MUSK ESPONE E SFIDA I BUROCRATI DI BRUXELLES
La battaglia sulla libertà di espressione in Europa sta entrando in una nuova fase. Non riguarda più soltanto quali contenuti vengano rimossi, ma soprattutto una domanda molto più scomoda:
chi ha chiesto che venissero rimossi?
È qui che la strategia di Elon Musk e di X assume un significato politico che va ben oltre una semplice modifica tecnica della piattaforma.
Il principio rivendicato da Musk è radicalmente semplice:
«Any censorship required by governments is now clearly visible».
Ovvero: qualsiasi restrizione imposta in conseguenza di un obbligo governativo deve essere riconoscibile come tale.
È un principio potenzialmente dirompente perché sposta la discussione dal contenuto censurato alla responsabilità del censore.
Non significa che governi e autorità abbiano improvvisamente perso la capacità di intervenire sui contenuti illegali. Significa qualcosa di diverso: quando una restrizione deriva da un obbligo giuridico, l’utente dovrebbe poter distinguere quella decisione da una normale scelta editoriale della piattaforma.
Ed è precisamente questa distinzione che può diventare politicamente esplosiva.
IL PROBLEMA NON È SOLTANTO LA CENSURA. È L’OPACITÀ
Una democrazia può stabilire limiti alla libertà di espressione. Diffamazione, minacce, terrorismo, sfruttamento sessuale dei minori e altre categorie di contenuti illegali sono disciplinati dagli ordinamenti nazionali.
La questione diventa molto più delicata quando intorno alla rimozione dei contenuti viene costruito un gigantesco apparato amministrativo nel quale Stati, autorità di regolazione, organizzazioni certificate e piattaforme tecnologiche interagiscono lontano dallo sguardo del cittadino.
È qui che il Digital Services Act europeo merita una discussione molto più seria di quella offerta dalla propaganda istituzionale.
Il DSA viene presentato come uno strumento destinato a rendere Internet più sicuro e trasparente.
Ma il regolamento introduce contemporaneamente una struttura attraverso la quale le grandi piattaforme devono valutare e mitigare quelli che vengono definiti “rischi sistemici”.
Tra questi rientrano anche rischi collegati ai processi elettorali e al dibattito civico.
La stessa Commissione europea spiega che le Very Large Online Platforms devono identificare, analizzare e mitigare i rischi relativi ai processi elettorali e al “civic discourse”.
Ed è proprio qui che nasce il problema politico.
Chi stabilisce quando un’opinione controversa diventa un rischio per il dibattito civico?
Chi distingue una campagna di disinformazione coordinata da una posizione politica minoritaria?
Chi stabilisce quando una narrazione è falsa, quando è semplicemente discutibile e quando anticipa informazioni che saranno confermate mesi dopo?
La storia recente dovrebbe suggerire estrema prudenza.
I “TRUSTED FLAGGERS”: SEGNALATORI CON CORSIA PREFERENZIALE
Il DSA introduce inoltre la figura dei cosiddetti trusted flaggers, tradotti nella versione italiana del regolamento come “segnalatori attendibili”.
Non è corretto sostenere che queste organizzazioni possano autonomamente censurare Internet.
Ma possiedono qualcosa che il cittadino comune non possiede: una corsia preferenziale per le loro segnalazioni.
L’articolo 22 del Digital Services Act stabilisce infatti che le piattaforme devono adottare misure affinché le notifiche provenienti dai trusted flaggers siano:
“given priority and are processed and decided upon without undue delay”.
In altre parole, priorità e decisione senza indebito ritardo.
Per ottenere questa qualifica un’organizzazione deve dimostrare competenza nell’identificazione di contenuti illegali, indipendenza dalle piattaforme e capacità di operare in maniera diligente, accurata e obiettiva.
Esistono quindi delle garanzie.
Ma rimane una questione politica fondamentale:
perché alcune organizzazioni devono possedere un canale privilegiato per influenzare la moderazione del più grande spazio pubblico della storia?
