Prima la sentenza, poi i fatti
Per quasi tre anni una parte consistente dell’informazione occidentale, dell’attivismo politico e della cosiddetta controinformazione ha utilizzato una parola come se la questione fosse già stata definitivamente risolta da un tribunale: genocidio.
Non “possibile genocidio”. Non “accusa di genocidio”. Non “condotte che secondo alcuni giuristi potrebbero integrare il crimine di genocidio”.
Semplicemente: genocidio.
È precisamente questo automatismo che la campagna internazionale The Gaza GenoLIE, sostenuta da una coalizione di organizzazioni legali e della società civile, tenta di demolire attraverso un dossier costruito attorno a una serie di argomenti giuridici, militari, umanitari e mediatici.
Il valore del dossier non consiste nel sostituire una propaganda con quella opposta. Consiste nel costringere chi ha trasformato una controversia giuridica ancora aperta in una certezza politica a rispondere finalmente alle domande scomode.
Perché il termine “genocidio” cominciò a circolare praticamente immediatamente dopo il 7 ottobre?
Dove sarebbe dimostrato il dolus specialis, cioè l’intenzione specifica di distruggere i palestinesi in quanto gruppo?
Come si concilia tale intenzione con evacuazioni preventive, corridoi umanitari, pause militari, campagne vaccinali e ingresso di enormi quantità di aiuti?
Quanto sono affidabili alcune delle immagini, statistiche e classificazioni diventate simboli mediatici della guerra?
E soprattutto: perché tanta parte della comunicazione politica ha trattato queste domande come se porle costituisse già una colpa?
Il problema che la propaganda evita: genocidio non significa semplicemente “tantissimi morti”
Questo è il punto dal quale bisognerebbe partire.
La Convenzione ONU del 1948 non definisce genocidio qualsiasi guerra particolarmente sanguinosa, qualsiasi bombardamento con vittime civili o qualsiasi operazione militare caratterizzata da devastazioni enormi.
Il genocidio richiede qualcosa di ulteriore: l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale.
È il famoso elemento dell’intento specifico.
La distinzione non serve a minimizzare neppure una vittima civile. Serve a distinguere categorie giuridiche differenti.
Un esercito può commettere violazioni del diritto internazionale umanitario, attacchi sproporzionati o perfino crimini di guerra senza che ciò trasformi automaticamente l’intera guerra in genocidio.
Ed è precisamente per questo che la questione dell’intenzione israeliana è centrale.
La giurisprudenza internazionale sul genocidio ha discusso ripetutamente quanto sia elevata la soglia probatoria necessaria quando l’intenzione viene inferita dalla condotta.
Persino nel dibattito giuridico del 2026 il cosiddetto “only reasonable inference test” continua a essere oggetto di discussione tra gli specialisti.
Eppure nella comunicazione social questa enorme complessità è scomparsa.
La formula è diventata:
molti morti = genocidio.
Giuridicamente non funziona così.
La Corte internazionale non ha ancora dichiarato Israele colpevole di genocidio
Questo punto dovrebbe essere scritto a caratteri cubitali.
La causa South Africa v. Israel davanti alla Corte internazionale di giustizia non si è conclusa con una sentenza che dichiara Israele responsabile di genocidio.
La Corte ha emesso misure provvisorie, imponendo a Israele obblighi di prevenzione e protezione mentre il procedimento prosegue.
È una differenza enorme.
Eppure quante volte abbiamo letto:
“La Corte dell’Aia ha stabilito che a Gaza c’è un genocidio”?
Non è ciò che è avvenuto.
La questione di merito resta giuridicamente controversa.
Esistono studiosi convinti che gli elementi del genocidio siano presenti ed esistono giuristi che contestano radicalmente questa conclusione.
Nel settembre 2025 l’International Association of Genocide Scholars ha persino approvato una risoluzione secondo cui le politiche e le azioni israeliane soddisferebbero la definizione legale di genocidio.
È quindi sbagliato fingere che non esista una seria corrente accademica favorevole all’accusa.
Ma è altrettanto sbagliato — e forse ancora più grave sul piano giornalistico — trasformare l’opinione di studiosi, associazioni o relatori ONU in una sentenza definitiva.
