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Cremlino, Peskov sorprende: “Trump è sincero”. Segnale di una nuova fase nei rapporti tra Washington e Mosca?

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Le ultime dichiarazioni del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, rappresentano uno degli sviluppi diplomatici più interessanti delle ultime settimane nel conflitto ucraino. In un’intervista rilanciata dall’agenzia russa TASS, Peskov ha espresso un giudizio sorprendentemente positivo nei confronti del presidente americano Donald Trump e della sua amministrazione, affermando che Mosca considera sinceri gli sforzi statunitensi per arrivare a una soluzione negoziata della guerra.

Un messaggio politico preciso

Secondo Peskov:

«Gli americani sono sinceri, il presidente Trump è sincero e i suoi negoziatori sono sinceri nel loro desiderio di formulare opzioni accettabili per tutti.»

Una dichiarazione che si discosta nettamente dalla retorica utilizzata negli ultimi anni nei confronti delle amministrazioni statunitensi e che evidenzia come il Cremlino distingua tra il mantenimento del sostegno militare americano all’Ucraina e la disponibilità di Washington ad esplorare un percorso diplomatico.

Il “dualismo” della politica americana

Peskov ha descritto l’attuale posizione americana come caratterizzata da un evidente dualismo.

Da una parte gli Stati Uniti continuano a fornire armamenti all’Ucraina; dall’altra manifestano la volontà di favorire un negoziato che possa mettere fine al conflitto.

Secondo il portavoce del Cremlino, Mosca intende sfruttare questo doppio binario nella misura in cui esso coincida con gli interessi strategici della Federazione Russa.

«Dobbiamo sfruttare questo dualismo nella posizione dell’amministrazione Trump nella misura in cui ciò sia in linea con i nostri interessi.»

Questa formulazione lascia intendere che il Cremlino ritenga ancora possibile un dialogo diretto con Washington, pur mantenendo aperta l’opzione militare.

La divergenza con Lavrov

Un elemento che diversi osservatori hanno evidenziato riguarda la differenza di tono tra le dichiarazioni di Peskov e quelle del ministro degli Esteri Sergej Lavrov.

Nel materiale fornito da Umberto Pascali viene sottolineato come numerosi media abbiano enfatizzato le posizioni di Lavrov, considerate più rigide, mentre il Cremlino abbia scelto di far parlare direttamente Peskov, portavoce ufficiale del presidente Vladimir Putin. Secondo questa lettura, ciò rappresenterebbe un’indicazione del fatto che la linea politica finale continui a essere dettata direttamente dall’entourage presidenziale.

L’Ucraina accusata di bloccare il negoziato

Peskov sostiene inoltre che la Russia avrebbe accettato una proposta americana di soluzione del conflitto, mentre sarebbe stata Kiev a respingerla.

Sempre secondo il portavoce del Cremlino, gli Stati Uniti non sarebbero riusciti a convincere il governo ucraino a modificare la propria posizione a causa dell’influenza esercitata dai governi europei.

Queste affermazioni riflettono la posizione ufficiale russa e non risultano confermate da fonti indipendenti.

Drapaty e la retorica sul Donbass

Durante l’intervista Peskov ha dedicato ampio spazio anche alle dichiarazioni del nuovo comandante in capo delle forze armate ucraine, Mikhail Drapaty.

Il portavoce del Cremlino ha definito “sconcertanti” le sue parole sui russi e sugli abitanti del Donbass, arrivando ad accusarlo di avere una “natura nazista”. Si tratta di accuse coerenti con la narrativa ufficiale adottata da Mosca sin dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, ma fortemente contestate da Kiev e dai governi occidentali.

Nessun passo indietro sull’operazione militare

Pur aprendo alla possibilità di una soluzione negoziata, Peskov ha ribadito che la Russia continuerà la propria operazione militare finché non saranno raggiunti gli obiettivi fissati dal Cremlino.

«Continuiamo a raggiungere i nostri obiettivi con mezzi militari. Non è la soluzione preferibile, ma andremo avanti fino alla vittoria.»

Questa dichiarazione conferma che Mosca considera il negoziato come un’opzione percorribile soltanto se compatibile con i propri obiettivi strategici.

Un segnale da osservare

Le parole di Peskov rappresentano un elemento significativo nel quadro diplomatico attuale. Per la prima volta da tempo, il Cremlino attribuisce apertamente buona fede al presidente degli Stati Uniti Donald Trump e ai suoi negoziatori.

Ciò non implica automaticamente un imminente accordo di pace, ma evidenzia come Mosca intenda mantenere aperto un canale politico con Washington, pur continuando le operazioni militari sul terreno.

Resta da verificare se queste aperture troveranno un riscontro concreto nei prossimi sviluppi diplomatici o se rimarranno parte della strategia comunicativa russa.


Fonti

  • TASS – IN BRIEF: Kremlin spokesman on Drapaty’s statements, dualism in Washington’s stance
    https://tass.com/politics/2164833
  • Materiale e traduzione forniti da Umberto Pascali. https://umbertopascali.substack.com/

Lavrov contro Peskov? Le analisi di The Duran alimentano il dibattito sulle dinamiche interne del Cremlino

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Negli ultimi giorni si è intensificato il dibattito sulle possibili differenze di approccio all’interno della leadership russa riguardo ai rapporti con gli Stati Uniti e ai negoziati sulla guerra in Ucraina.

A riaccendere la discussione sono stati alcuni interventi di Alexander Mercouris e Alex Christoforou, analisti del canale The Duran, che hanno proposto una lettura secondo cui all’interno del Cremlino esisterebbero due diverse impostazioni diplomatiche: una rappresentata dal ministro degli Esteri Sergej Lavrov, l’altra dal portavoce presidenziale Dmitrij Peskov.

Il caso Bloomberg e la risposta di Peskov

La polemica nasce anche dopo un articolo pubblicato da Bloomberg il 22 luglio 2026, secondo cui Mosca avrebbe irrigidito ulteriormente le proprie richieste territoriali sull’Ucraina e non sarebbe più disposta a restituire alcun territorio occupato.

Nel briefing quotidiano, Peskov ha liquidato il report definendolo una semplice speculazione.

Secondo la trascrizione riportata nel materiale analizzato, il portavoce del Cremlino ha dichiarato:

«Non bisogna prendere sul serio tali pubblicazioni… appartengono in larga misura alla categoria delle speculazioni.»

Ha inoltre ribadito che le condizioni indicate da Vladimir Putin per la cessazione delle ostilità restano valide e non sono cambiate.

Questa posizione ha alimentato ulteriormente il confronto tra chi considera attendibili le indiscrezioni di Bloomberg e chi invece ritiene che l’unica linea ufficiale sia quella espressa dal Cremlino.


Mercouris: “Mi fido più di Lavrov”

Nel video pubblicato il 23 luglio 2026, intitolato “Manila Meeting: Lavrov, Rubio And Iran Strikes CIA Facilities”, Alexander Mercouris espone una valutazione molto netta.

Secondo l’analista britannico:

«Mi sento più tranquillo se tutta questa vicenda è nelle mani di Lavrov.»

Mercouris sostiene inoltre che Peskov stia favorendo il percorso negoziale rappresentato dagli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, una linea che, a suo giudizio, Lavrov “assolutamente odia”.

Sempre nello stesso intervento aggiunge un’altra considerazione ancora più significativa.

Secondo Mercouris:

  • molti membri dell’élite russa ritengono che Peskov abbia progressivamente oltrepassato il proprio ruolo di semplice portavoce;
  • avrebbe assunto un’influenza diplomatica non prevista dal suo incarico;
  • Lavrov non cita mai pubblicamente Peskov, elemento che Mercouris interpreta come possibile segnale di distanza politica.

Va sottolineato che queste sono valutazioni personali dell’analista, non dichiarazioni attribuite direttamente a Lavrov.


Christoforou parla di “split”

Anche Alex Christoforou, altro volto noto di The Duran, aveva affrontato il tema già il 27 giugno 2026.

Nel video intitolato:

“Lavrov hardline vs Peskov’s soft diplomacy”

descrive apertamente quella che definisce una sorta di “split” interno.

Secondo Christoforou:

  • Lavrov rappresenterebbe una linea diplomatica più rigida (“hardline”);
  • Peskov incarnerebbe invece una strategia di “soft diplomacy”, più incline a mantenere aperti canali negoziali con Washington.

Anche in questo caso si tratta dell’interpretazione proposta dall’analista, non di una conferma proveniente dalle istituzioni russe.


Esistono prove di una spaccatura nel Cremlino?

Qui è opportuno distinguere tra fatti verificabili e interpretazioni.

Dal materiale disponibile emerge che:

  • non esistono prove pubbliche di una frattura istituzionale tra Lavrov e Peskov;
  • entrambi continuano a rappresentare ufficialmente la posizione del Cremlino;
  • le ricostruzioni di Mercouris e Christoforou descrivono soprattutto differenze di stile, priorità diplomatiche e modalità comunicative.

Lo stesso dossier evidenzia infatti che non risultano elementi pubblici che dimostrino l’esistenza di vere e proprie fazioni contrapposte all’interno della leadership russa.


Il ruolo di Witkoff e Kushner

Uno degli aspetti più interessanti riguarda il diverso giudizio attribuito ai due emissari americani.

Secondo Mercouris:

  • Lavrov preferirebbe il tradizionale canale diplomatico istituzionale;
  • Peskov guarderebbe con maggiore favore ai colloqui informali condotti da Steve Witkoff e Jared Kushner.

Parallelamente, il Cremlino continua ad attendere una nuova missione dei due inviati americani a Mosca per proseguire il dialogo diretto con l’amministrazione Trump, segno che questo canale rimane comunque aperto.


Perché questa discussione interessa gli osservatori occidentali?

Secondo il materiale esaminato, numerosi osservatori occidentali tendono a leggere ogni differenza di tono proveniente da Mosca come il possibile segnale di una divisione interna.

Tuttavia:

  • Bloomberg attribuisce le proprie informazioni a fonti anonime vicine al Cremlino;
  • Peskov continua a ribadire la linea ufficiale di Putin;
  • Mercouris e Christoforou propongono una chiave interpretativa basata sulla loro esperienza di osservatori della politica russa, ma non presentano prove documentali di una rottura istituzionale.

Conclusioni

Le analisi di The Duran offrono una lettura interessante delle dinamiche interne al Cremlino, distinguendo tra una diplomazia più tradizionale incarnata da Sergej Lavrov e una comunicazione più flessibile attribuita a Dmitrij Peskov.

Tuttavia, allo stato attuale delle informazioni pubblicamente disponibili, non emergono elementi sufficienti per affermare l’esistenza di una vera lotta di potere o di una spaccatura politica ai vertici dello Stato russo. Le dichiarazioni di Mercouris e Christoforou rappresentano interpretazioni analitiche che contribuiscono al dibattito, ma non costituiscono una conferma ufficiale di divisioni all’interno del Cremlino.

Fonti

  • The Duran – Manila Meeting: Lavrov, Rubio And Iran Strikes CIA Facilities (23 luglio 2026)
  • The Duran – Lavrov Defies Rubio; West Ships Avoid Odessa… (23 luglio 2026)
  • The Duran / Alex Christoforou – Lavrov hardline vs Peskov’s soft diplomacy (27 giugno 2026)
  • Bloomberg – Report del 22 luglio 2026 sulle richieste territoriali russe.
  • Briefing ufficiale del Cremlino del 22 luglio 2026 con Dmitrij Peskov.

Il conflitto israelo-palestinese ha una dimensione islamica strutturale: perché ridurlo a una disputa territoriale è insufficiente

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Il conflitto israelo-palestinese viene spesso descritto come una controversia territoriale tra due popoli che rivendicano la stessa terra. Confini, insediamenti, sicurezza, rifugiati e sovranità rappresentano certamente elementi fondamentali della crisi. Tuttavia, questa interpretazione, pur contenendo una parte di verità, non riesce a spiegare né la straordinaria durata del conflitto né la capacità della causa palestinese di mobilitare milioni di persone in tutto il mondo islamico, comprese popolazioni che non hanno alcun legame geografico diretto con Israele o con i Territori Palestinesi.

Per comprendere pienamente la natura dello scontro è necessario prendere in considerazione una componente che nel dibattito pubblico occidentale viene spesso sottovalutata o trattata con estrema cautela: la dimensione religiosa e, nello specifico, quella islamica.

Questo non significa sostenere che il conflitto sia esclusivamente religioso. Significa riconoscere che la religione rappresenta uno degli elementi strutturali della visione di alcuni dei principali attori coinvolti e che ignorarla porta inevitabilmente a un’analisi incompleta.


Hamas: un movimento islamista prima ancora che nazionalista

Uno degli errori più frequenti consiste nel descrivere Hamas come un semplice movimento nazionalista palestinese.

Il nome stesso dell’organizzazione chiarisce la sua natura:

Harakat al-Muqawama al-Islamiyya, cioè Movimento di Resistenza Islamica.

Fin dalla sua fondazione, Hamas si è definita come un’organizzazione islamista affiliata ideologicamente ai Fratelli Musulmani, con una concezione della politica fortemente intrecciata con la religione.

Lo Statuto del 1988 presenta la lotta contro Israele non come una normale disputa territoriale, ma come parte di un dovere religioso.

Il motto ufficiale afferma:

«Allah è il suo obiettivo, il Profeta il suo modello, il Corano la sua Costituzione, il jihad la sua via e la morte per la causa di Allah la più alta delle sue aspirazioni.»

