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I soliti cani da riporto della controinformazione italiana: quando la propaganda sostituisce i documenti

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Negli ultimi anni una parte della cosiddetta “controinformazione” italiana ha costruito la propria credibilità sostenendo di rappresentare l’alternativa ai media tradizionali. Il messaggio è sempre lo stesso: noi analizziamo i documenti, noi raccontiamo ciò che gli altri nascondono, noi smascheriamo la propaganda del potere.

Ma basta ascoltare con attenzione molti dei loro contenuti per scoprire un paradosso evidente: proprio coloro che accusano gli altri di fare propaganda finiscono spesso per utilizzare gli stessi identici meccanismi propagandistici che dichiarano di combattere.

L’opinione viene presentata come un fatto

Uno degli elementi più ricorrenti consiste nel trasformare una valutazione politica in una presunta verità oggettiva.

Un documento ufficiale viene letto selezionando soltanto le frasi che sembrano confermare una tesi già stabilita, mentre tutte le parti che la smentiscono vengono semplicemente ignorate.

Non è un metodo giornalistico.

È una tecnica di propaganda.

Nel caso del recente vertice NATO, ad esempio, la dichiarazione finale parla contemporaneamente di deterrenza, difesa collettiva, industria militare, cybersicurezza, spazio, intelligenza artificiale, sostegno all’Ucraina, libertà di navigazione e minacce ibride.

La narrazione propagandistica riduce invece tutto a una sola frase:

“È soltanto un contratto commerciale per comprare armi americane.”

È una conclusione politica perfettamente legittima come opinione.

Non è però ciò che afferma il documento.

Le mezze verità valgono più delle bugie

La propaganda moderna raramente inventa tutto.

Preferisce utilizzare dati reali.

Ad esempio:

  • esistono nuovi contratti militari;
  • l’industria americana ne trarrà beneficio;
  • gli alleati europei aumenteranno la spesa per la difesa;
  • l’Ucraina riceverà nuovi aiuti.

Tutti elementi reali.

Il problema nasce nel momento in cui questi fatti vengono utilizzati per sostenere affermazioni molto più grandi, senza alcuna dimostrazione.

Si passa così da:

“gli Stati Uniti venderanno molte armi”

a

“la NATO esiste soltanto per arricchire l’industria bellica americana.”

Sono due affermazioni completamente diverse.

La seconda richiederebbe prove che normalmente non vengono mai presentate.

I documenti spariscono appena diventano scomodi

La caratteristica più evidente di questo tipo di comunicazione è l’uso estremamente selettivo delle fonti.

Quando un documento contiene un passaggio favorevole alla propria tesi viene mostrato in sovrimpressione.

Quando lo stesso documento contiene elementi contrari, semplicemente scompare.

È esattamente ciò che accade con la dichiarazione di Ankara.

Vengono citati gli investimenti militari.

Viene omessa la parte dedicata alla deterrenza collettiva.

Vengono enfatizzati gli acquisti.

Scompare completamente il riferimento alla modernizzazione dell’Alleanza, alle minacce ibride, alle capacità spaziali e cibernetiche e agli altri obiettivi strategici dichiarati.

Il pubblico riceve quindi un documento mutilato.

Le parole vengono usate come armi

Esiste poi una precisa tecnica psicologica.

Prima ancora che inizi l’argomentazione vengono introdotte parole emotivamente forti:

  • vassalli
  • colonie
  • servi
  • padroni
  • regime
  • propaganda
  • golpisti

Questi termini non dimostrano nulla.

Servono soltanto a predisporre emotivamente chi ascolta.

Quando una persona entra in uno stato emotivo forte diventa molto meno incline a verificare le fonti.

È un principio noto nella comunicazione politica.

Ogni ipotesi diventa automaticamente una certezza

Un’altra tecnica estremamente diffusa consiste nell’eliminare completamente il concetto di probabilità.

Non esistono più:

  • potrebbe;
  • probabilmente;
  • secondo alcune fonti;
  • è possibile.

Ogni ricostruzione diventa una certezza assoluta.

Si passa continuamente da:

“potrebbe accadere”

a

“sta sicuramente accadendo.”

È il contrario del metodo analitico.

Chi lavora seriamente distingue sempre tra fatti accertati, ipotesi, valutazioni e scenari.

La propaganda elimina queste distinzioni.

La verifica vale soltanto per gli altri

Uno degli aspetti più curiosi riguarda il diverso trattamento riservato alle fonti.

Quando parla un governo occidentale:

“bisogna verificare.”

Quando parla Mosca, Teheran o qualunque soggetto confermi la narrativa proposta:

“è un fatto.”

Lo stesso criterio critico che viene applicato ai governi occidentali scompare completamente quando la fonte produce dichiarazioni utili alla narrazione.

Questo non è giornalismo.

È selezione ideologica delle fonti.

Si confonde la critica con la tifoseria

Criticare la NATO è legittimo.

Criticare l’industria bellica è legittimo.

Criticare gli Stati Uniti è legittimo.

Così come è legittimo criticare la Russia, la Cina, l’Iran o qualsiasi altro attore internazionale.

Il problema nasce quando ogni errore occidentale diventa automaticamente una giustificazione delle azioni della parte opposta.

È la logica della tifoseria geopolitica.

La realtà internazionale è molto più complessa.

Le omissioni raccontano più delle parole

Ogni forma di propaganda vive soprattutto di ciò che non dice.

Si citano soltanto le informazioni favorevoli.

Si eliminano quelle scomode.

Si trasformano interpretazioni in fatti.

Si confondono opinioni e documenti.

Alla fine il pubblico è convinto di aver assistito a un’analisi.

In realtà ha assistito a una narrazione.

Il vero giornalismo segue un’altra strada

Esiste una differenza fondamentale tra informazione e propaganda.

La propaganda parte dalla conclusione e cerca soltanto gli elementi utili a confermarla.

L’informazione parte invece dai documenti e accetta anche quelle conclusioni che possono risultare scomode rispetto alle proprie convinzioni.

Quando un documento contraddice la nostra idea del mondo non bisogna ignorarlo.

Bisogna spiegarlo.

È proprio questo il punto che distingue un ricercatore da un propagandista.

Conclusione

Il problema non è avere un’opinione.

Ogni giornalista, ogni analista e ogni cittadino ha inevitabilmente una propria visione politica.

Il problema nasce quando quella visione diventa il filtro attraverso cui ogni fatto viene deformato.

La cosiddetta controinformazione ha conquistato negli anni una parte importante del pubblico promettendo di essere diversa dai media tradizionali.

Troppo spesso, però, finisce per copiarne gli stessi difetti.

Cambia soltanto il segno ideologico.

La propaganda non smette di essere propaganda perché viene raccontata da chi si definisce “alternativo”.

Rimane propaganda quando sostituisce i documenti con gli slogan, le verifiche con le convinzioni e le prove con le suggestioni.

Ed è proprio questo il rischio più grande: trasformare la legittima ricerca della verità in un semplice esercizio di appartenenza ideologica.


Anlisi dei fatti:

Verifica delle affermazioni: fatti reali, interpretazioni e propaganda

Il contenuto analizzato parte da alcuni elementi autentici del vertice NATO di Ankara, ma li inserisce dentro una narrazione già decisa in partenza: l’Europa sarebbe una colonia, la NATO esisterebbe quasi esclusivamente per arricchire l’industria bellica americana, la minaccia russa sarebbe inventata, il terrorismo sarebbe soltanto un’etichetta utilizzata contro palestinesi e iraniani, mentre Mosca rappresenterebbe la parte razionale e disponibile al dialogo.

Questa impostazione non è un’analisi neutrale. È una costruzione propagandistica, perché seleziona solo i dati utili alla tesi, trasforma congetture in fatti e omette sistematicamente gli elementi contrari. Il testo completo del video è disponibile nel file fornito.

Il documento NATO non è soltanto un contratto commerciale

È vero che il vertice di Ankara ha attribuito grande importanza alla produzione industriale, agli acquisti congiunti e all’aumento delle capacità militari. La dichiarazione annuncia oltre 50 miliardi di dollari di nuovi approvvigionamenti, investimenti nella produzione, nella difesa aerea, nei droni, nelle capacità di attacco di precisione, nell’intelligence e nelle infrastrutture digitali militari.

Da questo dato, però, gli interlocutori saltano direttamente alla conclusione che la dimensione strategica sarebbe ormai «del tutto secondaria» e funzionale soltanto alla vendita di armi americane.

Il documento dice esattamente il contrario. Collega gli investimenti a:

  • deterrenza e difesa collettiva;
  • capacità convenzionali e nucleari;
  • difesa aerea e antimissile;
  • intelligence, spazio e cybersicurezza;
  • mobilità e sostenimento delle forze;
  • sostegno all’Ucraina;
  • risposta alle minacce ibride e all’instabilità internazionale.

Si può criticare la strategia NATO, il livello della spesa militare o la crescente militarizzazione dell’Europa. Non si può però ridurre l’intero documento a un semplice catalogo commerciale senza amputarne la parte politica e militare.

Verdetto: interpretazione ideologica presentata come fatto.

Gli acquisti non riguardano esclusivamente aziende statunitensi

Il video sostiene ripetutamente che gli europei sarebbero obbligati ad acquistare soprattutto Patriot, droni e sistemi prodotti da Lockheed Martin, RTX e Northrop Grumman, con l’unico risultato di finanziare l’economia americana.

Una quota importante degli acquisti favorisce certamente le aziende statunitensi. La stessa Casa Bianca rivendica apertamente che nel 2025 gli acquisti europei di equipaggiamenti americani superarono i 54 miliardi di dollari e che la maggiore spesa degli alleati avrebbe sostenuto circa 200.000 posti di lavoro negli Stati Uniti.

Questa è una parte reale della vicenda, che merita attenzione critica.

Ma il video omette che ad Ankara sono stati annunciati anche programmi europei e transatlantici:

  • aerei Airbus A330 MRTT;
  • progetto multinazionale Airbus A400M;
  • velivoli svedesi Saab GlobalEye;
  • produzione europea di Stinger;
  • cooperazioni tra industrie statunitensi, tedesche, italiane e di altri paesi;
  • nuove capacità produttive installate direttamente in Europa.

La NATO ha annunciato l’acquisto di fino a dieci Saab GlobalEye, piattaforma svedese destinata a sostituire progressivamente gli E-3, oltre a progetti Airbus guidati industrialmente dall’Europa.

Descrivere tutto questo come un trasferimento unidirezionale di denaro verso Washington è quindi scorretto. Il complesso industriale americano ne trae beneficio, ma non è l’unico beneficiario.

Verdetto: dato vero trasformato in una generalizzazione falsa.

I “300 miliardi” e i “200.000 posti di lavoro” vengono confusi

Nel video si afferma che gli impegni europei per circa 300 miliardi di dollari creeranno quasi 200.000 posti di lavoro negli Stati Uniti.

La Casa Bianca fornisce però una formulazione diversa: sostiene che la spesa europea per la difesa nel 2025, nel suo complesso, abbia sostenuto quasi 200.000 posti di lavoro americani, distinguendo tra vendite di appaltatori statunitensi e aziende europee operanti negli USA. Non afferma che un singolo pacchetto da 300 miliardi annunciato ad Ankara produrrà automaticamente quel numero di impieghi.

Il video fonde cifre differenti e suggerisce un rapporto causale diretto che il documento ufficiale non stabilisce.

Verdetto: cifra reale utilizzata fuori contesto.

La NATO non definisce il terrorismo come “resistenza palestinese”

All’inizio viene affermato:

Per terrorismo chiaramente intendiamo la resistenza palestinese e l’asse della resistenza sciita.

Quel “chiaramente” non è sostenuto da alcuna prova.

La dichiarazione di Ankara parla di «minaccia persistente del terrorismo», ma non identifica in quel passaggio i palestinesi, Hamas, Hezbollah, l’Iran o il cosiddetto Asse della Resistenza.

È possibile sostenere che singoli membri NATO considerino terroristiche organizzazioni come Hamas o Hezbollah. È possibile criticare quelle classificazioni o discuterne l’applicazione politica. Non è invece corretto attribuire automaticamente al documento un significato che il documento non contiene.

Inoltre, “resistenza palestinese” è una categoria politica molto più ampia di Hamas o della Jihad islamica. Comprende movimenti, partiti, organizzazioni civili e correnti differenti. Equipararla interamente al terrorismo oppure, al contrario, assolvere automaticamente qualsiasi organizzazione in quanto “resistenza”, sono entrambe semplificazioni propagandistiche.

Verdetto: inferenza arbitraria spacciata per definizione ufficiale.

Il sostegno all’Ucraina da 70 miliardi è reale

Il video riporta correttamente che gli alleati hanno promesso 70 miliardi di euro in equipaggiamenti, assistenza e addestramento per l’Ucraina nel 2026, impegnandosi a mantenere almeno un livello equivalente nel 2027.

È inoltre corretto che il documento sottolinei come gli alleati europei e il Canada finanzino ormai la maggior parte dell’assistenza militare a Kyiv.

La conclusione secondo cui questo dimostrerebbe automaticamente che «vogliono prolungare la guerra» non è però un fatto verificato. È un’interpretazione. I governi NATO sostengono che l’aiuto serva a permettere all’Ucraina di difendersi e a migliorare la sua posizione negoziale. I critici ritengono invece che possa incentivare il proseguimento del conflitto.

Entrambe sono valutazioni politiche. Il video presenta soltanto la seconda come se fosse l’unica spiegazione possibile.

Verdetto: fatto corretto seguito da una conclusione non dimostrata.

La licenza per produrre Patriot esiste, ma il video ne esagera gli effetti

È vero che Trump ha promesso una licenza per permettere all’Ucraina di produrre intercettori Patriot e che Kyiv ha parlato di un’intesa raggiunta sul piano politico.

Non è però ancora un trasferimento industriale pienamente operativo.

