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Douglas Macgregor: «Trump rischia la vita dopo essersi scontrato con Israele». L’ex consigliere del Pentagono lancia l’allarme sul futuro degli Stati Uniti e del Medio Oriente

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Le parole pronunciate dal colonnello in pensione Douglas Macgregor durante la sua ultima intervista rappresentano probabilmente una delle analisi più dure e controverse mai espresse da una figura appartenuta ai vertici militari americani.

Ex consigliere del Dipartimento della Difesa e per anni uno degli strateghi più ascoltati dell’esercito statunitense, Macgregor ha dipinto uno scenario nel quale Donald Trump si troverebbe oggi al centro di una battaglia politica e geopolitica che va ben oltre il conflitto con l’Iran e che potrebbe avere conseguenze profonde sul futuro degli Stati Uniti stessi.

Trump non voleva la guerra

Secondo Macgregor, Donald Trump non avrebbe mai realmente desiderato una guerra contro l’Iran.

L’ex colonnello ha ricordato di aver avuto in passato diversi colloqui con Trump e di aver sempre percepito in lui una convinzione molto chiara: gli Stati Uniti non avrebbero avuto alcun interesse a entrare in un nuovo conflitto in Medio Oriente.

Trump, sostiene Macgregor, sarebbe sempre stato convinto che un accordo con Teheran fosse possibile e che l’America dovesse concentrarsi principalmente sui propri interessi interni.

L’intervento militare e i bombardamenti contro l’Iran sarebbero stati, secondo la sua ricostruzione, il risultato di pressioni enormi provenienti dall’establishment politico e dai gruppi più favorevoli a una linea di confronto permanente.

«Trump è stato sopraffatto dalle pressioni»

Macgregor ritiene che il presidente americano abbia inizialmente creduto di poter ottenere una rapida vittoria militare.

Tuttavia, dopo le prime settimane di escalation, avrebbe compreso che non esisteva una soluzione militare definitiva.

Secondo l’ex ufficiale:

«Non importa quante volte bombardi queste persone, non funzionerà.»

Per Macgregor, Trump avrebbe compreso che continuare il conflitto avrebbe significato trascinare gli Stati Uniti verso una spirale di costi economici, instabilità finanziaria e ulteriore perdita di influenza internazionale.

Il vero problema di Trump: Benjamin Netanyahu

Secondo Macgregor, il nodo principale sarebbe oggi rappresentato dal rapporto con il governo israeliano.

L’ex colonnello sostiene che Benjamin Netanyahu e i suoi sostenitori a Washington stiano cercando di influenzare i termini di qualsiasi accordo con Teheran e di mantenere viva una strategia di pressione permanente.

Macgregor arriva a sostenere che il primo ministro israeliano sarebbe pronto a mobilitare senatori, think tank, media e gruppi di pressione per costringere Trump a tornare su posizioni più aggressive.

Secondo la sua analisi, una parte significativa della classe politica americana continuerebbe a considerare la sicurezza di Israele il perno della politica estera degli Stati Uniti.

«La priorità non è il Grande Israele ma la sopravvivenza dello Stato israeliano»

Macgregor afferma che l’obiettivo strategico dovrebbe cambiare radicalmente.

A suo giudizio, la priorità non dovrebbe essere l’espansione geopolitica israeliana, ma la sopravvivenza stessa dello Stato di Israele.

Per l’ex consigliere del Pentagono, proseguire lungo la strada dell’escalation potrebbe portare a conseguenze imprevedibili e ad una crescente instabilità regionale.

La grande svolta di Trump

Uno dei passaggi che più hanno colpito Macgregor riguarda alcune recenti dichiarazioni del presidente americano.

Trump ha infatti criticato apertamente le operazioni militari israeliane, chiedendosi perché fosse necessario distruggere interi edifici pieni di persone per eliminare un singolo obiettivo.

Secondo Macgregor, quelle parole rappresenterebbero soltanto «la punta dell’iceberg».

L’ex colonnello ipotizza che Trump abbia finalmente preso visione di informazioni e immagini riguardanti le devastazioni provocate dai conflitti a Gaza, in Libano e nel resto del Medio Oriente e che abbia deciso che fosse arrivato il momento di fermare l’escalation.

L’allarme più inquietante: «Temo per la sua vita»

Ma è nella parte finale dell’intervista che Macgregor pronuncia le parole più drammatiche.

Quando gli viene chiesto se Trump rischi politicamente dopo aver preso le distanze dalla linea più dura sostenuta da Netanyahu, l’ex ufficiale risponde senza esitazioni:

«La mia più grande paura non è che si dimetta. La mia più grande paura è l’assassinio.»

Macgregor precisa immediatamente di non possedere alcuna informazione segreta o elementi di intelligence.

Non parla di complotti né di piani in corso.

Si tratta, sottolinea, di una preoccupazione personale maturata osservando la violenza della lotta politica americana e le enormi forze che potrebbero mobilitarsi contro un presidente deciso a modificare decenni di politica estera.

Kennedy come precedente storico

Macgregor ricorda di aver vissuto personalmente l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy nel 1963.

Un evento che, secondo lui, dimostra come i presidenti americani possano diventare figure estremamente vulnerabili nei momenti di maggiore tensione politica.

Per questo motivo l’ex colonnello ritiene che Trump dovrebbe rivalutare molte persone che lo circondano e riconsiderare diversi incarichi all’interno della propria amministrazione.

Le pressioni potrebbero diventare enormi

Secondo Macgregor, uno scontro aperto con gli ambienti più vicini a Israele potrebbe tradursi in:

  • campagne mediatiche aggressive;
  • indagini politiche;
  • utilizzo di scandali e dossier;
  • mobilitazione del Congresso;
  • tentativi di isolamento politico;
  • attacchi continui da parte di settori influenti dell’establishment americano.

Il sistema americano non è onnipotente

L’ex consigliere del Pentagono descrive inoltre una struttura di potere molto più complessa di quella immaginata dall’opinione pubblica.

Secondo lui, il presidente degli Stati Uniti non governa da solo.

Esistono enormi centri di influenza:

  • complesso militare-industriale;
  • lobby farmaceutiche;
  • gruppi finanziari;
  • apparati burocratici;
  • industria agricola;
  • Congresso;
  • apparati militari.

Tutti soggetti che possono rallentare, modificare o addirittura bloccare l’azione del presidente.

La guerra con l’Iran ha cambiato tutto

Macgregor sostiene che il conflitto abbia segnato un cambiamento epocale.

Secondo la sua visione, l’epoca nella quale gli Stati Uniti potevano intervenire militarmente ovunque imponendo la propria volontà starebbe giungendo al termine.

L’evoluzione tecnologica, i missili balistici, i droni, i sistemi di sorveglianza satellitare e la diffusione delle nuove capacità militari avrebbero reso impossibile replicare i modelli di guerra del passato.

Iran e Turchia saranno le nuove potenze del Medio Oriente

Una delle tesi più forti sostenute dall’ex ufficiale riguarda i futuri equilibri regionali.

Secondo Macgregor:

  • l’Iran emergerà come uno dei grandi vincitori strategici;
  • la Turchia rappresenterà l’altra grande potenza destinata a dominare il Medio Oriente;
  • la NATO sarebbe avviata verso un progressivo declino;
  • l’Europa starebbe perdendo centralità;
  • il sistema internazionale si starebbe muovendo verso una configurazione multipolare.

Russia, Cina, India, Iran e Turchia sarebbero, secondo la sua analisi, i protagonisti del nuovo ordine mondiale emergente.

«L’America non ha bisogno di un impero»

Richiamando il declino dell’Impero britannico dopo la crisi di Suez, Macgregor sostiene che gli Stati Uniti non abbiano bisogno di mantenere una presenza militare globale.

Secondo lui, Donald Trump avrebbe sempre compreso una verità fondamentale:

«L’America che va dall’Atlantico al Pacifico è già il nostro impero. Non abbiamo bisogno di altro.»

Una visione che si contrappone direttamente a quella dei neoconservatori, i quali continuano a immaginare un mondo dominato dalla presenza militare americana.

Un passaggio storico

Per Douglas Macgregor, la questione non riguarda soltanto Israele, l’Iran o Donald Trump.

La guerra avrebbe semplicemente accelerato un processo storico molto più ampio.

Il mondo unipolare nato dopo la Guerra Fredda starebbe lasciando il posto ad un sistema nel quale nessuna potenza sarà più in grado di dominare da sola.

E proprio questa transizione, secondo l’ex consigliere del Pentagono, starebbe generando tensioni sempre più forti all’interno degli stessi Stati Uniti.

Una fase storica che, nelle sue parole, potrebbe rivelarsi molto più pericolosa di quanto oggi molti siano disposti ad ammettere.


Fonti

I cani da riporto della controinformazione italiana e la realtà piegata all’ideologia: quando le opinioni diventano fatti

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Esiste un fenomeno sempre più evidente all’interno di una parte della controinformazione italiana. Un fenomeno che, paradossalmente, riproduce esattamente i meccanismi propagandistici che per anni sono stati denunciati nei confronti dei grandi media.

Il problema non è avere opinioni.

Il problema non è nemmeno proporre interpretazioni alternative.

Il problema nasce quando le interpretazioni vengono presentate come fatti accertati e quando ogni evento viene piegato per confermare una visione ideologica preesistente.

La ricerca della verità viene sostituita dalla ricerca della conferma.

Le dichiarazioni mai avvenute diventano fatti

Negli ultimi giorni, alcuni esponenti della controinformazione hanno costruito un’intera analisi geopolitica partendo da una frase attribuita a Donald Trump secondo cui Giorgia Meloni lo avrebbe “implorato” per una fotografia e gli avrebbe “fatto pena”.

Peccato che non esista alcuna conferenza stampa, alcuna intervista ufficiale, alcun comunicato della Casa Bianca o alcuna registrazione che documenti tali parole.

Eppure, da questa frase mai verificata, è stata costruita un’intera teoria sulla rottura definitiva tra Italia e Stati Uniti.

