LA CONTROINFORMAZIONE CHE È DIVENTATA IL GUARDIANO DELLE PROPRIE MENZOGNE: PUR DI COLPIRE TRUMP IGNORA I BAMBINI REALI

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Quando la narrativa diventa più importante della verità

Per anni una parte della controinformazione ha costruito la propria credibilità accusando il mainstream di manipolare le notizie.

Secondo questo racconto, i grandi media avrebbero nascosto fatti scomodi, selezionato le informazioni utili alle élite e costruito artificialmente nemici e colpevoli.

Molte di queste critiche contenevano elementi reali.

Il problema è che oggi una parte della stessa controinformazione sembra essersi trasformata esattamente in ciò che sosteneva di combattere.

La ricerca della verità è stata sostituita dalla difesa della narrativa.

I fatti non vengono più analizzati per capire cosa sia realmente accaduto.

Vengono selezionati per confermare ciò che si è già deciso di credere.

E in questo meccanismo esiste un protagonista assoluto.

Donald Trump.

Per alcuni ambienti tutto deve necessariamente riportare a lui.

Ogni scandalo.

Ogni notizia.

Ogni inchiesta.

Ogni crisi.

Ogni vicenda.

La conclusione è già scritta prima ancora che inizi l’analisi.

Trump deve essere il colpevole.

Trump deve essere coinvolto.

Trump deve essere associato.

Trump deve essere incastrato.


Il caso Epstein trasformato in una religione politica

La vicenda di Jeffrey Epstein è diventata l’esempio perfetto di questo approccio.

Invece di ricostruire l’intera rete di relazioni, responsabilità e protezioni che hanno permesso a Epstein di operare per decenni, una parte della controinformazione sembra interessata esclusivamente a una domanda:

Come possiamo usare questa storia contro Trump?

Non importa che il caso coinvolga decine di personaggi influenti appartenenti a mondi diversi.

Non importa che esistano aspetti ancora oscuri che meritano indagini approfondite.

Non importa che la questione riguardi soprattutto le vittime.

La priorità diventa la battaglia politica.

Le vittime passano in secondo piano.

La narrativa passa al primo posto.


I bambini esistono solo quando servono alla propaganda

Ed è qui che emerge la contraddizione più inquietante.

Quando il tema della pedofilia può essere utilizzato per attaccare un avversario politico, diventa improvvisamente il centro dell’universo.

Video.

Articoli.

Dirette.

Post.

Conferenze.

Migliaia di ore di contenuti.

Ma quando emergono operazioni reali contro trafficanti reali.

Quando vengono recuperati minori sfruttati.

Quando vengono smantellate reti criminali.

Quando vengono effettuati arresti.

Quando vengono identificate vittime.

Improvvisamente cala il silenzio.

Come se quelle notizie non esistessero.

Come se quei bambini non esistessero.

Come se quelle vittime fossero meno importanti.


L’indignazione selettiva

Esiste poi una domanda che molti preferiscono evitare.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una mobilitazione enorme per i bambini morti a Gaza.

Una mobilitazione comprensibile.

La morte di un bambino innocente rappresenta sempre una tragedia.

Sempre.

Senza eccezioni.

Ma proprio per questo emerge una contraddizione.

Perché la stessa intensità emotiva sembra scomparire quando si parla di bambini vittime della tratta?

Perché la stessa rabbia non compare quando si parla di sfruttamento sessuale minorile?

Perché la stessa attenzione non viene riservata ai minori abusati dalle reti criminali?

Perché alcune vittime occupano le prime pagine per mesi e altre scompaiono dopo poche ore?

La domanda non riguarda Gaza.

La domanda riguarda il principio.

Se ogni bambino ha lo stesso valore umano, allora ogni bambino dovrebbe meritare la stessa attenzione.

Indipendentemente dal fatto che la sua sofferenza sia utile o meno a una determinata agenda politica.


Le vittime di serie A e le vittime di serie B

L’impressione che emerge è che per una parte del dibattito contemporaneo esistano ormai due categorie di vittime.

Le vittime utili.

E le vittime inutili.

Le prime vengono mostrate continuamente.

Le seconde vengono dimenticate.

Le prime generano campagne mediatiche.

Le seconde diventano statistiche.

Le prime vengono utilizzate come simboli.

Le seconde vengono archiviate.

Ma un bambino vittima delle bombe.

Un bambino vittima della tratta.

Un bambino vittima della pedofilia.

Un bambino vittima dello sfruttamento sessuale.

Sono tutti vittime allo stesso modo.

La loro sofferenza non dovrebbe avere un colore politico.


Il business dell’odio politico

C’è poi una realtà che molti non vogliono riconoscere.

La rabbia è diventata un modello economico.

L’indignazione genera traffico.

Le accuse generano visualizzazioni.

La polarizzazione genera profitti.

Più il nemico viene rappresentato come assoluto, più il pubblico rimane coinvolto.

Più il pubblico rimane coinvolto, più aumentano click, follower e condivisioni.

In questo contesto la ricerca della verità diventa un ostacolo.

Perché la verità è spesso complessa.

La propaganda invece è semplice.

Ha sempre bisogno di un colpevole unico.

Di un nemico permanente.

Di una storia facile da raccontare.


La controinformazione che assomiglia al mainstream

La grande ironia è che molti di coloro che per anni hanno denunciato la propaganda mediatica stanno utilizzando oggi gli stessi identici strumenti.

Selezione delle notizie.

Selezione delle vittime.

Selezione delle indignazioni.

Selezione dei fatti.

Quando accade questo non siamo più davanti a una reale alternativa al sistema informativo dominante.

Siamo semplicemente davanti a un altro sistema propagandistico.

Con simboli diversi.

Con slogan diversi.

Con pubblico diverso.

Ma con gli stessi meccanismi.


Chi difende davvero i bambini?

La domanda finale è probabilmente la più importante.

Chi difende davvero i bambini?

Chi li usa come arma politica quando è conveniente?

Oppure chi pretende giustizia per tutte le vittime, indipendentemente dal contesto politico, dalla nazionalità, dalla religione o dall’utilità propagandistica della loro sofferenza?

Perché una società civile dovrebbe essere capace di indignarsi per un bambino morto sotto le bombe e, nello stesso tempo, indignarsi per un bambino vittima della tratta, della pedofilia o dello sfruttamento sessuale.

Non dovrebbe esistere una classifica del dolore.

Non dovrebbero esistere vittime più mediatiche di altre.

Non dovrebbero esistere bambini degni di attenzione e bambini degni di silenzio.

Se la sofferenza di alcuni minori viene utilizzata ogni giorno per sostenere una narrativa politica mentre quella di altri viene sistematicamente ignorata, allora non siamo davanti a una battaglia per i diritti umani.

Siamo davanti a una battaglia ideologica che ha smesso di mettere al centro le vittime reali.

E nel momento in cui la narrativa diventa più importante dei bambini, la verità è già stata sacrificata.


Fonti e approfondimenti

Nota: Le accuse contro persone specifiche devono essere supportate da prove verificabili e da procedimenti giudiziari. L’articolo critica la selezione delle notizie e la percezione di una possibile indignazione selettiva nel dibattito pubblico.

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