Quando la controinformazione smette di informare e inizia a selezionare la realtà
Per anni milioni di persone si sono rivolte alla cosiddetta controinformazione perché stanche delle semplificazioni, delle omissioni e delle narrazioni precostituite dei grandi media.
L’idea era semplice: cercare informazioni che il mainstream ignorava.
Oggi, però, una parte della controinformazione sembra aver subito la stessa trasformazione che per anni ha denunciato.
Non si cercano più i fatti.
Si cercano conferme.
Non si analizza la realtà.
Si costruisce una narrativa.
E soprattutto si parte da una conclusione già stabilita: se qualcosa accade nel mondo, dietro ci devono essere Israele, il sionismo o l’imperialismo americano.
Qualunque cosa accada.
Qualunque sia il contesto.
Qualunque siano le prove.
Le opinioni vendute come fatti
Sempre più spesso assistiamo a interviste in cui alcuni fatti reali vengono utilizzati come trampolino per costruire teorie molto più ampie.
Un investimento immobiliare.
Un volo charter.
Una collaborazione industriale.
Un resort turistico.
Un fondo di investimento.
Tutti elementi che possono essere reali.
Il problema nasce quando da questi elementi si passa direttamente alla conclusione:
esiste un piano di colonizzazione;
esiste un progetto geopolitico segreto;
esiste una strategia di occupazione;
esiste un disegno coordinato.
Ma dove sono le prove?
Dove sono i documenti?
Dove sono gli atti ufficiali?
Molto spesso non esistono.
Esistono soltanto interpretazioni.
Eppure vengono presentate come fatti accertati.
La propaganda funziona attraverso ciò che non racconta
La propaganda moderna raramente consiste nel raccontare bugie evidenti.
È molto più sofisticata.
Prende alcuni fatti veri.
Li amplifica.
Ignora tutto il resto.
E costruisce una realtà parziale.
È qui che emerge una domanda interessante.
Perché alcuni investimenti stranieri vengono descritti come una minaccia esistenziale mentre altri vengono completamente ignorati?
Il fenomeno di cui quasi nessuno parla
Mentre una parte della controinformazione dedica ogni giorno ore a individuare presunte strategie sioniste dietro qualsiasi investimento occidentale, esiste un fenomeno molto più concreto e documentato che raramente riceve la stessa attenzione.
I giganteschi fondi sovrani delle monarchie del Golfo.
Tra questi:
Qatar Investment Authority
Public Investment Fund
Mubadala Investment Company
Abu Dhabi Investment Authority
Parliamo di patrimoni che superano complessivamente migliaia di miliardi di dollari.
Non teorie.
Non supposizioni.
Dati pubblici.
L’Europa è diventata terreno di investimento strategico
Negli ultimi vent’anni i capitali provenienti dal Golfo hanno acquisito quote rilevanti in:
alberghi di lusso;
quartieri finanziari;
società energetiche;
aeroporti;
porti;
centri commerciali;
squadre sportive;
ospedali;
reti logistiche.
Si tratta di operazioni perfettamente legali.
Ma è curioso osservare come gli stessi commentatori che vedono complotti ovunque tacciano completamente su questi fenomeni.
Se l’acquisto di alcune proprietà da parte di investitori israeliani viene descritto come “colonizzazione”, perché lo stesso linguaggio non viene utilizzato quando gli investitori provengono da altre aree del mondo?
Il caso italiano
Anche l’Italia non è rimasta estranea a questo processo.
Investitori provenienti da Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno acquisito negli anni partecipazioni importanti in diversi settori strategici.
Uno degli esempi più noti è il Mater Olbia Hospital, struttura sanitaria sviluppata grazie a investimenti qatarioti.
Esistono inoltre partecipazioni e investimenti nel settore immobiliare, turistico e alberghiero in numerose regioni italiane.
Tutto questo è pubblico.
Tutto questo è documentato.
Eppure raramente diventa oggetto di approfondimenti polemici.
Il tema dell’islamizzazione: tra realtà e slogan
Parlare di islamizzazione è complesso.
Spesso il termine viene utilizzato in modo improprio.
Tuttavia esistono fenomeni reali che meritano di essere discussi.
In molti Paesi europei si osservano:
crescita delle comunità musulmane;
finanziamenti esteri per luoghi di culto;
aumento dell’influenza di organizzazioni religiose internazionali;
trasformazioni culturali e sociali in alcuni quartieri urbani.
Analizzare questi fenomeni non significa demonizzare milioni di persone.
Significa osservare processi sociali che stanno modificando il volto dell’Europa.
Ma proprio qui emerge il paradosso.
Chi pretende di denunciare tutte le forme di influenza straniera spesso ignora completamente quelle provenienti dal mondo islamico.
L’anti-americanismo come filtro ideologico
Per una parte della controinformazione contemporanea gli Stati Uniti rappresentano la spiegazione universale.
Se c’è una guerra, è colpa degli Stati Uniti.
Se c’è una crisi finanziaria, è colpa degli Stati Uniti.
Se c’è un investimento immobiliare, è colpa degli Stati Uniti.
Se c’è una protesta, è colpa degli Stati Uniti.
Questo approccio non è analisi geopolitica.
È una forma di determinismo ideologico.
La realtà internazionale è molto più complessa.
Esistono interessi americani.
Ma esistono anche interessi russi.
Cinesi.
Turchi.
Iraniani.
Sauditi.
Qatarioti.
Emiratini.
Ridurre tutto a una sola chiave interpretativa significa smettere di comprendere il mondo.
Quando la controinformazione diventa lo specchio del mainstream
Il fenomeno più interessante è forse questo.
Molti di coloro che accusano il mainstream di manipolare la realtà finiscono per utilizzare esattamente gli stessi strumenti.
Selezionano i fatti.
Ignorano quelli scomodi.
Costruiscono una narrativa.
Trasformano ipotesi in certezze.
Emotività in prove.
Opinioni in verità assolute.
La differenza è soltanto politica.
Il metodo rimane identico.
Conclusione
L’informazione autentica dovrebbe seguire i fatti, non le ideologie.
Dovrebbe applicare gli stessi criteri a tutti gli attori internazionali.
Dovrebbe essere capace di analizzare contemporaneamente gli interessi americani, israeliani, cinesi, russi, turchi e delle monarchie del Golfo senza trasformare uno di essi nell’unica spiegazione possibile di ogni evento.
Quando invece si sceglie preventivamente il colpevole e si costruisce la narrazione attorno a quella conclusione, non si sta facendo giornalismo.
Si sta facendo propaganda.
E la propaganda resta propaganda anche quando si presenta con l’etichetta rassicurante della “controinformazione indipendente”.
Negli ultimi anni una parte della cosiddetta controinformazione ha costruito una narrazione semplice, emotiva e politicamente redditizia: tutto il male tecnologico del mondo avrebbe un solo nome, gli Stati Uniti.
Ogni software di analisi dati viene trasformato in una macchina per il controllo totale.
Ogni azienda americana diventa automaticamente il volto del “Grande Fratello”.
Ogni progetto di intelligenza artificiale sviluppato in Occidente viene descritto come il preludio di una dittatura globale.
Il problema non è criticare Palantir.
Il problema è che spesso questa critica viene accompagnata da una sistematica rimozione di tutto ciò che non si adatta alla narrativa ideologica antiamericana.
Perché mentre si parla ossessivamente di Palantir, quasi nessuno racconta il sistema di sorveglianza cinese.
Mentre si denuncia ogni software sviluppato negli Stati Uniti, si evita accuratamente di parlare delle infrastrutture digitali europee, dei portafogli digitali, delle identità elettroniche interoperabili e dei sistemi di monitoraggio comportamentale che stanno emergendo in numerose parti del mondo.
La propaganda non consiste soltanto nel raccontare una bugia.
Molto spesso consiste nel raccontare soltanto una parte della verità.
IL CASO PALANTIR: TRA CRITICA LEGITTIMA E NARRAZIONI ESTREME
Palantir è una società che sviluppa piattaforme per integrare, organizzare e analizzare enormi quantità di dati provenienti da fonti differenti. Le sue piattaforme principali, Gotham e Foundry, sono utilizzate da enti governativi, forze armate e grandi organizzazioni per attività di intelligence, pianificazione e supporto decisionale.
Questo fatto è reale.
È altrettanto reale che Palantir collabori con agenzie governative e apparati di sicurezza.
È quindi assolutamente legittimo discutere delle implicazioni etiche, della privacy e dei rischi derivanti dalla concentrazione di enormi quantità di dati.
Ciò che non risulta documentato sono invece alcune affermazioni che circolano frequentemente:
che Palantir elimini fisicamente oppositori politici;
che i suoi algoritmi decidano autonomamente chi curare o chi intubare;
che possieda sistemi in grado di prevedere il comportamento umano con precisione quasi assoluta;
che controlli direttamente governi e istituzioni sovranazionali.
Le informazioni pubblicamente disponibili descrivono Gotham e Foundry come strumenti avanzati di integrazione e analisi dati, non come sistemi autonomi di eliminazione fisica dei bersagli o di gestione indipendente delle decisioni cliniche.
LA CINA: IL GIGANTE DELLA SORVEGLIANZA CHE MOLTI EVITANO DI CITARE
Qui emerge una delle più grandi contraddizioni della controinformazione ideologica.