Non si parte dai fatti per arrivare alle conclusioni.

Si parte dalle conclusioni e si cercano elementi per sostenerle.

La sconfitta che esiste perché si è deciso che esiste

Secondo questa narrativa, Donald Trump avrebbe subito una clamorosa sconfitta in Iran.

La prova?

Il fatto che l’Iran esista ancora.

Una tesi curiosa.

Perché la sopravvivenza di uno Stato non equivale automaticamente alla vittoria geopolitica.

Eppure viene presentata come una verità autoevidente.

Contemporaneamente si sostiene che l’Iran avrebbe addirittura diviso gli Stati Uniti e Israele, incrinando un’alleanza storica.

Anche qui le prove non vengono fornite.

Washington continua a garantire aiuti militari a Israele.

Le cooperazioni strategiche proseguono.

Le differenze tattiche vengono trasformate in una frattura epocale.

La diagnosi psicologica fatta dai commentatori

Un’altra caratteristica tipica di questa propaganda consiste nel trasformare giudizi politici in diagnosi psicologiche.

Un leader viene definito emotivamente instabile.

Si mette in dubbio la sua salute mentale.

Si citano impressioni personali di altri leader politici.

Ma una valutazione politica non è una diagnosi medica.

La psicologia non può essere sostituita dalle simpatie ideologiche.

Le grandi semplificazioni

Secondo alcuni commentatori, rompere con gli Stati Uniti e orientarsi verso Russia, Cina e Iran porterebbe “soltanto vantaggi”.

Soltanto vantaggi.

Come se non esistessero:

  • rapporti commerciali;
  • investimenti;
  • alleanze strategiche;
  • mercati finanziari;
  • interdipendenze industriali.

La complessità viene sostituita da slogan.

La geopolitica viene ridotta a una partita tra buoni e cattivi.

Washington decide tutto

Un’altra affermazione ricorrente sostiene che i principali ministeri italiani verrebbero scelti da Washington.

Un’accusa enorme.

Che, se fosse vera, rappresenterebbe uno scandalo storico senza precedenti.

Eppure non vengono mostrati documenti.

Non vengono presentate prove.

Non vengono indicate fonti.

Si pretende che l’affermazione venga accettata per fede.

La paura dell’islamismo sarebbe una costruzione propagandistica

Tra le affermazioni più sorprendenti vi è quella secondo cui il tema dell’islamizzazione verrebbe utilizzato esclusivamente per giustificare Israele.

Una teoria che ignora completamente decenni di storia.

Al-Qaeda.

ISIS.

Madrid.

Londra.

Bruxelles.

Parigi.

Nizza.

Il Bataclan.

Il 7 ottobre.

Tutti eventi documentati.

Riconoscere l’esistenza del terrorismo islamista non significa accusare l’intero mondo musulmano.

Così come riconoscere l’estremismo jihadista non significa negare il diritto di criticare le politiche del governo israeliano.

Ma ridurre tutto a una gigantesca operazione mediatica significa sostituire la storia con l’ideologia.

Le lobby israeliane controllano tutto

Secondo questa visione, le elezioni americane sarebbero finanziate dalle lobby israeliane.

Tutto ricondotto sempre allo stesso schema.

Ma la realtà è infinitamente più articolata.

Negli Stati Uniti agiscono:

  • colossi tecnologici;
  • fondi finanziari;
  • industria farmaceutica;
  • settore energetico;
  • sindacati;
  • gruppi ambientalisti;
  • organizzazioni religiose;
  • lobby industriali;
  • gruppi pro-Israele;
  • gruppi pro-palestinesi.

Ridurre ogni fenomeno politico a un’unica causa rappresenta la negazione stessa dell’analisi.

Le accuse economiche senza prove

Si arriva persino a sostenere che Trump e la sua famiglia avrebbero guadagnato centinaia di milioni di dollari grazie alla guerra attraverso operazioni speculative.

Si parla di inchieste.

Si parla di prove.

Ma le prove non vengono mostrate.

Le inchieste non vengono citate.

Le autorità competenti non vengono nominate.

L’accusa resta sospesa nel vuoto.

Ma viene ugualmente proposta al pubblico come se fosse già una verità dimostrata.

La contraddizione permanente

La stessa persona può essere descritta contemporaneamente come:

  • espressione delle oligarchie neoliberali;
  • uomo di Peter Thiel ed Elon Musk;
  • difensore del dollaro globale;

e pochi minuti dopo diventare:

  • il distruttore del vecchio sistema;
  • il promotore del multipolarismo;
  • il picconatore dell’ordine mondiale.

Le due tesi si escludono a vicenda.

Ma nella propaganda le contraddizioni non rappresentano un problema.

L’importante è che il messaggio rafforzi la narrativa del momento.

La nuova religione

Il paradosso è che una parte della controinformazione ha smesso di fare informazione.

È diventata una forma di fede.

Chi appartiene al gruppo ha sempre ragione.

Chi dissente viene accusato di essere:

  • servo del sistema;
  • globalista;
  • infiltrato;
  • sionista;
  • agente del nemico.

Il pensiero critico lascia il posto al tifo.

Le prove diventano secondarie.

Le convinzioni diventano dogmi.

E così, nel tentativo di combattere la propaganda, si finisce per produrre una propaganda ancora più aggressiva, più emotiva e più ideologica.

Una propaganda che pretende di essere libera semplicemente perché si definisce “alternativa”.

Ma una bugia non diventa vera soltanto perché viene pronunciata fuori dai grandi media.

E la verità non cambia a seconda della fazione politica o geopolitica di appartenenza.

Perché la ricerca della verità dovrebbe avere un solo padrone.

I fatti.

E i fatti, molto spesso, hanno il brutto vizio di non obbedire alle ideologie.


Fonti e approfondimenti

Edward Bernays e la propaganda

Psicologia delle masse e manipolazione

Bibliografia consigliata

  • Edward L. Bernays, Propaganda.
  • Edward L. Bernays, Crystallizing Public Opinion.
  • Edward L. Bernays, The Engineering of Consent.
  • Walter Lippmann, L’opinione pubblica.
  • Gustave Le Bon, Psicologia delle folle.
  • Jacques Ellul, Propaganda.
  • Noam Chomsky ed Edward Herman, La fabbrica del consenso.
  • Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo.
  • Jean Baudrillard, Simulacri e impostura.

Questi testi e studi permettono di comprendere come la propaganda, la selezione delle informazioni, la costruzione delle narrative e la manipolazione emotiva non siano fenomeni esclusivi dei media mainstream, ma possano manifestarsi anche all’interno della cosiddetta controinformazione, quando l’ideologia prevale sulla verifica dei fatti.


Link e fonti da inserire alla fine dell’articolo

Terrorismo islamista e jihadismo

Al-Qaeda

ISIS

Hamas

Hezbollah

Attentati terroristici

11 settembre 2001

Bataclan – Parigi 2015

Attentati di Madrid 2004

Attentati di Londra 2005

Attentato di Nizza 2016

Attentati di Bruxelles 2016

Attacco del 7 ottobre 2023

Islamismo politico

Propaganda e manipolazione dell’informazione


Approfondimenti consigliati

  • Lorenzo Vidino, Il jihadismo autoctono in Italia.
  • Gilles Kepel, Terrore e Martirio.
  • Olivier Roy, L’Islam globalizzato.
  • Bruce Hoffman, Inside Terrorism.
  • Jessica Stern, Terror in the Name of God.
  • Walter Laqueur, The Age of Terrorism.

Queste fonti mostrano che il terrorismo jihadista e l’islamismo radicale sono fenomeni storicamente documentati e studiati da governi, università, organismi internazionali e specialisti del settore, e non possono essere liquidati come semplici costruzioni propagandistiche.

I cani da riporto della controinformazione italiana: quando la propaganda sostituisce i fatti

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Negli ultimi anni una parte consistente della cosiddetta controinformazione italiana ha finito per sviluppare gli stessi meccanismi propagandistici che per decenni ha denunciato nei media mainstream. Con una differenza fondamentale: mentre i grandi mezzi di comunicazione vengono accusati di manipolare la realtà per difendere il potere costituito, una certa controinformazione ha iniziato a deformare sistematicamente i fatti per sostenere le proprie convinzioni ideologiche.

La ricerca della verità è stata progressivamente sostituita dalla ricerca della conferma.

Non importa più cosa sia realmente accaduto.

Importa soltanto se un determinato evento può essere piegato per rafforzare la narrazione già prestabilita.

Le ipotesi diventano fatti

Uno degli aspetti più preoccupanti consiste nella continua trasformazione di ipotesi, impressioni o interpretazioni personali in verità assolute.

Un’indiscrezione diventa una prova.

Un sospetto si trasforma in una certezza.

Una divergenza diplomatica viene descritta come una rottura irreparabile.

Una dichiarazione non verificata viene trattata come un fatto storico.

Il problema non è proporre interpretazioni alternative. Il pluralismo delle idee è essenziale.

Il problema nasce quando le opinioni vengono presentate come fatti dimostrati senza alcuna documentazione verificabile.

La realtà viene adattata alla narrativa

Quando i fatti non confermano la visione ideologica, vengono semplicemente reinterpretati.

Se un evento favorisce la propria narrativa, esso viene amplificato.

Se la contraddice, viene minimizzato, ignorato o completamente capovolto.

Così una trattativa diplomatica diventa automaticamente una “sconfitta”.

Un compromesso viene presentato come una “resa”.

Una divergenza tattica viene trasformata in una “guerra tra alleati”.

Le sfumature spariscono.

Rimane soltanto la propaganda.

Lo stesso schema che si attribuisce ai media mainstream

Per anni questa parte della controinformazione ha accusato giornali e televisioni di:

  • selezionare le informazioni;
  • manipolare i contesti;
  • omettere elementi scomodi;
  • costruire narrazioni ideologiche;
  • confondere opinioni e fatti.

Eppure, sempre più spesso, utilizza esattamente gli stessi strumenti.

Cambia solamente il colore della propaganda.

Ma la propaganda resta propaganda.

