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DOCUMENTI DECLASSIFICATI, FAUCI E IL SILENZIO DEI MEDIA: QUANDO IL MESSAGGERO DIVENTA IL BERSAGLIO

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Per anni il dibattito sulle origini del COVID-19 è stato accompagnato da censure, etichette infamanti e campagne mediatiche contro chiunque osasse mettere in discussione la narrativa dominante. La teoria della fuga dal laboratorio di Wuhan veniva liquidata come una fantasia complottista, mentre ogni richiesta di approfondimento veniva spesso presentata come un attacco alla scienza.

Oggi, però, il quadro si è nuovamente riaperto.

Negli ultimi giorni, l’allora Direttrice dell’Intelligence Nazionale americana, Tulsi Gabbard, ha reso pubblica una serie di documenti ufficialmente declassificati che, secondo l’Office of the Director of National Intelligence, mostrerebbero il coinvolgimento di Anthony Fauci nel finanziamento di ricerche sui coronavirus presso il Wuhan Institute of Virology attraverso EcoHealth Alliance, oltre a evidenziare presunte pressioni esercitate sull’apparato d’intelligence durante le indagini sulle origini della pandemia.

Il ritorno della questione Wuhan

La stessa amministrazione americana afferma oggi che l’ipotesi della fuga accidentale dal laboratorio rappresenta uno scenario credibile e che il lavoro svolto a Wuhan con fondi americani merita ulteriori approfondimenti. Anche diverse agenzie federali hanno progressivamente modificato le proprie valutazioni negli ultimi anni.

Secondo la nota ufficiale diffusa dall’ODNI, Fauci avrebbe mantenuto contatti con funzionari dell’intelligence e avrebbe contribuito a indirizzare l’analisi sulle origini del virus, mentre la nuova documentazione sostiene che alcune sue testimonianze davanti al Congresso sarebbero in contraddizione con i fatti emersi successivamente.

Si tratta di accuse molto pesanti.

Accuse che, proprio per la loro gravità, dovrebbero essere oggetto di un approfondimento giornalistico rigoroso e di eventuali verifiche istituzionali.

Invece il dibattito si sposta su Tulsi Gabbard

Ma anziché concentrare l’attenzione sui documenti, una parte significativa del dibattito mediatico sembra essersi spostata sulla figura stessa di Tulsi Gabbard.

Un meccanismo già visto in numerose altre occasioni:

  • non si discute il contenuto;
  • si delegittima chi lo rende pubblico;
  • si trasforma il messaggero nella notizia.

È una dinamica che ricorda molte delle controversie emerse durante la pandemia, quando medici, scienziati e ricercatori che ponevano domande scomode venivano spesso etichettati prima ancora che le loro argomentazioni fossero esaminate.

Un copione già visto

Lo abbiamo visto con la lettera dei 51 ex funzionari dell’intelligence sul caso del laptop di Hunter Biden.

Lo abbiamo visto con la censura operata dai social media.

Lo abbiamo visto con la sistematica esclusione di ogni ipotesi alternativa riguardante l’origine del virus.

E lo vediamo ancora oggi.

La domanda fondamentale non è se Tulsi Gabbard piaccia o meno.

La domanda è un’altra:

i documenti sono autentici?

Se la risposta è sì, allora essi meritano un’indagine seria.

Se invece sono falsi o fuorvianti, dovrebbero essere smontati punto per punto.

Ma ignorarne il contenuto per concentrare tutta l’attenzione sulla persona che li ha pubblicati rischia di trasformare il giornalismo in una semplice operazione di difesa narrativa.

Perché questa vicenda è così delicata

Ammettere che la teoria della fuga dal laboratorio fosse plausibile non significherebbe soltanto individuare eventuali responsabilità individuali.

Vorrebbe dire mettere in discussione:

  • la credibilità di importanti istituzioni scientifiche;
  • il ruolo delle agenzie governative;
  • il comportamento dei media durante la pandemia;
  • i meccanismi di censura e controllo dell’informazione;
  • le decisioni che hanno avuto conseguenze economiche e sociali enormi.

In altre parole, significherebbe affrontare una crisi di fiducia senza precedenti.

Ed è forse proprio questo che rende l’argomento ancora così esplosivo.

Giornalismo o protezione delle narrative?

Il compito del giornalismo dovrebbe essere quello di seguire i fatti, anche quando risultano scomodi.

Quando invece l’attenzione viene sistematicamente spostata dalla documentazione alle caratteristiche personali di chi la divulga, il rischio è che l’informazione smetta di svolgere la funzione di controllo del potere per diventare uno strumento di difesa del potere stesso.

I documenti pubblicati dall’ODNI non costituiscono automaticamente una sentenza contro Anthony Fauci.

Ma rappresentano materiale ufficiale che merita di essere esaminato con la massima attenzione.

Perché se una pandemia che ha provocato milioni di morti nel mondo ha avuto origine in un laboratorio finanziato, anche indirettamente, con fondi americani, e se vi sono state pressioni per orientare il dibattito pubblico, allora la questione non riguarda più soltanto il passato.

Riguarda la credibilità delle istituzioni, della scienza, dei media e dell’intero sistema democratico.

E forse è proprio per questo che, ancora oggi, il tema continua a suscitare reazioni tanto violente.


Fonti

  • Office of the Director of National Intelligence – comunicato del 18 giugno 2026 sulla declassificazione dei documenti riguardanti Anthony Fauci e le origini del COVID-19.
  • Documenti ufficiali declassificati dall’ODNI.
  • Anadolu Agency – ricostruzione delle accuse formulate da Tulsi Gabbard.
  • Analisi e dettagli sui documenti pubblicati.

USAID, Cuba e operazioni di influenza: cosa sappiamo davvero e cosa resta da dimostrare

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Negli ultimi mesi sono tornate a circolare sui social e in numerosi ambienti della controinformazione statunitense accuse secondo cui l’amministrazione di Barack Obama avrebbe utilizzato l’USAID come copertura per operazioni di riciclaggio di denaro, programmi di cambio di regime e campagne di propaganda digitale finanziate con i soldi dei contribuenti americani.

Alcune delle affermazioni che circolano online si basano su fatti realmente documentati, mentre altre rappresentano interpretazioni o accuse che, allo stato attuale, non risultano supportate da prove pubbliche definitive.

Il caso ZunZuneo: il “Twitter cubano” finanziato dagli Stati Uniti

Uno degli elementi meno controversi riguarda il progetto ZunZuneo.

Nel 2014 un’inchiesta di Associated Press rivelò l’esistenza di una piattaforma simile a Twitter sviluppata segretamente con fondi USAID per Cuba.

Il nome “ZunZuneo”, che in gergo cubano richiama il canto del colibrì, era stato concepito per apparire come una normale applicazione indipendente creata da cittadini cubani.

Secondo la ricostruzione di AP, la piattaforma inizialmente diffondeva contenuti innocui:

sport;
musica;
meteo;
notizie leggere.

Successivamente il progetto prevedeva di introdurre contenuti più politici e favorire la nascita di reti sociali capaci di mobilitare il dissenso verso il governo cubano.

L’obiettivo dichiarato internamente sarebbe stato quello di creare una massa critica di utenti che potesse favorire dinamiche di protesta e cambiamenti politici.

L’esistenza del programma venne confermata dagli stessi funzionari americani, che tuttavia sostennero la legittimità dell’operazione.

L’USAID e i programmi per la società civile cubana

Per decenni Washington ha finanziato programmi destinati a:

promuovere internet libero;
sostenere gruppi dissidenti;
formare attivisti;
fornire strumenti di comunicazione;
incentivare organizzazioni indipendenti.

Questi programmi sono stati pubblicamente approvati dal Congresso americano e rientrano nella strategia di promozione della democrazia perseguita dagli Stati Uniti nei confronti di Cuba.

I critici sostengono invece che tali iniziative abbiano costituito una forma di interferenza negli affari interni dell’isola e un tentativo di favorire un cambiamento di regime.

Le accuse di riciclaggio attraverso le Isole Cayman

Tra le affermazioni più forti diffuse online compare quella secondo cui miliardi di dollari sarebbero transitati attraverso società offshore nelle Isole Cayman per finanziare operazioni clandestine e arricchire funzionari e intermediari.

Ad oggi, tuttavia, non risultano prove pubbliche che dimostrino:

l’esistenza di un sistema di riciclaggio riconducibile direttamente a Barack Obama;
l’appropriazione personale di fondi da parte dell’ex presidente o dei suoi collaboratori;
un trasferimento sistematico di miliardi di dollari attraverso conti offshore finalizzato ad arricchimenti privati.

Le inchieste giornalistiche e i documenti finora disponibili hanno evidenziato l’utilizzo di società schermo e strutture finanziarie complesse per mantenere la segretezza di alcune operazioni, ma questo non equivale automaticamente a dimostrare un’attività di riciclaggio di denaro in senso giuridico.

Il dibattito sulle “rivoluzioni colorate”

Le accuse rivolte all’USAID si inseriscono in una controversia più ampia che da anni coinvolge:

USAID;
National Endowment for Democracy;
Open Society Foundations;
altre ONG e fondazioni occidentali.

Secondo numerosi studiosi e osservatori geopolitici, queste organizzazioni avrebbero svolto un ruolo significativo nel sostenere movimenti democratici in vari Paesi.

