347: 38,6%.

Rate ratio:

1,13

con intervallo di confidenza:

0,89–1,42.

La differenza non era statisticamente significativa.

Questo dato non dimostra che remdesivir aumentasse la mortalità dei ventilati: l’intervallo di confidenza comprende infatti l’assenza di differenza.

Dimostra però qualcosa di importante:

nei pazienti già ventilati Solidarity non riuscì a dimostrare un beneficio significativo.


NEI PAZIENTI NON ANCORA VENTILATI IL RISULTATO ERA DIFFERENTE

Qui emerge invece un segnale favorevole.

Considerando complessivamente i pazienti non ventilati all’inizio dello studio:

11,9% dei pazienti assegnati a remdesivir morì

contro

13,5% dei controlli.

Rate ratio:

0,86

con intervallo di confidenza:

0,76–0,98

e p=0,02.

Anche la progressione verso la ventilazione risultò leggermente inferiore:

14,1% contro 15,7%.

Gli autori conclusero quindi che remdesivir non produceva un effetto significativo nei pazienti Covid già ventilati, mentre negli altri ospedalizzati appariva avere un piccolo effetto sulla morte o sulla progressione verso la ventilazione.

Questa conclusione è fondamentale.

Perché impedisce due narrazioni opposte ma ugualmente semplicistiche.

Non è corretto sostenere che remdesivir fosse una cura miracolosa capace di salvare indistintamente i pazienti Covid.

Ma i dati randomizzati disponibili non dimostrano nemmeno che fosse un veleno che aumentava sistematicamente la mortalità.


E GLI EFFETTI COLLATERALI?

Un altro capitolo riguarda la sicurezza.

La FDA riconosce esplicitamente possibili effetti indesiderati del farmaco.

Tra quelli riportati nelle informazioni ufficiali figurano aumenti degli enzimi epatici, che possono rappresentare un segnale di danno epatico, oltre a possibili reazioni di ipersensibilità durante o dopo l’infusione.

Le reazioni da infusione possono comprendere, tra l’altro, variazioni della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, riduzione dell’ossigenazione, febbre, dispnea, respiro sibilante, gonfiore, eruzioni cutanee, nausea, sudorazione e brividi.

Significa che remdesivir era privo di rischi?

Ovviamente no.

Come praticamente ogni farmaco somministrato a pazienti gravemente malati, richiedeva valutazione clinica e monitoraggio.

Ma esiste un problema metodologico enorme quando si analizzano retrospettivamente i ricoverati Covid.


COVID, RENI E FEGATO: IL PROBLEMA DELLA CAUSALITÀ

Molti pazienti che ricevevano remdesivir erano gravemente malati.

Il Covid severo stesso può essere associato a danno renale, alterazioni epatiche, problemi cardiovascolari, trombosi, insufficienza respiratoria e insufficienza multiorgano.

Un paziente può quindi:

ricevere remdesivir,

sviluppare successivamente insufficienza renale,

e morire.

Ma questa sequenza temporale, presa isolatamente, non dimostra che sia stato il remdesivir a causare l’insufficienza renale o la morte.

Per questo esistono i trial randomizzati.

Se un farmaco fosse fortemente letale, ci aspetteremmo — a parità delle altre condizioni — di osservare un chiaro e consistente aumento della mortalità nei gruppi che lo ricevono.

Solidarity non mostra questo fenomeno.

Anzi, complessivamente registra:

14,5% di mortalità con remdesivir

contro

15,6% nel controllo.

È quindi scientificamente scorretto utilizzare Solidarity come prova che remdesivir abbia «ucciso migliaia di persone».

Lo studio dice qualcosa di molto diverso.


IL VERO PROBLEMA: QUANTO ERA GRANDE IL BENEFICIO?

Ed è qui che la critica diventa molto più interessante.

Il dibattito non dovrebbe essere ridotto alla scelta binaria:

«farmaco miracoloso»

contro

«veleno assassino».

La domanda realmente importante è:

Quanto beneficio clinico produceva remdesivir, in quali pazienti, in quale fase della malattia e a quale costo?

I risultati finali di Solidarity suggeriscono che il beneficio dipendeva fortemente dalla condizione del paziente.

Nei pazienti già ventilati non emergeva un beneficio significativo.

Nei pazienti ospedalizzati non ancora ventilati emergeva invece un beneficio modesto.

Questa distinzione è fondamentale.


LA WHO CAMBIÒ POSIZIONE

La storia delle raccomandazioni WHO dimostra inoltre quanto la scienza durante la pandemia fosse in evoluzione.

Nel novembre 2020 la WHO formulò una raccomandazione contro l’impiego routinario del remdesivir nei pazienti ospedalizzati, sulla base delle evidenze disponibili in quel momento.

Successivamente, con l’arrivo di nuovi studi, le raccomandazioni vennero modificate.

Le linee guida WHO successive hanno previsto, per esempio, una raccomandazione condizionale favorevole al remdesivir nei pazienti con Covid non grave ma ad alto rischio di ospedalizzazione.

Per i pazienti con malattia critica, invece, la WHO ha continuato a suggerire di non utilizzarlo routinariamente, sottolineando l’assenza di un beneficio convincente sugli esiti più importanti in quel gruppo.

È la dimostrazione di qualcosa che durante l’emergenza avrebbe dovuto essere comunicato molto più chiaramente:

l’efficacia di un farmaco non è necessariamente uguale in tutte le fasi della stessa malattia.


«GLI OSPEDALI VENIVANO PAGATI PER USARLO»?

Questa è un’altra affermazione che richiede molta precisione.

Durante l’emergenza Covid gli Stati Uniti introdussero meccanismi straordinari di rimborso ospedaliero e finanziamento dei trattamenti Covid.

Questo dato ha alimentato la narrativa secondo cui gli ospedali avrebbero ricevuto semplicemente una sorta di «premio» per somministrare remdesivir.

La questione reale è più complessa.

Bisogna distinguere tra:

rimborso del costo di una terapia, incentivi e maggiorazioni previste dal sistema Medicare per nuovi trattamenti, e un presunto pagamento destinato a convincere il medico a somministrare un farmaco indipendentemente dalla necessità clinica.

Sono cose profondamente differenti.

Il fatto che un sistema sanitario rimborsi un farmaco costoso non dimostra che medici e ospedali siano stati pagati per danneggiare i pazienti.

Una seria inchiesta sulla politica sanitaria dovrebbe invece chiedersi se la struttura dei rimborsi abbia influenzato indirettamente le scelte terapeutiche e se gli incentivi fossero adeguatamente calibrati sull’evidenza disponibile.

Questa è una domanda legittima.

L’«omicidio da protocollo» è invece un’accusa che richiederebbe prove di natura completamente diversa.


IL RUOLO DI FAUCI

Anche qui occorre evitare la caricatura.

Anthony Fauci era allora direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases.

Il NIAID sponsorizzò ACTT-1, uno degli studi fondamentali sul remdesivir.

Fauci ebbe quindi certamente un ruolo importante nella comunicazione pubblica dei risultati e nella politica scientifica americana dell’epoca.

Ma remdesivir non era proprietà di Fauci, né fu sviluppato personalmente da lui.

Il GAO documenta una storia molto più articolata, nella quale Gilead sviluppò il composto mentre NIH, CDC e Department of Defense contribuirono a diverse fasi della ricerca.

La critica seria deve quindi concentrarsi sulle decisioni verificabili:

come furono interpretati i risultati?

quanto vennero enfatizzati i benefici?

quanto chiaramente vennero comunicate le incertezze?

come vennero aggiornate le indicazioni quando arrivarono i dati di Solidarity?

Queste sono domande alle quali documenti e studi possono realmente rispondere.


LA CONTRADDIZIONE DEL 2020 CHE MERITA DI ESSERE RICORDATA

Resta un fatto storico difficilmente contestabile.

Nell’ottobre 2020 il pubblico ricevette contemporaneamente due messaggi apparentemente molto diversi.

Negli Stati Uniti:

la FDA approvava il primo farmaco specificamente indicato contro Covid-19.

Sul fronte WHO:

Solidarity non dimostrava una significativa riduzione della mortalità complessiva dei ricoverati.

Non significa necessariamente che una delle due istituzioni stesse mentendo.

FDA e WHO stavano considerando endpoint, studi e criteri differenti.

Ma significa che la realtà scientifica era molto meno semplice di quanto spesso apparisse nella comunicazione pubblica.


REMDESIVIR «BLOCCAVA IL COVID»?

Anche questa formula è troppo semplicistica.

Un antivirale non deve necessariamente eliminare completamente una malattia per produrre un beneficio clinico.

ACTT-1 indicò soprattutto un miglioramento del tempo di recupero in determinate categorie di pazienti.

Solidarity mise invece al centro la mortalità e altri esiti clinici importanti.

Da qui nasce una parte della divergenza.

Un farmaco può accorciare il tempo medio di recupero senza produrre contemporaneamente una gigantesca riduzione della mortalità.

La domanda politica e sanitaria diventa allora:

quanto vale quel beneficio e per quali pazienti giustifica costo, somministrazione endovenosa e potenziali effetti indesiderati?

Questa è una discussione molto diversa dalla propaganda.


IL CASO MEL GIBSON DEVE ESSERE INDAGATO, NON TRASFORMATO IN UNA SENTENZA

La testimonianza di Gibson merita attenzione proprio perché descrive un’esperienza personale drammatica.