Una controversia giuridica non diventa una verità processuale perché viene ripetuta milioni di volte.
Il primo cortocircuito: l’accusa arrivò quasi immediatamente
Il dossier GenoLIE insiste su una cronologia particolarmente significativa.
Già il 15 ottobre 2023, appena otto giorni dopo il massacro del 7 ottobre, più di 800 studiosi e professionisti del diritto internazionale, dei conflict studies e dei genocide studies firmarono una dichiarazione pubblica che avvertiva della possibilità che venisse perpetrato un genocidio.
Attenzione alle parole: quella dichiarazione parlava della possibilità del crimine.
Ed era perfettamente legittimo lanciare un allarme.
Il problema viene dopo.
Quell’allarme preventivo è stato progressivamente trasformato nel discorso pubblico in una diagnosi retroattivamente certa.
Il passaggio è enorme:
“esiste il rischio che possa avvenire”
diventa
“sta avvenendo”
e infine:
“è un fatto definitivamente accertato”.
Sono tre affermazioni completamente differenti.
Quando un termine tanto grave entra nel dibattito quasi all’inizio del conflitto, diventa inoltre necessario chiedersi quanto l’interpretazione successiva dei fatti sia stata influenzata dalla cornice narrativa già costruita.
Se hai deciso prima che la categoria interpretativa è “genocidio”, ogni evento successivo rischia di essere letto esclusivamente attraverso quella lente.
Un bombardamento diventa prova del genocidio.
Una vittima civile diventa prova del genocidio.
La distruzione di un edificio diventa prova del genocidio.
Una restrizione agli aiuti diventa prova del genocidio.
Una dichiarazione aberrante di un politico israeliano diventa automaticamente la politica operativa dell’intero Stato.
Ma la funzione di un’indagine dovrebbe essere esattamente opposta:
prima raccogliere i fatti e poi stabilire quale categoria giuridica li descriva.
Qual era l’obiettivo dichiarato della guerra?
Dopo il 7 ottobre Israele ha dichiarato obiettivi militari molto precisi:
- liberare gli ostaggi;
- distruggere le capacità militari di Hamas;
- impedire a Hamas di ripetere un attacco simile;
- rimuovere il controllo politico-militare dell’organizzazione sulla Striscia.
Si può discutere se la strategia scelta fosse proporzionata.
Si possono investigare singole operazioni.
Si possono criticare Netanyahu, il governo israeliano e i vertici militari.
Si possono contestare le regole d’ingaggio.
Ma niente di questo consente di saltare automaticamente alla conclusione:
“l’obiettivo era sterminare i palestinesi”.
È esattamente questo salto logico che deve essere dimostrato, non presupposto.
E qui il dossier GenoLIE introduce il suo argomento probabilmente più forte: se l’intenzione dello Stato israeliano fosse stata realmente quella di provocare la distruzione fisica della popolazione palestinese, bisogna spiegare una serie di comportamenti apparentemente contraddittori rispetto a quell’obiettivo.
Gli avvertimenti ai civili: perché avvisare chi si vorrebbe sterminare?
Israele ha utilizzato volantini, telefonate, SMS, mappe ed evacuazioni preventive per ordinare alla popolazione di lasciare determinate aree prima di numerose operazioni militari.
Queste procedure non cancellano automaticamente eventuali responsabilità.
Un avvertimento non rende per definizione legittimo qualsiasi attacco successivo.
Ma sul piano dell’intenzione genocidaria rappresentano un elemento che non può semplicemente essere fatto sparire.
Se l’obiettivo è distruggere fisicamente un gruppo, perché avvertirne i membri prima dell’attacco?
Perché indicare zone di evacuazione?
Perché interrompere operazioni?
Perché aprire corridoi?
Sono domande elementari che una tesi seria sul genocidio dovrebbe affrontare.
La risposta non può essere semplicemente: “non conta”.
Conta eccome, perché il genocidio è innanzitutto un crimine di intenzione.
Le pause militari di dieci ore
Nel luglio 2025 Israele introdusse pause quotidiane di circa dieci ore nelle operazioni militari in determinate aree della Striscia per facilitare il movimento e la distribuzione degli aiuti umanitari.
La misura venne giudicata insufficiente da diverse organizzazioni internazionali.