Altri analisti, invece, ritengono che tali attività abbiano rappresentato strumenti di soft power utilizzati da Washington per influenzare processi politici interni e favorire governi più vicini agli interessi americani.

Operazioni di influenza digitale

L’utilizzo dei social media come strumento geopolitico è ormai ampiamente documentato.

Negli ultimi vent’anni diverse potenze hanno investito in:

campagne online;
guerra informativa;
operazioni psicologiche;
manipolazione delle narrative;
utilizzo di influencer e reti sociali.

Non si tratta di una pratica esclusiva degli Stati Uniti.

Anche Russia, Cina, Iran e numerosi altri Paesi sono stati accusati di utilizzare tecniche analoghe.

Un paragone con Gladio?

Alcuni commentatori hanno paragonato queste operazioni alle strutture clandestine della Operation Gladio.

Il confronto rimane però principalmente una valutazione politica e storica.

Le operazioni digitali contemporanee differiscono infatti profondamente dalle strutture paramilitari create durante la Guerra Fredda e non esistono prove che dimostrino una continuità diretta tra i due fenomeni.

La domanda che rimane aperta

L’aspetto probabilmente più interessante non riguarda tanto le accuse più sensazionalistiche, quanto una questione più generale.

Fino a che punto gli Stati moderni utilizzano:

ONG;
fondazioni;
piattaforme digitali;
programmi di cooperazione internazionale;
campagne mediatiche;

come strumenti di influenza geopolitica?

Il caso ZunZuneo dimostra che programmi di questo tipo sono realmente esistiti e che l’uso delle reti sociali per finalità politiche non è una teoria astratta.

Tuttavia, trasformare fatti documentati in accuse di giganteschi sistemi di riciclaggio o di arricchimento personale richiede prove molto più solide di quelle finora emerse.

La questione più importante, quindi, non è se le grandi potenze utilizzino strumenti di influenza e di guerra informativa — cosa ormai largamente riconosciuta — ma quanto siano trasparenti tali programmi, quale sia il loro controllo democratico e se pratiche simili continuino ancora oggi, non soltanto all’estero, ma anche all’interno delle stesse società occidentali.

Fonti
Associated Press – Inchiesta sul progetto ZunZuneo (2014)
USAID
Government Accountability Office
Audizioni del Congresso degli Stati Uniti sui programmi per Cuba
Documentazione relativa ai programmi di promozione della democrazia a Cuba
Studi sulle operazioni di influenza e sul soft power statunitense.

Quando l’allarmismo diventa business: la propaganda del “governo segreto” costruita per fare click

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Ogni epoca ha avuto le proprie paure. E ogni epoca ha avuto i propri venditori di paura.

Nel mondo digitale di oggi, dove l’attenzione è la vera moneta, il catastrofismo è diventato un modello di business. Più il titolo è inquietante, più genera visualizzazioni. Più lo scenario è apocalittico, più aumenta il coinvolgimento emotivo. E così, anche fatti reali vengono spesso deformati fino a diventare la base per costruire narrazioni sensazionalistiche prive di qualsiasi proporzione con la realtà.

È esattamente ciò che sta accadendo con la recente ondata di contenuti che descrivono Dialogue come una sorta di “società segreta” incaricata di decidere guerre, controllare il pianeta e progettare il futuro dell’umanità all’insaputa di tutti.

Peccato che i fatti raccontino una storia molto diversa.

Dall’informazione all’intrattenimento della paura

La tecnica è sempre la stessa.

Si parte da elementi reali:

  • esistono incontri privati;
  • partecipano imprenditori, militari e politici;
  • vengono utilizzate regole di riservatezza;
  • vengono discussi temi strategici.

Fin qui nulla di falso.

Il problema nasce dopo.

Attraverso una serie di insinuazioni, suggestioni e domande retoriche, si porta progressivamente lo spettatore verso conclusioni che non sono mai dimostrate ma soltanto suggerite:

  • “Decidono le guerre”.
  • “Comandano il mondo”.
  • “Stanno costruendo un culto”.
  • “Programmano la riproduzione delle élite”.
  • “Preparano un governo mondiale”.

Alla fine del percorso, dopo quindici minuti di allusioni, arriva l’immancabile frase:

“Non sto dicendo che esista un piano, ma fatevi delle domande.”

Una formula che consente di lanciare qualsiasi insinuazione senza assumersene la responsabilità.

Gli incontri tra persone influenti esistono da decenni

Non esiste nulla di straordinario nel fatto che uomini d’affari, vertici militari, politici e accademici si incontrino.

Esistono da decenni:

  • il Bilderberg;
  • il World Economic Forum;
  • l’Aspen Institute;
  • il Council on Foreign Relations;
  • la Munich Security Conference;
  • la Trilateral Commission;
  • Chatham House.

Nessuno di questi organismi governa il mondo.

Sono luoghi di incontro, confronto e networking tra persone influenti.

Confondere una rete di relazioni con una cabala onnipotente significa semplificare una realtà immensamente più complessa.

Discutere una guerra non significa volerla

Tra le accuse più assurde circolate vi è quella secondo cui la presenza di sessioni dedicate al rischio nucleare o alla possibilità di una terza guerra mondiale dimostrerebbe l’esistenza di un piano per provocarla.

È un ragionamento privo di logica.

Militari, diplomatici e think tank studiano continuamente scenari di crisi:

  • conflitti con Russia e Cina;
  • cyberwarfare;
  • sicurezza energetica;
  • proliferazione nucleare;
  • terrorismo.

Analizzare un pericolo non significa desiderarlo.

Seguendo questa logica, perfino i vigili del fuoco dovrebbero essere accusati di voler provocare incendi semplicemente perché si addestrano a spegnerli.

La favola della “riproduzione delle élite”

Uno dei punti più grotteschi riguarda l’interpretazione di servizi dedicati alle relazioni personali tra i partecipanti.

Da questo elemento alcuni hanno tratto la conclusione che sarebbe in corso una sorta di programma di eugenetica finalizzato alla creazione di una nuova aristocrazia globale.

Non viene fornita alcuna prova.

Si tratta semplicemente di un salto logico enorme, costruito per suscitare paura e indignazione.

È il tipico meccanismo della propaganda moderna:

si prende un dato reale, lo si carica di significati simbolici e lo si trasforma in qualcosa di completamente diverso.

Il complesso militare-industriale esiste davvero, ma non è una società segreta

Che esista una stretta relazione tra potere economico, apparati militari e grandi aziende tecnologiche non è certo una scoperta.

Fu addirittura il presidente Dwight Eisenhower, nel 1961, a mettere in guardia contro il cosiddetto “complesso militare-industriale”.

Non c’è bisogno di evocare società segrete o governi occulti.

Le dinamiche di influenza esistono alla luce del sole:

  • lobbying;
  • finanziamenti elettorali;
  • think tank;
  • fondazioni;
  • consulenze;
  • rapporti tra Stato e industria.

Sono fenomeni reali, documentati e degni di attenzione.

Ma una cosa è studiare i meccanismi del potere.

Un’altra è trasformarli in un romanzo distopico.

Il business della paura

Il vero problema è che la paura vende.

Molto più della realtà.

Un titolo come:

“Nuovo forum internazionale di imprenditori e politici”

interesserebbe poche persone.

Molto più redditizio è scrivere:

“Scoperta la società segreta che decide le guerre del mondo”.

Il click è garantito.

L’algoritmo premia.

Le visualizzazioni aumentano.

E la paura diventa un prodotto.

Il paradosso è che molti di coloro che per anni hanno denunciato le manipolazioni dei media tradizionali finiscono per utilizzare esattamente gli stessi strumenti:

  • selezione delle informazioni;
  • esasperazione emotiva;
  • titoli sensazionalistici;
  • insinuazioni prive di prove;
  • trasformazione delle ipotesi in fatti.

Cambiano i protagonisti.

Non cambia il metodo.

La realtà è molto meno cinematografica

Il mondo non è governato da una stanza segreta con duecento persone sedute attorno a un tavolo.

La realtà è molto più complessa.

Esistono:

  • interessi economici;
  • lobby;
  • apparati burocratici;
  • alleanze internazionali;
  • grandi aziende;
  • governi;
  • opinione pubblica;
  • istituzioni finanziarie;
  • dinamiche geopolitiche.

Ridurre tutto a una “società segreta” è una semplificazione infantile che finisce per impedire di comprendere davvero come funziona il potere.

Perché la propaganda più efficace non è quella che inventa completamente la realtà.

È quella che prende fatti autentici, li circonda di mistero, li collega arbitrariamente tra loro e infine vende allo spettatore una conclusione già confezionata.

E in un’epoca in cui l’attenzione è denaro, l’allarmismo è diventato uno dei business più redditizi.

Non per informare.

Ma per ottenere click.


Fonti e approfondimenti

Queste fonti consentono di distinguere tra fatti verificabili, dinamiche reali di influenza e interpretazioni allarmistiche utilizzate per creare sensazionalismo e clickbait.

Ghalibaf, the Propaganda Plane, and the Forgotten Children: When Victims Matter Only if They Serve the Narrative

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The arrival of Mohammad Bagher Ghalibaf at the Memorandum of Understanding talks in Geneva was accompanied by a powerful symbolic operation. Photographs and school backpacks belonging to the girls killed in the tragic attack on the school in Minab had been placed inside the aircraft used by the Iranian delegation. The images, widely circulated by media outlets close to the regime, quickly spread around the world.