La costruzione dei nemici assoluti

Un altro meccanismo tipico consiste nel dividere il mondo in maniera manichea.

Da una parte i “buoni”.

Dall’altra i “cattivi”.

Non esistono più complessità.

Non esistono interessi multipli.

Non esistono divergenze interne.

Ogni evento internazionale viene letto attraverso schemi rigidissimi:

  • tutto è controllato da qualcuno;
  • ogni crisi è pianificata;
  • ogni conflitto ha un unico responsabile;
  • ogni fenomeno sociale è una costruzione artificiale.

La realtà, però, è infinitamente più complessa delle categorie ideologiche.

La sostituzione dell’analisi con la fede

Il vero problema nasce quando la controinformazione smette di fare controinformazione e comincia a comportarsi come una religione.

Chi appartiene alla propria fazione ha sempre ragione.

Chi pone dubbi viene immediatamente etichettato come:

  • servo del sistema;
  • infiltrato;
  • globalista;
  • agente;
  • traditore.

L’analisi lascia spazio al tifo.

Il pensiero critico viene sostituito dalla fede.

E la fede, per definizione, non necessita di prove.

L’uso selettivo delle fonti

Le fonti vengono utilizzate in maniera strumentale.

Quando una fonte conferma la narrativa desiderata, viene considerata affidabile.

Quando la stessa fonte produce dati contrari, improvvisamente diventa parte del sistema.

Si verifica così una curiosa schizofrenia informativa:

si crede ciecamente a ciò che conferma le proprie convinzioni e si rifiuta tutto ciò che le mette in discussione.

Non è ricerca della verità.

È conferma dei propri pregiudizi.

Il paradosso della controinformazione

La grande ironia è che molti di coloro che si definiscono combattenti contro la propaganda finiscono per diventare essi stessi produttori di propaganda.

Denunciano la manipolazione ma manipolano.

Accusano gli altri di selezionare le notizie ma selezionano le notizie.

Parlano di pensiero critico ma pretendono adesione totale alle loro tesi.

Condannano il tifo ideologico ma vivono di tifoserie.

Combattono il conformismo producendo un nuovo conformismo.

La verità non appartiene a nessuno

La verità non è né di destra né di sinistra.

Non è atlantista né multipolare.

Non è sovranista né globalista.

Non è mainstream né alternativa.

La verità richiede qualcosa di molto più difficile:

la disponibilità a mettere continuamente in discussione le proprie convinzioni.

Perché il vero giornalismo non consiste nel trovare argomenti a sostegno delle proprie idee.

Consiste nel seguire i fatti, anche quando questi smentiscono ciò che vorremmo fosse vero.

Ed è proprio qui che una parte della controinformazione italiana sembra essersi smarrita.

Nel momento in cui l’ideologia prende il posto della realtà, la controinformazione cessa di essere uno strumento di libertà e si trasforma semplicemente in un’altra forma di propaganda.

Più arrabbiata.

Più settaria.

Ma non meno manipolatoria di quella che pretende di combattere.


Link e fonti consigliate da inserire alla fine dell’articolo

Sul concetto di propaganda e manipolazione delle masse

Studi e ricerche sulla propaganda e la disinformazione

Approfondimenti storici


Bibliografia essenziale

  • Edward L. Bernays, Propaganda. Come manipolare l’opinione pubblica.
  • Walter Lippmann, L’opinione pubblica.
  • Gustave Le Bon, Psicologia delle folle.
  • Jacques Ellul, Propaganda.
  • Noam Chomsky e Edward Herman, La fabbrica del consenso.

Questi riferimenti permettono di mostrare come la manipolazione dell’informazione, la costruzione delle narrative e la selezione dei fatti siano fenomeni studiati da oltre un secolo e non appartengano esclusivamente ai media mainstream, ma possano manifestarsi anche all’interno della cosiddetta controinformazione.

La falsa indignazione di informazione e controinformazione: l’ennesima fake news costruita su Trump

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Ancora una volta si assiste a uno spettacolo ormai diventato quasi rituale. Informazione mainstream e controinformazione apparentemente antagonista, pur dichiarandosi su fronti opposti, finiscono per alimentare la stessa dinamica: prendere una voce non verificata, trasformarla in una certezza assoluta e costruirci sopra ore di commenti indignati.

L’ultima vicenda riguarda una presunta durissima reprimenda di Donald Trump contro il presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni.

Secondo la narrazione diffusa sui social e rilanciata da numerosi siti e commentatori, Trump avrebbe “demolito” politicamente la premier italiana, accusandola di aver cercato un riavvicinamento con Washington dopo essersi opposta agli sforzi americani per impedire all’Iran di ottenere armi nucleari.

Alla presunta lista di accuse si sarebbero aggiunte affermazioni secondo cui Meloni avrebbe insistito per ottenere fotografie con Trump durante il G7, che la sua popolarità sarebbe in calo e che l’Italia avrebbe addirittura negato agli Stati Uniti l’utilizzo di piste e infrastrutture aeroportuali, creando problemi logistici alle forze americane.

Il tutto condito dalla classica conclusione secondo cui Trump sarebbe profondamente scontento sia dell’Italia sia della NATO.

Il problema è uno solo: dove sono le prove?

Come accade sempre più spesso, migliaia di persone si sono indignate prima ancora di verificare se tali dichiarazioni fossero realmente avvenute.

Dove sarebbe il video?

Dove sarebbe la trascrizione ufficiale?

Dove sarebbe il comunicato della Casa Bianca?

Dove sarebbe l’intervista?

Dove sarebbe il post pubblicato da Trump?

Le frasi attribuite al presidente americano sono state rilanciate attraverso una catena di copie e condivisioni nella quale spesso si perde completamente l’origine primaria della notizia.

Si crea così il classico effetto valanga: un sito cita un account social, un altro sito cita il primo sito, alcuni influencer rilanciano il tutto e, nel giro di poche ore, un’informazione non verificata viene percepita come un fatto accertato.

Mainstream e controinformazione: due facce della stessa medaglia

La cosa più curiosa è che questa dinamica coinvolge tanto il mondo dell’informazione tradizionale quanto quello della cosiddetta controinformazione.

I primi utilizzano spesso qualsiasi presunta dichiarazione di Trump per confermare la narrativa del leader impulsivo e aggressivo.

I secondi, invece, utilizzano le stesse notizie per alimentare rabbia, indignazione e polarizzazione.

Cambiano i destinatari dell’odio, ma il meccanismo rimane identico.

Nessuno verifica.

Nessuno cerca la fonte primaria.

Nessuno si domanda se quelle parole siano realmente state pronunciate.

L’importante è poter trasformare immediatamente una voce in un’arma politica.

Il giornalismo dovrebbe partire dalle fonti, non dalle emozioni

Attribuire parole a un capo di Stato senza fornire alcuna prova rappresenta una pratica estremamente pericolosa.

La regola fondamentale del giornalismo è sempre stata una:

prima si verificano i fatti, poi si costruiscono i commenti.

Non il contrario.

Altrimenti si entra nel terreno della propaganda, dove l’obiettivo non è più informare ma provocare reazioni emotive.

La nuova economia dell’indignazione

Viviamo in un ecosistema mediatico nel quale l’indignazione è diventata una moneta.

Più una notizia è scandalosa, più genera clic.

Più genera rabbia, più viene condivisa.

Più viene condivisa, più produce visualizzazioni e guadagni.

E così la verifica delle fonti diventa un ostacolo da aggirare, mentre la velocità della diffusione prevale sulla ricerca della verità.

Il vero problema non è Trump

Che si ami o si detesti Donald Trump è del tutto irrilevante.

Il problema non riguarda Trump.

Il problema riguarda un sistema mediatico che troppo spesso sostituisce i fatti con le emozioni e la verifica con la propaganda.

Perché una notizia falsa resta falsa indipendentemente dal bersaglio.

E quando informazione e controinformazione finiscono per comportarsi nello stesso identico modo, cambiando soltanto la bandiera sotto la quale si schierano, forse è il caso di domandarsi se non siano diventate, in fondo, parte dello stesso meccanismo.

Prima di indignarsi, sarebbe opportuno porsi una domanda molto semplice:

«Dove si trova la fonte originale?»

Perché senza una fonte verificabile, anche la notizia più clamorosa rischia di essere soltanto l’ennesima fake news destinata a diventare virale.


Fonti e link utili

Casa Bianca

Account ufficiale di Donald Trump su Truth Social

Account ufficiale della Casa Bianca su X

Presidenza del Consiglio dei Ministri

NATO

G7 Canada 2026

Verifica delle dichiarazioni ufficiali del Presidente degli Stati Uniti

Archivio dei discorsi e delle dichiarazioni presidenziali

Fact-checking e verifica delle notizie

Truth Social (ricerca post di Trump)


Fonti da verificare prima di attribuire dichiarazioni a un capo di Stato

  • Comunicato ufficiale della Casa Bianca.
  • Trascrizione ufficiale di un discorso o di un’intervista.
  • Video integrale dell’intervento.
  • Post pubblicato direttamente dall’interessato.
  • Conferenza stampa registrata.
  • Fonti giornalistiche che riportino la dichiarazione con citazione diretta e verificabile.

In assenza di questi elementi, qualsiasi frase attribuita a Donald Trump, Giorgia Meloni o a qualsiasi altro leader politico dovrebbe essere trattata con estrema cautela e sottoposta a verifica prima di essere considerata autentica.

I cani da riporto della controinformazione italiana e il paradosso Trump: urlano contro l’America mentre gli Stati Uniti sono gli unici a sfidare molti dei sistemi che denunciano

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Esiste un fenomeno curioso che caratterizza ormai una parte consistente della controinformazione italiana. Da anni essa costruisce gran parte della propria identità politica e culturale attorno a un riflesso quasi pavloviano: qualsiasi cosa faccia Donald Trump, qualsiasi posizione assuma la sua amministrazione, qualsiasi provvedimento venga adottato dagli Stati Uniti, la reazione è sempre la stessa.

Attaccare.

Criticare.