Quando il software è americano viene descritto come l’anticamera del totalitarismo.
Quando il software è cinese, il livello di attenzione cala improvvisamente.
Eppure la Cina ha sviluppato negli anni uno degli ecosistemi di monitoraggio digitale più avanzati esistenti:
riconoscimento facciale su larga scala;
reti di telecamere intelligenti;
analisi comportamentale assistita da IA;
monitoraggio integrato delle attività digitali;
sistemi di gestione sociale e amministrativa fortemente centralizzati.
Su questi aspetti si registra spesso un silenzio sorprendente da parte di coloro che vedono il controllo sociale esclusivamente attraverso la lente dell’imperialismo americano.
L’EUROPA E L’IDENTITÀ DIGITALE: IL TEMA CHE DISTURBA POCO
Un altro punto quasi assente nel dibattito riguarda l’Europa.
L’Unione Europea sta sviluppando il sistema di Identità Digitale Europea e il cosiddetto EU Digital Identity Wallet, un portafoglio digitale destinato a permettere ai cittadini di identificarsi online, conservare documenti digitali e accedere a servizi pubblici e privati.
L’obiettivo ufficiale dichiarato dalla Commissione Europea è facilitare l’accesso ai servizi digitali e aumentare il controllo degli utenti sui propri dati.
Ciò non significa automaticamente che si tratti di uno strumento di controllo sociale.
Ma significa che esistono interrogativi legittimi sulla privacy, sulla centralizzazione delle informazioni e sull’evoluzione futura di queste infrastrutture.
Domande che meriterebbero attenzione.
Eppure molti di coloro che denunciano quotidianamente Palantir sembrano ignorare completamente questi sviluppi.
OMS: LE CRITICHE REALI SONO PIÙ FORTI DELLE ESAGERAZIONI
Un discorso simile riguarda l’OMS.
Esistono critiche legittime riguardanti:
la gestione della pandemia;
i rapporti con fondazioni private;
la trasparenza dei processi decisionali;
il coordinamento internazionale.
Tuttavia il testo dell’accordo pandemico adottato nel 2025 riafferma esplicitamente il principio della sovranità degli Stati e specifica che l’OMS non acquisisce il potere di imporre lockdown, vaccinazioni obbligatorie o altre misure nazionali.
Ciò non impedisce di criticare l’OMS.
Ma una critica seria dovrebbe partire dai documenti reali, non da attribuzioni che i testi ufficiali non contengono.
IL PROBLEMA NON È PALANTIR. È IL METODO
Il vero problema non è Palantir.
Non è Peter Thiel.
Non è Alex Karp.
Non è nemmeno l’intelligenza artificiale in sé.
Il problema è il metodo con cui una parte della controinformazione affronta questi temi.
Quando una tecnologia è americana, ogni ipotesi viene trasformata in una certezza.
Quando una tecnologia simile viene sviluppata altrove, improvvisamente sparisce dal dibattito.
Non si analizzano più i documenti.
Non si verificano più le fonti.
Non si distinguono più i fatti dalle interpretazioni.
Si parte invece da una conclusione già stabilita: l’America è sempre il problema e tutto ciò che la riguarda deve necessariamente confermare quella narrativa.
Ma l’informazione non dovrebbe funzionare così.
L’analisi seria parte dalle prove e arriva alle conclusioni.
La propaganda parte dalle conclusioni e seleziona soltanto le prove che le confermano.
Ed è esattamente questo il meccanismo che molti denunciano nei media mainstream, salvo poi replicarlo quando si parla di geopolitica, tecnologia, intelligenza artificiale o sorveglianza digitale.
LA VERA QUESTIONE: IL CONTROLLO NON HA UNA SOLA BANDIERA
L’errore fondamentale consiste nel credere che il controllo digitale abbia una sola nazionalità.
La realtà è molto più complessa.
Le tecnologie di sorveglianza, analisi predittiva e gestione dei dati vengono sviluppate:
negli Stati Uniti;
in Cina;
in Europa;
in Russia;
in Israele;
in numerosi altri Paesi.
Ridurre tutto a una lotta contro l’imperialismo americano significa ignorare metà del problema.
E chi ignora metà del problema difficilmente può pretendere di fornire un’informazione completa.
CONCLUSIONE
La crescita dell’intelligenza artificiale, dei big data e delle infrastrutture digitali rappresenta una delle questioni più importanti del nostro tempo.
Ma proprio per questo richiede rigore.
Palantir può e deve essere oggetto di analisi critica.
Così come devono esserlo i sistemi di sorveglianza cinesi, le identità digitali europee, i progetti di governance algoritmica e qualsiasi altra infrastruttura che possa incidere sulla libertà individuale.
Quando invece si selezionano soltanto i bersagli compatibili con una determinata ideologia politica, non si sta più facendo informazione.
Si sta facendo propaganda.
E la propaganda più efficace non è quella che inventa completamente i fatti.
È quella che mostra soltanto quelli che fanno comodo.
Palantir, OMS, IA e controllo sociale: cosa c’è di verificabile e cosa no
Il testo dell’intervista contiene un insieme di fatti reali, interpretazioni personali, ipotesi speculative e affermazioni che non risultano supportate da prove pubbliche verificabili. Una lettura critica richiede di distinguere attentamente tra ciò che è documentato e ciò che viene presentato come certezza senza evidenze sufficienti.
Palantir elimina avversari politici tramite l’intelligenza artificiale?
Nell’intervista si sostiene che Palantir utilizzi sistemi di intelligenza artificiale per identificare ed eliminare avversari politici.
Non esistono però prove pubbliche che dimostrino che Palantir disponga o utilizzi sistemi autonomi incaricati di eliminare fisicamente persone o oppositori politici. Palantir sviluppa principalmente piattaforme di integrazione dati, intelligence e analisi delle informazioni utilizzate da governi, forze armate e aziende. I suoi prodotti più noti, come Gotham e Foundry, sono strumenti di supporto decisionale e analisi, non sistemi autonomi di eliminazione fisica dei bersagli.
Confondere un software di analisi con una macchina che decide autonomamente chi colpire è un salto logico che non trova conferma nella documentazione disponibile.
Palantir decideva chi intubare durante il Covid?
L’intervista afferma che durante la pandemia i software Palantir avrebbero deciso automaticamente chi vaccinare, chi ricoverare, chi intubare e quali cure somministrare.
Non risultano prove che i sistemi Palantir abbiano avuto autorità clinica autonoma. Durante il Covid alcune piattaforme dell’azienda sono state utilizzate per la gestione logistica, la distribuzione dei vaccini, l’organizzazione dei dati sanitari e la gestione delle risorse ospedaliere.
Le decisioni mediche restavano però affidate ai medici e alle strutture sanitarie. Non esiste documentazione che dimostri che Gotham o Tiberius abbiano avuto il potere di decidere autonomamente il trattamento dei pazienti.
Palantir è parte integrante del progetto Stargate di Trump?
Secondo l’intervista, Palantir sarebbe un pilastro del progetto Stargate annunciato dall’amministrazione Trump.
Il progetto Stargate riguarda investimenti nell’infrastruttura statunitense per l’intelligenza artificiale e coinvolge ufficialmente soggetti come OpenAI, Oracle e SoftBank.
Palantir non figura tra i promotori principali annunciati pubblicamente. Possono esistere collaborazioni indirette o convergenze tecnologiche, ma sostenere che Palantir sia il cuore del progetto non trova conferma nelle dichiarazioni ufficiali.
Peter Thiel sostiene l’esistenza di una razza superiore?
Nel testo Peter Thiel viene descritto come promotore di una filosofia suprematista basata sull’esistenza di una razza superiore.
Thiel è certamente una figura controversa. Ha espresso idee libertarie, tecnocratiche ed elitiste, ma non esistono dichiarazioni pubbliche note in cui sostenga l’esistenza di una razza biologicamente superiore o una teoria razziale assimilabile al suprematismo classico.
Attribuirgli una filosofia razziale rappresenta una caratterizzazione che non risulta supportata dalle fonti disponibili.
Alex Karp vuole terrorizzare la popolazione?
L’intervista attribuisce all’amministratore delegato di Palantir, Alex Karp, una frase secondo cui la missione dell’azienda sarebbe “tenere sotto controllo, terrorizzare e fare in modo che la gente faccia quello che diciamo noi”.
Non risulta alcuna citazione pubblica verificabile di Alex Karp che contenga affermazioni di questo tipo. Karp ha spesso difeso il ruolo della tecnologia nella sicurezza nazionale e la collaborazione con governi occidentali, ma la frase riportata non compare nelle sue interviste, nei suoi libri o nei suoi interventi pubblici noti.
Senza una fonte verificabile, l’affermazione appare priva di fondamento documentale.
Agenda 2030 e società del controllo
Nel testo si sostiene che Palantir rappresenti lo strumento attraverso cui verrebbe realizzata l’Agenda 2030 e una futura società globale di sorveglianza.
L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite consiste in un insieme di obiettivi di sviluppo sostenibile riguardanti povertà, salute, istruzione, ambiente e sviluppo economico.
Si possono certamente criticare alcune politiche internazionali o alcune forme di governance globale, ma nei documenti ufficiali dell’Agenda 2030 non esiste alcun piano che preveda l’abolizione della democrazia, la creazione di una dittatura tecnologica o l’affidamento del controllo sociale a Palantir.
