IL VERO PROBLEMA DELL’IRAN NON È ISRAELE: È CHE ISRAELE BLOCCA IL SUO PROGETTO DI POTENZA REGIONALE

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Per decenni ci hanno raccontato il conflitto Iran-Israele attraverso una formula elementare: da una parte la Repubblica Islamica che difenderebbe i palestinesi e guiderebbe la cosiddetta “resistenza”, dall’altra Israele, presentato come il nemico assoluto.

Ma questa lettura rischia di confondere la propaganda con la strategia.

La domanda più interessante non è infatti soltanto perché la Repubblica Islamica sia ostile a Israele.

La domanda è:

perché Teheran ha investito per decenni enormi risorse militari, finanziarie e politiche nella costruzione di una rete armata che attraversa il Medio Oriente?

Ed è qui che Hezbollah, milizie irachene, gruppi palestinesi e Houthi assumono un significato molto più grande.

ISRAELE COME OSTACOLO STRATEGICO

La mia tesi è semplice: Israele rappresenta uno dei principali ostacoli alla capacità iraniana di trasformarsi nella potenza dominante del Medio Oriente.

Questo non significa negare la componente ideologica dell’ostilità iraniana.

Esiste ed è profondissima.

La leadership della Repubblica Islamica ha costruito per decenni una parte della propria legittimazione rivoluzionaria sull’opposizione agli Stati Uniti e a Israele. Anche documenti politici statunitensi continuano a indicare esplicitamente le minacce iraniane contro Israele come elemento strutturale della politica regionale di Teheran.

Ma fermarsi all’ideologia significa perdere metà della storia.

Perché Israele non è solamente un simbolo.

È una potenza militare, tecnologica e d’intelligence collocata esattamente nel cuore dello spazio geopolitico nel quale l’Iran cerca da decenni di proiettare la propria influenza.

Ed è questo che rende lo scontro strutturale.

LA VERA ARMA DELL’IRAN: COMBATTERE SENZA COMBATTERE

La Repubblica Islamica ha sviluppato qualcosa di molto più sofisticato di un esercito convenzionale.

Ha costruito una rete.

La Forza Quds dell’IRGC ha addestrato, finanziato, consigliato e armato organizzazioni e milizie in diversi teatri regionali.

Secondo una dettagliata analisi del CSIS, l’intervento iraniano nelle guerre in Siria, Iraq e Yemen ha progressivamente ampliato la portata dell’“Asse della Resistenza”, creando basi militari, partner locali e influenza politica permanente.

Questo modello offre a Teheran un vantaggio gigantesco:

proiettare potenza senza dover occupare direttamente un Paese con l’esercito iraniano.

È guerra a basso costo.

È influenza politica protetta dalle armi.

È deterrenza distribuita geograficamente.

Ed è soprattutto profondità strategica.

Il CSIS descrive infatti l’approccio iraniano come essenzialmente paramilitare: la Quds Force addestra, consiglia e abilita attori locali, ottenendo effetti operativi molto superiori alla dimensione relativamente limitata della presenza iraniana diretta.

Questa è una delle chiavi per comprendere l’IRGC.

HEZBOLLAH NON SERVIVA SOLTANTO A “DIFENDERE IL LIBANO”

Prendiamo Hezbollah.

Per l’Iran il Libano offre qualcosa di strategicamente straordinario: una posizione direttamente confinante con Israele.

Hezbollah è stato per decenni il partner militare e ideologico più importante di Teheran.

Ma la sua funzione strategica supera enormemente il Libano.

Significa poter esercitare pressione su Israele senza schierare divisioni iraniane.

Significa creare deterrenza.

Significa costringere Israele a considerare un fronte settentrionale in qualsiasi confronto con Teheran.

Significa, soprattutto, portare il perimetro difensivo iraniano migliaia di chilometri oltre i confini dell’Iran.

Questa è profondità strategica.

IRAQ: IL PONTE

Poi c’è l’Iraq.

Dopo l’ascesa dello Stato Islamico, Teheran sostenne diverse componenti delle Popular Mobilization Forces.

La lotta all’ISIS offriva una motivazione immediata e reale.

Ma, una volta ridimensionato lo Stato Islamico, gli obiettivi iraniani andarono oltre.

Il CSIS osservava già anni fa come alcuni partner iraniani cercassero contemporaneamente di limitare la presenza statunitense e di consolidare il controllo verso il confine siriano, contribuendo alla formazione di un collegamento terrestre tra Iran e Siria.

Guardate una cartina:

Iran → Iraq → Siria → Libano.

E alla fine della catena?

Israele.

Non serve immaginare un fantomatico ordine segreto per capire l’importanza di questo corridoio.

È geografia.

SIRIA: IL CORRIDOIO VERSO IL MEDITERRANEO

La Siria è stata per questo fondamentale.

Quando il governo di Bashar al-Assad rischiava il collasso, Iran e Hezbollah intervennero massicciamente per preservare un alleato essenziale.

Salvare Damasco significava salvare il collegamento con Hezbollah.

Significava conservare accesso al Levante.

Significava impedire che uno degli anelli più importanti della presenza regionale iraniana venisse spezzato.

Secondo l’analisi del CSIS, dopo aver contribuito alla sopravvivenza del governo Assad, l’Iran cercò anche di migliorare la posizione dell’asse nei confronti di Stati Uniti e Israele e di ampliare le capacità disponibili sul fronte israeliano.

Questa non è semplice solidarietà ideologica.

È strategia militare regionale.

YEMEN: PRESSIONE DALL’ALTRO LATO

Poi arriviamo allo Yemen.

Qui diventa ancora più difficile sostenere che tutto ruoti semplicemente attorno alla Palestina.

Gli Houthi si trovano a migliaia di chilometri da Israele.

Ma lo Yemen domina uno degli snodi marittimi più importanti del pianeta: Bab el-Mandeb e l’accesso meridionale al Mar Rosso.

Il sostegno iraniano agli Houthi ha quindi permesso a Teheran di ampliare indirettamente la propria capacità di pressione anche sulla Penisola Arabica e sulle rotte marittime.

Il CSIS osservava già che lo sviluppo delle capacità Houthi aveva esteso la portata sia del movimento sia dell’Iran intorno alla Penisola Arabica.