Ma per trasformarla in una conclusione scientifica servirebbero almeno:

cartelle cliniche complete;

date e dosaggi del remdesivir;

altre terapie ricevute;

condizioni precedenti;

diagnosi neurologica relativa all’impossibilità di camminare;

funzione renale ed epatica prima e dopo il trattamento;

eventuale farmacovigilanza;

documentazione clinica del giardiniere;

causa ufficiale della sua morte.

Senza questi elementi possiamo dire:

Mel Gibson attribuisce al trattamento una grave conseguenza.

Non possiamo dire:

è stato dimostrato che remdesivir lo abbia paralizzato.

La differenza non è semantica.

È il confine tra testimonianza e prova.


«REMDESIVIR HA UCCISO MIGLIAIA DI PERSONE»?

Al momento, i grandi trial randomizzati citati sopra non dimostrano questa affermazione.

È importante dirlo senza ambiguità.

Se prendiamo Solidarity nella sua analisi finale, la mortalità complessiva fu numericamente inferiore nel gruppo remdesivir:

602 morti su 4.146

contro

643 su 4.129.

Questo non dimostra un grande effetto salvavita, perché il risultato complessivo non raggiungeva la significatività statistica convenzionale.

Ma rende altrettanto insostenibile utilizzare quello studio come dimostrazione di una strage provocata dal farmaco.

La critica deve poggiare sui numeri.

Altrimenti si commette esattamente l’errore che si rimprovera alla comunicazione istituzionale: partire dalla conclusione e selezionare soltanto i dati che la confermano.


IL VERO SCANDALO POTREBBE ESSERE LA COMUNICAZIONE DELLA CERTEZZA

La storia di remdesivir racconta soprattutto qualcosa di più generale sulla pandemia.

Nel 2020 istituzioni, governi, aziende farmaceutiche, medici e cittadini erano costretti a prendere decisioni sulla base di evidenze incomplete e in rapidissima evoluzione.

Il problema nasce quando un’evidenza provvisoria viene comunicata come certezza definitiva.

Remdesivir passò in pochi mesi da farmaco sperimentale a trattamento d’emergenza e infine a primo farmaco Covid approvato dalla FDA.

Nel frattempo WHO Solidarity produceva risultati decisamente più modesti sulla mortalità.

Successivamente altre analisi mostrarono che alcuni sottogruppi potevano effettivamente beneficiare del trattamento.

È precisamente così che funziona la ricerca.

Le conclusioni cambiano quando cambiano le prove.

Il problema non è ammetterlo.

Il problema sarebbe aver fatto credere al pubblico che l’incertezza non esistesse.


LE DOMANDE CHE RESTANO

A distanza di anni, il dibattito sul remdesivir dovrebbe essere sottratto sia alla santificazione sia alla demonizzazione.

Le domande legittime sono numerose.

Perché il beneficio sulla mortalità risultò così differente secondo gravità e fase della malattia?

Quanto pesarono i risultati ACTT-1 nella decisione della FDA?

Quanto pesarono inizialmente quelli di Solidarity?

La comunicazione pubblica rappresentò adeguatamente l’incertezza?

Gli ospedali utilizzarono il farmaco sempre nei pazienti con maggiore probabilità di beneficiarne?

I sistemi di rimborso produssero incentivi appropriati?

Quanto tempestivamente furono riconosciuti e comunicati gli eventi avversi?

E soprattutto:

i pazienti ricevettero davvero un’informazione sufficientemente chiara sul rapporto tra benefici conosciuti, rischi e incertezze?

Sono domande che meritano documenti, non slogan.


CONCLUSIONE

La testimonianza di Mel Gibson riporta sotto i riflettori uno dei farmaci più controversi della pandemia.

Ma proprio perché il tema è enorme, bisogna evitare di trasformare una denuncia personale in una conclusione epidemiologica.

I documenti disponibili raccontano una storia molto più interessante.

Remdesivir non si rivelò il farmaco miracoloso che molti speravano di trovare all’inizio del 2020.

Il grande trial Solidarity non dimostrò una riduzione statisticamente significativa della mortalità considerando complessivamente tutti gli ospedalizzati.

Nei pazienti già ventilati non emerse un beneficio significativo.

Nei pazienti ospedalizzati ma non ancora ventilati, invece, l’analisi finale mostrò un beneficio modesto.

FDA riconosce inoltre effetti indesiderati e la necessità di monitorare determinati parametri durante il trattamento.

Ma da tutto questo non deriva la prova che remdesivir abbia «ucciso migliaia di persone», né che le morti dei pazienti trattati possano essere automaticamente attribuite al farmaco.

La domanda più seria non è quindi se dobbiamo sostituire una propaganda con un’altra.

È un’altra:

durante la più grande emergenza sanitaria del nostro tempo, quanto chiaramente furono spiegati ai cittadini i limiti delle conoscenze disponibili, i risultati contrastanti degli studi e l’effettiva dimensione del beneficio dei trattamenti che stavano ricevendo?

Su questo terreno esistono ancora molte domande legittime.

E soprattutto esistono documenti con cui cercare le risposte.


DOCUMENTI E FONTI

FDA – FDA Approves First Treatment for COVID-19
Documento FDA sull’approvazione del remdesivir

FDA – The science of safety and effectiveness of Veklury
Valutazione FDA su sicurezza ed efficacia

World Health Organization – Solidarity Trial, risultati intermedi
WHO Solidarity Trial

New England Journal of Medicine – Interim WHO Solidarity Trial Results
Studio pubblicato sul NEJM

The Lancet / WHO Solidarity Trial Consortium – risultati finali
Risultati finali del trial Solidarity

PubMed – WHO Solidarity final results
Scheda PubMed dello studio

U.S. Government Accountability Office – Federal Contributions to Remdesivir
Rapporto GAO sui finanziamenti pubblici alla ricerca sul remdesivir

WHO – Therapeutics and COVID-19 Living Guideline
Linee guida WHO sui trattamenti Covid

BMJ – A living WHO guideline on drugs for Covid-19
Linee guida pubblicate dal BMJ

DAVID MORENS SI DICHIARA COLPEVOLE: IL CASO CHE RIAPRE LE DOMANDE SU FAUCI, ECOHEALTH, WUHAN E L’ORIGINE DEL COVID

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Non è più soltanto una polemica politica: l’ex senior adviser del NIAID ha ammesso davanti a un tribunale federale di aver partecipato a una cospirazione per ostacolare la trasparenza del governo americano. Al centro della vicenda: email private, FOIA, EcoHealth Alliance, il finanziamento della ricerca sui coronavirus dei pipistrelli e il dibattito sull’origine di SARS-CoV-2

Per anni il caso delle email di David M. Morens, storico collaboratore e senior adviser nell’Office of the Director del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), è stato presentato come uno dei capitoli più controversi dell’indagine americana sulla gestione delle informazioni relative alla pandemia.

Dal 18 agosto 2026, però, esiste un fatto giudiziario nuovo e difficilmente liquidabile come semplice polemica politica.

Morens si è dichiarato colpevole davanti alla giustizia federale americana di un capo d’accusa di “conspiracy to commit offenses and to defraud the United States”, cioè cospirazione per commettere reati e frodare gli Stati Uniti.

Non stiamo quindi parlando soltanto di email interpretate da una commissione parlamentare o di accuse lanciate da oppositori politici.

C’è un’ammissione di colpevolezza.

Ma proprio perché il caso è grave, è indispensabile separare tre livelli differenti:

  1. ciò che Morens ha ammesso giudiziariamente;
  2. ciò che il Dipartimento di Giustizia ha contestato nell’indictment;
  3. ciò che rimane da dimostrare riguardo alle responsabilità personali di Anthony Fauci, Peter Daszak, Gerald Keusch e altri protagonisti della vicenda.

Confondere questi tre piani renderebbe l’inchiesta più fragile, non più forte.


CHI È DAVID MORENS

Morens non era un oscuro funzionario periferico.

Secondo il Dipartimento di Giustizia, lavorò come senior adviser nell’Office of the Director del NIAID dal 2006 al 2022.

In quella posizione consigliava i vertici dell’istituto, contribuiva allo sviluppo di raccomandazioni su questioni riguardanti NIH e NIAID e forniva competenze scientifiche sulle malattie infettive.

Durante la pandemia raccoglieva inoltre informazioni provenienti da ricercatori, beneficiari di finanziamenti e membri della comunità scientifica per comprendere la natura del COVID-19 e le precedenti attività NIH/NIAID nel campo della ricerca sui coronavirus.

Il DOJ descrive quindi un uomo collocato molto vicino al centro decisionale.

E il direttore del NIAID in quel periodo era Anthony Fauci.

Questo non rende automaticamente Fauci responsabile delle azioni di Morens.

Rende però estremamente importante stabilire quali informazioni circolassero nell’Office of the Director, chi ne fosse a conoscenza e attraverso quali canali venissero trasmesse.


IL PUNTO DI SVOLTA: MORENS SI DICHIARA COLPEVOLE

Il 18 agosto 2026 Morens ha accettato di dichiararsi colpevole di un capo federale di cospirazione.

Secondo CBS News, l’ex funzionario NIAID, oggi 78enne, ha accettato la responsabilità per un’accusa di:

“conspiracy to commit offenses and to defraud the United States.”

La pena massima prevista per quel capo d’accusa è di cinque anni di reclusione.

La sentenza è prevista per novembre.

Il significato della vicenda non consiste quindi nell’aver dimostrato giudiziariamente che SARS-CoV-2 sia stato creato nel laboratorio di Wuhan.

Questo non è ciò che Morens ha ammesso.

Il fatto accertato dal guilty plea riguarda invece qualcosa di diverso e istituzionalmente gravissimo:

il tentativo di impedire o ostacolare il corretto funzionamento dei meccanismi federali di conservazione e accesso ai documenti pubblici.