Ed è perfettamente possibile sostenere che fosse insufficiente.
Ma “insufficiente” e “inesistente” sono due concetti differenti.
Ancora una volta emerge la domanda che la narrativa assoluta sul genocidio dovrebbe affrontare:
perché un governo impegnato deliberatamente nello sterminio della popolazione dovrebbe sospendere ogni giorno parte delle proprie operazioni per consentire la distribuzione di cibo alla stessa popolazione che intenderebbe distruggere?
Non è una prova matematica dell’innocenza di Israele.
È però un elemento probatorio che deve essere inserito nell’analisi dell’intenzione.
Cancellarlo dal racconto significa selezionare i fatti in funzione della conclusione desiderata.
590.000 bambini vaccinati contro la polio
C’è poi un episodio ancora più difficile da conciliare con la versione semplicistica dello “sterminio programmato”.
Nel 2024 Israele accettò pause umanitarie nelle operazioni militari per consentire una gigantesca campagna antipolio.
L’obiettivo della campagna era raggiungere circa 590.000 bambini sotto i dieci anni.
UNICEF confermò l’accordo sulle pause.
La prima fase raggiunse circa il 90% dei bambini interessati.
La domanda è inevitabile.
Uno Stato che avrebbe come obiettivo politico e militare la distruzione fisica della popolazione palestinese sospende le proprie operazioni per permettere a centinaia di migliaia di bambini palestinesi di essere vaccinati contro una malattia potenzialmente devastante?
Si può sostenere che questo non assolva Israele da altre condotte.
Corretto.
Ma allora bisogna abbandonare gli slogan e confrontarsi con l’intero quadro.
1,78 milioni di tonnellate di cibo: il dato che va attribuito correttamente
Un altro punto del dossier riguarda gli aiuti.
Secondo un rapporto diffuso nel luglio 2026 da COGAT, l’organismo israeliano responsabile del coordinamento delle attività governative nei territori, durante il periodo considerato sarebbero entrate nella Striscia circa 1,78 milioni di tonnellate di prodotti alimentari.
COGAT sostiene che il volume fosse superiore di oltre tre volte ai requisiti alimentari indicati dal World Food Programme.
È fondamentale specificare che questa è una stima israeliana, non un dato neutrale universalmente accettato.
Le organizzazioni umanitarie hanno contestato ripetutamente quantità, accessibilità, distribuzione effettiva degli aiuti e condizioni alimentari della popolazione.
Ma anche qui il metodo corretto non consiste nel cancellare il dato perché proviene da Israele.
Bisogna verificarlo, confrontarlo e discuterlo.
La propaganda funziona esattamente al contrario: seleziona preventivamente quali fonti possono essere ascoltate.
Anche sull’acqua esiste una guerra dei dati
COGAT sostiene inoltre che nel 2026 oltre 70.000 metri cubi d’acqua al giorno venissero messi a disposizione della Striscia attraverso condutture, impianti di desalinizzazione e altre infrastrutture.
Organizzazioni umanitarie hanno descritto invece una situazione drammatica, sottolineando la distruzione di gran parte delle infrastrutture idriche e le difficoltà concrete della popolazione nell’accedere all’acqua potabile.
Le due cose non devono necessariamente essere considerate incompatibili.
Un volume teoricamente disponibile può convivere con enormi problemi di distribuzione.
Ed è precisamente questo il punto.
La realtà è più complessa dello slogan.
Ma chi ha costruito la propria comunicazione sulla certezza assoluta non vuole complessità.
Vuole una parola.
Genocidio.
Ripetuta fino a rendere superflua qualsiasi verifica successiva.
Il bambino della prima pagina del New York Times
Uno dei casi mediaticamente più significativi riguarda Mohammed Zakaria al-Mutawaq, il bambino di circa diciotto mesi la cui immagine estremamente drammatica venne pubblicata dal New York Times nel luglio 2025.
La fotografia fece il giro del mondo.
Era un’immagine potentissima.
E come accade nella comunicazione contemporanea, milioni di persone videro la fotografia senza leggere un dossier medico, senza conoscere il contesto e senza aspettare ulteriori verifiche.