Questa formulazione colloca immediatamente il conflitto all’interno di una prospettiva teologica e non semplicemente politica.


La Palestina come waqf islamico

Uno dei passaggi più significativi dello Statuto riguarda l’articolo 11.

Qui la Palestina viene definita waqf islamico, ovvero una proprietà religiosa consacrata all’intera comunità musulmana fino al Giorno del Giudizio.

Nel diritto islamico il waqf è un bene destinato permanentemente a fini religiosi e, proprio per questo, non può essere alienato o ceduto.

La conseguenza politica di questa impostazione è rilevante.

Se una terra appartiene in modo permanente all’Islam, nessuna autorità umana può rinunciarvi attraverso trattative diplomatiche o accordi di pace.

La questione non riguarda quindi esclusivamente chi amministri quel territorio, ma la sua stessa appartenenza religiosa.


Il jihad come strumento di liberazione

L’articolo 13 dello Statuto del 1988 afferma esplicitamente che:

«Non esiste soluzione alla questione palestinese se non attraverso il jihad.»

Lo stesso documento respinge conferenze internazionali e iniziative diplomatiche considerate incompatibili con la liberazione della Palestina.

Anche l’articolo 7 richiama un celebre hadith presente nella raccolta di Sahih Muslim riguardante il combattimento escatologico contro gli ebrei prima del Giorno del Giudizio.

Questi riferimenti non provengono da interpretazioni esterne o da analisi dei servizi di intelligence, ma costituiscono parte integrante del documento fondativo elaborato dallo stesso movimento.


Il documento politico del 2017: cosa cambia realmente?

Nel 2017 Hamas ha pubblicato un nuovo documento politico spesso presentato come una svolta moderata.

In realtà il testo introduce alcuni cambiamenti di linguaggio, ma non modifica gli elementi fondamentali della strategia.

Tra i punti principali:

  • accetta l’ipotesi di uno Stato palestinese entro i confini del 1967;
  • distingue formalmente tra ebrei come religione e sionismo come progetto politico;
  • evita molti riferimenti antisemiti presenti nello Statuto del 1988.

Tuttavia:

  • non riconosce lo Stato di Israele;
  • non rinuncia alla “liberazione” dell’intera Palestina storica;
  • mantiene la resistenza armata come diritto e scelta strategica;
  • continua a rifiutare qualsiasi riconoscimento definitivo della sovranità israeliana.

Molti studiosi interpretano il documento del 2017 come un aggiornamento tattico destinato a migliorare l’immagine internazionale del movimento piuttosto che come una trasformazione ideologica sostanziale.


Perché la causa palestinese mobilita tutto il mondo islamico?

Una delle domande più importanti riguarda il consenso che la causa palestinese continua a ricevere in gran parte del mondo musulmano.

Se il conflitto fosse esclusivamente territoriale, sarebbe difficile spiegare perché esso susciti un coinvolgimento emotivo tanto intenso in paesi come:

  • Indonesia;
  • Pakistan;
  • Malesia;
  • Marocco;
  • Algeria;
  • Tunisia;
  • Qatar;
  • Yemen.

La spiegazione non risiede soltanto nella solidarietà politica.

Entrano in gioco concetti religiosi profondamente radicati nella cultura islamica:

  • l’Ummah, ovvero la comunità universale dei credenti;
  • il valore simbolico di Gerusalemme;
  • la presenza della moschea di Al-Aqsa, terzo luogo santo dell’Islam;
  • l’idea che una terra già appartenuta all’Islam debba rimanere tale.

Questi elementi trasformano una disputa locale in una questione percepita come riguardante l’intera comunità musulmana mondiale.


I dati dell’Arab Center

Un’importante conferma arriva dal sondaggio pubblicato nel gennaio 2024 dall’Arab Center for Research and Policy Studies, realizzato su oltre 8.000 intervistati in 16 Paesi arabi.

I risultati mostrano che:

  • il 92% degli intervistati esprime solidarietà verso i palestinesi di Gaza;
  • il 69% dichiara sostegno anche ad Hamas;
  • il 23% sostiene i palestinesi ma non Hamas;
  • il 67% considera il 7 ottobre una “legittima operazione di resistenza”.

Questi dati non autorizzano a concludere che “tutti i musulmani sostengano Hamas”. Sarebbe una generalizzazione scorretta.

Mostrano però che il consenso verso la causa palestinese supera ampiamente il semplice nazionalismo e si intreccia con una dimensione identitaria e religiosa condivisa da ampi settori dell’opinione pubblica araba.


Gli Accordi di Abramo non cancellano la componente religiosa

Gli Accordi di Abramo del 2020 hanno dimostrato che alcuni governi arabi sono disposti a privilegiare interessi strategici, cooperazione economica e sicurezza rispetto alla tradizionale ostilità verso Israele.

Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco hanno normalizzato le relazioni con Israele, mentre altri Paesi hanno intensificato forme di cooperazione informale.

Tuttavia, le scelte dei governi non coincidono necessariamente con gli orientamenti delle rispettive società.

Dopo il 7 ottobre 2023, numerose manifestazioni popolari in diversi Paesi arabi hanno evidenziato un forte sostegno alla causa palestinese e un diffuso rifiuto della normalizzazione.

Questo suggerisce che la componente religiosa e simbolica continui ad avere un peso significativo nell’opinione pubblica, indipendentemente dagli interessi geopolitici perseguiti dagli Stati.


Una pace duratura richiede di riconoscere tutte le dimensioni del conflitto

Ogni processo di pace deve inevitabilmente affrontare questioni territoriali:

  • sicurezza;
  • confini;
  • insediamenti;
  • rifugiati;
  • status di Gerusalemme.

Tuttavia, se una delle principali forze coinvolte considera la presenza di uno Stato ebraico come un’usurpazione religiosa di una terra ritenuta islamica e inalienabile, qualsiasi accordo puramente territoriale rischia di rimanere fragile.

Questo non significa che la religione sia l’unica causa del conflitto.

Le responsabilità politiche, le guerre, le occupazioni, il terrorismo, le dinamiche regionali e le decisioni dei diversi governi hanno contribuito in modo determinante all’evoluzione dello scontro.

Ma ignorare la dimensione religiosa significa trascurare uno degli elementi che gli stessi protagonisti del conflitto dichiarano apertamente nei propri documenti fondativi, nella propria retorica e nella propria azione politica.


Conclusioni

Il conflitto israelo-palestinese non può essere ridotto né a una semplice controversia immobiliare né a unicamente una questione religiosa.

È un conflitto multidimensionale in cui si intrecciano storia, nazionalismo, identità, geopolitica, sicurezza e religione.

Tuttavia, la dimensione islamica rappresenta un elemento strutturale per comprendere la visione di Hamas e il motivo per cui la causa palestinese continua a mobilitare una parte significativa del mondo musulmano.

Analizzare questo aspetto non equivale a identificare l’intero Islam con Hamas, né a negare la pluralità delle posizioni presenti nel mondo musulmano. Significa semplicemente prendere sul serio ciò che Hamas afferma nei propri testi ufficiali e riconoscere che le convinzioni religiose possono influenzare profondamente gli obiettivi politici e la percezione del conflitto.

Solo un’analisi che tenga insieme tutte queste dimensioni può contribuire a comprendere la complessità di una delle crisi più longeve e controverse della storia contemporanea.


Fonti

Hamas contro l’Europa? Le indagini sulle cellule operative che preoccupano i servizi di sicurezza europei

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Un’infrastruttura clandestina costruita nel cuore dell’Europa

Per anni l’Europa ha considerato Hamas principalmente come un’organizzazione concentrata sul conflitto israelo-palestinese. Le più recenti indagini delle autorità tedesche e di diversi servizi di intelligence europei raccontano invece uno scenario molto più complesso: una rete logistica distribuita in diversi Paesi europei, composta da depositi di armi, basi operative e militanti incaricati di predisporre capacità offensive sul territorio europeo.

L’inchiesta pubblicata dalla Neue Zürcher Zeitung (NZZ), basata anche su documentazione investigativa tedesca, sostiene che Hamas avrebbe sviluppato per anni una struttura clandestina in Europa destinata a garantire supporto logistico e operativo ad eventuali attentati futuri. Secondo il quotidiano svizzero, il progetto avrebbe coinvolto Germania, Austria, Danimarca, Grecia, Cipro e Regno Unito.


Le accuse della Procura Federale tedesca

Le affermazioni della NZZ trovano un importante riscontro nelle accuse formulate dalla Procura Federale della Germania (Generalbundesanwaltschaft).

Nel procedimento aperto contro quattro presunti membri di Hamas, i magistrati tedeschi sostengono che gli imputati abbiano:

  • individuato vecchi depositi di armi già predisposti anni prima;
  • creato nuovi arsenali in Europa;
  • movimentato armi tra diversi Paesi europei;
  • operato sotto la direzione delle Brigate al-Qassam con base in Libano;
  • preparato infrastrutture utilizzabili per futuri attacchi contro obiettivi israeliani ed ebraici in Europa.

Si tratta del primo processo in Germania contro presunti membri di Hamas per partecipazione diretta all’organizzazione terroristica.


Una rete europea già operativa

Le indagini hanno ricostruito una rete estremamente articolata.

Secondo gli investigatori:

  • un deposito di armi sarebbe stato creato in Bulgaria;
  • un secondo in Danimarca;
  • vi sarebbero stati tentativi di predisporne uno anche in Polonia;
  • parte dell’armamento sarebbe stato movimentato attraverso Germania e Austria.

Le armi comprendevano:

  • pistole;
  • munizioni;
  • caricatori;
  • materiale logistico.

Gli investigatori ritengono che tali depositi dovessero rimanere “dormienti” fino al momento dell’attivazione.


Il caso dell’arsenale scoperto a Vienna

Uno degli sviluppi più significativi è arrivato dall’Austria.

Nel novembre 2025 il servizio di intelligence austriaco (DSN) ha scoperto un deposito clandestino contenente:

  • cinque pistole;
  • dieci caricatori;
  • materiale collegato a una rete internazionale riconducibile, secondo gli investigatori, ad Hamas.

Parallelamente è stato arrestato a Londra un cittadino britannico accusato di aver trasportato quelle armi dalla Germania all’Austria.

Secondo il Ministero dell’Interno austriaco, gli obiettivi previsti sarebbero stati istituzioni israeliane o ebraiche presenti in Europa.


Quali erano i bersagli?

È importante distinguere ciò che è documentato dalle autorità da quanto viene ricostruito in alcune analisi giornalistiche.

Le accuse formalizzate dalla Procura Federale tedesca parlano di possibili attacchi contro:

  • ambasciata israeliana a Berlino;
  • installazioni militari americane come Ramstein;
  • obiettivi israeliani ed ebraici presenti in Europa.

L’articolo della NZZ ipotizza uno scenario ancora più ampio, sostenendo che Hamas stesse sviluppando una capacità di colpire simultaneamente diversi Paesi europei. Questa ricostruzione, tuttavia, deriva dall’interpretazione giornalistica di documenti investigativi e non costituisce, allo stato attuale, un fatto definitivamente accertato in sede giudiziaria.


Un’organizzazione internazionale

Le indagini mostrano come Hamas non operasse esclusivamente da Gaza.

Secondo la Procura tedesca:

  • il coordinamento arrivava dal Libano;
  • i militanti agivano in diversi Paesi europei;
  • le armi venivano spostate attraverso vari Stati membri;
  • la struttura era organizzata secondo criteri tipici delle organizzazioni clandestine internazionali.

Questo elemento conferma una caratteristica ormai nota dell’organizzazione: la presenza di reti esterne dedicate a finanziamento, logistica, raccolta fondi e supporto operativo.


La cooperazione tra intelligence europee

Le operazioni investigative hanno coinvolto contemporaneamente:

  • Germania;
  • Austria;
  • Danimarca;
  • Regno Unito;
  • Grecia;
  • altri Paesi europei.

L’individuazione dei depositi di armi è stata possibile grazie allo scambio di informazioni tra intelligence e magistrature nazionali.


Una minaccia presa sempre più seriamente

Negli ultimi anni diversi governi europei hanno modificato la propria valutazione del rischio rappresentato da Hamas.

Se in passato l’organizzazione veniva considerata prevalentemente una minaccia regionale, oggi le indagini giudiziarie tedesche e le operazioni coordinate tra i servizi di sicurezza indicano l’esistenza di infrastrutture clandestine predisposte anche sul territorio europeo.

Ciò non significa che esistesse necessariamente un piano imminente per colpire indistintamente l’intera Europa, ma dimostra che le autorità hanno raccolto elementi ritenuti sufficienti per contestare la preparazione di depositi di armi e capacità operative destinate a possibili attentati contro obiettivi israeliani ed ebraici presenti nel continente.


Conclusione

Le indagini condotte dalla Procura Federale tedesca, dai servizi di intelligence austriaci e da altre autorità europee descrivono un quadro di crescente preoccupazione: Hamas avrebbe costruito negli anni una rete logistica internazionale composta da depositi di armi, militanti e canali di approvvigionamento distribuiti in vari Paesi europei.

Alcune ricostruzioni giornalistiche, come quella della Neue Zürcher Zeitung, ipotizzano che tale rete fosse destinata a sostenere un’offensiva coordinata su larga scala. Questa interpretazione, tuttavia, va distinta dai fatti già contestati in sede giudiziaria, che riguardano principalmente la predisposizione di arsenali e la preparazione di possibili attacchi contro obiettivi israeliani ed ebraici in Europa.