No one can remain indifferent to the death of children.

Those girls deserve truth, justice, and a full investigation.

But precisely because the life of a child has no nationality or political affiliation, it is impossible not to notice the enormous hypocrisy behind this propaganda operation.

The Victims Tehran Remembers and the Victims It Prefers to Forget

For the propaganda apparatus of the Islamic Republic, there are first-class children and second-class children.

There are the children of Minab, displayed as symbols of Iranian suffering.

And then there are the children killed by the regime itself.

There are the minors killed during internal crackdowns.

There are the child soldiers recruited and used by the Houthis.

There are the Israeli children murdered and abducted by Hamas on October 7.

There are the civilian victims caused by the Shiite proxy groups supported by Tehran.

None of their photographs appeared on Ghalibaf’s plane.

No backpacks.

No tears.

No outrage.

Because, apparently, those lives do not serve the narrative.

The Shadows Surrounding the Minab Tragedy

The destruction of the school in Minab was an immense tragedy that claimed the lives of more than 150 people, according to Iranian authorities. The United Nations and UNESCO called for an independent investigation, describing the attack as a serious violation of international humanitarian law.

Yet one aspect of the case makes the tragedy even more troubling.

Several investigations and independent reports have pointed out that the school was located near an active Islamic Revolutionary Guard Corps facility identified as a missile-related site. The presence of this military infrastructure has complicated efforts to reconstruct exactly what happened.

Satellite imagery and journalistic investigations have also highlighted the close proximity between the school and the military installation.

Why Were the Children Not Evacuated?

It is an uncomfortable question.

But it is a question that any serious investigation should address.

If Iranian authorities knew that the area contained a military target, why were preventive evacuation measures not taken?

Why was a school allowed to continue operating next to a Revolutionary Guard installation?

Why were hundreds of girls left attending classes in a location that, in the event of war, would inevitably become a potential target?

These questions deserve answers.

And so far, they are questions that Tehran’s propaganda machine appears eager to avoid.

The Culture of Martyrdom and the Political Value of Victims

For decades, the Islamic Republic has built part of its legitimacy around the concept of martyrdom.

The glorification of sacrifice and death as tools of ideological mobilization has been one of the pillars of the system established in 1979.

For this reason, some observers have raised disturbing questions:

Could the desire to turn the Minab tragedy into a massive propaganda tool have prevailed over the imperative to protect civilians beforehand?

At present, there is no conclusive evidence that would allow such a conclusion.

It would be irresponsible to turn suspicion into certainty.

But it would be equally irresponsible to prevent this possibility from being investigated.

Waiting for International Investigations

The material responsibility for the attack remains under investigation.

It will be up to international bodies and independent inquiries to reconstruct the full chain of events.

But one fact is already clear.

If the Islamic Republic truly wishes to honor the memory of the girls of Minab, it should have the courage to recognize that all children have the same value.

Including those killed by the regime.

Including those killed by its proxies.

Including those whose suffering is politically inconvenient.

Because grief cannot be selective.

And the memory of children should never become a political weapon.

Every child deserves the same dignity.

Every child deserves the same compassion.

And no government, ideology, or propaganda machine should be allowed to decide which children are worthy of being remembered and which are to be forgotten.

Sources and References

Photos of the Minab School Victims on Ghalibaf’s Plane


UN and International Calls for an Independent Investigation


Investigations into the Minab School Strike


Children Killed by the Iranian Regime During Protests

Amnesty International

Iran Human Rights

Center for Human Rights in Iran


Child Recruitment by the IRGC


Hamas and the October 7 Attack

Human Rights Watch


Palestinian Children and the Use of Civilian Infrastructure by Hamas


Children in Gaza


Child Soldiers Recruited by the Houthis


Children and Armed Conflict in Syria


Children and Armed Groups in Iraq


United Nations Report on Children in Armed Conflict

These sources include reports from the United Nations, Amnesty International, Human Rights Watch, UNICEF, Reuters, and other organizations documenting the deaths of children caused by the Iranian regime and by armed groups supported by Tehran, including Hamas, Hezbollah, the Houthis, and Shiite militias operating throughout the Middle East.

La propaganda che vive di guerra è disperata: mentre i professionisti del fallimento annunciano il collasso, Stati Uniti e Iran continuano ad avvicinarsi

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Da settimane una parte dell’informazione e della controinformazione sembra accomunata da un’unica ossessione: vedere fallire i negoziati tra Stati Uniti e Iran.

Ogni giorno vengono annunciati il collasso imminente delle trattative, la ripresa inevitabile della guerra, il tradimento reciproco, l’impossibilità di qualsiasi accordo.

Eppure, ancora una volta, i fatti stanno raccontando una storia diversa.

Mentre i professionisti dell’apocalisse continuano a sperare nel disastro, Washington e Teheran stanno costruendo, lentamente ma concretamente, una serie di punti di incontro che pochi mesi fa sarebbero sembrati impensabili.

La realtà sta smentendo gli estremisti di ogni schieramento

I falchi americani, gli irriducibili del regime iraniano, i neocon favorevoli allo scontro permanente e persino una parte della cosiddetta controinformazione occidentale sembrano paradossalmente accomunati dallo stesso desiderio:

impedire che la distensione abbia successo.

Per mesi ci è stato raccontato che la guerra era inevitabile.

Che Trump avrebbe distrutto qualsiasi possibilità di accordo.

Che Teheran non avrebbe mai accettato compromessi.

Che il Medio Oriente fosse destinato a una spirale incontrollabile.

Ma la diplomazia, quella vera, raramente segue le narrazioni dei tifosi.

E i risultati emersi dagli ultimi colloqui mostrano che, dietro le dichiarazioni pubbliche, esiste un lavoro politico molto più profondo.

JD Vance conferma due sviluppi di enorme portata

Il vicepresidente americano J.D. Vance ha rivelato due elementi estremamente significativi.

Innanzitutto, l’Iran ha accettato il ritorno degli ispettori internazionali sul programma nucleare, uno dei principali obiettivi perseguiti dagli Stati Uniti.

In secondo luogo, una parte degli asset iraniani sbloccati verrà utilizzata per acquistare prodotti agricoli americani destinati alla popolazione iraniana.

Secondo Vance:

“Alcuni di questi fondi iraniani sbloccati verranno effettivamente utilizzati per acquistare prodotti agricoli americani e poi nutrire il popolo iraniano. E quindi, di nuovo, gli ispettori che entrano in Iran e anche l’acquisto di beni agricoli americani. Due elementi principali dell’agenda per gli americani.”

Dietro queste parole si nasconde qualcosa di molto più importante del semplice commercio.

La storia dimostra che quando due paesi iniziano a costruire relazioni economiche, aumenta anche l’interesse reciproco a evitare nuovi conflitti.

L’interdipendenza economica è spesso uno dei più potenti strumenti di pace.

Anche Teheran conferma che le trattative stanno avanzando

Ancora più sorprendenti sono le dichiarazioni diffuse dal Ministero degli Esteri iraniano al termine dei colloqui con JD Vance.

Secondo Teheran:

  • è stata istituita un’Unità di Controllo dei Conflitti per stabilizzare il Medio Oriente, compreso il Libano;
  • è stata creata una linea diretta di comunicazione per affrontare eventuali crisi nello Stretto di Hormuz;
  • è stato costituito un gruppo di lavoro sul dossier nucleare;
  • sono stati raggiunti accordi con il Qatar per lo sblocco degli asset congelati;
  • gli Stati Uniti hanno fornito documenti che consentirebbero all’Iran di esportare petrolio, gas e prodotti petrolchimici senza sanzioni per sessanta giorni.

Parallelamente, fonti internazionali confermano la creazione di meccanismi di deconfliction per ridurre le tensioni in Libano e garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz.

Sono sviluppi che appartengono al linguaggio della diplomazia, non a quello della guerra.

La pace sembra terrorizzare più della guerra

La cosa più curiosa è osservare la reazione di certi ambienti.

Quando si parlava di bombardamenti, minacce e sanzioni, molti commentatori sembravano sentirsi perfettamente a loro agio.

Adesso che emergono:

  • canali di comunicazione diretti;
  • gruppi di lavoro sul nucleare;
  • sblocco di asset;
  • ripresa delle esportazioni;
  • cooperazione sullo Stretto di Hormuz;
  • ritorno degli ispettori internazionali;
  • accordi economici con gli Stati Uniti;

gli stessi ambienti sembrano improvvisamente nervosi.

Perché la guerra alimenta le tifoserie.

La guerra produce audience.

La guerra permette di dividere il mondo tra buoni e cattivi.

La diplomazia, invece, è fatta di compromessi.

E i compromessi sono insopportabili per chi vive di propaganda.

I fatti stanno demolendo mesi di narrazioni

Nessuno può sapere se questo processo porterà a un accordo definitivo.

Nessuno può escludere sabotaggi o nuove crisi.

Il Medio Oriente resta una delle regioni più instabili del pianeta.

Ma esiste una differenza sostanziale tra analisi e propaganda.

L’analisi osserva i fatti.