Successivamente il New York Times aggiunse una nota spiegando di aver appreso che Mohammed soffriva anche di problemi sanitari preesistenti riguardanti cervello e sviluppo muscolare.
Questo non dimostra che a Gaza non esistesse malnutrizione.
Non dimostra che Mohammed non fosse malnutrito.
Non dimostra che la guerra non avesse aggravato drammaticamente le sue condizioni.
E sarebbe altrettanto propagandistico utilizzarlo per negare l’intera crisi alimentare.
Dimostra però qualcosa di diverso e molto importante:
un’immagine può diventare un simbolo politico mondiale prima che il suo contesto sia stato completamente verificato.
La precisazione arriva dopo.
La fotografia arriva prima.
E nell’ecosistema dei social network il “dopo” spesso non raggiunge mai le persone raggiunte dal “prima”.
Questa è una lezione giornalistica che dovrebbe valere indipendentemente da Israele e Palestina.
Hamas e la militarizzazione delle infrastrutture civili
C’è poi l’elefante nella stanza che una parte della narrazione occidentale continua incredibilmente a trattare come un dettaglio:
Hamas combatte dentro un territorio urbano densamente popolato utilizzando una gigantesca rete sotterranea.
Le stime israeliane sulla rete dei tunnel sono state enormi, nell’ordine di centinaia di chilometri.
Il New York Times, esaminando il caso dell’ospedale Al-Shifa, concluse che le prove disponibili indicavano che Hamas aveva utilizzato l’ospedale come copertura, vi aveva conservato armi e disponeva di un tunnel fortificato sotto il complesso.
Lo stesso giornale sottolineò tuttavia che Israele non aveva dimostrato integralmente alcune delle affermazioni iniziali più ampie relative a un gigantesco centro di comando sotto l’ospedale.
Questa seconda parte è fondamentale.
Perché la verità non ha bisogno di amputazioni.
Ma resta il fatto essenziale:
l’utilizzo militare di infrastrutture civili da parte di Hamas non è semplicemente un’invenzione propagandistica israeliana.
Ed è uno degli elementi indispensabili per comprendere perché questa guerra urbana abbia prodotto conseguenze tanto devastanti.
Lo scudo umano non rende il civile un bersaglio
Anche qui serve precisione.
Se Hamas utilizza militarmente un edificio civile, questo non significa che tutti i civili presenti diventino automaticamente bersagli legittimi.
Il diritto internazionale umanitario continua a imporre obblighi di distinzione, proporzionalità e precauzione.
Ma vale anche l’altra metà della realtà:
un’organizzazione armata che inserisce infrastrutture militari all’interno della popolazione civile aumenta deliberatamente il rischio per quella popolazione.
Trasformare ogni morte civile esclusivamente nella prova dell’intenzione israeliana significa quindi eliminare dall’equazione la strategia militare dell’altra parte.
È un modo molto comodo di raccontare una guerra.
Non è necessariamente un modo serio.
La controversia sui giornalisti
Il dossier GenoLIE affronta anche un altro tema estremamente delicato: il numero dei giornalisti palestinesi uccisi.
La guerra di Gaza è stata indiscutibilmente devastante per gli operatori dell’informazione.
Il Committee to Protect Journalists e altre organizzazioni hanno documentato numeri eccezionalmente elevati di giornalisti e media worker morti.
Questo dato non può essere banalizzato.
GenoLIE sostiene tuttavia che una parte consistente delle persone presentate pubblicamente come giornalisti avrebbe avuto contemporaneamente legami o ruoli all’interno di Hamas, Jihad islamica palestinese o altre organizzazioni armate.
Sono accuse che devono essere verificate caso per caso.
Ed è precisamente questo il problema.
Essere indicato come “giornalista” non dimostra automaticamente di essere un civile estraneo alle ostilità.
Ma neppure un’accusa israeliana di appartenenza a Hamas dimostra automaticamente che quella persona fosse un combattente.
La classificazione deve dipendere dalle prove.
Non dalla convenienza narrativa di una delle due parti.
La vera domanda: dov’è il dolus specialis?
Tolti gli slogan, rimane questo.
Per dimostrare il genocidio non basta mostrare Gaza distrutta.
Non basta contare le vittime.
Non basta citare dichiarazioni aberranti pronunciate da singoli esponenti politici.
