I soliti riporter della propaganda marxista: «l’Iran resistente vince sempre». Ma alla fine la realtà è il muro contro cui la loro propaganda si infrange

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C’è un Iran che esiste nei comunicati di Teheran e nella narrazione di certa controinformazione occidentale. Poi c’è l’Iran che emerge dai dati economici, dalle reti finanziarie utilizzate per aggirare le sanzioni, dalle trattative sullo Stretto di Hormuz e dalle stesse condizioni che la Repubblica islamica pone agli Stati Uniti.

Sono due immagini molto diverse.

Nella prima, l’Iran è eternamente «resistente»: sopporta le sanzioni, aggira l’Occidente, sconfigge Washington, tiene testa a Israele e dimostra quotidianamente l’impotenza americana. Qualunque pressione contro Teheran viene descritta come prova della disperazione degli Stati Uniti; qualunque contromisura iraniana diventa invece un atto di sovranità.

Nella seconda immagine, molto meno romantica, troviamo un Paese che considera la revoca delle sanzioni e lo sblocco dei propri asset questioni centrali dei negoziati, che ricorre a circuiti finanziari alternativi e società intermediarie per muovere denaro e proventi petroliferi, e che utilizza lo Stretto di Hormuz come una delle proprie principali leve negoziali.

È precisamente questa seconda realtà a rendere interessante lo scontro verbale dell’agosto 2026 tra il ministro del Tesoro americano Scott Bessent e il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei.

Perché dietro alle battute sulle «sanzioni compulsive» c’è una domanda molto semplice:

se la pressione economica americana è davvero così inutile, perché Teheran attribuisce tanta importanza alla sua rimozione?


Baqaei contro Bessent: la battaglia della propaganda

Il portavoce iraniano Esmaeil Baqaei ha accusato Washington di essere affetta da una sorta di dipendenza dalle sanzioni.

La risposta arrivava alle dichiarazioni di Scott Bessent, secondo il quale il crescente ricorso iraniano agli asset digitali e alle reti finanziarie parallele sarebbe invece una dimostrazione dell’efficacia della strategia americana.

Baqaei ha sostenuto che gli Stati Uniti ricorrerebbero sistematicamente alle sanzioni ogni volta che la diplomazia fallisce, aumentando progressivamente la pressione quando le misure precedenti non producono il risultato desiderato.

È un argomento retoricamente efficace.

Ma contiene un problema logico gigantesco.

Se le sanzioni fossero soltanto un rituale americano inefficace, perché la loro eliminazione continua a essere una delle condizioni fondamentali avanzate dall’Iran?

Non è Washington a sostenere che Teheran voglia la revoca delle sanzioni.

È Teheran stessa a chiederla.


Il paradosso che la propaganda evita: «le sanzioni non funzionano, quindi toglietele»

Il 12 agosto Reuters riferiva che i tentativi di rilanciare l’accordo provvisorio tra Stati Uniti e Iran erano ancora bloccati.

Secondo la posizione iraniana riportata dall’agenzia, Washington non avrebbe rispettato alcuni degli impegni previsti, tra cui la rimozione del blocco dei porti iraniani e lo sblocco degli asset congelati.

Gli Stati Uniti, dall’altra parte, accusavano Teheran di non avere riaperto lo Stretto di Hormuz.

Fermiamoci su questo punto.

Per mesi la propaganda racconta:

«Le sanzioni non funzionano».

Poi, quando arriva il momento di negoziare:

«Togliete le sanzioni».

Qualcosa evidentemente non torna.

Naturalmente è perfettamente possibile sostenere che le sanzioni non abbiano raggiunto il loro obiettivo politico finale: l’Iran non è scomparso, la Repubblica islamica non è collassata e Teheran non ha semplicemente accettato tutte le richieste americane.

Ma questo è un argomento completamente diverso dal sostenere che le sanzioni siano economicamente irrilevanti.

Una misura economica può infliggere costi enormi senza ottenere automaticamente la capitolazione politica dell’avversario.

Confondere le due cose permette di costruire il mito dell’«Iran invincibile».


La realtà delle reti finanziarie parallele

C’è poi la questione che rende particolarmente interessante la polemica di Bessent: il ricorso iraniano a strumenti finanziari alternativi.

