LA VERA MINACCIA AL PETROLIO NON È HORMUZ: COME GLI ATTACCHI UCRAINI ALLE INFRASTRUTTURE ENERGETICHE HANNO CONTRIBUITO ALLA CRISI DEI DERIVATI

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Da mesi gran parte dei media e numerosi commentatori continuano a presentare lo Stretto di Hormuz come il principale punto di vulnerabilità dell’approvvigionamento energetico mondiale. Secondo questa narrativa, qualsiasi tensione tra Iran e Stati Uniti sarebbe sufficiente a provocare una catastrofe petrolifera globale.

Eppure, osservando ciò che è realmente accaduto negli ultimi anni, emerge un quadro ben diverso.

La vera instabilità che ha colpito il mercato energetico internazionale non è derivata da Hormuz, che nonostante guerre, sanzioni e crisi diplomatiche ha continuato a funzionare, ma dagli attacchi sistematici contro raffinerie, oleodotti, depositi e infrastrutture energetiche russe attribuiti all’Ucraina e ai gruppi che operano a suo sostegno.

Hormuz: la minaccia evocata che non si è concretizzata

Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali colli di bottiglia marittimi del pianeta. Circa un quinto del petrolio mondiale passa attraverso questo tratto di mare.

Nonostante:

  • le guerre del Golfo;
  • le tensioni Iran-USA;
  • gli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso;
  • le crisi tra Israele e Iran;

il traffico marittimo non è mai stato completamente interrotto per periodi prolungati.

Anche nei momenti di massima tensione, le esportazioni dei paesi del Golfo sono continuate e le principali potenze hanno mantenuto aperte le rotte commerciali.

La temuta “apocalisse di Hormuz” è stata evocata molte volte, ma non si è mai materializzata.

Gli attacchi alle infrastrutture energetiche russe

Molto meno spazio mediatico è stato invece dedicato agli attacchi condotti negli ultimi anni contro:

  • raffinerie di Ryazan;
  • raffinerie di Tuapse;
  • impianti di Krasnodar;
  • depositi petroliferi nella regione di Belgorod;
  • terminali del Mar Nero;
  • oleodotti e infrastrutture logistiche.

Attraverso l’impiego di droni a lungo raggio e operazioni di sabotaggio, numerosi impianti sono stati costretti a fermare temporaneamente la produzione.

In diversi casi si sono registrati incendi e riduzioni della capacità di raffinazione.

Il problema non riguarda tanto il greggio disponibile, quanto la produzione dei derivati:

  • benzina;
  • diesel;
  • carburante per aviazione;
  • oli industriali;
  • prodotti petrolchimici.

Quando vengono colpite le raffinerie, infatti, la quantità di greggio estratta può rimanere elevata, ma diminuisce la capacità di trasformarlo in prodotti utilizzabili dall’economia reale.

L’effetto domino sui mercati

La distruzione o il danneggiamento delle infrastrutture energetiche produce conseguenze molto più profonde rispetto alle minacce teoriche su Hormuz.

Tra gli effetti più rilevanti:

  • aumento dei premi assicurativi;
  • rialzo dei costi di trasporto;
  • maggiore volatilità dei prezzi;
  • deviazione delle rotte commerciali;
  • carenza temporanea di carburanti raffinati;
  • aumento del costo del diesel in Europa.

L’Europa, già privata di una parte delle forniture energetiche russe a causa delle sanzioni e del sabotaggio del sistema Nord Stream, si è trovata ulteriormente esposta a queste perturbazioni.

Una strategia che colpisce l’intero sistema energetico

L’obiettivo dichiarato di Kiev è quello di ridurre le entrate energetiche della Russia.

Tuttavia, in un mercato globale fortemente interconnesso, colpire uno dei maggiori esportatori mondiali significa inevitabilmente generare effetti anche sui paesi importatori.

Russia, Arabia Saudita e Stati Uniti rappresentano i tre giganti della produzione petrolifera mondiale.

Indebolire la capacità di raffinazione di uno di questi attori non significa soltanto danneggiare Mosca, ma contribuire a rendere più instabile l’intero mercato internazionale.

Il precedente del Nord Stream

La crisi energetica europea esplosa dopo il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream ha mostrato quanto la distruzione delle infrastrutture possa avere conseguenze enormemente superiori rispetto alle semplici tensioni geopolitiche.

L’impennata dei prezzi del gas, la perdita di competitività industriale europea e la crescita dell’inflazione hanno rappresentato una delle più grandi redistribuzioni di ricchezza degli ultimi decenni.

La stessa logica sembra riproporsi oggi nel settore petrolifero.

La guerra delle infrastrutture

Sempre più analisti parlano ormai di una “guerra delle infrastrutture”.

Non si combatte soltanto con carri armati e missili, ma attraverso:

  • sabotaggi;
  • attacchi con droni;
  • cyberattacchi;
  • operazioni contro raffinerie e terminali energetici;
  • blocchi logistici.

In questo scenario, la stabilità del sistema energetico mondiale dipende molto più dalla sicurezza delle infrastrutture che dalle periodiche minacce di chiusura di Hormuz.

Una narrativa che ignora i fatti

Attribuire automaticamente ogni aumento dei prezzi del petrolio allo Stretto di Hormuz rischia di diventare una semplificazione che non tiene conto della complessità del mercato energetico globale.

Le tensioni mediorientali hanno certamente un peso, ma la riduzione della capacità di raffinazione causata dagli attacchi alle infrastrutture energetiche rappresenta un fattore concreto e misurabile che ha contribuito alla volatilità dei mercati.

La guerra moderna non si combatte soltanto sul campo di battaglia. Si combatte soprattutto contro i nodi logistici, le reti energetiche e le infrastrutture strategiche.

Ed è proprio lì che, negli ultimi anni, si è aperto uno dei fronti più delicati per la sicurezza energetica mondiale.


Fonti

  • International Energy Agency (IEA)
  • U.S. Energy Information Administration (EIA)
  • Reuters
  • Bloomberg
  • S&P Global Commodity Insights
  • Financial Times
  • Lloyd’s List
  • OPEC Monthly Oil Market Reports
  • Ministero dell’Energia della Federazione Russa
  • Dati sul traffico marittimo dello Stretto di Hormuz e sulle capacità di raffinazione russe.

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