Le fonti disponibili indicano che:

  • i produttori non erano stati ancora pienamente coinvolti nei dettagli;
  • l’implementazione potrebbe richiedere almeno un anno;
  • la produzione completa in Ucraina presenta enormi difficoltà tecniche e di sicurezza;
  • inizialmente potrebbe trattarsi soprattutto di assemblaggio o produzione parziale;
  • alcune componenti sensibili potrebbero non essere trasferite;
  • una parte della produzione potrebbe essere localizzata in Germania o altrove in Europa.

Pertanto, affermare che Trump avrebbe già «firmato un accordo» che consente all’Ucraina di costruire autonomamente l’intero sistema Patriot è prematuro.

È una svolta politica importante, ma non significa che l’Ucraina sia già in grado di produrre liberamente batterie, radar, software e intercettori.

Verdetto: fondamento reale, formulazione esagerata.

“La Russia non rappresenta alcun pericolo per l’Europa” non è una conclusione dimostrata

Il video sostiene che gli stessi generali americani avrebbero dichiarato che Mosca non intende attaccare l’Europa e che quindi la minaccia russa sarebbe soltanto uno «spauracchio» commerciale.

Non viene indicato:

  • quale generale;
  • in quale audizione;
  • in quale data;
  • con quale formulazione;
  • se parlasse dell’intenzione attuale o della capacità futura;
  • se si riferisse a un’invasione su larga scala o ad altre forme di aggressione.

Questa omissione è decisiva.

Dire che la Russia probabilmente non desideri oggi una guerra diretta con l’intera NATO è ragionevole. Sarebbe però scorretto dedurne che non esista alcuna minaccia. Mosca ha invaso l’Ucraina, ha annesso territori riconosciuti internazionalmente come ucraini, utilizza strumenti cyber, sabotaggi, coercizione energetica e pressione militare.

La NATO definisce la Russia una minaccia di lungo periodo, mentre il documento di Ankara collega espressamente l’aumento delle capacità militari alla minaccia russa e al terrorismo.

Ciò non prova che ogni previsione NATO sia corretta, ma rende propagandistica l’affermazione opposta secondo cui il pericolo sarebbe completamente inventato.

Verdetto: affermazione assoluta senza fonte e contraddetta dai comportamenti osservabili.

Il riarmo europeo non equivale automaticamente a “subalternità coloniale”

Il termine “vassalli” compare continuamente e sostituisce un’analisi concreta dei rapporti tra gli alleati.

È vero che esiste una forte asimmetria:

  • gli Stati Uniti possiedono capacità nucleari e convenzionali superiori;
  • forniscono intelligence, logistica e comando;
  • molte forze europee dipendono da tecnologie statunitensi;
  • Washington esercita una notevole influenza politica;
  • l’interoperabilità può creare dipendenza industriale.

Ma una colonia non decide per consenso all’interno di un’alleanza, non negozia condizioni industriali, non dispone di governi autonomi, non acquista piattaforme europee e non può teoricamente ritirarsi dal trattato.

La relazione transatlantica è asimmetrica, ma chiamarla semplicemente “coloniale” serve più a produrre indignazione che a descriverne precisamente la natura.

Verdetto: metafora politica legittima come opinione, impropria come descrizione fattuale.

Il “fronte Sud completamente cancellato” è un’esagerazione

La dichiarazione è effettivamente molto sintetica e non include una sezione specifica dedicata al Mediterraneo, all’Africa settentrionale o alla richiesta italiana di rafforzare il cosiddetto fronte Sud.

Si può quindi parlare di una visibilità limitata delle priorità italiane nel comunicato conclusivo.

Tuttavia, il documento richiama:

  • instabilità diffusa;
  • terrorismo;
  • minacce ibride;
  • libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz;
  • Iran;
  • capacità marittime e di sorveglianza;
  • difesa del fianco meridionale nel quadro generale dell’Alleanza.

L’assenza della formula desiderata dal governo italiano non prova che il fronte meridionale sia stato «completamente obliterato».

Verdetto: critica plausibile trasformata in conclusione categorica.

L’Iran e la fatwa contro le armi nucleari

Una delle affermazioni più problematiche è:

L’Iran non ha mai voluto l’arma nucleare. C’è la fatwa di Khomeini, confermata da Khamenei. Punto.

Non è possibile chiudere una questione strategica così complessa con la parola “punto”.

La leadership iraniana ha ripetutamente sostenuto che le armi nucleari sarebbero contrarie ai principi islamici. Questa posizione è un elemento politico rilevante.

Ma una dichiarazione religiosa non sostituisce:

  • le verifiche dell’AIEA;
  • gli obblighi previsti dal Trattato di non proliferazione;
  • le ispezioni;
  • le spiegazioni sui materiali non dichiarati;
  • la trasparenza sugli impianti;
  • il controllo dell’arricchimento.

Il rapporto AIEA del maggio 2025 affermava che restavano questioni irrisolte, che l’Iran non aveva fornito una cooperazione piena e inequivocabile e che ciò limitava la capacità dell’Agenzia di verificare la non diversione di materiale nucleare.

L’AIEA segnalava inoltre che le decisioni iraniane sulla comunicazione anticipata dei nuovi impianti avevano ridotto significativamente la capacità di garantire che il programma fosse interamente pacifico.

Questo non significa automaticamente che Teheran abbia deciso di costruire una bomba. Significa che non esistono basi sufficienti per affermare con certezza assoluta che «non l’ha mai voluta».

La posizione rigorosa è:

Non è stata presentata una prova pubblica conclusiva dell’esistenza di un’arma nucleare iraniana, ma le lacune nelle verifiche e le attività pregresse impediscono di trattare come certe le dichiarazioni politiche e religiose di Teheran.

Verdetto: assoluzione politica non supportata dagli organismi di controllo.

“Aggredito e aggressore” non è uno slogan inventato dai media

Il video sostiene che la formula «c’è un aggredito e c’è un aggressore» sarebbe un ordine comunicativo imposto da centrali propagandistiche statunitensi e britanniche.

Dal punto di vista giuridico e fattuale, però, il 24 febbraio 2022 le forze armate russe hanno attraversato i confini internazionalmente riconosciuti dell’Ucraina e hanno avviato un’invasione su vasta scala.

Si possono discutere:

  • l’espansione NATO;
  • il fallimento degli accordi di Minsk;
  • il conflitto nel Donbas;
  • le responsabilità occidentali;
  • gli errori ucraini;
  • le occasioni diplomatiche perdute.

Nessuno di questi elementi cancella il fatto che la Federazione Russa abbia iniziato l’operazione militare sul territorio ucraino.

La formula può essere impiegata in modo retorico e semplificatorio, ma non è stata inventata dal nulla. Descrive un fatto fondamentale riconosciuto dalla maggior parte della comunità internazionale.

Verdetto: tentativo di trasformare un dato fattuale in mera propaganda occidentale.

La tesi secondo cui l’Europa “poteva semplicemente non intervenire”

Nel video si afferma che l’Europa avrebbe potuto lasciare la guerra confinata a una dimensione regionale, non intervenire e raggiungere rapidamente un accordo nel marzo 2022.

Questa ricostruzione omette alcune domande:

  • quali garanzie avrebbero protetto l’Ucraina?
  • l’occupazione dei territori sarebbe stata riconosciuta?
  • quale sarebbe stato il destino delle forze russe già presenti?
  • Mosca avrebbe rispettato il futuro accordo?
  • Kyiv era realmente libera di accettare tutte le condizioni?
  • le parti avevano già concordato confini, sicurezza e neutralità?

Nel marzo-aprile 2022 vi furono negoziati concreti e furono esplorate formule di neutralità. Tuttavia, non esiste prova che fosse già pronto un trattato definitivo bloccato esclusivamente dall’Europa o da Boris Johnson.

La guerra, le atrocità emerse nei territori riconquistati, le divergenze sulle garanzie e la situazione militare contribuirono tutte al fallimento.

Verdetto: ricostruzione monocausale di una trattativa molto più complessa.

La storia di Nuland viene deformata

Il video richiama la telefonata intercettata del 2014 tra Victoria Nuland e l’ambasciatore Geoffrey Pyatt come prova che gli Stati Uniti avrebbero letteralmente compilato la lista del nuovo governo ucraino.

La conversazione è autentica. Nuland e Pyatt discutevano le proprie preferenze tra esponenti dell’opposizione e Nuland pronunciò la nota espressione offensiva contro l’Unione Europea.

Questo dimostra ingerenza, pressione diplomatica e volontà americana di influenzare gli sviluppi politici.

Non dimostra però che Washington avesse il potere giuridico di “nominare” il governo o che ogni passaggio successivo fosse stato interamente comandato dagli Stati Uniti. Arsenij Jatsenjuk fu nominato attraverso le istituzioni ucraine e ricevette il voto parlamentare.

La distinzione tra interferire, fare pressione e controllare interamente è fondamentale.

Verdetto: episodio vero utilizzato per sostenere una conclusione più ampia di quanto le prove consentano.

Il gruppo dei Patrioti per l’Europa non risulta “creato dagli Stati Uniti”

Il video sostiene che il gruppo europeo dei Patrioti sarebbe stato:

strutturato, creato e ideato per sostenere Trump e fungere da base politica americana in Europa.

Non vengono prodotti documenti, finanziamenti, comunicazioni interne, direttive americane o testimonianze verificabili.

Il gruppo Patrioti per l’Europa fu promosso nel 2024 principalmente da Viktor Orbán, Andrej Babiš e Herbert Kickl e riunì partiti nazionalisti e sovranisti europei. Molti esponenti erano politicamente vicini a Trump, ma la vicinanza ideologica non prova una creazione operativa da parte di Washington.

Definire tali partiti «asset statunitensi» senza prove è lo stesso metodo che il video rimprovera alla propaganda occidentale: colpevolezza per associazione.

Verdetto: teoria politica non documentata.

La presunta ricerca americana di nuovi referenti per le elezioni italiane del 2027

Gli interlocutori ipotizzano che l’amministrazione Trump stia già individuando candidati e fiduciari nella politica italiana in vista delle elezioni.

Non vengono forniti:

  • nomi;
  • incontri;
  • documenti;
  • finanziamenti;
  • cablogrammi;
  • dichiarazioni;
  • fonti giornalistiche attendibili.

Lo stesso ospite ammette indirettamente che servirebbe una «sfera di cristallo». Dopo questa ammissione, però, costruisce una lunga teoria presentata al pubblico come probabile realtà.

È un esempio classico di insinuazione:

non posso dimostrarlo, ma sappiamo che funziona così.

Verdetto: speculazione priva di riscontri.

D’Alema, Agnelli, Kissinger e Renato Ruggiero

Il racconto secondo cui D’Alema sarebbe stato convocato da Agnelli alla presenza di Kissinger per garantire la nomina di Renato Ruggiero può derivare da una testimonianza pubblica dello stesso D’Alema.

Anche qualora la testimonianza fosse riportata correttamente, proverebbe un tentativo di influenza da parte di personalità potenti e favorevoli alla continuità atlantica.

Non dimostrerebbe però che:

  • Washington abbia “creato tutti i governi italiani”;
  • gli elettori e il Parlamento non abbiano avuto alcun ruolo;
  • ogni governo italiano sia stato imposto direttamente dagli Stati Uniti;
  • l’intera politica nazionale sia spiegabile da un unico centro di comando.

Un episodio specifico non può essere esteso a settant’anni di storia politica senza ulteriori prove.

Verdetto: possibile episodio reale trasformato in teoria generale.

La Russia non ha conquistato Kostiantynivka

Il passaggio fattualmente più grave riguarda il campo di battaglia:

La Russia ha conquistato Kostiantynivka e si è aperta la strada verso Kramatorsk e Sloviansk.

Al momento della verifica, questa affermazione risulta falsa.

Le valutazioni disponibili indicavano che forze russe erano penetrate o operavano in alcune aree, ma non avevano conquistato completamente la città. Il 3 luglio l’Institute for the Study of War aveva esplicitamente definito non supportata dalle prove disponibili la proclamazione russa della conquista; nei giorni successivi registrava ancora posizioni e contrattacchi ucraini nell’area.

Persino fonti che riportavano la rivendicazione russa precisavano che Kyiv negava la caduta della città.

Il video assume quindi la dichiarazione di Mosca come fatto compiuto senza verificarla.

Verdetto: affermazione falsa o perlomeno prematura, derivata dalla propaganda militare russa.

“Dopo Kramatorsk e Sloviansk non esiste più alcuna difesa”

Anche questa è un’esagerazione estrema.

Kramatorsk, Sloviansk, Druzhkivka e Kostiantynivka formano una fascia difensiva molto importante nel Donbas. La loro eventuale perdita sarebbe strategicamente grave.

Non è vero però che dopo quelle città:

  • non esista più alcuna linea di difesa ucraina;
  • non vi siano fiumi, città, fortificazioni e ostacoli naturali;
  • la NATO non abbia «linee di difesa in Europa»;
  • l’esercito russo potrebbe avanzare senza opposizione fino al territorio NATO.

Il video confonde le fortificazioni ucraine del Donbas con l’intero sistema difensivo europeo. La NATO dispone di forze, aeroporti, comandi, brigate multinazionali, sistemi di difesa aerea e piani regionali in diversi Stati membri.

Verdetto: catastrofismo militare privo di fondamento.

“La sconfitta ucraina provocherebbe automaticamente la fine della NATO e dell’UE”

Non esiste alcun automatismo.

Una vittoria russa o un collasso militare ucraino produrrebbero certamente:

  • una crisi politica occidentale;
  • accuse reciproche;
  • divisioni interne;
  • revisione delle strategie;
  • possibili cambiamenti di governo;
  • aumento delle spese militari.

Non è dimostrato che provocherebbero necessariamente lo scioglimento della NATO o dell’Unione Europea.

Anzi, una sconfitta ucraina potrebbe anche produrre l’effetto contrario: maggiore coesione militare tra gli alleati orientali e incremento del riarmo.