La propaganda seleziona soltanto quelli che confermano la narrativa desiderata.

E i fatti, oggi, raccontano qualcosa che molti non vogliono sentire.

Mentre i professionisti dell’indignazione continuano a prevedere il fallimento, americani e iraniani continuano a sedersi allo stesso tavolo.

Continuano a costruire meccanismi di comunicazione.

Continuano a discutere del nucleare.

Continuano a facilitare il commercio.

Continuano a ridurre le tensioni regionali.

E soprattutto continuano a fare ciò che i propagandisti odiano di più:

parlare.

Perché la storia insegna che le guerre iniziano quando i canali di comunicazione vengono chiusi.

E finiscono quando qualcuno, nonostante tutto, decide di tenerli aperti.


Fonti

  • Reuters – Progressi nei colloqui USA-Iran:
    Reuters
  • Associated Press – Dichiarazioni di JD Vance e fondi destinati all’acquisto di prodotti agricoli americani:
    Associated Press
  • Axios – Ritorno degli ispettori nucleari in Iran:
    Axios
  • Financial Times – Meccanismi di de-escalation e linea di comunicazione su Hormuz:
    Financial Times
  • The Guardian – Risultati dei colloqui e stabilizzazione del Libano:
    The Guardian
  • Fox News Live – Utilizzo degli asset sbloccati per acquistare mais, soia e grano americani:
    Fox News Live
  • Dichiarazioni attribuite al Ministero degli Esteri iraniano:
    Sintesi delle dichiarazioni diffuse online

Galibaf, l’aereo della propaganda e i bambini dimenticati: quando le vittime valgono solo se utili alla narrativa

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L’arrivo di Mohammad Bagher Galibaf ai colloqui sul Memorandum d’Intesa a Ginevra è stato accompagnato da una potente operazione simbolica. Sull’aereo utilizzato dalla delegazione iraniana erano state collocate le fotografie e gli zainetti delle bambine morte nel tragico attacco alla scuola di Minab. Le immagini sono state diffuse dai media vicini al regime e hanno fatto il giro del mondo.

Nessuno può restare indifferente davanti alla morte di bambini.

Quelle bambine meritano verità, giustizia e un’indagine completa.

Ma proprio perché la vita di un bambino non ha nazionalità né appartenenza politica, è impossibile non notare la gigantesca ipocrisia che emerge da questa operazione propagandistica.

Le vittime che Teheran ricorda e quelle che preferisce dimenticare

Per la propaganda della Repubblica Islamica esistono bambini di serie A e bambini di serie B.

Esistono i bambini di Minab, esibiti come simbolo della sofferenza iraniana.

E poi esistono i bambini uccisi dal regime stesso.

Esistono i minori morti durante le repressioni interne.

Esistono i bambini utilizzati come soldati dagli Houthi.

Esistono i bambini israeliani massacrati e rapiti da Hamas il 7 ottobre.

Esistono le vittime civili provocate dai proxy sciiti sostenuti da Teheran.

Di loro, sugli aerei di Galibaf, non compare nessuna fotografia.

Nessuno zainetto.

Nessuna lacrima.

Nessuna indignazione.

Perché, evidentemente, quelle vite non servono alla costruzione della narrativa.

Le ombre sulla tragedia di Minab

La distruzione della scuola di Minab rappresenta una tragedia immane che ha provocato oltre 150 vittime secondo le autorità iraniane. ONU e UNESCO hanno chiesto un’indagine indipendente, definendo l’attacco una grave violazione del diritto internazionale umanitario.

Ma esiste un aspetto della vicenda che rende il caso ancora più delicato.

Le indagini americane e numerose ricostruzioni indipendenti hanno evidenziato che la scuola si trovava in prossimità di una base operativa del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, identificata dal Comando Centrale americano come un sito attivo per missili da crociera. Proprio la presenza di questa installazione militare avrebbe reso estremamente complessa la ricostruzione dell’accaduto.

La vicinanza tra l’istituto e l’infrastruttura militare è stata confermata anche da immagini satellitari e da numerose ricostruzioni giornalistiche.

Perché i bambini non furono evacuati?

È una domanda scomoda.

Ma è una domanda che qualunque inchiesta seria dovrebbe porsi.

Se le autorità iraniane erano consapevoli che quell’area costituiva un obiettivo militare, perché non vennero adottate misure di evacuazione preventive?

Perché una scuola rimase operativa a ridosso di una struttura appartenente ai Pasdaran?

Perché centinaia di bambine continuarono a frequentare un complesso collocato in una zona che, in caso di guerra, sarebbe inevitabilmente diventata un bersaglio?

Si tratta di interrogativi che meritano risposte.

E che, almeno fino ad oggi, la propaganda ufficiale di Teheran sembra voler evitare.

La cultura del martirio e il valore politico delle vittime

Da decenni la Repubblica Islamica costruisce una parte della propria legittimazione sulla retorica del martirio.

La glorificazione del sacrificio e della morte come strumenti di mobilitazione ideologica rappresenta uno degli elementi fondanti del sistema nato nel 1979.

Proprio per questo, alcuni osservatori hanno avanzato dubbi inquietanti:

la volontà di trasformare la tragedia di Minab in un enorme strumento propagandistico potrebbe aver prevalso sulla necessità di proteggere preventivamente i civili?

Al momento non esistono prove definitive che consentano di rispondere affermativamente a questa domanda.

Sarebbe irresponsabile trasformare un sospetto in una certezza.

Ma sarebbe altrettanto irresponsabile impedire che questa possibilità venga indagata.

Aspettando le conclusioni delle inchieste internazionali

Le responsabilità materiali dell’attacco sono ancora oggetto di indagini. Fonti americane hanno indicato la possibilità che siano stati utilizzati dati di puntamento obsoleti e il Pentagono ha dichiarato di voler completare l’inchiesta con la massima trasparenza.

Sarà compito degli organismi internazionali e delle indagini indipendenti ricostruire l’intera catena degli eventi.

Ma una cosa appare già evidente.

Se davvero la Repubblica Islamica vuole onorare la memoria delle bambine di Minab, dovrebbe avere il coraggio di riconoscere che tutti i bambini hanno lo stesso valore.

Anche quelli uccisi dal regime.

Anche quelli uccisi dai suoi proxy.

Anche quelli che non sono utili alla propaganda.

Perché il dolore non può essere selettivo.

E la memoria delle vittime non può diventare un’arma politica.

Fonti

  • Reuters – Indagini sul bombardamento della scuola di Minab.
  • Ufficio ONU per i Diritti Umani – Richiesta di indagine indipendente.
  • UNESCO – Condanna dell’attacco alla scuola.
  • Anadolu Agency – Le fotografie delle bambine sull’aereo di Galibaf.
  • The Guardian – Analisi satellitare e ricostruzione dell’area colpita.
  • Hengaw – Localizzazione della scuola accanto alla base dei Pasdaran.
  • ABC Australia – Ipotesi sui dati di puntamento obsoleti.

Galibaf, l’aereo della propaganda e i bambini dimenticati: quando le vittime valgono solo se utili alla narrativa


Bambini uccisi dal regime iraniano e dai suoi proxy: una panoramica delle principali vittime documentate

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Quando si parla delle vittime infantili causate direttamente o indirettamente dalla Repubblica Islamica dell’Iran, occorre distinguere tra:

  • bambini uccisi dal regime iraniano all’interno dell’Iran;
  • bambini uccisi o utilizzati dai gruppi armati sostenuti da Teheran;
  • bambini israeliani, palestinesi, libanesi, yemeniti, siriani e iracheni coinvolti nelle attività dei proxy iraniani.

È impossibile compilare un elenco nominativo completo delle migliaia di vittime, ma è possibile individuare le principali categorie e alcuni casi simbolici.


Bambini uccisi dal regime iraniano

Proteste del 2019

Amnesty International documentò almeno 23 minori uccisi dalle forze di sicurezza durante la repressione delle proteste del novembre 2019.

Tra loro:

  • Kianoush Jafari (17 anni)
  • Mohammad Moghimi (17 anni)
  • Sina Mohammadi (17 anni)

Proteste del 2022 (Mahsa Amini)

Amnesty International identificò inizialmente almeno 23 bambini uccisi, numero successivamente rivisto al rialzo fino a 44 minori.

Tra le vittime più note:

  • Kian Pirfalak (9 anni)
  • Nika Shakarami (16 anni)
  • Sarina Esmailzadeh (16 anni)
  • Asra Panahi (15 anni)
  • Abolfazl Adinezadeh (17 anni)

Proteste del 2026

Secondo HRANA e Iran Human Rights, il numero dei minori uccisi nella repressione del gennaio 2026 supera le cento unità.


Bambini israeliani uccisi da Hamas (proxy iraniano)

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L’attacco del 7 ottobre 2023 provocò la morte di circa 46 bambini israeliani e il rapimento di numerosi minori.

Tra le vittime più conosciute:

  • Ariel Bibas (4 anni)
  • Kfir Bibas (9 mesi)
  • Yahel Shoham (3 anni)
  • Naveh Shoham (8 anni)
  • numerosi bambini dei kibbutz Be’eri, Kfar Aza e Nir Oz.