Ed ecco apparire nuovamente il modello.

Non occupare.

Influenzare.

Non conquistare necessariamente territori con soldati iraniani.

Costruire attori armati locali capaci di modificare gli equilibri regionali.

NON CHIAMATELI TUTTI “PROXY”

Qui però bisogna essere precisi.

La parola proxy viene utilizzata troppo facilmente.

Non tutte queste organizzazioni ricevono ordini telefonici da Teheran prima di ogni operazione.

Esistono livelli differenti di autonomia.

Hezbollah è storicamente molto più integrato nell’architettura iraniana rispetto agli Houthi, che hanno propri interessi, propria leadership e capacità decisionale.

Lo stesso CSIS descrive un continuum che va dal vero proxy al partner relativamente autonomo e sostiene che l’“Asse” possa essere interpretato più correttamente come un’alleanza guidata dall’Iran piuttosto che come una semplice collezione di marionette comandate da Teheran.

Questa distinzione rende il sistema iraniano ancora più interessante.

Perché una rete di organizzazioni autonome ma strategicamente convergenti può essere più resistente di una catena di comando rigidamente centralizzata.

IL CAPOLAVORO STRATEGICO DELL’IRGC

Ed eccoci al punto centrale.

L’IRGC non ha avuto bisogno di conquistare formalmente Beirut, Baghdad, Damasco o Sana’a.

Ha perseguito qualcosa di diverso:

la capacità di influenzare ciò che accade in quelle capitali e di trasformare territori lontani dall’Iran in profondità strategica iraniana.

È una forma di imperialismo?

Se per imperialismo intendiamo necessariamente colonie amministrate direttamente da Teheran, no.

Se invece intendiamo la costruzione sistematica di sfere d’influenza militari e politiche oltre i propri confini, allora la questione merita certamente di essere posta.

Ed è curioso quanto raramente venga posta da una parte della cosiddetta controinformazione occidentale.

Perché molti commentatori vedono immediatamente l’imperialismo quando agiscono Washington o Israele.

Quando invece Teheran finanzia organizzazioni armate a migliaia di chilometri dai propri confini, improvvisamente tutto diventa “resistenza”.

Due pesi e due misure.

PERCHÉ ISRAELE È IL PROBLEMA

Adesso possiamo tornare alla domanda iniziale.

Perché Israele?

Perché Israele può colpire questa architettura.

Può distruggere depositi.

Può interrompere corridoi logistici.

Può eliminare comandanti.

Può colpire infrastrutture militari iraniane e dei suoi alleati.

Può impedire che il fronte iraniano si consolidi lungo i propri confini.

Ed è alleato degli Stati Uniti, altra potenza che Teheran vuole vedere drasticamente ridimensionata nella regione.

Per questo la presenza di Israele rappresenta non soltanto una sfida ideologica, ma un limite concreto all’espansione dell’influenza iraniana nel Levante.

Israele rompe la continuità strategica.

Israele impedisce all’“Asse” di trasformare la propria espansione geografica in predominio incontrastato.

Israele può colpire proprio quelle infrastrutture che l’IRGC ha impiegato decenni a costruire.

L’“ASSE DELLA RESISTENZA” È ANCHE UNO STRUMENTO DI POTENZA

Ed è qui che la propaganda mostra il proprio limite.

Chiamarlo semplicemente “Asse della Resistenza” significa accettare automaticamente la definizione politica dei suoi stessi protagonisti.

Una definizione più fredda sarebbe:

una rete politico-militare attraverso la quale l’Iran moltiplica la propria capacità di deterrenza e proiezione regionale.

Hezbollah crea pressione dal Libano.

Le milizie irachene estendono l’influenza iraniana in Iraq e verso la Siria.

La presenza iraniana e dei suoi alleati in Siria ha creato profondità strategica nel Levante.

Gli Houthi permettono di esercitare pressione sul Mar Rosso e sulla Penisola Arabica.

Gruppi palestinesi hanno rappresentato un ulteriore fronte contro Israele.

La stessa letteratura strategica americana sottolinea quanto denaro, armamenti e sostegno iraniano siano stati investiti in questa rete regionale.

Non è beneficenza rivoluzionaria.

È politica di potenza.

IL PARADOSSO CHE LA CONTROINFORMAZIONE NON VUOLE VEDERE

Ed ecco il paradosso.

Chi interpreta qualsiasi presenza americana nel Medio Oriente come imperialismo spesso descrive l’espansione dell’influenza iraniana come liberazione.

Ma uno Stato non smette di perseguire interessi geopolitici soltanto perché si definisce “anti-imperialista”.

Teheran ha interessi.

Washington ha interessi.

Ankara ha interessi.

Riyadh ha interessi.

Israele ha interessi.

Mosca ha interessi.

Pechino ha interessi.

La geopolitica comincia precisamente quando smettiamo di credere agli slogan con cui ogni potenza giustifica le proprie azioni.

NON È UNA GUERRA TRA BUONI E CATTIVI

Questo è probabilmente il punto che dà più fastidio.

L’Iran non sostiene la propria rete regionale esclusivamente per altruismo verso i palestinesi.

La Palestina offre alla Repubblica Islamica una potentissima causa ideologica e politica.

Ma dietro quella bandiera esiste una strategia molto più grande:

deterrenza, profondità strategica, espulsione o riduzione della presenza americana, pressione sugli avversari regionali e ampliamento dell’influenza iraniana.

Israele è contemporaneamente nemico ideologico e ostacolo strategico.

Ed è proprio questa sovrapposizione a rendere il conflitto così difficile da risolvere.

LA DOMANDA CHE RESTA

Se domani Israele sparisse dalla carta geografica, l’IRGC smetterebbe improvvisamente di cercare influenza in Iraq?

Abbandonerebbe Hezbollah?

Rinuncerebbe alla Siria?

Interromperebbe i rapporti con gli Houthi?

Accetterebbe tranquillamente una forte presenza militare americana nel Golfo?

È difficile sostenerlo.

Ed è proprio questo esperimento mentale a mostrare quanto sia riduttivo interpretare l’intera strategia iraniana come semplice “resistenza a Israele”.

Israele non spiega l’intero progetto regionale iraniano.