In ogni caso, le inchieste confermano che la minaccia terroristica di matrice jihadista continua a rappresentare una priorità per le agenzie di sicurezza europee, le quali hanno intensificato la cooperazione internazionale proprio per individuare e neutralizzare queste reti prima che possano essere attivate.

Fonti

  • Neue Zürcher Zeitung – Inchiesta sul network europeo di Hamas.
  • Associated Press – Processo ai quattro presunti membri di Hamas in Germania.
  • Euronews – Processo ai membri di Hamas accusati di creare depositi di armi in Europa.
  • Associated Press – Ritrovamento dell’arsenale a Vienna collegato a Hamas.
  • Euronews – Scoperta del deposito di armi in Austria.
  • Reuters – Processo di Berlino sui depositi di armi di Hamas in Europa.

Il Dipartimento di Stato USA: il chavismo e Cuba hanno trasformato il Venezuela nella principale piattaforma geopolitica ostile agli Stati Uniti

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Per oltre vent’anni il Venezuela è stato raccontato quasi esclusivamente come un Paese devastato dalla crisi economica, dall’iperinflazione, dall’emigrazione di milioni di cittadini e dal progressivo collasso delle istituzioni. Tuttavia, un nuovo rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti propone una lettura molto più ampia del fenomeno chavista, sostenendo che Caracas non sia stata soltanto una dittatura regionale, ma il fulcro di una strategia geopolitica sviluppata insieme al regime cubano per espandere l’influenza di potenze rivali come Iran, Russia e Cina nell’emisfero occidentale.

Secondo il documento, il Venezuela avrebbe rappresentato il principale laboratorio attraverso il quale L’Avana ha esteso il proprio modello politico, di intelligence e di sicurezza ben oltre i confini dell’isola, trasformando Caracas nel centro operativo di una rete di alleanze considerate ostili agli interessi strategici degli Stati Uniti.


Dall’alleanza ideologica alla fusione degli apparati

Il rapporto descrive il rapporto tra Cuba e Venezuela come qualcosa di molto più profondo di una semplice collaborazione diplomatica.

Secondo gli analisti americani, con l’arrivo di Hugo Chávez prima e di Nicolás Maduro poi, il sistema statale venezuelano sarebbe stato progressivamente permeato dall’apparato cubano.

Servizi di intelligence, consulenti militari, organismi di sicurezza e strutture amministrative avrebbero operato per anni in stretta integrazione con L’Avana.

Il rapporto utilizza persino il termine “Cubazuela”, già impiegato in alcuni ambienti analitici latinoamericani, per descrivere questa fusione politico-strategica. Secondo questa interpretazione, il Venezuela avrebbe assunto progressivamente il ruolo di “Stato cliente” della leadership cubana.


Il petrolio venezuelano come carburante della sopravvivenza cubana

Uno degli aspetti storicamente più documentati riguarda il sostegno economico che Caracas ha fornito a Cuba.

Per anni il Venezuela ha inviato centinaia di migliaia di barili di petrolio a condizioni fortemente agevolate attraverso gli accordi energetici dell’ALBA e di Petrocaribe.

In cambio, Cuba ha inviato:

  • consiglieri politici;
  • personale medico;
  • esperti dell’intelligence;
  • istruttori militari;
  • consulenti per la sicurezza interna.

Secondo il Dipartimento di Stato, questa cooperazione sarebbe andata ben oltre gli scambi economici, trasformandosi in un’integrazione strategica finalizzata alla conservazione del potere del regime venezuelano.


Caracas come porta d’ingresso dell’Iran

Uno dei capitoli più significativi del rapporto riguarda la crescente presenza iraniana in America Latina.

Secondo il documento:

  • funzionari della Forza Quds dei Pasdaran avrebbero operato da Caracas sotto copertura diplomatica;
  • la cooperazione tra Iran e Venezuela avrebbe favorito la presenza regionale di reti riconducibili a Hezbollah;
  • il territorio venezuelano sarebbe stato utilizzato per sviluppare relazioni economiche, logistiche e diplomatiche funzionali alla proiezione iraniana nell’emisfero occidentale.

Queste accuse si inseriscono in una lunga serie di preoccupazioni espresse da Washington negli ultimi anni riguardo alla cooperazione tra Teheran e Caracas, soprattutto nei settori energetico, militare e dell’intelligence.


La Russia e il ritorno della competizione strategica

Il rapporto dedica ampio spazio anche al ruolo di Mosca.

Secondo gli analisti statunitensi, la cooperazione russo-venezuelana avrebbe interessato:

  • forniture militari;
  • sistemi radar;
  • cooperazione tecnologica;
  • intelligence;
  • cybersicurezza.

Parallelamente, Cuba continuerebbe a rappresentare uno dei principali avamposti d’intelligence russi a ridosso del territorio statunitense.

Nella lettura del Dipartimento di Stato, l’asse Cuba-Venezuela avrebbe facilitato la presenza strategica russa nell’intero continente americano.


La Cina e la dimensione tecnologica

Il documento attribuisce un ruolo crescente anche alla Repubblica Popolare Cinese.

Secondo il rapporto:

  • Pechino avrebbe incrementato la cooperazione tecnologica con Cuba;
  • aziende cinesi avrebbero fornito sistemi di sorveglianza avanzata;
  • sarebbero state sviluppate infrastrutture utilizzate sia per il controllo interno sia per la raccolta di informazioni elettroniche.

Il Venezuela, secondo questa analisi, avrebbe rappresentato uno dei principali punti di accesso di tali tecnologie nel continente latinoamericano.


Una rete invece di singole alleanze

L’aspetto probabilmente più interessante del rapporto non riguarda un singolo Paese.

Gli autori sostengono infatti che Cuba abbia costruito un sistema di relazioni capace di mettere in comunicazione governi, reti d’influenza, apparati di intelligence e partner strategici diversi.

In questa architettura:

  • Cuba rappresenterebbe il centro organizzativo;
  • il Venezuela il principale hub operativo;
  • Iran, Russia e Cina gli attori esterni maggiormente interessati a sfruttare questa infrastruttura.

Secondo Washington, non si tratterebbe di un’alleanza militare tradizionale, ma di una rete composta da cooperazione tecnologica, intelligence, sostegno politico, diplomazia e sicurezza.


Una lettura da contestualizzare

Il rapporto rappresenta la posizione ufficiale del Dipartimento di Stato statunitense e riflette la valutazione strategica dell’attuale amministrazione americana. Molte delle relazioni descritte – come la cooperazione tra Cuba e Venezuela o i rapporti di Caracas con Russia, Cina e Iran – sono documentate da anni e ampiamente studiate. Altre conclusioni, in particolare sull’estensione dell’influenza o sul coordinamento operativo tra questi attori, restano oggetto di dibattito tra analisti e osservatori internazionali.


Il nuovo fronte della competizione globale

Al di là delle singole accuse, il documento evidenzia un cambiamento di prospettiva nella strategia americana.

Washington non considera più Cuba e Venezuela soltanto come due regimi autoritari dell’America Latina, ma come elementi di un ecosistema geopolitico più ampio, nel quale convergono interessi di potenze rivali e reti di cooperazione politica, tecnologica e di intelligence.

In questa lettura, il Venezuela non rappresenta semplicemente una crisi regionale, bensì un nodo della competizione strategica tra Stati Uniti e blocchi rivali. È questa interpretazione, più ancora delle singole accuse, a spiegare perché il dossier attribuisca a Caracas un’importanza geopolitica ben superiore al suo peso economico attuale e perché l’amministrazione americana continui a considerare l’asse Cuba–Venezuela una questione di sicurezza nazionale.

La guerra invisibile

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Ordine e caos: una lettura filosofica del conflitto tra il bene e il male nella civiltà contemporanea

Ci sono guerre che si combattono con gli eserciti.

Altre con il denaro.

Altre ancora con la propaganda.

Ma esiste una guerra ancora più profonda, una guerra che attraversa tutta la storia dell’umanità e che precede ogni conflitto politico: la lotta tra il principio dell’ordine e quello del caos.

Questa non è soltanto una categoria religiosa. È una delle più antiche intuizioni della filosofia.

Dall’antico Egitto alla Grecia classica, dalla tradizione ebraico-cristiana fino alla filosofia occidentale moderna, la civiltà è stata spesso descritta come il tentativo dell’uomo di costruire ordine contro le forze della dissoluzione.

L’ordine rappresenta la possibilità della giustizia, della legge, della famiglia, della memoria, della cultura e della libertà.

Il caos rappresenta la distruzione delle forme, la negazione della verità, la dissoluzione dei legami e il dominio della forza.

Ogni civiltà nasce quando riesce a trasformare il caos in ordine.

Ogni civiltà muore quando il caos torna a prevalere.


L’ordine come fondamento della libertà

Nella cultura contemporanea si tende spesso a contrapporre ordine e libertà.

È un errore.

Non esiste libertà senza ordine.

La libertà non consiste nell’assenza di regole, ma nell’esistenza di un ordine giusto che protegga la dignità della persona.

Una società nella quale chiunque può imporre la propria volontà con la violenza non è una società libera.

È una società dominata dal più forte.

La legge non limita la libertà.

La rende possibile.

Lo Stato di diritto nasce proprio da questa intuizione: sostituire la forza arbitraria con regole valide per tutti.

Per questo motivo il primo bersaglio di ogni ideologia totalitaria è sempre l’ordine giuridico.


Il caos come metodo di potere

Il caos non produce soltanto distruzione.

Produce anche potere.

Una popolazione spaventata è più facilmente manipolabile.

Una società polarizzata è incapace di trovare un interesse comune.

Una comunità che non distingue più il vero dal falso diventa vulnerabile a ogni forma di propaganda.

Per questo motivo il caos può trasformarsi in uno strumento politico.

Non perché ogni crisi sia pianificata, ma perché molte crisi vengono sfruttate da attori che vedono nell’instabilità un’opportunità.

Quando le istituzioni perdono credibilità, quando la fiducia reciproca si dissolve e quando il conflitto diventa permanente, lo spazio della politica lascia il posto alla logica della forza.

Il caos non costruisce.

Consuma.


La guerra contro la verità

Ogni ordine autentico nasce dalla possibilità di distinguere il vero dal falso.

Se questa distinzione viene distrutta, ogni altra struttura comincia a vacillare.

Non è necessario convincere tutti di una menzogna.

È sufficiente convincere le persone che la verità non esista.

Quando ogni fatto diventa opinione e ogni prova viene equiparata a una semplice narrazione, la ragione perde il proprio ruolo.

Rimane soltanto il potere.

La propaganda moderna non cerca sempre di imporre una sola versione della realtà.

Più spesso produce confusione.

Più aumenta il rumore, più diventa difficile orientarsi.

Il caos informativo precede spesso il caos politico.


La dissoluzione delle comunità

L’essere umano non vive come individuo isolato.

Vive dentro relazioni.

Famiglia.

Comunità.

Tradizione.

Responsabilità.

Ogni società stabile è costruita su legami di fiducia.

Quando questi legami vengono sistematicamente corrotti, la società perde la propria capacità di resistere alle crisi.

L’individuo isolato è più fragile.

Più facilmente manipolabile.

Più facilmente radicalizzabile.

Il caos prospera dove scompare la comunità.


Il terrorismo come negazione dell’ordine morale

Il terrorismo rappresenta una delle manifestazioni più radicali del rifiuto dell’ordine morale.

Non colpisce soltanto persone.

Colpisce il principio stesso secondo cui il civile dovrebbe essere protetto.

L’attentato trasforma l’innocente in bersaglio.

La paura diventa messaggio.

La morte diventa linguaggio.

In questa prospettiva il terrorismo non è soltanto una tecnica militare.

È una filosofia della distruzione.

Vuole dimostrare che nessun luogo è sicuro, nessuna legge è sufficiente e nessuna istituzione è capace di proteggere.

È il trionfo simbolico del caos.


Il bene e il male come categorie filosofiche

Nel linguaggio contemporaneo parlare di bene e male può sembrare ingenuo.

Eppure tutta la storia della filosofia dimostra il contrario.

Il bene non coincide con l’assenza di conflitto.

Coincide con ciò che rende possibile la vita comune.

Il male non coincide semplicemente con l’errore.

Coincide con ciò che distrugge deliberatamente la dignità umana.

Quando un’ideologia giustifica il massacro degli innocenti.

Quando il potere diventa più importante della persona.

Quando la menzogna sostituisce sistematicamente la verità.

Quando la violenza viene trasformata in virtù.

Siamo di fronte non soltanto a un problema politico, ma a una questione morale.


La responsabilità della libertà

La più grande forza delle società aperte è la libertà.

La loro più grande vulnerabilità è pensare che la libertà possa sopravvivere senza responsabilità.

Ogni cittadino partecipa alla costruzione dell’ordine quando ricerca la verità, rifiuta la violenza, rispetta la dignità dell’altro e difende lo Stato di diritto.

L’ordine non nasce spontaneamente.

È il risultato di milioni di scelte quotidiane.

Anche il caos.

Ogni menzogna condivisa senza verificarla.

Ogni giustificazione della violenza.

Ogni indifferenza verso l’ingiustizia.

Ogni rinuncia alla responsabilità.

Contribuisce, in misura diversa, a erodere le fondamenta della convivenza.


la scelta della civiltà

La storia può essere letta come una successione di guerre, imperi e rivoluzioni.