Bisogna dimostrare che gli atti contestati siano stati compiuti con l’intenzione di distruggere, totalmente o parzialmente, il gruppo protetto in quanto tale.
Ed è qui che il dossier GenoLIE colpisce il cuore della narrazione.
Perché mette sul tavolo una serie di condotte che devono essere spiegate:
evacuazioni;
avvertimenti;
telefonate;
SMS;
pause militari;
corridoi umanitari;
ingresso di cibo;
fornitura d’acqua;
vaccinazione di centinaia di migliaia di bambini;
operazioni dichiaratamente indirizzate contro Hamas;
tentativi di recuperare gli ostaggi.
Nessuno di questi elementi, preso isolatamente, assolve automaticamente Israele.
Ma tutti insieme rendono necessario dimostrare — non semplicemente proclamare — la tesi opposta.
E le dichiarazioni incendiarie israeliane?
Naturalmente esistono.
Ed eliminarle dall’articolo sarebbe disonesto.
Dopo il 7 ottobre diversi politici e funzionari israeliani hanno pronunciato frasi violentissime, alcune delle quali sono state citate proprio da chi sostiene l’esistenza dell’intenzione genocidaria.
Sono elementi rilevanti.
La questione giuridica è però molto più complessa:
quelle dichiarazioni rappresentavano la politica operativa dello Stato?
Sono state tradotte in ordini?
Qual è il rapporto tra quelle parole e le concrete regole d’ingaggio?
Quali dichiarazioni si riferivano specificamente ad Hamas e quali invece generalizzavano sui palestinesi?
Quale peso deve essere attribuito alle dichiarazioni di ministri che non controllavano direttamente le operazioni militari?
È qui che dovrebbe iniziare l’indagine.
Per certa propaganda, invece, è proprio qui che finisce.
Si prende la frase più estrema, la si trasforma nella volontà collettiva di Israele e successivamente si interpreta ogni vittima attraverso quella premessa.
Questo non è accertamento.
È ragionamento circolare.
1975: quando “sionismo” diventò sinonimo di razzismo
GenoLIE inserisce l’attuale controversia in una storia politica molto più lunga.
Il 10 novembre 1975, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 3379, secondo la quale il sionismo costituiva “una forma di razzismo e discriminazione razziale”.
La risoluzione venne revocata nel 1991 con la risoluzione 46/86.
Non significa che qualsiasi critica al sionismo sia antisemitismo.
Non significa che qualsiasi critica a Israele appartenga a una gigantesca cospirazione.
Significa però che la delegittimazione ideologica dello Stato israeliano precede di decenni Gaza 2023.
E ignorare questo retroterra significa fingere che il linguaggio politico contemporaneo sia nato improvvisamente il 7 ottobre.
Non è così.
Il cortocircuito della controinformazione: da “indagate tutto” a “non discutete il genocidio”
Ed eccoci al punto più politicamente imbarazzante.
Per anni una parte della cosiddetta controinformazione occidentale ha costruito la propria identità sulla diffidenza verso le versioni ufficiali.
“Controllate le fonti.”
“Non fidatevi dei governi.”
“Non credete automaticamente ai grandi giornali.”
“Seguite i soldi.”
“Guardate i documenti.”
Benissimo.
Poi arriva Gaza.
E improvvisamente il metodo cambia.
Il ministero controllato da Hamas fornisce un dato?
Diventa vangelo.
Un’immagine drammatica circola sui social?
Diventa prova.
Un relatore ONU utilizza il termine genocidio?
Diventa sentenza.
Un’organizzazione accusa Israele?
Diventa verdetto.
Un giornale pubblica una fotografia?
Diventa documento storico definitivo.
Chi chiede verifica viene immediatamente classificato.
“Sionista.”
“Negazionista.”
“Complice.”
Il metodo investigativo scompare proprio nel momento in cui sarebbe più necessario.
I “cani da riporto” della propaganda hanno un problema: la realtà è più complicata dello slogan
La parte più grottesca del fenomeno è rappresentata da quei commentatori che si autodefiniscono indipendenti mentre ripetono ogni giorno esattamente la stessa struttura narrativa.
Israele bombarda?
Genocidio.
Israele evacua?