Ne rappresenta uno dei principali ostacoli.

E forse è proprio questa la parte della storia che decenni di propaganda hanno cercato di nascondere.

L’IDEOLOGIA ANTI-ISRAELIANA: LA GRANDE ARMA PER MOBILITARE LE MASSE

Ed è qui che bisogna separare l’ideologia dichiarata dalla funzione geopolitica che quell’ideologia svolge.

La Repubblica Islamica presenta da decenni lo scontro con Israele come una battaglia morale, religiosa e rivoluzionaria: Palestina, Gerusalemme, “resistenza”, lotta al sionismo e opposizione all’Occidente diventano parole capaci di trasformare una strategia di potenza in una causa apparentemente universale.

La mia tesi è che l’ideologia anti-israeliana funzioni anche come una formidabile arma di mobilitazione delle masse.

Perché nessun governo dice al proprio popolo:

“Vogliamo aumentare la nostra influenza in Iraq, Siria, Libano e Yemen, costruire profondità strategica e diventare una delle potenze dominanti del Medio Oriente.”

È molto più efficace dire:

“Stiamo difendendo la Palestina e combattendo Israele.”

La differenza è enorme.

Nel primo caso si parla apertamente di interessi nazionali e competizione geopolitica.

Nel secondo si costruisce una missione morale.

Ed è proprio questa trasformazione che rende l’ideologia così potente.

LA PALESTINA COME MOLTIPLICATORE DI LEGITTIMITÀ

La questione palestinese possiede una capacità di mobilitazione che supera enormemente i confini iraniani.

Permette a Teheran — uno Stato persiano e a maggioranza sciita — di parlare a popolazioni arabe e prevalentemente sunnite presentandosi non semplicemente come potenza regionale, ma come guida della lotta contro Israele.

È un vantaggio politico gigantesco.

L’Iran può così presentare Hezbollah non come uno strumento della propria profondità strategica, ma come “resistenza libanese”.

Può presentare il sostegno ai gruppi palestinesi come solidarietà rivoluzionaria.

Può inserire gli Houthi nello stesso fronte ideologico.

Può descrivere le milizie alleate in Iraq e Siria come componenti di un unico “Asse della Resistenza”.

La parola decisiva è proprio questa:

resistenza.

Perché chi si definisce “resistenza” assegna automaticamente all’avversario il ruolo dell’aggressore.

La geopolitica scompare.

Rimane la morale.

TRASFORMARE L’ESPANSIONE DELL’INFLUENZA IN “RESISTENZA”

Provate invece a eliminare per un momento gli slogan e osservare solamente la carta geografica.

Iran.

Iraq.

Siria.

Libano.

Yemen.

Territori palestinesi.

In tutti questi teatri Teheran ha cercato, con modalità e intensità differenti, rapporti con governi, movimenti politici, organizzazioni armate o milizie.

Questo non significa che ogni attore sia una marionetta iraniana. Sarebbe una semplificazione.

Significa però che l’IRGC ha costruito una rete capace di moltiplicare l’influenza iraniana molto oltre i confini nazionali.

E qui l’ideologia diventa indispensabile.

Perché permette di presentare quella rete non come uno strumento della politica estera iraniana, ma come una spontanea coalizione dei popoli oppressi.

È una narrazione straordinariamente efficace.

ISRAELE DIVENTA IL NEMICO PERFETTO

Israele svolge quindi contemporaneamente due funzioni.

La prima è reale e strategica: rappresenta uno dei principali ostacoli militari alla proiezione iraniana nel Levante.

La seconda è propagandistica: rappresenta un nemico attorno al quale è possibile costruire consenso e legittimazione.

Ed è questa combinazione che rende l’ostilità verso Israele così utile alla Repubblica Islamica.

Israele permette di unificare battaglie completamente differenti sotto una sola bandiera.

Libano?

Israele.

Siria?

Israele.

Palestina?

Israele.

Presenza americana nella regione?

Israele e Stati Uniti.

Milizie regionali?

“Asse della Resistenza”.

A quel punto qualsiasi avanzamento dell’influenza iraniana può essere raccontato non come avanzamento dell’Iran, ma come avanzamento della “resistenza”.

È qui che propaganda e geopolitica si fondono.

NON È UNA TECNICA ESCLUSIVAMENTE IRANIANA

Naturalmente sarebbe ingenuo sostenere che soltanto l’Iran utilizzi ideologia e propaganda per legittimare i propri interessi.

Lo fanno praticamente tutte le potenze.

Gli Stati Uniti hanno spesso presentato le proprie guerre attraverso democrazia, sicurezza e libertà.

La Russia utilizza sicurezza nazionale, accerchiamento e difesa delle popolazioni russofone.

La Turchia combina nazionalismo, sicurezza e richiami al mondo turco e musulmano.

Le monarchie del Golfo utilizzano religione, sicurezza e stabilità.

Israele presenta molte delle proprie operazioni attraverso la necessità della sicurezza nazionale e della sopravvivenza dello Stato.

L’Iran utilizza rivoluzione, Palestina, anti-sionismo e anti-imperialismo.

Cambiano le bandiere.

Il meccanismo politico rimane sorprendentemente simile:

trasformare l’interesse strategico dello Stato in una causa morale capace di mobilitare la popolazione.

ED È QUI CHE LA CONTROINFORMAZIONE CADE NELLA TRAPPOLA

Il paradosso è vedere una parte della controinformazione occidentale ripetere quasi letteralmente il vocabolario politico prodotto dalla Repubblica Islamica.

“Asse della Resistenza”.

“Anti-imperialismo”.

“Resistenza contro il sionismo”.

Come se adottare il linguaggio con cui una potenza descrive se stessa significasse automaticamente averne compreso la strategia.

È esattamente il contrario.

La prima regola della geopolitica dovrebbe essere:

non giudicare una potenza da quello che dice di essere. Guardare quello che fa.

E quello che l’Iran ha fatto per decenni è costruire influenza politica, militare e strategica ben oltre i propri confini.

La Palestina offre una causa.

Israele offre un nemico.

L’“Asse della Resistenza” offre la struttura.

L’IRGC offre uomini, addestramento, tecnologia, finanziamenti e collegamenti.