Ed è precisamente su questo terreno che il caso diventa esplosivo.


IL GRANT SUI CORONAVIRUS DEI PIPISTRELLI

Al centro dell’indictment compare un progetto ben preciso:

“Understanding the Risk of Bat Coronavirus Emergence.”

Si trattava del finanziamento NIH assegnato a EcoHealth Alliance, organizzazione guidata da Peter Daszak, che a sua volta aveva trasferito una parte dei fondi al Wuhan Institute of Virology.

Quando scoppiò la pandemia e aumentarono i sospetti sull’eventuale origine laboratoriale di SARS-CoV-2, quel finanziamento divenne oggetto di un’enorme controversia politica e scientifica.

Il NIH ne sospese/terminò il finanziamento nel 2020.

Secondo l’accusa federale, dopo quella decisione Morens e altri soggetti cercarono di contribuire al ripristino del grant e di contrastare la narrativa secondo cui il COVID-19 avrebbe potuto essere collegato a una fuga da laboratorio.

Il punto giudiziariamente rilevante non è avere sostenuto l’origine naturale.

Difendere scientificamente una determinata ipotesi non costituisce ovviamente un reato.

Il problema nasce dal modo in cui quelle attività sarebbero state condotte.


LE EMAIL PRIVATE PER EVITARE IL FOIA

Il Freedom of Information Act, il FOIA, permette ai cittadini e ai giornalisti americani di chiedere documenti alle agenzie federali.

Per un funzionario pubblico, quindi, utilizzare deliberatamente canali privati allo scopo di sottrarre documenti governativi agli obblighi di conservazione e trasparenza costituisce un problema completamente diverso dal semplice desiderio di privacy.

Ed è precisamente quello che emerge dalle email di Morens.

Una delle frasi diventate più famose nell’inchiesta è:

“I always try to communicate over gmail because my NIH email is FOIA’d constantly.”

In sostanza:

cerco sempre di comunicare tramite Gmail perché la mia email NIH è continuamente soggetta al FOIA.

In un’altra comunicazione Morens scrisse:

“I will delete anything I don’t want to see in the New York Times.”

Ovvero:

cancellerò tutto ciò che non voglio vedere sul New York Times.

Queste non sono ricostruzioni giornalistiche.

Le comunicazioni sono state acquisite e pubblicate nell’ambito dell’indagine della Select Subcommittee on the Coronavirus Pandemic della Camera.


“GMAIL E TELEFONATE SONO SICURE”

Un’altra email rende il quadro ancora più significativo.

Nel novembre 2021 Morens scriveva a Gerald Keusch che sia Gmail sia le telefonate erano, a suo giudizio, “safe”, mentre i messaggi di testo e l’email governativa potevano essere sottoposti al FOIA.

La documentazione pubblicata dalla Camera contiene inoltre una risposta di Peter Daszak nella quale questi assicura:

“I’ll be extremely careful to only use your gmail account.”

Cioè:

sarò estremamente attento a usare soltanto il tuo account Gmail.

Il documento è particolarmente importante perché mostra che la scelta del canale privato non emerge come un episodio isolato o casuale.

Appare come una pratica conosciuta dagli interlocutori.


IL DOJ: UNA STRATEGIA PER NASCONDERE LE COMUNICAZIONI

L’indictment federale del 28 aprile 2026 ha trasformato quella montagna di email in una contestazione penale.

Secondo il Dipartimento di Giustizia, Morens, Co-Conspirator 1, Co-Conspirator 2 e altri avrebbero cospirato dopo la cessazione del finanziamento sui coronavirus dei pipistrelli.

Il DOJ sostiene che Morens e gli altri abbiano concordato per iscritto di nascondere deliberatamente le comunicazioni utilizzando l’account Gmail personale di Morens invece dell’email ufficiale NIH.

Attraverso quel canale sarebbero state:

  • scambiate informazioni NIH non pubbliche;
  • discusse strategie per influenzare NIH sul finanziamento;
  • modificate bozze di lettere destinate alla leadership NIH;
  • trasmesse informazioni attraverso un “back-channel” verso un alto funzionario NIAID.

Il DOJ afferma inoltre che quelle comunicazioni riguardavano attività rientranti nelle funzioni ufficiali di Morens e avrebbero quindi dovuto essere create, conservate e gestite attraverso i sistemi governativi.

Questo è il cuore del caso.


DASZAK, KEUSCH E I CO-COSPIRATORI: COSA POSSIAMO DIRE

Qui serve precisione.

I documenti della Camera mostrano chiaramente comunicazioni tra Morens, Peter Daszak e Gerald Keusch.

Il DOJ, tuttavia, nell’indictment pubblico utilizza le definizioni Co-Conspirator 1 e Co-Conspirator 2, senza identificarli formalmente per nome nel comunicato.

È quindi corretto documentare la rete di comunicazioni Morens-Daszak-Keusch.

È invece necessario distinguere questa documentazione dall’affermazione giudiziaria secondo cui una determinata persona sia stata formalmente riconosciuta colpevole di cospirazione.

Al momento, Morens è l’uomo che ha ammesso la propria colpevolezza nel procedimento in questione.


E ANTHONY FAUCI?

È inevitabilmente questa la domanda più importante.

Il nome di Fauci attraversa l’intera vicenda perché Morens lavorava nell’Office of the Director del NIAID quando Fauci dirigeva l’istituto.

Ma bisogna evitare una conclusione che i documenti giudiziari disponibili non consentono ancora di formulare:

il guilty plea di Morens non equivale a una condanna di Fauci.

Fauci non risulta imputato nel procedimento Morens.

Questo, tuttavia, non elimina le domande aperte.

Anzi.

Le rende ancora più importanti.


“TONY È AL CORRENTE”

Le email acquisite dal Congresso contengono riferimenti particolarmente delicati.

Secondo la documentazione della commissione, Morens scrisse in una comunicazione riguardante EcoHealth che:

“Tony is aware of it.”

“Tony” viene interpretato nel contesto come Anthony Fauci.

In altre comunicazioni Morens descrive colloqui con Fauci riguardanti la questione EcoHealth.

La commissione della Camera concluse nel suo memorandum del maggio 2024 che le email sollevavano interrogativi sulla possibile conoscenza da parte di Fauci delle attività di Morens.

Attenzione però alla distinzione:

un memorandum investigativo del Congresso non è una sentenza penale.

La commissione parlava di elementi che suggerivano una possibile consapevolezza o partecipazione; non di responsabilità penale definitivamente accertata.


IL PRESUNTO “SECRET BACK CHANNEL”

Un’altra email acquisita dalla commissione contiene una formulazione ancora più controversa.

Morens avrebbe spiegato a Daszak:

“I can either send stuff to Tony on his private gmail, or hand it to him at work…”

aggiungendo che Fauci sarebbe stato abbastanza prudente da evitare materiale potenzialmente problematico attraverso i normali canali.

La commissione parlò apertamente di un possibile “secret back channel” e chiese di poter esaminare email personali e comunicazioni di Fauci.

Ancora una volta, questo non dimostra automaticamente che Fauci abbia partecipato alla cospirazione ammessa da Morens.

Dimostra però perché le domande sui canali di comunicazione all’interno del NIAID non possono essere liquidate come irrilevanti.


IL PARADOSSO DELLA TRASPARENZA

È forse questo l’aspetto più devastante dell’intera vicenda.

Durante una pandemia mondiale, mentre governi e istituzioni chiedevano alla popolazione di affidarsi alle autorità scientifiche, uno dei consiglieri più vicini alla direzione del principale istituto americano per le malattie infettive utilizzava — per sua stessa ammissione giudiziaria — meccanismi destinati a sottrarre comunicazioni ufficiali alla normale trasparenza governativa.

La questione va molto oltre il dibattito “lab leak contro mercato”.

Il problema è istituzionale.

Se la posizione ufficiale era scientificamente solida, perché nascondere comunicazioni?

Se le discussioni erano perfettamente legittime, perché utilizzare Gmail proprio perché l’account NIH era soggetto al FOIA?

Perché parlare della possibilità di cancellare ciò che non si voleva vedere pubblicato?

Perché creare back-channel?

Sono domande che ora non nascono soltanto dall’opposizione politica.

Nascono dal comportamento ammesso da uno dei protagonisti.


IL RAPPORTO CON ECOHEALTH ALLIANCE

Il caso diventa ancora più delicato osservando il rapporto tra Morens e Peter Daszak.

Daszak guidava EcoHealth Alliance, beneficiaria del grant NIH sui coronavirus dei pipistrelli.

Morens, contemporaneamente, era un alto funzionario dell’istituzione che finanziava e controllava quelle attività.

Secondo l’indictment, Morens avrebbe utilizzato il proprio Gmail personale per:

  • fornire informazioni NIH non pubbliche;
  • aiutare nelle comunicazioni relative al finanziamento;
  • modificare documenti indirizzati alla leadership NIH;
  • contribuire alla strategia per recuperare il grant.

Il confine tra rapporto professionale, amicizia personale, assistenza scientifica e attività istituzionale diventa quindi fondamentale.


IL VINO E LE “BEHIND-THE-SCENES SHENANIGANS”

L’indictment contiene persino un capitolo riguardante regali.

Secondo il DOJ, Co-Conspirator 1 avrebbe regalato a Morens del vino per le sue:

“behind-the-scenes shenanigans”.

L’accusa sosteneva inoltre che fossero stati prospettati ulteriori benefici, compresi pasti in ristoranti stellati Michelin a Parigi, New York e Washington.