Demonizzare.

Trump è diventato, per molti, il nemico perfetto. Non importa quali politiche vengano realmente adottate. Non importano i fatti. Non importano i risultati concreti. L’antiamericanismo e l’antitrumpismo sono diventati una religione.

Ed è proprio qui che emerge un paradosso straordinario.

Le scie chimiche e il primo bando negli Stati Uniti

Per anni la controinformazione italiana ha denunciato il fenomeno delle scie chimiche come una minaccia globale. Eppure, quando diversi Stati americani hanno iniziato a introdurre normative e divieti contro le operazioni di geoingegneria atmosferica, il silenzio è stato quasi totale.

Secondo i sostenitori di queste teorie, il problema sarebbe enorme e planetario.

Eppure, proprio l’America tanto odiata è diventata il primo Paese al mondo a vedere una mobilitazione legislativa in decine di Stati federati.

Covid e ricerca sulle responsabilità

Per anni la controinformazione italiana ha sostenuto che nessuno avrebbe mai indagato seriamente sulle origini del Covid-19.

Eppure sono stati proprio gli Stati Uniti ad aprire commissioni parlamentari, declassificare documenti, analizzare il ruolo dell’Istituto di Virologia di Wuhan e avviare inchieste sui possibili finanziamenti alla ricerca gain-of-function.

Nel frattempo, molti dei Paesi presentati come “alternativi” hanno mantenuto una posizione molto più prudente o hanno evitato accuratamente qualsiasi confronto con Pechino.

Vaccini e obblighi

Per anni una parte della controinformazione italiana ha denunciato gli obblighi vaccinali.

Ma ancora una volta emerge una contraddizione.

Negli Stati Uniti numerosi Stati hanno limitato o eliminato gli obblighi, mentre il dibattito scientifico sulle politiche vaccinali pediatriche è stato riaperto e nuove indagini sono state avviate.

Eppure tutto questo viene spesso ignorato da chi continua a descrivere gli Stati Uniti come il centro assoluto del “bio-controllo”.

CBDC e moneta programmabile

Le CBDC vengono descritte da anni come uno degli strumenti più pericolosi per la libertà individuale.

Eppure proprio gli Stati Uniti, sotto l’amministrazione Trump, hanno adottato una posizione apertamente contraria alla creazione di una valuta digitale della Federal Reserve.

Nel frattempo:

  • Cina;
  • Unione Europea;
  • numerose banche centrali;

continuano a sviluppare i propri progetti di moneta digitale.

Ma i cani da riporto della controinformazione italiana continuano a concentrare le proprie accuse esclusivamente contro Washington.

Identità digitale e controllo centralizzato

Mentre l’Europa accelera verso il portafoglio digitale europeo e la Cina integra identità digitale, credito sociale e sistemi di sorveglianza, gli Stati Uniti continuano a mantenere un approccio molto più frammentato e diffidente nei confronti di sistemi federali centralizzati.

Anche in questo caso, la narrativa dominante nella controinformazione sembra ignorare completamente i fatti.

L’intelligenza artificiale e il modello cinese

Molti trascorrono le giornate denunciando Palantir, Peter Thiel e Silicon Valley.

Molto meno interesse suscitano:

  • il credito sociale cinese;
  • il riconoscimento facciale di massa;
  • il Great Firewall;
  • la centralizzazione dell’intelligenza artificiale nelle mani dello Stato;
  • l’integrazione tra dati, finanza e sorveglianza.

Paradossalmente, chi denuncia ossessivamente il “totalitarismo americano” sembra non trovare nulla di particolarmente preoccupante nel più grande sistema di controllo digitale mai costruito nella storia.

Banche centrali e stablecoin

Per anni la controinformazione ha denunciato il potere delle banche centrali.

Eppure proprio negli Stati Uniti si sta sviluppando una strategia alternativa basata sulle stablecoin private e sulla concorrenza monetaria, mentre altre aree del mondo puntano alla centralizzazione attraverso le CBDC.

Ma anche questo elemento raramente trova spazio nelle analisi dei professionisti dell’indignazione permanente.

NATO e ridimensionamento americano

Per anni la controinformazione italiana ha accusato la NATO di essere uno strumento dell’imperialismo americano.

Eppure proprio Trump ha più volte:

  • criticato l’Alleanza Atlantica;
  • minacciato un ridimensionamento dell’impegno americano;
  • chiesto agli alleati europei di assumersi maggiori responsabilità;
  • messo in discussione il ruolo tradizionale degli Stati Uniti come “poliziotto del mondo”.

Ma tutto questo sembra non essere mai abbastanza per coloro che hanno bisogno di un nemico permanente.

Sionismo e Israele

Forse il paradosso più grande riguarda Israele.

Molti ambienti della controinformazione passano le giornate a urlare slogan contro il sionismo.

Ma gli slogan non sono politica.

Negli ultimi anni si sono registrati momenti di forte tensione e divergenza tra Washington e il governo israeliano.

Al contrario, molti Paesi celebrati come pilastri del multipolarismo mantengono relazioni economiche e diplomatiche estremamente pragmatiche con Israele, spesso lontane dalla retorica incendiaria utilizzata sui social.

L’ideologia prima dei fatti

Il problema fondamentale è che per una parte della controinformazione italiana i fatti non contano più.

Conta l’ideologia.

Conta la narrativa.

Conta mantenere vivo il mito dell’America come fonte di ogni male.

Così si finisce per ignorare sistematicamente tutto ciò che contraddice questo schema mentale.

Non importa se:

  • gli Stati Uniti vietano le CBDC;
  • si oppongono all’identità digitale centralizzata;
  • riaprono il dibattito sui vaccini;
  • indagano sulle origini del Covid;
  • mettono in discussione la NATO;
  • criticano Israele;
  • ostacolano il modello cinese di controllo digitale.

Per i cani da riporto della controinformazione italiana la conclusione è già scritta prima ancora che i fatti si manifestino.

Trump deve essere il cattivo.

L’America deve essere il nemico.

Il multipolarismo deve essere il bene.

Il suicidio intellettuale della controinformazione

La vera tragedia è che una parte della controinformazione ha smesso da tempo di essere controinformazione.

Si è trasformata in una contro-propaganda.

Ha sostituito l’analisi con il tifo.

Ha sostituito i fatti con i riflessi ideologici.

Ha sostituito la ricerca della verità con la necessità di confermare le proprie convinzioni.

E così, nel tentativo di combattere il sistema, rischia di diventare soltanto un’altra forma di conformismo.

Perché il vero spirito critico non consiste nel dare automaticamente contro agli Stati Uniti.

Consiste nel seguire i fatti anche quando essi contraddicono le proprie convinzioni.

Ed è proprio questo che i cani da riporto della controinformazione italiana sembrano aver dimenticato da molto tempo.


Fonti e approfondimenti

CBDC e divieto del dollaro digitale negli Stati Uniti

Casa Bianca – Executive Order “Strengthening American Leadership in Digital Financial Technology”

https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/01/strengthening-american-leadership-in-digital-financial-technology

Ordine esecutivo del 23 gennaio 2025 che revoca l’ordine di Biden del 2022 e vieta alle agenzie federali di promuovere o sviluppare una CBDC americana.


White House Fact Sheet

https://www.whitehouse.gov/fact-sheets/2025/01/fact-sheet-executive-order-to-establish-united-states-leadership-in-digital-financial-technology

La scheda ufficiale conferma che l’amministrazione Trump proibisce la creazione, emissione o promozione di una Central Bank Digital Currency.


Reuters – Il divieto americano apre la strada a Cina ed Europa

https://www.reuters.com/markets/currencies/trumps-digital-dollar-ban-gives-china-europes-cbdcs-free-rein-2025-01-28

Reuters evidenzia come il bando statunitense abbia lasciato Cina ed Europa come principali promotori delle CBDC.


Elenco mondiale delle CBDC

https://en.wikipedia.org/wiki/Central_bank_digital_currencies_by_country

Panoramica dei progetti di valute digitali delle banche centrali nel mondo e dello stop imposto dagli Stati Uniti nel 2025.


Stablecoin come alternativa alle CBDC

Reed Smith – Analisi dell’Executive Order

https://www.reedsmith.com/articles/trump-signs-executive-order-digital-assets-american-financial-technology

L’ordine esecutivo sostiene esplicitamente le stablecoin ancorate al dollaro e considera le CBDC una minaccia per privacy e sovranità.


Carlton Fields – Trump Administration’s Executive Order on Digital Assets

https://www.carltonfields.com/insights/publications/2025/trump-administrations-executive-order-on-digital-assets-a-significant-shift-in-u-s-crypto-policy

Approfondimento sul sostegno dell’amministrazione Trump alle stablecoin private e sul divieto delle CBDC.


Revoca delle iniziative federali sull’identità digitale

Federal News Network

Analisi dell’ordine esecutivo del giugno 2025 che elimina diverse direttive federali sull’identità digitale introdotte dall’amministrazione precedente.


Origini del Covid e indagini americane

Select Subcommittee on the Coronavirus Pandemic

https://oversight.house.gov/subcommittee/select-subcommittee-on-the-coronavirus-pandemic

Commissione d’inchiesta del Congresso americano sulle origini del Covid e sulla ricerca gain-of-function.


House Oversight Committee

https://oversight.house.gov

Documenti e audizioni sulle responsabilità della pandemia.


CIA – Covid-19 Origins

https://www.cia.gov

Rapporti e valutazioni sulle possibili origini del virus.


Robert F. Kennedy Jr. e la revisione delle politiche vaccinali

Department of Health and Human Services

https://www.hhs.gov


Centers for Disease Control and Prevention

https://www.cdc.gov


National Institutes of Health

https://www.nih.gov


Opposizione al modello cinese di controllo digitale

Human Rights Watch

https://www.hrw.org/news/2020/09/01/china-great-firewall-changing-generation

Analisi sul sistema di censura e controllo dell’informazione cinese.


Stanford University – Social Credit System

https://sccei.fsi.stanford.edu/china-briefs/assessing-chinas-national-model-social-credit-system

Studio sul sistema di credito sociale cinese.