Ma può essere letta anche come il continuo confronto tra due modi opposti di intendere l’uomo.

Da una parte la convinzione che la persona possieda una dignità intrinseca, che la legge debba limitare il potere e che la verità sia ricercabile.

Dall’altra l’idea che il fine giustifichi qualsiasi mezzo, che la forza prevalga sul diritto e che la paura sia uno strumento legittimo di dominio.

Questa tensione attraversa ogni epoca.

Non appartiene a una sola religione, a una sola ideologia o a una sola nazione.

Si manifesta ogni volta che il potere pretende di sostituirsi alla coscienza e ogni volta che il caos viene elevato a metodo di governo.

La vera vittoria del bene non consiste nell’eliminazione definitiva del male, ma nella capacità delle società di continuare a costruire giustizia, verità e libertà anche quando vengono messe alla prova.

La civiltà non è un’eredità garantita.

È una scelta che ogni generazione è chiamata a rinnovare.

La guerra invisibile tra il bene e il male: da Platone a Jordan Peterson

“Ogni civiltà nasce quando l’uomo riesce a dominare il caos. Ogni civiltà muore quando il caos torna a governare l’uomo.”


Introduzione

La storia viene normalmente raccontata come una successione di guerre, rivoluzioni, crisi economiche e cambiamenti politici.

Esiste però una lettura molto più profonda.

Una lettura filosofica.

Dietro ogni impero che nasce e ogni civiltà che crolla sembra ripresentarsi sempre la stessa domanda:

esiste un ordine oggettivo oppure tutto è destinato a dissolversi nel caos?

Questa domanda attraversa oltre duemila anni di filosofia.

Platone la affronta parlando della giustizia.

Aristotele della natura dell’uomo.

Sant’Agostino della lotta tra la Città di Dio e la città terrena.

San Tommaso dell’ordine inscritto nella creazione.

Thomas Hobbes del caos dello stato di natura.

Carl Schmitt del rapporto tra ordine politico e decisione sovrana.

René Girard del meccanismo della violenza.

Jordan Peterson del conflitto simbolico tra ordine e caos.

Pur appartenendo a epoche e contesti molto diversi, tutti riconoscono un’intuizione comune: la civiltà non è lo stato naturale dell’uomo. È una conquista fragile.


Platone: la giustizia come ordine dell’anima

Per Platone il caos nasce quando l’uomo perde il governo di sé stesso.

Nella Repubblica la città giusta è il riflesso dell’anima ordinata. Quando la ragione governa le passioni e gli impulsi, nasce l’armonia. Quando invece desideri e interessi particolari prendono il sopravvento, la polis degenera.

Il male, in questa prospettiva, non è una sostanza autonoma ma un disordine: la perdita della misura, della verità e del bene comune.

Una società incapace di distinguere il vero dal falso diventa facilmente manipolabile. Per Platone, la crisi politica nasce anzitutto da una crisi della conoscenza.


Aristotele: la politica come ricerca del bene comune

Aristotele parte da un presupposto diverso: l’uomo è un animale politico. La comunità non è un limite imposto dall’esterno, ma la condizione attraverso cui l’essere umano può realizzare le proprie capacità.

Lo scopo della politica non è semplicemente mantenere l’ordine pubblico, bensì favorire la vita buona.

Quando il potere viene esercitato nell’interesse di pochi anziché della comunità, il regime si corrompe.

L’ordine, quindi, non coincide con il controllo assoluto, ma con istituzioni orientate al bene comune.


Sant’Agostino: le due città

Per Sant’Agostino la storia è attraversata da una tensione permanente tra due amori.

Da un lato la Città di Dio, fondata sull’amore ordinato verso Dio e il prossimo.

Dall’altro la città terrena, dominata dall’amore disordinato di sé, dal desiderio di dominio e dalla superbia.

Queste due “città” non coincidono con Stati o popoli specifici. Sono orientamenti morali che convivono in ogni epoca e in ogni persona.

Il male, per Agostino, non possiede un’esistenza autonoma: è una privazione del bene, una deformazione dell’ordine originario.


San Tommaso d’Aquino: l’ordine della legge naturale

San Tommaso sviluppa questa intuizione sostenendo che la realtà possiede un ordine intelligibile.

La legge naturale non è un insieme arbitrario di norme, ma la partecipazione della ragione umana a un ordine più ampio.

Quando il diritto positivo contraddice radicalmente la giustizia, perde la propria legittimità morale.

Per Tommaso, la forza dello Stato deriva dalla sua conformità alla giustizia, non semplicemente dalla capacità di imporsi.


Thomas Hobbes: il caos dello stato di natura

Hobbes propone una prospettiva differente.

Immagina una condizione originaria nella quale non esistono autorità comuni.

Il risultato è la celebre guerra di tutti contro tutti.

La paura reciproca impedisce qualsiasi forma stabile di cooperazione.

Per uscire da questa condizione gli uomini stipulano un patto, delegando il monopolio della forza allo Stato.

Anche se Hobbes giunge a conclusioni diverse da Agostino o Tommaso, condivide un punto fondamentale: senza un ordine riconosciuto, la libertà stessa diventa impossibile.


Carl Schmitt: il problema dell’ordine politico

Carl Schmitt concentra l’attenzione sulla crisi dell’autorità.

Secondo lui, nessun ordinamento può sopravvivere se non esiste un soggetto capace di decidere nelle situazioni eccezionali.

Pur essendo una figura controversa e profondamente discussa per il suo coinvolgimento con il regime nazista, Schmitt pone una domanda che continua a interrogare i teorici della politica: come può uno Stato difendere il proprio ordine quando viene attaccato da forze che non ne riconoscono le regole?

Le sue risposte sono oggetto di forti critiche, ma il problema che individua rimane centrale nelle riflessioni contemporanee sulla sicurezza e sullo Stato di diritto.


René Girard: la violenza che si autoalimenta

Girard osserva che molte società tendono a scaricare le proprie tensioni interne su un capro espiatorio.

La violenza genera altra violenza in un ciclo apparentemente infinito.

Quando una comunità perde la capacità di limitare questo meccanismo, il conflitto diventa permanente.

Il terrorismo, la vendetta e la radicalizzazione possono essere letti anche attraverso questa lente: ogni atto violento viene utilizzato per giustificare il successivo.

Il caos si alimenta da sé.


Jordan Peterson: ordine e caos come archetipi

Jordan Peterson riprende simbolicamente temi presenti in molte tradizioni religiose e mitologiche.

Per lui l’ordine rappresenta il territorio della stabilità, della responsabilità e delle strutture conosciute.

Il caos rappresenta l’ignoto, il cambiamento e il potenziale creativo, ma anche il rischio della dissoluzione.

Nella sua interpretazione, una società sana deve mantenere un equilibrio dinamico tra questi due poli.

Troppo ordine può degenerare in rigidità e autoritarismo.

Troppo caos può dissolvere le condizioni stesse della convivenza civile.

È importante sottolineare che Peterson utilizza queste categorie principalmente come archetipi psicologici e simbolici, non come una teoria geopolitica.


Una sintesi filosofica

Pur partendo da prospettive diverse, questi autori convergono su alcune intuizioni:

  • la civiltà richiede un ordine condiviso;
  • la legge trae forza dalla giustizia e dalla legittimità;
  • la violenza tende ad autoalimentarsi quando manca un quadro normativo riconosciuto;
  • la ricerca della verità è condizione essenziale per una società libera;
  • le istituzioni sono fragili e necessitano della responsabilità dei cittadini.

Le loro conclusioni, tuttavia, sono differenti. Hobbes privilegia un forte potere statale per evitare il caos; Agostino e Tommaso insistono sul fondamento morale dell’ordine; Platone e Aristotele mettono al centro la virtù e il bene comune; Girard analizza i meccanismi della violenza; Peterson propone una lettura simbolica della tensione tra ordine e caos.


Conclusione

La contrapposizione tra ordine e caos attraversa la storia del pensiero occidentale molto prima delle attuali crisi geopolitiche.

Essa non offre una spiegazione unica degli eventi, ma una chiave di lettura per comprendere perché le società investano tanto nella costruzione di istituzioni, leggi, cultura e responsabilità civica.

Ogni generazione è chiamata a confrontarsi con questa tensione.

La domanda decisiva non è soltanto come vincere una guerra o superare una crisi, ma quale idea di uomo e di convivenza si desideri preservare.

Per molti filosofi, il bene non coincide semplicemente con la vittoria su un avversario.

Coincide con la capacità di costruire un ordine giusto, nel quale la dignità della persona, la ricerca della verità e il rispetto della legge prevalgano sulla logica della violenza e della sopraffazione.

LA STRATEGIA DEL CAOS

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Terrorismo transnazionale, jihad permanente, reti criminali, guerra ibrida e il ruolo dell’Iran nella destabilizzazione internazionale

Introduzione: il terrorismo non è più soltanto una bomba

Per troppo tempo l’Occidente ha immaginato il terrorismo come un fenomeno lineare: un’organizzazione clandestina, una cellula, un attentatore e un bersaglio. Era una rappresentazione rassicurante perché permetteva di confinare la minaccia in un perimetro visibile. Bastava individuare il gruppo, arrestarne i membri, interrompere un finanziamento e sventare l’attacco.

Quel modello non basta più.

Il terrorismo contemporaneo è inserito in un sistema transnazionale nel quale si sovrappongono ideologia, criminalità organizzata, propaganda digitale, apparati statali, reti finanziarie opache, traffici internazionali, guerre per procura e campagne di destabilizzazione psicologica.

Il terrorista non vive necessariamente in una grotta. Può muoversi tra piattaforme criptate, associazioni di copertura, società commerciali, intermediari finanziari, ambienti carcerari, rotte migratorie illegali e reti criminali già operative.

La minaccia non è costituita soltanto dall’attentato finale. Prima dell’attacco esiste un’intera infrastruttura: chi radicalizza, chi recluta, chi procura documenti, chi trasferisce denaro, chi acquista armi, chi fornisce rifugi, chi produce propaganda e chi giustifica politicamente la violenza.

Il terrorismo moderno non mira esclusivamente a uccidere.

Vuole cambiare il comportamento delle società.

Vuole imporre paura, polarizzazione, sospetto e paralisi politica. Vuole costringere gli Stati democratici a reagire in maniera sproporzionata, dividere le popolazioni e distruggere la fiducia nelle istituzioni. Il vero campo di battaglia non è soltanto il territorio: è la mente collettiva.

Europol continua a descrivere la minaccia terroristica in Europa come grave e indica il jihadismo come una delle principali preoccupazioni per gli Stati membri. L’Agenzia sottolinea inoltre come gli ecosistemi digitali stiano trasformando il modo in cui le identità estremiste nascono online e possono successivamente tradursi in violenza reale.


La strategia del caos

Il caos non è sempre l’effetto imprevisto di una crisi. Può diventare un metodo.

Una società stabile è difficile da penetrare. Una società frammentata, impaurita e incapace di riconoscere un interesse comune è invece più vulnerabile alla propaganda, alle interferenze straniere, alla criminalità e alla radicalizzazione.

La strategia del caos non richiede necessariamente una cabina di regia unica. Può derivare dalla convergenza di attori differenti che, pur senza condividere la stessa ideologia, traggono beneficio dal medesimo risultato: l’indebolimento dell’ordine statale.

Un’organizzazione jihadista vuole distruggere lo Stato secolare.

Una rete criminale vuole uno Stato incapace di controllare il territorio.

Una potenza ostile vuole istituzioni paralizzate.

Un movimento insurrezionale vuole delegittimare le autorità.

Un apparato propagandistico vuole trasformare ogni conflitto in una guerra civile culturale.

Le motivazioni sono diverse, ma il risultato ricercato può coincidere.

Lo schema è riconoscibile: esasperare divisioni reali, diffondere notizie false o manipolate, presentare le istituzioni come irrimediabilmente corrotte, trasformare ogni intervento dello Stato in repressione, legittimare gradualmente la violenza, creare una zona grigia tra attivismo, sabotaggio e terrorismo e sfruttare la reazione pubblica per alimentare nuova radicalizzazione.

Il terrorismo vince politicamente quando riesce a imporre alla società la propria agenda. Anche un attentato tatticamente fallito può ottenere un successo strategico se produce paura, conflitto interno e delegittimazione dello Stato.


La jihad permanente: dalla guerra locale alla mobilitazione globale

Il termine “jihad” possiede significati diversi nella tradizione islamica e non può essere automaticamente identificato con il terrorismo. Il jihadismo contemporaneo, però, ha selezionato e deformato il concetto per costruire una dottrina rivoluzionaria fondata sulla violenza politica permanente.

È indispensabile distinguere l’islam come religione, l’islamismo come progetto politico, il jihadismo come ideologia rivoluzionaria e il terrorismo jihadista come applicazione organizzata della violenza contro civili, istituzioni e avversari.

Confondere queste categorie significa rendere il dibattito inutilizzabile. Ma rifiutarsi di riconoscere l’esistenza dell’ideologia jihadista sarebbe altrettanto irresponsabile.

Al-Qaeda ha costruito una visione transnazionale del conflitto. Lo Stato Islamico l’ha portata a una fase ancora più radicale, tentando di trasformare il terrorismo in amministrazione territoriale, economia di guerra, propaganda globale e reclutamento internazionale.