Morens avrebbe successivamente individuato un’attività ufficiale che avrebbe potuto compiere per “meritare” il regalo: contribuire a un commento scientifico favorevole all’ipotesi dell’origine naturale del COVID-19.

Si tratta di accuse contenute nell’indictment originario e vanno quindi distinte dal singolo capo per il quale Morens ha successivamente ammesso la colpevolezza.

Ma mostrano quanto fosse profonda l’indagine federale.


LA QUESTIONE “GAIN-OF-FUNCTION”

Qui occorre un’altra distinzione fondamentale.

Il caso Morens riguarda documenti collegati a un grant NIH per lo studio dei coronavirus dei pipistrelli, parte del quale venne svolto attraverso il Wuhan Institute of Virology.

Da anni esiste una disputa tecnica e politica sulla definizione di alcune di quelle attività come gain-of-function, e in particolare sulla categoria regolatoria americana della ricerca “enhanced potential pandemic pathogen” o ePPP.

Dire semplicemente:

“Morens ha confessato che NIH finanziava il virus che ha provocato la pandemia”

andrebbe oltre le prove.

Non è questo ciò che dice il guilty plea.

Il dato documentabile è diverso:

esistevano finanziamenti NIH → EcoHealth Alliance → Wuhan Institute of Virology per ricerca sui coronavirus dei pipistrelli; la natura e la conformità regolatoria di alcuni esperimenti sono state oggetto di anni di controversie e indagini; Morens ha ammesso di aver partecipato a una cospirazione relativa all’occultamento di documenti federali nel contesto di questa vicenda.

È già un fatto enorme senza bisogno di aggiungervi conclusioni non ancora dimostrate.


IL CONGRESSO INDAGAVA ESPRESSAMENTE SUL GAIN-OF-FUNCTION

La connessione non è comunque inventata a posteriori.

Quando la Select Subcommittee ordinò a Morens di produrre i documenti, spiegò espressamente che il mandato dell’indagine comprendeva:

“the origins of the Coronavirus pandemic, including but not limited to the Federal Government’s funding of gain-of-function research.”

Dunque il finanziamento federale della ricerca gain-of-function faceva ufficialmente parte dell’inchiesta congressuale.

E proprio durante quella indagine emersero le email private.


30.000 PAGINE DI EMAIL

La vicenda assunse dimensioni enormi nel 2024.

Durante un’audizione congressuale venne riferito che Morens aveva consegnato circa 30.000 pagine di email provenienti dal proprio account Gmail.

La questione non riguardava quindi una singola email estrapolata dal contesto.

Il Congresso si trovò davanti a un archivio gigantesco di comunicazioni private utilizzate da un alto funzionario federale mentre svolgeva attività connesse al proprio ruolo pubblico.


DALL’INCHIESTA POLITICA ALL’INDAGINE PENALE

La cronologia è essenziale.

2023

La commissione della Camera comincia a concentrarsi sulle comunicazioni private di Morens.

Emergono le prime email sul Gmail personale e sulla volontà di evitare il FOIA.

Gennaio 2024

Morens viene interrogato dalla commissione.

Aprile 2024

Nuove comunicazioni provenienti da whistleblower e altre produzioni documentali rafforzano i sospetti.

La commissione emette una subpoena per ottenere le email personali.

Maggio 2024

Vengono pubblicate migliaia di pagine di documenti e il memorandum della Select Subcommittee.

2024-2025

L’indagine sulle origini del COVID, EcoHealth Alliance, NIH e Wuhan continua.

28 aprile 2026

Il Dipartimento di Giustizia annuncia formalmente l’incriminazione di Morens.

18 agosto 2026

Morens si dichiara colpevole.

A quel punto il caso cambia natura.

Non è più soltanto:

“il Congresso sostiene che Morens abbia cercato di evitare il FOIA”.

È:

Morens ammette davanti alla giustizia federale la propria partecipazione alla cospirazione contestata.


COSA NON DIMOSTRA IL GUILTY PLEA

È altrettanto importante essere rigorosi su quello che il caso non dimostra.

Il guilty plea di Morens non dimostra automaticamente:

  • che SARS-CoV-2 sia stato creato al Wuhan Institute of Virology;
  • che il virus sia stato deliberatamente liberato;
  • che Anthony Fauci abbia ordinato una copertura;
  • che Fauci sia penalmente responsabile della cospirazione;
  • che Gerald Keusch sia stato condannato;
  • che Peter Daszak sia stato condannato nel procedimento Morens;
  • che qualsiasi ricerca finanziata dal NIH a Wuhan abbia prodotto SARS-CoV-2.

Sono questioni differenti.

Alcune sono oggetto di indagini, controversie scientifiche o dispute politiche; altre richiederebbero prove penali individuali.


COSA INVECE SAPPIAMO ORA

Il quadro documentale consente però di affermare alcuni fatti molto più solidi.

Primo. David Morens era un senior adviser nell’Office of the Director del NIAID durante gli anni di Fauci.

Secondo. Morens intratteneva comunicazioni con Peter Daszak ed esponenti della comunità scientifica coinvolti nel dibattito sulle origini del COVID.

Terzo. EcoHealth Alliance aveva ricevuto finanziamenti NIH per ricerca sui coronavirus dei pipistrelli e una parte del lavoro era stata subappaltata al Wuhan Institute of Virology.

Quarto. Morens utilizzò il proprio Gmail personale per comunicazioni relative a queste questioni.

Quinto. nelle email spiegava esplicitamente che il suo account NIH era soggetto al FOIA.

Sesto. parlò della cancellazione di email e di metodi per sottrarre comunicazioni alla pubblicazione.

Settimo. il Congresso acquisì decine di migliaia di pagine di comunicazioni.

Ottavo. il Dipartimento di Giustizia trasformò il caso in un procedimento penale federale.

Nono. Morens si è dichiarato colpevole di cospirazione per commettere reati e frodare gli Stati Uniti.

Ed è quest’ultimo elemento a cambiare radicalmente il peso dell’intera vicenda.


LA DOMANDA CHE ORA RIGUARDA FAUCI

Il punto non dovrebbe essere dichiarare Fauci colpevole prima che esistano prove giudiziarie sufficienti.

Il punto dovrebbe essere pretendere che venga stabilito con precisione:

quanto sapeva Anthony Fauci?

Sapeva dell’utilizzo sistematico delle email private?

Ricevette effettivamente documenti attraverso canali personali?

Conosceva il “back-channel”?

Quali conversazioni ebbe con Morens riguardo a EcoHealth Alliance?

Quali informazioni ricevette sulla ricerca finanziata dal NIAID?

Quali comunicazioni esistono ancora?

Quali sono state cancellate?

Chi autorizzò o conosceva le strategie riguardanti il grant EcoHealth?

E soprattutto:

la posizione pubblica del NIAID sull’origine del COVID fu elaborata indipendentemente dalle preoccupazioni istituzionali sul finanziamento della ricerca a Wuhan?

Sono domande legittime.

Non sono sentenze.

Ma dopo il guilty plea di Morens non possono più essere archiviate come semplice “complottismo”.


L’ORIGINE DEL COVID RESTA UNA QUESTIONE SEPARATA

Anche qui bisogna evitare il salto logico.

Dimostrare l’occultamento di documenti non dimostra automaticamente il lab leak.

È possibile, logicamente, che qualcuno nasconda documenti per proteggere un’istituzione da uno scandalo politico senza che la teoria oggetto dello scandalo sia vera.

Ma vale anche il ragionamento inverso:

il fatto che il guilty plea non dimostri l’origine laboratoriale non rende irrilevante l’occultamento dei documenti necessari proprio a indagare quella possibilità.

Ed è qui che si trova il vero scandalo istituzionale.

Il pubblico aveva diritto a conoscere quei documenti indipendentemente da quale ipotesi sull’origine del virus si sarebbe poi dimostrata corretta.


SCIENZA E TRASPARENZA NON POSSONO ESSERE SEPARATE

La lezione del caso Morens dovrebbe andare molto oltre Fauci.

La scienza finanziata con denaro pubblico non può chiedere fiducia mentre sottrae informazioni al controllo pubblico.

Un’istituzione scientifica può sbagliare.

Può cambiare posizione.

Può finanziare un progetto che successivamente si rivela controverso.

Tutto questo fa parte del normale funzionamento della ricerca.

Ciò che non dovrebbe essere normale è costruire sistemi informali per sottrarre le comunicazioni agli obblighi di trasparenza.

Quando questo avviene, il problema non è più semplicemente scientifico.

Diventa democratico.


IL DANNO ALLA FIDUCIA PUBBLICA

Per anni una parte della popolazione americana ha accusato NIH, NIAID, EcoHealth e altri soggetti di non aver raccontato tutto ciò che sapevano sulla ricerca sui coronavirus e sull’origine della pandemia.

Molte accuse circolate online erano prive di prove.

Altre erano palesemente esagerate.

Ma proprio per questo la trasparenza era indispensabile.

Se le istituzioni vogliono sconfiggere le teorie false, devono rendere disponibili i documenti veri.

Nascondere documenti produce l’effetto opposto.

Ogni email sottratta al FOIA alimenta il sospetto che possano essercene altre.

Ogni comunicazione cancellata rende più difficile distinguere una teoria infondata da un interrogativo legittimo.

Il comportamento ammesso da Morens ha quindi inflitto un danno che va molto oltre il singolo procedimento penale.

Ha danneggiato la credibilità delle stesse istituzioni scientifiche che pretendeva forse di proteggere.


NON SERVE INVENTARE UNA CONCLUSIONE: I DOCUMENTI SONO GIÀ DEVASTANTI

Il caso Morens è precisamente una di quelle vicende nelle quali esagerare sarebbe controproducente.