L’OMS governerà direttamente gli Stati?
Una delle tesi centrali dell’intervista è che il nuovo accordo pandemico attribuirebbe all’Organizzazione Mondiale della Sanità il potere di governare direttamente gli Stati.
Il testo dell’accordo pandemico non prevede il trasferimento della sovranità nazionale all’OMS. L’organizzazione non acquisisce il potere di imporre lockdown, vaccinazioni obbligatorie o misure sanitarie contro la volontà dei governi nazionali.
Le decisioni finali continuano a essere adottate dagli Stati membri. L’accordo rafforza il coordinamento internazionale, ma non trasforma l’OMS in un governo mondiale della sanità.
I tamponi PCR hanno accuratezza del 5%?
L’intervista sostiene che i test PCR avrebbero un’accuratezza del 5%.
Questa affermazione è falsa. I test PCR correttamente eseguiti presentano elevata sensibilità ed elevata specificità. Possono verificarsi falsi positivi o falsi negativi, ma non esiste alcuno studio scientifico serio che dimostri un’affidabilità del solo 5%.
Questa tesi è circolata ampiamente durante la pandemia in ambienti complottisti senza essere supportata da evidenze scientifiche.
I vaccinati erano il principale veicolo di diffusione del Covid?
Nel testo si afferma che le persone vaccinate sarebbero state il principale veicolo di diffusione del virus.
I dati raccolti durante la pandemia mostrano che i vaccini non eliminavano completamente il contagio, ma riducevano significativamente il rischio di infezione e trasmissione nelle prime varianti. Con le varianti successive tale protezione si è ridotta, ma non esistono evidenze che consentano di affermare che i vaccinati siano stati il principale motore della diffusione.
Si tratta di una semplificazione che non riflette il quadro epidemiologico reale.
L’OMS costruirà un laboratorio militare in ogni regione italiana?
L’intervista sostiene che l’OMS stia organizzando la costruzione di laboratori di livello 3 o 4 in ogni regione italiana.
Non esiste alcun progetto ufficiale che confermi questa affermazione. I laboratori BSL-3 e BSL-4 sono strutture di biosicurezza presenti in molti Paesi per lo studio di agenti patogeni pericolosi, ma non risultano piani OMS per la creazione di una rete di laboratori militari regionali in Italia.
Bill Gates finanzia la prossima pandemia?
Nel testo viene suggerito che Bill & Melinda Gates Foundation avrebbe finanziato lo sviluppo dell’H5N1 come preparazione alla prossima pandemia.
La fondazione finanzia da anni programmi di ricerca sulle malattie infettive, sui vaccini e sulla salute globale. Non esistono prove che tali finanziamenti siano finalizzati alla creazione o alla diffusione di pandemie.
Si tratta di una conclusione che non trova riscontro nella documentazione disponibile.
Palantir prevede il comportamento umano con precisione del 97%?
L’intervista afferma che Palantir sarebbe in grado di prevedere il comportamento umano con un’accuratezza del 97%.
Non risultano pubblicazioni tecniche, documenti aziendali o studi indipendenti che confermino una capacità predittiva di questo livello. Anche i sistemi più avanzati di analisi comportamentale incontrano limiti enormi quando si tratta di prevedere il comportamento individuale in contesti reali.
La percentuale citata appare quindi priva di una base verificabile.
Conclusione
L’intervista parte da alcuni elementi reali — l’esistenza di Palantir, il ruolo di Peter Thiel, l’utilizzo di software di analisi dati da parte di governi e agenzie di sicurezza, la crescita dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie di sorveglianza — ma costruisce attorno a questi fatti una narrazione che presenta come certezze una serie di ipotesi, deduzioni e scenari privi di adeguato supporto documentale.
Il problema principale non è discutere criticamente di Palantir, dell’intelligenza artificiale, della sorveglianza digitale o del potere crescente delle grandi aziende tecnologiche. Sono temi legittimi e importanti. Il problema nasce quando affermazioni molto gravi vengono presentate come fatti accertati senza documenti, fonti primarie, studi verificabili o prove concrete a sostegno. In questi casi il rischio è quello di sostituire l’analisi con la speculazione e la critica con la costruzione di una narrativa che non regge a un controllo rigoroso delle fonti.
Per anni una parte della controinformazione ha costruito la propria credibilità denunciando le menzogne dei media mainstream.
Ha accusato televisioni, giornali e grandi piattaforme di selezionare i fatti, manipolare il contesto e costruire narrazioni funzionali agli interessi del potere.
Molte di quelle critiche erano legittime.
Il problema è che oggi una parte della stessa controinformazione è diventata esattamente ciò che sosteneva di combattere.
Non informa.
Non verifica.
Non ricerca.
Costruisce narrazioni.
E quando la narrazione entra in conflitto con la realtà, viene sacrificata la realtà.
L’IDEOLOGIA PRIMA DEI FATTI
Esiste ormai una categoria di commentatori che sembra incapace di analizzare qualsiasi evento senza ricondurlo automaticamente a un’unica spiegazione:
Gli Stati Uniti sono sempre il colpevole.
Sempre.
A prescindere dai fatti.
A prescindere dalle prove.
A prescindere dal contesto.
Se esplode una crisi economica, la colpa è di Washington.
Se cade un governo, la colpa è di Washington.
Se scoppia una guerra, la colpa è di Washington.
Se una potenza regionale invade un vicino, la responsabilità finale viene comunque attribuita a Washington.
Non importa più ciò che accade realmente.
Importa soltanto proteggere una visione ideologica del mondo.
LA FABBRICA DELLE MENZOGNE
Il meccanismo è ormai riconoscibile.
Si parte da un fatto reale.
Poi si aggiunge una supposizione.
Poi una deduzione.
Poi una teoria.
Poi una suggestione.
Infine tutto viene presentato come una verità assoluta.
I documenti spariscono.
Le fonti diventano facoltative.
Le prove vengono sostituite dalle convinzioni.
Chi chiede verifiche viene accusato di essere un servo del sistema.
Chi pretende documentazione viene definito ingenuo.
Chi non si allinea diventa automaticamente un nemico.
È lo stesso schema che per anni è stato attribuito ai media mainstream.
IL VERO IMPERIALISMO CHE NON SI DEVE NOMINARE
L’aspetto più curioso è che molti di questi professionisti dell’anti-imperialismo sembrano vedere l’imperialismo soltanto quando indossa una determinata bandiera.
Se una superpotenza esercita pressioni economiche è imperialismo.
Se lo fa un’altra potenza diventa cooperazione.
Se un blocco geopolitico interferisce negli affari di altri paesi è imperialismo.
Se lo fa un attore considerato “amico” diventa difesa della sovranità.
Se una nazione espande la propria influenza economica, politica o militare viene condannata.
Se la stessa cosa viene fatta da un paese percepito come antagonista degli Stati Uniti, improvvisamente diventa un atto di liberazione.
L’imperialismo non viene giudicato per ciò che è.
Viene giudicato in base a chi lo pratica.
E questo non è giornalismo.
È militanza ideologica.
LA MORTE DEL PENSIERO CRITICO
Il vero pensiero critico consiste nel verificare.
Nel controllare le fonti.
Nel confrontare documenti.
Nel distinguere i fatti dalle interpretazioni.
Oggi invece una parte della controinformazione funziona come una tifoseria.
Si scelgono le conclusioni prima ancora di esaminare le prove.
Successivamente si cercano soltanto gli elementi utili a confermare ciò che si è già deciso di credere.
È un metodo antiscientifico.
È un metodo antistorico.
È un metodo propagandistico.
QUANDO LA CONTROINFORMAZIONE DIVENTA IL NUOVO MAINSTREAM
Molti di questi personaggi amano definirsi dissidenti.
In realtà spesso si limitano a sostituire una narrativa con un’altra.
Cambiano i protagonisti.
Cambiano i cattivi.
Cambiano gli slogan.
Ma il metodo rimane identico.
Selezione delle informazioni.
Omissione dei fatti scomodi.
Semplificazione estrema della realtà.
Costruzione di un nemico assoluto.
Demonizzazione degli avversari.
Ricerca continua della conferma ideologica.
La differenza rispetto al mainstream è sempre più sottile.
IL CASO PALANTIR E LE NARRATIVE COSTRUITE A TAVOLINO
Le recenti narrazioni costruite attorno a Palantir rappresentano un esempio emblematico.
Invece di discutere seriamente temi reali come:
sorveglianza digitale;
concentrazione del potere tecnologico;
uso dell’intelligenza artificiale;
raccolta dei dati personali;
rapporti tra tecnologia e apparati statali;
si preferisce spesso trasformare ogni discussione in una gigantesca teoria totalizzante.
Ogni elemento viene piegato per dimostrare una conclusione già decisa in partenza.
Non si analizzano i documenti.
Si costruisce una storia.
E la storia deve confermare il dogma.
CHI FA INFORMAZIONE HA UN DOVERE
Chi comunica al pubblico ha una responsabilità.
Può certamente avere idee politiche.
Può avere preferenze ideologiche.
Può avere una visione del mondo.
Ma non può inventare fatti.
Non può attribuire dichiarazioni mai pronunciate.
Non può trasformare ipotesi in certezze.
Non può spacciare deduzioni personali per documentazione storica.
L’informazione indipendente dovrebbe essere migliore del mainstream.
Non peggiore.