Il progetto jihadista non si limita a contestare una singola politica occidentale. Nelle sue formulazioni più radicali nega la legittimità degli Stati nazionali, delle costituzioni secolari, della sovranità popolare, del pluralismo religioso e dell’uguaglianza giuridica.

La violenza non è considerata una deviazione.

È presentata come strumento di purificazione politica e religiosa.

Da qui deriva la logica della jihad permanente: il conflitto non termina con una concessione diplomatica perché non nasce da una singola controversia territoriale. Si alimenta di una visione totalizzante nella quale la pace è spesso interpretata solo come tregua tattica, utile a riorganizzare le forze.

Interpol descrive il terrorismo come un insieme complesso di minacce che comprende organizzazioni operanti nelle zone di conflitto, combattenti stranieri, individui radicalizzati autonomamente e possibili attacchi con differenti mezzi.


Dalla struttura gerarchica alla rete fluida

Le prime organizzazioni terroristiche moderne tendevano ad avere una catena di comando relativamente definita. Oggi molte minacce funzionano attraverso reti più fluide.

La propaganda viene prodotta in un Paese, diffusa da server collocati in un altro, finanziata attraverso intermediari in un terzo e consumata da individui residenti altrove.

L’attentatore può non aver mai incontrato fisicamente un dirigente dell’organizzazione.

Può radicalizzarsi online, ottenere istruzioni operative da materiale propagandistico, acquistare strumenti comuni e agire autonomamente. Questa decentralizzazione rende il fenomeno più difficile da prevenire.

Il gruppo terroristico non deve più controllare ogni cellula. Gli basta costruire un marchio ideologico, un repertorio di nemici, una narrazione di vittimismo e un modello operativo replicabile.

L’organizzazione diventa un ecosistema.

In tale ecosistema convivono propagandisti, reclutatori, finanziatori, facilitatori logistici, falsificatori, trafficanti, combattenti, simpatizzanti e individui instabili attratti dall’identità violenta.

Il problema non riguarda dunque soltanto i membri formalmente affiliati. Riguarda l’ambiente che rende possibile il passaggio dall’odio alla violenza.


Terrorismo e criminalità organizzata

Il terrorismo ha bisogno di denaro, documenti, armi, trasporti, rifugi e comunicazioni sicure. La criminalità organizzata dispone già di queste infrastrutture.

È qui che nasce la convergenza.

Un trafficante può non condividere l’ideologia jihadista, separatista o rivoluzionaria del proprio cliente. Non gli interessa la causa. Gli interessa il pagamento.

Allo stesso modo, un gruppo terroristico può disprezzare moralmente il narcotraffico, ma servirsene per finanziare le proprie attività o tassare le rotte criminali presenti sul territorio.

La collaborazione può riguardare contrabbando di armi, produzione di documenti falsi, traffico di esseri umani, narcotraffico, estorsioni, rapimenti, riciclaggio, commercio illegale di petrolio, esportazioni clandestine, trasferimenti di contante, società di copertura e commercio di beni a doppio uso.

Questo rapporto non deve essere romanzato come una misteriosa alleanza onnipotente. È spesso più semplice e più pericoloso: è un mercato.

Il terrorismo compra servizi.

La criminalità vende infrastrutture.

Quando lo Stato perde il controllo di un territorio, questo mercato prospera.


Il denaro: il vero sistema circolatorio del terrorismo

Ogni rete terroristica ha bisogno di un sistema finanziario. Non sempre servono somme enormi per compiere un singolo attentato, ma occorrono risorse significative per mantenere nel tempo strutture militari, propaganda, stipendi, addestramento, protezione delle famiglie dei combattenti e apparati di intelligence.

I fondi possono provenire da donazioni ideologiche, beneficenza deviata, finanziamenti statali, tassazione imposta nei territori controllati, sequestri, traffici illeciti, società di copertura, commercio estero, criptovalute, sistemi informali di trasferimento, prestanome, reti bancarie compiacenti e triangolazioni commerciali.

Il terrorismo contemporaneo sfrutta la globalizzazione mentre dichiara di volerla distruggere.

Utilizza i sistemi bancari, logistici e tecnologici sviluppati dalle economie aperte per attaccare quelle stesse economie.

Questa è una delle grandi contraddizioni del fenomeno: l’estremismo antioccidentale dipende spesso dalle infrastrutture dell’Occidente, dalla sua libertà di comunicazione, dalla mobilità internazionale e dalle debolezze dei suoi controlli finanziari.

La Financial Action Task Force identifica le giurisdizioni con gravi carenze nei sistemi contro riciclaggio, finanziamento del terrorismo e finanziamento della proliferazione. L’Iran continua a essere indicato tra le giurisdizioni ad alto rischio per le quali vengono richieste misure rafforzate di controllo e protezione del sistema finanziario internazionale.


Il ruolo dell’Iran: lo Stato rivoluzionario e la guerra per procura

Dalla rivoluzione del 1979 alla proiezione regionale

Il caso iraniano occupa una posizione particolare.

La Repubblica Islamica non è un’organizzazione jihadista sunnita e non può essere confusa con al-Qaeda o con lo Stato Islamico. L’Iran è uno Stato, possiede istituzioni, forze armate, diplomazia, apparati di sicurezza e una strategia regionale articolata.

Proprio per questo il suo ruolo è più complesso.

Dalla rivoluzione del 1979, una componente centrale del sistema politico iraniano ha sviluppato l’idea che la sopravvivenza del regime dipenda anche dalla proiezione della rivoluzione oltre i confini nazionali.

Questa strategia non si basa soltanto sulla forza convenzionale. Si fonda sull’uso di partner armati, milizie, organizzazioni politiche e reti economiche capaci di esercitare pressione sugli avversari senza attribuire sempre direttamente a Teheran ogni singola operazione.

È la logica della guerra per procura.

L’Iran cerca così di allontanare il fronte dai propri confini, circondare i rivali, costruire profondità strategica e disporre di strumenti di pressione attivabili in diversi teatri.

Questo sistema viene spesso indicato come “asse della resistenza”, ma la definizione propagandistica non deve nasconderne la funzione concreta: una rete politico-militare transnazionale nella quale differenti organizzazioni mantengono un proprio margine di autonomia, pur beneficiando in varia misura di sostegno, armi, addestramento, tecnologia o assistenza iraniana.


IRGC e Forza Quds: lo strumento esterno del sistema

Al centro della proiezione iraniana si trova il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, noto come IRGC o Pasdaran.

L’IRGC non è soltanto una struttura militare. Nel corso del tempo ha acquisito un peso economico, politico, industriale e strategico considerevole.

La sua Forza Quds è incaricata principalmente delle operazioni esterne, dei rapporti con milizie alleate, dell’addestramento e della costruzione di capacità asimmetriche.

La logica è evidente: perché affrontare direttamente un avversario tecnologicamente superiore quando è possibile logorarlo attraverso una rete di gruppi armati distribuiti in più Paesi?

Attraverso tale modello, Teheran può esercitare pressione militare senza dichiarare formalmente guerra, mantenere aperti diversi fronti, minacciare basi, ambasciate e rotte commerciali, aumentare il costo politico degli interventi avversari, negare o ridimensionare il proprio coinvolgimento e presentare le milizie come attori interamente locali.

Questa negabilità, però, non deve essere interpretata come prova di controllo assoluto. I gruppi alleati non sono necessariamente semplici telecomandi. Possono avere leadership, interessi e agende proprie.

Il rapporto è spesso una combinazione di dipendenza, cooperazione, convergenza strategica e autonomia locale.

Proprio questa elasticità rende la rete più resistente.


Hezbollah: il modello più avanzato

Hezbollah rappresenta probabilmente il più riuscito esempio di organizzazione politico-militare sostenuta dall’Iran.

Nato nel contesto della guerra civile libanese e dell’invasione israeliana del Libano, Hezbollah si è trasformato nel tempo in un soggetto multidimensionale: partito politico, movimento sociale, organizzazione armata, struttura di intelligence, rete finanziaria e attore regionale.

Il sostegno iraniano ha contribuito alla crescita delle sue capacità militari, missilistiche e organizzative.

Hezbollah non è semplicemente una piccola cellula terroristica clandestina. È una forza radicata in un territorio, dotata di capacità convenzionali e asimmetriche, di un apparato mediatico e di una presenza politica.

È proprio questo il modello che ha attirato l’interesse strategico iraniano: costruire attori capaci di sopravvivere nel tempo, inserirsi nelle istituzioni locali e contemporaneamente mantenere una forza armata indipendente dallo Stato.

Il risultato è una grave erosione della sovranità.

Quando un’organizzazione possiede armi, intelligence e politica estera proprie, lo Stato nel quale opera non detiene più pienamente il monopolio della forza.


Hamas e Jihad Islamica Palestinese

Il rapporto fra Iran, Hamas e Jihad Islamica Palestinese è diverso da quello con Hezbollah.

Hamas è un movimento islamista sunnita con una propria storia, una propria base sociale e propri obiettivi nazionali palestinesi. Non è una creazione iraniana e non può essere ridotto a semplice braccio operativo di Teheran.

Ciò non significa che il sostegno iraniano sia irrilevante.

Teheran ha fornito nel tempo supporto politico, finanziario, tecnico e militare a organizzazioni palestinesi armate, in particolare alla Jihad Islamica Palestinese e, con rapporti più variabili, ad Hamas.

La convergenza nasce dall’avversario comune, non dall’identità religiosa.

L’Iran sciita e Hamas sunnita possono cooperare perché entrambi considerano Israele un nemico strategico e perché Teheran vede nel fronte palestinese uno strumento di pressione regionale.

Questo dimostra un principio importante: nelle strategie di potenza l’ideologia viene spesso adattata agli interessi.

Le differenze dottrinali possono essere sospese quando esiste una finalità geopolitica comune.

Documenti e dichiarazioni presentati in sedi delle Nazioni Unite hanno ripetutamente attribuito all’Iran sostegno militare, tecnologico e finanziario a Hezbollah, Hamas, Jihad Islamica Palestinese e Houthi. È necessario ricordare che molte di queste affermazioni provengono dagli Stati direttamente coinvolti nel conflitto e devono quindi essere valutate nel loro contesto politico; restano tuttavia parte rilevante della documentazione internazionale sul tema.


Le milizie sciite in Iraq

Dopo il crollo del regime di Saddam Hussein e durante la guerra contro lo Stato Islamico, in Iraq si sono rafforzate numerose milizie sciite.

Alcune hanno svolto un ruolo importante nella lotta contro l’ISIS. Questo dato non può essere cancellato.

Ma il problema nasce quando formazioni armate, formalmente inserite o collegate alle strutture statali, mantengono catene di comando, fedeltà politiche e capacità operative non pienamente controllate dal governo centrale.

L’Iran ha costruito relazioni profonde con diverse milizie irachene, utilizzandole come strumento di influenza politica e strategica.

Tali formazioni possono esercitare pressione sul governo iracheno, sulle basi occidentali, sugli avversari politici, sulle comunità locali, sulle infrastrutture energetiche e sulle rappresentanze diplomatiche.

La questione centrale non riguarda l’appartenenza sciita.

Riguarda il rapporto tra sovranità nazionale e apparati armati legati a una potenza straniera.

Uno Stato che non controlla completamente le armi presenti sul proprio territorio è uno Stato incompleto.


Siria: la sopravvivenza dell’alleato

L’intervento iraniano in Siria ha avuto l’obiettivo fondamentale di impedire la caduta del governo alleato di Damasco e preservare il collegamento strategico verso il Libano.

La Siria costituisce infatti un corridoio essenziale per il sistema regionale iraniano.

Attraverso il territorio siriano, Teheran ha potuto sostenere alleati, trasferire capacità militari, mantenere influenza sul Levante e avvicinare la propria infrastruttura strategica ai confini israeliani.

L’intervento ha coinvolto consiglieri, milizie locali, combattenti stranieri e Hezbollah.

Anche in questo caso la narrazione della “resistenza” ha coperto una realtà più concreta: la lotta per mantenere un arco di influenza politico-militare dal territorio iraniano fino al Mediterraneo.


Gli Houthi e la pressione sul Mar Rosso

Il movimento Houthi nello Yemen possiede radici locali e non può essere descritto semplicemente come una creazione iraniana.

La guerra yemenita nasce da dinamiche interne, rivalità tribali, crisi istituzionali e interventi regionali.

Tuttavia, il sostegno attribuito all’Iran ha contribuito ad accrescere le capacità missilistiche, tecnologiche e operative del movimento.

La minaccia alle rotte del Mar Rosso mostra come un attore armato locale possa produrre conseguenze globali.

Un attacco contro una nave commerciale non colpisce soltanto l’equipaggio o il Paese di bandiera. Può aumentare i costi assicurativi, i tempi di trasporto, i prezzi dell’energia, i costi delle merci, il rischio geopolitico e la pressione sulle catene di approvvigionamento.

La guerra per procura diventa così guerra economica.

Non serve bloccare completamente una rotta. Basta renderla pericolosa e imprevedibile.


Iran e negabilità strategica

La forza del modello iraniano consiste nella capacità di distribuire la pressione.

Quando un gruppo alleato attacca, Teheran può sostenere che si tratta di una decisione autonoma.

Quando il gruppo viene colpito, l’Iran può denunciare un’aggressione contro la “resistenza”.

Quando la tensione sale, può utilizzare i propri rapporti con le milizie come leva negoziale.

Quando la tensione scende, può rallentare alcune operazioni senza smantellare la rete.