Il 1° maggio 2026 il Tesoro americano ha annunciato nuove misure contro tre case di cambio iraniane e società collegate, sostenendo che queste strutture facessero parte di una rete finanziaria capace di gestire ogni anno transazioni in valuta estera per miliardi di dollari.

Il punto particolarmente importante riguarda il petrolio.

Secondo il Tesoro, una parte significativa delle vendite iraniane viene regolata in yuan cinesi; le strutture colpite dalle misure americane servirebbero quindi a convertire questi proventi in valute maggiormente utilizzabili dall’apparato iraniano.

Naturalmente si tratta della ricostruzione ufficiale americana e va presentata come tale.

Ma non si può contemporaneamente sostenere che queste reti siano necessarie per aggirare le restrizioni finanziarie e poi affermare che le restrizioni non producano alcun effetto.

Se devi costruire una strada alternativa perché quella principale è stata chiusa, puoi certamente vantarti di avere trovato un’altra strada.

Ma non puoi utilizzare l’esistenza della deviazione per dimostrare che la strada principale non sia stata chiusa.


Criptovalute: perché Washington sta seguendo il denaro

Il 2 giugno il Tesoro americano ha compiuto un altro passo, colpendo Nobitex, indicato dalle autorità statunitensi come il maggiore exchange iraniano di asset digitali, insieme ad altri exchange.

La motivazione americana era esplicita: Washington ritiene che gli asset digitali vengano utilizzati anche per aggirare le sanzioni e trasferire capitali.

Ancora più significativo è quanto accaduto il 7 agosto.

Reuters ha riferito delle sanzioni americane contro Shelbit, exchange di criptovalute con sede a Dubai, accusato dalle autorità statunitensi di avere facilitato transazioni per soggetti collegati all’IRGC.

Secondo l’inchiesta citata da Reuters, Shelbit sarebbe comparso all’interno di un sistema di elusione delle sanzioni del valore di miliardi di dollari comprendente soggetti collegati alla banca centrale iraniana, reti di gioco online e organizzazioni associate ai Guardiani della Rivoluzione.

La società ha negato di avere partecipato ad attività di riciclaggio.

Ed è importante riportare anche questa smentita.

Ma rimane il dato politico.

Gli Stati Uniti stanno tentando di restringere progressivamente non soltanto l’accesso iraniano al sistema bancario tradizionale, ma anche le infrastrutture attraverso le quali Teheran può cercare di aggirarlo.

E l’Iran sta cercando di preservare quelle infrastrutture.

Questa non è la fotografia di una pressione economica immaginaria.


Anche il petrolio racconta una storia diversa

Nel marzo 2026 il Dipartimento di Giustizia americano ha presentato due azioni civili di confisca riguardanti oltre 15,3 milioni di dollari che, secondo le accuse, erano collegati a una rete per la distribuzione del petrolio iraniano.

La documentazione americana sostiene che una rete riconducibile a Mohammad Hossein Shamkhani avrebbe utilizzato società e intermediari per vendere e trasportare petrolio iraniano nascondendone l’origine e il coinvolgimento di entità sottoposte a sanzioni.

Anche in questo caso occorre distinguere accuratamente un’accusa giudiziaria da una sentenza definitiva.

Ma il quadro complessivo è difficile da ignorare:

petrolio, società intermediarie, circuiti finanziari alternativi, yuan, criptovalute e reti bancarie parallele.

Questa infrastruttura non dimostra automaticamente che Washington vincerà lo scontro politico.

Dimostra però qualcosa di molto più semplice: l’Iran dedica risorse considerevoli a preservare la propria capacità di commerciare e trasferire capitali malgrado le restrizioni.


«L’Iran resiste»: certo. Ma resistere non significa vincere

Qui si trova uno degli artifici linguistici più utilizzati.

L’Iran continua a esistere?

Allora ha vinto.

Continua a esportare petrolio?

Ha vinto.

Riesce ad aggirare una parte delle sanzioni?

Ha vinto.

Non accetta le condizioni americane?

Ha vinto.

Gli Stati Uniti introducono nuove sanzioni?

Significa che quelle precedenti hanno fallito e quindi l’Iran ha vinto.

Con questo metodo la tesi diventa impossibile da falsificare.

Qualunque evento conferma la conclusione prestabilita.

Ma questa non è analisi.

È una tautologia propagandistica.