CONCLUSIONE
Il problema non è essere antiamericani.
Il problema non è essere di destra o di sinistra.
Il problema è sostituire la ricerca della verità con la difesa di una fede politica.
Quando l’ideologia diventa più importante dei fatti, la propaganda prende il posto dell’informazione.
Quando le prove vengono sostituite dalle convinzioni, il giornalismo muore.
E quando la controinformazione rinuncia alla verifica per inseguire la narrativa più conveniente, smette di essere una voce libera.
Diventa semplicemente un altro megafono della propaganda.
Quando la narrativa diventa più importante della verità
Per anni una parte della controinformazione ha costruito la propria credibilità accusando il mainstream di manipolare le notizie.
Secondo questo racconto, i grandi media avrebbero nascosto fatti scomodi, selezionato le informazioni utili alle élite e costruito artificialmente nemici e colpevoli.
Molte di queste critiche contenevano elementi reali.
Il problema è che oggi una parte della stessa controinformazione sembra essersi trasformata esattamente in ciò che sosteneva di combattere.
La ricerca della verità è stata sostituita dalla difesa della narrativa.
I fatti non vengono più analizzati per capire cosa sia realmente accaduto.
Vengono selezionati per confermare ciò che si è già deciso di credere.
E in questo meccanismo esiste un protagonista assoluto.
Donald Trump.
Per alcuni ambienti tutto deve necessariamente riportare a lui.
Ogni scandalo.
Ogni notizia.
Ogni inchiesta.
Ogni crisi.
Ogni vicenda.
La conclusione è già scritta prima ancora che inizi l’analisi.
Trump deve essere il colpevole.
Trump deve essere coinvolto.
Trump deve essere associato.
Trump deve essere incastrato.
Il caso Epstein trasformato in una religione politica
La vicenda di Jeffrey Epstein è diventata l’esempio perfetto di questo approccio.
Invece di ricostruire l’intera rete di relazioni, responsabilità e protezioni che hanno permesso a Epstein di operare per decenni, una parte della controinformazione sembra interessata esclusivamente a una domanda:
Come possiamo usare questa storia contro Trump?
Non importa che il caso coinvolga decine di personaggi influenti appartenenti a mondi diversi.
Non importa che esistano aspetti ancora oscuri che meritano indagini approfondite.
Non importa che la questione riguardi soprattutto le vittime.
La priorità diventa la battaglia politica.
Le vittime passano in secondo piano.
La narrativa passa al primo posto.
I bambini esistono solo quando servono alla propaganda
Ed è qui che emerge la contraddizione più inquietante.
Quando il tema della pedofilia può essere utilizzato per attaccare un avversario politico, diventa improvvisamente il centro dell’universo.
Video.
Articoli.
Dirette.
Post.
Conferenze.
Migliaia di ore di contenuti.
Ma quando emergono operazioni reali contro trafficanti reali.
Quando vengono recuperati minori sfruttati.
Quando vengono smantellate reti criminali.
Quando vengono effettuati arresti.
Quando vengono identificate vittime.
Improvvisamente cala il silenzio.
Come se quelle notizie non esistessero.
Come se quei bambini non esistessero.
Come se quelle vittime fossero meno importanti.
L’indignazione selettiva
Esiste poi una domanda che molti preferiscono evitare.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una mobilitazione enorme per i bambini morti a Gaza.
Una mobilitazione comprensibile.
La morte di un bambino innocente rappresenta sempre una tragedia.
Sempre.
Senza eccezioni.
Ma proprio per questo emerge una contraddizione.
Perché la stessa intensità emotiva sembra scomparire quando si parla di bambini vittime della tratta?
Perché la stessa rabbia non compare quando si parla di sfruttamento sessuale minorile?
Perché la stessa attenzione non viene riservata ai minori abusati dalle reti criminali?
Perché alcune vittime occupano le prime pagine per mesi e altre scompaiono dopo poche ore?
La domanda non riguarda Gaza.
La domanda riguarda il principio.
Se ogni bambino ha lo stesso valore umano, allora ogni bambino dovrebbe meritare la stessa attenzione.
Indipendentemente dal fatto che la sua sofferenza sia utile o meno a una determinata agenda politica.
Le vittime di serie A e le vittime di serie B
L’impressione che emerge è che per una parte del dibattito contemporaneo esistano ormai due categorie di vittime.
Le vittime utili.
E le vittime inutili.
Le prime vengono mostrate continuamente.
Le seconde vengono dimenticate.
Le prime generano campagne mediatiche.
Le seconde diventano statistiche.
Le prime vengono utilizzate come simboli.
Le seconde vengono archiviate.
Ma un bambino vittima delle bombe.
Un bambino vittima della tratta.
Un bambino vittima della pedofilia.
Un bambino vittima dello sfruttamento sessuale.
Sono tutti vittime allo stesso modo.
La loro sofferenza non dovrebbe avere un colore politico.
Il business dell’odio politico
C’è poi una realtà che molti non vogliono riconoscere.
La rabbia è diventata un modello economico.
L’indignazione genera traffico.
Le accuse generano visualizzazioni.
La polarizzazione genera profitti.
Più il nemico viene rappresentato come assoluto, più il pubblico rimane coinvolto.
Più il pubblico rimane coinvolto, più aumentano click, follower e condivisioni.
In questo contesto la ricerca della verità diventa un ostacolo.
Perché la verità è spesso complessa.
La propaganda invece è semplice.
Ha sempre bisogno di un colpevole unico.
Di un nemico permanente.
Di una storia facile da raccontare.
La controinformazione che assomiglia al mainstream
La grande ironia è che molti di coloro che per anni hanno denunciato la propaganda mediatica stanno utilizzando oggi gli stessi identici strumenti.
Selezione delle notizie.
Selezione delle vittime.
Selezione delle indignazioni.
Selezione dei fatti.
Quando accade questo non siamo più davanti a una reale alternativa al sistema informativo dominante.
Siamo semplicemente davanti a un altro sistema propagandistico.
Con simboli diversi.
Con slogan diversi.
Con pubblico diverso.
Ma con gli stessi meccanismi.
Chi difende davvero i bambini?
La domanda finale è probabilmente la più importante.
Chi difende davvero i bambini?
Chi li usa come arma politica quando è conveniente?
Oppure chi pretende giustizia per tutte le vittime, indipendentemente dal contesto politico, dalla nazionalità, dalla religione o dall’utilità propagandistica della loro sofferenza?
Perché una società civile dovrebbe essere capace di indignarsi per un bambino morto sotto le bombe e, nello stesso tempo, indignarsi per un bambino vittima della tratta, della pedofilia o dello sfruttamento sessuale.
Non dovrebbe esistere una classifica del dolore.
Non dovrebbero esistere vittime più mediatiche di altre.
Non dovrebbero esistere bambini degni di attenzione e bambini degni di silenzio.
Se la sofferenza di alcuni minori viene utilizzata ogni giorno per sostenere una narrativa politica mentre quella di altri viene sistematicamente ignorata, allora non siamo davanti a una battaglia per i diritti umani.
Siamo davanti a una battaglia ideologica che ha smesso di mettere al centro le vittime reali.
E nel momento in cui la narrativa diventa più importante dei bambini, la verità è già stata sacrificata.
Nota: Le accuse contro persone specifiche devono essere supportate da prove verificabili e da procedimenti giudiziari. L’articolo critica la selezione delle notizie e la percezione di una possibile indignazione selettiva nel dibattito pubblico.
Negli Stati Uniti è riesploso uno dei temi più inquietanti e controversi degli ultimi anni: quello dei minori migranti entrati nel Paese e successivamente spariti dai radar delle autorità federali.
A riaccendere il dibattito è stata una dichiarazione del senatore repubblicano Markwayne Mullin, che durante un intervento pubblico ha affermato:
«Abbiamo trovato 146.000 bambini finora. Alcuni di questi bambini hanno affermato di essere stati violentati più di 600 volte. Non mi importa chi sei. Se non puoi sostenere che le forze dell’ordine vadano a cercare questi bambini, chi sei?»
Parole durissime che hanno immediatamente fatto il giro dei media americani e che hanno riportato l’attenzione su una vicenda che da anni genera polemiche, accuse reciproche e interrogativi inquietanti.
Dietro la battaglia politica tra democratici e repubblicani emerge infatti una realtà che nessuno può ignorare: migliaia di minori entrati negli Stati Uniti risultano non più monitorati dalle autorità federali.
E la domanda che molti cittadini americani continuano a porsi è semplice quanto drammatica:
dove sono finiti?
Il gigantesco flusso dei minori non accompagnati
Negli ultimi anni il confine meridionale degli Stati Uniti ha registrato numeri senza precedenti.
Decine di migliaia di bambini provenienti da:
Guatemala
Honduras
El Salvador
Venezuela
Ecuador
Colombia
Haiti
Messico
sono entrati nel territorio statunitense senza la presenza dei genitori.
Molti di loro hanno affrontato viaggi lunghissimi attraverso deserti, territori controllati dai cartelli della droga e reti criminali specializzate nel traffico di esseri umani.
Una volta fermati dalle autorità, questi minori vengono affidati all’Office of Refugee Resettlement (ORR), l’agenzia federale incaricata di trovare una sistemazione temporanea.
In teoria il sistema dovrebbe garantire:
identificazione del minore;
verifica dei legami familiari;
controlli sugli sponsor;
monitoraggio successivo all’affidamento.