Verdetto: previsione presentata impropriamente come conseguenza inevitabile.

“La NATO aprirà nuovi focolai in Moldavia o nel Baltico”

Il video ammette che si tratta di «fantapolitica», ma subito dopo la incorpora nella conclusione generale secondo cui l’Alleanza continuerà inevitabilmente a provocare guerre.

Non vengono presentati piani, direttive, documenti operativi o decisioni ufficiali per aprire deliberatamente nuovi conflitti.

Il Baltico e la Moldavia sono realmente aree a rischio. Tuttavia, attribuire in anticipo qualsiasi possibile crisi a un piano NATO costituisce una forma di pre-attribuzione propagandistica: qualunque cosa accada sarà interpretata come conferma della teoria.

Verdetto: previsione speculativa non verificabile.

“La Russia ha sempre dimostrato buona volontà”

Questa è una rappresentazione selettiva.

La Russia ha partecipato a negoziati, proposto accordi e cercato in vari momenti un’integrazione economica con l’Occidente. È vero anche che Mosca, durante la fase post-sovietica, cercò relazioni più strette con Stati Uniti, G8 e NATO.

Ma ha anche:

  • invaso la Georgia nel 2008;
  • annesso la Crimea nel 2014;
  • sostenuto militarmente i separatisti nel Donbas;
  • riconosciuto unilateralmente entità separatiste;
  • lanciato l’invasione su vasta scala del 2022;
  • avanzato richieste territoriali e politiche incompatibili con la piena sovranità ucraina.

Dire che una sola parte avrebbe mostrato “sempre” buona volontà e l’altra “sempre” aggressività è linguaggio propagandistico.

Verdetto: assoluzione sistematica di Mosca mediante omissione dei fatti contrari.

Le principali tecniche propagandistiche impiegate

Selezione asimmetrica delle fonti

Le dichiarazioni NATO e della Casa Bianca vengono considerate propaganda interessata. Le dichiarazioni russe, iraniane o antioccidentali vengono invece trattate come fatti attendibili senza applicare lo stesso livello di verifica.

Mescolanza tra fatti e opinioni

Il video parte da cifre autentiche — 50 miliardi di contratti, 70 miliardi per l’Ucraina, aumento della spesa — e vi collega conclusioni non dimostrate:

  • l’Europa è una colonia;
  • la minaccia russa è inventata;
  • gli USA vogliono soltanto profitto;
  • l’Iran non ha mai desiderato la bomba;
  • Washington controlla i governi europei.

Assenza di documenti per le accuse più gravi

Le affermazioni centrali non sono accompagnate da:

  • link;
  • citazioni integrali;
  • documenti desecretati;
  • contratti;
  • trascrizioni;
  • dati militari verificabili;
  • fonti indipendenti.

Linguaggio emotivo

Parole come «vassalli», «pezze da piedi», «padrone», «coloniale», «golpista», «russofobi» e «ordini di scuderia» servono a orientare emotivamente il pubblico prima ancora di dimostrare la tesi.

Falsa dicotomia

La narrazione propone soltanto due possibilità:

  • o si accetta l’interpretazione filorussa;
  • oppure si obbedisce alla propaganda NATO.

In realtà è possibile criticare l’espansione della NATO, il riarmo europeo e l’industria bellica americana senza negare l’invasione russa o ripetere la propaganda del Cremlino.

Conclusione

Il video contiene alcuni fatti corretti:

  • il vertice ha promosso nuovi acquisti militari;
  • una parte significativa della spesa europea favorirà aziende americane;
  • l’Ucraina riceverà almeno 70 miliardi di euro;
  • Washington vuole che gli europei sostengano una quota maggiore dei costi;
  • è stata annunciata politicamente una licenza Patriot;
  • esiste un’evidente asimmetria nei rapporti transatlantici.

Ma questi fatti vengono usati come base per una narrazione molto più ampia che non viene dimostrata.

Le affermazioni più deboli o false sono:

  • terrorismo NATO uguale automaticamente a resistenza palestinese;
  • la Russia non costituisce alcuna minaccia;
  • l’Iran non ha mai voluto armi nucleari;
  • i Patrioti europei sono stati creati dagli USA;
  • Washington sta già scegliendo i prossimi dirigenti italiani;
  • Kostiantynivka è stata conquistata;
  • dopo il Donbas non esistono più difese;
  • la sconfitta ucraina dissolverà automaticamente NATO e UE;
  • Mosca ha sempre dimostrato buona volontà;
  • soltanto gli Stati Uniti traggono vantaggio industriale dal riarmo.

La propaganda non consiste necessariamente nell’inventare tutto. Molto più spesso consiste nel prendere mezze verità, eliminarne il contesto, aggiungere insinuazioni e presentare un’interpretazione politica come se fosse la sola realtà possibile. Questo video segue esattamente quel metodo.

Fonti ufficiali

Ucraina e Patriot

Programma nucleare iraniano

  • Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) – Safeguards Report sull’Iran
    https://www.iaea.org

Approfondimenti sul Vertice

Per verificare le dichiarazioni sul campo di battaglia

Queste fonti coprono direttamente i principali temi affrontati nell’articolo: il vertice NATO di Ankara, gli investimenti nella difesa, il sostegno all’Ucraina, la licenza Patriot, il programma nucleare iraniano e l’andamento del conflitto russo-ucraino.

Quando la “controinformazione” rinuncia alle prove: il caso del video che trasforma ipotesi e fonti anonime in verità assolute

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Negli ultimi anni una parte della cosiddetta controinformazione ha costruito il proprio successo denunciando, spesso giustamente, gli errori, le omissioni e la propaganda dei grandi media. Tuttavia, criticare l’informazione ufficiale non significa automaticamente fare buon giornalismo.

Esiste infatti una differenza fondamentale tra mettere in discussione una narrazione e sostituirla con un’altra priva di prove verificabili.

Il video analizzato rappresenta un caso emblematico di questo fenomeno. Per oltre quaranta minuti gli spettatori vengono accompagnati attraverso una narrazione ricca di rivelazioni, “fonti interne”, “informazioni riservate” e presunti retroscena geopolitici che, però, raramente vengono supportati da documenti verificabili.

La conseguenza è un prodotto comunicativo che assomiglia molto più ad una costruzione narrativa che ad un’inchiesta giornalistica.


La costruzione dell’autorità attraverso il mistero

L’intero impianto del video ruota attorno ad un messaggio molto preciso:

“Noi sappiamo quello che nessun altro può raccontare.”

È una tecnica comunicativa estremamente efficace.

Gli autori ripetono continuamente espressioni come:

  • “abbiamo fonti dirette”;
  • “questa è la vera storia”;
  • “i media non possono dirvelo”;
  • “noi conosciamo ciò che accade dietro le quinte.”

Questo approccio crea nello spettatore la sensazione di appartenere ad una ristretta cerchia di persone che hanno finalmente accesso alla “vera verità”.

Ma la credibilità non nasce dall’esclusività.

Nasce dalle prove.

Ed è proprio questo il grande assente dell’intero video.


Le accuse agli Stati Uniti senza alcuna documentazione

Uno dei passaggi centrali sostiene che gli Stati Uniti avrebbero deliberatamente bombardato infrastrutture civili iraniane:

  • linee ferroviarie;
  • ponti ferroviari;
  • infrastrutture logistiche;
  • il porto di Chabahar.

Sono accuse gravissime.

Accuse che, se vere, costituirebbero possibili violazioni del diritto internazionale.

Eppure il pubblico non vede:

  • immagini satellitari;
  • fotografie geolocalizzate;
  • rapporti ONU;
  • analisi OSINT;
  • comunicati ufficiali;
  • verifiche indipendenti.

Le accuse vengono semplicemente raccontate.

Nel giornalismo investigativo questo non basta.

Chi formula accuse di tale portata ha l’onere di dimostrarle.


Dalle infrastrutture ai BRICS: il salto logico

Subito dopo il video compie un secondo passaggio.

Poiché alcune delle infrastrutture sarebbero collegate alla Belt and Road Initiative cinese, gli autori concludono che Washington starebbe attaccando direttamente i BRICS.

Ma questa è una deduzione politica.

Non una prova.

Una ferrovia può essere inserita in un progetto infrastrutturale internazionale senza che ciò dimostri automaticamente quale fosse il reale obiettivo militare di un eventuale attacco.

La conclusione precede la dimostrazione.


La teoria della provocazione delle petroliere

Secondo gli autori gli Stati Uniti avrebbero deliberatamente provocato l’Iran facendo transitare alcune petroliere in modo da ottenere il pretesto per nuovi bombardamenti.

Anche qui manca completamente la documentazione.

Non vengono mostrati:

  • tracciati AIS;
  • comunicazioni navali;
  • rapporti della Marina americana;
  • analisi indipendenti del traffico marittimo.

Il pubblico deve limitarsi a credere alla ricostruzione proposta.

È una modalità narrativa che ricorre frequentemente nelle teorie geopolitiche prive di riscontri documentali.


Trump starebbe “implorando” Teheran

Uno dei temi ricorrenti del video riguarda Donald Trump.

Secondo gli autori sarebbe lui, e non Teheran, a chiedere disperatamente una ripresa dei negoziati attraverso la mediazione pakistana.

La fonte?

“Persone vicine ai negoziatori.”

Non viene mostrato alcun telegramma diplomatico.

Nessuna nota ufficiale.

Nessuna dichiarazione del governo pakistano.

Nessuna conferma indipendente.

Una notizia di enorme rilevanza internazionale viene quindi affidata esclusivamente alla fiducia personale nei confronti degli autori.


La “bomba” sull’uscita iraniana dal Trattato di Non Proliferazione

L’intero video culmina con quella che viene presentata come una rivelazione destinata a cambiare gli equilibri mondiali.

Secondo gli autori una persona appartenente al ristretto entourage di Mojtaba Khamenei avrebbe comunicato l’intenzione dell’Iran di uscire dal Trattato di Non Proliferazione.

Anche in questo caso la notizia si basa esclusivamente su:

  • una fonte anonima;
  • una conversazione privata;
  • una conferma non verificabile.

Nessun documento.

Nessuna comunicazione ufficiale.

Nessun riscontro indipendente.

Per un evento di tale portata il livello di prova richiesto dovrebbe essere eccezionalmente elevato.

Nel video, invece, il pubblico riceve soltanto un racconto.


Quando le ipotesi diventano certezze

Un elemento retorico ricorre costantemente.

Le frasi iniziano quasi sempre con espressioni prudenti:

  • potrebbe;
  • forse;
  • probabilmente;
  • se accadesse.

Pochi minuti dopo, tuttavia, la narrazione cambia.

Quelle stesse possibilità vengono descritte come eventi ormai praticamente inevitabili.

È una tecnica comunicativa molto efficace.

Lo spettatore finisce per ricordare la conclusione, dimenticando che tutto era partito da semplici ipotesi.


I numeri giganteschi senza alcuna verifica

Secondo il video tra Iran e Iraq avrebbero partecipato ai funerali oltre quaranta milioni di persone.

Gli autori arrivano perfino a sostenere che si tratti del più grande funerale della storia dell’umanità.

Una simile affermazione richiederebbe:

  • studi demografici;
  • immagini satellitari;
  • analisi indipendenti;
  • confronti storici documentati.

Nulla di tutto ciò viene presentato.

Il numero viene semplicemente ripetuto.


Il memorandum invisibile

Per diversi minuti viene sostenuto che gli Stati Uniti avrebbero violato ogni singola clausola di un memorandum d’intesa.

Ma quel memorandum:

  • non viene mostrato;
  • non viene citato integralmente;
  • non viene pubblicato;
  • non viene analizzato.

Lo spettatore non ha alcuna possibilità di verificare se ciò che viene raccontato corrisponda realmente al contenuto dell’accordo.


Petrolio e raffinerie: dati reali, conclusioni discutibili

Larry Johnson richiama un elemento reale.

Molte raffinerie americane sono effettivamente progettate per lavorare greggio pesante o “sour”.

Da questo dato, però, viene tratta una conclusione molto più estrema: gli Stati Uniti sarebbero prossimi a rimanere senza petrolio.

Il ragionamento trascura completamente altri fattori fondamentali:

  • la produzione interna americana;
  • le importazioni da Canada e Messico;
  • la possibilità di approvvigionarsi da altri mercati;
  • la flessibilità del sistema energetico.

Ancora una volta un dato corretto viene utilizzato per costruire una conclusione molto più ampia di quanto le evidenze consentano.


Una sola narrazione possibile

Durante tutto il video esiste una sola prospettiva.

L’Iran appare sempre razionale.

Gli Stati Uniti appaiono sempre irrazionali.

Trump viene descritto come disperato.

Washington come ormai priva di alternative.

Non viene mai preso in considerazione alcun elemento che possa complicare questa rappresentazione.

Un’analisi geopolitica seria dovrebbe invece confrontare scenari differenti, valutare dati contrari e discutere i limiti delle proprie ipotesi.

Qui tutto converge verso una sola conclusione.


Il linguaggio della propaganda

Le parole utilizzate non sono neutrali.

Si parla continuamente di:

  • impero del caos;
  • impero della menzogna;
  • pirati;
  • civiltà iraniana;
  • dignità contro barbarie.

È un linguaggio fortemente emotivo.

Serve a rafforzare l’identificazione del pubblico con una delle due parti.

L’analisi lascia spazio alla mobilitazione ideologica.


La forza delle fonti anonime

L’elemento più debole dell’intero video riguarda proprio il metodo.

Le informazioni fondamentali vengono attribuite continuamente a:

  • “fonti interne”;
  • “persone molto vicine”;
  • “nostri contatti”;
  • “fonti confermate”.

Le fonti anonime possono certamente essere utilizzate nel giornalismo.

Ma più grande è l’affermazione, maggiore deve essere il livello delle prove indipendenti che la accompagnano.

Qui tali riscontri non arrivano mai.