Il problema non è necessariamente l’esistenza della segnalazione.
Il problema è il rapporto tra segnalazione privilegiata, potere regolatorio e pressione economica sulle piattaforme.
LA BOMBA DEL 6% DEL FATTURATO MONDIALE
Ed eccoci al punto decisivo.
Una piattaforma che viola gli obblighi previsti dal Digital Services Act può essere colpita con una sanzione che arriva fino al:
6% DEL FATTURATO ANNUO GLOBALE.
Non europeo.
Globale.
Lo conferma direttamente la Commissione europea.
Questa semplice cifra cambia completamente il rapporto di forza tra regolatore e piattaforma.
Quando dall’altra parte del tavolo esiste la possibilità di una sanzione calcolata sul fatturato mondiale, non occorre necessariamente telefonare al responsabile della moderazione ordinandogli:
“Cancella quel post”.
Il potere può funzionare in maniera molto più sofisticata.
La piattaforma conosce le regole.
Conosce le aspettative del regolatore.
Conosce i rischi che deve mitigare.
Conosce le conseguenze economiche della non conformità.
E soprattutto conosce il valore potenziale della sanzione.
Il rischio strutturale è evidente: l’over-compliance.
Davanti all’incertezza, per una grande società può diventare economicamente più razionale rimuovere, limitare o declassare un contenuto dubbio piuttosto che affrontare un conflitto regolatorio.
È la trasformazione della censura tradizionale in qualcosa di molto più sofisticato:
la moderazione incentivata dalla pressione normativa.
I NUMERI DI X: MIGLIAIA DI RICHIESTE DALL’UNIONE EUROPEA
Qui la discussione smette di essere puramente teorica.
Nel suo Transparency Report 2025, X pubblica i dati relativi alle richieste governative, legali e delle autorità.
Per quanto riguarda le removal requests, X riporta:
- richieste globali: 97.006
- casi nei quali X ha intrapreso un’azione: 79.438
- tasso complessivo: 81,89%
Per l’Unione Europea:
- richieste: 3.831
- casi sui quali X ha intrapreso un’azione: 3.464
- tasso: 90,42%
Sono numeri che meritano attenzione.
Non dimostrano che 3.464 opinioni politiche siano state “censurate da Bruxelles”: sarebbe una conclusione metodologicamente scorretta, perché le richieste possono riguardare contenuti effettivamente illegali e X aggrega diverse tipologie di intervento.
Dimostrano però qualcosa di altrettanto importante:
l’interazione tra autorità pubbliche e piattaforme per ottenere limitazioni o rimozioni di contenuti non è affatto un fenomeno immaginario.
È un meccanismo concreto, misurabile e documentato.
Ed è precisamente per questo che deve essere trasparente.
X È GIÀ FINITA NEL MIRINO DELLA COMMISSIONE
Lo scontro tra Musk e Bruxelles, inoltre, non nasce oggi.
Il 12 luglio 2024 la Commissione europea comunicò a X le proprie conclusioni preliminari secondo cui la piattaforma avrebbe violato alcuni obblighi del Digital Services Act.
Le contestazioni riguardavano dark patterns, trasparenza pubblicitaria e accesso ai dati per i ricercatori.
Anche qui è necessario essere precisi: quelle contestazioni non equivalevano a un ordine europeo di censurare opinioni politiche.
Ma il caso dimostrava l’enorme potere regolatorio acquisito dalla Commissione nei confronti delle piattaforme globali.
Nel luglio 2026 la stessa Commissione ha poi comunicato di aver accettato il piano d’azione di X relativo agli obblighi di trasparenza e all’accesso ai dati da parte dei ricercatori.
Lo scontro Musk-Bruxelles deve quindi essere letto dentro un confronto molto più grande:
chi stabilisce le regole dello spazio pubblico digitale?