Great Firewall Project

https://en.wikipedia.org/wiki/Great_Firewall

Panoramica sul sistema di censura e filtraggio di internet in Cina.


Digital Services Act europeo

Commissione Europea

https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/digital-services-act-package


European Commission

https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/priorities-2019-2024/europe-fit-digital-age/digital-services-act_en

Documentazione ufficiale sul Digital Services Act.


Identità Digitale Europea

European Digital Identity

https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/european-digital-identity


EUDI Wallet

https://ec.europa.eu/digital-building-blocks/sites/spaces/EUDIGITALIDENTITYWALLET


NATO e critiche di Trump

NATO Official Website

https://www.nato.int


Council on Foreign Relations

https://www.cfr.org/backgrounder/how-trump-has-changed-nato

Analisi sulle posizioni di Trump riguardo al ridimensionamento del ruolo americano nella NATO.


Rapporti USA-Israele e tensioni con Netanyahu

Reuters

https://www.reuters.com/world/us


Times of Israel

https://www.timesofisrael.com


Axios

https://www.axios.com

Approfondimenti sulle divergenze tra amministrazione Trump e governo israeliano.


Elenco degli ordini esecutivi del secondo mandato Trump

https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_executive_orders_in_the_second_Trump_presidency

Panoramica delle principali iniziative dell’amministrazione Trump dal 2025 in avanti.

Queste fonti permettono di verificare direttamente molte delle politiche adottate dall’amministrazione Trump in materia di CBDC, identità digitale, stablecoin, Covid, NATO e rapporti internazionali.

I cani da riporto della controinformazione italiana e il paradosso delle CBDC: mentre urlano contro l’imperialismo americano, aiutano il vero progetto del controllo sociale

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C’è qualcosa di profondamente ironico e, allo stesso tempo, inquietante, nel panorama della controinformazione italiana contemporanea. Molti di coloro che ogni giorno si proclamano “anti-imperialisti”, “anti-globalisti”, “antisistema” e “antisionisti” finiscono spesso per sostenere proprio quei modelli che, se realizzati su scala planetaria, rappresenterebbero il più grande strumento di controllo sociale mai concepito.

Il paradosso è evidente.

Mentre accusano gli Stati Uniti di essere il centro di ogni male, ignorano o minimizzano il fatto che proprio l’amministrazione americana, almeno sotto Donald Trump, si è espressa contro le valute digitali delle banche centrali (CBDC) e contro l’idea di un’identità digitale federale obbligatoria.

Allo stesso tempo, molti di questi ambienti guardano con simpatia, quando non con aperta ammirazione, a Paesi che stanno costruendo sistemi sempre più integrati di:

  • identità digitale;
  • moneta programmabile;
  • sorveglianza finanziaria;
  • intelligenza artificiale;
  • controllo delle informazioni;
  • sistemi di credito sociale.

L’America demonizzata e la realtà delle CBDC

Negli ultimi anni numerosi esponenti del mondo conservatore americano, libertario e repubblicano hanno espresso una forte opposizione alle Central Bank Digital Currencies.

La preoccupazione è semplice.

Una moneta digitale emessa direttamente dalla banca centrale potrebbe teoricamente consentire:

  • tracciamento totale delle transazioni;
  • denaro programmabile;
  • blocco selettivo dei pagamenti;
  • scadenza del denaro;
  • restrizioni sui consumi;
  • sistemi di punteggio sociale.

Non a caso diversi Stati americani hanno approvato leggi per ostacolare l’introduzione delle CBDC e Donald Trump ha dichiarato pubblicamente la propria opposizione a una valuta digitale della Federal Reserve.

Eppure tutto questo viene quasi ignorato dalla controinformazione italiana.

L’entusiasmo ideologico per i modelli centralizzati

La stessa controinformazione che denuncia ogni giorno Wall Street, il capitalismo e la Silicon Valley mostra spesso una sorprendente indulgenza nei confronti di sistemi molto più centralizzati.

La Cina viene presentata come alternativa al globalismo.

I BRICS vengono descritti come la liberazione definitiva.

Le CBDC vengono dipinte come strumenti di emancipazione dal dollaro.

Eppure pochi sembrano chiedersi:

liberazione per chi?

Perché una CBDC non è semplicemente una nuova moneta.

È un’infrastruttura di potere.

È la possibilità di collegare:

  • identità digitale;
  • conti bancari;
  • intelligenza artificiale;
  • credito sociale;
  • consumi;
  • dati sanitari;
  • mobilità;
  • tassazione.

In altre parole, la CBDC rappresenta la spina dorsale di un sistema di controllo sociale senza precedenti.

Il grande paradosso dei nuovi “anti-imperialisti”

La contraddizione è straordinaria.

Con slogan contro:

  • sionismo;
  • imperialismo;
  • globalismo;
  • élite finanziarie;

molti cani da riporto della controinformazione italiana finiscono per sostenere sistemi che renderebbero possibile il sogno di qualunque tecnocrazia mondiale.

Perché se esiste uno strumento capace di realizzare un controllo capillare delle popolazioni, questo è proprio la combinazione tra:

  • CBDC;
  • identità digitale;
  • intelligenza artificiale;
  • censura algoritmica;
  • sorveglianza permanente.

Ed è qui che emerge un paradosso storico quasi grottesco.

Coloro che si dichiarano nemici del “Nuovo Ordine Mondiale” rischiano di diventare i suoi più inconsapevoli alleati.

Il sogno delle vecchie élite

Da oltre un secolo esistono studi, progetti e visioni che immaginano una società sempre più pianificata e centralizzata.

Molti autori e ricercatori hanno interpretato alcune idee sviluppate in ambienti finanziari e tecnocratici legati a grandi famiglie industriali e bancarie come espressione di una tendenza verso una governance globale più integrata.

Al di là delle interpretazioni e delle teorie che circolano, una cosa è certa:

qualsiasi sistema che concentri nelle stesse mani:

  • denaro;
  • identità;
  • dati;
  • intelligenza artificiale;
  • informazione;

costituisce un potere enormemente superiore a qualsiasi monopolio economico del passato.

E paradossalmente alcuni ambienti che si proclamano anti-Rothschild, anti-Rockefeller e anti-globalisti sembrano non rendersi conto che stanno sostenendo gli strumenti che renderebbero possibile proprio quel tipo di società altamente centralizzata che dichiarano di combattere.

L’ideologia prima della libertà

La verità è che per una parte della controinformazione italiana il problema non è il controllo.

Il problema è chi esercita il controllo.

Se il controllo è americano, allora diventa il male assoluto.

Se il controllo arriva da Pechino, da Bruxelles o da sistemi che si presentano come “multipolari”, improvvisamente diventa accettabile.

È una forma di tribalismo ideologico.

La libertà individuale viene sacrificata sull’altare dell’antiamericanismo.

La difesa dei diritti viene subordinata alla geopolitica.

La persona viene sacrificata all’ideologia.

Il rischio del XXI secolo

Il rischio più grande non è il dollaro.

Non è Wall Street.

Non è Palantir.

Il rischio più grande è la fusione tra:

  • moneta digitale;
  • identità digitale;
  • intelligenza artificiale;
  • sistemi di sorveglianza;
  • controllo dell’informazione.

Perché una volta costruita questa architettura, il problema non sarà più se il potere sia americano, cinese, europeo o russo.

Il problema sarà che esisterà un potere capace di sapere tutto, controllare tutto e, potenzialmente, condizionare ogni aspetto della vita umana.

I cani da riporto della controinformazione e il loro suicidio ideologico

Così, mentre continuano a gridare contro l’imperialismo e contro il sionismo, molti cani da riporto della controinformazione italiana rischiano di trasformarsi nei più preziosi alleati di una società ipercontrollata.

Convinti di combattere il sistema, potrebbero finire per costruirlo.

Convinti di distruggere il globalismo, potrebbero contribuire alla nascita della più potente infrastruttura tecnocratica della storia.

E forse la più grande ironia è proprio questa.

Nel tentativo di abbattere il presunto impero americano, rischiano di preparare il terreno a qualcosa di infinitamente più invasivo:

un Leviatano digitale capace di governare non soltanto le economie, ma le coscienze stesse.

Perché la vera libertà non consiste nel sostituire un padrone con un altro.

Consiste nel non consegnare mai a nessun padrone il potere assoluto.


Fonti e approfondimenti

Opposizione degli Stati Uniti alle CBDC

Casa Bianca – Executive Order del 23 gennaio 2025

“Strengthening American Leadership in Digital Financial Technology”

https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/01/strengthening-american-leadership-in-digital-financial-technology

L’ordine esecutivo dell’amministrazione Trump proibisce alle agenzie federali di promuovere o sviluppare una Central Bank Digital Currency (CBDC).


White House Fact Sheet

https://www.presidency.ucsb.edu/documents/white-house-fact-sheet-executive-order-establish-united-states-leadership-digital

La scheda ufficiale precisa che l’ordine esecutivo vieta alle agenzie federali qualsiasi iniziativa finalizzata alla creazione o promozione di una CBDC.


TRM Labs – Analisi dell’Executive Order

https://www.trmlabs.com/resources/blog/unpacking-trumps-executive-order-on-digital-financial-technology

L’analisi evidenzia che la motivazione principale del divieto riguarda i rischi per la privacy finanziaria e l’indipendenza economica dei cittadini.


Reuters – Il divieto americano e il vantaggio per Cina ed Europa

https://www.reuters.com/markets/currencies/trumps-digital-dollar-ban-gives-china-europes-cbdcs-free-rein-2025-01-28

Reuters sottolinea come la scelta americana abbia lasciato a Cina ed Europa il ruolo di principali promotori delle valute digitali delle banche centrali.


Euro digitale e CBDC europee

Reuters – BCE e euro digitale

https://www.reuters.com/technology/ecb-pitches-digital-euro-response-trumps-crypto-push-2025-01-24

La Banca Centrale Europea considera il progetto dell’euro digitale una risposta strategica all’evoluzione del sistema finanziario globale.