Conclusioni

Il video contiene alcuni elementi plausibili e richiama questioni geopolitiche reali, come l’importanza dello Stretto di Hormuz, il peso strategico del petrolio e la possibilità giuridica di un eventuale ritiro iraniano dal Trattato di Non Proliferazione.

Tuttavia, questi aspetti vengono intrecciati con una lunga serie di affermazioni che non sono accompagnate da documentazione verificabile.

Il risultato è una narrazione costruita principalmente su:

  • fonti anonime;
  • deduzioni presentate come fatti;
  • linguaggio emotivo;
  • assenza di contraddittorio;
  • trasformazione delle ipotesi in certezze.

La lezione più importante è forse questa: la qualità dell’informazione non dipende da chi parla, ma dalla solidità delle prove che porta.

Chi critica la propaganda dei grandi media dovrebbe applicare gli stessi standard di rigore anche alle proprie ricostruzioni. Altrimenti il rischio è sostituire una narrazione ideologica con un’altra, chiedendo al pubblico non di verificare i fatti, ma semplicemente di cambiare l’oggetto della propria fiducia.

Fatti contro propaganda: quando l’ideologia sostituisce l’analisi geopolitica

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L’intero ragionamento ruota attorno ad alcuni assi tipici della tradizione marxista-leninista e neo-marxista:

  • l’Occidente viene descritto come unico soggetto imperialista;
  • Stati Uniti e Israele sono rappresentati come il centro assoluto del male geopolitico;
  • Russia e Cina vengono invece presentate come potenze “contenitive” o addirittura stabilizzatrici;
  • la NATO viene ridotta esclusivamente a strumento di aggressione.

Si tratta di una lettura politica legittima, ma non di una descrizione oggettiva della realtà.


«Trump voleva uscire dalla NATO»

Fatti

Donald Trump ha criticato la NATO fin dal 2016.

Ma le sue critiche non erano rivolte all’esistenza dell’Alleanza.

Erano rivolte soprattutto a:

  • mancato rispetto del 2% del PIL per la difesa;
  • squilibrio finanziario tra USA ed Europa;
  • maggiore assunzione di responsabilità da parte degli alleati.

Durante il primo mandato:

  • gli Stati Uniti non sono usciti dalla NATO;
  • hanno aumentato il dispiegamento in Europa orientale;
  • hanno rafforzato la deterrenza verso la Russia;
  • hanno promosso un consistente aumento delle spese militari europee.

Trump ha più volte utilizzato la minaccia dell’uscita come leva negoziale.

È una differenza enorme.


«Trump ha cambiato idea»

Non esattamente.

La posizione di Trump è rimasta sorprendentemente coerente:

Gli USA resteranno nella NATO se gli europei pagheranno la loro parte.

Questa posizione è stata ribadita per anni.

Non rappresenta una retromarcia.


«La NATO nasce per dominare l’Europa»

Questa è una tipica lettura marxista della Guerra Fredda.

La documentazione storica racconta qualcosa di molto più complesso.

La NATO nasce nel 1949 dopo:

  • il colpo di Praga;
  • il blocco di Berlino;
  • l’espansione sovietica nell’Europa orientale;
  • l’annessione forzata dei Paesi baltici;
  • la trasformazione di Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria e Cecoslovacchia in Stati satelliti dell’URSS.

L’obiettivo ufficiale del Trattato di Washington è la difesa collettiva (articolo 5).

Che la NATO abbia poi assunto anche una funzione geopolitica americana è un fatto.

Ma sostenere che sia nata esclusivamente per “dominare l’Europa” significa ignorare completamente il contesto storico del 1948-49.


«La NATO è solo uno strumento di aggressione»

Questa è probabilmente l’affermazione più ideologica del testo.

La realtà è più articolata.

È vero che la NATO è intervenuta:

  • Kosovo
  • Afghanistan
  • Libia

e questi interventi sono stati oggetto di fortissime critiche.

Ma è falso sostenere che l’Alleanza esista esclusivamente per aggredire altri Stati.

Dal 1949:

  • nessun membro NATO è stato conquistato militarmente da un altro Stato;
  • l’articolo 5 è stato invocato una sola volta, dopo gli attentati dell’11 settembre;
  • la maggior parte delle attività NATO riguarda deterrenza, interoperabilità, intelligence e difesa collettiva.

Criticare specifiche operazioni è legittimo.

Trasformare l’intera Alleanza in una macchina esclusivamente offensiva è una semplificazione ideologica.


«Washington Consensus = imperialismo»

Il Washington Consensus è un insieme di politiche economiche formulate alla fine degli anni Ottanta:

  • disciplina fiscale;
  • liberalizzazioni;
  • privatizzazioni;
  • apertura commerciale.

Può essere criticato.

Molti economisti lo criticano.

Ma non coincide con la NATO.

Sono due strumenti completamente differenti.

Nel testo vengono volutamente fusi per creare un’unica narrazione.


«Russia e Cina svolgono una funzione catecontica»

Questa è un’opinione politica.

Non un fatto.

Se davvero fossero semplicemente potenze “contenitive”, come spiegare:

Russia

  • Georgia 2008
  • Crimea 2014
  • Ucraina 2022
  • Siria
  • Wagner in Africa

Cina

  • militarizzazione del Mar Cinese Meridionale;
  • repressione nello Xinjiang;
  • Hong Kong;
  • pressione costante su Taiwan;
  • dispute territoriali con India, Filippine, Vietnam e Giappone.

Anche Mosca e Pechino perseguono interessi geopolitici.

Come ogni grande potenza.


L’imperialismo esiste solo quando è americano?

Qui emerge il vero schema ideologico.

Nel testo:

  • l’espansionismo russo sparisce;
  • quello cinese sparisce;
  • quello iraniano sparisce;
  • quello turco sparisce.

Esiste solo quello americano.

Questa è precisamente la struttura narrativa della propaganda sovietica durante la Guerra Fredda.


La continuità con la propaganda sovietica

Già dagli anni Sessanta, il Dipartimento Internazionale del PCUS e il KGB promuovevano una narrativa fondata su alcuni punti ricorrenti:

  • gli Stati Uniti come unico imperialismo;
  • la NATO come strumento aggressivo;
  • i movimenti antioccidentali come “lotte di liberazione”;
  • l’URSS come forza di pace.

Questa impostazione è documentata anche dalle testimonianze dell’ex generale rumeno Ion Mihai Pacepa, che descrisse numerose campagne di disinformazione sovietica dirette contro gli Stati Uniti e la NATO.

Molti degli schemi retorici presenti nel testo ricalcano quella tradizione, pur adattata al contesto contemporaneo.


L’uso del linguaggio come strumento di propaganda

Il testo è ricco di espressioni emotive:

  • “imperatore a stelle e strisce”;
  • “civiltà del dollaro”;
  • “codino biondo”;
  • “miles gloriosus”;
  • “Washington consensus”;
  • “imperialismo americano”.

Questi termini non aggiungono elementi fattuali.

Servono a orientare emotivamente il lettore.

È una tecnica classica della propaganda politica: sostituire la dimostrazione con etichette e immagini evocative.


La falsa dicotomia morale

L’autore costruisce una contrapposizione netta:

  • USA = aggressori;
  • NATO = aggressione;
  • Israele = imperialismo;
  • Russia e Cina = difensori dell’equilibrio mondiale.

La geopolitica reale è molto più complessa. Tutte le grandi potenze perseguono interessi strategici, utilizzano strumenti di pressione economica, diplomatica e, in alcuni casi, militare. Ridurre il sistema internazionale a una lotta tra un unico “impero del male” e potenze esclusivamente “contenitive” non descrive la realtà: propone una lettura ideologica.

Conclusione

Il testo non dimostra con documenti che la NATO sia nata esclusivamente per il dominio statunitense, né che Trump abbia realmente cambiato posizione in modo incoerente. Mescola fatti verificabili con interpretazioni politiche, usa un linguaggio fortemente connotato e adotta uno schema interpretativo riconducibile alla tradizione anti-imperialista marxista, in cui gli Stati Uniti e i loro alleati sono rappresentati come l’unica fonte dell’instabilità mondiale, mentre le azioni di Russia, Cina e altri attori vengono sostanzialmente omesse o minimizzate.

Una critica alla NATO o alla politica estera degli Stati Uniti è pienamente legittima. Per essere un’analisi rigorosa, però, dovrebbe applicare gli stessi criteri a tutte le grandi potenze, riconoscendone sia le responsabilità sia gli interessi strategici, invece di utilizzare una chiave interpretativa unilaterale.

I soliti cani da riporto della controinformazione italiana fanno propaganda contro Trump e nascondono sempre quello che fa la Cina

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Negli ultimi giorni una parte della cosiddetta controinformazione italiana ha dedicato grande spazio al progetto Trump International Vietnam, presentandolo come l’ennesima prova della presunta immoralità di Donald Trump. Titoli indignati, post virali e commenti infuocati hanno sottolineato il trasferimento di migliaia di tombe e il coinvolgimento di circa 4.000 famiglie interessate dagli espropri necessari alla realizzazione del resort.

È una vicenda che merita attenzione. Quando un grande progetto urbanistico comporta l’allontanamento di comunità locali, la perdita di terreni agricoli o il trasferimento di luoghi di sepoltura, è legittimo porsi domande sul rispetto dei diritti delle persone coinvolte e sull’adeguatezza delle compensazioni.

Il problema nasce quando la stessa severità scompare completamente nel momento in cui i protagonisti non si chiamano Trump, ma Repubblica Popolare Cinese.

È qui che la narrazione smette di essere informazione e diventa selezione politica delle notizie.

Il caso Trump diventa una notizia mondiale

Sul progetto vietnamita si è costruita una narrazione semplice.

Trump viene rappresentato come il diretto responsabile degli espropri, quasi fosse il soggetto che decide chi deve lasciare la propria casa o spostare le tombe degli antenati.

La realtà è più complessa.

Le acquisizioni dei terreni vengono effettuate secondo la legislazione vietnamita dalle autorità locali e dagli sviluppatori autorizzati. La Trump Organization concede il marchio e partecipa alla gestione del progetto, ma non dispone del potere di espropriare terreni in Vietnam.

Ciò non significa che il progetto non possa essere criticato. Significa però che una ricostruzione rigorosa dovrebbe distinguere tra le responsabilità delle autorità vietnamite, degli sviluppatori locali e del partner commerciale internazionale.

Questa distinzione, nella maggior parte dei post virali, semplicemente scompare.

Quando il protagonista è la Cina, il silenzio diventa assordante

Se gli stessi criteri utilizzati contro Trump venissero applicati ai grandi investimenti cinesi nel mondo, assisteremmo probabilmente a una copertura mediatica quotidiana.

Eppure accade esattamente il contrario.

Negli ultimi vent’anni imprese cinesi, spesso sostenute direttamente o indirettamente dallo Stato, hanno partecipato a enormi progetti infrastrutturali e immobiliari in Asia, Africa e America Latina che hanno comportato trasferimenti di popolazioni, demolizioni di villaggi, perdita di terre agricole e profonde trasformazioni ambientali.

Questi casi raramente occupano le prime pagine della controinformazione italiana.

Dara Sakor: decine di migliaia di ettari concessi

In Cambogia il progetto Dara Sakor, sviluppato dalla cinese Union Development Group, ha interessato una concessione di circa 45.000 ettari destinata a resort, aeroporti, infrastrutture turistiche e portuali.

Organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno documentato controversie riguardanti trasferimenti di comunità, compensazioni contestate e impatti ambientali significativi.

Quanti articoli indignati abbiamo letto su questo progetto?

Botum Sakor: resort, casinò e comunità trasferite

Sempre in Cambogia, il progetto di Botum Sakor ha comportato la trasformazione di vaste aree naturali in un complesso comprendente resort, casinò, campo da golf e porto.

Anche in questo caso numerose comunità hanno denunciato di avere perso terreni e mezzi di sostentamento.

La vicenda è stata documentata da organizzazioni internazionali, ma difficilmente è diventata un simbolo della presunta immoralità degli investimenti cinesi.

Rempang Eco-City: migliaia di residenti da trasferire

In Indonesia il progetto Rempang Eco-City, sostenuto anche da investimenti cinesi, ha previsto il trasferimento di circa 7.500 residenti appartenenti a comunità storiche.

Le proteste sono sfociate in scontri con la polizia, uso di gas lacrimogeni e arresti.

La copertura mediatica internazionale è stata limitata e il tema è rimasto pressoché assente nel dibattito della controinformazione italiana.

Hambantota: il simbolo del dibattito sul debito

Il porto di Hambantota, nello Sri Lanka, è diventato uno dei casi più discussi riguardo ai rischi finanziari legati ai grandi investimenti esteri.

Dopo le difficoltà del governo srilankese nel gestire il debito, la gestione del porto è passata per 99 anni a una società cinese.

Economisti e studiosi discutono ancora le cause e le responsabilità dell’operazione, ma è indubbio che si tratti di un progetto di enorme rilevanza geopolitica.

Eppure, anche questo caso riceve un’attenzione molto inferiore rispetto a qualsiasi iniziativa che coinvolga Trump.

Il doppio standard

Il punto centrale non è sostenere che Trump debba essere sottratto alle critiche.

Chi investe in grandi progetti immobiliari deve essere sottoposto a controlli, trasparenza e valutazioni sull’impatto sociale.

Il problema è un altro.

Se si sceglie di denunciare gli espropri, bisogna denunciarli sempre.

Se si ritiene scandaloso il trasferimento di tombe ancestrali, quel principio deve valere indipendentemente dal colore politico o dal Paese dell’investitore.

Se si difendono le comunità locali, occorre farlo anche quando il soggetto coinvolto è una grande impresa cinese o un governo autoritario.

Altrimenti non si sta difendendo un principio.

Si sta semplicemente scegliendo un bersaglio.

La selezione delle notizie costruisce la propaganda

La propaganda moderna raramente consiste nell’inventare completamente una notizia.

