I cani da riporto della controinformazione italiana e il caso Epstein: “La coalizione Epstein” anni di accuse senza prove contro Trump copiando la narrativa dei Democratici americani e delle sinistre globaliste

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Per anni hanno ripetuto la stessa accusa. La stessa formula. Lo stesso schema comunicativo. Donald Trump veniva dipinto come l’uomo di Jeffrey Epstein, il “presidente dei pedofili”, il simbolo di una presunta rete di potere che avrebbe trovato nell’isola caraibica del finanziere americano il proprio luogo di incontro.

Una narrazione martellante, rilanciata quotidianamente dai grandi media progressisti americani e successivamente adottata da una parte consistente della cosiddetta controinformazione italiana, che ancora una volta ha finito per comportarsi come una semplice cassa di risonanza delle campagne mediatiche provenienti dagli Stati Uniti.

Dalla CNN alla controinformazione italiana: la stessa identica storia

Per anni reti come CNN, MSNBC, New York Times e Washington Post hanno costruito un’associazione continua tra Donald Trump e Jeffrey Epstein.

Fotografie degli anni Novanta.

Partecipazioni a eventi mondani.

Vecchie conoscenze comuni.

Elementi utilizzati per suggerire una relazione più profonda e compromettente.

Ma ciò che sorprende è stato osservare come molti esponenti della controinformazione italiana, pur dichiarandosi “antisistema”, “anti-establishment” e “antiglobalisti”, abbiano finito per utilizzare esattamente le stesse argomentazioni e gli stessi slogan dei media vicini al Partito Democratico americano.

Una convergenza che appare quantomeno singolare.

Anni di accuse, ma le prove dove sono?

Dopo anni di indagini federali, processi, pubblicazione degli Epstein Files, testimonianze e documentazione giudiziaria, non è mai emersa alcuna prova che coinvolgesse Donald Trump nelle attività criminali di Jeffrey Epstein.

Nessuna incriminazione.

Nessuna accusa formale.

Nessuna testimonianza diretta.

Nessun elemento giudiziario.

Eppure, nonostante l’assenza di prove, la narrativa è continuata.

Per alcuni ambienti della controinformazione italiana, infatti, la ripetizione sembra aver sostituito la dimostrazione.

Quando la propaganda diventa fede

La questione più interessante riguarda il metodo.

In teoria, la controinformazione dovrebbe distinguersi dal mainstream perché sottopone ogni versione ufficiale a verifica, richiede prove, confronta le fonti e diffida delle campagne mediatiche orchestrate.

Nel caso Trump-Epstein è accaduto l’esatto contrario.

Molti sedicenti dissidenti hanno semplicemente accettato e rilanciato le stesse accuse diffuse dai media progressisti americani.

Senza verificare.

Senza attendere i documenti.

Senza distinguere tra frequentazioni sociali e responsabilità penali.

Senza porsi le domande che normalmente dichiarano di voler porre.

L’ideologia prima dei fatti

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La sensazione è che, per alcuni ambienti della controinformazione italiana, l’obiettivo non sia mai stato comprendere i fatti ma confermare una visione ideologica precostituita.

Se una determinata accusa può essere utilizzata per colpire Trump, allora viene immediatamente trasformata in verità assoluta.

Non importa se mancano prove.

Non importa se i documenti raccontano altro.

Non importa se le ricostruzioni iniziali vengono successivamente smentite.

La narrativa deve sopravvivere ai fatti.

Gli “antiglobalisti” che parlano come i globalisti

La contraddizione appare evidente.

Da una parte si denunciano il mainstream, i media occidentali, le élite progressiste e il Partito Democratico americano.

Dall’altra si finisce per adottare le stesse identiche campagne mediatiche, le stesse categorie interpretative e gli stessi slogan.

Una sorta di cortocircuito permanente nel quale gli autoproclamati ribelli finiscono per trasformarsi nei più fedeli ripetitori delle narrative costruite dai loro presunti avversari.

Il risultato è una controinformazione sempre meno interessata ai fatti e sempre più prigioniera delle proprie convinzioni ideologiche.

Il problema non è Trump, ma il metodo

La questione non riguarda l’essere favorevoli o contrari a Donald Trump.

Riguarda un principio molto più semplice.

Le accuse straordinarie richiedono prove straordinarie.

Se per anni si afferma che un uomo è coinvolto in uno dei più grandi scandali sessuali della storia moderna, ci si aspetterebbe almeno l’esistenza di elementi concreti.

Se questi elementi non emergono, la credibilità di chi ha trasformato sospetti e insinuazioni in certezze assolute inevitabilmente vacilla.

Ed è forse proprio questo il punto più imbarazzante per i cani da riporto della propaganda italiana: scoprire, ancora una volta, di aver recitato la stessa parte dei media che sostengono di combattere.


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