Bambini palestinesi uccisi dalle attività di Hamas

Secondo varie indagini internazionali:

  • Hamas ha utilizzato scuole, ospedali e aree densamente popolate per attività militari;
  • l’impiego di infrastrutture civili ha contribuito ad aumentare enormemente il numero delle vittime infantili palestinesi durante le guerre con Israele;
  • numerosi minori sono stati reclutati e addestrati dalle Brigate al-Qassam.

Le vittime palestinesi minorenni vengono contate in migliaia, ma non tutte sono attribuibili direttamente ad Hamas, poiché il conflitto coinvolge entrambe le parti.


Bambini libanesi vittime di Hezbollah

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Hezbollah è stato accusato di:

  • lanciare missili da aree civili;
  • utilizzare infrastrutture civili per attività militari;
  • esporre la popolazione libanese alle rappresaglie.

Fra le vittime vi sono centinaia di bambini libanesi morti nei conflitti del 2006 e del 2023-2025.


Bambini yemeniti coinvolti dagli Houthi

Gli Houthi, sostenuti dall’Iran, sono stati ripetutamente denunciati dalle Nazioni Unite e da Amnesty International per:

  • reclutamento di bambini soldato;
  • utilizzo di minori in prima linea;
  • indottrinamento militare dei bambini.

Migliaia di minori yemeniti sono stati coinvolti o uccisi nella guerra civile.


Bambini siriani

Le milizie sciite sostenute dall’Iran e i Pasdaran hanno preso parte alla guerra civile siriana.

Le Nazioni Unite hanno verificato migliaia di violazioni contro i minori in Siria, comprese uccisioni, mutilazioni e reclutamento.


Bambini iracheni

Le milizie sciite irachene appoggiate da Teheran sono state accusate di varie violazioni contro i minori, sebbene negli ultimi anni siano stati firmati accordi con l’ONU per limitarne il reclutamento.


Una realtà spesso ignorata

La propaganda della Repubblica Islamica tende a enfatizzare alcune vittime e a dimenticarne altre.

Tuttavia, i bambini uccisi:

  • dalle repressioni interne iraniane;
  • da Hamas;
  • da Hezbollah;
  • dagli Houthi;
  • dalle milizie sciite sostenute dai Pasdaran;

sono anch’essi parte del bilancio umano legato all’espansione regionale della Repubblica Islamica.

Allo stesso tempo, sarebbe scorretto attribuire automaticamente ogni bambino palestinese, libanese o yemenita morto alla sola responsabilità iraniana, poiché in questi conflitti intervengono molteplici attori e le responsabilità vengono valutate caso per caso dalle organizzazioni internazionali e dalle commissioni d’inchiesta.

Fonti e link

Bambini uccisi dal regime iraniano durante le proteste del 2022


Repressione delle proteste del 2025-2026


Reclutamento di minori da parte dei Pasdaran


Crimini di Hamas contro i bambini israeliani


Bambini palestinesi e uso di infrastrutture civili da parte di Hamas


Vittime infantili palestinesi a Gaza


Rapporto ONU sui bambini nei conflitti armati


Approfondimenti sui crimini del 7 ottobre

Queste fonti documentano sia i bambini uccisi dal regime iraniano nella repressione interna, sia le vittime infantili provocate direttamente o indirettamente dai principali proxy sostenuti da Teheran (Hamas, milizie affiliate e altri gruppi armati).

Mentre tutti guardano il Memorandum d’Intesa, la vera battaglia potrebbe essere dentro il regime iraniano

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Negli ultimi mesi gran parte dell’attenzione mediatica si è concentrata sul Memorandum d’Intesa tra Stati Uniti e Iran, interpretato da alcuni come una resa di Teheran e da altri come una vittoria strategica della Repubblica Islamica. Tuttavia, dietro il piano diplomatico potrebbe nascondersi una dinamica ancora più importante: la crescente competizione tra le diverse fazioni che compongono l’apparato di potere iraniano.

Più che il documento in sé, infatti, a destare interesse sono le frizioni che stanno emergendo all’interno del sistema costruito negli ultimi quarant’anni dalla Guida Suprema Ali Khamenei.

Il sistema creato da Khamenei

Uno degli elementi meno compresi della Repubblica Islamica riguarda la struttura stessa del potere.

Nel corso degli anni Ali Khamenei ha progressivamente rafforzato il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC o Pasdaran), trasformandolo da semplice forza militare ideologica in una gigantesca organizzazione che esercita influenza sulla politica, sull’economia, sui servizi segreti, sui media e sulla sicurezza nazionale.

Tuttavia, proprio la crescita enorme dei Pasdaran ha generato un problema.

Concentrando troppo potere nelle mani di un’unica struttura, si sarebbe creato il rischio che questa potesse diventare autonoma rispetto alla Guida Suprema stessa.

Per evitare la nascita di un potenziale concorrente, Khamenei avrebbe favorito nel tempo la formazione di diversi centri di potere e di fazioni interne in competizione tra loro.

In altre parole, il sistema iraniano sarebbe stato costruito secondo un equilibrio basato sulla rivalità reciproca.

Dopo Khamenei, chi controllerà realmente l’Iran?

La questione della successione rappresenta probabilmente il tema più importante per l’establishment iraniano.

Con l’avanzare dell’età della Guida Suprema, diverse componenti del sistema sembrano prepararsi alla futura redistribuzione del potere.

Non esiste infatti un blocco monolitico.

Al contrario, all’interno dell’IRGC convivono interessi economici, ideologici e politici differenti.

Da una parte vi sono ambienti più pragmatici, interessati a una progressiva normalizzazione dei rapporti internazionali e alla revoca delle sanzioni.

Dall’altra si trovano i settori più ideologici e radicali, convinti che qualsiasi apertura verso Washington rappresenti una minaccia esistenziale per la Repubblica Islamica.

Il caso delle lettere attribuite a Mojtaba Khamenei

Negli ultimi giorni le tensioni sono emerse pubblicamente.

Al centro della controversia vi sarebbero alcune presunte lettere attribuite a Mojtaba Khamenei, figlio della Guida Suprema e considerato da molti uno dei possibili candidati alla successione.

Secondo diverse ricostruzioni circolate negli ambienti politici iraniani, alcune fazioni avrebbero utilizzato questi documenti per sostenere che i negoziati con Washington fossero stati autorizzati direttamente dal figlio di Khamenei.

Altre correnti avrebbero invece diffuso documenti opposti, sostenendo che Mojtaba fosse contrario all’attuale linea negoziale.

Indipendentemente dall’autenticità delle lettere, il fatto stesso che tali dispute siano finite nello spazio pubblico rappresenta un elemento significativo.

Ciò suggerisce infatti l’esistenza di una lotta interna sempre meno nascosta.

Lo scontro tra i falchi e i pragmatici

Tra le figure più vicine all’ala dura del sistema viene frequentemente indicato Saeed Jalili, già negoziatore nucleare e storico rappresentante dell’orientamento più ideologico.

All’interno di questa corrente viene spesso citato anche Mahmoud Nabavian, religioso e membro del Parlamento.

Secondo quanto riportato dai media iraniani, Nabavian sarebbe arrivato a tentare di leggere in diretta televisiva documenti riservati riguardanti la posizione di Mojtaba Khamenei sui negoziati con gli Stati Uniti.

La trasmissione sarebbe stata interrotta bruscamente e la televisione di Stato avrebbe successivamente definito l’accaduto una grave violazione, annunciando provvedimenti disciplinari.

L’episodio ha mostrato come le tensioni tra le diverse fazioni siano ormai difficili da nascondere.

Ginevra e il tentativo di bloccare i negoziati

Nonostante le resistenze dei falchi, la delegazione iraniana vicina all’area più pragmatica, associata politicamente a Mohammad Bagher Qalibaf, avrebbe comunque raggiunto Ginevra per proseguire i colloqui.

Alcune indiscrezioni riferiscono che persino all’interno del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale l’approvazione del Memorandum d’Intesa non sarebbe stata unanime.

Secondo queste ricostruzioni, un solo membro avrebbe espresso voto contrario, circostanza interpretata da molti osservatori come indice delle profonde divisioni esistenti.

Hormuz e la guerra delle narrative

Parallelamente ai negoziati sono emerse anche dichiarazioni riguardanti una possibile chiusura dello Stretto di Hormuz.

La minaccia, rilanciata da ambienti vicini ai settori più radicali, avrebbe avuto l’obiettivo di aumentare la pressione internazionale.

Tuttavia, la situazione operativa sul campo e le comunicazioni americane hanno continuato a indicare la regolare apertura delle rotte marittime, mentre il traffico commerciale proseguiva.

Anche questo episodio viene interpretato da alcuni analisti come un riflesso delle differenti strategie presenti all’interno dell’apparato iraniano.

La strategia di Trump: pressione economica anziché guerra

Una delle caratteristiche principali della politica di Donald Trump nei confronti dell’Iran è sempre stata la pressione economica.

Durante il suo primo mandato la strategia della “massima pressione” puntava a colpire le capacità finanziarie della Repubblica Islamica senza ricorrere a una guerra diretta.

Secondo alcuni osservatori, l’attuale approccio continuerebbe a seguire la stessa logica.

L’obiettivo non sarebbe tanto quello di rovesciare militarmente il regime, quanto quello di accentuarne le contraddizioni interne, facendo emergere le divisioni tra le componenti più ideologiche e quelle maggiormente interessate ai benefici economici derivanti da una normalizzazione dei rapporti con l’Occidente.