Più spesso funziona selezionando quali notizie amplificare e quali relegare nell’ombra.

Il caso Trump in Vietnam esiste ed è legittimo discuterne.

Ma quando progetti analoghi, o persino più estesi, che coinvolgono investitori cinesi producono conseguenze simili su comunità locali, ambiente e territori senza ricevere la stessa attenzione, è inevitabile interrogarsi sui criteri con cui vengono costruite le campagne mediatiche.

Una stampa realmente indipendente dovrebbe applicare lo stesso metro di giudizio a tutti.

Dovrebbe raccontare i fatti indipendentemente dall’identità del protagonista.

Dovrebbe criticare Trump quando vi sono elementi concreti per farlo e criticare con la stessa fermezza la Cina, o qualsiasi altro attore, quando emergono controversie documentate.

Quando invece l’indignazione appare selettiva e ricorrente, il rischio è che il giornalismo perda la propria funzione di controllo del potere e venga percepito come uno strumento di battaglia politica.

Il dibattito pubblico ha bisogno di maggiore coerenza, non di doppi standard. La credibilità dell’informazione si misura proprio nella capacità di applicare gli stessi criteri di analisi a tutti gli attori coinvolti, senza eccezioni.

Fonti sul progetto Trump International Vietnam


Progetti cinesi controversi

Dara Sakor / Botum Sakor (Cambogia)


Rempang Eco City (Indonesia)

  • Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani (OHCHR) – Comunicazione ufficiale sul progetto Rempang Eco-City

https://spcommreports.ohchr.org/TMResultsBase/DownLoadPublicCommunicationFile?gId=28702

  • Amnesty International Indonesia

Hambantota Port (Sri Lanka)

  • Chatham House

https://www.chathamhouse.org

  • Lowy Institute

https://www.lowyinstitute.org

  • Reuters

https://www.reuters.com


Colombo Port City

  • Reuters

https://www.reuters.com

  • World Bank

https://www.worldbank.org


Kyaukpyu Deep Sea Port (Myanmar)

  • International Crisis Group

https://www.crisisgroup.org

  • Reuters

https://www.reuters.com


Myitsone Dam

  • International Rivers
  • Reuters

https://www.reuters.com


Lower Sesan 2 Dam

  • International Rivers
  • Human Rights Watch

https://www.hrw.org


Laos Railway

  • World Bank

https://www.worldbank.org

  • Asian Development Bank

https://www.adb.org


Gwadar Port

  • Reuters

https://www.reuters.com

  • International Crisis Group

https://www.crisisgroup.org


CPEC (China Pakistan Economic Corridor)

  • World Bank

https://www.worldbank.org

  • International Crisis Group

https://www.crisisgroup.org


Vietnam: sistema degli espropri

  • World Bank – Compulsory Land Acquisition and Voluntary Land Conversion in Vietnam

https://documents.worldbank.org

  • Human Rights Watch – Vietnam

https://www.hrw.org/asia/vietnam


Caso Thủ Thiêm

  • Asia Sentinel

https://www.asiasentinel.com/p/vietnam-land-coercion-not-consensus

  • Human Rights Watch

https://www.hrw.org


Ecopark Văn Giang

  • ecoi.net

https://www.ecoi.net/en/document/1088998.html


Angkor – Trasferimento delle comunità

  • Amnesty International – Rapporto su Angkor

https://www.amnesty.org/en/wp-content/uploads/2023/11/ASA2373742023ENGLISH.pdf


Organizzazioni internazionali

  • Human Rights Watch

https://www.hrw.org

  • Amnesty International

https://www.amnesty.org

  • United Nations OHCHR

https://www.ohchr.org

  • World Bank

https://www.worldbank.org

  • Asian Development Bank

https://www.adb.org

  • International Crisis Group

https://www.crisisgroup.org

  • Reuters

https://www.reuters.com

  • Voice of America

https://www.voanews.com

Ecco perché i cani da riporto della controinformazione “propaganda” italiana sono diventati gli eredi della propaganda marxista sovietica

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Dalla rivoluzione mondiale alla guerra delle narrazioni: come l’Unione Sovietica trasformò il conflitto israelo-palestinese in una causa globale

Introduzione

Durante la Guerra Fredda la competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica non si combatté soltanto con missili nucleari, divisioni corazzate e servizi segreti. Una parte fondamentale dello scontro riguardava il controllo della narrazione politica mondiale.

Mosca comprese molto presto che conquistare il consenso internazionale poteva essere altrettanto importante quanto conquistare territori. Per questo investì enormi risorse nella propaganda, nella disinformazione, nelle organizzazioni internazionali, nei movimenti rivoluzionari e nelle campagne ideologiche capaci di influenzare l’opinione pubblica occidentale.

Secondo numerosi studiosi della Guerra Fredda e diversi ex funzionari dei servizi di intelligence del blocco sovietico, il Cremlino sviluppò una strategia sofisticata: trasformare ogni conflitto regionale in una battaglia universale tra oppressi e oppressori.

Tra tutti i casi, quello israelo-palestinese rappresenta probabilmente l’esempio più significativo.


La strategia sovietica della “guerra politica”

Negli anni Sessanta Mosca comprese che il capitalismo occidentale non poteva essere sconfitto esclusivamente sul piano militare.

L’URSS aveva ormai preso atto della superiorità economica americana e della deterrenza nucleare reciproca.

La soluzione diventò quindi diversa.

L’obiettivo era conquistare le università occidentali, i movimenti studenteschi, gli intellettuali, i sindacati, i movimenti pacifisti e tutte quelle organizzazioni capaci di orientare l’opinione pubblica.

Questa strategia viene oggi definita da numerosi storici come political warfare o active measures.

Le cosiddette Misure Attive comprendevano:

  • propaganda internazionale;
  • campagne di disinformazione;
  • infiltrazione culturale;
  • sostegno economico ai movimenti rivoluzionari;
  • finanziamento di organizzazioni politiche;
  • utilizzo delle agenzie stampa;
  • operazioni psicologiche.

L’obiettivo non era soltanto convincere.

Era modificare il modo in cui le persone interpretavano la realtà.


Il sostegno sovietico ai movimenti rivoluzionari

Tra gli anni Sessanta e Ottanta l’Unione Sovietica, insieme al KGB e ai servizi dei paesi satelliti, sostenne numerosi movimenti armati.

Tra questi:

  • FARC in Colombia;
  • ELN;
  • Sandinisti in Nicaragua;
  • MPLA in Angola;
  • FRELIMO in Mozambico;
  • Viet Cong;
  • Fronte Polisario;
  • numerose organizzazioni marxiste in America Latina.

Anche il Medio Oriente divenne rapidamente un teatro centrale.

L’Egitto di Nasser ricevette enormi quantità di armamenti sovietici.

La Siria divenne uno dei principali alleati di Mosca.

L’Iraq baathista mantenne per anni stretti rapporti militari con l’URSS.

All’interno di questo quadro si inserisce anche la questione palestinese.


Un fatto storico spesso dimenticato: l’OLP nasce nel 1964

Uno dei dati storici più importanti è cronologico.

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) venne fondata nel 1964, durante il vertice della Lega Araba al Cairo.

La Guerra dei Sei Giorni scoppiò invece nel giugno del 1967.

Questo significa che, da un punto di vista strettamente cronologico, l’OLP precede l’occupazione israeliana di Cisgiordania e Gaza.

Questo dato non implica, da solo, conclusioni sulle motivazioni del conflitto, ma è rilevante quando si esaminano affermazioni secondo cui l’OLP sarebbe nata esclusivamente come risposta all’occupazione del 1967.

La Carta Nazionale Palestinese del 1964 definiva già come obiettivo la “liberazione della Palestina”, riferendosi al territorio del Mandato britannico precedente alla nascita di Israele.


Dopo il 1967 cambia la comunicazione

La sconfitta araba nella Guerra dei Sei Giorni modificò profondamente la strategia politica.

Il nazionalismo panarabo di Nasser entrò in crisi.

Da quel momento la questione palestinese assunse un ruolo autonomo.

Fu proprio in questo periodo che il conflitto iniziò ad essere presentato sempre più come una lotta nazionale di liberazione piuttosto che come uno scontro tra Stati arabi e Israele.

Questa trasformazione comunicativa coincise con il crescente sostegno diplomatico, militare e politico fornito dall’Unione Sovietica a diversi gruppi palestinesi.


Ion Mihai Pacepa e le accuse sulle strategie del KGB

Uno dei testimoni più citati su questo tema è Ion Mihai Pacepa, ex generale della Securitate romena e vicecapo dell’intelligence estera della Romania comunista.

Nel 1978 Pacepa disertò negli Stati Uniti.

Successivamente pubblicò diversi libri, tra cui:

  • Red Horizons
  • Disinformation

Secondo Pacepa, il KGB avrebbe svolto un ruolo fondamentale nella costruzione della narrativa internazionale riguardante la causa palestinese.

Le sue affermazioni sostengono che Mosca incoraggiò la trasformazione del conflitto da guerra araba contro Israele a lotta di liberazione nazionale, più facilmente spendibile presso i movimenti progressisti occidentali.

È importante sottolineare che queste ricostruzioni sono influenti ma non universalmente accettate dagli storici: rappresentano la testimonianza di un ex alto funzionario dell’intelligence, corroborata in parte da documentazione emersa dopo la Guerra Fredda, ma oggetto di dibattito nella storiografia.


Le dichiarazioni di Zuhair Muhsin

Uno dei documenti più citati riguarda un’intervista rilasciata nel 1977 da Zuhair Muhsin, dirigente dell’OLP e leader dell’organizzazione filo-siriana al-Sa’iqa.

In un’intervista al quotidiano olandese Trouw, Muhsin affermò:

“Il popolo palestinese non esiste. La creazione di uno Stato palestinese è solo un mezzo per continuare la nostra lotta contro Israele.”

Aggiunse inoltre che:

“Tra giordani, palestinesi, siriani e libanesi non esistono differenze.”

Queste dichiarazioni vengono spesso richiamate per sostenere che, almeno per una parte della leadership dell’epoca, l’identità nazionale palestinese fosse concepita anche come strumento politico. Tuttavia, esse riflettono la posizione di Muhsin e della corrente filo-siriana cui apparteneva, non necessariamente quella dell’intera leadership palestinese o della popolazione.


Dalla guerra alla causa morale

Uno dei maggiori successi della propaganda moderna consiste nel cambiare il linguaggio.

Non si parla più di conquista.

Si parla di liberazione.

Non si parla di guerra.

Si parla di resistenza.

Non si parla di interessi geopolitici.

Si parla di diritti umani.

Questa trasformazione semantica è stata studiata anche da numerosi ricercatori della comunicazione politica.

Il linguaggio modifica il modo in cui il pubblico interpreta gli eventi.


L’influenza nelle università occidentali

Negli anni Settanta e Ottanta molti movimenti studenteschi europei e americani iniziarono ad adottare il lessico della rivoluzione anticoloniale.

Il conflitto israelo-palestinese venne progressivamente inserito nello stesso quadro ideologico utilizzato per Vietnam, Algeria, Sudafrica e America Latina.

Questa lettura contribuì a consolidare una visione del conflitto in termini di colonialismo, imperialismo e liberazione nazionale.

La diffusione di tali categorie fu favorita anche dal sostegno sovietico a conferenze internazionali, reti di solidarietà e organizzazioni politiche vicine al blocco orientale.


Le “Misure Attive” e la disinformazione

Dopo l’apertura di numerosi archivi dell’ex blocco sovietico e le ricerche di studiosi come Christopher Andrew e Vasili Mitrokhin, è emerso come il KGB investisse enormi risorse nelle cosiddette active measures.

Tra queste figuravano:

  • diffusione di notizie false;
  • sostegno a campagne propagandistiche;
  • creazione di organizzazioni di facciata;
  • utilizzo di giornalisti e opinion leader;
  • produzione di documenti contraffatti;
  • operazioni per influenzare il dibattito pubblico occidentale.

L’obiettivo era amplificare le divisioni interne delle democrazie e delegittimare gli avversari.


La forza delle narrazioni

Una narrazione efficace non richiede necessariamente informazioni false.

È sufficiente selezionare alcuni elementi reali, ometterne altri e inserirli in una cornice interpretativa coerente.

La propaganda moderna funziona spesso in questo modo.

Non inventa sempre i fatti.

Li organizza in una storia che orienta il giudizio del pubblico.

È un fenomeno studiato dalla psicologia cognitiva e dalle scienze della comunicazione con il concetto di framing: il modo in cui un evento viene presentato influenza profondamente la percezione che le persone ne hanno.


Comprendere il contesto senza semplificare

Riconoscere il ruolo svolto dalla propaganda sovietica non significa negare l’esistenza delle aspirazioni nazionali palestinesi, né esaurire le cause del conflitto israelo-palestinese. La storia della regione è il risultato di fattori molteplici: il crollo dell’Impero ottomano, il Mandato britannico, il nazionalismo arabo, il sionismo, le guerre arabo-israeliane, le decisioni delle grandi potenze e le dinamiche interne delle società coinvolte.

Tuttavia, ignorare l’intenso coinvolgimento dell’Unione Sovietica nella dimensione propagandistica e diplomatica del conflitto significherebbe trascurare un elemento documentato della Guerra Fredda.


Conclusioni

La Guerra Fredda non si combatté soltanto con i carri armati, ma anche con le idee, le parole e le immagini.

L’Unione Sovietica comprese molto presto che le democrazie occidentali potevano essere influenzate non solo attraverso il confronto militare, ma anche mediante campagne di comunicazione, sostegno ai movimenti rivoluzionari e costruzione di narrazioni capaci di fare leva su valori universalmente condivisi come autodeterminazione, diritti umani e anticolonialismo.

La fondazione dell’OLP nel 1964, precedente alla Guerra dei Sei Giorni, le testimonianze di Ion Mihai Pacepa sul ruolo delle “Misure Attive” del KGB e le dichiarazioni di Zuhair Muhsin costituiscono elementi che alimentano il dibattito storiografico sulla dimensione geopolitica e propagandistica del conflitto.