Un Paese può sopravvivere alle sanzioni pagando contemporaneamente un prezzo economico enorme.

Può aggirare parte delle restrizioni senza neutralizzarle completamente.

Può conservare capacità militari mentre perde capacità economica.

Può mantenere un regime politico senza migliorare le condizioni materiali della propria popolazione.

E soprattutto può sopportare una pressione senza averla «sconfitta».


Le sanzioni funzionano davvero? La risposta seria è più complicata

Ed è proprio qui che occorre evitare di sostituire alla propaganda filoiraniana una propaganda americana speculare.

Non esiste un’equazione:

più sanzioni = vittoria americana.

Uno studio accademico di Dario Laudati e M. Hashem Pesaran sugli effetti delle sanzioni sull’economia iraniana ha trovato effetti significativi sul cambio, sull’inflazione e sulla crescita, stimando inoltre che senza sanzioni la crescita media iraniana avrebbe potuto essere sensibilmente superiore.

Un lavoro pubblicato nel 2026 sulle conseguenze di lungo periodo della contrapposizione iraniana con l’Occidente individua perdite persistenti in termini di PIL reale e PIL pro capite, insieme a diminuzioni degli investimenti esteri, dell’integrazione commerciale e delle esportazioni non petrolifere.

Questo non significa che ogni problema economico iraniano derivi dalle sanzioni.

L’Iran presenta anche problemi strutturali interni, inefficienze, corruzione, dipendenza dagli idrocarburi e scelte politiche proprie.

Significa però che liquidare le sanzioni come un’ossessione americana completamente inefficace è una caricatura.

La domanda corretta è un’altra:

i costi economici prodotti dalle sanzioni sono sufficienti a ottenere gli obiettivi politici desiderati da Washington?

Su questo la risposta è molto meno certa.

Ed è precisamente questa distinzione che la propaganda tende a cancellare.


Poi arriviamo al vero elefante nella stanza: Hormuz

C’è però un punto ancora più importante.

Lo Stretto di Hormuz.

Secondo la U.S. Energy Information Administration, nella prima metà del 2025 attraverso Hormuz transitavano mediamente 20,9 milioni di barili di petrolio al giorno, equivalenti a circa il 20% del consumo mondiale di liquidi petroliferi e a circa un quarto del petrolio commerciato via mare.

Non stiamo quindi parlando di una rotta commerciale secondaria.

Parliamo di uno dei principali colli di bottiglia energetici del pianeta.

E le alternative disponibili non possono sostituirne integralmente la capacità.

L’EIA stima che le principali pipeline saudite ed emiratine capaci di bypassare Hormuz offrano complessivamente una capacità alternativa di circa 4,7 milioni di barili al giorno.

Confrontateli con i 20,9 milioni transitati nello stretto.

Si capisce immediatamente perché Hormuz rappresenti una leva gigantesca.


Quando Washington usa l’economia è «ricatto». Quando Teheran usa Hormuz diventa «resistenza»

Ed eccoci al doppio standard.

Quando gli Stati Uniti utilizzano il proprio peso finanziario:

coercizione.

Quando congelano asset:

ricatto.

Quando impediscono determinate transazioni:

guerra economica.

Quando Teheran lega invece la riapertura di una delle arterie energetiche più importanti del pianeta alla soddisfazione delle proprie condizioni politiche:

resistenza.

Reuters riferiva il 9 agosto che l’Iran considerava la riapertura di Hormuz dipendente da diverse concessioni americane.

Tra le condizioni riportate figuravano compensazioni per gli attacchi subiti, rimozione delle sanzioni, sblocco degli asset iraniani congelati e cessazione delle azioni contro l’Iran e i suoi alleati.

Un’altra ricostruzione Reuters dello stesso periodo riportava lo scontro sulle rispettive richieste di risarcimento e il conseguente peggioramento delle prospettive di una rapida riapertura dello stretto.

È quindi evidente che entrambe le parti utilizzano strumenti di pressione.

Washington dispone del dollaro, delle sanzioni, dell’accesso ai mercati finanziari e della propria capacità militare.

Teheran dispone della propria posizione geografica, delle esportazioni energetiche, delle capacità militari regionali e della possibilità di esercitare pressione sulle rotte del Golfo.

La differenza non è tra chi esercita pressione e chi non la esercita.

Entrambi la esercitano.