In pratica, secondo numerosi rapporti ispettivi, il sistema ha mostrato falle enormi.
La falla che nessuno riesce a chiudere
Il problema non nasce oggi.
Già da anni ispettori federali, commissioni parlamentari e organizzazioni indipendenti segnalano difficoltà crescenti nel monitoraggio dei minori affidati.
La combinazione di:
afflusso record di migranti;
carenza di personale;
procedure accelerate;
verifiche insufficienti;
coordinamento limitato tra agenzie;
ha creato una situazione che molti osservatori definiscono una vera emergenza amministrativa.
Il risultato è che migliaia di bambini sono usciti dal sistema di controllo federale.
Attenzione però.
Uno degli aspetti più confusi del dibattito riguarda proprio il significato dei numeri.
Spesso nei social media e nei dibattiti politici vengono utilizzate come sinonimi espressioni molto diverse:
bambini scomparsi;
bambini dispersi;
bambini irreperibili;
bambini non monitorati;
bambini non rintracciabili.
Si tratta invece di categorie differenti.
Un minore che non risponde più alle chiamate delle autorità non è automaticamente una vittima di traffico umano.
Tuttavia il fatto che il governo non sappia con certezza dove si trovi rappresenta comunque un problema enorme.
Il lato oscuro dell’immigrazione clandestina
Quando un minore esce dal circuito ufficiale aumenta inevitabilmente il rischio di sfruttamento.
Le organizzazioni criminali che operano lungo la frontiera tra Stati Uniti e Messico non si limitano infatti al traffico di migranti.
Molte di esse sono coinvolte in:
tratta di esseri umani;
sfruttamento sessuale;
lavoro minorile;
prostituzione forzata;
estorsione;
traffico di droga.
Secondo numerosi rapporti internazionali, il traffico di esseri umani è oggi una delle attività criminali più redditizie al mondo, con profitti che raggiungono decine di miliardi di dollari ogni anno.
I minori rappresentano le vittime più vulnerabili.
Molti arrivano negli Stati Uniti privi di documenti, senza reti familiari solide e spesso traumatizzati dal viaggio.
Queste condizioni li rendono bersagli ideali per organizzazioni criminali senza scrupoli.
Le testimonianze che fanno rabbrividire
Le dichiarazioni citate da Mullin hanno colpito particolarmente l’opinione pubblica per un passaggio specifico.
Secondo quanto riportato dal senatore, alcuni minori recuperati avrebbero dichiarato di essere stati vittime di centinaia di episodi di abuso sessuale.
Si tratta di affermazioni estremamente gravi.
Ed è proprio per questo che richiedono indagini rigorose, verifiche documentali e conferme da parte delle autorità competenti.
Ma anche senza entrare nel merito dei singoli casi, la sola possibilità che bambini affidati al sistema statunitense possano essere finiti nelle mani di sfruttatori rappresenta una delle accuse più pesanti che possano essere rivolte a qualsiasi apparato pubblico.
Lo scontro politico che oscura il problema
Come spesso accade negli Stati Uniti, la vicenda è stata immediatamente trasformata in un’arma politica.
I repubblicani accusano le politiche migratorie degli ultimi anni di aver favorito una situazione fuori controllo.
I democratici rispondono ricordando che molte delle criticità denunciate esistevano già durante amministrazioni precedenti.
Entrambe le parti producono statistiche, rapporti e interpretazioni differenti.
Nel frattempo però la questione centrale rischia di passare in secondo piano.
Perché al di là delle appartenenze politiche esiste una domanda che dovrebbe preoccupare chiunque:
quanti bambini sono realmente al sicuro?
Una crisi che attraversa più amministrazioni
Uno degli errori più frequenti nel dibattito pubblico consiste nel ridurre l’intera vicenda a una singola amministrazione presidenziale.
La realtà appare molto più complessa.
Le problematiche relative ai minori non accompagnati sono state segnalate durante governi diversi:
amministrazioni democratiche;
amministrazioni repubblicane;
periodi con livelli migratori differenti.
Questo suggerisce l’esistenza di problemi strutturali profondi.
Tra i principali:
sistemi informatici non integrati;
insufficiente coordinamento tra agenzie;
procedure di verifica incomplete;
controlli post-affidamento limitati;
risorse finanziarie insufficienti.
In altre parole, il problema sembra essere più grande della semplice alternanza politica.
Dietro ogni numero c’è una vita
La discussione sui numeri rischia spesso di far dimenticare l’aspetto umano.
Quando si parla di 146.000 minori, di decine di migliaia di casi aperti o di centinaia di segnalazioni, si corre il rischio di trasformare persone reali in statistiche.
Ma dietro ogni pratica amministrativa esiste un bambino.
Un volto.
Una storia.
Una famiglia.
Un futuro.
Per questo motivo il tema non può essere affrontato soltanto come una questione di sicurezza dei confini o di lotta politica.
Si tratta prima di tutto di una questione umanitaria.
Quanti casi di sfruttamento sono stati confermati?
Quale ruolo hanno avuto le reti criminali?
Quali responsabilità istituzionali esistono?
Quali riforme verranno introdotte?
Come evitare che situazioni simili si ripetano?
Sono domande che richiedono risposte basate su dati verificabili e documenti ufficiali.
Non su slogan politici.
Una ferita che non può essere ignorata
Se anche solo una parte delle accuse e delle testimonianze emerse dovesse trovare piena conferma, ci troveremmo davanti a una delle più gravi crisi umanitarie interne della storia recente degli Stati Uniti.
La tutela dei minori dovrebbe rappresentare uno dei pochi temi capaci di unire una nazione profondamente divisa.
Perché nessuna ideologia, nessun partito e nessuna strategia politica possono valere più della protezione di un bambino.
Ogni minore ritrovato rappresenta una vita potenzialmente salvata.
Ogni minore ancora non rintracciato rappresenta una responsabilità collettiva.
E una domanda che continua a pesare sulla coscienza di un intero Paese.
Nota importante: nel dibattito pubblico vengono spesso confusi concetti diversi come “minori scomparsi”, “minori non rintracciati”, “minori non più monitorati” e “minori vittime di tratta”. Le cifre citate dovrebbero sempre essere verificate attraverso documenti ufficiali, rapporti ispettivi e fonti primarie per evitare interpretazioni fuorvianti.
A distanza di oltre sei anni dall’inizio della pandemia, il dibattito sulle origini del COVID-19 continua a produrre nuove rivelazioni.
Il senatore repubblicano del Kentucky Rand Paul ha pubblicato circa 90 pagine di documenti, email e comunicazioni interne che, secondo la sua interpretazione, mostrerebbero come l’ex direttore del NIAID Anthony Fauci abbia esercitato una significativa influenza sugli apparati dell’intelligence statunitense durante le indagini sulle origini del SARS-CoV-2.
La pubblicazione arriva in un momento particolarmente delicato, nel quale diverse commissioni del Congresso stanno riesaminando il ruolo delle agenzie federali, delle istituzioni scientifiche e della comunità di intelligence durante la gestione della pandemia.
Il cuore delle accuse
Secondo la documentazione resa pubblica da Paul, Fauci avrebbe partecipato a briefing classificati del Consiglio per la Sicurezza Nazionale nel 2021, fornendo indicazioni su quali esperti consultare nell’ambito della revisione ordinata dall’amministrazione Biden sulle origini del virus.
Le accuse si concentrano su un punto specifico:
Fauci avrebbe raccomandato scienziati e virologi già orientati verso la teoria dell’origine naturale;
tali esperti sarebbero poi stati utilizzati come riferimenti dall’intelligence;
ciò avrebbe contribuito a marginalizzare l’ipotesi della fuga da laboratorio nelle prime fasi delle valutazioni ufficiali.
I documenti mostrerebbero inoltre che Fauci inoltrò ai funzionari governativi studi scientifici favorevoli alla teoria zoonotica, definendoli rappresentativi delle proprie valutazioni espresse durante incontri classificati.
La testimonianza del whistleblower della CIA
Le nuove pubblicazioni sembrano rafforzare le dichiarazioni rilasciate nel maggio 2026 dall’ex ufficiale della CIA James Erdman III.
Davanti alla Commissione Homeland Security del Senato, Erdman ha sostenuto che Fauci avrebbe avuto un ruolo diretto nell’orientare le valutazioni dell’intelligence verso l’ipotesi dell’origine naturale del virus. Secondo il whistleblower, alcuni esperti favorevoli alla teoria della fuga da laboratorio sarebbero stati progressivamente esclusi dal processo decisionale.
Erdman ha inoltre accusato alcuni settori dell’apparato di intelligence di aver limitato la trasparenza nella divulgazione dei documenti relativi alle origini della pandemia.
La teoria della fuga da laboratorio non è più un tabù
Uno degli aspetti più significativi dell’intera vicenda è il cambiamento radicale del clima politico e mediatico.
Nel 2020 e nel 2021 l’ipotesi che il virus potesse provenire da un incidente di laboratorio presso il Wuhan Institute of Virology veniva spesso presentata come altamente improbabile.
Oggi la situazione è molto diversa.
Negli ultimi anni diverse agenzie governative statunitensi hanno riconosciuto che l’ipotesi del laboratorio non può essere esclusa e alcune valutazioni dell’intelligence hanno persino indicato una maggiore probabilità di un’origine collegata ad attività di ricerca, sebbene con diversi livelli di confidenza.