In questa interpretazione, il Memorandum d’Intesa rappresenterebbe soltanto uno strumento e non il fine ultimo.

Una lotta per la successione?

Molti esperti ritengono che il vero tema sia la successione a Khamenei.

Il futuro assetto del potere iraniano dipenderà probabilmente dagli equilibri che emergeranno tra i Pasdaran, il clero, i servizi di sicurezza e le varie reti economiche che orbitano attorno alla Repubblica Islamica.

La competizione attuale potrebbe quindi rappresentare soltanto l’inizio di un processo destinato a ridefinire il sistema politico iraniano.

Conclusioni

Mentre l’attenzione internazionale continua a concentrarsi sul Memorandum d’Intesa e sui negoziati tra Washington e Teheran, la partita più importante potrebbe svolgersi all’interno stesso della Repubblica Islamica.

Le dispute pubbliche, le fughe di notizie, gli scontri tra fazioni e le differenti visioni strategiche mostrano un sistema attraversato da tensioni profonde.

Se queste fratture continueranno ad ampliarsi, il futuro dell’Iran potrebbe essere determinato non tanto da una guerra esterna, quanto dalla competizione tra i diversi centri di potere che compongono il regime.

In questo scenario, il Memorandum d’Intesa potrebbe essere ricordato non come il punto di arrivo, ma come il catalizzatore di una trasformazione molto più profonda.


Fonti e approfondimenti

Rand Paul rilancia il caso dei biolaboratori all’estero: dopo i documenti declassificati da Tulsi Gabbard torna il dibattito sui programmi biologici americani

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Il dibattito sui biolaboratori finanziati dagli Stati Uniti all’estero è tornato al centro della scena politica americana dopo la decisione della direttrice dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, di declassificare una serie di documenti riguardanti programmi di ricerca biologica sostenuti da Washington in diversi Paesi del mondo.

Tra coloro che hanno immediatamente chiesto nuove indagini figura il senatore repubblicano del Kentucky Rand Paul, protagonista negli ultimi anni di numerosi scontri con Anthony Fauci sulla questione delle ricerche cosiddette “gain-of-function” e sull’origine del Covid-19.


Oltre 120 laboratori in più di 30 Paesi

Secondo quanto riportato dopo la declassificazione dei documenti, gli Stati Uniti avrebbero sostenuto o finanziato oltre 120 laboratori biologici distribuiti in più di 30 nazioni, comprese alcune strutture presenti in Ucraina impegnate nello studio di agenti patogeni potenzialmente pericolosi.

Si tratta di un tema che negli anni della pandemia aveva generato fortissime polemiche.

Molti osservatori sostenevano infatti l’esistenza di programmi biologici internazionali finanziati da Washington, mentre altri accusavano tali affermazioni di essere semplici teorie del complotto.

Rand Paul sostiene oggi che i nuovi documenti dimostrino che quei laboratori esistevano realmente:

«Per anni, quando si parlava di laboratori in Ucraina, ci veniva detto che si trattava di una teoria del complotto. Ora scopriamo che esistevano davvero».


Il nodo delle ricerche “gain-of-function”

Il cuore della controversia riguarda le cosiddette ricerche di “gain-of-function”, cioè esperimenti che modificano virus o altri patogeni per comprenderne meglio l’evoluzione, la trasmissibilità e la capacità di infettare gli esseri umani.

I sostenitori di tali studi ritengono che essi permettano di prepararsi meglio a future pandemie.

I critici, invece, sottolineano il rischio che organismi modificati possano accidentalmente fuoriuscire dai laboratori o essere utilizzati in modo improprio.

Paul ha dichiarato:

«Non vogliamo sostenere un laboratorio che prende un virus e lo rende più adattato agli esseri umani. È quello che stavano facendo a Wuhan».


La teoria dell’esternalizzazione della ricerca

Secondo il senatore repubblicano, alcuni esperimenti particolarmente controversi potrebbero essere stati trasferiti all’estero proprio per evitare le restrizioni e le obiezioni che avrebbero incontrato negli Stati Uniti.

Paul sostiene infatti:

«Alcune ricerche vengono affidate a Paesi stranieri perché chi le promuove sa che sono pericolose e che incontrerebbero una forte opposizione se fossero condotte sul suolo americano».

Questa interpretazione rappresenta uno dei punti più controversi dell’intera vicenda e continua a dividere comunità scientifica, apparato di sicurezza e mondo politico.


Le accuse di mancanza di trasparenza

Il senatore ha inoltre accusato parte della burocrazia federale e dell’apparato d’intelligence di avere ostacolato i tentativi di controllo del Congresso.

Secondo Paul:

«Nascondono le cose perché non vogliono essere sottoposti a scrutinio».

Nel corso degli anni egli ha più volte denunciato difficoltà nell’ottenere documenti classificati relativi ai programmi biologici e alle attività delle agenzie federali.


Nuove polemiche su Anthony Fauci

Le nuove rivelazioni hanno riacceso anche la controversia attorno ad Anthony Fauci.

Secondo documenti recentemente emersi, alcune strutture dell’intelligence americana avrebbero archiviato o ridimensionato accuse riguardanti presunte dichiarazioni fuorvianti rese da Fauci al Congresso sulla natura delle ricerche finanziate presso il laboratorio di Wuhan.

Paul sostiene da anni che durante la pandemia siano state utilizzate definizioni estremamente restrittive del termine “gain-of-function”, consentendo alle agenzie federali di sostenere che determinati esperimenti non rientrassero formalmente in quella categoria.


La proposta di una commissione presidenziale

Per affrontare il problema, Rand Paul propone la creazione di una commissione presidenziale composta da scienziati indipendenti incaricati di esaminare preventivamente i progetti di ricerca riguardanti agenti patogeni pericolosi.

L’obiettivo sarebbe valutare, caso per caso, se i benefici scientifici superino i rischi associati a tali studi.

Secondo il senatore:

«Esamineremo laboratorio per laboratorio e patogeno per patogeno, rendendo pubblici i rischi connessi».


Un dibattito destinato a proseguire

La vicenda riapre una delle questioni più controverse emerse dopo la pandemia:

  • il livello di trasparenza delle agenzie federali;
  • il finanziamento americano a programmi biologici all’estero;
  • la regolamentazione delle ricerche gain-of-function;
  • il ruolo svolto da Wuhan e da altri laboratori internazionali;
  • il bilanciamento tra sicurezza biologica e ricerca scientifica.

Le nuove declassificazioni volute da Tulsi Gabbard e le richieste di ulteriori indagini avanzate da Rand Paul indicano che il confronto politico e scientifico sul tema è tutt’altro che concluso.

Fonti

  • The National Desk: «Rand Paul calls for new scrutiny of overseas biolabs after Gabbard declassifies documents»
  • The National News Desk/AP
  • New York Post: documenti relativi alle controversie su Anthony Fauci e Wuhan

The National Desk

Rand Paul chiede nuove indagini sui biolaboratori all’estero dopo i documenti declassificati da Tulsi Gabbard

https://thenationaldesk.com/news/americas-news-now/rand-paul-calls-for-new-scrutiny-of-overseas-biolabs-after-gabbard-declassifies-documents-covid19-trump-administration-biological-research-ukraine-dangerous-pathogens-research-experiments-influenza-pentagon

New York Post

Tulsi Gabbard rende pubbliche informazioni declassificate su oltre 120 biolaboratori finanziati dagli Stati Uniti

https://nypost.com/2026/06/12/us-news/outgoing-dni-tulsi-gabbard-releases-declassified-info-on-120-foreign-biolabs

New York Post

Nuovi documenti sul ruolo di Anthony Fauci e sulle ricerche gain-of-function

https://nypost.com/2026/06/19/us-news/anthony-fauci-gave-millions-in-taxpayer-dollars-to-fund-wuhan-lab-research-tulsi-gabbard

CBS 12 News

Rand Paul chiede maggiore controllo sui biolaboratori finanziati dagli Stati Uniti

https://cbs12.com/news/nation-world/rand-paul-calls-for-new-scrutiny-of-overseas-biolabs-after-gabbard-declassifies-documents-covid19-trump-administration-biological-research-ukraine-dangerous-pathogens-research-experiments-influenza-pentagon

Ordine esecutivo di Donald Trump sulle ricerche gain-of-function

The White House

https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/05/improving-the-safety-and-security-of-biological-research

U.S. Department of Defense

Cooperative Threat Reduction Program

https://www.defense.gov/Spotlights/Cooperative-Threat-Reduction-Program

Victoria Nuland sulla presenza di laboratori biologici in Ucraina (audizione al Congresso)

https://www.c-span.org/video/?518869-1/undersecretary-state-victoria-nuland-testifies-ukraine

Office of the Director of National Intelligence (ODNI)

Documenti e comunicati dell’intelligence statunitense

https://www.dni.gov

Queste fonti consentono di distinguere tra i dati emersi dai documenti declassificati, le dichiarazioni politiche di Rand Paul e Tulsi Gabbard e le posizioni degli esperti che contestano l’interpretazione secondo cui tali strutture sarebbero state laboratori segreti o programmi di armi biologiche.