Hormuz dimostra quanto sia artificiale il racconto dell’Iran vittima passiva

La Repubblica islamica non è un soggetto privo di strumenti costretto semplicemente a subire le decisioni occidentali.

È una potenza regionale.

Ha una posizione geografica strategica.

Dispone di capacità missilistiche e militari.

Ha costruito per decenni relazioni con organizzazioni armate e alleati regionali.

E possiede la possibilità di influenzare una delle principali arterie energetiche mondiali.

Definire automaticamente ogni iniziativa iraniana «difensiva» significa quindi rinunciare ad analizzare la politica di potenza di Teheran.

L’Iran fa quello che fanno gli Stati:

utilizza gli strumenti che possiede per massimizzare la propria capacità negoziale.

La differenza è che una parte della controinformazione concede a Teheran una patente morale preventiva.


L’altro capitolo rimosso: IRGC e rete regionale

C’è poi un altro elemento che spesso scompare completamente dal racconto: la politica regionale iraniana.

Non è necessario accettare ogni affermazione dell’amministrazione Trump per riconoscere che l’IRGC e le organizzazioni sostenute da Teheran costituiscano una componente centrale della strategia iraniana.

Nel maggio 2026 il Dipartimento di Giustizia americano ha annunciato l’arresto e successivamente l’incriminazione di Mohammad Baqer Saad Dawood Al-Saadi, descritto dagli inquirenti come un esponente di Kata’ib Hezbollah e operativo in collegamento con l’IRGC.

Secondo le accuse federali, Al-Saadi sarebbe stato coinvolto nella pianificazione o nel coordinamento di numerosi attentati o tentati attentati in Europa e negli Stati Uniti. Le accuse devono naturalmente essere considerate tali fino a eventuale condanna.

Particolarmente interessante è un elemento riportato dagli stessi atti americani: secondo gli investigatori, Al-Saadi avrebbe descritto la «resistenza» come un sistema comprendente IRGC e organizzazioni alleate, occupandosi anche di propaganda e guerra psicologica.

Ecco perché l’espressione «Asse della Resistenza» non dovrebbe essere ripetuta come se fosse una categoria neutrale.

È innanzitutto una costruzione politico-strategica.


E gli americani che chiedono risarcimenti?

Teheran chiede risarcimenti per i danni provocati dagli attacchi americani e israeliani.

Trump ha reagito chiedendo a sua volta compensazioni per cittadini americani uccisi o feriti in episodi attribuiti agli iraniani o alle organizzazioni sostenute dall’Iran. Reuters ha documentato questo nuovo scontro sulle riparazioni, che ha ulteriormente complicato il dossier Hormuz.

Si può discutere sulla fondatezza giuridica delle singole pretese.

Anzi, bisogna farlo.

Non ogni episodio attribuito politicamente all’Iran equivale automaticamente a responsabilità giuridica iraniana.

Ma eliminare dal racconto l’intero capitolo degli attacchi compiuti da organizzazioni sostenute da Teheran significa costruire una cronologia mutilata.


La guerra economica non è una peculiarità americana

La tesi secondo cui le sanzioni dimostrerebbero una «dipendenza» patologica americana è inoltre propagandisticamente efficace proprio perché prende un fenomeno reale e lo trasforma in caricatura.

Gli Stati Uniti utilizzano enormemente il proprio potere finanziario.

È vero.

Il dollaro, il sistema bancario americano, OFAC e la capacità di imporre sanzioni secondarie rappresentano strumenti formidabili della politica estera statunitense.

Si può legittimamente criticare il loro utilizzo.

Ma tutti gli Stati cercano di trasformare i propri vantaggi strutturali in potere geopolitico.

Gli Stati Uniti utilizzano la finanza.

La Cina utilizza mercato, produzione, materie prime e catene industriali.

La Russia utilizza energia, materie prime e capacità militari.

L’Iran utilizza posizione geografica, petrolio, missili, relazioni regionali e Hormuz.

Pretendere che soltanto una di queste forme di pressione sia moralmente illegittima significa fare propaganda, non geopolitica.


Il prezzo lo pagano anche gli iraniani: ed è proprio questo il problema delle sanzioni

C’è poi una questione che non dovrebbe essere nascosta neppure da chi critica Teheran.

Le sanzioni non colpiscono soltanto «il regime».