E dietro tutto questo rimane l’interesse fondamentale di ogni grande potenza:

aumentare il proprio peso e impedire agli avversari di dominarne lo spazio strategico.

Per questo ridurre tutto alla frase “l’Iran vuole distruggere Israele perché difende la Palestina” significa fermarsi alla superficie.

La questione più interessante è un’altra:

quanto dell’anti-israelismo iraniano è convinzione ideologica e quanto, contemporaneamente, è uno strumento indispensabile per legittimare un progetto di potenza regionale?

È questa la domanda che la propaganda preferisce non farci porre.

DELL’“IMPERIALISMO IRANIANO” NON PARLA QUASI MAI NESSUNO

Ed è forse questo uno degli aspetti più paradossali dell’intero dibattito.

Quando gli Stati Uniti proiettano potenza fuori dai propri confini, si parla immediatamente di imperialismo.

Quando Israele interviene militarmente nella regione, si parla di espansionismo.

Quando la Russia costruisce sfere d’influenza, si parla di imperialismo russo.

Ma quando l’Iran finanzia, arma, addestra e sostiene organizzazioni e milizie a migliaia di chilometri dai propri confini, improvvisamente la parola imperialismo scompare.

Al suo posto arriva una formula molto più comoda:

“Asse della Resistenza”.

Ed è proprio qui che si vede il potere della propaganda.

Perché basta cambiare il nome a un fenomeno per cambiarne completamente la percezione.

Se Washington finanzia un alleato, è influenza americana.

Se Teheran finanzia un alleato, è resistenza.

Se gli Stati Uniti costruiscono una rete di basi e partner, è imperialismo.

Se l’Iran costruisce una rete politico-militare dal Golfo al Mediterraneo, viene raccontata come solidarietà tra popoli oppressi.

Ma la geopolitica non cambia a seconda della bandiera che preferiamo.

Una potenza che costruisce sfere d’influenza fuori dai propri confini sta facendo politica di potenza.

E l’Iran non fa eccezione.

Questo non significa sostenere che Teheran abbia costruito un impero coloniale nel senso classico del termine. Significa però riconoscere un dato molto più semplice: la Repubblica Islamica ha perseguito per decenni una strategia di espansione della propria influenza militare e politica regionale.

Iraq.

Siria.

Libano.

Yemen.

Territori palestinesi.

In tutti questi scenari l’Iran ha cercato di creare leve capaci di aumentare il proprio peso strategico e di ridurre quello dei propri avversari.

Se vogliamo chiamare “imperialismo” qualsiasi proiezione di potenza americana, allora dobbiamo almeno avere l’onestà intellettuale di discutere anche della proiezione di potenza iraniana.

Altrimenti non stiamo facendo analisi.

Stiamo semplicemente scegliendo quale imperialismo condannare e quale assolvere.

Ed è curioso che proprio una parte della cosiddetta controinformazione, ossessionata dall’“imperialismo americano”, sembri quasi incapace di pronunciare due parole:

imperialismo iraniano.

Come se l’anti-americanismo rendesse automaticamente innocente qualsiasi altra potenza.

Come se bastasse essere nemici di Washington per diventare, per definizione, “resistenza”.

Ma il Medio Oriente non è una favola morale.

È uno spazio nel quale competono potenze regionali e globali.

Iran compreso.

E finché questa parte della storia continuerà a essere sistematicamente ignorata, continueremo a leggere la strategia iraniana attraverso il vocabolario prodotto dallo stesso apparato che dovremmo invece analizzare criticamente.

LO SCENARIO ESTREMO: SE L’IRAN CONTROLLASSE IL MEDIO ORIENTE, AVREBBE UNA MANO SULLA GOLA DELL’ECONOMIA MONDIALE

Facciamo adesso un esperimento geopolitico.

Non una previsione.

Non l’affermazione che l’Iran sia sul punto di conquistare militarmente tutto il Medio Oriente.

Ma una domanda:

che cosa accadrebbe se il progetto di espansione dell’influenza iraniana arrivasse al suo risultato massimo e Teheran riuscisse a esercitare un’influenza dominante dal Golfo Persico al Mediterraneo e al Mar Rosso?

A quel punto il problema non sarebbe più soltanto Israele.

Il problema sarebbe il rapporto dell’intero pianeta con energia, commercio e libertà di navigazione.

Perché il Medio Oriente non contiene soltanto petrolio e gas.

Contiene alcuni dei punti attraverso i quali petrolio, gas e merci devono necessariamente passare.

E chi controlla i colli di bottiglia non deve necessariamente controllare il mondo.

Gli basta poterlo bloccare.

HORMUZ: IL PRIMO RUBINETTO

Cominciamo dallo Stretto di Hormuz.

È uno dei punti più delicati dell’economia mondiale.

Nel 2025 vi transitavano quasi 20 milioni di barili di petrolio al giorno, circa il 25% del commercio petrolifero mondiale via mare.

Da Hormuz passa inoltre la grande maggioranza dell’LNG esportato dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti: insieme, quei flussi rappresentavano quasi un quinto dell’intero commercio mondiale di gas naturale liquefatto.

Ora immaginate un Iran egemone non soltanto sulla propria costa, ma capace di esercitare pressione politica e militare sull’intero Golfo.

Non avrebbe nemmeno bisogno di chiudere permanentemente Hormuz.

Gli basterebbe poter dire:

“Se volete che il petrolio continui a passare, dovete fare i conti con noi.”

Sanzioni?

Negoziati nucleari?

Supporto militare a un avversario?

Presenza americana?

Riconoscimento di Israele?

Politiche energetiche occidentali?

Ogni dossier potrebbe teoricamente diventare oggetto di pressione.

Il potere non sarebbe semplicemente possedere il petrolio.

Sarebbe possedere il rubinetto attraverso il quale passa quello degli altri.

IL 2026 HA GIÀ MOSTRATO CHE COSA SIGNIFICA

Non serve neppure affidarsi completamente alla fantasia.

La crisi del 2026 ha offerto un assaggio concreto della vulnerabilità del sistema.

Quando i flussi attraverso Hormuz sono stati gravemente limitati, diversi produttori del Golfo hanno dovuto ridurre la produzione perché non riuscivano più a esportarla normalmente.