Deportazione.
Israele introduce aiuti?
Propaganda.
Israele blocca un carico?
Fame programmata.
Israele apre un corridoio?
Operazione cosmetica.
Israele vaccina i bambini palestinesi?
Non conta.
Hamas utilizza tunnel sotto aree civili?
Non conta.
Hamas combatte da infrastrutture civili?
Non conta.
Hamas prende ostaggi?
“Contesto”.
Hamas massacra civili il 7 ottobre?
“Resistenza”.
È un sistema perfetto perché è non falsificabile.
Qualunque cosa accada conferma la premessa.
E una teoria che non può mai essere smentita da nessun fatto non è più un’indagine.
È una fede.
Ma GenoLIE non chiude il processo
Qui bisogna essere più rigorosi dei propagandisti che si criticano.
Il dossier GenoLIE non è una sentenza della Corte internazionale di giustizia.
Non cancella automaticamente le accuse di crimini di guerra.
Non dimostra che ogni attacco israeliano sia stato legittimo.
Non dimostra che ogni vittima civile fosse inevitabile.
Non dimostra che non siano avvenute gravissime violazioni.
Non dimostra neppure, da solo, che la questione del genocidio sia definitivamente chiusa.
Fa però qualcosa di politicamente molto scomodo:
raccoglie una serie di elementi che la narrazione del genocidio come fatto già definitivamente accertato deve affrontare.
Ed è sufficiente per mandare in crisi buona parte della propaganda social.
Perché costringe a tornare dal terreno della morale gridata a quello delle prove.
Le vittime palestinesi non hanno bisogno di propaganda
Questa dovrebbe essere la conclusione più importante.
Per riconoscere la tragedia dei civili palestinesi non è necessario falsificare una fotografia.
Non è necessario classificare automaticamente ogni morto come civile.
Non è necessario nascondere il ruolo militare di Hamas.
Non è necessario trasformare un’accusa ancora sottoposta a giudizio in una sentenza già pronunciata.
E soprattutto non è necessario negare il 7 ottobre.
Decine di migliaia di morti, città devastate, famiglie distrutte e bambini coinvolti in una guerra terribile costituiscono già una tragedia enorme.
La verità non diventa più vera aggiungendole propaganda.
Hamas non può sparire dalla storia della guerra che Hamas ha iniziato
Questo è forse il più grande successo comunicativo ottenuto dall’organizzazione islamista.
Il 7 ottobre Hamas e altri gruppi armati entrarono in Israele, massacrarono civili e presero ostaggi.
Poi la guerra si spostò dentro Gaza.
E progressivamente, in una parte della narrazione occidentale, Hamas è scomparso.
Sono rimasti soltanto Israele e i civili palestinesi.
Come se non esistessero combattenti.
Come se non esistessero tunnel.
Come se non esistessero razzi.
Come se non esistessero ostaggi.
Come se non esistessero infrastrutture militari.
Come se non esistesse un’organizzazione armata che aveva governato Gaza e preparato per anni una gigantesca rete sotterranea.
Questa amputazione del contesto non protegge i palestinesi.
Protegge politicamente Hamas.
Il doppio standard della propaganda occidentale
Ed è qui che la questione supera Israele.
Perché Gaza è diventata uno specchio dell’informazione occidentale.
Una parte della controinformazione che pretende di combattere la propaganda ha dimostrato di essere perfettamente capace di produrne una propria.
Cambia soltanto il bersaglio.
La tecnica rimane identica:
selezione dei fatti;
immagini emotive;
semplificazione;
linguaggio assoluto;
demonizzazione dell’avversario;
riduzione di ogni obiezione a complicità morale;
ripetizione ossessiva di parole chiave.
È propaganda industriale travestita da informazione alternativa.
E proprio chi per anni ha accusato i media mainstream di manipolare emozioni dovrebbe riconoscere il meccanismo.
Conclusione: il genocidio non si dimostra con un hashtag
Il dossier The Gaza GenoLIE non mette fine al dibattito giuridico.
Ma mette in evidenza qualcosa che avrebbe dovuto essere ovvio fin dall’inizio:
un’accusa di genocidio deve essere provata, non proclamata.
La sofferenza dei palestinesi è reale.