Le conseguenze economiche finiscono inevitabilmente per propagarsi all’interno della società iraniana.

Inflazione, svalutazione, difficoltà commerciali, minori investimenti e isolamento finanziario hanno conseguenze sulle famiglie e sulle imprese.

È precisamente questo uno degli argomenti più forti contro l’abuso delle sanzioni.

Ma attenzione:

dire che le sanzioni producono sofferenza economica alla popolazione significa riconoscere che producono effetti.

Non si può contemporaneamente sostenere:

«Le sanzioni stanno strangolando ingiustamente gli iraniani»

e

«Le sanzioni americane non funzionano e fanno ridere».

Bisogna scegliere un’argomentazione coerente.


Il mito dell’Iran che «vince sempre»

Ed eccoci finalmente al cuore del problema.

Per una certa narrazione l’Iran non può perdere.

Se resiste:

ha vinto.

Se negozia:

ha costretto Washington a negoziare.

Se chiede la revoca delle sanzioni:

Washington è costretta a trattare.

Se Washington rifiuta:

gli Stati Uniti hanno paura della pace.

Se l’Iran aggira le sanzioni:

le sanzioni hanno fallito.

Se Washington scopre le reti utilizzate per aggirarle:

gli americani sono disperati.

Se Teheran chiude Hormuz:

dimostrazione della potenza iraniana.

Se l’economia iraniana soffre:

colpa esclusivamente delle sanzioni.

È un sistema narrativo perfetto perché è costruito per non poter mai essere smentito.

Ma proprio per questo non è informazione.

È propaganda.


Il «resistente» che vuole disperatamente eliminare ciò che sostiene essere inutile

Rimane quindi la domanda iniziale.

Se le sanzioni sono soltanto la manifestazione della «dipendenza compulsiva» americana e non funzionano, perché Teheran insiste tanto per ottenerne la rimozione?

Perché pretende lo sblocco degli asset?

Perché cerca canali finanziari alternativi?

Perché le autorità americane continuano a individuare società, exchange e intermediari accusati di facilitare il commercio iraniano aggirando le restrizioni?

Perché il dossier economico rimane centrale nei negoziati?

La risposta più plausibile è anche la meno ideologica:

perché le sanzioni producono costi reali, ma non necessariamente producono automaticamente il risultato politico desiderato da Washington.

È una conclusione molto meno spettacolare.

Ma è anche molto più seria.


Bessent non ha ancora dimostrato di avere vinto

Vale la pena ribadirlo perché è fondamentale.

Quando Bessent afferma che il ricorso iraniano a criptovalute e shadow banking dimostrerebbe che la strategia americana «sta funzionando», va oltre ciò che i dati consentono di concludere con certezza.

Dimostra che l’Iran cerca alternative.

Dimostra che le restrizioni modificano il comportamento finanziario iraniano.

Dimostra che Washington riesce almeno in parte a rendere più complesso l’accesso di Teheran al sistema finanziario internazionale.

Non dimostra ancora che l’Iran accetterà le condizioni strategiche americane.

Quella è un’altra partita.

Ed è una partita politica, militare ed economica contemporaneamente.

Questa distinzione è fondamentale proprio perché permette di criticare la propaganda filoiraniana senza trasformarsi nello specchio della propaganda americana.


La realtà è il muro contro cui prima o poi si infrange ogni propaganda

Alla fine rimangono i fatti.

L’Iran non è il gigante invulnerabile raccontato dai suoi sostenitori.

Ma non è nemmeno un regime destinato automaticamente a collassare domani perché Washington introduce un’altra serie di sanzioni.

Gli Stati Uniti possiedono una capacità di pressione economica straordinaria.

L’Iran possiede strumenti significativi di pressione regionale.

Washington cerca di limitare le entrate iraniane e l’accesso ai mercati finanziari.

Teheran cerca di aggirare quelle restrizioni e contemporaneamente utilizza Hormuz come leva.

Gli Stati Uniti pretendono concessioni.

L’Iran pretende concessioni.

Questa si chiama politica di potenza.

Solo nella propaganda diventa la favola del buono «resistente» contro l’impero malvagio.

E soprattutto c’è un dato che rimane impossibile da cancellare.

Nella prima metà del 2025 transitavano attraverso Hormuz circa 20,9 milioni di barili di petrolio al giorno.