L’EIA ha stimato ad aprile 2026 oltre 9 milioni di barili al giorno di produzione sospesa in Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati, Qatar e Bahrain.

Il Brent è arrivato fino a 138 dollari al barile il 7 aprile 2026.

Questo significa che non occorre conquistare Londra, Parigi, Tokyo o Pechino per colpirne l’economia.

Può bastare interrompere per qualche settimana una striscia d’acqua larga poche decine di chilometri.

Ecco il vero valore strategico di Hormuz.

NON SOLO PETROLIO: IL GAS

Poi c’è il gas.

Il Qatar è una delle grandi potenze mondiali dell’LNG.

Quasi tutto il suo gas naturale liquefatto esportato via mare deve attraversare Hormuz.

E per questi volumi non esiste una vera rotta marittima alternativa.

Se quella porta si chiude, una parte enorme dell’offerta mondiale di LNG diventa immediatamente problematica.

Nel 2026 la disruption del Medio Oriente ha sottratto temporaneamente quasi il 20% dell’offerta mondiale di LNG, facendo salire fortemente i prezzi in Europa e Asia.

Quindi immaginiamo cosa significherebbe non una crisi temporanea, ma un sistema regionale nel quale una singola potenza disponesse di capacità dominante sui principali accessi energetici del Golfo.

Europa e Asia non discuterebbero più soltanto con un esportatore.

Discuterebbero con un guardiano del passaggio.

POI ARRIVA BAB EL-MANDEB

Spostiamoci verso lo Yemen.

Qui troviamo Bab el-Mandeb.

È la porta meridionale del Mar Rosso.

Nel primo trimestre del 2026 vi transitavano circa 5,4 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti petroliferi.

Da lì si entra nel Mar Rosso.

E dal Mar Rosso si arriva a Suez.

È uno dei corridoi fondamentali che collegano Asia, Medio Oriente ed Europa.

Ed ecco perché gli Houthi assumono un significato strategico enorme.

Un movimento armato radicato nello Yemen non deve conquistare l’Europa.

Non deve occupare l’Arabia Saudita.

Gli basta possedere missili, droni e capacità sufficienti a rendere rischiosa la navigazione.

A quel punto assicurazioni aumentano.

Le compagnie cambiano rotta.

Le navi circumnavigano l’Africa.

Aumentano tempi e costi.

Il prezzo finale arriva sulle fabbriche e sui consumatori europei.

Questa è geopolitica trasformata in inflazione.

HORMUZ A EST, BAB EL-MANDEB A OVEST

Ed eccoci allo scenario più inquietante.

Immaginate una rete regionale sotto forte influenza iraniana capace di esercitare pressione contemporaneamente su:

Hormuz nel Golfo Persico

e

Bab el-Mandeb all’ingresso del Mar Rosso.

A quel punto Teheran avrebbe influenza indiretta sui due lati di una parte essenziale dell’architettura energetica mediorientale.

Non significherebbe poter bloccare tutto il commercio mondiale.

Esistono rotte alternative, oleodotti, riserve strategiche e altri produttori.

Ma significherebbe poter produrre uno shock gigantesco.

E soprattutto poter minacciare di produrlo.

Ed è questa la differenza tra forza e deterrenza.

L’arma più efficace è spesso quella che non devi usare.

IL RICATTO NON SAREBBE: “DATECI SOLDI”

Quando parliamo di ricatto geopolitico non dobbiamo immaginare qualcuno che telefona a Bruxelles dicendo:

“Pagateci oppure chiudiamo il petrolio.”

Funzionerebbe in maniera molto più sofisticata.

Potrebbe significare:

togliere determinate sanzioni;

ridurre la presenza militare occidentale;

non intervenire in determinate crisi regionali;

accettare governi o milizie vicini a Teheran;

rinunciare a colpire determinate infrastrutture;

modificare rapporti diplomatici;

negoziare riconoscimenti politici;

oppure semplicemente evitare qualunque decisione che possa provocare una nuova crisi energetica.

Questa sarebbe la vera arma.

Creare negli avversari la paura delle conseguenze economiche.

Non serve chiudere Hormuz ogni anno.

Basta che tutti sappiano che puoi farlo.

CHI SAREBBE PIÙ VULNERABILE?

Paradossalmente, una simile egemonia non colpirebbe soltanto l’Occidente.

Una parte enorme del petrolio che attraversa Hormuz è diretta verso l’Asia.

Cina, India, Giappone e Corea del Sud hanno enormi interessi nella sicurezza delle rotte energetiche del Golfo.

Questo significa che un Iran realmente egemone avrebbe una leva non soltanto su Washington o Bruxelles.

Avrebbe una leva anche sulle grandi economie asiatiche.

Ed è qui che la retorica “Iran contro Occidente” mostra tutti i suoi limiti.

Il controllo delle rotte energetiche non distingue tra capitalista americano, industria cinese, raffineria indiana o centrale elettrica europea.

Quando il prezzo dell’energia esplode, paga il mondo intero.

E SE SI AGGIUNGESSERO IRAQ, SIRIA E LIBANO?

Poi c’è la dimensione terrestre.

Un arco Iran-Iraq-Siria-Libano offrirebbe a Teheran profondità politica e logistica verso il Mediterraneo.

Non significa necessariamente che esista un piano realistico per trasformare questi Stati in province iraniane.

Ma una forte influenza su questo spazio permetterebbe di collegare il Golfo al Levante attraverso una rete di governi, milizie, infrastrutture e corridoi logistici amici.

In questo scenario Israele diventerebbe ancora più chiaramente l’ostacolo.

Perché si troverebbe esattamente sul fronte occidentale di questa proiezione.

Ed è per questo che guardare Israele soltanto attraverso la questione palestinese rischia di far perdere il quadro più grande.

Israele è anche un blocco geografico e militare contro la trasformazione dell’asse iraniano in un sistema regionale continuo.

PERCHÉ L’ARABIA SAUDITA DIVENTA DECISIVA

Ed ecco un altro elemento fondamentale.

Se l’Iran riuscisse realmente a subordinare o neutralizzare Arabia Saudita e monarchie del Golfo, cambierebbe completamente la struttura energetica mondiale.

Non perché Teheran diventerebbe proprietaria di tutto il petrolio mediorientale.