Studiare questi aspetti non significa ridurre una vicenda complessa a un’unica spiegazione, ma comprendere come, nelle guerre moderne, il controllo della narrazione possa essere tanto decisivo quanto il controllo del territorio. Analizzare criticamente fonti, documenti e contesti storici resta essenziale per distinguere tra ricostruzioni supportate dalle prove, interpretazioni controverse e propaganda di qualsiasi provenienza.

Fonti e riferimenti

  • Ion Mihai Pacepa, Red Horizons (1987).
  • Ion Mihai Pacepa e Ronald J. Rychlak, Disinformation (2013).
  • Christopher Andrew e Vasili Mitrokhin, The Mitrokhin Archive (Vol. I e II).
  • Barry Rubin, The Transformation of Palestinian Politics.
  • Walter Laqueur, The Israel-Arab Reader.
  • Testo della Carta Nazionale Palestinese del 1964 e successive revisioni.
  • Intervista di Zuhair Muhsin al quotidiano olandese Trouw (31 marzo 1977).
  • Documentazione declassificata sulle Active Measures del KGB disponibile presso il Wilson Center Digital Archive e gli archivi della CIA.

Fonti storiche


Propaganda sovietica e Misure Attive


Ion Mihai Pacepa


OLP e storia del conflitto


Zuhair Muhsin

Nota: questa pagina riproduce e commenta la celebre intervista. Poiché il testo originale di Trouw non è facilmente accessibile online, è consigliabile segnalare che si tratta di una citazione riportata da fonti successive.


Studi accademici

Trump: “Se l’Iran riuscisse ad assassinarmi, ho già lasciato istruzioni”. La nuova escalation che cambia la deterrenza tra Washington e Teheran

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Le tensioni tra Stati Uniti e Iran hanno raggiunto un livello senza precedenti.

In una dichiarazione destinata ad avere un enorme impatto geopolitico, il presidente Donald Trump ha rivelato di aver già impartito istruzioni precise nel caso in cui l’Iran riuscisse ad assassinarlo.

Secondo quanto riportato dal New York Post, Trump avrebbe affermato:

“Se dovesse accadere, bombarderanno l’Iran a livelli che non hanno mai visto.”

Una frase che rappresenta molto più di una semplice dichiarazione politica: è un messaggio di deterrenza strategica rivolto direttamente alla leadership iraniana.


Un messaggio studiato per essere ascoltato a Teheran

Le parole di Trump non sembrano rivolte principalmente all’opinione pubblica americana.

Sono un messaggio destinato ai vertici della Repubblica Islamica.

L’obiettivo è chiarissimo:

  • eliminare qualsiasi incentivo ad un attentato;
  • aumentare il costo strategico di un’eventuale operazione;
  • ribadire che una decapitazione della leadership americana non fermerebbe la risposta degli Stati Uniti.

Si tratta di una classica logica di deterrenza.

In sostanza il messaggio è:

“Anche se riusciste ad eliminarmi, il risultato sarebbe la vostra completa distruzione.”


Perché Trump continua a considerarsi il bersaglio numero uno

Trump sostiene da tempo di essere il principale obiettivo dell’Iran.

La motivazione è nota.

Nel gennaio 2020 fu proprio lui ad autorizzare l’operazione che eliminò il generale Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds dei Pasdaran.

Per Teheran quell’operazione rappresenta ancora oggi uno dei più gravi colpi subiti dalla Repubblica Islamica.

Da allora numerosi esponenti iraniani hanno parlato pubblicamente della necessità di “vendicare” Soleimani.

Negli ultimi anni il Dipartimento di Giustizia americano ha inoltre incriminato diversi individui accusati di aver preso parte a presunti complotti iraniani contro funzionari statunitensi, incluso Trump.


Le nuove informazioni dell’intelligence

Secondo indiscrezioni riportate in queste ore, Israele avrebbe condiviso con Washington nuove informazioni riguardanti un presunto piano specifico per colpire Donald Trump.

Le autorità americane non hanno reso pubblici i dettagli operativi.

Lo stesso Trump ha comunque confermato che la minaccia nei suoi confronti viene considerata reale e permanente.


Perché rendere pubbliche queste istruzioni?

Una domanda inevitabile.

Se davvero esistono istruzioni operative, perché divulgarle?

La risposta appartiene alla teoria della deterrenza nucleare e militare.

Le istruzioni funzionano soltanto se il potenziale avversario sa che esistono.

Durante la Guerra Fredda Stati Uniti e Unione Sovietica costruirono l’intero equilibrio strategico proprio sulla certezza della rappresaglia.

L’idea era semplice:

nessuno avrebbe attaccato per primo se fosse stato sicuro della distruzione successiva.

Trump sembra voler applicare la stessa logica.


Una risposta automatica?

Trump non ha specificato la natura tecnica delle istruzioni.

Non è noto se esistano:

  • ordini presidenziali già firmati;
  • piani operativi del Pentagono;
  • direttive riservate al Consiglio di Sicurezza Nazionale.

Le procedure di continuità del governo americano prevedono comunque meccanismi che consentono la prosecuzione della catena di comando anche nel caso in cui il Presidente venga ucciso o reso incapace di esercitare le proprie funzioni.

Le parole di Trump sembrano voler rafforzare proprio questa idea:

la risposta americana non dipenderebbe dalla sopravvivenza del Presidente.


Le dichiarazioni arrivano nel pieno della crisi

Le affermazioni del Presidente arrivano mentre la situazione militare tra Washington e Teheran continua a deteriorarsi.

Negli ultimi giorni:

  • sono ripresi gli scontri militari;
  • il cessate il fuoco è stato dichiarato concluso;
  • Trump ha confermato che i colloqui potranno proseguire, ma senza ripristinare automaticamente la tregua;
  • gli Stati Uniti hanno mantenuto un atteggiamento estremamente duro verso Teheran.

Questa combinazione rende le dichiarazioni ancora più significative.


La comunicazione come arma strategica

Nel XXI secolo la comunicazione politica è diventata parte integrante della guerra.

Le dichiarazioni pubbliche possono produrre effetti concreti quanto alcuni movimenti militari.

Quando un Presidente annuncia pubblicamente di aver lasciato istruzioni per una rappresaglia devastante, non sta semplicemente parlando ai giornalisti.

Sta comunicando direttamente:

  • ai servizi segreti iraniani;
  • ai Pasdaran;
  • agli alleati;
  • agli avversari regionali;
  • ai mercati internazionali.

Ogni parola viene analizzata come parte della strategia complessiva.


Il rischio di errori di calcolo

Proprio per questo motivo cresce anche il rischio di incomprensioni.

In situazioni di forte tensione:

  • una dichiarazione può essere interpretata come una minaccia imminente;
  • una mossa difensiva può apparire offensiva;
  • un errore di valutazione può innescare un’escalation difficilmente controllabile.

La storia della Guerra Fredda dimostra quanto gli incidenti e gli errori di interpretazione abbiano più volte portato il mondo vicino a uno scontro diretto tra grandi potenze.


Una deterrenza sempre più personale

Un elemento distingue questa crisi da molte precedenti.

La deterrenza non riguarda soltanto gli Stati.

Riguarda direttamente la figura del Presidente americano.

Trump lega esplicitamente la propria sicurezza personale alla risposta militare degli Stati Uniti.

In questo modo trasforma un eventuale attentato contro il Capo dello Stato in un possibile casus belli dalle conseguenze devastanti.


Conclusioni

Le parole di Donald Trump rappresentano una delle dichiarazioni più dure pronunciate nei confronti dell’Iran negli ultimi anni.

Dal punto di vista strategico il messaggio è inequivocabile:

qualsiasi tentativo di eliminare il Presidente degli Stati Uniti comporterebbe una risposta militare di proporzioni eccezionali.

Resta da vedere se questa comunicazione rafforzerà la deterrenza o contribuirà ad aumentare ulteriormente la tensione in una regione già profondamente instabile.

Una cosa, però, appare evidente: nella crisi tra Washington e Teheran la guerra delle dichiarazioni è ormai diventata parte integrante del confronto geopolitico.

Fonti

Chat Control: mentre tutti parlano di Palantir, il vero dibattito dovrebbe riguardare la costruzione dell’infrastruttura europea della sorveglianza digitale

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I cani da riporto della controinformazione: ossessionati da Palantir, ma in silenzio sulla vera infrastruttura europea del controllo digitale, che implementa algoritmi Cinesi per il controllo sociale?

Negli ultimi anni il dibattito pubblico sulla sorveglianza digitale è stato spesso ridotto a un nome: Palantir.

Per una parte della controinformazione europea, l’azienda americana rappresenterebbe il simbolo assoluto del controllo tecnologico occidentale. Video, conferenze e articoli si concentrano quasi esclusivamente su questa società, mentre un processo ben più ampio e strutturato procede quasi nell’indifferenza generale: la costruzione di una vera infrastruttura europea per l’identità digitale, la condivisione dei dati e il controllo delle comunicazioni.

Il caso della Chat Control è emblematico.

Con la giustificazione della lotta contro gli abusi sui minori – obiettivo sul quale esiste un consenso praticamente unanime – l’Unione Europea discute da anni strumenti che, secondo numerosi esperti di cybersicurezza, giuristi e associazioni per i diritti digitali, potrebbero incidere profondamente sulla riservatezza delle comunicazioni private.

Il punto centrale della critica non riguarda la necessità di combattere la criminalità, ma il metodo.

Quando si introducono sistemi capaci di analizzare automaticamente comunicazioni private, immagini, file e metadati, il confine tra indagine mirata e sorveglianza generalizzata diventa sempre più sottile.

È proprio questo il motivo per cui organizzazioni come la Electronic Frontier Foundation, European Digital Rights (EDRi), Mozilla, Signal, WhatsApp e numerosi esperti di crittografia hanno espresso forti riserve sui progetti europei che potrebbero indebolire la crittografia end-to-end o richiedere la scansione preventiva dei contenuti.

Eppure gran parte del dibattito alternativo continua a concentrarsi quasi esclusivamente su Palantir.

Una scelta curiosa.

Perché il vero cambiamento strutturale non dipende da una singola azienda privata, ma dall’insieme delle infrastrutture digitali che l’Europa sta costruendo: identità digitale europea (EUDI Wallet), interoperabilità tra banche dati pubbliche, servizi digitali transfrontalieri, sistemi di verifica dell’identità e nuove norme sulla gestione delle informazioni digitali.

Presi singolarmente, questi strumenti possono avere finalità legittime: semplificare l’accesso ai servizi pubblici, ridurre le frodi, migliorare l’interoperabilità amministrativa.

La questione politica nasce quando queste infrastrutture vengono osservate nel loro insieme.

Ogni nuovo sistema raccoglie dati.

Ogni nuova piattaforma aumenta le possibilità di collegare informazioni provenienti da fonti differenti.

Ogni nuova normativa amplia il numero di soggetti che possono accedere, elaborare o verificare dati personali.

Il risultato è un ecosistema digitale sempre più centralizzato.

Questo non significa che esista oggi una “sorveglianza totale”, ma significa che le capacità tecnologiche delle istituzioni aumentano progressivamente e meritano un controllo democratico rigoroso.

Ed è qui che emerge una contraddizione.

Molti commentatori dedicano ore di analisi alle piattaforme americane, ma raramente affrontano con la stessa intensità il tema dell’architettura normativa europea.

La critica diventa selettiva.

Si denuncia il software statunitense, ma si presta molta meno attenzione ai regolamenti europei che definiscono come dati, identità digitali e servizi pubblici potranno essere collegati e utilizzati in futuro.

Un dibattito serio dovrebbe interrogarsi su entrambe le dimensioni.

Quali garanzie impediranno un uso improprio delle nuove infrastrutture digitali?

Chi controllerà realmente gli accessi ai dati?

Quali limiti impediranno che strumenti introdotti per finalità specifiche vengano successivamente estesi ad altri ambiti?

Come sarà garantita la tutela della crittografia e della riservatezza delle comunicazioni?

Sono queste le domande che meritano risposte.

La tutela dei minori e la sicurezza pubblica sono obiettivi fondamentali, ma anche la protezione della privacy, della libertà di espressione e della segretezza delle comunicazioni costituiscono pilastri dello Stato di diritto.

Ridurre il confronto a slogan contro una singola azienda rischia di oscurare il tema più importante: la trasformazione dell’infrastruttura digitale europea e l’equilibrio, sempre più delicato, tra sicurezza, innovazione e libertà fondamentali.

Chat Control: la proroga passa tra le polemiche. ESN denuncia uno “scandalo democratico”

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Gli Italiani che hanno votato a favore:

La nostra costituzione:

Il dibattito europeo sulla cosiddetta Chat Control continua a dividere il Parlamento europeo e ad alimentare forti tensioni sul rapporto tra sicurezza e libertà fondamentali.

Nelle ultime ore il gruppo Europe of Sovereign Nations (ESN) ha denunciato pubblicamente quanto avvenuto durante il voto sulla proroga delle misure temporanee che consentono ai fornitori di servizi di comunicazione online di individuare e segnalare volontariamente materiale relativo agli abusi sessuali sui minori.

Secondo ESN, la richiesta di rigettare la proroga ha ottenuto una maggioranza semplice dei voti espressi, ma non la maggioranza assoluta richiesta dal regolamento parlamentare per essere approvata. La conseguenza è stata il mancato rigetto della proposta.

Ciò che il gruppo politico contesta maggiormente non è soltanto l’esito della votazione, ma il fatto che il tema sia stato sottoposto a una nuova votazione. Secondo ESN, la decisione di riportare il provvedimento all’ordine del giorno rappresenterebbe una forzatura procedurale che definisce uno “scandalo democratico“.