Non serve sostenere che la dichiarazione di colpevolezza abbia “dimostrato che Fauci ha creato il COVID”.

Non lo ha dimostrato.

Non serve sostenere che Morens abbia confessato l’origine artificiale di SARS-CoV-2.

Non lo ha fatto.

Non serve nemmeno dichiarare colpevoli persone che non sono state condannate.

La realtà documentale è già sufficientemente grave:

un alto consigliere del direttore del NIAID ha ammesso di aver partecipato a una cospirazione per frodare gli Stati Uniti attraverso un sistema collegato all’occultamento di documenti federali durante la più importante emergenza sanitaria del XXI secolo.

Quei documenti riguardavano una controversia che comprendeva:

EcoHealth Alliance.

Wuhan Institute of Virology.

finanziamenti NIH.

ricerca sui coronavirus dei pipistrelli.

l’ipotesi del lab leak.

le comunicazioni con la leadership NIAID.

E le email pubblicate dal Congresso mostrano ripetutamente il nome di Anthony Fauci nel contesto di quelle comunicazioni.

Questo basta per pretendere un’indagine completa.


ORA SERVONO TUTTI I DOCUMENTI

La dichiarazione di colpevolezza di David Morens non dovrebbe chiudere il caso.

Dovrebbe aprire la fase decisiva.

Occorre stabilire chi fossero tutti i partecipanti alla rete di comunicazioni.

Occorre rendere pubblici, nei limiti consentiti dalla legge, gli allegati al plea agreement, le comunicazioni recuperate, i documenti NIH, i rapporti investigativi e ogni elemento utile a ricostruire la catena decisionale.

Occorre distinguere con precisione:

chi sapeva,

chi comunicava,

chi cancellava,

chi ordinava,

chi riceveva informazioni,

chi proteggeva il grant,

e chi eventualmente ignorava completamente quello che Morens stava facendo.

Solo i documenti possono rispondere.


CONCLUSIONE: DAL “COMPLOTTISMO” A UN GUILTY PLEA FEDERALE

Il caso David Morens lascia una lezione difficilmente aggirabile.

Nel 2023 e nel 2024 si discuteva di email private, FOIA, documenti cancellati e presunti back-channel.

Nel 2026 il Dipartimento di Giustizia ha presentato un indictment federale.

Il 18 agosto 2026 David Morens si è dichiarato colpevole.

Questo non risolve il mistero dell’origine di SARS-CoV-2.

Non condanna Anthony Fauci.

Non dimostra da solo che il COVID sia uscito dal Wuhan Institute of Virology.

Ma distrugge definitivamente l’idea che la controversia sulle comunicazioni nascoste potesse essere liquidata semplicemente come fantasia di Internet.

L’occultamento dei documenti non è più soltanto un’accusa politica: uno dei protagonisti ha ammesso la propria responsabilità penale.

Ora resta la domanda più importante:

fin dove arrivava la rete?

E soprattutto:

chi, ai vertici delle istituzioni sanitarie americane, sapeva realmente quello che stava accadendo?

La risposta non dovrebbe essere affidata né alla propaganda né alle tifoserie.

Dovrebbe essere cercata dove questa storia è cominciata:

nelle email, nei grant, nei registri federali, nelle testimonianze sotto giuramento e negli atti giudiziari.

DOCUMENTI E FONTI

Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti – Indictment di David Morens, 28 aprile 2026
DOJ – Former Senior NIAID Official Indicted for Concealing Federal Records During COVID-19 Pandemic

U.S. Attorney’s Office – District of Maryland – ricostruzione dettagliata delle accuse
U.S. Attorney’s Office, District of Maryland – David Morens indictment

House Committee on Oversight – Memorandum sulle attività di David Morens, maggio 2024
House Oversight – Allegations of Wrongdoing and Illegal Activity by Dr. David Morens

Documentazione originale delle email Morens-Daszak-Keusch
House Oversight – Underlying Documents, Morens Memo

House Oversight – email del whistleblower e indagine sulle comunicazioni private
House Oversight – Emails alleging attempts to subvert transparency about COVID-19 origins

House Oversight – richiesta di accesso alle comunicazioni personali di Anthony Fauci e indagine sul “secret back channel”
House Oversight – Fauci personal email and alleged secret back channel

Subpoena della Select Subcommittee a David Morens – aprile 2024
House Oversight – Subpoena cover letter to David Morens

Richiesta congressuale originale a Morens del 29 giugno 2023 – documenti su WIV, EcoHealth e origine del COVID
House Oversight – June 29, 2023 document request to David Morens

Audizione ufficiale del Congresso – documentazione GovInfo
U.S. Government Publishing Office – Congressional hearing record

Reuters – guilty plea di David Morens, 19 agosto 2026
Reuters – Former Fauci adviser pleads guilty to conspiring to conceal COVID-19 records

Associated Press – dichiarazione di colpevolezza e contestazioni relative ai documenti COVID
Associated Press – Ex-Fauci adviser pleads guilty in COVID-19 records case

STAT – ricostruzione del guilty plea e del ruolo dell’ex adviser NIAID
STAT – Fauci adviser David Morens pleads guilty

Dai pinguini all’H5N1: Gates, Fauci, ricerca sui virus e vaccini. Seguire il denaro senza inventare la conclusione

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Cinquemila pinguini vaccinati in Australia sembrano una curiosità scientifica. Ma seguendo aziende, finanziamenti e programmi di ricerca emerge una storia molto più ampia: esperimenti sulla trasmissibilità dell’influenza H5, finanziamenti NIAID, investimenti della Gates Foundation nell’mRNA, nascita di CEPI e nuovi programmi vaccinali contro l’influenza aviaria. Le connessioni sono reali; trasformarle automaticamente nella prova di un complotto, invece, sarebbe un errore. Proprio per questo la domanda sulla trasparenza rimane legittima.

Tutto comincia da una notizia apparentemente marginale: migliaia di piccoli pinguini australiani coinvolti in un programma di vaccinazione contro l’influenza aviaria H5.

Animali catturati, identificati, vaccinati, monitorati e successivamente manipolati nuovamente per la seconda dose. Il documento da cui prende avvio questa ricostruzione parla di 5.000 little penguins nello Stato australiano di Victoria e identifica Zoetis come produttore del vaccino scelto per il programma.

Una storia che potrebbe terminare qui.

Invece apre una porta.

Perché quando si comincia a ricostruire chi opera nel settore, chi finanzia chi e soprattutto quanto indietro nel tempo arrivino gli investimenti nella preparazione alle pandemie influenzali, ricompaiono alcuni dei protagonisti che hanno dominato il dibattito sanitario degli ultimi quindici anni.

Bill Gates. La Gates Foundation. Anthony Fauci e il NIAID. La ricerca sull’H5. L’mRNA. CEPI. Moderna. Zoetis.

La questione seria non è sostenere che tutti questi soggetti facciano parte di un piano segreto. Il materiale di partenza stesso esclude esplicitamente che esistano prove che Gates abbia creato l’attuale focolaio H5 australiano, che Fauci abbia progettato il virus oggi in circolazione o che il programma sui pinguini sia finalizzato a provocare una pandemia.

La questione è un’altra: quanto è diventato esteso e interconnesso l’ecosistema economico, scientifico e istituzionale della “pandemic preparedness”?

E quanto controllo pubblico esiste su questo sistema?

2009: 9,5 milioni di dollari per studiare l’influenza pandemica

Bisogna tornare indietro di molti anni rispetto al Covid.

Nel 2009 la Bill & Melinda Gates Foundation finanziò con 9,5 milioni di dollari un programma dell’University of Wisconsin–Madison guidato dal virologo Yoshihiro Kawaoka.

L’obiettivo dichiarato era scientificamente comprensibile: identificare le mutazioni capaci di indicare che un virus influenzale animale stesse acquisendo caratteristiche potenzialmente pandemiche.

Conoscere in anticipo le mutazioni pericolose potrebbe infatti consentire ai sistemi di sorveglianza di individuarle prima che un nuovo virus cominci a diffondersi efficacemente nell’uomo.

Il problema emerge quando per capire come un virus potrebbe diventare più pericoloso si realizzano esperimenti che gli fanno acquisire determinate caratteristiche.

Ed è qui che arriviamo al 2012.

2012: l’esperimento H5 che accese il dibattito sulla biosicurezza

Nel 2012 Nature pubblicò uno studio del gruppo di Kawaoka.

I ricercatori introdussero mutazioni nell’emoagglutinina H5 e combinarono il materiale con segmenti genetici provenienti dal virus pandemico H1N1 del 2009.

Successivamente il virus venne studiato nei furetti.

Non si tratta di animali scelti casualmente: i furetti costituiscono uno dei modelli sperimentali maggiormente utilizzati per studiare la trasmissione dell’influenza.

Il risultato fu precisamente ciò che rese l’esperimento così discusso:

il virus sperimentalmente adattato riuscì a trasmettersi tra furetti attraverso goccioline respiratorie.

Gli autori sostenevano una logica di prevenzione: identificare le mutazioni necessarie alla trasmissione avrebbe potuto migliorare la sorveglianza dei virus presenti in natura.

I critici sollevarono però una questione destinata a diventare centrale:

fino a che punto è accettabile aumentare sperimentalmente determinate caratteristiche di un patogeno per prepararsi al rischio che quelle caratteristiche emergano naturalmente?

Non è una domanda nata con i social network o con il Covid.

Era già al centro di una feroce controversia scientifica.

Gates Foundation e NIAID: il punto d’incontro

Un elemento particolarmente importante riguarda i finanziamenti.