È un sistema flessibile, economico rispetto alla guerra convenzionale e politicamente difficile da contrastare.

Ma è anche un sistema pericoloso.

Più attori armati esistono, maggiore è il rischio che una singola operazione provochi un’escalation non controllata.

La guerra per procura promette controllo, ma spesso produce moltiplicazione dell’incertezza.


Riciclaggio, sanzioni e circuiti finanziari

La capacità iraniana di sostenere attori regionali dipende anche dalla possibilità di muovere denaro, beni, tecnologia e componenti attraverso reti internazionali.

Le sanzioni hanno spinto il sistema verso meccanismi sempre più complessi: società di facciata, intermediari, triangolazioni, esportazioni indirette, flotte opache, pagamenti informali, scambi compensativi, prestanome e giurisdizioni poco trasparenti.

Non ogni attività volta ad aggirare una sanzione equivale automaticamente a finanziamento del terrorismo. La distinzione giuridica è necessaria.

Tuttavia, quando le stesse infrastrutture finanziarie e commerciali possono servire contemporaneamente a sostenere apparati militari, programmi strategici e gruppi armati, il confine diventa difficile da tracciare.

È per questo che la FATF continua a considerare l’Iran una giurisdizione ad alto rischio, richiedendo controlli rafforzati contro i rischi di riciclaggio, finanziamento del terrorismo e proliferazione.


Le convergenze tra estremismi differenti

Uno dei temi più controversi riguarda la possibile convergenza tra settori della sinistra radicale, movimenti rivoluzionari, anarchismo violento e islamismo politico.

Su questo punto occorre evitare due errori opposti.

Il primo è negare che possano esistere collaborazioni tattiche.

Il secondo è immaginare un’unica organizzazione globale nella quale tutti questi mondi agirebbero sotto una medesima direzione.

Le convergenze esistono soprattutto quando gli attori condividono un nemico: Stati Uniti, Israele, NATO, capitalismo occidentale, Stato nazionale, forze di polizia e ordine liberale.

Questa cooperazione può manifestarsi nella propaganda, nelle campagne di piazza, nella delegittimazione delle istituzioni o nella giustificazione della violenza altrui.

Ma la convergenza tattica non cancella le profonde incompatibilità ideologiche.

Un movimento marxista rivoluzionario e un movimento islamista possono condividere temporaneamente un avversario, ma hanno visioni opposte su religione, società, diritti individuali, proprietà e organizzazione dello Stato.

L’alleanza è dunque spesso negativa: non nasce da ciò che si vuole costruire, ma da ciò che si vuole distruggere.

Il denominatore comune è il rifiuto dell’ordine esistente.

Questo è sufficiente per produrre cooperazione occasionale, reciproca legittimazione e amplificazione propagandistica.

Non è sufficiente, da solo, a dimostrare l’esistenza di una direzione unitaria mondiale.


La propaganda dell’“oppresso” e la cancellazione delle responsabilità

Uno dei meccanismi più efficaci della propaganda contemporanea consiste nel trasformare ogni attore che si oppone all’Occidente in una vittima moralmente innocente.

Secondo questa logica, chiunque combatta gli Stati Uniti, Israele o la NATO diventa automaticamente “resistenza”, indipendentemente dai metodi impiegati.

Le vittime civili vengono selezionate in base all’utilità politica.

La repressione compiuta da un regime antioccidentale viene minimizzata.

Gli attentati vengono descritti come conseguenze inevitabili.

Le milizie diventano “movimenti popolari”.

Il traffico di armi diventa “solidarietà”.

La propaganda diventa “controinformazione”.

Questa distorsione morale è pericolosa perché elimina la responsabilità individuale e collettiva.

Essere più deboli non significa essere innocenti.

Essere opposti all’Occidente non significa rappresentare la libertà.

Essere vittime in un contesto non autorizza a trasformare altri civili in bersagli.

Il terrorismo prospera quando intellettuali, attivisti e comunicatori iniziano a costruirgli un alibi morale.


La rete digitale della radicalizzazione

Internet ha rivoluzionato la propaganda terroristica.

In passato, per essere reclutato, un individuo doveva entrare in contatto con una struttura fisica. Oggi può essere raggiunto direttamente a casa.

I contenuti estremisti utilizzano video emotivi, immagini di vittime, musica e simboli, montaggi selettivi, meme, narrazioni apocalittiche, teorie del complotto, comunità chiuse e algoritmi di raccomandazione.

Il processo di radicalizzazione non parte sempre dalla religione o dalla politica.

Può iniziare dalla solitudine, dall’umiliazione, dalla frustrazione personale o dal bisogno di appartenenza.

L’ideologia arriva dopo, offrendo una spiegazione totale e un nemico assoluto.

Il soggetto non viene semplicemente convinto.

Viene ricostruito.

Gli si offre una nuova identità: guerriero, martire, rivoluzionario, difensore degli oppressi.

La violenza diventa così una forma di realizzazione personale.

Europol avverte che gli ecosistemi online stanno rendendo più fluide le identità estremiste e favorendo contaminazioni tra differenti subculture violente.


Il terrorismo come guerra psicologica

Un attentato ha due bersagli.

Il primo è fisico: le persone uccise o ferite.

Il secondo è psicologico: milioni di individui che osservano l’attacco attraverso i media.

L’obiettivo è produrre una sproporzione fra danno materiale e impatto politico.

Pochi terroristi possono modificare il comportamento di un’intera nazione se riescono a generare panico, vendetta, repressione indiscriminata, odio intercomunitario, crisi economica e sfiducia nelle autorità.

Per questo il terrorismo deve essere trattato anche come comunicazione strategica.

L’attentatore vuole essere visto.

Il gruppo vuole essere nominato.

La propaganda vuole moltiplicare l’impatto.

Ogni rilancio acritico dei contenuti terroristici può contribuire involontariamente al successo dell’operazione.


La debolezza delle democrazie: il relativismo selettivo

Le democrazie sono vulnerabili non perché siano moralmente inferiori, ma perché consentono libertà che i loro nemici possono sfruttare.

La libertà di associazione può essere usata da organizzazioni di copertura.

La libertà religiosa può essere sfruttata da predicatori estremisti.

La libertà di espressione può diventare veicolo di propaganda.

La tutela della privacy può ostacolare le indagini.

La mobilità internazionale può agevolare i facilitatori.

La risposta non può consistere nell’abolire le libertà.

Sarebbe la vittoria del terrorismo.

Ma neppure si può fingere che ogni controllo sia autoritarismo e ogni indagine sia persecuzione.

Lo Stato democratico deve imparare a difendersi senza diventare ciò che combatte.

Questo richiede leggi precise, magistratura indipendente, intelligence controllata, cooperazione internazionale e tracciamento finanziario.


Cosa significa davvero combattere il terrorismo

La lotta al terrorismo non può essere ridotta ai bombardamenti.

La forza militare può distruggere una base, ma non necessariamente una rete.

Può eliminare un comandante, ma non la narrazione che lo sostituirà.

Una strategia efficace deve colpire contemporaneamente leadership, finanziamenti, logistica, propaganda, reclutamento, traffici, società di copertura, protezioni politiche e vulnerabilità sociali.

Occorre anche distinguere tra attori differenti.

Non tutte le milizie sono uguali.

Non tutti i gruppi islamisti sono terroristi.

Non tutti i movimenti di protesta sono insurrezionali.

Non tutte le organizzazioni finanziate dall’estero sono strumenti operativi di una potenza.

La precisione non è debolezza.

È l’unico modo per evitare che la repressione indiscriminata produca nuovi radicalizzati.


Conclusione: difendere l’ordine senza mentire

Il terrorismo transnazionale è una delle manifestazioni più violente della crisi dell’ordine contemporaneo.

Prospera negli Stati falliti, nelle guerre interminabili, nei corridoi criminali, nelle comunità radicalizzate e nelle aree dove nessuna autorità possiede realmente il monopolio della forza.

L’Iran ha costruito nel tempo una sofisticata architettura di influenza basata su alleanze politiche, milizie, sostegno militare, cooperazione ideologica e reti economiche. Questo sistema ha permesso a Teheran di proiettare potenza ben oltre le proprie capacità convenzionali, ma ha anche contribuito alla frammentazione della sovranità in Libano, Siria, Iraq, Yemen e nei territori palestinesi.

Negare questo ruolo significa ignorare una parte essenziale della geopolitica mediorientale.

Esagerarlo fino a descrivere ogni attore regionale come una marionetta priva di volontà significa, però, sostituire l’analisi con la propaganda.

La verità è più complessa e più inquietante.

La rete iraniana funziona proprio perché non è interamente centralizzata. È composta da attori che condividono nemici, risorse, tecnologie e obiettivi, ma conservano differenti gradi di autonomia.

È una struttura flessibile, capace di sopravvivere alla morte dei comandanti, alle sanzioni, ai bombardamenti e alle crisi politiche.

Le democrazie devono quindi smettere di oscillare tra ingenuità e isteria.

Non serve inventare onnipotenti regie occulte quando esistono reti reali, finanziamenti documentati, organizzazioni armate, traffici e strategie dichiarate.

Non serve evocare un complotto metafisico per riconoscere la dimensione morale del problema.

Il “regno del caos” può essere inteso come una potente metafora: il rovesciamento dell’ordine, la glorificazione della morte, la trasformazione dell’uomo in strumento, la menzogna elevata a metodo politico.

Ma il male politico non ha bisogno di simboli esoterici per esistere.

Esiste ogni volta che un civile diventa un bersaglio.

Ogni volta che una scuola viene trasformata in copertura militare.

Ogni volta che una religione viene usata per giustificare un massacro.

Ogni volta che una protesta diventa alibi per il terrorismo.

Ogni volta che il denaro sporco attraversa il mondo protetto dall’indifferenza.

Ogni volta che un regime sacrifica il proprio popolo per conservare il potere.

Difendere l’ordine non significa proteggere qualunque governo o giustificare qualunque guerra.

Significa difendere il principio secondo cui la forza deve essere sottoposta alla legge, la responsabilità deve essere individuale, i civili non devono essere utilizzati come strumenti e nessuna ideologia può rivendicare il diritto di trasformare il mondo in un campo di battaglia permanente.

La vera risposta alla strategia del caos non è un’altra forma di caos.

È uno Stato forte ma limitato dalla legge.

È un’informazione libera ma non servile verso la propaganda.

È una società capace di distinguere il dissenso dalla violenza, la religione dall’estremismo, la solidarietà dalla complicità, la pace dalla resa.

Ed è soprattutto il coraggio di chiamare ogni fenomeno con il proprio nome, senza paura, senza fanatismo e senza menzogne.


Fonti e link di riferimento

Europol – European Union Terrorism Situation and Trend Report:
https://www.europol.europa.eu/publication-events/main-reports/european-union-terrorism-situation-and-trend-report-2025-eu-te-sat

Europol – Terrorism and violent extremism:
https://www.europol.europa.eu/crime-areas/terrorism-and-violent-extremism

Interpol – Terrorism:
https://www.interpol.int/en/Crimes/Terrorism

FATF – High-risk jurisdictions subject to a call for action:
https://www.fatf-gafi.org/en/publications/High-risk-and-other-monitored-jurisdictions/call-for-action-june-2026.html

United Nations Digital Library – Documentazione sul sostegno iraniano a gruppi armati regionali:
https://digitallibrary.un.org/record/4084253/files/S_2025_390-EN.pdf

La bolla delle auto elettriche cinesi: il prossimo terremoto economico globale? Sovraccapacità, sussidi, guerra dei prezzi e il rischio di un nuovo “caso Evergrande”

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Negli ultimi dieci anni la Cina ha costruito il più grande ecosistema industriale dell’automobile elettrica mai visto nella storia. Quello che fino a pochi anni fa sembrava il simbolo del futuro della mobilità oggi presenta però caratteristiche che ricordano inquietantemente un’altra grande crisi cinese: quella immobiliare culminata con il collasso di Evergrande.

Il dibattito non riguarda più se esista un problema, ma quanto grande sia e quali saranno le conseguenze per l’economia mondiale.

Le dichiarazioni provenienti dagli stessi dirigenti dell’industria automobilistica cinese stanno diventando sempre più esplicite. Parallelamente, Reuters, AP, Financial Times, Deutsche Bank e numerosi analisti internazionali descrivono un settore caratterizzato da eccesso di capacità produttiva, margini in compressione, prezzi artificialmente bassi e forte dipendenza dagli aiuti statali.


Il primo segnale: Warren Buffett esce completamente da BYD

Per quasi vent’anni Berkshire Hathaway di Warren Buffett è stata uno dei maggiori investitori di BYD.

L’investimento, effettuato nel 2008, è stato uno dei più redditizi della storia del gruppo.

Tuttavia Buffett ha progressivamente liquidato tutta la propria partecipazione fino ad azzerarla completamente.

Naturalmente nessuno può affermare che Buffett abbia venduto perché prevedeva una crisi del settore.

Sarebbe una deduzione non dimostrabile.

Tuttavia è un fatto che:

  • l’uscita è avvenuta dopo oltre 17 anni;
  • coincide con l’inizio della guerra dei prezzi in Cina;
  • coincide con il deterioramento dei margini dell’intero comparto.

Per molti osservatori rappresenta comunque un segnale importante di prudenza.


L’allarme arriva dall’interno della Cina

L’aspetto più interessante è che oggi le critiche non arrivano più soltanto dagli analisti occidentali.

Sono gli stessi protagonisti dell’industria cinese a lanciare l’allarme.