Identità digitale europea

Commissione Europea – European Digital Identity

https://commission.europa.eu/topics/digital-economy-and-society/european-digital-identity_en

La Commissione Europea prevede la creazione di un portafoglio di identità digitale europeo per cittadini e imprese.


European Digital Identity Regulation

https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/eudi-regulation

Descrizione ufficiale del regolamento europeo sull’identità digitale.


EU Digital Identity Wallet Home

https://ec.europa.eu/digital-building-blocks/sites/spaces/EUDIGITALIDENTITYWALLET/pages/694487738/EU+Digital+Identity+Wallet+Home

Presentazione del progetto ufficiale della Commissione Europea.


PagoPA – Portafoglio di identità digitale europea

https://www.pagopa.it/it/prodotti-e-servizi/european-digital-identity-wallet

Pagina informativa italiana sul progetto EUDI Wallet.


Cina e controllo digitale

Great Firewall

https://en.wikipedia.org/wiki/Great_Firewall


Censura di Internet in Cina

https://en.wikipedia.org/wiki/Internet_censorship_in_China


Human Rights Watch

“In China, the Great Firewall Is Changing a Generation”

https://www.hrw.org/news/2020/09/01/china-great-firewall-changing-generation


Sistema di credito sociale cinese

Stanford University

https://sccei.fsi.stanford.edu/china-briefs/assessing-chinas-national-model-social-credit-system


Princeton Journal

https://jpia.princeton.edu/news/social-credit-system-not-just-another-chinese-idiosyncrasy


Bertelsmann Stiftung

https://www.bertelsmann-stiftung.de/fileadmin/files/aam/Asia-Book_A_03_China_Social_Credit_System.pdf


Observer Research Foundation

https://www.orfonline.org/expert-speak/chinas-social-credit-system-and-information-control-regime


Studi accademici sui rischi dell’identità digitale europea

Credential Disclosure in (EU) Digital Identity Wallets

https://arxiv.org/abs/2606.06354

Studio che evidenzia i rischi di violazioni della privacy e condivisione eccessiva dei dati personali.


European Digital Identity: A Missed Opportunity?

https://arxiv.org/abs/2601.14503

Gli autori mettono in guardia dai rischi di recentralizzazione e di monitoraggio dei cittadini.


Self-Sovereign Identity and eIDAS 2.0

https://arxiv.org/abs/2601.19837

Analisi critica dell’architettura dell’identità digitale europea e delle sue implicazioni politiche e giuridiche.


TrustVault: Privacy-first Data Wallet

https://arxiv.org/abs/2210.02987

Studio sul concetto di identità decentralizzata come alternativa ai modelli centralizzati.


Controllo dell’età e dei social media nell’UE

Reuters – Age Verification App

https://www.reuters.com/legal/litigation/eu-urges-fast-rollout-age-verification-app-protect-minors-online-2026-04-29

La Commissione Europea sta accelerando l’implementazione di sistemi di verifica dell’età integrabili con il portafoglio di identità digitale europeo.


Questi riferimenti permettono di confrontare tre modelli differenti:

  • modello americano, caratterizzato dalla recente opposizione federale alle CBDC;
  • modello cinese, basato sulla centralizzazione del controllo tecnologico e dell’informazione;
  • modello europeo, fondato su identità digitale, regolamentazione e crescente integrazione dei servizi digitali.

I cani da riporto della controinformazione italiana e l’ossessione per Palantir: perché denunciano il “pericolo americano” ma tacciono sul modello cinese ed europeo di controllo digitale

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Negli ultimi anni una parte sempre più ampia della controinformazione italiana ha sviluppato una vera e propria ossessione nei confronti di Palantir, Peter Thiel, Elon Musk e delle grandi aziende tecnologiche americane. Ogni avanzamento dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti viene immediatamente descritto come l’anticamera del totalitarismo, della sorveglianza globale e della fine delle libertà individuali.

Critiche legittime, in molti casi necessarie.

Ma ciò che colpisce è l’assordante silenzio che accompagna la costruzione di sistemi di controllo ben più centralizzati e potenzialmente più pericolosi, come quello cinese e, in misura crescente, quello europeo.

Si assiste così a un curioso doppio standard: il potere privato americano viene continuamente demonizzato, mentre il potere concentrato nelle mani dello Stato viene ignorato, minimizzato o addirittura celebrato come “alternativa multipolare”.

La propaganda antiamericana e il grande punto cieco della controinformazione

Molti dei cosiddetti “anti-sistema” italiani ripetono quotidianamente che:

  • Palantir sarebbe il vero nemico;
  • Peter Thiel rappresenterebbe il volto del totalitarismo tecnologico;
  • Elon Musk costituirebbe una minaccia per la democrazia;
  • l’America sarebbe la fonte di tutti i sistemi di sorveglianza.

Eppure gli stessi ambienti dedicano pochissimo spazio al fatto che la Repubblica Popolare Cinese sta costruendo da anni il più vasto apparato di controllo sociale e centralizzazione tecnologica mai realizzato.

La domanda è inevitabile.

Come mai chi vede il totalitarismo in ogni contratto firmato da Palantir con il Pentagono sembra improvvisamente perdere interesse quando si parla di:

  • credito sociale;
  • riconoscimento facciale di massa;
  • censura centralizzata;
  • Great Firewall cinese;
  • monitoraggio delle comunicazioni;
  • integrazione tra dati bancari e identità digitali;
  • sistemi predittivi basati sull’intelligenza artificiale?

La differenza tra potere frammentato e potere centralizzato

Il problema non è l’intelligenza artificiale.

Il problema è la concentrazione del potere.

Palantir, OpenAI, Google, Microsoft, Amazon, Meta, Anthropic, Oracle e Nvidia sono soggetti privati che competono tra loro.

Possono essere:

  • regolati;
  • sottoposti a processi;
  • frammentati da leggi antitrust;
  • sostituiti da concorrenti;
  • criticati dall’opinione pubblica.

Nessuno di questi attori controlla da solo l’intero sistema.

In Cina la situazione è radicalmente diversa.

Le grandi aziende tecnologiche sono subordinate al Partito Comunista Cinese e integrate all’interno di una strategia nazionale.

Il potere politico e il potere tecnologico tendono a fondersi.

Ed è proprio questa fusione a rappresentare il vero rischio storico.

La Cina e il Leviatano digitale

Pechino ha costruito un modello in cui convergono:

  • intelligenza artificiale;
  • sistemi di videosorveglianza;
  • riconoscimento facciale;
  • dati finanziari;
  • telecomunicazioni;
  • pagamenti digitali;
  • identità elettroniche;
  • algoritmi predittivi;
  • censura delle informazioni.

Il Great Firewall cinese filtra internet, limita l’accesso alle fonti straniere e permette alle autorità di controllare in maniera capillare la circolazione delle informazioni.

Alibaba, Tencent, Huawei, Baidu e altre grandi società operano all’interno di un quadro in cui il Partito Comunista mantiene la supervisione strategica.

Eppure, stranamente, tutto questo sembra suscitare molta meno indignazione rispetto a Palantir.

Il nuovo tecnocratismo europeo

Se il modello cinese rappresenta la forma più avanzata di centralizzazione, l’Europa sembra muoversi nella stessa direzione, seppur con modalità differenti.

Negli ultimi anni Bruxelles ha progressivamente aumentato il proprio ruolo nella regolazione delle informazioni attraverso:

  • Digital Services Act;
  • sistemi di fact-checking centralizzati;
  • collaborazione con le piattaforme social;
  • moderazione algoritmica;
  • identità digitale europea;
  • sistemi di verifica dell’età;
  • strumenti contro la disinformazione.

Formalmente tutto viene giustificato con la necessità di contrastare fake news, estremismo e contenuti illegali.

Ma la logica sottostante è sempre la stessa:

filtrare, classificare e indirizzare il flusso delle informazioni.

Una logica che ricorda, almeno nelle sue premesse, quella che ha caratterizzato l’evoluzione del modello cinese.

Il paradosso degli anti-Palantir

La parte più curiosa di questa vicenda è che molti esponenti della controinformazione italiana denunciano continuamente le grandi corporation americane in nome della libertà, salvo poi guardare con simpatia o indulgenza sistemi in cui:

  • il potere politico controlla direttamente l’informazione;
  • la censura è istituzionalizzata;
  • la sorveglianza è centralizzata;
  • la concorrenza tecnologica è subordinata allo Stato;
  • i cittadini sono monitorati in maniera permanente.

È un paradosso evidente.

Si demonizza la frammentazione del potere e si finisce per legittimare la sua concentrazione.

Il vero pericolo del XXI secolo

La storia insegna che i monopoli economici possono essere spezzati.

Le aziende possono fallire.

I dirigenti possono cambiare.

Ma quando Stato, algoritmi, finanza, identità digitale, media e intelligenza artificiale convergono nelle mani di un unico centro decisionale, nasce qualcosa di qualitativamente diverso.

Un Leviatano digitale.

Un sistema capace di sapere:

  • cosa leggiamo;
  • cosa scriviamo;
  • cosa compriamo;
  • con chi parliamo;
  • quali idee sosteniamo;
  • quali contenuti possiamo vedere.

E soprattutto capace di decidere quali informazioni possano raggiungere le masse e quali debbano essere eliminate o rese invisibili.

I cani da riporto della controinformazione italiana e il loro grande silenzio

Così, mentre continuano a ripetere ossessivamente la narrativa del “pericolo americano”, molti cani da riporto della controinformazione italiana sembrano ignorare o minimizzare il problema forse più importante del nostro tempo:

la progressiva fusione tra potere politico, intelligenza artificiale e controllo dell’informazione.

Una fusione che oggi trova il suo laboratorio più avanzato nella Cina e che, sotto forme diverse, sta influenzando sempre più anche l’Europa.

Perché il problema non è se Palantir sia potente.