Secondo il materiale analizzato, tra i finanziatori della ricerca figuravano sia sovvenzioni della Bill & Melinda Gates Foundation sia il National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), allora diretto da Anthony Fauci.

Occorre essere rigorosi.

Questo non significa che Fauci abbia personalmente progettato l’esperimento.

E non significa che Bill Gates abbia ordinato ai ricercatori di modificare un virus.

Significa però che finanziamenti provenienti dall’universo Gates e dal NIAID dell’era Fauci convergevano su un settore della ricerca sull’H5 che sarebbe diventato estremamente controverso.

È già abbastanza importante senza aggiungere ciò che i documenti non dimostrano.

Era “gain of function”?

Qui comincia anche la battaglia sulle definizioni.

“Gain of function” è diventata un’espressione politicamente esplosiva, soprattutto dopo la pandemia di Covid-19.

Ma il problema scientifico precede il Covid.

Il documento ricorda come gli esperimenti sulla trasmissione aerea dell’H5N1 nei furetti siano stati successivamente discussi nel contesto del gain-of-function research of concern, proprio perché riguardavano l’acquisizione di caratteristiche biologiche con potenziali conseguenze per biosicurezza e biosecurity.

Il punto importante non è vincere una battaglia semantica.

È riconoscere che la controversia sul rapporto beneficio scientifico/rischio biologico era abbastanza seria da provocare un intervento governativo.

2014: gli Stati Uniti fermano parte della ricerca

Nell’ottobre 2014 Washington sospese temporaneamente il finanziamento federale di determinate ricerche riguardanti influenza, SARS e MERS quando gli esperimenti prevedevano l’aumento di caratteristiche quali trasmissibilità nei mammiferi o patogenicità.

Questo passaggio è fondamentale.

Non dimostra che tutta la ricerca fosse irresponsabile.

Dimostra però che il rischio non era una fantasia dei “complottisti”: le stesse istituzioni statunitensi ritenevano alcune categorie di esperimenti sufficientemente delicate da richiedere una pausa e una rivalutazione.

Contemporaneamente stava crescendo un altro settore destinato a cambiare completamente l’industria vaccinale.

2015: Gates punta sull’mRNA

Nel 2015 la Gates Foundation annunciò un impegno da 52 milioni di dollari nella società biotecnologica tedesca CureVac.

E non si trattava esclusivamente di una sovvenzione filantropica.

L’accordo comprendeva anche un investimento azionario.

La Foundation stava quindi investendo capitale in un’azienda impegnata nello sviluppo della tecnologia mRNA.

Due anni più tardi arrivò inoltre il sostegno della Gates Foundation a un progetto CureVac per lo sviluppo di un vaccino universale contro l’influenza basato sull’mRNA.

Siamo nel 2017.

Il Covid non esiste ancora.

Eppure sono già presenti molti elementi che diventeranno centrali pochi anni dopo:

influenza pandemica → ricerca sulle mutazioni → mRNA → vaccini influenzali → produzione rapida di vaccini.

CEPI: nasce l’infrastruttura per la prossima epidemia

Nel 2017 nasce anche CEPI, Coalition for Epidemic Preparedness Innovations.

La Gates Foundation figura tra i suoi sostenitori fondatori.

La missione è costruire capacità scientifiche e produttive che consentano di rispondere rapidamente alle nuove epidemie.

Di per sé, prepararsi alle pandemie è perfettamente razionale.

Dopo quello che il mondo ha vissuto con Covid-19 sarebbe assurdo sostenere il contrario.

Ma proprio perché queste strutture possono orientare quantità enormi di capitale pubblico e privato, priorità scientifiche e strategie sanitarie internazionali, la trasparenza dovrebbe aumentare insieme alla loro influenza.

Non diminuire.

H5N1 diventa un modello per “Disease X”

Ed eccoci agli sviluppi più recenti descritti dal materiale.

Nell’ottobre 2025 CEPI avrebbe finanziato il Serum Institute of India per sviluppare vaccini H5N1.

Particolarmente interessante è il linguaggio utilizzato: H5N1 viene presentato come prototipo utile alla preparazione nei confronti della cosiddetta “Disease X”, il termine utilizzato nella sanità pubblica per indicare un futuro agente patogeno ancora sconosciuto capace di provocare una grave epidemia o pandemia.

Questo non significa, ed è importante ripeterlo, che CEPI voglia “creare Disease X”.

Significa esattamente il contrario nelle finalità dichiarate: prepararsi prima che emerga.

Ma dimostra quanto l’H5 sia diventato importante come banco di prova della nuova architettura di risposta pandemica.

Moderna entra nella partita H5

CEPI avrebbe inoltre impegnato fino a 54,3 milioni di dollari per sostenere il programma Moderna relativo a un vaccino pandemico H5.

Il candidato indicato è mRNA-1018.

Un vaccino H5 basato sull’mRNA.

Ed ecco perché la cronologia diventa interessante.

La Gates Foundation sostiene la nascita di CEPI.

CEPI diventa un importante finanziatore della preparazione vaccinale pandemica.

CEPI finanzia programmi H5.

Tra questi compare un vaccino mRNA Moderna.

Parallelamente H5N1 viene utilizzato come modello di preparazione a Disease X.

Ancora una volta: connessione non significa automaticamente causalità occulta.

Ma sostenere che queste connessioni non meritino attenzione sarebbe altrettanto ideologico.

Ed eccoci a Zoetis

Torniamo finalmente ai pinguini.

Zoetis è uno dei giganti mondiali della farmaceutica veterinaria.

Secondo la ricostruzione fornita, la Gates Foundation avrebbe destinato alla società complessivamente circa 29,7 milioni di dollari attraverso importanti programmi dedicati alla salute animale.

Si tratta di programmi riguardanti farmaci veterinari, diagnostica, vaccini e allevamento, compreso il settore avicolo.

Separatamente, ed è una distinzione essenziale, Zoetis fornisce il vaccino H5 scelto dall’Australia per il programma dedicato agli uccelli autoctoni.

La tentazione sarebbe allora costruire una conclusione immediata:

Gates → Zoetis → vaccino → pinguini.

Ma sarebbe una semplificazione che i documenti presentati non consentono.

Non abbiamo infatti prova, sulla base del materiale fornito, che il denaro della Gates Foundation abbia finanziato specificamente quel vaccino.

Non abbiamo prova che Gates abbia ordinato all’Australia di vaccinare i pinguini.

Non abbiamo prova che Gates riceva denaro per ogni animale vaccinato.

Lo stesso testo di partenza lo riconosce esplicitamente.

Ed è proprio questa prudenza a rendere più interessante la parte documentabile.

Non solo Australia: vaccini RNA nei pinguini selvatici

La vicenda non riguarda soltanto i piccoli pinguini australiani.

Il materiale segnala uno studio pubblicato nel febbraio 2026 relativo alla vaccinazione di pulcini selvatici di pinguino reale contro l’influenza H5.

In quel caso non veniva utilizzato il vaccino Zoetis.

Trenta animali avrebbero ricevuto un vaccino sperimentale H5 a RNA auto-amplificante, prodotto da Ceva Santé Animale, con successivo richiamo e monitoraggio.

Anche qui non viene documentato un coinvolgimento di Gates.

Ma emerge una tendenza più ampia:

la vaccinazione H5 non riguarda più esclusivamente gli allevamenti avicoli.

Sta entrando nella conservazione delle specie, nella fauna selvatica e persino nelle nuove piattaforme RNA.

È un cambiamento che merita un dibattito pubblico molto più ampio.

Il vero problema: il paradosso della preparazione pandemica

Arriviamo così alla questione fondamentale.

La scienza vuole prevenire le pandemie.

Per prevenirle deve comprendere come i virus cambiano.

Per capire quali mutazioni possano rendere un virus animale capace di diffondersi nei mammiferi, può essere necessario studiare sperimentalmente quelle mutazioni.

Contemporaneamente bisogna sviluppare vaccini.

Creare capacità produttiva.

Preparare piattaforme mRNA.

Costruire sistemi di sorveglianza.

Finanziare aziende e laboratori.

Creare scorte.

Ogni singolo passaggio può possedere una giustificazione perfettamente razionale.

Ma l’insieme produce un paradosso:

quanto rischio siamo disposti a creare per prepararci al rischio?

È esattamente il nodo che attraversa da anni il dibattito sul gain-of-function.

Dopo l’esperienza del Covid, liquidare la questione con un semplice “fidatevi degli esperti” non è sufficiente.

La fiducia non dovrebbe sostituire la documentazione.

Dovrebbe derivare dalla documentazione.

Seguire il denaro, senza inventare la risposta

Questa è probabilmente la lezione più importante dell’intera vicenda.

Quando compaiono Gates, Fauci, Moderna, CEPI, mRNA e H5 nella stessa ricostruzione è facile saltare direttamente alla conclusione più clamorosa.

Ma il giornalismo dovrebbe fare esattamente il contrario.

Separare ciò che sappiamo da ciò che sospettiamo.

La documentazione presentata solleva domande precise:

quali esperimenti H5 vengono condotti oggi?

Quali laboratori manipolano virus H5 e con quali protocolli di biosicurezza?

Chi li finanzia?

Quali programmi riguardano l’aumento o lo studio della trasmissibilità nei mammiferi?

Quali aziende ricevono finanziamenti per sviluppare vaccini H5?

Quali fondazioni private possiedono partecipazioni nelle aziende coinvolte nella preparazione pandemica?

Come vengono prese le decisioni sull’impiego di miliardi di dollari durante un’emergenza?

