Quando la controinformazione smette di informare e inizia a selezionare la realtà
Per anni milioni di persone si sono rivolte alla cosiddetta controinformazione perché stanche delle semplificazioni, delle omissioni e delle narrazioni precostituite dei grandi media.
L’idea era semplice: cercare informazioni che il mainstream ignorava.
Oggi, però, una parte della controinformazione sembra aver subito la stessa trasformazione che per anni ha denunciato.
Non si cercano più i fatti.
Si cercano conferme.
Non si analizza la realtà.
Si costruisce una narrativa.
E soprattutto si parte da una conclusione già stabilita: se qualcosa accade nel mondo, dietro ci devono essere Israele, il sionismo o l’imperialismo americano.
Qualunque cosa accada.
Qualunque sia il contesto.
Qualunque siano le prove.
Le opinioni vendute come fatti
Sempre più spesso assistiamo a interviste in cui alcuni fatti reali vengono utilizzati come trampolino per costruire teorie molto più ampie.
Un investimento immobiliare.
Un volo charter.
Una collaborazione industriale.
Un resort turistico.
Un fondo di investimento.
Tutti elementi che possono essere reali.
Il problema nasce quando da questi elementi si passa direttamente alla conclusione:
- esiste un piano di colonizzazione;
- esiste un progetto geopolitico segreto;
- esiste una strategia di occupazione;
- esiste un disegno coordinato.
Ma dove sono le prove?
Dove sono i documenti?
Dove sono gli atti ufficiali?
Molto spesso non esistono.
Esistono soltanto interpretazioni.
Eppure vengono presentate come fatti accertati.
La propaganda funziona attraverso ciò che non racconta
La propaganda moderna raramente consiste nel raccontare bugie evidenti.
È molto più sofisticata.
Prende alcuni fatti veri.
Li amplifica.
Ignora tutto il resto.
E costruisce una realtà parziale.
È qui che emerge una domanda interessante.
Perché alcuni investimenti stranieri vengono descritti come una minaccia esistenziale mentre altri vengono completamente ignorati?
Il fenomeno di cui quasi nessuno parla
Mentre una parte della controinformazione dedica ogni giorno ore a individuare presunte strategie sioniste dietro qualsiasi investimento occidentale, esiste un fenomeno molto più concreto e documentato che raramente riceve la stessa attenzione.
I giganteschi fondi sovrani delle monarchie del Golfo.
Tra questi:
- Qatar Investment Authority
- Public Investment Fund
- Mubadala Investment Company
- Abu Dhabi Investment Authority
Parliamo di patrimoni che superano complessivamente migliaia di miliardi di dollari.
Non teorie.
Non supposizioni.
Dati pubblici.
L’Europa è diventata terreno di investimento strategico
Negli ultimi vent’anni i capitali provenienti dal Golfo hanno acquisito quote rilevanti in:
- alberghi di lusso;
- quartieri finanziari;
- società energetiche;
- aeroporti;
- porti;
- centri commerciali;
- squadre sportive;
- ospedali;
- reti logistiche.
Si tratta di operazioni perfettamente legali.
Ma è curioso osservare come gli stessi commentatori che vedono complotti ovunque tacciano completamente su questi fenomeni.
Se l’acquisto di alcune proprietà da parte di investitori israeliani viene descritto come “colonizzazione”, perché lo stesso linguaggio non viene utilizzato quando gli investitori provengono da altre aree del mondo?
Il caso italiano
Anche l’Italia non è rimasta estranea a questo processo.
Investitori provenienti da Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno acquisito negli anni partecipazioni importanti in diversi settori strategici.
Uno degli esempi più noti è il Mater Olbia Hospital, struttura sanitaria sviluppata grazie a investimenti qatarioti.
Esistono inoltre partecipazioni e investimenti nel settore immobiliare, turistico e alberghiero in numerose regioni italiane.
Tutto questo è pubblico.
Tutto questo è documentato.
Eppure raramente diventa oggetto di approfondimenti polemici.
Il tema dell’islamizzazione: tra realtà e slogan
Parlare di islamizzazione è complesso.
Spesso il termine viene utilizzato in modo improprio.
Tuttavia esistono fenomeni reali che meritano di essere discussi.
In molti Paesi europei si osservano:
- crescita delle comunità musulmane;
- finanziamenti esteri per luoghi di culto;
- aumento dell’influenza di organizzazioni religiose internazionali;
- trasformazioni culturali e sociali in alcuni quartieri urbani.
Analizzare questi fenomeni non significa demonizzare milioni di persone.
Significa osservare processi sociali che stanno modificando il volto dell’Europa.
Ma proprio qui emerge il paradosso.
Chi pretende di denunciare tutte le forme di influenza straniera spesso ignora completamente quelle provenienti dal mondo islamico.
L’anti-americanismo come filtro ideologico
Per una parte della controinformazione contemporanea gli Stati Uniti rappresentano la spiegazione universale.
Se c’è una guerra, è colpa degli Stati Uniti.
Se c’è una crisi finanziaria, è colpa degli Stati Uniti.
Se c’è un investimento immobiliare, è colpa degli Stati Uniti.
Se c’è una protesta, è colpa degli Stati Uniti.
Questo approccio non è analisi geopolitica.
È una forma di determinismo ideologico.
La realtà internazionale è molto più complessa.
Esistono interessi americani.
Ma esistono anche interessi russi.
Cinesi.
Turchi.
Iraniani.
Sauditi.
Qatarioti.
Emiratini.
Ridurre tutto a una sola chiave interpretativa significa smettere di comprendere il mondo.
Quando la controinformazione diventa lo specchio del mainstream
Il fenomeno più interessante è forse questo.
Molti di coloro che accusano il mainstream di manipolare la realtà finiscono per utilizzare esattamente gli stessi strumenti.
Selezionano i fatti.
Ignorano quelli scomodi.
Costruiscono una narrativa.
Trasformano ipotesi in certezze.
Emotività in prove.
Opinioni in verità assolute.
La differenza è soltanto politica.
Il metodo rimane identico.
Conclusione
L’informazione autentica dovrebbe seguire i fatti, non le ideologie.
Dovrebbe applicare gli stessi criteri a tutti gli attori internazionali.
Dovrebbe essere capace di analizzare contemporaneamente gli interessi americani, israeliani, cinesi, russi, turchi e delle monarchie del Golfo senza trasformare uno di essi nell’unica spiegazione possibile di ogni evento.
Quando invece si sceglie preventivamente il colpevole e si costruisce la narrazione attorno a quella conclusione, non si sta facendo giornalismo.
Si sta facendo propaganda.
E la propaganda resta propaganda anche quando si presenta con l’etichetta rassicurante della “controinformazione indipendente”.
Link e approfondimenti
- Qatar Investment Authority
- Public Investment Fund
- Mubadala Investment Company
- Abu Dhabi Investment Authority
- Mater Olbia Hospital
- Qatar
- Saudi Arabia
- United Arab Emirates
- Italy
- Israel
- United States