Il problema è chi controllerà gli algoritmi quando non esisteranno più centri di potere in concorrenza, ma un unico apparato capace di controllare contemporaneamente:

  • informazione;
  • finanza;
  • identità digitale;
  • comunicazioni;
  • sistemi di pagamento;
  • infrastrutture;
  • intelligenza artificiale.

Ed è forse proprio questo il punto che una parte della controinformazione italiana preferisce non affrontare.

Perché denunciare il “pericolo americano” è diventato facile.

Molto più difficile è riconoscere che il rischio più grande potrebbe arrivare non dalla frammentazione delle corporation private, ma dalla nascita di un sistema tecnocratico centralizzato in cui Stato e intelligenza artificiale diventano una cosa sola. ∎


Fonti e approfondimenti

Sistema di censura e controllo dell’informazione in Cina

IA, censura e sorveglianza

Studi accademici


Europa e controllo dell’informazione


Palantir e Peter Thiel

Questi riferimenti permettono di confrontare la frammentazione delle grandi aziende tecnologiche occidentali con i modelli di controllo centralizzato sviluppati in Cina e con la crescente regolamentazione digitale europea, fornendo un quadro più ampio del dibattito sul rapporto tra intelligenza artificiale, sorveglianza e libertà individuali.

Christopher Hitchens e la schiavitù barbaresca: la storia dimenticata che precede la nascita della potenza americana

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«Il fondamentalismo islamico non è stato creato dalla democrazia americana. È una bugia sostenerlo. È una bugia masochistica, che assolve i veri responsabili e attribuisce a noi la colpa degli attacchi subiti».

Con queste parole, lo scrittore e giornalista britannico-americano Christopher Hitchens affrontò uno dei temi più controversi del dibattito contemporaneo: le radici storiche del rapporto tra l’Occidente e il mondo islamico.

Per sostenere la propria posizione, Hitchens richiamava una pagina quasi dimenticata della storia: la schiavitù barbaresca e le guerre combattute dagli Stati Uniti contro le reggenze nordafricane legate all’Impero Ottomano.

La schiavitù barbaresca nel Mediterraneo

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Tra il XVI e il XIX secolo le reggenze di Algeri, Tunisi e Tripoli, formalmente appartenenti all’Impero Ottomano, svilupparono un vasto sistema di corsari e pirati che operava nel Mediterraneo e nell’Atlantico.

Le navi mercantili europee venivano assaltate e i loro equipaggi catturati. Molti prigionieri venivano liberati dietro pagamento di riscatti, altri erano invece destinati ai lavori forzati o venduti come schiavi.

Secondo le stime dello storico Robert Davis, tra il XVI e il XIX secolo oltre un milione di europei potrebbero essere stati ridotti in schiavitù. Sebbene alcuni storici discutano l’esattezza delle cifre, nessuno mette in dubbio l’esistenza di un vasto sistema schiavistico che coinvolse italiani, spagnoli, francesi, inglesi e, successivamente, anche americani.

La giovane repubblica americana diventa un bersaglio

Quando gli Stati Uniti ottennero l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1783, le loro navi persero la protezione garantita dalla Royal Navy.

Le reggenze barbaresche considerarono immediatamente i mercantili americani come facili prede.

Nel 1785 due navi statunitensi, la “Maria” e la “Dauphin”, vennero catturate al largo delle coste iberiche e i loro equipaggi finirono in schiavitù.

La nuova repubblica americana, ancora fragile e priva di una marina degna di questo nome, si trovò improvvisamente di fronte a un dilemma già noto alle monarchie europee: pagare tributi ai corsari oppure combatterli.

Jefferson e Adams incontrano l’ambasciatore di Tripoli

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Nel 1786 Thomas Jefferson e John Adams, allora rappresentanti diplomatici degli Stati Uniti in Europa, incontrarono a Londra l’ambasciatore tripolino Sidi Haji Abdrahaman.

Secondo le memorie lasciate da Jefferson, i due americani chiesero all’emissario perché gli Stati Uniti fossero oggetto di attacchi, dal momento che non avevano mai combattuto contro le potenze musulmane.

La risposta riportata da Jefferson fu che tali azioni erano considerate legittime e trovavano fondamento nelle tradizioni religiose e giuridiche del tempo.

L’incontro convinse profondamente Jefferson che la politica dei tributi non avrebbe mai garantito una pace duratura.

La risposta di Jefferson: costruire una marina

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Divenuto presidente nel 1801, Thomas Jefferson decise di interrompere il pagamento dei tributi alla Reggenza di Tripoli.

Quando il Pascià di Tripoli dichiarò guerra agli Stati Uniti, ebbe inizio la Prima Guerra Barbaresca (1801-1805).

Fu il primo conflitto combattuto dagli Stati Uniti lontano dal continente americano.

La marina statunitense e i Marines ottennero infine la vittoria, un evento che sarebbe rimasto impresso nella tradizione militare americana. Non a caso, l’inno dei Marines contiene ancora oggi il celebre verso:

“From the Halls of Montezuma to the Shores of Tripoli.”

Una seconda guerra nel 1815 pose definitivamente fine ai tributi pagati dagli Stati Uniti e sancì l’emergere della marina americana come nuova forza internazionale.

La tesi di Christopher Hitchens

Per Christopher Hitchens, questa vicenda dimostrava che i conflitti tra l’Occidente e alcune correnti radicali islamiche non potevano essere spiegati esclusivamente attraverso le politiche moderne degli Stati Uniti.

Secondo lo scrittore britannico, l’idea che l’estremismo islamico sia stato “creato” dalla politica americana rappresenta una semplificazione storica che ignora secoli di precedenti.

Hitchens riteneva che tale interpretazione finisca per attribuire ogni responsabilità all’Occidente, trascurando le dinamiche interne e le motivazioni ideologiche presenti all’interno dei movimenti estremisti.

Una pagina dimenticata della storia

La schiavitù barbaresca rimane uno dei capitoli meno conosciuti della storia mediterranea.

Essa ricorda come la schiavitù non sia stata un fenomeno esclusivamente transatlantico e come il Mediterraneo sia stato, per secoli, teatro di conflitti, razzie e guerre religiose che coinvolsero popoli di ogni provenienza.

Allo stesso tempo, molti storici invitano a distinguere tra le pratiche delle reggenze barbaresche dell’epoca e l’insieme del mondo musulmano contemporaneo, evitando generalizzazioni anacronistiche.

Rimane tuttavia un fatto storico difficilmente contestabile: molto prima che gli Stati Uniti diventassero una superpotenza globale, i loro cittadini erano già vittime della pirateria e della schiavitù barbaresca, e fu proprio quella minaccia a contribuire alla nascita della marina americana e alla definizione della sua futura proiezione nel mondo.

Fonti

  • Lettere e memorie di Thomas Jefferson (1786).
  • Robert C. Davis, Christian Slaves, Muslim Masters.
  • Documenti del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.
  • Christopher Hitchens, conferenze e dibattiti pubblici sul fondamentalismo islamico.
  • Archivi della U.S. Navy sulla Prima e Seconda Guerra Barbaresca.

Ex dirigente di Planned Parenthood si toglie la vita durante un’indagine per materiale pedopornografico. Gli altri scandali che hanno investito l’organizzazione

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L’ex direttore delle comunicazioni strategiche di Planned Parenthood Southern New England, Tim Yergeau, è morto suicida nell’aprile 2023 mentre era oggetto di un’indagine della polizia del Connecticut relativa al possesso di materiale pedopornografico. Secondo le autorità, gli investigatori stavano eseguendo un mandato di perquisizione quando Yergeau si è tolto la vita. Le accuse non sono mai arrivate a processo a causa del decesso del sospettato. La vicenda ha riportato sotto i riflettori una delle organizzazioni più controverse degli Stati Uniti.

Il caso Tim Yergeau

Secondo la polizia di New Haven, Yergeau era il soggetto di un’indagine riguardante immagini di abuso sessuale su minori. Durante l’operazione gli agenti entrarono inizialmente nell’appartamento sbagliato, ammanettando temporaneamente una vicina prima di rendersi conto dell’errore. Successivamente raggiunsero l’abitazione dell’ex dirigente, dove si verificò il suicidio.

Il capo della polizia Karl Jacobson confermò pubblicamente che la persona deceduta era il sospettato dell’indagine.

È importante sottolineare che Yergeau non ricopriva più incarichi all’interno di Planned Parenthood al momento dei fatti e che non risultano accuse rivolte all’organizzazione in relazione a questo episodio.


Gli altri scandali che hanno coinvolto Planned Parenthood

La controversia sui tessuti fetali

Nel 2015 il Center for Medical Progress diffuse una serie di video registrati clandestinamente che sostenevano l’esistenza di un traffico illegale di tessuti fetali. Le immagini provocarono audizioni al Congresso e numerose indagini statali. Tuttavia, diverse verifiche ufficiali non trovarono prove di una vendita illegale di organi o tessuti da parte di Planned Parenthood. La stessa organizzazione ammise che alcuni dirigenti avevano utilizzato un linguaggio ritenuto inappropriato, ma negò qualsiasi attività illegale.

I video sotto copertura di Live Action

Un’altra serie di filmati diffusi dall’organizzazione pro-life Live Action mostrò alcuni dipendenti di cliniche affiliate mentre fornivano informazioni ritenute inappropriate ad attori che si fingevano protettori di prostitute minorenni o clienti interessati ad aborti selettivi in base al sesso del nascituro.

Planned Parenthood dichiarò che i dipendenti coinvolti non avevano seguito i protocolli interni e annunciò licenziamenti e programmi di riqualificazione del personale.

Il dibattito sulla figura della fondatrice Margaret Sanger

Un’altra fonte di controversia riguarda la figura della fondatrice, Margaret Sanger. Alcuni studiosi e gruppi conservatori hanno evidenziato le sue simpatie per il movimento eugenetico, molto diffuso negli ambienti scientifici e progressisti americani dei primi decenni del XX secolo. La questione ha alimentato un acceso dibattito storico e politico sull’eredità culturale dell’organizzazione.