Ma perché perderebbe forza il principale blocco regionale capace di controbilanciarla.

Arabia Saudita ed Emirati possiedono inoltre alcune delle poche infrastrutture che permettono di esportare parte del greggio evitando Hormuz.

Una regione dominata da un’unica potenza ridurrebbe quindi anche la capacità politica di utilizzare vie alternative come contrappeso.

A quel punto la concentrazione del potere diventerebbe il problema.

IL VERO IMPERO DEL XXI SECOLO NON HA BISOGNO DI COLONIE

Qui arriviamo al punto fondamentale.

Continuiamo spesso a immaginare l’imperialismo con categorie dell’Ottocento.

Bandiere.

Colonie.

Governatori.

Eserciti di occupazione.

Ma nel XXI secolo una potenza può ottenere enormi vantaggi senza annettere formalmente un solo chilometro quadrato.

Può controllare governi amici.

Finanziare organizzazioni armate.

Costruire dipendenze.

Condizionare porti.

Influenzare stretti.

Minacciare infrastrutture.

Creare instabilità controllata.

E soprattutto costruire la percezione che qualsiasi decisione ostile avrà un prezzo energetico.

Questo sarebbe un impero di influenza, non necessariamente di occupazione.

LA VERA POSTA IN GIOCO

Ed ecco perché la discussione sull’Iran non può essere ridotta a:

“Teheran sostiene la Palestina”.

La vera domanda geopolitica è molto più grande.

Che cosa accadrebbe se una singola potenza riuscisse a diventare dominante nello spazio che contiene alcune delle maggiori riserve energetiche del pianeta e contemporaneamente alcuni dei suoi principali colli di bottiglia marittimi?

La risposta è semplice.

Non controllerebbe il mondo.

Ma avrebbe una capacità straordinaria di far pagare al mondo il prezzo delle proprie decisioni.

Petrolio più caro.

Gas più caro.

Trasporti più cari.

Assicurazioni più care.

Produzione industriale più cara.

Inflazione.

Pressione sui governi.

Recessione nei Paesi più vulnerabili.

E ogni crisi regionale diventerebbe automaticamente una crisi internazionale.

Questo è il motivo per cui Hormuz, Yemen, Iraq, Siria, Libano e Israele non possono essere analizzati come dossier separati.

Sono pezzi dello stesso grande scacchiere.

E se guardiamo quello scacchiere soltanto attraverso gli slogan dell’“Asse della Resistenza”, rischiamo di non vedere ciò che una grande potenza vede immediatamente:

rotte, porti, energia, profondità strategica e capacità di condizionare gli avversari.

Forse è proprio questo il punto più importante.

Il vero potere non consiste nel possedere ogni barile di petrolio.

Consiste nel poter decidere quanto sia difficile per gli altri farlo arrivare a destinazione.

UN MONDO COSTANTEMENTE SOTTO RICATTO

Ed è qui che arriviamo alla conseguenza più grave dello scenario.

Se l’Iran riuscisse davvero a costruire un’egemonia regionale capace di condizionare contemporaneamente Golfo Persico, Hormuz, Iraq, Levante, Yemen e accesso al Mar Rosso, il mondo vivrebbe costantemente sotto la minaccia di un ricatto energetico e commerciale.

Non sarebbe necessario chiudere ogni giorno uno stretto.

Non sarebbe necessario affondare continuamente petroliere.

Non sarebbe necessario interrompere permanentemente le esportazioni.

Basterebbe una sola cosa:

che governi, mercati e compagnie sapessero che Teheran possiede la capacità di farlo.

Da quel momento ogni grande crisi con l’Iran avrebbe una domanda implicita:

quanto siamo disposti a pagare in petrolio, gas, inflazione e commercio mondiale per opporci a Teheran?

È questo il vero potere del ricatto strategico.

L’Iran potrebbe teoricamente utilizzare la minaccia di destabilizzare i flussi energetici per aumentare il costo politico di qualsiasi decisione ostile.

Nuove sanzioni?

La minaccia su Hormuz.

Pressioni diplomatiche?

Tensione sulle rotte marittime.

Intervento contro una milizia alleata?

Droni e missili contro il traffico regionale.

Supporto militare a un avversario?

Nuova instabilità nel Golfo o nel Mar Rosso.

Il messaggio implicito diventerebbe sempre lo stesso:

“Potete sfidarci. Ma sappiate che il conto arriverà sulle vostre economie.”

NON SAREBBE SOLO L’OCCIDENTE

Ed è fondamentale capirlo.

Il ricatto non riguarderebbe soltanto Stati Uniti ed Europa.

Coinvolgerebbe Cina, India, Giappone, Corea del Sud e praticamente tutte le grandi economie dipendenti dalle importazioni energetiche del Golfo.

Una crisi regionale potrebbe tradursi immediatamente in:

aumento del petrolio;

aumento del gas;

incremento dei costi di trasporto;

rialzo delle assicurazioni marittime;

inflazione;

riduzione della produzione industriale;

pressione politica sui governi.

In altre parole:

Teheran potrebbe trasformare la geografia del Medio Oriente in una leva negoziale globale.

IL RICATTO PIÙ EFFICACE È QUELLO CHE NON DEVI ESEGUIRE

Ed è forse questo il punto decisivo.

Una potenza realmente dominante non ha bisogno di chiudere Hormuz.

Le basta convincere tutti che potrebbe farlo.

Non ha bisogno di bloccare Bab el-Mandeb.

Le basta rendere credibile la possibilità che quella rotta diventi improvvisamente troppo pericolosa.

A quel punto sono i mercati stessi a reagire.

Le assicurazioni aumentano.

Il petrolio sale.

Gli investitori fuggono.

Le compagnie deviano le rotte.

I governi iniziano a fare pressione perché qualcuno trovi un accordo.

Il ricatto comincia prima ancora che venga sparato un missile.

DAL POTERE REGIONALE AL POTERE SULL’ECONOMIA MONDIALE

Ecco perché l’eventuale egemonia iraniana sul Medio Oriente non sarebbe un problema confinato al Medio Oriente.

Diventerebbe un problema strutturale dell’economia mondiale.