Il rabbino Beck e il vero antisionismo ebraico: perché, secondo una parte dell’ebraismo religioso, sionismo e giudaismo sono due realtà profondamente diverse

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Introduzione: una distinzione quasi scomparsa nel dibattito pubblico

Nel dibattito contemporaneo si tende spesso a considerare ebraismo, sionismo e Stato di Israele come tre concetti perfettamente sovrapponibili. La critica al sionismo viene frequentemente interpretata come una forma di antisemitismo, mentre il sostegno allo Stato di Israele viene presentato come una naturale conseguenza dell’identità ebraica.

Eppure, questa equivalenza non è condivisa da tutti gli ebrei.

Esiste infatti una corrente antisionista interna all’ebraismo, soprattutto nell’ambito ultraortodosso, che considera il sionismo moderno non come l’espressione della tradizione religiosa ebraica, ma come una sua trasformazione radicale.

Tra i rappresentanti più conosciuti di questa posizione vi è il rabbino Beck, il quale sostiene che il giudaismo e il sionismo siano due realtà profondamente diverse e, sotto alcuni aspetti, persino incompatibili. Le sue argomentazioni, pur non rappresentando l’intero mondo ebraico, affondano le loro radici in una lunga tradizione teologica precedente alla nascita dello Stato di Israele.


Ebraismo e sionismo non sono sinonimi

Uno dei punti centrali del pensiero del rabbino Beck è la distinzione tra ebraismo e sionismo.

Secondo il rabbino, l’ebraismo è una religione e non una nazionalità.

L’identità ebraica, nella prospettiva religiosa tradizionale, non sarebbe fondata sulla razza, sul sangue o sull’appartenenza territoriale, ma sull’adesione ai principi della Torah e ai comandamenti divini.

Un ebreo, afferma Beck, può essere europeo, africano, asiatico o americano; ciò che conta non è la terra di provenienza ma la relazione con Dio e con la Legge rivelata.

Secondo questa visione, il popolo ebraico non sarebbe una nazione nel senso moderno del termine, ma una comunità religiosa unita dalla Torah.


Il vero significato del “popolo eletto”

Uno degli aspetti che il rabbino Beck ritiene maggiormente travisati riguarda il concetto di “popolo eletto”.

Nell’immaginario comune, e soprattutto nella propaganda antiebraica, questa espressione viene talvolta interpretata come una presunta rivendicazione di superiorità razziale o di dominio sugli altri popoli.

Secondo Beck, si tratta di una completa distorsione della tradizione ebraica.

Per il rabbino, l’elezione del popolo ebraico non significa essere “padroni del mondo” né possedere diritti speciali sugli altri uomini.

Significa, piuttosto, essere gravati da una responsabilità spirituale maggiore.

Dio avrebbe dato all’umanità le leggi universali di Noè, mentre agli ebrei avrebbe affidato i 613 precetti della Torah. L’elezione, dunque, sarebbe un compito e non un privilegio.

Essere “popolo eletto” significherebbe:

  • avvicinarsi maggiormente a Dio;
  • vivere una vita più rigorosa dal punto di vista morale e religioso;
  • testimoniare l’esistenza del Creatore;
  • contribuire all’elevazione spirituale dell’umanità.

Secondo Beck, l’idea che il popolo eletto implichi una superiorità etnica o il diritto di fare qualsiasi cosa sarebbe una deformazione del concetto biblico originario.


La Torah fu data nel deserto, non nella Terra Santa

Un altro elemento che Beck considera fondamentale riguarda il luogo stesso nel quale venne consegnata la Torah.

Secondo la tradizione, Dio non consegnò la Legge nella Terra d’Israele, ma nel deserto del Sinai.

Per il rabbino, questo particolare possiede un profondo significato teologico.

Se l’identità ebraica fosse stata fondata sulla terra o sul nazionalismo, Dio avrebbe dato la Torah direttamente nella Terra Promessa.

Il fatto che ciò sia avvenuto nel deserto dimostrerebbe, secondo Beck, che il legame che unisce gli ebrei non è territoriale ma spirituale.

La vera patria dell’ebreo sarebbe quindi la Torah, non uno Stato o un confine geografico.


La Terra Promessa: una promessa condizionata

Uno dei temi più controversi affrontati dal rabbino Beck riguarda la Terra Promessa.

Secondo il rabbino, è vero che nella Torah Dio promise una terra al popolo ebraico.

Tuttavia, quella promessa non sarebbe assoluta, ma subordinata alla fedeltà del popolo a Dio.

Secondo Beck, la Torah conterrebbe decine di riferimenti che avvertono gli ebrei che, qualora si fossero allontanati dai comandamenti divini, sarebbero stati espulsi dalla terra.

In altre parole:

  • Dio concesse la terra;
  • Dio stabilì le condizioni per mantenerla;
  • Dio stesso decretò l’esilio.

I profeti, in particolare Geremia, Isaia ed Ezechiele, avrebbero annunciato l’esilio come conseguenza della disobbedienza del popolo.

Da questa prospettiva, la distruzione del Tempio e la dispersione degli ebrei nel mondo non sarebbero stati semplici eventi storici, ma parte del piano divino.

Lo stesso Dio che aveva concesso la terra sarebbe dunque anche colui che l’avrebbe temporaneamente sottratta.


L’attesa del Messia e la fine dell’esilio

Secondo il rabbino Beck, la conclusione dell’esilio non può essere realizzata dall’uomo.

Il ritorno definitivo nella Terra Santa sarebbe possibile soltanto con la venuta del Messia.

L’uomo, pertanto, non dovrebbe accelerare questo processo attraverso mezzi politici o militari.

Il Messia, nella tradizione ebraica, non sarebbe un conquistatore o un capo di guerra.

Al contrario, egli instaurerebbe un’epoca di pace universale nella quale tutte le nazioni vivrebbero in armonia.

Da qui nasce la convinzione di molte correnti ultraortodosse secondo cui la redenzione non possa essere prodotta dall’azione politica umana.


Le Tre Giuramenti e il divieto di forzare la redenzione

Una delle principali basi teologiche dell’antisionismo religioso è costituita dalle cosiddette Tre Giuramenti del Talmud, nel trattato Ketubot 111a.

Secondo l’interpretazione delle correnti haredi:

  • gli ebrei non devono ribellarsi alle nazioni;
  • non devono conquistare la Terra Santa con la forza;
  • devono attendere pazientemente la redenzione messianica.

Per Beck, il sionismo avrebbe infranto questi principi, cercando di porre fine all’esilio attraverso un progetto politico e nazionale.


La nascita del sionismo moderno

Secondo il rabbino Beck, il sionismo nacque alla fine del XIX secolo con Theodor Herzl.

Herzl, osserva il rabbino, era un pensatore laico e non fondava la propria visione sulla Torah, bensì sul nazionalismo europeo dell’epoca.

Il sionismo avrebbe quindi cercato di operare una trasformazione radicale:

non più l’ebraismo come religione, ma l’ebraismo come nazione.

Non più la centralità della Torah, ma quella dello Stato.

Non più l’attesa messianica, ma l’autodeterminazione politica.

Da qui una delle affermazioni più forti del rabbino:

«Il sionismo ha cercato di trasformare l’ebraismo da religione in movimento nazionale».


La critica all’uso politico della Bibbia

Secondo Beck, i riferimenti alla Terra Promessa e al popolo eletto utilizzati dai leader sionisti sarebbero spesso estrapolati dal loro contesto religioso.

Il rabbino considera contraddittorio che uomini politici laici o non osservanti invochino la Torah per giustificare rivendicazioni territoriali.

La sua critica è semplice:

se la promessa proviene da Dio e dalla Torah, come può essere utilizzata da chi non riconosce l’autorità della Torah stessa?


L’antisionismo ebraico non nasce oggi

Contrariamente a quanto spesso si crede, l’opposizione religiosa al sionismo è precedente alla nascita dello Stato di Israele.

Numerosi rabbini ortodossi si opposero già alla fine del XIX secolo al progetto nazionalista di Herzl.

Ancora oggi movimenti come:

  • Satmar;
  • Neturei Karta;
  • Edah HaChareidis;

continuano a considerare lo Stato di Israele una costruzione politica incompatibile con la tradizione religiosa.


Antisionismo non significa antisemitismo

Uno dei punti fondamentali del rabbino Beck è la distinzione tra ebrei e sionismo.

Secondo questa prospettiva, criticare il sionismo o le politiche dello Stato di Israele non significa automaticamente odiare gli ebrei.

L’antisionismo religioso ebraico si presenta come una critica teologica e politica, non come una forma di antisemitismo.


Conclusione

Le posizioni del rabbino Beck non rappresentano l’intero mondo ebraico e sono contestate da numerosi rabbini e da gran parte dell’ebraismo contemporaneo.

Tuttavia, esse testimoniano l’esistenza di una tradizione antisionista interna all’ebraismo stesso, spesso ignorata nel dibattito pubblico.

Secondo Beck, il vero ebraismo non si identifica con uno Stato, con un esercito o con un progetto nazionale, ma con la Torah, con la fede e con l’attesa del Messia.

In questa prospettiva, il popolo eletto non rappresenta una superiorità sugli altri uomini e la Terra Promessa non è una concessione incondizionata, ma una realtà subordinata alla volontà divina.