Le vittime sono reali.
La devastazione di Gaza è reale.
Le responsabilità israeliane per eventuali violazioni devono essere investigate senza sconti.
Ma altrettanto reali sono il massacro del 7 ottobre, gli ostaggi, Hamas, la rete dei tunnel, l’utilizzo militare di infrastrutture civili, gli avvertimenti israeliani, le evacuazioni, gli aiuti, le pause umanitarie e la campagna antipolio.
La realtà contiene tutti questi fatti contemporaneamente.
È la propaganda che ha bisogno di cancellarne metà.
Per questo i “cani da riporto” della controinformazione hanno oggi un problema molto più grande di GenoLIE.
Hanno costruito per anni la propria credibilità dicendo al pubblico di non fidarsi delle narrazioni precostituite.
Poi, davanti alla guerra più polarizzante del nostro tempo, hanno fatto esattamente ciò che accusavano gli altri di fare.
Prima hanno scelto la sentenza.
Poi hanno cercato i fatti capaci di confermarla.
Chi vuole davvero conoscere ciò che è accaduto a Gaza dovrebbe fare l’esatto contrario.
Indagare ogni possibile crimine israeliano. Indagare ogni crimine di Hamas. Verificare ogni fotografia. Verificare ogni numero. Separare combattenti e civili quando le prove lo consentono. Distinguere accuse, opinioni accademiche, misure cautelari e sentenze definitive.
Perché il punto non dovrebbe essere “vincere” la guerra della propaganda.
Il punto dovrebbe essere stabilire la verità.
E finché la Corte internazionale di giustizia non pronuncerà una decisione sul merito, presentare l’accusa di genocidio come una verità giudiziaria definitivamente accertata non è informazione.
È anticipare la sentenza.
Fonti e approfondimenti
The Gaza GenoLIE – sito della campagna:
gazagenolie.com
Convenzione ONU per la prevenzione e repressione del crimine di genocidio:
https://www.un.org/en/genocide-prevention/1948-convention
International Court of Justice – South Africa v. Israel:
https://www.icj-cij.org/case/192
ICJ – documentazione sulla giurisprudenza relativa al genocidio:
https://www.icj-cij.org/
Dichiarazione del 15 ottobre 2023 firmata da oltre 800 studiosi e professionisti:
https://twailr.com/public-statement-scholars-warn-of-potential-genocide-in-gaza/
Reuters – campagna antipolio e pause umanitarie concordate per raggiungere circa 590.000 bambini:
https://www.reuters.com/world/middle-east/unicef-gaza-fighting-pauses-have-been-agreed-finish-polio-vaccinations-2024-10-10/
New York Times / controversia sulla fotografia di Mohammed Zakaria al-Mutawaq – ricostruzione Euronews:
https://www.euronews.com/my-europe/2025/08/04/how-a-photo-of-a-skeletal-child-sparked-controversy-about-starvation-in-gaza
COGAT – dati sugli aiuti umanitari e sulla Striscia di Gaza:
https://www.gov.il/en/departments/units/coordinator-of-government-activities-in-the-territories
Dati COGAT del 2026 su cibo e acqua – ricostruzione Times of Israel:
https://www.timesofisrael.com/cogat-says-gaza-aid-significantly-exceeded-requirements-during-ceasefire/
Pause umanitarie quotidiane di dieci ore – BBC:
https://www.bbc.com/news
Committee to Protect Journalists – guerra Israele-Gaza:
https://cpj.org/
ONU – Risoluzione 3379 del 1975:
https://docs.un.org/en/A/RES/3379(XXX)
ONU – Risoluzione 46/86 del 1991 che revocò la 3379:
https://docs.un.org/en/A/RES/46/86
International Association of Genocide Scholars – posizione sul conflitto:
https://genocidescholars.org/
Reuters – risoluzione IAGS del 2025 che sostiene la tesi del genocidio:
https://www.reuters.com/world/middle-east/israel-is-committing-genocide-gaza-says-scholars-association-2025-09-01/
Analisi giuridica 2026 sul genocidal intent e sull’“only reasonable inference test”, Journal of International Criminal Justice:
https://academic.oup.com/jicj/advance-article/doi/10.1093/jicj/mqag044/8743609