Il mondo si troverebbe periodicamente davanti alla stessa scelta:

opporsi alle richieste iraniane rischiando uno shock energetico,

oppure

cedere terreno politico per mantenere aperte le rotte.

Naturalmente nessun controllo sarebbe assoluto: esistono rotte alternative, riserve strategiche, altri produttori e capacità militari delle grandi potenze.

Ma questo non eliminerebbe la leva iraniana.

La renderebbe semplicemente meno totale.

E anche una leva parziale su una quota enorme dell’energia mondiale sarebbe sufficiente per esercitare una pressione gigantesca.

Questo è il vero scenario da comprendere.

Non un Iran che conquista militarmente il pianeta.

Ma un Iran capace di dire al pianeta:

“Ogni volta che decidete di colpirci, ricordatevi da dove passa la vostra energia.”

E se una singola potenza arrivasse davvero a possedere una capacità simile, il mondo non sarebbe semplicemente dipendente dal Medio Oriente.

Sarebbe costantemente costretto a calcolare la possibile reazione di Teheran prima di prendere qualsiasi decisione strategica.

Questo è il ricatto geopolitico.

E questa sarebbe una delle conseguenze più pericolose di un Medio Oriente dominato da una sola potenza.

L’IRAN E LA RETE TRANSNAZIONALE: LA GUERRA INDIRETTA CHE VIENE DAL NOVECENTO

C’è infine un livello ancora più profondo della strategia iraniana.

La rete costruita intorno alla Repubblica Islamica non dovrebbe essere osservata soltanto attraverso Hezbollah, Hamas, Houthi o milizie irachene considerate separatamente.

Bisogna osservare il metodo.

Finanziamento.

Addestramento.

Armi.

Intelligence.

Organizzazioni locali.

Strutture clandestine.

Negabilità.

Pressione politica.

Operazioni condotte lontano dal territorio dello Stato sponsor.

È il principio fondamentale della guerra per procura.

E questo metodo non nasce con l’Iran.

LA GUERRA FREDDA NON È MAI FINITA DAVVERO

Durante la Guerra fredda Stati Uniti e Unione Sovietica compresero perfettamente che lo scontro diretto tra grandi potenze nucleari sarebbe potuto diventare catastrofico.

La competizione venne quindi trasferita nelle periferie.

Africa.

America Latina.

Asia.

Medio Oriente.

Si finanziavano governi, guerriglie, movimenti rivoluzionari, servizi d’intelligence e organizzazioni paramilitari.

Si combatteva attraverso qualcun altro.

Washington sosteneva i propri alleati.

Mosca sosteneva i propri.

Pechino sosteneva movimenti rivoluzionari.

I servizi segreti costruivano reti clandestine.

La guerra diventava transnazionale.

La Repubblica Islamica nata nel 1979 entra precisamente in questo mondo.

Ma sviluppa progressivamente un proprio modello.

KHOMEINI TRASFORMA LA RIVOLUZIONE IN POLITICA ESTERA

La rivoluzione iraniana non nasce semplicemente come cambio di governo.

Nasce con una vocazione rivoluzionaria.

La nuova Repubblica Islamica pretende di rappresentare qualcosa che supera i confini dell’Iran.

L’idea dell’esportazione della rivoluzione diventa così parte della nuova identità politica.

Ed è qui che l’IRGC assume un’importanza fondamentale.

I Guardiani della Rivoluzione non devono soltanto difendere il territorio iraniano.

Devono difendere la rivoluzione.

La differenza è enorme.

Perché uno Stato possiede confini.

Un’ideologia può attraversarli.

HEZBOLLAH: IL MODELLO CHE FUNZIONA

Il Libano diventa uno dei grandi laboratori di questa strategia.

Negli anni Ottanta, nel caos della guerra civile libanese e dell’intervento israeliano, l’Iran contribuisce alla formazione e allo sviluppo di Hezbollah.

Qui Teheran scopre la potenza di un modello destinato a diventare fondamentale.

Non occorre annettere il Libano.

Non occorre installare formalmente un governatore iraniano.

Non occorre mandare centinaia di migliaia di soldati.

È sufficiente costruire un’organizzazione locale fortemente armata, ideologicamente vicina e capace di diventare contemporaneamente:

forza militare;

movimento politico;

struttura sociale;

apparato propagandistico;

strumento di deterrenza.

Hezbollah diventa così molto più di una semplice milizia.

Diventa la dimostrazione che l’influenza può essere più economica dell’occupazione.

DALLA GUERRA PER PROCURA ALLA RETE

Successivamente il modello si espande e si differenzia.

Iraq.

Siria.

Libano.

Yemen.

Territori palestinesi.

Ma attenzione: parlare genericamente di “proxy iraniani” può essere fuorviante.

Non tutte queste organizzazioni sono controllate allo stesso modo.

Non tutte condividono la stessa ideologia.

Non tutte ricevono ordini operativi da Teheran.

Hamas, per esempio, è sunnita e possiede una propria agenda politica.

Gli Houthi hanno radici, leadership e interessi autonomi nello Yemen.

Diverse milizie irachene hanno differenti livelli di dipendenza dall’Iran.

Hezbollah rappresenta invece storicamente il rapporto più profondo con la Repubblica Islamica.

La vera forza del sistema sta proprio qui:

non è necessario controllare completamente ogni organizzazione perché la rete produca vantaggi strategici.

È sufficiente che gli interessi convergano abbastanza.

DALLA RETE REGIONALE ALLA DIMENSIONE TRANSNAZIONALE

Ed esiste poi un’altra questione che viene discussa molto meno.

Hezbollah non ha sviluppato attività soltanto in Libano.

Nel corso dei decenni autorità giudiziarie e servizi di sicurezza di diversi Paesi hanno attribuito a Hezbollah o a suoi membri attività, cellule, finanziamenti o operazioni molto lontano dal Medio Oriente.

L’attentato del 1994 contro l’AMIA di Buenos Aires rappresenta il caso storicamente più importante: la giustizia argentina ha attribuito responsabilità all’Iran e a Hezbollah, accuse respinte da Teheran.

Questo è importante perché mostra la possibile estensione geografica di una rete nata nel Levante.

Medio Oriente.

Europa.

America Latina.

Africa.