Il presidente di Great Wall Motor, Wei Jianjun, ha paragonato la situazione del settore automobilistico alla crisi di Evergrande, sostenendo che il rischio sistemico esiste già e che il mercato sta vivendo una competizione distruttiva.

Anche Reuters riporta che la stessa leadership cinese ha iniziato a denunciare quella che viene definita “involution”, cioè una concorrenza esasperata che porta tutti a vendere sotto costo pur di mantenere quote di mercato.


Da 500 produttori a poche decine

Nel 2018 la Cina contava circa 500 produttori di veicoli elettrici.

L’enorme disponibilità di:

  • incentivi statali;
  • terreni concessi a basso costo;
  • finanziamenti agevolati;
  • credito facile;

ha favorito la nascita di centinaia di aziende.

Oggi però il mercato sta entrando nella fase opposta.

Secondo numerose analisi internazionali, soltanto una piccola parte di queste aziende sopravvivrà nel lungo periodo. Reuters osserva che già negli ultimi anni le uscite dal mercato hanno superato le nuove entrate e che la consolidazione appare inevitabile.


Il vero problema: la sovraccapacità produttiva

Il nodo centrale non è la domanda mondiale di auto elettriche.

È l’offerta.

Reuters stima che la capacità produttiva cinese abbia raggiunto circa 55 milioni di veicoli, mentre il mercato domestico ne assorbe circa la metà.

Questo significa che:

  • le fabbriche continuano a produrre;
  • i costi fissi rimangono elevati;
  • le aziende sono costrette a vendere sempre più a basso prezzo.

Si crea così una spirale in cui ogni produttore cerca di guadagnare quote di mercato sacrificando completamente i margini.


Una guerra dei prezzi senza precedenti

Negli ultimi due anni BYD ha avviato ripetute campagne di ribasso dei prezzi.

Gli altri costruttori hanno risposto abbassando ulteriormente i propri listini.

L’Associated Press e Reuters riferiscono che il governo cinese è intervenuto pubblicamente criticando questa competizione definita “irrazionale”, invitando le imprese a fermare la guerra dei prezzi e a rispettare tempi di pagamento più rapidi verso i fornitori.


I sussidi pubblici: quanto pesa realmente lo Stato?

Uno degli aspetti più controversi riguarda il ruolo dello Stato cinese.

Per oltre quindici anni il governo centrale e le amministrazioni locali hanno sostenuto il settore con:

  • incentivi fiscali;
  • sussidi diretti;
  • finanziamenti;
  • terreni industriali;
  • agevolazioni energetiche.

Reuters evidenzia come molte amministrazioni locali abbiano incentivato la costruzione di stabilimenti anche quando la domanda reale non lo giustificava, contribuendo così alla sovraccapacità odierna.

È proprio questa politica industriale che ha consentito alla Cina di conquistare rapidamente la leadership mondiale nelle batterie e nei veicoli elettrici.


Il caso dei pagamenti ai fornitori

Un altro elemento emerso dalle analisi Reuters riguarda i tempi di pagamento.

Secondo dati LSEG riportati dall’agenzia:

  • BYD arrivava a tempi medi di circa 127 giorni;
  • Geely oltre 190 giorni;
  • altri produttori ancora di più.

Per confronto, molte case automobilistiche occidentali pagano normalmente entro circa 60 giorni.

Per questo motivo Pechino ha introdotto nuove regole che impongono tempi di pagamento più rapidi.


L’inventario cresce

Reuters evidenzia anche che:

  • gli stock di veicoli sono aumentati;
  • molti concessionari lamentano pressioni ad assorbire automobili per raggiungere gli obiettivi di vendita;
  • il debito complessivo del settore è cresciuto sensibilmente.

Questi fenomeni vengono osservati con attenzione perché possono comprimere ulteriormente la redditività.


L’Europa è già coinvolta

L’impatto non riguarda soltanto la Cina.

L’Unione Europea ha introdotto dazi aggiuntivi sulle auto elettriche prodotte in Cina, sostenendo che i produttori beneficiano di sussidi pubblici che alterano la concorrenza.

L’obiettivo è limitare il dumping commerciale e proteggere i costruttori europei.

Tuttavia i produttori cinesi stanno reagendo:

  • costruendo fabbriche direttamente in Europa;
  • aumentando le esportazioni;
  • ampliando l’offerta di modelli.

Perché la Cina insiste?

Ridurre tutto a una semplice politica industriale sarebbe riduttivo.

L’automobile elettrica rappresenta anche uno strumento geopolitico.

La Cina importa enormi quantità di petrolio.

Ridurre la dipendenza energetica:

  • diminuisce la vulnerabilità strategica;
  • rafforza l’autonomia nazionale;
  • consolida la leadership tecnologica nelle batterie.

Il settore delle “New Energy Vehicles” è stato per anni uno dei pilastri della strategia industriale cinese, anche se oggi Pechino sta rivedendo alcune priorità a causa dell’eccesso di capacità.


Esiste davvero una “bolla”?

La parola “bolla” viene utilizzata sempre più spesso.

Tuttavia è opportuno distinguere tra:

Fatti accertati

  • forte sovraccapacità produttiva;
  • guerra dei prezzi;
  • margini in calo;
  • consolidamento del settore;
  • interventi del governo per fermare la competizione distruttiva.

Ipotesi

  • un collasso sistemico simile a Evergrande;
  • una crisi finanziaria globale originata dal comparto automobilistico.

Questi scenari sono oggi oggetto di analisi e dibattito, ma non costituiscono fatti già verificatisi.


Le conseguenze per i consumatori europei

Per chi acquista un’auto elettrica cinese esistono aspetti positivi e aspetti di rischio.

I vantaggi

  • prezzi molto competitivi;
  • tecnologie avanzate;
  • batterie di elevata qualità;
  • ricca dotazione.

Le incognite

  • valore residuo dell’usato;
  • eventuale uscita dal mercato di alcuni marchi;
  • disponibilità futura di ricambi e assistenza;
  • evoluzione delle politiche commerciali tra Europa e Cina.

Conclusioni

L’industria cinese dell’auto elettrica ha raggiunto risultati straordinari in termini di innovazione, produzione ed esportazioni. Allo stesso tempo, emergono segnali concreti di squilibrio: eccesso di capacità produttiva, compressione dei margini, guerra dei prezzi e crescente pressione finanziaria sulle imprese.

Non è possibile affermare con certezza che il settore andrà incontro a un collasso paragonabile a Evergrande. Tuttavia, il fatto che i richiami alla crisi immobiliare provengano dagli stessi dirigenti dell’industria, unito alle misure adottate da Pechino per frenare la competizione distruttiva, indica che il governo considera il problema reale.

Per l’Europa e per l’Italia la questione non è marginale: riguarda la competitività dell’industria automobilistica, la sicurezza delle filiere, la politica commerciale e la transizione energetica. Nei prossimi anni la capacità della Cina di gestire questa fase di consolidamento senza provocare una crisi sistemica sarà uno dei fattori più importanti per gli equilibri dell’economia mondiale.


Fonti principali

  • Reuters Breakingviews – China’s carmakers are heading for a crash
  • Reuters – China automakers’ price war, overcapacity hurt finances
  • Reuters – China’s EV makers turn on BYD as price war escalates
  • Reuters – Warren Buffett’s Berkshire Hathaway exits BYD
  • Associated Press – China shows signs of tackling the price wars…

Power of Siberia-2 si ferma: il gelo di Pechino cambia gli equilibri mondiali e spinge Mosca verso un nuovo dialogo con Washington

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Per oltre due anni il Cremlino ha costruito una narrazione precisa: la Russia avrebbe sostituito l’Europa con l’Asia, trasformando la Cina nel proprio principale partner economico e dimostrando che le sanzioni occidentali erano fallite. Il simbolo di questa strategia era un’opera titanica, il gasdotto Power of Siberia-2, destinato a convogliare circa 50 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno dai giacimenti della Siberia occidentale verso il mercato cinese.

Quel progetto non rappresentava semplicemente un’infrastruttura energetica. Era la colonna portante dell’intera strategia geopolitica di Vladimir Putin.

Oggi, però, quella colonna rischia di sgretolarsi.

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, la leadership cinese avrebbe congelato a tempo indeterminato i negoziati, rifiutando di accettare le condizioni richieste da Mosca e pretendendo prezzi e clausole estremamente favorevoli agli interessi di Pechino. Dietro quello che apparentemente sembra un normale stallo commerciale si nasconde invece una delle evoluzioni geopolitiche più significative degli ultimi anni.

Il grande sogno del “Pivot to Asia”

Quando l’Europa ha progressivamente ridotto gli acquisti di gas russo dopo il 2022, Mosca ha perso il mercato energetico più redditizio della propria storia.

Per decenni Gazprom aveva costruito una rete di infrastrutture che guardava esclusivamente verso occidente:

  • Nord Stream;
  • Yamal-Europe;
  • Brotherhood;
  • TurkStream.

L’intero sistema produttivo della Siberia occidentale era stato progettato per servire il mercato europeo.

Con il crollo delle esportazioni verso l’Unione Europea, il Cremlino ha accelerato il cosiddetto Pivot to Asia, confidando che la Cina avrebbe assorbito gran parte del gas rimasto senza acquirenti.

Power of Siberia-2 doveva essere la soluzione.

Non solo avrebbe consentito di vendere il gas precedentemente destinato all’Europa, ma avrebbe anche dimostrato al mondo che Mosca disponeva di alternative strategiche sufficienti per neutralizzare l’effetto delle sanzioni occidentali.

Quella narrativa oggi mostra profonde crepe.

La Cina detta le condizioni

Molti osservatori occidentali hanno descritto negli ultimi anni il rapporto sino-russo come un’alleanza strategica quasi perfetta.

La realtà è molto più complessa.

La Cina non è mai entrata nel conflitto ucraino a fianco della Russia.

Non ha mai riconosciuto formalmente le annessioni territoriali.

Ha mantenuto relazioni economiche con Mosca, ma senza compromettere i propri interessi globali.

Pechino ragiona esclusivamente in termini di convenienza nazionale.

E oggi la convenienza le suggerisce di attendere.

Perché dovrebbe pagare il gas russo a prezzi elevati quando:

  • dispone di forniture dall’Asia Centrale;
  • importa enormi quantità di GNL;
  • acquista petrolio e gas da numerosi fornitori;
  • sa che Mosca ha bisogno della Cina molto più di quanto la Cina abbia bisogno della Russia?

Questa è la vera forza negoziale di Xi Jinping.

Non serve rompere l’alleanza.

È sufficiente lasciare il partner in attesa.

La dipendenza è ormai asimmetrica

Negli anni Novanta molti analisti parlavano della Russia come della potenza dominante nello spazio eurasiatico.

Oggi il rapporto si è completamente ribaltato.

L’economia cinese è circa dieci volte più grande di quella russa.

Il commercio estero russo dipende sempre di più dal mercato cinese.

Le banche russe utilizzano sistemi finanziari cinesi per aggirare parte delle restrizioni occidentali.

Molti componenti industriali arrivano ormai dalla Cina.

Perfino numerosi beni di consumo sono stati sostituiti da prodotti cinesi dopo l’uscita delle aziende occidentali.

In altre parole:

la Russia ha bisogno della Cina.

La Cina non ha lo stesso livello di dipendenza dalla Russia.

Ed è proprio questa asimmetria che emerge con forza nel dossier Power of Siberia-2.

Il partner junior

Per anni il Cremlino ha parlato di una “partnership tra pari”.

Ma gli ultimi sviluppi sembrano raccontare altro.

La Cina negozia come fanno tutte le grandi potenze:

  • acquista solo se il prezzo è conveniente;
  • sfrutta il momento di debolezza del venditore;
  • evita di assumersi rischi inutili.

Da questo punto di vista Mosca appare sempre più come un partner junior, privo della forza economica necessaria per imporre le proprie condizioni.

Il rapporto continua a essere strategico.

Ma non è paritario.

Il fallimento della sostituzione del mercato europeo

Un aspetto spesso sottovalutato riguarda la geografia delle infrastrutture.

Non tutto il gas russo può essere semplicemente “spostato” dall’Europa alla Cina.

I grandi giacimenti della Siberia occidentale erano collegati all’Europa attraverso una rete costruita in decenni.

Power of Siberia-2 avrebbe dovuto risolvere proprio questo problema.

Finché il progetto resta fermo, una parte consistente della capacità produttiva di Gazprom rimane inutilizzata.

Questo significa:

  • minori esportazioni;
  • minori entrate fiscali;
  • minori investimenti;
  • maggiore pressione sul bilancio federale.

Ed è qui che entra in gioco Washington

È proprio in questo scenario che emerge uno degli sviluppi geopolitici più interessanti.

Per oltre due anni si è raccontato che la Russia potesse emanciparsi completamente dall’Occidente.

La realtà sembra molto diversa.

Se il principale cliente alternativo, la Cina, rallenta gli investimenti e congela il principale progetto energetico, Mosca si trova davanti a una scelta estremamente difficile.

Ed è qui che gli Stati Uniti tornano centrali.

Non necessariamente perché Washington debba diventare un alleato della Russia.

Ma perché gli Stati Uniti restano l’unica potenza capace di incidere contemporaneamente:

  • sul sistema finanziario globale;
  • sulle sanzioni;
  • sui mercati energetici;
  • sugli investimenti internazionali;
  • sulla stabilità europea.