Ciò non significa che esista una prova definitiva.
Significa però che il consenso scientifico e politico che sembrava essersi formato nel 2020 non appare più così solido come veniva presentato allora.
Il nodo EcoHealth Alliance e i finanziamenti
La controversia coinvolge indirettamente anche la questione dei finanziamenti federali destinati a ricerche sui coronavirus attraverso la collaborazione con la EcoHealth Alliance.
Per anni i critici di Fauci hanno sostenuto che il NIAID avesse finanziato attività di ricerca rischiose collegate a Wuhan.
Fauci ha sempre respinto l’accusa di aver finanziato esperimenti che possano aver generato il virus pandemico. Tuttavia il dibattito sui cosiddetti studi di “gain of function” continua a essere uno degli aspetti più controversi dell’intera vicenda.
Le accuse non equivalgono a una condanna
È importante distinguere tra accuse, testimonianze e prove definitive.
I documenti pubblicati da Rand Paul mostrano certamente un coinvolgimento significativo di Fauci nelle discussioni governative sulle origini del virus. Tuttavia, stabilire se questo coinvolgimento abbia rappresentato una normale attività di consulenza scientifica oppure un tentativo deliberato di orientare le conclusioni delle indagini rimane una questione aperta.
Molti scienziati continuano infatti a sostenere che l’origine naturale resti un’ipotesi plausibile e che non esistano prove conclusive a favore di alcuna teoria.
La questione della fiducia pubblica
Al di là delle responsabilità individuali, questa vicenda evidenzia un problema più ampio.
La pandemia ha mostrato quanto sia difficile mantenere la fiducia pubblica quando scienza, politica, intelligence e media si sovrappongono.
Ogni nuova rivelazione alimenta il sospetto che alcune informazioni siano state filtrate, ritardate o presentate in modo selettivo.
Che si tratti di una fuga da laboratorio, di un’origine naturale o di una combinazione di fattori ancora sconosciuti, il punto centrale resta la trasparenza.
Per milioni di cittadini nel mondo, la domanda non è più soltanto “da dove è arrivato il virus?”, ma anche “chi sapeva cosa e quando lo sapeva?”.
Conclusione
I documenti pubblicati da Rand Paul non chiudono il dibattito sulle origini del COVID-19.
Al contrario, lo riaprono.
Le accuse rivolte a Fauci, le testimonianze dei whistleblower dell’intelligence e le continue richieste di declassificazione suggeriscono che il capitolo più controverso della pandemia potrebbe essere ancora lontano dall’essere definitivamente archiviato.
There are political moments that, years later, take on a completely different meaning from the one they seemed to have when they first occurred.
One of those moments took place on March 8, 2022, during a hearing before the United States Senate.
On one side sat Senator Marco Rubio.
On the other was Victoria Nuland, one of the most influential figures in American foreign policy over the past two decades.
The war in Ukraine had begun only weeks earlier.
Russian forces were advancing into Ukrainian territory.
Moscow was accusing Washington of funding a network of biological laboratories in Ukraine.
Western media largely dismissed those accusations as Russian propaganda.
Then came a seemingly simple question.
Marco Rubio asked:
“Does Ukraine have chemical or biological weapons?”
Victoria Nuland’s response would become one of the most discussed exchanges of the entire conflict.
She did not answer “no.”
She did not say the accusations were false.
She did not dismiss them as propaganda.
Instead, she replied:
“Ukraine has biological research facilities, and we are in fact quite concerned that Russian forces may seek to gain control of them.”
At that moment, something changed.
The Question Nobody Expected
Many observers immediately noticed that Nuland had not directly answered the most important part of Rubio’s question.
If the dominant narrative at the time had been entirely accurate, the expected response might have been:
“There are no relevant facilities.”
Or:
“The Russian accusations are completely false.”
Instead, her answer confirmed the existence of biological research facilities significant enough to raise concerns within the U.S. government.
The statement immediately sparked questions.
If these laboratories were merely ordinary public-health research centers, why was Washington so concerned about Russian forces gaining access to them?
Why was the issue being discussed as a matter of national security?
Those questions would continue to shape public debate for years.
The Battle of Narratives
From that point forward, two competing interpretations emerged.
The first argued that these were standard biosafety and epidemiological research facilities dedicated to disease monitoring and public-health protection.
The second claimed that Nuland’s answer suggested the existence of activities more sensitive than the public had been told.
Between these two positions emerged one of the largest information wars of the modern era.
The problem was that the discussion often focused less on documents and evidence and more on political tribalism.
Anyone asking questions risked being labeled a Russian propagandist.
Anyone dismissing concerns was accused of helping conceal secret programs.
Meanwhile, the search for facts often disappeared beneath the noise.
Tulsi Gabbard and the Return of the Biolab Debate
Years later, the debate has returned to the spotlight.
Director of National Intelligence Tulsi Gabbard released documents describing a global network of more than 120 biological laboratories funded by the United States across over 30 countries.
The issue is no longer limited to Ukraine.
It now concerns a broader international infrastructure.
It concerns transparency.
It concerns government accountability.
And it concerns the difference between what citizens are told and what is later revealed through declassified records.
For many observers, this is why Victoria Nuland’s 2022 testimony now appears in a different light.
Not because it automatically proves every allegation made over the years.
But because it suggests that some issues dismissed as “propaganda” may have deserved closer scrutiny from the beginning.
The Statement That Looks Different Today
During the same hearing, Rubio asked another question.
He raised concerns about reports suggesting that Russia was claiming Ukraine possessed biological weapons capabilities.
Nuland responded:
“It is a classic Russian technique to blame somebody else for what they’re planning to do themselves.”
For years, that statement was cited as definitive proof that the Russian narrative was entirely false.
Today, however, some analysts argue that newly declassified information requires a reassessment of the broader context.
Not necessarily to reverse every conclusion.
But certainly to revisit assumptions that were once treated as unquestionable.
Who Decides What Is a Conspiracy Theory?
One of the most interesting aspects of this story concerns how modern information systems operate.
Many subjects that were once considered untouchable or dismissed outright are now part of official public records.
This does not mean that every theory was correct.
It does not mean every accusation was true.
But it does demonstrate that the line separating “fact” from “conspiracy theory” is often more political than many would like to admit.
History is filled with examples of classified programs, covert operations, and government activities that were denied for years before eventually being confirmed through official documents.
For that reason, the real lesson of the Rubio-Nuland exchange extends far beyond Ukraine.
It is about methodology.
It is about intellectual honesty.
And it is about the willingness to investigate rather than dismiss.
Media, Alternative Media, and Confirmation Bias
One of the great ironies of this controversy is that some parts of the alternative media now risk repeating the very mistakes they once accused mainstream media of making.
Many commentators will never read the documents.
Many will never analyze the evidence.
Many have already decided what conclusion must be reached.
If new information appears to support their worldview, it is amplified.
If it challenges their assumptions, it is ignored.
The method remains the same.
Only the political branding changes.
This is not a problem unique to mainstream media or alternative media.
It is a human problem.
And it is one of the greatest obstacles to understanding complex geopolitical events.
The Real Checkmate
Perhaps the real “checkmate” has nothing to do with Russia.
Nothing to do with Ukraine.
And nothing to do with Trump or Biden.
Perhaps the real checkmate concerns the information system itself.
Because this entire episode demonstrates how easily complex issues are reduced to slogans.
How quickly legitimate questions become political weapons.
How often public debate is driven by narratives rather than evidence.
And how difficult it has become to separate facts from tribal loyalty.
The lesson is simple.
In a healthy democracy, asking questions should never be considered a crime.
The goal should not be to silence inquiry.
The goal should be to find answers.
Conclusion
The exchange between Marco Rubio and Victoria Nuland remains one of the defining moments in the debate surrounding biological laboratories in Ukraine.
Subsequent document releases and declassifications have reopened questions many believed were settled years ago.
They do not provide every answer.
They do not automatically validate every claim.
But they do make it much harder to argue that certain questions should never have been asked.
And perhaps that is the most important takeaway of all.
The issue is not who asks the questions.
The issue is whether society is willing to honestly examine the answers.
Ci sono momenti politici che, a distanza di anni, assumono un significato completamente diverso da quello che sembravano avere quando furono pronunciati.
Uno di questi momenti avvenne l’8 marzo 2022 durante un’audizione del Senato degli Stati Uniti.
Da una parte sedeva il senatore Marco Rubio.
Dall’altra Victoria Nuland, una delle figure più influenti della politica estera americana degli ultimi vent’anni.
La guerra in Ucraina era iniziata da poche settimane.
Le forze russe avanzavano sul territorio ucraino.
Mosca accusava Washington di finanziare una rete di laboratori biologici nel Paese.
I media occidentali liquidavano quelle accuse come propaganda.
Poi arrivò una domanda apparentemente semplice.
Rubio chiese:
“L’Ucraina possiede armi biologiche o chimiche?”
La risposta di Victoria Nuland è diventata uno dei passaggi più discussi dell’intera guerra.
Non disse “no”.
Non disse che le accuse erano false.
Non disse che si trattava di propaganda.
Rispose:
“L’Ucraina ha strutture di ricerca biologica e siamo piuttosto preoccupati che le forze russe possano cercare di prenderne il controllo.”
