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SCACCO MATTO? IL GIORNO IN CUI VICTORIA NULAND AMMISE L’ESISTENZA DEI BIOLABORATORI IN UCRAINA E IL DIBATTITO CAMBIÒ PER SEMPRE

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Il momento che molti preferirebbero dimenticare

Ci sono momenti politici che, a distanza di anni, assumono un significato completamente diverso da quello che sembravano avere quando furono pronunciati.

Uno di questi momenti avvenne l’8 marzo 2022 durante un’audizione del Senato degli Stati Uniti.

Da una parte sedeva il senatore Marco Rubio.

Dall’altra Victoria Nuland, una delle figure più influenti della politica estera americana degli ultimi vent’anni.

La guerra in Ucraina era iniziata da poche settimane.

Le forze russe avanzavano sul territorio ucraino.

Mosca accusava Washington di finanziare una rete di laboratori biologici nel Paese.

I media occidentali liquidavano quelle accuse come propaganda.

Poi arrivò una domanda apparentemente semplice.

Rubio chiese:

“L’Ucraina possiede armi biologiche o chimiche?”

La risposta di Victoria Nuland è diventata uno dei passaggi più discussi dell’intera guerra.

Non disse “no”.

Non disse che le accuse erano false.

Non disse che si trattava di propaganda.

Rispose:

“L’Ucraina ha strutture di ricerca biologica e siamo piuttosto preoccupati che le forze russe possano cercare di prenderne il controllo.”

In quel momento qualcosa cambiò.


La domanda che nessuno si aspettava

Molti osservatori notarono immediatamente che Nuland non aveva risposto alla domanda più importante.

Se la narrativa dominante fosse stata completamente corretta, la risposta più naturale sarebbe stata:

“Non esistono strutture rilevanti.”

Oppure:

“Le accuse russe sono completamente false.”

Invece la risposta confermava l’esistenza di strutture biologiche considerate sufficientemente sensibili da preoccupare il Dipartimento di Stato americano.

Fu una dichiarazione che generò immediatamente interrogativi.

Se quei laboratori erano semplici centri di ricerca sanitaria, perché il governo americano appariva così preoccupato dalla possibilità che cadessero nelle mani russe?

Perché la questione veniva trattata come un tema di sicurezza nazionale?


La guerra delle narrative

Da quel momento si svilupparono due interpretazioni opposte.

La prima sosteneva che si trattasse di normali laboratori di biosicurezza impegnati nella ricerca epidemiologica e nel monitoraggio delle malattie infettive.

La seconda riteneva che la risposta di Nuland fosse la prova che esistevano attività più sensibili di quanto fosse stato raccontato al pubblico.

Tra questi due estremi si è sviluppata una delle più grandi guerre informative dell’era moderna.

Il problema è che spesso il dibattito non si è concentrato sui documenti.

Si è concentrato sulle tifoserie.

Chiunque ponesse domande veniva immediatamente classificato come propagandista russo.

Chiunque negasse qualsiasi problema veniva accusato di coprire attività segrete.

In mezzo, la ricerca della verità scompariva.


L’arrivo di Tulsi Gabbard e la declassificazione

Anni dopo, il dibattito è tornato improvvisamente d’attualità.

La Direttrice dell’Intelligence Nazionale Tulsi Gabbard ha reso pubblici documenti che descrivono una rete globale di oltre 120 laboratori biologici finanziati dagli Stati Uniti in più di 30 Paesi.

La questione non riguarda più soltanto l’Ucraina.

Riguarda l’esistenza di un programma globale.

Riguarda la trasparenza.

Riguarda ciò che i governi raccontano e ciò che decidono di non raccontare.

Ed è proprio qui che molti osservatori ritengono che le dichiarazioni di Nuland del 2022 assumano oggi un significato diverso.

Non perché dimostrino automaticamente tutte le accuse formulate negli anni.

Ma perché dimostrano che alcune questioni archiviate come “propaganda” meritavano quantomeno di essere approfondite.


La frase che oggi appare sotto una luce diversa

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Durante la stessa audizione, Rubio chiese un’altra cosa.

Domandò se, in caso di incidente biologico in Ucraina, Nuland avesse dubbi sul fatto che la responsabilità sarebbe stata attribuita alla Russia.

Nuland rispose:

“È una tecnica classica russa accusare qualcun altro di ciò che stanno pianificando di fare loro stessi.”

Questa frase venne utilizzata per anni come prova definitiva della narrativa occidentale.

Oggi però alcuni osservatori sostengono che la successiva declassificazione dei documenti renda necessario riesaminare l’intera vicenda.

Non necessariamente per ribaltare tutte le conclusioni.

Ma certamente per porre nuove domande.


Il vero problema: chi decide cosa è una teoria del complotto?

Uno degli aspetti più interessanti di questa vicenda riguarda il funzionamento dell’informazione moderna.

Molte cose che nel 2022 venivano considerate impossibili oggi risultano documentate.

Non significa che ogni teoria fosse corretta.

Non significa che ogni accusa fosse fondata.

Ma dimostra che il confine tra “fatto” e “teoria del complotto” è spesso molto più politico di quanto si voglia ammettere.

La storia recente è piena di esempi simili.

Documenti classificati.

Programmi segreti.

Operazioni coperte.

Attività che per anni vengono negate e che successivamente emergono dagli archivi.

Per questo motivo il vero insegnamento della vicenda Nuland-Rubio non riguarda soltanto l’Ucraina.

Riguarda il metodo.


La controinformazione e il mainstream: due facce dello stesso problema?

La cosa più paradossale è che oggi una parte della controinformazione rischia di commettere lo stesso errore che per anni ha rimproverato ai media tradizionali.

Molti non analizzeranno i documenti.

Non leggeranno le fonti.

Non entreranno nel merito.

Perché hanno già deciso quale conclusione deve emergere.

Se i documenti sembrano favorire una narrativa sgradita verranno ignorati.

Se sembrano confermare convinzioni preesistenti verranno amplificati.

È lo stesso meccanismo che per anni è stato attribuito al mainstream.

Cambiano le bandiere.

Non cambia il metodo.


Il vero scacco matto

Forse il vero “scacco matto” non riguarda la Russia.

Non riguarda l’Ucraina.

Non riguarda nemmeno Trump o Biden.

Il vero scacco matto riguarda il sistema dell’informazione.

Perché la vicenda dimostra quanto sia facile trasformare un dibattito complesso in una guerra di slogan.

Dimostra quanto sia facile sostituire l’analisi con il tifo.

Dimostra quanto sia facile etichettare chi pone domande invece di rispondere alle domande.

E soprattutto dimostra che la ricerca della verità richiede qualcosa che oggi sembra sempre più raro:

la disponibilità a seguire i fatti anche quando mettono in discussione le proprie convinzioni.


Conclusione

L’audizione tra Marco Rubio e Victoria Nuland rimane uno dei momenti più significativi dell’intera vicenda dei biolaboratori ucraini.

Le successive declassificazioni hanno riaperto questioni che molti consideravano chiuse.

Non forniscono automaticamente tutte le risposte.

Ma rendono molto più difficile sostenere che certe domande non dovessero essere poste.

Ed è forse proprio questo il punto centrale.

In una democrazia matura il problema non dovrebbe essere chi fa le domande.

Il problema dovrebbe essere trovare le risposte.


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