Il testo originale sintetizza il problema con la più antica domanda del giornalismo investigativo:

chi beneficia economicamente quando arriva la prossima pandemia?

Porre la domanda non significa avere già stabilito la risposta.

Significa pretendere i documenti necessari per trovarla.

Quanto potere può avere una fondazione privata?

C’è infine una questione politica che va oltre l’influenza aviaria.

Bill Gates ha investito e destinato enormi quantità di denaro a vaccini, ricerca sanitaria e preparazione pandemica.

Per i sostenitori è una forma straordinaria di filantropia.

Per i critici è la dimostrazione di quanto un singolo miliardario e una fondazione privata possano acquisire influenza su decisioni che interessano miliardi di persone.

Le due interpretazioni possono essere opposte.

La domanda istituzionale, però, resta valida in entrambi i casi:

quanto potere dovrebbe avere un soggetto privato non eletto nell’architettura sanitaria mondiale?

Soprattutto quando il sistema collega laboratori, industrie farmaceutiche, governi, organizzazioni internazionali, produttori di vaccini, sistemi di sorveglianza e politiche emergenziali.

Non serve attribuire intenzioni maligne a qualcuno per chiedere trasparenza.

Il problema del potere esiste anche quando chi lo esercita è convinto di perseguire il bene.

I pinguini erano soltanto la porta d’ingresso

Ed è questa la parte quasi paradossale della storia.

Si parte da 5.000 pinguini vaccinati e microchippati.

Si incontra Zoetis.

Seguendo Zoetis compare la Gates Foundation.

Seguendo gli investimenti Gates sull’influenza si torna alla ricerca pandemica.

Da lì si arriva agli esperimenti H5 sulla trasmissione nei mammiferi e ai finanziamenti del NIAID dell’era Fauci.

Poi arrivano CureVac e l’mRNA.

Poi CEPI.

Poi Disease X.

Poi Moderna e un nuovo vaccino H5 a mRNA.

Infine il percorso ritorna all’influenza aviaria e ai vaccini. È la sequenza ricostruita anche nel documento originale.

Tutto questo dimostra un complotto?

No.

Dimostra qualcosa di diverso e verificabile: negli ultimi quindici anni è stata costruita una rete sempre più vasta di ricerca, finanziamento, produzione vaccinale e preparazione pandemica nella quale governi, fondazioni private, università, aziende farmaceutiche e organizzazioni sovranazionali sono profondamente interconnessi.

E quando potere, scienza e miliardi di dollari si concentrano nello stesso ecosistema, la risposta democratica non può essere:

“Fidatevi.”

Deve essere:

mostrate i finanziamenti.

Mostrate i contratti.

Mostrate le partecipazioni societarie.

Mostrate gli esperimenti.

Mostrate quali virus vengono modificati.

Mostrate le valutazioni dei rischi.

Mostrate i protocolli di biosicurezza.

Mostrate chi finanzia chi e chi possiede cosa.

Se tutto resiste alla verifica, tanto meglio.

È così che si costruisce la fiducia.

Nessun governo, laboratorio, colosso farmaceutico, organizzazione internazionale, Anthony Fauci o Bill Gates dovrebbe essere sottratto allo scrutinio soltanto perché alcune domande vengono considerate scomode.

Il punto non è stabilire se Gates sia “buono” o “cattivo”.

I documenti non possono rispondere a una domanda del genere.

Il punto è stabilire se una rete privata e pubblica dotata di una capacità straordinaria di indirizzare ricerca, investimenti e politiche sanitarie meriti un livello di controllo proporzionato al proprio potere.

La risposta dovrebbe essere ovvia:

sì.

Perché i pinguini, alla fine, non erano la storia.

Erano soltanto la traccia da cui cominciare.

Seguite il denaro.

Seguite la scienza.

Seguite i documenti.

E soprattutto, quando gli stessi nomi e le stesse istituzioni continuano a ricomparire, continuate a fare domande.

FINE DELLA CENSURA OPACA SU X

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MUSK ESPONE E SFIDA I BUROCRATI DI BRUXELLES

La battaglia sulla libertà di espressione in Europa sta entrando in una nuova fase. Non riguarda più soltanto quali contenuti vengano rimossi, ma soprattutto una domanda molto più scomoda:

chi ha chiesto che venissero rimossi?

È qui che la strategia di Elon Musk e di X assume un significato politico che va ben oltre una semplice modifica tecnica della piattaforma.

Il principio rivendicato da Musk è radicalmente semplice:

«Any censorship required by governments is now clearly visible».

Ovvero: qualsiasi restrizione imposta in conseguenza di un obbligo governativo deve essere riconoscibile come tale.

È un principio potenzialmente dirompente perché sposta la discussione dal contenuto censurato alla responsabilità del censore.

Non significa che governi e autorità abbiano improvvisamente perso la capacità di intervenire sui contenuti illegali. Significa qualcosa di diverso: quando una restrizione deriva da un obbligo giuridico, l’utente dovrebbe poter distinguere quella decisione da una normale scelta editoriale della piattaforma.

Ed è precisamente questa distinzione che può diventare politicamente esplosiva.


IL PROBLEMA NON È SOLTANTO LA CENSURA. È L’OPACITÀ

Una democrazia può stabilire limiti alla libertà di espressione. Diffamazione, minacce, terrorismo, sfruttamento sessuale dei minori e altre categorie di contenuti illegali sono disciplinati dagli ordinamenti nazionali.

La questione diventa molto più delicata quando intorno alla rimozione dei contenuti viene costruito un gigantesco apparato amministrativo nel quale Stati, autorità di regolazione, organizzazioni certificate e piattaforme tecnologiche interagiscono lontano dallo sguardo del cittadino.

È qui che il Digital Services Act europeo merita una discussione molto più seria di quella offerta dalla propaganda istituzionale.

Il DSA viene presentato come uno strumento destinato a rendere Internet più sicuro e trasparente.

Ma il regolamento introduce contemporaneamente una struttura attraverso la quale le grandi piattaforme devono valutare e mitigare quelli che vengono definiti “rischi sistemici”.

Tra questi rientrano anche rischi collegati ai processi elettorali e al dibattito civico.

La stessa Commissione europea spiega che le Very Large Online Platforms devono identificare, analizzare e mitigare i rischi relativi ai processi elettorali e al “civic discourse”.

Ed è proprio qui che nasce il problema politico.

Chi stabilisce quando un’opinione controversa diventa un rischio per il dibattito civico?

Chi distingue una campagna di disinformazione coordinata da una posizione politica minoritaria?

Chi stabilisce quando una narrazione è falsa, quando è semplicemente discutibile e quando anticipa informazioni che saranno confermate mesi dopo?

La storia recente dovrebbe suggerire estrema prudenza.


I “TRUSTED FLAGGERS”: SEGNALATORI CON CORSIA PREFERENZIALE

Il DSA introduce inoltre la figura dei cosiddetti trusted flaggers, tradotti nella versione italiana del regolamento come “segnalatori attendibili”.

Non è corretto sostenere che queste organizzazioni possano autonomamente censurare Internet.

Ma possiedono qualcosa che il cittadino comune non possiede: una corsia preferenziale per le loro segnalazioni.

L’articolo 22 del Digital Services Act stabilisce infatti che le piattaforme devono adottare misure affinché le notifiche provenienti dai trusted flaggers siano:

“given priority and are processed and decided upon without undue delay”.

In altre parole, priorità e decisione senza indebito ritardo.

Per ottenere questa qualifica un’organizzazione deve dimostrare competenza nell’identificazione di contenuti illegali, indipendenza dalle piattaforme e capacità di operare in maniera diligente, accurata e obiettiva.

Esistono quindi delle garanzie.

Ma rimane una questione politica fondamentale:

perché alcune organizzazioni devono possedere un canale privilegiato per influenzare la moderazione del più grande spazio pubblico della storia?

Il problema non è necessariamente l’esistenza della segnalazione.

Il problema è il rapporto tra segnalazione privilegiata, potere regolatorio e pressione economica sulle piattaforme.


LA BOMBA DEL 6% DEL FATTURATO MONDIALE

Ed eccoci al punto decisivo.

Una piattaforma che viola gli obblighi previsti dal Digital Services Act può essere colpita con una sanzione che arriva fino al:

6% DEL FATTURATO ANNUO GLOBALE.

Non europeo.

Globale.

Lo conferma direttamente la Commissione europea.

Questa semplice cifra cambia completamente il rapporto di forza tra regolatore e piattaforma.

Quando dall’altra parte del tavolo esiste la possibilità di una sanzione calcolata sul fatturato mondiale, non occorre necessariamente telefonare al responsabile della moderazione ordinandogli:

“Cancella quel post”.

Il potere può funzionare in maniera molto più sofisticata.

La piattaforma conosce le regole.

Conosce le aspettative del regolatore.

Conosce i rischi che deve mitigare.

Conosce le conseguenze economiche della non conformità.

E soprattutto conosce il valore potenziale della sanzione.

Il rischio strutturale è evidente: l’over-compliance.

Davanti all’incertezza, per una grande società può diventare economicamente più razionale rimuovere, limitare o declassare un contenuto dubbio piuttosto che affrontare un conflitto regolatorio.

È la trasformazione della censura tradizionale in qualcosa di molto più sofisticato:

la moderazione incentivata dalla pressione normativa.


I NUMERI DI X: MIGLIAIA DI RICHIESTE DALL’UNIONE EUROPEA

Qui la discussione smette di essere puramente teorica.

Nel suo Transparency Report 2025, X pubblica i dati relativi alle richieste governative, legali e delle autorità.