In quel momento qualcosa cambiò.
La domanda che nessuno si aspettava
Molti osservatori notarono immediatamente che Nuland non aveva risposto alla domanda più importante.
Se la narrativa dominante fosse stata completamente corretta, la risposta più naturale sarebbe stata:
“Non esistono strutture rilevanti.”
Oppure:
“Le accuse russe sono completamente false.”
Invece la risposta confermava l’esistenza di strutture biologiche considerate sufficientemente sensibili da preoccupare il Dipartimento di Stato americano.
Fu una dichiarazione che generò immediatamente interrogativi.
Se quei laboratori erano semplici centri di ricerca sanitaria, perché il governo americano appariva così preoccupato dalla possibilità che cadessero nelle mani russe?
Perché la questione veniva trattata come un tema di sicurezza nazionale?
La guerra delle narrative
Da quel momento si svilupparono due interpretazioni opposte.
La prima sosteneva che si trattasse di normali laboratori di biosicurezza impegnati nella ricerca epidemiologica e nel monitoraggio delle malattie infettive.
La seconda riteneva che la risposta di Nuland fosse la prova che esistevano attività più sensibili di quanto fosse stato raccontato al pubblico.
Tra questi due estremi si è sviluppata una delle più grandi guerre informative dell’era moderna.
Il problema è che spesso il dibattito non si è concentrato sui documenti.
Si è concentrato sulle tifoserie.
Chiunque ponesse domande veniva immediatamente classificato come propagandista russo.
Chiunque negasse qualsiasi problema veniva accusato di coprire attività segrete.
In mezzo, la ricerca della verità scompariva.
L’arrivo di Tulsi Gabbard e la declassificazione
Anni dopo, il dibattito è tornato improvvisamente d’attualità.
La Direttrice dell’Intelligence Nazionale Tulsi Gabbard ha reso pubblici documenti che descrivono una rete globale di oltre 120 laboratori biologici finanziati dagli Stati Uniti in più di 30 Paesi.
La questione non riguarda più soltanto l’Ucraina.
Riguarda l’esistenza di un programma globale.
Riguarda la trasparenza.
Riguarda ciò che i governi raccontano e ciò che decidono di non raccontare.
Ed è proprio qui che molti osservatori ritengono che le dichiarazioni di Nuland del 2022 assumano oggi un significato diverso.
Non perché dimostrino automaticamente tutte le accuse formulate negli anni.
Ma perché dimostrano che alcune questioni archiviate come “propaganda” meritavano quantomeno di essere approfondite.
La frase che oggi appare sotto una luce diversa
Durante la stessa audizione, Rubio chiese un’altra cosa.
Domandò se, in caso di incidente biologico in Ucraina, Nuland avesse dubbi sul fatto che la responsabilità sarebbe stata attribuita alla Russia.
Nuland rispose:
“È una tecnica classica russa accusare qualcun altro di ciò che stanno pianificando di fare loro stessi.”
Questa frase venne utilizzata per anni come prova definitiva della narrativa occidentale.
Oggi però alcuni osservatori sostengono che la successiva declassificazione dei documenti renda necessario riesaminare l’intera vicenda.
Non necessariamente per ribaltare tutte le conclusioni.
Ma certamente per porre nuove domande.
Il vero problema: chi decide cosa è una teoria del complotto?
Uno degli aspetti più interessanti di questa vicenda riguarda il funzionamento dell’informazione moderna.
Molte cose che nel 2022 venivano considerate impossibili oggi risultano documentate.
Non significa che ogni teoria fosse corretta.
Non significa che ogni accusa fosse fondata.
Ma dimostra che il confine tra “fatto” e “teoria del complotto” è spesso molto più politico di quanto si voglia ammettere.
La storia recente è piena di esempi simili.
Documenti classificati.
Programmi segreti.
Operazioni coperte.
Attività che per anni vengono negate e che successivamente emergono dagli archivi.
Per questo motivo il vero insegnamento della vicenda Nuland-Rubio non riguarda soltanto l’Ucraina.
Riguarda il metodo.
La controinformazione e il mainstream: due facce dello stesso problema?
La cosa più paradossale è che oggi una parte della controinformazione rischia di commettere lo stesso errore che per anni ha rimproverato ai media tradizionali.
Molti non analizzeranno i documenti.
Non leggeranno le fonti.
Non entreranno nel merito.
Perché hanno già deciso quale conclusione deve emergere.
Se i documenti sembrano favorire una narrativa sgradita verranno ignorati.
Se sembrano confermare convinzioni preesistenti verranno amplificati.
È lo stesso meccanismo che per anni è stato attribuito al mainstream.
Cambiano le bandiere.
Non cambia il metodo.
Il vero scacco matto
Forse il vero “scacco matto” non riguarda la Russia.
Non riguarda l’Ucraina.
Non riguarda nemmeno Trump o Biden.
Il vero scacco matto riguarda il sistema dell’informazione.
Perché la vicenda dimostra quanto sia facile trasformare un dibattito complesso in una guerra di slogan.
Dimostra quanto sia facile sostituire l’analisi con il tifo.
Dimostra quanto sia facile etichettare chi pone domande invece di rispondere alle domande.
E soprattutto dimostra che la ricerca della verità richiede qualcosa che oggi sembra sempre più raro:
la disponibilità a seguire i fatti anche quando mettono in discussione le proprie convinzioni.
Conclusione
L’audizione tra Marco Rubio e Victoria Nuland rimane uno dei momenti più significativi dell’intera vicenda dei biolaboratori ucraini.
Le successive declassificazioni hanno riaperto questioni che molti consideravano chiuse.
Non forniscono automaticamente tutte le risposte.
Ma rendono molto più difficile sostenere che certe domande non dovessero essere poste.
Ed è forse proprio questo il punto centrale.
In una democrazia matura il problema non dovrebbe essere chi fa le domande.
Quando il problema non sono i documenti, ma ciò che i documenti raccontano
C’è qualcosa di straordinariamente prevedibile nel modo in cui una parte della controinformazione italiana reagisce ogni volta che la realtà decide di non rispettare il copione.
Per anni ci hanno spiegato che il problema era il mainstream.
Ci hanno detto che i grandi giornali mentivano.
Che le televisioni manipolavano.
Che i media selezionavano le notizie in base agli interessi politici ed economici dei proprietari.
Ci hanno spiegato che il cittadino doveva imparare a leggere tra le righe.
A verificare le fonti.
A diffidare delle narrative preconfezionate.
Tutto giusto.
Tutto condivisibile.
Il problema è che una parte della controinformazione, nel corso degli anni, è diventata esattamente ciò che diceva di combattere.
Ha assunto gli stessi vizi.
Gli stessi automatismi.
Le stesse distorsioni.
Gli stessi dogmi.
E oggi, davanti ai documenti declassificati dall’intelligence americana sui biolaboratori finanziati dagli Stati Uniti nel mondo, questa contraddizione emerge in tutta la sua evidenza.
La reazione già scritta prima ancora di leggere i documenti
La cosa più interessante non è il contenuto dei documenti.
La cosa più interessante è osservare le reazioni.
Perché molti di coloro che per anni hanno chiesto trasparenza improvvisamente sembrano aver perso interesse per la trasparenza.
Molti di coloro che hanno sempre chiesto di aprire gli archivi oggi sembrano non avere alcuna voglia di leggerli.
Molti di coloro che sostenevano che la verità fosse nascosta oggi sembrano molto infastiditi dal fatto che alcuni documenti vengano finalmente pubblicati.
Perché?
Perché il problema non è mai stato la verità.
Il problema è sempre stato la narrativa.
Se la verità conferma la narrativa viene celebrata.
Se la mette in discussione viene ignorata.
È una dinamica vecchia quanto la propaganda stessa.
Il riflesso ideologico che distrugge l’analisi
Esiste una frase che sintetizza perfettamente il problema:
«Non vorrai mica dire che Trump fa certe cose. La Gabbard si è dimessa perché conserva un briciolo di dignità.»
Non importa che Tulsi Gabbard abbia firmato la declassificazione.
Non importa che il documento provenga dall’ODNI.
Non importa che le informazioni siano ufficiali.
Non importa che si tratti di materiale dell’intelligence americana.
Per alcuni la conclusione è già stata scritta.
Trump non può mai essere associato a nulla che possa essere interpretato come un’azione di trasparenza.
Mai.
Per principio.
Per fede.
Per necessità ideologica.
Ed è qui che l’analisi muore.
Perché quando la conclusione precede i fatti non siamo più nel campo della ricerca.
Siamo nel campo della religione politica.
I professionisti della narrativa
Ma il problema non riguarda soltanto l’ideologia.
Riguarda anche il business.
Perché bisogna avere il coraggio di dirlo chiaramente.
Esiste una parte della controinformazione che non vive di ricerca.
Vive di narrazione.
Vive di storytelling.
Vive della costruzione continua di un universo parallelo in cui ogni evento deve necessariamente confermare la storia raccontata il giorno prima.
Sono diventati imprenditori della suggestione.
Influencer della diffidenza.
Venditori di certezze assolute.
E come tutti i venditori di certezze hanno un problema enorme:
La realtà.
Perché la realtà è disordinata.
Contraddittoria.
Imprevedibile.
Non segue gli schemi.
Non rispetta le tifoserie.
Non si lascia rinchiudere dentro una teoria costruita su YouTube.