Le battaglie giudiziarie e politiche

Nel corso degli anni Planned Parenthood è stata al centro di numerose battaglie legali e politiche riguardanti i finanziamenti pubblici, le procedure mediche, la raccolta di tessuti destinati alla ricerca scientifica e la regolamentazione dell’aborto negli Stati Uniti. Le accuse e le inchieste hanno spesso prodotto forti scontri politici, ma in diversi casi le indagini ufficiali non hanno portato a condanne o all’accertamento di violazioni penali.

Un’organizzazione da sempre al centro delle guerre culturali americane

Con oltre un secolo di storia, Planned Parenthood rimane una delle istituzioni più divisive degli Stati Uniti. Per i sostenitori rappresenta uno dei principali fornitori di servizi sanitari riproduttivi e di prevenzione; per i suoi critici è invece il simbolo dell’industria abortista americana e di una visione ideologica che continua a suscitare profonde controversie.

Fonti

Biolab, Tulsi Gabbard e le accuse russe: cosa emerge dai documenti declassificati e dalle dichiarazioni del generale Rtishchev

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Il dibattito sui biolaboratori finanziati dagli Stati Uniti è tornato con forza al centro della scena internazionale dopo la pubblicazione di documenti declassificati da parte della Direttrice dell’Intelligence Nazionale americana, Tulsi Gabbard, e le nuove dichiarazioni del comandante delle truppe russe per la Difesa Radiologica, Chimica e Biologica, il generale Alexey Rtishchev.

Per anni il tema dei cosiddetti “biolab” è stato oggetto di uno scontro politico e mediatico, con accuse di propaganda e controaccuse di occultamento. Oggi, però, una parte del dibattito si è spostata dai sospetti all’esistenza stessa delle strutture, la cui presenza viene ormai riconosciuta dagli stessi documenti ufficiali statunitensi. Resta invece aperta la questione più delicata: quale fosse la natura effettiva delle ricerche svolte e quale livello di controllo fosse esercitato sulle attività.


L’inchiesta voluta da Tulsi Gabbard

Nel maggio 2026, Tulsi Gabbard aveva annunciato l’avvio di una revisione completa dei programmi biologici sostenuti dagli Stati Uniti all’estero.

Secondo le sue dichiarazioni, l’obiettivo era:

  • identificare la localizzazione dei laboratori;
  • determinare quali agenti patogeni fossero conservati;
  • verificare quali ricerche venissero condotte;
  • porre fine agli esperimenti di “gain-of-function” considerati troppo pericolosi.

La Direttrice dell’Intelligence Nazionale aveva affermato:

«La pandemia di Covid ha mostrato il potenziale impatto catastrofico che la ricerca su agenti patogeni pericolosi può avere sull’intero pianeta».

Secondo Gabbard, esponenti politici, funzionari della sicurezza nazionale e figure sanitarie come Anthony Fauci avrebbero minimizzato o nascosto per anni l’esistenza e l’estensione di tali programmi.


Oltre 120 laboratori in più di trenta Paesi

Dopo mesi di analisi degli archivi dell’intelligence, l’ufficio di Tulsi Gabbard ha pubblicato documenti che indicano un finanziamento statunitense a oltre 120 laboratori biologici distribuiti in più di trenta nazioni.

Secondo il comunicato dell’ODNI:

  • molti di questi laboratori hanno trattato agenti altamente contagiosi;
  • in alcuni casi sarebbero state svolte ricerche di “gain-of-function”;
  • il livello di supervisione sarebbe stato insufficiente;
  • una parte significativa delle strutture si trova in Ucraina.

Tulsi Gabbard ha dichiarato:

«Le informazioni sull’esistenza, la storia, le localizzazioni e i finanziamenti di questi laboratori sono state intenzionalmente occultate da persone potenti che hanno accusato di tradimento coloro che ponevano domande».

Secondo la responsabile dell’intelligence americana, molti cittadini e ricercatori sarebbero stati etichettati come propagandisti o agenti stranieri semplicemente per aver chiesto maggiore trasparenza.


Gli agenti patogeni citati nei documenti

Tra i microrganismi indicati nei materiali declassificati figurano:

  • antrace;
  • tularemia;
  • tubercolosi;
  • peste;
  • febbre di Lassa;
  • Ebola;
  • Marburg;
  • SARS;
  • MERS;
  • peste suina africana;
  • rickettsie;
  • Newcastle Disease.

Secondo l’ODNI, alcuni di questi patogeni erano conservati fin dall’epoca sovietica e i programmi finanziati dagli Stati Uniti erano nati originariamente per mettere in sicurezza materiali potenzialmente pericolosi ereditati dalla Guerra Fredda.


Più di quaranta laboratori in Ucraina

I documenti pubblicati fanno riferimento a oltre quaranta strutture biologiche presenti in Ucraina e sostenute economicamente dagli Stati Uniti.

Tra le città citate figurano:

  • Kharkiv;
  • Odessa;
  • Kherson;
  • altre località dell’Ucraina occidentale.

Nei documenti emergono inoltre:

  • programmi di addestramento per scienziati ucraini;
  • lavori di ammodernamento delle strutture;
  • collegamenti con università americane;
  • coinvolgimento della società Black & Veatch;
  • partecipazione del Dipartimento della Difesa, del CDC, del Dipartimento dell’Agricoltura e dell’OMS.

Le preoccupazioni espresse dall’intelligence americana

Uno degli elementi più sorprendenti emersi dai documenti riguarda il fatto che la stessa intelligence americana avrebbe segnalato il rischio che alcuni laboratori ucraini potessero cadere nelle mani di terzi o essere compromessi a causa della guerra.

L’ODNI ha infatti affermato:

«Un laboratorio finanziato dagli Stati Uniti in Ucraina probabilmente ospitava agenti patogeni pericolosi ed era vulnerabile a minacce di attacco, sequestro o danneggiamento».

Proprio questo aspetto era stato richiamato nel marzo 2022 anche dalla sottosegretaria americana Victoria Nuland, quando dichiarò davanti al Congresso che Washington era preoccupata dal possibile controllo russo di strutture biologiche ucraine.


Le accuse del generale russo Alexey Rtishchev

Parallelamente alle rivelazioni americane, il generale Alexey Rtishchev ha sostenuto che i nuovi documenti declassificati rappresenterebbero una conferma delle denunce avanzate dalla Russia fin dall’inizio del conflitto. Secondo Mosca, i materiali pubblicati dimostrerebbero che esisteva una vasta rete di laboratori biologici sostenuti dal Pentagono. ([TASS])

Rtishchev ha dichiarato che le forze russe avrebbero individuato almeno dieci programmi di ricerca su agenti patogeni pericolosi.

Tra le malattie studiate figurerebbero:

  • febbre emorragica Crimea-Congo;
  • antrace;
  • tularemia;
  • leptospirosi;
  • encefalite da zecche;
  • peste suina africana;
  • rickettsiosi.

Mosca sostiene inoltre che alcuni progetti denominati U-P-1 e U-P-2 fossero finalizzati allo studio dei meccanismi di diffusione delle malattie attraverso animali migratori e vettori biologici.

Secondo il generale russo, sarebbero stati eseguiti anche studi sulla morva, una malattia zoonotica rara che non sarebbe mai stata registrata in Ucraina, circostanza che, secondo Mosca, solleverebbe ulteriori interrogativi. ([TASS])


Gain-of-function e fine dei finanziamenti

L’inchiesta di Tulsi Gabbard si inserisce nel quadro dell’ordine esecutivo firmato da Donald Trump nel 2025 per vietare il finanziamento federale a ricerche di gain-of-function condotte in Paesi con sistemi di controllo considerati insufficienti.

La stessa Gabbard ha dichiarato:

«Continueremo a lavorare con le altre agenzie governative per identificare dove si trovano questi laboratori, quali agenti patogeni contengono e porre fine alle ricerche pericolose che minacciano la salute degli americani e del mondo intero».


Le critiche alle rivelazioni

Le affermazioni della Direttrice dell’Intelligence americana hanno però suscitato forti reazioni.

Diversi esperti di controllo delle armi biologiche hanno sostenuto che i laboratori non fossero segreti e che il loro scopo fosse esclusivamente la biosicurezza e la prevenzione delle pandemie.

Secondo alcuni osservatori occidentali, la pubblicazione dei documenti rischierebbe di alimentare narrative già utilizzate dalla Russia.

Dall’altra parte, Tulsi Gabbard sostiene invece che il problema non sia l’esistenza delle strutture, bensì la mancanza di trasparenza e l’eventuale conduzione di ricerche ad alto rischio con un controllo insufficiente.


Un dibattito destinato a continuare

Le dichiarazioni di Tulsi Gabbard e quelle del generale Rtishchev non chiudono il dibattito, ma ne aprono uno nuovo.

L’esistenza di laboratori biologici finanziati dagli Stati Uniti in Ucraina e in altri Paesi è oggi documentata dagli stessi archivi dell’intelligence americana. Rimangono però oggetto di forte controversia:

  • la natura esatta delle ricerche svolte;
  • il livello di supervisione esercitato;
  • l’eventuale coinvolgimento di studi di gain-of-function;
  • la trasparenza delle amministrazioni precedenti;
  • i rischi derivanti dalla presenza di tali strutture in aree di guerra.

Ciò che fino a pochi anni fa veniva liquidato esclusivamente come una disputa propagandistica è diventato ormai un tema che coinvolge direttamente la sicurezza biologica internazionale, la trasparenza dei programmi governativi e il controllo delle ricerche sugli agenti patogeni più pericolosi esistenti.

Documenti e dichiarazioni di Tulsi Gabbard


Dichiarazioni del generale russo Alexey Rtishchev


Precedenti dichiarazioni americane sui laboratori biologici in Ucraina


Posizione ufficiale dell’Ucraina


Programmi americani di cooperazione biologica


Approfondimenti

Questi collegamenti permettono di ricostruire sia le affermazioni di Tulsi Gabbard e dell’ODNI sia le accuse formulate dal generale russo Alexey Rtishchev, oltre alle posizioni ufficiali di Washington, Kiev e delle organizzazioni internazionali coinvolte.