Non significa che esista un’unica gigantesca centrale che controlla automaticamente ogni attività.

Significa qualcosa di strategicamente più interessante:

alcune organizzazioni legate all’architettura iraniana hanno dimostrato capacità operative e logistiche transnazionali.

IL TERRORISMO COME STRUMENTO DELLA GUERRA ASIMMETRICA

Qui bisogna utilizzare le parole con precisione.

Hezbollah è designato organizzazione terroristica dagli Stati Uniti e da altri governi; l’Unione Europea mantiene invece nella propria lista terroristica la sua ala militare.

Hamas è anch’esso designato organizzazione terroristica da Stati Uniti e Unione Europea.

L’IRGC è designato organizzazione terroristica straniera dagli Stati Uniti.

Queste classificazioni non sono identiche in tutto il mondo e non devono essere confuse con una definizione universale accettata da ogni Stato.

Ma mostrano un problema reale:

l’architettura regionale iraniana comprende organizzazioni che numerosi governi considerano terroristiche e che hanno utilizzato terrorismo e violenza contro civili.

Ed è qui che la guerra indiretta raggiunge il suo livello più pericoloso.

Lo Stato sponsor può ottenere pressione strategica senza necessariamente assumersi tutti i costi politici e militari di una guerra convenzionale.

LA LEZIONE DELLA GUERRA FREDDA

Il vero collegamento con la Guerra fredda non richiede quindi una teoria del complotto.

È molto più evidente.

La Guerra fredda insegnò alle potenze che era possibile:

combattere senza dichiarare guerra;

colpire attraverso alleati;

finanziare organizzazioni locali;

costruire reti clandestine;

trasformare ideologia e propaganda in strumenti geopolitici;

negare o rendere ambiguo il proprio coinvolgimento diretto.

La Repubblica Islamica ha portato molti di questi principi nel XXI secolo adattandoli alla propria ideologia rivoluzionaria e alla particolare geografia del Medio Oriente.

L’IRGC COME ARCHITETTO DELLA GUERRA INDIRETTA

Ed è qui che la Forza Quds diventa centrale.

Il suo valore strategico non deriva dalle dimensioni di un esercito convenzionale.

Deriva dalla capacità di creare rapporti.

Addestrare.

Finanziare.

Trasferire tecnologia.

Costruire capacità missilistiche.

Sostenere organizzazioni locali.

Creare collegamenti tra teatri differenti.

In altre parole:

trasformare l’influenza iraniana in capacità militare distribuita.

Un avversario non deve più affrontare soltanto l’Iran.

Può trovarsi davanti Hezbollah dal Libano.

Milizie dall’Iraq.

Gruppi armati dalla Siria.

Houthi dallo Yemen.

E altri attori regionali con differenti livelli di collaborazione con Teheran.

È una forma di deterrenza reticolare.

ISRAELE DIVENTA IL NODO DA SPEZZARE

Ed ecco perché torniamo ancora una volta a Israele.

Israele si trova geograficamente nel punto nel quale questa architettura incontra uno dei suoi principali ostacoli militari.

Un Iran capace di consolidare una sfera d’influenza attraverso Iraq, Siria e Libano otterrebbe una profondità strategica straordinaria verso il Mediterraneo.

Israele impedisce che questo spazio diventi incontrastato.

Può colpire infrastrutture.

Intercettare trasferimenti di armi.

Eliminare comandanti.

Distruggere depositi.

Colpire direttamente capacità iraniane.

Per questo l’ostilità verso Israele può essere contemporaneamente ideologia, propaganda e interesse geopolitico.

IL VECCHIO METODO CON TECNOLOGIE NUOVE

Questa è forse la vera eredità della Guerra fredda.

Non necessariamente un unico “progetto segreto” sopravvissuto immutato per ottant’anni.

Qualcosa di molto più concreto:

un metodo di combattimento.

Solo che oggi quel metodo dispone di strumenti che durante la Guerra fredda non esistevano.

Droni.

Missili balistici relativamente economici.

Missili da crociera.

Cyberwarfare.

Social network.

Criptovalute.

Propaganda digitale globale.

Comunicazioni cifrate.

Una piccola organizzazione può quindi esercitare una pressione che un tempo avrebbe richiesto capacità statali enormemente superiori.

LA RETE È L’ARMA

Questo è il punto finale.

La vera innovazione iraniana non è aver inventato la guerra per procura.

Non l’ha inventata.

È aver costruito nel corso di decenni una propria architettura regionale di guerra indiretta, adattandola alle esigenze della Repubblica Islamica.

E se vogliamo capire il ruolo dell’IRGC dobbiamo smettere di guardare ogni fronte separatamente.

Hezbollah non è soltanto Libano.

Le milizie irachene non sono soltanto Iraq.

Gli Houthi non sono soltanto Yemen.

La Siria non è soltanto Siria.

Nella strategia iraniana questi teatri possono diventare parti di un sistema di deterrenza e influenza molto più vasto.

Ed è proprio questa la caratteristica fondamentale della guerra indiretta moderna:

non conquistare necessariamente il territorio dell’avversario.

Costruire invece una rete capace di circondarlo, condizionarlo e aumentare continuamente il prezzo che deve pagare per contrastarti.

La Guerra fredda ci ha insegnato il metodo.

La Repubblica Islamica lo ha adattato al Medio Oriente del XXI secolo.


Fonti e approfondimenti

Center for Strategic and International Studies — Axis Rising: Iran’s Evolving Regional Strategy and Non-State Partnerships in the Middle East
https://www.csis.org/analysis/axis-rising-irans-evolving-regional-strategy-and-non-state-partnerships-middle-east

Center for Strategic and International Studies — analisi sul sostegno iraniano alla rete regionale di gruppi armati
https://www.csis.org/analysis/what-can-united-states-and-israel-accomplish-iran

Congress.gov — Maximum Pressure Act, riferimenti alla politica statunitense verso IRGC, Hezbollah, Ansar Allah e alle minacce iraniane contro Israele
https://www.congress.gov/bill/119th-congress/house-bill/2570/text

Congress.gov — Risoluzione del Senato USA relativa all’Iran, IRGC e organizzazioni regionali sostenute da Teheran
https://www.congress.gov/bill/118th-congress/senate-resolution/462/text

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