Nessun altro attore possiede questo livello di influenza.

Trump potrebbe rappresentare una via d’uscita?

Negli ambienti diplomatici si osserva da tempo come un eventuale processo di normalizzazione tra Washington e Mosca potrebbe produrre effetti enormi.

Una riduzione delle tensioni con gli Stati Uniti consentirebbe alla Russia di:

  • alleggerire parte dell’isolamento finanziario;
  • recuperare margini di manovra nei mercati energetici;
  • riequilibrare il rapporto con la Cina;
  • evitare di diventare economicamente subordinata a Pechino.

Da questo punto di vista la Russia avrebbe interesse a non trasformarsi definitivamente nel “fornitore di materie prime” della Cina.

Per il Cremlino, mantenere aperti canali di dialogo con Washington significa anche recuperare capacità negoziale nei confronti di Xi Jinping.

Anche gli Stati Uniti hanno interesse

La questione riguarda anche Washington.

Storicamente la diplomazia americana ha sempre cercato di evitare una saldatura completa tra Mosca e Pechino.

Già negli anni Settanta Henry Kissinger utilizzò l’apertura alla Cina per dividere il blocco comunista.

Oggi alcuni analisti sostengono che la logica potrebbe essere invertita:

evitare che la Russia finisca definitivamente nell’orbita economica cinese.

Una Russia completamente dipendente dalla Cina rafforzerebbe infatti la posizione globale di Pechino.

Per questo motivo un futuro dialogo tra Washington e Mosca non può essere escluso, indipendentemente dalle profonde divergenze esistenti.

Xi Jinping ha mostrato chi comanda

La sospensione del progetto Power of Siberia-2 manda soprattutto un messaggio.

La Cina non considera prioritario salvare l’economia energetica russa.

Se Mosca vuole accedere al mercato cinese dovrà probabilmente accettare condizioni molto più favorevoli a Pechino.

Non è una rottura diplomatica.

È qualcosa di forse ancora più significativo.

È la dimostrazione pratica che, nel rapporto tra le due potenze, il potere contrattuale si è ormai spostato stabilmente verso la Cina.

Una nuova fase della geopolitica mondiale

Negli ultimi anni molti osservatori hanno descritto l’asse Mosca-Pechino come un blocco monolitico destinato a sfidare l’Occidente.

Gli ultimi sviluppi raccontano invece una realtà più articolata.

La Cina continua a perseguire esclusivamente i propri interessi nazionali.

La Russia, privata del mercato europeo e alle prese con crescenti difficoltà economiche, rischia di ritrovarsi sempre più dipendente dalle decisioni di Pechino.

Paradossalmente, proprio questa situazione potrebbe riaprire nel medio periodo spazi di dialogo con gli Stati Uniti. Non perché Washington e Mosca abbiano superato le proprie divergenze strategiche, ma perché entrambe potrebbero avere interesse a evitare che la Russia diventi un partner economicamente subordinato alla Cina.

Il congelamento di Power of Siberia-2 non è soltanto un ritardo nella costruzione di un gasdotto. È il simbolo di un equilibrio internazionale in trasformazione, nel quale la Russia scopre che il suo “pivot verso l’Asia” non le garantisce automaticamente autonomia strategica. Al contrario, più si restringono le alternative economiche di Mosca, più cresce il potere negoziale di Pechino e più aumenta l’incentivo del Cremlino a cercare, prima o poi, un nuovo equilibrio anche con Washington.

Link alle fonti da inserire a fine articolo

Wall Street Journal – Putin Was Xi’s Role Model. Now He’s the Junior Partner
Analisi recente sul crescente squilibrio tra Cina e Russia e sullo stallo del Power of Siberia-2.
https://www.wsj.com/world/x-putin-junior-partner-df611b88

Asia Times – Power of Siberia 2 deadlock belies Russia-China “no-limits” pact
Ricostruzione dello stallo negoziale e delle forti divergenze sul prezzo del gas.
https://asiatimes.com/2026/07/power-of-siberia-2-deadlock-cracks-russia-china-no-limits-pact/

Carnegie Politika – Did Putin Return From China Empty-Handed?
Approfondimento sull’assenza di un accordo definitivo durante la visita di Putin in Cina e sul rischio che la finestra economica per il progetto si chiuda.
https://carnegieendowment.org/russia-eurasia/politika/2026/05/china-russia-no-pipeline

Columbia University – Power of Siberia 2: Russia’s Pivot, China’s Leverage
Analisi energetica sul vantaggio negoziale cinese e sulla necessità russa di trovare uno sbocco alternativo al mercato europeo.
https://www.energypolicy.columbia.edu/power-of-siberia-2-russias-pivot-chinas-leverage-and-global-gas-implications/

CSIS – How the Power of Siberia 2 Deal Could Reshape Global Energy
Studio sulle dimensioni del progetto, sui volumi potenziali e sulle questioni commerciali ancora irrisolte.
https://www.csis.org/analysis/how-power-siberia-2-deal-could-reshape-global-energy

MERICS – Power of Siberia 2: A Litmus Test of Sino-Russian Relations
Analisi della crescente dipendenza energetica russa dalla Cina e della natura asimmetrica della relazione.
https://merics.org/en/comment/power-siberia-2-litmus-test-sino-russian-relations

Washington Post – Distrust Beneath the Russia-China Alliance
Approfondimento sulle tensioni nascoste, sulla dipendenza russa e sulla prudenza strategica di Pechino.
https://www.washingtonpost.com/world/2026/05/19/putin-visits-beijing-amid-growing-imbalance-russia-china-relations/

Interfax – I negoziati sarebbero ancora formalmente in corso
Fonte utile per riportare anche la posizione più prudente: all’inizio di luglio rappresentanti russi dichiaravano che i colloqui proseguivano a livello societario.
https://interfax.com/newsroom/top-stories/118284/

Reuters – Nuove sanzioni statunitensi contro i ricavi energetici russi
Approfondimento sul ruolo ancora centrale degli Stati Uniti e sulla possibilità di colpire anche i principali acquirenti di energia russa, compresa la Cina.
https://www.reuters.com/legal/government/concerns-grow-about-tariffs-us-sanctions-bill-russia-2026-07-15/

Sicurezza elettorale americana: le nuove rivelazioni di Trump riaprono il caso 2020 e il ruolo delle interferenze straniere

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Per quasi sei anni agli americani è stato ripetuto che le elezioni presidenziali del 2020 erano state “le più sicure della storia”. Questa formula è stata rilanciata da istituzioni, media e rappresentanti politici fino a diventare una sorta di dogma. Eppure, negli ultimi anni sono emersi nuovi documenti, rapporti d’intelligence e informazioni che hanno riacceso il dibattito sulla sicurezza dell’infrastruttura elettorale statunitense e sulla capacità di potenze straniere di raccogliere dati, condurre operazioni di influenza e tentare attività di cyber-spionaggio.

L’Indirizzo alla Nazione del Presidente Donald Trump dedicato alla sicurezza elettorale ha riportato queste questioni al centro dell’attenzione. Secondo l’amministrazione, la desecretazione di nuovi documenti dimostrerebbe che alcune vulnerabilità erano note da tempo e che il quadro pubblico presentato ai cittadini non rifletteva pienamente le preoccupazioni espresse all’interno degli apparati di sicurezza.

È importante distinguere due piani diversi. Da un lato vi sono le affermazioni dell’amministrazione Trump, secondo cui le nuove carte mostrerebbero informazioni rimaste nascoste per anni. Dall’altro, restano valide le precedenti valutazioni ufficiali secondo cui non è stata accertata una manipolazione del risultato elettorale del 2020 da parte di governi stranieri. Proprio questa distanza tra le due letture alimenta oggi uno dei confronti più delicati della politica americana.

La vera questione: fiducia o trasparenza?

Il punto più delicato non riguarda soltanto chi abbia vinto le elezioni del 2020, ma il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.

Ogni democrazia moderna si fonda sulla convinzione che il processo elettorale sia trasparente, verificabile e difendibile. Se emergono documenti che descrivono vulnerabilità significative o attività ostili di potenze straniere, è legittimo chiedersi se il dibattito pubblico abbia rappresentato con sufficiente chiarezza la complessità del problema.

Ridurre ogni discussione sulla sicurezza elettorale a una teoria del complotto rischia di essere tanto fuorviante quanto sostenere che ogni vulnerabilità equivalga automaticamente a una frode. La sicurezza informatica non funziona in termini assoluti: un sistema può essere robusto e, allo stesso tempo, presentare punti deboli che richiedono attenzione e aggiornamenti continui.

Il ruolo della Cina: una sfida strategica documentata

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda la Repubblica Popolare Cinese.

Negli ultimi anni numerosi rapporti governativi statunitensi hanno attribuito a gruppi collegati a Pechino vaste campagne di cyber-spionaggio, compromissione di reti informatiche, furto di proprietà intellettuale e raccolta di dati su cittadini americani. Queste attività sono state descritte come parte di una strategia di lungo periodo volta ad accrescere la capacità della Cina di comprendere, influenzare e, se possibile, sfruttare le vulnerabilità delle società occidentali.

Secondo quanto illustrato dall’amministrazione Trump, i documenti desecretati evidenzierebbero anche la portata della raccolta di dati riguardanti milioni di elettori statunitensi. L’acquisizione di grandi quantità di informazioni personali, indipendentemente dalla loro provenienza, rappresenta un vantaggio significativo per chi conduce operazioni di intelligence, di profilazione o di influenza.

È però essenziale distinguere tra il possesso di dati, le attività di influenza e la prova di un’alterazione del risultato elettorale: si tratta di questioni diverse che non possono essere sovrapposte senza evidenze specifiche.

La guerra dell’informazione

Le moderne competizioni tra grandi potenze non si combattono soltanto con eserciti e portaerei.

La raccolta di dati, l’intelligenza artificiale, le campagne di influenza, gli attacchi informatici e la capacità di orientare il dibattito pubblico sono diventati strumenti fondamentali della competizione geopolitica.

Da questo punto di vista, sarebbe riduttivo limitare il problema al solo caso delle elezioni del 2020. La vera domanda è se gli Stati Uniti abbiano costruito difese adeguate contro un ambiente strategico in cui Russia, Cina, Iran e altri attori investono da anni in operazioni digitali sempre più sofisticate.

Le vulnerabilità non sono una teoria

Ogni sistema informatico presenta vulnerabilità. Questo vale per reti militari, banche, ospedali, infrastrutture energetiche e anche per componenti del sistema elettorale.

Negli Stati Uniti il processo elettorale è altamente decentralizzato: ogni Stato adotta procedure e tecnologie differenti. Questa struttura rende più difficile un attacco su larga scala, ma aumenta anche la complessità della protezione dell’intero sistema.

Le discussioni sulle macchine di voto, sui database elettorali, sulle procedure di autenticazione e sugli audit devono quindi essere affrontate con rigore tecnico, evitando sia il sensazionalismo sia la minimizzazione.

Il problema della comunicazione istituzionale

Uno degli aspetti più controversi riguarda il modo in cui le istituzioni hanno comunicato il tema della sicurezza elettorale.

Quando le autorità trasmettono messaggi estremamente rassicuranti mentre, parallelamente, analizzano internamente scenari di rischio e vulnerabilità, è inevitabile che una parte dell’opinione pubblica si chieda se vi sia stata sufficiente trasparenza.

Essere trasparenti sulle minacce non significa affermare che un’elezione sia stata manipolata. Significa riconoscere che la sicurezza assoluta non esiste e che il rafforzamento continuo dei sistemi è una necessità, non un’ammissione di fallimento.

Un confronto ancora aperto

Le nuove iniziative dell’amministrazione Trump hanno riaperto un confronto che difficilmente si chiuderà nel breve periodo.

Da una parte, la Casa Bianca sostiene che la desecretazione dei documenti permetta finalmente ai cittadini di conoscere informazioni che in passato sarebbero rimaste confinate nei circuiti dell’intelligence.

Dall’altra, numerosi esperti e le precedenti valutazioni ufficiali continuano a sostenere che, pur in presenza di campagne di influenza e di attività ostili da parte di governi stranieri, non sia stato dimostrato che tali attività abbiano modificato il risultato delle elezioni del 2020.

Queste due posizioni non sono equivalenti, ma rappresentano il cuore del dibattito attuale.

Conclusione

La sicurezza elettorale non dovrebbe essere un tema di appartenenza politica, bensì una priorità nazionale.

Ogni vulnerabilità individuata deve essere analizzata e corretta. Ogni documento desecretato merita di essere esaminato con attenzione. Ogni affermazione, sia dell’amministrazione in carica sia delle istituzioni che l’hanno preceduta, deve essere sottoposta a verifica.

In una democrazia matura, chiedere maggiore trasparenza sulle attività di intelligence, sulle campagne di influenza straniere e sulla protezione delle infrastrutture elettorali non significa mettere automaticamente in discussione il risultato di un’elezione. Significa riconoscere che la fiducia dei cittadini si costruisce attraverso controlli rigorosi, comunicazioni chiare e la disponibilità a riesaminare criticamente decisioni e valutazioni passate quando emergono nuovi elementi.

Il confronto sulle elezioni del 2020 continua quindi a essere, prima ancora che una disputa politica, un banco di prova per la capacità delle istituzioni di garantire sicurezza, trasparenza e credibilità in un contesto internazionale caratterizzato da una competizione tecnologica e informativa sempre più intensa.

Fonti ufficiali e di approfondimento

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