Che si condividano o meno queste interpretazioni, esse ricordano come l’ebraismo e il sionismo non siano necessariamente sinonimi e come all’interno della stessa tradizione ebraica esistano letture profondamente diverse del rapporto tra religione, identità nazionale e Terra d’Israele.


Link e riferimenti utili

Testi biblici ebraici e Tanakh


Talmud e Tre Giuramenti


Maimonide (Rambam)


Sionismo e Theodor Herzl


Ebraismo ultraortodosso antisionista


Stato di Israele e sionismo religioso


Fonti sul giudaismo

Douglas Macgregor: «Trump rischia la vita dopo essersi scontrato con Israele». L’ex consigliere del Pentagono lancia l’allarme sul futuro degli Stati Uniti e del Medio Oriente

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Le parole pronunciate dal colonnello in pensione Douglas Macgregor durante la sua ultima intervista rappresentano probabilmente una delle analisi più dure e controverse mai espresse da una figura appartenuta ai vertici militari americani.

Ex consigliere del Dipartimento della Difesa e per anni uno degli strateghi più ascoltati dell’esercito statunitense, Macgregor ha dipinto uno scenario nel quale Donald Trump si troverebbe oggi al centro di una battaglia politica e geopolitica che va ben oltre il conflitto con l’Iran e che potrebbe avere conseguenze profonde sul futuro degli Stati Uniti stessi.

Trump non voleva la guerra

Secondo Macgregor, Donald Trump non avrebbe mai realmente desiderato una guerra contro l’Iran.

L’ex colonnello ha ricordato di aver avuto in passato diversi colloqui con Trump e di aver sempre percepito in lui una convinzione molto chiara: gli Stati Uniti non avrebbero avuto alcun interesse a entrare in un nuovo conflitto in Medio Oriente.

Trump, sostiene Macgregor, sarebbe sempre stato convinto che un accordo con Teheran fosse possibile e che l’America dovesse concentrarsi principalmente sui propri interessi interni.

L’intervento militare e i bombardamenti contro l’Iran sarebbero stati, secondo la sua ricostruzione, il risultato di pressioni enormi provenienti dall’establishment politico e dai gruppi più favorevoli a una linea di confronto permanente.

«Trump è stato sopraffatto dalle pressioni»

Macgregor ritiene che il presidente americano abbia inizialmente creduto di poter ottenere una rapida vittoria militare.

Tuttavia, dopo le prime settimane di escalation, avrebbe compreso che non esisteva una soluzione militare definitiva.

Secondo l’ex ufficiale:

«Non importa quante volte bombardi queste persone, non funzionerà.»

Per Macgregor, Trump avrebbe compreso che continuare il conflitto avrebbe significato trascinare gli Stati Uniti verso una spirale di costi economici, instabilità finanziaria e ulteriore perdita di influenza internazionale.

Il vero problema di Trump: Benjamin Netanyahu

Secondo Macgregor, il nodo principale sarebbe oggi rappresentato dal rapporto con il governo israeliano.

L’ex colonnello sostiene che Benjamin Netanyahu e i suoi sostenitori a Washington stiano cercando di influenzare i termini di qualsiasi accordo con Teheran e di mantenere viva una strategia di pressione permanente.

Macgregor arriva a sostenere che il primo ministro israeliano sarebbe pronto a mobilitare senatori, think tank, media e gruppi di pressione per costringere Trump a tornare su posizioni più aggressive.

Secondo la sua analisi, una parte significativa della classe politica americana continuerebbe a considerare la sicurezza di Israele il perno della politica estera degli Stati Uniti.

«La priorità non è il Grande Israele ma la sopravvivenza dello Stato israeliano»

Macgregor afferma che l’obiettivo strategico dovrebbe cambiare radicalmente.

A suo giudizio, la priorità non dovrebbe essere l’espansione geopolitica israeliana, ma la sopravvivenza stessa dello Stato di Israele.

Per l’ex consigliere del Pentagono, proseguire lungo la strada dell’escalation potrebbe portare a conseguenze imprevedibili e ad una crescente instabilità regionale.

La grande svolta di Trump

Uno dei passaggi che più hanno colpito Macgregor riguarda alcune recenti dichiarazioni del presidente americano.

Trump ha infatti criticato apertamente le operazioni militari israeliane, chiedendosi perché fosse necessario distruggere interi edifici pieni di persone per eliminare un singolo obiettivo.

Secondo Macgregor, quelle parole rappresenterebbero soltanto «la punta dell’iceberg».

L’ex colonnello ipotizza che Trump abbia finalmente preso visione di informazioni e immagini riguardanti le devastazioni provocate dai conflitti a Gaza, in Libano e nel resto del Medio Oriente e che abbia deciso che fosse arrivato il momento di fermare l’escalation.

L’allarme più inquietante: «Temo per la sua vita»

Ma è nella parte finale dell’intervista che Macgregor pronuncia le parole più drammatiche.

Quando gli viene chiesto se Trump rischi politicamente dopo aver preso le distanze dalla linea più dura sostenuta da Netanyahu, l’ex ufficiale risponde senza esitazioni:

«La mia più grande paura non è che si dimetta. La mia più grande paura è l’assassinio.»

Macgregor precisa immediatamente di non possedere alcuna informazione segreta o elementi di intelligence.

Non parla di complotti né di piani in corso.

Si tratta, sottolinea, di una preoccupazione personale maturata osservando la violenza della lotta politica americana e le enormi forze che potrebbero mobilitarsi contro un presidente deciso a modificare decenni di politica estera.

Kennedy come precedente storico

Macgregor ricorda di aver vissuto personalmente l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy nel 1963.

Un evento che, secondo lui, dimostra come i presidenti americani possano diventare figure estremamente vulnerabili nei momenti di maggiore tensione politica.

Per questo motivo l’ex colonnello ritiene che Trump dovrebbe rivalutare molte persone che lo circondano e riconsiderare diversi incarichi all’interno della propria amministrazione.

Le pressioni potrebbero diventare enormi

Secondo Macgregor, uno scontro aperto con gli ambienti più vicini a Israele potrebbe tradursi in:

  • campagne mediatiche aggressive;
  • indagini politiche;
  • utilizzo di scandali e dossier;
  • mobilitazione del Congresso;
  • tentativi di isolamento politico;
  • attacchi continui da parte di settori influenti dell’establishment americano.

Il sistema americano non è onnipotente

L’ex consigliere del Pentagono descrive inoltre una struttura di potere molto più complessa di quella immaginata dall’opinione pubblica.

Secondo lui, il presidente degli Stati Uniti non governa da solo.

Esistono enormi centri di influenza:

  • complesso militare-industriale;
  • lobby farmaceutiche;
  • gruppi finanziari;
  • apparati burocratici;
  • industria agricola;
  • Congresso;
  • apparati militari.

Tutti soggetti che possono rallentare, modificare o addirittura bloccare l’azione del presidente.

La guerra con l’Iran ha cambiato tutto

Macgregor sostiene che il conflitto abbia segnato un cambiamento epocale.

Secondo la sua visione, l’epoca nella quale gli Stati Uniti potevano intervenire militarmente ovunque imponendo la propria volontà starebbe giungendo al termine.

L’evoluzione tecnologica, i missili balistici, i droni, i sistemi di sorveglianza satellitare e la diffusione delle nuove capacità militari avrebbero reso impossibile replicare i modelli di guerra del passato.

Iran e Turchia saranno le nuove potenze del Medio Oriente

Una delle tesi più forti sostenute dall’ex ufficiale riguarda i futuri equilibri regionali.

Secondo Macgregor:

  • l’Iran emergerà come uno dei grandi vincitori strategici;
  • la Turchia rappresenterà l’altra grande potenza destinata a dominare il Medio Oriente;
  • la NATO sarebbe avviata verso un progressivo declino;
  • l’Europa starebbe perdendo centralità;
  • il sistema internazionale si starebbe muovendo verso una configurazione multipolare.

Russia, Cina, India, Iran e Turchia sarebbero, secondo la sua analisi, i protagonisti del nuovo ordine mondiale emergente.

«L’America non ha bisogno di un impero»

Richiamando il declino dell’Impero britannico dopo la crisi di Suez, Macgregor sostiene che gli Stati Uniti non abbiano bisogno di mantenere una presenza militare globale.

Secondo lui, Donald Trump avrebbe sempre compreso una verità fondamentale:

«L’America che va dall’Atlantico al Pacifico è già il nostro impero. Non abbiamo bisogno di altro.»

Una visione che si contrappone direttamente a quella dei neoconservatori, i quali continuano a immaginare un mondo dominato dalla presenza militare americana.

Un passaggio storico

Per Douglas Macgregor, la questione non riguarda soltanto Israele, l’Iran o Donald Trump.

La guerra avrebbe semplicemente accelerato un processo storico molto più ampio.

Il mondo unipolare nato dopo la Guerra Fredda starebbe lasciando il posto ad un sistema nel quale nessuna potenza sarà più in grado di dominare da sola.

E proprio questa transizione, secondo l’ex consigliere del Pentagono, starebbe generando tensioni sempre più forti all’interno degli stessi Stati Uniti.

Una fase storica che, nelle sue parole, potrebbe rivelarsi molto più pericolosa di quanto oggi molti siano disposti ad ammettere.


Fonti