Nel messaggio diffuso sui social, ESN ha dichiarato:

“La richiesta di rigetto della proroga della Chat Control ha ottenuto una maggioranza, ma non quella assoluta richiesta. Il fatto che si sia votato nuovamente su questo tema è uno scandalo democratico: non avrebbe mai dovuto essere inserito nuovamente all’ordine del giorno.”

Il gruppo ha inoltre espresso un ringraziamento pubblico all’eurodeputata Mary Khan, elogiandone l’impegno durante l’intera battaglia parlamentare:

“Hai combattuto come una leonessa.”

Cos’è la Chat Control

Con il termine “Chat Control” vengono indicate una serie di iniziative legislative europee finalizzate a contrastare la diffusione online di materiale pedopornografico e l’adescamento di minori.

Il tema è estremamente controverso perché, pur perseguendo un obiettivo condiviso come la tutela dei minori, molte organizzazioni per i diritti digitali, esperti di cybersicurezza e giuristi hanno espresso forti preoccupazioni riguardo al possibile impatto sulla privacy, sulla crittografia end-to-end e sulla riservatezza delle comunicazioni private.

Secondo i critici, l’introduzione di sistemi di scansione automatica delle comunicazioni potrebbe creare un precedente capace di estendere in futuro forme di sorveglianza di massa incompatibili con i principi fondamentali dell’Unione Europea.

I sostenitori della normativa, al contrario, ritengono che strumenti tecnologici di rilevazione siano indispensabili per contrastare reti criminali sempre più sofisticate e proteggere efficacemente i minori.

Una battaglia destinata a continuare

Il voto non chiude il confronto politico.

Il dossier sulla Chat Control rimane uno dei più delicati dell’intera legislatura europea perché coinvolge contemporaneamente sicurezza, tutela dei minori, privacy, crittografia e diritti fondamentali.

La forte reazione di ESN dimostra come il tema sia ormai diventato anche uno scontro sul funzionamento delle istituzioni europee e sulle procedure parlamentari utilizzate per approvare provvedimenti particolarmente controversi.

Nei prossimi mesi il dibattito è destinato a proseguire, mentre Parlamento, Consiglio e Commissione continueranno a confrontarsi sulla futura disciplina delle comunicazioni digitali nell’Unione Europea.

Fonti

  • Parlamento europeo – documentazione legislativa sulla proposta “Chat Control”.
  • Consiglio dell’Unione Europea – negoziati sulla proposta di regolamento per la prevenzione degli abusi sessuali sui minori online.
  • Comunicato pubblico del gruppo Europe of Sovereign Nations (ESN) relativo alla votazione sulla proroga della Chat Control.

I soliti cani da riporto della controinformazione: quando l’ideologia sostituisce i documenti e la propaganda si traveste da analisi geopolitica

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La controinformazione dovrebbe nascere da un principio semplice: verificare ciò che il potere racconta, cercare i documenti, distinguere i fatti dalle opinioni, separare le ipotesi dalle prove. Quando però questo metodo viene abbandonato, la controinformazione smette di essere uno strumento di ricerca e diventa il suo contrario: propaganda ideologica travestita da analisi.

È esattamente ciò che emerge da una recente narrazione costruita attorno agli attacchi americani contro l’Iran, al vertice NATO di Ankara, alla revoca della licenza petrolifera concessa a Teheran e al riavvicinamento tra Stati Uniti e Turchia. Il racconto parte da fatti reali, ma li piega subito dentro una cornice già decisa: gli Stati Uniti avrebbero deliberatamente riaperto la guerra, avrebbero organizzato una provocazione navale nello Stretto di Hormuz, avrebbero sabotato un memorandum sfavorevole e starebbero usando la NATO per drenare risorse europee verso il complesso militare-industriale americano.

Il problema non è criticare gli Stati Uniti, la NATO o le scelte militari occidentali. Il problema è farlo senza documenti.

I fatti reali esistono. Il Comando Centrale americano ha confermato che il 7 luglio 2026 le forze statunitensi hanno colpito oltre 80 obiettivi in Iran con munizionamento di precisione, definendo l’operazione una risposta agli attacchi iraniani contro navi commerciali nello Stretto di Hormuz. Questo è un dato documentato da CENTCOM.

Anche la revoca della licenza petrolifera iraniana è documentata. L’Office of Foreign Assets Control del Tesoro americano ha comunicato il 7 luglio 2026 la revoca della General License X e la sua sostituzione con la General License X1, destinata alla chiusura graduale dell’autorizzazione del 21 giugno relativa alla produzione, consegna e vendita di petrolio greggio, prodotti petrolchimici e prodotti petroliferi di origine iraniana.

Anche il vertice NATO di Ankara è documentato. Il Segretario generale dell’Alleanza ha confermato l’impegno degli alleati verso il 5% del PIL per difesa e sicurezza entro il 2035 e almeno 70 miliardi di euro in equipaggiamenti militari, assistenza e addestramento all’Ucraina per quest’anno e per il prossimo.

Il riavvicinamento tra Washington e Ankara è altrettanto reale. Reuters ha riportato che Donald Trump ha annunciato l’intenzione di rimuovere le sanzioni contro la Turchia e di valutare la possibile vendita degli F-35, pur con ostacoli legali e congressuali ancora aperti.

Fin qui siamo nel campo dei fatti. Da qui in poi, però, comincia la costruzione propagandistica.

La prima affermazione centrale è che gli Stati Uniti avrebbero “probabilmente” ordinato a cinque imbarcazioni, tra cui petroliere, di violare deliberatamente disposizioni iraniane nello Stretto di Hormuz per provocare una reazione e giustificare i bombardamenti. È un’accusa enorme. Se fosse vera, implicherebbe una provocazione militare deliberata, costruita per creare un casus belli.

Ma dove sono le prove?

Per sostenere un’accusa di questo tipo servirebbero ordini operativi, comunicazioni intercettate, dati AIS delle navi, testimonianze degli armatori, documenti assicurativi, rapporti delle autorità marittime o almeno una ricostruzione tecnica indipendente. Nulla di tutto questo viene presentato. L’intera accusa nasce da un “probabilmente” e viene poi trattata come una certezza.

Questo è il primo trucco propagandistico: usare una parola cautelativa all’inizio, per poi costruirci sopra una narrazione assoluta. Si parte da “probabilmente” e si arriva a “è chiaro che”. Ma nel mezzo non compare alcun documento.

Il secondo punto riguarda lo stato militare dell’Iran. La narrazione sostiene che Teheran avrebbe conservato intatte le proprie capacità offensive, che i magazzini missilistici sarebbero ancora pieni, che i lanciatori sarebbero operativi, che l’aviazione sarebbe “perfettamente efficiente”, che le difese radar sarebbero state rinnovate e che continuerebbero ad arrivare sistemi d’arma dalla Cina.

Anche qui, le affermazioni sono tecniche e molto precise. Proprio per questo richiederebbero prove tecniche.

Dove sono le immagini satellitari? Dove sono i rapporti sulle basi colpite? Dove sono i dati sulle sortite aeree iraniane? Dove sono le prove di consegne cinesi successive agli attacchi? Dove sono le valutazioni indipendenti sulle perdite effettive delle difese radar?

Non vengono mostrate. La conseguenza è semplice: quella non è un’analisi militare, ma una dichiarazione di fiducia ideologica nella resilienza iraniana.

Che l’Iran possa conservare capacità offensive è possibile. Che sia stato degradato solo parzialmente è possibile. Che alcuni sistemi siano sopravvissuti è possibile. Ma “possibile” non significa “dimostrato”. La differenza tra un analista e un propagandista sta proprio qui: il primo misura l’incertezza, il secondo la cancella.

Il terzo punto riguarda il memorandum tra Stati Uniti e Iran. La narrazione sostiene che quell’intesa fosse talmente sfavorevole a Washington da costringere gli Stati Uniti a sabotarla, revocare la licenza petrolifera e tornare ai bombardamenti per ragioni di politica interna.

Anche qui, il dato reale viene piegato oltre ciò che dimostra.

È vero che l’OFAC ha revocato la licenza petrolifera del 21 giugno e l’ha sostituita con una licenza di chiusura graduale. È vero che questo rappresenta un cambio di linea rispetto all’autorizzazione precedente. Ma il documento OFAC non dice che il memorandum fosse “una sconfitta” per gli Stati Uniti. Non dice che Washington lo abbia considerato insostenibile. Non dice che la revoca sia stata decisa per evitare un costo elettorale.

Queste sono interpretazioni politiche. Possono essere discusse, ma non possono essere presentate come fatti.

Il quarto punto riguarda la NATO. La narrazione sostiene che il vertice di Ankara avrebbe sancito la trasformazione dell’Europa in una mucca da mungere a vantaggio dell’industria militare americana. Anche qui c’è una parte vera e una parte manipolata.

La parte vera è che l’aumento delle spese militari è reale. La NATO ha confermato il percorso verso il 5% del PIL entro il 2035. Ha confermato anche almeno 70 miliardi di euro in sostegno militare, assistenza e addestramento all’Ucraina.

È anche vero che una quota importante della spesa europea può finire in sistemi americani, licenze, munizionamento, sistemi antiaerei e contratti industriali con aziende statunitensi. L’annuncio riportato da AP sulla licenza concessa all’Ucraina per produrre sistemi Patriot conferma che il tema delle licenze e della formazione industriale è concreto.

Ma da qui a dire che tutto sia soltanto un trasferimento automatico di ricchezza dagli europei agli Stati Uniti c’è un salto logico. L’industria europea della difesa esiste. Le spese NATO includono capacità nazionali, infrastrutture, logistica, cyberdifesa, produzione industriale europea, munizioni, addestramento, mobilità militare e sistemi sviluppati anche da aziende europee. Ridurre tutto alla formula “gli americani mungono l’Europa” è comunicativamente efficace, ma analiticamente povero.

La critica alla militarizzazione dell’Europa è legittima. La denuncia del peso economico sui cittadini europei è legittima. Ma un’inchiesta seria deve distinguere tra critica politica e dimostrazione documentale. Dire “una parte significativa può favorire aziende americane” è un fatto da verificare contratto per contratto. Dire “tutto serve solo ad arricchire Washington” è propaganda.

Il quinto punto riguarda la Turchia. La narrazione sostiene che Washington avrebbe spostato il proprio baricentro mediorientale da Israele alla Turchia. Anche qui si parte da un elemento reale: il riavvicinamento tra Trump ed Erdogan.

Reuters ha documentato che Trump ha dichiarato di voler rimuovere le sanzioni imposte alla Turchia per l’acquisto dei sistemi russi S-400 e di valutare la vendita degli F-35 ad Ankara. Reuters ha anche riportato che Erdogan ha chiesto agli alleati NATO di rimuovere restrizioni industriali nel settore della difesa e di includere la Turchia nei programmi europei di sicurezza.

È quindi corretto parlare di riavvicinamento USA-Turchia. È corretto dire che Ankara sta cercando di sfruttare il vertice per rafforzare il proprio peso strategico. È corretto osservare che la Turchia vuole rientrare nei circuiti più avanzati della difesa occidentale.

Ma non è documentato che Israele sia stato sostituito come perno regionale degli Stati Uniti. Anzi, proprio la reazione israeliana alla possibile vendita degli F-35 alla Turchia dimostra che Washington sta gestendo un equilibrio delicato, non che abbia abbandonato Israele. Reuters ha riportato tensioni israeliane sulla questione F-35, ma questo indica una frizione, non una rottura strategica.

La differenza è decisiva. Una frizione tattica non è una rivoluzione strategica. Un riavvicinamento con Ankara non equivale automaticamente a un disimpegno da Israele. Una concessione alla Turchia non prova la fine dell’asse USA-Israele.

Il sesto punto è il più ideologico: l’idea che Russia e Iran rappresentino due “nuclei di civiltà” che l’Occidente avrebbe deciso di distruggere attraverso una strategia decennale. Qui la geopolitica scivola apertamente nel linguaggio mitologico.

Che Stati Uniti e NATO considerino Russia e Iran due avversari strategici è evidente e documentato. Che esistano politiche di contenimento, pressione, sanzioni, deterrenza e contrasto militare è fuori discussione. Ma un conto è parlare di competizione strategica tra Stati. Un altro è affermare che esista un piano occidentale per distruggere due “civiltà”.

Dove sono i documenti ufficiali che parlano di distruzione della civiltà iranica o russa? Dove sono le direttive NATO, le strategie americane, gli atti del Congresso o i documenti europei che formulano questo obiettivo in questi termini?

Non ci sono.

Questa è una trasformazione ideologica del conflitto. Serve a spostare la discussione dal piano politico e militare a quello escatologico: non più Stati con interessi divergenti, ma civiltà assediate da un Occidente totalitario. È una cornice potente, perché mobilita identità, paure e senso di accerchiamento. Ma non è una prova.

Il settimo punto è la teoria secondo cui tutti i memorandum, tutti i negoziati e tutti i tentativi diplomatici sarebbero soltanto strumenti per prendere tempo. Anche questa affermazione assoluta è metodologicamente debole.

Ogni negoziato può avere componenti tattiche. Ogni Stato può usare il dialogo per guadagnare tempo, ricostruire capacità, dividere gli avversari o migliorare la propria posizione. Ma sostenere che tutti i negoziati siano sempre e soltanto inganni significa rinunciare ad analizzare i testi, le clausole, gli incentivi e i comportamenti delle parti.

È una formula che non può essere falsificata. Se il negoziato fallisce, era una trappola. Se procede, è una trappola più sofisticata. Se produce risultati, erano risultati temporanei utili alla strategia nascosta. In questo modo ogni evento conferma la teoria, e nessun fatto può metterla in crisi.

Questo non è metodo investigativo. È dogma.

L’ottavo punto riguarda l’idea che i leader visibili siano solo “pupazzi” di poteri superiori. È una narrazione molto diffusa in certa controinformazione, perché ha un enorme vantaggio comunicativo: spiega tutto senza dover dimostrare nulla.