BRUXELLES VUOLE TRASPARENZA? PERFETTO. COMINCIAMO DA BRUXELLES
Ed è qui che la contromossa di Musk assume una forza difficilmente contestabile persino da chi sostiene il Digital Services Act.
L’Unione Europea pretende trasparenza dalle piattaforme.
Benissimo.
Allora la stessa trasparenza deve valere per chi chiede alle piattaforme di intervenire.
Se un’autorità pubblica ritiene che un post debba essere oscurato perché viola una determinata legge, il cittadino dovrebbe poter conoscere almeno, nei limiti consentiti dalla legge:
quale autorità è intervenuta, quale norma viene invocata e perché il contenuto è stato limitato.
Non dovrebbe comparire soltanto una formula impersonale come:
“Questo contenuto non è disponibile”.
La differenza è enorme.
Nel primo caso esiste un atto di potere identificabile.
Nel secondo esiste semplicemente un contenuto scomparso.
La democrazia vive della prima situazione.
Il potere opaco prospera nella seconda.
LA CENSURA SENZA CENSORE
La vera innovazione del sistema regolatorio contemporaneo consiste proprio nella possibilità di esercitare influenza sul discorso pubblico senza creare un classico “Ministero della Verità”.
Non serve più.
È sufficiente creare una catena:
regolatore → obblighi di rischio → organizzazioni privilegiate → piattaforme → algoritmi → moderazione.
Alla fine della catena il cittadino vede soltanto che il proprio post è stato limitato.
Ma ricostruire chi abbia originato la decisione può diventare estremamente difficile.
Ed è precisamente questa catena che una maggiore trasparenza può spezzare.
IL DSA NON È UNA LEGGE DI CENSURA. MA PUÒ PRODURRE INCENTIVI PERICOLOSI
La critica al Digital Services Act diventa molto più forte quando evita le caricature.
Il DSA contiene anche importanti garanzie procedurali e obblighi di trasparenza.
Non ordina genericamente alle piattaforme:
“eliminate la disinformazione”.
E i trusted flaggers devono occuparsi di contenuti ritenuti illegali, non semplicemente di opinioni che non condividono.
Ma proprio per questo la critica più seria deve concentrarsi sul problema strutturale.
Quando una burocrazia dispone contemporaneamente della capacità di:
- definire categorie molto ampie di rischio sistemico;
- pretendere misure di mitigazione;
- controllare la conformità delle piattaforme;
- imporre obblighi procedurali;
- esercitare poteri investigativi;
- e arrivare a sanzioni fino al 6% del fatturato globale,
il rischio di pressione indiretta sul discorso pubblico non può essere liquidato come fantasia complottista.
È un problema classico della teoria liberale del potere:
chi controlla il controllore?
LA RISPOSTA DEVE ESSERE LA TRASPARENZA RADICALE
Ed è qui che Musk colpisce nel punto più vulnerabile del sistema.
Non impedire necessariamente allo Stato di applicare la legge.
Costringerlo a lasciare le proprie impronte digitali.
Se un tribunale ordina la rimozione di un contenuto illegale, deve essere possibile sapere che esiste un ordine giudiziario, salvo le eccezioni necessarie per indagini, sicurezza o tutela delle vittime.
Se un’autorità amministrativa interviene, deve essere identificabile.
Se una legge nazionale obbliga X a oscurare un post in una determinata giurisdizione, l’utente dovrebbe poter capire che non è stata X a decidere autonomamente.
È la differenza tra:
moderazione privata
e
restrizione imposta dalla legge.
Confondere deliberatamente le due cose permette al potere pubblico di intervenire mantenendo apparentemente pulite le mani.
Renderle distinguibili restituisce responsabilità politica al sistema.
IL PARADOSSO EUROPEO
Ed ecco il paradosso.
Bruxelles ha costruito il Digital Services Act invocando continuamente:
trasparenza, accountability e tutela degli utenti.