Nel 2026 la controversia sulla riapertura dello stretto continua a essere collegata direttamente alle sanzioni, agli asset congelati, alle compensazioni e alle condizioni politiche avanzate dalle due parti.

E mentre qualcuno continua a raccontare che l’Iran avrebbe già sconfitto economicamente e politicamente gli Stati Uniti, Teheran continua a chiedere proprio la rimozione di quelle misure che, secondo la stessa narrazione, sarebbero completamente inutili.

Questo è il punto sul quale la propaganda prima o poi si schianta.

Puoi raccontare per anni che il «resistente Iran» vince sempre.

Puoi trasformare ogni arretramento in una vittoria tattica, ogni difficoltà in un complotto occidentale, ogni pressione iraniana in legittima resistenza e ogni pressione americana in imperialismo.

Ma non puoi abolire la realtà per decreto editoriale.

E la realtà dice qualcosa di molto meno romantico:

Teheran e Washington stanno combattendo una durissima guerra di pressione economica, politica e strategica nella quale nessuna delle due parti ha ancora ottenuto tutto ciò che vuole.

Raccontare questo significa fare analisi.

Raccontare che «l’Iran vince sempre» significa fare il tifo.

E il problema dei soliti riporter della propaganda marxista è proprio questo: possono cambiare titolo, nemico e giustificazione quanto vogliono. Prima o poi incontrano quel muro che nessuna ideologia riesce ad aggirare: i fatti.


Fonti e link

Reuters – Iran says no progress on reviving interim peace deal with US, 12 agosto 2026
https://www.reuters.com/world/asia-pacific/iran-says-no-progress-reviving-interim-peace-deal-with-us-2026-08-12/

Reuters – Oil climbs as Iran and US exchange compensation demands, 9 agosto 2026
https://www.reuters.com/business/energy/oil-rises-uncertainty-continues-over-reopening-strait-2026-08-09/

Reuters – Hopes for Hormuz deal fade as Trump demands Iranian reparations, 9 agosto 2026
https://www.reuters.com/world/middle-east/iran-ties-hormuz-reopening-us-concessions-several-demands-2026-08-09/

Reuters – Iran says Oman deal is in final stages but US must act to open Hormuz, 9 agosto 2026
https://www.reuters.com/world/asia-pacific/iran-says-oman-deal-is-final-stages-us-must-act-open-hormuz-2026-08-09/

Reuters – US sanctions Dubai crypto exchange for aiding Iran’s IRGC, 7 agosto 2026
https://www.reuters.com/world/middle-east/us-sanctions-dubai-crypto-exchange-aiding-irans-irgc-following-reuters-report-2026-08-07/

U.S. Department of the Treasury – Economic Fury Targets Iran’s Largest Digital Asset Exchange, 2 giugno 2026
https://home.treasury.gov/news/press-releases/sb0519

U.S. Department of the Treasury – Economic Fury Targets Iranian Shadow Banking Networks Moving Billions in Foreign Currency, 1° maggio 2026
https://home.treasury.gov/news/press-releases/sb0483

U.S. Energy Information Administration – World Oil Transit Chokepoints: Strait of Hormuz
https://www.eia.gov/international/content/analysis/special_topics/World_Oil_Transit_Chokepoints/

U.S. Department of Justice – Civil forfeiture complaints concerning $15.3 million allegedly linked to Iranian oil shipping network, 6 marzo 2026
https://www.justice.gov/opa/pr/united-states-files-civil-forfeiture-complaints-against-15m-funds-allegedly-linked-iranian

U.S. Department of Justice – Dual Iranian-Iraqi national indicted for providing material support to terrorist organizations, 28 maggio 2026
https://www.justice.gov/opa/pr/dual-iranian-iraqi-national-indicted-providing-material-support-terrorist-organizations

U.S. Department of Justice – Iraqi national charged over alleged activities involving Iran-backed organizations, maggio 2026
https://www.justice.gov/opa/pr/iraqi-national-arrested-and-charged-providing-material-support-iranian-backed-terrorist

Laudati & Pesaran – Identifying the Effects of Sanctions on the Iranian Economy Using Newspaper Coverage
https://arxiv.org/abs/2110.09400

Rok Spruk – Confrontation with the West and Long-Run Economic and Institutional Outcomes: Evidence from Iran, 2026
https://arxiv.org/abs/2602.03231

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