Per quanto riguarda le removal requests, X riporta:

  • richieste globali: 97.006
  • casi nei quali X ha intrapreso un’azione: 79.438
  • tasso complessivo: 81,89%

Per l’Unione Europea:

  • richieste: 3.831
  • casi sui quali X ha intrapreso un’azione: 3.464
  • tasso: 90,42%

Sono numeri che meritano attenzione.

Non dimostrano che 3.464 opinioni politiche siano state “censurate da Bruxelles”: sarebbe una conclusione metodologicamente scorretta, perché le richieste possono riguardare contenuti effettivamente illegali e X aggrega diverse tipologie di intervento.

Dimostrano però qualcosa di altrettanto importante:

l’interazione tra autorità pubbliche e piattaforme per ottenere limitazioni o rimozioni di contenuti non è affatto un fenomeno immaginario.

È un meccanismo concreto, misurabile e documentato.

Ed è precisamente per questo che deve essere trasparente.


X È GIÀ FINITA NEL MIRINO DELLA COMMISSIONE

Lo scontro tra Musk e Bruxelles, inoltre, non nasce oggi.

Il 12 luglio 2024 la Commissione europea comunicò a X le proprie conclusioni preliminari secondo cui la piattaforma avrebbe violato alcuni obblighi del Digital Services Act.

Le contestazioni riguardavano dark patterns, trasparenza pubblicitaria e accesso ai dati per i ricercatori.

Anche qui è necessario essere precisi: quelle contestazioni non equivalevano a un ordine europeo di censurare opinioni politiche.

Ma il caso dimostrava l’enorme potere regolatorio acquisito dalla Commissione nei confronti delle piattaforme globali.

Nel luglio 2026 la stessa Commissione ha poi comunicato di aver accettato il piano d’azione di X relativo agli obblighi di trasparenza e all’accesso ai dati da parte dei ricercatori.

Lo scontro Musk-Bruxelles deve quindi essere letto dentro un confronto molto più grande:

chi stabilisce le regole dello spazio pubblico digitale?


BRUXELLES VUOLE TRASPARENZA? PERFETTO. COMINCIAMO DA BRUXELLES

Ed è qui che la contromossa di Musk assume una forza difficilmente contestabile persino da chi sostiene il Digital Services Act.

L’Unione Europea pretende trasparenza dalle piattaforme.

Benissimo.

Allora la stessa trasparenza deve valere per chi chiede alle piattaforme di intervenire.

Se un’autorità pubblica ritiene che un post debba essere oscurato perché viola una determinata legge, il cittadino dovrebbe poter conoscere almeno, nei limiti consentiti dalla legge:

quale autorità è intervenuta, quale norma viene invocata e perché il contenuto è stato limitato.

Non dovrebbe comparire soltanto una formula impersonale come:

“Questo contenuto non è disponibile”.

La differenza è enorme.

Nel primo caso esiste un atto di potere identificabile.

Nel secondo esiste semplicemente un contenuto scomparso.

La democrazia vive della prima situazione.

Il potere opaco prospera nella seconda.


LA CENSURA SENZA CENSORE

La vera innovazione del sistema regolatorio contemporaneo consiste proprio nella possibilità di esercitare influenza sul discorso pubblico senza creare un classico “Ministero della Verità”.

Non serve più.

È sufficiente creare una catena:

regolatore → obblighi di rischio → organizzazioni privilegiate → piattaforme → algoritmi → moderazione.

Alla fine della catena il cittadino vede soltanto che il proprio post è stato limitato.

Ma ricostruire chi abbia originato la decisione può diventare estremamente difficile.

Ed è precisamente questa catena che una maggiore trasparenza può spezzare.


IL DSA NON È UNA LEGGE DI CENSURA. MA PUÒ PRODURRE INCENTIVI PERICOLOSI

La critica al Digital Services Act diventa molto più forte quando evita le caricature.

Il DSA contiene anche importanti garanzie procedurali e obblighi di trasparenza.

Non ordina genericamente alle piattaforme:

“eliminate la disinformazione”.

E i trusted flaggers devono occuparsi di contenuti ritenuti illegali, non semplicemente di opinioni che non condividono.

Ma proprio per questo la critica più seria deve concentrarsi sul problema strutturale.

Quando una burocrazia dispone contemporaneamente della capacità di:

  • definire categorie molto ampie di rischio sistemico;
  • pretendere misure di mitigazione;
  • controllare la conformità delle piattaforme;
  • imporre obblighi procedurali;
  • esercitare poteri investigativi;
  • e arrivare a sanzioni fino al 6% del fatturato globale,

il rischio di pressione indiretta sul discorso pubblico non può essere liquidato come fantasia complottista.

È un problema classico della teoria liberale del potere:

chi controlla il controllore?


LA RISPOSTA DEVE ESSERE LA TRASPARENZA RADICALE

Ed è qui che Musk colpisce nel punto più vulnerabile del sistema.

Non impedire necessariamente allo Stato di applicare la legge.

Costringerlo a lasciare le proprie impronte digitali.

Se un tribunale ordina la rimozione di un contenuto illegale, deve essere possibile sapere che esiste un ordine giudiziario, salvo le eccezioni necessarie per indagini, sicurezza o tutela delle vittime.

Se un’autorità amministrativa interviene, deve essere identificabile.

Se una legge nazionale obbliga X a oscurare un post in una determinata giurisdizione, l’utente dovrebbe poter capire che non è stata X a decidere autonomamente.

È la differenza tra:

moderazione privata

e

restrizione imposta dalla legge.

Confondere deliberatamente le due cose permette al potere pubblico di intervenire mantenendo apparentemente pulite le mani.

Renderle distinguibili restituisce responsabilità politica al sistema.


IL PARADOSSO EUROPEO

Ed ecco il paradosso.

Bruxelles ha costruito il Digital Services Act invocando continuamente:

trasparenza, accountability e tutela degli utenti.

Musk può semplicemente prendere Bruxelles in parola.

Volete trasparenza?

Avrete trasparenza.

Volete accountability?

Allora rendiamo visibile chi chiede di limitare un contenuto.

Volete che gli utenti comprendano come funzionano le piattaforme?

Mostriamo anche come funzionano le pressioni esercitate sulle piattaforme.

La trasparenza non può funzionare in una sola direzione.

Non può significare che Silicon Valley debba aprire ogni porta mentre gli apparati pubblici possono continuare ad agire attraverso comunicazioni, richieste e procedure incomprensibili al cittadino comune.


IL MIGLIOR DISINFETTANTE È LA LUCE

La battaglia decisiva non consiste nello stabilire che qualsiasi contenuto debba rimanere online.

Una società libera continuerà inevitabilmente ad avere leggi contro minacce, terrorismo, sfruttamento dei minori, frodi, diffamazione e altri comportamenti illeciti.

La questione fondamentale è un’altra:

il potere di limitare la parola deve essere visibile, contestabile e attribuibile.

Se un governo vuole oscurare un contenuto, deve assumersene la responsabilità.

Se un’autorità ritiene illegale un messaggio, deve indicarne la base giuridica.

Se Bruxelles vuole esercitare l’enorme potere che il Digital Services Act le attribuisce sulle piattaforme globali, deve accettare un livello di scrutinio almeno equivalente a quello che pretende dalle aziende tecnologiche.

La libertà di espressione non viene difesa fingendo che Internet possa essere completamente privo di regole.

Viene difesa impedendo che quelle regole diventino strumenti invisibili di controllo politico.


CONCLUSIONE: MUSK ACCENDE LA LUCE NELLA STANZA DEI BOTTONI

La partita tra Elon Musk e Bruxelles è quindi molto più importante di X.

Riguarda il modello di Internet che l’Occidente intende costruire.

Da una parte c’è una concezione nella quale grandi apparati regolatori identificano rischi, stabiliscono procedure, certificano segnalatori, controllano le piattaforme e dispongono di sanzioni capaci di raggiungere miliardi.

Dall’altra deve esistere un principio non negoziabile:

chi limita la libertà di parola deve metterci la faccia.

La censura più pericolosa non è necessariamente quella annunciata pubblicamente.

È quella che avviene senza che nessuno riesca più a capire chi abbia preso la decisione.

Per questo rendere visibili le richieste governative rappresenta una delle risposte più efficaci all’espansione della regolazione digitale.

Non elimina il Digital Services Act.

Non elimina le leggi nazionali.

Non impedisce ai tribunali di ordinare la rimozione di contenuti illegali.

Fa però qualcosa di estremamente importante:

toglie al potere il privilegio dell’anonimato.

Bruxelles pretendeva che le piattaforme diventassero trasparenti.

La risposta di Musk può essere riassunta in quattro parole:

TRASPARENTI SÌ. MA TUTTI.

Ed è proprio questo che qualsiasi istituzione realmente democratica non dovrebbe avere motivo di temere.


FONTI E DOCUMENTI

Digital Services Act – testo integrale, EUR-Lex:
Regolamento UE 2022/2065 – Digital Services Act

Commissione europea – quadro di applicazione e sanzioni DSA:
DSA Enforcement Framework

Commissione europea – Trusted Flaggers:
Trusted flaggers under the Digital Services Act

Commissione europea – DSA e processi elettorali:
Guidelines on electoral processes

Commissione europea – rischi elettorali e dibattito civico:
Impact of the Digital Services Act on digital platforms

X – Global Transparency Report 2025:
X Transparency Report 2025

X – richieste legali di rimozione:
X Transparency Center – Removal Requests

Commissione europea – contestazioni DSA a X del 12 luglio 2024:
Commission sends preliminary findings to X

Commissione europea – stato delle VLOP e piano d’azione di X nel 2026:
Very Large Online Platforms and Search Engines – DSA