Se un leader cambia posizione, non è incoerenza politica: è il potere invisibile che muove i fili. Se due alleati litigano, è teatro. Se due rivali trattano, è teatro. Se una decisione sembra contraddire la teoria, allora è una mossa ancora più profonda del potere occulto.

Il problema è che una teoria simile non è verificabile. Non indica catene di comando, documenti, organigrammi, atti amministrativi, flussi finanziari o responsabilità precise. Non consente un controllo oggettivo. È una cornice totale che può assorbire qualsiasi fatto.

Una vera inchiesta non si costruisce così. Una vera inchiesta segue documenti, soldi, contratti, firme, comunicazioni ufficiali, atti giudiziari, dati tecnici, decisioni parlamentari, fonti primarie. Senza questi elementi, il “potere occulto” resta un espediente retorico.

Alla fine, il metodo utilizzato da questa narrazione è sempre lo stesso. Si prende un fatto reale e lo si usa come base per una conclusione non dimostrata.

Attacchi USA contro l’Iran: vero.
Conclusione propagandistica: gli USA hanno organizzato una provocazione navale deliberata. Non dimostrato.

Revoca della licenza petrolifera iraniana: vero.
Conclusione propagandistica: Washington ha sabotato un memorandum perché era una sconfitta strategica. Non dimostrato.

Vertice NATO e aumento delle spese militari: vero.
Conclusione propagandistica: l’intero programma serve solo ad arricchire il complesso militare americano. Non dimostrato.

Riavvicinamento USA-Turchia: vero.
Conclusione propagandistica: Israele è stato sostituito dalla Turchia come perno regionale americano. Non dimostrato.

Russia e Iran avversari strategici dell’Occidente: vero.
Conclusione propagandistica: esiste un piano per distruggerli come civiltà. Non dimostrato.

È qui che la controinformazione crolla. Non perché critica l’Occidente, ma perché rinuncia al rigore. Non perché contesta Washington, ma perché sostituisce la prova con l’ideologia. Non perché mette in dubbio la versione ufficiale, ma perché ne costruisce una alternativa altrettanto dogmatica, spesso più fragile.

Il compito della controinformazione non dovrebbe essere produrre una propaganda opposta a quella dei media mainstream. Dovrebbe essere fare meglio: più documenti, più precisione, più cautela, più trasparenza sulle fonti. Invece, in questo caso, il metodo è identico a quello che si dice di voler combattere: selezione dei fatti utili, omissione delle incertezze, ipotesi trasformate in certezze, linguaggio emotivo, nemico unico, spiegazione totale.

La vera domanda non è se gli Stati Uniti abbiano interessi imperiali. Li hanno. Non è se la NATO stia accelerando il riarmo. Lo sta facendo. Non è se la guerra in Ucraina stia alimentando enormi interessi industriali. Li alimenta. Non è se la Turchia stia cercando di aumentare il proprio peso nella NATO. Lo sta facendo.

La vera domanda è un’altra: le accuse specifiche vengono dimostrate?

Nel caso della presunta provocazione navale americana, no.

Nel caso del memorandum sabotato perché sfavorevole agli Stati Uniti, no.

Nel caso dell’Iran militarmente intatto e già ricostruito grazie alla Cina, no.

Nel caso della sostituzione di Israele con la Turchia, no.

Nel caso del piano occidentale per distruggere Russia e Iran come civiltà, no.

E allora bisogna dirlo chiaramente: questa non è un’inchiesta. È una narrazione ideologica costruita su frammenti di realtà.

La differenza tra informazione e propaganda non sta nel bersaglio politico. Sta nel metodo. Un’informazione seria può essere durissima contro gli Stati Uniti, contro la NATO, contro Israele, contro la Russia, contro l’Iran o contro qualunque altro potere. Ma deve dimostrare ciò che afferma. Deve distinguere tra documenti e deduzioni. Deve dire dove finiscono i fatti e dove cominciano le ipotesi.

Chi non lo fa non sta liberando il pubblico dalla propaganda. Sta semplicemente offrendo una propaganda concorrente.

Fonti e documenti

CENTCOM – U.S. Forces Complete New Round of Retaliatory Strikes Against Iran
https://www.centcom.mil/MEDIA/PUBLIC-RELEASES/Article/4535772/us-forces-complete-new-round-of-retaliatory-strikes-against-iran/

OFAC – Issuance of Amended Iran-related General License, 7 luglio 2026
https://ofac.treasury.gov/recent-actions/20260707

NATO – Secretary General on the Ankara Summit: NATO delivers
https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/08/secretary-general-on-the-ankara-summit-nato-delivers

NATO – Pre-summit press conference ahead of the 2026 NATO Summit in Ankara
https://www.nato.int/en/news-and-events/events/transcripts/2026/07/06/pre-summit-press-conference-by-nato-secretary-general-mark-rutte-ahead-of-the-2026-nato-summit-in-ankara

Reuters – Trump says US will lift sanctions on Turkey, decide on selling F-35s
https://www.reuters.com/world/middle-east/trump-says-will-lift-turkey-sanctions-decide-selling-f-35s-2026-07-07/

Reuters – Erdogan urges NATO allies to lift defence industry restrictions at summit
https://www.reuters.com/world/middle-east/erdogan-urges-nato-allies-lift-defence-industry-restrictions-summit-2026-07-08/

Reuters – Hegseth cancels meeting with Netanyahu over possible sale of F-35s to Turkey
https://www.reuters.com/world/middle-east/hegseth-meet-netanyahu-over-possible-sale-f-35s-turkey-source-tells-reuters-2026-07-08/

AP – Trump says US will give Ukraine license to produce Patriot defense systems
https://apnews.com/article/d393e8ef6103e32c984c4337a82930b1

La Bugia Suprema e il “Kingmaker”: il noir politico che cambiò per sempre la Repubblica Islamica dell’Iran

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La successione di una guida rivoluzionaria rappresenta spesso il momento più delicato nella vita di un regime. Nel caso della Repubblica Islamica dell’Iran, la morte dell’Imam Khomeini, il 3 giugno 1989, aprì una delle pagine più controverse della storia politica del Paese.

La nomina di Ali Khamenei a Guida Suprema continua ancora oggi ad alimentare interrogativi, polemiche e ricostruzioni contrastanti. Al centro della vicenda vi è una dichiarazione attribuita a Akbar Hashemi Rafsanjani, una testimonianza impossibile da verificare che, secondo molti osservatori, cambiò il destino dell’Iran.


Un problema costituzionale

Quando Khomeini morì, la Costituzione iraniana del 1979 era molto chiara.

La Guida Suprema avrebbe dovuto essere un Marja’-e Taqlid, cioè un Grande Ayatollah riconosciuto come massima autorità religiosa sciita.

Era un requisito fondamentale perché la legittimità politica derivava direttamente dall’autorità religiosa.

Ma esisteva un problema enorme.

Ali Khamenei non possedeva quel titolo.

All’epoca era soltanto un Hojjat al-Islam, un grado importante ma decisamente inferiore rispetto a quello richiesto dalla Costituzione.

In teoria, dunque, non avrebbe potuto essere scelto.


L’Assemblea degli Esperti del 4 giugno 1989

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Il giorno successivo alla morte di Khomeini l’Assembly of Experts venne convocata d’urgenza.

All’interno dell’assemblea non esisteva affatto un consenso.

Molti autorevoli religiosi ritenevano che fosse preferibile sostituire il Leader Supremo con una leadership collegiale, composta da più figure religiose.

Paradossalmente anche Khamenei, secondo il verbale e le registrazioni oggi disponibili, sembrava favorevole a questa soluzione.

Durante il suo intervento riconobbe apertamente di non possedere i requisiti religiosi richiesti e manifestò il timore che molti studiosi sciiti non avrebbero mai riconosciuto le sue decisioni religiose come vincolanti.

Si trattava di una confessione sorprendentemente sincera.


L’intervento decisivo di Rafsanjani

Fu allora che entrò in scena Akbar Hashemi Rafsanjani.

Davanti all’Assemblea dichiarò di aver avuto alcuni mesi prima una conversazione privata con Khomeini.

Secondo il suo racconto, il fondatore della Repubblica Islamica gli avrebbe confidato personalmente che Ali Khamenei era la persona più adatta a succedergli.

Il problema è evidente.

Non esisteva:

  • alcuna registrazione;
  • alcun documento scritto;
  • alcun testimone indipendente;
  • alcuna conferma diretta.

Era semplicemente la parola di Rafsanjani.

E Khomeini era ormai morto.

Nessuno avrebbe più potuto confermare oppure smentire quel colloquio.


Il voto

Dopo quell’intervento la discussione cambiò radicalmente.

Rafsanjani sostenne che la leadership individuale rappresentava ormai l’unica soluzione praticabile.

L’Assemblea passò rapidamente al voto.

Khamenei venne nominato Guida Suprema ad interim con 60 voti favorevoli su 86.

Le immagini video della seduta — rese pubbliche molti anni dopo — mostrano un Khamenei visibilmente esitante mentre lascia il podio.


Il referendum che cambiò la Costituzione

Poche settimane dopo, nel luglio 1989, si tenne un referendum costituzionale.

Tra le numerose modifiche venne eliminato proprio il requisito che imponeva alla Guida Suprema di essere un Marja’.

Di fatto la Costituzione fu adattata alla persona già scelta.

Quella che inizialmente appariva come una nomina provvisoria divenne definitiva.

Per alcuni studiosi si trattò di un normale adeguamento istituzionale; per altri fu il segno che la scelta politica aveva preceduto la modifica delle regole.


La teoria del “Kingmaker”

Da quel momento nacque una delle interpretazioni politiche più diffuse.

Secondo numerosi dissidenti iraniani e vari analisti occidentali, Rafsanjani avrebbe individuato in Khamenei una figura relativamente debole sul piano religioso, ritenendo di poter esercitare una forte influenza dietro le quinte.

L’idea era semplice.

Un leader con limitata autorevolezza religiosa avrebbe avuto bisogno del sostegno della rete politica costruita da Rafsanjani.

Quest’ultimo, pochi mesi dopo, sarebbe infatti diventato Presidente della Repubblica con poteri ulteriormente rafforzati dalla riforma costituzionale.

Da qui nacque l’immagine del “kingmaker”, l’uomo capace di mettere sul trono un sovrano destinato, almeno nelle intenzioni iniziali, a dipendere da lui.

Naturalmente, questa resta un’interpretazione politica e non un fatto dimostrato.


Quando il piano cambiò

La storia prese però una direzione molto diversa.

Negli anni Novanta Khamenei iniziò progressivamente a consolidare il proprio potere.

Il suo rapporto con il corpo delle Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC) divenne sempre più stretto.

Parallelamente, Rafsanjani perse gradualmente la posizione dominante che aveva esercitato negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione.


La rottura definitiva

2005

Rafsanjani si ricandidò alla Presidenza.

Contro ogni previsione fu sconfitto da Mahmoud Ahmadinejad.

Molti analisti interpretarono quella vittoria come il segnale dell’ascesa definitiva del blocco politico vicino a Khamenei.


2009

Le contestate elezioni presidenziali provocarono la nascita del cosiddetto Iranian Green Movement.

Rafsanjani invitò al dialogo e alla moderazione.

Khamenei sostenne invece la repressione delle proteste.

Da quel momento la frattura tra i due apparve irreversibile.


2013

Quando Rafsanjani tentò nuovamente di candidarsi alla Presidenza, il Guardian Council respinse la sua candidatura.

Pur mantenendo incarichi istituzionali, la sua influenza politica risultò fortemente ridimensionata.


Una morte che continua a far discutere

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L’8 gennaio 2017 Rafsanjani morì ufficialmente in seguito a un infarto mentre si trovava in piscina.

Le autorità parlarono di morte naturale.

Tuttavia la famiglia espresse pubblicamente dubbi sulla ricostruzione ufficiale, citando elementi come presunte minacce ricevute in passato, anomalie riscontrate durante gli accertamenti, documentazione ritenuta incompleta e malfunzionamenti di alcune telecamere di sorveglianza. Tali elementi sono stati oggetto di dibattito pubblico, ma non hanno portato a conclusioni ufficiali diverse dalla causa naturale indicata dalle autorità.


L’ironia della storia

Se si accetta la ricostruzione secondo cui Rafsanjani contribuì in modo decisivo all’ascesa di Khamenei, la conclusione assume i contorni di un autentico noir politico.

L’uomo che avrebbe aperto le porte del potere al futuro Leader Supremo finì progressivamente emarginato proprio da quel sistema che aveva contribuito a consolidare.

Il presunto “kingmaker” terminò la propria parabola politica isolato, mentre il leader che molti consideravano inizialmente un compromesso provvisorio è rimasto al vertice della Repubblica Islamica per oltre tre decenni, trasformandosi nella figura più potente dell’Iran contemporaneo.

Resta però una domanda che continua ad accompagnare quella giornata del 4 giugno 1989: la conversazione privata evocata da Rafsanjani con Khomeini avvenne realmente nei termini raccontati oppure fu una testimonianza utilizzata per orientare una decisione già maturata? A oggi non esistono prove indipendenti che consentano di confermare o smentire definitivamente quel colloquio, e proprio questa assenza di riscontri continua ad alimentare il dibattito storico e politico.


Fonti e approfondimenti

  • Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran (testo del 1979 e revisione del 1989)
  • Verbali e registrazioni della riunione dell’Assemblea degli Esperti del 4 giugno 1989 (diffusi pubblicamente negli anni successivi)
  • Constitutional Revolution in Iran
  • Brookings Institution – Analisi sull’evoluzione istituzionale della Repubblica Islamica
  • Carnegie Endowment for International Peace – Studi sul sistema politico iraniano
  • International Crisis Group – Rapporti sulla leadership iraniana
  • BBC Persian – Documentazione storica sulla successione del 1989
  • Radio Farda – Approfondimenti sulla morte di Rafsanjani e sulle dinamiche del potere iraniano