I mentitori seriali della controinformazione
Qui bisogna essere brutali.
Perché il danno che stanno facendo è enorme.
Esiste ormai una categoria di mentitori seriali che ha trasformato la controinformazione in una caricatura di sé stessa.
Persone che sbagliano continuamente previsioni.
Sbagliano analisi.
Sbagliano interpretazioni.
Sbagliano ricostruzioni.
Eppure non pagano mai alcun prezzo reputazionale.
Mai.
Perché il loro pubblico non chiede risultati.
Chiede conferme.
Non importa quante volte abbiano annunciato eventi mai verificatisi.
Non importa quante volte abbiano raccontato storie prive di prove.
Non importa quante volte abbiano costruito castelli teorici crollati dopo poche settimane.
Il giorno dopo ricominciano come se nulla fosse successo.
Senza rettifiche.
Senza autocritica.
Senza il minimo imbarazzo.
Nel giornalismo serio una previsione sbagliata mina la credibilità.
Nella controinformazione ideologizzata sembra accadere l’opposto.
Più una teoria è assurda, più viene premiata.
Più una narrazione è estrema, più genera visualizzazioni.
Più una tesi è indimostrabile, più diventa virale.
La fabbrica permanente della realtà alternativa
Molti di questi personaggi sono ormai incapaci di distinguere tra analisi e fantasia.
Ogni evento deve essere inserito all’interno di uno schema fisso.
Se Trump parla è controllato.
Se Trump tace è controllato.
Se Trump pubblica documenti è una psyop.
Se non li pubblica è complice.
Se attacca qualcuno è teatro.
Se viene attaccato è teatro.
Se vince è teatro.
Se perde è teatro.
Qualunque cosa accada conduce sempre alla stessa conclusione.
Una teoria che spiega tutto e il contrario di tutto non è una teoria.
È una superstizione.
È una fede.
È una forma di pensiero chiuso.
Quando la controinformazione diventa più dogmatica del mainstream
La grande ironia è che oggi alcuni ambienti della controinformazione appaiono molto più dogmatici dei media tradizionali che criticano.
Perché almeno il mainstream, ogni tanto, è costretto dai fatti a correggersi.
La controinformazione ideologizzata no.
Perché non è costruita sui fatti.
È costruita sull’identità.
E quando un’identità viene minacciata, il cervello non cerca la verità.
Cerca una giustificazione.
Ecco perché molti non analizzeranno i documenti.
Non perché siano irrilevanti.
Ma perché sono pericolosi.
Pericolosi per la narrativa costruita negli ultimi dieci anni.
Pericolosi per chi ha trasformato Trump nel nemico perfetto.
Pericolosi per chi ha costruito una carriera spiegando che nulla cambia mai e che ogni evento è semplicemente una rappresentazione teatrale.
La paura più grande: dover ammettere che qualcosa sta cambiando
La vera paura non riguarda Trump.
La vera paura riguarda la possibilità che il mondo sia più complesso delle narrazioni costruite negli anni.
Perché se anche solo una parte delle informazioni oggi emergenti dovesse rivelarsi significativa, molti professionisti della narrativa sarebbero costretti a fare qualcosa che non hanno mai fatto:
Ammettere di aver sbagliato.
Ed è una cosa che non accadrà.
Perché il loro business non si basa sulla verità.
Si basa sull’infallibilità.
E l’infallibilità è incompatibile con la realtà.
Conclusione
La pubblicazione dei documenti sui biolaboratori non rappresenta soltanto un evento politico.
Rappresenta un test culturale.
Un test per capire chi cerca ancora la verità e chi invece difende semplicemente una bandiera.
Nei prossimi mesi assisteremo probabilmente a un fenomeno interessante.
Molti dei professionisti della controinformazione faranno finta che questi documenti non esistano.
Altri proveranno a minimizzarli.
Altri ancora costruiranno nuove spiegazioni per renderli innocui.
Perché la propaganda non è definita dalle idee che sostiene.
È definita dal rapporto che ha con i fatti.
E quando i fatti diventano un problema da nascondere anziché uno strumento per comprendere il mondo, non importa se ti definisci mainstream o controinformazione.
Hai semplicemente scelto di diventare un propagandista.
For decades, the People’s Republic of China was widely regarded as the world’s largest communist state and the most powerful surviving representative of Marxist-Leninist ideology.
From the revolution of 1949 to the reforms of Deng Xiaoping and the rise of Xi Jinping, China’s political legitimacy was officially rooted in Marxism, Leninism, and Mao Zedong Thought.
Yet recent developments suggest that China may be undergoing a profound ideological transformation.
In 2023, international observers noticed that references to Marxism, Leninism, Maoism, and other traditional communist doctrines were reportedly removed from revised Chinese government regulations.
The move sparked a debate that continues today:
Has China quietly moved beyond Marxism and created an entirely new political model?
The 2023 Revision That Caught Analysts’ Attention
According to reports published by Firstpost, revisions to China’s State Council rulebook removed several traditional ideological references that had long appeared in official government documents.
Historically, Chinese administrative texts routinely cited:
Marxism-Leninism
Mao Zedong Thought
Deng Xiaoping Theory
The Three Represents
The Scientific Outlook on Development
Increasingly, however, the ideological center of gravity has shifted toward one concept:
Xi Jinping Thought on Socialism with Chinese Characteristics for a New Era
Unlike classical Marxism, this doctrine focuses less on international class struggle and more on:
National rejuvenation
Economic modernization
Technological leadership
Political stability
National security
Cultural confidence
Chinese civilizational identity
This shift has led many analysts to question whether modern China is still genuinely Marxist in the traditional sense.
From International Revolution to National Revival
Classical Marxism was built around several fundamental principles:
International worker solidarity
Class struggle as the engine of history
The eventual decline of nation-states
A future classless society
Modern China increasingly appears to prioritize very different objectives.
Today, Beijing promotes:
Chinese nationalism
Strong state institutions
Cultural continuity
National sovereignty
Economic competitiveness
Technological independence
Rather than reducing the importance of the nation-state, China has elevated it to the center of its political philosophy.
This is one reason why some scholars argue that contemporary China is better understood as a civilizational state than as a traditional communist state.
The Return of Chinese Civilization
One of the most striking aspects of Xi Jinping’s China is the revival of traditional Chinese identity.
During the Cultural Revolution, many aspects of China’s historical heritage were condemned as relics of a feudal past.
Today, however, the Chinese government actively promotes:
Confucian values
Traditional culture
Historical continuity
Patriotic education
National pride
Xi Jinping frequently speaks about the “Great Rejuvenation of the Chinese Nation,” a concept rooted not in Marxist theory but in China’s thousands of years of history.
This emphasis on civilizational identity represents a major departure from the universalist ambitions that once characterized communist ideology.
The Contradiction of Communist Capitalism
Perhaps the greatest paradox of modern China is its economic system.
The country is ruled by a Communist Party.
Yet it also contains:
Billionaires
Global corporations
Stock markets
Private entrepreneurship
Competitive industries
Cities such as Shanghai and Shenzhen have become symbols of technological innovation and capitalist-style growth.
As a result, analysts have proposed numerous labels for the Chinese model:
State capitalism
Market socialism
Developmental authoritarianism
Technonationalism
Civilizational state
None of these definitions fully captures the complexity of China’s political and economic system.
North Korea Took a Similar Path
China is not the first former communist state to move away from orthodox Marxism.
In 2009, North Korea revised its constitution and removed many direct references to Marxism-Leninism.
Instead, it elevated its national ideology:
Juche
Developed by Kim Il-sung, Juche emphasizes:
Self-reliance
National sovereignty
Cultural independence
Political autonomy
In both China and North Korea, international communist doctrine gradually gave way to ideologies centered on national identity and state power.
Is China Building a “Third Way”?
Some commentators describe modern China as a form of “Third Way” politics.
The term is controversial, but it reflects a broader reality:
China no longer fits neatly into the categories of either traditional capitalism or traditional communism.
Its system combines:
One-party rule
Market economics
Strategic state planning
National identity
Technological modernization
Long-term geopolitical planning
This hybrid model has enabled China to become one of the most influential powers of the twenty-first century while maintaining political structures that differ dramatically from Western liberal democracies.
The Rise of the Civilizational State
Increasingly, Chinese leaders present their country not simply as a nation-state but as a civilization-state.
Under this vision:
The Communist Party becomes the guardian of Chinese civilization.
Economic growth becomes a national mission.
Technology becomes a strategic tool.
Sovereignty becomes a core value.
Cultural continuity becomes a source of legitimacy.
Marxism remains part of the official narrative, but many observers believe it now functions primarily as a historical foundation rather than as the sole guiding philosophy of the state.
Conclusion
Whether China has completely abandoned Marxism remains open to interpretation.
What is clear, however, is that the China of Xi Jinping differs profoundly from the revolutionary state envisioned by classical Marxist theorists.
The language of class struggle has largely been replaced by the language of national rejuvenation.
International revolution has given way to geopolitical competition and technological development.
The focus is no longer on creating a global proletarian order but on building a powerful, sovereign, and technologically advanced Chinese civilization.
Whatever label one chooses—Socialism with Chinese Characteristics, State Capitalism, Technonationalism, or Civilizational State—the reality is that modern China can no longer be understood solely through the ideological categories of the twentieth century.
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