Musk può semplicemente prendere Bruxelles in parola.
Volete trasparenza?
Avrete trasparenza.
Volete accountability?
Allora rendiamo visibile chi chiede di limitare un contenuto.
Volete che gli utenti comprendano come funzionano le piattaforme?
Mostriamo anche come funzionano le pressioni esercitate sulle piattaforme.
La trasparenza non può funzionare in una sola direzione.
Non può significare che Silicon Valley debba aprire ogni porta mentre gli apparati pubblici possono continuare ad agire attraverso comunicazioni, richieste e procedure incomprensibili al cittadino comune.
IL MIGLIOR DISINFETTANTE È LA LUCE
La battaglia decisiva non consiste nello stabilire che qualsiasi contenuto debba rimanere online.
Una società libera continuerà inevitabilmente ad avere leggi contro minacce, terrorismo, sfruttamento dei minori, frodi, diffamazione e altri comportamenti illeciti.
La questione fondamentale è un’altra:
il potere di limitare la parola deve essere visibile, contestabile e attribuibile.
Se un governo vuole oscurare un contenuto, deve assumersene la responsabilità.
Se un’autorità ritiene illegale un messaggio, deve indicarne la base giuridica.
Se Bruxelles vuole esercitare l’enorme potere che il Digital Services Act le attribuisce sulle piattaforme globali, deve accettare un livello di scrutinio almeno equivalente a quello che pretende dalle aziende tecnologiche.
La libertà di espressione non viene difesa fingendo che Internet possa essere completamente privo di regole.
Viene difesa impedendo che quelle regole diventino strumenti invisibili di controllo politico.
CONCLUSIONE: MUSK ACCENDE LA LUCE NELLA STANZA DEI BOTTONI
La partita tra Elon Musk e Bruxelles è quindi molto più importante di X.
Riguarda il modello di Internet che l’Occidente intende costruire.
Da una parte c’è una concezione nella quale grandi apparati regolatori identificano rischi, stabiliscono procedure, certificano segnalatori, controllano le piattaforme e dispongono di sanzioni capaci di raggiungere miliardi.
Dall’altra deve esistere un principio non negoziabile:
chi limita la libertà di parola deve metterci la faccia.
La censura più pericolosa non è necessariamente quella annunciata pubblicamente.
È quella che avviene senza che nessuno riesca più a capire chi abbia preso la decisione.
Per questo rendere visibili le richieste governative rappresenta una delle risposte più efficaci all’espansione della regolazione digitale.
Non elimina il Digital Services Act.
Non elimina le leggi nazionali.
Non impedisce ai tribunali di ordinare la rimozione di contenuti illegali.
Fa però qualcosa di estremamente importante:
toglie al potere il privilegio dell’anonimato.
Bruxelles pretendeva che le piattaforme diventassero trasparenti.
La risposta di Musk può essere riassunta in quattro parole:
TRASPARENTI SÌ. MA TUTTI.
Ed è proprio questo che qualsiasi istituzione realmente democratica non dovrebbe avere motivo di temere.
FONTI E DOCUMENTI
Digital Services Act – testo integrale, EUR-Lex:
Regolamento UE 2022/2065 – Digital Services Act
Commissione europea – quadro di applicazione e sanzioni DSA:
DSA Enforcement Framework
Commissione europea – Trusted Flaggers:
Trusted flaggers under the Digital Services Act
Commissione europea – DSA e processi elettorali:
Guidelines on electoral processes
Commissione europea – rischi elettorali e dibattito civico:
Impact of the Digital Services Act on digital platforms
X – Global Transparency Report 2025:
X Transparency Report 2025
X – richieste legali di rimozione:
X Transparency Center – Removal Requests
Commissione europea – contestazioni DSA a X del 12 luglio 2024:
Commission sends preliminary findings to X
Commissione europea – stato delle VLOP e piano d’azione di X nel 2026:
Very Large Online Platforms and Search Engines – DSA

